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L'Inferno, Purgatorio e Paradiso esistono: non ci scherzare troppo! I NOVISSIMI

Last Update: 5/5/2016 9:16 PM
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1/26/2009 5:16 PM
 
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RAIMOND DIOCRÉ


Ecco un  fatto sconvolgente, avvenuto alla presenza di migliaia di testimoni ed esaminato in tutti i particolari dai dottissimi Bollandisti.


Era morto a Parigi il professore della Sorbona Raimond Diocré. Nella chiesa di Nòtre Dame si svolgevano i solenni funerali. Oltre a molti semplici fedeli vi parteciparono numerosi professori e discepoli del defunto.


La salma era collocata nel mezzo della navata centrale, coperta, secondo l'uso di quel tempo, da un semplice velo. Cominciate le esequie, allorché il sacerdote disse le parole del rito: "Rispondimi: quante iniquità e peccati hai...?", si udì una voce sepolcrale uscire da sotto il velo funebre: "Per giusto giudizio di Dio sono stato accusato!".


Fu tolto subito il drappo mortuario, ma si trovò il defunto immobile e freddo. La funzione, improvvisamente interrotta, fu subito ripresa fra il turbamento generale. Poco dopo il cadavere si alzò davanti a tutti e gridò con voce ancora più forte di prima: "Per giusto giudizio di Dio sono stato giudicato!".


Lo spavento dei presenti giunse al colmo. Alcuni medici si avvicinarono al defunto, ripiombato nella sua immobilità, e constatarono che era veramente morto. Non si ebbe però il coraggio, per quel giorno, di continuare il funerale e si rimandò al domani.


Intanto le autorità ecclesiastiche non sapevano che cosa decidere. Alcuni dicevano: "E' dannato; non è degno delle preghiere della Chiesa!". Altri osservavano: "Non si può essere sicuri che Diocré sia dannato! Ha detto di essere stato accusato e giudicato, ma non condannato".


Anche il Vescovo fu di questo parere. II giorno seguente fu ripetuto l'ufficio funebre, ma giunti alla stessa frase prevista dal rito: “Rispondimi...” il cadavere si alzò nuovamente da sotto il velo funebre e gridò: "Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato all'inferno per sempre!".


Davanti a questa terribile testimonianza, cessarono i funerali e si decise di non seppellire il cadavere nel cimitero comune.


Il prodigio era evidentissimo e molti si convertirono.


Tra i presenti c'era un certo Brunone, discepolo e ammiratore del Diocré; era già un buon cristiano, ma in quell'occasione decise di lasciare le attrattive del mondo e di darsi alla penitenza. Altri seguirono il suo esempio. Brunone divenne fondatore di un Ordine Religioso, il più rigoroso della Chiesa Cattolica: l'Ordine dei Certosini.[SM=g7609]  In seguito morì da Santo.


Chi va oggi a Serra San Bruno, in Calabria, può visitare il monastero fatto costruire dal Santo, ove sono sepolti, tra gli altri, non pochi uomini illustri che hanno lasciato tutto per dedicarsi interamente alla preghiera, al lavoro, all'aspra penitenza e al più rigoroso silenzio.

 [SM=g1740744] [SM=g1740744] [SM=g1740744] [SM=g1740744] [SM=g1740744] [SM=g1740744] 

 

UN GENERALE RUSSO


Gaston De Sègur ha pubblicato un libretto che parla dell'esistenza dell'inferno, su cui sono narrate le apparizioni di alcune anime dannate.

Riporto per intero l'episodio con le stesse parole dell'autore:

"Il fatto accadde a Mosca nel 1812, quasi nella mia stessa famiglia.

Mio nonno materno, il conte Rostopchine, era allora governatore militare a Mosca ed era in stretta amicizia col generale conte Orloff, uomo valoroso, ma empio.

Una sera, dopo cena, il conte Orloff cominciò a scherzare con un suo amico volteriano, il generale V., burlandosi della religione e in particolare dell'inferno.

- Ci sarà qualcosa - disse Orloff - dopo la morte?

- Se ci sarà qualcosa - disse il generale V. - chi di noi morirà per primo verrà ad avvisare l'altro. Restiamo d'accordo?

- Benissimo! - soggiunse Orloff, e si strinsero la mano in segno di promessa.

Circa un mese dopo, il generale V. ricevette l'ordine di partire da Mosca e di prendere una posizione importante con l'esercito russo per fermare Napoleone.

Tre settimane dopo, essendo uscito di mattina per esplorare la posizione del nemico, il generale V. fu colpito al ventre da una pallottola e cadde morto. Sull'istante si presentò a Dio.
 

Il conte Orloff era a Mosca e non sapeva nulla della fine di quel suo amico. Quella stessa mattina, mentre stava tranquillamente riposando, ormai sveglio da un po' di tempo, si aprirono ad un tratto le tendine del letto e comparve a due passi il generale V. morto da poco, ritto sulla persona, pallido, con la destra sul petto e così parlò: 'L'inferno c'è e io ci sono dentro!' e disparve.


Il conte si alzò dal letto e uscì di casa in veste da camera, con i capelli ancora spettinati, molto agitato, con gli occhi stralunati e pallido in volto.

Corse in casa di mio nonno, sconvolto e ansimante, per raccontare l'accaduto.

Mio nonno si era alzato da poco e, meravigliato nel vedere a quell'ora e vestito in quel modo il conte Orloff, disse:

- Conte che cosa vi è capitato?.

- Mi sembra di impazzire per lo spavento! Ho visto poco fa il generale V.!

- Ma come? Il generale è già arrivato a Mosca?

- No! - rispose il conte gettandosi sul divano e tenendosi la testa tra le mani. - No, non è tornato, ed è questo appunto che mi spaventa! E subito, trafelato, gli raccontò l'apparizione in tutti i particolari.


Mio nonno cercò di calmarlo, dicendogli che poteva trattarsi di fantasia, o di un'allucinazione, o di un brutto sogno e aggiunse che non doveva considerare morto l'amico generale.

Dodici giorni dopo, un messo dell'esercito annunziava a mio nonno la morte del generale; le date coincidevano: la morte era avvenuta la mattina di quello stesso giorno in cui il conte Orloff se l'era visto comparire in camera."



UNA DONNA DI NAPOLI


Tutti sanno che la Chiesa, prima di elevare qualcuno agli onori degli altari e dichiararlo "Santo", esamina attentamente la sua vita e specialmente i fatti più strani e insoliti.


II seguente episodio fu inserito nei processi di canonizzazione di San Francesco di Girolamo, celebre missionario della Compagnia di Gesù, vissuto nel secolo scorso. [SM=g7831]


Un giorno questo sacerdote predicava a una gran folla in una piazza di Napoli.

Una donna di cattivi costumi, di nome Caterina, abitante in quella piazza, per distrarre l'uditorio durante la predica, dalla finestra cominciò a fare schiamazzi e gesti spudorati.


II Santo dovette interrompere la predica perché la donna non la smetteva più, ma tutto fu inutile.

II giorno dopo il Santo ritornò a predicare sulla stessa piazza e, vedendo chiusa la finestra della donna disturbatrice, domandò cosa fosse capitato. Gli fu risposto: "È morta questa notte improvvisamente". La mano di Dio l'aveva colpita.

"Andiamo a vederla", disse il Santo.

Accompagnato da altri entrò nella camera e vide il cadavere di quella povera donna disteso. II Signore, che talvolta glorifica i suoi Santi anche con i miracoli, gli ispirò di richiamare in vita la defunta.

San Francesco di Girolamo guardò con orrore il cadavere e poi con voce solenne disse: "Caterina, alla presenza di queste persone, in nome di Dio, dimmi dove sei!".

Per la potenza del Signore si aprirono gli occhi di quel cadavere e le sue labbra si mossero convulse: "All'inferno!... Io sono per sempre all'inferno!".



UN EPISODIO CAPITATO A ROMA


A Roma, nel 1873, verso la metà di agosto, una delle povere ragazze che vendevano il loro corpo in una casa di tolleranza si ferì a una mano. II male, che a prima vista sembrava leggero, inaspettatamente si aggravò, tanto che quella povera donna fu trasportata urgentemente all'ospedale, dove morì poco dopo.

In quel preciso momento, una ragazza che praticava lo stesso "mestiere" nella stessa casa, e che non poteva sapere ciò che stava avvenendo alla sua "collega" finita all'ospedale, cominciò a urlare con grida disperate, tanto che le sue compagne si svegliarono impaurite.


Per le grida si svegliarono anche alcuni abitanti del quartiere e ne nacque uno scompiglio tale che intervenne la questura. Cos'era successo? La compagna morta all'ospedale le era apparsa, circondata di fiamme, e le aveva detto: "Io sono dannata! E se non vuoi finire anche tu dove sono finita io, esci subito da questo luogo di infamia e ritorna a Dio!".


Nulla poté calmare l'agitazione di quella ragazza, tanto che, appena spuntata l'alba, se ne partì lasciando tutte le altre nello stupore, specialmente non appena giunse la notizia della morte della compagna avvenuta poche ore prima all'ospedale.


Poco dopo, la padrona di quel luogo infame, che era una garibaldina esaltata, si ammalò gravemente e, ben ricordando l'apparizione della ragazza dannata, si convertì e chiese un sacerdote per poter ricevere i santi Sacramenti.

L'autorità ecclesiastica incaricò della cosa un degno sacerdote, Mons. Sirolli, che era il parroco di San Salvatore in Lauro. Questi richiese all'inferma, alla presenza di più testimoni, di ritrattare tutte le sue bestemmie contro il Sommo Pontefice e di esprimere il proposito fermo di mettere fine all'infame lavoro che aveva fatto fino allora.


Quella povera donna morì, pentita, con i conforti religiosi e potè salvare l'anima. Tutta Roma conobbe ben presto i particolari di questo fatto. Gli incalliti nel male, com'era prevedibile, si burlarono dell'accaduto; i buoni, invece, ne approfittarono per diventare migliori.



UNA NOBILE SIGNORA DI LONDRA


Viveva a Londra, nel 1848, una vedova di ventinove anni, ricca e molto corrotta. Tra gli uomini che frequentavano la sua casa, c'era un giovane lord di condotta notoriamente libertina.

Una notte quella donna era a letto e stava leggendo un romanzo per conciliare il sonno.


Appena spense la candela per addormentarsi, si accorse che una luce strana, proveniente dalla porta, si diffondeva nella camera e cresceva sempre più.

Non riuscendo a spiegarsi il fenomeno, meravigliata spalancò gli occhi. La porta della camera si aprì lentamente ed apparve il giovane lord, che era stato tante volte complice dei suoi peccati.


Prima che essa potesse proferire parola, il giovane le fu vicino, l'afferrò per il polso e disse: "C'è un inferno, dove si brucia!".

La paura e il dolore che quella povera donna sentì al polso furono così forti che svenne all'istante.


Dopo circa mezz'ora, ripresasi, chiamò la cameriera la quale, entrando nella stanza, sentì un forte odore di bruciato e constatò che la signora aveva al polso una scottatura così profonda da lasciar vedere l'osso e con la forma della mano di un uomo. Notò anche che, a partire dalla porta, sul tappeto c'erano le impronte dei passi di un uomo e che il tessuto era bruciato da una parte all'altra.

II giorno seguente la signora seppe che la stessa notte quel giovane lord era morto.


Questo episodio è narrato da Gaston De Sègur che così commenta: "Non so se quella donna si sia convertita; so però che vive ancora. Per coprire agli sguardi della gente le tracce della sua scottatura, sul polso sinistro porta una larga fascia d'oro in forma di braccialetto che non toglie mai e per questo particolare viene chiamata la signora del braccialetto".
 


RACCONTA UN ARCIVESCOVO...


Mons. Antonio Pierozzi, Arcivescovo di Firenze, famoso per la sua pietà e dottrina, nei suoi scritti narra un fatto, verificatosi ai suoi tempi, verso la metà del XV secolo, che seminò grande sgomento nell'Italia settentrionale.


All'età di diciassette anni, un ragazzo aveva tenuto nascosto in Confessione un peccato grave che non osava confessare per vergogna. Nonostante questo si accostava alla Comunione, ovviamente in modo sacrilego.


Tormentato sempre più dal rimorso, invece di mettersi in grazia di Dio, cercava di supplire facendo grandi penitenze. Alla fine decise di farsi frate. "Là - pensava - confesserò i miei sacrilegi e farò penitenza di tutte le mie colpe".


Purtroppo, il demonio della vergogna riuscì anche là a non fargli confessare con sincerità i suoi peccati e così trascorsero tre anni in continui sacrilegi. Neanche sul letto di morte ebbe il coraggio di confessare le sue gravi colpe.

I suoi confratelli credettero che fosse morto da santo, perciò il cadavere del giovane frate fu portato in processione nella chiesa del convento, dove rimase esposto fino al giorno dopo.


AI mattino, uno dei frati, che era andato a suonare la campana, tutto a un tratto si vide comparire davanti il morto circondato da catene roventi e da fiamme.

Quel povero frate cadde in ginocchio spaventato. II terrore raggiunse il culmine quando sentì: "Non pregate per me, perché sono all'inferno!"... e gli raccontò la triste storia dei sacrilegi.

Poi sparì lasciando un odore ripugnante che si sparse per tutto il convento.

I superiori fecero portare via il cadavere senza i funerali.




UN PROFESSORE DI PARIGI


Sant'Alfonso Maria De' Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, e quindi particolarmente degno di fede, riporta il seguente episodio.

Quando l'università di Parigi si trovava nel periodo di maggior splendore, uno dei suoi più celebri professori morì improvvisamente. Nessuno si sarebbe immaginato la sua terribile sorte, tanto meno il Vescovo di Parigi, suo intimo amico, che pregava ogni giorno in suffragio di quell'anima.


Una notte, mentre pregava per il defunto, se lo vide apparire davanti in forma incandescente, col volto disperato. II Vescovo, compreso che l'amico era dannato, gli rivolse alcune domande; gli chiese tra l'altro: "All'inferno ti ricordi ancora delle scienze per le quali eri così famoso in vita?".


"Che scienze... che scienze! In compagnia dei demoni abbiamo ben altro a cui pensare! Questi spiriti malvagi non ci danno un momento di tregua e ci impediscono di pensare a qualunque altra cosa che non siano le nostre colpe e le nostre pene. Queste sono già tremende e spaventose, ma i demoni ce le inaspriscono in modo da alimentare in noi una continua disperazione!"



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[Edited by Caterina63 5/5/2016 9:16 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/8/2009 12:46 PM
 
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Il Concilio Vaticano II non ha trattato l'escatologia per sè. Poiché però l'escatologia è legata in modo indissolubile alla cristologia, alla soteriologia e all'ecclesiologia, i Padri non hanno potuto non esprimere alcuni insegnamenti escatologici, in particolare discutendo della Chiesa in Lumen gentium (nn. 48-51) e Gaudium et spes (nn 38-39) e nei principi fondamentali di Nostra aetate, Dignitatis humanae Ýe Ad gentes divinitus.

Tradizionalmente, il cattolicesimo romano parlava dei De novissimis, definizione gradualmente sostituita dal termine "escatologia", che significa studio delle "cose estreme" (ta eschata): morte, giudizio, cielo e inferno. Certo, negli anni successivi al Concilio è sorta una pletora di ambiguità e di errori relativi alle cose escatologiche, molti dei quali proseguono nei giorni nostri. Enumerarli uno per uno, andrebbe ben oltre i limiti di questa presentazione.


Nel 1979.....la Congregazione per la Dottrina della Fede, ritornò severamente sulla Dottrina Cattolica ribadendo in modo inequivocabile l'insegnamento della Chiesa specialmente "sulle cose ultime"........

Questo intervento pose uno sbarramento alle forme di teologia moderne devianti dalla Verità rivelata, mettendo in rilievo le speculazioni che erano nate e confermando gli abusi commessi, nel Nuovo Catechismo i novissimi sono ritornati nell'originale catechesi......inoltre viene ribadito l'errore di valutazione sull'Inferno "vuoto" secondo Hans Urs von Balthasar....e l'errore di un certo "cristianesimo anonimo" secondo Karl Rahner....

                     ***************************************

I cristiani si preoccupano costantemente - e giustamente - delle cose ultime. È attraverso le cose ultime che le promesse di Cristo giungono al loro compimento. Non deve pertanto sorprendere che in questo ambito nascano ambiguità ed errori, anche mentre la Chiesa insegna in modo fermo e convincente le verità rivelate sulla morte, il giudizio, il cielo e gli inferi.
Come ci si potrebbe attendere, l'escatologia ruota intorno a queste quattro realtà e al rapporto tra di esse. Tra queste quattro realtà, ve ne sono due che oggi presentano poche difficoltà, ossia la morte e il cielo.

La morte è una realtà molto chiara: ognuno di noi affronta l'immanenza della propria morte e di quella delle persone care. Sebbene possiamo interrogarci sul come e sul perché, non possiamo metterne in discussione la realtà e l'ineludibilità. Ciò che ci attende attraverso l'orrore e il buio della morte è la promessa della vita eterna, la promessa di una vita successiva. Il cielo è sia una speranza innata, sia una realtà rivelata: ognuno di noi desidera trascendere la minaccia dell'annullamento di se stesso e dei propri cari. Il cielo è la sconfitta della morte. "Passato un breve sonno, veglieremo in eterno. E non vi sarà più morte; morte, morrai". In un certo senso, morte e cielo vanno insieme. La prospettiva del cielo come espressa in Giovanni 14, e la risurrezione illustrata da San Paolo (1 Tessalonicesi 4, 13; 5, 11; e Corinzi, 15) rappresentano una difficoltà relativamente minore nell'escatologia contemporanea.
 

Il giudizio e l'inferno sono invece questioni completamente diverse. Mentre entriamo nel ventunesimo secolo, portiamo con noi un grande bagaglio del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Soprattutto, sosteniamo l'attacco dell'indifferenza religiosa, che si è trasformata in pluralismo religioso. Non solo vi è chi afferma che l'affiliazione religiosa, in particolare il battesimo in Cristo, è irrilevante, ma vi è anche chi sostiene che la giustificazione può giungere attraverso persone e strumenti diversi da Gesù Cristo e la Sua Chiesa. Strettamente collegato a tale modo di pensare è il riferimento a teorie deterministiche psicologiche, sociologiche e socio-biologiche che screditano la responsabilità umana.

Secondo tali teorie, gli esseri umani fondamentalmente non sono responsabili delle proprie scelte. Le cattive azioni - o il peccato, se possiamo osare parlare di una cosa simile - sarebbero quindi il risultato di una personalità squilibrata, di relazioni inadeguate o di un'eredità genetica. L'idea di un giudizio che non sia medico o terreno, oggi per molti è un anatema. Ne consegue dunque che non può esistere un inferno, o che, anche se un tale posto dovesse esistere, non vi sarebbe nessuno. Dunque in un certo senso anche il giudizio e l'inferno vanno insieme. Gli errori principali nell'escatologia sono pertanto radicati nella negazione del giudizio o nella negazione di conseguenze di un tale giudizio che siano diverse dal purgatorio o dalla ricompensa, ossia nella negazione dell'inferno. Nei termini dell'escatologia, il primo problema riguarda lo stato dei non battezzati al momento del giudizio.

Nonostante i battesimi di sangue e desiderio, l'insegnamento costante della Chiesa, derivante dalle parole che il Signore ha rivolto a Nicodemo: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio" (Giovanni 3, 5), è che non conosciamo il destino dei non battezzati dopo la morte. Sebbene in tali casi facciamo affidamento sulla misericordia di Dio, non possiamo affermare la salvezza per i non battezzati. Il secondo problema riguarda invece lo stato dei colpevoli al momento del giudizio. Anche supponendo che i cristiani e i non cristiani si presentino fianco a fianco dinnanzi al tribunale divino, non possiamo affermare il perdono per il peccatore impenitente. Ancora una volta ci affidiamo alla misericordia di Dio.


Sono tutti cristiani? Questo è importante?

Alcuni pensieri teologici attuali, indubbiamente influenzati dalle teorie politiche dell'uguaglianza e della democrazia, nonché da un'errata interpretazione di Dignitatis humanae, quando si tratta della salvezza desiderano una parità di risultato piuttosto che una parità di opportunità. Ossia: alcuni sono scontenti di trovare tutti gli uomini uguali davanti a Dio nella loro libertà umana; desiderano invece vedere tutti gli uomini uguali davanti a Dio nella giustificazione.

Tuttavia, negando le conseguenze della libertà umana di accettare il Salvatore e della collaborazione dell'uomo alla propria salvezza, essi negano gli effetti del battesimo e affermano che tutti gli uomini, battezzati e non, possono vedere realizzate le promesse fatte da Cristo ai battezzati. In altri termini, anche se qualcuno ha rifiutato Cristo nella propria vita, sarà con Lui nel regno di Dio. Sapendo che questi pensieri sono contrari alle Scritture e alla tradizione, si cerca di risolvere il problema dell'incorporazione in Cristo e nella Sua Chiesa in due modi distinti.

Il primo consiste nell'affermare che tutti gli esseri umani sono cristiani, sia che essi scelgano di esserlo, sia che non lo scelgano, sia che lo sappiano, sia che non lo sappiano. Il secondo modo consiste nel rigettare le esigenze del cristianesimo, ossia nell'affermare che esse valgono per gli uni ma non per gli altri, che vi sono altre vie di salvezza al di fuori di Cristo.

La nozione del "cristiano anonimo" è legata strettamente all'opera di Karl Rahner. In poche parole, Rahner ha esposto la tesi secondo cui alcuni uomini, che non sono stati battezzati e che non hanno vincolo o conoscenza alcuna del cristianesimo, in qualche modo sono cristiani anonimi. Poiché tutti gli uomini per loro natura sono ordinati a Dio e capaci di percepire la Sua grazia santificante che opera in loro, coloro che esistenzialmente accettano tale grazia manifestano il desiderio implicito di essere incorporati in Cristo e nella Sua Chiesa. Giacché vivono giustamente e secondo coscienza, essi sono, in effetti, cristiani e quindi uomini redenti. Sebbene Rahner abbia avuto l'accortezza di precisare che non tutti i non cristiani sono cristiani anonimi e che chiunque venga salvato, viene salvato attraverso il mistero pasquale di Cristo, in molte menti è sorto il concetto che ogni persona che sia fondamentalmente di buona volontà e orientata a Cristo venga salvata: in realtà tutti, nel profondo del proprio cuore, sarebbero cristiani.

Sebbene questo cristianesimo anonimo possa apparire confortante a taluni, altri, le cui riflessioni li hanno portati a considerare il cristianesimo anonimo indebitamente trionfalistico, in quanto presume di porre il cristianesimo al di sopra delle altre religioni , lo considerano un abominio. Fondamentalmente, le teorie del cristianesimo anonimo vogliono mantenere l'aspirazione della Chiesa, includendo nei suoi confini (in)visibili il maggior numero possibile di persone. Tuttavia, tra il cristianesimo implicito come cammino per la salvezza e le religioni non cristiane come cammino per la salvezza il passo è breve.

Perché Cristo dovrebbe essere l'unico mediatore della salvezza? Quando si tratta della salvezza, è importante essere o non essere cristiano? Non sorprende, quindi, scoprire che la breve distanza tra i due concetti viene superata da tutti coloro che vorrebbero rendere il cristianesimo una specie di primus inter pares tra le religioni, come ad esempio Jacques Dupuis .

Il libro di Dupuis ha già ricevuto grande attenzione da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non ci soffermeremo qui su tale testo, soprattutto in considerazione del fatto che la dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione ha già risposto alle difficoltà in questione .

In effetti, non tutti gli uomini sono - in modo implicito o esplicito - cristiani. E il cristianesimo, l'incorporazione in Cristo e nella Sua Chiesa attraverso il sacramento del battesimo, in ultimo e alla fine dei tempi, sarà importante. Pensarla diversamente significa sbagliare. Fino a che punto può arrivare un tale errore? Quanto profondamente può influire sullo sforzo missionario della Chiesa? Riflettiamo sulle osservazioni di un sacerdote missionario americano in Bangladesh sulle persone che egli serve: "Non m'interessa che diventino cristiani. Voglio che siano i migliori musulmani possibili".

Questo modo di pensare non può conciliarsi con il comandamento del Signore: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Matteo 28, 19-20)


continua.........


[Edited by Caterina63 9/8/2009 1:16 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/8/2009 1:06 PM
 
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Tutti vengono salvati?

