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I DIECI COMANDAMENTI...ragionati

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S. Tommaso d'Aquino

Opuscoli teologico - spirituali

I DIECI COMANDAMENTI SPIEGATI DA SAN TOMMASO D'AQUINO




1. «Non avrai altri dèi oltre a me» (Esodo 20, 3)

 

    S'è veduto che tutta la legge di Cristo è basata sulla carità, e questa a sua volta si esprime compiutamente nei due precetti dell'amore, verso Dio e verso il prossimo.

    Consegnando a Mosè il decalogo, Dio gli presentò due tavole di pietra, sulla prima delle quali erano incisi i tre precetti relativi all'amore verso Dio, sulla seconda i rimanenti sette, relativi all'amore verso il prossimo. L'intera legge, dunque, veniva riassunta nei due obblighi fondamentali [della carità].

    «Non avrai altri dèi».

    Per comprendere il perché di questo primo comandamento bisogna sapere che gli antichi violavano in vari modi tale diritto [esclusivo del vero Dio].

    Vi era chi rendeva un culto ai demoni. «Gli dèi pagani sono spiriti malvagi» (Sal 95, 5), perciò questo è il peggiore e più orribile dei peccati.

    Ancora oggi sono in molti a trasgredire il primo comandamento, ossia tutti coloro che si dedicano alle opere della magia per indovinare il futuro, e ai sortilegi. Entrambe presuppongono, come osserva sant'Agostino, un patto d'intesa col demonio. Anche Paolo raccomandava: «Non voglio che voi siate in comunione coi demoni» (I Cor 10, 20); e, ancora: «non potete partecipare alla mensa del Signore e a quella degli spiriti maligni» (I Cor 10, 21).

    Altri adoravano i corpi celesti, considerando gli astri quasi altrettanti dèi. Vedi, nel libro della Sapienza: «Credettero dèi, governatori del mondo, il fuoco o il vento o l'aria veloce, o il firmamento stellato, o le acque violente o i luminari del cielo» (Sap 13, 2). Fu per questo motivo che Mosè raccomandò agli israeliti di non starsene troppo a osservare il firmamento, nel timore che finissero con l'adorare il sole, la luna e le stelle. Ecco il testo: «Quando tu alzerai gli occhi al cielo e vedrai lassù il sole, la luna e le stelle e tutti gli astri del firmamento, non ti lasciar sedurre al punto di prostrarti davanti a tali creature per adorarle» (Dt 4, 19). Ribadisce lo stesso concetto anche in altro passo del Deuteronomio (cf. Dt 5, 7-8).

    Contro il primo comandamento peccano gli astrologi, i quali sostengono che gli uomini siano guidati dai corpi celesti (169), mentre in realtà si tratta semplicemente di creature destinate a servire. Soltanto Dio è il nostro signore.

    Non son mancati neppure adoratori degli elementi terrestri, gente che credette il fuoco, il vento o l'aria manifestazioni degli spiriti invisibili (cf. Sap 13, 2). E cadono in un errore consimile quanti usano dei beni inferiori, nutrendo per i medesimi eccessivo attaccamento. L'avaro ad esempio è un idolatra (cf. Ef 5, 5).

    Altri hanno adorato gli uccelli, oppure gente come loro o magari se stessi, mossi da diversi motivi: un affetto carnale, l'adulazione, là vana ostentazione di sé.

    Leggiamo, quanto ai primi, nella Scrittura, che «un padre grandemente afflitto per l'immatura morte del figlio, ne fece riprodurre l'immagine, poi l'onorò come Dio mentre non era che un morto, istituendo per i suoi un culto con proprie cerimonie. L'empia abitudine si diffuse in seguito e s'osservò come legge» (Sap 14, 15).

    Servi adulatori han reso un culto ad altri uomini, venerandoli più che Dio stesso e non solo in loro presenza ma dinanzi a immagini che li riproducevano (cf. Sap 14, 17). Il Signore ha avvertito: «Colui che ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10, 37), e il salmo 145 ci ammonisce: «Non riponete fiducia nei potenti, uomini [come voi] incapaci di provvedere alla vostra salvezza» (Sal 145, 2-3).

