DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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S.Caterina da Siena Dottore della Chiesa

Last Update: 1/18/2020 1:36 PM
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12/15/2008 1:33 PM
 
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Patrona d'Italia e Compatrona d'Europa


dopo aver presentato qui i Dialogo di Santa Catina
S.Caterina da Siena: il Dialogo della Divina Provvidenza

vediamo ora una panoramica sulla vita e le opere....


            

Di poco posteriore (a S. Brigida) è l'altra figura di donna, santa Caterina da Siena, il cui ruolo negli sviluppi della storia della Chiesa e nello stesso approfondimento dottrinale del messaggio rivelato ha avuto riconoscimenti significativi, che sono giunti fino all'attribuzione del titolo di dottore della Chiesa. Nata a Siena nel 1347, fu favorita sin dalla prima infanzia di straordinarie grazie che le permisero di compiere, sulla via spirituale tracciata da san Domenico, un rapido cammino di perfezione tra preghiera, austerità e opere di carità. Aveva vent'anni quando Cristo le manifestò la sua predilezione attraverso il mistico simbolo dell'anello sponsale. Era il coronamento di un intimità maturata nel nascondimento e nella contemplazione, grazie alla costante permanenza, pur al di fuori delle mura di un monastero, entro quella spirituale dimora che ella amava chiamare la "cella interiore". Il silenzio di questa cella, rendendola dolcissima alle divine ispirazioni, poté coniugarsi ben presto con un'operosità apostolica che ha dello straordinario. Molti, anche chierici, si raccolsero intorno a lei come discepoli, riconoscendole il dono di una spirituale maternità. Le sue lettere si diramarono per Italia e per l'Europa stessa.

La giovane senese entrò infatti con piglio sicuro e parole ardenti nel vivo delle problematiche ecclesiali e sociali della sua epoca.. Instancabile fu l'impegno che Caterina profuse per la soluzione dei molteplici conflitti che laceravano la società del suo tempo. La sua opera pacificatrice raggiunse sovrani quali Carlo V di Francia, Carlo di Durazzo, Elisabetta di Ungheria, Ludovico il Grande di Ungheria e di Polonia, Giovanni di Napoli. Significativa fu la sua azione per riconciliare Firenze con il Papa. Additando "Cristo crocifisso e Maria dolce" ai contendenti, ella mostrava che, per una società ispirata ai valori cristiani, mai poteva darsi motivo di contesa tanto grave da far preferire il ricorso alla ragione delle armi piuttosto che alle armi della ragione…

Caterina tuttavia sapeva bene che a tale conclusione non si poteva efficacemente pervenire, se gli animi non erano stati prima plasmati dal vigore stesso del Vangelo. Di qui l'urgenza della riforma dei costumi, che ella proponeva a tutti, senza eccezione. Ai re ricordava che non potevano governare come se il regno fosse loro "proprietà": consapevoli di dover rendere conto a Dio della gestione del potere, essi dovevano piuttosto assumere il compito di mantenervi "la santa e vera giustizia", facendosi "padri dei poveri" (cfr. Lettera n. 235 al Re di Francia). L'esercizio della sovranità non poteva infatti essere disgiunto da quello della carità, che è insieme anima della vita personale e della responsabilità politica (cfr. Lettera n. 357 al Re d'Ungheria).

Con la stessa forza Caterina si rivolgeva agli ecclesiastici di ogni rango, per chiedere la più severa coerenza nella loro vita e nel loro ministero pastorale. Fa una certa impressione il tono libero, vigoroso, tagliente con cui ella ammonisce preti, vescovi, cardinali. Occorreva sradicare - ella diceva - dal giardino della Chiesa le piante fradicie sostituendole con "piante novelle" fresche e olezzanti. E forte della sua intimità con Cristo, la santa senese non temeva di indicare con franchezza allo stesso Pontefice, che amava teneramente come "dolce Cristo in terra", la volontà di Dio che gli imponeva di sciogliere le esitazioni dettate dalla prudenza terrena e dagli interessi mondani, per tornare da Avignone a Roma, presso la tomba di Pietro.

Con altrettanta passione, Caterina si prodigò poi per scongiurare le divisioni che sopraggiunsero nell'elezione papale successiva alla morte di Gregorio XI: anche in quella vicenda fece ancora una volta appello con ardore appassionato alle ragioni irrinunciabili della comunione. Era quello l'ideale supremo a cui aveva ispirato la sua vita spendendosi senza riserva per la Chiesa. Sarà lei stessa a testimoniarlo ai suoi figli spirituali sul letto di morte: "Tenete per fermo, carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa" (Beato Raimondo da Capua, Vita di santa Caterina da Siena, Lib. III. c. IV ).



                        



LETTERA APOSTOLICA
AMANTISSIMA PROVIDENTIA
DEL SOMMO PONTEFICE
PAPA GIOVANNI PAOLO II
PER IL VI CENTENARIO
DEL TRANSITO DI S.CATERINA DA SIENA




Venerati fratelli e diletti figli,
salute e apostolica benedizione.

INTRODUZIONE

L'amabile provvidenza divina si manifesta in vari modi protagonista della storia, accendendo sempre nuove luci sul cammino dell'uomo. Spesso sceglie per questo delle persone apparentemente disadatte e ne eleva talmente le facoltà native, da renderle capaci di azioni assolutamente superiori alla loro portata. E questo fa non tanto per confondere la sapienza dei sapienti (1Cor 1,19), quanto per mettere in luce la sua opera, che non ha bisogno di sostegni umani, e per indicare più chiaramente agli uomini a quale dignità li eleva la sua grazia e a quali grandezze ancora maggiori può e vuole condurli la sua guida.

Ciò è particolarmente evidente nella vita e nelle opere di santa Caterina da Siena, di cui quest'anno si celebra il sesto centenario della pia morte. Sono lieto per questo di additarla nuovamente all'esempio dei fedeli, non solo d'Italia, ma del mondo intero. In lei infatti il divino Spirito fece risplendere meravigliosi arricchimenti di grazia e di umanità, per mezzo dei doni di sapienza, d'intelletto e di scienza, coi quali la mente umana diventa estremamente sensibile alle divine ispirazioni, «nella conoscenza delle cose divine e delle umane» (S.Thomae «Summa Theologiae», I-IIae, q. 68, a. 5 ad 1).

A lei si possono perciò applicare le parole del salmista: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato» (Sal 17 (1,37). E ancora: «Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sal 118 (119),32).

Per il testo integrale:Amantissima Providentia, Giovanni Paolo II, 29 aprile 1980 ... 


                                         


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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12/15/2008 1:36 PM
 
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CONTEMPLAZIONE E AZIONE

Santa Caterina c'insegna a coniugare contemplazione e azione e ce ne dà l'esempio: occorre la totale, costante adesione alla Volontà di Dio

La singolare attitudine di santa Caterina da Siena a coniugare contemplazione e azione si manifesta sin dalla infanzia: la visione del Cristo-Pontefice non le appare nell'ambiente raccolto di una chiesa ma fuori, per strada.
La bimba la intende dapprima come un invito ad imitare l'ascesi dei Padri del deserto, e il suo ingenuo tentativo di vita eremitica tramonta col primo calar del sole.

Ma non si dà per vinta: compie come può pratiche ascetiche, fa voto di verginità e, più tardi, ai suoi che vorrebbero vederla sposa, oppone un netto rifiuto: il mio sposo è Cristo.

Una volta lasciata libera si rinchiude nella sua stanzetta, e lì il Maestro la istruisce in familiare conversazione.
Ma un giorno Egli si arresta alla soglia e la invita a uscire: dovrà d'ora in poi partecipare alla vita della famiglia, alla vita cittadina.
Caterina protesta vivacemente: come può la infinita Bontà proporre a lei o ad altri di lasciare la sua dolce compagnia per andare a impacciarsi delle faccende umane?

           

Sempre unita a Dio

La risposta è decisiva: operare per il prossimo non è separarsi da Dio, ma unirsi a Lui più effettivamente, perché quello è il mezzo che ci viene offerto per attuare il duplice precetto dell'amore, quello che comprende tutti gli altri.
La lezione non va a vuoto: Caterina la mette in pratica senza indugio.

Comincia dai più vicini: gl'infermi ributtanti che gli stessi ospedalieri cercano di evitare e i malati nello spirito, inceppati in una eredità familiare di odio, o pronti a inventare nuove cause di discordia.

Più volte spoglia se stessa per rivestire il mendicante, e il Signore la ricompensa mostrandosi a lei nella veste che lei ha donato, o rendendole, tempestata di gemme preziose, la crocellina d'argento.

Per queste sue attività, talvolta accompagnate da fatti straordinari, la figura di Caterina comincia ad emergere, e intorno a lei si forma una famiglia di discepoli: religiosi e laici, uomini e donne di vario livello sociale.

Per mezzo loro si apre a Caterina una più profonda conoscenza della società, e la origine dei disagi che una carità spicciola non puo bastare a sanare.

Comincia allora la sua azione con gli uomini di governo: denuncia le ingiustizie, l'oppressione dei potenti su i poveri senza difesa, I'arrendevolezza dei magistrati— al giudice che, per denaro o per paura, ha prosciolto un colpevole potente vorrebbe fosse inflitta la pena che quello aveva meritato—- agli avvocati propone l'esempio di sant'Ivo, difensore dei poveri, mentre di quelli che per paura dei "grandi" o per prevedibile mancanza di compenso, trovano mille scuse per rifiutare la loro opera, traccia un profilo che anticipa quello del manzoniano Azzeccagarbugli.

Caterina guarda oltre le mura cittadine: le sue lettere richiamano al dovere della giustizia e della difesa dei poveri governanti, signori e sovrani, di qua e di là delle Alpi, prospettano al vivo i danni morali e materiali della guerra, invitano a metter da parte le ambizioni di potere, pur di assicurare alla gente il grande bene della pace.

L'esercizio dell'autorità deve essere atto di amore: estensione al prossimo di quel desiderio del proprio bene che è innato in ogni creatura umana.

Così Caterina lo prospetta ad Andrea di Vanni, allora Capitano del Popolo di Siena: non vedo, gli scrive, come possiamo governare gli altri se non cominciamo dal governare noi stessi, dato che dal medesimo amore di Dio deriva, così il retto amore di noi stessi come quello degli altri, e l'arte di evitare il male e procurare ciò che è buono per gli altri come per noi stessi.

E' dunque aperta a tutti, in qualunque stato di vita, quella "orazione continua", che il Dialogo identifica con la "buona e santa volontà" di collaborare al bene del prossimo che per tutti, in qualunque condizione, è un dovere: ogni parola ogni atto in servizio del prossimo è, di fatto, preghiera: "L'affetto di carità è continua orazione" (Dial. 66).

Non dice che equivale o che sostituisce, ma che semplicemente, "è".

Così dunque Caterina c'insegna a coniugare contemplazione e azione e ce ne dà l'esempio.

L'intuzione dell'Amore

Ma proprio il suo esempio dimostra che la fusione delle due realtà presuppone la totale, costante adesione alla divina Volontà, e questa non s'improvvisa: sta al termine dell'ascesa del ponte tra cielo e terra che è Cristo crocifisso.

Bisogna che la intuizione dell'amore che Lo ha tenuto confitto alla croce attiri l'innato bisogno di amare che è nell'anima, e la muova a intraprendere il cammino segnato dai piedi forati e sanguinanti, e la sostenga, mediante l'orazione e l'esercizio delle virtù, nell'ascesa al costato aperto dalla lancia per scoprirvi il "segreto del cuore", I'Amore che crea e che redime.

Si troverà allora senza alcuno sforzo al sommo dell'ascesa, e nel bacio della pace parteciperà all'amore filiale del Verbo Incarnato nella piena adesione alla Volontà del Padre condividerà la Sua missione per la salvezza degli uomini.

Qui esplode il dinamismo dell'amore: ogni paura cade e la naturale avversione alla sofferenza è sostituita dal desiderio di soffrire per partecipare alla missione del Verbo Incarnato nella conformità alla Sua Passione

La "via del Ponte", che Caterina ha percorso pienamente- non è privilegio di alcuni: è aperta a tutti ed è l'unica che conduca al Padre.

E' ardua ma piacevole perché è la via dell'amore, e nulla è tanto piacevole e dolce quanto l'amore, l'unicum che Dio ci richiede, per Sé e per il nostro prossimo.

E' questo il segreto della fusione di contemplazione e azione in Caterina da Siena, segreto che il suo compatronato invita i popoli di Europa a ricercare e scoprire nel tesoro di una dottrina che è pensiero e vita.


GIULIANA CAVALLINI
(Oss. Romano - Speciale- 20 ottobre 1999)


           


Tutto in Caterina prende avvio dalla conoscenza di fede. La Fede le dice che Dio è l’Unico, che è l’Essere che esiste di per se stesso e…niente di quanto esiste, esiste in forza di se stesso, ma solo per libera creazione e conservazione del Creatore, di colui che, solo, è Colui che è…

Si, è un giro di parole, ma pur penetrabili se le meditiamo con la massima attenzione. Questo giro di parole è un "riassunto" della strabiliante capacità di intendere Dio da parte di Caterina, analfabeta e illetterata. Caterina è giunta a descrivere una strabiliante definizione del concetto "non-essere", lei stessa si definisce "colei che non è"…Caterina è una grande "ragionatrice", per semplificare senza, però, deturpare il significato, potremo dire che per la Santa senese "il riconoscersi – non-essere- ci consente di conoscere il vero – Essere - cioè, Dio, colui che è…! Nella sua "cella interiore" Caterina scopre come questo suo "essere" è instabile, inconsistente, debole, povero, fragile, che non può difendersi da solo, che non può di per se resistere al venir meno, al richiamo del nulla…ecco perciò il suo "non essere". Caterina ha capito che, se non cede a questo "richiamo", mai potrà scoprire un Essere che è l’Essere…per sé sussistente il quale fa sussistere e resistere l’essere creato e che gli dona ogni sua attualità e positività!

Ecco perché Caterina amava tutti incodizionatamente, amava ogni essere da Dio creato uomo, donna, bambino, adulto, religioso o laico, italiano o estero, signore o plebeo, peccatori o santi…questa sua realtà non è dovuta soltanto alla pratica del Vangelo, ma anche al suo sguardo metafisico che considera e contempla in tutte le cose l’essere…incessantemente versato in esse da Dio creatore e conservatore! Perciò tutti gli esseri hanno la medesima dignità e per tutti Caterina ha riverenza. Ciò che in essi si trova di positivo, dipende e deriva da Dio perciò, sotto questo aspetto, tutti hanno la loro fondamentale dignità!

L’uomo è il "mondo" che Caterina studia, ama ed ammira, al di sopra dell’universo e come noi l’intendiamo. L’intenzionalità di Caterina è molto più profonda di quanto non sia quella attuale che rilega l’uomo "come un mondo piccolo"…(microcosmo). Dice Caterina in una sua Lettera: " l’anima è infinita – perocchè non finisce mai quanto ad essere; perocchè, benchè finisca a Grazia (lo dice in virtù del peccato che allontana da noi la Grazia), non finisce ad essere…" (lettera a madonna Pentella, maritata in Napoli, serva di Cristo.)

In conclusione, questa è la condizione dell’anima: poiché ella ha infinito essere, infinitamente desidera e non si sazia mai…se non si congiunge con lo Infinito…(lettera a sua nipote, Sr. Eugenia, nel monastero di S. Agnese di Montepulciano), e ancora dice: perciò i dannati non perdono l’essere; perdono l’essere della Grazia per la colpa loro, ma l’Essere no! (lettera a Sr. Daniella ad Orvieto)

Per Caterina diventa, perciò, importante alimentare la propria anima per poterla rendere più disponibile all’Essere: l’uomo che perde il "suo essere" è per Caterina la mancanza dell’alimento che è la Preghiera, i Sacramenti, in particolare quello della Confessione e dell’Eucarestia. Attraverso il primo si ricrea quella comunicazione attraverso l’Essere, con la S. Eucarestia l’Essere può sprigionare la Sua ricchezza, potenzialità, genialità…


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"I tre scaloni con cui Gesù s'innalza sul genere umano per fare da ponte attraverso il Suo corpo, con i tre scaloni-i piedi,il costato,la bocca-tra l'uomo e la Trinità."

"Questo ponte,unigenito mio Figliuolo, ha in sè tre scaloni; delle quali le due furono fabricate in sul legno della Santissima Croce, e la terza anco si sentì la grande amaritudine quando gli fu dato bere fiele e aceto".

PRIMO SCALONE

Chi si leva su dal motoso fiume,pone subito i suoi due piedi su quelli del crocifisso mediante l'affetto perchè-"come i piedi portano il corpo,così l'affetto porta l'anima"Un piede è l'affetto e l'altro è il desiderio perchè con essi,che sono anche le due grandi molle che hanno spinto il Cristo alla croce,si osservano i comandamenti e i consigli.La loro osservanza è però ancora molto imperfetta.

L'incipiente è sì "servo del Signore",perchè è già spinto dall'amore,ma questo scaturisce più dal timore delle pene che dall'amore delle virtù:E se la virtù esercita la sua attrazione,questa è data dal bene che gli procura.E' insomma l'amore che fa il servo interessato o "mercenario".In questo stadio, o scalone,,le virtù si esercitano con il lume della fede,la prima virtù cardinale:tale fede in Cristo, che è Figlio vero di Dio,porta direttamente a Cristo e solo indirettamente a Dio Padre.In questo stadio però ci si rende conto anche della speranza e della carità,come mete da raggiungere:"Costoro e' i quali sono mossi dal timore servile hanno salito e congregatosi insieme imperfettamente.

Cioè che l'anima,avendo veduta la pena che seguita dopo la colpa,saglie e congrega insieme la memoria a trarne el ricordamneto del vizio,lo intelletto a vedere la pena sua che per essa colpa aspetta d'avere;e però la volontà si muove ad odiarla.E poniamo che questa sia la prima salita e la prima congregazione conviensi esercitarla col lume dell'intelletto dentro nella pupilla della santissima fede,raguardando non solamente la pena,ma el frutto delle virtù e l'amore Io lo' porto;acciò che salgano con amore co'piei dell'affetto,spogliati del timore servile.E così faciendo,diventeranno servi fedeli e non infedeli,servendomi per amore e non per timore".......

Secondo scalone.

Come passare dal timore-servile al timore-amore?Caterina risponde:con la custodia dell'umiltà e con la collaborazione con Dio.Dio in molti modi esercita,o prova il suo servo per educarlo e favorirlo.Se l'uomo non si oppone,se le porte delle tre potenze dell'anima sua,specialmente quella della volontà,sono chiuse al demonio,arriverà all'amore fedele.Questo Dio lo fa perchè l'uomo conosce il suo non essere,e che quello che ha è tutto da lui.E' insomma un'azione che porta al riconoscimento di una provvidenza-bontà di Dio conosciuta,che illumina l'anima a giudicarsi fuori dell'amore servile e già nell'amore perfetto.

Il passaggio dall'amore del servo mercenario a quello del servo fedele è comune:è dato dalla parola "servo".E' mercenario nel primo scalone; è sempre "servo", ma fedele ,nel secondo.Quindi il legame è lo stato di servizio.Mentre nel primo scalone si esercita la virtù della fede,nel secondo si esercita la speranza insita nell'amore filiale:E la speranza porta direttamente al Padre.L'asceta ha conosciuto il Figliuolo nel primo scalone,ma si tratta di una fede senza le opere.E' ancora debole per aver faticato tanto per tirarsi su dal fiume;ora,nella speranza della potenza del Padre,intraprende la pratica della vita sull'esempio del crocifisso,nella sofferenza e nella pena.Così che il Cristo,prima solamente verità,ora gli è via al Padre.Ora capisce che non si può seguire la "dottrina" del Verbo incarnato se non si patisce con Lui,fondamento della speranza.E'insomma il battesimo dell'acqua in virtù del sangue:e sangue ed acqua escono dal costato!

Potremmo osservare che il "fondamento della speranza"è dato dal fatto che,fintanto che l'uomo non si è tirato fuori dal fiume,ogni speranza è presunzione di salvarsi senza merito e quindi vana,se non addirittura peccaminosa.Questo ce lo fa vedere ancora la fede.Ma quì si tratta più specificatamente della speranza nella "nella potenza del Padre", " tu ci creasti di non cavelle;adunque,ora che noi siamo,facci misericordia e rifà e' vaselli che tu hai creati e formati alla imagine e similitudine tua".
Il termine è il completo distacco di sè,nella carità che l'asceta nutre verso il prossimo unito al Cristo crocifisso.

Terzo scalone.

A questo punto Caterina non può più insegnare,ma solo descrivere ciò che avviene.
Non si può più parlare di dottrina,ma piuttosto di esperienza:è la mistica.Essa è già nella " bocca " e " tu sai che pace si da con la bocca "-le antiche "paci che si davano a baciare dopo l'Agnus Dei nella Messa-e perciò dice che il servo diviene amico e degusta la pace e quiete di ogni desiderio."Salito il secondo,giogne al terzo,cioè alla bocca,dove tuova pace della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue ".
Prendendo ad esaminare le varie componenti della bocca e le sue varie funzioni,Caterina ci descrive questo stato.Il mistico parla
con la lingua del santo desiderio,cioè con la "lingua della santa e continua orazione";mangia prendendo il cibo delle anime,per amore di Dio " in su la mensa della santissima Croce"; schiaccia questo cibo con le due fila di denti - l'odio di sè e l'amore delle virtù - in se e nel prossimo; gusta il frutto della fatica e il diletto del cibo delle anime.

"Allora l'anima ingrassa nelle vere e reali virtù e tanto rigonfia per l'abbondanza del cibo,che il vestito della propria sensualità,cioè il corpo ricoprente l'anima,crepa quanto all'appetito sensitivo".Siamo all'amore del Figlio: "veramente questi cotali si possono chiamare un altro Cristo crocifisso unigenito mio figliuolo,perchè hanno preso a fare l'offizio suo".
E' figlio perchè,con S. Paolo,si gloria degli obbrobi patiti per Cristo,fino a volere "portare le stimate nel corpo suo ".

Ma lo è anche con un dono che Caterina ci rivela:quello di potersi unire al Padre con affetto di amore ogni volta che vuole unire la sua mente in Lui: "...Continuamente mi riposo per grazia e sentimento nell'anima loro;cioè che ogni otta che vogliono unirsi in me la mente per affetto d'amore,possono,perchè 'l desiderio loro è venuto a tanta unione per affetto d'amore che veruna cosa se ne può separare,ma ogni luogo l'è luogo e ogni tempo l'è tempo d'orazione;perchè la loro conversazione è levata dalla terra e salita al cielo,cioè che ogni affetto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da se.

Levati si sonno sopra di loro nell'altezza del cielo con la scala delle virtù,saliti e' tre scaloni che Io ti figurai nel corpo del mio Figliuolo ".

La grazia battesimale non è un privilegio di pochi,ma un dono per tutti. Se è vero che la dottrina ascetica ben si addice allo stato delle " sante religioni",come diceva Caterina,o religioso come diciamo noi,è altrettanto vero che questa è attuale nella " generale obbedienza".Essa ne parla per inciso quando tratta delle due obbedienze,quella dei religiosi e quella dei laici e dice che" il merito dell'obbedienza non è misurato nè nell'atto nè
nel luogo ne in cui,più in buono che in cattivo,più
in secolare che in religioso,ma secondo la misura
dell'amore che ha l'obbediente".

Conclusione riguardante i " tre scaloni"

Caterina sta per porre la parola FINE al suo libro.
Con uno slancio di amore si chiede : " E chi potrà
agiognere all'altezza Tua e renderTi grazie di tanto
smisurato dono e larghi benefici quanto Tu
hai dati a me,nella dottrina della verità che Tu
m'hai data?Che è una grazia particulare,oltre
alla generale,che Tu dai all'altre creature?
Volesti condescendere alla mia necessità
e delle altre creature,che dentro ci si
specchiaranno.Tu risponde,Signore:Tu
medesimo hai dato,e Tu medesimo responde
e satisfa,infondendo un lume di grazia a me,
acciò che con esso lume io Ti renda grazie..."


Con lo stesso sentimento a lei maestra di spiritualità e di vita,noi diciamo filialmente:Grazie! Very Happy



(dal libro S.Caterina da Siena-LE LETTERE-Ed. Paoline. )
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/15/2008 1:41 PM
 
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Vorrei condividervi una fra le tnte Lettere di S.Caterina da Siena a favore dell'unità.......meditiamo sulle parole che userà per convincere Papa Gregorio XI, intorno al 1375, a NON risparmiarsi per la PACE...... Wink

< Così vi prego e dico, dolce babbo mio, dalla parte di Cristo Crocifisso, che facciate voi; cioè che voi con benignità e pazienzia, e santa umiltà e mansuetudine, vinciate la malizia e la superbia dè i figliuoli vostri, affidativi dalla santa Provvidenzia nel Gregge, i quali però sono stati ribelli a voi, padre, e alla santa Chiesa di Cristo.
Sapete che col demonio non si scaccia il demonio; ma che con la virtù si caccerà.

Poniamo che abbiate ricevute grandissime ingiurie, avendovi fatto vituperio e toltovi il vostro; nondimeno, padre, io vi prego che non ragguardiate alle loro malizie, ma alla vostra benignità donatavi da Cristo; e non lassate però di sacrificarvi per la nostra salute.
La salute dei ribelli sarà questa: che voi torniate a pace con loro!
Perchè il figliuolo che fa guerra al padre, mentre che persiste, egli stesso si priverà della santa eredità.

Oimè, babbo mio dolce, Pace, v'imploro Pace, per l'amor di Dio, acciò che tanti figliuoli non perdano l'eredità della vita eterna che il Cristo distribuisce nella santa Sua Chiesa, e che per riscatto non risparmiò di dare se stesso.

Voi sapete che Dio ha posto nelle vostre mani il dare, il tollere questa eredità, a secondo del discernimento vostro e di tutti i santi vescovi della successione Apostolica.
Ma voi tenete le chiavi; e a chi voi aprite si troverà aperto; e a chi voi serrate resterà serrato.
Così disse lo dolce e buon Gesù a Pietro.
Però abbiate ad imparare dal vero ed unico Capo che è Pastore della Chiesa, che ci disse; imparate da Me che sono mite ed umile di cuore!
Mio dolce vicario di Cristo, è giunto il tempo di dare la vita per le pecorelle che sono uscite fuori dal gregge.

Convienvole dunque andarle a cercare, e riacquistare con la pazienzia, le pecore inermi ma fuori dell'ovile; ma anche con le armi, se non ascoltano la Pace, per gli infedeli che vogliano rubare con vili armi il gregge già posto al sicuro, rizzando il confalone della santissima Croce che è stato fin troppo calpestato; non conviene più dormire; ma destarsi, siate virili per difendere la Croce calpestata, perchè Gesù ci disse: se vi vergognerete di me, anch'io m'avvergognerò di voi!

(apro un inciso! queste parole sembrano forti...oggi che si parla tanto di pace..ma Caterina da Siena è ONESTA fino in fondo.....per guerra si rivolge a coloro che volutamente calpestavano la Croce portandola in odio...ma prima dice "se non ascoltano la Pace" quindi suggerisce al Papa prima l'intermediazione....soltanto dopo poichè la situazione del suo tempo era drammatica e tale era la cultura di quel tempo, parla allora di armi..PER DIFENDERE..e tuttavia, dopo, ritorna a parlare di armi spirituali....) Wink

Ma spero sempre nella Bontà di Dio, che riacquistarete gl'infedeli in armi, ponendo ad essi per primo il seme della Carità e con ogni virtù del santo Vangelo conquisterete e correggetere le malizie dè i cristiani che pensano invano di trovare fuori dell'ovile della santa Chiesa un altra Chiesa, perciocchè Cristo disse: vi è una Chiesa sola!

Fiate in modo che tutti corrano all'odore della santa Croce, cominciate voi e i vescovi tutti, e i più ribelli faranno ritorno all'ovile!
Pace, pace, pace, pace, babbo mio dolce, non più guerra, fate tacere questi rumori che assordono l'anima, e diventano l'eco del demonio, Pace, Pace, implorate da tutti i vescovi a voi umilmente sottomessi; che tutte le membra vibrino e soffrano e piangano per i figli che si sono allontanati.

Non più guerra, ma destiamoci, andiamo sopra lo nemico e portiamo quale arma la santissima Croce, usando per coltello la santa Parola di Dio.
Oimè, santo padre, date da mangiare agli affamati, chè non di solo nutrimento umano che diventa escremento vivrà l'uomo, ma da ogni parola che esce dalla bocca di Dio, e dal cibo eterno della Santa Carne e prezioso Sangue del Suo Figlio; i vostri servi sono affamati e aspettano voi con ardentissimo desiderio.

Confortatevi, babbo mio dolce, e non prendete troppa amaritudine ricordandovi come al Cristo venne dato il fiele per bevanda, vorreste voi e i tutti i vescovi e tutto il clero essere da meno? Vorreste bere forse una bevanda più dolce? Che mai sia, sarebbe la vostra condanna, ma non della santa Chiesa perciò che Gesù disse: e le porte degli inferi non prevarranno! Ma su di noi si, esse possono ingollarci!

Questa amarutidine sia a voi di conforto, gloriatevi del vituperio che assorbiamo per salvare la santa Chiesa e il Nome santo di Dio.
Confortatevi per speranza, che Dio vi provvederà ogni cosa, a suo tempo provvederà ad ogni nostra necessità e bisogno, perciocchè il divino Maestro ci disse per ammaestramento nostro: ad ogni giorno basta la sua pena.
Per Cristo Gesù Dolce, Gesù Amore! >


Domenico Di Giacomo Di Pace (Domenico Beccafumi):
_-Santa Caterina da Siena che Riceve le "stimmate" - 1514-1515-_
                                                         


Penso che sia interessante conoscere, attraverso gli scritti (per esempio) di S.Caterina da Siena...come il problema della Riforma era fortemente sentito dalla senese.....la quale, in un altra lettera indirizzata sempre a Gregorio XI, che invita ad essere arbitro della vera Pace nell'Europa travagliata, consiglia anche di...DEPORRE IL POTERE TEMPORALE...se questo danneggiava in qualche modo quello spirituale..... Wink

Leggiamo:

< Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Santissimo e reverendo Padre in Cristo dolce Gesù; la vostra indegna figliuola Caterina, serva e schiava dè i servi di Gesù Cristo, scrive alla Vostra santitate nel prezioso Sangue di Lui, con ardente desiderio di vedervi giunto alla Pace, pacificato, voi e li figliuoli con voi. La quale Pace Dio vi chiede, e vuole che ne facciate ciò che potete in primo luogo per favore delle anime di ogni luogo.

Oimè, babbo mio, non pare che voglia che noi attendiamo tanto alla signoria e sostianza temporale, che non si vegga quanta è la distruzione delle anime e del vituperio contro Dio? Questo potere seguita per la guerra; ma Dio vuole che apriate l'occhio dell'intelletto sopra la bellezza dell'anima, e sopra il Sangue del Suo Figliuolo; del quale Sangue lavò per primo la faccia dell'anima vostra perchè fosse lavata la faccia dell'anime nostre; voi ne siete Ministro. V'invito dunque alla fame del cibo di tutte le anime!
Il tesoro della Chiesa è il Sangue di Cristo, d'inestimabile valore il Suo Corpo dato in cibo; tutto si è dato in prezzo per l'anima: perchè il tesoro di questo Sangue non è pagato per la forza temporale, ma per la salute dell'umana generazione!

Sicchè, poniamo che siate tenuto di conquistare e conservare il tesoro e la signoria delle città la quale la Chiesa ha perduto; perocchè maggiormente siete tenuto di riacquiestare le pecorelle che sono il tesoro più immenso della Chiesa; e troppo s'impoverisce queand'ella le perde!
Non che impoverisca in sè, perchè il Sangue di Cristo giammai diminuirebbe, ne finirebbe, ne andrebbe in altra Chiesa; ma perde il suo adornamento di gloria, il quale riceve dalle anime virtuose e obbedienti e sudditi a Lei.
Meglio dunque lassar andare l'oro delle cose temporali, che l'oro delle spirituali.

Perocchè so bene che non tutto dipende da voi, babbo mio dolce, voi fate tutto quello che si potrà fare; e fatto quanto dovevate, come ci ammaestra il Divin Maestro, diremo che siamo servi inutili, e sarete scusato davanti a Dio e agli uomini che verranno.

Usate, ve ne scongiuro, il bastone della Carità, il bastone della benignità, i bastoni dell'Amore e della Pace, anzichè ricambiare col bastone della guerra; e Dio vi ridarà a suo tempo d'esser riconosciuto spiritualmente e temporalmente quale siete, dolce vicario di Cristo in terra.
Restringendosi l'anima mia fra sè e Dio, con grande fame della salute nostra e della riformazione della santa Chiesa dai falsi preti, dai corrotti vescovi, imploro Dio e Dio a voi, di fare quanto più potrete per il bene del mondo: non pare che Dio manifesti altro rimedio, nè io veggo altro in Lui, che quello della PACE!

Pace dunque, Pace in Nome di Gesù Cristo Crocifisso e per l'Amore del Sangue Suo!

Non ragguardate all'ignoranzia, alla cecità, alla superbia dè i figliuoli corrotti, ignorate la loro prepotenzia, abbiate a rammentarvi che questa è la promessa del Divino Maestro, allorchè avvisò Pietro che il demonio avrebbe tentato ogni mezzo per corrompre, marcire, rubare pecore del Suo santo ovile che è la santa Chiesa, ma perocchè promise che il demonio mai avrebbe prevalso su di Essa, avete forse timore di essere passato al crogiolo? Non sia mai!

Soltando passando attraverso il crogiolo sarete quello che dovrete essere, il dolce vicario di Cristo in Terra!
Con la Pace inorridirete il demonio, che aprirà altre strade per corrompere e marcire, ma porterete la Pace nei cuori della divisione; Cristo penserà ad unirli.
Vedete dunque come con la Pace, caccerete il demonio!
Fate dunque tutto quello che è in vostro potere acciocchè non veniate ad agire secondo la volontà degli uomini, piuttosto secondo la volontà di Dio che altro non chiede, e per lo quale motivo vi ha posto a si tanto supremo vicariato.

Ma voi avete bisogno dell'aiuto di Gesù Cristo Crocifisso e con voi i vescovi che sono chiamati a consigliarvi, perocchè molti sono fra loro corrotti e neanco ferventi sacerdoti, liberatevi di costoro, ponete il vostro santo desiderio in Cristo Gesù , ripudiate i sollazzamenti del marciume della corruzione, abbiatelo a distinguere da questo: se non sapete soffrire, non siete degno!

Voi fate le veci del dolce Cristo Gesù, e come Lui dovete desiderare soltanto il bene delle anime, dovete bere il calice dell'amarezza, dovete farvi dare il fiele. Oh quanto sarà beata l'anima vostra e mia che io vegga voi essere cominciatore di tanto bene e della Pace, che alle vostre mani venerabili, quello che Dio permette per forza, si faccia soltanto per l'amore!

Questa è la sola strada, e con i pastori, i sacerdoti, tutto il popolo vero e virtuoso, e umili onesti servi di Dio; e si che ne troverete, ma solo se piacerà alla santità Vostra di cercarli!

Chè sono due le cose: che la Chiesa ha perduto il potere temporale per la guerra, ma ha ritrovato quello spirituale per la Pace, rammentate l'Apostolo Paolo, babbo mio dolce, senza le virtù, senza la carità, è sempre guerra, non solo fra i popoli, ma guerra aperta con Dio. I ribelli come possono capirlo se non possediamo in noi queste virtù? come se non operiamo la Pace?

Perdoniate alla mia presunzione, babbo mio dolce, ma è fuoco quel che mi divora l'anima per il bene di tutti e per la Pace, nè Dio mi consente di dormire se non vi faccia giungere al più presto questo servizio.
Umilmente v'addimando la vostra santa benedizione, in nome di Gesù dolce, Gesù Amore! >

               


ALCUNI PENSIERI di S.Caterina

" Non è buono il cavaliere se non si prova sul campo della battaglia: così l'anima vostra si deve provare alla battaglia delle molte tribolazioni; e quando si vede fare prova buona di pazienza, e per impazienza non volta indietro il capo scandalizzandosi di quello che Dio permette, allora può godere ed esultare, e con perfetta allegrezza aspettare la vita durabile..."

"Se Dio non ci avesse creati per darci a godere l'eterna visione e (se) non ci amasse inestimabilmente, già non ci avrebbe dato siffatto ricompensatore, l'umile e immacolato Agnello..."

"Voi sapete che per i molti peccati mortali siamo in odio e in dispiacere di Dio; fatta è la guerra con Lui. Ma è (anche) vero che, poi che questo Agnello ci diede il Sangue, noi possiamo fare questa Pace: onde se ogni dì cadessimo in guerra, ogno dì possiamo fare la pace..."

"Altro è il giudice umano e altro è il Giudice divino. Dinnanzi a Lui non (ci) si può appellare, nè avere avvocati, nè procuratori, poichè il Giudce vero ha fatto suo avvocato la coscienza, che (da) sè medesima, in quella stremità (del giudizio), giudica se essere degna della dannazione..."

"Ricevetti la vostra lettera (Caterina risponde al prete Andrea di Vitroni, dal quale riceve lodi sulle sue virtù), intesi ciò che dice. Sappiate che di me non si può vedere nè contare altro che somma miseria, (essendo io) ignorante e di basso intendimento. Ogni altra cosa proviene dalla Somma ed eterna Verità: a Lui attribuitela e non a me! Teneramente mi raccomando alle vostre orazioni..."

" La bontà di Dio permette ai demoni che molestino l'anima vostra per farci umiliare e riconoscere la sua bontà, e ricorrere dentro a Lui, nelle dolcissime piaghe sue, come un fanciullo ricorre alla madre..."

" L'anima non deve mai venire a tristizia (deprimersi), per neuna battaglia (per nessuna tentazione) che abbia, nè lasciare mai nessun esercizio o ufficio o altra cosa. E se non potesse fare altro, almeno (dovrebbe) stare dinnanzi alla Croce e dire: Gesù, Gesù Io mi confido, nel Nostro Signore, Gesù Cristo..."

" Se voi cercate che vuole questa dolce volontà (di Dio), dimandatene a Paolo (l'apostolo), che dice che (Dio) non vuole altro che la nostra santificazione. E ciò che Egli ci da o permette a noi, sia pena o infermità, per qualunque modo che siano, Egli le permette con grande mistero, per la nostra santificazione e necessità della salute nostra..."

" Senza il lume della fede, andremo in tenebre, sì come il cieco a cui il dì è per lui notte..."

" Cerchiamo il cielo! Noi non fummo fatti per nutrirci di terra..."

" Figliuolo, non fare più resistenza allo Spirito Santo che ti chiama e non spregiare (disprezzare) l'amore che t'ha Maria (di te ha), nè le lacrime e le orazioni che sono all'Agnello rivolte per la salvezza tua..."

" Vi prego che vi correggiate di questo difetto (l'ingratitudine) e degli altri, e che perdoniate alla mia ignoranza; chè se io non vi amassi, non vi direi quello che dico..."

" L'Amore non s'acquista se non con l'amore...Colui che vuole essere amato, prima gli conviene amare, cioè avere la volontà d'amare. Ed è condizione dell'Amore, che quando la creatura si vede amare, subito ama..."

" Vi prego che sempre nutriate e alleviate i vostri figlioli nel santo timor di Dio, che non è spavento! Non attendete solamente ai corpi loro, essi si decomporranno nel loro tempo, ma rivolgete l'attenzione alla salute delle (loro) anime: sappiate che Dio ve ne richiederà (il conto) nell'ultimo dì..."

" Molti vogliono andare innanzi, e non dietro (al dolce amoroso Verbo) facendo (a modo loro) un altra via di nuovo, cioè di voler servire Dio e avere la virtù senza faticare...Ma essi s'ingannano, perchè Lui solo è la Via..."

" La Carità è un arbòre d'amore: il midollo suo è la pazienza e la benevolenza del prossimo..."

" La mercanzia della ricchezza delle virtù, non s'acquiesta in un altra -bottega- che è nel conoscimento di sè!..."

" Assai triste è colui che, potendo avere fuoco, finisce per propria scelta di morire di freddo, (come) chi avendo cibo si lascia morire di fame innanzi una tavola imbandita! Prendete, prendete il Cibo vostro! Prendete Cristo dolce Gesù, crocifisso..."

" Nella bocca tua sia il silenzio, e un santo ragionamento delle virtù a condanna d'ogni vizio (O taci, o esalta il bene, o condanna ciò che è male)..."

" Il prossimo vostro è quella cosa che è più amata da Dio..."

" Ingrassi l'anima tua in questa bontà di Dio: Il Padre t'è mensa, il Figliolo t'è cibo, lo Spirito Santo ti serve, e (poi) ti fa letto di sè (cioè ti accoglie nella sua pace)..."

" Il cuore e l'affetto che è colmo dela terra (i piaceri terreni) e d'amore di sè medesimo, non si può empire di Cristo crocifisso..."

" O cuori induriti, stolti figli di Adamo! E' un bene miseri il cuore che non si lascia trarre a si dolce Padre. Dice Egli: - Se io sarò levato in alto (sulla croce innalzato), ogni cosa trarrò a me -. Perchè? Solo perchè noi corriamo (verso di Lui). Si levi dunque il cuore, con ogni movimento, ad amare colui che ama...senza essere amato..."

" Se Dio ci permette la ricchezza è perchè ne siamo dispensatori ai poveri..."

"...Si conviene che l'uomo che ha a signoreggiare (cioè il comando, o un politico) e governare altrui (gli altri), signoreggi e governi prima sè stesso...Come potrebbe infatti un cieco essede di guida?..."

" Padre mio (al suo confessore, il b.Raimondo da Capua O.P.), tante sono le volte che ho voglia di piangere sopra la cecità nostra...!"

" O beata e dolcissima Maria, tu ci hai donato il fiore del dolce Gesù. E quando produsse il frutto, questo dolce fiore? quando fu innestato in sul legno della santissima Croce..."

" Affinchè il mondo non gli gonfiasse lo stomaco (nutrisse di superbia), il padre nostro santo Francesco elesse la santa e vera estrema povertà..."
(Sarebbe un peccato se il lettore ignorasse la profondità di questo appellativo "nostro padre", che l'umile figlia di s.Domenico usa per s.Francesco!)

" Nella dolce Sposa di Cristo (in comunione con la Chiesa) voglio terminare la vita mia, con lagrime, con sudori e con sospiri e dare il sangue e la midolla dell'ossa! E se tutto il mondo mi cacciasse (a cagione dei miei peccati) io non me ne curerò, riposandomi con pianto nelpetto della dolce Sposa..."

Wink

Un'altra eccezionalità di S.Caterina da Siena è la questione dello scrivere...mezza anafalbeta, le venne insegnato miracolasamente da S.Tommaso d'Aquino che le apparve insieme a S.Giovanni nel 1377, tre anni prima di morire, mentre si trovava a Rocca d'Orcia.
Prima di esporre i fatti da lei stessa raccontati al suo confessore, il B.Raimondo da Capua, dobbiamo considerare come la specificità della vita di Caterina sia intrinseca della e dalla presenza del Cristo il quale e il solo gli è Maestro (così come detto da lei stessa).

Al confessore gli dice: < Voi potete avere la certezza che nessuna regola nella vita spirituale mi fu insegnata da uomo mortale, ma solamente dal mio Maestro e Signore Gesù Cristo; il quale, o per qualche segreto impulso, oppure apparendomi e parlandomi com'io povera ignorante parlo a voi, m'ha insegnato sempre ciò ch'io dovevo dire e fare...>

Questo aspetto è di una grande importanza per comprendere la veridicità degli insegnamenti cateriniani e della sua indipendenza dalle convinzioni, dai superficiali doveri, dalle critiche del mondo.....A Caterina il mondo non interessa, se non perchè in esso sono contenute innumerevoli anime da salvare, da amare, da conquistare....Questa sua indipendenza spirituale le consentirà di non lasciarsi mai influenzare da chicchesia, pur rimanendo salda nella dottrina e nel Magistero della Chiesa, riuscendo semmai a conquistare il mondo!

Leggiamo la Lettera, fra le poche, che Caterina scrisse di suo pugno al suo confessore, in virtù del miracolo che ebbe nel saper all'improvviso leggere e scrivere:

< Questa mia lettera e un'altra che vi mandai, ho scritte di mia mano in su l'isola della Rocca, con moltissimi sospiri e abbondanzia di lagrime; intanto che l'occhio pur vedendo, non vedeva, tanta è l'emozione; ma piena d'ammirazione ero di me medisima, e della bontà di Dio, considerando la sua misericordia verso le creature che hanno in loro ragione, e la Sua Providenzia; la quale immeritatamente abondava verso di me, che per refrigerio, essendo privata della consolazione, la quale per mia ignoranzia io non cognobbi (Caterina si esprime in lingua volgare e riconosce una sua colpa il non essere riuscita a suo tempo imparare a leggere e a scrivere), m'aveva dato, e provveduto con darmi l'attitudine dello scrivere; acciocchè discendendo dall'altezza (orgoglio), avessi un poco con chi sfogare 'l cuore, perchè non scoppiasse (cioè scrivendo).
(da qui comincia a descrivere il fatto avvenuto)
Non volendomi trarre ancora da questa tenebrosa vita; per ammirabile modo me la fermò nella mente mia, siccome (come) fa il maestro al fanciullo, che gli da l'esempio e il piccolo si lascia guidare. Onde subito che foste partito da me, col glorioso evangelista Joanni e Tommaso d'Aquino, così dormendo cominciai ad imparare (Caterina cadde in estasi). Perdonatemi del troppo scrivere perocchè le mani e la lingua s'accordano col cuore. Gesù Dolce, Gesù Amore! >

(dalla Biografia di s. Cateina da Siena del Beato Raimondo da CapuaO.P.)


Dalle Orazioni di S.Caterina da Siena, vergine domenicana, Dottore della Chiesa, Patrona d'Italia, e Compatrona d'Europa

Il posto della B.Vergine Maria, nel piano della Redenzione

Tu, o Maria, sei divenuta un libro nel quale, oggi (festa dell'Annunciazione), viene scritta la nostra Regola. In Te è oggi scritta la Sapienza del Padre; in Te si manifesta oggi la dignità, la fortezza, la vera libertà dell'uomo!

Se io considero il grande Tuo consiglio, o Trinità eterna vedo che nella Tua Luce vedesti la dignità e la nobiltà dell'umana generazione. Per cui, come l'Amore ti costrinse a trarre l'Uomo da Te, così quel medesimo Amore Ti costrinse a ricomprarlo, essendo egli perduto.

Ben dimostrasTi che Tu amasti l'uomo prima che egli fosse, quando Tu lo volesti trarre da Te, solo per purissimo Amore; ma maggiore amore gli mostrasti, dando Te medesimo, rinchiudendoti oggi nel vile saccuccio della sua umanità. E che più gli potevi dare che Te medesimo? Veramente Tu gli potevi dire: "Che cosa avrei Io dovuto fare o potuto fare, che non l'abbia fatto?"

Così vedo, che ciò che la Sapienza Tua vide in quel grande ed eterno Consiglio, che fosse da fare per la salute dell'uomo, la Tua clemenza lo volle, e la potenza Tua oggi lo ha adempiuto!

Che modo trovasti, o Trinità eterna, perchè si adempisse la Tua Verità e facessi misericordia all'uomo, e fosse soddisfatta la giustizia Tua? Che rimedio ci hai dato? O si! Ecco il rimedio: Tu diponesti di darci il Verbo dell'Unigenito Tuo Figliuolo, e che pigliasse la massa della carne nostra che t'aveva offeso, affinchè abitando Egli la nostra umanità, fosse soddisfatta la Tua Giustizia, non in virtù dell'umanità, ma in virtù della deità unita in Essa; e così fu fatto, a Tuo piacere e fu adempiuta la verità tutta.

O Maria, io vedo questo Verbo dato a Te, essere in Te; e nondimeno non è separato dal Padre e dallo Spirito, così come la parola, che l'uomo ha nella mente che benchè sia proferita fuori e comunicata ad altri, non si parte però, nè è separata dal cuore. In queste cose si dimostra la dignità dell'uomo, per cui Dio ha operato tante e sì grandi cose.

