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SPE SALVI l'Enciclica della SPERANZA CRISTIANA

Last Update: 11/26/2017 2:20 PM
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12/15/2008 8:45 AM
 
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Un capolavoro del Magistero Petrino


Spe Salvi: Marx fece la rivoluzione, ma non disse come procedere dopo!

....un  passo illuminante dell'Enciclica del Papa:

Spe salvi (30 novembre 2007)
[Bielorusso, Francese, Inglese, Italiano, Latino, Neerlandese, Polacco, Portoghese, Spagnolo, Tedesco, Ungherese]

...ci porta a riflettere su alcune questioni che determinarono il fallimento della dottrina sociale comunista......


così la descrive Benedetto XVI:


20. (...)
Dopo la rivoluzione borghese del 1789 era arrivata l'ora per una nuova rivoluzione, quella proletaria: il progresso non poteva semplicemente avanzare in modo lineare a piccoli passi. Ci voleva il salto rivoluzionario. Karl Marx raccolse questo richiamo del momento e, con vigore di linguaggio e di pensiero, cercò di avviare questo nuovo passo grande e, come riteneva, definitivo della storia verso la salvezza – verso quello che Kant aveva qualificato come il « regno di Dio ». Essendosi dileguata la verità dell'aldilà, si sarebbe ormai trattato di stabilire la verità dell'aldiquà.

La critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica della politica. Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose.

Con puntuale precisione, anche se in modo unilateralmente parziale, Marx ha descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione – non solo teoricamente: con il partito comunista, nato dal manifesto comunista del 1848, l'ha anche concretamente avviata. La sua promessa, grazie all'acutezza delle analisi e alla chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato ed affascina tuttora sempre di nuovo. La rivoluzione poi si è anche verificata nel modo più radicale in Russia.

21. Ma con la sua vittoria si è reso evidente anche l'errore fondamentale di Marx. Egli ha indicato con esattezza come realizzare il rovesciamento. Ma non ci ha detto come le cose avrebbero dovuto procedere dopo. Egli supponeva semplicemente che con l'espropriazione della classe dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione si sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme. Allora, infatti, sarebbero state annullate tutte le contraddizioni, l'uomo e il mondo avrebbero visto finalmente chiaro in se stessi.

Allora tutto avrebbe potuto procedere da sé sulla retta via, perché tutto sarebbe appartenuto a tutti e tutti avrebbero voluto il meglio l'uno per l'altro. Così, dopo la rivoluzione riuscita, Lenin dovette accorgersi che negli scritti del maestro non si trovava nessun'indicazione sul come procedere. Sì, egli aveva parlato della fase intermedia della dittatura del proletariato come di una necessità che, però, in un secondo tempo da sé si sarebbe dimostrata caduca.

Questa « fase intermedia » la conosciamo benissimo e sappiamo anche come si sia poi sviluppata, non portando alla luce il mondo sano, ma lasciando dietro di sé una distruzione desolante. Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l'uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l'uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l'economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l'uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall'esterno creando condizioni economiche favorevoli.

22. Così ci troviamo nuovamente davanti alla domanda: che cosa possiamo sperare? È necessaria un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In un tale dialogo anche i cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire. Bisogna che nell'autocritica dell'età moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici. Su questo si possono qui tentare solo alcuni accenni. Innanzitutto c'è da chiedersi: che cosa significa veramente « progresso »; che cosa promette e che cosa non promette?


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Vogliamo essere veramente segno di contraddizione?

Altro non vi dico (…) Non vorrei più parole, ma trovarmi nel campo della battaglia, sostenendo le pene, e combattendo con voi insieme per la verità infino alla morte, per gloria e lode del nome di Dio, e reformazione della Santa Chiesa…”
(Santa Caterina da Siena, Lettera 305 al Papa Urbano VI ove lottò fino alla morte per difendere l’autorità del Pontefice)


Smile La Speranza rovesciata dalla fede in Dio (Encic. Spe Salvi)

Dai classici ai cristiani
La speranza rovesciata
dalla fede in Dio


            


Nell'enciclica Spe salvi Benedetto XVI tratta della speranza nel mondo antico, e cita le parole di un epitaffio che esprime angoscia e disperazione: in nihil ab nihilo quam cito recidimus ("nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo", Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, n. 26003). Al concetto di speranza nel mito e nella religione greca, a Roma, e poi nella tradizione ebraica e in quella cristiana è dedicato un capitolo - che di seguito pubblichiamo - dell'ultimo libro di Manlio Simonetti (Classici e cristiani. Alle radici del mondo occidentale. Cura e prefazione di Giovanni Maria Vian, Milano, Medusa, 2007, pagine 132, euro 14).

Il volume descrive, con uno sguardo unitario, un mondo lontano - quello antico e tardoantico, tra classici e cristiani, appunto - e nello stesso tempo vicino: tanto vicino che l'attuale cultura delle società occidentali resterebbe incomprensibile senza riandare a quelle radici. Cinquanta brevissimi capitoli sono così dedicati ad altrettanti temi - tra cui gli angeli e il demonio, il sogno e il lutto, i bambini e le donne, maghi e pellegrinaggi, il tempo e i calendari, il cibo e il digiuno, il teatro e lo sport, ricchezza e povertà, la scuola e le biblioteche, gnostici e millenaristi - suddivisi in nove parti che presentano gli esseri sovrumani, il controllo di realtà incontrollabili, la vita privata, la gestione del sacro, le scansioni del tempo, l'impatto sociale della religione, i valori relativi e quelli assoluti, la cultura, i confini del cristianesimo.


Manlio Simonetti
È ben noto il mito greco secondo cui gli dèi, adirati con Prometeo per il furto del fuoco, avrebbero inviato all'umanità come castigo Pandora ("tutti i doni") che, dotata di grazia, persuasione e bellezza, sposa il fratello di Prometeo, Epimeteo, dando così origine al genere umano e portando con sé agli uomini come dote, chiuse in un orcio, le malattie e la morte, prima inesistenti.

Aperto l'orcio, esse si spargono nel mondo, e da allora ci si ammala e si muore (Esiodo, Le opere e i giorni, 96-105). In fondo all'orcio resta solo Elpìs (la "speranza"). Di solito questo dettaglio del mito è interpretato positivamente, quasi che la speranza fosse una specie di correttivo atto a bilanciare il disastro della condizione mortale. Non così tuttavia lo considerava la cultura greca per la quale ciò che resta nell'orcio di Pandora era ancora più negativo della mortalità.

La speranza infatti, essendo entità illusoria, trae in inganno la gente distogliendola da ciò che, per l'uomo antico, perennemente teso al controllo di un'esistenza quanto mai precaria, è l'obiettivo essenziale: la considerazione chiara e distinta, priva di infingimenti, della situazione esistenziale, con tutti i suoi problemi, ai quali è d'uopo far fronte a mano a mano che si presentano, senza affidarsi a ingannevoli speranze che impegnano invano il futuro, pronte a dissolversi quando uno meno se l'aspetta.

Per questo la cultura e soprattutto la religione greca tratteggiano Elpìs negativamente. È entità divina, ma incontrollabile, sfuggente, difficile da connotare: non si sa - perché non si vuole sapere - se sia maschile o femminile, se sia singola o una pluralità, per non renderla eccessivamente presente nella realtà storica. Di sicuro si dice che sia falsa, ingannevole, non affidabile, come Tyche ("Fortuna"), a cui è spesso affiancata. Anche a Roma antica la speranza (Spes) è collocata a livello divino, ma tenuta a bada in quanto ingannevole, proiettata com'è in un futuro che solo Giove può gestire, e pertanto incontrollabile. In effetti anche qui Spes è unita ad altre divinità ugualmente sfuggenti e ingannevoli, quali Fors e Fortuna.

La situazione cambia nettamente nelle religioni monoteiste, nelle quali - essendo la divinità intesa come trascendente, e dunque del tutto indipendente dal creato - la speranza, fondata su Dio, assume valore assoluto, diventando così positiva. Nell'Antico Testamento essa è intesa appunto positivamente in quanto rivolta sempre al bene: l'uomo, finché è in vita, spera (Qoelet, 9, 4) perché la sua speranza è riposta esclusivamente in Dio, sicuro fondamento della vita del giusto, e la felicità dell'uomo si riassume nell'avere una speranza e un futuro. Un aspetto particolare della speranza, in dimensione comunitaria, è l'attesa del futuro Messia, che libererà Israele dai suoi nemici e punirà tutti gli empi, perché al compimento delle speranze di libertà e felicità si collega sempre l'attesa del giudizio.

Nella Chiesa nascente il concetto di speranza si connette con quello dell'Antico Testamento, ma con la fondamentale novità che il suo garante ora è diventato Cristo, di cui si attende il prossimo definitivo ritorno. Paolo, che parla più volte di speranza, ne rileva l'assoluta fiducia che pure non si fonda su dati concreti e attualmente verificabili: "Una speranza che si vede non è più speranza: chi infatti spera ciò che vede? Ma se noi speriamo ciò che non vediamo, stiamo in attesa mediante la costanza" (Romani, 8, 24-25): la fiduciosa, costante attesa nutre la speranza, in quanto è fondata sull'opera salvifica realizzata dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, che ci ha liberato dalla legge e dalla morte e per questo è definito la nostra speranza (I Timoteo, 1, 1). In questo senso, come valore, la speranza, insieme con la fede e la carità, costituisce l'essenza stessa del cristiano.

L'ambiguità dell'attesa escatologica - in quanto già realizzata nell'avvento di Cristo eppure proiettata verso l'imminente fine del mondo - si riflette anche nel modo in cui viene concepita la speranza, poiché i due aspetti appaiono inestricabilmente connessi sul fondamento della Risurrezione: "(Dio) ci ha rigenerati, grazie alla risurrezione di Gesù Cristo dai morti per una speranza vivente, in vista di un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce" (1 Pietro, 1, 3-4). Questa concezione è stata ripresa dai successivi scrittori cristiani e sviluppata in base a esigenze pastorali e spirituali. Soprattutto Agostino l'ha valorizzata, orientando l'attesa dei beni futuri sulla fiducia in Dio e proiettandola verso la risurrezione dei morti, fondata su quella di Cristo. Per questo i cristiani possono essere definiti da questo grande autore cristiano (Spiegazione del salmo 131, 19) "uomini di speranza": homines spei futurae.
(©L'Osservatore Romano - 5 dicembre 2007)
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Thumbs up MARIA MADRE DELLA SPERANZA dalla "Spe Salvi"

MARIA, STELLA DELLA SPERANZA

L'enciclica Spe salvi (salvati nella speranza, Rom 8,24) termina con due lunghi paragrafi dedicati a Maria (nn. 49-50). «Con un inno dell’VIII/IX secolo, quindi da più di mille anni, la Chiesa saluta Maria, la Madre di Dio, come stella del mare : Ave maris stella. La vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente.

Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza lei che con il suo sì aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell’Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi (cf Gv 1,14)?



 

«A lei perciò ci rivolgiamo: Santa Maria, tu appartenevi a quelle anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano "il conforto d’Israele" (Lc 2,25) e attendevano, come Anna, "la redenzione di Gerusalemme" (Lc 2,38). Tu vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza della promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (cf Lc 1,55). Così comprendiamo il santo timore che ti assalì, quando l’angelo del Signore entrò nella tua camera e ti disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e l’attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo "sì", la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia. Tu ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo compito e hai detto "sì": "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38).

Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l’immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti della storia. Ma accanto alla gioia che, nel tuo Magnificat, con le parole e col canto hai diffuso nei secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del servo di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo splendore degli angeli che portavano la buona novella ai pastori, ma al tempo stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile.

Il vecchio Simeone ti parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore (cf Lc 2,35), del segno di contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l’attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse crescere la nuova famiglia, per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto svilupparsi con l’apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la sua parola (cf Lc 11,27s). Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell’attività di Gesù tu, già nella sinagoga di Nazaret, dovesti sperimentare la verità della parola sul "segno di contraddizione" (cf Lc 4,28ss.). Così hai visto il crescente potere dell’ostilità e del rifiuto che progressivamente andava affermandosi intorno a Gesù fino all ora della croce, in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo, l’erede di Davide, il Figlio di Dio morire come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti. Accogliesti allora la parola: "Donna, ecco il tuo figlio!" (Gv 19,26). Dalla croce ricevesti una nuova missione. A partire dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo [...].




La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l’Ascensione pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo (cf At 1,14) e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il "regno" di Gesù era diverso da come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo "regno" iniziava in quell’ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!»
(Spe Salvi, nn. 49-50).