    Infine, spinti dalla presunzione certuni si fecero chiamare «dèi», come si può vedere nel caso di Nabucodonosor» (170). E in Ezechiele leggiamo, d'uno di essi: «Il tuo cuore si è inorgoglito e tu hai detto: 'Io sono un dio, e abito nella dimora di un dio, nel cuore del mare'» (Ez 28, 2). E qualcosa del genere fanno quelli che si attengono più alle proprie idee personali che ai divini precetti. Praticano verso se stessi un'autentica religione: nella continua ricerca di piaceri carnali, mostrano di adorare come un dio il proprio corpo. È di essi che l'Apostolo ha scritto: «Il ventre, per loro, è la divinità» (Fil 3, 19).

    Da tutto ciò e da costoro dobbiamo tenerci lontani.

    «Oltre a me». Dobbiamo adorare esclusivamente l'unico vero Dio. Ed eccone le ragioni.

 

    I. La dignità di Dio. Anche nei suoi confronti, così come succede tra noi, negandogli l'ossequio dovuto gli si fa ingiuria. Chiunque occupi un rango elevato ha diritto a un particolare rispetto, tanto che verrebbe considerato traditore del re quell'uomo che gli rifiutasse un atto di riverenza.

    Ebbene, vi sono taluni che si comportano così di fronte a Dio [negandogli l'adorazione]. «Hanno sostituito la gloria di Dio incorruttibile, con immagini di uomini mortali» (Rm I, 23), il che spiace a lui, sommamente, avendo proclamato per bocca di Isaia: «Io sono il Signore; questo è il mio nome: non darò la mia gloria a nessun altro, né agli idoli l'onore che è dovuto a me» (Is 42, 8).

    Uno dei punti su cui si fonda la dignità divina deriva dalla sua onniveggenza; lo stesso suo nome sembra trarre origine dal verbo «vedere», dal vedere tutto e tutti, prerogativa della deità. Il profeta poteva perciò sfidare i falsi dèi: «Annunziate ciò che accadrà in avvenire, e noi riconosceremo che siete dèi» (Is 41, 23). «Nessuna cosa al mondo sfugge allo sguardo di Dio, ma tutto è chiaro e svelato agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto» (Eb 4, 13).

    Attentano a simile capacità che loro non compete gli indovini; contro i quali dice Isaia: «Vi pare serio che un popolo debba consultare qualcun altro che non sia il proprio Dio, e per i vivi interpellare i morti?» (Is 8, 19).

 

    2. Un ulteriore motivo di ossequio ce lo offre la generosità del Signore. Da Dio ci proviene ogni bene. Egli è il munifico creatore. «Tu allarghi la mano, e tutti sono provvisti di beni» (Sal. 3, 28). Anche questa dote [universale] pare sia contenuta nel nome «Dio»: il donatore per eccellenza, colui che riempie di bontà il creato.

    Daresti a vedere di esser parecchio ingrato, se non ammetti che tutti i beni ti provengono da lui; anzi finiresti per inventarti un altro dio, come quegli israeliti che, rientrati dall'Egitto, si costruirono un idolo. Andiamo dietro all'oggetto del nostro cuore (cf. Os 2, 5), imitando i figli di Israele, ogni volta che riponiamo la speranza non in Dio ma in qualcun altro. Invece «beato è l’uomo che fa assegnamento su Dio» (Sal 39, 5), e l'apostolo Paolo interrogava in proposito i cristiani della Galizia: «Ora che avete conosciuto Dio ­ anzi, che siete stati amati e conosciuti da lui -, come mai vi rivolgete di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, dei quali volete ancora essere schiavi?» (Gal 4, 9-10).