In Te, o Maria, si dimostra la fortezza e la libertà dell'uomo; perchè dopo la deliberazione di tanto e sì grande consiglio, è stato mandato da Te l'Angelo ad annunciarti il mistero del Consiglio divino, e cercare e aspettare la Tua volontà; e non discese nel ventre Tuo il Figliuolo di Dio, prima che Tu consentissi la Tua volontà!

L'Onnipotenza divina aspettava alla porta della Tua volontà; Lui l'Altissimo aspettava che Tu Gli aprissi perchè voleva venire in Te; e giammai sarebbe entrato se Tu non Gli avessi aperto dicendo: "Ecco l'ancella del Signore, sia fatto in me secondo la tua parola".

La Deità eterna picchiava alla Tua porta, se Tu non Gli avessi aperto, Dio non si sarebbe Incarnato in Te. Vergognati anima mia! Vedendo che oggi Dio si è imparentato con te in Maria: oggi ti è dimostrato, o anima infedele, che benchè tu sia stata fatta senza Te (senza l'ausilio di Maria), non sarei salvata senza Te (attraverso Maria che ci ha dato il Redentore).

O Maria, dolcissimo amore mio, in Te è scritto il Verbo, dal quale noi abbiamo in dono e in eredità la Dottrina della Vita Vera ed eterna. Tu sei la tavola, che ci porge quella Dottrina.

_________________


Santa Caterina da Siena:

Pensieri scelti e annotati da P. Raimondo Sorgia O.P., Ed. Borla, Roma, 1979

La bontà di Dio permette ai demoni che molestino l´anima vostra per farci umiliare e riconoscere la sua bontà, e ricorrere dentro a lui nelle santissime piaghe sue, come il fanciullo ricorre alla madre. (Lettere 4, pensieri 12)

Sappi che il demonio non vorrebbe altro, se non che tu ti recassi solo a conoscimento delle miserie tue, senza altro condimento.

Ma (il conoscimento di sé) vuole essere condito col condimento della speranza nella misericordia di Dio. (Lettere 73, pensieri 158)

La malizia del demonio fa parere trave una paglia, e una parola che sia detta nel tempo delle battaglie, farà parere un coltello. (Lettere 83, pensieri 182)

Per la mia fragilità e per l´astuzia del demonio io sempre temo, pensando di poter essere ingannata, poiché io conosco e vedo che il demonio perdette la beatitudine ma non la sapienzia, dalla quale, come dissi, conosco che mi potrebbe ingannare. Ma io mi rivolgo poi ed appoggio all´arbore della santissima croce di Cristo crocifisso, ed ivi non dubito che i demoni non potranno contro di me. (Lettere 92, pensieri 193)

L´uomo che disordinatamente ama, porta la croce del demonio. Se egli acquista diletti, egli li acquista con pena; e avendoli, li tiene con fadiga, per timore di non perderli; e se egli li perde, ne è crucciato con grandissima impazienzia; se, infine, non li può avere, ha pena perché li vorrebbe. (Lettere 96, pensieri 195)

Il demonio fugge dall´anima in carità, come la mosca dalla pignatta che bolle! (Lettere 129, pensieri 243)

A una pubblica peccatrice, residente a Perugia

Io piango e mi dolgo, figliola mia, che tu, creata e immagine e similitudine di Dio, ricomperata dal prezioso sangue suo, non ragguardi la tua dignità, né il grande prezzo che fu pagato per te. Fatta sei schiava del peccato; preso hai per signore il demonio: e a lui servi il di e la notte. (Lettere 276, pensieri 389, a lei si referiscono anche i pensieri 390 – 395)

Non voler essere più membro del diavolo ché, col laccio suo, ti sei posta a pigliare le creature. Non basta assai il male che tu fai per te; pénsati di quanti sei cagione tu di fare andare all´inferno! Non dico più. Ama Cristo crocifisso, e pensa che tu devi morire e non sai quando. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesú dolce, Gesú amore. Maria dolce madre. (Lettere 276, pensieri 395)

Il demonio non vorrebbe altro, se non farci cadere in disperazione. (Lettere 287, pensieri 413)

Orsú dunque con l´arme! e sconfiggiamo il demonio con la eterna volontà sua (perversa sete di male); e col pensiero cacciamo il pensiero, cioè con pensieri di Dio cacciamo quelli del diavolo. (Lettere 335, pensieri 502)

Sia lodato Gesù Cristo (inviatomi da Gino)
Wink
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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12/15/2008 1:45 PM
 
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Abbraccia Gesù crocifisso, amante ed amato:
LA MIA NATURA E' FUOCO!

"Carissima sorella in Gesù. Io, Caterina, serva dei servi di Gesù, ti scrivo nel suo sangue prezioso, desiderosa che ti alimenti dell’amore di Dio e ti nutri di esso, come al seno di una dolce madre. Nessuno, infatti, può vivere senza questo latte!

Chi possiede l’amore di Dio, vi trova tanta gioia che ogni amarezza gli si trasforma in dolcezza, e ogni gran peso gli si fa leggero. Non c’è da stupirsene, perché, vivendo nella carità, si vive in Dio:

“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”.

Vivendo in Dio, dunque, non si può avere alcuna amarezza, perché Dio è delizia, dolcezza e gioia infinita!

È questa la ragione per cui gli amici di Dio sono sempre felici! Anche se malati, indigenti, afflitti, tribolati, perseguitati, noi siamo nella gioia.

Quand’anche tutte le lingue maldicenti ci mettessero in cattiva luce, non ce ne cureremmo, ma di ogni cosa ci rallegriamo e gioiamo, perché viviamo in Dio, nostro riposo, e gustiamo il latte del suo amore. Come il bambino attira a sé il latte dal seno della madre, così noi, innamorati di Dio, attingiamo l’amore da Gesù crocifisso, seguendo sempre le sue orme e camminando insieme a lui per la via delle umiliazioni, delle pene e delle ingiurie.

Non cerchiamo la gioia se non in Gesù, e fuggiamo ogni gloria che non sia quella della croce.

Abbraccia, dunque, Gesù crocifisso, elevando a lui lo sguardo del tuo desiderio! Considera l’infuocato amore per te, che ha portato Gesù a versare sangue da ogni parte del suo corpo!

Abbraccia Gesù crocifisso, amante ed amato, e in lui troverai la vita vera, perché è Dio che si è fatto uomo. Arda il tuo cuore e l’anima tua per il fuoco d’amore attinto a Gesù confitto in croce!

Devi, poi, divenire amore, guardando l’amore di Dio, che ti ha così tanto amata, non per qualche obbligo che avesse con te, ma per puro dono, spinto soltanto dal suo ineffabile amore.

Non avrai altro desiderio che quello di seguire Gesù! Come inebriata dall’Amore, non farai più caso se ti troverai sola o in compagnia: non preoccuparti di tante cose, ma solo di trovare Gesù e andargli dietro!

Corri, Bartolomea, e non star più a dormire, perché il tempo corre e non aspetta un solo attimo!

Rimani nel dolce amore di Dio.

Gesù dolce, Gesù amore."

Dalle “Lettere” di Santa Caterina da Siena (1347-1380) (lettera n. 165 a Bartolomea, moglie di Salviato da Lucca)



Preghiera

O inestimabile Amore! Tu ci illumini con la tua sapienza, perché possiamo conoscere noi stessi, la tua verità e i sottili inganni del demonio.

Con il fuoco del tuo amore accendi i nostri cuori del desiderio di amarti e di seguirti nella verità.

Tu solo sei l'Amore, degno di essere soltanto amato!


(di S. Caterina da Siena)


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IL VERO «COGNOSCIMENTO»

in S. Caterina da Siena



di Sr. M. Elvira Bonacorsi OP





Ogni volta che incontravo il termine cateriniano «cognoscimento», pensavo sempre, in modo superficiale, che si trattasse della conoscenza di me stessa, a vari livelli si, ma pur sempre una conoscenza di me, un guardarmi dentro, un cercare di capirmi, finché non ho intuito che il cognoscimento che intendeva Santa Caterina è una conoscenza che avviene in Dio, un vedere la realtà con il suo stesso occhio, una chiarezza legata alla fede e all'amore.

Ma tutto questo rimaneva comunque solo un'intuizione.

Approfondendo in seguito il tema della preghiera in Santa Caterina, e soprattutto in momenti prolungati di adorazione eucaristica con l'aiuto delle sue Orazioni, ho compreso che Ella mi guidava ad una conoscenza sicura di Dio, dell'uomo e della storia.



«Deità, ineffabile Deità. O somma bontà che per solo amore hai fatto noi a immagine e similitudine tua [...] O Deità eterna, io vedo in te, amore inestinguibile, che poi che per la nostra miseria e fragilità cademmo nella bruttura del peccato, [...] l'amore ti costrinse [...] onde mandasti il Verbo dell'unigenito tuo Figliolo» (0 I) .



«O lume che dai lume, e nel tuo lume vediamo! Nel tuo lume vedo, e senza esso non posso vedere perché tu sei quello che sei, ma io sono quella che non sono» (0 XIII).



Nella preghiera ho scoperto che le Orazioni di Santa Caterina sono una penetrazione nell'abisso d'amore di Dio, un vedere la realtà più nitida dell'uomo e di Dio, un perdersi nel piano unico di quella salvezza che il Padre vuole per ognuno di noi suoi figli.

Ho gradualmente approfondito cosi che cosa sia il cognoscimento e soprattutto ho compreso che esso poteva essere veramente un impegno da coltivare, una strada maestra per cambiare la mia vita e farmi santa.

Da allora ho continuato a leggere, riflettere, pregare, approfondire, per entrare sempre più in esso.

Il termine cognoscimento corrisponde a conoscenza, che non è solo vedere, sapere, essere informati, istruiti, bensì «fare esperienza», valutare, «assumere» ciò che si è giudicato perché lo si reputa valido. Si tratta cioè, di «contatto intimo», di «esperienza vitale», di «comunione d'amore», come avviene tra lo sposo e la sposa: «conoscenza» secondo il significato biblico.

Il cognoscimento non è la conoscenza di sé e basta, quella che ci dà la psicologia o la psicanalisi e, tanto meno, quel ripiegamento su di sé che proviene dall'ascolto, a volte esasperato, di sensazioni, sentimenti, reazioni, impulsi, emozioni che si dibattono dentro di noi.

L'espressione completa che Santa Caterina usa e sempre intende è:

«cognoscimento di sé in Dio e di Dio in sé», «cognoscimento di Dio in noi e di noi in Dio».

Esso comprende in sintesi 3 significati:

‑ conoscenza della verità di Dio in se stesso e della verità della creatura come oggetto dell'amore di Dio;

‑ conoscenza delle meraviglie operate da Dio per l'uomo, cioè della storia della salvezza;

‑ conoscenza del rapporto d'amore che Dio ha instaurato con ogni persona e di ciò che lo può adombrare e impedire, cioè il peccato.

Allora il cognoscimento è un modo di conoscere tutta la realtà e, di conseguenza, è il principio di ogni rinnovamento, perché ci spalanca davanti la verità di Dio e l'immensità di quell'amore che Egli ha riversato su di noi. Chi più conosce più ama e solo l'amore muove al rinnovamento e alla conversione.

Secondo Santa Caterina il cognoscimento avviene nell'anima. Infatti non a caso il «Messaggio di Santa Caterina da Siena Dottore della Chiesa» (*) riporta, da p. 169 a p. 178, molte immagini cateriniane dell'anima e di quanto avviene in essa.

L'anima è:

‑ la cella che dobbiamo frequentare assiduamente; ‑ la casa dove abitando conosciamo Dio e noi;

‑ la cella dove avviene l'incontro con la Trinità; ‑ il luogo dove ci specchiamo nella fonte; ‑ la bottega dove si acquista la ricchezza; ‑ il pozzo profondo dove è nascosto il tesoro del cognoscimento; ‑ il vasello dove troviamo l'amore;

‑ la stalla di Betlemme; ‑ il tempio; ‑ il sepolcro dove incontriamo come Maria il Cristo risorto;

‑ il cenacolo dove gli apostoli ricevettero la pienezza dello Spirito Santo.

Il vero cognoscimento avviene per mezzo della fede.

A questo proposito acquista un significato tutto particolare l'episodio dello sposalizio mistico di Gesù con Santa Caterina: Ella è sposata alla Verità con l'anello della fede: lo sposalizio crea una conoscenza intima, profonda, un'esperienza amante reciproca. La vita di Santa Caterina come sposa di Gesù Verità diviene un «permanere» nel «cognoscimento» dello Sposo, il quale a sua volta «informa» tutta la vita della Santa. È una mirabile simbiosi.

Meditando la Parola di Dio con l'ottica del cognoscimento, due testi specialmente mi si sono rivelati come luce e sorgente di esso. Il primo è di San Paolo:



«Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, alfine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dai morti» (Fil 3,7-11) .



San Paolo parla della «sublimità della conoscenza di Cristo... perché io possa conoscere lui» e per tale conoscenza egli lascia perdere tutto considerandolo come sterco; egli afferma cioè che questa conoscenza profonda e intima, il cognoscimento appunto, è ciò che più gli interessa tanto da essere pronto a pagarla con qualsiasi rinuncia.

Questo processo di conoscenza-giustizia, che deriva dalla fede e si basa su di essa, provoca la conversione, cioè immette nel cammino della conformità al Signore Gesù, fino a partecipare alla sua morte e alla sua risurrezione. Èciò che Santa Caterina chiama «la riforma».

Il secondo testo è Gv 15,1-11:



«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo [...] Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto [...] Rimanete nel mio amore[...]. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».



Il verbo «rimanere» che Gesù ripete in questo brano, rimanda all'invito che Gesù rivolge a S. Caterina quando le dice di non uscire dalla «cella del cognoscimento». Tale «rimanere» porta alla conoscenza intima, amorosa, sponsale; esso genera la gioia vera perchè è la realizzazione piena di se stessi nell'amore. Proprio per questo probabilmente Santa Caterina termina le sue lettere con la frase: «Permanete nella santa e dolce dilezione (amore) di Dio. Gesù dolce, Gesù amore».

Il cognoscimento dunque non è uno degli aspetti del pensiero e dell'esperienza cateriniana, ma ne è l'intuizione fondamentale. Se ci fermiamo a pensare veramente che cosa esso sia in profondità, e soprattutto se cerchiamo di tradurlo nella nostra vita spirituale, quella semplice e concreta di ogni giorno, allora possiamo renderci conto che «il cognoscimento di sé in Dio e di Dio in sé» è veramente un'intuizione essenziale e rivoluzionaria. Esso infatti ci fa entrare nell'Amore che è Dio in se stesso, nella sua tenerezza verso i suoi figli, nella salvezza che ha operato e sempre attualizza per ciascuno, nella sua volontà che ci vuole convertiti al suo Amore pazzo.

Assumendo tutto questo nella nostra vita, sempre più, in profondità e totalità, non possiamo che lasciarci spingere dall'Amore verso quell'Amore che realizza la salvezza e la santità in noi e nel prossimo.

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Padre Marco Baron
Cagliari 26 aprile 2001

Scopo di quest’incontro vuole essere solo un approccio alla figura di questa grande Santa domenicana che pochi conoscono. Se uno chiede chi sono i santi protettori d’Italia, non sono molti a rispondere s. Francesco e s. Caterina. La maggior parte si ferma al primo; invece, Pio XII, ha voluto questi due santi come patroni dell’italica genta. L’attuale Pontefice, il dolce Cristo in terra, all’inizio del suo ministero pastorale come Vescovo di Roma e primate d’Italia ha voluto rendere omaggio a questi due Santi, affidando a loro il suo ministero per il bene di Roma e dell’Italia.


Nascita ed infanzia


Caterina nasce a Siena, si dice il 25 marzo 1347, penultima di 25 figli da Iacopo Benincasa, tintore di panni, e da Lapa Piangenti, nel rione senese di Fonte Branda. Fanciullezza serena, educata secondo i costumi dell’epoca. Assieme al pane materiale veniva dato quello spirituale, attraverso la preghiera e la lettura delle storie sacre e dei Padri della Chiesa. La famiglia, frequentava la chiesa di s. Domenico. Molte sono state le esperienze mistiche che hanno riempito la sua vita Fu di fondamentale importanza quando, all’età di sei anni, ebbe l’apparizione del Cristo in abiti pontificali sospeso sul tetto del convento di s. Domenico. (Legenda major del beato Raimondo da Capua)
Nel 1353, emise il voto di verginità che difese con forza contro le continue insistenze della madre che la voleva dare in sposa, e per sottolineare questa scelta recise i suoi capelli.

Superate le difficoltà con la madre, dovette lottare con l’ordine delle mantellate per ricevere l’abito della penitenza. Le mantellate, così dette dal lungo mantello nero che copriva il loro abito bianco, era un gruppo di laiche, per la maggior parte vedove di una certa età e di buona fama. Non era una cosa normale dare l’abito a giovani fanciulle, anche se nella Regola non c’era niente al riguardo. Si trova anche qualche precedente come nel caso di Nera Tolomei che nel 1250, a venti anni ricevette l’abito.
Ottenuto il tanto sospirato abito, si dedicò alla preghiera ed alla carità verso i poveri e gli infermi con maggior impegno. Ciò avvenne nel 1354
Il culmine delle esperienze mistiche fu lo sposalizio mistico tra Lei ed il Cristo, avvenuto nell’ultimo giorno di carnevale del 1370, secondo il Gigli, il 2 marzo 1367 secondo Joergensen. La visione è descritta dallo stesso b. Raimondo che asserisce che l’anello donatole dallo stesso Cristo era visibile solo alla santa senese. (Legenda major, I, c.12,115) - Attorno alla Santa incomincia un giro di frequentazioni spirituali che dette inizio alla sua "famiglia " che sarà chiamata la "bella brigata " favorendo la sua fama anche fuori Siena. Incomincia la sua attività epistolare dalla quale noi possiamo conoscere tutto il suo interesse alla Chiesa, alla società civile, al mondo dei religiosi e dei sacerdoti e degli amici che a Lei ricorrono.

1372 spedisce una lettera al cardinale Legato (lett.7) e così nel 1373 (lett. 11) per affermare la sua "politica", per la pace in Italia. "Pace, pace, pace, Padre carissimo. Ragguardate voi e gli altri, e fate vedere al Santo Padre più la perdizione delle anime che quella delle città, perocché Dio richiede l’anime più che le città." Tra i cristiani un’opera sola si attende dai capi spirituali: l’esercizio della carità nella pace cristiana.
Anche il Petrarca, invoca il ritorno del Papa, comprendendo che solo la sua presenza poteva contribuire alla vera pace, non solo di Roma, ma anche in tutto il territorio italiano ed europeo.

L’unica guerra che Caterina riusciva ad accettare come ultima ratio e quindi come eccezione, è quella per il Santo passaggio, la Crociata (lett. 7)
1374 viene convocata a Firenze per partecipare al capitolo dei domenicani che, visto il suo zelo e la sua ortodossia e l’identità di vedute sulle questioni allora dibattute, Le assegna come consulente, confessore e direttore il beato Raimondo da Capua.

Visita per la prima volta Montepulciano, dove viveva nel monastero della beata Agnesa, una sua nipote. Verso questa santa domenicana, la venerazione era molto grande. Vi saranno altre visite durante le quali diverse cose meravigliose ebbero accadere. (Legenda major, II, c.12,326)- Il suo impegno verso i poveri e gli infermi, trova testimonianza nella legenda major, ma il più grande impegno l’ebbe durante la peste che colpì Siena nel 1374. Durante quest’epidemia morirono molti bambini tra i quali diversi suoi nipoti. Guarì il suo confessore e ser Matteo di Cenni di Fazio, rettore della casa della Misericordia. Colpito dal morbo sembrava che fosse giunto alla fine della sua vita. Caterina corre verso l’ospedale e dice al povero malato: "Levatevi, messere Matteo; levatevi, perché non è questo il tempo di riposare nel morbido letto !" (Legenda major, I, c.8, 247)-

Nel 1375 si trova a Pisa, impegnata a convincere i Signori della città di non aderire alla lega antipapale. Qui riceve le stimmate invisibili, il 1° aprile nella chiesa di s. Cristina. II, (Legenda major, II, c 6,194,195,198).
La stessa missione di pace, la svolge presso la città di Lucca (lett. 185). Tornata a Siena continua la sua opera di misericordia, anche, verso i detenuti. Nota è la vicenda del giovane perugino Niccolò di Tuldo, che la maggior parte di noi avrà letto nei libri d’antologia della lingua italiana. Quest’esperienza si potrà leggere nella lettera inviata al beato Raimondo (lett.273)

Nel 1376 Firenze si rivolta contro il Papa. La guerra di Firenze, detta "degli otto santi " , trovò la sua ultima ragione nella negazione di una rifornitura di grano in occasione della carestia del 1375. Entrò in guerra con il papa che, dopo un tentativo di pace, colpì Firenze con l’interdetto e la scomunica ai capi. Questo portò gli otto della guerra (ironicamente detti dal popolo gli otto santi) a taglieggiare il clero fiorentino per le spese della guerra e per i danni subiti; entrò in combutta con altre repubbliche tra le quali Siena, per sfidare il Papa.

Caterina cercò di circoscrivere la ribellione, trattenendo Pisa e Lucca, Volterra, come già abbiamo accennato sopra, e poi, esortò i fiorentini a pentirsi e si dispose a fare da intermediatrice presso il Papa. Per desiderio dei fiorentini, Caterina va ad Avignone, il 18 giugno 1376, per trattare la pace.

In quest’occasione si diede da fare anche per cercare di risolvere il problema della Crociata (il santo passaggio), ed incoraggia il Papa a ritornare a Roma (lett. 218). Scrive da Avignone stesso, al Papa, 4 lettere:
La 231: è un fine trattato di vera diplomazia, che arriva a suggerire un "santo inganno " pur di non consultarsi con il sacro collegio dei cardinali,(la maggior parte era francese - i cardinali erano 26, di cui 21 francesi - certamente contrario al ritorno del papa a Roma;- La 233: è la risposta al Papa che aveva timore di andare a Roma e lo incoraggia dicendogli che il buon, pastore deve essere pronto a dare la sua vita per le sue pecorelle;
La 238: tratta del tema della Crociata e della riforma della Chiesa;- La 239: precede di poco la sua partenza per Roma, scioglie l’ultimo legame al timore del papa: il probabile e vaticinato veleno che gli avrebbero propinato gli Italiani.

Il 13 settembre 1376 Gregorio XI lascia Avignone superando l’ultimo ostacolo: il padre. Si racconta che questi si sdraiò sulla soglia della porta. Non avrebbe avuto il coraggio, il figlio, di calpestare il corpo del proprio padre! Invece egli lo scavalcò. Caterina fece il viaggio di ritorno per Siena, passando per Tolone, Varazze,colpita dalla peste. Per intercessione della Santa; questo flagello finì. Incontra il Papa a Genova, rientra a Siena nel dicembre.


Il 17 gennaio 1377 il Papa entra trionfalmente a Roma. Gli scrive una lettera in favore di Siena che si era unita a Firenze nella lotta contro il Papa, per ottenere la grazia della pace per la sua città. (lett. 285)- Durante l’estate svolge una missione di pace nella Val d’Orcia. Un suo " figlio spirituale " convertito, le regala il monastero di Belcaro che Lei intitola a s. Maria degli angeli. Si pone come paciera tra le famiglie dei Salimbeni.

Il 27 marzo 1378 muore Gregorio XI. L’8 aprile viene eletto il nuovo Pontefice con il nome di Urbano VI (Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, già visto in sogno dalla santa) che L’invita a continuare a trattare la pace con Firenze. Lo zelo di questo papa irrita i cardinali francesi, la maggior parte del collegio cardinalizio, che indispettiti, si riuniscono a Fondi ed eleggono, il 20 settembre, come papa, Roberto di Ginevra che prenderà il nome di Clemente VII.

Nella lett. 313, inviata a Onorato Gaetani, Conte di Fondi, in forma di una grande correzione fraterna gli rinfaccia la sua non nobile iniziativa nell’aver dato ospitalità ai cardinali ribelli per eleggere l’antipapa e gli ricorda che " Duro è ricalcitrare a lui " (Atti 26, 14 - discorso di Paolo al re Agrippa).

Nell’estate va a Firenze per trattare la pace, ma rischia di essere uccisa durante un tumulto. La pace viene firmata solo il 28 luglio. Ritorna a Siena dove finisce di dettare il Dialogo della Divina Provvidenza. (Ottobre)
Convocata a Roma da Urbano VI con "la bella brigata " vi giunge il 28 novembre. Parla ai cardinali. Il beato Raimondo va in Francia per una missione antiscismatica.

Caterina, che vive in Roma, presso il convento di s. Maria sopra Minerva, invia lettere e messaggeri in varie parti del mondo cristiano per sostenere la causa del vero Papa; fa opera di pace tra i romani che sorgono contro il Pontefice.

Benedice Tommaso d’Alviano che sconfigge a Marino le truppe dell’antipapa.

Caterina è provata da gravi malattie. Muore a Roma il 29 aprile e sepolta alla Minerva.

E’ canonizzata da Pio II il 29 giugno 1461

Eletta a Compatrona (i Patroni sono SS. Pietro e Paolo) di Roma dal Pio IX
Istituita Patrona d’Italia da Pio XII assieme a s. Francesco e Patrona delle infermiere

Paolo VI, la dichiara Dottore universale della Chiesa il 4 ottobre assieme a s. Teresa d’Avila (28 settembre 1970)

Nel giorno d’apertura della seconda Assemblea Speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, Giovanni Paolo II con Lettera Apostolica Motu Proprio "Spes Aedificandi" in data 1 ottobre 2001, la dichiara Patrona d’Europa assieme a S. Brigida di Svezia, che poco prima di Caterina aveva cercato di porre rimedio alla terribile situazione della Chiesa e Edith Stein l’ebrea convertita e fattasi monaca carmelitana, viene uccisa in un campo di concentramento perché ebrea.

Le ragioni di quest’iniziativa sono espresse al n.3 del documento: s. Brigida ha collegato i confini d’Europa; Caterina ha riportato il papa alla sua sede naturale, Roma; Edith per aver collegato la sue radici ebraiche a quella della sequela Christi.


Opere


A) Dialogo della Divina Provvidenza

E’ la maggior opera della santa senese. E’ stata composta nel1378 prima dello scoppio dello scisma d’Occidente, prima di partire per Roma per ordine di Urbano VI. La santa, in estasi, in varie sedute, dettava ai suoi segretari: Barduccio Canigiani fiorentino, incontrò la santa nel periodo della trattativa per la pace. Dopo la morte della santa si fece sacerdote e morì a Siena il 8 dic. 1382; Stefano de’ Maconi, senese, si fece certosino, fu generale del medesimo Ordine; morì nel 1424 ed è onorato come beato; Ranieri, detto Neri di Landuccio Pagliaresi, senese, morì l’otto maggio 1406.Il testo originale è in volgare, ma che subito fu tradotto in latino dallo stesso Maconi e da Cristofano di Gano di Guidini. Dai discepoli, specialmente da coloro che erano presenti alle estasi, fu ritenuto un libro molto importante in quanto "quasi rivelato dal Padre alla diletta figlia " . Divisione del Dialogo della Divina Provvidenza Ci sono varie divisioni:


- in trattati e capitoli: (ha solo il vantaggio della comodità per le citazioni); - secondo le quattro petizioni della Santa; (molto materiale rimarrebbe fuori da questo schema)

Il Libro non obbedisce, né si riduce ad uno schema rigido prestabilito, ma al libero corso della domanda e della risposta.Esso sviluppa intorno ad alcuni nuclei principali, che reggono in gran parte il canovaccio: le 4 petizioni:

per sé,

per la Chiesa,

per il mondo,

per un caso particolare,

Vi si trovano i temi che riguardano l’albero della Carità; l’allegoria del Ponte; l’agire della Provvidenza e la sua misericordia ;alcuni temi cari alla Meastra dello spirito:

la misericordia divina,

la lotta dei vizi e delle virtù,

la perfezione dell’uomo secondo la dottrina di Cristo,

la dignità dei sacerdoti e la loro riforma,

l’orazione continua,

l’obbedienza generale e quella dei religiosi.

B) Orazioni

Le orazioni sono una raccolta di elevazioni pronunziate in estasi si collocano negli ultimi quattro anni della vita della santa senese, in un periodo di grande maturità spirituale. Sono ardenti soliloqui, sfoghi d’animo, fiammanti colloqui con Dio, implorazioni appassionate, nati come ringraziamento dopo avere ricevuto l’eucarestia, piene di dottrina e di fuoco. S’inizia ad Avignone e si conclude a Roma.

E’ il periodo che vede Caterina impegnata:

- nel viaggio per ottenere la pace della sua Toscana in conflitto con il Papa;
- nella sua difficile missione di pace nelle terre senesi;
- la difesa per il vero papa Urbano VI contro i Clementisti (Clemente VII)

Queste Orazioni sono state "raccolte " dai suoi discepoli mentre le pronunciava. Ecco la testimonianza di fra Bartolomeo Dominici: "Presa la sacra particola, così con la mente in Dio, perdeva i sensi…stava per tre ore ed oltre assorta e priva di sensi. Spesso anche, in questo stato di estasi, parlava con Dio dicendo la sua preghiera e chiedeva le cose a Dio a voce chiara…tali Orazioni furono scritte parola per parola sia da me che da altri…"

Wink



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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12/15/2008 1:48 PM
 
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SANTA CATERINA DA SIENA

A cura di Patrizia Solari



In questo numero della rivista ci vogliamo occupare di santa Caterina da Siena (ricordata nel calendario liturgico il 29 aprile), che ha esercitato la virtù della carità in un modo che ci appare diverso dall'idea che comunemente abbiamo. L"'opera" di Caterina non è propriamente un'opera di carità nel senso specifico espresso dalla vita di altri santi: a partire dall'amore di Cristo, che viene cioè da Cristo, in un tempo di grande travaglio per la Chiesa (dapprima i Papi ad Avignone, poi il Grande Scisma, con due Papi eletti dai cardinali) la giovanissima Caterina si adoperò per salvare la verità e l'unità della Chiesa ed espresse così il suo amore assoluto per Cristo. Ma è all'interno di questa verità e di questa unità che sono possibili tutte le "opere di carità" prodotte nel corso della storia della Chiesa. D'altra parte Caterina espresse la carità nel "carisma di maternità" che esercitò, con tenerezza e fermezza, nei confronti di tutte le persone che incontrava, preoccupandosi di loro nella totalità della loro vocazione.

Caterina nasce 650 anni fa, nel 1347, ventiquattresima figlia di Jacopo Benincasa, tintore, e dì monna Lapa. Il parto è gemellare, "la gemellina muore quasi subito, ma l'anno successivo nascerà una venticinquesima sorella. In più, la famiglia accoglie un cuginetto orfano, di dìeci anni: diventerà frate domenicano e sarà il primo confessore di Caterina".1)

Proprio quell'anno era scoppiata la terribile "peste nera", che in pochi mesi porterà alla tomba più di un terzo della popolazione europea. È il culmine di una situazione di angoscia che la cristianità vive verso la metà del secolo XIV: "L'Italia è in preda alle guerre civili che mettono una città contro l'altra e, nella stessa città, un partito in lotta fratricida contro un altro partito. La Germania è in preda al caos; Inghilterra e Francia hanno cominciato la tragica e interminabile Guerra dei cent'anni; l'impero d'Oriente è in disfacimento e i Turchi premono minacciosamente ai confini dell'Europa. Dovunque scoppiano guerre di contadini che si sentono oppressi ed emarginati. La carestia e le catastrofi naturali sono ricorrenti." E a causa della peste pare che a Siena la popolazione scese da ottantamila a quindicimila abitanti.

Caterina, fin da piccola, cerca il silenzio, la preghiera, l'austerità. La sua infanzia e la sua giovinezza sono costellate da miracoli, narrati nella Leggenda, di cui parla lei stessa o il suo confessore e gli innumerevoli ammiratori che la circondano. "Tutti sanno comunque, con certezza, che l'infanzia di Caterina è stata irrimediabilmente segnata da una visione di Cristo sorridente, dal cui cuore esce un raggio luminoso che la raggiunge e la ferisce. Così la bambina cresce diversa dagli altri numerosi fratelli e sorelle (dei più non sappiamo neppure il nome!): cresce 'consacrata' da un voto di verginità (cioè di amore esclusivo a Cristo) che lei stessa ha fatto spontaneamente, già a sette anni. (...) A 15 anni - per togliere ogni illusione alla madre che vorrebbe fidanzarla a ogni costo - Caterina compie un gesto decisivo: esce dalla sua stanza dopo essersi tagliati i lunghi capelli (...): adesso ella è secondo l'espressione del tempouna 'fanciulla tonduta', una fanciulla sottratta alle vanità del mondo, 'consacrata'. La madre, per punizione e per stornarla da un progetto che le sembra assurdo (Caterina è l'unica figlia che lei abbia allattato ...) licenzia la domestica e fa pesare su di lei gran parte dei lavori domestici: pensa che, con quel peso superiore alle sue forze, alla ragazza non resterà tempo per indulgere a fantasie e pratiche monacali. (...) A Caterina è tolta perfino la sua stanzetta per impedirle di ritrovarsi in preghiera ed è allora che ella ha imparato per sempre a rifugiarsi in se stessa: 'fabbricò dicono le cronache nell'anima sua una cella interiore dalla quale imparò a non uscire mai'."

Nel rapporto tra madre e figlia possiamo cogliere l'opposizione tra un progetto "per il mondo", che la madre ha sulla figlia, e la strada alla quale Caterina è stata chiamata fin da bambina.

"Con la mamma, Caterina è dolce e obbediente, ma inflessibile. Più tardi - quando dovrà continuamente viaggiare per obbedire alla sua 'missione' e la mamma si lamenterà delle sue lunghe assenze - Caterina, che è ormai diventata la guida spirituale anche della sua stessa madre, le scriverà, non senza 'ricordare': (...) voi amate più quella parte che io ho tratta da voi, che quella che ho tratta da Dio, cioè la carne vostra della quale mi vestiste (lettera 240). Nella storia del problema educativo, poche volte è stato descritto altrettanto bene, in forma così cristianamente essenziale, il torto che i genitori possono fare ai loro figli: amare in loro quella carne che essi gli han dato più di quell'anima che Dio ha messo in loro, quella irripetibile impronta e destino con cui Egli li ha fatti e segnati per Sé. Tutta la lettera, definita 'dal principio alla fine gentile e grande' è costruita su questo invito di Caterina: Con desiderio ho desiderato di vedervi madre vera e non solamente del corpo, ma dell'anima mia. (..) Fu il papà che prese finalmente le sue difese. Rivolto alla moglie e agli altri figli, il buon Jacopo decise: 'Nessuno dia più noia alla mia dolcissima figliola ... lasciate che serva come le piace il suo Sposo. Mai potremo acquistare una parentela simile a questa, né dobbiamo lamentarci se invece di un comune mortale riceviamo un Dio e un Uomo immortale'." Le categorie sono decisamente altre e, in questi paragoni, Dio è veramente una presenza.

"Finalmente, a 16 anni, Caterina può entrare fra le terziarie domenicane di Siena: porterà la veste bianca e il mantello nero dell'Ordine di S. Domenico (le chiamano perciò 'mantellate'), ma non sceglie la clausura, il monastero, perché intuisce dì avere una missione pubblica da svolgere. Comincia a distribuire il suo tempo e le sue forze tra le occupazioni familiari, le lunghe preghiere e l'assistenza agli ospedali (Siena ne contava allora 16!) e al lebbrosario."

Caterina eserciterà un vero e proprio carisma di maternità, caratterizzato da una "dolcezza tagliente come una spada", sia con le persone che le si erano raccolte attorno, sia al momento della sua missione pubblica nella Chiesa quando dovrà trattare con ogni sorta di personaggi importanti, Papi, alti prelati, nobili ...

"L'aspetto più evidente della sua intima maturazione è il fatto che attorno a lei, ragazza illetterata, si costituisce una compagnia di seguaci e di ammiratori. È chiamata in un senso tutto spirituale la 'bella brigata', composta da gente di ogni età e condizione: magistrati e ambasciatori, pittori e poeti, nobili e borghesi, cavalieri e artigiani, nobildonne e popolane. Nell'elenco ci sono anche religiosi d'ogni specie: domenicani, francescani, agostiniani, vallobrosani, guglielmiti e altri. Tra tutti si discute di teologia e di mistica, si legge la Divina Commedia e si studia S. Tommaso d'Aquino e, soprattutto si impara ad amare con tutto il cuore Cristo Redentore e la Chiesa suo mistico corpo. È un vero e proprio 'movimento cateriniano' che si allarga sempre più (durante la vita della Santa toccherà il centinaio di persone): tutti chiamano Caterina 'mamma' e lei li chiama 'dolcissimi figlioli'. Non solo li segue e li consiglia spiritualmente uno per uno, ma si sente responsabile della loro vita, della loro fede, della loro vocazione. (...) Ella se ne prenderà cura fin sul letto di morte: li vorrà attorno a sé e a molti di loro darà l'ultima 'ubbidienza' indicando dettagliatamente la strada vocazionale che ognuno dovrà percorrere."

Quando Caterina ha circa vent'anni "sente che qualcosa di decisivo deve accadere e continua a pregare intensamente con quella splendida e dolcissima formula che le è divenuta abituale: chiede al suo Signore Gesù: 'Sposami nella fede!"'. E la sera di carnevale del 1367 "mentre gli schiamazzi riempiono la città e la sua stessa casa, la giovane è lì nella sua stanzetta che ripete assorta la sua preghiera sponsale 'per la millesima volta'. Ed ecco apparirle il Signore che le dice: 'Ora che gli altri si divertono ... io stabilisco di celebrare con te la festa dell'anima tua'. (...) Fino ad alcuni anni fa (forse ancor oggi) c'era a Siena l'usanza che nell'ultimo giorno di carnevale a nessun corteo o maschera fosse concesso passare per la contrada di Fontebranda, là dove quelle mistiche nozze furono celebrate. Sul frontone dell'edificio c'è ancora scritto: 'E' questa la casa di Caterina, la Sposa di Cristo': Altri episodi fecero capire a Caterina che "Dio l'aveva investita della missione di sostenere e quasi incarnare quella Chiesa del suo tempo così bisognosa di amore forte, di decisione e di 'riforma'. Lumile ragazza illetterata cominciò a riempire il mondo di messaggi, di lettere lunghissime dettate con una impressionante velocità, spesso tre o quattro contemporaneamente e su argomenti diversi, senza confondersi e senza che i segretari riescano a mantenere il suo ritmo. (...) Ciò che impressiona in esse è la forza e la frequenza del verbo :'io voglio'. (...) Quando comincia la sua più impegnativa corrispondenza, quella con il papa Gregorio XI per convincerlo a tornare a Roma, usa formule piene di tenerezza e tuttavia non è meno decisa: Voglio che siate quello e buono pastore, che se aveste cento migliaia di vite, vi disponiate tutte a darle per onore di Dio e per salute delle creature ... Virilmente, e come uomo virile seguitando Cristo, di cui vicario siete ... Su dunque, Padre, e non più negligenzia! (Lettera 185)"

Con lo stesso tono scrive a principi e regnanti: a Bernabò Visconti, signore di Milano, alla regina di Napoli, al re di Francia. "La missione di Caterina diventa quella di pacificare le città e la Chiesa: condizione ineliminabile è il ritorno del pontefice a Roma; ma ella sa di dover incarnare personalmente il travaglio necessario. (...) sa che, in un modo misterioso, le sofferenze e i destini della Chiesa la riguardano."

"Finalmente ella poté recarsi di persona ad Avignone e vi incontrò subito lo scherno dei Cardinali: 'Essendo tu povera donniciola, córne ti àrroghi di parlare di un simile argomento col nostro Signor Papa?' Ma non sapevano di avere a che fare con una che li poteva contemporaneamente amare e onorare con tutto il cuore per la dignità e il sacerdozio di cui erano rivestiti, ma non temeva anche di definirli `servi del Dimonio' quando ostacolavano la volontà di Dio e la sua missione."

Nel 1376, Gregorio XI torna a Roma e nei pochi anni che trascorrono tra questo ritorno e il Grande Scisma "che nuovamente impegnerà Caterina nella lotta per la Chiesa, nasce in brevissimo tempo, ma preparata da tutta la vita, quell'opera che farà di lei un Dottore della Chiesa. La Santa lo chiamò semplicemente, ma in forma quasi assoluta: Il Libro'. (...) Sono 167 capitoli strutturati attorno a quattro domande che Caterina rivolge al Padre celeste, 'con ansietato desiderio'. La prima domanda è misericordia per Caterina': e Dio risponde aiutandola col cognoscimento di te e di me', immergendola cioè nella luce abbagliante di chi finalmente comprende di essere 'nulla' davanti al 'tutto' che è Dio, eppure scopre con stupore infinito che di questo piccolo nulla Dio è da sempre innamorato. La seconda domanda è: 'Misericordia per il mondo'; la terza è: 'Misericordia per la Santa Chiesa'. Caterina chiedeva che il Padre 'tollesse le tenebre e la persecuzione' e di poter portar lei il peso dì ogni iniquità. La quarta domanda è 'provvidenza per tutti'. Ad ogni domanda dunque Dio Padre risponde lungamente e tutta la dottrina cristiana vi si dipana nei suoi vari aspetti teologici, morali e ascetici. Ciò che il divin Padre soprattutto dice è che la misericordia è già stata donata quando volendo rimediare a tanti mali v'ho dato il Ponte del mio Figliolo".

Poi scoppiò il Grande Scisma. "Due papi vennero eletti dagli stessi cardinali e la cristianità si spaccò in due e per quarant'anni il dubbio sul legittimo pastore devasterà la Chiesa. Caterina chiamata a Roma da Urbano VI, il vero papa, lo sostenne a spada tratta contro ogni dubbio e ogni tentennamento (...) Dicono i biografi che si potrebbe ricostruire quasi mese per mese l'attività che Caterina svolse a favore del papa: lettere e messaggeri inviati a quasi tutti i regnanti d'Europa; consigli al pontefice per un totale rinnovamento della curia e soprattutto il tentativo di far stringere attorno al papa quella che lei chiamava 'la compagnia dei buoni' (Lettera 305). (...) Contemporaneamente ella, con sano realismo, si rendeva conto che il carattere impetuoso e violento di papa Urbano non facilitava la riconcifazione. (...) E con delicatezza, il giorno di Natale, regalò al pontefice cinque melarance piene di confettura, lavorate secondo un'antica ricetta senese: ne approfittò per spiegare al papa come un frutto naturalmente aspro possa riempirsi di dolcezza in modo da corrispondere al suo rivestimento dorato. (...) Dicono gli storici che di fatto Caterina 'obbligò il mondo a riconoscere papa Urbano VI'. Intanto, benché non avesse ancora trentatré anni, lei era distrutta dalla fatica e dalla passione. Sapeva di dover offrire soprattutto se stessa. Pregava: O Dio eterno, ricevi il sacrifizio della mia vita in questo corpo mistico della Santa Chiesa. lo non ho che da dare altro se non quello che tu hai dato a me (Lettera 371)."

"Durante la quaresima del 1380, benché quasi non potesse più camminare, fece voto di recarsi ogni giorno a S.Pietro. (...) E quell'ultimo faticosissimo pellegrinaggio quotidiano è ormai un simbolo: quando giunge nella Basilica che rappresenta il cuore della cristianità, ogni mattina si ferma davanti al mosaico disegnato da Giotto (che allora era al centro sul frontone dei porticato), che raffigura la scena evangelica della navicella sbattuta dalle onde in tempesta, simbolo della Chiesa che sembra andare alla deriva, ma che nulla può sommergere. Era un'immagine che piaceva molto a Caterina: spesso aveva scritto nelle sue lettere: 'pigliate la navicella della Santa Chiesa' (Lettera 357)".

"Così Caterina passò la sua ultima quaresima: soffrendo assieme a quella Chiesa che chiama 'dolcezza dell'anima mia' e aspettando, assieme a lei, il dono della Resurrezione. Non riuscì a completare il voto; la terza domenica di quaresima si accasciò davanti al mosaico, mentre s'era fermata lì in preghiera; le sembrò disse che tutto il peso di quella navicella e dei peccati che portava fosse addossato alle sue fragili spalle. La condussero nella sua celletta in via del Papa (anche i particolari hanno una loro tenerezza) e lì restò immobile per circa otto settimane in una lunghissima agonia. La domenica che precedeva l'Ascensione tutti ebbero l'impressione che subisse una lotta indicibile. La udirono ripetere a lungo: 'Dio abbi pietà di me, non mi togliere la memoria di te' (...) Morì l'ultima domenica di aprile, a trentatré anni, alle tre del pomeriggio (...) dicendo come il Crocifisso: 'Padre, nelle tue mani affido il mio spirito'. Il teologo agostiniano, che Caterina aveva convertito e che l'aveva assistita in punto di morte, non riuscì a predicare al suo funerale. "Balbettò soltanto: 'Non riesco a parlare. Ma non importa. Caterina parla da se stessa!"'



1) Tutte le citazioni sono tratte da: A. Sicari, "Nuovi ritratti di Santi", Ed. Jaca Book, 1991

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Aspetti del linguaggio di Santa Caterina da Siena
di G. GETTO


Dopo aver inquadrata l'ispirazione cateriniana nella cornice della letteratura mistica, il critico esamina alcuni aspetti del linguaggio della Santa, sottolineando in particolare il vigoroso processo di oggettivazione dell'espressione interiore, mediante il ricordo alla similitudine, alla metafora, all'allegoria.

Diremo subito che questo [il linguaggio cateriniano] si accosta, nel suo fondamentale atteggiarsi, a quel tipo caratteristico che si può ritrovare in quasi tutti gli scritti dei mistici. Perché se è vero che il linguaggio mistico in sé è una pura astrazione, e che nella realtà esiste solo il linguaggio di questo o di quel mistico, è però anche vero che esiste un atteggiamento espressivo comune a tutti i mistici, che costituisce come una trama storica che raccoglie in un'unica tradizione stilistica questi scríttori, pur restando poi ancor sempre diverso il modo con cui ognuno si inserisce in essa, e nuovo il contributo di ogni singola individualità. Anche un rapido esame della letteratura mistica permette subito di cogliere quello che è un aspetto costante dell'espressione religiosa, quel gusto cioè delle antitesi, delle metafore, dei termini superlativi, quell'amore del linguaggio figurato (come lo chiamavano i retori della vecchia scuola, distinguendo un parlar proprio da un parlar figurato), gusto che, per esser tipico della letteratura del seicento, è stato da alcuni chiamato barocco. La genesi di tale atteggiamento linguistico è evidente. Essa deve essere ricercata nella natura particolarissima dell'esperienza religiosa assolutamente nuova, intensa ed ineffabile. La corposità, la sensuosità, la stranezza espressiva sono in stretta relazione con la sfuggente realtà spirituale che essi vogliono chiarire e fissare.

Anche Santa Caterina rientra in questa tradizione. Anche per lei si è parlato di barocchismo. Espressione questa che va naturalmente presa in senso metaforico, poiché da un lato il suo linguaggio risente della letteratura religiosa medievale e dei testi biblici, dall'altro esso sorge per un bisogno intimo. Ora tutto starà nel capire come spontaneità e tradizione coesistano, e nel cogliere quindi, insieme alla sincerità dell'ispirazione, il tono particolare di essa.

Fra le caratteristiche essenziali del linguaggio mistico vi è quella che si potrebbe dire la « esteriorizzazione » della realtà interiore e spirituale. In esso gli elementi e le situazioni della vita dell'anima sono oggettivati in concrete entità fisiche mediante elementi desunti dal mondo fenomenico. Anche Santa Caterina, per esprimere la sua intima esperienza sfuggente ed intensa, ricorre al mondo esterno. Perciò i suoi modi espressivi vanno, in una crescente progressione; dalla semplice similitudine alla metafora e all'allegoria: le quali sono pur rivelatrici, nella loro qualità particolare, dell'animo della scrittrice che le usa. Con esse s'introducono nel linguaggio cateriniano in gran numero le più diverse immagini, ricavate sia dalla società umana sia dalla natura.