 
Benedictus PP XVI
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Dicembre 2007
LA PAROLA DEL PAPA






«Lei che ha conservato la speranza»

Queste le parole di Benedetto XVI per il tradizione omaggio
all’Immacolata in piazza di Spagna lo scorso 8 dicembre: «Maria Immacolata nella sua concezione verginale ha percorso il suo pellegrinaggio terreno sorretta da una fede intrepida, una speranza incrollabile e un amore umile e sconfinato, seguendo le orme del suo figlio Gesù. Gli è stata accanto con materna sollecitudine dalla nascita al Calvario, dove ha assistito alla sua crocifissione impietrita dal dolore, ma incrollabile nella speranza. Ella ha poi sperimentato la gioia della risurrezione, all'alba del terzo giorno, del nuovo giorno, quando il Crocifisso ha lasciato il sepolcro vincendo per sempre e in modo definitivo il potere del peccato e della morte.

«Maria, nel cui grembo verginale Dio si è fatto uomo, è nostra Madre! Dall’alto della croce infatti, Gesù [...], ce l’ha donata come madre e a Lei ci ha affidati come suoi figli. Mistero di misericordia e di amore, dono che arricchisce la Chiesa di una feconda maternità spirituale. Volgiamo il nostro sguardo verso di Lei e, implorando il suo aiuto, disponiamoci a far tesoro di ogni suo materno insegnamento. Questa nostra celeste Madre non ci invita forse a fuggire il male e a compiere il bene seguendo docilmente la legge divina iscritta nel cuore di ogni cristiano? Lei, che ha conservata la speranza pur nel sommo della prova, non ci chiede forse di non perderci d’animo quando la sofferenza e la morte bussano alla porta delle nostre case? non ci chiede di guardare fiduciosi al nostro futuro? Non ci esorta la Vergine Immacolata ad essere fratelli gli uni degli altri, tutti accomunati dall’impegno di costruire insieme un mondo più giusto, solidale e pacifico?

«Ancora una volta la Chiesa addita al mondo Maria come segno di sicura speranza e di definitiva vittoria del bene sul male. Colei che invochiamo "piena di grazia" ci ricorda che siamo tutti fratelli e che Dio è il nostro Creatore e il nostro Padre. Senza di Lui, o ancor peggio contro di Lui, noi uomini non potremo mai trovare la strada che conduce all’amore, non potremo mai sconfiggere il potere dell’odio e della violenza, non potremo mai costruire una stabile pace.


«Accolgano gli uomini di ogni nazione e cultura questo messaggio di luce e di speranza: lo accolgano come dono dalle mani di Maria, Madre dell’intera umanità [...]. Animati da filiale confidenza, Le diciamo: "Insegnaci, Maria, a credere, a sperare e ad amare con Te; indicaci la via che conduce alla pace, la via verso il regno di Gesù. Tu, Stella della speranza, che trepidante ci attendi nella luce intramontabile dell’eterna Patria, brilla su di noi e guidaci nelle vicende di ogni giorno, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen!" ».


All’Angelus del giorno seguente, il Papa ha legato l’Immacolata alla chiamata alla santità (Ef 1,4), rivolgendo un pensiero anche ai giovani: «Che grande dono avere per madre Maria Immacolata! Una madre splendente di bellezza, trasparente all’amore di Dio. Penso ai giovani di oggi, cresciuti in un ambiente saturo di messaggi che propongono falsi modelli di felicità. Questi ragazzi e ragazze rischiano di perdere la speranza perché sembrano spesso orfani del vero amore, che riempie di significato e di gioia la vita. [ ]. Non poche esperienze ci dicono purtroppo che gli adolescenti, i giovani e persino i bambini sono facili vittime della corruzione dell’amore, ingannati da adulti senza scrupoli i quali, mentendo a se stessi e a loro, li attirano nei vicoli senza uscita del consumismo: anche le realtà più sacre, come il corpo umano, tempio del Dio dell’amore e della vita, diventano così oggetti di consumo; e questo sempre più presto, già nella preadolescenza. Che tristezza quando i ragazzi smarriscono lo stupore, l’incanto dei sentimenti più belli, il valore del rispetto del corpo, manifestazione della persona e del suo insondabile mistero! A tutto questo ci richiama Maria, l’Immacolata, che contempliamo in tutta la sua bellezza e santità».




Siamo stati creati LIBERI, ma il Peccato Originale ci tarpò questa libertà che non è fare quello che ci pare, ma LIBERI PER STARE MEGLIO.....

          


Spe salvi (30 novembre 2007)

scrive il Papa:

La fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l'uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale, l'affidabilità del reddito materiale, appunto, si relativizza. Si crea una nuova libertà di fronte a questo fondamento della vita che solo apparentemente è in grado di sostentare, anche se il suo significato normale non è con ciò certamente negato. Questa nuova libertà, la consapevolezza della nuova « sostanza » che ci è stata donata, si è rivelata non solo nel martirio, in cui le persone si sono opposte allo strapotere dell'ideologia e dei suoi organi politici, e, mediante la loro morte, hanno rinnovato il mondo.

Essa si è mostrata soprattutto nelle grandi rinunce a partire dai monaci dell'antichità fino a Francesco d'Assisi e alle persone del nostro tempo che, nei moderni Istituti e Movimenti religiosi, per amore di Cristo hanno lasciato tutto per portare agli uomini la fede e l'amore di Cristo, per aiutare le persone sofferenti nel corpo e nell'anima. Lì la nuova « sostanza » si è comprovata realmente come « sostanza », dalla speranza di queste persone toccate da Cristo è scaturita speranza per altri che vivevano nel buio e senza speranza.

Lì si è dimostrato che questa nuova vita possiede veramente « sostanza » ed è una « sostanza » che suscita vita per gli altri. Per noi che guardiamo queste figure, questo loro agire e vivere è di fatto una « prova » che le cose future, la promessa di Cristo non è soltanto una realtà attesa, ma una vera presenza: Egli è veramente il « filosofo » e il « pastore » che ci indica che cosa è e dove sta la vita.

***************

La libertà dell'Uomo e la Speranza verso la quale PER NATURA TENDE, sembra dire il Papa, è il nucleo centrale per cui l'uomo vive...
Un uomo senza Speranza è una Persona che NON vive, e la speranza è quella realtà che rende l'Uomo LIBERO NELLA RICERCA.....ricerca interiore ed esteriore a dare risposta alle domande che lo animano.....

Per ora mi fermo qui...leggiamo questa Enciclica meditandola magari davanti al Tabernacolo, in adorazione e in ascolto...

Fraternamente CaterinaLD
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Vogliamo essere veramente segno di contraddizione?

Altro non vi dico (…) Non vorrei più parole, ma trovarmi nel campo della battaglia, sostenendo le pene, e combattendo con voi insieme per la verità infino alla morte, per gloria e lode del nome di Dio, e reformazione della Santa Chiesa…”
(Santa Caterina da Siena, Lettera 305 al Papa Urbano VI ove lottò fino alla morte per difendere l’autorità del Pontefice)


La parusìa nella "Spe salvi"

Verso l'incontro con il Giudice


di Juan Manuel de Prada

"Non continuate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza", ci dice san Paolo (Prima lettera ai Tessalonicesi, 4, 13). Benedetto XVI ricorre nella Spe salvi a questa citazione per ricordarci che è "elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro". Sappiamo, in effetti, che la nostra vita "non finisce nel vuoto"; e questo è il messaggio che noi cristiani dobbiamo proclamare al mondo continuamente, dinanzi alla propaganda della disperazione che sembra essersi convertita in stendardo della nostra epoca. Una disperazione che, in ultima analisi, nasce dalla sensazione che la vita non vale nulla, al di là di alcuni vantaggi materiali e del godimento di alcuni piaceri perituri; e questa sensazione è fatalmente conseguente alla credenza che non esista un'altra vita. Dovremmo domandarci se noi cristiani non ci staremo lasciando trasportare dall'afflizione degli uomini senza speranza. Se il sale diventa insipido, con cosa si potrà salare il mondo?
La  scienza,  ci  ricorda  Benedetto XVI, ha fatto credere illusoriamente all'uomo che avrebbe potuto ristabilire il dominio sul creato, dominio perso a causa del peccato originale. Lo scienziato o il politico vogliono riconquistare l'Eden mediante strumenti puramente umani:  l'adorazione della scienza, la speranza nel progresso e la sfrenata sostituzione della religione con l'ideologia costituiscono la nuova idolatria del nostro tempo. In questo contesto, la fede religiosa si accantona, smette di essere vera sostanza vitale. Particolarmente illuminante risulta la riflessione che Benedetto XVI ci propone a partire dalla discussa traduzione di un versetto della Lettera agli Ebrei (11, 1):  "La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono". La fede, c'insegna il Papa, non deve essere una mera disposizione d'animo, un atteggiamento interiore volto verso il futuro, ma una realtà che è dentro di noi, che porta il futuro al presente, che trasforma e sostiene la nostra vita, che fa cominciare nel nostro presente la vita eterna.
Una fede che non è sostanza vitale è una fede falsificata. Diceva Hilaire Belloc che le eresie moderne, più che negare esplicitamente un dogma in concreto, preferiscono falsificarli tutti. Senza dubbio, uno dei dogmi più falsificati della nostra epoca - falsificato persino dai propri cristiani - è il dogma della seconda venuta di Cristo, o parusìa, che è la base salda della speranza cristiana e anche la sua vetta o culmine. È un dogma che recitiamo fra i quattordici articoli di fede contenuti nel Credo della Chiesa, così centrale come quello della sua prima venuta o Incarnazione:  "Di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti". Un dogma che conosciamo attraverso la stessa predicazione di Gesù contenuta nei sinottici (Luca, 17, 20; Matteo, 24, 23; Marco, 13, 21) e che troviamo ripetuto nelle lettere di Pietro e Paolo, come pure in quella grande profezia escatologica che è l'Apocalisse. Sappiamo che questa seconda venuta di Cristo sarà preceduta da una grande apostasia e da una grande sofferenza; sappiamo che il mondo non continuerà a evolversi indefinitivamente, fino all'esaurimento delle risorse, né finirà per caso o per una catastrofe naturale, ma che lo farà per un intervento diretto del suo Creatore. L'universo - ci ricorda il grande scrittore argentino Leonardo Castellani - non è un processo naturale, ma "un poema drammatico del quale Dio si è riservato l'inizio, l'intreccio e la conclusione, che si chiamano teologicamente Creazione, Redenzione e Parusìa".
Ricordiamo il monito degli angeli nell'Ascensione:  "Uomini Galilei, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete veduto andare in cielo". Si tratta di un formidabile rimprovero che continua a interpellare i cristiani del nostro tempo. La malattia della nostra fede consiste nel pensare che Dio non tornerà più; o anche nel non pensare che tornerà. Ha sempre richiamato la mia attenzione l'insufficiente presenza del dogma della parusìa nella predicazione dei nostri ministri; e, ancor più, la scarsissima, quasi nulla, consapevolezza che il cristiano comune ha di questa seconda venuta, forse perché ci è stato detto che giungerà preceduta da eventi luttuosi (si sa che è caratteristico della nostra epoca eludere qualsiasi questione molesta o dolorosa). Tuttavia, nell'eludere la questione, noi cristiani non facciamo altro che falsificare la nostra fede; non facciamo altro che affliggerci come uomini senza speranza.
Nell'occultare il processo divino della Storia, ci uniamo alla disperazione della nostra epoca, che promette all'uomo il paradiso sulla terra grazie alle sue forze, ossia mediante l'intervento della scienza e della politica. O, nel migliore dei casi, aderiamo a una certa visione spiritualistica e deliquescente delle cose ultime, sullo stile di quella formulata da Renan, secondo la quale tutti gli uomini che sono stati nel mondo si fonderanno in Dio, facendo parte del suo stesso essere. Tuttavia, di fronte a questa sogno di graduale dissoluzione in Dio - che non è altro che una falsificazione della fede - la speranza della parusìa, quando è sostanza della stessa vita, ci insegna che, alla fine del mondo, noi uomini saremo giudicati, e che non tutti sfoceremo nella Vita, ma anzi in molti cadremo in una "morte seconda" e definitiva. Questa visione del Giudizio intimorisce molti cristiani, che vedono in essa un'espressione lugubre che contraddice la benefica natura divina; mentre in realtà è la sua espressione più luminosa. In effetti, come afferma Benedetto XVI nella Spe salvi, citando - per confutarlo - Teodor W. Adorno, "una vera giustizia, richiederebbe un mondo "in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche revocato ciò che è irrevocabilmente passato"". Questa revoca della sofferenza passata si può ottenere pienamente solo attraverso la risurrezione della carne, estremo nel quale il dogma cristiano sovverte l'idealismo deliquescente proprio della nostra epoca:  la fede nel Giudizio finale è così la suprema espressione della speranza cristiana, trasformata in sostanza della nostra vita presente. Per la giustizia divina, è possibile revocare la sofferenza passata; e questa revoca la proveremo nella nostra stessa carne.
Naturalmente, ci ricorda Benedetto XVI, in questo atto di giustizia finale interverrà la grazia; ma la grazia "non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore". Proprio perché è grazia e giustizia allo stesso tempo, la speranza nel giudizio di Dio è sostanza della nostra fede:  "Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno - ci spiega Benedetto XVI in uno dei passaggi più chiarificatori della sua enciclica - Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia, domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura". Giustizia e grazia sono già state unite mediante l'Incarnazione; e raggiungeranno la loro pienezza nella parusìa. Per questo procediamo pieni di fiducia verso l'incontro con il Giudice, che è anche il nostro avvocato. E questo procedere fiducioso, sostanza della nostra vita, è il miglior antidoto alla disperazione della nostra epoca. Bisogna predicare nuovamente la Parusìa come pietra d'angolo della speranza cristiana; solo così noi cristiani vivremo la fede senza falsificazioni e saremo il sale che sala il mondo.