Pur volendo ammettere, per amor di discussione, che tutti gli uomini, cristiani e non, sono giustificati, resterebbe sempre il problema dei reprobi.
Sebbene i diversi determinismi sembrerebbero escludere ogni colpevolezza, gli Stalin del secolo scorso e i Domiziani del primo secolo fanno esitare. Nondimeno, la teoria della salvezza universale, secondo cui tutti gli uomini alla fine godranno della visione beatifica, è certamente di moda. Tale nozione è radicata nel concetto di una apokatastasis pant*n (restaurazione di tutte le cose) alla fine dei tempi. Esso è stato introdotto come eresia da San Clemente d'Alessandria , e spesso si afferma che sia stato sostenuto da Origene. In breve, la teoria dell'apokatastasis afferma l'eventuale rinnovamento di tutte le persone e di tutte le cose in Cristo; anche gli angeli caduti saranno reintegrati e ovviamente l'inferno finirà. Per ovvie ragioni, l'apokatastasis è stata ampiamente criticata nella Chiesa primordiale .

Attualmente la nozione della salvezza universale è strettamente associata all'opera di Hans Urs von Balthasar, il cui universalismo continua a ispirare dibattiti.
Sebbene abbia prontamente distinto le sue riflessioni dall'apokatastasis, il modo di pensare di Balthasar è abbastanza simile.
Secondo lui, la misericordia di Dio ci obbliga a sperare che tutti siano salvati e che l'inferno sia riservato soltanto agli angeli caduti. Per quanto riguarda gli uomini, che sono diversi nell'ordine creato e incapaci di prendere le decisioni finali degli angeli, Balthasar sostiene la possibilità dell'inferno solo come teoria (che però deve essere conservata in quanto aiuta a motivare l'uomo al bene). Balthasar afferma: "L'amore misericordioso può quindi discendere su tutti. Riteniamo che lo faccia. E ora, possiamo assumere che vi siano anime che rimangono perpetuamente chiuse a tale amore? Si tratta di una possibilità che per principio non può essere respinta. Nella realtà essa può diventare infinitesimale - proprio per ciò che la grazia preparatoria può realizzare nell'anima". In altre parole, la grazia continua ad operare nell'anima, nella vita presente e futura, finché l'anima non si predispone alla redenzione.

Poiché non vi sono limiti alla misericordia e all'amore divini, non possono esservi limiti alla nostra speranza di redenzione per tutte le anime.
Secondo Balthasar, è nostro dovere mantenere la speranza teologica che nessun'anima sarà dannata.

In termini semplici, possiamo nutrire una speranza umana che tutte le anime siano salvate, ma la speranza teologica viene esclusa dalla rivelazione divina. Come ha domandato C. S. Lewis: "Sarei disposto a pagare qualsiasi cifra per poter dire sinceramente 'tutti saranno salvati'. Ma la mia ragione risponde 'per loro volontà o senza di essa?'. Se dico 'senza la loro volontà', scorgo subito una contraddizione: come può l'atto volontario supremo dell'arrendevolezza essere involontario? Se dico 'per loro volontà', la mia ragione risponde: 'in che modo, se non si arrendono?'" .

In sostanza, Balthasar afferma l'esistenza dell'inferno, ma nega che un uomo possa andarvi, affermando che una tale probabilità è infinitesimale
.

Ciò equivale a respingere la dottrina dell'inferno e a negare il libero arbitrio dell'uomo. Balthasar aggira la questione dell'esistenza dell'inferno lasciandovi gli angeli caduti. Per quanto riguarda invece l'arbitrio dell'uomo, egli affronta il problema parlando della contrapposizione della volontà divina che tutti siano salvati e il libero arbitrio dell'uomo, facendolo però in modo inadeguato.

Balthasar afferma: "La libertà dell'uomo non può essere infranta o neutralizzata dalla libertà divina, ma può benissimo essere, per così dire, superata in astuzia". Superata in astuzia? Per quanto tale affermazione possa essere intelligente, essa non è né esplicativa né illuminante. Sembrerebbe che il modo di intendere la misericordia e l'amore divini di Balthasar calpesti la giustizia divina e la libertà umana. Non ha senso parlare di libertà umana se il fine ultimo di ogni uomo è determinato in partenza , ma è quasi un inganno divino che gli uomini vengano manovrati abilmente nelle loro scelte più importanti (anche se attraverso una specie di perpetua purgazione divina).

Inoltre, la tesi di Balthasar ignora un'intuizione espressa in modo molto eloquente da John Henry Newman che, nel commentare la Lettera agli Ebrei 12, 14, ha affermato che "anche supponendo che si accettasse che un uomo che non abbia condotto una vita santa entri in cielo, egli non vi sarebbe felice; non sarebbe quindi un atto di misericordia permettergli di entrarvi".

La misericordia divina, per come ne parla Balthasar, sembra essere o un annullamento della libertà dell'uomo o un'inosservanza della sua volontà. Newman prosegue: "Oserei anche andare oltre - fa paura, ma è giusto dirlo - se volessimo immaginare una punizione per un'anima empia, reproba, forse non potremmo immaginarne una maggiore che chiamarla in cielo".

Di fatti, esiste un inferno - non solo per gli angeli caduti, ma anche per i peccatori impenitenti, cristiani e non, che prendono le loro decisioni in questa vita - e alcuni vi andranno. La parabola di Gesù su Lazzaro ed Epulone (Luca 16, 19-31) mette sufficientemente in guardia dalla possibilità di andare all'inferno e le osservazioni di Gesù sulla porta stretta (Matteo 7, 13-14) non fanno che accrescere tale possibilità.

Sebbene Balthasar e tutti coloro che sostengono la teoria della salvezza universale abbiano ragione quando affermano che la Chiesa non ha mai formalmente parlato di una persona che è all'inferno come invece fa delle singole persone in cielo di fronte al processo di canonizzazione, sostenere che all'inferno non vi sia nessuno è tutt'altra cosa. La "seconda morte" (Apocalisse 2, 11; 20, 6,14; 21, 8), è una possibilità reale. Come afferma il Santo Padre, "le parole di Cristo sono inequivocabili. Nel Vangelo di Matteo Egli parla chiaramente di coloro che andranno al supplizio eterno (cfr. Matteo 25, 46)".

Pensarla diversamente significa sbagliare.

Fino a che punto può arrivare un simile errore? Quanto profondamente può influire sul ministero pastorale della Chiesa? Si pensi alle omelie, ora molto comuni, che spesso vengono pronunciate ai funerali cristiani, secondo cui il defunto è passato direttamente da questo mondo a quello celeste, senza che venga fatta menzione del peccato, del giudizio particolare o dell'inferno, e nemmeno del purgatorio. Tale modo di pensare non può essere conciliato con le parole del Signore relative ai malvagi: "E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna" (Matteo 25, 46).



Conclusione.
 

L'ammonimento di nostro Signore, secondo cui quanti hanno fatto il bene avranno una risurrezione della vita e quanti hanno fatto il male avranno una risurrezione di condanna (Giovanni 5, 29) è un articolo della fede. Ci serve a ricordare che la nostra è una religione di rivelazione divina e non di razionalizzazione umana. Mentre noi potremmo avere difficoltà a conciliare la misericordia e la giustizia di Dio, per Lui non è così. Giacché la Chiesa è il "sacramento della salvezza", essa non può tirarsi indietro nella sua missione di salvare il mondo attraverso la proclamazione della verità su Gesù Cristo come Salvatore e Giudice dell'umanità, unico e universale.
 
Attualmente sono sorte numerose ambiguità circa la fine dei tempi, ma nessuna di queste è più pericolosa ed errata di quelle che negano la necessità del battesimo per la salvezza e affermano la salvezza di tutti. Tale negazione è deleteria per gli sforzi missionari della Chiesa; tale affermazione è deleteria per il ministero pastorale della Chiesa. Dobbiamo sempre ricordare che la fede in Cristo e il comportamento morale in questa vita sono vincolati inesorabilmente alla vita futura e all'eschaton. Dobbiamo sempre ricordare che ciò che crediamo e ciò che facciamo alla fine conterà. In caso contrario, rischiamo di diluire la fede in un pluralismo e una presunzione tali, da doverci far temere la peggior risposta possibile alla domanda del Signore in Luca 18, 8: "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?".





Tratto da Clerus: Errori nell'escatologia contemporanea
Monsignor Michael F. Hull

In visita alla Parrocchia romana di Santa Felicita e figli, martiri, domenica 25 marzo 2007, V Domenica di Quaresima, il Santo Padre, Benedetto XVI, ha pronunciato una omelia nella quale ha detto:

«E' venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l'inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore».

L'inferno dunque esiste ed è eterno.

Ricordiamoci anche che l'inferno:

  • non è affatto vuoto (Gesù ha insegnato che «LARGA è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e MOLTI sono quelli che entrano per essa; QUANTO STRETTA invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e QUANTO POCHI sono quelli che la trovano!», Mt 7,13-14)

  • è un castigo («Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla CONDANNA della Geenna?», Mt 23,33; «Il Signore sa... serbare gli empi per il CASTIGO nel giorno del giudizio, soprattutto coloro che nelle loro impure passioni vanno dietro alla carne e disprezzano il Signore», 2Pt 2,9-10)

  • ed è subìto («Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?". Io però dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità"», Mt 7,22-23; «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, CERCHERANNO di entrarvi, ma non ci riusciranno», Luca 13,24)

Dal Catechismo della Dottrina cristiana di san Pio X:

16. I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale, che cosa meritano?

I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale meritano l'inferno.

17. Che cos'è l'inferno?

L'inferno è il patimento eterno della privazione di Dio, nostra felicità, e del fuoco, con ogni altro male senza alcun bene.

18. Perché Dio premia i buoni e castiga i cattivi?

Dio premia i buoni e castiga i cattivi, perché è la giustizia infinita.

99. Dopo il giudizio particolare, che avviene dell'anima?

Dopo il giudizio particolare, l'anima, se è senza peccato e senza debito di pena, va in paradiso; se ha qualche peccato veniale o qualche debito di pena, va in purgatorio finchè abbia soddisfatto; se è in peccato mortale, qual ribelle inconvertibile a Dio va all'inferno.

103. E' certo che esistono il paradiso e l'inferno?

E' certo che esistono il paradiso e l'inferno: lo ha rivelato Dio; spesse volte promettendo ai buoni l'eterna vita, e il suo stesso gaudio, e minacciando ai cattivi la perdizione e il fuoco eterno.

104. Quanto dureranno il paradiso e l'inferno?

Il paradiso e l'inferno dureranno eternamente.

144. Perchè il peccato grave si chiama mortale?

Il peccato grave si chiama mortale, perchè priva l'anima della grazia divina che è la sua vita, le toglie i meriti e la capacità di farsene de' nuovi, e la rende degna di pena o morte eterna nell'inferno.

167. Chi trasgredisce i comandamenti di Dio, pecca gravemente?

Chi deliberatamente trasgredisce anche un solo comandamento di Dio in materia grave, pecca gravemente contro Dio, e perciò merita l'inferno.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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9/8/2009 9:49 PM
 
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Ho trovato questa testimonianza a dir poco sconvolgente di una signora rimasta praticamente carbonizzata da un fulmine e tornata miracolosamente alla vita dopo aver visto l'aldilà, stando al suo racconto, che invito a leggere con pazienza.


Testimonianza della Signora Gloria Polo


La Misericordia di Dio si manifesta grazie alla intensa e spontanea preghiera di un paesano sconosciuto di Gloria Polo.

"La signora Gloria Polo, dentista a Bogotà (Colombia), era a Lisbona e Fatima, l’ultima settimana di Febbraio 2007, per dare la sua testimonianza. Sul suo sito internet: www.gloriapolo.com, appare un estratto (in inglese) di un intervista che lei ha dato a Radio Maria in Colombia. Noi ringraziamo il signor Ph. D. di aver voluto volentieri farci la traduzione.
“Fratelli e sorelle, è meraviglioso per me condividere con voi in questo istante, l’ineffabile grazia che mi ha dato Nostro Signore, ormai più di dieci anni fa.

Mi trovavo all’Università Nazionale della Colombia a Bogotà (nel maggio 1995). Con mio nipote, dentista come me, noi preparavamo una lezione.
Quel venerdì pomeriggio, mio marito ci accompagnò perchè noi dovevamo prendere dei libri alla Facoltà. Pioveva molto e mio nipote ed io stessa, ci riparavamo sotto un piccolo ombrello. Mio marito, coperto da un impermeabile si avvicinò alla biblioteca del Campus. Mio nipote ed io lo seguivamo, ci siamo diretti verso degli alberi per sfuggire agli scrosci d’acqua.
In quell’attimo siamo stati tutt’e due colpiti da un fulmine. Mio nipote è morto sul colpo; era giovane e nonostante la sua giovane età, si era consacrato a Nostro Signore; aveva una grande devozione per Gesù Bambino.
Portava ogni giorno la Sua Santa Immagine in un cristallo di quarzo sul suo petto. Secondo l’autopsia il fulmine era passato per l’immagine; carbonizzò il suo cuore e uscì sotto i suoi piedi.
Esteriormente non presentava alcuna traccia di bruciature.

Per quanto mi riguarda, il mio corpo fu bruciato in modo orribile, sia all’interno che all’esterno. Questo corpo che voi ora avete davanti, risanato, lo è per la grazia della misericordia divina. Il fulmine mi aveva carbonizzato, io non avevo più i seni e praticamente tutta la mia carne e una parte delle mie costo erano scomparse. Il fulmine è uscito dal mio piede destro dopo aver bruciato quasi completamente il mio stomaco, il mio fegato, i miei reni e i miei polmoni.
Io praticavo la contraccezione e portavo una spirale intra uterina in rame. Il rame essendo un eccellente conduttore d’elettricità, carbonizzò le mie ovaie. Mi trovai perciò con un arresto cardiaco, senza vita, il mio corpo aveva dei soprassalti a causa dell’elettricità che aveva ancora.

Ma questo è solamente per quello che riguarda la parte fisica di me stessa perché, quando la mia carne fu bruciata, nello stesso istante mi ritrovai in un bellissimo tunnel di luce bianca, piena di gioia e di pace; nessuna parola può descrivere la grandezza di quel momento di ferità. L’apoteosi dell’istante era immensa.
Io mi sentivo felice e piena di gioia, perché non ero più soggetta alla legge di gravità. Alla fine del tunnel, io vidi come un sole da dove proveniva una luce straordinaria. Ve la descriverei come bianca per darvene una certa idea, ma in realtà
Nessun colore di questa terra è paragonabile a questo splendore. Io ne percepivo la sorgente di tutt’amore e pace.

Nel mentre che mi elevavo, realizzai che stavo morendo. In quell’istante ho pensato ai miei figli e mi sono detta: “Oh, mio Dio, i miei figli, che penseranno di me? La mamma molto attiva che ero stata, non ha mai avuto tempo da dedicare a loro!” Mi era possibile vedere la mia vita quale era stata realmente e questo mi rattristava.
Io lasciavo la casa ogni giorno per cambiare il mondo e non ero mai stata capace di occuparmi dei miei figli.
In quell’istante di vuoto che provavo a causa dei miei figli io vidi qualcosa di magnifico: il mio corpo non faceva più parte dello spazio e del tempo. In un istante mi era possibile abbracciare con lo sguardo tutto il mondo: quello dei vivi e quello dei morti.
Ho potuto sentire i miei nonni e i miei genitori defunti. Ho potuto stringere a me tutto il mondo, era un bellissimo momento!

Capii allora di aver sbagliato credendo alla reincarnazione di cui mi ero fatta avvocato.

Io avevo l’abitudine di “vedere” dappertutto mio nonno e mio bisnonno. Ma là essi mi abbracciavano ed ero in mezzo a loro. Nel medesimo istante noi eravamo vicini a tutte le persone che io avevo conosciuto nella mia vita.

Durante questi così belli fuori dal mio corpo, io avevo perduto la nozione del tempo. Il mio modo di vedere era cambiato: (sulla terra) io distinguevo tra chi era grasso, chi era di altra razza o disgraziato, perché avevo sempre dei pregiudizi.

Fuori del mio corpo io consideravo le persone interiormente (l’anima), . Com’è bello vedere la gente interiormente (l’anima)!

Io potevo conoscere i loro pensieri e i loro sentimenti. Io li abbracciavo tutti in un istante mentre continuavo a salire sempre più in alto e piena di gioia. Capii allora che potevo godere di una vista magnifica, di n lago di una bellezza straordinaria.

Ma in quel momento, sentii la voce di mio marito che piangeva e mi chiamava singhiozzando:”Gloria, ti prego, non andartene! Gloria svegliati! Non abbandonare i ragazzi, Gloria” L’ho guardato e non solo l’ho visto ma ho sentito il suo profondo dolore.

E il Signore mi ha permesso di tornare anche se non era mio desiderio. Io provavo una si grande gioia, tanta pace e felicità! Ed ecco che discendo ormai lentamente verso il mio corpo ove io giacevo senza vita. Esso era posto su una barella, al centro medico del Campus.

Io potevo vedere i medici che mi facevano l’elettrochoc e tentavano di rianimarmi dopo l’arresto cardiaco che avevo avuto. Noi siamo rimasti lì per due ore e mezzo. Prima, questi dottori non ci potevano toccare perché i nostri corpi erano ancora troppo conduttori di elettricità; dopo quando poterono, si sforzarono di richiamarci alla vita.

Io mi posai vicino alla testa e sentii come uno choc che mi entrò violentemente all’interno del mio corpo. Questo fu doloroso perché questo faceva scintille da tutte le parti. Io mi vidi incorporato a qualcosa di così stretto. Le mie carni morte e bruciate mi facevano male. Esse sprigionavano fumo e vapore.

Ma la ferita più orribile era quella della mia vanità: Io ero una donna di mondo, un dirigente, un’ intellettuale, una studiosa schiava del suo corpo, della bellezza e della moda. Io facevo della ginnastica quattro ore al giorno, per avere un corpo snello: massaggi terapie, diete di ogni genere, etc. Questa era la mia vita, una routine che mi incatenava al culto della bellezza del corpo. Io mi dicevo: “Ho dei bei seni, tanto vale mostrarli. Non c’è nessuna ragione di nasconderli.”

Lo stesso per le mie gambe, perché io credevo di avere delle belle gambe e un bel petto! Ma in un istante, avevo visto con orrore che avevo passato la mia vita a prendere cura del mio corpo. L’amore per il mio corpo era divenuto il centro della mia esistenza.

Ora, in questo momento, non avevo più corpo, niente petto, niente se non un orribile buco. Il mio seno sinistro in particolare era sparito. Ma il peggio, era che le mie gambe non erano che piaghe aperte senza carne, completamente bruciate e carbonizzate.

Di là, mi trasportano all’ospedale ove mi dirigono d’urgenza alla sala operatoria ove cominciano a raschiare e pulire le bruciature.

Quando ero sotto anestesia, ecco che esco di nuovo dal mio corpo e che vedo ciò che i chirurghi sono in procinto di farmi.

Io ero preoccupata per le mie gambe.

Di colpo passai un momento orribile: tutta la mia vita, io non ero stata che una cattolica di “regime”: Il mio rapporto con il Signore era la Santa Messa della domenica, per non più di 25 minuti, là dove l’omelìa del sacerdote era più breve, perchè non ne potevo sopportare di più. Tale era la mia relazione con il Signore. Tutte le correnti (di pensiero) del mondo m’avevano influenzato come una banderuola.

Un giorno, quand’ero gia Dentista professionista avevo sentito un prete affermare che l’inferno come i diavoli, non esistevano. Ora questa era la sola cosa che mi tratteneva per frequentare la Chiesa. Sentendo tale affermazione, io mi dissi che saremo andati tutti in paradiso, indipendentemente da quello che noi siamo e mi allontanai completamente dal Signore.

Le mie conversazioni divennero malsane perché non potevo più reprimere il peccato. Io cominciai a dire a tutti che il diavolo non esisteva e che quella era una invenzione dei preti, che c’era della manipolazione…

Quando uscivo con i miei colleghi dell’università, dicevo loro che Dio non esisteva e che noi eravamo un prodotto dell’evoluzione. Ma in quell’istante, là, nella sala operatoria, io ero veramente terrificata vedevo dei diavoli venire verso di me perché io ero la loro preda. Dai muri della sala operatoria io vidi spuntare molta gente.

All’inizio, sembravano normali, ma in seguito essi avevano dei visi pieni di odio, detestabili. In quel momento, per una certa perspicacia che mi fu data, capii che io appartavo a ciascuno di loro.

Io compresi che il peccato non era senza conseguenze e che la menzogna più infame del demonio, era quella di far credere che egli non esisteva.

Io li vedevo tutti venire a cercarmi, immaginate il mio spavento! Il mio spirito intellettuale e scientifico non mi era di nessun aiuto. Io volevo ritornare nel mio corpo , ma quello non mi lasciava entrare. Io corsi allora verso l’esterno della stanza, sperando di nascondermi da qualche parte tra i corridoi dell’ospedale ma di fatto finii di saltare nel vuoto.

Io cadevo in un tunnel ce mi aspirava verso il basso. All’inizio c’era della luce e questo assomigliava a un alveare d’api. C’era moltissima gente. Ma presto cominciai a discendere passando per dei tunnels completamente oscuri.

Non c’è alcun paragone tra l’oscurità di quel luogo e la più totale oscurità della terra quando non potrebbe comparire la luce delle stelle. Questa oscurità suscita sofferenza, orrore e vergogna. L’odore era pestilenziale.

Quando infine finii di discendere questi tunnels, io atterrai su una piattaforma. Io che avevo l’abitudine di dichiarare che avevo una volontà d’acciaio e che nulla era troppo per me… là, la mia volontà non serviva a niente, io non riuscivo affatto a risalire.

A un certo punto, io vidi aprirsi al suolo come un gigantesco baratro e vidi un immenso abisso senza fondo. La cosa più orribile di questo buco spalancato era che vi si percepiva l’assenza assoluta dell’amore di Dio e questo, senza la minima speranza.

Il precipizio mi aspirava ed io ero terrificata. Sapevo che se andavo là dentro, la mia anima ne moriva. Io ero trascinata verso questo orrore, qualcuno m’aveva preso per i piedi. Il mio corpo entrava ormai in questo buco e fu un momento di estrema sofferenza e di spavento.

Il mio ateismo mi abbandonò e cominciai a gridare verso le anime del Purgatorio per avere dell’aiuto.

Mentre urlavo, sentivo un dolore fortissimo perché mi fu dato di capire che migliaia e migliaia di esseri umani si trovavano là, soprattutto dei giovani.

E’ con terrore che sento stridore di denti, grida orribili, e dei gemiti che mi scuotevano nel più profondo del mio essere.

Mi sono stati necessari degli anni prima di rimettermi perché ogni volta che mi ricordavo di questi istanti, piangevo pensando alle loro terribili sofferenze. Compresi che è là che vanno le anime dei suicidi, che in un attimo di disperazione, si ritrovano in mezzo a questi orrori. Ma il tormento più indicibile, era l’assenza di Dio. Non si poteva percepire Dio.

In quei tormenti, mi sono messa a gridare:”Chi ha potuto commettere un errore simile?

Io sono quasi una santa: non ho mai rubato, non ho mai ucciso, ho dato da mangiare ai poveri, ho fatto cure dentarie gratuite a che ne necessitava; che ci faccio qui? Io andavo alla Messa la domenica… io ho mai mancato alla messa domenicale non più di cinque volte nella mia vita! Allora perché sono qui? Io sono cattolica, vi prego, sono cattolica, fatemi uscire di qui!”

Mentre gridavo che ero cattolica scorsi un debole bagliore. E io vi posso assicurare che in quel posto la più piccola luce era il più bello dei doni. Io vidi dei gradini al di sopra del precipizio e ho riconosciuto mio padre, deceduto cinque anni prima.

Molto vicina e quattro gradini più in alto, stava mia madre in preghiera, illuminata di più dalla luce.

Il vederli, mi riempì di gioia e dissi loro: ”Papà, Mamma, fatemi uscire! Vi supplico, fatemi uscire!

Quando si chinarono verso l’abisso. Voi dovreste vedere il loro immenso dispiacere.

