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SACRA LITURGIA: Basta con la creatività distruttiva! LA LITURGIA FERITA

Last Update: 4/16/2011 11:09 AM
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12/26/2008 7:33 PM
 
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giovedì 18 dicembre 2008

Riti sacri e stramberie a tutti i costi?

Parole schiette come un vangelo, pensieri sagaci che sanno di gran cattolico innamorato. Ecco come un Vescovo intelligente e coraggioso non le mandava certo a dire.


Il Gran Teatro dei Burattini


di Alessandro Maggiolini (Vescovo emerito di Como di recente e venerabile Memoria)

Di questi tempi non è difficile rinvenire qualche balzaneria anche nelle celebrazioni liturgiche più sontuose ( e si escluda la Basilica San Pietro ). Se in secoli e decenni passati la Liturgia cattolica sembrava statica e quasi ferrea - magari con una mano lieve di oro o di argento -, oggi sembra talvolta che i riti ecclesiastici raggiungano qualcosa che assomigli a delle scene da teatro. Non è che sia molto arduo metter su delle scemenze che magari affianchino a brani drammatici, brani comici. E va a spasso la sacralità e la santità del rito. E rimane un pout-puri che raramente riesce a strappare qualche meraviglia a gente distratta.

Chi conserva messali e rituali dei decenni e dei secoli andati sa benissimo che, alternate alle frasi da recitare, si infilano delle specie di didascalie piccole piccole, che solitamente vengono chiamate "rubriche". Le quali precisano e comandano quando bisogna stare in piedi, inginocchiarsi, mettersi seduti, cantare in un tono preciso su diagramma antico di secoli; quando si deve agitare con grazia il turibolo; quando occorre inchinarsi all'Eucarestia ecc. E il popolo si lascia docilmente guidare.

Oggi sembra di assistere a un "sciogliete le righe". Innanzitutto non si riesce più a capire se chi serve all'altare è un ragazzo o un giovanotto. Poi c'è il fatto che le bambinette sono alla ricerca dei vestitini più strampalati; poi c'è il fatto che gli stessi preti non raramente inventano testi e gesti pur di apparire "nuovi", e magari ripetono in modo un po' rozzo dei riti che risalgono a secoli addietro, e allora avevano un significato che incantava le persone e le coinvolgeva in una lode che talvolta suscitava l'entusiasmo o il pianto.

Veniamo al dunque. Domenica scorsa cadeva la Festa dell'Epifania. Anche nei templi più grandiosi o agghindati è lasciata una grande libertà tra il comporre un Presepio o affiggere dei poster. Più spesso ancora non si giunge nemmeno a scomodare dai solai le vecchie statuine con i Magi, i cammelli ecc.

Il progresso ( chissà cosa è ) avanza in questi ultimi anni, e non inventato da artisti popolari o da presepiai. No. No. Si vanno a prendere persone vere e proprie da mettere sul parterre con, accennate in fondo, disordinate catene di montagne.

Un esempio. La Messa dei popoli dell'Epifania di domenica scorsa ( a quanto pare voluta dal Cardinale Tettamanzi ) ha messo in scena statue a grandezza pressappoco naturale, così da rendere sempre più realistica la scena del Presepio: danzatrici, processioni di pastori, file di cantori specialmente srilankesi, senza mettere troppe censure alla fantasia: una fantasia scialba, per altro. Attenzione, poiché, se non si arresta in tempo, il presepe rischia di diventare una burattinata: magari fiocamente interessante, ma deludente.

Poveri artisti del quarto, quinto e sesto secolo. E la preghiera sembra prassi dimenticata, poiché il Verbo incarnato (di gesso, sia pure ) non attrae più l'attenzione devota che porta ad adorare.

Siamo ancora capaci di pregare? E poi, non sono i riti strampalati, le novità a tutti i costi, le sceneggiate più balzane ad attirare mente e cuore al Signore.


Fonte alessandromaggiolini.it - Photo Andrea Balducci 2006, (CC) some rights reserved.
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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1/7/2009 10:13 AM
 
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CHE COSA IL CONCILIO AVEVA STABILITO
IN MATERIA LITURGICA


un grazie al sito:
http://www.messainlatino.it/pag1_sito.htm


 
 La costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, intitolata Sacrosanctum Concilium (per il testo integrale, nella versione in italiano dal sito del Vaticano, clicca qui), stabilisce (SC 4) che i riti esistenti vanno conservati e in ogni modo favoriti e che “dove sia necessario, essi siano riveduti con cautela nell’integrità e nello spirito della sana tradizione”. Il Concilio, quindi, raccomanda cautela, prudenza, rispetto della tradizione per ogni innovazione che si rendesse necessaria. Si dice al (SC 14) che i fedeli devono essere condotti ad una piena, conscia ed attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche. Ora, questa actuosa participatio (attiva partecipazione) è ricorrente anche nel Magistero anteriore: S. Pio X, nel motu proprio Tra le sollecitudini sulla musica sacra, si serve del concetto per raccomandare che i fedeli cantino in gregoriano.

Lo stesso concetto fu ribadito da Pio XI nella lettera apostolica Divini Cultus; Pio XII, nella Mediator Dei, utilizza ancora l’espressione di partecipazione attiva nel senso di canto comunitario del gregoriano (in tal senso è chiarissima l’Istruzione 3.9.1958 della Congregazione dei Riti: “Nella Messa solenne l’attiva partecipazione dei fedeli può essere di tre gradi: [..] quando tutti i fedeli danno cantando le risposte liturgiche [..] quando tutti i fedeli cantano anche le parti dell’ordinario della Messa [..] quando tutti i presenti siano talmente preparati da poter cantare anche le parti del proprio della Messa”).
 

Che cosa intendevano quindi i Padri conciliari raccomandando l’actuosa participatio? Si limitavano a richiedere, come già i Papi Pio X, XI e XII, una corale partecipazione dei fedeli al canto gregoriano in latino? Il documento citato prosegue col dire che al fine di conseguire quella piena, conscia e attiva partecipazione, i pastori d’anime devono tendere con zelo a tale effetto per mezzo della necessaria educazione del popolo dei fedeli. Una raccomandazione che sarebbe superflua, se si fosse pensato ad una riforma della liturgia come poi avvenne di fatto, in cui il linguaggio è quello quotidiano e la musica ancor più ordinaria. Tanto meno la partecipazione attiva deve necessariamente consistere in una... attività.

Come ha chiarito molto bene, tra gli altri, Giovanni Paolo II, “la partecipazione attiva non preclude la attiva passività [bellissimo ossimoro, n.d.r.] del silenzio, della compostezza e dell’ascolto: anzi, la richiede perfino. I fedeli non sono passivi, ad esempio, quando ascoltano le letture o l’omelia, o seguono le preghiere del celebrante e i canti e la musica della liturgia. Queste sono esperienze di silenzio e di immobilità, ma sono nel loro modo profondamente attive” (Giovanni Paolo II, Discorso ai vescovi della conf. episcopale Stati Un. America 9.10.1998,
riportata qui, trad. e sottolin. nostra).
 

I Padri conciliari non richiesero quindi una riforma liturgica che portasse ad una facile e immediata comprensione dei gesti e dei testi della S. Messa da parte dei fedeli; al contrario chiesero che il rito, per natura avvolto di sacralità e di mistero, fosse reso accessibile e partecipato tramite l’educazione religiosa dei fedeli. Poiché è forma di consapevole e attiva partecipazione anche la semplice reverente assistenza al rito.
 

In questo senso, troviamo la chiave di interpretazione dell’intera Sacra Costituzione al n. 23: “non vi deve essere alcuna innovazione a meno che non lo richieda il vero e accertato bene della Chiesa”. Non solo: il medesimo articolo continua dicendo che “occorre aver cura che ogni nuova forma [liturgica] adottata cresca in qualche modo organicamente dalle forme già esistenti”.

Ecco quindi sancito (vanamente, purtroppo) un duplice vincolo ad ogni innovazione: essa dev’essere veramente utile e opportuna, perché la regola è la conservazione dell’esistente, e in ogni caso quell’innovazione di cui sia accertata la sicura utilità dev’essere tale che si inserisca in un’evoluzione organica (quindi senza cesure, invenzioni, ritorni a forme arcaicizzanti) della liturgia come la vivevano i Padri conciliari (siamo nel 1963!).
 

Il Concilio Vaticano II non si è limitato a enunciare questi condivisibilissimi orientamenti generali di cauta riforma nel solco di un’evoluzione organica, ma ha anche normativamente stabilito quali fossero tali opportune riforme, elencandole in nove punti. Eccoli (SC 50 ss.):
 1.  Semplificare i riti, “conservando fedelmente la sostanza”, togliendo le duplicazioni e aggiunte superflue accumulate nel corso dei secoli e ripristinando elementi perduti.2.  Aprire maggiormente il tesoro della Bibbia ai fedeli3.  Considerare l’omelia come parte della liturgia specie domenicale4.  Reintrodurre la preghiera dei fedeli. 5.  Nelle messe celebrate col popolo, una parte della liturgia può essere svolta nella lingua vernacolare.

Quale parte? Precisa la Sacrosanctum Concilium: le letture e la preghiera dei fedeli; ma anche, se lo richiedessero le condizioni locali, quelle parti che pertengono al popolo. “Tuttavia” precisa subito il documento “occorre fare in modo che i fedeli siano in grado di rispondere o cantare le parti dell’ordinario della Messa che pertengono a loro”, ovviamente in latino. Poiché almeno tutto l’ordinario, nelle intenzioni dei Padri, doveva restare in latino, salvo casi affatto speciali (ad es. in terra di missione)!

Anche al n. 36 leggiamo: “L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme esposte nei capitoli seguenti per i singoli casi”.

Maggiore spazio alla lingua volgare è concesso (ma non concerne la Messa) per sacramenti e sacramentali; mentre per l’ufficio divino è disposto (SC101) “Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell'ufficio divino la lingua latina. L'ordinario tuttavia potrà concedere l'uso della versione in lingua nazionale [..] in casi singoli, a quei chierici per i quali l'uso della lingua latina costituisce un grave impedimento alla recita dell'ufficio nel modo dovuto”.

Come si vede, per i Padri conciliari il latino è sempre e deve restare la regola, la lingua nazionale l’eccezione.
6.  Se possibile, per la comunione ai fedeli siano adoperate ostie consacrate nella messa cui hanno partecipato. E’ anche introdotta la possibilità di comunione sotto le due specie, ma per casi ben delimitati, come al neo presbitero nella messa di ordinazione, al neo professo nella messa in cui prende i voti, al catecumeno nella messa che segue il suo battesimo.7. 

Si precisa che la Messa si compone di una Liturgia della Parola e di una Liturgia eucaristica e che anche la prima è importante e va seguita (visto l’andazzo di molti che all’epoca entravano in chiesa solo dall’offertorio).
8.  Si permette la concelebrazione in casi particolari e precisamente indicati ed elencati, dichiarando comunque lecito il rifiuto di concelebrare. 9.  Si stabilisce che dev’essere fissato un nuovo rito per la concelebrazione. Queste, e soltanto queste, le riforme volute dal Concilio. Al n. 112, dedicato alla musica liturgica, i Padri dichiarano: “La tradizione musicale della Chiesa universale è un tesoro di inestimabile valore, più grande persino di quello di ogni altra arte” (più, quindi, delle grandiose architetture delle cattedrali, dei crocifissi dipinti di Giotto e Cimabue, della Pietà o del Mosè di Michelangelo...).

E questo perché “come sacro canto unito alle parole, essa forma una parte necessaria o integrale della solenne liturgia”, che è tanto più sacra quanto più è connessa con l’azione liturgica. E ora viene il punto clou, che tanti sedicenti “conciliari” (purtroppo anche mitrati), si fanno un punto d’onore d’ignorare: “il tesoro della musica sacra dev’essere preservato e incrementato con grande cura” (SC 114) e soprattutto: “La Chiesa riconosce che il canto gregoriano è particolarmente adatto alla liturgia romana. Pertanto, a parità di condizione, ad esso deve riconoscersi il primo posto nei servizi liturgici” (SC 116).

E il secondo posto, attenzione, non è per le canzonette: bensì, prosegue il testo conciliare, per la polifonia! L’art. 117 raccomanda anche di pubblicare edizioni tipiche di canto gregoriano ed anche una versione semplificata per le chiese più piccole.
 Per essere veramente “conciliari”, quindi, occorre cantare la Messa in gregoriano e in latino! 

Perché tanta importanza per il canto gregoriano? Non solo perché è magnifico; ma anche perché le sue dirette origini sono nel canto del Tempio e delle Sinagoghe ai tempi di Gesù: si chiama gregoriano perché Papa Gregorio Magno (VI sec. d.C.) lo codificò e raccolse, non perché lo inventò; le sue origini risalgono invece ai secoli prima di Cristo e cantavano in gregoriano, ante litteram, San Giuseppe, San Gioachimo e gli Apostoli nella sinagoga quando, appunto, salmodiavano, ossia cantavano i salmi di Re Davide.
 Anche per l’organo i Padri conciliari hanno parole quasi commosse di apprezzamento (SC 120): “Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti 

In definitiva, le due più significative raccomandazioni del Concilio, sono state: L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini (SC36) e “La Chiesa riconosce che il canto gregoriano è particolarmente adatto alla liturgia romana. Pertanto, a parità di condizione, ad esso deve riconoscersi il primo posto nei servizi liturgici” (SC116).

Tutti sappiamo quel che è stato di tali intenzioni del Concilio.
 Ma altrettanto importanti sono anche le cose che il Concilio NON ha detto.

Ne facciamo un rapido (e non esaustivo) elenco:
 

1) 
Non ha detto che la celebrazione debba o possa effettuarsi rivolti al popolo anziché rivolti verso il Signore, come è sempre stato dai tempi apostolici, e non dal medioevo come spesso si ripete (cfr. Lang, Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica, Cantagalli, 2006, passim, citato favorevolmente da S.S. Benedetto XVI nella prefazione al vol. XI della sua Opera omnia, Herder, 2009). E aggiungiamo: non solo non si dice nulla dell’orientamento del celebrante nella Sacrosanctum Concilium; non se ne parla nemmeno nei documenti preparatori: ‘girare gli altari’ è proprio questione aliena del tutto dal pensiero dei Padri conciliari.

2) 
Non ha detto che il Tabernacolo dovesse o potesse spostarsi dalla sua posizione centrale nel presbiterio; e men che meno che al suo posto dovesse intronizzarsi il celebrante ponendovi il suo seggio.

3) 
Non ha detto che la comunione possa riceversi in piedi, e ancor meno sulle mani anziché, come è sempre stato almeno dal VI secolo in poi, in ginocchio e sulla lingua

4) 
Non ha detto che si debbano, o anche solo che si possano rimuovere le balaustre del presbiterio, o che si debba o possa spostare l’altare in mezzo ai fedeli.

5) 
Non ha detto che si debbano o possano comporre nuovi canoni di consacrazione eucaristica o anche solo modificare il canone romano (attuale canone I). Di fatto, invece, dopo il Concilio fu modificato in parte il canone romano  (e nella traduzione in italiano e in altre lingue, in modo molto evidente, traducendo infedelmente “pro multis”, riferito al sangue versato da Gesù, con “per tutti”); furono aggiunte altre preci eucaristiche: la II, la più breve e quindi la più usata, detta di S. Ippolito ma in realtà solo molto liberamente ispirata all’anafora di quest’ultimo, risalente al terzo secolo; la III, interamente di nuova fabbricazione; il canone IV, basato su un’anafora copta; nonché vari canoni locali, o per fanciulli, e così via.

6) 
Non ha detto che si dovessero limitare o eliminare devozioni tradizionali come processioni, adorazioni eucaristiche, rosario (in Italia, per fortuna, non abbiamo avuto su questo punto la furia iconoclasta di altri paesi, in particolare Francia, Olanda e Germania).

7) 
Non ha detto che vanno rimossi dalle chiese gli inginocchiatoi.
 Anzi a ben vedere tutte queste cose sono state condannate genericamente e in via preventiva dal Concilio stesso, quando ha disposto che ogni riforma sia non solo cauta e risponda ad esigenze vere e accertate, ma soprattutto rappresenti uno sviluppo organico dall’esistente (SC 23). Cosa che, all’evidenza, non può dirsi di tali innovazioni. 

E ancora, ha condannato in partenza (ma con ben poca efficacia) ogni creatività di celebranti e liturgisti, riservando alla gerarchia della Chiesa la regolazione della liturgia: “assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22 §. 3).
 

Si comprendono allora queste parole accorate dell’allora card. Ratzinger in una conferenza del 24 Ottobre 1998: “Il Concilio non ha, per se stesso, riformato (nel senso di inventare) i libri liturgici, ma ha disposto la loro revisione, e a tal fine ha dato alcune norme fondamentali. Prima di ogni altra cosa, il Concilio ha dato una definizione di cosa sia la liturgia, e tale definizione costituisce il termine di paragone per ogni celebrazione liturgica. Dove si scansano tali norme e si mettono da parte le normae generales che si trovano ai numeri 34 - 36 della Constitutio De Sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium), in tal caso certamente ci si rende colpevoli di disobbedienza al Concilio!” (in Notiziario Una Voce, 126-127).
 §§§ [SM=g1740730]

Infine, vorremmo aggiungere due parole sulla luminosa figura di Papa Giovanni XXIII, che la vulgata progressista (capitanata dalla Scuola di Bologna di Dossetti e Alberigo, la quale ha monopolizzato fino a tempi recenti l’interpretazione del Concilio, inteso come “discontinuità” rispetto a prima) dipinge come un pontefice “profetico”, nel senso che aperse la porta della Chiesa alle mille innovazioni che i progressisti hanno imposto o vogliono ancora imporre; un novatore, uno spirito di apertura e di modernizzazione. Per contro Paolo VI, sempre secondo la Scuola di Bologna, assume l’antipatico compito di soffocatore di buona parte degli aneliti conciliari e di cattivo interprete dello Spirito del Concilio: si cita in particolare l’enciclica Humanae Vitae sul divieto degli anticoncezionali. 

Orbene, quel che è vero è che Papa Giovanni aveva un temperamento e un physique du rôle di giovialità contadina, nonché la parola spontanea e diretta, tali da attirargli l’umana simpatia delle folle; laddove Paolo VI era un intellettuale più introverso ed a tratti tormentato ed amletico (anche per il difficile periodo che dovette affrontare).

Sicché viene naturale, per i modernisti, appioppare al primo il ruolo di ‘buono’ e al secondo quello di ‘cattivo’ (o timido, o timoroso, od ostaggio di una curia reazionaria).
 [SM=g1740729] Ma la realtà è che Papa Giovanni XXIII, e molto più di Papa Paolo VI, fu un papa assolutamente conservatore (e usiamo questo aggettivo - che per i gregari della Scuola di Bologna è un insulto - poiché tale lo definì il cardinale Oddi).

Cercatene qualche fotografia in internet: lo troverete assiso sulla sedia gestatoria tra i flabelli e la guardia nobile, o con la tiara o il camauro in testa (tutte cose abolite o disusate da Paolo VI); pensate forse che dovette subire controvoglia tanto sfoggio di sfarzo medioevale un Pontefice di quella tempra, che ebbe il coraggio di convocare il Concilio, o di modificare il canone intoccato da un millennio, inserendovi il nome di S. Giuseppe (altra mossa che imbestialì i progressisti filo-protestanti)?
 

E per passare dagli orpelli ai suoi atti, Papa Roncalli fu colui che a proposito della lingua latina scrisse (nella costituzione apostolica Veterum Sapientia): “abbiamo deciso, con opportune norme, enunciate in questo documento, di fare in modo che l'antica e mai interrotta consuetudine della lingua latina sia conservata e, se in qualche caso sia andata in disuso, sia completamente ripristinata [..] I medesimi Vescovi e Superiori Generali degli Ordini religiosi, mossi da paterna sollecitudine, vigileranno affinché nessuno dei loro soggetti, smanioso di novità, scriva contro l’uso della lingua latina nell’insegnamento delle sacre discipline e nei sacri riti della Liturgia e, con opinioni preconcette, si permetta di estenuare la volontà della Sede Apostolica in materia e di interpretarla erroneamente”. [SM=g7574] 

Vi immaginate se mai avrebbe potuto approvare una riforma che, pochi anni dopo, ha di fatto eliminato l’uso del latino “nei sacri riti della Liturgia”? O che cosa avrebbe detto degli altari girati al popolo, egli che nel suo diario privato, quand’era nunzio a Parigi, annotava: “Assistetti alla Messa a S. Severino. Presi freddo e mi nocque. Musica assai migliorata ma la Messa face au peuple [=verso il popolo] una contraddizione grave alle leggi liturgiche. Tutto il Canone pronunciato a voce alta e non in secreto come prescrive il Messale […]Oh! Che pena con queste teste ardenti e un po’ bislacche” (cit. in Marco Roncalli, Giovanni XXIII, Mondatori, 2006, p. 679 nota 107)?
 

Ma non solo: sotto l’aspetto del governo ecclesiale, prese misure molto chiare in senso contrario alle attese dei progressisti. Non soltanto si scelse come Prefetto del S. Uffizio un cardinale tradizionalista come Ottaviani; ma pure emanò nel 1959 una condanna per i comunisti (anche per i semplici elettori, e financo per il voto alle comunali, e per i simpatizzanti), più dura perfino di quella di Pio XII nel 1947; e nell’enciclica Mater et Magistra sferzò addirittura i socialdemocratici (“Tra comunismo e cristianesimo, il Pontefice ribadisce che l’opposizione è radicale, e precisa che non è da ammettersi in alcun modo che i cattolici aderiscano al socialismo moderato”, cap. 22). E’ vero che riceverà un delegato dell’URSS, ma si racconta dietro consiglio, tra gli altri, di uno come il card. Siri (non certo un progressista), che gli disse: “Lo riceva, Santità: quando questa gente cerca noi preti, vuol dire che sentono la fine vicina”.[SM=g7609]  

 
Ancora: vietò al clero di Roma di andare al cinema o allo stadio, di viaggiare in auto con una donna o di dismettere la talare. Condannò severamente (e peggio ne disse) l’idolo dei progressisti, quel don Milani (suoi gli slogan: Non bocciare! e L’obbedienza non è più una virtù) cui si ispireranno, negli anni a venire, le riforme eversive della scuola fino ad allora meritocratica e seria. E fulminò pure con una monizione del giugno 1962 le opere del teologo Teilhard de Chardin (deceduto nel 1955), che diventerà poi una figura di bandiera del post-concilio. Egli fu davvero un “Papa buono”. Ma non nel senso in cui l’intendono i modernisti: per citare il vaticanista Aldo Maria Valli (coautore insieme al progressista vescovo emerito di Ivrea, mons. Luigi Bettazzi, di Difendere il Concilio, Ed. San Paolo, 2008), “Papa Giovanni XXIII, non ha affatto il contorno di un rivoluzionario,quanto di un parroco tridentino legato a San Carlo Borromeo. Ma nell’immaginario lo si dipinge molto diversamente” (intervista 17.11.08 a Pontifex.Roma). 

Questo non significa che il successore, Paolo VI, sia stato un cattivo pontefice. Egli però si trovò a gestire una situazione ecclesiale impazzita, poiché le attese millenaristiche suscitate dal Concilio (certo oltre la volontà di Giovanni XXIII), congiunte con la contestazione del Sessantotto, resero la Chiesa ingovernabile ed i suoi membri agitati dall’insana smania di gettare a mare tutto quel che li aveva preceduti, per creare l’uomo nuovo e la Chiesa nuova, e portare “l’immaginazione al potere”, secondo gli slogan allora in voga.

Paolo VI ritenne prioritario di salvare da quel diluvio universale la sostanza dottrinale (ad esempio imponendo la revisione dell’eretico catechismo olandese pubblicato dalla Conferenza episcopale di quel paese, o pubblicando documenti come la Humanae Vitae in campo morale, o il Credo del Popolo di Dio in campo dogmatico); ma in contropartita a tutto ciò e per placare i novatori, e in parte anche perché convintone, accettò gravi concessioni in ambito liturgico (pur sforzandosi di ridurle: ad es. reintroducendo nella messa l’Orate fratres ed il concetto stesso di sacrificio accanto a quello, prettamente protestante, di ‘cena del Signore’).
 

In tal modo però Paolo VI, credendo di salvare la dottrina sacrificando la liturgia, finì col sottostimare l’antico adagio per cui v’è diretta corrispondenza tra la lex orandi e la lex credendi; sicché, demolito l’antico edificio liturgico per costruirne uno totalmente nuovo (l’espressione è di Ratzinger, La mia vita, citato nella nostra pagina dedicata ai suoi scritti), era inevitabile che, a lungo andare, la percezione della millenaria fede cristiana venisse gravemente intaccata (oggi, ad es., 67% dei – pochi – praticanti francesi non credono più alla presenza reale, e un quarto nemmeno alla resurrezione: sondaggi de La Croix, quotidiano legato alla Conf. Episcop. franc.). 
 

Paolo VI ebbe la lucidità di accorgersi, troppo tardi, del dramma e in una celebre omelia dichiarò: “da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. [..] Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. [..] Crediamo in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé” (omelia del 29.6.1972,
riportata qui).

Secondo la testimonianza del filosofo Jean Guitton, avrebbe perfino detto “C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra? Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri” (Jean Guitton, Paolo VI segreto, Ed. Paoline, 1985, p. 152).

E per citare don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione: “Era stato Paolo VI che, con tutta buona fede, aveva visto favorevolmente una certa evoluzione della Chiesa. Ma tanta era la verità del suo amore alla Chiesa che, a un certo punto, dovette accorgersi del disastro cui la dinamica delle cose – pur [da lui] approvate – portava” (citato nel sito di Magister
a questo link).
 

Poiché veramente, è il caso di dire in conclusione, “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia(Ratzinger, La mia vita, cit. nella pagina sui suoi scritti liturgici).

[SM=g1740722]
[Edited by Caterina63 1/7/2009 10:21 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/10/2009 7:36 PM
 
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Lettera "Sacerdotium ministeriale"
Circa alcune questioni riguardanti il ministro dell'Eucaristia


Epistula Sacerdotium ministeriale ad Ecclesiae catholicae episcopos de quibusdam quaestionibus ad eucharistiae ministrum spectantibus, 6 augusti 1983: AAS 75(1983) pars I, pp. 1001-1009.. Versione italiana: OR 9.9.1983, p. 4

 Introduzione

l. Nell'insegnare che il sacerdozio ministeriale o gerarchico differisce essenzialmente e non solo di grado dal sacerdozio comune dei fedeli, il Concilio Ecumenico Vaticano II espresse la certezza di fede che soltanto i vescovi e i presbiteri possono compiere il mistero eucaristico. Benché infatti tutti i fedeli partecipino dell'unico e identico sacerdozio di Cristo e concorrano all'oblazione dell'eucaristia solo il sacerdote ministeriale, in virtù del sacramento dell'ordine, è abilitato a compiere il sacrificio eucaristico nella persona di Cristo e ad offrirlo a nome di tutto il popolo cristiano (1).


2. Negli ultimi anni sono però cominciate a diffondersi delle opinioni, talvolta tradotte nella prassi, che negando il suddetto insegnamento ledono nell'intimo la vita della Chiesa. Tali opinioni, diffuse sotto forme e con argomentazioni diverse, cominciano ad attirare gli stessi fedeli, sia perché si afferma che godrebbero di un certo fondamento scientifico, sia perché vengono presentate come rispondenti alle necessità della cura pastorale delle comunità e della loro vita sacramentale.