(©L'Osservatore Romano - 13 giugno 2008)



               



Exclamation La Speranza Cristiana del Purgatorio nell'Enciclica del Papa

......riporto dalla seconda parte del cap. III questo importante ed interessante passaggio dell'Enciclica del Papa..ovviamente le sottolineature sono mie..



44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento?

Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore [
35]. Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore.

La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto.
Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore.

Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo « I fratelli Karamazov ». I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. Vorrei a questo punto citare un testo di Platone che esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che alla fine le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono in verità. « Ora [il giudice] ha davanti a sé forse l'anima di un [...] re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia [...] e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è dritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l'anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell'agire, è caricata di smisuratezza ed infamia. Di fronte a un tale spettacolo, egli la manda subito nel carcere, dove subirà le punizioni meritate [...] A volte, però, egli vede davanti a sé un'anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera [...], se ne compiace e la manda senz'altro alle isole dei beati » [
36].

Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.

45. Questa idea vetero-giudaica della condizione intermedia include l'opinione che le anime non si trovano semplicemente in una sorta di custodia provvisoria, ma subiscono già una punizione, come dimostra la parabola del ricco epulone, o invece godono già di forme provvisorie di beatitudine. E infine non manca il pensiero che in questo stato siano possibili anche purificazioni e guarigioni, che rendono l'anima matura per la comunione con Dio. La Chiesa primitiva ha ripreso tali concezioni, dalle quali poi, nella Chiesa occidentale, si è sviluppata man mano la dottrina del purgatorio.

Non abbiamo bisogno di prendere qui in esame le vie storiche complicate di questo sviluppo; chiediamoci soltanto di che cosa realmente si tratti. Con la morte, la scelta di vita fatta dall'uomo diventa definitiva – questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell'intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all'amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l'odio e hanno calpestato in se stesse l'amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno [
37]. Dall'altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo – persone, delle quali la comunione con Dio orienta già fin d'ora l'intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono [38].

46. Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l'uno né l'altro è il caso normale dell'esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un'ultima apertura interiore per la verità, per l'amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male – molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell'anima. Che cosa avviene di simili individui quando compaiono davanti al Giudice?
Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti? O che cosa d'altro accadrà?

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, ci dà un'idea del differente impatto del giudizio di Dio sull'uomo a seconda delle sue condizioni. Lo fa con immagini che vogliono in qualche modo esprimere l'invisibile, senza che noi possiamo trasformare queste immagini in concetti – semplicemente perché non possiamo gettare lo sguardo nel mondo al di là della morte né abbiamo alcuna esperienza di esso. Paolo dice dell'esistenza cristiana innanzitutto che essa è costruita su un fondamento comune: Gesù Cristo. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure nella morte.

Poi Paolo continua: « Se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco » (3,12-15). In questo testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse; che alcune cose edificate possono bruciare fino in fondo; che per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il « fuoco » per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell'eterno banchetto nuziale.

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ».

È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia.

È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo [
39].

Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).

48. Un motivo ancora deve essere qui menzionato, perché è importante per la prassi della speranza cristiana. Nell'antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia per mezzo della preghiera (cfr per esempio 2 Mac 12,38-45: I secolo a.C.). La prassi corrispondente è stata adottata dai cristiani con molta naturalezza ed è comune alla Chiesa orientale ed occidentale.

L'Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed espiatrice delle anime nell'« aldilà », ma conosce, sì, diversi gradi di beatitudine o anche di sofferenza nella condizione intermedia.

Alle anime dei defunti, tuttavia, può essere dato « ristoro e refrigerio » mediante l'Eucaristia, la preghiera e l'elemosina. Che l'amore possa giungere fin nell'aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte – questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l'aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono?

Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il « purgatorio » è semplicemente l'essere purificati mediante il fuoco nell'incontro con il Signore, Giudice e Salvatore, come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all'altra? Quando poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l'altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l'altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell'intreccio dell'essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione.

E con ciò non c'è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell'altro né è mai inutile. Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me [
40].

Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale.


http://www.vatican.va/holy_father/be...-salvi_it.html
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Sublime!!!!!!!!


         
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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12/15/2008 9:02 AM
 
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I fondamenti biblici della "Spe salvi"



L'umanesimo cristiano
speranza della modernità


di Cesare Bissoli
Pontificia Università Salesiana

Per una lettura della Spe salvi che metta in evidenza i suoi fondamenti biblici, occorre far riferimento a tre aspetti particolarmente significativi:  l'approccio esistenziale alla Parola di Dio, il tipo di presenza e di impiego della Bibbia, i motivi biblici centrali.
 
Il lettore attento, percorrendo i diversi paragrafi dell'enciclica, nota immediatamente che il riferimento alla Parola di Dio non assume affatto il ruolo di citazione edificante. Ci si trova presi nel binomio, tanto suggestivo quanto necessario, di "speranza e vita", e ciò dentro un serrato confronto tra due umanesimi, quello cristiano e quello moderno. Ne risulta un rigoroso esercizio ermeneutico che garantisce una corretta e fruttuosa comprensione sia della Scrittura sia della condizione dell'uomo a cui la Parola di Dio si rivolge.

Si pensi a questo proposito al valore portante di Ebrei, 11, 1 e di Efesini, 2, 12, che fanno da perno all'enciclica. Soltanto in questo modo infatti la Bibbia può dare risposte serie, perché viene interpellata su domande serie. E tali sono quelle sulla speranza, dove sono coinvolti in maniera intensa il pensiero biblico e il pensiero umano, più esplicitamente Dio e l'uomo. Si può applicare qui quanto dice la recente Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione, a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede:  "Ogni incontro (del Vangelo) con una persona o una cultura concreta può svelare delle potenzialità del Vangelo poco esplicitate in precedenza, che arricchiranno la vita concreta dei cristiani e della Chiesa" (n. 6).
Assai numerosi sono i riferimenti biblici.

A partire da Romani, 8, 24, che dà il titolo alla "Spe salvi" ("salvati nella speranza"), le citazioni sono una settantina:  la stragrande maggioranza di esse è tratta dal Nuovo Testamento, in particolare dalla Lettera agli Ebrei, da varie lettere paoline (segnatamente dalla prima e seconda ai Corinti e dalla Lettera agli Efesini), dal quarto vangelo. L'Antico Testamento, che fa da asse portante alla riflessione sulla Lettera agli Ebrei, compare soprattutto, nella parte finale dell'enciclica, con citazioni dei salmi in relazione soprattutto al binomio sofferenza-speranza.

Il Papa non ha inteso presentare una teologia biblica della speranza sotto tutti gli aspetti, ma come già nel libro su Gesù di Nazaret, al centro sta la riflessione su alcuni nodi ritenuti centrali nel disegno globale del tema speranza-salvezza. Sono nodi biblici, teologici e antropologici, approfonditi alla luce della grande tradizione, segnatamente con il contributo dei Padri della Chiesa, in cui facile principe è sant'Agostino.
In una visione di insieme si può riscontrare che il Papa non usa un linguaggio astratto, non fa la teoria della speranza, ma riflette sul mondo delle persone che hanno o non hanno speranza, che mostrano di essere in difficoltà (o in pace) con la vita perché in difficoltà (o in pace) con la speranza. È quella dinamica interpersonale tra Dio e l'umanità, accennata all'inizio, che il Papa alimenta con il ricorso alla Bibbia, sviluppato in cinque momenti:  prima viene l'esempio storico di persone credenti nel Dio di Gesù Cristo che hanno esperienza positiva di speranza; poi è richiamato il paradigma normativo di un cammino di speranza che ingloba il popolo intero della Bibbia; in seguito si ricorda il fatto drammatico, pur esso storico, di un mondo di persone "senza speranza e senza Dio nel mondo", secondo l'espressione di Efesini, 2, 12; fa seguito l'illuminazione biblica che anima il non facile apprendistato a vivere nella speranza che tocca al cristiano nel tempo; conclude una testimone biblica eccezionale della speranza, Maria di Nazaret. Per ragioni di spazio ci fermiamo sui primi tre momenti.

Anzitutto partendo dalla verità, pur essa del tutto personale e personalizzante, che base oggettiva della speranza è la redenzione operata da Dio in Cristo, il Papa comincia la sua esposizione riportando fatti concreti:  al convincente episodio della schiava Bakhita (n. 3) congiunge, come fondamento rivelato, quello di un altro schiavo, Onesimo, di cui parla la Lettera a Filemone (n. 4). Entrambi sono fruitori di speranza grazie alla riconosciuta signoria liberatrice di Cristo, qualificato con il binomio di filosofo (è il psicagogo antico, guida dell'anima) e pastore (n. 6).

Questa redenzione, feconda di speranza, conosce un paradigma rassicurante e normativo, che biblicamente ha il suo perno in Ebrei 11.
È un testo biblico, purtroppo ignorato o considerato una speculazione teologica circa il sacerdozio e il sacrificio di Cristo. In realtà, in questa lettera, Gesù è visto come sacerdote che fa da capo e guida di un popolo in cammino verso la terra promessa, tanto attesa e cercata. Il passo di Ebrei, 11, 1, su cui il Papa si ferma con una rigorosa esegesi, è un elaborato concettuale che interpreta le ragioni per cui il pellegrinaggio del popolo di Dio è vero ed è sostenibile:  "La fede è hypòstasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono". La fede è "sostanza", cioè un dato oggettivo (non un semplice sentimento soggettivo come pensava Lutero), che garantisce in noi fin da oggi ciò che ci sarà dato domani, e diventa per tale motivo prova e certezza di tale futuro.

"La fede attira dentro il presente il futuro, così che quest'ultimo non è più il puro "non ancora"". Il popolo di Dio non cammina nel vuoto o nel vago. "Il presente viene toccato dalla realtà futura e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future" (n. 7). Sempre nell'ambito di Ebrei, 11, il Papa mette in chiaro con parole molto forti la ferita fatta alla speranza cristiana, per averla "privatizzata" individualisticamente, estinguendo in qualche periodo storico quella carica sociale che le è propria, essendo speranza di un popolo che, in quanto tale, è portatore di una speranza condivisa, il raggiungimento della "città di Dio" (cfr 11, 10. 16; 12, 22; 13, 14), espressione massima di una salvezza comunitaria (cfr n. 14).

Vi insiste il Papa sempre indicando passi della Lettera agli Ebrei e aggiungendo due altri motivi biblici luminosi:  citando 1 Timoteo, 2, 6, ci ricorda che Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti. Cui si aggiunge 2 Corinzi, 5, 15, con il commento:  "Vivere per lui significa lasciarsi coinvolgere nel suo "essere per"" lungo la sua vicenda terrena (n. 28). Non si ha speranza per sé se non la si ha per gli altri e con gli altri, dandone i segni, come buoni compagni di viaggio.

Siamo finalmente al terzo momento drammatico di un mondo di persone "senza speranza e senza Dio nel mondo". Il pensiero di Benedetto XVI traspare dall'insistenza nel citare Efesini, 2, 12, che troviamo come filo rosso dall'inizio alla fine dell'enciclica:  ai numeri 2, 3, 5, 23, 27, 44 per ben sei volte. Ivi Paolo ricorda agli Efesini che prima del loro incontro con Cristo erano "senza speranza e senza Dio nel mondo" (n. 2). Il Papa vi vede come in filigrana il cammino storico di persone nel tempo della modernità. In un severo bilancio, nota il fallimento della "grande speranza" di cui l'uomo ha bisogno, a motivo di progetti soltanto umani e conclude:  "L'uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza. Visti gli sviluppi dell'età moderna, l'affermazione di San Paolo citata all'inizio (cfr Efesini, 2, 12) si rivela molto realistica e semplicemente vera" (n. 23). "Chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Efesini, 2, 12). "Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza" (Efesini, 2, 12)" (n. 44).

Qui il testo biblico si pone, dunque, come dolorosa profezia, dove non si nega per sé l'esistenza di valori anche in una modernità senza Dio, ma non se ne vede la capacità di essere via che porta alla meta. Non si respira la "grande speranza", quella speranza certa e definitiva che solo Dio può realizzare. Questo antagonismo è stato criticato da certuni. Ma bisogna tener presente la prospettiva teologica dei principi entro cui Ratzinger si muove. Essa non esclude una prospettiva aperta su considerazioni storiche e pastorali più specifiche.