Il quel posto, voi potete percepire i sentimenti degli altri e sentire le loro pene. Mio padre si mise a piangere tenendo la testa tra le sue mani:”Figlia mia, figlia mia!” diceva. Mamma pregava e capii che essi non mi potevano far uscire di là, la mia pena si accrebbe della loro perché essi condividevano la mia.

Così, io mi misi a gridare di nuovo: “Vi supplico, fatemi uscire di qui! Io sono cattolica! Chi ha potuto commettere un tale errore? Vi supplico, fatemi uscire di qui!

Questa volta, una voce si fece sentire, una voce così dolce che fece tremare la mia anima. Tutto allora fu inondato d’amore e di pace e tutte queste tetre creature che mi circondavano scapparono perché esse non possono stare di fronte all’Amore. Questa voce preziosa mi dice: ”Benissimo, poiché tu sei cattolica, dimmi quali sono i comandamenti di Dio.”

Ecco una mossa sbagliata da parte mia. Sapevo che aveva dieci comandamenti, punto e nient’altro. Che fare? Mamma mi parlava sempre del primo comandamento d’amore: non avevo che da ripetere ciò che lei mi diceva. Pensai di improvvisare e nascondere così la mia ignoranza degli altri (comandamenti). Io credevo di potermela cavare, come sulla terra dove trovavo sempre una buona scusa; e mi giustificai difendendomi per mascherare la mia ignoranza.

Dissi: “Amerai il Signore, tuo Dio al di sopra di tutto ed il prossimo come te stesso”. Sentii allora: “Benissimo, li hai tu amati?” I risposi. “Sì li ho amati, li ho amati, li ho amati!”

E mi fu risposto: “No. Tu non hai amato il Signore tuo Dio al di sopra di tutto e ancora meno il tuo prossimo come te stessa. Tu ti sei creata un dio che tu adattavi alla tua vita e tu te ne servivi solamente nel caso di urgente bisogno.

Tu ti prosternavi davanti a lui quando eri povera, quando la tua famiglia era umile e quando desideravi andare all’università. In quei momenti, tu pregavi sovente e ti inginocchiavi per delle ore per supplicare il tuo dio di farti uscire dalla miseria; perché ti accordasse il diploma che ti permetteva di diventare qualcuno. Ogni volta che tu avevi bisogno di soldi tu recitavi il rosario. Ecco la tua relazione con il Signore”.

Sì, devo riconoscere che prendevo il rosario e aspettavo del denaro in cambio, tale era la mia relazione con il Signore.

Mi fu dato da vedere subito il diploma preso e la notorietà ottenuta, non ebbi mai il minimo sentimento d’amore per il Signore. Essere riconoscente, no, mai!

Quando aprivo gli occhi al mattino, io non avevo mai un grazie per il giorno nuovo che il Signore mi dava da vivere, non Lo ringraziavo mai per la mia salute, per la vita dei miei figli, per tutto ciò che mi aveva donato.

Era l’ingratitudine più totale. Io non avevo compassione per i bisognosi. In pratica, tu collocavi il Signore così in basso che avevi più confidenza con i responsi di Mercurio e di Venere.

Tu eri accecata dall’Astrologia, proclamando che le stelle dirigevano la tua vita!

Tu vagabondavi verso tutte le dottrine del mondo, Tu credevi che saresti morta per rinascere ancora! E tu hai dimenticato la misericordia. Tu ti sei dimenticata che sei stata riscattata dal Sangue di Dio. Ora mi mette alla prova con i dieci comandamenti. Ora mi dimostra che pretendevo di amare Dio ma che in realtà, era satana che io amavo.

Così, un giorno, una donna era entrata nel mio studio dentistico per offrirmi i suoi servizi di magìa ed io le avevo detto: “Non ci credo, ma lasciate questo portafortuna qui nel caso che funzioni”. Io avevo messo in un angolo, un ferro da cavallo ed un cactus, tenuti per allontanare le energie cattive.

Come tutto questo era vergognoso! Questo fu un esame della mia vita a partire dai dieci comandamenti. Mi fu mostrato quel che era stato il mio comportamento faccia a faccia col mio prossimo. Mi fu fatto vedere come io pretendessi di amare Dio mentre avevo l’abitudine di criticare tutti, di puntare il dito su ciascuno, io la santissima Gloria! Mi si mostrò come ero invidiosa ed ingrata! Io non avevo mai provato riconoscenza verso i miei genitori che mi avevano dato il loro amore ed avevano fatto tanti sacrifici per educarmi e mandarmi all’Università. Dall’ottenimento del diploma, essi divennero anche miei inferiori; aveva anche vergogna di mia madre a causa della sua povertà, della sua semplicità e della sua umiltà.

Per quanto concerne il mio comportamento come moglie,mi fu mostrato che mi lamentavo sempre, dalla mattina alla sera. Se mio marito mi diceva: “Buongiorno”, io replicavo: “Perché questo giorno sia buono quando fuori piove”. Mi lamentavo anche continuamente dei miei figli: Mi fu mostrato che non avevo mai amato né avuto compassione per i miei fratelli e sorelle della terra.

E il Signore mi dice: “Tu non hai mai avuto considerazione per i malati nella loro solitudine, tu non hai mai tenuto loro compagnia. Tu non hai mai avuto compassione degli orfani, di tutti questi bambini infelici”. Io avevo un cuore di pietra dentro un guscio di noce. Su questa prova dei dieci comandamenti, io non avevo una mezza risposta corretta.

Era terribile, devastante! Io ero completamente sconvolta. E mi dicevo: “Almeno on mi potrà rimproverare di avere ucciso qualcuno! Per esempio, compravo delle provviste per i bisognosi; questo non era per amore, piuttosto per apparire generosa, e per il piacere che avevo di manipolare quelli che erano nel bisogno. Dicevo loro: “Prendete queste provviste e andate al mio posto alla riunione dei genitori e dei professori perché io non ho il tempo di parteciparvi”.

Inoltre, amavo essere circondata da persone che mi incensavano. Mi ero fatta una certa immagine di me stessa.

Il tuo dio era il denaro, mi ha ancora detto. Tu sei stata condannata a causa del denaro. E’ per questa ragione che sei sprofondata nell’abisso e che tu ti sei allontanata dal Signore.

Noi eravamo stati effettivamente ricchi, ma alla fine eravamo diventati insolvibili, senza un soldo e peni di debiti. Per tutta risposta, gridai: “ Che denaro? Sulla terra, noi abbiamo lasciato un sacco di debiti!”

Quando venni ad un secondo comandamento, io vidi con tristezza che nella mia infanzia, avevo presto capito che la menzogna era un eccellente mezzo per evitare le severe punizioni di mamma.

Io cominciai mano nella mano con il padre della menzogna (satana) e divenni bugiarda. I miei peccati aumentavano come le mie menzogne. Io avevo osservato come mamma rispettava il Signore ed il Suo Nome Santissimo. I vi trovai un’arma per me e mi misi a bestemmiare il Suo Nome. Dicevo: Mamma, io giuro su Dio che…”. E così evitavo le punizioni. Immaginate le mie menzogne , implicando il Nome Santissimo del Signore…

E notate, fratelli e sorelle che le parole non sono mai vane perché quando mia madre non mi credeva, avevo preso l’abitudine di dirle: “ Mamma, se io mento, che un fulmine mi colpisca qui e subito”. Se le parole sono volate via con il tempo, si riscontra che il fulmine mi ha bella e ben colpito; mi ha carbonizzato ed è grazie alla misericordia divina che io ora sono qui.

Mi fu mostrato come, io che mi dichiaravo cattolica, non rispettassi nessuna delle mie promesse e come utilizzavo futilmente il nome di Dio.

Io fui sorpresa di vedere che alla presenza del Signore, tutte queste orribili creature che mi circondavano, si prosternavano in adorazione. Io vidi la Vergine Maria ai piedi del Signore che pregava ed intercedeva per me.

Per quel che riguarda il rispetto del giorno del Signore. Ero pietosa e ne provai un dolore intenso. La voce mi diceva che le domeniche, passavo quattro o cinque ore ad occuparmi del mio corpo; io non avevo nemmeno dieci minuti di azione di grazia o di preghiera da consacrare al Signore. Se cominciavo un rosario, mi dicevo: “ Lo posso fare durante la pubblicità, prima del telefilm”. La mia ingratitudine di fronte al Signore mi fu rimproverata. Quando non volevo partecipare alla Messa, dicevo a mamma: “ Dio è dappertutto, perché dovrei andare lì?...

La voce mi ricordò ugualmente che Dio vegliava su di me notte e giorno e che in cambio io non Lo pregavo per niente; e le domeniche, non Lo ringraziavo e non Gli manifestavo la mia gratitudine o il mio amore. Al contrario, prendevo cura del mio corpo, ne ero schiava e dimenticavo totalmente che avevo un’anima e che la dovevo nutrire. Ma mai la nutrii della parola di Dio, perché dicevo che chi legge la Parola di Dio (Bibbia), diviene pazzo.

E per quanto concerne i Sacramenti, avevo sbagliato in tutto. Dicevo non sarei mai andata a confessarmi perché quei vecchi signori erano peggiori di me. Il diavolo mi stornava dalla confessione ed è così che impediva la mia anima d’essere pulita e di guarire.

La bianca purezza della mia anima ne pagava il prezzo ogni volta che peccavo. Satana lasciava il suo marchio: un marchio oscuro.

Eccetto che per la mia prima Comunione , io non avevo mai fatto una buona confessione. A partire di là, non ho mai ricevuto il Signore degnamente.

La mancanza di coerenza aveva raggiunto un tale degrado che io bestemmiavo:“ La Santa Eucaristia?

Si può immaginare Dio vendo in un pezzo di pane?” Ecco in che stato era ridotta la mia relazione con Dio. Non avevo mai nutrito la mia anima e più ancora , criticavo i preti costantemente. Voi dovevate vedere come mi ci dedicavo! Dalla mia più tenera infanzia, mio padre aveva l’abitudine di dire che quella gente là erano ancora più donnaioli dei laici. E il Signore mi dice: “Chi sei tu per giudicare così i Miei consacrati? Questi sono degli uomini e la santità di un sacerdote è sostenuta dalla sua comunità che prega per lui, che l’ama e lo aiuta.

Quando un prete commette un errore, è la sua comunità che ne è responsabile, mai lui”. Ad un certo momento della mia vita, accusai un prete di omosessualità e la comunità ne fu informata. Voi non potete immaginare il male che ho fatto!

Per quanto attiene al quarto comandamento”Onorerai tuo padre e tua madre” come vi ho detto, il Signore mi fece vedere la mia ingratitudine faccia a faccia dei miei genitori. Io mi lamentavo perché essi non potevano offrirmi tutte quelle cose di cui disponevano i miei compagni.

Io ero ingrata verso di essi per tutto quello che hanno fatto per me ed io non ero nemmeno arrivata al punto dove dicevo che non conoscevo mia madre perché lei non era al mio livello. Il Signore mi mostrò come avrei pertanto potuto osservare questo comandamento.

In effetti io avevo pagato le fatture delle medicine e del medico quando i mie genitori erano malati, ma come analizzavo tutto in funzione dei soldi. Io allora ne approfittai per manipolarli ed ero arrivata a schiacciarli.

Io mi sentivo male nel vedere mio padre piangere tristemente perché anche se fu un buon padre che m’aveva insegnato a lavorare duramente ed ad intraprendere, egli aveva dimenticato un dettaglio importante: che io avevo un’anima e che per il suo cattivo esempio la mia vita aveva cominciato a vacillare. Egli fumava, beveva, andava dietro alle donne a tal punto che un giorno suggerii a mamma di abbandonare suo marito. “Tu non dovrai più continuare per lungo tempo con un uomo come lui. Sii dignitosa, fagli vedere che vali qualcosa”. E mamma risponde: “No mia cara, io soffro ma mi sacrifico perché ho sette figli e perché alfine della giornata, tuo papà dimostra di essere un buon padre; non potrei mai andarmene e separarvi da vostro padre; di più se io me ne andassi, chi pregherebbe per la sua salvezza. Io sono la sola che lo possa fare perché tutte queste pene e ferite che mi infligge, io le unisco alle sofferenze di Cristo sulla Croce. Ogni giorno dico al Signor: il mio dolore è niente in confronto della vostra Croce, così, vi prego, salvate mio marito e i miei figli”.

Da parte mia, non riuscivo a comprenderla e divenni ribelle, cominciai a prendere la difesa delle donne, ad incoraggiare l’aborto, la coabitazione ed il divorzio.

Quando venne al quinto comandamento, il Signore mi fece vedere l’assassinio orribile che avevo fatto commettendo il più orribile dei crimini: l’aborto.

Di più, io avevo finanziato diversi aborti perché io sostenevo che una donna aveva il diritto di sceglie di rimanere incinta o no. Mi fu dato da leggere nel Libro della Vita e fui profondamente mortificata, perché una ragazzina di 14 anni aveva abortito su miei consigli.

Io avevo ugualmente prodigato dei cattivi consigli a delle ragazzine tre delle quali erano mie nipoti parlando loro della seduzione, della moda, consigliando loro di approfittare del loro corpo, e dicendo loro di usare la contraccezione: Questo è una specie di corruzione dei minori che aggravava l’orribile peccato dell’aborto.

Ogni volta che viene versato il sangue di un bambino, è un olocausto a satana, che ferisce e fa tremare il Signore. Io vidi nel libro della Vita come la nostra anima si formava, al momento che il seme perviene nell’ovulo Una bella scintilla scocca, una luce che come un raggio di sole di Dio Padre. Appena il ventre della mamma è in seminato si illumina della luce dell’anima

Durante l’aborto, l’anima geme e grida per il dolore e se ne ode il grido al Cielo perché ne è scosso. Questo grido risuona ugualmente all’Inferno, ma è un grido di gioia. Quanti bambini sono uccisi ogni giorno!

E’ una vittoria dell’Inferno. Il prezzo di questo sangue innocente libera ogni volta un demone di più. Io, mi sono immersa in questo sangue e la mia anima divenne totalmente ottenebrata. In seguito a questi aborti, avevo perduto la percezione del peccato. Per me, tutto era O. K.. E che dire di tutti quei bambini a cui io avevo rifiutato la vita a causa della spirale (anticoncezionale) che utilizzavo. E così sprofondavo ancora di più nell’abisso. Come potevo affermare che io non avevo mai ammazzato!

E tutte le persone che io ho disprezzato, odiato, che non ho amato! Anche così sono stata un’assassina perché non si uccide solamente con una pallottola della pistola. Si può egualmente uccidere odiando, commettendo degli atti di cattiveria, invidiando ed essendo gelosi.

Per quel che riguarda il sesto comandamento, mio marito fu l’unico uomo della mia vita. Ma mi fu dato di vedere che ogni volta che

Mettevo in mostra il mio petto e che portavo i miei pantaloni – leopardati Io incitavo gli uomini all’impurità e li inducevo al peccato.

Di più, io consigliavo alle donne d’essere infedeli al loro marito, predicavo contro il perdono e incoraggiavo il divorzio. Realizzai allora che i peccati della carne sono terribili e condannabili anche se il mondo attuale trova accettabile che ci si comporti come degli animali.

Era particolarmente doloroso vedere come i peccati d’adulterio di mio padre avevano ferito i suoi figli.

I miei tre fratelli divennero delle copie conforme al loro padre, donnaioli e bevitori, incoscienti del torto che facevano ai loro figli. Ecco perché mio padre piangeva con tanto dispiacere constatando che il cattivo esempio che aveva dato s’era ripercosso su tutti i suoi figli.

Quanto al settimo comandamento, - non rubare -., io che mi giudicavo onesta, il Signore mi fece vedere il cibo era sprecato nella mia casa mentre il resto del mondo soffriva la fame. Egli mi disse: “Io avevo fame e guarda quello che tu hai fatto con quello che ti ho dato, come l’hai sprecato! Io avevo freddo e tu guarda come eri schiava della moda e delle apparenze, buttando via tanto denaro nelle diete per dimagrire.

Del tuo corpo ne hai fatto un dio!

Mi fece comprendere che io avevo una parte di colpa nella povertà del mio paese. Mi dimostrò anche che ogni volta che criticavo qualcuno, rubavo il suo onore. Sarebbe stato più facile per me rubare del denaro, perché il denaro, si può sempre restituire, ma la reputazione!... Di più io derubavo i miei figli la grazia i avere una madre tenera e piena d’amore.

Io abbandonavo i miei figli per andare nel mondo, li lasciavo davanti alla televisivo, al computer, ai video giochi; e per tacitarmi la coscienza, compravo loro dei vestiti di marca. Com’è orribile! Che immenso dispiacere!

Nel Libro della Vita si vede tutto come in un film. I miei figli dicevano: ”Speriamo che mamma non rientri troppo presto e che ci siano degli ingorghi perché è fastidiosa e brontolona”.

Infatti, io avevo rubato loro la madre, avevo rubato loro la pace che dovevo portare nella mio focolare. Non avevo insegnato l’amore di Dio né l’amore del prossimo. E’ semplice: se non amo i miei fratelli, non ho niente a che vedere con il Signore: se io non ho della compassione, io non ho niente a che vedere con Lui non più.

Ora parlerò delle false testimonianze e della menzogna perché ero diventata un’esperta nella materia. Non ci sono bugie innocenti, tutto viene da satana che è il loro padre. Le colpe che ho commesso con la lingua erano veramente spaventose.

Ho visto come ho ferito con la mia lingua. Ogni volta che io spettegolavo, che mi facevo beffe di qualcuno, o gli attribuivo un sopranome dispregiativo, io ferivo quella persona. Quanto un sopranome può far male! Io potevo complessare una donna chiamandola: “la grossa”...

Nel corso di questo giudizio sui dieci comandamenti, mi si mostrò che tutti miei peccati avevano come causa la bramosìa, questo desiderio malsano. Mi sono vista felice con tanti soldi. E il denaro divenne la mia ossessione. E’ veramente triste, perché per la mia anima il momento più terribile era stato quando avevo a disposizione molto denaro.

Io avevo anche pensato al suicidio. Avevo tanto denaro e mi sentivo sola, vuota, amara e frustrata. Questa ossessione del denaro mi allontanò dal Signore e fece sì che mi allontanai delle sue mani.

Dopo l’esame dei 10 comandamenti, il Libro della Vita mi fu mostrato. Io avrei voluto le parole adeguate per descriverlo. Il mio Libro della Vita cominciò quando le cellule dei miei genitori si unirono. Presso che immediatamente, ci fu una scintilla, una magnifica esplosione e un’anima era così formata, la mia, creata dalle mani di Dio, nostro padre, un Dio così buono! E’ veramente meraviglioso! Egli veglia su di noi 24 ore su 24. Il Suo Amore era il mio castigo perché Lui non guardava il mio corpo di carne ma la mia anima e Lui vedeva come mi allontanavo dalla salvezza.

Io vorrei anche dirvi che a quel punto ero un’ipocrita! Io dicevo ad una amica: “Sei incantevole in questo abito, ti sta così bene!” Ma io pensavo tra me e me: è un vestito grottesco, e si crede pure una regina!

Nel Libro della Vita, tutto appariva esattamente tale e quale l’avevo pensato si vede anche l'ambiente interno dell’anima. Tutte le mie menzogne erano esposte ed ognuno poteva vederle.

Marinavo sovente la scuola, perché mamma perché mamma non mi permetteva di andare dove volevo.

Per esempio, le mentivo a proposito di un lavoro di ricerca che dovevo fare alla biblioteca universitaria e di fatto, andavo invece a vedere un film porno o a bere una birra i un bar con degli amici. Quando penso che mamma ha visto sfilare la mia vita e che niente è stato dimenticato!

Il Libro della Vita è veramente bellissimo. Mia madre aveva l’abitudine di mettere nel mio cestino delle banane per il mio pranzo, pasta di guava così del latte, perché nella mia infanzia, eravamo poverissimi. Mi capitava di mangiare le banane e di buttare per terra le bucce senza pensare che qualcuno poteva scivolare su di esse e farsi male.

Il Signore mi mostrò come una persona scivolò su una delle mie bucce di banana; avrei potuto ucciderla per la mia mancanza di compassione. L’unica volta della mia vita che mi confessai con dispiacere e pentimento, quando una donna mi rese 4500 pesos in più in un negozio alimentare di Bogotà. Mio padre ci aveva insegnato l’onestà. Andando al lavoro, mentre guidavo, mi resi conto dell’errore.

“Quest’idiota m’ha dato 4500 peso in più e devo subito ritornare al suo negozio”, mi dissi. C’era un ingorgo enorme e decisi di non tornare indietro. Ma il rimorso l’avevo dentro di me ed andai a confessarmi la domenica seguente accusandomi di aver rubato 4500 pesos senza averli restituiti. Io non prestai ascolto alle parole del confessore.

Ma sapete cosa mi disse il Signore? “Tu non hai compensato questa mancanza di carità. Per te, non era che del denaro per le piccole spese, ma per quella donna che non guadagnava che il minimo, quella somma rappresentava tre giorni di nutrimento”.

Il Signore mi mostrò come ella ne soffrì, privandosi per più giorni così anche i suoi due piccoli che avevano fame.

In seguito il Signor mi fa la seguente domanda: ”Che tesori spirituali porti?”

Dei tesori spirituali? Le mie mani sono vuote!

“A cosa ti serve, aggiunse, di possedere due appartamenti, delle case e degli uffici se tu non puoi nemmeno portarmene non sarà ciò che un po’ di polvere?

Che hai fatto dei talenti che ti ho dato? Tu avevi una missione: questa missione, era quella di difendere il Regno dell’Amore, il Regno di Dio”.

Sì, avevo dimenticato che avevo un’anima, così come mi potevo ricordare che avevo dei talenti; tutto questo bene che non ho potuto fare , ha offeso il Signore.

Il Signore mi parlò ancora della mancanza d’amore e di compassione. Mi parlò ugualmente della mia morte spirituale. Sulla terra, ero viva, ma in realtà ero morta. Se voi poteste vedere cos’è la morte spirituale*! E’ come un’anima odiosa, un’anima amara e disgustata di tutto, piena di peccati e che ferisce tutto il mondo.

Io vedevo la mia anima che esteriormente, era ben agghindata e stava bene, ma interiormente era una vera fogna e la mia anima abitava nelle profondità dell’abisso. Non è strano che fossi così acre e depressa.

E il Signore mi disse: “La tua morte spirituale e cominciata quando tu hai cessato di essere sensibile al tuo prossimo”.

Io ti avvertii mostrandoti la loro miseria. Quando tu vedevi dei servizi televisivi, dei morti, dei rapimenti, la situazione dei rifugiati, tu dicevi: “povera gente, com’è triste”. Ma in realtà, ma in realtà tu provavi dolore per essi, tu non sentivi niente nel tuo cuore. Il peccato ha cambiato il tuo cuore in pietra”.

Voi non potete immaginare la grandezza del mio dolore quando il Mio Libro della Vita si richiuse.

Io avevo dispiacere per Dio, mio Padre, per essermi comportata così perchè, a riscatto di tutti i miei peccati, per la mia salvezza, di tutte le mie indifferenze e dei miei orribili sentimenti, il Signore a cercato di attendermi fino alla fine.

Mi ha inviato delle persone che ebbero una buona influenza su di me. Mi ha protetto fino ala fine. Dio mendica la nostra conversione!

Sia ben inteso, io non avrei potuto biasimarlo di condannarmi Di mia propria volontà, io scelsi come mio padre, satana, al posto di Dio. Dopo che il Libro della Vita si richiuse, mi accorsi che mi stavo dirigendo un pozzo nel cui fondo c’era una botola.

Nel mentre vi precipitavo cominciai a chiamare tutti i Santi del Cielo per salvarmi.

Voi non avte un’idea di tutti i nomi dei Santi che mi vennero in mente, a me che ero una pessima cattolica! Chiamai Sant’Isidoro o San Francesco d’Assisi e quando la mia lista finì, cadde il silenzio.

Provai allora un grande vuoto ed una pena profonda.

Pensavo che tutte le persone della terra, credevano che fossi morta in odore di santità, può essere che essi stessi s’attendessero la mia intercessione!

E guardate dove atterravo! Alzai allora gli occhi e il mio sguardo incrociò quello i mia madre. Con un grandissimo dolore gridai verso di lei: “Mamma, come ho vergogna! Sono condannata, mamma. Là dove vado, tu non mi vedrai mai più.