Un primo vasto gruppo di similitudini è derivato dal mondo umano. Esse sono tutte documento di quella larga simpatia della santa verso gli uomini, che costituisce una delle note più intime della sua personalità. Santa Caterina è lontanissima da quel sentimento ostile o almeno pessimistico di fronte alla società che si trova in altri mistici, e fortissimo ad esempio in Iacopone. Ella si sente legata da un saldo vincolo affettivo agli altri uomini, alle loro cose, alla loro vita, che osserva con cordiale interesse, senza distoglierne con disgusto lo sguardo. Così l'amore di Dio verso la sua creatura è illuminato da lei con questa similitudine: « Dio ha fatto a voi e ad ogni creatura come fa il padre che mette alcun tesoro in mano del figliuolo suo e per farlo grande e arricchito il manda fuora della città sua ».

E Gesú che espia su di sé le colpe degli uomini è da lei assomigliato alla balia:

«Egli ha fatto come fa la balia che nutrica il fanciullo che quando egli è infermo, piglia la medicina per lui perché il fanciullo è piccolo e debile, non potrebbe pigliare l'amaritudine perché non si nutrica altro che di latte».

Questa similitudine efficacissima appartiene in particolare, a quel gruppo di immagini materne, che ritornano assai di frequente, e che sono quasi una eco di quel sentimento della maternità secondo cui si atteggia essenzialmente la sua vita interiore. Bellissima però fra tutte queste immagini umane è quella introdotta per descrivere l'aspetto esterno e insieme la situazione psicologica di Tuldo, il giovane condannato a morte da lei convertito:

«Volsesi come fa la sposa quando è giunta all'uscio dello sposo suo e volge l'occhio e il capo addietro inchinando chi l' à accompagnata e con l'atto dimostra segni di ringraziamento».

È questo uno tra gli accenti più vivi e più delicatamente umani dell'opera di Santa Caterina e tale da illuminare quest'anima che, tutta raccolta nel mondo del «cognoscimento di sé», sa raccogliere a volte tutto un fremito di pulsante vita in una rapida e chiara sintesi degna quasi di un poeta.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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L'Inno che si cantava una volta.....e che oggi potremo riprendere....

O Fortissima Donna d'Italia
della stirpe bellissimo fiore.
Caterina che in nozze d'Amor,
meritasti impalmare il Signor.

Te cui Siena, città della vergine,
diè soave potenza d'amare;

noi dall'Alpi alla cinta del Mare
salutiamo Patrona ed onor. (rip.)

Tu che nunzia alla sponda del Rodano,
Avignone turrita scuotesti;
con accenti di fuoco e potesti
all'Eterna il Pastor ridonar.

Fa che il dolce di CristoVicario
vegli sempre sull'itale genti

e conservi nel cuor, nelle menti
quella fede che i padri onorar (rip.)


         

Il Card. Carlo M. Martini, nel 1994, presiedendo la giornata dedicata alla comunità cristiana, rivolgendosi ai sacerdoti e ai religiosi, ha citato S.Caterina da Siena con queste stupende parole....approfondiamole insieme, sono veramente una perla preziosa:

"Voglio lasciarmi ispirare in questa mia riflessione sulla via di Emmaus da alcune parole di S.Caterina da Siena, che si rivolge alla misericordia di Dio e dice: - Oh misericordia! la quale esce dalla Tua Deità, Padre Eterno, la quale governa con la Tua potenza tutto quanto il mondo - e aggiunge - La misericordia Tua veggo che Ti costrinse a dare anco più all'uomo, cioè lascianditi in Cibo, acciò che noi deboli avessimo conforto e gli ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza dei benefici Tuoi. E però Tu dai ogni dì all'uomo...-

E mi colpiscono in particolare quelle due categorie per le quali S.Caterina dice che la misericordia di Dio ha dato il Cibo dell'Eucarestia e che siamo noi i deboli e gli ignoranti smemorati. Ed è questa immagine di deboli e di ignoranti smemorati che ci viene incontro nel racconto dei discepoli di Emmaus che abbiamo appena scoltato......

E termino richiamando altre parole di S.Caterina, che rivolgendosi a Maria le diceva:
- Tu sei la farina che con l'acqua e il fuoco dello Spirito Santo ci hai dato il Pane fragrante della vita -

Chiediamo per intercessione di Maria e di S.Caterina da Siena che in questo Congresso Eucaristico tutti noi possiamo gustare la fragranza di questo Pane che fa di noi un solo corpo e, riconoscendo il suo Figlio, il Figlio di Maria Gesù nella frazione del Pane, serviamo con gioia nella santa Chiesa tutti i nostri fratelli..."

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REGINA COELI GiovanniPaolo II
Domenica, 28 aprile 2002



Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. La liturgia dell'odierna quinta domenica del tempo pasquale ci presenta Cristo come "via, verità e vita" (cfr Gv 14,6). E' Lui l'unica via di salvezza, la verità piena che ci rende liberi, la vita vera che dà senso alle nostre esistenze.

Il suo Volto sfolgorante di gloria ci rivela in pienezza la verità di Dio e la verità dell'uomo. Al suo Volto ciascuno può volgere gli occhi in ogni momento, per trovarvi comprensione, serenità e perdono. Ce lo ricorda anche santa Caterina da Siena, Patrona d'Italia e d'Europa, di cui domani celebreremo la festa. Agli anziani di Lucca scriveva: "Sapete, fratelli carissimi, che tutti noi siamo in via, pellegrini e viandanti ... Ma confortatevi, perché ci è stata data la guida, ed è l'unigenito Verbo incarnato, Figlio di Dio, il quale c'insegna il modo come dobbiamo andare per quella via così lucida che è egli medesimo" (Lettera 168).

2. Mercoledì prossimo inizia il mese di maggio, consacrato a Maria. La pietà popolare da secoli ha reso questo mese una stupenda occasione per moltiplicare iniziative di pietà mariana. Viviamo intensamente, carissimi Fratelli e Sorelle, questi giorni dedicati alla celeste Madre del Signore. Recitiamo, se possibile ogni giorno, il santo Rosario, sia da soli che in comunità. Il Rosario è una preghiera semplice, ma profonda e tanto efficace, anche per implorare grazie in favore delle famiglie, delle comunità e del mondo intero.

3. Dinanzi alla situazione internazionale, dove emergono tanti bisogni e problemi, e, in particolare, di fronte al dramma della Terra Santa, che non conosce fine, dobbiamo ricorrere con fiducia alla materna intercessione della Vergine. Siamo certi che Lei può sostenere gli sforzi di chi cerca con sincerità e impegno la pace. Nessuno più di Lei, Regina della Pace, veglia costantemente su questo faticoso cammino dell'umanità. Durante il mese di maggio si elevi, pertanto, da ogni parte del mondo un’ininterrotta e corale preghiera verso il Cielo, perché finalmente s’affermino iniziative di distensione e di dialogo nella Terra di Cristo e in ogni altro luogo del Pianeta, segnato dalla violenza e dal dolore.

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La Festa di Santa Caterina da Siena che con san Pio V la cui festa è il 30 Aprile, aprono i Vespri del Mese dedicato a Maria....prendiamo allora il Rosario....

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Preghiera a Santa Caterina da Siena Patrona d'Italia e d'Europa

O sposa del Cristo, fiore della patria nostra. angelo della Chiesa sii benedetta.

Tu amasti le anime redente dal Divino tuo Sposo: come Lui spargesti lacrime sulla Patria diletta; per la Chiesa e per il Papa consumasti la fiamma di tua vita.
Quando la peste mieteva vittime ed infuriava la discordia, tu passavi Angelo buono di Carità e di pace.
Contro il disordine morale, che ovunque regnava, chiamasti
virilmente a raccolta la buona volontà di tutti i fedeli.

Morente tu invocasti sopra le anime, sopra l'Italia e l'Europa, sopra la Chiesa il Sangue prezioso dell'Agnello.

O Caterina Santa, dolce sorella patrona Nostra, vinci l'errore, custodisci la fede, infiamma, raduna le anime intorno al Pastore.
La Patria nostra, benedetta da Dio, eletta da Cristo, sia per la tua intercessione vera immagine della Celeste nella carità
nella prosperità, nella pace.

Per te la Chiesa si estenda quanto il Salvatore ha desiderato, per te il Pontefice sia amato e cercato come il Padre il consigliere di tutti.

E le anime nostre siano per te illuminate, fedeli al dovere verso L'Italia, l'Europa e verso la Chiesa, tese sempre verso il cielo, ne Regno di Dio dove il Padre, il Verbo il Divino amore irradiano sopra ogni spirito eterna luce, perfetta letizia.

Così sia.

Caterina, è una delle figure di Santi più popolare d'Italia, insieme a S. Francesco d'Assisi, col quale ne è la Compatrona.

Fedele alla sua precocissima consacrazione religiosa, si chiude nel deserto della sua cella casalinga ed interiore per forgiare la sua mistica unione con Dio, sull'esempio del Cristo e del Battista. I suoi digiuni e le sue penitenze sono un autentico miracolo: vive quasi senza cibo e senza sonno. Si ristora di preghiera.

Segno della sua maturità spirituale è lo sposalizio mistico col Cristo avuto sui 20 anni, in un giorno di reazione al Carnevale. Fa allora la scelta della vita attiva, apostolica, senza reticenze e senza ostacoli, né paura né ripugnanza. E Dio le concede il dono dei miracoli. A chi l'insulta bacia le mani e lava i piedi: purché le anime tornino a Dio.

La mia natura è fuoco - dice Caterina - fuoco che arde per Cristo e per la Chiesa.

Intorno a lei si radunano anime fervorose; nasce la famiglia dei Caterinati, uomini e donne bisognose di una guida coraggiosa ed intraprendente. E la chiamano mamma. Figlia di S. Domenico, ne assume lo spirito apostolico paolino, senza remore davanti ai potenti e ai dotti. Ai suoi « figli » inizia ad inviare le sue Lettere che detta ai collaboratori, essendo lei analfabeta.

A Siena inizia la sua opera di pacificazione prima fra singole persone, poi tra famiglie. Ben presto, dotata da una consolidata autorità spirituale che la vince sui dotti, i politici e i. diplomatici, passa progressivamente all'opera di pacificazione tra città, stati vicini, all'Italia e alla Cristianità. Essa è spinta da Dio e dagli uomini.

Perciò si trova impegnata per la Crociata, come strumento indiretto della pacificazione fra i cristiani; la riforma della Chiesa da farsi dall'interno e dall'alto; la pacificazione tra Firenze e il Papa; il ritorno del Papa a Roma; la difesa di Urbano VI dall'antipapa Clemente VII.

Caterina, Dottore della Chiesa, insegna con la sua vita, scritta su di lei col sangue, e dai suoi biografi con la penna. E' un modello di donna cristiana impegnata nella vita politica e sociale, che prega ed agisce per la pace con Dio e fra gli uomini.

_________________


... Ricevendo l'Eucarestia nella festa dell'Ascensione, al termine di un prolungato digiuno, Caterina da Siena vede Cristo in forma di luminoso fanciullo,
mentre una pioggia di ardenti scintille
si abbatte sul capo di Lei...

Beato Raimondo da Capua
(Ed. Cantagalli - Siena)



...Mentre è assorta nella contemplazione le appare Cristo, con una corona di spine nella mano destra e una d'oro nella sinistra, che invita la sua sposa a scegliere...

Beato Raimondo da Capua

(Ed. Cantagalli - Siena)

La vita di Caterina da Siena si svolge in due periodi: l'uno di nascondimento, che va dalla nascita al suo ventesimo anno, periodo che può dirsi di preparazione, tra le mura domestiche da prima, vivendo di preghiera, Eucarestia e meditazione dell'ascolto della Parola di Dio dal momento che era illetterata, e poi in società delle umili Terziarie Domenicane senesi, fino al momento in cui si sente chiamata da Dio all'attività esteriore, tanto da riportare il Papa da Avignone a Roma dopo un'assenza di 70 anni.

Il cuore di tutto il suo essere è L'EUCARESTIA, che si riverserà poi nell'amore per la Chiesa e per il Papa che chiama: Babbo mio dolce! Dolce vicario di Cristo in terra!
Fraternamente CaterinaLD

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SANTA MESSA NEL VI CENTENARIO DELLA MORTE
DI SANTA CATERINA DA SIENA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Basilica di San Pietro, 29 aprile 1980

  

1. Una innumerevole schiera di “vergini sagge” come quelle lodate dalla parabola evangelica che abbiamo ascoltato, hanno saputo, nei secoli cristiani, attendere lo Sposo con le loro lampade, ben fornite d’olio, per partecipare con lui alla festa della grazia in terra, e della gloria in cielo. Tra di esse, oggi splende dinanzi al nostro sguardo la grande e cara santa Caterina da Siena, splendido fiore d’Italia, gemma fulgidissima dell’ordine domenicano, stella di impareggiabile bellezza nel firmamento della Chiesa, che qui onoriamo nel VI centenario della sua morte, avvenuta un mattino di domenica, circa l’ora terza, il 29 aprile 1380, mentre si celebrava la festa di san Pietro martire, da lei tanto amato.


Felice di potervi dare un primo segno della mia viva partecipazione alla celebrazione del centenario, saluto cordialmente voi tutti, cari fratelli e sorelle, che per commemorare degnamente la gloriosa data vi siete raccolti in questa Basilica vaticana, dove sembra aleggiare lo spirito ardente della grande senese. Saluto in modo particolare il maestro generale dei frati predicatori, padre Vincenzo de Couesnongle, e l’Arcivescovo di Siena, monsignor Mario Ismaele Castellano, principali promotori di questa celebrazione; saluto i membri del terz’ordine domenicano e dell’associazione ecumenica dei caterinati, i partecipanti al congresso internazionale di studi cateriniani, e voi tutti, cari pellegrini, che avete percorso tante strade d’Italia e d’Europa per unirvi in questo centro della cattolicità, in un giorno di festa così bello e significativo.


2. Noi guardiamo oggi a santa Caterina anzitutto per ammirare in lei ciò che immediatamente colpiva quanti l’avvicinavano: la straordinaria ricchezza di umanità, per nulla offuscata, ma anzi accresciuta e perfezionata dalla grazia, che ne faceva quasi un’immagine vivente di quel verace e sano “umanesimo” cristiano, la cui legge fondamentale è formulata dal confratello e maestro di Caterina, san Tommaso d’Aquino, col noto aforisma: “La grazia non sopprime, ma suppone e perfeziona la natura” (S. Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2). L’uomo di dimensioni complete è quello che si attua nella grazia di Cristo.

Quando nel mio ministero insisto nel richiamare l’attenzione di tutti sulla dignità e i valori dell’uomo, che oggi bisogna difendere, rispettare e servire, è soprattutto di questa natura uscita dalle mani del Creatore e rinnovata nel sangue di Cristo redentore che io parlo: una natura in sé buona, e quindi risanabile nelle sue infermità e perfettibile nelle sue doti, chiamata a ricevere quel “di più” che la rende partecipe della natura divina e della “vita eterna”.

Quando questo elemento soprannaturale s’innesta nell’uomo e vi può agire con tutta la sua forza, si ha il prodigio della “nuova creatura”, che nella sua trascendente elevatezza non annulla, ma rende più ricco, più denso, più saldo tutto ciò che è schiettamente umano.


Così la nostra santa, nella sua natura di donna dotata largamente di fantasia, di intuito, di sensibilità, di vigore volitivo e operativo, di capacità e di forza comunicativa, di disponibilità alla donazione di sé ed al servizio, viene trasfigurata, ma non impoverita, nella luce di Cristo che la chiama ad essere sua sposa e ad identificarsi misticamente con lui nella profondità del “conoscimento interiore”, come anche ad impegnarsi nell’azione caritativa, sociale e persino politica, in mezzo a grandi e piccoli, a ricchi e poveri, a dotti e ignoranti. E lei, quasi analfabeta, diventa capace di farsi ascoltare, e leggere, e prendere in considerazione da governatori di città e di regni, da príncipi e prelati della Chiesa, da monaci e teologi, da molti dei quali è venerata addirittura come “maestra” e “mamma”.


È una donna prodigiosa, che in quella seconda metà del Trecento mostra in sé di che cosa sia resa capace una creatura umana, e - insisto - una donna, figlia di umili tintori, quando sa ascoltare la voce dell’unico pastore e maestro, e nutrirsi alla mensa dello Sposo divino, al quale, da “vergine saggia”, ha generosamente consacrato la sua vita.

Si tratta di un capolavoro della grazia rinnovatrice ed elevatrice della creatura fino alla perfezione della santità, che è anche realizzazione piena dei fondamentali valori dell’umanità.


3. Il segreto di Caterina nel rispondere così docilmente, fedelmente e fruttuosamente alla chiamata del suo Sposo divino, si può cogliere dalle stesse spiegazioni e applicazioni della parabola delle “vergini sagge”, che essa fa più volte nelle lettere ai suoi discepoli. In particolare in quella inviata a una giovane nipote che vuol essere “sposa di Cristo”, essa fissa una piccola sintesi di vita spirituale, che vale specialmente per chi si consacra a Dio nello stato religioso, ma è di orientamento e di guida per tutti.

“Se vuoi essere vera sposa di Cristo - scrive la santa - ti conviene avere la lampada, l’olio e il lume”.

“Sai che s’intende con questo, figliola mia?”.


Ed ecco il simbolismo della lampada: “Con la lampada si intende il cuore, che deve assomigliare ad una lampada. Tu vedi bene che la lampada è larga di sopra, e di sotto è stretta: e così è fatto il nostro cuore, per significare che dobbiamo averlo sempre largo di sopra, mediante i santi pensieri, le sante immaginazioni e la continua orazione; con la memoria sempre rivolta a ricordare i benefici di Dio e massimamente il beneficio del sangue dal quale siamo stati ricomperati...”.

“Ti ho anche detto che la lampada è stretta di sotto: così è pure il nostro cuore, per significare che deve essere stretto verso queste cose terrene, non desiderandole né amandole disordinatamente, né appetendole in maggiore quantità di quanto Dio ce ne voglia dare, ma dobbiamo ringraziarlo sempre, ammirando come dolcemente egli ci provvede, sicché non ci manca mai nulla...” (Lettera 23).

Nella lampada ci vuole l’olio. “Non basterebbe la lampada se non ci fosse l’olio dentro. E per l’olio s’intende quella dolce virtù piccola della profonda umiltà... Quelle cinque vergini stolte, gloriandosi solamente e vanamente della integrità e verginità del corpo perdettero la verginità dell’anima, perché non portarono con sé l’olio dell’umiltà...” (Ivi).


“Occorre infine che la lampada sia accesa e vi arda la fiamma: altrimenti non basterebbe a farci vedere. Questa fiamma è il lume della santissima fede. Dico la fede viva, perché dicono i santi che la fede senza le opere è morta...” (Ivi; cf. Lettere 79, 360).


Nella sua vita, Caterina ha effettivamente alimentato di grande umiltà la lampada del suo cuore, e ha mantenuto acceso il lume della fede, il fuoco della carità, lo zelo delle buone opere compiute per amore di Dio, anche nelle ore di tribolazione e di passione, quando la sua anima raggiunse la massima conformazione a Cristo crocifisso, finché un giorno il Signore celebrò con lei le mistiche nozze nella piccola cella dove abitava, resa tutta splendente da quella divina presenza(cf. Vita, nn. 114-115).

Se gli uomini d’oggi, e specialmente i cristiani, riuscissero a riscoprire le meraviglie che si possono conoscere e godere nella “cella interiore”, e anzi nel cuore di Cristo! Allora, sì, l’uomo ritroverebbe se stesso, le ragioni della sua dignità, il fondamento di ogni suo valore, l’altezza della sua vocazione eterna!


4. Ma la spiritualità cristiana non si esaurisce in un cerchio intimistico, né spinge ad un isolamento individualistico ed egocentrico. L’elevazione della persona avviene nella sinfonia della comunità. E Caterina, che pur custodisce per sé la cella della sua casa e del suo cuore, vive fin dagli anni giovanili in comunione con tanti altri figli di Dio, nei quali sente vibrare il mistero della Chiesa: con i frati di san Domenico, ai quali si unisce in spirito anche quando la campana li chiama in coro, di notte, per il mattutino; con le mantellate di Siena, tra le quali è ammessa per l’esercizio delle opere di carità e la pratica comune della preghiera; con i suoi discepoli, che vanno crescendo per costituire intorno a lei un cenacolo di ferventi cristiani, che accolgono le sue esortazioni alla vita spirituale e gli incitamenti al rinnovamento e alla riforma che essa rivolge a tutti nel nome di Cristo; e si può dire con tutto il “corpo mistico della Chiesa” (cf. Dialogo, can. 166), col quale e per il quale Caterina prega, lavora, soffre, si offre, e infine muore.
 

La sua grande sensibilità per i problemi della Chiesa del suo tempo si trasforma così in una comunione col “Christus patiens” e con la “Ecclesia patiens”. Questa comunione è all’origine della stessa attività esteriore, che a un certo momento la santa è spinta a svolgere prima con l’azione caritativa e con l’apostolato laicale nella sua città, e ben presto su di un piano più vasto, con l’impegno a raggio sociale, politico, ecclesiale.


In ogni caso Caterina attinge a quella fonte interiore il coraggio dell’azione e quella inesauribile speranza che la sostiene anche nelle ore più difficili, anche quando tutto sembra perduto, e le permette di influire sugli altri, anche ai più alti livelli ecclesiastici, con la forza della sua fede e il fascino della sua persona completamente offerta alla causa della Chiesa.


In una riunione di Cardinali alla presenza di Urbano VI, stando al racconto del beato Raimondo, Caterina “dimostrò che la divina Provvidenza è sempre presente, massime quando la Chiesa soffre”; e lo fece con tale ardore, che il pontefice, alla fine, esclamò: “Di che deve temere il vicario di Gesù Cristo, se anche tutto il mondo gli si mettesse contro? Cristo è più potente del mondo, e non è possibile che abbandoni la sua Chiesa!” (Vita, n. 334).


5. Era quello un momento eccezionalmente grave per la Chiesa e per la sede apostolica. Il demone della divisione era penetrato nel popolo cristiano. Fervevano dappertutto discussioni e risse. A Roma stessa c’era chi tramava contro il Papa, non senza minacciarlo di morte. Il popolo tumultuava.
 

Caterina, che non cessava di rincuorare pastori e fedeli, sentiva però che era giunta l’ora di una suprema offerta di sé, come vittima di espiazione e di riconciliazione insieme con Cristo. E perciò pregava il Signore: “Per l’onore del tuo nome e per la santa tua Chiesa, io berrò volentieri il calice di passione e di morte, come sempre ho desiderato di bere; tu ne sei testimone, da quando, per grazia tua, ho cominciato ad amarti con tutta la mente e con tutto il cuore” (Ivi, n. 346).

Da quel momento cominciò a deperire rapidamente. Ogni mattina di quella quaresima 1380, “si recava alla chiesa di san Pietro, principe degli apostoli, dove, ascoltata la messa, rimaneva lungamente a pregare; non ritornava a casa che all’ora di vespro”, sfinita. Il giorno dopo. di buon mattino, “partendo dalla strada detta via del Papa (oggi di santa Chiara), dove stava di casa, fra la Minerva e Campo dei Fiori, se ne andava lesta lesta a san Pietro, facendo un cammino da stancare anche un sano” (Ivi, n. 348; cf. Lettera 373).


Ma alla fine d’aprile non riuscì più ad alzarsi. Raccolse allora intorno al letto la sua famiglia spirituale. Nel lungo addio, dichiarò a quei suoi discepoli: “Rimetto la vita, la morte e tutto nelle mani del mio Sposo eterno... Se gli piacerà che io muoia, tenete per fermo, figlioli carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa, e questo lo credo per grazia eccezionale che mi ha concesso il Signore” (Ivi, n. 363).

Poco dopo morì. Non aveva che 33 anni: una bellissima giovinezza offerta al Signore dalla “vergine saggia” che era giunta al termine della sua attesa e del suo servizio.


Noi siamo qui raccolti, a seicento anni da quel mattino (Ivi, n. 348), per commemorare quella morte e soprattutto per celebrare quella suprema offerta della vita per la Chiesa.


Miei cari fratelli e sorelle, è consolante che voi siate accorsi così numerosi a glorificare e ad invocare la santa in questa fausta ricorrenza.

È giusto che l’umile vicario di Cristo, al pari di tanti suoi predecessori, vi ispiri, vi preceda e vi guidi nel tributare un omaggio di lode e di ringraziamento a colei che tanto amò la Chiesa, e tanto operò e soffrì per la sua unità e per il suo rinnovamento. Ed io l’ho fatto con tutto il cuore.


Ora lasciate che vi consegni un ricordo finale, che vuol essere un messaggio, una esortazione, un invito alla speranza, uno stimolo all’azione: lo traggo dalle parole che Caterina rivolgeva al suo discepolo Stefano Maconi e a tutti i suoi compagni di azione e di passione per la Chiesa: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia...” (Lettera 368); anzi, io aggiungo: in tutta la Chiesa, in tutto il mondo. Di questo “fuoco” ha bisogno l’umanità anche oggi, ed anzi forse più oggi che ieri. La parola e l’esempio di Caterina suscitino in tante anime generose il desiderio di essere fiamme che ardono e che, come lei, si consumano per donare ai fratelli la luce della fede ed il calore della carità “che non viene meno” (1Cor 13,8).

 


(S.Francesco d'Assisi e Santa Caterina da Siena Patroni d'Italia)

Fraternamente CaterinaLD

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L'esperienza della maternità spirituale nella santa di Siena

Come Caterina rimodellò se stessa


Pubblichiamo ampi stralci della conferenza che si terrà il 10 marzo a Roma, presso il Centro internazionale di studi cateriniani, nell'ambito di un ciclo di incontri dedicati al tema "La donna negli scritti cateriniani:  dagli stereotipi del tempo all'infaticabile cura della vita".

di Alessandra Bartolomei Romagnoli

Pontificia Università Gregoriana
 

Dopo esserne stato il confessore (1374-1380), Raimondo da Capua diventa il biografo di santa Caterina. Nominato maestro generale dell'ordine dei predicatori nello stesso anno della morte della Senese, si dedica alla stesura della Legenda maior tra il 1385 e il 1395. L'opera ha una gestazione lunga, ma nonostante i molti impegni e i viaggi continui Raimondo vi attende con grande impegno. La Legenda maior è un testo prolisso e letterariamente complesso che si sostiene su un difficile equilibrio tra l'esigenza della veridicità storica e della interpretazione teologica e sapienziale dell'esperienza viva della Senese. È questo secondo registro della scrittura che qui ci interessa.

L'opera di Raimondo da Capua può essere letta infatti come il racconto esemplare della trasformazione di un corpo naturale in un corpo cristico, un rituale di passaggio. La sua struttura è cristallina. Come ogni rito transizionale lo sviluppo della narrazione è infatti contraddistinto da tre fasi:  l'iniziazione, caratterizzata da pratiche di autonegazione e procedure di separazione e autoesclusione, necessarie affinché il corpo di Caterina sperimenti lo stato della "morte mistica". La fase liminale, il vero e proprio passaggio, in cui, operata la frantumazione, la creatura partecipa di una condizione ambigua, è ormai priva di attributi ed è dunque suscettibile di essere completamente rimodellata. Infine la trasfigurazione del corpo, che, ormai trasformato, può mettere in atto la pienezza della sua fecondità soprannaturale.

All'inizio del racconto, la figlia del tintore Benincasa è una bambina ben nutrita dal latte della madre e molto amata, anzi è la prediletta, e tutti l'ammirano per la sua pietà, la saggezza, la precocità nel linguaggio. Ma a sei anni ha una visione di Cristo che la sfida:  "Che fai? Non vieni?". Caterina accetta la seduzione e si perde.

La situazione iniziale si capovolge. Rinuncia progressivamente al cibo fino a diventare incapace di mangiare regolarmente, si priva del sonno, indossa il cilicio, con la catena si dissangua di flagellazioni. Il corpo, da grande e forte che era, si riduce, si rimpicciolisce, si contrae. Infine si blocca, in una immobilità simbolica che non è né vita né morte.

Anche lo spazio è contrassegnato da un progressivo ritirarsi. Si rinchiude in casa, poi non esce più dalla sua stanza, infine si mura dentro la cella interiore per negarsi anche alla parola:  diventa muta. Fra lei e l'Assoluto, a questo punto, l'ultimo ostacolo è la famiglia. Sostituisce alla parentela carnale le figure divine. Si taglia i capelli, a sancire l'irrevocabilità del patto.

Caterina a questo punto è diventata una creatura liminale:  non ha nulla, non è nulla. Non ha status, proprietà, rango, e dunque nemmeno diritti. Anche la scelta di entrare tra le mantellate rimane culturalmente equivoca. Fisicamente presente, si rende strutturalmente invisibile. Condizione paradossale e ambigua, fonte di scandalo, tanto che la vergogna viene anche materialmente confinata e sottratta alla vista.

Ma in positivo il processo di frantumazione e dissolvimento contiene in sé l'apertura a tutte le possibilità, al cambiamento dell'essere, a una trasformazione ontologica radicale. Al culmine del lavoro di sottrazione, come uno scultore, Caterina ottiene infatti un corpo che non è più regolato dall'ordine biologico, ma che funziona secondo le disposizioni dell'Assoluto. Ne esce completamente trasformata e rimodellata, perché Cristo le impone un'altra natura. Dopo le nozze mistiche le fa indossare una veste sanguigna, le dona un cuore nuovo e la corona di spine. Si nutre di un altro cibo, quello eucaristico, e del sangue che sgorga dal costato del Crocefisso. Si identifica completamente in lui, ne assume le connotazioni fisiche, stigmate, piaghe.

I sensi della percezione spirituale vengono amplificati:  vede e sente con l'olfatto il peccato e le virtù delle anime. Assimila la potenza straordinaria e salvifica del corpo glorioso:  lievitazione, forza sovrumana, invulnerabilità al fuoco, immobilità, dono di compiere miracoli. Il movimento non è più un chiudersi e un ritrarsi, ma un aprirsi e un andare fuori. Il corpo, sino a ora trattenuto, controllato, contratto, si dilata, esce fuori sé, nell'estasi, e si diffonde all'esterno, nel mondo. Caterina lascia la cella, poi la casa, infine Siena, e diventa feconda, madre di anime.

Chiudendo il corpo al cibo, non accumulando, prendendo su di sé l'abiezione fisica e spirituale degli altri, Caterina ha restituito il corpo al sacro e ha ristabilito la circolazione simbolica, permettendo agli altri di nutrirsi, consentendo la redistribuzione dei beni materiali e spirituali. Acquisisce infine, per investitura divina, anche il privilegio della parola. Al termine del suo lavoro, Caterina è diventata la madre di tutti.

Tra il 1411 e il 1416 alla curia vescovile di Venezia, non ancora patriarcato, affluiscono ventitré deposizioni giurate, solennemente autenticate per mano di pubblico notaio. Tranne due laici, sono tutti appartenenti al clero regolare, quindici i domenicani. Sono padri e insieme figli della madre, formati alla sua "divina scuola". A distanza di trent'anni dalla morte riaffiorano i ricordi, il calore del pane e delle focacce che lei impastava e cuoceva, il profumo delle coroncine di fiori che intrecciava e regalava ai suoi figlioli, una nota di colore che rompe la fitta coltre del dolorismo. Caterina digiunava e nutriva, soffriva e serviva, soprattutto prendeva su di sé i peccati di tutti.

I gesti familiari della vita ordinaria si incrociano con i miracoli strepitosi:  le moltiplicazioni del pane, quelle del vino. La memoria dei figli, ormai orfani, prende il posto della presenza di cui sono stati privati.
Ma sullo sfondo si profila anche l'urgenza di una frontiera per spazi da circoscrivere con rigore. Si è alla vigilia del concilio di Costanza, quello che rimetterà in causa i doni di Brigida, veracissima prophetissa, e i maestri di Parigi, Gerson in testa, pongono sul tappeto la questione della discretio spirituum. Al centro delle deposizioni si intravede la necessità di definire la funzione e le modalità di trasmissione del carisma.

I discepoli si sentono chiamati a rafforzare il processo di idealizzazione di Caterina, necessario a giustificare il loro lavoro al servizio della collettività. In gioco c'è infatti anche la questione della riforma dell'ordine. Essa rinvia a due fondatori:  la santa madre Caterina e il beato padre Raimondo. Sono loro i genitori del discorso riformato. Ma la madre prevale sul padre, in nome di una struttura che assegna alla donna la trasmissione dei mysteria Dei per scientiam infusam. Femminilità della rivelazione divina e della sua abitazione nel mondo. È attraverso la madre che la parola arriva e si fa corpo e discorso.

La Legenda maior diventa così il racconto di fondazione dell'osservanza domenicana, è il mythos delle origini. A farsene carico, con una consapevolezza precisa, è soprattutto frate Tommaso da Siena, il Caffarini. La deposizione al processo dell'autore del Libellus ha l'andamento di un sermone. Sulla scorta di Bartolomeo da Pisa sviluppa il tema della perfetta conformità di Caterina, alter Franciscus, a Cristo.

Ma il punto centrale nell'argomentazione di Tommaso è nella proposta di soluzione del rapporto tra esercizio del carisma e sacerdozio ordinato, sia nei termini del munus docendi che sul piano sacramentale. Per tagliare alla radice ogni potenziale tensione ed equivoca interpretazione, Caffarini sottolinea che l'opera di materna direzione svolta da Caterina mirava in realtà a rafforzare e potenziare i ruoli direttivi dei padri, risolvendosi in una forma di apostolato privilegiato nei confronti dei sacerdoti. Un modello esemplare di questa situazione gli viene fornito dalla coppia spirituale Giacomo da Vitry/Maria di Oignies. Era stata la madre a "generare" Giacomo, indicando all'intellettuale prigioniero della sua passione per i libri la via della santa predicazione, era stata lei a sostenerlo per i suoi meriti e le sue preghiere nel lavoro apostolico.

Ancora prima del riconoscimento ufficiale della santità di Caterina, il processo Castellano offre una delucidazione intellettuale:  l'opera di direzione spirituale, entro alcuni parametri, è consentita alle donne e considerata di grandissima utilità, anzi incoraggiata. Canonizzando la leggenda di Raimondo da Capua e garantendo la conservazione e la trasmissione degli scritti di Caterina, il processo conferisce una singolare patente di fondazione alle esperienze di vita consacrata femminile ponendo le premesse alla fioritura delle sante vive e delle terziarie domenicane che tra Quattrocento e Cinquecento si riconosceranno nel profetico modello cateriniano.

Vorrei adesso fare un passo indietro per cercare di riflettere su come Caterina stessa abbia interiorizzato il proprio ruolo direttivo e materno. A questo proposito vorrei solo accennare a un tema al quale non mi sembra sia stata accordata nella storiografia una attenzione sufficiente. La tradizione accosta immediatamente Brigida di Svezia e Caterina da Siena, le due grandi madri della Chiesa e del Papato trecentesco. Le evidenti analogie non devono però farci perdere di vista alcune sostanziali differenze del loro linguaggio spirituale e le diverse modalità con cui esse hanno interpretato la propria funzione carismatica.

In contrasto con Brigida, Caterina è ben attenta a non avanzare per sé una apostolicità di tipo profetico, né a proporsi quale strumento e canale della continua rivelazione di Dio, come fa invece la Svedese, che nell'evento rivelatorio si autoidentifica con la Madre di Dio. Caterina mette in guardia dal paradigma di un profetismo inteso come conoscenza di eventi futuri ed è molto cauta nei confronti di forme di gnosi estatica e visionaria. Non parla mai di segreti divini che non sono tramandati dalla Scrittura e, a differenza di Brigida, è assai prudente anche nella utilizzazione degli apocrifi. Rimane tomista nell'invito costante a mantenere ben lucido e chiaro l'occhio dell'intelletto. L'aristocratica Brigida non esita con piglio regale a somministrare irrevocabili condanne su ecclesiastici e dottori che sovente nelle sue visioni le appaiono sprofondati negli abissi infernali. Caterina è severa, anche dura nell'opera di correzione, ma mantiene sempre intatta la reverenza e la devozione affettuosa nei confronti dei sacerdoti, ministri del dolce sacramento.

E tuttavia, in Caterina, non meno che in Brigida è forte la coscienza di adempiere a un preciso mandato divino e, come una madre, "sente" di portare i suoi figli, letteralmente, con il corpo e con l'anima.

Nella Legenda maior si parla in maniera molto diffusa del rapporto tormentato di Caterina con la madre. È un motivo - lo noto qui per inciso - che si introduce nelle agiografie delle sante mistiche della fine del medioevo. Nella tradizione antica, il paradigma offerto dalla coppia Monica/Agostino suggerisce l'idea di una trasmissione dei valori cristiani per via matrilineare. La nuova agiografia sembra invece organizzarsi su una frattura che capovolge gli assunti culturali. Nella legenda maior, in particolare, il tema del conflitto trova uno sviluppo del tutto inedito, tanto che la madre assurge quasi al ruolo di maestra in negativo nel processo di formazione della figlia.

Caterina indirizza alla "madre sconsolata" quattro lettere del suo immenso epistolario, poche forse, se misurate all'angoscia di Lapa Benincasa. La figlia lontana conosce bene la sua sofferenza, la sua "fadiga" di comprendere:  "Tutto questo v'addiviene perché voi amate più quella parte che io ho tratto da voi, che quella ch'io ho tratta da Dio, cioè la carne vostra, della quale mi vestiste".

Supplica allora la madre di deporre "ogni disordinata tenerezza", l'"amore sensitivo", e di lasciarla andare, per diventare finalmente "madre non solamente del corpo, ma dell'anima mia". Le chiede di seguire l'esempio della Vergine che "dona sé e figlioli, e tutte le cose sue, e la vita per onore di Dio", e di non avere paura di restare come lei "sola, ospita e peregrina". Il dolore solitario della madre di Dio ai piedi della croce è un momento forte della spiritualità di Caterina, che nel segno domenicano ha una devozione profonda nei confronti della Vergine.


Tuttavia la sua esperienza mistica di maternità trova la sua prima ragione nella cristologia. Nella visione di Caterina, pienamente compresa nel quadro teologico della scolastica, Cristo è innanzitutto il redentore, in quanto solo il suo essere Dio rende possibile la salvezza per l'uomo, è il suo sacrificio di espiazione a cancellare il peccato, è il suo sangue a ricomprare l'umanità pagandone il riscatto. È dunque insieme un atto di giustizia e un atto d'amore. Ma nell'incarnazione si realizza compiutamente anche il mistero dell'unione umano-divina:  "l'uomo è fatto Dio e Dio si è fatto uomo per l'unione della natura divina e della natura umana in Cristo", scrive nel Dialogo. Per questo l'immagine fondamentale di Cristo negli scritti di Caterina è quella del corpo di Dio che muore affinché gli uomini possano nutrirsi e vivere:  "A noi, carissima madre, conviene fare come fa il fanciullo, el quale, volendo prendere il latte, prende la mammella della madre e mettesela in bocca, unde col mezzo della carne trae a sé il latte; e così doviamo fare noi, se vogliamo notricare l'anima nostra:  dovianci attaccare al petto di Cristo crocifisso, in cui è la madre della carità".

La teologia della maternità di Dio aveva radici profonde nel pensiero medievale. La serie era stata aperta nel XII secolo da Ildegarde di Bingen, che aveva visto nell'incarnazione quasi una seconda creazione, e in Cristo il padre e la madre insieme dell'umanità nuova. Cristo quindi, nuovo Adamo, ha un tratto comune anche con Eva, in quanto la sua nascita non ex semine, sed caro ex carne presenta delle analogie con quella della progenitrice:  non avendo avuto un padre umano, la carne di Cristo è tratta da sua madre. Per questo nel Liber divinorum operum Ildegarde era giunta ad affermare esplicitamente che "l'uomo veramente significa la divinità del Figlio di Dio, e la donna la sua umanità". Se il Padre è il segno della potenza del divino, nell'incarnazione, vissuta nel segno dell'accettazione dell'umana debolezza, si fa presente e visibile il mistero del suo amore e della sua misericordia.

Ma Ildegarde rimane ancora all'interno della tradizione monastica. Quando viene trasferito sul piano dell'esperienza, questo dato teologico dà forma al nuovo linguaggio della mistica femminile, dove l'intimità totale con la persona di Cristo viene ricercata nella partecipazione alla sua sofferenza. È questo anche il grande problema di Caterina:  la possibilità del ripetersi dell'evento dell'incarnazione in ogni uomo, come una realtà storicamente tangibile come lo è nella carne eucaristica. Non è più, per via di contemplazione, l'oltrepassamento da questo mondo finito e diveniente per raggiungere l'Essere eterno e immutabile, perché quello che la sua vita e la sua scrittura testimoniano è il tentativo di lasciare sempre aperta la possibilità che l'Essere avvenga.

In altri termini potremmo dire che è un modo di porsi, nei confronti dell'Essere, in relazione materna, di generarlo, di farlo venire alla luce. L'attenzione si sposta da un conoscere, o un contemplare, a un fare. È questo quello che Caterina intende quando parla di "partorire un figliolo dell'Amore". Non è una novità:  espressioni simili si ritrovano in Hadewijch che sente "amor che cresce nel suo grembo", in Gertrude di Helfta, che la notte di Natale si sente incinta del divino Bambino, ma anche in Angela da Foligno cui il mondo intero appare come gravido di Dio, vivente nell'attesa. Decine e decine di visioni di sante donne ce le mostrano intente nell'accudimento del Figlio divino:  lo nutrono, lo fasciano, lo cullano.

Ma Caterina va oltre:  la singolarità della sua esperienza è quella di aver portato alle sue conseguenze estreme l'intuizione mistica del completo coinvolgimento di Dio nella storia e di aver trasferito il tema della maternità dal momento personale privato spirituale a quello pubblico.



(©L'Osservatore Romano - 8-9 marzo 2010)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Riflessioni per l'Anno sacerdotale

Santa Caterina da Siena
e il tesoro della Chiesa


di Diega Giunta

"El tesoro della Chiesa è el sangue di Cristo, dato in prezzo per l'anima (...) e voi ne sete ministro".

L'affermazione, icastica sintesi del pensiero di Caterina da Siena sul mistero e sul ministero sacerdotale, costituisce l'essenza della prima lettera che Gregorio xi riceve dalla senese poco dopo il suo arrivo a Roma (17 gennaio 1377).

La sede di Pietro, dopo la lunga permanenza in Avignone, è ritornata a Roma, al "luogo suo", e il Pontefice si trova a reggere la Chiesa in tempi difficili e problematici. Urge una coraggiosa riforma dei costumi, da viversi in primis dal clero perché essa possa dare frutti duraturi nel corpo universale della Chiesa. Scosso dalla rivolta, alimentata dalla lega antipapale, capeggiata da Firenze e favorita dalle mire politiche di Bernabò Visconti, lo Stato della Chiesa perde possedimenti e città. La ribellione di Cesena (1 febbraio 1377) sedata in un bagno di sangue, è cronaca tristemente nota anche alla santa senese.

Questo lo scenario pregresso e attuale sotteso alla Lettera 209, nella quale Caterina esorta Gregorio xi, da parte di Dio, ad adoperarsi per la pace e non per la guerra:  "Pace, pace, per l'amore di Cristo crocifisso!", implora la santa. Se il ricorso alle armi potrà sembrare un atto dovuto per "racquistare e conservare el tesoro e la signoria de le città", perdute dalla Chiesa, il successore di Pietro, però, non ha altro bene più prezioso da riconquistare se non quello di "tante pecorelle che sono uno tesoro nella Chiesa. (...) Meglio ci è dunque lassare el loto delle cose temporali che l'oro delle spirituali".
Egli otterrà tutti e due i beni - l'onore di Dio, la salvezza delle anime e le sostanze temporali - "più col bastone de la benignità, dell'amore e pace, che col bastone della guerra", e a tal fine la senese lo richiama all'essenza del suo ministero sacerdotale.

Il sangue di Cristo, che ci lava dai peccati e dal quale traggono virtù ed efficacia i sacramenti, è affidato alla Chiesa:  è il suo tesoro ed essa ne è depositaria, custode, amministratrice. Mansioni sacre e sante che Caterina esemplifica nelle immagini della "bottiga" e del "cellaio".

Il Verbo incarnato e crocifisso ha fatto di sé un ponte, inarcato tra terra e cielo a colmare l'abisso che separava l'uomo da Dio per il peccato di Adamo. Costruito con pietre vive - le virtù - e murato col sangue e con la calcina della carità dell'Unigenito Figlio, il "tutto Dio e tutto uomo", il ponte è ricoperto dalla misericordia - l'Incarnazione - che ripara i viandanti dalla pioggia della giustizia divina; è inoltre munito di scala, i cui gradini - piedi, costato squarciato e bocca del Crocifisso - agevolano la salita della creatura che ha in sé ragione verso il suo Creatore e Redentore. E sul ponte-Cristo è posta "la bottiga del giardino della santa Chiesa".

La chiave della "bottiga", del "cellaio della santa Chiesa", dove è custodito il sangue, è stata data a Pietro e a quelli che gli succederanno sino "a l'ultimo dì del giudicio". Del sacro deposito "Cristo in terra" è cellario, portinaio, guardiano, e soprattutto "ministratore", poiché il "sangue de l'umile immacolato Agnello" può riceversi soltanto dalle sue mani e da quelle di coloro che egli ha unto come ministri, perché lo aiutino "per tutto l'universale corpo della religione cristiana". Dal Vicario di Cristo, dunque, s'origina "tutto l'ordine chiericato", e come ai ministri egli affida l'ufficio di "ministrare questo glorioso sangue (...), così a lui tocca il correggerli de' difetti loro" e non ad altra persona o potere:  "Questi sono i miei unti, e però dissi per la Scrittura:  "Non vogliate toccare i cristi miei" (Salmo, 104, 15)".

Quanto Caterina da Siena insegna sulla dignità del ministero sacerdotale trova ampia formulazione nella parte de Il dialogo della divina Provvidenza titolata "Il corpo mistico della Santa Chiesa". L'imperativo "voglio" caratterizza l'adesione di Caterina; che, com'è suo costume, addebita a sé i tanti mali che affliggono il mondo e la Chiesa:  "O anima mia, oimè, tutto il tempo della vita tua Ai perduto, e però sono venuti tanti mali e danni nel mondo e nella santa Chiesa (...); e però io voglio che tu ora remedisca col sudore del sangue".

Luci e ombre, virtù e peccati dei ministri sono mostrati dall'Eterno Padre a Caterina:  il servizio virtuoso del tesoro dei sangue, posto da Dio, per gratuita sua grazia, nelle mani dei prescelti, fa risaltare, per contrasto, la miseria di chi indegnamente lo amministra. Caterina è invitata a prendere coscienza dell'eccellenza e dignità del ministero sacerdotale, che Dio non ha riservato alla natura angelica, ma alla creatura che ha in sé ragione. Questa, infatti, creata per amore a immagine e similitudine di Dio e ricreata a grazia dal sangue del Figlio suo unigenito, ha "maggiore eccellenza e dignità che l'angelo".

In virtù del sangue del Verbo, l'originaria nobiltà e grandezza della creatura è sublimata dal sacramento del battesimo, che per l'efficacia della sua grazia e per il dono della fede restaura e perfeziona in lei la potenzialità che le è propria, l'attitudine ad amare. La contemplazione di tale grande dignità, ricomprata "con tanta pena sul legno della santissima croce", strappa talvolta alla santa apostrofi forti:  "O ingrato uomo, che natura t'ha data lo Dio tuo? La sua. E tu non ti vergogni di tollere da te tanto nobile cosa con la colpa del peccato mortale?".

Tuttavia la vulnerabilità e la debolezza della creatura, retaggio della colpa originale, non fanno desistere l'Amore per essenza:  come ha voluto l'incarnazione del Verbo per redimere l'opera delle sue mani, ribellatasi al suo progetto d'amore, così, per sostenerla e guidarla nel cammino verso di Lui, continua a scegliere i ministri tra la progenie di Adamo. Se il battesimo ridona alla creatura "la somiglianza divina perduta a causa del peccato", il sacramento dell'eucaristia, elargendole sotto la "bianchezza del pane" il corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, la unisce in modo mirabile al suo Dio.