Successivamente il Papa con la Parola di Dio illumina il tirocinio della speranza tramite la preghiera, l'esercizio della speranza, la stessa sofferenza e finalmente in relazione al grande Giudizio finale, concludendo con Maria, stella della speranza.

Buon criterio di lettura sarà avere presente l'ottica esistenziale storica e concreta che deriva dalla comprensione biblica della speranza da parte di Benedetto XVI. Non dimenticheremo, in particolare, il testo di Ebrei, 11, all'interno della totalità della Lettera agli Ebrei, come specchio della nostra identità di popolo di Dio in cammino verso la città futura, un popolo impegnato a prefigurarne il volto oggi in segni di speranza condivisa e solidale, non dimenticando realisticamente sia i testimoni positivi, martiri della speranza, come dei fratelli vietnamiti, sia il respiro corto e fragile di speranze umane emarginando Dio.

Buon compito pastorale è di integrare la forte e giusta proposta del Papa con una teologia biblica più dettagliata della speranza e con una attenta mediazione pedagogica, mai dimenticando che proprio dell'incontro con la Sacra Scrittura è di attingere la "consolazione della speranza" (cfr Romani, 15, 4).




(©L'Osservatore Romano - 16 maggio 2008) 




Pregando per uno sconosciuto, come insegna Dostoevskij
“L'Osservatore Romano” (23-24 maggio 2008).




* * *

di Padre José Luis Plascencia Moncayo*


Perché il Santo Padre ha scelto come tema per la sua seconda enciclica proprio la speranza? Anche se la risposta vera e piena potrebbe venire solo dal Papa stesso, mi sembra che si possano individuare almeno tre possibili ragioni: da una parte vuol invitarci a contemplare l'essenziale della nostra fede cristiana attraverso le tre virtù teologali, o meglio, attraverso il triplice atteggiamento teologale che costituisce l'identità della nostra vita cristiana. Un'altra ragione ci viene offerta dal Sinodo dei vescovi dell'Europa, che ha trovato la sua espressione piena nell'esortazione apostolica Ecclesia in Europa: «L'urgenza più grande» leggiamo nell'introduzione, «consiste in un accresciuto bisogno di speranza, così da poter dare senso alla vita e alla storia».

Non sarebbe strano considerare l'enciclica come una risposta a questo bisogno, tenendo conto della preoccupazione speciale del Santo Padre per la situazione del continente europeo. Inoltre nelle diverse parti dell'enciclica affiora — e non poteva essere altrimenti — il pensiero più personale del Papa: in modo particolare, quello che aveva espresso quaranta anni fa nella sua opera più conosciuta, Introduzione al Cristianesimo, che ha avuto il record, ancora non superato per quello che io so, di diffusione di un libro di teologia: undici edizioni nel suo primo anno. Questa opera straordinaria nasce mentre è giovane professore a Tubinga; di questo periodo lui stesso racconta nella sua autobiografia: «Ernst Bloch insegnava allora a Tubinga (...); quasi contemporaneamente al mio arrivo, nella facoltà evangelica di teologia fu chiamato Jürgen Moltmann, che nel suo affascinante libro Teologia della Speranza ripensava completamente la teologia a partire da Bloch».


Mi piace pensare che questa enciclica costituisca il compimento, nella sua piena maturità, di un sogno della gioventù teologica di Joseph Ratzinger: dire la fede in chiave di speranza. Utilizzando un'immagine molto semplice, vorrei presentare la dimensione teologica come chiave di lettura dell'enciclica, alla maniera di una guida turistica che si legge prima di visitare una città sconosciuta, per orientarsi e poter valutare meglio quello che si visiterà; non può sostituire la visita stessa, ma piuttosto è in funzione di essa. D'altra parte, la guida può anche aggiungere alcuni elementi storici o artistici che permettono di capire meglio quello che poi si vedrà. Anzitutto, il Papa stabilisce un dialogo molto interessante con diverse correnti religiose e, soprattutto, filosofiche e scientifiche, cominciando da un esame della situazione culturale dei primi secoli del cristianesimo. Poi, in particolare, affronta l'età moderna, con Francis Bacon, la Rivoluzione francese, Emmanuel Kant, l'Idealismo tedesco, in particolare Hegel; continua poi soffermandosi, nell'ottocento, su Karl Marx e, nel secolo ventesimo, sul comunismo.

Da ultimo esamina la posizione critica della scuola di Francoforte, in particolare con Adorno e Max Horkheimer. Non possiamo qui analizzare nel dettaglio le riflessioni che Benedetto xvi sviluppa in questo interessante dialogo diacronico, nel quale, entro le logiche limitazioni di spazio e di linguaggio, egli offre alcune chiavi di lettura molto indovinate per capire qual è stato il movimento del pensiero occidentale negli ultimi secoli, e soprattutto qual è stato l'atteggiarsi della speranza cristiana di fronte ad esso. È infatti nell'ambito della speranza, più che in quello della fede, che emergono le diverse maniere di intendere l'uomo, il mondo e, nella prospettiva religiosa, Dio stesso. In fondo, la domanda a cui si vuol rispondere la troviamo nel n. 10: «La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita?». È il linguaggio cristiano soltanto «informativo» o anche, e soprattutto, «performativo»?

Trasforma cioè la nostra vita?.

In questa prospettiva di teologia fondamentale ritroviamo molti elementi della Introduzione al Cristianesimo, in particolare della sua prima parte. Penso, per esempio, alla concezione della verità, «Verum quia faciendum», e agli interrogativi, che qui si pongono, circa la verifica della fede, il rapporto futuro-speranza, l'impegno per trasformare la realtà. Il Papa non fa una riflessione sistematica sulla speranza, ma piuttosto fa una teologia sistematica nell'ottica della speranza: e questo evoca un lavoro analogo, ma in fondo diverso nei contenuti e nel metodo, rispetto a quello del suo collega evangelico di Tubinga citato prima. Indubbiamente, l'enciclica del Santo Padre, per sua natura, non ha le pretese scientifiche di Moltmann nella sua Teologia della Speranza, ma, nella sua brevità, mi sembra più chiara e sistematica.


Se vogliamo pur brevissimamente menzionare alcuni aspetti di questa teologia sistematica nell'orizzonte della speranza, possiamo dire: il Dio in cui crediamo è quella Realtà personale, «Ragione, Volontà, Amore», che noi non abbiamo creato, ma che ha creato noi, e che permette di avere, al di là delle «piccole speranze», una radicale speranza anche oltre la morte, in modo che «chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza». Anche il giudizio non è fonte di minaccia o spavento, ma di speranza, e non in maniera individuale, ma comunitaria e universale; il rapporto inscindibile, in Dio, tra la giustizia e la grazia, che ci permette, utilizzando il titolo di un libro di Hans Urs von Balthasar, di «sperare per tutti», ma senza minimizzare il valore di atti e decisioni di questa vita. Il purgatorio non come un luogo o tempo, ma come l'incontro (che può essere di «un istante») con il Signore Gesù, fuoco d'amore che brucia, purifica, e riempie dello stesso amore.

La preghiera per i nostri defunti: mai diventa inutile! A questo riguardo, non posso omettere un brano bellissimo de I Fratelli Karamazov di Dostoevskij, anche per la sua sintonia con il pensier0 del Papa: «Ricordati anche di questo: ogni giorno, anzi, ogni volta che puoi, ripeti dentro di te: “Signore, abbi pietà di tutti quelli che oggi sono comparsi dinanzi a Te”. Perché a ogni ora, a ogni istante, migliaia di uomini finiscono la loro vita su questa terra, e le loro anime si presentano al Signore. E quanti uomini lasciano la terra in completa solitudine, senza che nessuno lo sappia, tristi e angosciati, perché nessuno li piange e nessuno sa neppure che hanno vissuto! Allora, forse, dall'estremo opposto della terra si leva in quel momento la tua preghiera al Signore per la pace di colui che sta morendo, sebbene tu non l'abbia conosciuto affatto, né lui abbia conosciuto te. Come si commoverà la sua anima quando sentirà, nell'attimo in cui sarà giunta davanti a Dio piena di timore, che qualcuno prega anche per lei, che sulla terra è rimasto un essere umano che ama anche lei. E Dio sarà misericordioso con tutti e due; perché, se tu hai avuto tanta pietà di quell'uomo, quanta più ne avrà Lui, che è infinitamente più misericordioso e più amoroso di te! E gli perdonerà per amor tuo».


Se all'inizio abbiamo parlato del rapporto della speranza con la fede, adesso troviamo il suo compimento pieno nell'amore. «Soltanto l'amore è degno di speranza» scriveva Urs von Balthasar; la speranza trova il suo oggetto «degno» soltanto se si spera nell'amore; anzi, nell'Amore con la maiuscola, che è il Dio di Gesù Cristo. «Questa grande speranza può essere solo Dio» leggiamo nell'enciclica, «ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine (...) E il suo Amore è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è veramente vita». Ma anche è presente la direzione inversa: dove l'amore è il soggetto della speranza. Qui possiamo ricordare san Paolo: «L'amore spera tutto» (I Corinzi, 13, 7), e aggiunge Søren Kierkegaard: «...e perciò non resta mai confuso»: e lo spiega in maniera straordinaria nelle pagine della sua opera più importante, Atti dell'Amore. In particolare, il Papa presenta questa dimensione nel rapporto con gli altri: chi ama è l'unico che può sperare per gli altri, per tutti.


L'amore apprende ed esercita la sua speranza in diversi «luoghi», come li chiama il Santo Padre: la preghiera, l'azione e la sofferenza, che permettono di vivere alcuni atteggiamenti tipici di chi crede-spera-ama: la con-solazione (il credente mai si sente solo, e cerca di fare in maniera che nessuno si senta così); la vulnerabilità e la com-passione.


*Università Pontificia Salesiana

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Una lettura della «Spe salvi» dal continente della speranza

Per costruire il presente
bisogna guardare alle realtà ultime




di Lina Boff
Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro

La Spe salvi evoca immediatamente i concetti fondamentali di fede e speranza che sono disseminati e permeano tutti i documenti del Concilio Vaticano ii. La riflessione contenuta nell'enciclica dà infatti continuità al magistero conciliare e ravviva in tutti i cristiani, e nei cattolici in particolare, concetti ormai assimilati dalla teologia cattolica. Essi - ci ricorda Benedetto xvi - devono tuttavia essere tradotti abitualmente nella vita quotidiana dei cristiani per rendere credibile il vangelo davanti a una umanità alla ricerca di senso.

Non intendo naturalmente forzare il proposito dell'insegnamento della Spe salvi e neanche lo spirito con cui è stata concepita. La lettura che segue è quella di una donna consacrata, teologa in un continente specifico quale è l'America Latina, considerato continente della speranza e, in un certo modo, in sintonia con quello europeo per le sue radici cristiane, poiché facciamo parte della migrazione storica a cui tanti popoli hanno partecipato portando contributi propri su questioni vitali. È la lettura di una docente di teologia sistematica, che ha vissuto da giovane nell'Amazzonia e che ha seguito da vicino il processo del concilio Vaticano ii, attraverso il vescovo della prelatura di Acre e Purus (oggi diocesi di Rio Branco). Il contesto e il vivere concretamente in mezzo a un popolo ospitale e aperto all'accoglienza di tutte le razze e culture con le loro credenze e religioni - a partire dalle radici cristiane della colonizzazione, nel senso ampio e obiettivo - parlano del profondo sentimento di comunione e di unità con il Papa, per quello che rappresenta non solo per la fede della Chiesa, ma anche per il mondo in generale. Lo dimostra la sua visita in occasione della quinta Conferenza dell'episcopato latinoamericano.
 
Il rispetto e l'ammirazione per il Papa visto quale fratello di cammino e padre nella fede, portano questo popolo a entrare in dialogo con lui. Benedetto xvi è venuto infatti fra noi per parlare di verità esistenziali importanti di cui nessuno parla.

In primo luogo si deve riconoscere che l'insegnamento dell'enciclica ha reso l'escatologia più vicina a tutte le persone che professano la fede cristiana e cattolica. Perché? Anzitutto perché le ultime realtà proposte dalla dogmatica cattolica sono presentate e enfatizzate nella Spe salvi come realtà vissute nel presente. Poi perché queste realtà sono considerate nella loro dimensione comunitaria e sociale. In terzo luogo perché la portata teologica dei "novissimi" ci spingono all'impegno di vivere la vita eterna a partire dalla chiamata alla santità che Dio Padre ci ha fatto in Cristo Gesù, attraverso la Chiesa. È da questa chiamata che nasce l'impegno per la costruzione di un mondo e di una società nel momento presente nella speranza del Signore della vita piena.