 

    3. La fedeltà alle promesse fatte. Noi abbiamo rinunziato al diavolo, promettendo d'impegnarci solo dalla parte di Dio, e non dobbiamo mancare di parola. Assai grave è il rischio che si incorre, secondo che ricorda l'Apostolo: «Se uno viola la legge di Mosè, in base alla deposizione di due o tre testimoni morrà senza alcuno scampo; quanto più acerbi supplizi pensate voi che si meriti chi avrà calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue del testamento grazie al quale fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito?» (Eb 10, 28-29). E aggiunge che «una donna sarà chiamata adultera se, vivendo ancora il marito, essa diventa la donna d'un altro» (Rm 7, 3) e secondo la legge mosaica costei avrebbe meritato d'essere mandata al rogo. Perciò, stia attento il peccatore che crede di poter battere due strade, che zoppica da entrambi i lati (cf. I Re 18, 21).

 

     4. L'inclemenza del dominio diabolico, adombrata nelle parole di Geremia: «Servirete giorno e notte ad altri dèi, che non vi daranno requie» (Ger 16, 13). Il tentatore infatti non si contenta di far cadere una sola volta ma, piuttosto, si ingegna di moltiplicare le cadute. «Chi fa il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34), e san Gregorio commenta: «L'errore che non vien cancellato dalla penitenza, presto ne trascina altri con sé».

    La sottomissione al Signore è ben diversa. I suoi precetti non risultano opprimenti: «Il mio giogo è soave, [dice il Signore] e leggero il mio peso» (Mt 11, 30). Può considerarsi abbastanza soddisfatto l'uomo che prende a dedicarsi al servizio di Dio con l'assiduità che poneva nel peccare.

    Ai cristiani, Paolo rivolge questo appello: «Come un tempo avete messo le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per soddisfare le concupiscenze, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per raggiungere la santità» (Rm 6, 19.).

    I servi del diavolo diranno invece: «Ci siamo allontanati dalla via della verità... Ci stancammo, percorrendo le vie dell'iniquità e della rovina, e attraversammo deserti impraticabili» (Sap 5, 7). Davvero, conclude Geremia, «si consumarono in una vita iniqua» (Ger 9, 5).

 

    5. L'immensità del premio. Da nessun altro vengono promesse ricompense sublimi come quelle derivanti dalla osservanza della legge di Cristo. Ai musulmani si dice sian riservati fiumi di latte e di miele, ai giudei una terra promessa, ma ai cristiani la stessa gloria degli angeli. «[Gli eletti] saranno in cielo simili agli angeli di Dio» (Mt 22, 30). Tenendo presente questa prospettiva, Pietro poté esclamare; «Signore, da chi potremmo andare? Tu hai parole di vita eterna!» (Gv 6, 69).

 

2. «Non nominare il nome del Signore tuo Dio invano» (Esodo 20,7)

 

    Come non esiste che un unico Dio da adorare, così ve n'è uno soltanto al quale dobbiamo il massimo rispetto. Il suo nome va pronunziato con deferenza, mai vanamente. Ora, il termine vano può avere tre significati.

    Equivale in certi casi a falso; vedi ad es. il salmo 11: «Ciascuno ha detto al suo prossimo cose che nascondevano inganni» (Sal 11, 3). Stai usando sconsideratamente il nome del Signore allorché vorresti servirtene per rendere credibile un discorso fatto di bugie. «Non giurare il falso, poiché io odio tutto questo, dice il Signore» (Zc 8, 17). E, ancora nel medesimo profeta: «Tu morrai perché hai preferito menzogne nel nome del Signore» (Zc 13, 3).

    L'uomo insincero offende Dio, fa danno a sé medesimo e agli altri.

    Se infatti il giurare per Iddio è un chiamarlo a testimone, quando tu giuri a giustificazione della falsità, o credi che egli non conosca come stiano effettivamente le cose (e allora tu non lo consideri onnisciente mentre tutto è aperto e chiaro dinanzi al suo sguardo (cf. Eb 4, 13); oppure supponi che egli possa sopportare la menzogna, proprio lui che l'ha in abominio e punisce i bugiardi (cf. Sal 5, 7); o infine ti ritieni al sicuro dalla sua collera, quasi che non ti possa punire come meriti.