Gli effetti spirituali sono, dunque, identici sia nel fedele sia nel sacerdote, poiché l'uno e l'altro si nutrono dello stesso pane e bevono allo stesso calice, ma è esclusivo del sacerdote il dono-potere di rendere realmente presente il Corpo e il Sangue di Cristo nel pane e nel vino. Per accostarsi a sì grande mistero si richiede a tutti purità e carità, "ma molto maggiormente Io richieggio - rileva l'Eterno Padre - purità ne' miei ministri e amore verso di me e del prossimo loro, ministrando il corpo e sangue de l'unigenito mio Figliuolo con fuoco di carità e fame della salute de l'anime, per gloria e loda del mio nome".

La speciale loro dignità richiede ai sacerdoti un adeguato stile di vita:  scelti per amministrare i sacramenti, messi "come fiori odoriferi nel corpo mistico della Chiesa" e "posti come angeli, debbono essere come angeli in questa vita".

Se per celebrare il sacrificio eucaristico essi esigono "la nettezza del calice", Colui che li ha elevati a tanto onore chiede loro nettezza e purezza di cuore, anima, mente, corpo. Ne consegue che devono bandire la superbia dal loro cuore, che non devono cercare "le grandi prelazioni"; che siano generosi e non avari; non vendano per cupidigia la grazia spirituale, posta da Dio nelle loro mani per la salvezza delle anime. Anche se le sostanze temporali non reggono il confronto con l'intrinseco valore dei beni spirituali elargiti dai ministri sacri, questi possono e debbono ricevere dai fedeli elemosine e beni temporali per il loro sostentamento, per sovvenire i poveri e per le diverse necessità della Chiesa.

A conforto e sostegno dei "suoi cristi", che vuole strenuamente impegnati nella sequela del Figlio Unigenito, l'Eterno Padre ricorda il vissuto esemplare di alcuni suoi "dolci e gloriosi ministri". Questi, pur nella diversità di ruoli e di carismi, con vera e perfetta umiltà e come lucerna posta sul candelabro, hanno illuminato la Chiesa e dilatato la fede:  Pietro, "a cui furono date le chiavi del regno del cielo da la mia Verità", con la predicazione, la dottrina e il martirio; "Gregorio con la scienzia e santa scrittura e con specchio di vita; Salvestro contro a gl'infedeli e massimamente con la disputazione e provazione che fece della santissima fede in parole e in fatti"; Agostino, Girolamo e il glorioso Tommaso, estirpando gli errori "col lume della scienzia"; i martiri con l'effusione del sangue; i prelati scelti da "Cristo in terra" con santa e vita onesta, con vera umiltà e ardentissima carità, con la "margarita della giustizia", per la quale, avendo corretto se stessi, hanno potuto correggere e riportare sulla retta via i loro fedeli.

"Come pastori buoni, seguitatori del buono Pastore mia Verità, il quale Io vi diei a governare voi pecorelle, e volsi che ponesse la vita per voi", tutti costoro hanno anteposto a loro stessi e ai personali interessi, l'onore di Dio e la salvezza delle anime, che, divenuti loro cibo, come affamati l'hanno mangiato "con diletto in su la mensa della santissima croce". Così, "come angeli terrestri e più che angeli" si sono accostati alla mensa dell'altare, celebrando "con purità di cuore e di corpo e con sincerità di mente, arsi nella fornace della carità".

Hanno adempiuto anche l'ufficio proprio degli angeli:  sul loro gregge hanno vigilato come custodi e guardiani, suggerendo buone e sante ispirazioni, elevando a Dio desideri e preghiere, offrendo la dottrina della parola e l'esempio della vita. Un governare umile e amabile il loro, fondato su fede solida, carità immensa, speranza viva in Dio provvidente, e ciò li ha liberati dalla preoccupazione di accantonare per loro beni materiali, anzi hanno dato con tale larghezza ai poveri che alla loro morte hanno lasciato in debito la Chiesa.

L'esemplarità eroica di così buoni e santi ministri strappa al cuore del Padre l'affettuosa esclamazione "O diletti miei!", appassionato preludio all'elogio che riepiloga e conclude quanto l'Eterno Padre ha fatto conoscere di loro a Caterina:  "O diletti miei! Essi si facevano sudditi essendo prelati; essi si facevano servi essendo signori; e si facevano infermi essendo sani e privati della infermità e lebbra del peccato mortale. Essendo forti si facevano debili; co' matti e semplici si mostravano semplici, e co' piccoli, piccoli. E così con ogni maniera di gente per umilità e carità sapevano essere, e a ciascuno davano il cibo suo".

L'antitesi della "scellerata vita" di certi prelati, chierici e religiosi - posti a essere "angeli terrestri" e fattisi invece "templi del diavolo" - ha il suo triste sommario all'inizio di quei dieci capitoli de Il dialogo della divina Provvidenza, nei quali l'Eterno Padre squaderna a Caterina la cruda e nuda miseria della loro vita, perché lei e gli altri servi suoi offrano per loro "umili e continue orazioni". "Miseri tapinelli", "quanto è terribile e oscura la morte loro!".

È l'amara compassione del Padre che non può abbracciare nemmeno nell'ultimo approdo il tanto atteso figliol prodigo. In quest'ora estrema, assediati dal demonio, con intollerabile confusione e con orribile chiarezza vedono la gravità del loro stato, ma non sanno affidarsi alla misericordia divina. Ben diversa l'ultima battaglia del giusto:  per chi ha vissuto, lottando e vincendo il mondo, il demonio, la carne, il trapasso avviene nella pace. E il Signore suo Dio, dando al pastore fedele la corona di giustizia adorna "delle margarite delle virtù", lo saluta "angelo terrestre" e così lo elogia:  "O angelo terrestro! beato te che non se' stato ingrato dei benefizi ricevuti da me e non ài commessa negligenzia né ignoranzia; ma sollicito, con vero lume, tenesti l'occhio tuo aperto sopra i sudditi tuoi, e come fedele e virile pastore ài seguitata la dottrina del vero e buono Pastore, Cristo dolce Iesu unigenito mio Figliuolo".


(©L'Osservatore Romano - 12-13 aprile 2010)
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4/23/2010 9:47 AM
 
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[SM=g1740717] Cliccate qui per conoscere questa storia, quest'Anima che è con noi nella COMUNIONE DEI SANTI

nel primo video troverete una sintesi della vita, completa, e ben spiegata, nel secondo video troverete le opere particolari di santa Caterina, dall'essersi fatta infermiera, dalla condottiera, alla mistica...


[SM=g1740717]
it.gloria.tv/?media=69260


it.gloria.tv/?media=69400

[SM=g1740738] [SM=g1740720] [SM=g1740750] [SM=g1740752]

Fraternamente CaterinaLD

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11/24/2010 6:05 PM
 
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Non poteva mancare la figura eccellente di santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa.... innamorata profondamente della Chiesa e del Sommo Pontefice che soleva chiamare affettuosamente: Babbo mio dolce; il dolce Vicario di Cristo in terra....


CATECHESI DEL SANTO PADRE: AUDIO INTEGRALE DI RADIO VATICANA

L’UDIENZA GENERALE, 24.11.2010


                                

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Santa Caterina da Siena

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi vorrei parlarvi di una donna che ha avuto un ruolo eminente nella storia della Chiesa. Si tratta di santa Caterina da Siena.

Il secolo in cui visse - il quattordicesimo - fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento. Caterina è una di queste e ancor oggi ella ci parla e ci sospinge a camminare con coraggio verso la santità per essere in modo sempre più pieno discepoli del Signore.

Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto numerosa, morì a Roma nel 1380. All’età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate. Rimanendo in famiglia, confermò il voto di verginità fatto privatamente quando era ancora un’adolescente, si dedicò alla preghiera, alla penitenza, alle opere di carità, soprattutto a beneficio degli ammalati.

Quando la fama della sua santità si diffuse, fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso il Papa Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma. Viaggiò molto per sollecitare la riforma interiore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati: anche per questo motivo il Venerabile Giovanni Paolo II la volle dichiarare Compatrona d’Europa: il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicurano la giustizia e la concordia.

Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per interrogarla. Le misero accanto un frate dotto ed umile, Raimondo da Capua, futuro Maestro Generale dell’Ordine. Divenuto suo confessore e anche suo “figlio spirituale”, scrisse una prima biografia completa della Santa. Fu canonizzata nel 1461.

La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è contenuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della letteratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere. Il suo insegnamento è dotato di una ricchezza tale che il Servo di Dio Paolo VI, nel 1970, la dichiarò Dottore della Chiesa, titolo che si aggiungeva a quello di Compatrona della città di Roma, per volere del Beato Pio IX, e di Patrona d’Italia, secondo la decisione del Venerabile Pio XII.

In una visione che mai più si cancellò dal cuore e dalla mente di Caterina, la Madonna la presentò a Gesù che le donò uno splendido anello, dicendole: “Io, tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, che conserverai sempre pura fino a quando celebrerai con me in cielo le tue nozze eterne” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 115, Siena 1998). Quell’anello rimase visibile solo a lei. In questo episodio straordinario cogliamo il centro vitale della religiosità di Caterina e di ogni autentica spiritualità: il cristocentrismo. Cristo è per lei come lo sposo, con cui vi è un rapporto di intimità, di comunione e di fedeltà. Egli è il bene amato sopra ogni altro bene.

Questa unione profonda con il Signore è illustrata da un altro episodio della vita di questa insigne mistica: lo scambio del cuore. Secondo Raimondo da Capua, che trasmette le confidenze ricevute da Caterina, il Signore Gesù le apparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse e disse: “Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore che tu mi offrivi, ecco che ora ti do il mio, e d’ora innanzi starà al posto che occupava il tuo” (ibid.). Caterina ha vissuto veramente le parole di san Paolo, “… non vivo io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Come la santa senese, ogni credente sente il bisogno di uniformarsi ai sentimenti del Cuore di Cristo per amare Dio e il prossimo come Cristo stesso ama. E noi tutti possiamo lasciarci trasformare il cuore ed imparare ad amare come Cristo, in una familiarità con Lui nutrita dalla preghiera, dalla meditazione sulla Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto ricevendo frequentemente e con devozione la santa Comunione. Anche Caterina appartiene a quella schiera di santi eucaristici con cui ho voluto concludere la mia Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis (cfr n. 94). Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia è uno straordinario dono di amore che Dio ci rinnova continuamente per nutrire il nostro cammino di fede, rinvigorire la nostra speranza, infiammare la nostra carità, per renderci sempre più simili a Lui.

Attorno ad una personalità così forte e autentica si andò costituendo una vera e propria famiglia spirituale. Si trattava di persone affascinate dall’autorevolezza morale di questa giovane donna di elevatissimo livello di vita, e talvolta impressionate anche dai fenomeni mistici cui assistevano, come le frequenti estasi. Molti si misero al suo servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamma”, poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito.

Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficio dall’esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate.

“Figlio vi dico e vi chiamo - scrive Caterina rivolgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il certosino Giovanni Sabatini -, in quanto io vi partorisco per continue orazioni e desiderio nel cospetto di Dio, così come una madre partorisce il figlio” (Epistolario, Lettera n. 141: A don Giovanni de’ Sabbatini). Al frate domenicano Bartolomeo de Dominici era solita indirizzarsi con queste parole: “Dilettissimo e carissimo fratello e figliolo in Cristo dolce Gesù”.

Un altro tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Le lacrime esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Marta e Maria, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 16: Ad uno il cui nome si tace).

Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo.

La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363).

Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, con un’immagine singolare, descrive Cristo come un ponte lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da tre scaloni costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca di Gesù. Elevandosi attraverso questi scaloni, l’anima passa attraverso le tre tappe di ogni via di santificazione: il distacco dal peccato, la pratica della virtù e dell’amore, l’unione dolce e affettuosa con Dio.

Cari fratelli e sorelle, impariamo da santa Caterina ad amare con coraggio, in modo intenso e sincero, Cristo e la Chiesa. Facciamo nostre perciò le parole di santa Caterina che leggiamo nel Dialogo della Divina Provvidenza, a conclusione del capitolo che parla di Cristo-ponte: “Per misericordia ci hai lavati nel Sangue, per misericordia volesti conversare con le creature. O Pazzo d’amore! Non ti bastò incarnarti, ma volesti anche morire! ... O misericordia! Il cuore mi si affoga nel pensare a te: ché dovunque io mi volga a pensare, non trovo che misericordia” (cap. 30, pp. 79-80).


Pope Benedict XVI arrives for his weekly general audience on November 24, 2010 at the Paul VI hall at the Vatican.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/24/2010 6:12 PM
 
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[SM=g1740733] Ringraziando la Divina Provvidenza che, con stupenda coincidenza, mentre in questi giorni registravo i suoi insegnamenti trasmessi dalla santa Patrona, proprio oggi il Santo Padre svolgeva la sua Catechesi su Santa Caterina da Siena.....

Grazie santo Padre!

Quanto segue è il primo audio che desidero offrirvi con la Lettura di alcuni capitoli presi dal Dialogo della Divina Provvidenza di santa Caterina da Siena che potrete trovare qui in rete:
www.ilpalio.siena.it/Personaggi/DialogoDivinaProvvidenza/trattato....

mentre, la lettura del testo è tratto dalla Traduzione della Edizione Cantagalli del 1998

Seguite il collegamento perchè saranno inseriti ulteriori brani in audio:
it.gloria.tv/?media=112231





[SM=g1740738]

capitolo 116:
"chi perseguita un Sacerdote, perseguita Dio"


it.gloria.tv/?media=112263



[SM=g1740738]



[SM=g1740733]
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1/11/2011 10:19 PM
 
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[SM=g1740733]

Cari Amici,
quest'anno ricorre il 40° della Proclamazione di santa Caterina da Siena a Dottore della Chiesa e il 550° dalla Canonizzazione....
padre Angelo Belloni, con altri, hanno ideato questo Calendario non solo per ricordare la nostra Patrona d'Italia, ma anche come occasione per le Opere missionarie Domenicane in Guatemala con il nostro contributo....
Chi fosse interessato, clicchi qui:
www.preticattolici.it/


www.gloria.tv/?media=122603




[SM=g1740738]


[SM=g1740717] [SM=g1740720]



[SM=g1740717] Giunti a metà percorso della Santa Quaresima, vi offriamo alcuni spunti di meditazione per i Misteri del Santo Rosario attraverso le parole stesse di santa Caterina da Siena, nostra amata Patrona d'Italia e Compatrona d'Europa e della quale, quest'anno, ricorre il 550 anniversario della sua Canonizzazione.


Inoltre dal 20 aprile, se volete, inizia la Novena per chiedere la sua potente intercessione e per concludersi il 29 aprile, giorno della sua Memoria Liturgica, cliccate qui:
difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd...

Movimento Domenicano del Rosario
www.sulrosario.org
infor@sulrosario.org

Il Canto di sottofondo è il seguente:

Lamentations 5,1-11 "Oratio Jeremiae"

1. Recordare, Domine, quid acciderit nobis: intuere,
et respice opprobrium nostrum.
2. Hereditas nostra versa est ad alienos:
domus nostrae ad extranaeos.
3. Pupilli facti sumus absque patre,
matres nostrae quasi viduae.
4. Aquam nostram pecunia bibimus:
ligna nostra pretio comparavimus.
5. Cervicibus nostris minabamur,
lassis non dabatur requies.
6. Aegypto dedimus manum,
et Assyriis, ut saturaremur pane.
7. Patres nostri peccaverunt, et non sunt:
et nos iniquitates eorum portavimus.
8. Servi dominati sunt nostri:
non fuit qui redimeret de manu eorum.
9.In animabus nostris afferebamus panem nobis,
a facie gladii in deserto.
10.Pellis nostra, quasi clibanus exusta est
a facie tempestatum famis.
11.Mulieres in Sion humiliaverunt,
et virgines in civitatibus Juda.

- Jesuralem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum.

(in Italiano)

1] Ricordati, Signore, di quanto ci è accaduto,
guarda e considera il nostro obbrobrio.
[2] La nostra eredità è passata a stranieri,
le nostre case a estranei.
[3] Orfani siam diventati, senza padre;
le nostre madri come vedove.
[4] L'acqua nostra beviamo per denaro,
la nostra legna si acquista a pagamento.
[5] Con un giogo sul collo siamo perseguitati
siamo sfiniti, non c'è per noi riposo.
[6] All'Egitto abbiamo teso la mano,
all'Assiria per saziarci di pane.
[7] I nostri padri peccarono e non sono più,
noi portiamo la pena delle loro iniquità.
[8] Schiavi comandano su di noi,
non c'è chi ci liberi dalle loro mani.
[9] A rischio della nostra vita ci procuriamo il pane
davanti alla spada nel deserto.
[10] La nostra pelle si è fatta bruciante come un forno
a causa degli ardori della fame.
[11] Han disonorato le donne in Sion,
le vergini nelle città di Giuda.

- Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo!



AVVISO:

DAL GIORNO 7 APRILE AL GIORNO 15 APRILE, SARANNO SOSPESI GLI ALTRI LAVORI DI INSERIMENTO, RIPRENDEREMO, a Dio piacendo, DAL GIORNO 16 APRILE....

Ricordiamo di pregare il Rosario e di meditare in questo Tempo, la Passione di Nostro Signore
!

it.gloria.tv/?media=143153





[SM=g1740717]



[SM=g1740738] [SM=g1740750] [SM=g1740752]


[Edited by Caterina63 4/5/2011 1:18 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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4/27/2011 10:42 AM
 
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Dalla santa senese si apprende questa scienza sublime: ebbe un'unione profonda con il Signore ed era mossa da vero amore per la Chiesa
 
Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto numerosa, morì a Roma, nel 1380. All’età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate. Rimanendo in famiglia, confermò il voto di verginità fatto privatamente quando era ancora un’adolescente, si dedicò alla preghiera, alla penitenza, alle opere di carità, soprattutto a beneficio degli ammalati.
Quando la fama della sua santità si diffuse, fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso il Papa Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma. Viaggiò molto per sollecitare la riforma interiore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati.

Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per interrogarla.

La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è contenuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della letteratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere.
In una visione che mai più si cancellò dal cuore e dalla mente di Caterina, la Madonna la presentò a Gesù che le donò uno splendido anello, dicendole: “Io, tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, che conserverai sempre pura fino a quando celebrerai con me in cielo le tue nozze eterne” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 115, Siena 1998). Quell’anello rimase visibile solo a lei. (…)

Questa unione profonda con il Signore è illustrata da un altro episodio della vita di questa insigne mistica: lo scambio del cuore. Secondo Raimondo da Capua, che trasmette le confidenze ricevute da Caterina, il Signore Gesù le apparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse e disse: “Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore che tu mi offrivi, ecco che ora ti do il mio, e d’ora innanzi starà al posto che occupava il tuo” (ibid.). Caterina ha vissuto veramente le parole di san Paolo, “…non vivo io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Un altro tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Esse esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Maria e di Marta, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 16: Ad uno il cui nome si tace).

Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo. La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363).

Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, con un’immagine singolare, descrive Cristo come un ponte lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da tre scaloni costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca di Gesù. Elevandosi attraverso questi scaloni, l’anima passa attraverso le tre tappe di ogni via di santificazione: il distacco dal peccato, la pratica della virtù e dell’amore, l’unione dolce e affettuosa con Dio.
 
Tratto dall’udienza generale di Benedetto XVI, del 24 novembre 2010
 
 
Attualizzazione
 
Ci spinge a camminare coraggiosi verso la sanitità
 
Il secolo in cui visse Caterina da Siena - il quattordicesimo - fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento. Caterina è una di queste e ancor oggi ella ci parla e ci sospinge a camminare con coraggio verso la santità per essere in modo sempre più pieno discepoli del Signore.

In modo particolare “il genio femminile” di S. Caterina ci ricorda che la Chiesa continua a ricevere un grande beneficio dall’esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate. “Figlio vi dico e vi chiamo - scrive Caterina rivolgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il certosino Giovanni Sabatini -, in quanto io vi partorisco per continue orazioni e desiderio nel cospetto di Dio, così come una madre partorisce il figlio” (Epistolario, Lettera n. 141: A don Giovanni de’ Sabbatini).

Come la santa senese, ogni credente sente il bisogno di uniformarsi ai sentimenti del Cuore di Cristo per amare Dio e il prossimo come Cristo stesso ama. E noi tutti possiamo lasciarci trasformare il cuore ed imparare ad amare come Cristo, in una familiarità con Lui nutrita dalla preghiera, dalla meditazione sulla Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto ricevendo frequentemente e con devozione la santa Comunione.
 
a cura di mons. Valter Perini



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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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10/8/2011 3:39 PM
 
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La prima donna dottore della Chiesa: Santa Caterina da Siena

Piccola premessa all'articolo per spiegare il titolo....
in dirittura cronologica la prima Donna ad essere prolcamata Dottore della Chiesa fu santa Teresa d'Avila, il 27 settembre 1970 mentre, santa Caterina verrà proclamata ufficialmente Dottore il 4 ottobre 1970...
quindi si tratta di pochi giorni, ma c'è l'articolo che qui segue, dell'Osservatore Romano dell'aprile 2010 che intitola proprio "Prima Donna Dottore della Chiesa" dedicato a santa Caterina mostrando questa spiegazione: Paolo vi, che ben conosceva le straordinarie doti di sapienza e i carismi di Caterina da Siena, unitamente alle alte vette di santità da lei raggiunte, parlò al terzo congresso mondiale per l'Apostolato dei laici del 15 ottobre 1967, manifestando di voler "riconoscere" alla santa senese, la quale era laica pur essendo terziaria domenicana, il titolo di dottore della Chiesa universale.
Inoltre tale primato  in quanto alla cronologia del tempo, più antica di Teresa d'Avila... e, si legge ancora nell'articolo: Paolo VI verso la fine degli anni Sessanta doveva ancora risolvere un problema, dato che tutti i trenta dottori della Chiesa fino ad allora proclamati erano solo uomini: poteva una donna essere insignita di tale titolo? Il 20 dicembre 1967 la Sacra Congregazione dei Riti, interpellata dal Pontefice per annoverare santa Caterina fra i Dottori, accettava che anche una donna potesse essere proclamata dottore della Chiesa


santa Caterina settembre

di Ludovico Cartotti Oddasso

Invita a riflettere la concessione - nell'ottobre 2010 sarà il quarantesimo anniversario - della qualifica di dottore della Chiesa a una umile popolana illetterata, Caterina da Siena, vissuta il breve periodo di 33 anni. Infatti, nei pochi anni della sua vita terrena - morì il 29 aprile 1380 - essa raggiunse le più alte vette della santità e della dottrina, unitamente a straordinari e clamorosi interventi in campo politico per la protezione del papato e per la pace fra i popoli.

Del tutto priva di educazione scolastica, popolana nel senso più schietto del termine, Caterina svolse, come noto, azioni di pace incisive e risolutive presso sovrani, uomini di governo, Pontefici. Inoltre, se si considera la sua condizione di donna nel Trecento - quando le donne non erano considerate al di fuori dei lavori domestici - l'operato della santa si configura come del tutto eccezionale. Basti pensare infatti ai clamorosi risultati ottenuti in campo politico, quali l'aver riportato a Roma da Avignone la sede papale, ponendo fine alla cosiddetta "cattività avignonese" (1308-1377) e l'aver ristabilito la pace tra Firenze e lo Stato Pontificio da tempo in guerra fra loro ed esortando alla pace i popoli europei, dilaniati dalle guerre fratricide, a unirsi nel nome di Cristo.
Non possiamo pertanto non vedere nell'operato dell'umile Caterina l'intervento straordinario della Provvidenza divina la quale, come ha scritto Giovanni Paolo ii nella sua lettera apostolica Amantissima Providentia del 29 aprile 1980, per il sesto centenario del transito di Caterina, "si manifesta in vari modi protagonista della storia, accendendo sempre nuove luci sul cammino dell'uomo", scegliendo persone apparentemente incapaci o disadatte e ne eleva talmente le facoltà naturali, da renderle "capaci di azioni assolutamente superiori alla loro portata, non tanto per confondere la sapienza dei sapienti, quanto per mettere in luce la sua opera".
Pur essendo certamente dotata di singolari doti naturali, Caterina comprendeva le verità divine e i misteri della fede in virtù del suo carisma di sapienza infusa dallo Spirito Santo, come riconosciuto da Pio ii nella bolla di canonizzazione del 29 giugno 1461, secondo cui la dottrina della santa fu infusa, non acquisita:  "Prius Magistra visa est quam discipula".

Con l'insegnamento e la sua vita esemplare, Caterina assisteva tutti coloro che a lei ricorrevano e i discepoli, che sempre più numerosi la seguivano, costituivano la sua famiglia, la "bella brigata", come veniva anche definita. Ascoltavano le sue parole non solo la comune gente del popolo, ma illustri sapienti, teologi, sovrani, governatori di città o di Stati, Papi. Caterina amava il Papa, da lei definito "il dolce Cristo in terra" e lo consigliava, come testimoniano le sue numerose lettere. Oltre a Gregorio xi che trovò in Caterina l'angelo che l'accompagnava nei terribili momenti del ristabilimento della sede papale nel "loco suo proprio", Urbano vi la volle al suo fianco per infondere coraggio ai cardinali riuniti in concistoro, terrorizzati dagli attacchi e dalle violenze degli scismatici guidati dal sanguinario Robert de Genève, divenuto poi l'antipapa Clemente vii:  alla sua appassionata preghiera viene infatti attribuita la vittoria sugli attaccanti, costretti così a fuggire da Roma.
Mirabilis in Ecclesia Deus, scriveva quarant'anni fa Paolo vi nella lettera apostolica del 4 ottobre 1970, con cui proclamava santa Caterina da Siena dottore della Chiesa:  "Egli, mentre tiene nascosti ai sapienti i suoi disegni, li rivela invece ai piccoli e suole anche chiamare semplici e modesti discepoli, con celesti ispirazioni e stimoli, a cose eccelse, per l'edificazione del Corpo di Cristo".
Paolo vi, che ben conosceva le straordinarie doti di sapienza e i carismi di Caterina da Siena, unitamente alle alte vette di santità da lei raggiunte, parlò al terzo congresso mondiale per l'Apostolato dei laici del 15 ottobre 1967, manifestando di voler "riconoscere" alla santa senese, la quale era laica pur essendo terziaria domenicana, il titolo di dottore della Chiesa universale.

Il Pontefice ha sottolineato di volersi limitare a "riconoscere" tale titolo, confermando con la sua autorità quanto già universalmente affermato fin da subito. Il termine "dottore" era già stato infatti spesso usato dai discepoli della santa, fra i quali non pochi erano noti maestri in teologia come il teologo agostiniano inglese Guglielmo Flete e il monaco vallombrosiano Giovanni dalle Celle. Tralasciando di soffermarci sul beato Raimondo da Capua e su Tommaso da Siena detto "il Caffarini", entrambi domenicani e suoi biografi, anche i laici che furono suoi discepoli lasciarono entusiastiche testimonianze sulla sapienza di lei, come il senese Stefano Maconi, di nobile famiglia, Francesco Malvolti, anch'egli di nobile famiglia senese, il notaio Cristoforo Guidini, che riteneva Caterina "migliore che niuno dottore", i poeti Nastagio da Montalcino, Giovanni da Montepulciano e Jacopo del Pecora. Anche nei secoli successivi alla morte di Caterina continuarono le testimonianze sulla di lei sapienza, dal famoso stampatore Aldo Manuzio al Capecelatro, al Tommaseo, per citarne alcuni, fino ad arrivare ai tempi a noi più vicini, a Giovanni xxiii che scolpì l'eccezionale figura della santa, nella sua lettera per il quinto centenario della canonizzazione (1961), con le parole "indocta docuit" o "quae praeclara doctrina excelluit".

A tanto numerosi e qualificati riconoscimenti dell'ortodossia dell'insegnamento di Caterina da Siena, non possiamo non ricordare la copiosa testimonianza iconografica, che raffigura la santa con in mano il libro, simbolo di magistero, o con la colomba, simbolo dell'ispirazione dello Spirito divino e, non da ultimo, seduta in cattedra con atteggiamento di dottore e maestro.

Tuttavia, pur essendo convinto del "dottorato" di Caterina, Paolo vi verso la fine degli anni Sessanta doveva ancora risolvere un problema, dato che tutti i trenta dottori della Chiesa fino ad allora proclamati erano solo uomini:  poteva una donna essere insignita di tale titolo? Il 20 dicembre 1967 la Sacra Congregazione dei Riti, interpellata dal Pontefice, accettava che anche una donna potesse essere proclamata dottore della Chiesa.
Il giorno della proclamazione di Caterina da Siena dottore della Chiesa universale vide anche l'istituzione, da parte dell'arcivescovo di Siena, Mario Ismaele Castellano, dell'Associazione ecumenica dei caterinati, continuazione di una precedente confraternita ispirata a santa Caterina, esistente in Siena, con riferimento all'antica "famiglia spirituale" della santa i cui membri, i "caterinati", la veneravano come "mamma" e "maestra". L'associazione ottenne nel 1992 il riconoscimento da parte della Santa Sede, e da allora, con la nuova denominazione Associazione internazionale dei caterinati, ha continuato a svilupparsi in vari centri in Italia, tra cui Varazze, Genova, Milano, Trieste, Firenze, Siena, Roma, e in Belgio a Bruxelles e Astenet. Nel 2001 è stata tra i promotori del Movimento Anima europae costituito dalle famiglie religiose dei patroni del continente.

I dottori della Chiesa non appartengono a una qualche università o accademia, ma fanno parte unicamente della Chiesa la quale sola, come scrisse monsignor Castellano, "li riconosce tali ed è a essi grata perché il loro insegnamento la arricchisce di sapienza e l'aiuta nella missione di salvezza. La loro dottrina nasce dalla Chiesa, si nutre della Chiesa, fa progredire la Chiesa (...) e santa Caterina da Siena ama la santa Chiesa di amore indicibile e si adopera per la sua riforma in alto e in basso, con preghiere, veglie, digiuni, lacrime e sudori. Per lei soffre unita alla passione di Gesù, fino a portarne le stimmate nel suo corpo. Poco prima di morire poté dire ai suoi discepoli:  "Ho consumato tutta la mia vita per la santa Chiesa e questo io credo per una grazia eccezionale che mi ha concesso il Signore"".

(L'Osservatore Romano - 30 aprile 2010)

santa Caterina ottobre

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/13/2011 12:03 AM
 
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IO, CATHARINA

 

PARTE PRIMA

 DONNA

Caterina. Dopo 800 anni. Il volto si è conservato: avevo "visto" il volto del suo Sposo

 

Raccontare al Mastino “Catharina”. Ma quale vocazione verginale!… era “sposatissima col Pezzo Grosso”. Una perfetta casalinga, a tutti i costi. Travestita da uomo: se non monaca, almeno la prendessero come monaco. Caterina protesta quando lo “Sposo” si lascia maltrattare dai preti infedeli. Caterina non fa il carnevale: è il giorno delle sue nozze mistiche. A buon diritto nella lista dei santi vituperati. Ma non era “gelosa”. “Cognoscimento di sè”, era questa la sua vera “patologia”. I santi: coloro che soffrono se Cristo non gli richiede più gravi prove; i buoni cristiani: quelli che soffrono perchè non possono soddisfarne di più gravi. A tu per tu col papa ad Avignone. Il papa non sa l’italiano, Caterina non sa il latino: come si parlano?

 

 

 

IN BREVE

Caterina è davvero innamorata, non ha occhi che per il suo Gesù, sposato in nozze mistiche; il Crocefisso, il tabernacolo, l’eucaristia, il confessionale, saranno per lei il vero talamo dove incontrare lo Sposo, per parlare a Tu per tu, discorrere, persino lamentarsi con lo Sposo quando vede la crisi nella Chiesa, l’infedeltà nei pastori, i tradimenti verso il pontefice. Protesta, Caterina: quando lo Sposo Divino si lascia trattare malamente dai sacerdoti infedeli, soffre a tal punto da riuscire a trasmettere, senza tenere nulla per sé e senza preoccuparsi delle critiche, questi sentimenti a tutte le persone del suo tempo ed oltre, ancora nei giorni nostri, attraverso le famose Lettere e il Dialogo della Divina Provvidenza.

Caterina vive con i piedi ben piantati per terra.

 

 

 

 

di Tea Lancellotti

 

 Ringraziando Mastino del sito papalepapale,com per la pubblicazione di questo mio umile articolo in onore di santa Caterina, invito tutto voi a meditarlo...

 

RACCONTARE AL MASTINO “CATHARINA”

Il Mastino mi aveva chiesto, come “caterinologa di fiducia”, di raccontare… proprio “raccontare” da capo, la grande Catharina. Ché aveva le sue curiosità, il Mastino. E poi voleva sapere come “raccordarla all’attualità”. Mi manda un messaggio dove scrive: “Ho sotto gli occhi tutta una serie di volumi della mia biblioteca su Catharina. Alcuni parlano della sua anoressia, altri dei suoi presunti bollori sessuali con sogni di angioli che dicevano cose spurcissime. Mi piacerebbe iniziare a leggere proprio un racconto della donna, esteriore e interiore, Caterina, il lato umano”. Gli faccio notare che la storia degli “angioli” sporcaccioni, va fatta risalire a Teresa d’Avila non a Caterina. L’avessi mai fatto!… E infatti, siccome le curiosità vengono una appresso all’altra, il Mastino, dinanzi alle mie precisazioni e al mio primo “accetto”, si è lasciato prendere la zampina… Mi ha chiesto in ordine come “ulteriori”, quanto segue circa la Catharina che immagina: L’aspetto, le patologie, la sessualità e la sua femminilità, il carattere, il rapporto col suo corpo, il suo relazionarsi con le persone, e le differenze nel relazionarsi con uomini e donne, debolezze e fortezze, quanto di se stessa reprimeva. Quindi aggiunge: “Alcuni, leggevo, la tacciano di isteria, altri di simulazione: si può confutare? Poi c’è la storia delle stimmate invisibili. Soprattutto: ma come diavolo riesce lei, la 24esima figlia di un commerciante a imporsi nientemeno che nel cuore temporale della Chiesa,a Roma e Avignone? Come è stato possibile?”.

Brevi cenni sull’universo, insomma.

Dinanzi a queste incontinenti curisità del benedetto ragazzo, si è deciso di “raccontare” Caterina sezionandola: dopo la Caterina “intima e privata”, passeremo ad analizzare la Caterina pubblica, politica, quella che rincorre le supreme gerarchie ecclesiastiche; ancora dopo parleremo della mistica; non prima di averla analizzata come scrittrice; quindi la santa… quel che è venuto dopo, e ciò che oggi è rimasto di lei, e cosa del suo esempio sarebbe importante portare a memoria oggi, per i cattolici militanti e per i pastori.

Ma, naturalmente, tutto questo verrà fatto in più puntate. Adesso partiamo “dalla grande Catharina interiore ed esteriore” della quale tanto vorrebbe impicciarsi il succitato Mastino.

 

 

MA QUALE VOCAZIONE VERGINALE! ERA “SPOSATISSIMA COL PEZZO GROSSO”

Parlare di santa Caterina da Siena, oggi, a 550 anni dalla sua Canonizzazione, è un’impresa audace. Non solo perché, tutto sommato, già molto è stato scritto e detto di lei, ma soprattutto perché vorremmo evitare di farne una biografia. Eppure non vorremmo rischiare di perdere l’occasione e trarne un buon profitto per offrire, della Santa, un patrimonio da condividere. Anche perchè è una delle poche sante che non si è prestata, né da viva né da morta, a strumentalizzazioni.

Per comprendere il carattere di santa Caterina, il suo lato umano e fin dove ha saputo spingersi per vivere in pienezza il lato spirituale, dobbiamo seguirla in questa sua avventura e, soprattutto, provare meraviglia e stupirci nell’apprendere quale molla la spinse, fin da bambina, a fidarsi di Cristo, restare in famiglia, viaggiare, pregare, mangiare e digiunare…

Erroneamente si pensa a santa Caterina esclusivamente in quella vocazione verginale, incorniciandola in un’icona impenetrabile, quasi non vivesse su questa terra a causa delle ricche esperienze mistiche. Al contrario, essa è chiaramente leggibile da chiunque, purché la si legga senza paraocchi e naturalmente indossando gli occhiali della fede. Santa Caterina da Siena, infatti, non era affatto sola, non avvertì mai la solitudine, e la molla che mise in moto ciò che era e ciò che diventò fu la sua passione bruciante per il suo Gesù Cristo.

Fin da piccola, avendo sentito parlare di Gesù, ne era rimasta così affascinata e così innamorata, che decide, a soli sei anni, di dedicare a Lui tutta la sua vita. Caterina non parla di verginità in senso monacale (infatti non diventerà monaca come molti erroneamente pensano), ma chiede proprio di volerLo come Sposo! Incredibile audacia! Possiamo dire che la piccola Caterina aveva deciso non di rimanere sola e di rinunciare ad una famiglia: al contrario, aveva scelto come Sposo il pezzo Grosso, il Capo e come famiglia la Chiesa. Il carattere della santa senese si rivela così, fin da subito, molto forte, audace e tenace, fedele alle scelte fatte: mai un ripensamento, mai una caduta di stile, mai un’infedeltà.

Santa Caterina era così testarda nel carattere da arrivare ad ottenere ciò che chiedeva. In fondo, è sempre la promessa di Cristo che si rivelerà ancora una volta credibile e fedele: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7, 7-8). Caterina chiede a Gesù di fare dell’anima sua la Sua sposa; il Signore vede le prodezze di questa Anima e le darà ciò che chiede… tutto qui!

 

 

UNA PERFETTA CASALINGA. A TUTTI I COSTI

La casa della famiglia Benincasa a Siena. Sulle mura è scritto: "Qui visse Caterina, sposa di Cristo"

Tutto qui? Certo! La difficoltà non sta nel fare buoni propositi, ma nel mantenere fede alle promesse fatte, nel conservarsi fedeli a quell’amore purissimo e gratuito offerto, nel mettersi in gioco giorno dopo giorno. Caterina non nasce santa ma vuole diventarlo, non nasce maestra e non pensa di diventarlo: i suoi la vogliono sposa e madre, e allora sia! Obbedirà ai genitori ma scegliendosi lo Sposo e diventando madre secondo i desideri dello Sposo. Perché Caterina la senese è consapevole della sua anima e del suo desiderio di eternità e con lei vive questa impresa, agisce nella fede, ben sapendo che il corpo, pur importante, deve essere curato solo quanto basta per far esprimere totalmente la sua anima passionale. Sublime!

Se non si comprende questo di Caterina, difficile comprendere il resto.

Tutto questo non viene vissuto dalla santa estraniandosi dalla società del suo tempo o dai doveri familiari, o rinunciando al rapporto con gli altri. Caterina, infatti, vive in famiglia, mangiando alla mensa familiare; ogni mattina esce e, prima di aiutare la madre nelle varie commissioni, va alla Messa e si ferma sovente a parlare con il padre domenicano, con le sorelle (era la penultima di ben 25 figli). Partecipa alla vita sociale e culturale, anche se non sa leggere e scrivere, come la maggior parte delle donne del suo tempo, le quali dovevano “solo” apprendere, imparare ad ascoltare, mentre per gli uomini era più facile accedervi perché erano loro a condurre gli affari, a trattare e gestire le imprese familiari. Non leggetelo, però, come maschilismo, confrontando quell’epoca alla nostra: le donne, se volevano, avevano un gran bel da fare, non solo a partorire figli, ma anche a crescerli, educarli, avviarli nella vita sociale e a…spendere i soldi del marito quando potevano farlo.

Caterina era una perfetta donna di casa tanto che nel Processo Castellano si riporta la testimonianza di fra Bartolomeo, che dice: “… con amore per il Signore e per alleggerire il lavoro altrui, in una casa con molte persone, la si poteva trovare ogni giorno a spazzare la casa, a lavare le scodelle, a rifare i letti, a servire la mensa nonostante che vi fosse una donna di servizio a pagamento. E poiché i genitori non tolleravano più tale visione della figlia, le proibirono di dedicarsi a queste faccende. Caterina, per non venire meno all’obbedienza, escogitò l’aggiramento dell’ostacolo di non dare pubblico scandalo e pubblico dispiacere. Perciò di notte, mentre gli altri dormivano, eseguiva in silenzio e pregando, tanti altri piccoli servizi e quando le rimaneva tempo andava nel lavatoio a lavare i panni. I genitori dovettero arrendersi”.

 

 

TRAVESTITA DA UOMO: SE NON MONACA, ALMENO LA PRENDESSERO COME MONACO

Ma la giovane donna deve ancora forgiare il proprio carattere. Spesso è così impaziente di coronare il suo sogno che si racconta che un giorno, travestita da uomo, cercò di farsi accogliere in un monastero per dedicarsi totalmente a Dio in solitudine. Naturalmente non vi riuscì: lo Sposo aveva per lei altri progetti.

Aveva cura del suo aspetto, specialmente per i capelli come era tipico del suo tempo: li portava lunghi e legati. Non era vanitosa, però, e la sua femminilità era dignitosa. Guardava come modello alla Vergine Maria, la “dolce Fanciulla di Nazareth che san Giuseppe, sposo casto, prese in moglie per prendersi cura di Lei e del Divin Figlio”, ma il suo sogno era indossare “le bianche Lane di san Domenico”, il bianco in segno di purezza, il nero del mantello quale segno di umiltà. Giunse a tagliarsi i capelli da sola quando la madre, insistendo perché si sposasse e volendola distogliere dalla vita ascetica, costrinse involontariamente Caterina ad un gesto eloquente che non permettesse più a nessuno di mettere in dubbio la strada che aveva scelto. Per non dispiacere ai genitori, evitava di saltare la mensa familiare, pur attenendosi a piccoli pasti e mantenendosi in perfetto digiuno nei giorni prescritti dalla Chiesa e in tempo di Quaresima.

Solitamente trascorreva le serate facendosi leggere le vite dei Santi e dei Martiri (così infatti si usava la sera in famiglia). Presto, Caterina decise di imitare la pazienza dei Padri del Deserto e le penitenze degli asceti, comprendendo che per quella via sarebbe giunta ad incontrare lo Sposo in modo pieno e concreto. Da qui si sviluppa anche la sua devozione mariana: alla Vergine Maria fa continue promesse di fioretti e fedeltà affinché sia proprio Lei a porgerLe il Figlio Divino quale Sposo.

 

 

CATERINA PROTESTA QUANDO LO “SPOSO” SI LASCIA MALTRATTARE DAI PRETI INFEDELI

Se intendiamo correttamente, in termini propri del Vangelo e degli apostoli, questo amore passionale di Caterina verso Gesù, non ci sembrerà dell’altro mondo il modo di vivere di questa ragazza senese e il fatto che Gesù le risponderà, le andrà incontro annoverandola fra le vergini, ammantandola del mistico velo nuziale. Vi troveremo, infatti, tutte corrispondenze bibliche; Caterina è davvero innamorata, non ha occhi che per Gesù e il Crocefisso, il tabernacolo, l’eucaristia, il confessionale, saranno per lei il vero talamo dove incontrare lo Sposo, per parlare a Tu per tu, discorrere, persino lamentarsi con lo Sposo quando vede la crisi nella Chiesa, l’infedeltà nei pastori, i tradimenti verso il pontefice. Protesta, Caterina: quando lo Sposo Divino si lascia trattare malamente dai sacerdoti infedeli, soffre a tal punto da riuscire a trasmettere, senza tenere nulla per sé e senza preoccuparsi delle critiche, questi sentimenti a tutte le persone del suo tempo ed oltre, ancora nei giorni nostri, attraverso le famose Lettere e il Dialogo della Divina Provvidenza.

Caterina vive con i piedi ben piantati per terra. Sa che se vuole coronare il suo sogno deve attirarLo, avvicinarLo, deve farsi “trovare pronta”. Così trascorre ogni giorno alla ricerca dei poveri, porta loro da mangiare e si ferma a consolarli, a far loro una carezza sapendo di accarezzare Gesù. Quando scoppia la peste, la troviamo lì ad occuparsi dei moribondi, a chiudere gli occhi ai malati terminali. Quando qualcuno è condannato a morte, eccola, Caterina, in carcere, a portare la parola di Cristo per far morire in grazia di Dio chi attende la condanna capitale, promettendogli di supplicare per le sua anima la via del Paradiso.

Lo Sposo comincia a farsi “vedere”. Caterina otterrà, in queste missioni, molte conversioni: la sua parola è credibile, i suoi gesti affidabili, la gente le crede. Lei sa che questa è opera di Gesù, non attribuisce mai un successo a se stessa: solo quando qualcuno l’accusa di qualche esagerazione, ella attribuisce a se stessa l’incomprensione e l’incapacità di far meglio e, quando ciò accade, non si arresta sui sensi di colpa, sulla giustificazione o sulla difesa, ma piuttosto chiede scusa e va avanti. Non si cura d’altro: la sua meta è Cristo.

 

 

CATERINA NON FA CARNEVALE: E’ IL GIORNO DELLE SUE NOZZE MISTICHE

Non ci soffermeremo a raccontare dei tanti miracoli che ella fece durante la vita: qui ci preme mettere in risalto la persona che era e in quale modo ha combattuto la propria battaglia per la fede.

Caterina era una donna con una femminilità molto spiccata, come abbiamo visto, da pretendere, santamente, di poter ottenere Gesù come Sposo. A 16 anni, nel 1363 entra nel Terz’Ordine di san Domenico. Ha circa 20 anni quando sente dentro il cuore che qualcosa deve accadere e, così, continua a pregare incessantemente tanto da sentirsi un fuoco nel petto, un ardore decisivo che le fa dire: “Signore Gesù, sposami nella fede”. Nel carnevale del 1367, mentre gli schiamazzi riempiono la città e la sua stessa casa, la giovane è lì nella sua stanzetta che ripete assorta la sua preghiera sponsale per la millesima volta…Ed ecco apparirle il Signore che le dice: “Ora che gli altri si divertono io stabilisco di celebrare con te la festa dell’anima tua. Io ti sposerò a Me in fede perfetta”. Sarà Caterina stessa a raccontare l’episodio e di come la Regina del Paradiso, accompagnata dai santi e gloriosi apostoli Giovanni e Paolo, san Domenico ed anche il re Davide con il Libro dei Salmi, le prese la mano distendendola verso il Figlio Divino, pregandoLo, secondo ciò che aveva promesso, che Si degnasse di sposare quell’anima prediletta con la fede perfetta. L’anello sponsale, che solo Caterina poteva vedere, era anche il segno della Fede perfetta che Gesù le diede in dote.

Fino ad alcuni anni fa (forse ancor oggi) c’era a Siena l’usanza che, nell’ultimo giorno di carnevale, a nessun corteo o maschera fosse concesso passare per la contrada di Fontebranda, là dove quelle mistiche nozze furono celebrate. Sul frontone dell’edificio dovrebbe esserci ancora scritto: “E’ questa la casa di Caterina, la Sposa di Cristo”.

La madre di Caterina non è contenta. Nel rapporto tra madre e figlia, è chiara l’opposizione tra un progetto “per il mondo”, che la madre ha sulla figlia, per la quale, come tutte le mamme, vedeva un matrimonio e sapeva che la figlia ne sarebbe stata all’altezza, e la strada alla quale Caterina si sente chiamata fin da bambina. Con la mamma, Caterina è dolce e obbediente: mai una arrabbiatura, mai un dispetto, mai un dispiacere. E’ anche inflessibile, però, nel seguire la sua vocazione. Più tardi – quando dovrà continuamente viaggiare per obbedire alla sua missione e la mamma si lamenterà delle sue lunghe assenze – Caterina, che è ormai diventata guida spirituale anche della madre, le scriverà: «(…) voi amate più quella parte che io ho tratta da voi, che quella che ho tratta da Dio, cioè la carne vostra della quale mi vestiste…» (lettera 240)

 

 

A BUON DIRITTO NELLA LISTA DEI SANTI VITUPERATI

Il 24.11.2010, Benedetto XVI, nel tratteggiare la figura e l’opera di Caterina da Siena, dice: «Caterina soffrì tanto, come molti santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per interrogarla». Da questo episodio, dal quale per altro la senese uscì completamente vittoriosa, scaturirono purtroppo molte chiacchiere, le classiche che il sentire popolare – spesso invidioso, insofferente, astioso – trasforma in maldicenze striscianti, che tuttavia non scalfiscono mai la vera statura dei santi. Spesse volte, anzi, queste chiacchiere ostili fungono da contraltare dal quale emerge alla fine la verità…Di cosa parliamo? Di banalizzazioni della persona di Caterina, di quel suo amare con passione Gesù tanto da dipingerla sovente come una visionaria, patologica, esagerata, schizofrenica, persino impudica.