In quel momento una grazia magnifica le fu accordata. Ella si tendeva senza muoversi ma le sue dita si misero a puntare verso l’alto. Delle scaglie si distaccarono dolorosamente dai miei occhi: l’accecamento spirituale. Rividi allora in un istante la mia vita passata, quando un mio paziente una volta mi disse. “Dottore, voi siete troppo materialista, e un giorno voi avrete bisogno di questo: in caso di pericolo immediato, chiedete a Gesù Cristo di coprirvi del Suo Sangue, perché mai Egli vi abbandonerà. Egli pago il prezzo del Suo Sangue per voi”.

Con grandissima vergogna, mi misi a singhiozzare: “Signore Gesù, abbiate pietà di me! Perdonatemi, datemi una seconda occasione!”

E il più bel momento della mia vita mi si presenta, non ci sono parole per descriverlo. Gesù viene e mi tira fuori dal pozzo e tutte quelle orribili creature si appiattirono al suolo.

Quando mi depose, mi disse con tutto il Suo amore: “Stai per ritornare sulla terra, ti do una seconda possibilità”.

Ma precisò che non era a causa delle preghiere della mia famiglia. “E’ giusto da loro parte implorare per te.

Questo è grazie all’intercessione di tutti quelli che ti sono estranei e che hanno pianto, pregato e hanno alzato il loro cuore con un profondo amore per te”.

Vidi molte luci accendersi, come delle piccole fiamme d’amore. Io vidi delle persone che pregavano per me. Ma c’era una fiamma molto più grande, era quella che mi dava molta più luce e che brillava più d’amore.

Tentai di conoscere chi fosse questa persona. Il Signore mi disse. 2 Colui che ti ama tanto, neanche ti conosce”. Mi spiegò che quest’uomo aveva letto un ritaglio di giornale del mattino.

Era un povero paesano che abitava ai piedi della Sierra Nevada di Santa Marta ( a nord-est della Colombia). Questo pover’uomo si era recato in città per acquistare dello zucchero di canna. Lo zucchero era stato avvolto nella carta da giornale e c’era una mia foto, tutta bruciata come ero.

Come l’uomo mi vide così, senza neanche aver letto l’articolo interamente, cadde inginocchio e cominciò a singhiozzare con profondo amore. Disse: “Signore, abbiate pietà della mia piccola sorella. Signore salvatela. Se voi la salvate vi prometto che andrò in pellegrinaggio al Santuario di Buga ( che si trova nel sud-ovest della Colombia). Ma Vi prego, salvatela”.

Immaginate questo pover’uomo, non si lamentava di aver fame, e aveva una grande capacità d’amore perché si offriva di attraversare tutta una regione per qualcuno che neanche conosceva!

E il signore mi disse: “Questo è amare il suo prossimo”. E aggiunse: “ Tu sta per tornare (sulla terra) e darai la tua testimonianza non mille volte, ma mille volte mille volte.

E sventura a quelli che non cambieranno dopo aver inteso la tua testimonianza, perché essi saranno giudicati più severamente, come te quando ritornerai qui un giorno; lo stesso per i miei consacrati, i sacerdoti, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

Questa testimonianza , fratelli e sorelle miei, non è una minaccia. Il Signore non ha bisogno di minacciarci. E’ una occasione che vi si presenta, e a Dio grazie, io ho esperimentato ciò che è necessario per vivere!

Quando qualcuno di voi morirà e si aprirà davanti a lui il suo Libro della Vita, voi vedrete tutto quanto come io l’ho visto.

E noi tutti vedremo come siamo, la sola differenza è che noi sentiremo i nostri pensieri alla presenza di Dio: La cosa più bella è che il Signore sarà di fronte a noi, mendicando ogni giorno la nostra conversione affinché diventiamo una nuova creatura con Lui, perché senza di Lui non possiamo fare niente.

Che il Signore vi benedica tutti abbondantemente.

Gloria a Dio.

preso da:
http://medjugorje.altervista.org/doc/testimonianze/gloriapolo.html

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9/24/2009 10:19 AM
 
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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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3/29/2010 1:48 PM
 
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Esistono davvero Inferno e Paradiso?


Intervista a padre Giovanni Cavalcoli, docente di Metafisica e Teologia sistematica


di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 29 marzo 2010 (ZENIT.org).- All’Inferno molti non credono, altri sostengono che non può essere eterno ed altri ancora che sia vuoto. Lo stesso dicasi dell’angelo caduto e del peccato.

Per molti si tratta di invenzioni della Chiesa cattolica e comunque in tanti vivono come se Dio non esistesse, e Inferno e Paradiso sarebbero solo illusioni.

Per cercare di spiegare come può un Dio buono come quello cristiano permettere la rivolta degli angeli, la diffusione del male, l’esistenza dell’Inferno e del Paradiso, padre Giovanni Cavalcoli, dell’Ordine Domenicano, ha scritto e pubblicato il libro “L'Inferno esiste. La verità negata” (edizioni Fede & Cultura http://fedecultura.com/Infernoesiste.aspx 96 pagine, 9,50 euro)

Padre Cavalcoli è docente di Metafisica presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di Teologia sistematica alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna. Officiale della Segreteria di Stato dal 1982 al 1990, è Accademico pontificio dal 1992.

Autore di innumerevoli libri e saggi, svolge una intensa opera di formazione.

ZENIT lo ha intervistato.

Per il mondo secolarizzato ed anche per alcuni credenti l’Inferno non esiste. Si tratterebbe di una invenzione. Qual è il suo parere in proposito?

Cavalcoli: Il mondo secolarizzato ha perso la fede nell’Aldilà, si tratti del Paradiso o si tratti dell’Inferno. E una certa misura di secolarismo purtroppo si è insinuata anche tra alcuni credenti, i quali, anche se ammettono un Aldilà, questo è soltanto il Paradiso. E’ questa la mentalità cosiddetta buonista, per cui non c’è da stupirsi che, secondo queste tendenze, l’Inferno è un’invenzione.

In realtà, come ho dimostrato nel mio libro, l'Inferno non è affatto un’invenzione, ma è una verità di fede insegnata da Nostro Signore Gesù Cristo, dal Nuovo Testamento, dalla Sacra Tradizione e da alcuni Concili. Quindi si tratta di un dato della divina Rivelazione, che la Chiesa ha il compito di custodire e di insegnare.

Sulla base di quali argomenti sostiene che l’Inferno esista?

Cavalcoli: La dottrina dell’Inferno è una dottrina teologica. Ora, gli argomenti della teologia non sono di tipo empirico, ma sono le Parole di Gesù Cristo, le quali possono essere accettate solo sulla base della fede in Gesù Cristo e nella Chiesa che ci media le Parole di Cristo.

Da questo punto di vista, gli argomenti sono molti. Mi limiterò qui a citarne uno solo (cf.p.33 del mio libro sull’Inferno), che mi sembra particolarmente efficace, perché lo troviamo nel Concilio Vaticano II (LG n.48) e nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC n.1034). Si tratta del passo di Matteo 25, 31-46 dove Gesù Cristo non si limita ad annunciare la semplice possibilità della dannazione, ma semplicemente prevede il fatto dell’esistenza dei dannati.

Dove e quando è nato l’Inferno?

Cavalcoli: Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tener presente che cosa è esattamente l’Inferno. Esso, per quanto riguarda gli uomini, consiste nel rifiuto irrevocabile della misericordia che ci è offerta dal Padre per mezzo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. In questo senso, possiamo dire che la dannazione infernale ha cominciato ad esistere con la venuta di Cristo. Invece, se consideriamo il peccato degli angeli all’inizio della creazione, l’Inferno esiste per loro sin da quel momento (Mt 25,41; 2 Pt 2,4).

Dove è nato l’Inferno? Per quanto riguarda gli angeli peccatori, siccome si trovavano prima in cielo, si può dire che è nato in cielo, da cui furono precipitati (Ap 12,8). Per quanto riguarda gli uomini, l’Inferno è nato in questo mondo nel momento in cui Gesù è stato rifiutato.

Esiste nell’Aldilà o è presente anche sulla Terra?

Cavalcoli: Secondo una certa tesi del cristianesimo secolaristico-buonista, se si può parlare di “Inferno”, questo esiste solo su questa terra, nel senso che il castigo per i malvagi c’è solo quaggiù e poi c’è il Paradiso per tutti. Esiste poi un’altra tesi, del tutto pagana, secondo la quale l’Inferno sarebbe quella condizione di sofferenza che colpisce anche gli innocenti oppressi dai prepotenti.

Mentre in questo secondo caso la parola “Inferno” viene usata in un senso improprio, nel primo caso c’è una parte di verità, in quanto lo stato di peccato mortale è già in un certo senso l’Inferno. Ma questa tesi trascura il fatto che la pienezza irrevocabile della condizione infernale per l’uomo è solo dopo la morte. Tuttavia, ogni uomo, prima della morte si può pentire, può riacquistare lo stato di grazia di Cristo, per cui, se persevera in questo stato fino alla morte, può evitare l’Inferno.

Cosa dicono le Sacre Scritture in merito?

Cavalcoli: La voce più autorevole è quella di Nostro Signore Gesù Cristo. Di essa ne troviamo un’eco negli altri Libri del Nuovo Testamento, e in particolare nell’Apocalisse, nella quale abbiamo una grandiosa visione del trionfo finale di Cristo su tutte le potenze del male, le quali saranno messe in condizione di non più nuocere agli eletti.

La descrizione mirabile dell’Inferno della Divina Commedia è credibile?

Cavalcoli: Certamente nella sua sostanza è credibile, perché, come si sa, Dante non solo era cattolico, ma aveva acquistato una notevole cultura teologica di stampo tomistico frequentando il convento domenicano di Santa Maria Novella di Firenze.

Nel contempo Dante, da grande poeta qual era, si è permesso delle cosiddette licenze poetiche, per cui ha creato ambienti, eventi e personaggi che evidentemente esulano da quanto ci viene insegnato dalla Rivelazione cristiana, anche se nel contempo, nel complesso, non le sono contrari.

Una cosa curiosa che potremmo notare al riguardo e che non è un dato della fede cristiana, è la condizione dei cosiddetti “ignavi”, i quali vissero “sanza fama e sanza lodo” e pertanto vengono collocati da Dante non nell’Inferno, ma in un luogo a parte.

Ammettere l’esistenza dell’Inferno presuppone temere il diavolo. In che modo l’angelo caduto e l’Inferno si collocano nel disegno divino?

Cavalcoli: Il cristiano deve avere un certo timore del diavolo, così come noi possiamo avere un ragionevole timore di prenderci una malattia o di cadere in un qualche peccato. Da qui il dovere del cristiano di guardarsi dai pericoli morali che possono venire dalle tentazioni diaboliche, evitando atteggiamenti di eccessiva sicurezza.

Detto questo, tuttavia, il cristiano fondamentalmente non ha paura del diavolo, perché il cristiano che vive in Cristo gode della stessa forza di Cristo, il quale ha vinto Satana. Anzi, da questo punto di vista, si può dire che è il demonio che ha paura del cristiano. Come dice infatti Santa Caterina da Siena, noi siamo vinti dal demonio solo se lo vogliamo, commettendo o amando il peccato.

Il demonio e l’Inferno si collocano nel disegno divino in quanto costituiscono un deterrente che ci aiuta ad evitare il peccato. In secondo luogo, per quanto riguarda il demonio, anch’egli va visto come uno strumento della divina Provvidenza per due finalità: per rafforzarci nella virtù e per richiamarci paternamente quando commettiamo il male. Il diavolo di per sé vorrebbe solo il nostro male, solo che la Provvidenza divina lo utilizza secondo i suoi sapientissimi disegni per il nostro bene.

Perchè Dio permette all’angelo di ribellarsi?

Cavalcoli: Perché ha un grande rispetto per il libero arbitrio della creatura. Ora, appunto, l’angelo ribelle è una creatura dotata di libero arbitrio. Allora, a questo punto, si può dire che Dio, pur di rispettare questo libero arbitrio, accetta di essere respinto da quella creatura che in realtà potrebbe trovare solo in Lui la sua piena felicità. Questo discorso vale analogicamente anche per la vicenda umana.

Inoltre si può dire che Dio ha permesso la disobbedienza dell’angelo, perché dall’eternità aveva progettato l’Incarnazione del Verbo, grazie alla quale l’umanità, salvata da Cristo, avrebbe in Cristo vinto Satana e raggiunta una condizione di vita – quella di figli di Dio – superiore a quella che ci sarebbe stata se l’angelo non avesse peccato.

Che relazione c’è tra il male e l’Inferno?

Cavalcoli: Possiamo dire che l’Inferno è una vittoria sul male morale, ovvero sul peccato, anche se resta il male di pena, cioè la sofferenza dei dannati. Qui però si tratta di una giusta pena, per cui, da questo punto di vista si può dire che è bene che ci sia questo male, per cui noi vediamo che, dal punto di vista escatologico, tutto si risolve nel bene.

C’è inoltre da precisare con tutta chiarezza che sarebbe blasfemo incolpare Dio di questo male, del quale invece è responsabile soltanto la creatura angelica o umana, mentre d’altra parte l’esistenza del male di pena manifesta semplicemente la giustizia divina, la quale peraltro è sempre mitigata dalla misericordia.

Cosa devono fare le persone per sfuggire l’Inferno e guadagnare il Paradiso?

Cavalcoli: Praticamente si tratta di mettere in opera tutti i precetti della vita cristiana, a cominciare dall’odio per il peccato, dalla consapevolezza delle sue conseguenze, per passare al dovere di obbedire con tutte le nostre forze ai comandi del Signore, di vivere in grazia, nella pratica continua della conversione e della vita cristiana, in una illimitata fiducia nella misericordia divina, frequentando i sacramenti nella comunione con la Chiesa, nella devozione ai Santi e soprattutto alla Santa Vergine Maria, coltivando un forte desiderio del Paradiso e della santità e combattendo coraggiosamente giorno per giorno contro le insidie del tentatore, sotto la protezione di San Michele Arcangelo. In casi di eccezionale aggressività da parte del diavolo, esiste la pratica dell’esorcismo.

Queste raccomandazioni naturalmente valgono per i cattolici, però siccome tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza e quindi sono chiamati ad evitare l’Inferno e a guadagnare il Paradiso, il loro dovere è quello di seguire la loro retta coscienza, nella misura in cui conoscono le esigenze del bene e coltivando, con l’aiuto della grazia, una fede almeno implicita in Dio come rimuneratore di buoni e giudice dei malvagi.

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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5/4/2010 7:18 PM
 
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La meditazione sulla morte nelle rime spirituali di Michelangelo

In sereno abbandono tra braccia sicure


Il 3 maggio si è tenuta all'Università Cattolica del Sacro Cuore una giornata di studi dedicata a Claudio Scarpati. Nell'occasione - che ha visto anche la presentazione di un volume in suo onore (Studi di letteratura italiana, Milano, Vita e Pensiero, 2010, pagine 1158, euro 65) - l'italianista ha tenuto una lezione della quale riportiamo alcuni stralci.

di Claudio Scarpati

La poesia di Michelangelo rappresenta, nel medio Cinquecento, un incrocio di voci provenienti dall'intera tradizione lirica, dove si sovrappongono l'eredità dantesca e petrarchesca, le esperienze del Quattrocento toscano, lo stile elevato e lo stile comico, financo burlesco, con un'estensione che va dalla retorica codificata da Bembo fino alla trascrizione del parlato.

Le rime religiose o spirituali del Buonarroti si collocano per la quasi totalità nell'ultimo quindicennio della sua attività poetica, tra il 1540 e il 1555, tra la conclusione del Giudizio universale e le ultime Pietà:  non sono rime d'occasione, ma rappresentano la meditazione della sua età matura, in certo modo sono il grande bilancio di una carriera vitale d'eccezione.

Sotto il velame delle formule penitenziali che possono ingenerare nel lettore postumo un senso di sazietà, è la grande questione che riaffiora:  se il tempo della vita lo condusse così fortemente in prossimità del divino, che cosa sarà l'ultimo svelamento? E questa rivelazione sarà rottura o completamento?

Di fronte all'eccedenza del vero, cui l'uomo aspira, le cose del mondo sono ingannevoli e dunque il culto della bellezza deve essere rigettato; l'"affettüosa fantasia" del sonetto al Vasari del 1554 (285), l'immaginazione carica di appassionata ricerca che ha dominato l'artista, risulta, allo sguardo rivolto alle cose ultime, carica di errore:  "Giunto è già il corso della vita mia/ con tempestoso mar, per fragil barca, / al comun porto, ov'a render si varca/ conto e ragion d'ogni opra trista e pia./ Onde l'affettüosa fantasia/ che l'arte mi fece idol e monarca, / conosco or ben com'era d'error carca, / e quel ch'a mal suo grado ogn'uom desia./ Gli amorosi pensier, già vani e lieti, /che fien or, s'a duo morti m'avicino/ D'una so 'l certo, e l'altra mi minaccia./ Né pinger né scolpir fia più che quieti/ l'anima, volta a quell'amor divino/ ch'aperse, a prender noi 'n croce le braccia". (285).

Le "due morti" rinviano alla "seconda morte" ricordata nel secondo e nel ventesimo capitolo dell'Apocalisse. L'"affettüosa fantasia" è l'immaginazione in quanto legata alle passioni vitali:  tema platonizzante, ficiniano, come spiega Lina Bolzoni in un saggio di questa miscellanea. D'altra parte, che la fantasia fosse ingannatrice, lontana dal vero, era luogo comune nel medio Cinquecento e Michelangelo riconosce che l'arte aveva fatto sì che l'immaginazione divenisse per lui oggetto di culto esclusivo, capace di esercitare su di lui un dominio assoluto ("L'affettüosa fantasia / che l'arte mi fece idolo e monarca"). Ma questa fantasia era solo carica di errore? I pensieri d'amore svaniscono in vicinanza della morte e tuttavia essi sono ricordati come "vani" e nel contempo "lieti". Non erano stati quelli anche pensieri elevanti, che lo avevano "fatto salire sopra se stesso" (153), che lo avevano sollevato dalla "cruda scorza" della materia (152)?

Si profila qui un nodo di grande rilievo che riguarda la filosofia e l'antropologia dell'umanesimo rinascimentale. Non è mancato chi ha letto nella meditazione religiosa dell'ultimo Michelangelo un ripiegamento, quasi una sconfessione dell'impresa che aveva dominato la sua vita d'artista:  quella cioè di trascrivere con un linguaggio classico il mondo figurativo del testamento antico e del nuovo; di celebrare la dignità somma del corpo umano rileggendola alla luce di una intensità e gravità finora sconosciute. L'ultimo Michelangelo testimonierebbe il fallimento di quel progetto, la resa di fronte all'impossibilità di collegare due mondi, quasi rinuncia alla centralità dell'uomo che la civiltà umanistica aveva proposto.

A illuminare questo nodo ci vengono incontro le prime pagine di un non dimenticabile scritto di Erwin Panofsky, La storia dell'arte come disciplina umanistica; uno scritto del 1940 che merita ancora considerazione. Lì Panofsky osservava che l'umanesimo - quello di Petrarca, Ficino, di Pico, di Erasmo - è un atteggiamento fondato sulla rivendicazione dei valori umani (la razionalità, la libertà) e insieme sull'accettazione dei suoi limiti (la fragilità, la fallacia). Michelangelo è figlio dell'umanesimo, ha percorso tutta l'estensione di ciò che è esperibile dalla mente umana, di ciò cui può dar vita "la mano che comanda all'intelletto" (151). Ora si trova davanti a un confine:  l'opera della sua mano sta per finire.

"Se i giudizi temerari e sciocchi/ al senso tiran la beltà, che muove/ e porta al cielo ogni intelletto sano, / dal mortal al divin non vanno gli occhi/ infermi, e fermi sempre pur là dove/ scender senza grazia è pensier vano". È il sonetto 164, risalente ai primi anni quaranta del sedicesimo secolo, quando ha inizio, dietro lo stimolo di Vittoria Colonna, la poesia meditante di Michelangelo.
Le contraddizioni che si addensano nella mente di chi mette a paragone un'esistenza colma di opere e di pensieri con la grave interrogazione sul futuro che si apre oltre il varco della morte, si sciolgono, in queste ultime poesie, solo nella preghiera (n. 290).
 
Michelangelo chiede che dal suo passato sia allontanato il "braccio severo", che vivamente ricorda il braccio di Cristo giudice nella Sistina. Altra iconografia si conviene ora al grande artista. La Pietà disegnata per Vittoria Colonna, ora al Gardner Museum di Boston, raffigura Cristo accasciato cui due angeli sorreggono le braccia:  al figlio nell'abbandono della morte si sostituisce la Madre che a braccia aperte lo consegna all'umanità, mentre il Crocifisso del British Museum sembra staccarsi dal patibolo rispondendo all'estremo richiamo del fedele.

I disegni di Cristo in croce si moltiplicano in questi anni, mentre l'ultima scultura di Michelangelo si celebra nella Pietà del Duomo di Firenze e nella Pietà Rondanini, nella quale l'opera dello scultore giunge alla negazione del proprio linguaggio e si risolve in silenzio. Nel frammento 286 [egli] aveva scritto che negli ultimi anni i suoi pensieri dovevano "restringersi a un pensiero solo".

Siamo davanti alle testimonianze più alte dell'umanesimo cristiano del nostro rinascimento. Dalla volta della Sistina al Giudizio, Michelangelo aveva accompagnato la storia dell'uomo. Sull'uomo, sulla sua facies corporea penetrata di pensosità sempre più profonda, di una drammaticità integra anche se placata, aveva lavorato lungo gli anni con una tensione che non si ripeterà nella storia dell'arte. Ora sceglie per sé l'abolizione di ogni tema divagante:  dal 1545 in poi la Pietà è l'unico soggetto che osa trattare nella sua scultura.

Nel 1555 intreccia un rapporto epistolare e poetico con Ludovico Beccadelli, già vicario di Roma, ecclesiastico e letterato, cultore e biografo del Petrarca. In forma vicina a quella della confessione gli invia un verso rivelatore:  "Le favole del mondo mi hanno tolto / il tempo dato a contemplare Iddio".
 
In effetti la scelta ultima di Michelangelo, contemplativa, austera e univoca, ha suggerito ad alcuni interpreti, infondatamente, l'idea di un suo avvicinamento alla severità dei riformatori d'oltralpe. In realtà Michelangelo riecheggiava le parole di Paolo (II Timoteo, 4, 3; ma anche i Timoteo, 1, 4):  "Verrà un tempo in cui gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole":  questo passo su cui Michelangelo ha fermato la sua attenzione è lo stesso in cui si trova il testamento di Paolo che dal carcere annuncia al discepolo che ha combattuto la buona battaglia ed è giunto per lui il momento di sciogliere le vele.

Era tale l'altezza morale della figura di Beccadelli che il vecchio artista, in questa che è tra le ultime liriche da lui scritte, poteva davanti a lui guardare la sua vita per iscorcio e confidargli la sua stanchezza, quella stessa che aveva figurato nel corpo crollante di Cristo sostenuto da Nicodemo e dalla madre. Con queste immagini negli occhi, le sue immagini, quelle che lui aveva tratte dalla materia, nell'ultimo tornante del viaggio Michelangelo annulla il confine tra poesia  e  preghiera  e  l'una  si  converte nell'altra.


(©L'Osservatore Romano - 5 maggio 2010)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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che cosa ha detto veramente Mons. Scicluna

Nel caso dell'Omelia tenuta da Mons. Scicluna la mattina di sabato 29 maggio, all’altare della Cattedra nella basilica di San Pietro, durante l'Adorazione Eucaristica di riparazione per i tristissimi casi di abusi commessi da membri del clero, come di solito succede quando il clima è quello della ricerca ossessiva della frase ad effetto, si è sollevato un gran polverone che ha impedito a molti di apprezzare fino in fondo un'omelia bellissima e profondissima.

Si tratta infatti di una straordinaria meditazione che ripropone anche in Vaticano alcune verità "dimenticate" e "scomode", quelle cioè del peccato, del giudizio e dell'inferno: da parte di qualche giornalista sprovveduto si è scambiato per un pensiero espresso da Mons. Scicluna ciò che ha detto il Papa san Gregorio Magno e si è creato il caso "Inferno più duro". 

Comunque si è ritornati a parlare dell'inferno e questo è una cosa buona. Mons. Scicluna poi non ha fatto altro che enunciare la dottrina di sempre (vedi per esempio il n. 251 del Catechismo i San Pio X che recitava così: "I beni del paradiso per i beati, e i mali dell'inferno per i dannati, saranno uguali nella sostanza e nella eterna durata; ma nella misura, ossia nei gradi, saranno maggiori o minori, secondo i meriti, o demeriti di ciascuno").