    Usando invano il nome di Dio l'uomo si fa del male, condannandosi a subire il giudizio divino. Dire: «Ti assicuro, per Iddio, che è come sostengo io!» altro non equivale che a: «Se sto mentendo, Dio farà bene a punirmi»!

    E arreca danno agli altri. Non è possibile infatti che sussista tra le persone un rapporto durevole, se non su una base di reciproca fiducia. Ma è appunto in caso di sospetto che si ricorre al giuramento (cf. Eb 6, 16), sicché ne deriva in sostanza un'offesa a Dio, un castigo di più per noi stessi e scapito per una serena convivenza.

    Vano, in altro senso, sta per inutile. «Il Signore conosce i pensieri degli uomini, e sa che sono inconcludenti» (Sal 93, 11). Quindi, se adoperiamo il suo nome a conferma di cose frivole, lo nominiamo invano.

    Affinché gli uomini non giurassero il falso, ciò fu proibito nell'antica legge. Ad esempio: «Non pronunziare invano il nome del Signore, Iddio tuo, poiché il Signore non riterrà innocente chi avrà proferito il suo nome, senza ragione» (Dt 5, 11). Cristo, invece, dispone che non si giuri affatto: «Sapete che fu detto agli antichi: 'Non spergiurare'. Io però vi dico di non giurare mai, 

né per il cielo, perché è trono di Dio; né per la terra, ché è sgabello dei suoi piedi» (Mt 5, 33-34). E la ragione è semplice: nell'uomo non c'è parte che sia corriva a malfare quanto la lingua: nessuno, come ha scritto Giacomo, potrà domarla perfettamente (cf. Gc 3, 8); e potremmo esser portati con facilità a giurare solennemente [senza motivo proporzionato]. «Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no» (Mt 5, 37).

    Rettamente inteso, il giuramento va usato come le medicine: farvi ricorso quale rimedio davvero inevitabile. «Quel che v'è di più [nei vostri discorsi), è ispirato dal Maligno» (Mt 5, 37). «Non avvezzare la tua bocca al giuramento, né prender l'abitudine di pronunziare il nome santo... Chi giura e nomina continuamente Dio, non rimarrà immune da colpa» (Sir 23, 9).

    Il peccato [in genere] o l'ingiustizia vengono talvolta indicati col nome vano. «Figli degli uomini, perché avete duro il cuore e amate la vanità?» (Sal 4, 3). Così, una persona che giurasse per compiere più agevolmente qualcosa di illecito, usa invano quel nome sacro.

    Due sono le parti della giustizia: fare il bene, astenersi dal male. Così, se tu hai giurato di compiere un furto o qualcosa del genere, hai già violato la giustizia, e sebbene un simile giuramento non sia vincolante, tu sei spergiuro. Fu il caso di Erode nei confronti di Giovanni Battista (cf. Mc 6, 23, 26).

    Ugualmente va contro la virtù della giustizia chi con giuramento si impegnasse di non fare un determinato bene, come l'entrare a far parte della Chiesa o di un Ordine religioso. Anche qui, pur non dovendosi tener fede alla parola data, chi lo avesse giurato diverrà spergiuro.

    In conclusione, non si deve giurare in assenza di una causa proporzionata, né circa una materia illecita. Dice bene la Scrittura: «Giurerai per la vita del Signore con sincerità, ponderatezza e giustizia» (Ger 4, 2).

    Un ultimo possibile significato della parola vano potrebbe aversi usandolo nel senso di sciocco. «Stolti per principio sono tutti quegli uomini che vogliono ignorare Dio» (Sap 13, 1). Del pari, chi adopera il nome di Dio stoltamente, come fanno i bestemmiatori, lo pronuncia invano. «E chi avrà bestemmiato il nome del Signore, sia messo a morte» (Lv 24, 16).