Caterina, con queste diffamazioni, potè a buon diritto entrare nella lista dei santi vituperati, e proprio per questo, vincenti!

Certo! forse Caterina era impudica agli occhi dei miserevoli e degli stolti, perché ella, senza curarsi di loro, continuava ad abbandonarsi a quella passione per il Cristo e, sovente, lo faceva per guadagnare allo Sposo questi animi ribelli, per spingere Gesù alla compassione e convertire i loro cuori. Tante sono le testimonianze di conversioni scaturite proprio dalla testimonianza di fede di Caterina, dalla sua ardente preghiera, dalla mortificazione e dalla compassione verso il Cristo.

Come accade per tutti i santi, anche per Caterina c’è un aspetto della sua fede e della sua passione che più la caratterizza: le piaghe di Cristo e il Suo Sangue.

Qui Caterina esprime molte fra le più belle pagine della mistica cattolica, con una proprietà di dottrina e di linguaggio che sembra davvero sia stata istruita dall’apostolo Giovanni, come spesso si dice, manifestando una perfetta ortodossia da lasciare spiazzati i sapienti del suo tempo. Al punto da diventare maestra perfino dei suoi confessori.

La base della sua dottrina è il Crocefisso, i capitoli di studio sono le Sue piaghe, lo svolgimento dei temi è il costato trafitto e il sangue. Sì! Possiamo dire che questa caratteristica di Caterina ha dell’inaudito, del meraviglioso. Per quanto si possa parlare di miracolo poiché tutto questo è opera di Dio, tuttavia, va detto anche che la santa, fin da bambina, si è volontariamente immersa in Dio, spontaneamente lo ha accolto, liberamente Gli si è offerta, docilmente lo ha seguito sempre e ovunque. Mai ha distolto la mente da Lui, prendendo e vivendo alla lettera le parole di san Paolo: “Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm 14,7). Santa Caterina ha preso il “Fiat” di Maria Santissima sul serio, e, sovente, ha pregato la Vergine Maria di aiutarla a dire sempre quel “sì” ogni giorno e in piena fedeltà.

 

 

MA NON ERA “GELOSA”

Poiché, per parlare di Dio, occorre l’abbondanza e la purezza del cuore prima che della mente, ella non sprecava mai le parole e, così, mentre Dio suppliva alle carenze dell’intelletto istruendola e suggerendole cosa dire, Caterina non faceva altro che parlare di Dio e di tutto ciò che a Lui ci conduce; non faceva altro che essere strumento del Verbo; nella Chiesa, da perfetta “donna di casa” non faceva altro che servire lo Sposo, vivere per Lui, senza mai essere gelosa: al contrario, non vedeva l’ora di condividere con gli altri i frutti di questa unione mistica attraverso le famose Lettere. «La mia natura è fuoco!», ripeteva spesso, e questo ardore non lo tratteneva per sé.

Tanti i momenti forti di questo rapporto con il Signore. Uno era, per esempio, all’inizio della preghiera del breviario: “Deus, in adiutorium meum intende. Domine, ad adiuvandum me festina ⁄ O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto”, Gesù le aveva promesso che sarebbe venuto a farle visita ogni qual volta avesse pronunciato queste parole con passione sincera: e sovente le appariva, infatti, e lei continuava la salmodia, alla quale spesso si univa il suo angelo custode, altri angeli e, qualche volta, anche alcuni santi. Dobbiamo capire che questi ed altri episodi delle vite dei Santi sono una realtà delle promesse di Gesù, sempre valide in ogni tempo e per ognuno di noi.

Apro un breve inciso: ciò che delle vite dei Santi desta in noi la meraviglia, non deve arrestarsi al sentimento. Piuttosto deve sollecitarci ed incoraggiarci a vivere con lo stesso ardore il nostro rapporto con Dio: questo significa davvero “imitare i santi”. Non bisogna, infatti, scimmiottarli nelle cose che hanno fatto: ognuno segue il progetto che Dio ha preparato per lui. Dobbiamo essere sempre noi stessi, trovando nei santi degli alleati e degli ottimi consiglieri: seguirli nel modo in cui hanno combattuto la propria battaglia per la vera fede e avere fiducia in ciò che ci hanno trasmesso. In una parola: avere cura della nostra anima; alimentarla con le promesse del Cristo e curare il corpo non per le vanità del mondo, quanto piuttosto per essere pronti all’incontro con Lui!

 

 

COGNOSCIMENTO DI SÈ”, ERA QUESTA LA SUA VERA “PATOLOGIA”

Qualcuno parla di “patologia” per questa santa ragazza, come se Caterina avesse avuto dei disturbi, un disordine al suo interno. In verità tutti i santi sono accusati di vivere stati patologici e questo dipende spesso da chi, incredulo di fronte a tanta santità, proietta sui santi le patologie che forse vive lui stesso. A voler essere pignoli, senza dubbio santa Caterina, come tutti i Santi, era “fissata” sì, ma per demolire in se stessa ogni imperfezione. Non per mania di superiorità: al contrario, per quella consapevolezza di sapersi peccatrice e bisognosa del soccorso di Dio. L’autentica “patologia” di cui soffrono i santi – e in questo caso la nostra Caterina da Siena – è esattamente quella del vero “cognoscimento di sè“, ossia quel giungere alla vera conoscenza di se stessi e della propria anima, per correggersi, morire a se stessi e lasciare che Dio prenda pienamente posto dentro il proprio cuore, e non arrendersi fino a quando non si è raggiunto lo scopo.

Follia? Stoltezza? Perché piuttosto non prendere in seria considerazione che l’unica vera follia è quella di vivere una vita mediocre, fredda nella fede, tiepida nella Croce? E che l’unica vera stoltezza è ostinarsi a percorrere la via larga anziché quella stretta, camminare sui tappeti delle comodità anziché sulla via sassosa, ed in salita, del Calvario?

Così la santa raccontava al suo confessore Raimondo da Capua: «Sappiate padre, che per la misericordia del Signore, io porto già nel mio corpo le sue stimmate… vidi il Signore confitto in croce, che veniva verso di me in una gran luce e fu tanto lo slancio dell’anima mia, desiderosa di andare incontro al suo Creatore che il corpo fu costretto ad alzarsi. Allora dalle cicatrici delle sue santissime piaghe, vidi scendere in me cinque raggi sanguigni diretti alle mani e ai piedi e al mio cuore. Subito esclamai: Ah Signore, Dio mio: te ne prego: che non appariscano queste cicatrici all’esterno del mio corpo. Mentre dicevo così, prima che i raggi arrivassero a me, cambiarono il loro colore sanguigno in colore splendente». (Legenda Maior, 195 – ed. Cantagalli). La sua testa appare coronata di spine splendenti in ricordo di un episodio molto importante: Gesù stesso, presentandole una corona d’oro e un diadema di spine, le chiese di scegliere e lei «subito tolse con ardore dalla mano del Salvatore il diadema di spine e se lo calò sul capo»…

 

 

I SANTI: COLORO CHE SOFFRONO SE CRISTO NON GLI RICHIEDE PIÙ GRAVI PROVE. I BUONI CRISTIANI: QUELLI CHE SOFFRONO PERCHÈ NON POSSONO SODDISFARNE DI PIÙ GRAVI

Sì, senza dubbio, per la nostra mentalità materialista, i santi hanno esagerato, sono stati folli o stolti: questo, però, non perché essi hanno ecceduto quanto piuttosto perché noi li giudichiamo con i nostri parametri, spesso offuscati dalle comodità del mondo. Quando Gesù, infatti, chiede sovente a santa Caterina: «Cerca di rimuovere dal tuo cuore ogni altra sollecitudine e preoccupazione, pensa solo a Me e con Me riposati», non lo sta chiedendo solo a lei, ma sta invitando anche ognuno di noi verso questa strada. E quando santa Caterina da Siena, sussurrandoci queste confidenze, ci dice anche che queste sono state vincenti, ci sta invitando a seguirla. Tuttavia, quante volte noi fingiamo di non vedere e di non sentire oppure ignorare per opportunismo?

Rammentiamo questo episodio descritto da san Marco: «Mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: – Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? – . Gesù gli disse: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre.

Egli allora gli disse: Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni” (Mc 10, 17-22).

Gesù continua ad amarci anche se non corrispondiamo alle Sue richieste, ma i santi sono coloro che non si accontentarono di essere “bravi, buoni, obbedienti ai Comandamenti”. Essi volevano e vogliono di più; desiderano volare più in alto, ci insegnano come possiamo osare. Le richieste di Gesù – sembra dirci santa Caterina da Siena ancora oggi – non sono un capriccio per la Sua soddisfazione, bensì sono per il nostro vero appagamento, per la nostra autentica soddisfazione. Infatti, leggiamo nel brano, il giovane “se ne andò rattristato”: era triste non per la risposta ricevuta, ma perché sentiva di non poterla soddisfare, poiché “possedeva infatti molti beni” e non voleva disfarsene. I santi, invece, anelano a risposte come queste e sono tristi fino a quando il Signore non li chiama…perché vogliono accondiscendere alle Sue richieste. E’ qui che si comprende quando Caterina dice: «la mia natura è fuoco»!

 

 

A TU PER TU COL PAPA AD AVIGNONE. IL PAPA NON SA L’ITALIANO, CATERINA NON SA IL LATINO. COME SI PARLANO?

Caterina al cospetto di papa Urbano VI

Dopo aver analizzato il carattere di santa Caterina da Siena, il suo rapporto con se stessa e con gli altri, seppur brevemente, potremmo rispondere all’antica curiosità del Mastino: come ha fatto lei, la 24esima figlia di un commerciante, a imporsi nientemeno che nel cuore temporale della Chiesa, Roma e Avignone? Come è stato possibile?

La prima risposta che ci viene è: la Provvidenza! Naturalmente, quanto abbiamo detto fino a qui ci chiarisce come il Signore l’avesse preparata ad una grande missione perché, è giusto rammentarlo, Dio non fa nulla che debba rimanere nascosto o inutile. Tutti i santi fino ad oggi conosciuti hanno compiuto una missione. Santa Caterina da Siena è stata preparata per questa missione di pace: riportare il Papa a Roma e seguire le sorti della Chiesa del suo tempo.

Come ci riesce? Semplice: Caterina, già ben conosciuta come ambasciatrice di pace fra le varie città italiane spesso in lotta fra loro, viene mandata dai fiorentini ad Avignone perché chieda a Papa Gregorio XI di riappacificarsi con loro. Il Papa ha della santa un’ottima considerazione: fa preparare i bagagli e vorrebbe ritornare con tutta la curia a Roma. Ahimè! Le cose, però, si mettono male. La curia e lo stesso re di Francia si oppongono e il Papa non sa come risolvere il problema. Chiede consiglio a Caterina. La santa, umilmente, risponde che, in quanto donna, non spetta a lei dare consigli al Sommo Pontefice. Questi allora le dice: «Non ti chiedo consigli, ma di svelarmi la volontà di Dio». Quest’episodio ci mostra come fosse il Papa stesso che confermava a Caterina il privilegio della confidenza Divina. Imponendogli così l’obbedienza, la Santa risponde: «Chi può sapere ciò meglio di Vostra Santità, che promise a Dio di fare questo viaggio?» A queste parole, il Papa rimane stupefatto, perché, come egli stesso raccontò successivamente, nessuno sapeva di questo voto che aveva fatto. Così, finalmente, dopo 70 anni di cattività avignonese, il Papa e la curia possono ritornare a Roma.

Questi i fatti.

Una curiosità: in che lingua si parlavano il Santo Padre e la santa senese?

Il beato Raimondo da Capua, confessore della santa, faceva da interprete fra Caterina e Gregorio XI perché lei non conosceva il latino, eccetto quello delle preghiere e della Messa, e il Papa non aveva appreso l’italiano. Il beato confessore, nella sua Legenda Major, racconta pure che, mentre la santa parlava con il Papa, ella si rammaricò con lui che nella curia, dove avrebbe dovuto esserci un paradiso di celesti virtù, in verità sentisse il puzzo dei vizi dell’inferno. Allora il Pontefice domandò all’interprete da quanto tempo Caterina fosse giunta alla curia e avendo sentito che vi era arrivata da pochi giorni le domandò: «Come hai potuto, in pochi giorni, conoscere i costumi della Curia?». La santa allora, mutando l’atteggiamento dismesso (si trovava in ginocchio), si alzò in piedi davanti al Papa, assumendo un portamento regale, e rispose che, per onore di Dio Onnipotente, aveva sentito maggior puzzo dei peccati che si commettevano nella curia standosene a Siena, dove era nata, meglio di come lo sentissero coloro che li avevano commessi e che li commettevano tutti i giorni.

Il Papa rimase zitto – continua a raccontare il beato Raimondo – e lui stesso, stupito, allibito, si domandava con quale autorità erano state dette certe parole in faccia al Sommo Pontefice.

La credibilità di Caterina partiva da una regola di vita indiscutibile: «Noi dobbiamo prima correggerci dei nostri peccati, liberarci delle pastoie del demonio, e poi parlare di Dio». Tanto altro ci sarebbe da dire, ma lo faremo in una seconda puntata… perché da qui parte la missione di Caterina in favore della Chiesa, la battaglia contro la corruzione nel clero, la diffusione delle sue Lettere e la composizione del Dialogo della Divina Provvidenza. Caterina, intanto, torna a Roma con il Papa perché con lui deve riformare la Chiesa…

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/27/2011 7:14 PM
 
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IO, CATHARINA

 

seconda parte:

LA SCRITTRICE

Ma poi, era o non era analfabeta? Fateci caso: preferiva i maschi, anche come segretari. Lettere ai re: “I nostri tre nemici, che sono i nostri tiranni: il mondo, il dimonio, la fragile nostra carne”. “Pregovi, madre mia, che non schifiate di rispondere a me”, così Catharina scrive alla regina di Napoli. “Cognoscimento” dei segreti dei cuori: quelli ancora troppo “allacciati dal dimonio”. Un buon prete ha perso la voglia di dir messa; Caterina lo salva; ma perde lei la voglia di andar a messa. Nei 150 anni dell’unità d’Italia nessuno si è ricordato della sua patrona. La “cagione” della corruzione e ribellione dei fedeli alla Chiesa? La politica come “porco che s’involle nel loto”. Una tomista. Alla prostituta scrive: pensa non solo al male che fai a te stessa, ma a quanti, col “laccio del dimonio”, mandi all’inferno. Caterina scrive al sodomita (tacendone il nome): “Oimè, oimè! questi tali fanno del corpo loro una stalla, tenendovi dentro gli animali bruti”. E al re di Francia scrisse: “ Non indugiate più a far questa pace. Fate la pace, e tutta la guerra mandate sopra gl’infedeli”.

  

 


 

di Tea Lancellotti

 

 

MA POI, ERA O NON ERA ANALFABETA?

Chi pensasse di trovare, qui o altrove, scritti autografi della santa senese rimarrebbe deluso. Va detto, per onestà, che della maggior parte delle cosiddette “Lettere”, poche furono quelle scritte “di suo pugno”, molte furono quelle dettate da Caterina. Delle prime si riscontrano solo pochi originali, pervenuti a noi non completi; dalle seconde, invece, abbiamo potuto raccogliere un vasto patrimonio culturale, che va dall’ambito sociale a quello teologico-dottrinale.

Quando Caterina scriveva di suo pugno, soleva cominciare la lettera con queste parole: “Sappiate, mio caro figlio, che questa è la prima lettera che io scrivo di mia propria mano…”. Così avvenne anche per il famoso Dialogo della Divina Provvidenza, del quale alcune parti furono scritte da lei stessa, mentre altre furono dettate.

Possiamo allora ritenere affidabile il patrimonio letterario della mistica santa? Certamente sì. Grazie ad una continua copiatura (sotto dettatura), contemporanea alla Santa, ed alla raccolta e conservazione delle lettere, resa fedele dalla credibilità e dall’attendibilità di certi suoi figli spirituali, come il priore certosino Stefano Maconi, uno dei segretari di Caterina, che dal 1382 al 1384 cominciò la raccolta delle lettere di colei che chiamava “mamma” spirituale.

Ma prima di venire ad alcuni particolari delle Lettere, chiariamo una domanda che molti si pongono: Caterina Benincasa era analfabeta o no?

Sì, era analfabeta, come la maggior parte delle donne del suo tempo. Fu lei stessa a raccontare il prodigio di come la Divina Provvidenza le insegnò a leggere e a scrivere. Era l’anno 1377 e Caterina aveva 30 anni, come racconta il Caffarini: accadde un giorno che le capitasse fra le mani un certo vasetto pieno di cinabro, o minio, di cui uno scrittore aveva fatto uso per scrivere in rosso, o meglio per colorare le iniziali di un libro, così come era conforme all’uso del tempo; mossa da una “ispirazione divina”, la santa prese in mano la penna dell’artista e, quantunque non avesse mai imparato a formare lettere o a comporre versi, sentendo dentro di sé un “fuoco che le divorava il petto”, scrisse con caratteri chiari, precisi – e persino in bella grafia – i seguenti versi:

O Spirito Santo, vieni nel mio cuore; per la Tua potenza tiralo a Te Dio vero. Concedimi carità con timore; custodiscimi da ogni mal pensiero, riscaldami e infiammami del Tu’ amore, sì che ogni peso mi paia leggero. Santo mio Padre e dolce mio Signore, ora aiutatemi in ogni mio ministero, Cristo Amore, Cristo Amore! Amen

Con questi meravigliosi, ispirati versi, inizia la carriera della Caterina scrittrice.

Come arrivò ad imparare anche a leggere dal momento che iniziò a scrivere proprio da quel momento e con quei versi, ispirati dallo Spirito Santo? Va detto, infatti, che appena scrisse quei versi, Caterina non fu in grado di leggerli immediatamente, ma solo successivamente e con difficoltà.

Per una risposta lineare e completa, riportiamo un passo dalla biografia scritta dal suo confessore, il beato Raimondo da Capua: «…voglio dirti, o lettore, che questa santa vergine, senza che nessun mortale glielo avesse insegnato, sapeva leggere. Dico “leggere” e non che sapesse scrivere o parlare latino (parlava solo il toscano), ma prodigiosamente sapeva leggere le parole e pronunziarle. Una mattina, mi raccontò la santa vergine, si mise in preghiera e Gli disse: “Signore, se ti piace che io sappia leggere per salmeggiare e cantare le tue lodi, degnati di insegnarmelo, altrimenti nella mia ignoranza spenderò il tempo in altre virtù e meditazioni…” All’istante e, durante questa preghiera, ella seppe meravigliosamente comprendere i segni delle lettere. Inoltre riceveva sovente la visita di san Tommaso d’Aquino e di san Giovanni Evangelista i quali la istruivano…».

Questo dunque il prodigio “…esso fu fuori del corso naturale, attestando che fu poi seguita sovente da san Giovanni evangelista e da san Tommaso d’Aquino…”. Da loro riceveva spesso anche la spiegazione e l’interpretazione di certi passi della Scrittura che le rimanevano di difficile comprensione: da questo possiamo comprendere l’importanza di questo epistolario e di come la Chiesa, attraverso il Dialogo della Divina Provvidenza, di cui parleremo in un’ altra puntata, riconobbe a Caterina da Siena la confidenza di Dio Padre, l’istruzione dello Spirito Santo, la predicazione perfetta del Verbo “Figliol Divino”, il tripudio della Santissima Trinità, tanto da renderla Dottore della Chiesa.

 

FATECI CASO: PREFERIVA I MASCHI, ANCHE COME SEGRETARI

Caterina sotto ispirazione divina detta le sue "lettere". A un uomo. Ne ha sempre al servizio

C’è una piccola curiosità: molti dei figli spirituali, nonché qualche segretario della santa, sono maschi. Sì, Caterina la senese attirava e faceva davvero “stragi di cuori”, ma ben conosciamo il significato di questa “attrazione” e chi era il vero responsabile di questi avvicinamenti che poi diventavano conversioni. Inoltre il fatto che il suo seguito fosse composto da molti uomini, per giunta di elevato spessore culturale e politico, tutti conosciuti, servì proprio per attestare la credibilità della sua missione e del contenuto delle sue lettere. Va anche detto, tuttavia, che ebbe come supporto anche il gentil sesso, con la collaborazione di sr. Francesca, vedova di Clemente di Goro, di Alessandra Saracini, di Giovanna Pazzi e di molte altre. Con lei collaborò anche un’altra Caterina, figlia spirituale di santa Brigida di Svezia. Se tali pii discepoli hanno creduto, raccogliendo le sue lettere, di dover conservare e tramandare il ricordo “dei profondi e soavi insegnamenti della loro madre e maestra”, è perché desideravano trasmettere ai lettori di ogni tempo, anche nel nostro tempo, la spiritualità ivi contenuta, la ricchezza dottrinale più che il profilo storico.

Dunque, queste lettere e lo stesso Dialogo cominciarono ad essere raccolti quando Caterina era ancora vivente e questo particolare è molto importante. Molte lettere venivano fatte girare fra i discepoli della santa sia per reciproca edificazione, sia per cominciarne la conservazione e, tanto per entrare nel vivo dell’argomento, usando il linguaggio tipico di chi, assai più autorevolmente di noi, ne tracciò le fondamenta per una comprensibile lettura, oseremo dire come loro: sembra di vederla, la Santa di Fontebranda, nella sua casa, attorniata dai suoi discepoli, con sguardo estatico, gli occhi lucidi e luminosi rivolti verso il Crocefisso e con le braccia aperte in forma di croce, dettare parole lucide e chiare, quasi le provenissero da una voce interiore. É un fuoco che esce dal suo petto, un fuoco che fa battere il suo cuore e le fa proferire parole anch’esse di fuoco. È come se, con lo sguardo della Divina Provvidenza, essa vedesse avanti a sè il Destinatario della lettera, ne avvertisse la presenza, sentisse l’angoscia per il suo essere imperfetta rispetto a Lui, le salisse dal cuore la preghiera: con arte finissima, allora, non spreca parole, va dritta al cuore del problema, colpisce nel segno e mette a nudo i drammi del suo tempo.

 

LETTERE AI RE: “I NOSTRI TRE NEMICI, CHE SONO I NOSTRI TIRANNI: IL MONDO, IL DIMONIO, LA FRAGILE NOSTRA CARNE”

Tutta espressività. Un fascio di nervi. Anoressica e febbricitante: brucia di passione divina

Facciamo notare che la provenienza delle Lettere di Caterina viene spesso attribuita al cuore della santa, mettendo in risalto l’ardore e la passione, più che l’”intelligenza”, come a voler sottolineare una provenienza soprannaturale anziché un “fai-da-te” nell’esporre la dottrina attraverso questi scritti.

Queste Lettere mistiche sono oggi raccolte in diversi volumi e suddivisi, pur mantenendo l’originale numerazione, per categorie dei Destinatari: abbiamo così le Lettere ai pontefici, di cui tratteremo in una terza puntata, le Lettere ai laici e le Lettere ai politici che all’epoca erano i “Reggenti, i funzionari pubblici, i re e persino i responsabili delle Contrade”. Ciò che disturba i critici di Caterina è il suo linguaggio spesso mistico, estatico, attraverso il quale si rivolge a persone che usavano invece un linguaggio più popolano e meno celestiale: tuttavia è proprio questo linguaggio che segnerà la credibilità del suo contenuto dottrinale e, del resto, se il desiderio di scrivere o di dettare all’improvviso le sorgeva dal cuore, spesso dopo lunghe ore di orazione, è comprensibile che lo stesso linguaggio rifletta la provenienza di quelle stesse parole, una provenienza non proprio umana ma che dell’umano vivere voleva correggee provvidenzialmente le deviazioni e far giungere così i destinatari delle lettere del suo tempo alla vera pace.

Nella Lettera 372, al futuro re di Napoli, messer Carlo della Pace, Caterina scrive: “Al nome di Gesù Cristo crocefisso e di Maria dolce…. attendete, carissimo fratello, che questo bene non potreste fare, d’essere virile e sovvenire alla necessità della Chiesa santa, se prima non combatteste e faceste guerra con i principali tre nostri nemici, cioè il mondo, il demonio e la fragile nostra carne… questi sono i principali tre tiranni (…), il mondo ci percuote con le vane e disordinate allegrezze, ponendoci dinanzi all’occhio dell’intelletto i nostri stati, ricchezze, onori e grandezze, con scellerati diletti, le quali cose tutte sono vane e corruttibili, che passano come il vento e sono mutabili (…) Questo vediamo manifestamente: di come l’uomo oggi è vivo e che domani è morto…”.

Nella Lettera 357 al re d’Ungheria così si esprime: “Carissimo padre, in Cristo dolce Gesù. Io Catharina, schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso Sangue Suo, con desiderio di vedervi fondato in vera e perfettissima carità (..) i nemici dell’uomo sono il mondo, il dimonio, e la fragile nostra carne, che ciascuno impugna contro lo spirito…”.

 

PREGOVI, MADRE MIA, CHE NON SCHIFIATE DI RISPONDERE A ME”, COSÌ CATHARINA SCRIVE ALLA REGINA DI NAPOLI

Nella Lettera 133 alla regina di Napoli, per promuovere la nuova crociata per liberare la Terra Santa, della quale parleremo successivamente, così scrive: “A voi reverendissima e carissima madre mia in Cristo Gesù. Io Catharina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi, e confortovi nel prezioso sangue del Figliuolo di Dio, col desiderio di vedervi perfetta sua figliuola (…) Debba dunque l’anima temere di non offendere al suo Creatore, però che Egli è l’unico vero Signore che ogni peccato punisce, e che ogni bene remunera (…) attendete che in due modi abbiate a fare giustizia. Cioè, prima, di voi medesima, sicché abbiate a rendere gloria e onore a Dio, riconoscendo a Lui la gloria e l’onore, e a voi rendete ciò che è vostro, il peccato e la miseria, con vero dispiacimento del peccato (…). Fovvi sapere le dolci e buone novelle; il nostro dolce Cristo in terra, il santo Padre ha mandata una Bolla a tre religiosi singulari, cioè al Provinciale de’ frati Predicatori, e al ministro de’ frati Minori, e a un nostro frate, servo fedele di Dio; e ha loro comandato che sappiano e facciano sapere per tutta Italia e in ogni altro paese che essi possono e debbono investigare coloro che volessero e avessero desiderio di morire per Cristo oltre mare, e andare sopra gl’infedeli (…). Vi prego e vi costringo da parte di Cristo Crocefisso, che vi disponiate e accendiate il vostro desiderio… di dare ogni aiuto e vigore che bisognerà, acciocché il luogo santo del nostro dolce Salvatore sia tratto dalle mani del demonio, acciò che partecipino al Sangue del Figliuolo di Dio, come noi. Pregovi umilmente, madre mia, che non schifiate di rispondere a me il vostro santo e buon desiderio che avete verso questa santa operazione. Altro non dico…(…) e perdonate la mia presunzione. Cristo dolce, Gesù Amore”.

Facciamo notare come santa Caterina da Siena ponga sempre come priorità la conversione a Cristo ed alla Chiesa e solo dopo invita ad intraprendere la battaglia per la Chiesa.

L’epistolario con la regina di Napoli è ricco. Ad un certo punto, deve essere accaduto qualcosa che ha fatto “allontanare” tale regina. Caterina, allora, le scrive, nella Lettera 362, un atto di accusa per aver tradito la Chiesa, papa Urbano VI, e per essere caduta nell’eresia. Ecco qualche passaggio: “Carissima e reverenda madre; cara mi sarete, quando io vedrò voi essere figliuola assidua e obbediente alla santa Chiesa, reverenda a me, in quanto io vi renderò la debita reverenza, per ciò che ne sarete degna quando abbandonerete la tenebra dell’eresia….(…) O dolcissima madre, io desidero di vedervi fondata in questa verità, la quale seguirete stando nel vero cognoscimento di voi, altrimenti no!”

 

COGNOSCIMENTO” DEI SEGRETI DEI CUORI. DI QUELLI ANCORA TROPPO “ALLACCIATI DAL DIMONIO”

Caterina e suor Palmerina. Visione dell'inferno

Santa Caterina era talmente impregnata dalla Divina Sapienza da essere ammirabile nelle sue esortazioni attraverso le quali incendiava davvero molti cuori. Fra’ Bartolomeo nel Processo Catalano così si esprime: “Scriveva con tanta eloquenza che uomini e donne del popolo, ma anche religiosi, tutti accorrevano per udire le sue parole, e ne derivava così tanta messe abbondante che lo stesso papa Gregorio XI, informato dei fatti, scrisse una Bolla mediante la quale essa poteva scegliersi tre confessori che potessero stare sempre con lei, i quali, per autorità del pontefice, potevano assolvere in qualunque luogo tutti quelli che la santa mandava, pentiti, da loro…”.

Il successo delle Lettere di Caterina si deve anche ad un dono speciale che ella ebbe in dote dal Signore suo “Sposo nella fede”: il cognoscimento delle coscienze degli uomini. Caterina, cioè, leggeva nei cuori e sapeva individuare la menzogna, così come poteva individuare l’ostacolo che il penitente non riusciva a rimuovere. Grazia grande questa, che la santa usava frequentemente per aiutare chi ricorreva a lei a fare il vero passo della conversione autentica. Ciò avveniva anche per mezzo delle Lettere. Anche per questo motivo, molte di queste non si comprendono nell’immediata lettura, in quanto si riferiscono alla coscienza del destinatario, con piccoli fatti o episodi chiari a lui soltanto.

Alcune volte incontrava peccatori, talmente “allacciati dal Demonio” da essere temporaneamente impediti verso una piena conversione. Allora la santa, con infinita pazienza e con amore, diceva loro segretamente: « Se ti dicessi il motivo grave che ti tiene schiavo e ti impedisce di confessarti pienamente, ti confesserai?». Una volta rivelato l’ostacolo, il penitente, vedendosi scoperto, messo a nudo in ciò che neppure lui riusciva a vedere, si buttava letteralmente ai suoi piedi per ringraziarla e correva subito a confessarsi. Nel Processo Catalano c’è la testimonianza di un facoltoso italiano, assai noto e affidabile, che ebbe a raccontare di se stesso: «Solo Iddio ed io sapevamo ciò che questa santa vergine mi ha detto, scoperchiando come un tal peccato mi impediva di vedere, onde vedo certamente che al cospetto di Dio ella è maggiore di ciò che si crede». Con questa somma carità e prudenza, Caterina liberava le anime dei peccatori dalle mani del demonio, consegnandole ai confessori che la seguivano. «Signore – implorava santa Caterina allo Sposo – non lascerò la Vostra Presenza fintanto che non Vi piacerà di fare ciò voglio!». “Ciò che voglio”: così parlava a Dio la Donna d’Italia ma, del resto, ciò che voleva corrispondeva a quanto Dio desiderava per il bene delle anime.

 

UN BUON PRETE HA PERSO LA VOGLIA DI DIR MESSA. CATERINA LO SALVA. MA PERDE LEI LA VOGLIA DI ANDAR A MESSA…

Caterina assiste al Santo Sacrificio della Messa. E riceve il "Panem angelorum" direttamente da loro

Naturalmente questi doni di Caterina suscitavano invidia. Una volta un suo caro amico di Firenze la mise al corrente che questo suo modo di acquistare le anime a Dio faceva mormorare non solo i laici, ma anche religiosi e vescovi. Lei rispose pronta: ” Ma questa è la gloria mia, questo è ciò che voglio: essere ben morsa nella vita mia. Non te ne curare, lascia dire chi dire vuole, mi rincresce di loro, ma non di me!”

Durante la peste venne colpita e la sua gioia, al pensiero di poter morire, era grande: credeva fosse giunto il suo momento e mentre preparava l’anima per incontrare eternamente lo Sposo, le apparve la Vergine Maria e le disse: «Caterina, figlia diletta, tu chiedi di morire, ma vorrei farti vedere questa moltitudine di anime che mi segue». La Vergine e Madre di Dio fece vedere alla santa anime che pur ricorrendo alla Madonna, non erano ancora pronte. Così le disse: «Se tu consenti a vivere, mio Figlio te le darà tutte. Scegli!». Caterina non ci pensò due volte e rispose: «Non sia mai che la mia volontà possa risultare diversa dalla Vostra; la volontà di Dio è la mia…». Guarita all’istante, riprese il suo posto d’onore al capezzale degli appestati. Da quel giorno, molte anime che a lei ricorrevano, poterono confessarsi e ricevere l’assoluzione.

Un giorno le scrissero (anche lei riceveva lettere) di un sacerdote, che non aveva mai dato segni di eresia e che era una brava persona; ma d’un tratto era diventato inquieto, spesso disturbato da cattivi pensieri a tal punto da decidere di non celebrare più la santa Messa. In questo caso, Caterina non risponde alla missiva, ma manda a chiamare questo sacerdote e gli spiega che, d’improvviso, il Signore ha permesso tutto questo per forgiare il suo carattere. Dopo avergli detto questo, gli si rivolge con queste parole: ” Vi supplico padre mio, non abbandonate la celebrazione della santa Messa, e da questo momento non preoccupatevi più di tali disturbi purché siate voi a gittare sulle mie spalle il peso delle vostre tribolazioni e apprensioni che tanto male vi provocano da inquietare il vostro buon cuore…”

Il sacerdote fece quanto la Santa gli chiese e, di colpo, tutti i disturbi e l’accidia, che lo aveva reso schiavo, scomparvero ma Caterina, dal momento stesso in cui il sacerdote sentì la pace, cominciò a provare perfino riluttanza e noia in tutto ciò che riguardava il servizio divino della Messa. Tali prove il Signore le aveva messo sulle spalle, certa della corrispondenza che la dolce Sua Amica senese le avrebbe dato. Dopo tanto patire, infatti, e dopo aver scontato quella pena anche per il sacerdote, poté cantare quel che ripeteva sovente: “O quanto è pietoso e misericordioso il Signore verso coloro che veramente sperano in Lui!”.

 

NEI 150 ANNI DELL’UNITÀ NESSUNO SI È RICORDATO DELLA SUA PATRONA

Patrona di un'Italia che l'ha dimenticata...

Ai “Signori difensori, e capitani del popolo, della città di Siena”, nella Lettera 121, così ammonisce Caterina: «Al nome di Gesù Cristo Crocefisso e di Maria dolce. Carissimi Signori in Cristo dolce Gesù. Io Caterina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso Sangue Suo; con desiderio di vedervi veri signori e con cuore virile, cioè che signoreggiate la propria sensualità con vera e reale virtù, seguitando il nostro Creatore. Altrimenti non potreste tenere giustamente la signoria temporale, la quale Dio vi ha concessa per Sua grazia…(..) Vogliate credere e fidarvi de’ servi di Dio e non degl’iniqui servi del dimonio, che per ricoprire l’iniquità loro, vi fanno vedere quel che non è. Non vogliate porre i servi di Dio contra di voi. Ché tutte l’altre cose pare che Dio sostenga più che l’ingiuria, li scandali, e le infamie che sono imposte ai suoi servi. Non vi illudete, facendo a loro, fate ingiurie a Cristo medesimo!(…) Tutto il contrario pare che si faccia: cioè, che li cattivi sono uditi e soddisfatti, e li buoni e servitori della santa Chiesa sono spregiati, ingiuriati, cacciati…»

Nel leggere queste Lettere rivolte ai politici, fa riflettere come, in questo tempo in cui sono stati festeggiati i 150 anni dell’Unità d’Italia e in cui tanto si è parlato del Bel Paese, si è avuto ancora una volta il coraggio di lasciare in disparte lei, la santa Patrona d’Italia, che tanto fece per ottenere la vera Pace fra i Comuni e le Città, non prestandole l’attenzione che meritava perché tanto avrebbe avuto da dire dell’Italia stessa.

 

LA “CAGIONE” DELLA CORRUZIONE E RIBELLIONE DEI FEDELI ALLA CHIESA? LA POLITICA COME “PORCO CHE S’INVOLLE NEL LOTO”

Caterina tormentata "dalli demonia"

Nella Lettera 367, sempre destinata ai politici della Città di Siena, Caterina, descrivendo un mare di calamità, di povertà, di fabbisogno morale, sociale e culturale, usa parole come: «Non mi meraviglio se questi cotali commettono ingiustizia, perché essi si veggono fatti crudeli a loro medesimi, vivendo in cotanta immondizia che, dal porco che s’involle nel loto, a loro non ha cavelle, in tanta superbia che per tale non possono sostenere che sia detta ad essi la verità…». E ammonisce: « Chi ne è la cagione? Chi comanda per amor proprio, donde escono tutte queste ingiustizie! Ed è cagione dell’irriverenza della santa Chiesa, di figliuoli fedeli che per cagion vostra diventano infedeli…(…) Non dormite più, ché non è tempo da dormire, ma destatevi dal sonno (cfr Rm 13,11) per onore di Dio, per il bene della città, ad utilità vostra…»

Viene davvero voglia di fare un appello ai nostri vescovi, ai nostri sacerdoti: a quando prediche di questo spessore dagli odierni pulpiti? A quando parole così chiare nelle Lettere Pastorali? A quando la difesa della fede dai fedeli corrotti dalla politica del nostro tempo?

Nella Lettera 268 agli anziani e consoli gonfalonieri della città di Bologna, Caterina usa parole sulla gravità di un amore “disordinato e perverso” di straordinaria attualità politica, sociale, culturale e morale, tali da non poterci non fermare a riflettere: «Ma quelli che sono privati della carità, e pieni dell’amor proprio di loro, fanno tutto il contrario: e come essi sono disordinati nel cuore e nell’affetto loro, così sono disordinati in tutte quante le operazioni loro. Onde noi vediamo che gli uomini del mondo senza virtù servono e amano il prossimo loro, e con colpa; e per piacere e servire a loro, non si curano di servire a Dio, e dispiacergli, e far danno all’anime loro. Questo è quello amore perverso, il quale spesse volte uccide l’anima e il corpo; e tolleci il lume, e dacci la tenebra; tolleci la vita,e dacci la morte; privaci della conversazione de’ Beati, e dacci quella dell’inferno. E se l’uomo non si corregge mentre ch’egli ha il tempo; spegne la margarita lucida della santa giustizia, e perde il caldo della vera carità e obedienzia (…) Chi n’è cagione di tanta ingiustizia? L’amore proprio di sè. Ma è miserabili uomini del mondo, perché sono privati della verità, non cognoscono la verità, né secondo Dio per salute loro, né per loro medesimi; per conservare lo stato della signoria. Perché, se essi cognoscessero la verità, vedrebbero che solo il vivere col timore di Dio conserva lo stato e la città in pace… »

Naturalmente, va considerato che all’epoca in cui santa Caterina scrive queste Lettere, la situazione politica del suo tempo era decisamente diversa dalla nostra. La stessa Lettera alla città di Bologna, qui riportata, venne scritta da Caterina per indirizzare la città verso l’obbedienza al pontefice il quale, per amor di pace, aveva dato alla città l’autonomia che chiedeva. Eppure – come si comprenderà dopo – neppure questo bastò per soddisfare gli animi, nonostante la santa avesse ammonito e predetto: «L’amor proprio è il guastamento della città dell’anima, e guastamento e rivolgimento delle città terrene…», parole queste che ci riportano ad una spaventosa attualità!

 

UNA TOMISTA

C’è un’altro aspetto assai singolare di Caterina che si evince anche dai suoi scritti: essa mette in guardia dal paradigma di un profetismo inteso come conoscenza di eventi futuri ed è molto cauta nei confronti di forme di gnosi estatica e visionaria. Insomma, non parla mai di “segreti divini” che non sono tramandati dalla Scrittura. È assai prudente anche nella utilizzazione degli apocrifi, Caterina. È semplicemente tomista nell’invito costante a mantenere ben lucido e chiaro l’occhio dell’intelletto: forse per questo le sue Lettere possono risultare, per certi aspetti, ripetitive ma anche attuali, valide in ogni tempo. La santa sa perfettamente che la verità di cui hanno bisogno queste città in continua lotta fra loro è ciò che gli uomini debbono fare: convertirsi a Cristo senza se e senza ma! Caterina è severa, anche dura nell’opera di correzione, ma mantiene sempre intatta la riverenza e la devozione affettuosa nei confronti dei sacerdoti, ministri del dolce Sacramento. Un rispetto simile nutre nei confronti dei re e dei politici di turno: la santa sa bene che il Signore ha dato loro l’autorità e l’uso di un certo potere. I suoi interventi, infatti, sono mirati alla correzione della disobbedienza che inficia il raggiungimento di quello scopo del Progetto Divino per il quale essi hanno avuto l’autorità che vantano.

Questo aspetto, però, lo affronteremo meglio nella prossima puntata quando parleremo di santa Caterina nel rapporto con l’autorità ecclesiastica.

 

ALLA PROSTITUTA SCRIVE: PENSA NON SOLO AL MALE CHE FAI A TE STESSA, MA A QUANTI, COL “LACCIO DEL DIMONIO”, MANDI ALL’INFERNO

Caterina e la Maddalena

Santa Caterina avrà anche la com-passione per rivolgersi alle donne del suo tempo, invitandole sovente all’esercizio delle virtù ad imitazione della Vergine Maria nel compiere i propri doveri coniugali. Un esempio di Lettera davvero profonda è la n. 165, indirizzata a Bartolomea, moglie di Salviato da Lucca: “Quale è questa cosa che è nostra, che c’è data da Dio, che né demonio né creatura ce la può tollere? È la volontà. A cui venderemo questo tesoro di questa volontà? A Cristo crocifisso. Cioè, che volontariamente a con buona pazienzia renunceremo alla nostra perversa volontà; la quale quando è posta in Dio, è uno tesoro. E con questo tesoro compriamo la margarita delle tribolazioni, traendone il frutto con la virtù della pazienzia, il quale mangiamo alla mensa della vita durabile. Ora a questo cibo, mensa e latte v’invito figliuola mia dolcissima; e pregovi che ne siate sollecita di prenderlo. Levatevi dal sonno della negligenzia, poiché non voglio che siate trovata a dormire quando sarete richiesta dalla prima Verità”.

A Caterina il mondo non interessa, se non perché in esso sono contenute innumerevoli anime da salvare, da amare, da conquistare. Questa sua indipendenza spirituale dal mondo le consentirà di non lasciarsi mai influenzare da chicchessia, rimanendo salda nella dottrina e nel Magistero della Chiesa, riuscendo semmai a conquistare non certo il mondo, ma molte anime sue conterranee, ed oltre.

A una pubblica peccatrice, residente a Perugia (Lettera 276) scrive:

«Io piango e mi dolgo, figliola mia, che tu, creata e immagine e similitudine di Dio, ricomperata dal prezioso Sangue suo, non ragguardi la tua dignità, né il grande prezzo che fu pagato per te. Fatta sei schiava del peccato; preso hai per signore il demonio: e a lui servi il di e la notte. Non voler essere più membro del diavolo ché, col laccio suo, ti sei posta a pigliare le creature. Non basta assai il male che tu fai per te; pénsati di quanti sei cagione tu, di fare andare all´inferno! Non dico più. Ama Cristo Crocefisso, e pensa che tu devi morire e non sai quando. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesú dolce, Gesú amore. Maria dolce madre».

 

CATERINA SCRIVE AL SODOMITA (TACENDONE IL NOME): “OIMÈ, OIMÈ! QUESTI TALI FANNO DEL CORPO LORO UNA STALLA, TENENDOVI DENTRO GLI ANIMALI BRUTI”

Inferno. Girone dei sodomiti. Dice Caterina: "Neppure li demonia li vogliono"

La Lettera 21 è dedicata ad un destinatario di cui si tace il nome, ma colpevole del peccato contro natura. Caterina parte nel descrivere prima la Passione di Cristo e poi giunge, come una falce, a condannare il peccato per recuperare il peccatore. Vale la pena di leggere e meditare:

“O dolce e amoroso Figliuolo di Dio, inestimabile Verbo, Carità dolcissima, tu sei entrato ricolta e pagatore; tu hai stracciato la carta dell’obbligazione fra l’uomo e il dimonio; che per lo peccato era obligato a lui: sì che stracciando la carta del corpo tuo, scioglieste noi. Oimè, Signore mio! Chi non si consuma a tanto fuoco d’amore? Non si consumeranno coloro, che ogni dì di nuovo fanno carta nuova col dimonio non ragguardando te, Cristo Gesù flagellato, satollato d’obbrobri, Dio ed uomo. Oimè, oimè! Questi tali fanno del corpo loro una stalla, tenendovi dentro gli animali bruti senza veruna ragione.

Oimè, fratello carissimo, non dormite più nella morte del peccato mortale (..). Venite traendo il fracidume dell’anima e del corpo vostro. Non siate crudele di voi, né manigoldo, tagliandovi dal vostro capo, Cristo dolce e buono Gesù. Non più fracidume, non più immondizia! E ricorrete al vostro Creatore; aprite l’occhio dell’anima vostra, e vedete quanto è ‘l fuoco della sua carità, che v’ha sostenuto, e non ha comandato alla terra che si sia aperta, né agli animali bruti, che v’abbiamo divorato. (..)

O ladro ignorante debitore, non aspettate più tempo; fate sacrificio a Cristo crocifisso della mente, dell’anima e del corpo vostro. Non dico, che vi diate la morte perché voi vogliate questo per separazione di vita corporale; ma morte negli appetiti sensitivi; che la volontà ci sia morta, e viva la ragione, seguitando le vestigie di Cristo crocifisso. (..) Che merita colui che uccide? D’essere morto. Cosi ci conviene uccidere questa volontà fiagellando la carne nostra; afiliggerla, ponerli il giogo de’ santi comandamenti di Dio. E non vedete voi che ella è mortale? Tosto passa la verdura sua, siccome il fiore che è levato dal suo principio. Non state più cosi, per l’amore di Cristo crocifisso! Ch’io vi prometto che tanta abominazione e tanta iniquità Dio non la sosterrà, non correggendo la vita vostra; anco, ne farà grandissima giustizia mandando il giudizio sopra di voi. Dicovi che non tanto Dio, ch’è somma purità, ma le dimonia non la possono sostenere: ché tutti gli altri peccati stanno a vedere, eccetto questo peccato contro natura. Or sete voi bestia, o animale bruto? Io veggo pure, che voi avete forma d’uomo; ma è vero che di quest’uomo è fatto stalla: dentro ci sono gli animali bruti de’ peccati mortali. Oimè! Non più, per l’amore di Dio! Attendete, attendete alla salute vostra: rispondete a Cristo, che vi chiama. Voi sete fatto per esser tempio di Dio; cioè che dovete ricevere Dio per Grazia, vivendo virtuosamente, partecipando il sangue dell’Agnello; dove si lavano le nostre iniquità.