Sembra che qualcuno  scopra l'acqua calda...ma son cose che si son sempre professate e insegnate fino ad certo "aggiornamento"  che si disse necessario... poi, una volta aggiornati, si è cominciato a parlare di inferno "forse vuoto", "sperabilmente vuoto", "davvero vuoto
".



OMELIA DELL’ADORAZIONE EUCARISTICA IN SAN PIETRO

di Charles J. Scicluna

La lettura del testo evangelico ci dà una descrizione sintetica ma stupenda del rapporto dolce e tenero di Gesù con i bambini. Questa scena, senz’altro centrale ed emblematica per chi è chiamato ad essere discepolo di Cristo, segna i versetti 36-37 del capitolo 9 di Marco e si ripete al capitolo 10 nei versetti 13-16: “E preso un bambino, lo pose in mezzo, abbracciandolo” (Mc 9, 36). “Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse… e prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro, li benediceva” (Mc 10, 13.16).

La nostra presenza qui, oggi; la vostra presenza presso l’altare della Cattedra, alla presenza di Gesù eucaristia vuole fare eco dell’amore, della cura e della sollecitudine che la Chiesa, sposa di Gesù, ha sempre avuto per i bambini e per i deboli.

Mettiamoci alla scuola dei Padri della Chiesa, facendo tesoro del lavoro di San Tommaso d’Aquino nella “Catena Aurea”. Possiamo così trovare che per Teofilatto, apprezzato commentatore dei Sacri Testi, il bambino è l’immagine eloquente dell’innocenza. Giovanni Crisostomo commenta che il Signore ne apprezza l’umiltà e la semplicità “perché questo piccolo era puro dall’invidia e dalla vanagloria e da ogni desiderio di superiorità” (Hom. in Matt. 58). Beda il Venerabile ne esalta l’assenza di malizia, la semplicità senza arroganza, la carità senza invidia, la dedizione senza rancore (Comm. in Marc. 3, 39).

Il bambino diventa icona del discepolo che vuole essere “grande” nel Regno dei Cieli. Il Signore Gesù biasima i suoi perché, appena edotti per la seconda volta dell’esigenza della croce (Mc 9, 30-32), si sono persi per strada, lungo la via, in discussioni tra loro su chi fosse il più grande: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Quanti peccati nella Chiesa per l’arroganza, per l’insaziabile ambizione, per il sopruso e l’ingiustizia di chi si approfitta del ministero per fare carriera, per mettersi in mostra, per futili e miseri motivi di vanagloria!

“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato” (Mc 9, 37).
Accogliere il bambino, aprire il cuore all’umiltà del bambino, accoglierlo nel nome di Gesù, significa assumere il cuore di Gesù, gli occhi del Maestro; implica un’apertura al Padre e allo Spirito Santo. Esclama Teofilatto: “Vedi com’è grande l’umiltà! Essa si guadagna la dimora del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.”
“In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso” (Mc 10, 15).
Accogliere il regno di Dio come un bambino significa accoglierlo con cuore puro, con docilità, abbandono, fiducia, entusiasmo, speranza. Il bambino ci ricorda tutto questo. Tutto questo rende il bambino prezioso agli occhi di Dio e agli occhi del vero discepolo di Gesù.

Quanto, invece, diventa arida la terra e triste il mondo quando questa immagine così bella, quando questa icona così santa, è calpestata, infranta, infangata, abusata, distrutta. Esce dal cuore di Gesù il grido di eco profonda: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite!” (Mc 10, 14). Non siate di inciampo sul loro cammino verso di me, non ostacolate il loro progresso spirituale, non lasciate che siano sedotti dal maligno, non fate dei bambini l’oggetto della vostra impura cupidigia.

“Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare” (Mc 9, 42).

Gregorio Magno così commenta queste terribili parole di Gesù: “Misticamente espresso nella macina da asino è il ritmo duro e tediante della vita secolare, mentre il profondo del mare sta a significare la dannazione più terribile. Perciò chi, dopo essersi portato ad una professione di santità, distrugge altri tramite la parola o l’esempio, sarebbe davvero meglio per lui che i suoi malfatti gli fossero causa di morte essendo secolare, piuttosto che il suo sacro officio lo imponesse come esempio per altri nelle sue colpe; perché, senza dubbio, se fosse caduto da solo, il suo tormento nell’inferno sarebbe di qualità più sopportabile” (1).

Ma il Signore, che non gode della perdita dei suoi servi e non vuole la morte eterna delle sue creature, subito aggiunge rimedio alla condanna, farmaco alla malattia, sollievo al pericolo di eterna dannazione. Le sue sono le parole forti del chirurgo divino che taglia per guarire, amputa per risanare, pota perché la vite porti molto frutto: “Se la tua mano ti scandalizza, tagliala” (Mc 9, 43). “Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo” (Mc 9, 45). “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo” (Mc 9, 47).

Diversi santi Padri interpretano “la mano”, “il piede”, “l’occhio” come l’amico caro al nostro cuore con cui condividiamo la nostra vita, a cui siamo legati con legami di affetto, concordia e solidarietà. C’è un limite a questo legame. L’amicizia cristiana si sottomette alla legge di Dio. Se il mio amico, il mio compagno, la persona a me cara è per me occasione di peccato, è per me un inciampo nel mio peregrinare, io non ho altra scelta, secondo il criterio del Signore, se non di tagliare questo legame. Chi negherebbe lo strazio di una tale scelta? Non è forse questa una crudele amputazione? Eppure il Signore è chiaro: È meglio per me entrare da solo nel Regno (senza una mano, senza un piede, senza un occhio), che con il mio amico andare “nella Geenna, nel fuoco inestinguibile” (Mc 9, 43; cfr. Mc 9, 45.47).

Questa immagine così forte delle membra del corpo ci mette senza troppa confusione di fronte allo specchio della nostra coscienza. Il riferimento alla mano, al piede, all’occhio ci ricordano le parole sofferte dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani:
“Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rom 7, 21-25).

L’apostolo delle Genti, fattosi testimone del Vangelo della grazia (cfr. Rom 1, 16a), non si arrende alla nostra propensione al peccato. Esorta i romani con parole di fuoco che invitano alla conversione e alla fedeltà: “Come avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione” (Rom 6, 19).

Il Signore ci insegna quindi un’altra esigenza sublime del discepolato, una medicina preventiva che Gesù eucaristia, fuoco di amore, oggi propone anche a voi giovani impegnati nella formazione al ministero sacro ed ecclesiale: “Ciascuno sarà salato con il fuoco” (Mc 9, 49).
Il fuoco arde, divampa, purifica. È segno eloquente dello Spirito Santo. Nelle parole bellissime del Santo Padre, pronunciate in questa basilica di San Pietro domenica scorsa, solennità di Pentecoste:

“Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr. Es 3, 2). È una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore. Un Padre della Chiesa, Origene, in una delle sue omelie su Geremia, riporta un detto attribuito a Gesù, non contenuto nelle Sacre Scritture ma forse autentico, che recita così: ‘Chi è presso di me è presso il fuoco’ (Omelia su Geremia I, III). In Cristo, infatti, abita la pienezza di Dio, che nella Bibbia è paragonato al fuoco. Abbiamo osservato poco fa che la fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo.

Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere ’scottati’, preferiremmo rimanere così come siamo. Ciò dipende dal fatto che molte volte la nostra vita è impostata secondo la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò comporta.

“Cari fratelli e sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: ‘Non abbiate paura’. Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! Il dolore che ci procura è necessario alla nostra trasformazione.

È la realtà della croce: non per nulla nel linguaggio di Gesù il fuoco è soprattutto una rappresentazione del mistero della croce, senza il quale non esiste cristianesimo. Perciò, illuminati e confortati da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione: Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace, con la quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di Dio; ma sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo essa – ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per difendere la nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci vuole donare. Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo, perché solo l’Amore redime”.

“Ciascuno sarà salato con il fuoco” (Mc 9, 49).
Il sale preserva dalla corruzione e dà sapore. I Santi Padri vedono qui l’immagine della continenza e della saggezza. L’apostolo Paolo esortava i colossesi (Col 4, 6): “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come rispondere a ciascuno”. Il sale quindi è il Signore Gesù Cristo che ha preservato tutto il mondo dalla corruzione e ha concesso ai suoi, a noi, di essere sale e luce della terra (Matt 5, 13).

“Buona cosa il sale, ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri” (Mc 9, 49).
È questo l’invito che il maestro Gesù rivolge a tutti noi oggi, in questa solenne adorazione di riparazione e di preghiera di intercessione in sintonia con il Santo Padre Benedetto XVI. Noi sentiamo la chiamata del Signore. Non vogliamo dissipare l’entusiasmo della nostra risposta. Non vogliamo che il nostro sale perda il suo sapore. Ai piedi dell’eucaristia facciamo nostra la preghiera che la Chiesa indirizza a Gesù presente sull’altare durante la santa messa: “Signore Gesù che hai detto ai tuoi apostoli: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace’, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen” (Messale Romano).

Note

(1) Il testo originale latino della citazione di Gregorio Magno (”Regula pastoralis”, pars I, caput II):
“Indigni autem quique tanti reatus pondera fugerent, si veritatis sententiam sollicita cordis aure pensarent, quae ait: Qui scandalizaverit unum de pusillis istis qui in me credunt, expedit ei ut suspendatur mola asinaria in collo ejus, et demergatur in profundum maris (Matth. XVIII, 6). Per molam quippe asinariam, secularis vitae circuitus ac labor exprimitur, et per profundum maris extrema damnatio designatur. Qui ergo ad sanctitatis speciem deductus, vel verbo caeteros destruit, vel exemplo; melius profecto fuerat, ut hunc ad mortem sub exteriori habitu terrena acta constringerent, quam sacra officia in culpa caeteris imitabilem demonstrarent, quia nimirum si solus caderet, utcumque hunc tolerabilior inferni poena cruciaret”.

Fraternamente CaterinaLD

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11/16/2010 8:45 PM
 
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Il demonio e la monaca: la Beata Eustochio


Tanti non ne conoscono l'esistenza, ma
la Diocesi di Padova, anche grazie al prezioso lavoro di Mons. Brazzale, prosegue nel divulgare le virtù eroiche della monaca patavina, beatificata da Papa Clemente XIII.
Una Beata, Eustochio che merita sicuramente di essere scoperta, in un epoca in cui molti credenti (e molti sacerdoti) non credono all'esistenza del demonio e delle sue possessioni. Di seguito riportiamo qualche cenno sulla vita della Beata Eustochio (testo tratto da santiebeati.it):

La sua nascita non fu proprio legittima, Lucrezia Bellini nacque a Padova nel 1444, da una monaca del monastero benedettino di S. Prosdocimo e da Bartolomeo Bellini; a quattro anni il demonio s’impadronì del suo corpo, senza toglierle l’uso della ragione, tormentandola praticamente per tutta la vita. A sette anni fu affidata alle monache di San Prosdocimo che gestivano nel monastero una forma di educandato; la condotta della comunità non era proprio esemplare, ma Lucrezia agli svaghi mondani, preferiva il ritiro, il lavoro e la preghiera, era molto devota alla Madonna, a s. Girolamo e a s. Luca. Nel 1460 il vescovo Jacopo Zeno, alla morte della badessa, tentò d’imporre al monastero una maggiore disciplina, ma sia le monache, sia le educande, se ne ritornarono alle proprie case, rimase solo Lucrezia Bellini.

Giunsero allora in sostituzione nel monastero, le Benedettine provenienti dal convento di S. Maria della Misericordia, sotto la guida della badessa Giustina da Lazzara. Lucrezia ormai diciottenne, chiese di entrare nel loro Ordine e il 15 gennaio 1461, ebbe il nero abito benedettino, prendendo il nome di Eustochio; il demonio che da qualche tempo la lasciava in pace, si riaffacciò nel suo corpo, costringendola a fare atti contrari alla Regola, facendola addirittura esplodere in atti così chiassosi e violenti, che le consorelle ne furono terrorizzate e dovettero legarla per molti giorni ad una colonna.
Ma la quiete durò poco, dopo che Eustochio fu liberata, la badessa si ammalò di una strana malattia, fu incolpata lei, quasi considerandola un’ipocrita strega; fu chiusa in una prigione per tre mesi a pane ed acqua.

Ma tutte queste prove non avvilirono la novizia e a chi gli diceva di ritornare nel mondo o cambiare monastero, rispose che tutte quelle tribolazioni erano bene accette e che intendeva espiare la colpa da cui era nata, proprio là dov’era stata commessa; nella sua solitudine si confortava con la recita di un rosario o corona di salmi e preghiere, da lei stessa composte.
Una volta liberata, tornò ad essere tormentata dal demonio, con flagellazioni sanguinose, incontrollabili vomiti e altri strani patimenti che lei sopportava con inossidabile pazienza, ciò convinse le consorelle delle sue virtù e finalmente il 25 marzo 1465 fu ammessa alla professione solenne e come era usanza dell’epoca, due anni dopo gli fu imposto il velo nero delle benedettine.


La sua vita non fu lunga, era stata di grande bellezza ma le possessioni diaboliche, le malattie e le penitenze, l’avevano ormai ridotta ad uno scheletro vivente; gli ultimi anni di vita li trascorse quasi sempre a letto ammalata, assorta nella preghiera e nella meditazione della Passione di Gesù.


Morì il 13 febbraio 1469 a soli 25 anni, la sua fine fu così serena che il suo volto poté riacquistare l’antica bellezza; il demonio poche ore prima l’aveva lasciata finalmente in pace.
Eustochio è l’unico esempio che si conosca di una fedele arrivata alla santità, anche se per tutta la vita fu posseduta dal demonio.
Quattro anni dopo la sua morte, il corpo fu riesumato dal primitivo sepolcro, il quale cominciò a riempirsi d’acqua purissima e miracolosa, che cessò di sorgere solo quando fu soppresso il monastero.


Nel 1475 il corpo fu portato nella chiesa e dal 1720 fu collocato, visibile in un’arca di cristallo. Il monastero di S. Prosdocimo fu soppresso nel 1806 e il corpo della beata benedettina fu traslato nella chiesa di San Pietro sempre in Padova; sopra il marmoreo altare che contiene il suo corpo, sovrasta la pala dipinta del Guglielmi che rappresenta la beata, mentre calpesta il demonio.
Papa Clemente XIII, già vescovo di Padova, confermò il suo culto nel 1760, prima alla città patavina e poi esteso nel 1767 a tutti gli Stati della Repubblica Veneta.

La sua festa religiosa, ancora oggi officiata in tutta la diocesi di Padova, è al 13 febbraio.

Alla preziosa figura è stato dedicato un interessante blog, ricco di contenuti e preghiere



Fraternamente CaterinaLD

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12/5/2010 7:15 PM
 
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Escatologia, morte e vita eterna, il volume di Joseph Ratzin­ger apparso per la prima volta nel 1979 come contributo a una Picco­la Dogmatica Cattolica, oggi viene riproposto da Cit­tadella Editrice (pp. 300, euro 23,90) con una nuova prefazione firmata dallo stesso Benedetto XVI di cui pubblichiamo un estratto tratto da Avvenire del 22-10-2008.

 Ma il cristiano non spera solo in un «mondo migliore»

di Joseph Ratzinger

 «Il paradiso cattolico non si riduce ad alcun tipo di teologia politica, la cui realizzazione sia affidata all’uomo»
Anche la vita eterna e l’immortalità dell’anima vanno interpretati secondo la tradizione



Dalla prima edizione del volume sono passati 30 anni e nel frattempo il cammino della teologia non si è fermato. Nel momento in cui il libro fu scritto, due profondi capovolgimenti stavano coinvolgendo gli sviluppi riflessivi riguardo al tema della speranza cristiana.

La spe­ranza veniva compresa come virtù attiva – come azione che cambia il mondo, azione dalla quale sarebbe scaturita una nuova umanità, un « mondo migliore » . La speranza di­venne in tal modo politica, la sua realizzazione sembrava essere affidata all’uomo stesso.

Il regno di Dio, attorno al quale tutto il cristianesimo ruota, sarebbe diventato il re­gno dell’uomo, il « mondo migliore » di domani: Dio non sta « in alto, ma davanti » .

Se qui il pensiero teologico è sfo­ciato in una corrente di riflessioni filosofiche e teologiche divenuta man mano sempre più forte, un secondo svilup­po si colloca interamente nell’ambito più proprio della teologia, anche se il contesto storico- culturale vi ha gioca­to a suo modo un ruolo altrettanto importante.

La crisi della tradizione, che nella Chiesa cattolica assunse toni vi­rulenti in corrispondenza del Vaticano II, portò all’esigen­za di strutturare la fede partendo esclusivamente dalla Bibbia, pre­scindendo dalla tradizione. Si concluse allora che nella Bibbia non si trovava il concetto dell’im­mortalità dell’anima, ma solo la speranza nella risurrezione.

  L’«immortalità dell’anima» dove­va essere congedata come plato­nismo, si era sovrapposta alla fe­de biblica della risurrezione.

Gra­zie a una curiosa filosofia che stabiliva l’impossibilità della pre­senza del tempo al di là della morte, si spiegò che la risurrezio­ne doveva avvenire nella morte stessa. Questa teoria ha conqui­stato velocemente anche il lin­guaggio della predicazione, tanto che in molti luoghi la celebrazio­ne di preghiera per un defunto è stata chiamata « cerimonia della risurrezione».

Non vorrei ancora una volta intercettare qui l’intera controversia, anche se desidero ribadire ancora una volta qual e­ra e qual è tuttora per me la cosa più importante.

Innanzitutto non è questione di concettualità o di « platonismo » ma di una con­cezione strettamente teo-logica della nostra vita oltre la morte – della nostra « vita eterna » , nel senso dell’insegnamento di Gesù.

Noi viviamo dunque poiché siamo associati alla memoria del Signore. Nella memoria del Signore noi non siamo un’ombra, un sempli­ce « ricordo » , stare nella memoria del Signore significa in­vece: vivere, vivere in pienezza, essere del tutto noi stessi.

  Ai Sadducei, i quali con una storia astrusa miravano a con­vincere come fosse assurda la fede nella risurrezione, Gesù dà risposta non con disamine antropologiche, di qualun­que maniera esse siano, bensì con un rimando alla memo­ria di Dio: «A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore» (Mc l2,26s).

Come tale questa concezione teologica è al contempo una con­cezione dialogica dell’uomo e della sua immortalità. Nella mia
Escatologia mi ero confrontato con entrambe le cor­renti, senza dimenticare i temi importanti per un manuale, i temi di tutta la tradizione del credere, sperare e pregare, temi di cui la storia della Chiesa è ricca.

Per quanto riguar­da il primo tema, mi sembrava importante che l’escatolo­gia non si lasciasse ridurre a nessun tipo di teologia politi­ca. Ho ritenuto di potermi limitare all’essenziale dando un’indicazione del problema e ho cercato di evidenziare il significato permanente della speranza nell’azione propria di Dio entro la storia, azione che sola concede all’agire u­mano la propria unità interna e trasforma dall’interno ciò che è transitorio in ciò che non passa. Ma un confronto più preciso con la questione della risurrezione nella morte
era indispensabile.



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[SM=g1740733] Caterina da Genova spiega il Purgatorio

di Massimo Introvigne
12-01-2011



Proseguendo in un ciclo di catechesi dedicate alle sante che portano il  nome di Caterina, dopo Caterina da Siena (1347-1380) e Caterina da Bologna (1413-1463), il Papa ha presentato all'udienza generale del 12 gennaio la figura di Caterina da Genova (1447-1510), «nota soprattutto — ha ricordato — per la sua visione sul purgatorio», parte di una collezione di meditazioni raccolta dal suo confessore e pubblicata postuma nel 1551.


Caterina nacque a Genova, nel 1447. Rimasta orfana di padre, a sedici anni fu data in sposa a un ricco mercante che aveva fatto fortuna in Medio Oriente, «dedito al gioco d’azzardo», che la coinvolse in «un tipo di vita mondana, nella quale, però, non riuscì a trovare serenità. Dopo dieci anni, nel suo cuore c’era un senso profondo di vuoto e di amarezza».


Benedetto XVI parla di una vera «conversione», la quale inizia il 20 marzo 1473, con una visione dei suoi peccati e dell'immensa misericordia di Dio, nel monastero di Nostra Signora delle Grazie a Genova. «Da questa esperienza — spiega il Papa — nacque la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: "Non più mondo, non più peccati"». Tornata a casa, «le apparve Gesù sofferente, carico della croce, come spesso è rappresentato nell’iconografia della Santa».

Dopo queste visioni, «Caterina si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per circa venticinque anni — come ella scrive — "senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio instrutta et governata" (Vita, 117r-118r), nutrita soprattutto dalla preghiera costante e dalla Santa Comunione ricevuta ogni giorno, cosa non comune al suo tempo. Solo molti anni più tardi il Signore le diede un sacerdote che avesse cura della sua anima».


Non si deve però credere che la sua fosse una vita puramente contemplativa. Al contrario, «ill luogo della sua ascesa alle vette mistiche fu l’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, del quale ella fu direttrice e animatrice. Quindi Caterina vive un’esistenza totalmente attiva, nonostante questa profondità della sua vita interiore». All'ospedale, centro della sua vita fino alla morte che la colse nel 1510, potè contare su una schiera di seguaci e collaboratori, fra cui lo stesso marito, che con sua grande gioia si era nel frattempo convertito ed era divenuto terziario francescano. Questo doppio impegno, in un'altissima vita di contemplazione e all'ospedale, appare al Papa molto istruttivo. Dimostra che «la mistica non crea distanza dall’altro, non crea una vita astratta, ma piuttosto avvicina all’altro, perché si inizia a vedere e ad agire con gli occhi, con il cuore di Dio».


Caterina, come si è accennato, è conosciuta soprattutto come autrice di un «Trattato sul Purgatorio». Al riguardo, nota il Papa, «è importante notare che Caterina, nella sua esperienza mistica, non ha mai rivelazioni specifiche sul purgatorio o sulle anime che vi si stanno purificando. Tuttavia, negli scritti ispirati dalla nostra Santa è un elemento centrale e il modo di descriverlo ha caratteristiche originali rispetto alla sua epoca».


Le caratteristiche originali sono sostanzialmente due. La prima, secondo Benedetto XVI, «riguarda il "luogo" della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso ad immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il purgatorio. In Caterina, invece, il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio». Questa immagine del purgatorio è forse più difficile di quella consueta, ma la completa, e aiuta a riflettere sul ruolo centrale della purificazione.


In secondo luogo, il modo di procedere di Caterina per spiegare la realtà del purgatorio è pure diverso da quello consueto. Caterina non parte da quanto ci attende dopo la morte ma dalla nostra stessa vita dove, in quanto non siamo totalmente purificati dal peccato, viviamo già l'esperienza del purgatorio, per lo più senza rendercene conto. In Caterina, afferma il Papa, «non si parte, infatti, dall’aldilà per raccontare i tormenti del purgatorio — come era in uso a quel tempo e forse ancora oggi —  e poi indicare la via per la purificazione o la conversione, ma la nostra Santa parte dall’esperienza propria interiore della sua vita in cammino verso l’eternità. L’anima  — dice Caterina — si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (cfr Vita mirabile, 177r). E anche noi sentiamo quanto siamo distanti, quanto siamo pieni di tante cose, così da non poter vedere Dio.

L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato».

Se Caterina da Bologna richiama alle verità della dottrina cattolica sul demonio e sull'inferno, Caterina da Genova va studiata per ricordare come della nostra fede sia parte integrante anche la dottrina del purgatorio. Il purgatorio, beninteso, non è l'inferno. Dio segue passo passo la purificazione delle anime del purgatorio e le attrae a Sè. Dai testi attribuiti a Dionigi l’Areopagita, che conosceva bene, Caterina trae l'immagine «del filo d’oro che collega il cuore umano con Dio stesso. Quando Dio ha purificato l’uomo, egli lo lega con un sottilissimo filo d’oro, che è il suo amore, e lo attira a sé con un affetto così forte, che l’uomo rimane come "superato e vinto e tutto fuor di sé". Così il cuore dell’uomo viene invaso dall’amore di Dio, che diventa l’unica guida, l’unico motore della sua esistenza (cfr Vita mirabile, 246rv). Questa situazione di elevazione verso Dio e di abbandono alla sua volontà, espressa nell’immagine del filo, viene utilizzata da Caterina per esprimere l’azione della luce divina sulle anime del purgatorio, luce che le purifica e le solleva verso gli splendori dei raggi fulgenti di Dio (cfr Vita mirabile, 179r)».