3. Pertanto questa sacra congregazione, mossa dal desiderio di offrire ai sacri pastori, in spirito di affetto collegiale, il proprio servizio, intende qui richiamare alcuni tra i punti essenziali della dottrina della Chiesa circa il ministro dell'eucaristia, trasmessi dalla viva tradizione ed espressi in precedenti documenti magisteriali (2). Presupponendo la visione integrale dei ministero sacerdotale presentata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, essa giudica urgente, nella presente situazione, un intervento chiarificatore a proposito di questo particolare compito essenziale del sacerdote.


2. Opinioni errate


1. I fautori delle nuove opinioni affermano che ogni comunità cristiana, per il fatto stesso che si riunisce nel nome di Cristo e perciò beneficia della sua presenza indivisa (cfr. Mt 18,20), è dotata di tutti i poteri che il Signore ha voluto accordare alla sua Chiesa.
Ritengono inoltre che la Chiesa è apostolica nel senso che tutti coloro che nel sacro battesimo sono stati lavati e incorporati ad essa e resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono realmente anche successori degli apostoli. Dal momento poi che negli apostoli è prefigurata la Chiesa intera, ne conseguirebbe che anche le parole dell'istituzione dell'eucaristia, dirette ad essi, sono destinate a tutti.


2. Ne consegue anche che, per quanto necessario al buon ordine della Chiesa, il ministero dei vescovi e dei presbiteri non differirebbe dal sacerdozio comune dei fedeli quanto alla partecipazione al sacerdozio di Cristo in senso stretto, ma solo in ragione dell'esercizio. Il cosiddetto compito di moderare la comunità - che include anche quello di predicare e di presiedere alla sacra sinassi - sarebbe un semplice mandato conferito in vista del buon funzionamento della comunità stessa, ma non dovrebbe essere "sacramentalizzato". La chiamata a tale ministero non aggiungerebbe una nuova capacità "sacerdotale" in senso stretto - e per questo il più delle volte si evita lo stesso termine di "sacerdozio" -, né imprimerebbe un carattere che costituisca ontologicamente nella condizione di ministri, ma esprimerebbe soltanto davanti alla comunità che l'iniziale capacità conferita nel sacramento del battesimo diventa effettiva.


3. In virtù dell'apostolicità delle singole comunità locali, in cui Cristo sarebbe presente non meno che nella struttura episcopale, ciascuna comunità, per quanto esigua, qualora venisse ad essere privata a lungo di quel suo elemento costitutivo che è l'eucaristia, potrebbe "riappropriarsi" la sua originale potestà e avrebbe il diritto di designare il proprio presidente e animatore e di conferirgli tutte le facoltà necessarie per la guida della comunità stessa, compresa quella presiedere e consacrare l'eucaristia. Oppure - si afferma - Dio stesso non si rifiuterebbe, in simili circostanze, di accordare, anche senza sacramento, il potere che normalmente concede mediante l'ordinazione sacramentale.

A tale conclusione porta anche il fatto che la celebrazione dell'eucaristia viene spesso intesa semplicemente come un atto della comunità locale radunata per commemorare l'ultima cena del Signore mediante la frazione del pane. Sarebbe di più un invito fraterno, nel quale la comunità si ritrova e si esprime, che non la rinnovazione sacramentale del sacrificio di Cristo, la cui efficacia salvifica si estende a tutti gli uomini, presenti o assenti, sia vivi che defunti.


4. D'altra parte, in alcune regioni le opinioni errate circa la necessità di ministri ordinati per la celebrazione eucaristica hanno anche indotto taluni ad attribuire sempre minor valore nella loro catechesi ai sacramenti dell'ordine e dell'eucaristia.


...........[SM=g1740730]

3. La dottrina della Chiesa


l. Anche se proposte in forme abbastanza diverse e sfumate, le suddette opinioni confluiscono tutte nella stessa conclusione: che il potere di compiere il sacramento dell'eucaristia non è necessariamente collegato con l'ordinazione sacramentale. E’ evidente che tale conclusione non può assolutamente comporsi con la fede trasmessa, poiché, non solo si misconosce il potere affidato ai sacerdoti, ma si intacca l'intera struttura apostolica della Chiesa e si deforma la stessa economia sacramentale della salvezza.


2. Secondo l'insegnamento della Chiesa la parola del Signore e la vita divina da lui donata sono destinate fin dall'inizio a essere vissute e partecipate in un corpo unico, che il Signore stesso si edifica nel corso dei secoli. Questo corpo è la Chiesa di Cristo, da lui continuamente dotato dei doni dei ministeri "ben fornito e ben compaginato per mezzo di giunture e di legami, riceve l'aumento voluto da Dio" (Col 2,19) (3). Questa struttura ministeriale nella sacra tradizione si esplicita nei poteri affidati agli apostoli e ai loro successori, di santificare, di insegnare e di governare in nome di Cristo.

L'apostolicità della Chiesa non significa che tutti i credenti siano apostoli (4), fosse pure in modo collettivo; e nessuna comunità ha la potestà di conferire il ministero apostolico, che fondamentalmente viene accordato dal Signore stesso. Quando la Chiesa nei simboli si professa apostolica esprime, dunque, oltre all'identità dottrinale del suo insegnamento con quello degli apostoli, la realtà della continuazione del compito degli apostoli mediante la struttura della successione, in forza della quale la missione apostolica dovrà durare sino alla fine dei secoli (5).

Tale successione degli apostoli, che costituisce apostolica tutta la Chiesa, fa parte della viva tradizione, che per la Chiesa è diventata fin dall'inizio, e continua ad essere, la sua forma di vita. Perciò si allontanano dal retto sentiero coloro che oppongono a questa viva tradizione talune singole parti della Scrittura, dalle quali pretendono di dedurre il diritto ad altre strutture.

3. La Chiesa cattolica, che è cresciuta nei secoli e continua a crescere per la vita datale dal Signore con l'effusione dello Spirito santo, ha sempre mantenuto la sua struttura apostolica, fedele alla tradizione degli apostoli che vive e perdura in essa. Imponendo le mani agli eletti con l'invocazione dello Spirito santo, essa è consapevole di amministrare la potenza del Signore, il quale rende partecipi in modo peculiare i vescovi, successori degli apostoli, della sua triplice missione sacerdotale, profetica e regale. A loro volta i vescovi affidano, in vario grado, l'ufficio del loro ministero a vari soggetti nella Chiesa (6).

Perciò, anche se tutti i battezzati godono della stessa dignità davanti a Dio, nella comunità cristiana voluta dal suo divin Fondatore strutturata gerarchicamente, esistono fin dai suoi primordi poteri apostolici specifici derivanti dal sacramento dell'ordine.


4. Fra questi poteri che Cristo ha affidato in maniera esclusiva agli apostoli e ai loro successori figura quello di fare l'eucaristia. Ai soli vescovi e ai presbiteri, che essi hanno resi partecipi del ministero ricevuto, è quindi riservata la potestà di rinnovare nel mistero eucaristico ciò che Cristo ha fatto nell'ultima cena (7).

Perché possano svolgere i loro compiti, e specialmente quello così importante di compiere il mistero eucaristico, Cristo Signore contrassegna spiritualmente coloro che chiama all'episcopato e al presbiterato con un particolare sigillo mediante il sacramento dell'ordine, sigillo chiamato "carattere" anche in documenti solenni del magistero (8), e li configura talmente a sé che essi, allorché pronunciano le parole della consacrazione, non agiscono per mandato della comunità, ma ""in persona Christi", il che vuol dire di più che "a nome di Cristo" oppure "nelle veci di Cristo"... poiché il celebrante, per una particolare ragione sacramentale, si identifica con il Sommo ed eterno Sacerdote", che è l'autore e il principale attore del suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno" (9).

Poiché rientra nella natura stessa della Chiesa che il potere di consacrare l'eucaristia è affidato soltanto ai vescovi e ai presbiteri, i quali ne sono costituiti ministri mediante la recezione dei sacramento dell'ordine, la Chiesa professa che il mistero eucaristico non può essere celebrato in nessuna comunità se non da un sacerdote ordinato come ha espressamente insegnato il concilio ecumenico Lateranense IV (10).

Ai singoli fedeli o alle comunità che a causa di persecuzioni o per mancanza di sacerdoti sono private della celebrazione della sacra eucaristia per breve tempo, o anche a lungo, non viene comunque a mancare la grazia del Redentore. Se animati intimamente dal voto del sacramento e uniti nella preghiera con tutta la Chiesa invocano il Signore e innalzano a lui i loro cuori, essi in virtù dello Spirito santo vivono in comunione con la Chiesa, corpo vivo di Cristo, e con il Signore stesso. Perciò, uniti alla Chiesa mediante il voto del sacramento, per quanto sembrino lontani esternamente, essi sono intimamente e realmente in comunione con essa e di conseguenza ricevono i frutti del sacramento, mentre coloro che cercano di attribuirsi indebitamente il diritto di compiere il mistero eucaristico, finiscono per chiudere in se stessa la loro comunità (11).


Tale consapevolezza non dispensa però dal grave dovere dei vescovi, dei sacerdoti e di tutti i membri della Chiesa di pregare perché il "Padrone della messe" mandi operai secondo le necessità dei tempi e dei luoghi (cfr. Mt 9,37s) e di adoperarsi con tutte le loro forze perché venga ascoltata e accolta con umiltà e generosità la vocazione del Signore al sacerdozio ministeriale
.


..............[SM=g1740733]


4. Invito alla vigilanza


Nel richiamare questi punti all'attenzione dei sacri pastori della Chiesa, la S. Congregazione per la dottrina della fede desidera offrire loro un servizio nel ministero di pascere il gregge del Signore con il nutrimento della verità, di custodire il deposito della fede e di conservare integra l'unità della Chiesa.

E' necessario resistere, forti nella fede, all'errore, anche quando si manifesta sotto l'apparenza di pietà, per poter abbracciare gli erranti nella carità del Signore, professando la verità nella carità
(cfr. Ef 4,15).

I fedeli, che pretendono di celebrare l'eucaristia al di fuori del sacro vincolo della successione apostolica stabilito con il sacramento dell'ordine, si escludono dalla partecipazione all'unità dell'unico corpo del Signore, e perciò non nutrono né edificano la comunità, ma la distruggono
.


Ai sacri pastori incombe quindi il compito di vigilare perché nella catechesi e nell'insegnamento della teologia non continuino a essere diffuse le suddette opinioni errate, e soprattutto perché non trovino concreta applicazione nella prassi; e qualora si verificassero casi del genere incombe loro il sacro dovere di denunziarli come del tutto estranei alla celebrazione del sacrificio eucaristico e offensivi della comunione ecclesiale.


Lo stesso dovere essi hanno nei confronti di coloro che sminuissero l'importanza centrale, per la Chiesa, dei sacramenti dell'ordine e dell'eucaristia. Anche a noi, infatti, è detto: "Predica la parola, insisti a tempo debito e indebito, confuta, esorta con tutta longanimità e volontà d'istruire... vigila attentamente, reggi alla prova, predica il Vangelo, adempi il tuo ministero" (2Tm 4,2-5).


La sollecitudine collegiale trovi, dunque, in queste circostanze una concreta applicazione, tale che la Chiesa indivisa, pur nella sua varietà di Chiese locali che collaborano insieme (12), custodisca il deposito affidatole da Dio tramite gli apostoli. La fedeltà alla volontà di Cristo e la dignità cristiana richiedono che la fede trasmessa rimanga la stessa e così porti a tutti i fedeli la pace nella fede (cfr. Rm 15,13).


Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'udienza concessa al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato la presente lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa s. congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.Roma, dalla sede della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, il 6 agosto 1983, nella festa della trasfigurazione del Signore.


+ Joseph card. RATZINGER
prefetto

+ fr. Jéròme HAMER o.p., arcivescovo tit.di Lorium
segretario

ANNOTAZIONE.
 
Per comprendere quali siano i destinatari concreti (ma non unici) di questo documento, si vedano le lettera della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede a P. Schillebeeckx del 13.6.1984 (EV 9/830 ss.) e del card. Ratzinger a P. Leonard Boff del 15.5.1984 (in Il Regno, 29[1984] 17/514, pp. 537-539), in cui il card. Prefetto cita uno "studio chiarificatore" di Boff pubblicato nel 1982 su Sal terrae, ritenuto non sufficiente, a proposito del ministro dell’eucarestia.


NOTE

1) LG 10, 17, 26, 28 [EV 1/312.327.348.354]; SC 7 [EV 1/91]; CD 15 [EV. 1/605]. Cfr. etiam MF; EV 2/419.

2) Cfr. Pius XII, Litterae encyclicae Mediator Dei, 20.11.1947: AAS 39 (1947), p. 553; Paulus VI, Adhortatio apostolica Quinque iam anni, 8.12.1970; EV 3/2868 ss. SM I: EV 4/1166; S. Congregatio pro doctrina fidei, Declaratio Mysterium Ecclesiae. 24.6.1973, n. 6: EV 4/2582-87; Declaratio De duobus operibus professoris Ioannis Kung [Küng], 15.2.1975: EV 5/1092; Declaratio Inter insigniores, 15.10.1976, n. 5: EV 5/2133; Ioannes Paulus II, Epistula Novo incipiente nostro ad universos Ecclesiae sacerdotes, 8.4.1979, nn. 2-4: EV 6/1290-1300; EpistuIa Dominicae cenae ad universos Ecclesiae episcopos, 24.2.1980, nn. 1-11: EV 7/151-215.

3) Cfr. LG 7, 18, 19. 20 [EV 1/296.328.330s]; CD 1 et 3 [EV 1/573,576]; PO 2 [EV 1/1245].

4) Cfr. Conc. Tridentinum, Doctrina de sacramento ordinis, c. 4: DS 1767.

5) Cfr. LG 20 [EV 1/331].

6) Cfr. LG 28 [EV 1/354].

7) Id confirmat usus in Ecciesia receptus episcopos et presbyteros appellandi sacerdotes sacri cultus, hac praesertim de causa, quod ipsis tantummodo agnita est potestas conficiendi mysterium eucharisticum.

8) LG 21 [EV 1/335], PO 2 [EV 1/1245].

9) Dominicae cenae, n. 8: EV 7/183.

10) Conc. Lateran. IV, Const. de fide catholica Firmiter credimus: "Una vero est fidelium universalis Ecciesla, extra quam nullus omnino salvatur, il qua idem ipse sacerdos est sacrificium Iesus Christus, cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continentur, transubstantiatis pane in corpus et vino in sanguinem potestate divina: ut ad perficiendum mysterium unitatis accipiamus ipsi de suo, quod accepit ipse de nostro. Et hoc utique sacramentum nemo potest conficere, nisi sacerdos, qui rite fuerit ordinatus, secundum claves Ecclesiae, quas ipse concessit apostolis eorumque successoribus Iesus Christus" (DS 802).

11) Cfr. Novo incipiente nostro, n. 10: EV 6/1318-24. Circa efficaciam voto sacramenti propriam cfr. Conc. Tridentinum, Decretum De iustificalione, c. 4: DS 1524; Decretum De sacramentis, can. 4: DS 1604; LG 14 [EV 1/322]; S. Officium, Epist. ad archiep. Bostoniensem, 8.8.1949: DS 3870 et 3872.

12) Cfr. LG 23 [EV 1/339]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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2/24/2009 10:49 PM
 
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Dal Blog di Raffaella riporto questa osservazione che mi ha colpito molto perchè, senza conoscerne il testo (tra l'altro uscito in questi giorni), sottolinea un problema gravissimo di cui ho sentito spesso parlare da persone di un certo livello.... Imbarazzato


leggo e riporto:

in una intervista a la croix del 26 gennaio scorso,lo storico emile poulat diceva a proposito delle vocazioni al sacerdozio:

È il problema dei progressisti cristiani: non hanno posterità. Questo cattolicesimo militante, fondato sulla promozione del laicato, non si è preoccupato della promozione del clero,si è quindi condannato a deperire.
http://www.dici.org/accueil.php

 Occhi al cielo

Parlando con delle persone qualche anno fa, quando con Giovanni Paolo II i Movimenti laicali videro il loro maggiore splendore, ma anche l'apice della loro confusione....subito si attaccò Benedetto XVI per aver ridimensionato se non altro nel folclore...la vistosità goliadica di questi Movimenti....e cominciò, il Pontefice, ad indirizzare l'attenzione di tutta la Chiesa VERSO IL SACRO, LA LITURGIA, IL CLERO.....

Non che Giovanni Paolo II li trascurò, ma diciamo a giustizia che Benedetto XVI esaltò questi ultimi fin dall'inizio del suo Ministero Petrino...ma non a discapito dei Movimenti, bensì A LORO CURA....
Per molti anni è come se nella Chiesa la PAURA e i SENSI DI COLPA avessero prevalso spingendo i Movimenti a far vedere che la Chiesa ERA VIVA nonostante la moria del sacerdozio e lo svuotamento dei conventi e dei Monasteri nonchè dei Seminari.... Occhi al cielo

leggere anche qui
http://www.oriensforum.com/index.php?topic=422.0

C'è del vero in tutto questo:
 nella stessa tattica di Wojtyla di organizzare appuntamenti continui con i LAICI dando, i Media anche del Vaticano, il massimo risalto, e TACENDO spesso sulle poche attività con il Clero...ma Giovanni Paolo II di incontri con il Clero ne ebbe moltissimi...tuttavia risultò sempre spropositata l'attenzione fra gli uni e gl altri finendo per EQUIPARARE I LAICI CON I SACERDOTI provati già da una grave forma di eresia sprigionatasi negli anni '70 con la quale si intese porre sullo stesso piano il SACERDOZIO DEI FEDELI CON IL SACERDOZIO ORDINATO....

Non  a caso sempre l'allora Ratzinger (sarà sempre il solio caso? Ghigno ) nel 2001 ad un Convegno presso l'Abbazia francese di Fontgobault:

Una parte non trascurabile di liturgisti cattolici sembra essere praticamente arrivata alla conclusione che occorre dare sostanzialmente ragione a Lutero contro Trento nel dibattito del XVI secolo; si può del pari ampiamente constatare la medesima posizione nelle discussioni post-conciliari sul sacerdozio.


Così dice Pio XII a suo tempo ai Vescovi:

E’ necessario, Venerabili Fratelli, spiegare chiaramente al vostro gregge come il fatto che i fedeli prendano parte al Sacrificio Eucaristico non significhi tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali.”
(Pio XII  Enciclica, Mediator Dei )

La Dottrina Cattolica insegna, dunque, che il prete possiede un vero sacerdozio che gli conferisce poteri che gli altri, laici, non hanno.
La dottrina Protestante insegna che no, non esiste un sacerdozio al di fuori di quello che possiedono tutti i battezzati senza alcuna distinzione.

Il pastore Luterano L.Reed, nell’applaudire la Riforma Liturgica cattolica della Messa degli anni Settanta, dice: “Riconoscendo il principio del sacerdozio comune a tutti i fedeli, si è fatto della Confessione un atto dell’assemblea e non soltanto del sacerdozio….”
(La Liturgia Luterana, Luther D.Reed, pag. 257)


non toccò gà a Wojtyla e poi a Benedetto XVI ripetere di frequente che la Lituriga PENITENZIALE COMUNITARIA non può e non deve sostituire la Confessione privata?
Non si arrivò forse a denunciare che i Confessionali si erano svuotati a vantaggio delle "confessioni COMUNITARIE"?  Occhi al cielo
E non fu questo uno dei frutti ABBONDANTI di una falsa interpretazione dottrinale nata proprio all'interno dei Movimenti laicali?


E’ infatti un altro errore quello di pensare che “Messa e Cena” abbiano un unico significato così da aver divulgato che dire “la Messa” o dire “Cena del Signore” sia la stessa cosa…  Occhi al cielo

NON è la stessa cosa: eliminare o sminuire il termine “Santa Messa” ha rimosso ciò che esso implica “la Presenza reale e la realtà di un Sacrificio – VIVO E SANTO – come si dice appunto nel Canone  che si attua (in modo incruento) per mezzo del sacerdote, trasformando il tutto in una allegra combriccola di fedeli riuniti per un semplice “invito a Cena” seppur definita “santa”…. Santa si, ma privata della sua realtà sacrificale e della sua presenza Viva e  vera.

Infatti così diceva Lutero:
Perciò la Messa non può e non deve chiamarsi né essere un sacrificio a motivo del sacramento, ma solo a motivo del cibo raccolto sulla mensa e delle preghiere dei fedeli con le quali Dio viene ringraziato e il cibo benedetto…”
(Lutero, Sermone sul Nuovo Testamento, la Messa)

Non si spiega forse così la rimozione della Croce dall'Altare e dell'Inginocchiatoio qui spiegato da Daniele:
http://www.oriensforum.com/index.php?topic=846.msg6687#new
e non si spiega forse così il perchè NON piacciono affatto i cambiamenti di Benedetto XVI che sta apportnado al NOM e per i quali infatti NESSUN VESCOVO nè sacerdote nelle Parrocchie lo sa imitando?

E come mai Giovanni Paolo II dovette dire queste cose?

Il Popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità, capace di aiutarlo a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole e spiegazioni. Nel Messale Romano, detto di San Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.

 LETTERA DI S. S. GIOVANNI PAOLO II
ALLA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO
E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI 21.9.2001

 Occhi al cielo

e come mai nel 1983 Ratzinger dovette scrivere questa Lettera?

Lettera "Sacerdotium ministeriale"
Circa alcune questioni riguardanti il ministro dell'Eucaristia

(vi prego leggetela e fatela conoscere, è il testo riportato sopra questo post...)

vi si legge tra l'altro:

2. Negli ultimi anni sono però cominciate a diffondersi delle opinioni, talvolta tradotte nella prassi, che negando il suddetto insegnamento ledono nell'intimo la vita della Chiesa. Tali opinioni, diffuse sotto forme e con argomentazioni diverse, cominciano ad attirare gli stessi fedeli, sia perché si afferma che godrebbero di un certo fondamento scientifico, sia perché vengono presentate come rispondenti alle necessità della cura pastorale delle comunità e della loro vita sacramentale.

3. Pertanto questa sacra congregazione, mossa dal desiderio di offrire ai sacri pastori, in spirito di affetto collegiale, il proprio servizio, intende qui richiamare alcuni tra i punti essenziali della dottrina della Chiesa circa il ministro dell'eucaristia, trasmessi dalla viva tradizione ed espressi in precedenti documenti magisteriali (2). Presupponendo la visione integrale dei ministero sacerdotale presentata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, essa giudica urgente, nella presente situazione, un intervento chiarificatore a proposito di questo particolare compito essenziale del sacerdoteOcchi al cielo

2. Opinioni errate

1. I fautori delle nuove opinioni affermano che ogni comunità cristiana, per il fatto stesso che si riunisce nel nome di Cristo e perciò beneficia della sua presenza indivisa (cfr. Mt 18,20), è dotata di tutti i poteri che il Signore ha voluto accordare alla sua Chiesa.
Ritengono inoltre che la Chiesa è apostolica nel senso che tutti coloro che nel sacro battesimo sono stati lavati e incorporati ad essa e resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, sono realmente anche successori degli apostoli. Dal momento poi che negli apostoli è prefigurata la Chiesa intera, ne conseguirebbe che anche le parole dell'istituzione dell'eucaristia, dirette ad essi, sono destinate a tutti.

2. Ne consegue anche che, per quanto necessario al buon ordine della Chiesa, il ministero dei vescovi e dei presbiteri non differirebbe dal sacerdozio comune dei fedeli quanto alla partecipazione al sacerdozio di Cristo in senso stretto, ma solo in ragione dell'esercizio. Il cosiddetto compito di moderare la comunità - che include anche quello di predicare e di presiedere alla sacra sinassi - sarebbe un semplice mandato conferito in vista del buon funzionamento della comunità stessa, ma non dovrebbe essere "sacramentalizzato". La chiamata a tale ministero non aggiungerebbe una nuova capacità "sacerdotale" in senso stretto - e per questo il più delle volte si evita lo stesso termine di "sacerdozio" -, né imprimerebbe un carattere che costituisca ontologicamente nella condizione di ministri, ma esprimerebbe soltanto davanti alla comunità che l'iniziale capacità conferita nel sacramento del battesimo diventa effettiva.

*****************************

No dico....ci rendiamo conto della gravità di queste parole scritte quale DOCUMENTO nel 1983?  [SM=g1740730]

E' come un mosaico nel quale i pezzi si stanno ricomponendo e tutto sta diventando davvero più chiaro...e ci auguriamo che insieme alla chiarezza soprgiunga la CORREZIONE FRATERNA non solo misericordiosa, ma anche disciplinare a chi NON obbedisce più al Magistero....Vorrei sapere infatti quali e quanti Vescovi abbiano dal 1983 applicato questo Documento.... Occhi al cielo

[SM=g1740733]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/25/2009 9:54 AM
 
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In un libro rivivono le osservazioni del Cardinal Antonelli

Il R. P. Nicola Giampietro, ha pubblicato per i tipi del Centro Studi S. Anselmo, Roma, 1998, un considerevole escursus sugli sviluppi della riforma liturgica moderna, incentrato sulla figura del card. F. Antonelli: Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970.


Mons. F. Antonelli, divenuto cardinale nel 1973, è stato uno degli artefici della riforma liturgica post-conciliare. Sulla base della sua esperienza, maturata anche come membro della Pontificia Commissione per la riforma liturgica (1948-1960) venne nominato Segretario della Commissione Conciliare della S. Liturgia, del Concilio Vaticano II, e dal 1964 fu membro del Consilium ad exsequandam Constitutionem de S. Liturgia, lo strumento col quale mons. A. Bugnini e S. S. Paolo VI ridussero la S. Liturgia della Chiesa allo stato confusionale in cui si trova oggi.

Il card. Antonelli fu uno strenuo sostenitore dell’attuale riforma, convinto com’era della necessità pastorale di accostare la liturgia alle esigenze dell’uomo moderno. Egli fu uno dei tanti che si convinsero della bontà di invertire il rapporto tra preghiera della Chiesa e fedeli: cosí che doveva essere la Chiesa ad adottare le mutate “sensibilità” dell’uomo moderno, e non piú il fedele a seguire gli ortodossi precetti della Chiesa. Nonostante ciò, il card. rimaneva un attento studioso della storia della S. Liturgia, tanto da rimanere turbato e anche fortemente scosso dalla piega che prese la nuova riforma dopo il Concilio.

L’Autore ha potuto consultare i diari del card., conservati fino a poco tempo fa nell’Archivio de La Verna, e tramite essi ci ha fornito la conferma formale di quanto si continua a sostenere da parte tradizionalista: i lavori di studio e di elaborazione che hanno condotto alla stesura dei nuovi libri liturgici, comunque approvati da Paolo VI, sono stati eseguiti da degli incompetenti, degli arruffoni, degli ignoranti in campo liturgico e teologico, dei personaggi a tutto interessati tranne che al bene della S. Liturgia e dei fedeli.