Oimè, oimè sventurata l’anima mia! Io non so metter mano alle mie e vostre iniquità. Or come fu tanto crudele, e spietata l’anima vostra, e la vostra bestiale passione sensitiva, che voi oltre al peccato contro natura… Oimè! Scoppino e’ cuori, dividasi la terra, rivolgansi tutte le pietre sopra di noi, i lupi ci divorino; non sostengano tanta immondizia, e offesa fatta a Dio e all’anima vostra. Fratello mio ci vien meno la lingua, e tutti e’ sentimenti. Ohimè! Non voglio più così. Ponete fine e termine alla miseria ch’io v’ho detto: e vi ricordo che Dio nol sosterrà, se voi non vi correggete. Ma bene vi dico che se voi vorrete correggere la vita vostra in questo punto del tempo, che v’è rimaso, Iddio è tanto benigno e misericordioso, che vi farà misericordia; benignamente vi riceverà nelle braccia sue, faravvi partecipare il frutto del sangue dell’Agnello, sparto con tanto fuoco d’amore: ché non è neuno sì gran peccatore, che non trovi misericordia. (..) Fratello mio dolce in Cristo dolce Gesù, non voglio che questa prigione né condennagione venga sopra di voi; ma voglio, e pregovi (e io vi voglio aiutare) da parte di Cristo crocifisso, che voi usciate delle mani del diavolo. Pagate il debito della santa confessione con dispiacimento dell’offesa di Dio, e proponimento di non cader più in tanta miseria. Abbiate memoria di Cristo crocifisso; spegnete il veleno della carne vostra colla memoria della carne fiagellata di Cristo crocifisso, Dio ed uomo. Ché per l’unione della natura divina colla natura umana è venuta in tanta dignità la nostra carne, che ella è esaltata sopra tutti i cori degli angeli. (..) E non indugiate, né aspettate il tempo, perché il tempo non aspetta voi. (..) Invitate voi medesimo a far resistenzia, e non consentite al peccato per volontà né attualmente mandarlo ad effetto; ma dite: «porta oggi, anima mia, questa poca pena; fa resistenzia, e non consentire. Forse che domani sarà terminata la vita tua. E se pure sarai vivo, farai quello che ti farà fare Dio. Fa tu oggi questo». Dicovi che facendo così, l’anima vostra e il corpo, che ora è fatto stalla, sarà fatto tempio dove Dio si diletterà abitando in voi per Grazia. (..) Ché se io non v’amessi, non me ne impaccerei, né curerei perché io vi vedessi nelle mani del dimonio: ma perché io v’amo, nol posso sostenere. Voglio che partecipiate il sangue del Figliuolo di Dio. Gesù dolce, Gesù amore, Maria dolce”.

 

E AL RE DI FRANCIA SCRISSE: “ NON INDUGIATE PIÙ A FAR QUESTA PACE. FATE LA PACE, E TUTTA LA GUERRA MANDATE SOPRA GL’INFEDELI”

La gloria di Caterina la senese. Roma, chiesa omonima a Magnanapoli

Cari sacerdoti, fateci udire ancora di queste prediche sante che, sollecitandoci ad avere vergogna dei nostri peccati, ci salvano l’anima!

Alcuni Pensieri:

Il demonio non vorrebbe altro, se non farci cadere in disperazione. (Lettere 287)

Orsú dunque con l´arme della fede! E sconfiggiamo il demonio con la eterna volontà sua (perversa sete di male); e col pensiero cacciamo il pensiero, cioè con pensieri di Dio cacciamo quelli del diavolo. (Lettere 335)

Infine, vogliamo concludere questa seconda puntata con una fra le più belle Lettere indirizzate al re di Francia, un vero monito, e un umile appello, a tutti i nostri attuali politici: la n. 235. Queste le parole di Caterina:

“Carissimo Signore e padre in Cristo dolce Gesù. Io Catharina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi osservatore de’ santi e dolci comandamenti di Dio: considerando me, che in altro modo non potiamo partecipare il frutto del sangue dell’Agnello immacolato. Il quale Agnello dolce Gesù ci ha insegnata la via (…) ci ha insegnata la dottrina salendo in su la cattedra della santissima Croce. Venerabile padre, che dottrina e che via egli vi dà? La via sua è questa: pene, obbrobri, vituperii, scherni e villanie; sostenere, con vera pazienza, fame e sete; satollato d’obbrobri, confitto e chiavellato in croce per onore del Padre, e salute nostra. (…) Questo dolce Agnello,(…) ha odiato il vizio, e amata la virtù. Voi, come figliuolo e servo fedele a Cristo Crocifisso, seguitate le vestigie sua e la via la quale egli v’insegna; cioè, che ogni pena, tormento e tribolazione che Dio permette che il mondo vi faccia, portiate con vera pazienza. (…) Siate, siate amatore delle virtù, fondato in vera e santa giustizia, e spregiatore del vizio.

Tre cose vi prego singolari, per l’amore di Cristo Crocefisso, che facciate nello stato vostro. La prima si è, che spregiate il mondo, e voi medesimo, con tutti i difetti suoi; possedendo voi il reame vostro come cosa prestata a voi, e non vostra. (…)

L’altra cosa è, che voi manteniate la santa e vera giustizia; e non sia guasta né per amore proprio di voi medesimo, né per lusinghe, né per veruno piacere d’uomo (…)

La terza cosa si è, d’osservare la dottrina che vi dà questo Maestro in Croce; che è quella cosa che più desidera l’anima mia di vedere in voi; ciò è l’amore e dilezione col prossimo vostro, col quale tanto tempo avete avuto guerra (…).

Oh quanto si debbe vergognare l’uomo che sèguita la dottrina del dimonio e della sensualità, curandosi più d’acquistare ricchezze del mondo e di conservarle (ché tutte sono vane, e passano come vento), che dell’anima sua e del prossimo suo! (…)

Io vi dico, da parte di Cristo crocifisso, che non indugiate più a far questa pace. Fate la pace, e tutta la guerra mandate sopra gl’infedeli.

Aiutate a favoreggiare, e a levar su l’insegna della santissima croce; la quale Dio vi richiederà, a voi e agli altri, nell’ultima estremità della morte, di tanta negligenzia e ignoranzia, quanta ci si è commessa, e commette tutto dì. Non dormite più (per l’amore di Cristo crocifisso, e per la vostra utilità!), questo poco del tempo che ci è rimasto; perocché il tempo è breve, e dovete morire, e non sapete quando. Cresca in voi un fuoco di santo desiderio a seguitare questa santa croce, e pacificarvi col prossimo vostro. E per questo modo seguiterete la via e la dottrina dell’Agnello svenato,derelitto in croce; e osserverete i comandamenti (…) Non dico più. Perdonate alla mia presunzione. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce. Gesù amore.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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12/27/2011 12:41 PM
 
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IO, CATHARINA

 

terza parte:

LA PAPISTA

 

È Dio che ha separato lo Stato dalla Chiesa: perchè lo Stato la serva. La prima e l’ultima donna che parla al concistoro: “Il papa non tema se anche tutto il mondo gli è contro”. Caterina ai tempi dello scisma: “Il volto della Chiesa insudiciato per le impurità e la superbia” del clero. Caterina impugna spada e rosario, e incita il papa alla crociata. “Rivolgete contro i nemici della fede quelle armi che fino ad oggi avete usato per assassinarvi l’un l’altro”. Guerra contro gli infedeli sì; contro gli eretici no: “perchè sono cristiani”…sempre che non siano catari. “Coloro che sono posti nel giardino della santa Chiesa come fiori odoriferi; e noi vediamo che essi appuzzano tutto quanto il mondo”. “Il papa lavi il ventre della Chiesa”: ossia sradichi la corruzione del clero… o lo farà Dio con la tribolazione. Il pastore preghi e soffra per il gregge peccatore; in caso lo “percuota”. L’ultima profezia di Caterina: sul futuro turbolento della Chiesa

 

 

 

 IN BREVE

Il maestro Raimondo e Caterina erano a Pisa nel 1375. Parlando un giorno della ribellione di Perugia al papa e vedendo il suo confessore afflitto, Caterina gli dice: <<Padre mio carissimo, cominciate a piangere troppo presto, poiché quello che vedete oggi è latte e miele in confronto a ciò che avverrà in seguito>>.  E lui rispose: <<Quali mali possono essere più gravi del disprezzo e della ribellione al capo pastorale (il papa) e civile del popolo cristiano?>>. Ecco la replica della santa: <<Padre mio, oggi fanno questo i secolari e i laici, ma fra non molto vedrete quanto peggio faranno gli ecclesiastici contro il Sommo Pontefice e contro l’unità della Chiesa di Dio>>. Qui la santa si riferisce alla riforma contro i costumi e i vizi nel clero. Fra’ Raimondo riporta come questa profezia si sia avverata sotto Urbano VI. Poi Caterina avvisò il padre dello scisma ed anche questo si avverò. Il padre chiese: <<Madre carissima, non potreste dirmi cosa avverrà nella Chiesa dopo queste tempeste?>>. Rispose santa Caterina: <<Terminate queste tribolazioni, Dio purificherà la sua santa Chiesa, suscitando un ardente zelo nel cuore dei suoi servi ed eletti. Ne seguirà infatti un rinnovo di santi pastori e una grande riforma in tutta la Chiesa, di cui il solo pensiero rende pieno di gioia e di gratitudine il mio cuore verso Gesù (…) come vi ho detto più volte, è Dio che si prende cura della Sposa; al pontefice spetta la Riforma, a Dio spetta di purificarla, così avverrà di volta in volta, così dobbiamo pensare noi>>.

Leggendo le sue parole che possiamo definire come una profezia, ci accorgiamo che da allora molte riforme son state fatte e molti santi furono suscitati dalla più grande Riforma che la nostra storia ricordi: quella del Concilio di Trento. L’elenco dei santi è lungo, ma tutto ci spinge ai giorni nostri a quel “così dobbiamo pensare noi…”: con l’esempio dei santi e la loro scuola, le loro riforme, le loro battaglie, le loro speranze, la loro preghiera, la loro “confidenza di Dio”, allora sì, per quante tribolazioni potremmo sperimentare, non sbaglieremo mai! Questa, e non altro, è la Comunione dei Santi che professiamo nel “Credo”.

  

 

 

di Tea Lancellotti

 

 

 

E’ DIO CHE HA SEPARATO LO STATO DALLA CHIESA. PERCHÈ LO STATO LA SERVA

Riallacciandoci alla prima parte nella quale abbiamo parlato di Caterina, fortissima donna d’Italia che riporta il papa da Avignone a Roma, e passando per la seconda parte nella quale abbiamo approfondito la Caterina scrittrice e l’insegnamento ai politici del suo tempo, analizziamo ora alcune parti della Caterina missionaria.

Partendo, innanzi tutto, dalla sua missione nella Chiesa, accanto ai pontefici, che la conduce a rimproverare la cattiva condotta di alti prelati e di sacerdoti, corrotti, che “insudiciano il giardino della santa Chiesa“.

Come abbiamo potuto vedere, il linguaggio di santa Caterina partiva dal cuore, era sincero, immediato e senza troppi complimenti. Oseremmo dire oggi che era un linguaggio che rifuggiva il politicamente corretto: andava diritto allo scopo, convertiva e non permetteva ad alcuno di fraintendere il messaggio cristiano delle sue missive.

Prima di inoltrarci nelle Lettere di Caterina al papa e al clero, è dunque fondamentale entrare nello spirito, nel carisma di questa grande santa e far nostre le sue istanze. La prima istanza che Caterina “impone” ai suoi discepoli e ai destinatari delle Lettere è la preghiera incessante per il papa e per la Chiesa: lei stessa dirà di aver offerto al Signore ben sette anni consecutivi di preghiera, patimento, digiuno per il Sommo Pontefice e per la Chiesa, per il clero in generale, gli ordini religiosi, i vescovi, per ottenere la pace nella Chiesa e perché all’interno di essa si realizzasse sempre la volontà di Dio. La seconda istanza che “impone” a chierici e laici è l’obbedienza al Sommo Pontefice, dolce Vicario di Cristo in terra legittimamente eletto. Non si tratta di una obbedienza cieca, ma piuttosto di far giungere al papa anche le doverose critiche, seguite però dalla filiale obbedienza. La terza istanza “imposta” ai laici è di lavorare per la Chiesa, anche vivendo nel mondo come politici, medici, maestri, ecc., e “tutto fare” per il bene della Chiesa e per spianare la strada “a Cristo che viene“, alla sua dottrina, alla volontà di Dio. Lavorare, dunque, per la salvezza delle anime, vivere per portare quante più persone possibili alla Chiesa di Cristo ed alla conversione a Lui.

Come abbiamo letto nella seconda parte, lo Stato, per Caterina, non è al di fuori del progetto di Dio e non è la Chiesa, ma Dio stesso ha separato i due poteri perché l’uno, lo Stato, potesse servire la Chiesa e la sua missione nel mondo.

In una chiara simbologia, Caterina spiega in modo semplice lo svilupparsi delle due autorità distinte, ma che devono collaborare insieme per la pace di Cristo. La dottrina della Chiesa, però, è al di sopra di ogni legge umana: lo Stato è “Cesare”, la cui autorità viene da Dio, la Chiesa è Cristo stesso che non è nemico di Cesare, a meno che quest’ultimo non si ponga contro la “dolce Sposa di Cristo“. La Chiesa, dal canto suo, con il papa, deve facilitare il compito di Cesare e mettergli a disposizione ogni strumento in suo possesso; l’unica autentica “democrazia” che la santa senese riconosce è la libertà di Cristo di poter agire nel mondo attraverso i suoi ministri per il bene delle anime: tutto il resto è “schiavitù”.

Questo “estremismo” di Caterina non può spaventarci né deve essere letto in chiave negativa: infatti, il compito del vero cattolico è quello di lavorare e vivere nel mondo per mettere in pratica le promesse battesimali con tutto quel che ne consegue.

“Siamo nel mondo” per conoscere il nostro Creatore: tutto il resto è contorno.

 

LA PRIMA E L’ULTIMA DONNA CHE PARLA AL CONCISTORO: “IL PAPA NON TEMA SE ANCHE TUTTO IL MONDO GLI È CONTRO”.

Ai piedi del "suo" papa Urbano VI Prignano

Il papa, Urbano VI, informato di questa richiesta, predispose immediatamente che fosse mandato a Caterina, per muoversi, il precetto della santa obbedienza. Così Caterina poté giungere a Roma accompagnata da un gruppetto di discepoli, uomini e donne. Senza troppi convenevoli, e nel mezzo del concistoro, il papa chiese alla santa di cominciare subito con un sermone. Ella ubbidì, parlando soprattutto della Divina Provvidenza, incoraggiando i Padri a non dubitare di così grande aiuto alla Chiesa, neppure in quelle ore difficili del grave scisma che si era appena aperto.

Occorreva attendere pazientemente di comprendere il volere di Dio, attenendosi scrupolosamente ognuno ai propri doveri in obbedienza al Papa legittimamente eletto, Urbano VI, e mantenendo una sana condotta morale. Appena terminato il discorso, papa Urbano disse: <<Or ecco fratelli miei, come siamo degni di correzione al cospetto di Dio, quando siamo così timorosi! Come vedete questa donna ci confonde! Non dico questo di lei per disprezzo, ma a motivo del sesso il quale è per sua natura più fragile. Costei dovrebbe essere nel dubbio quando fossimo molto sicuri, è invece così sicura di sé mettendo noi nel dubbio, e ci conforta con le sue ispirate persuasioni. Questo a sua gloria e a nostra confusione! Il Vicario di Cristo, o fratelli miei, non debba mai dubitare se anche tutto il mondo fosse contro di lui. Cristo Onnipotente è più forte del mondo, né dubiterò mai che Egli possa abbandonare la sua santa Chiesa!>>. Nel congedare la santa, il papa le concesse alcune grazie spirituali ed indulgenze per sé e per alcune sue richieste. 

 

CATERINA AI TEMPI DELLO SCISMA: “IL VOLTO DELLA CHIESA INSUDICIATO PER LE IMPURITÀ E LA SUPERBIA” DEL CLERO

Caterina regge la barca di Pietro

Come applicherà questi “strumenti” santa Caterina? Con una serie di Lettere e con il Dialogo. Nella Lettera 16 (XVI) scrive al cardinale Di Ostia – lettera per altro citata da Paolo VI nella proclamazione della santa a Dottore della Chiesa il 4.10.1970 – e qui Caterina alterna, nella prima parte, brevi dialoghi fra lei e il Cristo Gesù che condivide con l’alto prelato a conferma dei suoi moniti per il bene delle anime e della Chiesa e che non risparmia, nella seconda parte, con suppliche ed insistente richiesta di “buona condotta”: <<Questo desidera l’anima mia di vedervi morire per santo e vero desiderio, cioè che per l’affetto e amore che voi sarete all’onore di Dio, salute dell’anime ed esaltazione di santa Chiesa, ho volontà di vedervi tanto crescere questa fame, che sotto questa fame rimaneste morto (..). Oimè, oimè, disaventurata l’anima mia! Aprite l’occhio e ragguardate la perversità della morte che è venuta nel mondo, e singolarmente nel corpo della santa Chiesa. Oimè, scoppi il cuore e l’anima vostra a vedere tante offese di Dio. Vedete, padre, che ‘l lupo infernale ne porta la creatura, le pecorelle che si pascono nel giardino della santa Chiesa; e non si trova chi si muova a trargliele di bocca. Li pastori dormono nell’amor proprio di loro medesimi, in una cupidità e immondizia: sono sì ebbri di superbia, che dormono e non si sentono, perché veggano che il diavolo, lupo infernale, se ne porti la vita della Grazia in loro e anco quella de’ sudditi loro. Essi non se ne curano: e tutto n’è cagione la perversità dell’amore proprio. Oh quanto è pericoloso questo amore nelli prelati e nelli sudditi! S’egli è prelato ed egli ha amore proprio, egli non corregge il difetto de’ suoi sudditi; perocché colui che ama sé per sé, cade in timore servile, e però non riprende. Che se egli amasse sè per Dio, non temerebbe di timore servile; ma arditamente con virile cuore riprenderebbe li difetti e non tacerebbe né farebbe vista di non vedere. Di questo amore voglio che siate privato, padre carissimo. Pregovi che facciate sì che non sia detta a voi quella dura parola con riprensione dalla prima verità, dicendo: «maladetto sia tu che tacesti». Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè che il sangue di Cristo, che è dato per grazia e non per debito, egli sel furano con la superbia, tollendo l’onore che debbe essere di Dio, e dannolo a loro; e si ruba per simonia, vendendo i doni e le grazie che ci sono dati per grazia col prezzo del sangue del Figliuolo di Dio. Oimè! ch’io muoio, e non posso morire. Non dormite più in negligenzia; adoperate nel tempo presente ciò che si può. Credo che vi verrà altro tempo che anco potrete più adoperare; ma ora pel tempo presente v’invito a spogliare l’anima vostra d’ogni amore proprio, e vestirla di fame e di virtù reale e vera, a onore di Dio e salute dell’anime. Confortatevi in Cristo Gesù dolce amore: ché tosto vedremo apparire i fiori. (…) Non dico più. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso: ponetevi in croce con Cristo crocifisso: nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso: fatevi bagno nel sangue di Cristo crocifisso. Perdonate, padre, alla mia presunzione. Gesù dolce, Gesù Amore>>.

 

CATERINA IMPUGNA SPADA E ROSARIO. E INCITA IL PAPA ALLA CROCIATA

Sulla scia di questo ardire e ardore cateriniano, possiamo ritornare un momento sulle Crociate. Dopo aver chiarito nelle puntate dedicate a san Francesco che anch’egli non era affatto contro questa difesa della fede, allo stesso modo in santa Caterina da Siena troviamo moniti ed incoraggiamenti a brandire la spada in difesa del Cristianesimo. Nessuna anima bella si stupisca. Tutto sta nel comprendere correttamente cosa insegnavano questi santi.

Caterina si confida, non agisce da sola o per suo capriccio, dice al padre spirituale: <<Non basta asserire la verità, laddove è necessario bisogna anche saperla difendere>>. La crociata di cui parliamo era stata bandita nel 1373 da papa Gregorio XI, il quale aveva comandato ai Francescani e ai Domenicani, in particolar modo, di farsene banditori. Così, Caterina si fa obbediente sia per ordine del papa, sia come domenicana, ma non in modo passivo: al contrario, pur non potendosi recare personalmente come avrebbe voluto, agisce per mezzo di lettere e predicazioni, sollecitando e smuovendo gli animi, creando persino “gruppi di preghiera” per il buon esito della crociata.

Pochi forse sanno che fu proprio santa Caterina da Siena a dare il via a questa crociata (anche se non partì mai), o forse lo sanno e per questo magari, oggi, avendo potuto trasformare san Francesco in un giullare pacifista e non essendoci riusciti con Caterina, semplicemente si vergognano di citarla.

Come andarono i fatti lo lasciamo dire al beato Raimondo da Capua: <<Ho sempre alla mente che una volta, mentre lei parlava animatamente della questione con il pontefice, io ero lì di persona ed ascoltavo, perché facevo da interprete fra il papa che parlava in latino, e la vergine che parlava in volgare toscano, disse il papa alla santa: “Sarebbe meglio che noi facessimo prima la pace fra i cristiani, e dopo ordinassimo il ‘santo passaggio’”. Ma Caterina ribatté: “Santo Padre, per pacificare i cristiani, non potreste trovare una via migliore che comandare il ‘santo passaggio’, subito. Tutta questa gente armata che non fomenta altro che guerre in mezzo ai fedeli, andrà volentieri a servire la causa di Dio con quel che sapendo fare è il loro mestiere. Pochi saranno quelli così tanto cattivi da ricusare di dar gloria a Dio col mestiere del quale tanto si compiacciono, e che non vorranno scontare di buon grado i propri peccati con un simile gesto. Così, Santo Padre, nello stesso tempo ed in una sola volta, avrete molti vantaggi. Metterete pace fra i cristiani che la desiderano, e perdendoli per la santa causa, salverete le loro anime infatti, se otterranno qualche vittoria, voi stesso ne guadagnerete di fronte anche agli altri principi della Cristianità; se morranno, erano già sull’orlo della dannazione, ma per aver combattuto per una giusta causa, il Signore sarà verso le loro anime, clemente. Da ciò dunque ne seguiranno tre beni: – la pace fra i cristiani; la penitenza di questi soldati che dovranno battersi con onore e convertirsi a Cristo ed alla sua causa; e la salvezza di molti saraceni, per quelli che si potranno convertire, e morendo perché avrebbero da pagare il loro debito con Cristo. Padre Santo, rimossa la favilla anche il fuoco si spegne, non indugiate”>>. Ma a quanto pare, continuando la lettura del beato fr. Raimondo, il papa indugiò.

Attribuendo taluni delle false interpretazioni al volere di Caterina, leggendo questa santa Crociata come uno “scandalo”, così risponde fr. Raimondo: <<È vero che la vergine parlava spesso e volentieri del “santo passaggio” e che stimolava ed incoraggiava a farlo a quanti potesse, ma non è vero che ella sarebbe dovuta andarci creandosi un gruppo di seguaci; lei non asserì mai quando questo “santo passaggio” sarebbe avvenuto, solo attendeva le decisioni del Pontefice (…) è trascorso già molto tempo, e di bandi per crociate non se ne parla nemmeno. Eppoi fanno gli scandalizzati! (..) e per qual motivo Gesù congiunse lo scandalo coi miracoli, se non perché l’indole degli uomini malvagi è tale che, spinti dalla propria malizia, si scandalizzano della bontà di Dio e delle opere sue meravigliose? Così quelli, non intendendoci nulla nelle parole e nelle opere della vergine, trovano motivo di scandalo dove invece dovrebbero trovare motivo di edificazione>>.

 

RIVOLGETE CONTRO I NEMICI DELLA FEDE QUELLE ARMI CHE FINO AD OGGI AVETE USATO PER ASSASSINARVI L’UN L’ALTRO”

Insomma, avevano tentato di screditare la credibilità di Caterina, ma non vi riuscirono.

Leggiamo nella lettera Lettera 207 ai Signori di Firenze: <<Perocché noi non siamo Giudei né Saraceni, ma siamo Cristiani battezzati, e ricomperati del sangue di Cristo. Non dobbiamo dunque andare contra al capo nostro (il Papa) per neuna ingiuria ricevuta; né l’uno cristiano contra all’altro; ma dobbiamo fare questo contra agl’Infedeli. Perocché ci fanno ingiuria; però che possedono quello che non è loro; anco, è nostro.(..) Or non più dormite (per l’amore di Dio!) in tanta ignoranza e ostinazione. Levatevi su, e correte alle braccia del padre nostro (il Papa), che vi riceverà benignamente. Se ‘l farete, avrete pace e riposo spiritualmente e temporalmente, voi e tutta la Toscana: e tutta la guerra che, è di qua, anderà sopra gl’Infedeli, rizzandosi il gonfalone della santissima croce>>.

Papa Urbano II, al Concilio di Clermont Ferrant, aveva aperto l’era delle Crociate con l’esortazione: <<Rivolgete ora contro i nemici della santa Fede e pel salvaguardia del nome dei cristiani le armi, quelle armi che fino ad oggi avete adoperate per assassinarvi l’un l’altro>>. Santa Caterina gli farà eco con il suo incoraggiamento: <<La guerra si mandi contro gl’infedeli , ove ella debba andare>>.

Oggi con questo pacifismo abbiamo dimenticato la sana dottrina poiché è con sant’Agostino che il contesto di una “giusta guerra” diviene “dottrina canonica” e con san Tommaso d’Aquino “scolastica per eccellenza”. A Caterina questo non era ignoto, così come non le erano ignote le tre condizioni per dichiarare una guerra giusta:

1. l’autorità del Principe che la dichiari in difesa del popolo;

2. la giusta causa;

3. la retta intenzione con la quale si deve intervenire per evitare un male e fare il bene.

Santa Caterina, parafrasando le parole di sant’Agostino, spiegherà il contesto delle sante Crociate: << (…) presso i servi di Dio le guerre stesse sono pacifiche, non essendo intraprese per cupidigia, per avidità, per crudeltà, bensì per amore della pace, allo scopo di difendere e di difendersi, per reprimere le invasioni, ammonire i cattivi e i recidivi delle violenze che scatenano per primi e per sollecitare i buoni a più sani principi (…). E’ vero che la guerra stessa è crudele e produce morti e sofferenze, ma più crudele è l’intenzione di chi la usa per combattere la santa Fede, portando guerra dove regnava la pace di Cristo, e dove si è costretti a muover guerra per riportarla>>.

E, citando san Tommaso d’Aquino, Caterina dirà: <<Quelli che fanno delle giuste guerre hanno la pace quale scopo; essi non sono contrari che alla pace cattiva, quella che affama i deboli, che conduce ai vizi, che impone la caduta del vessillo della santa Croce, che infrange i confini, che porta la pace mondana che non è affatto quella che il Signore volle e venne a portare sulla terra>>.

La Santa spiegherà così, in diverse lettere, perché questa Crociata è una guerra giusta: <<(…) essa non è contro i Turchi in quanto tali, non è contro la loro infedeltà, ma bensì è una difesa contro la loro guerra di conquista che minaccia l’intera comunità dei cristiani, la sorte dei pellegrini uccisi e minacciati, cristiani di Terra Santa ridotti alle condizioni di schiavitù e obbligati ad abiurare il Cristo Crocefisso. Noi dobbiamo portare la pace di Cristo con la carità ed ogni mansuetudine, ma se essa viene espugnata con la spada, seppur questa va deposta fra cristiani, essa va impugnata per difenderli, secondo il monito di Nostro Signore: chi di spada ferisce di spada perisce, solo ci si avveda che non sia il cristiano ad impugnarla per primo, ma solo per difesa>>.

 

GUERRA CONTRO GLI INFEDELI SÌ; CONTRO GLI ERETICI NO: “PERCHÈ SONO CRISTIANI”. SEMPRE CHE NON SIANO CATARI…

Stefano Maconi, uno dei segretari di Caterina

Caterina è, appunto, contraria alla guerra contro gli eretici (che sono cristiani). Se non si comprende questa differenza, difficile capire, anche, perché siamo contro il “pacifismo”.

Quella proclamata dal Concilio Lateranense III del 1179, da Alessandro III contro gli Albigesi-Catari viene invece “giustificata” purché, spiega la santa, non si estenda contro ogni cristiano eretico che è “pecorella da recuperare”. Caterina non reputa gli Albigesi dei cristiani: di conseguenza risponde per quale era la politica del suo tempo. Quando, però, si trattò di proporre guerre contro i cristiani, Caterina scrive la Lettera 11 al delegato pontificio: <<Pace, pace, pace, Padre carissimo. Ragguardate voi e gli altri, e fate vedere al Santo Padre più la perdizione delle anime, che quella delle città, perocché a Dio interessano più le anime che le città>>.

La politica di Pace di Caterina è sostanzialmente questa: “Andate e predicate a tutte le nazioni”: con questo monito, spiega la Santa, da portare con mitezza e carità il buon esempio, al costo della propria vita e non di quella altrui, tutto il mondo deve diventare cristiano, e tra battezzati non ci si deve muovere guerra con le armi perché nessuno, se professasse davvero la vera fede, avrebbe più necessità di invadere i confini o di minacciare le civiltà o di minacciare i pellegrini.

Tra cristiani, spiega Caterina, un’opera sola si attende: l’esercizio della carità nella pace cristiana. Solo così sarà possibile eliminare davvero le armi e l’Italia dovrà dare l’esempio. Da qui il famoso appello agli italiani: <<Se sarete ciò che dovrete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero>>.

Per Caterina, la pace vera deve partire da dentro la Chiesa e solo così potrà irradiarsi nel mondo; al contrario, la pace mondana se penetra nella Chiesa <<l’ammorba di vizi e di peccati>> e produce divisioni e guerre.

Può, oggi, questo messaggio essere attuale? E in che modo?

Nella Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II Amantissima Providentiae per il VI Centenario del Transito di Santa Caterina, troviamo la risposta: <<Il ruolo eccezionale svolto da Caterina da Siena, secondo i piani misteriosi della provvidenza divina, nella storia della salvezza, non si esaurì col suo felice transito alla patria celeste. Ella, infatti, ha continuato ad influire salutarmente nella Chiesa sia con i suoi luminosi esempi di virtù, sia con i suoi mirabili scritti. Perciò i sommi pontefici, miei predecessori, ne hanno concordemente esaltata la perenne attualità, proponendola continuamente all’ammirazione ed all’imitazione dei fedeli>>.

E così si esprimeva Paolo VI nel 1970 nell’omelia che la proclamava Dottore della Chiesa: <<Quale non fu perciò l’ossequio e l’amore appassionato che la Santa nutrì per il Romano Pontefice! Noi oggi personalmente, minimo servo dei servi di Dio, dobbiamo a Caterina immensa riconoscenza, non certo per l’onore che possa ridondare sulla nostra umile persona, ma per la mistica apologia ch’ella fa dell’ufficio apostolico del successore di Pietro. Chi non ricorda? Ella contempla in lui «il dolce Cristo in terra» (Lettera 196, ed. cit., III, 211), a cui si deve filiale affetto ed obbedienza, perché : «Chi sarà inobediente a Cristo in terra, il quale è in vece di Cristo in cielo, non partecipa del frutto del Sangue del Figliuolo di Dio» (Lettera 207, ed. cit., III, 270)>>.

 

COLORO CHE SONO POSTI NEL GIARDINO DELLA SANTA CHIESA COME FIORI ODORIFERI; E NOI VEDIAMO CHE ESSI APPUZZANO TUTTO QUANTO IL MONDO”

Il beato Raimondo da Capua, confessore, confidente, amico, curatore delle sue lettere e primo biografo di Caterina

Se vi ricordate, abbiamo parlato della natura di santa Caterina e di come lei ne parlasse: <<La mia natura è fuoco>>. In tal modo cresceva ed ardeva in lei il grande desiderio di Cristo: dare la vita. Caterina voleva dare in qualche modo la sua vita per la Chiesa, Sposa di Cristo, e, benché si ritenesse <<piccola ed un nulla>>, sapeva che la sua vita era diventata preziosa proprio perché riscattata dal Cristo sulla croce.

Questo e solo questo la rendeva cosciente che il prezzo che voleva pagare, con la sua vita, sarebbe piaciuto al Signore: su queste note scrive ai prelati della Chiesa, ammonendoli sulle loro perverse condotte; scrive al clero per reindirizzarlo verso Cristo e dice allo Sposo: <<O Signore! Ricevi il sacrificio della mia vita in questo corpo mistico della tua santa Chiesa, non ho altro da darti se non quello che tu stesso mi hai dato. Prendi dunque il mio cuore e premilo sopra la faccia di questa Sposa>>.

Una meravigliosa e passionale audacia che riscontriamo in ogni suo scritto. Il messaggio di Caterina è attualissimo, specialmente in questo tempo in cui si ostentano il dialogo e l’ecumenismo: lei, la fortissima Donna d’Italia, ci indica ancora una volta come sviluppare questo dialogo, lei che ne ha scritto uno, di cui parleremo nella prossima puntata, e come deve svolgersi un vero ecumenismo e non una ecu-mania a tutti i costi.

E’ vero che santa Caterina spinge continuamente e sollecita ardentemente l’obbedienza al Vicario di Cristo in terra, ma non manca di sollecitare il papa stesso a compiere con dovizia il suo ministero non solo per i cattolici, ma per tutta la cristianità. Leggendo quella che per noi oggi rappresenta una provvidenziale guida per il sano ecumenismo, facciamo attenzione a quello che scrive nella Lettera 1291 a papa Urbano VI: <<Santissimo Padre, Dio v’ha posto come pastore sopra le pecorelle sue di tutta la religione cristiana; havi posto come celleraio a ministrare ‘l sangue di Cristo crocifisso, di cui vicario sete: e havi posto in tempo, nel quale abbonda più la iniquità ne sudditi, che già abbondasse, già è grandissimo tempo, e sì nel corpo della santa Chiesa, e sì nell’universale corpo della religione cristiana. E però è a voi grandissima necessità d’essere fondato in carità perfetta, con la margarita della giustizia, per lo modo che detto è: acciocchè non curiate il mondo, nè li miseri abituati nel male, nè veruna loro infamia; ma, come vero cavaliero, e giusto pastore, virilmente correggere, divellendo il vizio e piantando la virtù, disponendosi a ponere la vita, se bisogna. O dolcissimo padre, il mondo già non può più: tanto abbondano li vizii, e singolarmente in coloro che sono posti nel giardino della santa Chiesa come fiori odoriferi, accíocché gittino odore di virtù; e noi vediamo che essi abbondano in miserabili e scellerati vizii, in tanto che con essi appuzzano tutto quanto il mondo>>.

 

IL PAPA LAVI IL VENTRE DELLA CHIESA”. OSSIA SRADICHI LA CORRUZIONE DEL CLERO. O LO FARÀ DIO CON LA TRIBOLAZIONE

Una recente e interessante biografia su Urbano VI Prignano (scritta da un suo attuale discendente), il papa amico, protettore ed estimatore di Caterina, che ne fu anche consigliera.

Nella Lettera 364, sempre ad Urbano VI, c’è un passo tremendamente attuale.

Santa Caterina spiega al papa come sia necessario fare pace con tutti i cristiani che sono fuoriusciti dalla Chiesa o anche con quelli che si comportano male dentro la Chiesa. Con queste parole s’incoraggia il papa a non avere timore di <<levare li difetti>> perché se non lo farà lui che, in qualità di Vicario di Cristo ne ha il potere, lo farà Dio attraverso le tribolazioni: <<Voi non potete di primo colpo levare li difetti delle creature, li quali si commettono comunemente nella religione cristiana e massimamente nell’ordine clericato, sopra delli quali dovete avere più occhio; ma ben potete e dovete fare per debito (se no, li avereste sopra la coscienzia vostra), almeno di farne la vostra possibilità, lavare il ventre della santa Chiesa, cioè procurare a quelli che vi sono presso e intorno voi, spazzarlo dal fracidume, e ponervi quelli che attendono all’onore di Dio e vostro, e bene della santa Chiesa; che non si lassino contaminare né per lusinghe né per denari. Se reformate questo ventre della sposa vostra, tutto l’altro corpo agevolmente si riformerà; e così sarà onore di Dio, e onore ed utilità a voi; con la buona e santa fama e odore delle virtù si spegnerà l’eresia. Ciascuno correrà alla S. V. vedendo che voi siate estirpatore de’ vizi, e mostriate in effetto quello che desiderate. (…) Sapete che ve ne diverrà, se non ci si pone remedio in farne quello che ne potete fare? Dio vuole in tutto riformare la sposa sua, non vuole che stia più lebbrosa: se none ‘l farà la Santità vostra giusta il vostro potere (che non sete posto da lui per altro, e datavi per questo tanta dignità), il farà per sé medesimo col mezzo delle molte tribolazioni>>.

Le Lettere che Caterina scrive ai due papi, Gregorio XI e Urbano VI, sono naturalmente di spessore diverso, anche se i problemi che Caterina vede nella Chiesa non sono cambiati da un papa all’altro: la pace con i fiorentini non è ancora conclusa, la Chiesa, denuncia la santa, <<reca nel grembo non poche membra putride anche nel clero e fra i prelati>>, l’ora della Crociata non è ancora suonata, ma Caterina vede “lontano”: conoscendo il cardinale di Bari, Bartolomeo Prignano, in Avignone le è dato in un’estasi di vederlo già pontefice. E’ quell’Urbano VI dal quale lei spera una riforma della Chiesa, ma il papa, pur contento di ricevere i consigli della santa, frena gli animi evitando quella riforma da lei tanto sollecitata. Quando lo scisma, però, sarà compiuto, comprenderà la grandezza di questa donna. Caterina, dal canto suo, si stringerà al pontefice legittimo con tutta la sua famiglia, nonostante pianga per il ritardo del papa nella tanto auspicata pulizia nella Chiesa.

Il papa per la verità non dice mai “no” alla santa vergine, ma davvero non sa da dove cominciare. E allora Caterina rivolge le sue lettere anche ai cardinali, ai vescovi e prelati: i toni sono dirompenti, animati dall’intento di spingerli tutti ad un’autentica riforma, a partire dai loro costumi fino al governo delle Diocesi. 

 

IL PASTORE PREGHI E SOFFRA PER IL GREGGE PECCATORE. IN CASO LO “PERCUOTA”

La prima rigorosa biografia (scritta quasi dal vivo) di Caterina. Firmata dall'impagabile Raimondo da Capua

Santa Caterina da Siena, per la vera Pace, invoca la riforma nella Chiesa.

Dura e vibrante, nonché tremenda, è la Lettera 310, che vi invitiamo a leggere integralmente come tutto l’epistolario, scritta a tre cardinali italiani ai quali la santa rammenta che è vera politica della Chiesa il condurre sapientemente ed onestamente il gregge cristiano, loro affidato, verso la perfezione nella carità, ma anche il percuoterlo “con le rampogne” e soffrire per lui, chiedendo a Dio di punire le membra recidive, per punire nelle membra sane i peccati di quelle putride!

Parole forti, di cui purtroppo oggi ci si vergogna. E poi si viene a parlare di virilità… ma fateci il piacere!

Vale la pena di soffermarci su alcuni passi di questa lettera dove la santa denuncia ai tre cardinali l’amore disordinato del gregge e i pastori che non fanno nulla per correggerlo, così come denuncia il tradimento di questi verso papa Urbano VI e la confusione gettata addosso ai fedeli: <<Oh cecità umana! Non vedi tu, disaventurato uomo, che tu credi amare cosa ferma e stabile, cosa dilettevole, buona e bella; e elle sono mutabili, somma miseria, laide, e senza alcuna bontà; non per le cose create, in loro, che tutte son create da Dio, che è sommamente buono, ma per l’affetto di colui che disordinatamente le possiede. Quanto è mutabile la ricchezza e onore del mondo in colui che senza Dio le possiede, cioè senza il suo timore! che oggi è ricco e grande, e ora è povero. Quanto è laida la vita nostra corporale, che vivendo, da ogni parte del corpo nostro gittiamo puzza! Dirittamente un sacco pieno di sterco, cibo di vermi, cibo di morte. La nostra vita e la bellezza della gioventù passano via, come la bellezza del fiore poi che è colto dalla pianta. (…) Oh misero, la tenebra dell’amore proprio non ti lassa conoscere questa verità. Che se tu la cognoscessi, tu eleggeresti innanzi ogni pena, che guidare la vita tua a questo modo; porresti ad amare e desiderare Colui che è; gusteresti la verità sua con fermezza, e non ti moveresti come la foglia al vento; serviresti il tuo Creatore, e ogni cosa ameresti in lui, e senza lui nulla>>.

A proposito del tradimento verso il papa, denuncia: <<E dov’è la gratitudine vostra, la quale dovete avere a questa Sposa che v’ha nutricati al petto suo? Non ci veggo altro che ingratitudine: la quale ingratitudine disecca la fonte della pietà. Chi mi mostra che voi sete ingrati, villani, e mercennai? La persecuzione che voi, con gli altri insieme, avete fatta e fate a questa sposa, nel tempo che dovevate essere scudi, e resistere ai colpi della eresia. (…) Ahi stolti, degni di mille morti! Come ciechi, non vedete il mal vostro; e venuti sete a tanta confusione, che voi stessi vi fate menzogneri e idolatri. (…) Oimè, non più così per amore di Dio! Pigliate lo scampo da umiliarvi sotto la potente mano di Dio, e all’obedienzia del vicario suo, mentre che avete il tempo; ché, passato il tempo, non c’è più rimedio. Ricognoscete le colpe vostre, acciocché vi potiate umiliare, e cognoscere la infinita bontà di Dio, che non ha comandato alla terra che vi inghiottisca, né agli animali che vi devorino; anzi v’ha dato il tempo acciocché potiate correggere l’anima vostra.(…) Non vi parrà duro se io vi pungo con le parole, che l’amore della salute vostra mha fatto scrivere; e più tostovi pungerci con voce viva, se Dio mel permettesse. Sia fatta la volontà sua>>.

Santa Caterina da Siena si occuperà anche della riforma del clero e degli ordini religiosi. Sarà dunque conosciuta da questi ultimi e amata davvero da molti dei loro appartenenti: un esempio è il priore certosino Stefano Maconi, che oltre ad esserne figlio spirituale sarà anche fra i segretari della senese. Nella Lettera 183 la santa tratteggia un percorso, un itinerario spirituale su come attenersi alla verità, rimproverando con tono caritatevole il destinatario della missiva, l’arcivescovo di Otranto, Jacopo d’Itri, il quale mancò di fedeltà tradendo il papa Urbano VI: <<Confortatevi virilmente, non vi restate. Fate che io senta e veda che mi siate così una colonna ferma, che per veruno vento moviate mai, arditamente e senza veruno timore annunciate e dite la verità>>.

<<Usate un poco di cottura, incendendo e cocendo il vizio per la santa e vera giustizia, sempre condita con somma misericordia>>, così si rivolge al vescovo di Firenze nel mandargli 3 lettere, dandogli santi consigli per la sua missione di pastore.

Un’altra bella lettera, la n. 341, è scritta ad un santo vescovo, quello di Venezia, Angelo Carrer. Santa Caterina è commossa per il bene che di lui si dice e, a maggior ragione, lo sprona ancor di più alla vigilanza del gregge: <<Siatemi vero e perfetto ortolano in divellere i vizi e piantare le virtù in questo giardino>>.

 

L’ULTIMA PROFEZIA DI CATERINA: SUL FUTURO TURBOLENTO DELLA CHIESA

Morte della grande Caterina. A 33 anni.

Concludiamo questa terza parte con un breve scambio di battute tra il beato Raimondo da Capua e santa Caterina, da lui riportato nella biografia.

Il maestro Raimondo e Caterina erano a Pisa nel 1375. Parlando un giorno della ribellione di Perugia al papa e vedendo il suo confessore afflitto, Caterina gli dice: <<Padre mio carissimo, cominciate a piangere troppo presto, poiché quello che vedete oggi è latte e miele in confronto a ciò che avverrà in seguito>>.

E lui rispose: <<Quali mali possono essere più gravi del disprezzo e della ribellione al capo pastorale (il papa) e civile del popolo cristiano?>>. Ecco la replica della santa: <<Padre mio, oggi fanno questo i secolari e i laici, ma fra non molto vedrete quanto peggio faranno gli ecclesiastici contro il Sommo Pontefice e contro l’unità della Chiesa di Dio>>. Qui la santa si riferisce alla riforma contro i costumi e i vizi nel clero. Fra’ Raimondo riporta come questa profezia si sia avverata sotto Urbano VI. Poi Caterina avvisò il padre dello scisma ed anche questo si avverò. Il padre chiese: <<Madre carissima, non potreste dirmi cosa avverrà nella Chiesa dopo queste tempeste?>>.

Rispose santa Caterina: <<Terminate queste tribolazioni, Dio purificherà la sua santa Chiesa, suscitando un ardente zelo nel cuore dei suoi servi ed eletti. Ne seguirà infatti un rinnovo di santi pastori e una grande riforma in tutta la Chiesa, di cui il solo pensiero rende pieno di gioia e di gratitudine il mio cuore verso Gesù (…) come vi ho detto più volte, è Dio che si prende cura della Sposa; al pontefice spetta la Riforma, a Dio spetta di purificarla, così avverrà di volta in volta, così dobbiamo pensare noi>>.

Caterina morì il 29 aprile del 1380. Leggendo le sue parole che possiamo definire come una profezia, ci accorgiamo che da allora molte riforme son state fatte e molti santi furono suscitati dalla più grande Riforma che la nostra storia ricordi: quella del Concilio di Trento. L’elenco dei santi è lungo, ma tutto ci spinge ai giorni nostri a quel “così dobbiamo pensare noi…”: con l’esempio dei santi e la loro scuola, le loro riforme, le loro battaglie, le loro speranze, la loro preghiera, la loro “confidenza di Dio”, allora sì, per quante tribolazioni potremmo sperimentare, non sbaglieremo mai!

Questa, e non altro, è la Comunione dei Santi che professiamo nel “Credo”.


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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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3/7/2012 10:17 AM
 
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IO, CATHARINA

 

Quarta parte:

LA MISTICA

Caterina da Siena. Cartapesta leccese,1930 circa. Autore Giuseppe Manzo

 

Mai più “io non lo sapevo”. Dai teologi tronfi ai cristiani “crapuloni”: un Dialogo che ne ha per tutti. Quella Carità che non è assistenzialismo o giustificazione del peccatore. Dalle “lacrime di coccodrillo” alle lacrime di gioia. Quel clero corrotto per cui bisogna pregare tanto. Chi non ama i sacerdoti, non ama la Chiesa. Ciechi che guidano altri ciechi. La vita scellerata dei sacerdoti corrotti. Non c’è solo il clero corrotto: le colpe dei laici. Dio governa il mondo e a noi tocca obbedire (ed essere umili). Quelle “sante” raccomandazioni…

 

 

RITAGLI

Santa Caterina fa presente, anche in alcune Lettere, come sia più facile per certuni vedere Cristo esclusivamente nel povero, nel bisognoso, nel carcerato, mentre poi lo si dileggia e lo si “schiaffeggia” in quel “povero Cristo” che è il sacerdote stesso, e definisce questo atteggiamento di due specie: o ipocrita, e quindi non scusabile, o “per ignoranzia” e allora la Santa consiglia ai Sacerdoti stessi una sollecita opera di diffusione della conoscenza della dottrina, accusando il clero stesso, spesso direttamente i vescovi, di tiepidezza nei confronti delle catechesi al popolo, perché viene perso tempo non ad istruire le anime come Dio vorrebbe, ma a “curare i propri interessi”. Il rimando all’attualità, come possiamo vedere, non manca!

 

 

 

di Tea Lancellotti

 

 

Invitandovi a leggere le prime tre parti se non l’avete ancora fatto, passiamo ora ad approfondire la Caterina mistica, la donna che scrisse il Dialogo della Divina Provvidenza, sintesi del suo pensiero – ma anche della sana ortodossia cattolica sulla scia della teologia di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino – che è anche il testo base per la sua laurea a “Dottore della Chiesa”.

La cultura “elementare” di santa Caterina esclude un confronto diretto con le opere di sant’Agostino e di san Tommaso: tuttavia, a maggior ragione, il Dialogo risulta ancor più raggiungibile da chiunque proprio perché esprime in modo immediato la dottrina, entrando, in modo più indiretto ma più fruibile, nel cuore della teologia cattolica, alleggerendola da ogni “speculazione scolastica”. Insomma, la teologia di Caterina non è semplicemente un libro, ma è azione, lotta, lacrime, tormenti, gioie, è teologia pura e viva: oseremmo dire “incarnata”. Sotto la sua mano, o anche nelle parti dettate, infatti, possiamo dire che ogni “speculazione teologica” diventa azione; è un vissuto sperimentato dalla santa stessa; è il vivere stesso della Chiesa; è la sofferenza e la missione stessa del Sommo Pontefice, del clero, dei vescovi, dei laici. Si passa dal rimprovero tagliente a chi tradisce al pianto di compassione per chi non comprende; dalla condanna terrificante per i recidivi all’amplesso del perdono a chi si converte; dalla lotta quotidiana al mare pacifico della Divinità Incarnata.