    «Non nominare il nome del tuo Dio invano». Del nome divino, non si può fare un vario uso.

 

    I. Come si è veduto, per dare maggior forza al discorso, ossia nel giuramento. E un'implicita ammissione che Dio è la verità per essenza, ed è allora una maniera di riconoscerne le prerogative: la legge perciò prescriveva che, dovendosi giurare, lo si facesse chiamando Dio a testimone (171). Non sbaglia quindi chi, avendo a impegnarsi solennemente, si appella ad altri. «Non giurate pronunziando il nome degli idoli» (Es 23, 13).

    Ad ogni modo, anche nel caso che si giurasse su una qualunque creatura, in fondo è sempre Dio a essere coinvolto. Giuri sopra la tua vita, sulla tua testa? Bene: tu metti l'una o l'altra a rischio di subire il castigo da parte di Dio. Ma [con tranquillità] l'Apostolo poteva scrivere: «Io chiamo Dio in testimone contro la mia vita [se non ho detto la verità]» (2 Cor 1, 23).

    Altrettanto si dica quando giuri sopra il Vangelo: giuri su colui che ne è l'ispiratore. Chiunque abbia l'abitudine di giurare su Dio o su suo Vangelo con leggerezza, pecca.

 

    2. Il nome santo può essere invocato per santificare le cose. Lo facciamo nel conferire il battesimo, del quale san Paolo dice: «[Eravate esclusi dalla eredità del regno di Dio, ma] siete stati mondati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (I Cor 6, 11). Il sacramento riceve la propria efficacia esattamente in forza dell'invocazione della Trinità. E Geremia invocava sul popolo il nome del Signore (cf. Ger 14, 9).

 

    3. Lo adoperiamo per scacciare l'Avversario. Prima di somministrare il battesimo si procede alla rinunzia d'ogni rapporto con il diavolo. Un tuo ritorno al peccato equivarrebbe al vano uso del nome salvifico.

 

    4. Usarlo [correttamente] è lo stesso che enunciare la propria fede in Dio. «Come [i pagani] invocheranno uno in cui non credono [per non averne sentito parlare]?» (Rm 10, 14). Invece «chiunque invocherà il nome del Signore [con fede] sarà salvo» (Rm 10, 13).

    La nostra dichiarazione di fede può essere verbale, quando parliamo della gloria di Dio: «Sono creature che mi glorificano tutti coloro che invocano il mio nome» (Is 43, 7). Usi male del suo nome se denigri la gloria che spetta al Signore.

    La fede può esprimersi concretamente, nel compimento di quelle opere che tornano a gloria di Dio. «La vostra luce risplenda davanti agli uomini, affinché essi vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16). Fanno il contrario coloro di cui parla l'Apostolo: «Per colpa vostra il nome di Dio è oggetto di derisione tra i pagani» (Rm 2, 24).

 

    5. È un valido rifugio. «Solida torre è il nome del Signore: il giusto vi cerca riparo e si sente al sicuro» (Prv 8, 10). Gesù promette la vittoria sui demoni a chi invocherà con fede il proprio nome (cf. Mc 16, 17), l'unico nome di cui gli uomini possano disporre per conseguire la salvezza (cf. At 4, 12).

 

    6. Infine, nel nome di Dio si concludono egregiamente le imprese umane. Ce lo raccomanda l'Apostolo: «Qualunque cosa si compia da parte vostra, in parole o in opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo per mezzo suo, grazie a Dio Padre» (Col 3, 17). «Nostro aiuto è il nome del Signore, che ha creato i cieli e la terra» (Sal 123, 8).

    Quindi, se uno comincia a fare qualcosa nel nome di Dio e poi non la porta a compimento, come nel caso di un voto inadempiuto, anche costui ha fatto un uso indebito del nome santo. «Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo poiché egli non ama gli stolti: quello che hai promesso, adempilo. E meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli... Perché dar motivo a Dio di sdegnarsi per le tue parole?» (Sir 5, 3; cf. 75, 12).

 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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