Queste cose le dice il card. Antonelli nei suoi diari:
«Mi dispiace del come è stata cambiata la Commissione: un raggruppamento di persone, molte incompetenti… Discussioni molto affrettate. Discussioni a base di impressioni: votazioni caotiche. … La Commissione o il Consilium è composto di 42 membri: ieri sera eravamo 13, neanche un terzo.» (pp. 228-229).
«…Ma lo spirito non mi piace. C’è uno spirito di critica e di insofferenza verso la S. Sede che non può condurre a buon termine. E poi tutto uno studio di razionalità nella liturgia e nessuna preoccupazione per la vera pietà. Temo che un giorno si debba dire di tutta questa riforma… accepit liturgia recessit devotio. Vorrei sbagliarmi.» (p. 234)
[sulla formula dell’Ordinazione] «Non metto in dubbio che i periti abbiano studiato a fondo la tradizione… Ho l’impressione però che il corpo giudicante, che in questo caso erano i 35 Padri del Consilium presenti, non fossero all’altezza. C’è poi un elemento negativo: la fretta di andare avanti quia tempus urget.» (p. 237)

«… in una adunanza di detto Consilium… (19/4/67) …Paolo VI vi intervenne personalmente… si disse amareggiato, perché si facevano esperimenti capricciosi nella Liturgia e piú addolorato ancora di certe tendenze verso una desacralizzazione della Liturgia. Però ha riconfermato la sua fiducia al Consilium. E non si accorge il Papa che tutti i guai vengono dal come sono state impostate le cose…» (pp. 237-238)
«1. confusione. Nessuno ha piú il senso sacro e vincolante della legge liturgica. … 4. negli studi di piú vasta scala continua il lavoro di desacralizzazione, e che ora chiamano secolarizzazione; … 6. la grande crisi perciò è la crisi della dottrina tradizionale e del magistero.» (pp. 242-243)
«5. nel Consilium ci sono pochi Vescovi che abbiano una preparazione liturgica specifica, pochissimi che siano veri teologi. La carenza piú acuta in tutto il Consilium è quella dei teologi. Si direbbe che siano stati esclusi.» (p. 257)

«Quello che però è triste […] è un dato di fondo, un atteggiamento mentale, una posizione prestabilita, e cioè che molti di coloro che hanno influsso nella riforma, […], ed altri, non hanno alcun amore, alcuna venerazione per ciò che ci è stato tramandato. Hanno in partenza disistima contro tutto ciò che c’è attualmente. Una mentalità negativa ingiusta e dannosa. Purtroppo anche il Papa Paolo VI è un po’ da quella parte. Avranno tutti le migliori intenzioni, ma con questa mentalità sono portati a demolire non a restaurare.» (p. 258)

«Potrei dire molte cose di questo uomo [mons. A. Bugnini]. Devo aggiungere che è stato sempre sostenuto da Paolo VI. Non vorrei sbagliarmi, ma la lacuna piú notevole in P. Bugnini è la mancanza di formazione e di sensibilità teologica. … Ho l’impressione che si sia concesso molto, soprattutto in materia di sacramenti, alla mentalità protestante.» (p. 264).

È la prima volta che vengono divulgate informazioni di questo genere: riconducibili ad un prelato di parte modernista che ha concorso alla definizione della riforma da una posizione autorevole.

E forse sarà l’ultima volta, poiché, dopo la pubblicazione di questo libro, qualcuno ha provveduto a fare sparire tutto il materiale in archivio riguardante la riforma stessa. Pare, addirittura, che l’occultamento del materiale, che dovrebbe ora trovarsi negli archivi segreti del Vaticano, sia stato realizzato all’insaputa di tutti, perfino dei responsabili della Congregazione per il Culto Divino che ne aveva la custodia. Che sia stato il Diavolo travestito da prete?![SM=g1740733]

[NICOLA GIANPIETRO O. F. M. Cap., Il Card. Ferdinando Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, Studia Anselmiana, Roma, 1998, pp. 416, £ 70.000]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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“Ma quale festa, la liturgia è un dramma”: lo afferma Monsignor Nicola Bux, teologo e liturgista scelto dal Papa a far parte del suo gruppo che si occupa delle Liturgie del Pontefice.

Con lui affrontiamo il tema del senso del sacro nella liturgia: “Credo che questo senso del sacro si potrà recuperare quando comprenderemo che la messa non è mai uno spettacolo, un divertimento o una proprietà del singolo sacerdote, ma un vero e proprio dramma. Spesso ci riempiamo la bocca con la parola festa, ma quale festa. Nella messa ricordiamo il sacrificio di Cristo, ecco la verità. Cristo si è immolato per noi e poi si usa il vocabolo festa. È corretto parlare di festa solo dopo aver compreso e accettato il concetto che Cristo ha dato la vita per noi. Allora, è lecito parlare di festa, ma prima mai”.

Poi aggiunge: “Una buona liturgia deve avere al suo centro la croce, ma essa sempre più spesso,collocata al lato, o in posti poco visibili, ha perso il suo vero ed autentico significato. Sembra molto di più una suppellettile, che non un centro di adorazione. A volte ho la sensazione che una croce al centro dell’altare dia fastidio, quasi sia di impaccio. Per essere duri: il più delle volte non la guarda nessuno”.

Monsignor Bux parla del concetto di devozione: “Per ridare alla liturgia il senso del sacro, è necessaria la devozione. Basta con messe celebrate come avvenimenti mondani e intrattenimento. Occorre la devozione, l’incontro col volto di Dio. Ma spiacevolmente questo avviene molto,ma molto raramente. Senza un incontro con il vero volto di Dio, senza devozione, la messa diventa un rituale, una auto celebrazione del sacerdote che non ha alcun senso”.

Provocatoriamente monsignor Bux si pone e pone una domanda: “Quanti oggi, celebrando la messa, rivolgono lo sguardo a Dio e alla croce? Pochi, ecco perché il senso del sacro si va attenuando nelle nostre messe”.

E allora che cosa fare?
Penso che una buona idea possa essere la seguente: nella seconda parte della messa, dall’offertorio in poi, tanto per capirci, il sacerdote potrebbe celebrare rivolto verso la croce, ad orientem
.

Per quale ragione "ad orientem"?
In tal modo, i fedeli non vedrebbero più la figura del sacerdote, che non è il protagonista, ma assieme a lui, contemplano la croce, il mistero.

Dunque una posizione "ad orientem" nella seconda parte della messa.
Mi sembra conveniente. In questa maniera la liturgia acquisterebbe valore maggiormente escatologico, di mistero ed adorazione, la gente stessa comincerebbe a comprendere ed apprezzare il valore escatologico, per usare una parola difficile, della liturgia. Guardare ad oriente equivale a contemplare il Signore che viene, penso che questa posizione, del resto usata dagli orientali, possa aiutare a trovare maggior raccoglimento. Ecco la mia modesta proposta per una riforma graduale e sensata: guardare ad oriente nella seconda parte della Santa Messa.

In un'intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, lo storico Franco Cardini ha parlato di crisi del senso del sacro.
Bisogna vedere in che senso ha lanciato questa affermazione. Ma il senso del sacro è Dio. Apparentemente questo senso del sacro, cioè di vicinanza e di ricerca di Dio, oggi sembra offuscato,vero. Ma non sarei tanto pessimista. In fondo l’uomo per natura cerca sempre Dio. Molte volte anche per comodità personale o con forme corrotte e sbagliate come la superstizione o la magia, ma alla fine il contatto viene cercato. L’alleanza con Dio anche egoisticamente, conviene all’uomo.


[SM=g1740722] [SM=g1740721] [SM=g1740745]

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In risposta al mesaggio di sopra....[SM=g1740717] 


 [SM=g1740734] un bellissimo contributo del mio amico Chisolm....

Provocazione: “Ma quale Dramma? La liturgia è una festa!”

Fondamentalmente, l’eretico, prima di assurgere ad una così antipatica definizione, è un’esteta, un amante del bello.
Ama così tanto la bellezza che odia le brutture del mondo, tanto da pensare che il Dio di quelle brutture non può essere il Dio della bellezza. Su questo concetto, permettete il gioco di parole, ci “marcia” come Marcione… Ma non è ancora eretico.
Si chiede, allora, quale sia la vera bellezza che intende esprimere, quali espedienti può usare per diffondere il suo concetto di bellezza. Se, per esempio, fosse musicista, abolirebbe tutta la musica fino a Bach per scrivere la sua, o, se fosse pittore, il Beato Angelico e Masaccio sarebbero da coprire con la calce per lasciar spazi intonsi alle sue opere.

Nossignori: il “bello” è tutto da riscrivere e da ridefinire.
Allora va a cercare la “bellezza” nel sacro e, mio Dio! Rimane inorridito da tanta anticaglia. Liturgie meste e mogie, un popolo di vecchiette e pensionati: manco un giovane!
“E’ ovvio! – pensa – Qui bisogna rifare tutto di nuovo…”.
Bisogna pescare il bello nel ciarpame di crocifissi tetri e turiboli ossidati, tra vecchie canne d’organo e cori in gregoriano.

Allora estrapola da tutta questa anticaglia, quegli elementi che intende sottoporre a restauro. ( Attenzione, però! In questa operazione, lo scegliere qualcosa da preferire al resto e porlo in evidenza, è il primo passo verso l’eresia che, etimologicamente, significa “praticare un’opzione”. Ma questo non lo sa…)

Una volta effettuata la scelta di quegli elementi da salvare, il nostro esteta decide di connetterli ad altri elementi, creare un ibrido artistico che porti la sua firma e la sua originalità.
La chiesa dove si celebra diviene un nuovo drive-in: in realtà aveva pensato anche al posto macchina, ma aveva fatto tanto per togliere l’incenso che ora gli darebbe fastidio doverlo sostituire con i gas di scarico…

Anche l’altare deve essere rifatto: via quella specie di ara sacrificale, in fondo la messa è una festa, ma quale Calvario…

Tutti devono gioire, e cantare, e suonare, e ballare fino a cadere esausti in questa specie di balera dove la sofferenza del Giusto va nascosta, così cruenta da togliere il sonno alle persone sensibili.

Ma quale “dramma”? Che dramma e dramma. Von Balthasar, quel teologo da due lire, da lui doveva andare se voleva capire qualcosa di Cristo. Perché mai quel teologuccio ha chiamato parte della sua opera “Teo-drammatica”? Che voleva dire? Che l’Incarnazione è un dramma e si risolve fino al culmine drammatico del “Dio assente”, impotente per amore, che aleggia sul Figlio crocifisso?
No, no, è tutta una festa: certo, prima si è sofferto un pochino e lo si ricorda col pane del deserto. Ma poi… Poi c’è il vino, che non è il sangue, ma la gioia, la gioia che pervade tutti.

Ma sì, un’idea che è venuta all’esteta dopo aver letto rituali ebraici, anche se, probabilmente, l’idea della quarta coppa l’aveva letta, dove? Ma sì, nel “Simposio” di Platone, e dove se no?

Via: giù colori, suoni, allegria… Questa è la bellezza, questa è la vera bellezza: non il volto deformato del Cristo ingobbito, come in quei quadri dello squallido Rouault che non capiva niente di bellezza. Decide di dipingerlo lui.
Ma quale eresia? Questo è il bello che avanza.

E se non vi piace, tornate nelle messe di vecchiette e pensionati… Fate esposti alla Santa Sede. E fissate per l’ultima volta la Sistina, perché è probabile all’esteta venga dato l’appalto di ridipingere il Giudizio Universale.

Chisolm
PS: spero si comprenda la provocazione... Occhiolino


*************************

si comprende si, Amico....e ti ringrazio di cuore....[SM=g1740739]

Caro Chisolm....la tua provocazione è da incorniciare per essere esposta in tutte le chiese...tanto, provocazione per provocazione...visto quello che ci appiccicano, si potrebbe anche mettere la tua  Occhiolino

Oggi vedendo la diretta del Papa tenevo basso il volume della TV per gli odiosi commenti, e seguivo la diretta internet PRIVA DI COMMENTI...grazie a Dio sono riuscita a seguire praticamente tutte le battute fra il Papa e le persone che ha potuto avvicinare...

Ora è toccato ad un punto che tutti i parroci sono andati in fila a salutare il Papa, Benedetto XVI, il vecchio saggio potremo dire per la sua età e i capelli davvero bianchi...con tutta calma e senza mai mostrare cedimenti, chiedeva informazione ai parroci sullo stato delle loro parrocchie, ogni parroco in pochi secondi doveva aggiornarlo....
Il dramma vero: l'80% delle parrocchie delle zone colpite è inagibile...
il Papa dimostrando tristezza, subito diceva: LE RIFAREMO! si rispondeva il Parroco, certo santità... e il Papa LE RIPORTEREMO AGLI ANTICHI SPLENDORI DELLA LORO TRADIZIONE... Sorriso


Immagina amico Chisolm e amici miei, quanta gioia mi ha investito nell'udire queste parole dal Papa, parole che nessuno riporterà sui giornali...ma restano scritte nel giornale di Dio  Occhiolino (Chisolm mi comprende!)

il Papa ha ripetuto la stessa frase su per giù a ben 6 parroci...
e lo ha detto quando, visitando la Basilica di s. Maria in Castelligo della quale si sono salvati solo i muri laterali, l'interno è completamente distrutto e scoperchiato...e vi era stata adagiata la teca con Celestino V al quale il Papa ha donato il Pallio ricevuto per la sua incoronazione...
Nel parlare della ricostruzione il Papa ha detto parlando con il vescovo: SEMBRA CHE LA TRADIZIONE CATTOLICA DEBBA SUBIRE LE PERCOSSE DEL FONDATORE, E' OGGI MESSA A DURA PROVA ANCHE DAL TERREMOTO NATURALE....[SM=g1740717]

in quell'ANCHE ho subito letto che il Papa parlava di una TRADIZIONE COLPITA SU TUTTI I FRONTI...terremoto nella Chiesa, e terremoto NATURALE...

Io credo che il Papa stesso lo abbia inteso come "un avvertimento" (è il Papa, se non ci crede lui siamo finiti eh! Ghigno ) e lo dimostrano le parole che ha usate poi nei discorsi ufficiali di stamani...

dicendo per esempio:

Questo luogo, consacrato dalla preghiera e dal pianto per le vittime, costituisce come il simbolo della vostra volontà tenace di non cedere allo scoraggiamento. "Nec recisa recedit": il motto del Corpo della Guardia di Finanza, che possiamo ammirare sulla facciata della struttura, sembra bene esprimere quella che il Sindaco ha definito la ferma intenzione di ricostruire la città...

e ancora:

In effetti, come comunità cristiana, costituiamo un solo corpo spirituale, e se una parte soffre, tutte le altre parti soffrono con lei; e se una parte si sforza di risollevarsi, tutte partecipano al suo sforzo
(...) Come cristiani dobbiamo chiederci: "Che cosa vuole dirci il Signore attraverso questo triste evento?".
....

Il Papa naturalmente incoraggia parlando di RESURREZIONE... Occhiolino ma l'interrogativo rimane aperto...

[SM=g1740733]
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5/26/2009 11:03 PM
 
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"Strumenti per la riforma": nasce la collana benedettiana del nuovo pensiero liturgico.

Con un'eccezionale opera di Mosebach, Cantagalli apre la collana dedicata al pensiero liturgico di Benedetto XVI. Un contributo benedettiano per dare al nuovo movimento liturgico gli strumenti e le idee per proseguire la riforma della Chiesa.[SM=g1740722] [SM=g1740721]



Martin Mosebach

ERESIA DELL'INFORME

La liturgia romana e il suo nemico

Editrice Cantagalli
Siena 2009

*
Collana
STRUMENTI PER LA RIFORMA
a cura di don Alessandro Galeotti


"Non si può 'costruire' un movimento liturgico di questo genere – non più di quanto si possa costruire un qualche cosa di vivo-, ma si può contribuire al suo sviluppo sforzandosi di assimilare di nuovo lo spirito della liturgia e difendendo pubblicamente quanto abbiamo fin qui ricevuto. Questo nuovo inizio ha bisogno di 'padri' che siano dei modelli, e che non si contentino di indicare la via da seguire". (Joseph Ratzinger)
[SM=g1740722]

- Presto in libreria -


Dopo il Concilio Vaticano II, si è sviluppata una corrente di pensiero dentro e fuori la Chiesa che ha segnato una delle fratture più rivoluzionarie del secolo scorso.

Sull’onda dell’irenismo post-conciliare, venne sancito l’abbandono della antica liturgia, (strutturata da san Gregorio Magno e poi nei secoli sviluppatasi e codificata dal Concilio di Trento) e venne creato un nuovo rito; si passò cioè da una “liturgia maturata nel tempo a una liturgia costruita” come ebbe a dire il cardinal Ratzinger. Ciò che ne è seguito, viene paragonato da Mosebach alla guerra iconoclasta di Bisanzio. Ma le conseguenze sono ben maggior della “revisione” del rito: si celebra ciò che si crede. La rottura riguardò il modo stesso di pensarsi della Chiesa e nella Chiesa, la fede e l’etica.

Il grande scrittore tedesco offre così nella sua riflessione, con pagine di splendida liricità e di amare considerazioni, lo spunto a rileggere il processo postconciliare, al di là degli arroccamenti delle varie posizioni. Fino ad oggi infatti, mentre si tollerano i più creativi abusi liturgici, difficilmente si coglie quanto della liturgia – che ha segnato per più di un millennio la vita della Chiesa cattolica – possa invece essere recuperato, per tornare a una teologia della Messa che sia insieme sacrificale e comunionale. Quest’opera può diventare l’occasione per un ripensamento del cammino compiuto negli ultimi decenni, sottolineando le evoluzioni positive, senza dimenticare inopportune censure che sono avvenute.


Martin Mosebach, nato nel 1951, vive a Francoforte sul Meno. È uno tra i maggiori scrittori di lingua germanica contemporanei. Ha ricevuto - tra gli altri – il Premio Georg Buchner, il più prestigioso riconoscimento tedesco. Collabora con la Frankfurter Allgemeine Zeitung. I suoi libri più recenti: Die Türkin (1999), Eine lange Nacht (2000) e Nebelfürst (2001). Nel 2005 è stato pubblicato Das Beben e il volume di saggi Schöne Literatur.



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6/6/2009 8:52 AM
 
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ottima notizia.....[SM=g1740721]

COMMISSARIATA LA BASILICA DI SANTA CROCE IN GERUSALEMME




Commissariata per abusi liturgici, rimosso l'abate Simone Fioraso. La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme rivela finalmente il suo volto.


La chiesa che aveva ospitato il grande evento promosso da un noto autoritario e ben introdotto vaticanista della Rai, ora viene svuotata finalmente del marciume di cui era stata ricoperta. Basta leggere questo articolo dell'Espresso di ottobre 2008. Rimandiamo inoltre al
blog Messainlatino per l'ultimo episodio della suora danzante a cui si riferiscono le immagini del video. La misura era colma. Un grazie alle autorità vaticane che hanno dato prova di grande attenzione e profonda sensibilità. Non immaginiamo neppure cosa avranno trovato per giungere ad una decisione così forte e simbolica. Ora saranno in molti a tremare! Notate con attenzione i nomi da me evidenziati in grassetto: tutti non casuali!

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6/13/2009 5:04 PM
 
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....ebbè...quando ce vol, ce vol.....

La provocazione

In un saggio, edito da Cantagalli, lo scrittore tedesco accusa le riforme del Vaticano II: avrebbero cancellato la bellezza del rito


«I nuovi iconoclasti hanno distrutto la fede»

Mosebach: si torni alla liturgia precedente al Concilio

di MARIA ANTONIETTA CALABRÒ

Proprio nella società dell’immagine la Chiesa ha subito l’attacco di nuovi iconoclasti, che attraverso lo svilimento della liturgia hanno assestato negli ultimi 35 anni un colpo gravissimo alla fede cattolica, determinando «una catastrofe storica e religiosa».
Le tinte usate da Martin Mosebach sono addirittura caravaggesche, la vis polemica non risparmia nessuno.

L’appassionata apologia della bellezza della grande tradizione liturgica della Chiesa viene svolta non da un teologo, non da un canonista, ma da uno dei più importanti scrittori e letterati tedeschi. Cioè, proveniente da una nazione dove più forti sono stati gli stravolgimenti postconciliari. Nazione che ha pure dato i natali all' attuale pontefice, Benedetto XVI, il quale sottolinea sempre più spesso (ad esempio nell’omelia del Corpus Domini) il rischio di secolarizzazione nella Chiesa e che bisogna «rispettare la liturgia».
E che la Chiesa non è un’Ong.

«Il kitsch linguistico, musicale, in pittura e in architettura ha inondato completamente l'immagine esterna degli atti pubblici della Chiesa», scrive Mosebach nel saggio di cui sta per uscire la traduzione italiana. Titolo e sottotitolo non lasciano dubbi. Descrivono L’eresia dell’informe, alludono chiaramente ad un «nemico» mefistofelico dell’antica liturgia romana «che propriamente si dovrebbe chiamare gregoriana», ma viene piuttosto definita tridentina, quasi a sottolinearne negativamente la relazione con la Controriforma.

La pubblicazione riaccenderà sicuramente il dibattito sulla chiusura dello scisma dei lefebvriani, sulla restaurazione della tradizione e anche sul riavvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese orientali che, a partire da quella ortodossa, secondo Mosebach, hanno saputo «preservare» la tradizione plurimillenaria della liturgia più e meglio della Chiesa latina.
«La Messa di San Gregorio Magno, l’antica liturgia latina, si trova oggi riservata a 'frange stravaganti' della Chiesa romana, mentre la liturgia divina di San Giovanni Crisostomo vive in tutto il suo splendore al centro della Chiesa ortodossa».

Al livello del «senso comune», dello scrittore che descrive i comportamenti, Mosebach si mette sulla scia del grande teologo svizzero von Balthasar la cui opera principale è «Gloria, per un’estetica teologica» e il primo volume è intitolato proprio «La percezione della forma». Forma e contenuto non possono essere scissi, afferma Mosebach, diabolicamente (diaballein, separare) separati.

Così come l’uomo è anima e anche corpo. Per questo la forma che la liturgia ha assunto nei secoli, con processo lento e quasi involontario, non è indipendente dal contenuto salvifico della Messa. «Solo santi come Ambrogio o Agostino o Tommaso d’Aquino — scrive Mosebach — avrebbero potuto aggiungere qualcosa alla Messa, non uomini chiusi in un ufficio, nemmeno abitando nella Città del Vaticano».

Così «il modernizzatore e progressista Paolo VI» s’è fatto «tiranno della Chiesa » secondo l’accezione della parola data nell’antichità quando «l’interruzione della tradizione da parte del sovrano era definita atto di tirannia».

L’unico paragone storico adatto per descrivere questa guerra alla «bellezza della liturgia», questo volto visibile del Mistero, secondo Mosebach è l’iconoclastia bizantina, tra il l’VIII e il IX secolo, la cosiddetta guerra delle icone. Però la iconoclastia liturgica della nostra epoca ha questo di diverso: «Ai miei occhi, sorge per ischemia e infiacchimento religiosi». Nella sua essenza costituisce un oblio: «Ciò che vale per l’arte, in misura ancora superiore deve riguardare la preghiera pubblica della Chiesa: il brutto non può che derivare dal non vero e, nell’ambito della religione, questo significa la presenza del satanico».

L’intellettuale tedesco dà questa impietosa definizione: «Il modello della nuova liturgia è il tavolo presidenziale di una riunione di partito o di una associazione con microfono e fogli, a sinistra sta un vaso ikebana con piante esotiche bizzarre di colore arancio con vecchie radici, a destra si trovano due luci da televisione posate su candelieri fatti a mano. Con dignità e raccoglimento, i membri del consiglio di amministrazione guardano il pubblico, come i chierici durante una concelebrazione. Una tale assemblea, regolata da un democratico ordine del giorno, è il fenotipo della nuova liturgia, e questo non è altro che una conseguenza inevitabile del fatto che chi non vuole il mistero sovratemporale, questi inevitabilmente approderà alla realtà politica e sociale».

Una terza via non è data, spiega l’Autore. Naturalmente ogni tanto si giunge a rotture: «Vi sono chierici che non trovano semplice fissare il volto che conviene alla consacrazione. Qual è l’espressione del volto che si addice alla consacrazione?».
Cosicché il successo della celebrazione è data dalla «performance» del prete. E sull’altare, al posto del Crocefisso, c’è il microfono per la predica, di vari tipi: «untuosa o saccente, intellettuale o rimbombante, intimistica o sobria».

E non mancano le light night candles. Una citazione di Goethe, un dialogo di Faust che esprime il giudizio senz’appello dell’Autore: «Ho spesso sentito questo vanto / un commediante potrebbe insegnare ad un prete. / Certo se il prete è un commediante / talvolta questo è quello che può diventare».

Sull’altro fronte, quello dei fedeli, c’è la tanto spesso invocata loro «partecipazione attiva» alla Messa. Ma cosa ci fu di attivo nella Lavanda dei piedi — si chiede — visto che addirittura san Pietro vi si voleva sottrarre? Per i fedeli è anche indifferente stare in piedi o seduti. Quasi mai in ginocchio. Mentre è «attraverso i segni dell’adorazione, che ho potuto vedere fin dalla mia prima giovinezza — afferma Mosebach — l’Ostia è divenuta per me ciò che essa, secondo la tradizione della Chiesa esige di essere: un Essere vivente».

 Corriere della sera, 13 giugno 2009 consultabile online anche qui.
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa200906/090613calabro.pdf

Denuncia

«Il kitsch linguistico, musicale, in pittura e in architettura ha inondato completamente l'immagine esterna degli atti pubblici della Chiesa»

L’autore

Martedì esce in Italia il saggio di Martin Mosebach, «L’eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico» (Cantagalli, pp. 252, e 17,90), una difesa della liturgia cattolica tradizionale. Il volume si inserisce nel filone culturale portato avanti da papa Benedetto XVI che l’altro ieri, durante la liturgia del Corpus Domini, ha detto che «bisogna rispettare la liturgia» e più volte, negli ultimi «Angelus», ha parlato contro la secolarizzazione della Chiesa e la sua «trasformazione in una Ong».

Il Papa

Benedetto XVI è tra gli ispiratori del recupero della liturgia proposto da Mosebach nel suo libro
Contro Paolo VI
Il Papa «modernizzatore e progressista» si sarebbe fatto «tiranno», nell’antico senso di «interruzione della tradizione da parte del sovrano»

Pubblicato da Raffaella




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martedì 23 giugno 2009

Londra: grandi traslochi a Westminster.

Damien Thompson sul sul blog Holy Smoke annuncia il trasloco dell'altar posticcio che ingombrava la Cattedrale di Londra dai tempi in cui Giovanni Paolo II la visitò. Uno sgombero sulla scia di illustri precedenti vaticani, dettato certo dal buon senso architettonico e da quel l'entusiasmante "senso pratico" che rende semplici le cose. Ma anche un segno, e lo speriamo vivamente, che il corso benedettiano sta lentamente condizionando le decisioni di molti prelati.




di Damian Thompson


Il grande altare mobile che ingombrava il presbiterio della Cattedrale di Westminster se n'è partito, a quanto pare - con la piena approvazione di Mons. Vincent Nichols, che è lieto di celebrare la Messa presso l'altar maggiore posto sul retro del prebiterio, sotto il baldacchino.

Non solo il nuovo altare (sopra) è sparito, ma l'orribile piattaforma di legno su cui stava ora è rinchiusa per bene in un magazzino, per non farvi mai più ritorno. E il posto viene tenuto segreto, perché i Tabletistas potrebbero riprenderselo per cercare di ripristinare ciò che loro immaginano sia "il culto del Vaticano II".

L'altare con le cornici di metallo è stato temporaneamente rimosso (come sempre) per la Settimana Santa, e poi qualcuno ha suggerito a Mons. Vincent Nichols che non avrebbe dovuto essere rimesso. Mi risulta che egli s'è avvicinato all'altare originale di Bentley - sul quale si può celebrar Messa sia verso ovest che vero est- e ha deciso che, sì, questo era il posto giusto per lui.

Il pavimento in legno del presbiterio è stato restaurato per rimuovere i segni lasciati dalla piattaforma, installata per la visita di Giovanni Paolo II nel 1982. Vorrei poter dire che l'Arcivescovo Nichols ha celebrato orientato, come il Papa non avrebbe avuto alcun dubbio - ma, hey, una cosa alla volta.