Un'ultima «verità fondamentale della fede» richiamata da Caterina è che le anime del purgatorio hanno bisogno delle nostre preghiere. Lo studio di Santa Caterina da Genova così «diventa per noi invito a pregare per i defunti affinché possano giungere alla visione beata di Dio nella comunione dei santi (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1032)». Altri santi, come il beato Francesco Faà di Bruno (1825-1888), fondatore delle Suore Minime del Suffragio, faranno di questa verità della fede cattolica un programma di vita. Ma il purgatorio, insegna il Papa, c'è, e la preghiera per le anime purganti è un dovere di ogni cattolico che conosce la sua fede.


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"qualcuno" va dicendo che Benedetto XVI ha modificato la Dottrina sul Purgatorio.... questo E' FALSO!!!  il Papa non ha affatto modificato tale dottrina..... vi lascio con una riflessione interessante:


Il purgatorio c'è. E brucia

Ma il suo è un fuoco interiore. Il fuoco della giustizia e della grazia di Dio. Benedetto XVI l'ha spiegato in un'udienza a 7000 pellegrini. Ma più ancora in una memorabile pagina dell'enciclica "Spe salvi"

di Sandro Magister




ROMA, 17 gennaio 2011 – Nell'illustrare la vita di santa Caterina da Genova, nell'udienza generale di mercoledì scorso, Benedetto XVI ha preso spunto dal pensiero di questa santa per spiegare che cosa è il purgatorio.

Nella seconda metà del XV secolo, l'epoca di Caterina, l'immagine corrente del purgatorio era come quella raffigurata qui sopra. Era la montagna di purificazione cantata da Dante nella "Divina Commedia".

Che il purgatorio fosse un luogo fisico è una convinzione molto antica, durata fino a tempi recenti.

Ma per Caterina non era così. Per lei il fuoco del purgatorio era pensato essenzialmente come un fuoco interiore.

E Benedetto XVI le ha dato pienamente ragione.

Alcuni media hanno rilanciato questa catechesi di papa Joseph Ratzinger mettendola tra le buone notizie. Come se il papa avesse decretato non tanto l'interiorità del purgatorio, ma la sua salutare scomparsa. Una scomparsa peraltro già avvenuta in larga misura nella predicazione corrente della Chiesa, da vari decenni.

Ma l'insegnamento di Benedetto XVI dice esattamente l'opposto. Non la scomparsa del purgatorio, ma la sua vera realtà
.

Quasi nessuno l'ha ricordato. Ma le pagine più potenti sul purgatorio Benedetto XVI le ha scritte nell'enciclica "Spe salvi", la più personale delle tre encicliche sinora da lui pubblicate, l'unica ideata e scritta integralmente di suo pugno, dalla prima riga all'ultima.

Qui di seguito è riportato il passaggio della catechesi su santa Caterina da Genova relativo al purgatorio.

E subito dopo i paragrafi della "Spe salvi" anch'essi dedicati al purgatorio, sullo sfondo del giudizio di Dio che "è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia".

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"QUESTO È IL PURGATORIO, UN FUOCO INTERIORE"

di Benedetto XVI


Dall'udienza generale del 12 gennaio 2011


[...] Il pensiero di Caterina sul purgatorio, per il quale è particolarmente conosciuta, è condensato nelle ultime due parti del libro citato all’inizio: il "Trattato sul purgatorio" e il "Dialogo tra l’anima e il corpo".

È importante notare che Caterina, nella sua esperienza mistica, non ha mai rivelazioni specifiche sul purgatorio o sulle anime che vi si stanno purificando. Tuttavia, negli scritti ispirati dalla nostra santa esso è un elemento centrale, e il modo di descriverlo ha caratteristiche originali rispetto alla sua epoca.

Il primo tratto originale riguarda il “luogo” della purificazione delle anime. Nel suo tempo lo si raffigurava principalmente con il ricorso ad immagini legate allo spazio: si pensava a un certo spazio, dove si troverebbe il purgatorio. In Caterina, invece, il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore.

Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio. Abbiamo sentito del momento della conversione, dove Caterina sente improvvisamente la bontà di Dio, la distanza infinita della propria vita da questa bontà e un fuoco bruciante all’interno di se stessa. E questo è il fuoco che purifica, è il fuoco interiore del purgatorio.

Anche qui c’è un tratto originale rispetto al pensiero del tempo. Non si parte, infatti, dall’aldilà per raccontare i tormenti del purgatorio – come era in uso a quel tempo e forse ancora oggi – e poi indicare la via per la purificazione o la conversione, ma la nostra santa parte dall’esperienza propria interiore della sua vita in cammino verso l’eternità.

L’anima – dice Caterina – si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà. E anche noi sentiamo quanto siamo distanti, quanto siamo pieni di tante cose, così da non poter vedere Dio. L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato.

In Caterina si scorge la presenza di fonti teologiche e mistiche a cui era normale attingere nella sua epoca. In particolare si trova un’immagine tipica di Dionigi l’Areopagita, quella, cioè, del filo d’oro che collega il cuore umano con Dio stesso. Quando Dio ha purificato l’uomo, egli lo lega con un sottilissimo filo d’oro, che è il suo amore, e lo attira a sé con un affetto così forte, che l’uomo rimane come “superato e vinto e tutto fuor di sé”. Così il cuore dell’uomo viene invaso dall’amore di Dio, che diventa l’unica guida, l’unico motore della sua esistenza.

Questa situazione di elevazione verso Dio e di abbandono alla sua volontà, espressa nell’immagine del filo, viene utilizzata da Caterina per esprimere l’azione della luce divina sulle anime del purgatorio, luce che le purifica e le solleva verso gli splendori dei raggi fulgenti di Dio.

Cari amici, i santi, nella loro esperienza di unione con Dio, raggiungono un “sapere” così profondo dei misteri divini, nel quale amore e conoscenza si compenetrano, da essere di aiuto agli stessi teologi nel loro impegno di studio, di "intelligentia fidei", di "intelligentia" dei misteri della fede, di approfondimento reale dei misteri, per esempio di che cosa è il purgatorio. [...]

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"EGLI SI SALVERÀ, PERÒ COME ATTRAVERSO IL FUOCO..."

di Benedetto XVI


Dall'enciclica "Spe Salvi" del 30 novembre 2007


[...] Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l'argomento essenziale, in ogni caso l'argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell'immortalità dell'amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l'uomo sia fatto per l'eternità; ma solo in collegamento con l'impossibilità che l'ingiustizia della storia sia l'ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita.

44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr. Efesini 2, 12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L'immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un'immagine terrificante, ma un'immagine di speranza; per noi forse addirittura l'immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un'immagine di spavento? Io direi: è un'immagine che chiama in causa la responsabilità. Un'immagine, quindi, di quello spavento di cui sant'Ilario dice che ogni nostra paura ha la sua collocazione nell'amore.

Dio è giustizia e crea giustizia. È questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue – giustizia e grazia – devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s'è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione, per esempio, Dostoëvskij nel suo romanzo "I fratelli Karamazov".

I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. [...] Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (cfr. Luca 16, 19-31), ha presentato a nostro ammonimento l'immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall'opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell'altro, dell'incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.

45. Questa idea vetero-giudaica della condizione intermedia include l'opinione che le anime non si trovano semplicemente in una sorta di custodia provvisoria, ma subiscono già una punizione, come dimostra la parabola del ricco epulone, o invece godono già di forme provvisorie di beatitudine. E infine non manca il pensiero che in questo stato siano possibili anche purificazioni e guarigioni, che rendono l'anima matura per la comunione con Dio.

La Chiesa primitiva ha ripreso tali concezioni, dalle quali poi, nella Chiesa occidentale, si è sviluppata man mano la dottrina del purgatorio. Non abbiamo bisogno di prendere qui in esame le vie storiche complicate di questo sviluppo; chiediamoci soltanto di che cosa realmente si tratti.

Con la morte, la scelta di vita fatta dall'uomo diventa definitiva, questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell'intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all'amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l'odio e hanno calpestato in se stesse l'amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno. Dall'altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo: persone delle quali la comunione con Dio orienta già fin d'ora l'intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono.

46. Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l'uno né l'altro è il caso normale dell'esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un'ultima apertura interiore per la verità, per l'amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male. Molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell'anima.

Che cosa avviene di simili individui quando compaiono davanti al Giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti? O che cosa d'altro accadrà? San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci dà un'idea del differente impatto del giudizio di Dio sull'uomo a seconda delle sue condizioni. Lo fa con immagini che vogliono in qualche modo esprimere l'invisibile, senza che noi possiamo trasformare queste immagini in concetti, semplicemente perché non possiamo gettare lo sguardo nel mondo al di là della morte né abbiamo alcuna esperienza di esso.

Paolo dice dell'esistenza cristiana innanzitutto che essa è costruita su un fondamento comune: Gesù Cristo. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure nella morte. Poi Paolo continua: "Se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco" (3, 12-15).

In questo testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse; che alcune cose edificate possono bruciare fino in fondo; che per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il "fuoco" per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell'eterno banchetto nuziale.

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa "come attraverso il fuoco". È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio.

Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia.

È chiaro che la "durata" di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il "momento" trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno: è tempo del cuore, tempo del "passaggio" alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo.

Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia, domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura.

L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza "con timore e tremore" (Filippesi 2, 12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro avvocato, "parakletos" (cfr. 1 Giovanni 2, 1).

48. Un motivo ancora deve essere qui menzionato, perché è importante per la prassi della speranza cristiana. Nell'antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia per mezzo della preghiera (cfr. per esempio 2 Maccabei 12, 38-45: I secolo a.C.). La prassi corrispondente è stata adottata dai cristiani con molta naturalezza ed è comune alla Chiesa orientale ed occidentale.

L'Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed espiatrice delle anime nell'"aldilà", ma conosce, sì, diversi gradi di beatitudine o anche di sofferenza nella condizione intermedia. Alle anime dei defunti, tuttavia, può essere dato "ristoro e refrigerio" mediante l'Eucaristia, la preghiera e l'elemosina. Che l'amore possa giungere fin nell'aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte, questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l'aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono?

Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il "purgatorio" è semplicemente l'essere purificati mediante il fuoco nell'incontro con il Signore, Giudice e Salvatore, come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all'altra? Quando poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l'altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene. Così la mia intercessione per l'altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell'intreccio dell'essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa della sua purificazione. E con ciò non c'è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Non è mai troppo tardi per toccare il cuore dell'altro né è mai inutile.

Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale. [...]

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IL PURGATORIO NELLA RIVELAZIONE DEI SANTI





[Edited by Caterina63 1/24/2011 11:42 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/24/2011 1:17 PM
 
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[SM=g1740733] Cari amici,

ecco in breve sintesi il "Trattato sui Novissimi" delle nostre nonne.
La sostanza  della fede non è affatto cambiata
e neppure la nostra condizione esistenziale:

Vita breve, morte certa,
del morir l’ora è incerta.
Un’anima sola si ha,
se si perde che ne sarà?
 
Se perdi il tempo che adesso hai,
alla morte certo non l’avrai.
Dio ti vede,  Dio ti giudicherà,
paradiso o inferno ti toccherà.
 
La via del cielo è stretta
e pochi camminano per quella.
Quella dell’inferno è larga
e molti corrono per quella.
 
Se vuoi salvarti coi pochi,
fai quello che fanno i pochi
e che vorresti aver fatto in punto di morte.

da Radio Maria

TUTTO SI PAGA, FINO ALL'ULTIMO SPICCIOLO...... Matteo (5,20-26) ...
In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!.

UNA APPARIZIONE IN CINA DI UN’ANIMA DEL PURGATORIOStampaE-mail
 

 

 

Pontifex.RomaNella città cinese di Huciacuang, distretto di Pingjuin nella provincia di Schantung, viveva una certa signorina Maria Hu, sorella di Hujuemei. Mentre era a Schehungcen, distretto di Feicing, dove svolgeva l’attività di catechista, udì bussare alla finestra. Erano le 11 di sera del 17 settembre 1922. Alla sua domanda, una voce rispose: “Sono la signorina Maria Tscho che tu conoscevi bene e che è morta due anni e mezzo fa. Per nostro atto ingiusto che riguarda un oggetto di valore di 46 Diau (circa 15 dollari) mio fratello Tscholuoting, io e mia nipote ci troviamo in Purgatorio. Dio mi ha concesso di apparirti, affinché tu metta a posto la questione”. Due giorni dopo l’apparizione si ripeté alla stessa ora. Qualcuno disse: “Sono la signorina Tscho. Sii certa, la cosa è vera anche se non ne sai nulla. A Huciacuang, qualcuno lo sa. Perciò devi regolare la faccenda”. La signorina Maria Hu andò a Huciacuang ed informò il sacerdote cinese Matteo Liu della storia di ...

... chiedere un segno visibile, la prossima volta che avesse avuto l’apparizione. Il 26 dicembre, alle 4 di notte, Maria Hu fu destata da qualcuno che la prese per le spalle e disse: “Sono la signorina Maria Tscho. Perché sei così pigra e trascurata in questa cosa così importante? Non sai che le pene del Purgatorio sono tante dure?”. L’altra rispose: “Il Missionario chiede un segno visibile; dammelo ed io sistemerò tutto”.

L’apparizione rispose: “Bene, avrai il segno”, e picchiò due volte sulla tavola. Subito dopo la lampada fu accesa e la ragazza, meravigliata, vide sulla tavola due orecchini dell’argento più fine, ai quali era attaccato un po’ di fango. L’apparizione continuò: “Questi orecchini furono rubati da mia nipote alla madre di Tenglou, nella casa di Tschojumgcuang. Adesso hai qualcosa per sistemare questa faccenda”. Poi sparì.

La gente della casa vicina udì le parole ma vide soltanto gli orecchini d’argento. La mattina tutta la città parlava dello strano fatto. Hujuemei, fratello di Maria Hu, sistemò la questione tra le due famiglie Tscho e Tau. Trent’anni prima le due famiglie avevano litigato per questo furto, ma il mandarino d’allora aveva composta la lite. La famiglia Tau si dichiarò soddisfatta e non volle accettare alcun risarcimento; allora la famiglia Tscho diede il denaro al sacerdote, con la preghiera di celebrare una S. Messa per i defunti.

Il 28 dicembre, alle 4 di mattina, la defunta Maria Tscho riapparve a Maria Hu e le disse: “Vengo per ringraziarti. Dacché le due famiglie si sono riconciliate, molte anime sono state liberate e sono entrate in Paradiso. Ancora mille grazie!”. E scomparve. La famiglia Teng ricordava benissimo che trent’anni prima gli orecchini erano stati rubati.

Don Marcello Stanzione






[Edited by Caterina63 8/24/2012 8:56 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Un coraggioso Benedetto XVI parla al mondo di temi scomodi: Satana, i peccati e... il latino


Con un significativo saluto finale il Santo Padre al termine dell'Angelus della Prima domenica di Quaresima 2011 ha voluto rammentare a chi osteggia, anche in curia, il latino, l'amore del Papa per questa lingua. Infatti, agli studenti e alle studentesse del Liceo Cristiano di Veenendaal (Prov. di Utrecht, Paesi Bassi) insieme con i loro docenti, il Papa, in rigoroso latino, ha detto "Valde laetamur eos Romam advenisse, ut in proposito linguae Latinae colendae confirmarentur. His namque sermo multum conferre potest tum ad antiquiora altius vestiganda, tum ad recentiora acrius ponderanda" ("Mi rallegro che siano venuti a Roma, per confermarsi nel proposito di coltivare la lingua latina. Infatti questa lingua può contribuire molto, sia allo studio più profondo dell’antichità, sia anche all’approfondimento della storia più recente).

Ritornando all'Angelus di questa prima domenica di Quaresima Benedetto XVI ha parlato del "Tempo liturgico di quaranta giorni che costituisce nella Chiesa un itinerario spirituale di preparazione alla Pasqua" ricordando che "si tratta in sostanza di seguire Gesù che si dirige decisamente verso la Croce, culmine della sua missione di salvezza". Il Papa si chiede e ci chiede: "perché la Quaresima? perché la Croce?". E da questa lapidaria e radicale quanto veritiera risposta: "perché esiste il male, anzi, il peccato, che secondo le Scritture è la causa profonda di ogni male".

Da grandissimo teologo e filosofo, oltre che conoscitore dell'uomo post-moderno,aggiunge: "Ma questa affermazione non è affatto scontata, e la stessa parola "peccato" da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo. In effetti è vero: se si elimina Dio dall’orizzonte del mondo, non si può parlare di peccato. Come quando si nasconde il sole, spariscono le ombre; l’ombra appare solo se c’è il sole; così l’eclissi di Dio comporta necessariamente l’eclissi del peccato. Perciò il senso del peccato – che è cosa diversa dal "senso di colpa" come lo intende la psicologia – si acquista riscoprendo il senso di Dio. ... Di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore.

Dio non tollera il male, perché è Amore, Giustizia, Fedeltà; e proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Per salvare l’umanità, Dio interviene: lo vediamo in tutta la storia del popolo ebraico, a partire dalla liberazione dall’Egitto. Dio è determinato a liberare i suoi figli dalla schiavitù per condurli alla libertà. E la schiavitù più grave e più profonda è proprio quella del peccato".

Parole chiare e precise, biblicamente fondate del Santo Padre per tutta l'umanità. Ma il culmine della sapienza il Papa lo raggiunge con il passaggio successivo. Davanti ad una incultura, a volte ecclesiastica, che nega l'esistenza di Satana, afferma chiaramente: "Per questo Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo: per liberare gli uomini dal dominio di Satana, "origine e causa di ogni peccato". Lo ha mandato nella nostra carne mortale perché diventasse vittima di espiazione, morendo per noi sulla croce. Contro questo piano di salvezza definitivo e universale, il Diavolo si è opposto con tutte le forze, come dimostra in particolare il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, che viene proclamato ogni anno nella Prima Domenica di Quaresima. Infatti, entrare in questo Tempo liturgico significa ogni volta schierarsi con Cristo contro il peccato, affrontare – sia come singoli, sia come Chiesa – il combattimento spirituale contro lo spirito del male". Dopo l’Angelus in italiano il Papa ha detto che "le immagini del tragico terremoto e del conseguente tsunami in Giappone ci hanno lasciato tutti fortemente impressionati.

Desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza alle care popolazioni di quel Paese, che con dignità e coraggio stanno facendo fronte alle conseguenze di tali calamità. Prego per le vittime e per i loro familiari, e per tutti coloro che soffrono a causa di questi tremendi eventi. Incoraggio quanti, con encomiabile prontezza, si stanno impegnando per portare aiuto. Rimaniamo uniti nella preghiera. Il Signore ci è vicino!". Ai francofoni ha ricodato che "la fede cristiana comporta la lotta contro il Tentatore ancora al lavoro".

Impariamo "a resistere, con la preghiera, il digiuno, e la condivisione". Agli anglofoni ha ricordato di unirsi spiritualmente in preghiera per le vittime della devastazione giapponese. Ai tedeschi ha ricordato che "la Quaresima ci invita ad un cambiamento di prospettiva", per superare tutto ciò che porta disaccordo: "la nostra ambizione e volontà propria, ma anche la preoccupazione e il dubbio". Hai tedeschi e agli austriaci poi, il Papa ricorda a Cristo dobbiamo confessare i peccati (si sa che il sacramento della confessione è in crisi in questi due paesi, purtroppo), chiedere perdono e nutrirsi della sua Parola di Dio vivente. Agli ispano-parlanti ha ricordato che l'immagine del deserto "invita a riconoscerci interiormente, con spirito di penitenza, per crescere nel cammino spirituale". Ha ringraziato i pellegrini croati perchè "all’inizio della Quaresima siete venuti a rafforzare la vostra fede sulle tombe degli Apostoli ed a manifestare la devozione verso il Successore di Pietro". Infine ai polacchi ha insegnato che "la liturgia dell’odierna domenica ci rende consapevoli che ogni uomo è esposto alla tentazione. Tuttavia, la tentazione di Gesù nel deserto dimostra che non sempre essa deve condurre alla caduta e al peccato, ma può essere l’inizio della vittoria e della rivelazione della gloria di Dio.

E’ così quando, sull’esempio di Gesù, stiamo davanti alla tentazione con l’atteggiamento di obbedienza alla volontà del Padre. La Quaresima sia per tutti tempo di vittoria!.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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[SM=g1740733] SANTA MARIA GORETTI, la Santa della PUREZZA.... il modello della purezza, il modello del vero senso del pudore....certo, le è costato la vita, ma ha mantenuto puro il suo corpo e per l'eternità VIVE nella santità...

OTTIMA OMELIA DI DON LEONARDO MARIA POMPEI nella Parrocchia di Latina

qui l'audio: www.gloria.tv/?media=173259




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Meditazione estiva ed anche oltre l'estate....




Linferno esiste e non è vuoto



Un'immagine dello stato attuale di confusione e smarrimento dottrinale nella Chiesa cattolica è riscontrabile relativamente ai novissimi, sia nella predicazione ordinaria sia nella percezione comune dei fedeli, ormai ridotti a due: morte e paradiso. Scompare l'immagine del Dio giudice considerata inappropriata, infantile e veterotestamentaria davanti a un Dio “buono” e “misericordioso”; scompare a maggior ragione l'immagine dell'inferno che, se c'è, ospiterebbe solo demoni (sempre che ci si creda) e qualche personaggio storico particolarmente malvagio.

Per cui il convegno organizzato dai Francescani dell'Immacolata L'inferno e dintorni. È possibile una dannazione eterna?, a cui ha fatto seguito la pubblicazione degli Atti, curati da p. Serafino Lanzetta per i tipi Cantagalli (pp. 366, E. 22) oltre che opportuno appare di grande attualità.

Un convegno animato tra l'altro da teologi e studiosi di grande spessore (Lanzetta, Tabet, Manelli, Gherardini, Hauke, Bux, Apollonio, Andereggen, Cavalcoli, Siano, Calkins) e organizzato secondo lo schema classico che parte dalle fonti della Rivelazione cioè Scrittura e Tradizione, illuminate queste dal Magistero, dai Padri e dalla Liturgia per poi giungere alla riflessione teologica nella quale si è evidenziato un progressivo stravolgimento giunto fino a negare l'esistenza dell'inferno o a svuotarla di significato. Con gravissime conseguenze su tutto l'impianto dottrinale cattolico, dalla morale alla soteriologia.

Che l'inferno esista è una verità di fede, enunciata lungo tutta la Scrittura, che fa da pendant al premio del paradiso e della vita eterna. L'Antico Testamento si limita a preannunciare nei Salmi, nei profeti ed in modo sempre più preciso nei libri sapienziali un giudizio escatologico col quale i giusti ed empi verranno separati. Ma sarà proprio l'insegnamento di Gesù, illuminato anche dalla teologia paolina, a delineare con forza e a precisare le condizioni della pena infernale. Dunque è proprio Gesù, colui che come Dio incarnato è amore e misericordia, a parlare con più insistenza della realtà del castigo infernale.

La morte, conseguenza del peccato, è vinta da Cristo e si trasforma in un ingresso nella beatitudine e nella luce eterna per chi come il martire “muore per il Signore” e per chi mettendosi alla sua sequela è “vissuto per Lui” (Rm. 14.7 e Fil. 1,20). Ma il dono della salvezza può essere rifiutato per cui, chi torna al peccato o non accoglie Cristo, alla morte non può che restarne, per sempre, separato. Padre Manelli rileva che “la morte fisica costituisce il punto determinante per la sorte definitiva immutabile per ciascuno”. Cioè, per salvarsi, occorre morire in stato di grazia e lo stesso Gesù ci invita più volte alla vigilanza, a non farsi cogliere impreparati dalla morte e dal conseguente giudizio di Dio che riguarderà ogni azione umana: pensieri, parole, opere e omissioni. Quando Cristo tornerà alla fine dei tempi a coloro che condannerà rivolgerà la terribile frase “Allontanatevi da me, voi che commettete l'iniquità (Mt 7,23)”.