La Spe salvi inizia sottolineando e approfondendo i concetti di fede e di speranza nei fondamenti biblici dei capitoli 10 e 11 della Lettera agli Ebrei (cfr n. 7). Da qui l'espressione "la fede è speranza". Appaiono qui gli elementi escatologici dell'unica speranza nel senso che le realtà considerate ultime della fede cristiana devono essere vissute già nel presente e quindi anticipate. "Se la Lettera agli Ebrei dice che i cristiani quaggiù non hanno una dimora stabile, ma cercano quella futura (cfr Ebrei, 11, 13-16; Filippesi, 3, 20), ciò è tutt'altro che un semplice rimandare a una prospettiva futura:  la società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata" (n. 4).

Questa anticipazione concepita nel senso di "vera presenza" di Cristo, speranza in noi (cfr n. 8), ci schiude l'orizzonte della fede che è la speranza, poiché "la fede è hypòstasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono (Ebrei, 11, 1). La fede che abbiamo "in germe" dentro di noi rende presenti in noi "le cose che si sperano:  il tutto, la vita vera". La fede "attira dentro il presente il futuro, così che quest'ultimo non è più il puro "non-ancora""; ma per il fatto di avere "in germe" la vita eterna dentro di noi - realtà incoativa e dinamica - abbiamo di essa fin da ora una certa percezione (cfr n. 7).

I cristiani appartengono a una società nuova, e nel loro pellegrinaggio cercano la futura "speranza escatologica" che "non diminuisce l'importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell'attuazione di essi" (Gaudium et spes, n. 21). Questi motivi trovano il proprio fondamento in Dio e nell'esperienza della speranza nella vita eterna; sono motivi che danno dignità alla persona umana, rispondono agli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore, perché solo Dio dà una risposta piena e certa alle grandi domande che l'essere umano si pone e al suo destino (cfr n. 21).

Nell'insegnamento dell'enciclica risalta il linguaggio figurativo che Benedetto xvi utilizza per far capire chiaramente qual è la "nuova speranza" che tutti dobbiamo ricercare (n. 6). Riassumendo, il Papa utilizza le immagini del filosofo e del pastore dei primordi della fede cristiana. Sono figure assorbite e assimilate nel loro contenuto più profondo:  quello del vero pastore che ha assunto la nostra vita e la nostra morte, e che non ci lascia soli, né nella vita né nella morte. Questa nuova speranza è Cristo. Ne consegue che il nostro incontro con Cristo deve essere un incontro performativo, incontro che trasforma veramente la nostra vita, al punto da farci sentire redenti per mezzo della speranza che Egli è.

Considerata questa realtà quale fondamento della nostra speranza umana e cristiana, si può parlare della trasformazione di una società e di tutte le società, dall'interno. Tale esperienza ci apre alla vita eterna come "vita beata", la vita che è semplicemente vita, pura "felicità" (n. 11). La vita eterna mira a darci quella gioia che nessuno potrà toglierci (cfr Giovanni, 16, 22), il significato pieno della vita è l'immersione "nell'oceano dell'infinito amore" (n. 12). Chiediamo la vita eterna nel sacramento del Battesimo quando chiediamo la fede, "di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti" (n. 10). Il concetto di vita eterna supera il dramma della morte e il suo significato per la nostra condizione di persone umane. La vita eterna è vissuta al di là della "temporaneità della quale siamo prigionieri"; può essere "il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità".

La gioia sembra essere l'istante della vita eterna che è espressa da Gesù nel Vangelo di Giovanni:  "Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia" (16, 22). In poche parole, l'esperienza della resurrezione in Cristo porta con sé questa gioia, la vita eterna, il cielo.

Questo concetto di vita eterna ricorda il settimo capitolo della costituzione Lumen gentium. In quell'insegnamento la vita eterna è il futuro definitivo, escatologico e allo stesso tempo è, in un certo senso, anticipata in immagini:  la Chiesa come "popolo di Dio", come "famiglia", attende la redenzione di tutti i suoi figli e figlie nella resurrezione finale (cfr Romani, 8, 23-25). Mettendo questi due aspetti escatologici - la realizzazione futura delle speranza e la fase di anticipazione parziale - uno accanto all'altro, la costituzione conciliare dice che fin da ora siamo uniti a Cristo:  sia visibilmente, mediante l'appartenenza fedele alla Chiesa, che è il suo Corpo, sia invisibilmente, in quanto segnati dallo Spirito Santo che è garanzia della nostra eredità futura. È bene notare l'enfasi posta sulla dimensione comunitaria nell'esperienza quotidiana delle realtà ultime della nostra vita, realtà che contraddistinguono l'identità cristiana nelle sue diverse espressioni.

Nel corso di tutta l'enciclica si possono cogliere espressioni di questo aspetto tanto importante della fede-speranza. Il Pontefice si ricollega alla teologia di Henri de Lubac:  "Sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, ha potuto mostrare che la salvezza è stata sempre considerata come una realtà comunitaria" (Spe salvi, n. 14).

La testimonianza che attira la nostra attenzione, fra le altre, è la parresìa evangelica di un Papa che pone domande dirette al mondo moderno e al fenomeno della cosiddetta post-modernità, in un momento storico come il nostro, in cui la modernità ha liberato la soggettività umana, al punto che stiamo vivendo un mutamento epocale fortemente segnato dall'assenza di principi basilari della convivenza umana e cristiana e di fondamenti per il sano esercizio della libertà come diritto inalienabile della persona umana.
L'enciclica rivolge una particolare attenzione alla spiegazione dei "novissimi" che parlano delle cose più sicure della nostra vita temporale. Con un linguaggio diretto, riscattando concetti ancora poco articolati con le nuove forme di evangelizzazione - un compito urgente per la teologia attuale - il Papa descrive, a mo' di riflessione, l'esperienza di testimoni che vissero la fede che è speranza, in diverse situazioni della vita temporale (n. 37), veri e propri ambiti di apprendimento e di esercizio della speranza.

Nel presentare in forma pastorale la sofferenza, il giudizio, l'inferno, il purgatorio, la resurrezione della carne, la giustizia che è speranza perché è anche grazia, in un linguaggio figurativo e persino metafisico, accogliamo l'insegnamento dell'enciclica con questa riflessione di vita:  vivere i "novissimi", nelle condizioni e con i limiti del nostro tempo, implica il fondare la nostra fede che è speranza fondata sul mistero di Dio che, nella persona di Gesù Cristo, genera la vita passando per la morte e si fa fonte di vita, attraverso lo Spirito Santo, nella resurrezione.

Accogliere l'insegnamento di queste realtà significa lasciare che Dio ci parli attraverso il mistero pasquale di Cristo, nostra speranza, ma anche della sua presenza profetica nelle persone che, con la forza dello Spirito donato da Gesù Cristo, si sono impegnate nella costruzione di un mondo più umano e hanno vissuto un progetto di grande riconciliazione, per una società dove sia più facile essere fratelli gli uni degli altri e l'amore sia meno oneroso (cfr n. 8).




(©L'Osservatore Romano - 6 giugno 2008)

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/15/2008 9:07 AM
 
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Progresso e conoscenza nella «Spe salvi»
Le pretese salvifiche della scienza moderna




di Georges Marie Martin Cottier
Cardinale Pro-Teologo della Casa Pontificia
L'Enciclica Spe salvi non poteva mancare di interrogarsi sulle ragioni dell'"attuale crisi della fede che, nel concreto, è soprattutto una crisi della speranza cristiana" (n. 17). La speranza, peraltro, deve essere considerata in sé stessa, ma anche in quanto è ispiratrice delle aspirazioni e degli slanci che caratterizzano una cultura alla quale, d'altro canto, essa rivela il suo orizzonte trascendente.

La speranza cristiana si è così trovata a essere il bersaglio di critiche violente sulla base dell'accusa di alimentare una preoccupazione egoistica della salvezza individuale e di incoraggiare la fuga davanti alle responsabilità nei confronti degli altri.

Il processo così intentato trae appoggio e giustificazione da una concezione del rapporto dell'uomo con il mondo che ha origine dall'ebbrezza della presa di coscienza delle enormi possibilità di azione che offre la scienza moderna. Sono queste possibilità, più che la natura di questa scienza, che affascinano. In altre parole, si tratta propriamente di un'ideologia che è venuta a sovrapporsi alla scienza come tale. Coloro dunque che hanno accusato Benedetto XVI di essere "contro la scienza" hanno affrontato il testo dell'enciclica, peraltro molto esplicito, con fretta e prevenzione.

Francesco Bacone, che il Papa cita più volte, è stato uno dei primi a vedere che il nuovo approccio allo studio della natura, caratterizzato dall'osservazione e dalla formalizzazione matematica, apriva all'intelligenza umana un campo di esplorazione illimitato e soprattutto avviava alla "vittoria dell'arte sulla natura", alla vittoria della technè.

Occorre evocare ugualmente un altro testimone della rivoluzione culturale moderna, René Descartes: secondo lui grazie alla nuova scienza, la cui finalità pratica è esplicitamente affermata, noi saremmo divenuti "padroni e possessori della natura".</I>

Come sottolinea l'enciclica, si instaura così una nuova correlazione tra scienza e prassi. Una breve formula ne esprime lo spirito e l'ambizione: "sapere è potere".
</I>
L'enciclica attira l'attenzione sulla parte direttamente teologica dell'interpretazione baconiana: la nuova correlazione tra scienza e prassi significherebbe che il dominio sulla creazione, dato all'uomo da Dio e perso nel peccato originale, verrebbe ristabilito; il che suggerisce che la nuova scienza ha una portata salvifica.
</I>
L'idea, caricata di reminiscenze bibliche, proseguirà il suo cammino, attraverso metamorfosi e meandri, lungo tutto il corso del secolo dei Lumi e fino al ventesimo secolo.</I>

La si trova espressa da un autore, il quale, pur con la sua immaginazione stravagante, ha esercitato un'enorme influenza, a tal punto che il socialismo fino a Marx da un lato, il positivismo di Auguste Comte, suo discepolo, dall'altro, possono appellarsi a lui: Henri de Saint-Simon (1760-1825). Nell'opera </I>Le Nouveau Cristianisme egli afferma che è venuta l'epoca in cui è dato di "intravedere la possibilità di effettuare la grande operazione morale, poetica e scientifica, che consiste nel trasferire il paradiso terrestre trasportandolo dal passato al futuro". Si tratta dell'operazione intellettuale più importante che si possa fare.

Il sapere positivo perfezionerà la morale e annienterà "l'idea falsa e scoraggiante che il bene abbia preceduto il male"; sancirà l'idea giusta, consolante e stimolante, secondo la quale le nostre fatiche miglioreranno il benessere dei nostri figli. Si tratta di un'"idea essenzialmente religiosa, poiché presenta il paradiso celeste come la ricompensa finale di tutti i lavori che avranno contribuito al miglioramento della condizione della specie umana lungo il corso della sua esistenza terrena".

A suo modo questo testo illustra il rapporto polemico con la speranza cristiana che è insito nel mito del progresso, e aiuta a comprendere
la diagnosi proposta nel numero 17 dell'enciclica.

La grande maggioranza dei pensatori che, nei secoli successivi, si porranno nella scia dell'analisi di Francesco Bacone faranno professione di ateismo o di un deismo anticristiano. Rimane certo comunque che, in se stesso, il progetto non lo si comprende pienamente che nella prospettiva spirituale di una volontà di soppiantare la speranza propria dell'antica religione.

Si tratta di sostituire al Regno di Dio il regno dell'uomo. Uno dei rappresentanti maggiori dell'ateismo moderno, Feuerbach, si presenterà come colui che, affermando essere l'uomo il dio dell'uomo, porterà al suo coronamento la cristologia, svelandone il senso antropologico. Il suo contemporaneo, Auguste Comte, creerà di sana pianta la religione dell'umanità, essendo la religione considerata come l'espressione di un bisogno umano.

Più vicino a noi, un autore marxista, nutrito di reminiscenze del profetismo biblico, Ernst Bloch, si proporrà di mettere in evidenza l'ispirazione profetica ed escatologica capace di conferire il suo vero dinamismo a un movimento rivendicante un carattere scientifico.

In effetti, il "materialismo dialettico e storico" si è presentato come la scienza della società e della storia, una scienza che consente all'uomo di dominare tanto l'una quanto l'altra. Per Auguste Comte la regina delle scienze, coronamento del sapere positivo, è la sociologia che permette l'organizzazione della società.

In realtà, è il mito del progresso necessario a sostenere le grandi ideologie moderne. Esso poggia sulla convinzione che una ragione immanente guida la storia verso la felicità della specie umana, verso il "paradiso", che si realizzerà nella storia stessa. Questo risultato è come garantito in anticipo: il progresso è per definizione progresso nella direzione del bene. È in virtù della prassi dominatrice dell'uomo che questa realizzazione si compie progressivamente. La prassi significa l'azione della ragione scientifica e tecnica.