Un grande benedizione: il nuovo arcivescovo ha concluso presumibilmente qualsiasi pazzo rimaneggiamento della cattedrale. Il Cardinale Cormac Murphy-O'Connor, per esempio, a quanto pare si trastullò con l'idea di spostare avanti l'altare di Bentley e piazzare il suo trono sotto il baldacchino. (così modesti questi prelati del "Vaticano II" - come i loro posti accomodati al centro della scena).

Comunque, ho sentito un sacco di altre cose buone sul nuovo corso alla Cattedrale di Westminster. Ma questo è abbastanza per star su.


Fonte Telegraph. Traduzione nostra. Si ringrazia Messainlatino.it





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Una riflessione alla luce del magistero ecclesiale

L'arte di celebrare
il servizio liturgico




di Nicola Bux

Il sacerdote, per celebrare con arte il servizio liturgico, non deve ricorrere ad accorgimenti mondani ma concentrarsi sulla verità dell'eucaristia. L'Ordinamento generale del messale romano stabilisce:  "Anche il presbitero...quando celebra l'eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e, nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo". Il prete non escogita nulla, ma col suo servizio deve rendere al meglio agli occhi e agli orecchi, ma anche al tatto, al gusto e all'olfatto dei fedeli, il sacrificio e rendimento di grazie di Cristo e della Chiesa, al cui mistero tremendo possono avvicinarsi quanti si sono purificati dai peccati. Come possiamo avvicinarci a lui se non abbiamo il sentimento di Giovanni il precursore:  "è necessario che egli cresca e io diminuisca"(Gv 3, 20)? Se vogliamo che il Signore cammini con noi, dobbiamo recuperare questa consapevolezza, altrimenti priviamo dell'efficacia il nostro atto devoto:  l'effetto dipende dalla nostra fede e dal nostro amore.



Non è il sacerdote
padrone dei misteri

Il sacerdote è ministro, non padrone, amministratore dei misteri:  li serve e non se ne serve per proiettare le proprie idee teologiche o politiche e la propria immagine, al punto che i fedeli si fermerebbero a lui invece che guardare a Cristo che è significato dall'altare e presente sull'altare, e in alto sulla croce. Come ha ammonito recentemente il Santo Padre, la cultura dell'immagine in senso mondano segna e condiziona anche i fedeli e i pastori; la televisione italiana, a commento del discorso inquadrava una concelebrazione nella quale alcuni sacerdoti parlavano al telefonino. Dal modo di celebrare la messa si possono dedurre molte cose:  la sede del celebrante in molti luoghi ha decentrato croce e tabernacolo occupando il centro della chiesa, talvolta sovrastando per importanza l'altare, finendo per assomigliare ad una cattedra episcopale che nelle chiese orientali sta fuori dell'iconostasi, ad un lato ben visibile. Era così anche da noi prima della riforma liturgica.
L'ars celebrandi consiste nel servire con amore e timore il Signore:  per ciò si esprime con baci alla mensa e ai libri liturgici, inchini e genuflessioni, segni di croce e incensazioni di persone e oggetti, gesti di offerta e di supplica, ostensioni dell'evangelario e della santa eucaristia.

Ora, tale servizio e stile del prete celebrante o, come si ama dire, del presidente dell'assemblea - termine che porta a fraintendere la liturgia come un atto democratico - si vede dal suo prepararsi alla vestizione in sacristia nel silenzio e raccoglimento per l'atto grande che si appresta a fare; dall'incedere all'altare, che deve essere umile, non ostentato, senza indulgere nello sguardo a destra e a manca, quasi a cercare l'applauso. Infatti, il primo atto è l'inchino o la genuflessione davanti alla croce e al tabernacolo, in sintesi la presenza divina, seguito dal bacio riverente dell'altare ed eventualmente dall'incensazione; il secondo atto è il segno di croce e il saluto sobrio ai fedeli; il terzo è l'atto penitenziale, da compiere profondamente e con gli occhi bassi, mentre i fedeli potrebbero inginocchiarsi, come nell'antico rito, - perché no? - imitando il pubblicano gradito al Signore. Le letture saranno proclamate come parola non nostra, perciò con tono chiaro e umile. Come il sacerdote inchinato chiede di purificare le labbra e il cuore per annunziare degnamente il vangelo, perché non potrebbero farlo i lettori, se non visibilmente come nel rito ambrosiano, almeno in cuor loro? Non si alzerà la voce come in piazza e si manterrà un tono chiaro per l'omelia ma sommesso e supplice per le preghiere, solenne se in canto. Il sacerdote si appresterà inchinato a celebrare l'anafora ancora "in spirito di umiltà e con animo contrito".



Lo stupore eucaristico


Toccherà i santi doni con stupore - lo stupore eucaristico di cui ha parlato spesso Giovanni Paolo ii - e con adorazione, e i vasi sacri purificherà con calma e attenzione, secondo il richiamo di tanti padri e santi. Si inchinerà sul pane e sul calice nel dire le parole di Cristo consacrante e nell'invocare lo Spirito Santo alla supplica o epiclesi. Li eleverà separatamente fissando in essi lo sguardo in adorazione e poi abbassandolo in meditazione. Si inginocchierà due volte in adorazione solenne. Continuerà con raccoglimento e tono orante l'anafora fino alla dossologia, elevando i santi doni in offerta al Padre. Reciterà il Padre nostro con le mani alzate e non tenendo per mano altri, perché ciò è proprio del rito della pace; il sacerdote non lascerà il sacramento sull'altare per dare la pace fuori del presbiterio, invece frazionerà l'ostia in modo solenne e visibile, quindi genufletterà davanti all'eucaristia e pregherà in silenzio chiedendo ancora di essere liberato da ogni indegnità per non mangiare e bere la propria condanna e di essere custodito per la vita eterna dal santo corpo e prezioso sangue di Cristo; poi presenterà ai fedeli l'ostia per la comunione, supplicando Domine non sum dignus, e inchinato si comunicherà per primo. Così sarà di esempio ai fedeli.
Dopo la comunione il ringraziamento nel silenzio, meglio che seduti si può fare in piedi in segno di rispetto o inginocchiati, se è possibile, come ha fatto fino all'ultimo Giovanni Paolo ii, col capo inchinato e le mani congiunte; al fine di chiedere che il dono ricevuto ci sia rimedio per la vita eterna, come si dice mentre si purificano i vasi sacri. Molti fedeli lo fanno e ci sono di esempio. Il sacerdote, dopo il saluto e la benedizione finale, salendo l'altare per baciarlo, ancora alzi gli occhi alla croce e si inchini o genufletta al tabernacolo. Quindi torni in sacristia, raccolto, senza dissipare con sguardi e parole la grazia del mistero celebrato.

Così i fedeli saranno aiutati a comprendere i santi segni della liturgia, che è una cosa seria, e in cui tutto ha un senso per l'incontro col mistero presente.
Paolo VI, nell'istruzione Eucharisticum mysterium richiama una verità centrale esposta da san Tommaso:  "Questo Sacrificio, poi, come la stessa passione di Cristo, sebbene sia offerto per tutti, "non ha effetto se non in coloro che si uniscono alla passione di Cristo con la fede e la carità... Ad essi tuttavia giova più o meno secondo la misura della loro devozione"". La fede è condizione della partecipazione al sacrificio di Cristo con tutto me stesso. In che cosa consiste l'azione dei fedeli, diversamente dal sacerdote che consacra? Essi, memori, rendono grazie, offrono e, convenientemente disposti, si comunicano sacramentalmente. L'espressione più intensa è nella risposta all'invito del sacerdote poco prima dell'anafora:  "Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa".
Senza fede e devozione del sacerdote non sussiste l'ars celebrandi e non viene favorita la partecipazione del fedele, innanzitutto la percezione del mistero. Perché il Signore, di noi "conosce la fede e la devozione" (Canone romano) che si esprimono nei sacri gesti, gli inchini, le genuflessioni, le mani giunte, lo stare inginocchiati. La mancanza della devozione nella liturgia, spinge molti fedeli ad abbandonarla e a dedicarsi a forme di pietà secondarie, allargando la divaricazione tra l'una e le altre. Poiché la sacra liturgia è un atto di Cristo e della chiesa, non l'esito della nostra bravura, non prevede il successo a cui applaudire. La liturgia non è nostra ma sua.



La tradizione della Chiesa


La congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nell'istruzione Redemptionis sacramentum ricorda al sacerdote la promessa dell'ordinazione, rinnovata di anno in anno nella messa crismale, di celebrare "devotamente e con fede i misteri di Cristo a lode di Dio e santificazione del popolo cristiano, secondo la tradizione della Chiesa" (n. 31).
Egli è chiamato ad agire nella persona di Cristo, deve perciò imitarlo nell'atto sommo della preghiera e dell'offerta, non deve deformare la liturgia in una rappresentazione delle sue idee, cambiare e aggiungere alcunché arbitrariamente:  "Troppo grande è il mistero dell'eucaristia perché qualcuno possa permettersi di trattarlo con arbitrio personale, che non ne rispetterebbe il carattere sacro e la dimensione universale" (Ivi, n. 11). La messa non è proprietà del prete o della comunità. L'istruzione declina abbondantemente come va celebrata rettamente la messa cioè l'ars celebrandi:  i seminaristi per primi devono apprenderla attentamente affinché possano attuarla da sacerdoti.
Benedetto XVI, nella Sacramentum caritatis dedica attenzione all'ars celebrandi (n. 38-42), intesa come l'arte di celebrare rettamente, e ne fa la condizione della partecipazione attiva dei fedeli:  "L'Ars celebrandi scaturisce dall'obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti"(38). In nota 116 la Propositio n. 25 specifica che "un'autentica azione liturgica esprime la sacralità del mistero eucaristico. Questa dovrebbe trasparire nelle parole e nelle azioni del sacerdote celebrante, mentre egli intercede presso Dio Padre sia con i fedeli sia per loro". Poi l'esortazione ricorda che "L'ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l'utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come, ad esempio, l'armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell'arredo e del luogo sacro" (40). Trattando dell'arte sacra, richiama l'unità tra altare, crocifisso, tabernacolo, ambone e sede (41):  attenti alla sequenza che rivela l'ordine d'importanza. Con l'immagine, anche il canto deve servire ad orientare la comprensione e l'incontro col mistero.
Il vescovo e il presbitero, tutto questo sono chiamati a esprimere nella liturgia che è sacra e divina, in modo che manifesti davvero il credo della Chiesa.



(©L'Osservatore Romano - 4-5 agosto 2008)
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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6/30/2009 8:41 PM
 
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Per la Santa Sede l'integrità della liturgia a rischio secolarizzazione
(notizia agosto 2008)

http://www.papanews.it/news.asp?IdNews=9048#a

CITTA’ DEL VATICANO - La mentalita' secolarizzata che pervade la societa' sembra penetrare anche nella Chiesa, dove mette a rischio in particolare l'integrita' della Liturgia. ''Non di rado - denuncia l'Osservatore Romano - si celebra dovunque e comunque, con ogni foggia e ogni canto, e assai spesso con la connivenza della banalita' e della bruttezza; quando, per esempio, gli spazi e gli edifici, sorti come case di Dio e del suo Popolo cristiano, sono violentemente sottoposti a qualsiasi uso, disponibili a qualsiasi cattedra o spettacolo, con l'esito di far loro perdere la destinazione per cui sono stati edificati e quindi il messaggio nativamente ricevuto''.

L'articolo, a firma del noto teologo don Inos Biffi, punta l'indice anche contro certa architettura sacra: ''cio' che era sorto per essere un simbolo chiaro, incisivo e consueto, perde - lamenta il giornale vaticano - la sua identita', diviene confuso e fuorviante: il tempio diventa piazza, o si fa teatro, e in tal modo, con l'illusione di progredire, si regredisce fino allo smarrimento del senso religioso naturale''.

E non manca una frecciata verso le suore femministe, ricordando che ''la concezione di vita religiosa non accettava superiore generali che si comportassero come i superiori degli istituti maschili''. Sugli stessi temi interviene anche padre Manfred Hauke, docente presso il Seminario Diocesano di Lugano in Svizzera e redattore della rivista liturgica ''Ephemerides Liturgicae'', per il quale la comunione dovrebbe essere sempre ricevuta ''in ginocchio: mi sembra che sia questa i spiega in un'intervista al sito Pontifex - la posizione piu' adeguata. Indica rispetto, sottomissione, docilita', vicinanza al Santissimo. Del resto il Papa attualmente sta amministrando la comunione a coloro che si comunicano con lui in ginocchio. Non e' casuale''. Secondo il teologo svizzero inoltre gli aplausi in Chiesa sono ''una cosa fuori luogo e da evitare. La Chiesa - ricorda - sia luogo di orazione e preghiera, mai di spettacolo. Insomma si evitino gli applausi, non siamo ne' al circo, tanto meno allo stadio''. Inoltre, mentre ''l'organo e' il principe della musica sacra, anche il flauto va bene, ma batteria e chitarra elettrica proprio no, eliminano la sacralita' della liturgia''.

Un esempio?

   

un altro esempio?

    


L'articolo di Inos Biffi è il seguente:


Il sacro e il santo nei sacramenti cristiani

Il rito tra visibile e invisibile




di Inos Biffi

Il "santo" e il "sacro":  ne parliamo dalla prospettiva cristiana, per osservare subito che il valore assoluto è il "santo", ossia lo stato di grazia, di comunione con Cristo, di vita secondo lo Spirito. Per un cristiano non c'è nulla che valga e sia definitivo come la santità, che è la ragione stessa dell'esistenza dell'uomo, creato per essere conforme al Figlio di Dio (Romani, 8, 29), nel quale è stato eletto per essere "santo e immacolato" (Efesini, 1, 4).

La grazia, destinata a compiersi nella gloria, è una proprietà che segna la persona, che le appartiene e la qualifica; essa non serve a qualche cosa di ulteriore; non è una qualità transeunte o provvisoria, né una condizione mediativa, ma è fatta per permanere ed essere definitiva e conclusiva, come fine ultimo.
Modello originale e compiuto della santità cristiana è Gesù Cristo, l'umanità perfettamente santa è la sua umanità, alla cui pienezza tutti siamo chiamati ad attingere.
Diverso è invece il valore del "sacro". Esso ha una funzione mediativa. In ambito cristiano possiamo riconoscere anzitutto come realtà sacra i sacramenti, e quanto, per così dire, ne sono come l'irraggiamento e l'imitazione, i "santi segni", direbbe Romano Guardini, o le cose sacre:  dallo spazio, al tempo, agli edifici, agli arredi, al canto, alle figure, alle persone, ai libri:  si direbbe tutta un'"estetica" sacra. Essi non fermano a sé e non sono conclusi in sé:  a differenza della santità sono mediativi e funzionali. Ma occorre una precisa articolazione.

Riguardo ai sacramenti è illuminante la distinzione che facevano i teologi medievali - il cui principio già si trova in Agostino - che permetteva loro di mettere in luce quasi gli "strati" o i "livelli" dei sacramenti stessi.

Essi ne parlavano distinguendo:  anzitutto il livello visibile, celebrativo, chiamato, con espressione tecnica, sacramentum tantum; segue quindi un secondo livello, quello della "virtù" del sacramento, che nell'Eucaristia corrisponde alla presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore; per giungere al terzo livello, quello della res del sacramento, noi diremmo della sua riuscita, che nel caso dell'Eucaristia equivale alla partecipazione con la carità di Cristo o alla comunione e unità ecclesiale, senza della quale la pura sacramentalità o visibilità celebrativa, e la stessa presenza obiettiva di Gesù Cristo, sarebbero private del loro senso ultimo e della loro finalità, essendo sì in se stesse valide, ma risultando "inefficaci" o senza successo in chi le pone o vi prende parte.

E qui ritorna il tema del "santo":  il sacro sacramentale è "valido" se il suo esito è la santità cristiana, cioè la carità di Cristo, che è la sostanza del sacrificio della Croce, presente compiutamente nell'Eucaristia e "virtualmente" negli altri sacramenti.
Nel caso quindi dei sacramenti il sacro corrisponde al rito, che non ha in sé la sua ragion d'essere, tutto orientato com'è alla santità come al proprio fine.
Ecco perché a valere non è la ripetizione rituale, come non lo è la presenza della virtus passionis, e neppure del Christus passus, ma la loro assunzione al fine di conformare la vita a Gesù Cristo, ed è come dire:  al fine di essere santi.
I sacramenti si "giustificano" non come valori assoluti in sé; essi come celebrazione sono transeunti e funzionali, quali mezzi per il conseguimento del fine, che è la santità. Essi predicano la nostra disponibile dipendenza, o l'obbedienza della nostra fede, che passa attraverso i segni liturgici, ma non si ferma e non si conclude in essi.
Indispensabili nel tempo della Chiesa, sono destinati a cessare alla venuta del Signore. Paolo parlava dell'annunzio della morte del Signore, "fino a che egli venga (1 Corinzi, 11, 16)".

La santità è escatologica, la ritualità è temporale.

D'altronde, sottolineare l'intenzione ultima dei sacramenti che è la santità non significa disistimare o sminuire il valore della celebrazione, che trova la sua genesi radicalmente nella volontà di Cristo, che l'ha istituita per il raggiungimento della conformità a lui.

Da qui la massima cura che per il rito liturgico. Trascurarlo, o secolarizzarlo, spogliandolo dei suoi riferimenti a Gesù Cristo, contestarne il carattere sacro - fu una delle non poche follie postconciliari - significherebbe alla fine riconoscere nella natura e nelle possibilità dell'uomo la fonte della giustificazione, e quindi sottrarlo all'opera e alla grazia di Cristo.
È il tratto che primariamente deve risaltare nella ritualità e che la catechesi e la pastorale liturgica devono anzitutto mettere in luce:  il rapporto della celebrazione con il Signore
.

A questo punto, per far risaltare in modo perspicuo la distinzione tra santo e sacro, può essere pertinente una riflessione sulla persona "sacra" del sacerdote, per osservare che l'ordine sacerdotale, che la contrassegna, non denota e non produce per ciò stesso la santità personale del ministro, che non opera efficacemente a motivo del suo essere in grazia:  la sacralità che egli possiede è l'oggettiva potestà di Cristo che risiede in lui a servizio della santificazione della Chiesa. Senza il sacramento dell'ordine, neppure il membro più santo del popolo di Dio può validamente presiedere l'Eucaristia e rendere presente, "in rappresentanza di Cristo", il sacrificio della croce.

Come segni sacri, tuttavia, non abbiamo solo i sette sacramenti. Da essi distinti, ma quasi come loro proiezione o "propagazione", abbiamo tutto il mondo di altri "santi segni", con i quali la Chiesa ha circondato e impreziosito le sue celebrazioni.
Se pure questi sono solo di istituzione ecclesiale, talora con una matrice nel senso religioso naturale che è originariamente creatore e ricercatore di simboli; e se essi non hanno la virtù salvifica dei sacramenti, sono, tuttavia, un richiamo eloquente a Gesù Cristo, ne sono direttamente o indirettamente la trasparenza; la Chiesa li ha segnati della sua impronta e li ha orientati a lui, anche perché facilmente ne sono la fonte la Scrittura e la storia sacra.
Anche questi, che possiamo generalmente chiamare  "sacramentali", posseggono un oggettivo valore sacro e sono in funzione della santità, per i pensieri spirituali che essi ispirano, i sentimenti religiosi che suscitano, la fede che alimentano e la contemplazione che sorreggono.
Contestarli o trascurarli come superflui, nella pregiudiziale che tutto è ugualmente e naturalmente sacro, avrebbe alla fine come conseguenza lo smarrimento del senso della stessa celebrazione cristiana e alla fine della concezione della salvezza come dono di Dio.
Certamente, c'è anche il rischio di una sopravvalutazione e di una specie di compiacenza rituale.

Questo, tuttavia, non è il rischio del nostro tempo, quando, non di rado, si celebra dovunque e comunque, con ogni foggia e ogni canto, e assai spesso con la connivenza della banalità e della bruttezza; quando, per esempio, gli spazi e gli edifici, sorti come case di Dio e del suo Popolo cristiano, sono violentemente sottoposti a qualsiasi uso, disponibili a qualsiasi cattedra o spettacolo, con l'esito di far loro perdere la destinazione per cui sono stati edificati e quindi il messaggio nativamente ricevuto.
Ciò che era sorto per essere un simbolo chiaro, incisivo e consueto, perde la sua identità, diviene confuso e fuorviante:  il tempio diventa piazza, o si fa teatro, e in tal modo, con l'illusione di progredire, si regredisce fino allo smarrimento del senso religioso naturale.



(©L'Osservatore Romano - 29 agosto 2008)


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/20/2009 4:21 PM
 
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Chiese brutte: problema educativo o "politico"?

di Giovanni Scalese

Ho letto ieri l’articolo del Giornale che riportava il giudizio espresso da Mons. Ravasi sulle chiese moderne: «Un certo cattivo gusto nelle chiese, oggi, è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie».

Tale intervento è stato accolto favorevolmente, come segno di un’inversione di tendenza della Chiesa in campo artistico. Da parte mia, mi permetto di fare qualche considerazione.

Non voglio parlare del passato; sarebbe del tutto inutile: il passato è passato. Concentriamoci piuttosto sul presente e sul futuro. Ebbene, mi sembra abbastanza comodo — oltreché velleitario — pensare di risolvere il problema appellandosi alla formazione. Oggi sembra che tutti i problemi si possano e si debbano risolvere sul piano educativo. Per carità, sono il primo a riconoscere il ruolo basilare e insostituibile dell’educazione; ma non è vero che le responsabilità vadano sempre e solo individuate in un difetto di formazione. Perché, se cosí fosse, qualsiasi problema sarebbe esclusivamente un problema della “base”. Il che mi sembra, onestamente, un comodo alibi, con cui i “vertici” cercano di nascondere le proprie responsabilità. I problemi hanno, il piú delle volte, cause “politiche”, e attendono, per essere risolti, soluzioni “politiche”.

Da parte mia, non ho nulla, in linea di principio, contro una “formazione estetica” nei seminari (semmai, mi chiedo come questa possa avvenire in una parrocchia...). Siccome però sono direttamente coinvolto nel lavoro di formazione, ho l’impressione che talvolta ci si attenda troppo da noi formatori: dovremmo essere in grado non solo di dare una formazione spirituale-teologica ai candidati al sacerdozio, ma prima di questa dovremmo assicurare ai seminaristi una formazione umana e culturale, e successivamente dovremmo completare la loro formazione con un addestramento pastorale e con corsi integrativi nei piú svariati settori (che vanno dall’economia alla politica, dalle scienze umane alla tecnologia, e chi piú ne ha piú ne metta: adesso aggiungiamoci anche l’arte). Sinceramente, non vi sembra un po’ troppo? Abbiamo già da sudare sette camicie, perché i candidati giungono in seminario senza alcuna formazione di base: non è piú come una volta che si entrava in seminario da bambini e tutti seguivano, nel seminario stesso, gli studi classici; oggi arrivano con studi un po’ raffazzonati, e tu devi ricominciare da capo, a partire dalle abilità linguistiche di base, spesso carenti (altro che latino e lingue bibliche e moderne...). Figuriamoci, ora dobbiamo dare loro anche una formazione estetica. Ma ci si rende conto che oggi la maggior parte dei candidati viene dal terzo mondo, dove non si ha idea di che cosa sia l’arte? Ma, in ogni caso, si può accettare la sfida, in quanto anche un pizzico di estetica fa parte di una educazione integrale.

Il problema però, a mio parere, non sta qui, nella formazione dei futuri sacerdoti. Semplicemente perché non è il povero parroco che decide della costruzione di una chiesa. È vero, molto spesso la parrocchia viene eretta prima della costruzione della chiesa, per cui il parroco ha una responsabilità nella richiesta e ispirazione dei progetti. Ma poi tali progetti devono essere approvati dalla commissione o dai responsabili deputati in ogni diocesi per l’architettura sacra. Quindi il problema non è tanto quello di avere parroci con senso estetico (ovviamente, se ce l’hanno, tanto meglio); il problema è, appunto, un problema “politico”: sono gli organi diocesani competenti che devono funzionare. Se viene presentato il progetto di una chiesa-scatola, esso deve semplicemente essere cestinato. Ci vuol tanto? Allora il vero problema è, sí, un problema di formazione, ma non tanto di formazione del clero, quanto piuttosto di formazione dei tecnici, di coloro che prendono le decisioni in materia.

Tali organi competenti dovrebbero avere delle regole ben precise, valide per tutti, e non lasciate al gusto personale di questo o quell’esperto. Per esempio, la prima regola, suggerita dal buon senso, dovrebbe essere che, quando si deve costruire una chiesa, ci si deve rivolgere a un architetto cristiano-cattolico-praticante-esperto in liturgia, non a un architetto qualsiasi, fosse pure di grido. Mi dite voi che senso ha far progettare una chiesa a un architetto ebreo o, addirittura, ateo? E poi ci meravigliamo che le chiese moderne sono fredde, senz’anima... Ma che volete che ne capisca di una chiesa un architetto non-credente? Per lui sarà unicamente una questione di luci e di volumi. Ancora una volta dunque si pone, sí, un problema di formazione, ma di formazione di artisti cristiani. Il principio dell’art pour l’art nella Chiesa non trova spazio; o l’arte sacra è espressione della fede (e non di una fede astratta, ma di una fede vissuta), o non è.

Fonte Querculanus.



Brevi riflessioni:


http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=382935

Mons. Ravasi dice:

«Quelle di oggi sembrano garage»


di Redazione

Città del Vaticano

«Un certo cattivo gusto nelle chiese, oggi è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie».


****************

meglio tardi che mai! qualcuno comincia ad accorgersene...ma santa pazienza, lo viene a dire a noi? NON siamo noi laici ad aver firmato i lavori, tanto meno scelto il disegno su carta...è ai suoi colleghi Vescovi che deve rivolgere queste parole...

Caro mons. Ravasi le posso assicurare che ci sono dei garage molto, ma molto più belli di certe chiese...e di certo costate meno, molto economici...
Ho fatto la catechista in una Chiesa in garage per 4 anni e le posso assicurare che il decoro e la dignità non erano un problema, il decoro e la dignità si perdono quando si costruiscono quelle che dovrebbe essere chiese, peggio che dei garage, ambienti per altro provvisori...

A Foligno è stato consacrato il CUBO-CHIESA...perchè lo avete permesso?
che dite a noi, sui giornali queste affermazioni, non servirà a molto, è ora di AGIRE, di parole sono state dette anche troppe, manca il coraggio di agire e di applicare una seria pulizia...




Scrive Sgarbi:

Non c’è più spazio per cripte, presbiteri, transetti riferimenti alla croce, vertigini luminose.

****************

ovvio...si sta modificando tutto ciò che è legato alla Tradizione, la dottrina di applicare UNA NUOVA CHIESA è subentrata di conseguenza a partire da ciò che caratterizzava "la vecchia Chiesa": I LUOGHI DI CULTO...

Oggi, questi luoghi, devono gioco forza dare una immagine diversa della Chiesa...UNA IMMAGINE NUOVA più umana e più socialmente abbordabile, cosa c'è di meglio delle SALE DI CULTO?

Le sale di culto però... sono di matrice protestante...non hanno transetti, cripte (a parte i Protestanti-anglicani e luterani storici) presbiteri...vertigini luminose...
non servono a nulla alla NUOVA IMMAGINE DI CHIESA, perchè inserirle all'interno dei nuovi progetti?