 

MAI PIÙ “IO NON LO SAPEVO”

E’ un libro che non va letto tanto per passare il tempo, quasi fosse un romanzo, ma per conoscere la Verità che muove tutta la Chiesa e l’uomo stesso. Una volta letto il Dialogo, non si hanno più scuse per rimanere freddi o insensibili alla fede. Si deve prendere una decisione: o con Dio o contro Dio. Non c’è altra scelta e nessuno, dopo aver letto, potrà più giustificarsi dicendo “io non lo sapevo”. Perché ora, caro lettore, lo sai; ne sei venuto a conoscenza: a te l’onere della scelta.

Il titolo di quest’opera non è propriamente l’originale. Al principio, di fatto, il libro non aveva un titolo preciso: veniva chiamato “libro”, “rivelazioni”, “trattato”, “divina dottrina”. Alla fine si ritenne più idoneo il titolo che ha mantenuto fino ad oggi, Dialogo della Divina Provvidenza, perché, di fatto, è un dialogo, anche se, per certi versi. appare più come monologo della Provvidenza divina (perché in questa veste si presentava l’Autore).

Parliamo non di allocuzioni interiori o di “voci private”, che sono altra cosa, ma di “rivelazioni e dialogo”. Caterina non è “sola” ma avverte chi Gli parla e qualche volta Lo vede. Da Lui viene istruita: ripete ciò che impara, lo scrive di suo pugno oppure lo detta ai suoi discepoli, che, a turno, trascrivono.

Molti passi di questo Dialogo sono stati poi usati e trasmessi per mezzo delle lettere, di cui abbiamo già parlato, ed è stata, di fatto, la missione stessa di santa Caterina. Il suo Dialogo non è semplicemente un libro, ma un vero stile di vita cattolico: è parte integrante di quel “pane che non perisce” e che, una volta acquisito, pretende a buon diritto di essere “condiviso” con gli altri, mettendo in pratica quello che è stato appreso. Grazie a questa dottrina, Caterina da Siena può diventare Dottore della Chiesa.

 

DAI TEOLOGI TRONFI AI CRISTIANI “CRAPULONI”: UN DIALOGO CHE NE HA PER TUTTI

Per facilitarvi nella lettura e nella comprensione, dobbiamo dire che il Dialogo è impostato su 12 “trattati”, quasi con un riferimento ai dodici mesi dell’anno, durante i quali possiamo nutrirci spiritualmente meditando un trattato al mese.

Essi sono:

- trattato sulla Carità, norma della vera perfezione, fino cap.12;

- trattato sul Mistero della salvezza nel disegno di Dio, fino al cap.24;

- trattato sul Divin Verbo, ponte e via di verità, fino al cap.30;

- trattato sul fiume che travolge e la lotta contro il male, fino al cap.53;

- trattato del cammino di perfezione quale legge e virtù, fino al cap.64;

- trattato dell’orazione e stati dell’anima, fino al cap.86;

- trattato sulla dottrina delle lacrime, fino al cap.97;

- trattato dei tre lumi per la purità di spirito, fino al cap.107;

- trattato sul Corpo Mistico della santa Chiesa, fino al cap.120;

- trattato sugli scandali del clero e le conseguenze, fino al cap.134;

- trattato della Divina Provvidenza, fino al cap.153;

- trattato della vera obbedienza, fino al cap. 165;

Il Dialogo si conclude con un profondo riepilogo della dottrina e con il meraviglioso Inno alla Santissima Trinità.

Francesco Messina, Caterina va a S. Pietro, sec. XX (1961), particolare del Monumento, Roma, Castel Sant’ Angelo, bastione di Santo Spirito

Quelle del libro sono pagine di fuoco che vanno a toccare tutti i tessuti sociali e che si riflettono su tutte le gerarchie e classi sociali dei tempi di Caterina, ma anche di tutti i tempi, oseremmo dire specialmente i nostri tempi. Giovani audaci e giovani libertini, prelati ambiziosi, condottieri feroci, mercanti disonesti, usurai “luridi” – termine molto usato dalla santa – e magistrati corrotti, donne di malaffare e mogli infedeli (ma si parla anche dei mariti disonesti), governanti senza scrupoli, popolani rissosi ed ecclesiastici mediocri (per Caterina la mediocrità è uno fra i peggiori degli stati di vita), dame vanitose e cristiani “crapuloni” (altro termine usato dalla santa e inteso quale offuscamento dell’intelletto), teologi tronfi a vanesi, letterati fangosi, religiosi lussuriosi nell’intelletto e nella carne, nobili che disonorano la famiglia…. tutti, senza eccezione, vengono raggiunti dal fuoco tagliente della spada della fede che Caterina usa quale coltello dell’amore che non perdona il vizio, non perdona il peccato, non lo giustifica, ma lo mette a nudo, lo vuole estirpato, per poter poi far piovere l’immenso fiume della Carità sul peccatore pentito e convertito.

Infine, giusto per completare il quadro di presentazione del Dialogo, occorre dire che non è un trattato scientifico o un testo che segue un procedimento logico serrato. A Caterina interessa la teologia. Il contenuto del testo è, pertanto, teologicamente inappuntabile: tratta della perfezione cristiana nei suoi tre stati della vita purgativa, illuminativa e unitiva, che altro non sono che lo stato imperfetto, perfetto e perfettissimo verso i quali l’uomo deve inoltrarsi, camminare, progredire e arrivare.

 

QUELLA CARITÀ CHE NON È ASSISTENZIALISMO O GIUSTIFICAZIONE DEL PECCATORE

Non ci è possibile trattare qui tutto il Dialogo, ma possiamo far leva su alcuni punti di attuale importanza.

Partiamo dalla Carità, oggi strumentalizzata fino al punto da venir usata per giustificare ogni forma di peccato purché il peccatore sia caritatevole. Ma c’è anche una riduzione della carità: quando viene vista esclusivamente come opera materiale così da giustificare ogni forma di sincretismo sociale purché basato sulle opere assistenziali.

Se è vero che la carità è fondamentale per l’uomo e per la fede, è anche vero che in essa è contenuta la dottrina che va al di la delle opere materiali assistenziali. Questa dottrina prevede principalmente il soccorso verso l’anima, la quale necessità di aiuto per essere istruita sulla sua redenzione, nutrita con il pane che non perisce ed elevata nel suo grado di trascendenza affinché possa conoscere e raggiungere la sua piena felicità che è Dio.

Nel cap.4 così insegna la Provvidenza a Caterina: “Nessuna virtù può avere in sé vita, se non dalla carità: l’umiltà è poi balia e nutrice della carità. Nella conoscenza di te stessa ti umilierai, vedendo che tu non esisti per virtù tua, ma il tuo essere viene da Me, che Io vi ho amati prima che veniste all’esistenza, e che volendovi di nuovo creare alla grazia, per l’amore ineffabile che vi ho portato, vi ho lavato e creato un’altra volta (cfr il Battesimo) nel Sangue dell’Unigenito Mio Figliuolo, sparso con tanto fuoco d’amore”.

La mistica Caterina “vede ben lontano” e, in questo conoscimento del “non-essere”, vuole che la prima autentica forma della Carità si manifesti in questo: che solo a Dio compete l’essere in tutta la sua ampiezza, mentre in noi questo essere è limitato e semmai ricevuto da Dio per un atto di puro amore. Di conseguenza ogni creatura per se stessa non ha niente da dare al prossimo giacché nulla gli appartiene, neppure la vita, e se dunque vuole dare al prossimo qualcosa deve compiere necessariamente un atto di carità verso se stessa accogliendo Dio, da cui tutto viene dato.

Le dice infatti la Divina Provvidenza: “Subito dopo che tu e gli altri miei servi avrete conosciuto nel modo suddetto la Mia Verità, vi converrà sopportare fino alla morte molte tribolazioni, ingiurie e rimproveri, in parole e fatti, per gloria e lode del Mio Nome; e così tu pure porterai e patirai pene…”

1347. 25 marzo - domenica delle Palme e Capodanno secondo il calendario senese - da Jacopo Benincasa e Lapa de’ Piagenti nascono in Siena Caterina e Giovanna; questa muore dopo qualche giorno. L’anno seguente la nascita di un’altra Giovanna porterà a 25 il numero definitivo dei figli di Jacopo e Lapa

Il messaggio in se è “politicamente scorretto”, ma questa è la logica di Dio che per amor nostro manda il Suo unico Figlio – spiega santa Caterina – non per fare una villeggiatura sulla terra, ma per compiere una missione. Chi è discepolo di Cristo, chi è battezzato, entra in questa logica di Dio vivendo le conseguenze di questo discepolato: “per questo sono venuto” dirà Gesù poco prima di essere processato, condannato a morte, e crocefisso, e per questo – aggiunge Caterina – manderà “noi”, perché in ogni tempo si possa realizzare il progetto della salvezza per ogni uomo. Questa è la prima forma vera della Carità: accogliere il progetto di Dio e realizzarlo, e non contestarlo, discuterlo o modificarlo.

La Provvidenza stessa spiega a Caterina chi sono coloro che vivono nell’autentica carità e coloro che invece non la praticano: “Se hanno accettato per spirito di penitenza quanto hanno avuto dal Signore, e non hanno fatto resistenza alla clemenza dello Spirito Santo, ricevono vita di grazia ed escono dalla colpa. Se invece nella loro ignoranza, sono ingrati e sconoscenti verso di Me e verso le fatiche dei miei servi, allora quello stesso che era loro dato per misericordia, torna loro in rovina ed in materia di giudizio” e quello che succede a chi non vive la carità autentica, dice il Signore, accade “non per difetto della misericordia (..) ma solo per la sua miseria e durezza, avendo egli posto colla mano del libero arbitrio sul suo cuore la pietra del diamante, che non si può rompere in altra maniera che col Sangue…”

Santa Caterina definisce questa Carità la dote, una dote che colui che pecca finisce per barattare col demonio, il quale la “insozza e la imputridisce”, la scambia, e, invece di riempire la carità di delizie, la corrompe con i vizi, con la disonestà verso il Donatore, con la superbia, con l’amor proprio portando lentamente il peccatore a perseguitare i servi di Cristo, trasmettitori dell’autentica Carità.

Santa Caterina da Siena, che era sempre in trincea per esercitare l’autentica elemosina e il vero soccorso ai poveri, agli ammalati e ai carcerati, mette in guardia dall’andare verso il povero, l’ammalato, l’indigente o il carcerato senza l’autentico “Nutrimento”. In sostanza, per un cristiano, è inscindibile la Carità dal suo contenuto che è Cristo stesso: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui, ed egli con me” (Ap 3,20). Il Signore è il primo Mendicante da accogliere e, una volta aperta la nostra porta a Lui, Lui stesso è la dote da portare ai poveri, Lui è la ricchezza da portare agli affamati e ai carcerati, Lui è la merce, naturalmente accompagnata anche da elementi materiali di cui l’uomo ha bisogno. E’ bene ripeterlo ancora una volta: per il cristiano, la priorità rimane Cristo stesso dal quale deriva ogni dono, ogni aiuto, ogni sostegno materiale.

 

DALLE “LACRIME DI COCCODRILLO” ALLE LACRIME DI GIOIA

Cornelis Galle, Caterina va in estasi mentre gira l’arrosto, (1603), in Vita, Anversa, tav. IX

Curioso è, poi, il piccolo ma intenso trattato sulle “lacrime”. Quante volte sentiamo dire “lacrime di coccodrillo” per sottolineare un falso pianto. Ebbene, nel cap. 88, la santa traccia le “cinque specie di pianto” che definisce “morte”, perché versate nello stato di peccato. Così, le lacrime degli iniqui sono lacrime di dannazione; le seconde lacrime sono quelle dei “timorosi” che però si rialzano dal peccato e piangono per timore della pena; poi ci sono le lacrime di gioia, di coloro che, convertiti, cominciano a gustare le grazie di Dio; ci sono poi le lacrime di coloro che giunti ad un buono stato di perfezione nella carità al prossimo, piangono per loro, e questo pianto, scrive la santa, è perfetto…

Un capitolo che vi suggeriamo di meditare profondamente.

 

 

 

QUEL CLERO CORROTTO PER CUI BISOGNA PREGARE TANTO…

Il capolavoro riguardante i problemi della Chiesa e l’ampia dottrina sulla Chiesa mistica lo troviamo invece dal cap. 108 al cap.134: possiamo dire che non ha eguali.

E’ importante sottolineare, per una lettura corretta, che per santa Caterina da Siena il “corpo mistico” non è prettamente la Chiesa in generale o le membra, ma solo il clero in tutta la sua gerarchia, dall’ultimo parroco di campagna al Pontefice, quel clero al quale Cristo ha affidato il ministero sacro.

Da questo particolare si comprende l’apprensione di Caterina contro un clero corrotto a causa del quale, pur non “infettando” i Sacramenti, si perdono molte anime, rendendo spesso inefficaci i Sacramenti stessi. Un simile clero è, inoltre, nocivo per se stesso, provocando immenso dolore a Nostro Signore Gesù Cristo che nel sacerdote agisce ed opera nel mondo.

Nel Dialogo, dopo un’accorata preghiera e supplica, Caterina implora la Provvidenza Divina di svelarle i “mali della Chiesa” affinché lei possa avere riguardo a tutti i chierici “materia per accrescere nel dolore, nella compassione, nel desiderio ansioso per la loro salute…”. Il Signore Dio, scrive la santa, volgendo lo sguardo della compassione, comincia ad istruirla ma con questo monito: “…non commettere negligenza nel fare le orazioni, o nel dare l’esempio della vita e la dottrina della parola, riprendendo il vizio e raccomandando la virtù, secondo il tuo potere“.

1347. 25 marzo - domenica delle Palme e Capodanno secondo il calendario senese - da Jacopo Benincasa e Lapa de’ Piagenti nascono in Siena Caterina e Giovanna; questa muore dopo qualche giorno. L’anno seguente la nascita di un’altra Giovanna porterà a 25 il numero definitivo dei figli di Jacopo e Lapa

Vale la pena di leggere questo passo che spiega chi sono i sacerdoti e che cosa c’è nell’Ostia Santa da essi consacrata: “Questa è la grandezza data a tutte le creature dotate di ragione; ma fra queste ho eletto i miei ministri per la vostra salvezza, affinché per mezzo loro vi fosse somministrato il Sangue dell’umile e Immacolato Agnello, l’Unigenito mio Figlio. A costoro ho dato di amministrare il Sole, donando loro il lume della scienza, il calore della divina Carità e il colore unito al calore ed alla luce,cioè il Sangue e il Corpo del Figlio mio! (..)

Dello Spirito Santo è proprio il fuoco; del Figlio è propria la Sapienza; in questa Sapienza i miei ministri ricevono un lume di grazia perché somministrano questo stesso Lume con la Luce che ne proviene e con gratitudine per il beneficio ricevuto da me, Padre Eterno, seguendo la dottrina di questa Sapienza, l’Unigenito Figlio mio! Questo Lume ha in sé il colore della vostra umanità…(…) A chi l’ho dato da amministrare? Ai miei ministri nel corpo mistico della santa Chiesa, affinché aveste vita attraverso il dono del Suo Corpo in Cibo e del Suo Sangue in bevanda. (…)

E come il sole non può dividersi, così nella bianchezza dell’Ostia Io sono tutto unito: Dio e uomo! Se l’Ostia si spezzasse e fosse possibile farne migliaia di frammenti, in ciascuno è tutto Dio e tutto uomo, come ho detto! Come lo specchio può andare in frantumi, e tuttavia non si divide l’immagine che si vede in ogni suo pezzo, così anche dividendo questa Ostia non vengo diviso Io, tutto Dio e tutto uomo, ma sono tutto in ciascuna parte! (…) Essi sono i consacrati da Me, ed Io li chiamo i miei “cristi” perché ho dato loro me stesso da amministrare per voi, ponendoli come fiori profumati nel corpo mistico della santa Chiesa…”

Sappiamo come all’epoca della santa senese vi fossero gran numero di cospiratori contro il legittimo Pontefice – nulla di nuovo per noi oggi – e, nel Dialogo, Caterina non risparmia lezioni divine anche a loro: la Divina Provvidenza rivela a Caterina che la colpa di chi perseguita i ministri e il Papa stesso è ritenuta fra le più gravi delle colpe. In tutto il capitolo 116 spiega le motivazioni: “perché ogni atto di rispetto verso di loro non è fatto a loro ma a Me, in virtù del Sangue che Io ho dato loro da somministrare. Se così non fosse, li rispettereste non più di quanto rispettate ogni altro uomo di questo mondo. Invece dovete riverirli grazie al loro ministero, e dovete ricorrere alle loro mani; dovete ricorrere a loro non per loro stessi, ma in forza del potere che Io ho dato loro, se volete ricevere i santi Sacramenti della Chiesa; se, infatti, pur potendoli ricevere, voi non li voleste, vivreste e morreste in stato di dannazione.”

 

CHI NON AMA I SACERDOTI, NON AMA LA CHIESA

Cornelis Galle, Caterina va in estasi mentre gira l’arrosto, (1603), in Vita, Anversa, tav. IX

Santa Caterina fa presente, anche in alcune Lettere, come sia più facile per certuni vedere Cristo esclusivamente nel povero, nel bisognoso, nel carcerato, mentre poi lo si dileggia e lo si “schiaffeggia” in quel “povero Cristo” che è il sacerdote stesso, e definisce questo atteggiamento di due specie: o ipocrita, e quindi non scusabile, o “per ignoranzia” e allora la Santa consiglia ai Sacerdoti stessi una sollecita opera di diffusione della conoscenza della dottrina, accusando il clero stesso, spesso direttamente i vescovi, di tiepidezza nei confronti delle catechesi al popolo, perché viene perso tempo non ad istruire le anime come Dio vorrebbe, ma a “curare i propri interessi”. Il rimando all’attualità, come possiamo vedere, non manca.

Il filone principale rimane “Dio è Amore”: la Carità è la più grande di tutte, come sottolinea lo stesso san Paolo, e Caterina incide con parole di fuoco questo aspetto ma ribaltando un pò quell’immagine, spesso ipocrita, che concentra la carità esclusivamente in un attivismo che vorrebbe fare a meno di Dio, vorrebbe fare a meno dei sacerdoti e persino della Chiesa stessa. Basta rileggere attentamente la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est, per comprendere l’immensa dottrina racchiusa in questo Dialogo e la sua urgente applicazione ai giorni nostri. Chi non ama i sacerdoti, chi non ama la Chiesa stessa: per quante opere di bene possa compiere, viene ripreso da Dio con parole gravi e moniti severi, fino al rischio della dannazione eterna: ” …questa colpa è fra le più gravi in quanto è commessa con la malizia e spesso con deliberazione: essi, infatti, se chiedessero il Lume della Sapienza, capirebbero, ma essi sanno che questo peccato non può essere fatto in “buona coscienza”, e dunque, commettendolo, Mi recano offesa(…) Ecco perché nessuno può dire a mò di scusa: “io non offendo la santa Chiesa né mi ribello, ma colpisco i difetti dei cattivi pastori…” Costui mente sul suo capo e, come accecato dall’amor proprio, non riesce più a vedere chiaramente. Ma in realtà costui vede benissimo, anche se finge di non vedere per far tacere il pungolo della propria coscienza. Se ascoltasse la propria coscienza vedrebbe, come in realtà vede, di star perseguitando il Sangue offerto e non i suoi ministri difettosi. A Me è rivolta l’offesa, così come per Me è la riverenza e mio è ogni danno – scherni, villanie, obbrobri e persecuzioni – che sia fatto a loro! Io reputo fatto a Me quel che gli uomini fanno a loro, poiché questo Io dissi, che non voglio che i miei consacrati siano toccati da altri. Io solo ho il potere di punirli, non altri!”

Non a caso lo stesso venerabile Pio XII tornò a parlare di uno squilibrio grave, di moda, fra coloro che ostentano una fede “Cristo si, la Chiesa no“, sottolineando come questo non può essere accettabile, tanto meno taciuto, perché ne esce un’ immagine di Cristo privata del Corpo e privata dei ministri “santi e santificatori”, riflesso di un Cristo falso e non del Gesù Cristo vivo e vero.

 

CIECHI CHE GUIDANO ALTRI CIECHI

Sano di Pietro, Caterina beve al costato di Cristo, particolare di Madonna col Bambino, Angeli e Santi, sec. XV (settimo decennio), Siena, Pinacoteca Nazionale (n. 261)

C’è poi il capitolo 119 riguardante il compito che spetta ad ogni sacerdote e che, se ben esercitato e correttamente applicato, è fermento anche per la società civile. Per santa Caterina da Siena, infatti, è la Chiesa che deve istruire ed ammaestrare la società attraverso il popolo di Dio “foraggiato dai ministri” e laddove questo esercizio si corrompe o si spezza a causa dei “difetti” del clero ne risente tutta la società.

Si comincia con un avvertimento che ancora oggi è più attuale che mai: secondo la dottrina cristiana, qui testimoniata e ribadita, non ci può essere totale separazione fra legge civile e legge morale. La giustizia infatti fa capo ad un solo principio ordinatore, senza il rispetto del quale la legge civile non può né valere, né essere osservata. Dunque, la virtù della giustizia, che comincia dal dover essere praticata verso se stessi, è indispensabile non solo per la vita spirituale ma anche per la vita civile delle nazioni. Una legislazione – spiega il Dialogo – che favorisca la mollezza dei costumi e l’impoverimento spirituale della mentalità corrente non può che annunciare una decadenza civile…

E’ sbalorditivo come questo messaggio sia di una attualità così palese che solo un atto di ripudio sconsiderato può rendere vano il ricorso alla sua applicazione. Lo scopo sarebbe quello di migliorare il nostro tempo che si trova in avanzato stato di decomposizione.

Con parole che vale la pena di leggere attentamente, il Dialogo ammonisce tale sovvertimento a causa dei “sacerdoti cattivi”: “Nessuno Stato si può conservare nella legge civile e nella legge divina in grazia senza la santa giustizia; perché colui che non è corretto e non corregge fa come il membro che è cominciato ad imputridire e se il cattivo medico vi pone l’unguento solo, ma non brucia la piaga, tutto il corpo comincia ad infettarsi, imputridisce e si corrompe. (..) Per timore di perdere lo Stato, le cose temporali o la prelazione, essi non correggono, ma fanno come accecati, e per questo non conoscono in che modo si conservi lo Stato; ché se vedessero come esso si conservi con la santa e vera giustizia, la manterrebbero…(..) il vero è che essi non correggono, perché essi stessi sono in medesimi difetti, o persino maggiori! Si sentono presi dai sensi di colpa e perciò perdono l’ardire e la sicurezza e legati dal timore servile, e sospinti dalla falsa carità, fanno vista di non vedere, oppur se vedono non correggono, anzi, si lasciano contaminare e lusingare con parole d’alloro, rincorrono i molti doni, ed essi stessi trovano scuse e giustificazioni per non punire il male. In essi si compie la parola: – Costoro sono ciechi e guide di ciechi; se un cieco guida l’altro, ambedue cadono nella fossa -, in questo modo nessuna nazione potrebbe sperare nel suo proprio futuro…”

Lo situazione dipende, dunque, dallo stato in cui si trovano i ministri della santa Chiesa! Ci appare importante sottolineare la sollecitudine di Benedetto XVI nell’indire l’Anno Sacerdotale, durante il quale ha promosso una costante riforma dei costumi e della stessa formazione del clero. Sembra andare nella stessa direzione anche il recente annuncio dell’indizione dell’Anno della Fede, che sarà aperto l’11.10.2012 per concludersi il 24.11.2013, nella Solennità della festa liturgica di Cristo re dell’Universo.

 

LA VITA SCELLERATA DEI SACERDOTI CORROTTI

Rosanna Garbarini, La morte di Niccolò di Tuldo, (1979), sesto riquadro, Pavia, Collegio Universiatario “S. Caterina da Siena”, atrio

Il Dialogo prosegue con una serie di moniti per esortare i membri corrotti del clero verso un ritorno urgente alla fedeltà a Dio. “Invano si affatica colui che guarda la città, se non è guardata da Me..” (cfr. Salmo 126): vana pertanto – spiega Caterina – sarà ogni sua fatica se egli crede di guardare la città con il suo occhio corrotto; la città può risorgere dalle sue macerie soltanto se il ministro la conduce con l’occhio di Dio che è la sana dottrina della sua giustizia.

E dal cap. 121 inizia una serie di dichiarazioni contro il clero corrotto, in cui vengono sottolineate le forme di peccato più gravi: “Ora fa attenzione, carissima figlia, perché ti voglio mostrare la vita scellerata di alcuni di loro, e parlartene affinché tu e gli altri miei servi abbiate più motivi per offrirmi umili e continue preghiere per loro. Da qualsiasi lato tu ti volga, secolari e religiosi, chierici e prelati, piccoli e grandi, giovani e vecchi, e gente d’ogni specie, altro non vedi che le offese ch’essi m’arrecano; e da tutti si eleva un fetore di peccato mortale. Questo fetore a me non porta alcun danno, né può nuocermi, ma molto danno fa a loro stessi ed alle anime…. “

E’ importante sottolineare in quale modo siamo chiamati ad intervenire, noi laici, verso questi sacerdoti: pregando, soffrendo, facendo sacrifici e denunciando le mancanze.

Il capitolo appare spietato, soprattutto se in riferimento ad un clima di “politica corretta” dei giorni nostri, dove lo scandalo non è più il peccato in quanto tale ma le parole che lo denunciano: se leggiamo, invece, questo Dialogo seguendo la logica di Dio, vedremo affiorare una immensa e ardente carità, parole di vera passione per le anime. La stessa Caterina alterna il messaggio dottrinale con traboccanti accenti di squisita pietà verso le anime di questi sacerdoti corrotti, supplicando Dio per la loro conversione e offrendo la sua vita in cambio di una sola anima sacerdotale.

Sono ben 10 i capitoli che la santa dedica a questo grave problema, dove si parla dei vizi che affliggono e avviliscono la santa Chiesa. Ne esce un quadro spaventoso di miserie spirituali, ma si noti attentamente come Caterina entra in questa materia dolorosa solo dopo aver dedicato altrettanto spazio, nei capitoli precedenti, ai sacerdoti santi, esempi fulgidi che superano di gran lunga il male che deriva da quelli corrotti. E’ fondamentale, pertanto, che non si separi una parte dall’altra: l’una e l’altra – spiega Caterina – sono i risvolti di una sola medaglia. Inutile dire quale sia la faccia migliore: santa Caterina le dà molto rilievo elencando una lunga serie di nomi di santi, dottori, beati e martiri. Ciò che viene offerto a noi è di conoscere la verità dei fatti e la realtà dentro la quale, in ogni tempo, tutti ci ritroviamo: di conseguenza, ci viene chiesto di saper scegliere con intelletto istruito da che parte stare, di correggerci dagli errori, di esercitare le virtù, di aiutare il clero con la preghiera, i sacrifici ed anche rammentando ad essi il compito al quale sono stati chiamati. Caterina infatti ricorda che anche le membra secolari, i laici, non sono meno colpevoli, non sono meno “infetti dal vizio“, e ammonisce loro che, invece di giudicare i vizi dei sacerdoti, è più utile prodigarsi convertendosi, ricorrendo ai preti in sollecite confessioni, conducendo una vita santa per poter supplicare Dio di riportare i Suoi ministri sulla strada delle virtù, poiché la rovina del clero è rovina anche del popolo cristiano e, con esso, è rovina delle nazioni.

Corrado Mezzana, Caterina con la croce sulle spalle e l’ulivo della pace in mano, (1948), francobollo

Lo scopo di Caterina è la riforma della Chiesa anche attraverso le preghiere e i sacrifici dei fedeli. Ella li vuole coinvolti non perché giudichino i sacerdoti viziosi, ma per aiutare spiritualmente e fraternamente la santa Chiesa in ogni bonifica. L’amore per la Chiesa rimane inalterato, anzi riceve maggior stimolo il desiderio dell’offerta di se stessa per riformarla. Questo concetto ci riporta alle parole di un Angelus dell’anno scorso nel quale Benedetto XVI spiegava che la vera riforma nella Chiesa viene fatta dai santi e non dai moralizzatori, così come il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori.

La colpa maggiore del clero corrotto è la superbia. In effetti è questo il primo ostacolo al bene dell’uomo che condusse al Peccato Originale. La superbia è l’ottusità di mente e di cuore; è l’ostinazione e l’uso di un potere (il libero arbitrio) che è dato per altri scopi: “E’ per questa miserabile superbia e avarizia, generata dall’amore sensitivo, ch’essi hanno negletta la cura delle anime, buttandosi alla sola cura delle cose temporali, e lasciando le mie pecorelle, quelle che Io ho affidato alle loro mani, abbandonate e senza pastore…(Mt.9,36) Così le lasciano senza pascolo e senza nutrimento, né spirituale, né temporale. Spiritualmente essi somministrano sì i sacramenti della santa Chiesa – i quali non possono essere né tolti, né sminuiti nella loro potenza da nessun loro difetto – ma non vi alimentano con preghiere che vengono dal loro cuore, né vi nutrono con la fame e con il desiderio della vostra salvezza, conducendo una vita onesta e santa….(…) Guai, guai alla loro misera vita!(..) Così questi miserabili, indegni d’essere chiamati ministri, sono diventati demoni incarnati poiché per loro colpa si sono conformati con la volontà del demonio e se ne assumono i compiti all’atto in cui somministrano me, vero Lume, giacendo essi nelle tenebre del peccato mortale; e somministrano l’oscurità della loro vita disordinata e scellerata ai loro sudditi e alle altre creature dotate di ragione! In tal modo generano confusione e sofferenza nelle menti delle creature che li vedono in tal disordine.

 

NON C’È SOLO IL CLERO CORROTTO: LE COLPE DEI LAICI

Giorgio Vasari, Gregorio XI ritorna a Roma, (1572-1573), Città del Vaticano, Sala Regia

Tutto questo, però, non deve diventare – spiega santa Caterina – una scusa per lasciarci trascinare nel peccato! Qui la santa non risparmia le responsabilità dei laici che giustificano certe condotte perverse: “E’ anche vero che chi li segue non è esente dalla colpa – leggiamo nel Dialogo – dal momento che nessuno è costretto a colpa di peccato mortale, né da questi demoni visibili, né da quelli invisibili. Perciò nessuno guardi alla loro vita, né imiti quel che fanno, ma come siete stati avvertiti dal mio Vangelo, ognuno faccia quel che essi dicono…(Mt.23,3), cioè, metta in atto la dottrina datavi nel corpo mistico della santa Chiesa, pervenutavi attraverso le Sacre Scritture per mezzo dei suoi annunciatori”

È chiaro il riferimento al Magistero della Chiesa che i Laici devono mettere in pratica attraverso il dono dei talenti che ognuno riceve. Il Signore si è espresso con fermezza: non sarà loro risparmiata la mia punizione a causa della dignità che deriva dall’essere miei ministri: anzi, se non si correggeranno, saranno puniti ancor più duramente degli altri poiché, come è già spiegato nel mio Vangelo, richiederò a ciascuno i talenti che ho loro donati!

Subito dopo questi capitoli infuocati, Caterina viene addolcita, e addolcisce anche noi, attraverso la spiegazione dell’azione diretta della Divina Provvidenza: “Sì che usai grande provvidenza! Pensa carissima figliuola, che non potevo usarne una maggiore, che darvi il Divin Verbo, unigenito Mio Figliuolo“.

Gesù Cristo è la consolazione di tutta la Chiesa, di santa Caterina, di ogni sacerdote, di ognuno di noi oggi che leggiamo queste pagine…: “La mia Provvidenza non mancherà mai a chi la vorrà ricevere, come sono quelli che perfettamente sperano in Me. E chi spera in Me, chi bussa, a chi mi apre il suo cuore, a chi mi accoglie qual mendicante come mi presento, nudo ed inchiodato sulla Croce, a chi ama veramente la Verità non solamente a parole, ma con l’affetto e il lume della santissima fede, con la preghiera ardente, con l’amare la Mia Sposa, questi e non altri gusterà Me nella mia Provvidenza. (..) la perfetta speranza del cristiano è di ricevere Me nella Provvidenza, ed Io non mancherò di presentarmi a quest’anima che ardentemente Mi desidera e spera in Me.(..) Ammonisci, figliuola carissima, che la mia Provvidenza non è tolta ad alcuna creatura, perché tutte le cose sono condite con essa….”

 

DIO GOVERNA IL MONDO E A NOI TOCCA OBBEDIRE (ED ESSERE UMILI)

Crescenzio Gambarelli,, Morte di Caterina, (1602), Siena, basilica di S. Domenico, Cappella delle Volte

Qui santa Caterina sottolinea come è Dio stesso a governare la natura, senza nulla togliere ai “moti” naturali degli eventi climatici o sottoterra. Il Signore stesso, con il miracolo della tempesta sedata, fa capire come gli eventi naturali obbediscano ai suoi comandi e nel Dialogo approfondisce il concetto: “A volte per grandine o tempesta, o per saetta e terremoti, pestilenze che Io mando sul corpo della creatura, parrà all’uomo che questo sia crudeltà, quasi giudicando che Io non abbia provveduto alla salute di quella. Io invece l’ho fatto per scamparla dalla morte eterna, dalla dannazione certa, sebbene egli ritenga il contrario. E così gli uomini del mondo vogliono in ogni cosa contaminare le mie opere, ed intenderle secondo il loro basso intendimento!”

Ciò che avviene, spiega santa Caterina, Dio lo permette solo per il nostro bene e per la nostra salute eterna. Coloro che giudicano diversamente, e che sfidano Dio nei loro giudizi sul come opera, sono ciechi, mentitori e ingannatori; e se è vero che Dio, padrone della vita e della morte, non è però Dio della morte, Egli teme per la morte della sua creatura, la morte dell’anima nella condizione della dannazione eterna. In tal senso, il Signore spesso agisce prima che tale dannazione diventi definitiva perché Egli vuole salvare quante più anime possibile dai mali ci pervengono a causa dei nostri peccati: quanto maggiori saranno i nostri vizi e il decadimento nel clero, maggiori saranno i provvedimenti che il Signore eserciterà sulla terra. Come morire dipenderà anche dal come noi desideriamo vivere nella Vera Vita.

Per Caterina la chiave che disserra il cielo facendo piovere per noi la Provvidenza è la virtù dell’obbedienza! La santa senese paragona tale virtù ad una chiave da tenere sempre attaccata alla cintura con una funicella.

Dove si trova questa obbedienza?, sembra chiedere Caterina. Si trova nel Divin Verbo, le risponde la Provvidenza, e per compierla ed offrirtela corse all’obbrobriosa morte di Croce.

E chi ce la può togliere?, chiede con sacro timore la santa. La superbia, risponde la Provvidenza, l’amor proprio e tutti i vizi. La disobbedienza infatti fa perdere l’innocenza giacché per disobbedire la creatura deve compiere una scelta: dall’innocenza cade nell’immondizia, dall’immondizia cade nella miseria…

E come posso nutrirla?, si domanda Caterina. Con l’umiltà!, risponde la Provvidenza. L’umiltà è la balia e nutrice dell’obbedienza e tale nutrimento conduce alla vera Carità. La veste che questa nutrice usa per coprirla è il “morire a se stessi” perché – dice il Signore – Io possa regnare; è farsi da parte perché Io – aggiunge – possa diventare desiderio di ogni creatura.

Il tutto trovi nell’Unigenito Mio Figliuolo, in Cristo Dolce, Gesù Amore, chi si avvilì più di Lui? Chi fu paziente più di Lui? Chi più Agnello di Lui?”

Alle parole di santa Caterina, ci piace unire un breve passo del beato cardinale Newman nelle sue meditazioni sulla Passione di Gesù:

In quell’ora terribile l’Innocente stese le braccia e offerse il petto agli assalti del Suo mortale nemico, un nemico spirante veleno pestifero e il cui abbraccio era la morte.

Rimase prostrato immobile e silenzioso, mentre il nemico orribile inabissava l’anima Sua in tutto l’orrore e l’atrocità dell’umano peccato, penetrandogli Cuore e coscienza, invadendoGli sensi e pensieri e coprendoLo come di una lebbra morale. Quale terrore quando i Suoi occhi, le Sue mani, i Suoi piedi, le Sue labbra, il Suo Cuore gli sembrarono membra del nemico e non dell’Uomo-Dio, era proprio quello l’Agnello Immacolato prima innocente, ma ora macchiato del sangue di migliaia di crimini“.

 

QUELLE “SANTE” RACCOMANDAZIONI…

Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio, Pio II canonizza Caterina da Siena, (1505-1506), Siena, Duomo, Libreria Piccolomini

Forse è per questo che il Crocefisso, oggi come ieri, è “scandalo”. Riflette ciò che noi eravamo prima della Redenzione e rifiutandoLo non facciamo altro che voler rimanere in uno stato di disobbedienza per cercare di esorcizzare la Croce stessa.

Dice santa Caterina nel Dialogo: “Venne poi il Verbo, che prese in mano questa chiave dell’obbedienza e la purificò nel fuoco ardente della divina carità, la trasse dal fango lavandola con il Suo Sangue, la raddrizzò col coltello della giustizia, distruggendo le nostre iniquità sull’incudine del Suo Corpo Crocefisso. Egli così la racconciò per donarla a noi, ed è così resa perfetta che per quanto l’uomo la guasti con il suo libero arbitrio, Egli con altrettanto libero arbitrio, sempre la riacconcia…”

Ed ecco le sante raccomandazioni:

Esci dal peccato mortale con la santa confessione, con la contrizione del cuore, con la soddisfazione di una giusta penitenza, col proponimento di non voler più offendere Dio, prega incessantemente perché ti sia data tal grazia. Credi davvero di poter accedere alle Nozze dell’Agnello vestito degli stracci del peccato? Pensi davvero di potervi accedere permanendo in uno stato di grave peccato? Oppure credi potervi accedere senza l’uso di quella chiave? O uomo cieco! e che più che cieco, dopo aver guastato la chiave dell’obbedienza ti illudi che non sia necessario riacconciarla, credi davvero di poter salire al cielo con la superbia che ti attrae all’inferno? Getta per terra quel laido vestito, e corri a confessare la tua anima per renderla pura e immacolata, pronta alle Nozze.(..)

Oh, se tu sapessi quanto è gloriosa, soave e dolce questa virtù in cui vi si trovano tutte le altre! Ella è concepita dall’amore ed è partorita dalla perfetta carità, in lei è fondata la pietra della santissima Fede, lei è una regina, chi la sposa riceve in dote ogni virtù, quiete, serenità dell’anima, ogni croce che deve portare le diventa leggera.(..)Trova pace, trova la quiete, sposa questa regina! Siile fedele, ed essa ti porterà, aprendoti ogni porta, dove ti attende ogni beatitudine eterna…”

Ci piace concludere con la sua frase più famosa, famosa si, ma forse poco compresa nel suo contenuto e nella responsabilità alla quale ci chiama: “Se sarete ciò che dovrete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero!”

Santa Caterina, ora pro nobis! [SM=g1740722]

[SM=g1740738]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/24/2012 12:27 PM
 
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Santa Caterina da Siena passione fuoco e amore

Dal film Io Caterina vi offriamo un pezzo davvero indimenticabile e di grande attualità: se sarete ciò che dovrete essere metterete fuoco in tutta l'Italia!
Amore, Sangue Divino, Croce, Maria Santissima, il libro nel quale è scritta la nostra regola. Ascoltiamo la nostra amata Patrona d'Italia.

www.gloria.tv/?media=282358



così dice Benedetto XVI all'Udienza generale del 24.11.2010:
Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per interrogarla. Le misero accanto un frate dotto ed umile, Raimondo da Capua, futuro Maestro Generale dell’Ordine. Divenuto suo confessore e anche suo “figlio spirituale”, scrisse una prima biografia completa della Santa. Fu canonizzata nel 1461.

Movimento Domenicano del Rosario
www.sulrosario.org
info@sulrosario.org


[SM=g1740717]

[SM=g1740738]


[SM=g1740717] BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 24 novembre 2010

....Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime:
conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della
Divina Provvidenza, ella, con un’immagine singolare, descrive Cristo
come un ponte lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da tre scaloni
costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca di Gesù. Elevandosi
attraverso questi scaloni, l’anima passa attraverso le tre tappe
di ogni via di santificazione: il distacco dal peccato, la pratica della virtù
e dell’amore, l’unione dolce e affettuosa con Dio.
Cari fratelli e sorelle, impariamo da santa Caterina ad amare con coraggio,
in modo intenso e sincero, Cristo e la Chiesa. Facciamo nostre perciò
le parole di santa Caterina che leggiamo nel Dialogo della Divina
Provvidenza, a conclusione del capitolo che parla di Cristo-ponte:
“Per misericordia ci hai lavati nel Sangue, per misericordia volesti
conversare con le creature. O Pazzo d’amore! Non ti bastò incarnarti,
ma volesti anche morire! (...) O misericordia! Il cuore mi si affoga
nel pensare a te: ché dovunque io mi volga a pensare, non trovo
che misericordia” (cap. 30, pp. 79-80). Grazie.

www.gloria.tv/?media=283799


[SM=g1740717]

[SM=g1740738]



E qui.... www.preticattolici.it/Santa%20Caterina.htm#Cari vi suggeriamo di scaricare tutta l'Opera di S.Caterina....
[SM=g1740771]

[Edited by Caterina63 10/19/2012 12:21 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/5/2013 11:12 PM
 
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Santa Caterina da Siena: la donna che salvò il cattolicesimo

st catherine of siena

E’ uso comune anche nelle analisi storiche più accurate, considerare la Chiesa Cattolica Romana come un’entità ai vertici del mondo medievale, sovrana indiscussa di tutto il mondo conosciuto, inoppugnabile autorità in grado di sovrastare anche il volere di imperi.
Se da un lato effettivamente il Cristianesimo giocava un ruolo fondamentale nel quadro culturale dell’Europa medievale, dall’altro doveva molto spesso subordinarsi alla realtà politica, soprattutto se a dettarla era una superpotenza.
In questo quadro vanno inserite le infinite lotte tra Chiesa Romana e Sacro Romano Impero, lo Scisma d’Oriente e ovviamente il trasferimento del Papato ad Avignone da parte del re di Francia, nel 1309.

Se la Chiesa sopravvisse a quel settantennio di vero e proprio vassallaggio nei confronti della corona francese, lo si deve principalmente ad un eccellente operato diplomatico, di cui il più grande fautore è stata una donna. Una giovane suora domenicana, per l’esattezza: Caterina Benincasa.

Mistica e teologa (nonostante fosse semi-analfabeta), Caterina è “Dottore della Chiesa” per nomina di Paolo VI, nonché patrona d’Italia e di tutta l’Europa .
Nata nel rione di Fontebranda a Siena il 25 marzo 1347 da una famiglia molto numerosa, a soli 6 anni ha una visione di Gesù Cristo vestito con le insegne papali ed accompagnato da San Paolo e San Giovanni.
Animata fin da subito da profondo zelo, si ritiene che già a 7 anni Caterina faccia voto di castità, tanto da portarla a scontrarsi con i genitori verso i 12 anni, età in cui era maritabile.
La ragazza si taglia completamente i capelli in atto di protesta, coprendosi il capo con un velo e intensificando la condotta di vita para-monacale che già conduceva.

Avendola trovata a pregare con una colomba sulla testa, i genitori si rendono conto di quanto sia accesa la sua spiritualità e finalmente le consentono di entrare nelle “Mantellate”, terz’ordine laicale legato ai Domenicani.

Racconta poi di essersi approcciata direttamente alle Sacre Scritture, imparando miracolosamente a leggere in breve tempo.
Inoltre descrive un’altra visione, avuta al termine del Carnevale 1367, in cui Cristo, donandole un anello di rubini, la sposa a sé nella Fede.

Animata da un fervore ancora più intenso, Caterina non sopporta la situazione circostante e si attiva in prima persona per il soccorso degli infermi, dei poveri e persino dei carcerati.

Attacca poi le istituzioni e i governi, colpevoli di aver resto <<l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna;>>

Nel corso della “guerra fredda” tra Papato e fiorentini, viene ricevuta da Gregorio XI ad Avignone che, seppur affascinato dalla sua integrità e forza d’animo, non si fa convincere ad accettare la pace.

Caterina però non demorde e continua ad inviare lettere al papa invitandolo a liberarsi dal giogo francese e tornare a Roma.

Gli sforzi diplomatici di Caterina si concretizzano il 17 gennaio 1377 quando Gregorio XI, per la prima volta dopo 68 anni, rimette piede nella Città Eterna.

Trascorre i suoi ultimi anni cercando di pacificare i rapporti tra Firenze e Roma, e contrastando l’anti-papato di Fondi istituito dai francesi.

Caterina esala l’ultimo respiro nella sua Siena, il 29 aprile 1380 a 33 anni, stando alle fonti agiografiche dopo un’astinenza forzata dal bere dell’incredibile durata di un mese.

Papa Pio II la eleverà all’onore degli altari nel 1467.

Lorenzo Roselli

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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3/3/2015 12:31 PM
 
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  Io, Catharina. La devota di Maria (Parte 5)


Posted on 29/04/2013 

da Donna a donna


per condurre


all’unico Uomo che salva.


La mariologia in Caterina da Siena


 


Nel tempo di Santa Caterina da Siena, la mariologia non era ancora uno studio effettivo nella Chiesa. Dai Padri, dai santi, dai Dottori la Chiesa apprendeva un magistero tipicamente “mariano” che costituiva una sorta di catechismo su Maria, la Madre di Dio. C’è sempre stata la convinzione che i Domenicani, con san Tommaso D’aquino, fossero contrari per esempio all’Immacolata Concezione. In verità, lo stesso Aquinate non si era mai impegnato in questo studio, ma proprio gli estratti di Santa Caterina da Siena su Maria Santissima ci dimostrano come i Domenicani credevano  nell’Immacolata. Se il dogma era ben lontano dall’essere proclamato, tutta la Chiesa in sostanza lo viveva. Santa Caterina ci svela poi i suoi “segreti” per un itinerario mariano che ha come scopo la conformazione alla Volontà di Dio.  


 


di Dorotea Lancellotti


Di santa Caterina da Siena qualcosa abbiamo già spiegato. Abbiamo parlato del Dialogo, di Avignone, del suo amore per la Chiesa e per il Papa –  “Dolce Vicario di Cristo in terra, il Babbo mio dolce”, nelle parole della santa – della dottrina del Sangue, del Crocefisso, ma non abbiamo parlato ancora della sua mariologia, che merita un articolo a parte.


Per approfondire l’argomento, ci faremo aiutare, oltre che dal suo principale biografo, il beato Raimondo da Capua O.P., anche da un libro del 1996 di padre Carlo Riccardi, vincenziano, deceduto nel 2006 e grande discepolo della nostra santa. Con questo articolo desideriamo ringraziarlo per la lunga bibliografia dedicata alla nostra patrona, che troverete nelle edizioni Cantagalli, e ricordarlo nei suffragi.


CATERINA HA COMPRESO DA SUBITO L’IMPORTANZA DI MARIA PER LA CHIESA


Per Caterina, come ama Maria non ama nessun’altra creatura.


“Nessuno ha mai amato o amerà tanto Dio e il prossimo come Maria”: da questa affermazione teologica si diparte la vera devozione mariana e l’autentica mariologia. Maria è un mare di fuoco, d’amore, di pace: santa Caterina prende alla lettera il modello che la Chiesa le propone nella Madre di Cristo e meravigliosamente riflette e rivive in lei quel mare di fuoco, d’amore, di pace. La santa senese è, se vogliamo, colei che maggiormente aveva compreso la funzione materna di Maria nella Chiesa e nei confronti di tutta l’umanità già sul finire del 1300.


Studiando attentamente la vita della Patrona d’Italia e rovistando fra i suoi scritti, c’è tanto di quel materiale mariano che può aiutarci a comprendere l’errore di una mariologia modernista che pretenderebbe un abbassamento di livello nei confronti di Maria stessa, anziché portare l’uomo ad elevarsi alle sue altezze…


Caterina ci insegna invece questo “elevarsi”, ossia sollevare l’anima verso il modello per eccellenza che è Gesù stesso, seguendo la Madre, immagine della sua azione materna nella Chiesa e attraverso la Chiesa.