Un presupposto essenziale della fede nel Progresso è che la marcia della storia, che è marcia della ragione, conduce infallibilmente a un incremento continuo del bene. Le terribili esperienze del ventesimo secolo e la comparsa della bomba atomica hanno provocato l'acuta presa di coscienza che non è possibile mettere ai margini, come se si trattasse di una quantità insignificante, la sofferenza dei secoli e il cinismo dei potenti. (Qui non si possono che menzionare i numeri 41 e seguenti dell'enciclica concernenti il giudizio, che richiederebbero una riflessione approfondita).

La questione posta è così quella della natura della ragione. Quando Benedetto XVI scrive che "non è la scienza che redime l'uomo" (n. 26), egli si riferisce a una certa idea della ragione, quella che ispira le diverse forme di scientismo e di positivismo. Significativa, a questo proposito, è la critica "dell'errore fondamentale di Marx. Egli ha dimenticato che l'uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l'uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male" (n. 21).

Il vero errore di Marx fu il suo materialismo, in virtù del quale egli faceva dell'uomo e della sua felicità un prodotto delle condizioni economiche favorevoli.
Adorno ha messo perfettamente in evidenza l'ambiguità del progresso, il quale "offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male" (n. 22).

L'ambizione che anima l'ideologia scientista e positivista è di applicare all'insieme della realtà, come unicamente valido, il metodo che ha dato prova di se stesso nelle scienze della natura. Ma vi è qui una riduzione della ragione, che impedisce di vedere nell'uomo ciò che trascende l'ordine della natura materiale e che fonda la sua dignità. Su questo argomento, Fides et ratio ha attirato con forza la nostra attenzione.

Saint-Simon attribuisce a coloro che al tempo dei Lumi venivano chiamati "i filosofi" l'intenzione di sostituire alla Genesi, nell'elaborare l'Encyclopédie, un nuovo testo fondatore. L'osservazione, checché ne sia della sua veracità, ha il merito di attirare la nostra attenzione sulla posta in gioco, veramente importante, di fronte alla quale ci troviamo.

Dio ha stabilito l'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, come suo amministratore nei confronti di una natura destinata a provvedere ai suoi bisogni. Amministrare significa adempiere fedelmente una missione. Detto altrimenti, la dimensione etica interviene come elemento costitutivo della relazione dell'uomo con la natura e con se stesso. La prassi umana, in quanto attività tecnica, richiede, in virtù di una esigenza che appartiene alla sua natura, la regolazione etica. È obbedendo alla legge morale che l'uomo trova la sua vera libertà, perché egli sperimenta allora la verità del suo essere. Al contrario, cedendo al miraggio di una sua piena autosufficienza, egli diventa preda dell'arbitrio e della dialettica del dominio, dove i forti schiacciano i deboli.

Certo, si pretende sempre di agire per il bene dell'umanità. Ma conviene ricordare una tesi di Auguste Comte, che suona come una sinistra premonizione: l'umanità - a suo dire - non si identifica con ciascuno degli esseri umani. Essa è rappresentata dai Grandi Uomini. Oggi noi abbiamo sentito affermare, nell'indifferenza generale, che non ogni membro della specie umana è per ciò stesso una persona. A ciò si oppone frontalmente la verità affermata da Gaudium et spes: "L'uomo è la sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa" (n. 24).

Ricordando che "non è la scienza che redime l'uomo", Benedetto XVI ci mette in guardia contro l'idea di una scienza che sarebbe regola di se stessa, indipendentemente dalla legge etica, come suppone la fede nel Progresso. Spetta all'etica indicare la strada dei veri progressi che l'umanità, cosciente della sua dignità, è in diritto di attendere dalla "scienza".
(©L'Osservatore Romano - 11 aprile 2008)
__________________
Vogliamo essere veramente segno di contraddizione?

Altro non vi dico (…) Non vorrei più parole, ma trovarmi nel campo della battaglia, sostenendo le pene, e combattendo con voi insieme per la verità infino alla morte, per gloria e lode del nome di Dio, e reformazione della Santa Chiesa…”
(Santa Caterina da Siena, Lettera 305 al Papa Urbano VI ove lottò fino alla morte per difendere l’autorità del Pontefice)




La parusìa nella "Spe salvi"

Verso l'incontro con il Giudice


di Juan Manuel de Prada

"Non continuate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza", ci dice san Paolo (Prima lettera ai Tessalonicesi, 4, 13). Benedetto XVI ricorre nella Spe salvi a questa citazione per ricordarci che è "elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro". Sappiamo, in effetti, che la nostra vita "non finisce nel vuoto"; e questo è il messaggio che noi cristiani dobbiamo proclamare al mondo continuamente, dinanzi alla propaganda della disperazione che sembra essersi convertita in stendardo della nostra epoca. Una disperazione che, in ultima analisi, nasce dalla sensazione che la vita non vale nulla, al di là di alcuni vantaggi materiali e del godimento di alcuni piaceri perituri; e questa sensazione è fatalmente conseguente alla credenza che non esista un'altra vita. Dovremmo domandarci se noi cristiani non ci staremo lasciando trasportare dall'afflizione degli uomini senza speranza. Se il sale diventa insipido, con cosa si potrà salare il mondo?

La  scienza,  ci  ricorda  Benedetto XVI, ha fatto credere illusoriamente all'uomo che avrebbe potuto ristabilire il dominio sul creato, dominio perso a causa del peccato originale. Lo scienziato o il politico vogliono riconquistare l'Eden mediante strumenti puramente umani:  l'adorazione della scienza, la speranza nel progresso e la sfrenata sostituzione della religione con l'ideologia costituiscono la nuova idolatria del nostro tempo. In questo contesto, la fede religiosa si accantona, smette di essere vera sostanza vitale.
 

Particolarmente illuminante risulta la riflessione che Benedetto XVI ci propone a partire dalla discussa traduzione di un versetto della Lettera agli Ebrei (11, 1):  "La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono". La fede, c'insegna il Papa, non deve essere una mera disposizione d'animo, un atteggiamento interiore volto verso il futuro, ma una realtà che è dentro di noi, che porta il futuro al presente, che trasforma e sostiene la nostra vita, che fa cominciare nel nostro presente la vita eterna.

Una fede che non è sostanza vitale è una fede falsificata. Diceva Hilaire Belloc che le eresie moderne, più che negare esplicitamente un dogma in concreto, preferiscono falsificarli tutti. Senza dubbio, uno dei dogmi più falsificati della nostra epoca - falsificato persino dai propri cristiani - è il dogma della seconda venuta di Cristo, o parusìa, che è la base salda della speranza cristiana e anche la sua vetta o culmine. È un dogma che recitiamo fra i quattordici articoli di fede contenuti nel Credo della Chiesa, così centrale come quello della sua prima venuta o Incarnazione:  "Di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti". Un dogma che conosciamo attraverso la stessa predicazione di Gesù contenuta nei sinottici (Luca, 17, 20; Matteo, 24, 23; Marco, 13, 21) e che troviamo ripetuto nelle lettere di Pietro e Paolo, come pure in quella grande profezia escatologica che è l'Apocalisse. Sappiamo che questa seconda venuta di Cristo sarà preceduta da una grande apostasia e da una grande sofferenza; sappiamo che il mondo non continuerà a evolversi indefinitivamente, fino all'esaurimento delle risorse, né finirà per caso o per una catastrofe naturale, ma che lo farà per un intervento diretto del suo Creatore.

L'universo - ci ricorda il grande scrittore argentino Leonardo Castellani - non è un processo naturale, ma "un poema drammatico del quale Dio si è riservato l'inizio, l'intreccio e la conclusione, che si chiamano teologicamente Creazione, Redenzione e Parusìa".
Ricordiamo il monito degli angeli nell'Ascensione:  "Uomini Galilei, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete veduto andare in cielo". Si tratta di un formidabile rimprovero che continua a interpellare i cristiani del nostro tempo. La malattia della nostra fede consiste nel pensare che Dio non tornerà più; o anche nel non pensare che tornerà. Ha sempre richiamato la mia attenzione l'insufficiente presenza del dogma della parusìa nella predicazione dei nostri ministri; e, ancor più, la scarsissima, quasi nulla, consapevolezza che il cristiano comune ha di questa seconda venuta, forse perché ci è stato detto che giungerà preceduta da eventi luttuosi (si sa che è caratteristico della nostra epoca eludere qualsiasi questione molesta o dolorosa).
 
Tuttavia, nell'eludere la questione, noi cristiani non facciamo altro che falsificare la nostra fede; non facciamo altro che affliggerci come uomini senza speranza.

Nell'occultare il processo divino della Storia, ci uniamo alla disperazione della nostra epoca, che promette all'uomo il paradiso sulla terra grazie alle sue forze, ossia mediante l'intervento della scienza e della politica. O, nel migliore dei casi, aderiamo a una certa visione spiritualistica e deliquescente delle cose ultime, sullo stile di quella formulata da Renan, secondo la quale tutti gli uomini che sono stati nel mondo si fonderanno in Dio, facendo parte del suo stesso essere. Tuttavia, di fronte a questa sogno di graduale dissoluzione in Dio - che non è altro che una falsificazione della fede - la speranza della parusìa, quando è sostanza della stessa vita, ci insegna che, alla fine del mondo, noi uomini saremo giudicati, e che non tutti sfoceremo nella Vita, ma anzi in molti cadremo in una "morte seconda" e definitiva.

Questa visione del Giudizio intimorisce molti cristiani, che vedono in essa un'espressione lugubre che contraddice la benefica natura divina; mentre in realtà è la sua espressione più luminosa. In effetti, come afferma Benedetto XVI nella Spe salvi, citando - per confutarlo - Teodor W. Adorno, "una vera giustizia, richiederebbe un mondo "in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche revocato ciò che è irrevocabilmente passato"".

Questa revoca della sofferenza passata si può ottenere pienamente solo attraverso la risurrezione della carne, estremo nel quale il dogma cristiano sovverte l'idealismo deliquescente proprio della nostra epoca:  la fede nel Giudizio finale è così la suprema espressione della speranza cristiana, trasformata in sostanza della nostra vita presente. Per la giustizia divina, è possibile revocare la sofferenza passata; e questa revoca la proveremo nella nostra stessa carne.

Naturalmente, ci ricorda Benedetto XVI, in questo atto di giustizia finale interverrà la grazia; ma la grazia "non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore". Proprio perché è grazia e giustizia allo stesso tempo, la speranza nel giudizio di Dio è sostanza della nostra fede:  "Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno - ci spiega Benedetto XVI in uno dei passaggi più chiarificatori della sua enciclica - Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia, domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura". Giustizia e grazia sono già state unite mediante l'Incarnazione; e raggiungeranno la loro pienezza nella parusìa.

Per questo procediamo pieni di fiducia verso l'incontro con il Giudice, che è anche il nostro avvocato. E questo procedere fiducioso, sostanza della nostra vita, è il miglior antidoto alla disperazione della nostra epoca. Bisogna predicare nuovamente la Parusìa come pietra d'angolo della speranza cristiana; solo così noi cristiani vivremo la fede senza falsificazioni e saremo il sale che sala il mondo.



(©L'Osservatore Romano - 13 giugno 2008)




La «Spe salvi», la Chiesa e l'Occidente

Quel di più
che la storia umana
non riesce a colmare


di Ernesto Galli della Loggia

Il passato e il presente; l'Occidente e la sua tradizione culturale da un lato, la modernità dall'altro:  è tra questi due poli che sembra muoversi la riflessione che Benedetto XVI ha fin qui consegnato ai suoi interventi di maggior impegno, in particolare a entrambe le sue encicliche. Una riflessione il cui contenuto vero non è poi altro che il destino del cristianesimo.

Solo se l'Occidente, infatti, l'antico teatro geografico e storico che primo accolse il messaggio proveniente da Gerusalemme per farne anima e forma della sua cultura, intenderà tutta la profondità del rapporto con le proprie origini cristiane, solo a questa condizione, sembra pensare il Papa, la religione della Croce potrà reggere la sfida lanciatale dai tempi nuovi, continuando a tenere il suo animo fermo all'antica promessa del non praevalebunt.