Se continueremo così fra cento anni NON avremo neppure queste belle Chiese per le quali RS sta raccogliendo davvero un bellissimo album fotografico...


domenica 20 settembre 2009

La decadenza artistica della Chiesa

Il blog del barnabita Padre Scalese pubblica una lunga lettera di un lettore che torna sull'argomento dell'attuale decadenza artistica ecclesiale. Sono osservazioni estremamente interessanti che riprendiamo qui: cliccate al link indicato per leggere le osservazioni in replica di Padre Scalese.

«Caro Padre, ti prego, non pensare che voglia sempre dire la mia sul tuo (interessantissimo) blog, ma la questione delle chiese brutte mi appassiona da parecchio. Credo che il problema abbia radici profonde, al di là della formazione estetica dei parroci e delle diocesi che si rivolgono ad architetti e geometri laicisti. Verrebbe da dire: e dove lo troverai mai un progettista e esecutore di chiese di formazione cristiana? Questo è un fronte su cui la Chiesa cattolica ha abdicato da parecchio tempo... Hai notato che in Europa nessuna delle università cattoliche ha una facoltà di architettura? Né il Sacro Cuore né quelle dell’Opus Dei e degli ordini religiosi, tanto meno le università pontificie! Per non parlare poi del design e della moda: quelli sono campi che il clero guarda ancora con disprezzo, quando non con disgusto, lasciandoli spesso nelle mani di depravati e di laicisti.

C’è da chiedersi come sia possibile che chi ha inventato tutti gli stili architettonici e ispirato tutti i movimenti artistici per quasi quindici secoli possa disinteressarsi tanto alla formazione di architetti, ingegneri e designer... Forse il Signore non ha ammonito che se la Chiesa non predicherà il Vangelo del Regno, “grideranno le pietre”? Forse non erano Lui e il padre putativo costruttori o decoratori di case e di strade? Forse non indossò durante la Passione un magnifico abito “tessuto tutto d’un pezzo” che i soldatacci romani seppero apprezzare subito e che sicuramente era passato per le mani di Maria?

Eppure, le chiese oggi sono il trionfo della decorazione minimalista, del cemento armato, delle forme geometriche piú assurde... Già, assurde... perché l’opposto del Mistero, che sta dietro la Fede, non è la ragione, che anzi della Fede è spesso ancella, ma l’assurdo, la sciocchezza esaltata come verità, l’idiozia spacciata per bellezza. E cosí ci troviamo con chiese a forma di libro, di barca, di... astronave. Mi è capitato di passare per Via Baracca a Firenze e pensare che la sede locale di una banca fosse una chiesa e ne ho riso amaramente perché... tante chiese fra Prato e Firenze mi sembrano banche, biblioteche o fabbriche!

La cosa triste è aver perso quello che gli esperti di marketing chiamano il family style: quei pochi elementi comuni a diversi prodotti che rendono riconoscibile la marca. Pensa alle chiese come prodotto (delle loro epoche) e vedrai che ci sono alcuni elementi caratterizzanti tutte le generazioni: l’altare, il tabernacolo, la navata, il crocifisso, gli altari laterali... Se entro in un edificio dove non trovo il Padrone di Casa ad aspettarmi al centro (il tabernacolo) dove l’occhio cade appena oltrepasso la soglia, né trovo distintamente i segni della sua presenza nella vita della casa (altare, pulpito, ambone...), né riesco a identificare tutto attorno altri elementi distintivi di quella dimora (altari laterali, fonte battesimale, santi...), come posso identificarmi io stesso in quel luogo, nella sua storia, integrarmi nella vita del Padrone di Casa? Perché le merendine per bambini e le automobili tedesche si caratterizzano per un’identità piú marcata della Chiesa? Certo, come marketing siamo sempre stati scarsi: ti immagini una religione dove il Fondatore — che conosce tutto, dall’infinitamente piccolo degli atomi all’estremità delle galassie — sceglie un traditore fra i suoi seguaci piú intimi? E un omuncolo come Pietro come suo successore? Come minimo l’ufficio marketing di un’altra religione (Islam, gli stessi evangelici) avrebbe fatto sapere a tutti che il traditore si era sostituito a un giusto inizialmente scelto dal Capo (nel Corano, Giuda è crocifisso al posto di Gesú!). E che Simon Pietro — lungi dal rinnegare il Maestro e darsela a gambe — era in realtà stato catturato con lui e aveva vinto la morte con Lui. Ma scherziamo? Però, la Chiesa non è così...

Quei grandi capolavori che sono le cattedrali gotiche e le certose sono cresciute nel corso dei secoli, spesso finendo in rovina per la miseria (morale, non materiale) degli uomini che le abitavano. Magari sarà cosí anche stavolta: nel corso delle generazioni le chiese brutte saranno abbellite col dono di statue e dipinti, con migliori decorazioni, con interventi architettonici saggi. Intanto, stanno lí, monumento alla nostra epoca. In attesa che lo spirito le riempia di vita come ossa inaridite. Sí, “vieni Spirito dai quattro venti!” E magari fai aprire un politecnico cattolico...»


Il merito di queste osservazioni è che non si limitano a considerare la struttura muraria delle chiese, ma affrontano anche il tema della "architettura di interni" delle stesse. A questo proposito, vogliamo infliggervi due immagini significative della decadenza simbolica e pure funzionale dell'arredo ecclesiastico. La prima mostra il semaforo penzolante sopra il tabernacolo della avvenieristica St. Lukas Kirche di Graz, semaforo che fa le veci del tradizionale lumino della custodia eucaristica (fonte: Unavox, ove altre foto). La seconda immagine ci pare ancora più scandalosa, perché mostra come si possa intaccare l'anima di antichi edifici d'arte: maxischermo e squallide seggiole in plastica da sala d'aspetto di seconda classe, piazzate davanti alla Porziuncola (Assisi) al posto delle preesistenti panche con inginocchiatoio: non sia mai che a qualcuno possa venire la malsana idea di pregare!





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Architettura e arte sacra

Ma il tabernacolo
non è un ingombro


Sui temi dell'architettura sacra proposti da Paolo Portoghesi su queste pagine il 19-20 ottobre dell'anno passato, dopo i contributi di Maria Antonietta Crippa e Sandro Benedetti, pubblichiamo un nuovo intervento.

di Michele Dolz
Pontificia Università della Santa Croce


C'è da augurarsi che il sasso lanciato nello stagno dall'architetto Paolo Portoghesi produca un'onda lunga di riflessione tra gli addetti ai lavori. Il punto messo in evidenza è chiaro:  la rivalutazione conciliare della dimensione comunitaria, essenziale alla fede cristiana, ha portato in fase applicativa a una desacralizzazione che nulla ha a che vedere con gli insegnamenti del Vaticano ii.

Non mancano le ragioni teologiche e scritturistiche; anzi, una visione della ecclesia come depositaria della sacralità, o meglio della santità. Gesù chiarì alla Samaritana:  "Viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre (...) Viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità:  così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano" (Giovanni, 4, 21-23).

Non ci sono propriamente luoghi sacri nel cristianesimo. Dio è dappertutto ed è specialmente nell'uomo in grazia, quello che Origene proponeva con fierezza come l'immagine più esatta di Dio:  "Non c'è paragone tra lo Zeus Olimpico scolpito da Fidia e l'uomo scolpito a immagine di Dio creatore" (Contra Celsum, 8, 18). Santo è l'uomo (o può esserlo) e santa è la ecclesia. E "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Matteo, 18,20).

Su questa base, vera fede antica della Chiesa, si è data un'enfatizzazione, un'ipertrofia che giunge a volte a negare la validità dell'azione religiosa individuale. Così l'edificio chiesa è visto come la sede per la riunione dell'assemblea o comunità. Lì si svolge un'azione sacra quando questa c'è mentre rimane un guscio vuoto in sua assenza, non essendo previsto un uso personale, individuale, "privato" del luogo. Ora, la chiesa trasformata in sala riunioni non ha bisogno d'immagini, queste anzi sono d'impiccio. Si pensi a un'aula di conferenze o convegni:  più sono essenziali e meglio svolgono il loro compito, aiutando a concentrare l'attenzione sui relatori. Le chiese per l'assemblea non vogliono le immagini, perché non servono, perché disturbano. E la cosa in fondo si sposa bene col gusto minimalista e purista di molti architetti, creativi o replicanti che siano.

Le chiese sobrie e alquanto spoglie, beninteso, non sono una novità del Novecento e hanno anche ben aiutato all'incontro con Dio in Gesù Cristo. Ma non ci si può appellare al Vaticano ii per giustificare l'assenza d'immagini, né tanto meno all'invalidità della preghiera personale all'interno della chiesa. Nella Sacrosanctum Concilium leggiamo che il fine delle opere d'arte sacra è "contribuire il più efficacemente possibile a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio"; che "la Chiesa si è sempre ritenuta a buon diritto come arbitra, scegliendo tra le opere degli artisti quelle che rispondevano alla fede, alla pietà e alle norme religiosamente tramandate e che risultavano adatte all'uso sacro" (122). E in seguito:  "Si mantenga l'uso di esporre nelle chiese le immagini sacre alla venerazione dei fedeli" (125), raccomandando al tempo stesso moderazione per prevenire le esagerazioni sempre possibili in questa materia.

Conseguenza estrema e più chiara della posizione assemblearista è la perdita d'importanza dell'Eucaristia intesa come presenza reale di Cristo nell'ostia dopo la messa. Se non si pensa all'adorazione personale, e non essendo di fatto praticata l'adorazione comunitaria, il tabernacolo diventa ingombrante e difficile da collocare oltre ai due poli liturgici maggiormente considerati, l'altare e l'ambone. In tante chiese è andato così soggetto a una progressiva emarginazione fino ad arrivare al totale nascondimento. Non sfugge la mancanza di fede, in taluni settori, nella presenza reale.

Eppure, la storia del tabernacolo rispecchia il progressivo sviluppo del culto eucaristico, secondo quel "progresso della fede" già inquadrato da Vincenzo di Lerins nel Commonitorium (434) e che in questo caso ha visto due momenti forti:  il xiii secolo e le iniziative di riforma cattolica intorno al concilio di Trento. Intorno perché, per esempio, fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+1543) a collocare il tabernacolo sulla mensa dell'altare, azione ben presto imitata da molti. Come scriveva Giovanni Paolo ii nel 2003, "le forme degli altari e dei tabernacoli si sono sviluppate dentro gli spazi delle aule liturgiche seguendo di volta in volta non solo i motivi dell'estro, ma anche i dettami di una precisa comprensione del Mistero" (Ecclesia de Eucharistia, 49). L'assemblearismo invece vede la custodia eucaristica in forma sussidiaria e non sorgiva dell'unione del fedele con Cristo oltre alla Comunione.

L'esortazione di Benedetto XVI Sacramentum caritatis del 2007 raccoglie le riflessioni e le proposte del Sinodo dei vescovi sull'Eucaristia, perciò non va vista come espressione di una o un'altra corrente teologica. Vi leggiamo:  "Mentre la riforma (liturgica) muoveva i primi passi, a volte l'intrinseco rapporto tra la santa Messa e l'adorazione del Santissimo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un'obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell'esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto:  Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando - Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo (...) L'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d'adorazione della Chiesa (...) L'atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga e intensifica quanto s'è fatto nella celebrazione liturgica stessa" (41).

La conseguenza in termini di progettazione delle chiese, evidenziata nello stesso documento postsinodale, è semplice:  "Nelle nuove chiese è bene predisporre la cappella del Santissimo in prossimità del presbiterio; ove ciò non sia possibile, è preferibile situare il tabernacolo nel presbiterio, in luogo sufficientemente elevato, al centro della zona absidale, oppure in altro punto ove sia ugualmente ben visibile. Tali accorgimenti concorrono a conferire dignità al tabernacolo, che deve sempre essere curato anche sotto il profilo artistico" (69).

In ultima analisi l'evidenziazione del tabernacolo e l'esposizione d'immagini sacre stanno nella stessa linea della preghiera personale che, come visto, nulla toglie alla celebrazione comunitaria. Ne deriva che anche le immagini non sono solo ornato:  "L'arte sacra - scriveva Giovanni Paolo ii - deve contraddistinguersi per la sua capacità di esprimere adeguatamente il Mistero colto nella pienezza di fede della Chiesa" (Ecclesia de Eucharistia, 50). E gli fa eco il sinodo nelle parole di Benedetto XVI quando ricorda che "l'iconografia religiosa deve essere orientata alla mistagogia sacramentale. Un'approfondita conoscenza delle forme che l'arte sacra ha saputo produrre lungo i secoli può essere di grande aiuto per coloro che, di fronte ad architetti e artisti, hanno la responsabilità della committenza di opere artistiche legate all'azione liturgica" (41).

C'è da riflettere dunque, non per invocare una qualche restaurazione, ma per ammettere con nobiltà d'animo gli errori commessi e per prospettare nuove linee di sviluppo dell'arte sacra. La prossima domanda sarà necessariamente come fare affinché la poliedrica arte contemporanea esprima adeguatamente il Mistero nella fede della Chiesa. Perché è dall'arte contemporanea che verrà la soluzione, non da nostalgici quanto impossibili revival. Ma in ogni caso siamo di fronte a una questione teologica e spirituale prima ancora che estetica.



(©L'Osservatore Romano - 17 gennaio 2010)
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3/18/2010 11:51 AM
 
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"La liturgia ferita" da Messainlatino


Mons. Marc Aillet (nella foto), l'eccellente nuovo vescovo di Bayonne (e prima vicario generale della diocesi di Tolone, la più ortodossa e filotradizionale di Francia), ha tenuto questa allocuzione nel corso di un recente convegno teologico all'Università Lateranense, lo scorso 11 marzo. E' un piacere già leggere un titolo esplicito, diretto all'obbiettivo (La liturgia ferita), in luogo delle vaghezze devozionalistiche nullasignificanti che solitamente abbondano nei convegni ecclesiali (tipo: "la liturgia come dono e cammino", o simili). Leggete con attenzione le parole del vescovo francese, poi chiudete gli occhi e rispondete a questa domanda: sarebbe mai stato possibile, solo cinque anni fa, immaginare che un vescovo diocesano potesse esprimere concetti del genere, per giunta in una pontificia università romana?


All’origine del Movimento liturgico, vi era la volontà del Papa san Pio X, in particolare nel motu proprio Tra le sollecitudini (1903), di restaurare la liturgia e renderne maggiormente accessibili i tesori affinché ridiventasse la fonte di una vita autenticamente cristiana, proprio per rilevare la sfida di una crescente secolarizzazione e incoraggiare i fedeli a consacrare il mondo a Dio. Da qui, la definizione conciliare della liturgia come “culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa”. Contro ogni aspettativa, come hanno spesso rilevato Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, l’attuazione della Riforma liturgica, a volte, ha portato ad una sorta di desacralizzazione sistematica, mentre la liturgia si è lasciata progressivamente pervadere dalla cultura secolarizzata del mondo circostante perdendo così la sua natura e la sua identità: “Questo Mistero di Cristo la Chiesa annunzia e celebra nella sua Liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo”: (CCC n. 1068).

Senza negare i frutti autentici della riforma liturgica, si può dire tuttavia che la liturgia è stata ferita da ciò che Giovanni Paolo II ha definito “pratiche non accettabili” (Ecclesia de Eucharistia, n. 10) e Benedetto XVI ha denunciato come “deformazioni al limite del sopportabile” (Lettera ai vescovi in occasione della pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum). Così è stata ferita anche l’identità della Chiesa e del sacerdote.

Negli anni postconciliari si assisteva ad una sorta di opposizione dialettica fra i difensori del culto liturgico e i promotori dell’apertura al mondo. Siccome questi ultimi arrivavano a ridurre la vita cristiana al solo impegno sociale, in base a un’interpretazione secolare della fede, i primi, per reazione, si rifugiavano nella pura liturgia fino al “rubricismo”, col rischio di incoraggiare i fedeli a proteggersi eccessivamente dal mondo. Nell’esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, Benedetto XVI pone fine a questa polemica e ricompone questa opposizione. L’azione liturgica deve riconciliare la fede e la vita. Proprio in quanto celebrazione del Mistero pasquale di Cristo, reso realmente presente in mezzo al suo popolo, la liturgia dà una forma eucaristica a tutta la vita cristiana per farne un “culto spirituale gradito a Dio”. Così, l’impegno del cristiano nel mondo e il mondo stesso, grazie alla liturgia, sono chiamati ad essere consacrati a Dio. L’impegno del cristiano nella missione della Chiesa e nella società trova, infatti, la sua sorgente e il suo impulso nella liturgia, fino ad essere attirato nel dinamismo dell’offerta d’amore di Cristo che vi è attualizzata.

Il primato che Benedetto XVI intende dare alla liturgia nella vita della Chiesa – “Il culto liturgico è l’espressione più alta della vita sacerdotale ed episcopale”, ha detto ai vescovi di Francia riuniti a Lourdes il 14 settembre 2008 in assemblea plenaria straordinaria – vuole mettere di nuovo l’adorazione al centro della vita del sacerdote e dei fedeli. Invece e al posto del “cristianesimo secolare” che ha spesso accompagnato l’attuazione della riforma liturgica, Papa Benedetto XVI intende promuovere un “cristianesimo teologale”, il solo in grado di servire quella che ha definito la priorità che predomina in questa fase della storia, ossia “rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio” (Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica, 10 marzo 2009). Dove, infatti, meglio che nella liturgia, il sacerdote approfondisce la propria identità, così ben definita dall’autore della Lettera agli Ebrei: “Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Eb 5, 1)?

L’apertura al mondo auspicata dal Concilio Vaticano II è stata spesso interpretata, negli anni postconciliari, come una sorta di “conversione alla secolarizzazione”: questo atteggiamento non mancava di generosità, ma portava a trascurare l’importanza della liturgia e a minimizzare la necessità di osservare i riti, ritenuti troppo lontani dalla vita del mondo che bisognava amare e con il quale bisognava essere pienamente solidali, fino a lasciarsi affascinare da esso. Ne è risultata una grave crisi di identità del sacerdote che non riusciva più a percepire l’importanza della salvezza delle anime e la necessità di annunciare al mondo la novità del Vangelo della Salvezza. La liturgia è, senza dubbio, il luogo privilegiato dell’approfondimento dell’identità del sacerdote, chiamato a “combattere la secolarizzazione”; poiché, come dice Gesù, nella sua preghiera sacerdotale: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità” (Gv 17, 15-17).

Questo certamente sarà possibile attraverso una più rigorosa osservazione delle prescrizioni liturgiche che preservano il sacerdote dalla pretesa, pur inconsapevole, di attirare l’attenzione dei fedeli sulla sua persona: il rituale liturgico che il celebrante è chiamato a ricevere filialmente dalla Chiesa permette, infatti, ai fedeli di giungere più facilmente alla presenza di Cristo Signore del quale la celebrazione liturgica deve essere il segno eloquente e che deve avere sempre il primo posto. La liturgia è ferita quando i fedeli sono lasciati all’arbitrio del celebrante, alle sue manie, alle sue idee o opinioni personali, alle sue stesse ferite. Ne consegue anche l’importanza di non banalizzare dei riti che, strappandoci al mondo profano e dunque alla tentazione dell’immanentismo, hanno il dono di immergerci di colpo nel Mistero e di aprirci alla Trascendenza. In questo senso, non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza del silenzio che precede la celebrazione liturgica, nartece interiore dove ci si libera delle preoccupazioni, pur legittime, del mondo profano, per entrare nel tempo e nello spazio sacri, dove Dio rivelerà il suo Mistero; del silenzio nella liturgia per aprirsi più sicuramente all’azione di Dio; e la pertinenza di un tempo di azione di grazia, integrato o non nella celebrazione, per prendere la misura interiore della missione che ci attende, una volta ritornati nel mondo. L’obbedienza del sacerdote alle rubriche è anch’essa segno silenzioso ed eloquente del suo amore per la Chiesa di cui non è che il ministro, cioè il servitore.

Ne deriva l’importanza anche della formazione dei futuri sacerdoti alla liturgia e specialmente alla partecipazione interiore, senza la quale la partecipazione esteriore preconizzata dalla riforma sarebbe senz’anima e favorirebbe una concezione parziale della liturgia che si esprimerebbe in termini di teatralizzazione eccessiva dei ruoli, cerebralizzazione riduttiva dei riti e autocelebrazione abusiva dell’assemblea. Se la partecipazione attiva, che è il principio operativo della riforma liturgica, non è l’esercizio del “senso soprannaturale della fede”, la liturgia non è più opera di Cristo, ma degli uomini. Insistendo sull’importanza della formazione liturgica dei sacerdoti, il Concilio Vaticano II fa della liturgia una delle discipline principali degli studi ecclesiastici, evitando di ridurla ad una formazione puramente intellettuale: infatti, prima di essere un oggetto di studio, la liturgia è una vita, o meglio, è “passare la propria vita a passare nella vita di Cristo”. È l’immergersi per eccellenza di ogni vita cristiana: immersione nel senso della fede e nel senso della Chiesa, nella lode e nell’adorazione, come nella missione.

Siamo dunque chiamati ad un autentico “sursum corda”. La frase del prefazio “in alto i nostri cuori” introduce i fedeli al cuore del cuore della liturgia: la Pasqua di Cristo, cioè il suo passaggio da questo mondo al Padre. L’incontro di Gesù Risorto con Maria Maddalena, la mattina della Risurrezione, è in questo senso molto significativo: con il suo “noli me tangere” Gesù invita Maria Mad-dalena a “guardare alle realtà dell’alto”, facendole notare di non essere ancora salito al Padre nel suo cuore e invitandola appunto ad andare a dire ai discepoli che egli deve salire al suo Dio e nostro Dio, a suo Padre e nostro Padre. La liturgia è esattamente il luogo di questa elevazione, di questa tensione verso Dio che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con questo, il suo orientamento decisivo. A patto di non considerarla come materiale disponibile alle nostre manipolazioni troppo umane, ma di osservare, con un’obbedienza filiale, le prescrizioni della Santa Chiesa.

Come affermava Papa Benedetto XVI nella conclusione della sua omelia nella solennità dei Santi Pietro e Paolo del 2008: “Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo”.








                                                             
[Edited by Caterina63 3/18/2010 11:54 AM]
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4/10/2010 12:50 PM
 
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Dai frutti li conoscerete: gli abusi del Concilio Vaticano II
  
Venerdì 07 Novembre 2008 01:00

Dopo attenta lettura dei documenti del Concilio e dopo averli confrontati con la pratica della liturgia, della pastorale e della predicazione così come si è svolta in questi quarant’anni di post-concilio, si impone una sola conclusione: troppe cose non vanno, troppa confusione, troppe storture. Non facciamo l’elenco, diciamo solo che se “è dai frutti che li riconoscerete”, in giro vi sono fin troppi frutti avvelenati. Senza stare qui ad approfondire (nelle pagine del nostro sito si trova già abbastanza da far riflettere), basta riandare al discorso alla Curia Romana pronunciato dal Santo Padre Benedetto XVI il 22 dicembre del 2005. Lì il Papa afferma che vi è stata una cattiva interpretazione del Concilio, in termini di rottura con la Tradizione. Certo, non specifica, ma è indubbio che non si riferisse alla cattiva interpretazione di certi sagrestani o di qualche prete. Parlare di cattiva interpretazione significa riferirsi ai cardinali, ai vescovi, ai teologi, e via elencando. Ora, com’è possibile parlare di cattiva interpretazione a prescindere dagli stessi documenti conciliari ?

Solo ammettendo che tali documenti siano anche solo parzialmente equivoci è possibile parlare di cattiva interpretazione “in buona fede”. Dal che deriverebbe che i documenti del Concilio Vaticano II sono da emendare e da correggere (senza contare che rimarrebbe anche da capire se sono equivoci per ignoranza e incompetenza o per cattiva volontà). Se così non fosse, rimarrebbe solo la possibilità che i “cattivi interpreti” siano stati tali “in male fede”, e per 40 anni; e trattandosi di cardinali, vescovi e teologi è certo che si tratterebbe di una cosa gravissima (senza contare che in questi 40 anni neanche i papi si potrebbero chiamare fuori dalla responsabilità).

Peraltro, Benedetto XVI non è certo il primo arrivato: è stato a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede per 25 anni, egli sa bene quello che dice.

A parte questo primo elemento, sul quale sarebbe davvero necessario riflettere a lungo, è opportuno fare qualche precisazione sulla trasmissione del Deposito della Fede, circa la distinzione tra sostanza e modi di trasmetterlo, come li chiama Lei.

Non v’è alcun dubbio che sia l’annuncio evangelico sia la trasmissione della dottrina sono sempre stati, sono e saranno direttamente e intrinsecamente legati all’àmbito umano cui sono destinati.

Per la diversificazione della famiglia umana, ogni contesto ha una sua specificità e sarebbe assurdo anche solo pensare che si possa predicare e trasmettere la dottrina allo stesso modo ai Lapponi e agli Zulu. La Chiesa infatti ha sempre agito di conseguenza, basti pensare che i primi discepoli degli Apostoli si recarono dagli Zoroastriani e dai Druidi ottenendo in entrambi i casi conversioni clamorose e in massa.

Attenzione però. Perché la supposta differente trasmissione “ai contemporanei” può indurre in gravi errori. Mentre la dottrina può essere presentata con modi e forme atti ad essere meglio compresa, si deve sempre aver cura che essa venga presentata e recepita nella sua integralità. Diversamente si finirebbe col presentare dottrine diverse e col recepire dottrine ancora diverse. In breve, non è la dottrina che si adatta al costume e alla mentalità, ma sono queste che devono conformarsi alla dottrina. D’altronde, uno degli scopi essenziali della dottrina, fatta salva l’urgenza primaria della salvezza delle ànime, è proprio l’adeguamento della mentalità “contemporanea”, sia essa antica o moderna.

Ben inteso. Quando parliamo di dottrina non abbiamo in mente il Catechismo o la teologia, ma ci riferiamo in generale all’insegnamento e alla pratica della Religione, ivi compresi gli aspetti morali e comportamentali propri di ogni insegnamento religioso (questo peraltro vale, in linea di principio, sia per la vera Religione cattolica sia per le false religioni). Forse che Nostro Signore ebbe titubanze o scrupoli a riguardo ? Nel Vangelo in diversi passi si ripete: “Vi è stato insegnato … io vi dico”. Senza contare i passi in cui si ripete: “guai a voi…”.

A proposito del Concilio di Trento. Guardi che non sono solo i fedeli tradizionali a considerarlo caposaldo della dottrina. Legga il discorso di apertura del Concilio Vaticano II pronunciato da Giovanni XXIII e noterà che è il Papa a sostenere che dal punto di vista dottrinale non v’era nulla di nuovo da dire perché faceva testo il Concilio di Trento  (15. Il “punctum saliens” di questo Concilio non è dunque la discussione di un articolo o dell’altro della dottrina fondamentale della Chiesa… Per questo non occorreva un Concilio. Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione quale ancora splende negli atti Conciliari da Trento al Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero attende un balzo  innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze, in corrispondenza più perfetta alla fedeltà all’autentica dottrina…).

D’altronde, il Concilio di Trento ebbe inevitabilmente quella connotazione per il semplice fatto che dovette confutare le falsità dei seguaci di Lutero; e furono proprio costoro gli unici “contemporanei” che lo osteggiarono. 

Veniamo alla lingua. Noi non ostracizziamo affatto ciò che non è latino. Anzi. Del latino non ce ne importa proprio un bel niente. Non solo non lo parliamo noi, ma siamo ben coscienti del fatto che non lo si parla più diffusamente da circa 1700 anni. Altra cosa è l’uso della lingua liturgica fissa, praticato non solo dalla Chiesa Cattolica Romana (il latino per circa duemila anni) e dalla Chiesa d’Oriente (greco, per duemila anni,  e slavonio, da più di mille anni), ma da qualunque altro contesto religioso o sapienziale che abbia un minimo di serietà propria: chieda agli Ebrei o ai Musulmani, o ai Confuciani o agli Indù, o a chi vuole.