Caterina non ha scritto alcun trattato, nemmeno interno al Dialogo, che parli espressamente o solamente di Maria Santissima o del suo ruolo, ma Ella è sempre presente in tutti i suoi Scritti: è dentro ogni suo concetto, nelle Lettere, dentro tutte le sue orazioni.


MARIA OFFRE L’OBLAZIONE PIÙ GRANDE AL PADRE: IL FIGLIO


La “Via Crucis” della Madre insieme al Figlio


Scrive santa Caterina nel commentare la Passione di Gesù sulla Croce: “Oh Amore dolcissimo! Questo fu quel coltello che trapassò il Cuore e l’anima della divina Madre. Il Figliuolo era percosso nel Corpo e la Madre similmente, perché quella carne era di Lei. Ragionevole cosa era che, come cosa sua, Ella si dolesse, perché Egli, l’Amato Figliuolo aveva tratto da Lei quella carne immacolata“.


Queste parole di santa Caterina, oltre alla bellezza formale, sono importantissime per screditare chi discute ancora contro il dogma dell’Immacolata. La santa, infatti, cresciuta e formata alla scuola dell’Aquinate e domenicana fino le midolla, esprime già quello che era teologicamente assunto da tutta la Chiesa riguardo ad una concezione ampia sull’Immacolata stessa.


Il dolore di Maria


Sì. Anche Maria fu straziata nel suo stesso corpo dalle ferite del Figlio. Santa Caterina vuole fermare la nostra attenzione su quelle ferite – la dottrina del sangue – quasi che queste, prima di giungere al Figlio, avessero trapassato Lei anche fisicamente. É l’oblazione della Vergine, che prodigiosamente è anche Madre: è la Sua offerta consapevole al Padre di quell’unico Figlio che prodigiosamente Le era stato dato e che ora le veniva tolto. Maria è l’Addolorata. Si parla spesso, in un dibattito sempre aperto, di Maria “Corredentrice”: i Santi ne sono certi, non hanno dubbi su questo, mentre fra i teologi la disputa è accesa.


LA SUA DEVOZIONE A MARIA INIZIA FIN DA BAMBINA


Quanto amore nelle parole di Caterina per Maria…


Santa Caterina chiamava la Beata Vergine Maria: “dolcissimo Amore mio!”. Ritroviamo questa espressione in molte orazioni e in molti passi, nei quali ella intende rivolgersi a Lei. Quando cominciò, Caterina, a comprendere il ruolo di Maria, e quando cominciò a rivolgersi a Lei nella preghiera?


Come in ogni famiglia coerentemente cattolica, la santa senese ricevette in casa la prima educazione religiosa ella. Vale la pena di leggere un passo del suo biografo, il beato Raimondo, che descrive i primi passi “verso Maria” della piccola Caterina: “A cinque anni, imparata in famiglia la Salutazione angelica (l’Angelus), la ripeteva più volte al giorno senza che nessuno glielo chiedesse, e ispirata dal cielo, come lei stessa più volte mi ha detto in confessione, cominciò a salutare la Vergine Maria salendo e scendendo le scale, e inginocchiandosi a ogni scalino…” Questa “Salutazione” la ritroviamo in tutte le Lettere di Caterina che comincia con queste parole: “Al nome di Cristo Crocefisso e di Maria dolce…” Sarà opportuno per noi tutti, sopratutto per i genitori, rivalutare l’educazione religiosa e di preghiera in famiglia!


QUELLA SPLENDIDA PREGHIERA AL “TEMPIO DELLA TRINITÀ” E LA DIFESA DELLA VITA


Maria e Caterina. Un solo amore: la Trinità.


La più alta espressione devozionale e teologica che santa Caterina riesce ad esprimere su Maria Santissima è nella Orazione XI, che non è solo una delle più belle preghiere che una donna abbia mai scritto alla “Benedetta fra tutte le donne”, ma è anche un concentrato di purissima mariologia nella quale è racchiuso il tesoro della Tradizione stessa della Chiesa.


Scritta per la Festa dell’Annunciazione nel marzo 1379, ecco cosa dice: “Tu, o Maria, sei diventata un libro, nel quale, oggi, viene scritta la nostra regola. In te è oggi scritta la sapienza del Padre. In te si manifesta oggi la dignità, la fortezza e libertà dell’uomo…


Si rivolge alla Tuttasanta chiamandola “Tempio della Trinità, portatrice di fuoco, porgitrice di misericordia, germinatrice del frutto, ricomperatrice  de l’umanità, donatrice di Pace, carro di fuoco… libro nel quale troviamo la nostra regola“. Per trattare teologicamente ogni termine usato dalla santa senese, occorrerebbero centinaia di volumi, ma a noi basta sapere che questi termini sono patrimonio stesso della nostra Tradizione viva e che sempre hanno nutrito e dottrinalmente sostenuto molti santi in tutto il percorso storico della Chiesa fino ai giorni nostri. Basti citare uno per tutti, un’altro Terziario domenicano (perdonate la partigianeria): san Luigi M. Grignon de Montfort, con i suoi Trattato della vera Devozione a Maria e il Segreto ammirabile del santo Rosario, dove troviamo simili termini. Si trovano, però, anche in san Bernardo o in sant’Alfonso M. de’ Liguori e in tanti altri nomi.


Sì alla vita.


Analizzando ancora questa preghiera, possiamo confermare la sua attualità riguardo alla difesa della vita umana, tema così scottante in questo tempo in cui l’aborto è considerato un diritto. Scrive santa Caterina: “Se io considero il grande tuo consiglio, Trinità eterna, vedo, che nella tua luce vedesti la dignità e la nobiltà dell’umana generazione. Per cui, come l’amore ti costrinse a trarre l’uomo da te, così quel medesimo amore ti costrinse a ricomprarlo, essendo egli perduto. Ben dimostrasti che tu amasti l’uomo prima che egli fosse, quando tu lo volesti trarre da te, solo per amore; ma maggiore amore gli mostrasti, dando te medesimo, rinchiudendoti oggi nel vile saccuccio  della sua umanità. E che più gli potevi dare, che dare te medesimo?” Per la nostra santa Patrona, nel momento in cui Maria diveniva Madre del Verbo, diventava Essa stessa “paciera”, ossia, riconciliatrice dell’umanità con Dio Padre, Avvocata, come dicevano i Padri della Chiesa: per cui ogni vita concepita e per tanto già riscattata dal sangue del Figlio sulla Croce è da ritenersi “un figlio che Maria vuole portare a Gesù”. Ogni concepito è già un riscattato e quindi da amare incondizionatamente, un “figliol prodigo” di cui Ella si fa Avvocata, riconciliatrice verso il Figlio e, come suggerisce la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, Lumen Gentium: una moltitudine di fratelli, cioè di fedeli, e alla cui nascita e formazione Maria coopera con amore di Madre


LA CREAZIONE SOSPIRA IN ATTESA DEL SÌ DI MARIA


All’annuncio dell’angelo, tutti attendono il sì di Maria.


L’umiltà di Maria è, nel pensiero cateriniano, in questa stupenda Orazione XI, la massima espressione dell’amore della Santissima Trinità per l’Uomo. Maria ne è l’interprete perfetta, è l’umiltà stessa incarnata. Santa Caterina scrive: “Aspettava alla porta della tua volontà, che tu gli aprissi, perché voleva venire in te; e giammai non vi sarebbe entrato se tu non Gli avessi aperto dicendo: Ecco l’ancella del Signore, sia fatto in me secondo la tua parola. Picchiava, o Maria, alla tua porta la Deità Eterna, ma se tu non avessi aperto l’uscio della tua volontà, Dio non si sarebbe incarnato in te.”


C’è da rimanere senza fiato! C’è una bellissima immagine che ci proviene dalla patristica in cui questa attesa del “Fiat” di Maria descrive una umanità anch’essa in attesa, Cielo e Terra avvolti in un silenzio ansioso e fiducioso, tutti con lo sguardo rivolto verso l’umile Ancella: come risponderà? Dalla Sua risposta dipendeva la nostra sorte! Pronunciato quel meraviglioso “Fiat”, Cielo e Terra si rallegrarono tirando un sospiro di sollievo: l’attesa era finita, l’umanità avrebbe ricevuto il suo riscatto, il Cielo e la Terra si sarebbero ritrovate dopo la triste separazione dal peccato di Adamo…


La richiesta con l’annuncio, che l’Arcangelo Gabriele le porta, avvolge Maria stessa nell’umiltà di Dio: “In te ancora, o Maria, si dimostra oggi la fortezza e la libertà dell’uomo; perché dopo la deliberazione di tanto e sì grande consiglio, è stato mandato a te l’angelo ad annunciarti il mistero del Consiglio Divino, e cercare la tua volontà; e non discese nel ventre tuo il Figliuolo di Dio, prima che tu consentissi con la volontà tua“. Ciò che fa appassionare Caterina a tutto l’evento non è l’idea di un “peso” che Maria deve portare: al contrario, la Sua beatitudine le deriva da quel “Sì” incondizionato pronunciato con il libero arbitrio…


Ecco che per santa Caterina questo è motivo di gioia: questa volontà affidata al Progetto di Dio è la nostra autentica libertà, non è un peso, al contrario è il vero motivo per cui essere pienamente felici, pienamente realizzati. Qui le catene vengono spezzate perché la volontà dell’uomo può ora alimentarsi di quel “Fiat” facendolo proprio. Qui comincia il nostro cammino di autentica conversione: ma non siamo soli, l’umile Ancella si è messa al nostro servizio perché Dio “l’ha colmata di ogni grazia” che Lei riversa continuamente su di noi!


UN MONITO SEMPRE ATTUALE PER NOI


Caterina rimproverava se stessa. E noi.


Santa Caterina chiude la preghiera con queste parole: “Vergognati anima mia, vedendo che Dio oggi si è imparentato con te in Maria: oggi ti è dimostrato, che benché tu sia stata fatta senza te, non sarai salvata senza te”.


Caterina – forte dell’insegnamento agostiniano nel quale vi è la meravigliosa ammonizione: “e il nostro cuore è inquieto, fino a quando non riposa in Te” – dirige a sé quel “vergognati”, esprimendo uno di quei suoi rimproveri alla propria anima “troppo lenta” nel corrispondere alla grazia divina! Questo può apparirci forse esagerato, conoscendo la santità della “Fortissima Donna d’Italia”, ma sicuramente è un monito anche per noi oggi, una sollecitazione a “non perdere tempo, orsù non più dormite“, come spesse volte ella scrive nelle sue Lettereinfuocate d’azione.


Difficile esaurire in poco spazio le meditazioni che questa preghiera ci offre. Ci sarebbe da collegarla alle tante preghiere della Chiesa, quelle recitate fin dai primi secoli, come il Sub tuum praesidium o come le invocazioni di san Bernardo… Ci auguriamo che vogliate continuare voi stessi su questo percorso.


CHE DIFFERENZA CON CERTA MARIOLOGIA MODERNA!


Le Tavole della Legge. Le vediamo concretamente in Maria.


“O Maria, dolcissimo amor mio, in te è scritto il Verbo, dal quale noi abbiamo la dottrina della vita, Tu sei la tavola, che ci porgi quella dottrina”. Incredibile il parallelismo che possiamo riscontrare con quelle Tavole della Legge che Dio consegnò a Mosè sul Monte Sinai! Qui santa Caterina dimostra davvero quanto la Scienza Infusa abbia lavorato in lei, quanto la Divina Sapienza le abbia suggerito, come l’abbia ispirata…


A differenza di certa mariologiamodernista, tutta intrisa di immagini materialiste, Caterina ripercorre in queste due righe tutto il percorso delle Scritture: ora è Maria la Tavola sulla quale è scritta la Legge dell’Amore, quel Comandamento che Gesù lasciò quale fondamento di tutti gli altri. Gesù –  specificando che non era venuto per abolire la Legge, ma per portarla a compimento – la raccolse nel Comandamento dell’Amore testimoniato sulla Croce: ora in Maria noi possiamo “leggere” questo Amore, perché questo prende vita. Ha preso vita nell’Incarnazione: Maria è come un “libro scritto da Dio”. I santi dicono di Maria che è il capolavoro di Dio, il progetto riuscito di Dio, nel quale noi possiamo comprendere Gesù Cristo. Tutto in Maria, infatti, è in funzione di Gesù: chi segue Maria, arriva a Gesù; chi legge Maria, comprende Gesù e la Sua missione redentrice.


Di quale “dottrina” parla dunque Caterina e che possiamo trovare in questo “libro”? La dottrina della Croce, sulla quale è stato inchiodato questo Amore: la Croce è la prima parola che troviamo scritta in questo libro che è Maria Santissima! Santa Caterina spiega che l’Amore senza la Croce non sarebbe vero amore, non sarebbe nulla, non sarebbe Dio. Perciò la dottrina dell’Amore è la Croce stessa e lo conferma Gesù quando dice: “per questo sono venuto!”; è venuto per abbracciare la Croce, per salirci sopra e lasciarsi inchiodare perché, continua santa Caterina, “l’Amore potesse essere riversato su tutta l’umanità”. In quale modo poteva essere riversato? Attraverso il sangue, attraverso quel costato spalancato, spiega santa Caterina, l’Amore, dissolto col sangue divino, è stato copiosamente riversato su ogni uomo!


“Perché si trova il fuoco nel sangue? Perché il sangue fu sparto con ardentissimo fuoco d’amore. O glorioso e prezioso Sangue, tu se’ fatto a noi bagno, e unguento posto sopra le ferite nostre. Veramente, figliuola mia, egli è bagno; ché nel bagno tu trovi il caldo e l’acqua, e il luogo dove egli sta”. (Lettera 73)


Qui ritorna alla mente quell’amore passionale di Caterina per l’Eucaristia.


AMARE TUTTI COME MARIA


Caterina: con l’amore nel cuore…


Ecco perché Caterina amava tutti incondizionatamente: amava ogni essere da Dio creato uomo, donna, bambino, adulto, religioso o laico, italiano o estero, sano o malato, signore o plebeo, peccatore o santo. Questa sua realtà non è dovuta soltanto alla pratica del Vangelo o ad una dimostrazione attivista e pacifista del problema dell’uomo. La santa senese considera e contempla l’essere in tutto e nel quale è incessantemente riversato l’amore di Dio creatore e scopo ultimo del cammino dell’anima! Perciò tutti gli esseri hanno la medesima dignità e per tutti Caterina ha riverenza. Ciò che in essi si trova di positivo, dipende e deriva da Dio. Perciò, sotto questo aspetto, tutti hanno la loro fondamentale dignità! Così come deve essere denunciato ogni errore ed ogni forma di peccato. Che inganna l’uomo, lo rende schiavo ed infelice, e conduce la sua anima alla dannazione eterna: una fine irragionevole per santa Caterina che non si dà pace per poter indirizzare le anime verso il loro raggiungimento ultimo. Tutto questo, spiega Caterina, lo troviamo in Maria, in quel “Fiat” ma, soprattutto mettendoci alla Sua sequela, è Lei stessa a parlarci del Figlio, Lei stessa a non permettere che la nostra anima si perda in questo cammino!


Non far più resistenza allo Spirito Santo che ti chiama, e non spregiare l’amore che di te ha Maria” (Lettera 15). Queste parole Caterina le scrive ad un giudeo di nome Consiglio, a dimostrazione di come il suo interesse verso tutti non guarda la condizione o la provenienza, ma lo stato dell’anima. C’è un grande interesse anche per quelle anime che ancora non fanno parte della Chiesa: Maria ha una maternità che va ben oltre, ha un compito che non riguarda solo “noi” battezzati. Senza dubbio da noi comincia affinché ci facciamo portatori di questa Legge dell’Amore di Dio: è in fondo la cosiddetta “nuova evangelizzazione”, rilanciata dal papa merito Benedetto XVI con l’indizione di un Anno della fede. Noi siamo i “nuovi” evangelizzatori e dobbiamo portare agli uomini questo “libro” nel quale è scritta la nostra dottrina: confidate, ripete santa Caterina, perché Maria dolce sarà per voi sempre, Ella ci rappresenta, ci ammaestra e ci dona al dolce Gesù, Figliuolo Suo.


Il Figlio e la Madre: sempre insieme.


A tal proposito vi consigliamo di leggere la Lettera 342 nella quale Caterina spiega come Maria si identificò con la volontà del Signore e di come fosse Ella stessa desiderosa di cooperare al compimento di questa volontà sollecitando anche noi, oggi, a percorrere questa strada. Maria ai piedi della Croce è madre della nostra Salvezza, che è Gesù Cristo. Di conseguenza il Figlio e la Madre sono inseparabili. Nella Orazione XI sopra analizzata rammentiamo le parole della Santa quando dice, a proposito della redenzione dell’uomo: “…Cristo lo ricomprò con la sua passione, e Tu col dolore del corpo e della mente“. Maria nella Chiesa, per tanto, compie un ruolo decisivo e fondamentale: offre una cooperazione, per quanto possibile a una creatura umana (corpo, anima e mente, forza di volontà, desiderio), all’opera della Redenzione e tale cooperazione Le riesce in quanto “piena di grazia”. Di questa pienezza tutti beneficiamo, o, meglio, ne beneficia chi a Lei ricorre, e chi verso di Lei è portato, collaborando, a sua volta, a tale Progetto divino…


IL SEGRETO DI CATERINA


In fiduciosa preghiera.


Come è possibile per noi, oggi, percorrere queste vie appena tracciate e corrispondere correttamente all’insegnamento di Caterina, seguendo la Madre di Dio?


Il segreto di Caterina è l’obbedienza. Per lei l’obbedienza è il cuore di ogni virtù che “ogni creatura che ha in sé ragione, non può disconoscere“. Oggi l’obbedienza è vissuta come un peso a causa di una falsa cultura che impone il “voglio tutto”, il diritto di avere, dimenticando che abbiamo di occuparci innanzi tutto dei doveri…. Obbedire, spiega nel Dialogo, significa esercitare i doveri, mentre paragona i diritti a dei doni e, parafrasando il Vangelo rammenta: cercate prima le cose di lassù e la giustizia di Dio, il resto è in più… La giustizia di Dio è il dovere!


Caterina paragona tale virtù ad una chiave da tenere sempre attaccata alla cintura con una funicella…


Dove si trova questa obbedienza? sembra chiedere Caterina.  Si trova nel Divin Verbo, le risponde la Provvidenza, che per compierla ed offrirtela corse all’obbrobriosa morte di Croce.


E chi ce la può togliere? chiede con sacro timore la Santa: la superbia, risponde la Provvidenza, l’amor proprio, e via via tutti i vizi. La disobbedienza infatti fa perdere l’innocenza giacché, per disobbedire, la creatura deve compiere una scelta, e dall’innocenza cade nell’immondizia, dall’immondizia cade nella miseria…


Come posso nutrirla? domanda Caterina: con l’umiltà!, risponde la Provvidenza. L’umiltà è la balia e nutrice dell’obbedienza e tale nutrimento conduce alla vera Carità. La veste che questa nutrice usa per coprirla è il “morire a se stessi” perchéIo – dice la Divina Provvidenza – possa regnare, è farsi da parte perché Io possa diventare desiderio di ogni creatura.


Il tutto trovi nell’Unigenito Mio Figliuolo, in Cristo Dolce, Gesù Amore, chi si avvilì più di Lui? Chi fu paziente più di Lui? Chi più Agnello di Lui?


Infine per santa Caterina l’obbedienza è “paciera che unisce i disordinati”. L’arma per esercitare l’obbedienza, nutrirla, mantenerla, fortificarla è l’orazione, la preghiera soprattutto, quella rivolta alla Vergine Maria.


NON DEVOZIONISMO: VERA AMORE PER MARIA


Una delle tante devozioni con i quali i fedeli cattolici hanno voluto, in tutti i tempi, essere vicini a Maria.


A Te ricorro, Maria, e a Te offro la petizione mia…” Santa Caterina aveva una predilezione particolare per l’Ufficio della Santa Vergine Maria, ogni giorno, e per il Sabato, giorno dedicato alla Vergine Maria, nel quale non perdeva mai la Messa.


Nella Lettera 258 consiglia amorevolmente – santa Caterina non obbliga mai nessuno e non impone (da qui il valore del suo essere fuoco e passione per le anime da convertire) – di dedicarsi a questo: “pregovi che, se voi non lo dite, diciate ogni dì l’officio della Vergine, acciò che Ella sia il vostro refrigerio, e avvocata dinanzi a Dio per voi“. Caterina non obbliga, ma giustamente fa osservare che “se tanto mi dai, tanto ti do…”. Se vuoi una Avvocata che ti difenda davanti a Dio nel giorno della tua morte, non puoi pretendere di averla se in vita l’hai rinnegata o peggio, oltraggiata con la cattiva condotta. Lo stesso Gesù è severo riguardo all’infedeltà: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi” (Lc.9,26) .


Nella Lettera 272 sottolinea che aveva vegliato tutta la notte perchè non vedeva l’ora che giungesse il mattino del sabato dedicato a Maria per andare alla Messa, in questo giorno si esercitava il digiuno e nella Lettera 258 raccomanda: “è sabato, è conveniente digiunare a riverenzia di Maria“…


Santa Caterina non era una “devozionista”. Anzi, la devozione a Maria è qualcosa che va ben oltre alla devozione popolare stessa: per lei è parte integrante del Comandamento dell’Amore e verso il prossimo, l’applicazione del Comandamento stesso. Maria, per Caterina, è il nostro prossimo da coltivare: se Gesù è quel Mendicante al quale è “conveniente” aprire la nostra porta del cuore – spiega santa Caterina – Maria è la Madre mai dissociata dalla sequela del Figlio. Entrambi sono il nostro primo prossimo da amare e sui quali riversare il comandamento dell’Amore per soddisfare pienamente tutti gli altri Comandamenti. Chi non coltiva l’Amore verso Maria, per pigrizia, per negligenza, per rifiuto, non potrà mai aprire la sua porta al Cristo Mendicante e, conclude la santa: le sue opere imputridiscono!


Fatima: Maria catechizza i pastorelli e, attraverso di loro, tutta l’umanità


Facendo un breve cenno all’appello della Madonna a Fatima che dovremmo conoscere, possiamo concludere queste brevi riflessioni con un invito alla recita del santo Rosario: a Fatima Maria ci ha parlato direttamente e ci ha chiesto, personalmente, di ricorrere a Lei attraverso il Rosario quotidiano.


Nella Lettera 333 e 329, scrive santa Caterina: “Col pianto ci leviamo dal sonno della negligenzia, riconoscendo le grazie e benefizii che vecchi e nuovi avete ricevuti da Dio e da quella dolce Madre Maria, per lo cui mezzo confesso che nuovamente avete ricevuto questa grazia(..)


Voglio che tutto virile ti spacci, e rispondi a Maria, che ti chiama con grandissimo amore(..)


Per li meriti di questa dolcissima Madre Maria, noi gusteremo e vedremo Cristo faccia a faccia, perocché tu sempre ti dimostri fedele nell’orazione e nelli Sacramenti, ed alla sua sequela non ti stanchi di obbedire a li Comandamenti… 


LE ALTRE PARTI SU CATERINA DA SIENA:


prima parte


seconda parte


terza parte


quarta parte






 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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1/18/2020 1:36 PM
 
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CATERINA  DA  SIENA


 


Santa, Vergine e Dottore della Chiesa patrona d’Italia memoria liturgica al 29 Aprile


 


Nacque il 25 marzo 1347 a Siena da Jacopo Benincasa, tintore di pelli e da Lapa. Fu la ventiquattresima e penultima figlia della feconda coppia. Caterina manifestò fin dai primi anni una spiccata tendenza alla vita religiosa. A sei anni ebbe una prima visione che ne segnò chiaramente il luminoso destino: mentre con il fratello Stefano percorreva Valle Piatta per tornare a casa, le apparve, librato sopra la basilica di San Domenico, Cristo, rivestito dei paludamenti pontificali che la guardava sorridendo dall’interno di una loggia risplendente, circondato da una folla di personaggi bianco vestiti, fra cui ella ebbe modo di riconoscere S. Paolo, S. Pietro e S. Giovanni. A dodici anni ebbe i primi contrasti con la famiglia, soprattutto con la madre, la quale, tutta intenta a progetti terreni, non comprendeva le alte mire della precoce figliola. Dopo vari diverbi, Caterina troncò ogni discussione tagliandosi i capelli per dimostrare con un atto, in quei tempi di indubbio significato, la sua irrevocabile scelta. Cominciò da quel giorno la vita sempre più austera della fanciulla che si chiuse volontaria­mente nella sua cameretta per dedicarsi tutta al colloquio con Gesù. I suoi familiari, però, con una durezza inspiegabile nel loro animo fondamentalmente buono, la strapparono dal suo rifugio, la obbligarono alla vita in comune, addossandole i più faticosi e più umili lavori e impedendole il raccoglimento, la preghiera e, soprattutto, le penitenze corporali. Ella non si ribellò, anzi obbedì docilmente sostituendo alla cella materia­le una cella spirituale che, con l’aiuto dello Spirito Santo, riuscì a fabbricare nell’intimo della propria mente. “Fatevi una cella nella mente dalla quale non possiate mai uscire”, consiglierà più tardi ai suoi discepoli. Raccolta in essa, la sua conversazione con lo Sposo Divino continuò: in questo periodo sorse in lei il desiderio di vestire l’abito di s. Domenico, apparsole in una visione che dovrà più tardi ispirare molti artisti. Cessarono finalmente le persecuzioni familiari per l’intervento decisivo di Jacopo, illuminato dall’apparizione di una colomba posatasi sulla testa della figlia in preghiera. Nel 1363 Caterina fece domanda di entrare nel Terz’Ordine dei Predicatori, fra le Mantellate, chiamate così per il lungo mantello nero che ne ricopriva l’abito bianco. Vinte le resistenze oppostele a causa dell’età, fu accolta tra le postulanti. Vestita dell’abito religioso, la giovane continuò con maggior fervore la sua ascensione verso la santità: le sue giornate erano divise fra la chiesa di san Domenico, la sua casa, l’ospedale della Scala e il lebbrosario di S. Lazzaro, dove si prodigava a curare amorevolmente gli infermi anche più ripugnanti, Immergendosi nella contemplazione del suo modello Gesù, riuscì con ferrea volontà a domare il corpo, cui concedeva poco sonno e poco cibo e che puniva con flagellazioni cruente, ripetute tre volte al giorno. Eccezionali favori celesti la premiavano e confortavano nella difficile ma rapida ascesa: le visioni e le estasi, unite alla vita di straordinaria penitenza, alla eroica carità verso i poveri, gli infermi e i condannati, da un lato suscitavano una grande popolarità intorno a lei, dall’altro, come era inevitabile, invidie e contrasti anche negli ambienti religiosi. Alcune volte gli stessi frati predicatori la trascinarono, resa insensibile dall’estasi fuori della chiesa e la lasciarono inanimata sul sagrato. Altre volte le consorelle, esacerbate dalla sua santità, la colpirono con calunnie atroci e persino i malati da lei curati talora l’accusarono ingenerosamente. Il 1374 fu l’anno in cui la peste infuriò anche in Siena e Caterina, al suo ritorno da Firenze, si dedicò completamente alla cura di coloro che ne erano stati colpiti. iniziarono in quello stesso anno i suoi rapporti con (successore di Urbano V) Gregorio XI, intento a promuovere la crociata verso i Turchi alleatisi coi Tartari. Caterina, in obbedienza al pontefice e ai suoi superiori, esercitò la sua influenza, già notevole, per spingere i cristiani al “santo passaggio”. Gli eventi politici italiani, nel frattempo, precipitavano: Firenze, messasi a capo di tutti i nemici della Santa Sede, aveva formato una lega alla quale ben presto aderì un numero sempre maggiore di città. Allora Gregorio XI lanciò contro la città e i suoi alleati la scomunica e l’interdetto. Firenze, allarmata per le conseguenze si affidò a Caterina sapendo quanto fosse gradita al pontefice e la mandò quale sua ambasciatrice ad Avignone per trattare la pace. Giunta ad Avignone con un gruppo di discepoli, fu ospitata insieme con essi a spese del pontefice, che la ricevette benignamente, accogliendo le sue richieste. Ma il mutato governo fiorentino doveva ben presto disconoscere l’opera mediatrice della santa, riprendendo le ostilità contro la curia avignonese. Le buone disposizioni del pontefice permisero a Caterina di occuparsi della missione che più le stava a cuore e che l’aveva decisa ad accettare il. viaggio ad Avignone: il ritorno del vicario di Cristo alla sua sede naturale. Gregorio Xl, fino a quel momento indeciso, per le opposizioni della curia e della sua stessa famiglia, ad effettuare un ritorno che pur vedeva opportuno, riconobbe nelle parole della santa, che gli svelò un voto da lui fatto nel giorno della sua elezione e a tutti segreto, la manifestazione della divina volontà. Il 16 settembre 1376, superando ogni ostacolo, il pontefice partiva con la sua corte alla volta dell’Italia. Il giorno dopo, anche Caterina con i suoi discepoli lasciava Avignone dirigendosi a Genova: a Varazze liberò la città dalla peste lasciandovi un ricordo indelebile. Giunta a Genova e ospitata nella casa di Orietta Scotti, incontrò il pontefice che, pressato dai suoi, stava per ritornare sulle sue decisioni e lo esortò a proseguire per Roma. Ella, invece, si diresse a Siena e non assistette alle entusiastiche dimostrazioni di affetto tributate dai romani al papa che era finalmente ritornato. Ritornata a Firenze per incarico del papa che desiderava la pace con quella città, rischiò di essere uccisa da alcuni facinorosi durante il tumulto degli “ammoniti”; ma la sua ardente brama di martirio non fu soddisfatta, perché quegli uomini violenti rimasero soggiogati dal suo aspetto e se ne andarono senza nulla osare. Era stato indetto frattanto un congresso a Sarzana per definire la pace; ma nel marzo 1378 Gregorio XI moriva, li nuovo eletto, Bartolomeo del Prignano, arcivescovo di Bari (Urbano VI), primo papa italiano dopo sette francesi, continuando la politica del predecessore, riprendeva le trattative con Firenze. Il 18 luglio Caterina aveva la gioia di assistere, nella città del Fiore, a quella pace per la quale aveva tanto lavorato. Tornata nella sua Siena, si dedicò completamente ai colloqui con Dio: immersa nell’estasi, dettò ai suoi segretari il Dialogo della Divina Provvidenza, al quale affidava il suo messaggio di amore per le creature. Sfinita dal lavoro e dalla passione divorante per la Chiesa, Caterina, tormentata da acuti dolori fisici, si spegneva (29 aprile 1380) nella sua casetta di via del Papa (oggi Via S. Chiara), attorniata dai prediletti discepoli ai quali non si stancava di raccomandare lo scambievole amore, testimoniando, davanti ad essi, di dare la vita per la Chiesa: “Tenete per fermo, o dolcissimi figlioli, che partendomi dal corpo io in verità ho consumata e data la vita nella Chiesa e per la Chiesa santa, la qual cosa mi è singolarissima grazia. “lo sono Colui che è: tu sei quella che non è” Quando si ricorda santa Caterina da Siena è in primo luogo la dichiarazione di Gesù che viene alla mente. C’è tanto da cogliere nella vita di Santa Caterina da Siena nonostante il trascorrere dei secoli che si rimane un po’ storditi. Vita consacrata nel mondo figlia della Chiesa al più alto grado madre spirituale di un gran numero di persone che la chiamavano “la dolce mamma”, Caterina ha di che soddisfare tutte le nostre ambizioni di una vita d’intimità con Dio ed anche di testimonianza e d’apostolato... essendo ovviamente questo nient’altro che effusione della prima.


 


SCHEGGE DAI PENSIERI DI SANTA CATERINA


 


AMARE


L'uomo è stato fatto per amare ed è per questo che è così portato ad amare.


 


AMORE


Niente attrae il cuore di un uomo quanto l'amore! Come potrebbe essere altrimenti? Per amore Dio lo ha creato, per amore suo padre e sua madre gli hanno dato la propria sostanza, egli stesso è fatto per amare.    


 


AMICIZIA


L'amicizia che ha la sua fonte in Dio non si estingue mai.


 


ANIMA


Poiché l'anima non può vivere senza amore, conviengli amare o Dio o il mondo.


E l'anima sempre si unisce in quella cosa che ama e vi si trasforma, chè sempre piglia di quello che è nella casa che ama.


 


CRISTO


Cristo è il ponte. L'unico ponte che va dalla terra al cielo. fuori di lui è l'abisso.


 


CUORE


Niente attrae il cuore dell'uomo quanto l'amore.        


 


PROSSIMO


Il prossimo ci è stato dato per mostrare l'amore che nutriamo per Iddio.


 


MOMENTO PRESENTE


L'ora di fare il bene è subito.        


 


PERSEVERANZA


Alla virtù della perseveranza sono date la gloria e la corona della vittoria.       


 


ANIMA


L'anima non può vivere senza amore, ha sempre bisogno di un oggetto d'amore, poiché è per amore che Dio l'ha creata.   


 


AMORE DI DIO


Non amate Dio per voi stessi, per il vostro tornaconto, ma amate Dio per Dio, perché Egli è la suprema bontà degna di essere amata.


 


COLLABORAZIONE


Dice Dio: vi ho creati senza di voi, ma senza di voi non vi salverò.


 


AMORE DI DIO


Ovunque mi volga trovo solo l'abisso di fuoco del tuo amore.


 


INCARNAZIONE


Dio eterno, folle d'amore, hai dunque bisogno della tua creatura, tu che agisci come se non potessi vivere senza di lei? Come avresti potuto avvicinarti di più a lei, se non rivestendoti della sua umanità ?


 


 


DALLE «LETTERE» 


«Che voi non siete fatti d’altro che d’amore».


 


«Dunque carissima suora, aprite l’occhio dell’intelletto ed amate il vostro Creatore e ciò che Lui ama, cioè la virtù, possedendo le cose del mondo e marito e figlioli e ricchezze ed ogni altro diletto, come cosa prestata e non come cosa vostra. Pero, come già detto, vengono meno, e non le potete tenere né possedere a vostro modo, se non quanto piace alla divina Bontà di prestarvele. Facendo così, non vi farete Dio de' figlioli né di alcuna altra cosa».


 


«A Dio date amore; al prossimo fadiga».


 


«Noi non fummo fatti per nutricarci di terra».


 


«La verità tace quando è tempo di tacere e, tacendo, grida col grido della pazienza».


 


“Ogni gran peso diventa leggero, sotto questo santissimo giogo della volontà di Dio”


 


 


ANEDDOTI SULLA VITA DI SANTA CATERINA


 


 


IL MANTELLO D'ORO


Una volta, santa Caterina da Siena, da una finestrelle vide un mendicante steso all'angolo della via. Mentre recitava le preghiere, l'immagine di quel poveretto esposto al freddo, non la lasciò un istante. Infine, non potendo più resistere, corse in cucina a prendere del pane per deporlo presso il dormiente. Lo trovò invece sveglio e parecchi infreddolito: "Non avresti qualcosa per coprirmi?", chiese. Per tutta risposta Caterina si tolse il mantello nero della penitenza e glielo diede, rammaricandosi di non poter dargli anche le vesti, per via della gente. Alla notte seguente Gesù le comparve in visione dicendole, compiaciuto: "Figlia mia, oggi hai coperto la mia nudità: Per questo io, ora, ti rivesto del mantello d'oro della carità". D'allora in poi Caterina non soffrì mai più il freddo e anche nel più crudo inverno "poteva andare in giro vestita di leggero". Il calore della Grazia la riparava sempre.


 


 


IL POSTO DI DIO


In un periodo in cui era afflitta da una marea di tentazioni della carne, santa Caterina da Siena ricevette la visita del suo Sposo celeste: “Signore mio — gli gridò —, dove eri quando il mio cuore era tribolato da tante tentazioni?”. E il Signore: “Stavo nel tuo cuore”. E lei: “Sia salva sempre la tua verità, o Signore, e ogni riverenza verso la tua Maestà; ma come posso credere che tu abitavi nel mio cuore, mentre era ripieno di immondi e brutti pensieri?”. E il Signore: “Quei pensieri e quelle tentazioni causavano al tuo cuore gioia o dolore? Piacere o dispiacere?”. E lei: “Dolore grande e grande dispiacere!”. E il Signore: “Chi era che ti faceva provare dispiace­re se non io, che stavo nascosto nel centro del tuo cuore?”.


 


PICCOLA EREMITA


Ancora bambina, dopo aver ascoltato, nelle prediche di fra Tommaso delle Fonti, le austerità degli eremiti ed il loro ideale di vita ascetica nel deserto, Caterina di Siena intraprese una rigorosa ascesi di stile eremitico: cercava luoghi nascosti, si disciplinava con una funicella, pregava ininterrottamente, scopriva il valore del silenzio e riduceva progressivamente l’alimentazione. Scrive il Del Corno a proposito del richiamo della Tebaide nel Trecento, che la piccola Benincasa “provvista di un pane, esce per la porta di Sant’Ansano, alla ricerca del deserto, che le pare di trovare in una spelonca, sotto una rupe, poco lontano dalle ultime case (di Siena). Ella si raccoglie in un’intensa preghiera e si leva nell’aria fino a toccare la volta della spelonca; ma all’ora nona, in cui il Figlio di Dio posto in croce consumò il sacrificio di salvezza, cessano i fenomeni di levitazione: Caterina si dà conto d’essere vittima di una tentazione e che il suo deserto è la casa paterna. Trasportata da una forza prodigiosa, quasi novella Maria Egiziaca, rientra in città prima che i suoi genitori si accorgano della sua assenza".


 


FARSI MONACO PUR DI PREDICARE IL VANGELO?


Poco prima d’entrare fra le Mantellate, cioè le Domenicane dell’Ordine della Penitenza, Caterina di Siena fu oggetto di molte insistenze da parte di sua madre Lapa perché, dopo la morte del padre, si decidesse per il matrimonio: la giovanetta «meditò a lungo di imitare Eufrosina, scrive Raimondo da Capua, la quale, fuggendo lontano da dove era conosciuta, si finse maschio e visse murata in un cenobio di religiosi: così pensò di fare la fanciulla per entrare nell’ordine dei Predicatori dove potesse sollevare le anime di coloro che perissero»


 


LA CELLETTA INTERIORE


Lo stesso beato Raimondo di Capua, scrisse che Caterina, privata di un luogo dove potesse isolarsi, «si costruì un eremo mentale, una cella tutta interiore, dalla quale stabilì di non uscire, benché fosse impegnata in qualsiasi negozio esterno” (cf Vita di S. C. I, p. 49). Effettivamente la Santa di Fontebranda si era costruita una celletta nel cuore, come confidava in varie lettere, erigendola sulle fondamenta dell’umiltà, con le pareti di speranza, imbiancata di purezza, con lo zoccolo della fede, col soffitto di prudenza, con la finestra dell’obbedienza, la porta della carità, la chiave della povertà, l’ornamento di un crocifisso e come unico mobile un inginocchiatoio. Così poté viaggiare per il mondo, assistere gli infermi, aiutare continuamente i vivi ed i morti.


 


 


CATERINA, DONNA FORTE E DELICATA


Siena, seconda metà del XIV secolo.


All’Ospedale S. Lazzaro non si aveva memoria di un malato più impaziente e ingrato della Tecca. Ha la lebbra! E’ intrattabile, smaniosa, per un nulla si adira con i medici e gli infermieri. Vagherà per la campagna, secondo l’uso dei tempi, suonando un campanello, per annunciare il suo passaggio. La voce giunge fino a Caterina, una giovane religiosa, appartenente alle Mantellate di S. Domenico, della quale tutti hanno grande venerazione. Caterina si reca a S. Lazzaro e chiede di accudire lei alla povera Tecca.


Conosco la tua generosità; le risponde il cappellano dell’ospedale, ma temo che questa volta non ce la farai. Caterina non si scoraggia. Va dalla Tecca. Buon giorno, Tecca, il Signore ti aiuti! E a te venga una lebbra peggiore della mia! Le urla la terribile malata, graffiandola a sangue. Ma Caterina non si arrende e comincia a occuparsi di quella povera lebbrosa, con lo stesso delicato amore con cui Maria unse e profumò i piedi di Gesù. In cambio non ne ha che sgarbi e male parole. Un giorno Caterina arriva in ospedale in ritardo: ha le mani fasciate, la lebbra ha colpito anche lei. Quando la Tecca la vede e se ne rende conto, scoppia in singhiozzi. Non piangere per me, la consola Caterina; quando il Signore permette che il male ci colpisca, lo fa per prepararci un posto più bello in cielo. Qualche giorno più tardi, dopo essersi riappacificata con Dio e con gli uomini, la povera Tecca, va in cielo. Caterina, con l’amore forte e delicato di Patrona d’Italia, ne lava per l’ultima volta le piaghe e l’accompagna nel suo ultimo viaggio. Al ritorno si guarda le mani: non un segno, non un’ulcera: sono miracolosamente guarite, forse per le preghiere della sua amica Tecca in cielo.


 


 


CATERINA E NICCOLÒ SUL PATIBOLO


Da una lettera di S. Caterina da Siena al suo Padre Spirituale, Fra Raimondo da Capua: «…Andai dunque a far visita al giovane condannato a morte, Niccolò Toldo. Ne fu confortato a tal punto che dalla disperazione passò alla Confessione e si dispose molto bene alla morte. Mi fece promettere che sarei salita con lui sul patibolo. Così feci. La mattina, innanzi alla campana, andai da lui. Ne fu tanto Contento. Lo accornpagnai a Messa e ricevette la S. Comunione, che non aveva più ricevuta da quando era in carcere. Era sereno; solo gli era rimasto il timore di non essere forte durante l’esecuzione. Andava dicendomi: Stammi vicina; non abbandonarmi. Solo con te morirò contento. Così dicendo, appoggiò il suo capo sulle mie spalle. Io lo consolavo: Coraggio, mio dolce fratello: ben presto giungeremo alle nozze. Tu v’andrai purificato dal sangue dolce di Gesù: il cui nome non deve uscirti dalla memoria. Coraggio! T’aspetto la! Queste parole lo fecero oltremodo contento. Giunse sul patibolo, come un agnello mansueto. Quando mi vide, sorrise e volle che gli facessi il segno della Croce. Ricevuta la benedizione, gli dissi: Giù la testa! Alle nozze, fratello mio dolce! Tra poco avrai la vita eterna! Lui si pose giù con grande mansuetudine. Io gli distesi il collo, mi chinai su di lui e gli ricordai il sangue del­l’Agnello. La sua bocca non chiamava che Gesù e Caterina. Mi trovai la sua testa, troncata, tra le mani e il mio vestito rosso e profumato dal suo sangue. Ohimé, misera! Rimasi sulla terra, invidiando grande­ mente la sua sorte! (Lettera 273)


 


MANTELLO E CARITÀ


Per strada S. Caterina incontra un povero. Non avendo nulla da dargli, gli dà il suo mantello nero di domenicana. Le consorelle terziarie la rimproverano. AI che la  Santa: Meglio senza il mantello che senza la carità. Una strada difficile. Quando ci si innalza tanto al di sopra della gente comune, si suscita sempre o grande ammirazione, o altrettanto grande invidia e rabbia. Caterina è circondata da uno stuolo di discepoli fedelissimi, gode di fama di santità presso il popolo, ma ha anche acerrimi nemici. Suoi nemici sono i vecchi compagni di quei peccatori che è riuscita a recuperare alla Grazia, suoi nemici sono anche alcuni religiosi la cui limitatezza non permette di capire la statura mistica di lei. Le voci, i pettegolezzi, le calunnie aumentano col passar del tempo. È vero, Caterina, che ieri sei stata cacciata dalla chiesa di S. Domenico? Caterina non si turba. È vero. E perché mai? Ero immersa nella preghiera e non mi sono accorta che il tempo passava. Non mi sono accorta neanche che mi chiamavano, mi scuotevano. Ed i sacrestani dovevano chiudere la chiesa, era buio ormai. E allora... Se i sacrestani avessero saputo cosa significava per Caterina potersi abbandonare alla preghiera, se solo avessero saputo quali estasi, quali visioni essa godeva davanti al tabernacolo, certamente non sarebbero stati così duri, così inflessibili. Ed è vero che, da qualche tempo a questa parte, ti cibi soltanto di un po’ d’erba cruda e di acqua di fonte? Vero anche quello. Ma come puoi resistere? Oh, benissimo, per grazia divina. Il fatto è che io da piccola ero golosissima di frutta e, per permettermi di purificarmi da questo difetto, il Signore mi ha dato il privilegio di sostentarmi di poco. È vero anche che ti comunichi tutti i giorni? Certo. L’ostia consacrata è il nutrimento della mia anima, e nessuna anima può vivere senza nutrimento. Non ti sembra un atto di presunzione questo di comunicarti tanto spesso? (Nei suoi tempi era una cosa molto inconsueta). I cristiani primitivi si comunicavano tutti i giorni.  S. Agostino dice: «io non lodo né biasimo chi si comunica tutti i giorni». E se non mi biasima S. Agostino, perché volete biasimarmi voi, padre reverendissimo? Caterina risponde con calma assoluta e con sicurezza al lungo interrogatorio del Superiore dei Terziari, un religioso che ha voluto porre qualche domanda alla fanciulla di Fontebranda per veder di chiarire un poco la ridda di dubbi e di interrogativi che si moltiplicarono intorno alla sua persona. Credeva di trovarsi davanti ad un’esaltata, una fanatica, e deve constatare che la giovane donna che gli sta davanti, umile e rispettosa ma decisa e sicura di sé, è animata da una fede profondissima e chiara, e che ha una straordinaria conoscenza di tutti gli argomenti di fede.  Un’ultima cosa, Caterina. Sai cosa dice la gente? Che tu digiuni in pubblico e ti nutri di nascosto, per alimentare la fama di santità intorno alla tua persona. C’è una frase del Vangelo, padre reverendissimo, che io ricordo sempre: «non giudicate e non sarete giudicati». Il religioso la congeda, convinto ed edificato: Caterina ha vinto una dura battaglia.


                                                  (ROSSANA GUARNIERI Caterina da Siena, Edizioni Messaggero – Padova).


 


 


VADO A RIPOSARMI IN UN OCEANO DI PACE


È il 29 aprile del 1380, domenica. Caterina è in preda a sofferenze indicibili, che sopporta con eroica pazienza: Figlioli carissimi, non dovete rattristarvi se io muoio, ma piuttosto dovete gioire con me e con me rallegrarvi, perché lascio un luogo di pene per andare a riposarmi in un oceano di pace, in Dio eterno. Vi do la mia parola: dopo la mia morte, vi sarò più utile... Dopo la confessione generale e grandi segni di contrizione perfetta, gli astanti si accorgono che la sua anima sostiene una dura lotta coi potere delle tenebre: La vanagloria, no sussurra, ma la vera gloria e la lode di Dio sì! L’agonia è lunga e la vittoria completa. Ottenuta l’assoluzione generale, vedendosi ormai prossima alla morte, dopo varie raccomandazioni ai suoi, disse: signore, raccomando nelle tue mani lo spirito mio! E, finalmente sciolta e libera, la sua anima può congiungersi indivisibillmente con lo Sposo che aveva amato per tutta la vita. Aveva solo 33 anni!


 


 


PREGHIAMO CON LA LITURGIA DELLA FESTA


O Dio che in Santa Caterina da Siena, ardente del tuo spirito di amore, hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso e il servizio della Chiesa, per sua intercessione concedi a noi tuoi fedeli, partecipi del mistero di Cristo, di esultare nella rivelazione della sua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo….


 


PAROLA DI DIO PROPOSTA NELLA FESTA DELLA SANTA


 


1^ Lettura 1 Gv 1,5 - 2,2


Dalla prima lettera di Giovanni


Carissimi, questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Parola di Dio


 


Salmo 44 “In te, Signore, ho posto la mia gioia”


 


Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;


al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore: prostrati a lui. R


 


La figlia del re è tutta splendore, gemme e tessuto d'oro è il suo vestito;


è presentata al re in preziosi ricami. R


 


Con lei le vergini compagne a te sono condotte; guidate in gioia ed esultanza


entrano insieme nel palazzo del re. R


 


Vangelo Mt 25, 1-13


Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora”. Parola del Signore


         
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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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