Da qui la spinta a ripercorrere in qualche modo l'intero arco della vicenda cristiana, a ripercorrere le molte vie attraverso cui essa non solo ha plasmato l'Occidente dopo essersi mischiata alle sue radici classiche, ma, contrariamente a una convinzione diffusa, ha anche preparato e perfino favorito l'avvento della modernità. L'obiettivo ambiziosissimo è quello niente di meno, come si legge, di "un'autocritica dell'età moderna in dialogo col cristianesimo" nella quale peraltro "confluisca anche un'autocritica del cristianesimo moderno", cioè, se capisco bene, di una sorta di "nuovo inizio" segnato da quello che appare il vero obiettivo di questo pontificato:  la riconciliazione tra religione e modernità.
Nel procedere in questa direzione mi sembra che il Papa operi una svolta decisiva non tanto rispetto al Concilio in quanto tale, ma certamente rispetto alla vulgata che ne è circolata largamente negli anni seguenti. Benedetto XVI, infatti, sembra porre al centro dell'attenzione - si badi bene:  all'attenzione non politica, ma teologica - della Chiesa non più genericamente il "mondo", bensì l'Occidente, il problema dell'Occidente. Di conserva egli individua con sicurezza i termini teoricamente cruciali per il discorso cristiano sulla modernità non più, come aveva fatto il Vaticano II, nella "giustizia", nella "pace" e nell'autodeterminazione individuale e collettiva, ma nella "ragione" e nella "scienza" (la seconda in specie sostanzialmente assente nella tematizzazione conciliare).

Tutto ciò è ben visibile nell'ultima enciclica del Papa. Se con la Deus caritas est Joseph Ratzinger aveva esplorato alcuni dei mutamenti rivoluzionari introdotti dal messaggio evangelico nel mondo dell'"intimità morale", in particolare nei rapporti con l'altro, tra quei due "altri" per antonomasia che sono l'uomo e la donna, con la Spe salvi egli concentra la propria attenzione su un aspetto altrettanto decisivo di quella che Benedetto Croce chiamò la "rivoluzione cristiana" che è all'origine del mondo moderno:  vale a dire il rapporto assolutamente nuovo rispetto alla dimensione del futuro che  quella  rivoluzione  significò  per le culture in cui ebbe modo di affermarsi.

Con ciò l'analisi di Benedetto XVI prende il taglio, che in questa enciclica è propriamente suo (ma che già si affacciava in quella precedente), di una declinazione della prospettiva teologica che tende continuamente a configurarsi come filosofia della storia. Anzi meglio, per chi come chi scrive guarda queste cose dall'esterno:  a porre la religione cristiana come l'origine prima della storia quale dimensione tipica del pensiero occidentale.

Se infatti, come l'enciclica non si stanca di sottolineare facendone il proprio asse, la fede cristiana è per l'essenza speranza, cioè fede in un futuro ("i cristiani hanno un futuro"; "la loro vita non finisce nel vuoto"); se essa, come scrive icasticamente il Papa, ha "attirato dentro il presente il futuro", e lo ha fatto, egli aggiunge, avendo in mente il futuro non di questo o quel singolo ma dell'intera comunità dei credenti, ebbene come non vedere proprio in ciò, allora, la premessa per quella più generale tensione al domani e all'oltre che ha segnato così intimamente tutta quanta la nostra civiltà? Ma per l'appunto in questa tensione sta l'origine dell'idea che l'oggi prepara il domani, che il senso di quanto accade oggi è in questa preparazione, e quindi che la vicenda umana nel suo complesso possedendo una direzione, un fine possiede anche un senso, un significato.
Sta insomma qui l'origine, per dirla con una sola parola, dell'idea di storia. E per conseguenza della frattura di cui si sostanzia la modernità:  dal momento che è proprio nell'ambito della "speranza", del "futuro", del significato della storia - lungo un percorso che dall'attesa del Paradiso ha condotto all'attesa del progresso - che si è sviluppato forse il principale momento di laicizzazione della mentalità collettiva moderna.
Lo scritto di Papa Ratzinger -mai come in questo caso assolutamente suo:  a un certo punto si legge un "io sono convinto" del tutto inusuale per il testo di un'enciclica - è per una buona parte la ricognizione nel campo della storia delle idee delle cause che hanno portato all'espulsione della speranza cristiana dal mondo a opera specialmente del binomio scienza-libertà. Per ribadire naturalmente che però né la scienza, né le sempre parziali realizzazioni politiche della libertà, saranno mai in grado di soddisfare il bisogno di giustizia e di amore che si agita in ogni essere umano e che è invece la sostanza della speranza cristiana, garantita da Dio ai credenti:  "solo Dio può creare la giustizia", così come solo l'amore può bilanciare la cupa "sofferenza dei secoli".

Anche chi è privo della fede, come chi scrive, non fa fatica a convenire sull'esistenza di questo irreparabile "di più" che la storia umana priva di Dio non riuscirà mai a colmare. Ma questo accordo - che non ha né vuole avere nulla di formale, e del resto dovrebbe essere nella sostanza quasi scontato - non può mettere a tacere un'osservazione critica che investe l'insieme dell'analisi dell'enciclica, pure così convincente in molti passaggi:  perché la storia dell'Occidente cristiano è andata così? Perché essa sembra concludersi con uno scacco della religione che pure l'ha così intimamente forgiata?

La risposta sta forse in quella che a un certo punto, l'ho già ricordato, l'enciclica stessa chiama la necessaria "autocritica del cristianesimo moderno":  indicazione alla quale però non viene dato alcun seguito.
Mi domando se sia lecito aspettarsi da Benedetto XVI ciò che avremmo senz'altro chiesto al professor Ratzinger. Non lo so. Ma sono certo che se mai in un domani il Pontefice volesse far sentire la sua voce per rispondere a questo interrogativo, quella voce susciterebbe forse un'eco non destinata a spegnersi nel tempo.



(©L'Osservatore Romano - 28 giugno 2008)


         
 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Cosa spera l'uomo di oggi?

I cattolici pessimisti
sono una bestemmia vivente



Un anno fa, il 22 maggio 2008, moriva Paolo Giuntella. Giornalista e scrittore, era nato nel 1946 e, dopo avere lavorato per alcuni quotidiani ("Il Popolo", "Avvenire", "Il Mattino"), dal 1999 seguiva per il Tg1 della Rai l'attività del presidente della Repubblica. Poco prima di morire era stato pubblicato il suo ultimo libro (L'aratro, l'ipod, e le stelle. Diario di viaggio di un laico cristiano, Milano, Paoline, 2008, pagine 175, euro 12), e ora è appena uscita, a cura di Laura Rozza Giuntella, la nuova edizione di un volumetto scritto con il padre, lo storico Vittorio Emanuele Giuntella (1913-1996), con l'aggiunta di una lunga appendice (Il gomitolo dell'alleluja. Di padre in figlio il filo della fede, Roma, Ave, 2009, pagine 151, euro 9). Per ricordare lo scrittore pubblichiamo un suo testo inedito.

di Paolo Giuntella

Caro amico, tu mi dici, come si fa ad avere speranza in tempi come questo? Tempi di guerra, di terrore, letteralmente, di opposti fondamentalismi, di razzismi, di lavoro e sentimenti precari, di disuguaglianze e ingiustizie? Come si fa a sperare e chi continua, spes contra spem, a sperare? E soprattutto, cosa spera la gente?

Beh, ti dovessi dire... io non sono così pessimista. In realtà c'è più gente che spera di quanto non si creda. D'altra parte io sono della scuola di François Varillon:  la speranza è un istinto genetico, costitutivo, dell'uomo. La speranza di cambiare vita, la speranza di un diverso orizzonte, la speranza, magari anche solo il sogno, di uscire dal tunnel dell'oppressione, della servitù, della depressione, della miseria, la speranza di una vita oltre la vita, la speranza di una nuova scoperta, la speranza di conoscere il mistero della vita... La ragione è alla radice della speranza. Perché? Non potrebbe apparire il contrario? No, la disperazione è il rifiuto di affrontare con la ragione il problema del senso ultimo della vita, del senso della storia, rimanendo prigionieri, in modo irrazionale ed emotivo, dei dati immediati, duri e oscuri, dell'esistenza e dell'ingiustizia, del mistero del male, del dolore, della morte, dell'insensatezza delle crudeltà, della violenza...

Se vuoi, la speranza è la risposta alla disperazione, la risposta al senso del limite, della finitezza, è, come dire, una pretesa della ragione di cercare di intuire il senso della vita oltre l'insensatezza apparente, la ricerca del sentiero per dare una spiegazione al desiderio e ai momenti di felicità, di gioia, all'amore, all'amicizia, alla solidarietà, di riconoscere l'esigenza insopprimibile di un oltre, di un Altro, l'istinto, dell'eterno, del divino, dell'infinito.

È un po' come definire il nostro tempo secolarizzato, un po' come parlare di eclissi del sacro. Mai visto un'epoca più intrisa di sacro, di deificazione, di sacralizzazione, di tante banalità:  dalle identità etniche al libero mercato, dalle etnie alla ricchezza, dal sesso al diritto di proprietà privata, dal tifo sportivo al look, all'apparenza, dall'avere all'apparire, dal successo agli status symbol, per non parlare delle sette religiose, del recupero delle radici religiose in funzione culturale, identitaria di "civiltà contro" sino a tutte le liturgie laiche e tutti i templi profani:  la borsa, le banche, i centri commerciali, gli outlet, i cosiddetti eventi musicali o televisivi, sportivi o politici, persino le piste ciclabili e i mercatini etnici...

Il problema, hai ragione tu, è piuttosto capire cosa, oggi, in queste ore, in questi mesi, in questi anni, sperano gli uomini e le donne, i giovani, i ragazzi, gli anziani.

Cosa spera l'umanità che è prigioniera degli orizzonti precari della vita, dal lavoro precario alla precarietà e alla frammentazione degli affetti, dei legami profondi, dell'idea stessa di patto, alleanza, amicizia, amore, e persino alla precarizzazione delle stesse convinzioni etiche e politiche? Cosa sperano i prigionieri delle liturgie secolarizzate del nostro tempo, nei centri commerciali, negli outlet, nei supermercati, nei mercatini domenicali? Cosa credono che sia la speranza tutte le donne e gli uomini che ritmano la loro vita con la lingua degli spot, con i giochi, i serial e i gossip televisivi, con la seduta in palestra e la seduta in pizzeria, la stagione dei saldi e quella delle emozioni collettive (dalla solidarietà via sms, alle grandi paure per gli attentati e alle grandi fiction o alla programmazione cinematografica e televisiva natalizia)...

Per molti la speranza è un'automobile nuova, è la casa, la prima casa, ma anche la seconda casa, una storia d'amore, una serata di sesso, un contratto di lavoro, il lavoro a tempo indeterminato, una promozione, una comparsata televisiva, una vacanza, una crociera, un colpo di fortuna, un grande successo di denaro o di carriera, il nuovo ipod, un nuovo super dvd, un nuovo frigorifero. Secolarizzate le grandi speranze politiche o rivoluzionarie, ridotta allo stato laicale la speranza cristiana, la speranza diffusa di molti occidentali è quella di fuggire dall'angoscia, dai grandi interrogativi sulla vita e sulla morte, o dalla precarietà con supplementi di gratificazioni materialiste ravvicinate, con piccole attese di felicità istantanea. Il nostro è tempo di liofilizzati e non di obiettivi differiti, di progetti da costruire, e da condividere.

Questo è vero. Ma io non credo all'eclissi della speranza. Tu mi avverti:  attento, non mi replicare con le solite dosi di buonismo retorico, di falso perbenismo, di speranzismo cattolico da omelia o documento ecclesiale, o di ottimismo laico della volontà... Ebbene hai ancora ragione. Cercherò di dirti la mia evitando i luoghi comuni melassati. Il vero rischio di oggi è la non speranza. Su questo sono d'accordo. Ma la non speranza è il non cristianesimo. Perché la speranza cristiana, che non necessariamente coincide con la conversione del mondo e il trionfo del bene sul male sulla Terra, è il fondamento escatologico del cristianesimo. E senza fondamento escatologico non esiste né esperienza di fede, né trascendenza. I cattolici pessimisti, come i cattolici musoni o i cristiani moralisti, sono una bestemmia vivente. Inutile che ti ricordi ancora una volta il poema di Charles Péguy, Il portico della seconda virtù, quando si sbilancia:  "La virtù che amo di più, dice il Signore, è la speranza".

Per i cristiani, insomma, il limite invalicabile resta la concezione autentica e non sdolcinata della speranza cristiana:  la tensione escatologica che ridimensiona ogni illusione e ogni progetto umano.

Tutto questo neo-cristianesimo senza Parola, senza Vangelo, ridotto - come ci siamo detti tante volte ma giova pur sempre ripeterlo - a identità culturale, addirittura a identità geopolitica, questo cristianesimo senza stranieri, senza samaritani e samaritane, senza prostitute, senza pubblicani e senza Zaccheo, senza adultere e senza poveri, dunque senza speranza, senza riscatto, senza giustizia, senza eguaglianza, senza fraternità, senza libertà - quella vera, quella del grido degli schiavi freedom, freedom over me, non quella dei neoliberisti che vogliono liberarsi solo dalle regole, dalle costituzioni scritte, dall'indipendenza e autonomia dei poteri - tutto questo cristianesimo dei valori proclamati e non vissuti, dei valori "ideologici" e non biblici, dei valori conservatori, ebbene questo cristianesimo post-cristiano e senza speranza è il vero problema.