Sempre e ovunque la lingua liturgica fissa ha rappresentato sia l’unità del contesto, sia la certezza della trasmissione dell’integrità del culto, sia pure la garanzia contro i travisamenti possibili legati all’uso di lingue parlate e necessariamente mutevoli.

In più occorre notare che in particolare per il Cattolicesimo la unicità e la fissità della lingua liturgica è sinonimo proprio di cattolicità e cioè di universalità. Lasci stare poi le stranezze tutte moderne circa San Girolamo, l’aramaico e il vero “pensiero di Colui…”. In verità solo i moderni, e i moderni preti ed esegeti, potevano argomentare sciocchezze del genere; pur se si deve riconoscere che tali argomentazioni spesso si limitano a circolare sui giornaletti, anche sedicenti cattolici, che inseguono la moda, anch’essa moderna, della volgarizzazione ad ogni costo.

Quanto alla “dottrina sufficiente” che la Chiesa avrebbe “dato” “da tempo” in materia, Le confessiamo le nostra ignoranza.

Non si può certo sapere tutto ! Noi, purtroppo siamo rimasti fermi alla Costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II, la Sacrosanctum Concilium, dove si riafferma la necessità dell’uso del latino anche per i fedeli  (Art. 36 § 1: L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini [cioè nel Rito Romano];  Art. 54: …si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare a cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’Ordinario della Messa che spettano ad essi;  Art 116: La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale).

Detto questo, Le chiediamo: siamo noi che abbiamo fisime ingiustificate o qualcun altro in questi 40 anni ha raccontato ai fedeli un cumulo di bugie ? Preti, vescovi e papi compresi ? Non si scandalizzi, ma si è mai chiesta come mai gli stessi Padri Conciliari che non intesero abolire il latino, poi, tornati alle loro diocesi, da vescovi, l’hanno abolito ? Certo che tutto porta la firma del Papa, ma lo stesso Papa che firmò la Sacrosanctum Concilium, firmò poi la nuova Messa in volgare ! Non crede che ci sia qualcosa che non va ? O pensa davvero che noi si sia un po’ pazzi in seno ad una compagine ecclesiale di sani di mente ? Senza contare che, cosa ancora più grave, lo stesso dicasi per la S. Messa Tridentina.  Non v’è un solo rigo del Concilio che parla del suo accantonamento,  né della “creazione” di una “Nuova Messa”: eppure è da 40 anni che i papi, i cardinali, i vescovi, i preti officiano la “Nuova Messa” in nome del Concilio Vaticano II. C’è qualcosa che non va o siamo noi i pazzi nella Chiesa ? 

Veniamo adesso agli abusi.  Piaga della Chiesa, certo, ma ancor peggio piaga per la salvezza delle ànime dei fedeli. Veda, signora, in fondo la Chiesa non è minimamente toccata da cose come queste, anzi, vi è anche abituata. La Chiesa è santa al di là delle miserie degli uomini di chiesa. In duemila anni,  abusi ce ne sono stati a non finire, ma non era mai accaduto che, come oggi, questi interessassero l’intero ecumene cattolico, a tutti i livelli, per tutti i Sacramenti, per di più con tanto di avallo della Santa Sede, sia esso espresso o tacito.

Qui si tratta di Sacramenti invalidi e inefficaci, che non veicolano più la Grazia e conducono i fedeli alla perdizione. Nessuno può permettersi di pensare che la Misericordia di Dio non sia in grado di sopperire agli errori dell’uomo, né che gli errori degli uomini possano minimamente interferire con la Misericordia e il Disegno di Dio. Ma questo non significa che un Sacramento invalido possa diventare valido per diretto intervento dello Spirito Santo. 

Se così fosse Nostro Signore non avrebbe istituito un bel niente, avrebbe pensato a tutto Lui, duemila anni fa, oggi e per sempre. Non c’era bisogno degli Apostoli, di San Pietro, di San Paolo, della Chiesa. Forse ha ragione Lei, certa deriva, che a chiamarla col suo vero nome deve dirsi apostasia ed eresia, non è colpa del Vaticano II, ma questo significa che, a maggior ragione, è colpa degli uomini di chiesa, e non dei sagrestani, ma dei preti, dei liturgisti, dei teologi, dei vescovi e dei papi, i quali, non solo avrebbero tradito il Vaticano II, ma per anni hanno fatto di tutto per farci credere che tutte le novità, le creatività, le invenzioni, le iniziative, insomma le apostasie, le eresie e le diavolerie, erano tutte “figlie legittime” del Vaticano II.

Chi tocca il Vaticano II… muore ! … Se è un fedele tradizionale. Se invece è un fedele moderno… va ad insegnare in qualche Università Pontificia. Tutto ciò non fa bene alla Chiesa, non fa bene alla Fede, non fa bene soprattutto alla salvezza delle ànime. E tutti coloro che non hanno potuto accedere alla Grazia o che hanno ricevuto un cattivo insegnamento, sia con la parola sia con l’esempio, cosa sarà delle loro ànime ? È questo il vero dramma ! Che vadano alla perdizione eterna dieci, cento, mille, centomila chierici, di ogni ordine e grado, è davvero un problema loro, ma che per colpa loro ci vadano anche milioni di fedeli, questo è un problema che ci riguarda tutti: perché ognuno di noi potrebbe essere uno di quei milioni. 

Un’ultima cosa. Se in questi 40 anni non ci fossero stati nella Chiesa coloro che tenacemente hanno denunciato abusi, storture, derive, anche riferendosi alle responsabilità derivate dagli equivoci documenti del Concilio, chi si ricorderebbe oggi della Messa Tridentina, della dottrina tradizionale, della liturgia millenaria della Chiesa ? Non abbiamo alcuna pretesa di essere senza macchia, saremmo invero stolti, ma non ci si può chiamare in causa per la crisi che attanaglia la Chiesa da quarant’anni, tralasciando così, anche senza volerlo, di chiamare in causa i veri responsabili dello sfacelo. Cordiali e fraterni saluti in nomine Domini !

IMUV - Tratto da Unavox.it

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il sacerdote deve tendere alla santità

Reginaldo Garrigou-Lagrange o.p.



SACERDOTE CON CRISTO SACERDOTE E VITTIMA

CAPITOLO II
L'UNIONE DEL SACERDOTE CON CRISTO SACERDOTE

Per il suo sacerdozio, qualunque sacerdote deve intimamente unito a Cristo.

Tutti i fedeli, come viatori, son tenuti, ossia obbligati ad osservare sempre meglio il massimo precetto dell’amor di Dio. Tale precetto infatti non si limita ad un nato grado di carità; per esempio a dieci talenti; ma è detto, senza alcuna limitazione: «Amerai il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l'anima tua. tutte le tue forze, e con tutto il tuo spirito: e il tuo prossimo come te stesso » (1). E il viatore deve sempre crescere nella carità, perchè si avvicina a Dio con l'aumentare dell'amore, come se facesse dei passi sulla via dell'amore (2).

Tale perfezione di carità è compresa in questo precetto, non come materia, chè non la si può raggiungere subito, ma come fine al quale tutti devono tendere, ognuno nel proprio stato, chi nel matrimonio, chi in religione, come fratello converso o come religiosa, chi come sacerdote (3). Ed il viatore che non volesse progredire nella carità, commetterebbe già un peccato contro il massimo comandamento, che è formulato senza alcuna limitazione. Non tenderebbe più al fine e si comporterebbe come se l’avesse raggiunto, mentre in realtà non vi sarebbe ancora arrivato. Se tutti i fedeli sono tenuti, per quest’obbligo generale fondato sul supremo precetto, a tendere alla perfezione della carità, vale a dire alla perfezione cristiana, perché la carità ci unisce a Dio e dirige tutte le altre virtù, il sacerdote vi è tenuto con un obbligo speciale perchè ha ricevuto una speciale vocazione.

Si insegna comunemente che il sacerdote anche secolare, deve tendere alla perfezione propriamente detta, in forza della sua ordinazione e del suo ministero, anzi gli si richiede una santità maggiore, per la celebrazione della messa e la santificazione delle anime, di quella che non si richieda ad un religioso che non sia anche sacerdote, per esempio ad un converso o ad un monaco.

Ciò viene confermato da tre argomenti :

1) L'ordinazione sacerdotale; —

2) Il ministero riguardante il Corpo sacramentale di Cristo; —

3) Il ministero riguardante il Corpo mistico di Cristo. Questo è di fede almeno secondo il magistero ordinario ed universale della Chiesa espresso nel Pontificale.

1) L'ORDINAZIONE. Vi si fa menzione nel Pontificale romano, a proposito della ordinazione del presbitero: “Il Signore scelse i settantadue per insegnare con la parola e con l'esempio che i ministri della Chiesa devono essere perfetti nella fede e nelle opere ossia radicati nel duplice amore di Dio e del prossimo” (4).
Ciò appare evidente dai requisiti richiesti per accedere alla ordinazione, e dai suoi effetti.

Fra tali requisiti sono necessari lo stato di grazia, l’idoneità, ed una rettitudine di vita maggiore di quella richiesta per entrare nella vita religiosa. A tale proposito S. Tommaso (5): «Gli ordini sacri esigono come condizione preliminare la santità, ma lo stato religioso è una particolare forma di vita adatta a conseguirla». Perciò, secondo la tradizione, si vede che per entrare in religione basta il grado di principiante, ossia la vita purgativa, mentre per l'ordinazione sacerdotale il grado conveniente è quello dei proficienti, vale a dire la vita illuminativi, all’episcopato poi conviene il grado dei perfetti, o la vita vita unitiva (6). Nell'art. 8 S. Tommaso dice: « Per mezzo dell'ordine sacro l'uomo è deputato al ministero più alto, quale è quello di servire allo stesso Cristo nel sacramento dell'altare, e per esso si richiede una santità interiore più grande di quella che si richieda anche per lo stato religioso», per esempio in un fratello converso, in una religiosa o in un novizio professo.

Anche dagli effetti dell’ordinazione risulta chiaro che il sacerdote deve tendere alla perfezione in modo speciale. Infatti nell’ordinazione si riceve il carattere sacerdotale, come incancellabile partecipazione al sacerdozio di Cristo per validamente consacrare ed assolvere. Un santo laico, come S. Benedetto Giovanni Labre avrebbe potuto pronunciare le parole della consacrazione e non produrre la transustanziazione, né dare l'assoluzione; lo stesso accadrebbe ad un angelo e persino alla Beata Vergine Maria (sebbene ella abbia dato qualcosa di più al Verbo: ossia la natura umana ed abbia offerto con Lui una immolazione non incruenta, ma cruenta).

Inoltre nel momento della ordinazione si riceve la grazia sacramentale dell’ordine per esercitare santamente, sempre più santamente le funzioni sacerdotali. Perciò S. Tommaso dice (7): « quelli che sono investiti del divino ministero acquistano una dignità regale e devono essere perfetti nella virtù», come si legge anche nel Pontificale (8). L'ordinazione sacerdotale è certo assai più sublime della professione religiosa. Tale grazia sacramentale è una modalità della grazia abituale e dà diritto a ricevere grazie attuali per celebrare in modo sempre più santo: «Eccoti sacerdote e consacrato per celebrare, bada ora di offrire nel tempo opportuno il sacrificio a Dio con fedeltà e devozione e di mostrarti a tutti irreprensibile. Non hai alleggerito il tuo peso, ma sei ora legato con un vincolo più stretto di disciplina, sei tenuto ad una maggiore perfezione di santità. Il sacerdote deve ornato di tutte le virtù e dare agli altri esempio di vita santa» (9).

2) IL MINISTERO RIGUARDANTE IL CORPO SACRAMENTALE DI CRISTO, mostra anche meglio l'obbligo speciale del sacerdote di tendere alla perfezione. In primo luogo perché il sacerdote celebrando fa le veci di Cristo, è come un altro Cristo. Perciò egli deve unirsi con la mente e con il al sommo sacerdote, che è stato insieme santissima ostia, in modo da essere ministro conscio del suo ufficio e da celebrare degnamente e santamente. Sarebbe ipocrisia, almeno indirettamente volontaria a causa della negligenza, avvicinarsi all'altare senza la ferma volontà di progredire nella carità. È infatti dovere di ogni fedele, di qualsiasi condizione di vita, il progredire nella carità, secondo il massimo comandamento, che è senza, limitazione di sorta «Amerai il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore...».

Di questa santità richiesta per la celebrazione messa, o che almeno conviene ad essa in modo assai dente, si parla molto bene nella Imitazione di Cristo (10): «Il sacerdote, rivestito dei sacri paramenti, fa le veci di Cristo per supplicare e pregare Dio umilmente per sé e per tutto il popolo. Porta davanti e dietro il segno della croce, in continuo ricordo della Passione di Cristo. Davanti sulla pianeta, porta la croce per osservare con diligenza gli esempi di Cristo e cercare di seguirli con fervore: è segnato alle spalle con la croce perché sopporti pazientemente per amor di Dio tutte le traversie che gli vengono dagli uomini».

3) IL MINISTERO RIGUARDANTE IL CORPO MISTICO DI CRISTO, ossia, il fatto che il sacerdote deve santificare le anime altrui per mezzo della predicazione della parola divina, del ministero della confessione e della direzione, è una nuova conferma di questa dottrina (11).
È necessario mettere in evidenza parecchie CONSEGUENZE (12):

1) il sacerdote deve considerarsi come ordinato soprattutto per offrire il sacrificio della Messa: nella sua vita tale sacrificio è qualcosa di bene più alto dello studio, o delle opere esteriori di apostolato. Lo studio deve essere ordinato ad acquistare una cognizione sempre più profonda del mistero di Cristo, supremo sacerdote, e l'apostolato deve derivare dall'unione del sacerdote con Cristo, sacerdote principale. Anzi la celebrazione della messa è così intimamente congiunta alla perpetua oblazione di Cristo sempre vivente e sacerdote principale, da superare il ministero degli angeli, custodi delle anime, e viene subito dopo la missione unica della Beata Vergine Maria, che diede al Figlio di Dio la natura umana, e offrì con Lui la sua cruenta immolazione sul Calvario.
I teologi si sono chiesti: in qual modo il ministero dell'uomo sacerdote può superare quello degli Angeli che hanno una natura più sublime della nostra? Molti hanno così risposto: L'’aquila, pur essendo di una specie inferiore all'uomo, ha le ali ed una vista più acuta di quella dell'uomo. Come l'aquila supera l'uomo per le ali e la vista, così il sacerdote che celebra ed assolve supera gli angeli. S. Efrem nella sua opera De sacerdotio (13) dice: Supera la ragione e l'intelletto... il dono della sublime dignità sacerdotale. Il sacerdote si trova a suo agio tra gli angeli… Giacchè tratta familiarmente con lo stesso Signore degli angeli, ed ottiene facilmente, quasi per suo diritto, ciò che vuole, non appena lo chieda».
Perciò l'autore della Imitazione dice (14): «Se tu avessi anche la purità degli angeli. e la santità di Giovanni Battista non saresti degno di ricevere, né di amministrare questo sacramento... Grande è questo mistero, grande è la dignità dei sacerdoti, ai quali è concesso ciò non è dato agli angeli!».

2) Praticamente ne consegue: nel momento della consacrazione il celebrante deve unirsi umilmente ed intimamente al Sacerdote principale. Se si abbassa nella più grande umiltà, in modo che apparisca Cristo, allora viene glorificato ed onorato come facente veramente le veci di Cristo. «Egli deve crescere, io essere abbassato (Gv. 3, 30). E come la umanità di Cristo, spogliata della propria personalità, è stata glorificata ed onorata per la sua unione ipostatica con la persona del Verbo, così il celebrante, non consacrando affatto in nome proprio, viene elevato alla gloria più sublime, perché diviene come un altro Cristo. Se l'umanità di Cristo avesse lasciato la persona sona divina del Verbo, e preso quella umana, proprio per questo avrebbe perduto il valore infinito dei suoi meriti: lo stesso avverrebbe per analogia se il celebrante operasse non in nome di Cristo, ma in nome proprio, perderebbe cioè tutta la sua dignità e non consacrerebbe (15). La unione della dignità e della umiltà del sacerdote è espressa dalle parole di S. Paolo nella II ai Cor. (4, 7): Ora noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, onde la sublimità della virtù sia di Dio e non da noi ». E ugualmente tale unione è espressa dalle parole della liturgia : «O Dio, esaltazione degli umili, che innalzasti alla gloria dei santi il beato Francesco da Paola, concedi, ti preghiamo...».
Il sacerdote esercita pienamente il suo sacerdozio solo mediante la consacrazione e la elevazione del Corpo di Cristo e del suo preziosissimo Sangue.
Da ciò risulta evidente che il celebrante deve unirsi sempre più intimamente a Cristo per la fede viva, illuminata dai doni dello Spirito Santo, per la fiducia illimitata, e l'amore ogni giorno più puro e perfetto.


Diversi modi di celebrare la messa.

Bisogna avere sempre presente alla memoria che Cristo è il sacerdote principale nel Sacrificio della Messa, ed il celebrante deve tendere ad una unione attuale e sempre più intima con Lui. Vi sono però dei modi assai diversi di celebrare, ossia: vi è la messa sacrilega, la messa affrettata, la messa esteriormente corretta, ma senza spirito di fede, la messa celebrata degnamente e piamente, e la messa dei santi. Tutto questo mi è stato detto in un breve colloquio, dal fondatore della congregazione della ««Fraternità sacerdotale » e vale la pena di meditarlo.

Nella messa sacrilega il cuore del celebrante è lontano da Dio, lontano da Cristo, sacerdote principale, e questa celebrazione indegna costituisce un peccato gravissimo. Tale messa conserva tuttavia il suo valore infinito da parte della vittima immolata e del principale offerente; perciò in essa è infinito il valore dell'adorazione, riparazione, della impetrazione, del ringraziamento, in virtù dell'atto teandrico del principale offerente che sempre vivente, intercede per noi.
Ma se i fedeli sono a conoscenza dello stato dell’anima di un tale sacerdote, ne deriva uno scandalo enorme, le cui conseguenze non possono essere misurate. « Corruptio optimi pessima »; così viene falsificata la vita sacerdotale; da questo derivano una falsa carità, una falsa prudenza, l'ipocrisia, i falsi consigli, i pessimi esempi. S. Caterina da Siena, in un suo Dialogo parla spesso di tale scandalo, e dice che la Chiesa le è apparsa come una vergine dalle labbra corrose dalla lebbra. Questi sacrilegi esigono riparazione da parte del sacerdote colpevole, e talvolta tale riparazione viene offerta a Dio da sante anime contemplative che soffrono moltissimo per ottenere la conversione dei sacerdoti miseramente caduti.

La messa affrettata, ossia celebrata con la massima rapidità in quindici minuti, e talvolta con una coscienza dubbia, è, a modo suo, già uno scandalo. S. Alfonso de’ Liguori, da vescovo, proibì questo modo di celebrare la messa nella sua diocesi e scrisse su questo argomento.
Tali sacerdoti hanno perduto il giusto senso della gravità e della serietà della loro vita; ciò è avvenuto perchè per essi non è la messa che ha la massima importanza, bensì la vita esteriore, l'attività esterna, lo pseudo apostolato: infatti la loro vita interiore si riduce quasi a nulla, e al loro apostolato manca l'anima.
Quale differenza tra queste messe e quelle di cui parlava S. Giovanni Fisher, martire inglese, quando diceva ai luterani del suo tempo: «La Messa è il sole spirituale, che sorge ogni giorno per diffondere luce e calore in tutte le anime».
Tali messe affrettate sono invece uno scandalo, perchè vi si recitano meccanicamente, senza alcuno spirito di fede, il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus. Non si pronunciano nemmeno materialmente le parole, per la fretta eccessiva. E le preghiere del Messale vengono pronunciate come parole di nessuna importanza, mentre il loro significato è così profondo, che soltanto in cielo lo comprenderemo appieno..

È un miserabile verbalismo, del tutto opposto alla contemplazione. Se vi sono parole che debbono essere dette con consapevolezza e penetrazione contemplativa, sono proprio queste del Messale: Il Kyrie, il Gloria, íl Credo, il Sanctus, e invece vengono recitate macchinalmente, per finire più presto. Similmente si genuflette rapidamente, senza nessun senso di adorazione. Tali messe così affrettate possono fare un gran male a quelli che si avvicinano alla Chiesa cattolica e cercano un vero sacerdote a cui possano aprire la loro coscienza per trovare la verità. Il Signor von Hügel, che scrisse la vita di S. Caterina da Genova dice: «Certi ecclesiastici non hanno senso religioso più delle mie scarpe»..
Dopo tali messe affrettate si sopprime generalmente il ringraziamento o lo si riduce quasi a nulla.

Poi vi sono le messe esteriormente corrette, ma celebrate senza spirito di fede.
Il sacerdote presta sufficiente attenzione al rito esterno, alle rubriche, anzi talvolta è un rubricista, ma celebra come un, funzionario ecclesiastico e non mostra di avere alcun senso religioso. Conosce sì le rubriche e le osserva, ma è evidente che non pensa affatto al valore infinito della messa, né al principale offerente del quale è ministro. Tale celebrante è «un altro Cristo » solo in modo esterno; in forza del carattere che dà validità alla messa, ma non si manifesta in lui una anima sacerdotale: è evidente che fin dal momento della ordinazione non si è avuto in lui un aumento di grazia santificante e di quella sacerdotale. Questa grazia. era un tesoro da far fruttificare, e non si vedono i suoi frutti, invece piuttosto appare la sua sterilità.
E talvolta chi celebra così la messa crede di far bene quello che fa, perchè osserva attentamente le rubriche, ma non aspira a nulla di più alto. Dice il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus, le parole della Consacrazione e della Comunione senza spirito di fede.

Questi sacerdoti, se muoiono in stato di grazia. dopo la morte devono assai soffrire in purgatorio per l’incuria loro, e desiderare delle messe celebrate per essi molto bene a scopo di riparazione.

La messa celebrata degnamente e piamente è invece è quella detta con spirito di fede, confidenza in Dio, amore per Lui e per le anime. Si sente in essa il soffio e l’impulso delle virtù teologali che ispirano la virtù di religione.
Allora il Kyrie eleison è una vera preghiera d'implorazione,
il Gloria in excelsis Deo è adorazione dell'Altissimo;
il Vangelo del giorno è letto con fede profonda; le parole della consacrazione sono proferite in unione attuale con Cristo, principale offerente e con una certa cognizione dell'irradiamento spirituale di tale oblazione ed immolazione sacramentale in tutto il mondo e fino nel purgatorio.
E l'Agnus Dei è detto chiedendo davvero la remissione dei peccati;
il Communio infine è quello che deve essere, ogni giorno sostanzialmente più fervoroso e più fecondo di quello del giorno precedente, per il quotidiano aumento della carità, prodotto dall'Eucaristia.
La distribuzione della comunione ai fedeli non è meccanica, ma è una elargizione ad essi di vita sovrabbondante, perchè posseggano sempre più copiosamente la vita soprannaturale.
Il sacrificio della Messa viene terminato dalla contemplazione semplice e viva del Prologo del Vangelo secondo Giovanni. Poi si fa il ringraziamento particolare, che in alcuni giorni di festa, può prolungarsi come orazione mentale, se vi è tempo. È infatti proprio il momento più propizio per una intima orazione mentale, perchè abbiamo Cristo sacramentalmente presente in noi e l'anima nostra è sotto il suo influsso attuale, purché rimanga nel raccoglimento.

Cosa si deve dire della messa dei santi? Il sacrificio eucaristico celebrato da S. Giovanni Evangelista in presenza della Beata Vergine Maria era una vera continuazione sacramentale del sacrificio della Croce, la cui memoria era vivissima nella mente della Madre di Dio e del suo figlio spirituale. La messa di S. Agostino dopo le ore di contemplazione espressa nel De civitate Dei o nel De Trinitate, doveva essere una unione intima con Cristo sacerdote.
Lo stesso dicasi della messa di S. Domenico, di San Tommaso, di S. Bonaventura, che hanno scritto preghiere di ringraziamento ancora in uso; e di quella di S. Filippo Neri, che era spesso rapito in estasi dopo la consacrazione per l'intensità della sua contemplazione e dell'amore per Gesù sacerdote e vittima.

Molti fedeli che videro celebrare S. Francesco di Sales, ebbero sempre per lui una grandissima venerazione. Il santo curato d'Ars diceva : «Se comprendessimo che cosa è la messa, moriremmo!». «Il sacerdote dovrebbe essere santo per celebrarla degnamente. Quando saremo in cielo, vedremo che cosa è la messa e come l'abbiamo celebrata spesso senza la riverenza, l'adorazione ed il raccoglimento dovuti».
Come è detto nella Imitazione (16) i santi uniscono sempre l'oblazione personale dei loro dolori a quella di Cristo, sacerdote e vittima. Il Padre Carlo de Foucauld, celebrando la messa fra i maomettani in Africa, si offriva per essi, intendendo preparare così la loro futura evangelizzazione.
La messa dei santi è come una prolusione, o un preludio, quasi un inizio del culto eterno, che già viene espresso alla fine del prefazio dalle parole: «Sanctus, Sanctus, Sanctus».

(1) Lc. 10, 27; Deut. 6, 5.
(2) Cfr. S. Tommaso, Somma Teol. II-II, q. 184, a. 3 ad 2.
(3) Cfr. la nostra opera: Les trois áges de la vie intérieure, v. I, pag. 267.
(4) Così si esprime S. Tommaso (IV Sent., disc. 24, q. 2). L’argomento è sviluppato dal Card. Mercier, La vie intérieure, Ret. Sacerdot., 1919, pag. 200, 140-167.
(5) Somma Teol. II-II, q. 189, a. 1 ad 3.
(6) Cfr. II-II, q. 184, aa. 7-8.
(7) IV Sent., disc. 24, q. 2.
(8) Cfr. Somma Teol. suppl., q. 35, a. I ad 2; De Ordine, c. III, q. 63. a. 3.
(9) Cfr. Imitazione di Cristo, I. IV, c. 5.
(10) L. IV, c. 5.
(11) Cfr. Les trois áges de la vie intérieure, v. I, pag. 303.
(12) Cfr. P. S. M. Giraud, Prêtre et hostie, 5 ed., 1924, v. I, pag. 270.
(13) Opere, Anversa, ed. 1619, pag. 19.
(14) L. IV, cap. 5.
(15) Cfr. P. S. M. Giraud, op. cit., v. I, pag. 279.
(16) L. IV, cap. 9.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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7/15/2010 3:06 PM
 
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Parola di cardinale: alla nuova messa andranno soltanto donne e bambini

Riportiamo una parola 'profetica' (come si usa dire nella Chiesa di oggi) del cardinale Heenan, allora arcivescovo di Westminster, subito dopo aver assistito alla 'prima' della messa bugniniana (si trattava della cosiddetta messa normativa, confezionata dal Consilium presieduto da mons. Hannibal Bugnini e che fu celebrata alla Sistina, in italiano, nel 1967, davanti ai Padri riuniti appositamente in un sinodo).

Quel saggio di messa ebbe esito negativo, come riporta Joseph Ratzinger nella sua autobiografia (La mia vita-Ricordi, S. Paolo, 1997, 88):


In questo contesto non sorprende che la «messa normativa», che doveva subentrare all’Ordo missae precedente, e di fatto poi vi subentrò – venne respinta dalla maggioranza dei Padri convocati in un sinodo speciale nel 1967. Che, poi, alcuni (o molti?) liturgisti, che erano presenti come consulenti, avessero fin dal principio intenzioni che andavano molto più in là, oggi lo si può dedurre da certe loro pubblicazioni; sicuramente, però, essi non avrebbero avuto il consenso dei Padri conciliari a questi loro desideri. In ogni caso di essi non si parla nel testo del Concilio, anche se in seguito si è cercato di trovarne a posteriori le tracce in alcune delle norme generali.


Infatti, solo 71 vescovi approvarono l'esperimento. 43 lo bocciarono senza appello e 62 avanzarono fortissime riserve e critiche: 105 su 176, quindi, non approvarono. Ma ciò nonostante, quella messa normativa confluì praticamente tal quale - alla faccia della collegialità episcopale - nel messale del 1969.

Ed ecco come il cardinale Heenan, cui finalmente arriviamo, commentò nel corso del Sinodo il conato di messa cui aveva appena assistito e che sarà imposto, due anni dopo, a tutta la Chiesa. Dopo aver osservato che non conosceva i nomi di coloro che avevano preparato quella nuova messa, ma che era chiaro come pochi di loro fossero mai stati parroci, aggiunse (fonte:
wikipedia)



Da noi non sono solo donne e bambini a venire regolarmente a messa, ma anche padri di famiglia e giovani uomini. Se dovessimo somministrar loro il tipo di cerimonia cui abbiamo assistito ieri alla Sistina, saremmo ben presto ridotti ad una congregazione di soli donne e bambini.


E così è stato, puntualmente. Uomini nella fascia d'età 15-60 anni son più rari a messa delle lucciole in città (parliamo della forma ordinaria, ovviamente). Si replicherà che una volta gli uomini stavan fuori della chiesa fino al momento del Credo. Vero: ma oggi nemmeno quello. Sarebbe interessante approfondirne i motivi. Ne azzardiamo qualcuno: aver sostituito la Messa ha vanificato e contraddetto il sentimento che si trattasse di qualcosa di essenziale e imprescindibile. Naturale: l'organizzazione che ripudia oggi quanto teneva ieri in massimo conto, perde credibilità e inficia il valore anche del nuovo prodotto che intende promuovere, perché si suscita il sospetto che un domani anche questa novità potrebbe a sua volta essere accantonata e disprezzata. Ma questo argomento, a vero dire, dovrebbe dissuadere i fedeli dalla pratica senza distinzione di sesso.


C'è dunque qualcos'altro che motiva quella disaffezione prevalentemente maschile verso la nuova Messa. Alcune caratteristiche del Messale paolino sono per così dire poco 'virili' (in senso etimologico): il rito che da sacrificio (incruento, ma non per questo meno drammatico) si trasforma in cena conviviale; l'introduzione di gestualità assai puerili (scambiarsi la pace, tenersi per mano al Padre Nostro); in generale, il sentimentalismo mieloso e il feeling good che pervade molte celebrazioni; ma soprattutto, ma soprattutto, la verbosità e la prolissità dei celebranti. E' nella natura maschile, come scientificamente noto, la reticenza nell'esprimere sentimenti, e in genere il discorso più stringato (si misura in migliaia al giorno la differenza media tra il numero di parole che pronunziano una donna e un uomo). Ora: se c'è un posto dove si è inondati di parole, è la chiesa. Chi vi scrive, ad un battesimo nel mese scorso, ha col cronometro (o sacrilegio!) comparato il tempo in cui il celebrante ha pronunziato le formule della liturgia, letture incluse, e quello in cui ha spiegato perché faceva questo o quello, che cosa rappresentava quel gesto o quella preghiera, oppure ha predicato, o ha scherzato - sempre all'interno del rito - coi padrini o coi genitori. La ratio è stata un incredibile (ma vero!) 1:19. Ossia: gli spiegoni son durati diciannove volte tanto le parole del rituale. Normale che uomini di sana costituzione fuggano a gambe levate. Ci stupiamo semmai che non lo facciano, in egual misura, anche donne e bambini.

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Alcune riflessioni aggiunte dagli approfondimenti del Blog Messainlatino raggiungibile dal titolo linkato:



Da noi non sono solo donne e bambini a venire regolarmente a messa, ma anche padri di famiglia e giovani uomini. Se dovessimo somministrar loro il tipo di cerimonia cui abbiamo assistito ieri alla Sistina, saremmo ben presto ridotti ad una congregazione di soli donne e bambini.  
 
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CONTESTO questa profezia per diretta esperienza..... Laughing  
da 22 anni giro l'Italia, 6 quasi 7 Diocesi, ergo altrettante 6/7 Parrocchie, si ascolti anche l'esperienza diretta!!  
E' vero quanto dice Gianluca invece....:  
- i bambini vi restano per ricevere la Prima Comunione, dopo di che già per la Cresima si assiste ad una selezione "naturale" ossia i bambini che già si credono ADULTI come i loro genitori, non vengono neppure per la Cresima e contraddicendosi, ossia non vengono più perchè SONO GRANDI, dicono che DA GRANDI....riceveranno la Cresima!!  
- i giovani vengono, molti anche in buonissima fede e pieni di entusiasmo... per fare gruppo, per suonare una musica cristiana (NON sacra) che li aiuti veramente a trovare quello che cercano, ma NON lo trovano PERCHE' IL PARROCO NON C'E' è impegnato spesse volte nel sociale, non sta nel confessionale, non c'è nell'Adorazione Eucaristica, NON c'è nel Rosario...e per la Messa....SI FA AIUTARE DAI GIOVANI....il coinvolgimento finisce tutto IN UNA ASSISTENZA RECIPROCA...E RIDOTTA ALLA DOMENICA e Feste comandate o per le GITE PARROCCHIALI, quelle funzionano benissimo....non si chiamano più PELLEGRINAGGI, MA GITE come di fatto sono state ridotte...  
Dopo questa abbuffata....se ne vanno via senza aver trovato ciò che cercavano....  
Un ragazzo di mia conoscenza che poi aderì ai Pentecostali mi disse: " tu mi dici che sei delusa e forse hai ragione, ma  A ME NON CI PENSI? A CIO' CHE CERCAVO E NON HO TROVATO NON CI PENSI?" a prescindere che ciò che cercava non lo ha trovato manco lì.... resta palese il disagio di un FALLIMENTO DELLA PASTORALE MODERNA... che è fatta di tanti buoni propositi, MA VUOTA, PRIVATA DEL SACRO E DEL SACRAMENTALE....RIDOTTA ESCLUSIVAMENTE AD UN ATTIVISMO CHE ALLA FINE SFIANCA...  
Non so se è un caso.... ma ben 4 catechisti, me compresa, in una sola parrocchia in due anni, abbiamo subito un infarto da stress....  

in dodici anni tale Parrocchia di 6mila fedeli NON fede una vocazione....ne sacerdotale ne per le suore....  
in 7 anni in un altra parrocchia si riuscì ad avere UNA SOLA VOCAZIONE, ma a quanto pare si è fermata al diaconato, non avrebbe intenzione di proseguire...e sapete il perchè? PERCHE' DA DIACONO GLI FANNO FARE LE STESSE COSE CHE FA UN SACERDOTE (quasi tutto), ergo, perchè farsi prete?  
Non c'è voglia di impegnarsi se non nel superficiale finendo nella mediocrità... e questo senza togliere nulla alla buona fede di molti...  
- infine noi donne, giustamente dice Gianluca.....restiamo per l'ambone....come donna potrei sentirmi offesa, ma è la verità o parte di essa, ossia senza generalizzare, ma è lampante come L'ATTIVISMO LITURGICO NELLE PARROCCHIE non si smattisce mai per il Sacro, MA PER ESSERE PROTAGONISTI, PER AVERE UNA PARTE IN QUESTA RECITA....  
Tutti vogliono avere UNA PARTE....l'impresario (il parroco) si trova spesso in difficoltà...VUOLE=DEVE ACCONTENTARE TUTTI altrimenti nascono le discussioni, in questi scenari TUTTO deve filare liscio.... chi la pensa diversamente NON PUO' PRENDERE PARTE ALLA FESTA...  
 
Infine Gianluca dimentica GLI UOMINI.... Wink  
essi non mancano affatto, sono tanti, ma in maggioranza SPETTATORI!  
Spesso sono solo IGNARI ACCOMPAGNATORI dei figli alla Prima Comunione...non si lasciano coinvolgere anche perchè molti di loro sono divorziati risposati...contenti che il figlio di primo, secondo o terzo letto non sia escluso, ma lui la pensa diversamente ergo: ciò che si fa in Chiesa è una cosa, ma a casa è tutto un altro andare e si deve dimenticare il Catechismo appreso....DUE VITE SEPARATE...la fede in Chiesa e in Parrocchia, a casa si vive nel mondo CON LE IDEE DEL MONDO...ed ecco allora BAMBINE di 8 anni presentarsi alla Messa in minigonna, calze a rete...borsette firmate, scarpe con lucette che si accendono...si entra in chiesa e invece di inginocchiarsi per salutare il Padrone di casa, si prende POSTO NEL TEATRO e si chiacchiera delle ultime novità....i Papà RESTANO FUORI, IN FONDO ALLA CHIESA perchè i primi banchi sono vietati a loro, sono per i bambini....  
Questo modo di INVENTARE LA MESSA DEI FANCIULLI ha DIVISO maggiormente i figli dai genitori...  
e se volete la farsa continua....  
Undecided


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cesare
La risposta " Come la fai difficile!!! TU SPAVENTI I BAMBINI PARLANDO DI MESSA=CALVARIO!!!! LA MESSA è UNA FESTA, UN BANCHETTO FESTOSO, BISOGNA CANTARE E BALLARE, DANZARE, ESSERE FELICI, SULL'ALTARE GESU' E' PRESENTE DA RISORTO NON DA MORENTE SULLA CROCE...LO HA DETTO IL CONCILIO E MENO MALE CHE LO HA DETTO E CHE HA CAMBIATO IL MODO DI FARE LA MESSA..."  
 
Il solito ritornello dei protestanti. 
E ulteriore conferma della PERICOLOSITA' del NOM.



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Caro Cesare....Il guaio è che NON è il NOM in sè a dire queste cose.... io sono cresciuta nel NOM ed è anche una grazia il fatto che ho sempre saputo cosa fosse la Messa perchè, senza dubbio, essendo stata sul Catechismo san Pio X questo mi ha mantenuto integra nella fede.... Wink  
il dramma SONO LE CATECHESI....non dimenticate mai che dagli anni '70 e fino agli anni '90 NON ABBIAMO AVUTO PIU' UN CATECHISMO!  
ma abbiamo avuto una serie di PICCOLI CATECHISMI IMPROVVISATI ANNUALMENTE e che cambiavano periodicamente PER ADATTARSI ALLE INTERPRETAZIONI DEL CONCILIO, quelle fallate naturalmente...le interpretazioni di comodo o volte proprio a modificare il senso della fede nella Liturgia che si andava a RECITARE....  
Il Rito ha la sua responsabilità fino ad un certo punto e ce lo sta dimostrando il Pontefice per come lo ha rimesso a posto e per come desidera infatti, che venga eseguito anche nelle Parrocchie... ma è il Catechismo nelle Parrocchie che fa acqua....è la preparazione che fa acqua, per questo certi Movimenti ecclesiali hanno avuto successo... Wink  
nell'inviare una Lettera al cardinale Josef Cordes per i suoi 75 anni, il 17.12.2009. ha elegiato la sua intuizione in favore dei Movimenti, citandone tre per la precisione:  
 
il Movimento Carismatico del Rinnovamento, Comunione e Liberazione e il Cammino Neocatecumenale...  
 
Ma attenzione, il Papa aggiunge queste parole:  
 
"Certo, questi Movimenti devono essere ordinati e ricondotti all'interno della totalità...devono imparare a riconoscere i loro limiti e a diventare parte della realtà comunitaria della Chiesa nella sua costituzione propria, insieme con il Papa e i Vescovi.  
Hanno pertanto bisogno di guida e anche di purificazione per poter raggiungere la forma della loro vera maturità
"  
 
 ******
 
...soggetti ad una IMPERFEZIONE per la quale, dice il Pontefice, " hanno bisogno di una guida e anche di purificazione"....  
.... necessitano di essere "ORDINATI E RICONDOTTI" alla totalità....leggiamo con attenzione, il Papa non dice "condotti", ma RI-CONDOTTI....
 
 
*****************************  
 
orbene.... ci viene da dire Beatissimo Padre: può un cieco guidare un altro cieco?  
Se questi gruppi VANNO RICONDOTTI, ed hanno bisogno di una guida e sono IMPERFETTI..... perchè continuate ad applaudirli dicendo che stanno seminando bene nelle Parrocchie? La Catechesi dottrinale Cattolica E' PERFETTA se soltanto la si seguisse nella sua sana Tradizione...  
Embarassed ....  
Come vediamo il problema NON è il Rito in se, non è il NOM in se, ma quanto gli ruota attorno, il problema sono coloro che seminano nelle Parrocchie e che come dice il Papa, necessitano essi stessi di una guita e di essere RICONDOTTI...  
siamo ai ciechi che guidano altri ciechi, il NOM applicato è il frutto di questa IMPERFEZIONE CATECHETICA...  
Bisogna ritornare AL VERO CATECHISMO perchè quello "Nuovo" non è utilizzabile nelle Parrocchie a causa della sua mole 500 PAGINE....i sussidi SONO CORROTTI e non dispiegano affatto il vero Catechismo, ma celebrano una catechesi ECUMENICA PRIVATA DELLA SANA DOTTRINA....nei catechismi parrocchiali si preparano i fedeli agli incontri ecumenici, li si fa ascoltare prediche di pastori protestanti....ma guai a far imparare ai Bambini a memoria le tre Virtù Teologali o l'Atto di dolore che è stato modificato, perchè in quello antico si dice che "ho meritato i TUOI CASTIGHI" e siccome Dio NON castiga più da dopo il Concilio, via, cambiamo l'Atto di Dolore...  
 
Santo Padre, Vescovi tutti, Sacerdoti: forse ci vuole ora un Anno del Catechista, forse è giunta l'ora di ritornare al sano e genuino CATECHISMO CATTOLICO! Non si può pensare di risolvere il problema del Rito nelle due forme se alla base non si ritorna alla sana Dottrina catechetica!  
E questo riferimento al Catechismo autentico, langue!





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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8/16/2010 11:42 AM
 
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Eucaristia. La medesima Vittima della Croce come lode e ringraziamento


L'Eucaristia è il memoriale della Passione, il compimento delle figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate da Cristo.

Cosa AVVIENE sull'Altare? Dopo preghiere preparatorie e il momento solenne delle Letture, il sacerdote offre il pane e il vino: è l'offerta o Offertorio; fra poco questi elementi saranno trasformati nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore. Il sacerdote invita poi i fedeli e gli spiriti celesti a circondare l'altare (Pregate fratelli e Prefazio che diventerà un nuovo Calvario), ad accompagnare con lodi, omaggi e in Adorazione l'azione santa. Dopo di che, egli entra silenziosamente in comunione più intima con Dio. Arriva il momento della Consacrazione. Stende le mani sulle offerte, come faceva in antico il sommo sacerdote sulla vittima da immolare; ripete (non racconta) tutti i gesti e tutte le parole di Cristo nell'ultima Cena al momento di istituire il Sacrificio: Nella notte in cui fu tradito... Poi, identificatosi con Cristo, egli pronuncia le parole rituali: "Questo è il mio Corpo...", "Questo è il mio Sangue...".

Queste parole, pronunciate da Colui "per mezzo del quale tutte le cose sono state create", operano il cambiamento del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo. Per la sua espressa volontà e la sua istituzione formale, Cristo si rende presente realmente e sostanzialmente con la sua divinità e la sua umanità, sotto apparenze che restano quelle che sono e tuttavia, se lo nascondono ai nostri sensi materiali, vivificano quelli spirituali.

Parole, Actio divina, di Cristo stesso che è Altare, Vittima, Sacerdote e Sacrificio, per mezzo delle quali il Sacrificio è compiuto. In virtù delle parole: Questo è il mio Corpo "offerto in sacrificio per voi", Cristo, per l'intermediazione del sacerdote, trasforma nella sua carne le specie del pane; con le parole: Questo è il mio Sangue "versato per voi", trasforma nel suo sangue le specie del vino. Cristo in questo modo separa misticamente la sua Carne e il suo Sangue, che sulla Croce furono fisicamente separati, e la cui separazione produsse la morte, e si assoggettò anche alla successiva sepoltura per entrare persino in questo supremo e drammatico momento del nostro 'passaggio' alle sponde dell'eternità.

Ed ecco, la Resurrezione. Ora Cristo non può più morire: la morte non ha più potere su di lui (Rm 6,9). La separazione del suo Corpo e del suo Sangue che si fa sull'altare è mistica. Lo stesso Cristo, che è stato immolato sulla Croce, è immolato sull'altare, ma in modo diverso; e questa immolazione, accompagnata dall'offerta, costituisce un vero sacrificio.

La Comunione continua il Sacrificio; è l'ultimo atto importante della Messa. Il rito della consumazione della Vittima completa l'espressione dell'idea di sostituzione e soprattutto il legame che si trova in tutto il Sacrificio. Unendosi così intimamente alla Vittima che gli si è sostituita, l'uomo s'immola, per così di­re, di più; mangiando l'Ostia, divenuta cosa santa e sacra, noi partecipiamo della virtù divina operata dalla consacrazione e solo in quella di Cristo possiamo presentare l'offerta della nostra vita, cioè offrire i nostri corpi "come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale" (Paolo Rm 12, 1-2)

Nella Messa, la vittima è Cristo stesso, Uomo-Dio; perciò la comunione è l'atto per l'eccellenza di unione col Signore; è la migliore e la più intima partecipazione a questi frutti di alleanza e di vita divina che ci dona l'immolazione di Cristo.

Così, dunque, la Messa non è soltanto una rappresentazione o un 'memoriale', nel senso di commemorazione del sacrificio della Croce; non ha il valore di un semplice ricordo. E' sì un ricordo "ogni volta che farete questo lo fate in memoria di me"; ma è un ricordo che ri-attualizza; ed è un vero sacrificio, come quello del Calvario, che essa riproduce e riproducendolo lo perpetua e ne applica i frutti fino alla fine dei tempi.

Quando partecipiamo al Santo Sacrificio, nel quale Gesù, vittima divina, si offre a Dio come sul Calvario, il Padre riceve da questa offerta, un omaggio di valore infinito, veramente degno delle sue perfezioni. Infatti, per opera di Gesù Cristo, Uomo-Dio, Figlio suo, immolato e adorato sull'altare: per Lui, con Lui e in Lui sale a Dio Padre Onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli.

E' solo per questo che la nostra anima, piena di stupore di essere l'oggetto delle compiacenze divine, esclama: "Signore, come posso io, povera creatura, ricambiare tanti tuoi benefici? Benché tu non abbia bisogno dei miei beni, è tuttavia giusto che io riconosca la tua bontà infinita: come posso io degnamente ringraziarti: Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?". È questo il grido del sacerdote, che diventa il grido di tutta la Chiesa, dopo la comunione con l'Ostia. E quale risposta la Chiesa mette sulle sue labbra? Alzerò il calice della salvezza...". "Quid retribuam Domino pro omnibus quae retribuit mihi? Calicem salutaris accipiam: et Nomen Domini invocabo"(Salmo 116,12). Invocazione che possiamo far nostra, partecipando, insieme a tutte le altre sublimi preghiere preparatorie e successive, ad eccezione della formula Consacratoria!

La Messa è l'azione di grazie per eccellenza, la più perfetta e la più gradita che possiamo rendere a Dio.

Ci dice S. Tommaso: "Nessun sacramento in realtà e più salutare di questo: per sua virtù vengono cancellati i peccati, crescono le buone disposizioni, e la mente viene arricchita di tutti i carìsmi spirituali. Nella Chiesa l'Eucaristia viene offerta per i vivi e per i morti, perché giovi a tutti, essendo stata istituita per la salvezza di tutti". Perché tutti possano accogliere il Signore e così essere da Lui Redenti e ri-generati.

Il Vangelo ci dice che prima di istituire questo Sacrificio, Gesù rese Grazie al Padre. S. Paolo usa la stessa espressione e la Chiesa ha conservato questo termine a preferenza degli altri, benché non escluda altre espressioni per designare l'offerta dell'altare: ecco perché sacrificio eucaristico significa sacrificio di azione di grazie: Eucaristia.


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Tutti lo abbiamo profanato....eppure era così "semplice" seppur circondato, giustamente, dal cuore del Mistero stesso che resta velato!

Bastava e basterebbe mantenere inalterata la Tradizione dottrinale e invece no, ma ahimè....è tipicamente proprio dei Movimenti dopo il Concilio e di certe pastorali diocesane, che con la PRETESA DI SVELARE IL MISTERO, DI RENDERLO PIU' PIACENTE, SIMPATICO, FESTOSO, DA RISTORANTE, DA OSTERIA....hanno finito per complicarlo maggiormente perchè NON si può pretendere di svelare il Mistero dei Misteri senza alterarne il senso della Tradizione, del Deposito della Fede....


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11/25/2010 7:27 PM
 
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Promuovere l’ordine e il decoro nella “casa di Dio”


Intervista al prof. Massimo del Pozzo


ROMA, giovedì, 25 novembre 2010 (ZENIT.org).- Il rev. prof. Massimo del Pozzo, docente di profili giuridici della liturgia della Chiesa presso l’Istituto liturgico della Pontificia Università della Santa Croce, ha appena pubblicato: «Luoghi della celebrazione “sub specie iusti”. Altare, tabernacolo, custodia degli oli sacri, sede, ambone, battistero e confessionale» (Giuffrè Editore, Milano 2010, pp. 420) che esamina la componente di giustizia insita in tali significative realtà sacre. 

ZENIT lo ha intervistato.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Prof. del Pozzo: Dopo aver affrontato lo studio della liturgia in chiave giusrealista con un taglio molto teorico e astratto (La dimensione giuridica della liturgia. Saggi su ciò che è giusto nella celebrazione del mistero pasquale) ho sentito l’esigenza di confrontarmi con la materialità liturgica, con la concretezza delle cose sacre per verificare la validità e rispondenza di tale impostazione. Per la verità ho cominciato ad interessarmi all’altare quasi come esercitazione pratica, vista la stimolante esperienza e la fecondità del terreno, l’attenzione si è poi estesa all’ambone, alla sede e al tabernacolo. A quel punto, ho deciso di completare l’analisi oltre il polo eucaristico. L’idea di un volume si è configurata strada facendo...

Qual è la proposta o il messaggio di fondo del volume?

Prof. del Pozzo: È un invito a scoprire la dimensione giuridica insita nella relazionalità celebrativa delle res sacrae. Prima durante e dopo l’azione liturgica lo strumento è vincolato alla sua destinazione cultuale. La dignità del culto ha perciò un riflesso decisivo sulla predisposizione, lo sviluppo e la custodia del tempio cristiano. Il problema è che talora si smarrisce il valore del segno e il senso della spettanza. I principali luoghi della celebrazione non sono elementi qualsiasi, affidati alla libera creatività degli architetti o degli artisti, sono essenzialmente beni della comunione. La cura della chiesa dunque – anche in quanto edificio – non è un affare privato del prete, interessa tutto il popolo di Dio. Promuovere la “formazione liturgica integrale” (nella quale si inserisce a pieno titolo anche il diritto) non a caso è la via maestra tracciata dalla riforma conciliare.

A proposito della riforma liturgica, molte chiese moderne sembrano aiutare poco la preghiera...

Prof. del Pozzo: Certo chiese garage, altari squallidi, tabernacoli poveri, amboni precari, battisteri insignificanti poco hanno a che vedere con lo splendor liturgiae richiamato dal Papa. Penso però sia sbagliato addebitare la scadente qualità di alcune realizzazioni o adeguamenti recenti (ci sono parecchie eccezioni) agli esiti del “rinnovamento-ripristino” auspicato dal Concilio. Il problema non è legato certo ai contenuti della riforma ma alla vitalità culturale della fede, all’attuazione pratica dei principi. Bisogna aver presente – acquisizione purtroppo non sempre seguita in sede progettuale – che l’esterno della chiesa nasce in funzione dell’interno e non viceversa. Altare, tabernacolo, custodia degli oli, sede, ecc. non sono integrazioni o arredi della costruzione ma i punti cardinali dello spazio sacro. L’impostazione dei luoghi della celebrazione richiede pertanto competenza, sensibilità e gusto (non solo artistico) da parte degli operatori e attenta vigilanza da parte dei Pastori.

Può spiegare al lettore comune che cosa significa “sub specie iusti”?

Prof. del Pozzo: Significa: secondo la prospettiva del giusto. La formula adoperata cerca di svelare l’intento del lavoro o almeno di evitare un equivoco. Quando si parla di dimensione giuridica della liturgia in riferimento all’arte sacra alcuni pensano subito alla definizione di canoni o di regole. Il canonista però non è tanto il tecnico della norma o il custode dell’ordine costituito quanto il garante della giustizia dei rapporti ecclesiali. L’espressione sub specie iusti allude allora al tentativo di ricostruzione del profilo giuridico (ciò che è giusto) insito nella natura delle res sacrae considerate al di là dell’insieme di dettami o di precetti positivamente stabiliti. La ricercatezza della dizione mi auguro serva ad anticipare la “sorpresa” di un approccio non troppo familiare né ai canonisti né ai liturgisti. Mi sembra inoltre che tale terminologia aiuti a cogliere il fattore giuridico come parte costitutiva della realtà liturgica.

L’orientamento dell’altare è una questione assai dibattuta, ha preso posizione sul tema?

Prof. del Pozzo: No, e non ho inteso farlo dal momento che non esiste un “assoluto deontologico”. Se si prescinde dalla concreta valutazione dei luoghi e delle situazioni si rischia di commettere scempi e arbitri. Il discorso è invero molto articolato e complesso La preferenza disciplinare e pastorale attualmente accordata alla soluzione frontale non significa disconoscere le ragioni e la liceità di un orientamento diverso, basti solo pensare alle profonde convinzioni dell’allora Card. Ratzinger. Le “guerre di religione” sulla posizione dell’altare (coram populo o versus absidem) tradiscono invero una certa rigidità e chiusura che mi pare perniciosa e controproducente. È ben noto, come ha ribadito espressamente la Congregazione per il Culto (25.IX.2000), che il vero e unico orientamento del sacerdote e dell’assemblea è versus Deum. L’invito è quindi a superare gli steccati pregiudiziali e pensare soprattutto alla qualità e al rispetto per la mensa sacrificale.

Perché dedica tanta attenzione alla custodia degli oli sacri?

Prof. del Pozzo: L’importanza di un oggetto non si misura certo dal numero di pagine! All’ambone, che pure è il fulcro della liturgia della parola, si dedica ad esempio meno spazio. L’ordine d’elencazione seguito dal Catechismo della Chiesa Cattolica e dal relativo Compendio comunque non è privo di una sua logica. L’unzione è indubbiamente il segno più diffuso e rappresentativo nell’economia sacramentale e gli oli santi comportano un immediato riferimento pasquale e gerarchico. Purtroppo nelle comunità parrocchiali, anche a motivo della minor visibilità, frequentemente si è persa la coscienza, e chiaramente il senso di ossequio, del sito degli oli. Ben pochi fedeli, anche fervorosi, sanno dov’è il crisma e penso che non sia un fatto incoraggiante e positivo. Sta di fatto che custodia, ambone e sede – forse perché poco considerati dal Codice – sono quasi ignorati dalla dottrina canonistica, una certa attenzione ritengo invece possa risultare utile.