La lezione dei martiri e dei profeti ci porta a una necessaria, non rinviabile scelta di campo:  la strada della felicità, quella dell'avventura cristiana. La Croce è il segno eterno, nella storia ma oltre la storia, nel tempo ma oltre il tempo e lo spazio, che il Dio della nostra esperienza di fede non è il Dio del potere, della potenza, del dominio, ma il Dio Amore della apparente sconfitta nella storia, nel tempo, il Dio crocifisso.

Per questo noi non dobbiamo avere paura della depressione, dei momenti di bassa in cui vediamo tutto nero, dal piano personale a quello politico. La disperazione è parte della condizione umana, ce lo insegna una delle più intense espressioni musicali, il blues. Se non attraversassimo momenti cupi saremmo perfetti, cioè non saremmo umani, perché la nostra è condizione di finitudine e di limite.

Solo avvertendo tutto l'abisso, e tuttavia tutti i raggi di luce, tutto il dolore ma anche tutte le energie di allegria, innamoramento, estasi, della nostra esperienza carnale e dunque storica, possiamo credere - e possiamo farlo con la ragione, con l'intelligenza razionale - in un riscatto, nella redenzione, della chiamata a una Città Futura pienezza dei tempi, speranza compiuta finalmente, perciò pienezza di umanità, anzi di divino-umanità. Se Dio è Amore la speranza non può essere vissuta in solitudine. Se Dio è Amore la sua conoscenza, diventare intimi di Dio, vivere con Dio, essere intimi di un Amore che rende liberi, che suscita e crea libertà, vuol dire cercare anzitutto di nutrirmi di questo amore infinito che rende liberi in modo assoluto totale e già ora. È una convinzione profonda maturata nella mia esperienza di vita, nel mio viaggiare, nel mio leggere, nella mia strada che dalla ragione porta alla fede, a una fede liberante, appagante, fondamento di piacere non di dovere.

Croce e Resurrezione sono l'inizio di un percorso di trasfigurazione che siamo chiamati a percorrere credendoci e sperandoci. Questa è l'eredità, la lezione che ci è stata data. E se riusciamo a metterci su questa strada non con condizioni particolari di privilegio, ma dovendo fare i conti quotidiani con il lavoro, con i pannolini da cambiare, con figli da tirar su, avremo incarnato la speranza che condividiamo con tanti altri.


(©L'Osservatore Romano - 22-23 maggio 2009)


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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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1/6/2012 7:26 PM
 
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[SM=g1740733] Cari Amici, il santo Padre Benedetto XVI ha scritto tre meravigliose Encicliche ed una è la Spe Salvi, l'ultimo paragrafo l'ha dedicato alla Santa Madre di Dio che invochiamo "speranza nostra", o anche Maria stella del mare...
Vi offriamo allora in audio e karaoke, da leggere ed ascoltare insieme, l'intero paragrafo. Sono solo 7 minuti, spendiamoli bene e mettimaoci all'opera anche noi, con Maria, con il Papa!
www.gloria.tv/?media=237013

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5/18/2012 12:27 PM
 
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[SM=g1740733] Spe Salvi in video

Benedetto XVI Spe Salvi Fede e Speranza (1)

Cari Amici, da questo video-audio e a Dio piacendo, vi offriamo l'opportunità di meditare l'enciclica di Papa Benedetto XVI Spe Salvi: nella speranza siamo salvati. L'enciclica è divisa per capitoli e paragrafi nel tentativo, molto umile, di offrire una maggiore disposizione per l'approfondimento e lo studio delle ampie tematiche che gli argomenti trattati comportano.
Vi chiediamo davvero poco tempo da dedicare alla formazione di una retta coscienza, approfittiamone e facciamone dono anche per gli incontri comunitari e parrocchiani.

www.gloria.tv/?media=290687

******************************

Si ringrazia l'Autore dell'audio del quale purtroppo non conosciamo il nome e che raccomandiamo alla Madonna del Rosario per il grande servizio reso a tutti noi.
L'Enciclica, in formato cartaceo integrale, la potete trovare qui:
www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi...

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Titoli dei video:

- Benedetto XVI Spe Salvi Fede e Speranza (1)
www.gloria.tv/?media=290687

- Spe Salvi Concetto di Speranza prima parte (2)
- Spe Salvi Concetto di Speranza parte seconda (3)
- Benedetto XVI Spe Salvi La Vita eterna (4)
- Spe Salvi Speranza Cristiana individuale (5)
- Spe Salvi trasformazione tempi moderni prima parte(6)
- Spe Salvi trasformazione tempi moderni parte seconda (7)
- Spe Salvi Preghiera scuola di speranza prima parte (8)
- Spe Salvi Preghiera scuola di speranza seconda parte (9)
- Spe Salvi Giudizio esercizio della speranza parte prima (10)
- Spe Salvi Giudizio esercizio della speranza seconda parte (11)
- Spe Salvi Maria Stella della speranza conclusione (12)




[SM=g1740717]

[SM=g1740757]

Proseguiamo con il secondo invio dell'Enciclica, la prima parte la trovate qui:
- Benedetto XVI Spe Salvi Fede e Speranza (1)
www.gloria.tv/?media=290687

- Spe Salvi Concetto di Speranza prima parte (2)
www.gloria.tv/?media=291110




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[SM=g1740722]

[SM=g1740771]

- Spe Salvi Concetto di Speranza parte seconda (3)
www.gloria.tv/?media=291473


[SM=g1740717]

[SM=g1740757]

[SM=g1740722] Vi raccomandiamo molto questa parte dell'Enciclica dedicata alla Vita eterna.... sono nove minuti di ASCOLTO intenso ed anche assai istruttivo. Il Papa con parole semplici mira al cuore del problema e delle domande che ci inquietano da sempre: perchè nasciamo? quale è la vera felicità? cosa c'è dopo la morte? che cosa è la vita eterna? [SM=g1740733] il Papa da delle risposte FANTASTICHE e convincenti...

- Benedetto XVI Spe Salvi La Vita eterna (4)
www.gloria.tv/?media=291737





[SM=g1740717]

[SM=g1740757]


[SM=g1740733] - Spe Salvi Speranza Cristiana individuale (5)
www.gloria.tv/?media=292149




Titoli dei video già postati:

- Benedetto XVI Spe Salvi Fede e Speranza (1)
www.gloria.tv/?media=290687

- Spe Salvi Concetto di Speranza prima parte (2)
www.gloria.tv/?media=291110

- Spe Salvi Concetto di Speranza parte seconda (3)
www.gloria.tv/?media=291473

- Benedetto XVI Spe Salvi La Vita eterna (4)
www.gloria.tv/?media=291737



[SM=g1740717]

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[Edited by Caterina63 5/22/2012 2:22 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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5/23/2012 10:24 AM
 
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[SM=g1740717] [SM=g1740720] In queste due parti "la speranza e la sua trasformazione nei tempi moderni", il Papa affronta i cambiamenti sociali e culturali che hanno portato a sperare nell'uomo anzichè in Dio.... Benedetto XVI affronta i limiti e le illusioni prodotte dal socialismo e dal comunismo, così come quelle di uno sfrenato consumismo, ed offre una profonda e ragionevole spiegazione sui motivi della scristianizzazione e la necissità di ritornare a Cristo

- Spe Salvi trasformazione tempi moderni prima parte(6)
www.gloria.tv/?media=292474


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- Benedetto XVI Spe Salvi Fede e Speranza (1)
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- Spe Salvi Concetto di Speranza parte seconda (3)
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- Benedetto XVI Spe Salvi La Vita eterna (4)
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- Spe Salvi Speranza Cristiana individuale (5)
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[SM=g1740722]

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[SM=g1740738] In questa seconda parte "la speranza e la sua trasformazione nei tempi moderni", il Papa affronta i cambiamenti sociali e culturali che hanno portato a sperare nell'uomo anzichè in Dio.... Benedetto XVI affronta i limiti e le illusioni prodotte dal socialismo e dal comunismo, così come quelle di uno sfrenato consumismo, ed offre una profonda e ragionevole spiegazione sui motivi della scristianizzazione e la necissità di ritornare a Cristo

- Spe Salvi trasformazione tempi moderni parte seconda (7)
www.gloria.tv/?media=292596




[SM=g1740717]

- Spe Salvi Preghiera scuola di speranza prima parte (8)
www.gloria.tv/?media=296579

bellissime meditazioni sulla sofferenza quale approdo della vera speranza cristiana....




[SM=g1740717]

******************

- Spe Salvi Preghiera scuola di speranza seconda parte (9)
www.gloria.tv/?media=299066





[SM=g1740717]

[SM=g1740771]


[Edited by Caterina63 6/10/2012 9:47 PM]
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6/12/2012 1:42 PM
 
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[SM=g1740717] Stiamo per giungere alla conclusione di questa meravigliosa Enciclica, Spe Salvi, e qui il santo Padre ci invita a meditare sul Purgatorio quale vera ed autentica speranza del misericordioso Giudizio di Dio. L'argomento è diviso in due parti per una maggior riflessione.

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Titoli dei video già postati:

- Benedetto XVI Spe Salvi Fede e Speranza (1)
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- Spe Salvi Concetto di Speranza prima parte (2)
www.gloria.tv/?media=291110

- Spe Salvi Concetto di Speranza parte seconda (3)
www.gloria.tv/?media=291473

- Benedetto XVI Spe Salvi La Vita eterna (4)
www.gloria.tv/?media=291737

- Spe Salvi Speranza Cristiana individuale (5)
www.gloria.tv/?media=292149

- Spe Salvi trasformazione tempi moderni prima parte(6)
www.gloria.tv/?media=292474

- Spe Salvi trasformazione tempi moderni parte seconda (7)
www.gloria.tv/?media=292596

- Spe Salvi Preghiera scuola di speranza prima parte (8)
www.gloria.tv/?media=296579

- Spe Salvi Preghiera scuola di speranza seconda parte (9)
www.gloria.tv/?media=299066


- Spe Salvi Giudizio esercizio della speranza parte prima (10)
www.gloria.tv/?media=299870





[SM=g1740733]


In questa seconda parte il santo Padre ci spiega l'importanza del Purgatorio e del Giudizio visti non come qualcosa di cui aver paura, ma al contrario, quale Speranza per la nostra salvezza definitiva.

- Spe Salvi Giudizio esercizio della speranza seconda parte (11)
www.gloria.tv/?media=300306




[SM=g1740717]


*********************

Cari Amici, siamo giunti al termine dell'Enciclica Spe Salvi nella quale, il santo Padre Benedetto XVI, ci aiuta a rivolgerci alla Beata Vergine Maria quale Stella della Speranza, e quale vero ed autentico modello di vita cristiana che sa riconoscere in Cristo Gesù lo scopo della nostra esistenza e l'approdo gioioso che ripaga di ogni sofferenza terrena.

- Spe Salvi Maria Stella della speranza conclusione (12)
www.gloria.tv/?media=300585




[SM=g1740750]

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[Edited by Caterina63 6/14/2012 11:27 AM]
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11/26/2017 2:18 PM
 
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14:26
3 visualizzazioni2 ore fa
 
Il 2 dicembre 2007, in occasione della Visita pastorale all’Ospedale romano "San Giovanni Battista" del Sovrano Militare Ordine di Malta, Benedetto XVI tenne una bellissima omelia nella quale prese...
 
 
 
 
7:41
Conclusione, con la glorificazione di Maria, Madre della Speranza, dall'enciclica, qui letta in audio e testo, di Benedetto XVI. Imperdibile. Andando nella Home del canale troverete tutta l'encicli...
 
 
 
 
12:25
seconda parte del capitolo stupendo della Spe Salvi di Benedetto XVI sul Giudizio di Dio e la speranza cristiana. Nella Home dei video troverete tutta l'enciclica, letta con audio e testo.
 
 
 
 
12:05
Lettura con testo della enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI, imperdibile
 
 
 
 
7:50
Lettura con testo della enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI. Nell'elenco video troverete tutta la serie completa.
 
 
 
 
16:34
Lettura della Spe Salvi, con testo, enciclica di Benedetto XVI
 
 
 
 
9:39
Lettura con testo dell'enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI si veda nella pagina principale per avere tutta insieme l'enciclica divisa in capitoli.
 
 
 
 
8:05
sesta lettura accompagnata anche dal testo, dell'enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI
 
 
 
 
7:17
quinta lettura dell'enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI, imperdibile.
 
 
 
 
9:04
4 visualizzazioni4 ore fa
 
quarto video della lettura dell'enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI
 
 
 
 
10:25
5 visualizzazioni4 ore fa
 
terzo video lettura dell'enciclica Spe Salvi di Benedetto XVI
 
 
 
 
10:19
12 visualizzazioni4 ore fa
 
secondo video lettura della Spe Salvi di Benedetto XVI
 
 
 
 
9:04
12 visualizzazioni4 ore fa
 




[Edited by Caterina63 11/26/2017 2:20 PM]
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