Non è esagerato parlare di un “diritto al confessionale”?

Prof. del Pozzo: No, tanto il fedele tanto il sacerdote, come ha precisato un’interpretazione autentica, hanno un vero e proprio diritto ad avvalersi del confessionale munito di grata fissa. Chiaramente la modalità di svolgimento dell’azione è funzionale all’amministrazione del sacramento del Perdono. In questo caso comunque sono in gioco valori di riservatezza, disinibizione e prudenza, che meritano adeguata tutela. A seguito del recente anno sacerdotale legato alla memoria del Curato d’Ars, vale la pena sottolineare che l’effettività della spettanza ex parte paenitentis si concreta nella presenza del ministro nel confessionale negli orari stabiliti. Al di là della ragionevole esigibilità del servizio, una generosa “offerta del confessionale” normalmente incentiva molto la pastorale della Riconciliazione. Logicamente il discorso sviluppato nel libro è più ampio e riguarda anche le sedi alternative.

Tante pagine non rischiano di disincentivare la lettura?

Prof. del Pozzo: Forse sì. A parte la spesa, la relativa autonomia di ogni studio permette tuttavia di concentrarsi anche su un singolo elemento. Va precisato però che per la complessità dell’argomentazione e dello stile il testo non è certo un’opera divulgativa destinata al grande pubblico, si inserisce non a caso nella collana di monografie giuridiche della Facoltà. Si tratta dunque di un approfondimento specialistico e settoriale (sub specie iuris) dedicato oltre che ai (non certo numerosi) giusliturgisti ai non pochi operatori, formatori e cultori della materialità del sacro. Insomma è un piccolo mattone (anche nel formato!) per contribuire alla miglior edificazione, riordino o pulizia della “casa di Dio”nella linea del decoro e del nitore additato dal magistero benedettino.


Fraternamente CaterinaLD

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3/31/2011 11:59 PM
 
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LA SECOLARIZZAZIONE LITURGICA COME NEGAZIONE DEL CULTO



Ringraziamo don Matteo per averci inviato il suo contributo letto nell'ambito del convegno organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari il 25 marzo scorso in occasione della visita di S.E. il Cardinal Raymond Burke. Dopo esserci disgustati con i video di ieri non possiamo non respirare un po' di aria pura. Non posso però non trattenere il dolore che nasce dalla consapevolezza che ormai la diagnosi della crisi della Chiesa in termini di secolarizzazione è più che chiara: quando e chi opererà per curare al più presto queste piaghe del Corpo Mistico di Cristo? Alcuni medici sono già al lavoro, ma più che isolati e silenziosi palliativi qui servirebbe una cura drastica e radicale! - Francesco


di don Matteo De Meo

Sicuramente la genesi di gran parte del crollo della Liturgia, a cui da decenni stiamo assistendo nella Chiesa, è da rintracciarsi in ciò che Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke ha acutamente evidenziato all’inizio della sua Lectio magistralis: “...un’esasperata attenzione rivolta all’aspetto umano della liturgia...” ovvero la sua secolarizzazione.

Essa si dettaglia in tutti quegli infiniti e variegati tentativi di “adeguamento” tra la fede e il suo linguaggio da una parte e il mondo dall'altra, tra liturgia e mondo. Un mondo, però, che viene sempre più concepito etsi Deus non daretur. E proprio Benedetto XVI ha affermato che “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur”.

Negli ultimi anni la secolarizzazione è stata analizzata, descritta e definita in molti modi, ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste descrizioni ha sottolineato un punto che ritengo sia essenziale e che rivela in effetti meglio di ogni altra cosa la vera natura della secolarizzazione. La secolarizzazione, a mio avviso, è innanzitutto una negazione del culto. Sottolineo: non una negazione dell’esistenza di Dio, o di un qualche tipo di trascendenza e quindi di ogni sorta di religione. Se il secolarismo in termini teologici è un’eresia, si tratta innanzitutto di un’eresia sull’uomo. È la negazione dell’uomo in quanto essere che adora, in quanto homo adorans: colui per il quale l’adorazione è l’atto fondamentale, che allo stesso tempo “colloca” la sua umanità e la compie. È il rifiuto “decisivo” ontologicamente ed epistemologicamente, delle parole, che “sempre, dovunque e per tutti” sono state la vera “epifania” del rapporto dell’uomo con Dio, con il mondo e con sé stesso.

Questa definizione di secolarizzazione ha certamente bisogno di una precisazione. E ovviamente non può essere accettata da coloro che, assai numerosi, oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, riducono il cristianesimo in categorie intellettuali (“credenza futura”) o in categorie etico-sociologiche (“servizio cristiano al mondo”), e che quindi pensano debba essere possibile trovare non solo un qualche tipo di adeguamento, ma anche un’armonia profonda tra la nostra “età secolare”, da un lato e il culto, dall’altro. Se i fautori di ciò che fondamentalmente non è altro che l’accettazione cristiana della secolarizzazione sono nel giusto, allora naturalmente tutto il nostro problema è solo quello di trovare o inventare un culto più accettabile, più “rilevante” per la moderna visione del mondo dell’uomo secolarizzato. E tale è, infatti, la direzione presa oggi dalla stragrande maggioranza dei riformatori liturgici. Quello che cercano è un culto le cui forme e contenuti “riflettano” i bisogni e le aspirazioni dell’uomo secolarizzato, o ancor meglio della secolarizzazione stessa. Un aspetto che ha la sua ricaduta in un vasto raggio dalla ritualità, all’arte e alla architettura sacra.

Basti pensare che la “stessa incapacità dell’uomo di oggi di rapportarsi con il mistero” diventa un criterio per realizzare nuovi spazi liturgici (vedi Chiesa di Piano s. Giovanni Rotondo); o si traduce nel tentativo di entrare in dialogo con una certa cultura definita oggi proteiforme: “...l’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività...”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino (opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009).

Un edificio può mettere in evidenza il silenzio, un altro un certo connubio fra natura e architettura (bioarchitettura), un altro un certo collegamento tra passato e futuro; oppure può adottare semplicemente forme stravaganti: una gemma di roccia poggiata al suolo, con un ingresso che invita ad un senso di protezione, simbologie ricercate e analogie, ecc.
Allo stesso modo questa "incapacità di rapportarsi col mistero" può tradursi nell'adozione nell’ambito dell’arte sacra di un astrattismo proprio dell’arte contemporanea: l’arte nella sua astrattezza e fluidità tenderebbe pertanto ad esprimere “l’inesprimibilità” del sacro e del mistero: “...anche le parole più astratte del Signore quale, via verità e vita, potrebbero essere rivestite di forma e colore...” (vedi T. Verdon in un suo articolo comparso sull’Osservatore Romano del 12 gennaio 2008).

Sono solo alcuni esempi che ci rivelano un assoggettamento della liturgia, e quindi della stessa arte sacra e religiosa in genere, alla capacità di comprensione attuale. Il risultato è un vago spiritualismo, un simbolismo figurativo confuso e astratto, una liturgia intellettualizzata. A chiunque abbia avuto, sia pure una sola volta, la vera esperienza del culto, tutto questo si rivela subito come un semplice surrogato. Egli sa che il culto secolarista è semplicemente incompatibile con il vero culto. Ed è qui, in questo miserabile fallimento liturgico, i cui risultati terribili stiamo solo cominciando a vedere, che il secolarismo rivela il suo ultimo vuoto religioso e, non esiterò a dirlo, la sua essenza del tutto anti-cristiana.

La società è ormai pervasa da questa mentalità secolarizzata che sembra non risparmiare nemmeno la Chiesa, aggredendo particolarmente l’integrità della Liturgia. Quelli che dovrebbero essere chiaramente definiti e condannati come abusi liturgici diventano sempre più la norma. Si celebra in ogni luogo, in ogni modo, e in ogni forma. É difficile ormai trovare una celebrazione “cattolica”, nel vero senso della parola, “unica e universale”. Non entriamo poi in merito degli edifici e degli spazi liturgici, dove convivono tranquillamente, banalità sciatteria e bruttezza. É difficile definirli “casa” ancor meno “casa di Dio”. Luoghi che consacrati per il culto a Dio possono tranquillamente essere usati per qualsiasi “celebrazione”, o spettacolo, o teatro, o conferenza col risultato di far perdere definitivamente la loro identità di luogo sacro.

Ma non vorrei scadere nella mera polemica fine a se stessa!

Per cui, ripetiamo ancora una volta, la secolarizzazione non è affatto identica all’ateismo, e per quanto paradossale possa sembrare, può essere dimostrato che essa ha sempre avuto un desiderio particolare per l’espressione “liturgica”. Se, tuttavia, la mia definizione è corretta, allora tutta questa ricerca di “adeguamento” perviene ad uno scopo irrimediabilmente morto, se non addirittura senza senso. Quindi la formulazione stessa del nostro tema – “liturgie secolarizzate” – vuol mettere in evidenza, a mio avviso, innanzitutto una contraddizione interna, in termini; una contraddizione che esprime l’impossibilità stessa di una “liturgia secolarizzata”.

Rendere culto è, per definizione una azione, una realtà di dimensione cosmica, storica ed escatologica; è espressione, in tal modo, non solo di “pietà”, ma di una totalizzante “visione del mondo”. E quei pochi che si sono presi la pena di studiare il culto in generale e il culto cristiano, in particolare, (J. Ries, M. Eliade, per citare solo i più rappresentativi, che furono fra i primi nell’immediato post concilio a suonare il campanello d’allarme di una pericolosa ideologia di desacralizzazione all’interno della Chiesa stessa, e non vennero ascoltati) sarebbero certamente d’accordo che su un livello storico e fenomenologico questa nozione di culto è oggettivamente verificabile.
Il secolarismo, ho detto, è soprattutto una negazione del culto. E, in effetti, se quello che abbiamo detto circa il culto è vero, non è altrettanto vero che il secolarismo consiste nel rifiuto, esplicito o implicito, precisamente di quella concezione dell'uomo e del mondo che proprio il culto ha lo scopo di esprimere e comunicare?


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4/16/2011 11:09 AM
 
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Non è la prima volta che sentiamo forti APPELLI atti a richiamare l'attenzione verso la "creatività liturgica" denunciata soprattutto da Benedetto XVI in diverse occasioni...
e che ancora si facciano questi appelli noi ne siamo grati!

Invitandovi a leggere con attenzione gli interventi di mons. Nicola Bux che trovate qui raccolti:
Mons. N. Bux: La riforma Liturgica e il Concilio Vaticano II 

ci piace sottolineare l'ultima recente intervista da lui rilasciata e che ripercorre senza indugi LE INTENZIONI DI RIFORMA DEL SANTO PADRE....ancora una volta ci chiediamo perchè tanti parroci e vescovi sono così OSTINATI nel non procedere con quella CORREZIONE FRATERNA atta a ristabilire IL VALORE E LA VIRTU' DELL'OBBEDIENZA vera al Pontefice e fioriera di vera unita' e concordia nelle varie Diocesi?
Suvvia!!!! BASTA CON LA CREATIVITA' LITURGICA!!! la Santa Messa ha un CANONE che deve essere rispettato ed eseguito alla lettera, la Santa Messa NON è un teatrino dove esibirsi, non è palcoscenico, non è ricreatorio, NON E' RISTORANTE, non è discoteca.... non è l'oratorio...

Leggendo la seguente intervista, vi invitiamo a leggere anche i link in essa collegati....


don Bux Don Bux, collaboratore del Papa: senza forma non esiste la liturgia
L'intervista: sull'adeguamento liturgico ci sono state cattive interpretazioni

di Andrea Zambrano

REGGIO EMILIA (6 aprile 2011) - "Le chiese devono essere luoghi di culto, non auditorium". E’ questo il giudizio di fondo che il consultore dell’ufficio delle celebrazioni del sommo pontificie don Nicola Bux dà di molti adeguamenti liturgici operati in molte chiese negli ultimi anni. Don Bux sarà protagonista giovedì sera alle 21 dell’incontro promosso nella Sala del Capitano del  Popolo dalla delegazione Emilia Occidentale dell’Ordine di Malta, con Italia Nostra, il Museo dei Cappuccini e il circolo Frassati di  Correggio e chiamato “Liturgia romana e arte sacra fra innovazione  tradizione”. Con Bux, ormai una conoscenza di molti fedeli (è la terza volta che viene nel Reggiano in pochi anni), parleranno anche don Enrico Mazza e l’ex sovrintendente Elio Garzillo.
Sarà inevitabile toccare anche il tema dell’adeguamento liturgico della Cattedrale di Reggio dopo il complesso restauro architettonico degli anni scorsi. Il GdR ha intervistato in anteprima don Bux, collaboratore di Papa Benedetto XVI non solo sui temi della liturgia, ma anche nella Congregazione della dottrina della fede.

Don Bux, che cos’è l’adeguamento liturgico?

E’ un’espressione coniata negli anni dopo il Concilio Vaticano II per indicare i lavori ritenuti necessari affinché le antiche chiese potessero essere più idonee alle celebrazioni secondo la forma rinnovata del rito Romano.

E quali risultati ha prodotto?

L’adeguamento è partito con l’intento di operare quei ritocchi per favorire la celebrazioni dei sacramenti, ma si è imposto soprattutto il tema della messa celebrata con l’altare verso il popolo. Un adeguamento vistoso del quale si è abusato.

Perchè?


Perchè lo stesso messale non dice mai che il celebrante non deve essere di spalle al popolo. E questo è dimostrato dal fatto che per ben tre volte, subito dopo l’offertorio, nell’ecce agnus Dei e nella benedizione finale si prescrive che il sacerdote si rivolga al popolo. Ne consegue che durante la celebrazione l’orientamento deve essere un altro.

Cioè spalle al popolo...

Non propriamente. Questa è una male interpretazione dello stesso messale di Palo VI e una forzatura che ha fatto si che si pensasse che dare le spalle al popolo fosse un atto di maleducazione. Come dire: “Scusate la spalle”.

Dunque?

Dunque è una questione di orientamento verso il Signore che viene. Ecco perchè la tradizione ci ha consegnato le celebrazioni con il sacerdote e i fedeli entrambi rivolti ad oriente, simbolo del Signore che viene e successivamente indicato nella croce. In sostanza il rivolgersi al popolo era indicato come una possibilità.

Così la critica principale è che il sacerdote non è in comunione con i fedeli...


Infatti Benedetto XVI, già da cardinale insisteva sul fatto che se il popolo è rivolto al crocifisso e con lui il sacerdote, tutti rivolgono lo sguardo a Cristo, che è l’aspetto centrale della liturgia. Come diceva Ratzinger con il sacerdote fronte al popolo si chiude il cerchio all’incontro con il Signore.

Come si può risolvere la questione?

Come ha giustamente proposto il Santo Padre, sarebbe opportuno che con la stessa posizione, si inserisse una croce sull’altare in modo che tutti possano avere in primo piano il soggetto centrale della liturgia: Cristo che viene. E’ bene che i sacerdoti sappiano spiegare che la loro posizione deve essere funzionaleall’orientamento della celebrazione.

Quali altri temi toccherà domani?

L’incontro è promosso dal desiderio di molti laici, preoccupati che il cosiddetto adeguamento non vada in collisione con il rispetto della tradizione. In questo caso nella Cattedrale di Reggio anche con l’aiuto del professor Mazza si vuole cercare di offrire gli strumenti per capire che è il popolo che si deve adeguare alla liturgia e non il contrario.

Un tema dibattuto a Reggio è quello della sede episcopale, portata giù dal presbiterio e davanti all’assemblea...

La sede non è l’elemento più importante in un edificio sacro. Prima vengono l’altare, la croce e il tabernacolo, che sono il segno della presenza divina permanente in mezzo al popolo. Per importanza, dopo l’ambone, quello che una volta era chiamato pulpito o pergamo e che era funzionale a stare in mezzo all’assemblea per ragioni acustiche, c’è la sede della presidenza.

Ma dove deve essere collocata?

Nelle chiese primitive siriache, eredi delle sinagoghe la sede era in testa all’assemblea, come oggi avviene quando a teatro si riserva la poltrona centrale all’autorità. Ben presto la sede di chi presiede è stata posta in testa all’assemblea a sinistra o a destra in una posizione di raccordo tra l’assemblea e l’altare.

Qual è la posizione ideale?

In testa alla gradinata, come ancor oggi fanno gli orientali che mettono la sede del patriarca in testa all’assemblea, ma non frontale. E’ bene poi che i posti dei fedeli non siano trasversali o diagonali, ma guardino tutti con un unico sguardo.

Dunque sul presbiterio, non in basso?

Il luogo dei sacerdoti e del vescovo è il presbiterio, lo dice il nome stesso. Il fatto che la sede sia posta in basso confonde le idee.

Le potrei obiettare che anche il vescovo fa parte del popolo di Dio...


E’ vero, ma anche la tradizione ha un suo peso. Non bisogna cadere nel populismo. Lo stare insieme ai fedeli non dipende dalla posizione.

Quanto pesa in questo discorso l’accusa di eccessivo formalismo?

Una cosa è la forma, un’altra il formalismo. Senza una forma la liturgia non esisterebbe e la sostanza sarebbe deforme. Il parlare di formalismo invece è un po’ ideologico e riduttivo. Ultimamente è in uso parlare di poli liturgici. Ebbene, nel rito romano deve prevalere l’unità.

Un altro tema scottante è l’assenza di inginocchiatoi...


Un’altra stranezza a cui si assiste talvolta. La liturgia prescrive di inginocchiarsi in certi momenti della messa. Il fatto è che il disincentivare l’inginocchiarsi rischia di ridurre la Chiesa ad un auditorium o la liturgia a intrattenimento. Invece il Papa ci ricorda che la liturgia è adorazione e il suo segno esteriore più visibile è proprio il mettersi in ginocchio.

Quanto conta nelle chiese la conservazione di manufatti artistici e l’introduzione di nuove opere moderne?


Ci vuole sempre del gusto nelle cose. Stranamente oggi si tende a musealizzare tutte le bellezze e gli  arredi, ma le cose vanno in un museo se non sono più fruibili. In molti casi invece arredi e suppellettili sono espressione della pietà del popolo e dei sacrifici che sono stati fatti per introdurli. Sempre che parliamo di oggetti che servano non per la nostra gloria personale, ma per quella di Dio. La stessa cosa vale per i paramenti. A volte il sacerdote mette o toglie paramenti a seconda del suo gusto o della sua comodità, come se fosse un abbigliamento privato. In realtà sono l’espressione dell’oggettività del rito che viene affidato al ministro, anche se indegno moralmente.



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mons. Nicola Bux: basta con le chiese-teatro

di Andrea Zambrano
12-04-2011



«Rivediamo le norme sull'adeguamento liturgico delle chiese». L'appello, fatto in forma di invito al dibattito, è rivolto alla Cei da don Nicola Bux, consultore dell'Ufficio delle celebrazioni del Sommo Pontefice e della Congregazione per la Dottrina della fede.

Il sacerdote barese ha fatto la sua provocazione giovedì sera nel corso di un dibattito a Reggio Emilia davanti ad una platea di oltre 200 persone. Quali e quanti sono stati gli abusi che hanno portato tanti fedeli a ricercare la forma liturgica more antiquo? Quanto ha inciso in questo processo di allontanamento dalla messa l'aver voluto privilegiare l'aspetto della parola rispetto a quello del sacrificio?

Sono alcune delle domande che don Bux ha posto al pubblico per suscitare una discussione che deve essere franca, pur nella carità, ma che, soprattutto, ha spiegato anche alla “Bussola quotidiana” che lo ha intervistato, “devono farci riflettere su quello che ha voluto dirci il Papa con il Motu Proprio e con la prossima pubblicazione dell'istruzione con il quale applicarlo”.

Don Bux, andiamo con ordine. Si incomincia con i dibattiti e poi non si sa dove si va a finire...

- Ma non possiamo pretendere di dialogare con gli altri se non sappiamo farlo tra di noi. Sono stato invitato a Reggio nel contesto della vivace discussione che si è innestata in città a seguito dell'adeguamento liturgico della Cattedrale. E ho trovato tanta gente che chiede e desidera di sapere e dire la sua. Ecco, credo che nessun vescovo dovrebbe fare nulla senza aver ascoltato prima il popolo di Dio. Insomma, un dibattito è più che mai necessario.

Proviamo a orientarci. Siamo in un contesto dove gli abusi liturgici ormai sono la prassi. Che si fa?

- Riconosciamo che in parte sono stati responsabili dell'allontanamento dalla fede di tanti.


Dopo di che?

- Credo che si debba partire da un aspetto ormai tralasciato della messa: quello sacrificale. Nell'ultimo libro del Papa leggiamo che dalla trafittura del costato escono sangue e acqua. Questo ci richiama che Gesù è venuto non solo con l'acqua, ma anche col sangue. Benedetto XVI allude a una corrente di pensiero che attribuiva valore soltanto al battesimo, ma accantonava la croce e considerava solo la parola, la dottrina, il messaggio e non la carne.

Ebbene?

- Quanti confratelli conosco oggi che dicono che basta solo la parola, che la parola è centrale! Tutto questo tende a creare un cristianesimo del pensiero e delle idee che vuole togliere la realtà della carne e il sacrificio.


Che cosa c'entra tutto questo con la liturgia?

- C'entra perchè oggi si celebra la messa intendendola come banchetto, come cena e viene assolutamente trascurato il solo pensiero che la messa possa essere il sacrificio di Cristo.


È un tema ormai annoso, ma oggi qual è l'urgenza?

- La liturgia non è più solo quella post conciliare. Il Santo Padre ha ripristinato anche quella pre conciliare. Significa che non si può pensare ad un adeguamento delle chiese che non tenga conto anche della liturgia ripristinata, la quale prevede che la celebrazione della messa si possa fare rivolti ad Dominum e non di spalle, come maliziosamente si è cercato di far passare.
 

Un momento. Prima gli adeguamenti e adesso i contro-adeguamenti?

- Questo aspetto può essere compreso solo all'interno del grande simbolismo, che l'edifico sacro cristiano possiede. La Chiesa è simbolo del cosmo ed è composta di elementi indefinibili e sensibili, allo stesso modo la chiesa, in senso di edificio, è simbolo dell'uomo composto di un corpo rappresentato dalla navata, da un'anima, il presbiterio e da uno spirito, l'altare, secondo la simbologia dei padri orientali.


Ma questi sono elementi che, più o meno, sono rispettati dappertutto...


- Non ne sarei così convinto. Da circa 40 anni, dopo il congresso di Bologna promosso nel '68 dal cardinal Lercaro, è andata avanti una forma di chiesa a teatro, dove tutti coloro che prendono posto si guardano tra loro. Che non siano rivolti più, insomma, verso un punto comune. Lentamente questa impostazione ha preso piede e ha portato alla perdita di orientamento della celebrazione che, lo ripetiamo, non ha come suo centro il popolo né, tantomeno, il sacerdote, ma il Signore, rappresentato dall'Oriente e successivamente dal Crocifisso.



Che piano piano ha perso la sua centralità...

- Di più. Non ha più un punto fermo, è in movimento continuo, è una suppellettile secondaria. Alcuni confratelli sostengono che la croce è inutile per celebrare. Il fatto è che tutto ciò che spostiamo dal nostro centro visivo, dal punto di vista psicologico perde di importanza e se perde d'importanza la croce avviene lo stesso anche per l'altare, che diventa un podio da conferenza.


Che fare allora?

- Ripartiamo dal discorso di Benedetto XVI alla Curia romana sulle due ermeneutiche del Concilio Vaticano II. Va applicato anche alla liturgia e all'arte.

Lei sceglierebbe quella della continuità? Però il suo, sembra essere un discorso di rottura con quanto avvenuto negli ultimi 40 anni.

- Partiamo anzitutto dal fatto che la Costituzione Sacrosantum Concilium dice: “Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera ed accertata utilità, con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche modo, da quelle già esistenti (n° 23)”. E' la dimostrazione che il Concilio non ha avuto un'azione così dirompente. Eppure abbiamo affidato le nostre chiese alle archistar, senza preoccuparci se sono credenti e dunque interpreti della fede che si vuole esprimere nell'opera.


Aiuto. Pioveranno critiche...

- (Ride) Ho posto il quesito in occasione del seminario con sua eminenza il cardinal Gianfranco Ravasi nel luglio scorso in un seminario. Gli ho detto: “Ma come? Chiediamo ai genitori dei bimbi che fanno i sacramenti di scegliere padrini credenti e poi per l'edificio sacro che viene consacrato con un ritto simile a quello dell’iniziazione, con l’unzione del crisma, quasi fosse una persona, ci permettiamo di affidarne la progettazione a chi spesso non sa neanche che cosa sia la fede cattolica?”.

Com'è andata?

- Sua eminenza è stato molto attento. Ho proposto che certe opere andassero nel “Cortile dei gentili”!


Intanto però, là, in chiesa il problema rimane...

- Il richiamo all'arte sacra ci deve far capire l'urgenza di riscoprire i canoni dell'arte anche perché il popolo per sua natura rigetta ciò che gli è estraneo. Prenda la croce di Pomodoro in San Giovanni Rotondo. E' già stata rimossa e sostituita con un crocifisso tradizionale. O anche a quello che sta succedendo a Reggio. Si vuole portare una scultura di un artista giapponese che sostituisca il crocifisso: una barca sormontata da un albero. Non credo che avrà molto seguito della devozione del popolo, che tra l'altro, spesso paga e fa sacrifici per sostenere certe spese.


Che cosa propone?

- Dovremmo rimettere in discussione le norme di adeguamento degli edifici di culto promulgate dalla Conferenza Episcopale Italiana nel '96. Soprattuto adesso, in presenza del motu proprio "Summorum Pontificum" e dell'istruzione applicativa di imminente pubblicazione, ritengo che sarà necessario rivederle. In merito, c’è già uno studio di un professore dell’Istituto di Scienze religiose della Diocesi di San Severo, don Matteo De Meo, che meriterebbe di essere conosciuto dall’ufficio competente della Cei.


La accuseranno di eccessivo tradizionalismo...

- Ma le norme ecclesiastiche rivedibili e andrebbero riprese ed esaminate per dare ai sacerdoti e ai fedeli, alla luce dell'evoluzione del Magistero, la possibilità di sentirsi a casa propria.


Un modo allora per porre un limite agli abusi liturgici?


- Mi è piaciuta una domanda fatta da un sacerdote l'altra sera: “Tutti questi cambiamenti hanno fatto avvicinare la gente alla fede o no?”. Le statistiche dicono di no.
Ecco, penso che mai come in questi decenni siamo stati interessati da documenti del Magistero, da Paolo VI ad oggi, che puntano a limitare gli abusi. Eppure siamo di fronte a messe show, alla scomparsa degli inginocchiatoi, che tra l'altro, costringe il fedele a venir meno al primo compito della messa, quello dell'adorazione. E ancora: ai sacerdoti che si vestono secondo il loro gusto personale, come se i paramenti non fossero l'oggettività del rito che viene affidato ad un ministro, anche se indegno. In questo modo la messa è puro intrattenimento e la chiesa un auditorium.


Perché allora non cambiare le norme dall'alto?


- Le faccio questa similitudine. La liturgia cambia nei secoli, come il paesaggio. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, quell'albero, quel prato, quella spiaggia, mutano impercettibilmente il loro aspetto. Che però cambia. E quando introduciamo degli ecomostri, che deturpano questo aspetto, ci scandalizziamo. Allo stesso modo è la liturgia. Quando il cambiamento è stato fatto a forza di decreti sono scoppiati i tafferugli ed è successo che, dopo 40 anni, quello che si pensava sotterrato come Giona nel ventre della balena, sta tornando fuori.







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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