La conquista della vita eterna, del Regno è accompagnato nella predicazione di Gesù da una alternativa escatologica rappresentata dall'esserne esclusi: nel discorso della montagna, rileva sempre p. Manelli, ciò accade a causa di una condotta morale contraria al Vangelo o per una scarsa adesione alla Buona Novella. Ma quanto sia impegnativo l'essere cristiani e il conseguimento della salvezza lo si rileva dall'analisi delle sei antitesi nelle quali Gesù istruisce i suoi discepoli: non adirarsi contro il fratello, il divieto dello sguardo adultero, del ripudio, del giuramento, l'invito a porgere l'altra guancia e l'amore per i nemici. Soprattutto nelle prime due antitesi la minaccia di Gesù è la Geenna. Gesù arriva ad affermare che “chi dice: pazzo [al fratello], sarà sottoposto al fuoco della Geenna (Mt 5, 21-22). Così come si ritiene preferibile l'amputazione di un arto o di un occhio prima che questo sia strumento di cedimento alla concupiscenza e causa di dannazione.

C'è una frase di Gesù in Mt 13-14 che riassume in che modo il cristiano debba affrontare la vita di fede:”Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano”. Queste parole di Gesù non possono essere ridotte a una semplice minaccia, perché esse descrivono una realtà escatologica reale. Gesù non vuole atterrirci con una minaccia vana, anzi ci sprona alla lotta (Luca usa il verbo greco άγωνίζεςθε, preso dal gergo sportivo, cioè, sforzatevi), a vigilare su noi stessi, ci chiede un cuore, una mente e uno sguardo puro, una volontà ferma, tanta umiltà e coraggio di riprenderci dalle nostre cadute (attraverso i sacramenti) perché la sua misericordia è grande e sorpassa (ma non cancella) la sua giustizia in virtù del fatto che il premio promesso è davvero grande.

E' un ammonimento che dobbiamo tenere presente: la porta larga conduce i più alla perdizione perché verrà il giorno in cui Gesù come giusto giudice separerà le pecore dai capri e dirà alle une “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo (Mt 25,34) mentre ai capri:”Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli ...e se ne andranno questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna”.

Terrorismo religioso questo? No, amorevole pedagogia divina volta alla nostra salvezza.

Il Magistero ha precisato nei secoli la dottrina dell'inferno. Non si trova molto nei primi quattro secoli, segno di una adesione scontata su tale dottrina nella giovane Chiesa. Emergono vari Simboli nei quali ci si concentra sulla realtà del giudizio universale, sulla discesa di Cristo agli inferi e sul suo ritorno a “giudicare vivi e morti. D'altronde, sottolinea Gherardini il dogma “è spesso la risposta formale all'emergenza ereticale”. E fu così per le dottrine origeniane sull'apocatastasi. Nel Symbolum Quicumque” di fine V secolo si afferma la fede nella risurrezione dei corpi con esiti antitetici, la realtà della condanna eterna, la pena del fuoco.

Innocenzo III con la lettera Maiores Ecclesia causas (1201) intravide la corrispondenza tra peccato e pena operando nella distinzione tra pena privativa e pena positiva la corrispondenza tra pena legata al peccato originale e quella legata al peccato “attuale”. Nel IV Concilio di Lione (1274) si afferma come verità di fede l'eterna e immediata condanna di chi muore in stato di peccato mortale. Al Concilio di Firenze, nel riconfermare queste definizioni di fede, si afferma l'esclusione dal regno di Dio per pagani, giudei, eretici, scismatici.

La Chiesa ha mantenuto ferme nel corso dei secoli queste verità di fede sull'inferno come si evince sia nel Credo del Popolo di Dio di Paolo VI (1968), sia nella Lumen Gentium (48/d), sia nell'ultimo Catechismo.

Rilevante l'intervento di Nicola Bux che ha evidenziato una tendenza nelle ultime riforme liturgiche a sbiadire e mettere in secondo piano la realtà dell'inferno. Tale tendenza si palesa anche nei riti battesimali e negli esorcismi. In controtendenza il ripristino del pro multis nella preghiera eucaristica, voluto dall'allora card. Ratzinger: non solo per fedeltà al testo greco ma anche perché se è vero che Gesù è morto per salvare tutti e Dio vuole che tutti si salvino è anche vero che Dio ci lascia liberi di rifiutare la salvezza e così avviene per alcuni. Illuminante poi una considerazione del Bux nel rapporto tra liturgia e sacramenti:”l'opera più subdola del diavolo consiste nello svuotamento-separazione tra il segno sacramentale e la sua efficacia, la grazia a favore di un simbolismo sacramentale appena evocativo, integrato e oscurato da altri segni ...un simbolismo che dichiara il superamento di fatto del 'simbolo' di Cristo per eccellenza, il Sacramento, soprattutto l'Eucaristia”.

L'intervento di P. Lanzetta, in relazione al problema grazia/giustizia di Dio risponde alla obiezione centrale dell'uomo moderno:”Come potrebbe anche Lui che è il bene condannare, quando l'uomo è condannato dai suoi simili?”. Il rischio allora è di trasformare la speranza della salvezza proiettando in Dio il desiderio di veder cancellata dal mondo l'ingiustizia, ignorando però la giustizia di Dio e” trasformandola in un perdonismo che dà sì conforto all'uomo e alla storia, ma ne trascura la sua verità”. “Questo è un inganno e in definitiva, risponde p. Lanzetta, la disperazione: Dio è fatto a nostra misura e non siamo più noi che dobbiamo aderire a Lui conformandoci alla sua giustizia”. In realtà il Dio che salva è veramente il Dio che proprio perché buono e giusto che giudica la storia e gli uomini, ripara i torti, cancella e distrugge definitivamente il male confinando nell'inferno chi lo ha praticato e chi non ha voluto separarsene.

La questione dell'inferno non aveva mai rappresentato un problema nel cattolicesimo: oggi invece lo è diventato. L'uomo moderno è incapace di concepire un Dio buono che punisce e per di più con castigo eterno. Una concezione soggettivistica della religione e della salvezza penetrata nel cattolicesimo, concepisce al massimo come peccati degni di condanna efferati omicidi compiuti da sinistri personaggi della storia o da serial killer, o può scandalizzarsi ancora per qualche grande truffa con grave ricaduta sociale o ambientale ma ha totalmente smarrito il senso morale del peccato, l'idea e la condizione dell'essere in stato di grazia con Dio; così come gli strumenti (i sacramenti) per ricevere la grazia vengono svilititi o consumati con faciloneria sacrilega dimenticando che ogni rapporto inadeguato con il sacro, come ci ricorda Eliade, può divenire “pericoloso”.

La stessa enfasi che certi teologi pongono sull'auto-giudizio che l'anima compirebbe davanti a Dio, pur in sé fondato, rivela tale soggettivizzazione come evidenzia p. Lanzetta richiamandosi a Leo Scheffczyk: sarà obiettiva l'anima nel giudizio? E soprattutto per l'anima che muore in stato di peccato mortale sarà possibile capire la dimensione di tale gravità senza il confronto con Dio? “In verità – afferma p. Lanzetta – il peccato non è percepito come tale da chi ha come misura solo se stesso”. In più, “se la condanna è semplicemente un autocondanna, l'uomo che normalmente si giustifica, proietterebbe in Dio il suo desiderio di assolvimento e Dio non sarebbe altro che un riflesso di questo desiderio”. Con il rischio anche in questo caso di fare dell'uomo l'unico protagonista che proietta se stesso negli stati escatologici e costringe Dio ad “essere vittima dei propri capricci” paralizzandone la sua giustizia.

Ma è possibile che Dio chiuda gli occhi davanti al male?

Diviene necessario, per sciogliere l'equivoco, chiarire il concetto di giustizia e giustificazione. P. Lanzetta lo fa esaminando la teologia della giustificazione paolina: la giustificazione di Dio non è più una giustizia derivante dalla Legge ma da Dio in Cristo nel quale l'uomo viene assunto. Nella Croce si manifesta la giustizia di Dio, quale atto salvifico, dono di grazia attraverso il sangue di Cristo, strumento di espiazione nel Cristo trattato come peccato a nostro beneficio, attraverso il quale si restaura la giustizia, si ottiene l'atto di grazia salvifico che giustifica l'uomo. Nella Croce grazia e giustizia sono congiunte ma ogni interpretazione antinimostica e lassista deve escludersi perché il perdono che Dio concede all'uomo è frutto “di un severo atto di giustizia, “è redenzione nella purezza e santità, rifiuto reciproco del male”. Perché un effetto fondamentale che la giustificazione implica è il morire con Cristo al peccato dell'uomo vecchio per partecipare alla vita risorta in Cristo attraverso cui si giunge alla salvezza. Qui è evidente che la giustificazione attraverso cui le colpe sono rimesse produce dei frutti di santità che conducono alla salvezza l'uomo che risponde positivamente alla grazia.

Se si vuole una prova dell'evidente ribaltamento culturale avvenuto in questi ultimi decenni rispetto ai venti secoli precedenti all'interno della Chiesa cattolica è sufficiente gettare uno sguardo sulla riflessione teologica sull'inferno del periodo postconciliare. Mentre nei secoli precedenti era la Chiesa a cercare di permeare il mondo della propria fede, adesso è la Chiesa stessa (almeno in alcuni suoi esponenti peraltro molto rappresentativi) che finisce per farsi permeare dal mondo: nel linguaggio, nelle aspirazioni, nelle idee, nella prassi.

Tale catastrofico evento per la fede, è ben lumeggiato nella seconda parte del convegno dei Francescani dell'Immacolata Inferno e dintorni. E' possibile una eterna dannazione?. I campioni di questo rinnovamento teologico presi in esame sono teologi del calibro di Hans Urs Von Balthasar, Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, teologi che hanno impresso una clamorosa virata alla riflessione dottrinale della Chiesa. Ognuno di loro, su un livello diverso, è riuscito pienamente nel demolire questa verità di fede: Von Balthasar (studiato da Andereggen e Hawke) attraverso raffinate e complesse riflessioni teologiche che sembrano addirittura partire da dati teologici tradizionali, quasi su un livello “esoterico”, Rahner e Schillebeeckx, studiati dal domenicano padre Cavalcoli, offrono invece criteri teologici innovativi che superano la visione tradizionale (Rahner) o ne prescindono (Schillebeeckx).

La teologia di Schillebeeckx è la meno elaborata ed è ispirata a un criterio illuministico di giustizia. I dannati per il teologo olandese non esistono perché il reprobo verrà annientato dal giudizio di Dio in considerazione anche del fatto che risulterebbe inconcepibile avere dei beati eternamente felici che hanno accanto, nello stesso universo, dei dannati eternamente infelici. Il riferimento scritturale è Apocalisse 20,6 dove però la “seconda morte” è in realtà la definitività della condanna infernale. Ma come ben individua Cavalcoli il reprobo, il condannato all'annientamento eterno, non è colui che è vissuto nel peccato col quale si è separato dall'amicizia di Dio. Il peccato è inteso naturalisticamente (e in stretta dipendenza da una visione socio-politica della fede come dimostrò il suo sostegno alla teologia della liberazione, nonché il totale svincolamento da preoccupazioni di ortodossia e di fedeltà al magistero), e limitato a coloro che hanno praticato sistematicamente l' ingiustizia nei confronti del prossimo (il che si ridurrebbe a pochi casi che avrebbero scelto definitivamente il male), dunque circoscritto su un piano meramente etico-sociale. Infatti la Grazia è ridotta ad un dono di Cristo che non conduce a vivere una vita pienamente divina e soprannaturale, ma semplicemente la propria pienezza umana. Così come non coglie il significato espiativo del sacrificio di Cristo la cui condanna sulla Croce, per lui, è semplicemente un atto criminale, tanto da affermare che ci salviamo “nonostante la croce”.

Molto più complessa e tutt'altro che lineare è invece per Cavalcoli la teologia di Rahner, il vero ispiratore di molta parte della teologia conciliare e postconciliare, l'inventore della “svolta antropologica”.

Non nega l'esistenza dell'inferno, ma riduce la dannazione a una semplice possibilità che tuttavia la sua elaborazione teologica finisce per scartare, soprattutto, dice lui, alla luce della riflessione conciliare. In Rahner lo scavo dal solco teologico tradizionale è profondo, articolato e dirompente. Gli uomini per Rahner sono tutti buoni, anche gli atei sono cristiani anonimi, la grazia non è qualcosa di contingente che si aggiunge alla natura umana, ma è una “autocomunicazione divina” (ma la sostanza personale non è incomunicabile?!) originariamente presente in tutti, necessaria alla pienezza dell'esistenza poiché l'uomo è “autotrascendenza verso Dio” che a sua volta è “l'orizzonte della trascendenza”. L'impostazione di fondo hegeliana della teologia rahneriana e quindi come felicemente la definisce il Cavalcoli monistico-dialettica che “risolve tutto nel Logos divino immanente nella storia come riconciliatore universale” finisce per avvicinarlo all'apocatastasi origeniana.

Il suo ottimismo escatologico deriva dalla sua concezione sull'uomo, la grazia e il peccato.

L'antropologia rahneriana è fondata su tre elementi: soprannaturalismo, storicismo e autoctisi (creazione di sé). La dimensione della soprannaturalità sta nella grazia intrinseca alla natura (quasi la natura contenesse ed esigesse automaticamente la grazia - qui similmente a De Lubac -, e quindi impossibile perderla: dunque l'uomo è un “graziato” per antonomasia). Nel pensiero di Rahner la natura può scomparire nella grazia e viceversa. Fondamentale anche il secondo aspetto legato al rapporto tra la natura umana e la storia perché rifiutando l'immutabilità della natura umana essa si determinerebbe di volta in volta nel farsi della storia.

Consequenzialmente nel terzo tratto relativo alle attività dell'uomo, cioè al pensare e al volere, l'uomo finisce per creare se stesso, plasmando in tal modo la propria natura, messa a disposizione della creatività umana da Dio. Così non esistono valori definibili, immutabili ed universali: l'uomo si auto-crea nella libertà.

La tesi poi che Dio e l'uomo condividano il medesimo orizzonte e la medesima origine della trascendenza fanno sconfinare Rahner in un malcelato panteismo nel quale natura umana e natura divina sono indistinguibili.

Anche la Grazia è stravolta nel pensiero rahneriano poiché:”non ha bisogno di essere pensata come un evento intermittente di Dio in un mondo in sé profano, ma è un esistenziale della creatura spirituale permanentemente dato...”. Contrariamente a quanto la Scrittura insegna sia riguardo la distinzione di Dio dal mondo, sia riguardo la grazia come dono divino distinto comunque da Dio. La grazia così intesa diventa Dio stesso, principio intrinseco dell'uomo” dissolvendo così la trascendenza divina e rituffandosi ancora nel panteismo.

Quando Rahner affronta il tema del peccato diventa difficile capire cosa pensi realmente, alternando posizioni tradizionali, espressioni di matrice luterana (l'uomo pecca sempre), altrove sfiorando la bestemmia (Dio responsabile del peccato perché avrebbe permesso che si introducesse nel mondo) per risolvere il tutto nell'idea (dialettica) che il peccato si annulla da sé in quanto il no a Dio è allo stesso tempo un sì a Dio (si pensi all'ateo per lui cristiano anonimo, sorretto dalla grazia e che nella negazione afferma comunque Dio). Ma questo procedimento dialettico lo conduce a portare l'opposizione a Dio all'interno di Dio stesso e non al di fuori, per cui si può addirittura concludere, spiega Cavalcoli, che in Rahner l'inferno è dentro Dio.

Il senso di queste sue riflessioni, corroborate - a suo dire - dall'evento Concilio, inducono Rahner ad affermare che si può legittimamente sperare per la salvezza dell'intera umanità, senza che necessariamente i singoli uomini debbano convertirsi perché l'evento Cristo è il fondamento della speranza della salvezza universale e che la grazia “si impone anche universalmente” sulla libera decisione dell'uomo. Certamente il riferimento conciliare è GS 22, impossibile però da interpretare (sebbene lo sia stato fatto e lo si faccia abbondantemente) nel senso secondo cui Cristo, incarnandosi, avrebbe collettivamente ed automaticamente redento l'umanità, poiché egli è venuto nella sua singola umanità e non nell'umanità intera: mentre ogni uomo, singolarmente, è chiamato a partecipare e ad inserirsi nel mistero di questa incarnazione

Da notare, in entrambi i teologi, il mancato riferimento all'esistenza dei demoni.

Il più raffinato però nella negazione della dannazione è Von Balthasar. Qui la riflessione teologica, si inerpica in trabocchetti teologici inquietanti anche perché il teologo svizzero passa per conservatore e acerrimo nemico del progressista Rahner. Perché trabocchetti? Perché i termini e i concetti utilizzati da Von Balthasar sono quelli usati dalla teologia tradizionale, ma svuotati o rovesciati. Così come è inquietante la consapevolezza di compiere una missione divina di riforma della Chiesa che avrebbe dovuto scaturire dal suo connubio con la “mistica” Adrienne Von Speyr, la donna (una protestante convertita) con la quale ha sostanzialmente convissuto e del cui misticismo è strettamente impregnata tutta la sua teologia. A tal punto che in ossequio alle visioni della donna secondo cui S. Ignazio lo invitava a uscire dai Gesuiti proprio per affrontare questa nuova missione. La sua Cristologia e la sua teologia trinitaria sono illuminate dalla teoria della kenosi, svuotamento, inteso però non come riempimento del vuoto da parte di Dio, ma come svuotamento della divinità nel donarsi che Balthasar applica alla creazione, alla generazione del Verbo e nello Spirito Santo. Questa tipo di kenosi permette di dare una lettura della separazione del Cristo Verbo incarnato al momento della morte in croce che fa rabbrividire, perché il Cristo uomo, raccogliendo su di sé il peccato di tutti gli uomini veramente e definitivamente si separa dal Padre (pur rimanendo unito a Lui per mezzo dello Spirito, che raramente Balthasar osa definire Santo, perché è un'unità nella quale Dio farebbe esperire al Figlio anche la sua oscurità!!!). Cristo che porta su di sé i nostri peccati, che paga il nostro riscatto al Padre: sembra la dottrina dell'espiazione vicaria, ma non lo è: perché intanto nella sua discesa agli inferi Cristo non arriva al fondo dell'inferno, non libera tutti ma i giusti e i Patriarchi e soprattutto perché in Cristo non esiste una separazione tra l'uomo e il Dio nel momento della morte in Croce. Dunque come rileva Andereggen Cristo sarebbe veramente l'uomo più stupido della terra perché mentre i cattivi si salvano Lui pagherebbe eternamente. Idee contorte che scaturiscono da una falsa mistica (contaminata con il pensiero protestante), da una manipolazione delle processioni intratrinitarie, che fanno dipendere il Figlio dallo Spirito Santo, da una struttura teologica che dipende dalla filosofia dialettica che finisce nella coincidentia oppositorum nella quale in Dio è presenta l'oscurità e la luce, il bene e il male, l'eresia è ortodossa e viceversa. Ovviamente le sue affermazioni secondo cui l'inferno è vuoto e che “bisogna sperare per tutti” trovarono vaste e concrete opposizioni sul piano teologico. A tal riguardo Von Balthasar si difese “lasciando la parola ai santi” messi uno dietro l'altro con il consueto procedimento dialettico. Spendendo in qualche modo a suo favore Origene, Gregorio di Nissa, Massimo il Confessore (questo però contraddetto da altri teologi), affermando che nella Scrittura si possano trovare passi a sostegno della sua tesi, ma anche al contrario. In realtà non gli restano che le visioni della Von Speyr e la sua visione del paradiso nella quale affermò che gli era stato mostrato con “particolare amore e rispetto” Origene, mentre Tommaso e e Agostino (la radice dell'errore sulla questione in oggetto) le furono sbrigativamente presentati. Aldilà di questa “testimonianza” la stessa indagine mistica si risolve in una debacle per il teologo svizzero. Giustamente la speranza per la salvezza di tutti è limitata all'uomo nel suo stato di homo viator, ma non post mortem, perché dall'inferno da dove non c'è speranza di uscire. Non c'è speranza neanche per “l'incontro atemporale con Cristo” né può bastare per la salvezza quel granellino di bene che il peccatore poté avere magari da bambino.

Dunque sofismi teologici infondati a tutti i livelli: sul piano della Rivelazione, sul piano del magistero, sul piano dell'esperienza dei santi e dei mistici, sul piano della logica. Anzi smentite proprio dalle esperienze di tutti i mistici e santi, in modo particolare da suor Faustina Kowalska che nella visione dell'inferno (un inferno pieno di anime) e dettagliatamente descritta nel suo Diario ha evidenziato come “la la maggior parte delle anime che ci sono, non credevano che ci fosse l'inferno”. Allora è davvero appropriata la conclusione del volume con Padre Manelli che commentando le apparizioni di Fatima (un evento che si pone in straordinaria concordanza con la lettura mariana dei tempi ultimi fatta da quel grande santo che fu Luigi Maria Grignon de Montfort), rileva come la Madonna attraverso la devozione al suo Cuore Immacolato intende porsi come rimedio contro la realtà dell'inferno e del male, a conferma che è Lei, la donna vestita di sole che trionferà sul drago infernale e che salverà dall'inferno tutti coloro che le si affidano.





Piero Mainardi

IL CORRIERE DEL SUD-9 Giugno 2011


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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12/25/2011 4:53 PM
 
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NATALE 2011. IL SERMONE DI BENEDETTO XVI: UN MACIGNO CHE SI ABBATTE SULL'UMANITÀ

PARADISO, PURGATORIO ED INFERNO

 

Auguro a tutti un Santo Natale. Autorizzo, anzi consiglio, la riproduzione e la diffusione del presente articolo.

 

Il Santo Padre Benedetto XVI durante la Messa della notte, celebrazione della natività di Nostro Signore, ha pronunciato parole ed ammonizioni che passeranno alla storia e che, a mia memoria, non ricordo essere state pronunciate da altri Prelati. Fedele alla tradizione e, rigorosamente nella universale lingua latina, il Pontefice ha celebrato Messa, come un macigno che si abbatte sulle certezze dell'uomo, ha pronunciato parole degne dei più santi Padri e Dottori della Chiesa; lo ha fatto non in una semplice omelia, ma, definiamola come si conviene, in un vero e proprio sermone, termine oggi denigrato dai progressisti ma che, in realtà, altro non significa che "pronunciare un discorso di argomento sacro".

Benedetto XVI, di fronte alla vana gloria ed alle certezze proprie di chi è vittima dello spirito del mondo ha detto: «chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”».

Ed ancora: «Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino interiore di san Francesco», «Dobbiamo chinarci, andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato».

Benedetto XVI in poche righe di sermone ha riassunto il senso della cristianità ed ha introdotto, senza timore, significato e scopo cardine della vita di ogni uomo. Ha suscitato riflessioni tremende sulla vita di ognuno di noi ed ha scosso le coscienze con un terremoto di parole sante.

Nel suo discorso, il Santo Padre ha elevato agli onori il primato indiscusso di Cristo RE che, nonostante fosse un indifeso Bimbo, doveva essere salutato e riverito inginocchiandosi, scendendo dal cavallo della superbia, dell'intelletto, della testardaggine e dell'immoralità.

Perché questa dura e severissima ammonizione del Santo Padre?

Per ricordare al mondo intero (oggi il sermone sarà diffuso in 61 differenti lingue) che ciò che conta è la Vita Eterna, alla quale tutti noi cattolici facciamo riferimento nel Credo Apostolico, Vita Eterna che sarà beata solo se ci si inchina dinanzi al comando di Cristo RE e si accede al Suo luogo di nascita (il cielo) in ginocchio.

COSA ACCADRA' DOPO LA MORTE SE NON SI "SCENDE DAL CAVALLO DELLA SUPERBIA"?

Il giudizio particolare (Il Giudizio irrevocabile)

La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. 605 Il Nuovo Testamento afferma, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro 606 e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone 607 così come altri testi del Nuovo Testamento 608 parlano di una sorte ultima dell'anima 609 che può essere diversa per le une e per le altre.

NOTE: (605) Cf 2 Tm 1,9-10. (606) Cf Lc 16,22. (607) Cf Lc 23,43. (608) Cf 2 Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; 12,23. (609) Cf Mt 16,26.

Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, 610 o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, 611 oppure si dannerà immediatamente per sempre. 612

NOTE: (610) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 856; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820. (611) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 857; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: DS 991; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1000-1001; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1305. (612) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1306.

Il cielo (il Paradiso)

Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12): 614 Vivere in cielo è « essere con Cristo ». 616 Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome: 617 « Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c'è Cristo, là c'è la vita, là c'è il Regno ». 618 La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l'onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, [...] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell'immortalità raggiunta ». 619 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all'intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). 620

NOTE: (614) Cf Ap 22,4.  (616) Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1 Ts 4,17. (617) Cf Ap 2,17. (618) Sant'Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 10, 121: CCL 14, 379 (PL 15, 1927). (619) San Cipriano di Cartagine, Epistula 58, 10: CSEL 32, 665 (56, 10: PL 4, 367-368). (620) Cf Mt 25,21.23.

La purificazione finale (Il Purgatorio)

Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze 621 e di Trento. 622 La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, 623 parla di un fuoco purificatore.

Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, 625 affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti.

NOTE: (621) Cf Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304. (622) Cf Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820; Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 30: DS 1580. (623) Per esempio, 1 Cor 3,15; 1 Pt 1,7. (625) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 856.

L'inferno (La dannazione eterna)

Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: « È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso ». 116

Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e pieno consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L'ignoranza simulata e la durezza del cuore 117 non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. 121 Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.

Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.

I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l'esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano 122 e san Gregorio Magno. 123 Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.

La tradizione catechistica ricorda pure che esistono « peccati che gridano verso il cielo ». Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; 124 il peccato dei Sodomiti; 125 il lamento del popolo oppresso in Egitto; 126 il lamento del forestiero, della vedova e dell'orfano; 127 l'ingiustizia verso il salariato. 128

Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:

— prendendovi parte direttamente e volontariamente;
— comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli;
— non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo;
— proteggendo coloro che commettono il male.

NOTE: (116) Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 17: AAS 77 (1985) 221. (117) Cf Mc 3,5-6; Lc 16,19-31.  (121) Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et vivificantem, 46: AAS 78 (1986) 864-865. (122) Cf San Giovanni Cassiano, Conlatio, 5, 2: CSEL 13, 121 (PL 49, 611). (123) Cf San Gregorio Magno, Moralia in Iob, 31, 45, 87: CCL 143B, 1610 (PL 76, 621). (124) Cf Gn 4,10. (125) Cf Gn 18,20; 19,13. (126) Cf Es 3,7-10. (127) Cf Es 22,20-22. (128) Cf Dt 24,14-15; Gc 5,4.

Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », 629 che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. 630 Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». 631 La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).

« Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». 632

Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; 633 questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9): « Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». 634

NOTE: (629) Cf Mt 5,22.29; 13,42.50; Mc 9,43-48. (630) Cf Mt 10,28. (631) Cf Simbolo Quicumque: DS 76; Sinodo di Costantinopoli (anno 543), Anathematismi contra Origenem, 7: DS 409; Ibid., 9: DS 411; Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS 801; Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002; Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis: DS 1351; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 25: DS 1575; Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 12: AAS 60 (1968) 438. (632) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS 57 (1965) 54. (633) Cf Concilio di Orange II, Conclusio: DS 397; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 17: DS 1567. (634) Preghiera eucaristica I o Canone Romano: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 386.

Sia lodato Gesù Cristo. San Michele vi protegga.

Tutte le citazioni sono tratte dal Catechismo della Chiesa cattolica. Tutte le note sono tratte dal Magistero ufficiale della Santa Romana Chiesa Cattolica ed Apostolica.

Carlo Di Pietro (M.S.M.A.)

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/18/2012 1:01 PM
 
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La Santa che ha visto il Purgatorio


Giunge nelle librerie "Santa Francesca Romana e il Purgatorio"


di Alfonso Maraffa

ROMA, sabato, 18 febbraio 2012 (ZENIT.org).- L’avvocato avellinese Carmine Alvino e il sacerdote salernitano don Marcello Stanzione, parroco di Santa Maria La Nova nel comune di Campagna (SA), sono gli autori del libro edito dalla editrice Segno di Udine intitolato “Santa Francesca Romana e il purgatorio”. Quando Santa Francesca Romana morì, tutta la città di Roma era al suo funerale; la gente la fece oggetto di un immediato quanto spontaneo culto popolare.

Questa Santa attraverso molte visioni non solo poté vedere il Paradiso e l’Inferno, ma anche il Purgatorio come ci assicura il suo confessore e parroco allora in Santa Maria in Trastevere. Oltre il Trattato sui miracoli di Francesca Romana e o suoi combattimenti contro gli spiriti maligni, c’è anche un libro del Parroco di Santa Maria in Trastevere Giovanni Matiotti e un trattato dove si descrive come l’arcangelo Raffaele condusse Francesca Romana vicino al Purgatorio e glielo fece vedere.

Certo che questo scritto è molto influenzato dalla rappresentazione del purgatorio di Dante Alighieri al canto 33 della sua Divina Commedia. Ciò comunque non toglie che talune cose descritte dalla Santa al suo confessore non siano veramente toccanti ed abbiano indotto molte persone a curarsi si più delle povere anime e abbiano cerato di venire loro aiuto.

Del resto la rappresentazione quasi topografica del Purgatorio fatta da S. Francesca Romana non è oggetto di Fede, ma soltanto illustrazione di quanto insegnano la Chiesa e la teologia nel loro magistero circa la doppia pena nel Purgatorio quella del “ danno ” e quella del “ senso ” come già sopra più volte illustrato.

Secondo Francesca Romana il Purgatorio, questo “ Regno dei dolori ” è diviso in due grandi regioni : quella superiore dove si trovano le anime che soffrono la pena del danno, quelle che non possono vedere Dio, e pene meno gravi sensibili per colpe non gravi commesse ; qui il Purgatorio consiste in un’infinita nostalgia di Dio e della sua beatificante visione.

Nel Purgatorio di mezzo soffrono quelle anime, che hanno colpe più gravi da espiare.

A sua volta questa regione si divide in tre zone. La prima è come una palude di acqua gelata ; la seconda come uno stagno di pece che scorre e piena di olio bollente ; la terza zona come uno stagno dove bolle una schiuma come di argento e oro liquefatto. Qui 36 angeli hanno da Dio il compito di immergere di volta in volta le anime in questi tre stagni ; essi compiono questo loro incarico, con molta coscienziosità, ma anche con molto rispetto verso le anime e con molta compassione e verso le quali dimostrano un grande amore. In fine la terza regione, quella più bassa, che sta molto vicina all’Inferno, è piena di un fuoco che penetra le ossa e le midolla, fuoco che si distingue da quello dell’Inferno solo per la sua opera purificatrice e santa. Anche qui ci stanno ancora tre diverse zone.

Nella prima dove si soffre un po’ meno ci stanno i laici, i cristiani secolari che vivono nel mondo e soffrono castighi per colpe gravi non ancora espiate ; la seconda dove la pena è assai più grave è , destinata ai chierici che non furono ancora ordinati sacerdoti, e così pure le religiose e i fratelli laici ; infine la terza zona, la più dolorosa è quella destinata ai sacerdoti e ai vescovi.

E questi che ebbero maggior dignità e maggior conoscenza della dottrina e maggiori grazie cui non hanno corrisposto come si conveniva e che non sono vissuti in maniera degna della loro condizione soffrono naturalmente le pene maggiori differenti dalle pene dell’Inferno solo per la loro durata, che non sono eterne. Anche qui la pena non è uguale per tutti, ma a seconda del numero della gravità delle colpe commesse e non espiate e a seconda del grado della dignità della persona, eguale cosa si dica per la durata e intensità delle pene.

E’ tuttavia confortante il pensiero che Francesca sostiene, che cioè Dio accoglie effettivamente le intenzioni di coloro che offrono preghiere o opere di riparazione o di penitenza a pro di una determinata anima, a meno che non ci siano particolari motivi per cui tali opere o preghiere non giovano a quella determinata anima ( per esempio se uno non ha mai avuto stima della Messa o ha trascurato di seguirla o di ascoltarla nei giorni di festa, questi non usufruisce dei meriti del S. Sacrificio offerto per lui ). Santa Francesca Romana dice che le preghiere e le opere buone offerte dai fedeli sulla terra per una determinata anima del Purgatorio tornano subito a favore di questa anima, però esclusivamente a lei, ma anche a tutte le altre in forza della loro intima comunione fra loro.

Se però detta anima è già nella gloria, allora il merito delle preghiere e opere buone va naturalmente a favore delle altre anime del purgatorio che ancora sono in pena.


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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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8/11/2012 2:11 PM
 
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[SM=g1740733]Mi giunge la segnalazione su di un articolo ben fatto.....

Il Purgatorio: cos’è e come evitarlo

Da alcuni decenni i predicatori non ne parlano più, nemmeno nelle omelie dei funerali: il Purgatorio, però, rimane una delle grandi verità di fede che ogni cattolico deve credere per salvarsi. In questo articolo, data l’attuale difficoltà per i fedeli di reperire informazioni adeguate, proverò a fornire qualche coordinata essenziale sul tema.

In via preliminare va detto che ogni nostro peccato comporta non solo l’elemento della “colpa”, ma anche l’elemento della “pena”. Cioè ogni nostro peccato (colpa), anche veniale, porta necessariamente con sé la sua pena, il castigo dovuto per quel peccato. Questa pena può essere di due tipi: ai peccati mortali consegue una pena eterna (l’Inferno), mentre ai peccati veniali consegue una pena temporale. La pena temporale consiste in un certo quantitativo di sofferenza che è possibile scontare in due diversi modi: qui sulla terra, oppure in Purgatorio.

Naturalmente la pena eterna (legata al peccato mortale) può esserci rimessa: questo accade quando, sinceramente pentiti, chiediamo perdono a Dio nel Sacramento della Confessione o, se questo è momentaneamente impossibile, con un atto di contrizione perfetta unito al proposito di confessarsi al più presto. Quando il peccato mortale ci viene rimesso, la pena eterna viene commutata in pena temporale, come per i peccati veniali.

Bisogna infatti tenere presente che, anche nel confessare i peccati veniali, possiamo sempre essere certi che il buon Dio ci perdoni e rimetta la colpa, ma non che ci rimetta tutta la pena temporale dovuta per quei peccati. Una parte della pena temporale, infatti, rimane spesso da scontare anche dopo la Confessione, anche se Dio ha già realmente e pienamente perdonato i nostri peccati.

Quindi, in sintesi: un’anima che vive in grazia di Dio, confessandosi regolarmente, di certo ha ottenuto, quanto alla colpa, la remissione completa di tutti i peccati di cui si è pentita; ma non ha necessariamente ottenuto la remissione quanto alla pena temporale con la quale occorre dare soddisfazione alla divina Giustizia. A quell’anima può restare infatti da scontare – a meno che non si tratti di un’anima veramente santa e penitente - una certa pena temporale legata ai suoi peccati veniali e/o ai suoi peccati mortali già confessati; inoltre possono restarle alcuni peccati veniali di cui non ha mai voluto pentirsi, dei quali dunque porta ancora la colpa, oltre alla pena.

La pena temporale viene scontata sulla terra in vari modi: con la penitenza, con la mortificazione, con le sofferenze accettate di buon grado per amor di Dio, con il lavoro e l’impegno quotidiano, con la pratica della carità in tutte le sue manifestazioni, con la preghiera assidua, con la partecipazione frequente ai Sacramenti e al Santo Sacrificio della Messa. Soprattutto, ogni volta che ci accostiamo degnamente al Sacramento dell’Eucaristia riceviamo una certa remissione della pena temporale dei nostri peccati, in misura sempre abbondante, ma anche proporzionata al fervore, alla fede e all’amore con cui riceviamo il Corpo e il Sangue di Gesù (molto importanti, perciò, sono la preparazione prima della Messa e il ringraziamento dopo la Messa, pratiche oggi perlopiù trascurate).

Inoltre è fondamentale la pratica delle indulgenze, parziali o plenarie, che sono dei “condoni” sulla pena temporale che altrimenti dovremmo scontare in Purgatorio: compiendo una certa opera buona a cui la Chiesa ha associato un’indulgenza, si ottiene (oltre al merito di aver fatto quell’opera) anche un merito “aggiuntivo”, tratto dal tesoro infinito dei meriti di Gesù, di Maria e dei santi; questo merito aggiuntivo colma in tutto o in parte (indulgenza plenaria/indulgenza parziale) la pena temporale che avremmo dovuto scontare per i nostri peccati. Attenzione, però: le indulgenze non rimettono la colpa, e tantomeno la colpa grave; esse rimettono solo la pena temporale, mentre la colpa deve già essere stata rimessa con il pentimento e (almeno per il peccato mortale) con la Confessione. Esiste un elenco ufficiale e completo delle opere e delle preghiere “indulgenziate”: si chiama Manuale delle indulgenze (Libreria Editrice Vaticana). Leggendolo si constata che acquistare delle indulgenze, specialmente parziali, è facilissimo: anche solo recitando mentalmente la frase “Gesù mio, misericordia” si ottiene un’indulgenza parziale. Sarebbe illogico, da parte nostra, non approfittare ogni giorno di questa opportunità, in modo da arrivare al termine della vita con moltissime indulgenze guadagnate, e quindi un enorme sconto sulle pene che ci attendono in Purgatorio. Teniamo presente che possiamo guadagnare le indulgenze non solo per noi stessi, ma anche per le anime dei defunti che si trovano già in Purgatorio, in modo da liberarli al più presto da ogni pena.

Ci rimane da parlare del Purgatorio in sé. Al momento della morte di ognuno di noi, come sappiamo, l’anima si separa dal corpo e si trova immediatamente alla presenza di Nostro Signore Gesù Cristo per il Giudizio particolare. Se un’anima si trova in peccato mortale, viene immediatamente precipitata all’Inferno (pena eterna). Se invece un’anima si trova in grazia di Dio, possono verificarsi due casi. Il primo caso, relativamente poco frequente, è che la persona abbia già interamente scontato sulla terra la pena dovuta per i suoi peccati: in questo caso la sua anima viene immediatamente accolta in Paradiso, nel grado di felicità e di beatitudine che ha meritato con le sue opere buone (un grado che ovviamente è diverso per ogni anima, ma per ognuna si tratta di una felicità che da quaggiù non possiamo nemmeno concepire, tanto è grande e perfetta). Il secondo caso, purtroppo molto più frequente, è che ad una persona morta in grazia di Dio rimanga da scontare una certa pena temporale, grande o piccola che sia, che non è riuscita a scontare per intero sulla terra, o anche alcune colpe veniali di cui non ha voluto pentirsi: ecco la necessità del Purgatorio.

In pratica, le anime perfette vanno direttamente in Paradiso; le anime imperfette invece (cioè le anime buone, ma con delle macchie non ancora pienamente purificate) vanno in Purgatorio, per essere purificate e rese perfette. Anche in Purgatorio ci sono infiniti livelli, come per il Paradiso e l’Inferno: si va da un Purgatorio relativamente lieve e che dura pochissimo o poco tempo, a un Purgatorio più severo e lungo (vari decenni o secoli, per dirlo nel nostro linguaggio legato al tempo), fino all’ultimo stadio del Purgatorio, che è praticamente indistinguibile dall’Inferno quanto alla gravità dei tormenti e inoltre, in certi casi estremi, potrà durare persino fino alla fine del mondo.

Ad ogni modo va detto che le pene del Purgatorio sono comunque molto, molto, molto dolorose, anche nei livelli più elevati, dove vengono purificate anime già quasi sante. A giudizio di parecchi teologi, persino la più piccola pena del Purgatorio è più dolorosa della più grande sofferenza che sia possibile patire mentre siamo ancora sulla terra. Se noi sapessimo veramente quanto sono dolorose le pene del Purgatorio, di certo staremmo più attenti a non commettere peccati veniali e tantomeno mortali, anche se poi corressimo subito a confessarci. Infatti anche i peccati che adesso ci sembrano bazzecole e di cui quasi non ci accorgiamo, come ad esempio la mormorazione verso gli altri, un risentimento coltivato più o meno a lungo nel nostro animo, i giudizi, le piccole vanità o permalosità o pigrizie o impazienze, potremmo doverli pagare a caro prezzo in Purgatorio, così come le nostre omissioni o la nostra poca preghiera. Ci conviene davvero purificarci il più possibile quaggiù sulla terra: qui, tra l’altro, le sofferenze che patiamo hanno un valore meritorio e soddisfattorio che le rende particolarmente preziose, in quanto le possiamo accettare liberamente,offrendole a Dio perché le accolga.

I castighi del Purgatorio (come anche quelli dell’Inferno) sono per così dire duplici, in quanto si distinguono in pena del senso e pena del danno. La pena del senso consiste nelle diverse afflizioni positive con cui l’anima viene tormentata, afflizioni che sono di diverso genere secondo una logica di contrappasso per le diverse categorie di peccati commessi in vita. Benché si tratti di afflizioni atroci, la pena del senso è poca cosa se messa a confronto con la pena del danno, che è la vera essenza del Purgatorio. La pena del danno consiste nel fatto di non poter ancora vedere e possedere Dio, quel Dio che tutte le anime purganti ora amano con intensità struggente. Esse, infatti, sono rese consapevoli della vanità di ogni cosa creata e della propria totale dipendenza dal Creatore, al di fuori del quale nulla è degno di essere desiderato. Il vuoto e il dolore causato in loro dal mancato possesso di Dio, anche se temporaneo, è quindi lancinante e indicibile.

In compenso, tutte le anime del Purgatorio, anche quelle che stanno più “in basso” e dunque soffrono di più, sono pienamente rassegnate alla volontà di Dio e anzi si sottomettono volentieri alle loro sofferenze, perché vedono bene che le hanno meritate e che, grazie ad esse, si rendono sempre più degne dell’ingresso definitivo in Paradiso. Le anime del Purgatorio hanno la grandissima gioia di essere assolutamente certe della loro salvezza eterna, e anche di sapere che non potranno mai più offendere Dio nemmeno con il più piccolo peccato veniale. Ameno in questo dovremmo invidiarle!

Ciò che le anime del Purgatorio desiderano più ardentemente, oltre alla visione diretta di Dio, è la preghiera di noi vivi e l’offerta per loro di Sante Messe e di indulgenze: gesti di carità che possono aiutarle moltissimo a purificarsi più velocemente. Queste anime intercedono con grande efficacia a nostro favore, specialmente per quanti a loro volta pregano per esse. C’è anche da dire che le anime dei nostri parenti defunti, o di persone che ci sono state strettamente legate, ci possono senz’altro vedere e seguono con amore la nostra vita, soccorrendoci con le loro preghiere e desiderando il nostro bene e la nostra salvezza.

Una grande grazia di cui godono le anime del Purgatorio è la presenza del loro Angelo custode e le visite di altri Angeli o addirittura di Santi, che possono venire a consolarle e ad alleviare le loro pene, così come le visite della Madonna. Si può ritenere, in particolare, che in occasione delle feste mariane e anche in tutti i sabati dell’anno (il sabato è il giorno della settimana dedicato a Maria), un gran numero di anime del Purgatorio venga liberato per intervento della Madre di Dio, specialmente se i vivi si ricordano di invocarla e di offrire Sante Messe, sacrifici e preghiere in suo onore per i loro defunti.

Rimane ancora da specificare che il Purgatorio è un vero e proprio luogo, non solo uno “stato” o “condizione” come dicono molti teologi troppo razionalisti; inoltre in Purgatorio esiste un vero fuoco, anche se di tipo speciale, cioè capace di agire sulle anime.

Ci sarebbe senz’altro molto da narrare riguardo alle esperienze avute dai Santi e dai mistici con le anime del Purgatorio. Per questo rimando al bellissimo e popolare libretto del gesuita Schouppe intitolato Il dogma del Purgatorio: si può scaricare gratis su internet dal sito www.totustuus.it, previa semplice registrazione gratuita. Fondamentale anche la lettura del Trattato del Purgatorio di Santa Caterina da Genova (1447-1510), famosa mistica e visionaria: un grande classico, che si può facilmente reperire in commercio. Forse, però, oggi la lettura più edificante e chiara risulta essere Fateci uscire di qui! (Edizioni Segno), il libro-intervista realizzato negli anni Novanta dalla mistica austriaca Maria Simma (1915-2004): in questo volume vengono riportate le esperienze e i dialoghi della Simma con le anime del Purgatorio che ogni giorno le apparivano, chiedendo preghiere e fornendo a loro volta preziose informazioni sulle loro sofferenze, sui peccati che le avevano causate, sulla situazione della Chiesa nel tempo presente e su molti altri temi di interesse teologico e spirituale.

Prima di concludere questo scritto con alcune osservazioni di carattere più generale, non si può passare sotto silenzio il cosiddetto “privilegio sabatino”, legato alla pratica dello Scapolare carmelitano. Di cosa si tratta? La Beata Vergine Maria, apparendo molti secoli fa a San Simone Stock e a Papa Giovanni XXII, ha promesso che coloro che porteranno sempre al collo lo Scapolare carmelitano e che la invocheranno quotidianamente (specialmente con la recita del Santo Rosario) non solo non andranno all’Inferno, ma verranno portati in Paradiso da Maria stessa nel primo sabato successivo al giorno della loro morte. Ad esempio, se un’anima muore con lo Scapolare addosso nel giorno di mercoledì, farà al massimo tre giorni di Purgatorio, perché il sabato successivo alla morte verrà condotta in Paradiso dalla Madonna; se muore di venerdì, farà al massimo un giorno di Purgatorio, eccetera. L’efficacia di questa pratica è stata riconosciuta dalla Chiesa e dai Papi varie volte, anche di recente, ed è testimoniata nella vita di molti grandi santi: ad esempio San Giovanni Bosco e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori vissero e morirono con lo Scapolare carmelitano addosso. Maggiori informazioni si possono trovare qui.

Abbiamo visto, dunque, che Dio e la Chiesa mettono a disposizione numerosi mezzi (tra i quali il principale rimane sempre la Santa Messa!) per far sì che i cristiani siano il più possibile risparmiati dalle pene del Purgatorio. Questa abbondanza di mezzi di grazia trova il suo autentico fondamento in un dato teologico che viene scarsamente tenuto presente. Richiamo qui la distinzione, fatta all’inizio, tra l’elemento della colpa e quello della pena temporale ad essa legata. Ebbene, con la sua Passione e la sua Morte Cristo non solo ha preso su di sé e cancellato le nostre colpe, ma anche tutte le pene temporali che abbiamo meritato. Gesù ha soddisfatto in modo sovrabbondante qualsiasi debito, anche minimo, che ogni uomo ha contratto con la divina Giustizia.

Purtroppo non siamo più abituati a riflettere seriamente sul seguente fatto: i nostri peccati quotidiani, benché veniali, esprimono una malizia che in qualche modo è abissale e infinita, in quanto costituiscono altrettante offese coscienti e volute a un Dio infinito e infinitamente buono. Se l’iniziativa della riparazione stesse in noi, non avremmo alcuna speranza di sfuggire ai rigori del Purgatorio: a detta dei teologi, un’intera vita passata nelle più aspre penitenze non sarebbe sufficiente nemmeno a colmare il debito costituito da un solo peccato veniale deliberato, come ad esempio una parolaccia o il furto di una caramella. La misericordia del Padre, però, è stata tale da stabilire che la Croce di suo Figlio non solo possa riscattarci dalla colpa e dall’Inferno, ma anche che possa soddisfare in nostra vece ad ogni pena temporale da noi meritata, risparmiandoci in tal modo il Purgatorio. L’opportunità che ci viene offerta è dunque straordinaria: unire le nostre sofferenze a quelle, ben più meritorie, di Gesù, in modo da passare direttamente, nel momento stesso della morte, dalla terra al Paradiso.

Questa è, senza alcun dubbio, la volontà di Dio su ognuno di noi. Ecco perché non dobbiamo ritenere di essere presuntuosi o orgogliosi se speriamo di andare subito in Cielo. Al contrario: se approfittassimo con più fede e perseveranza di tutti i mezzi di grazia che Dio e la Chiesa ci mettono a disposizione, il Paradiso immediato sarebbe il normale esito di qualsiasi esistenza cristiana. Il Sacrificio di Gesù sulla Croce, se ci crediamo davvero, vuole ottenerci proprio questo.

Affinché ciò accada, però, occorre bandire al più presto dalla nostra vita qualsiasi tiepidezza e incredulità, così come qualsiasi sottovalutazione della tremenda realtà del Purgatorio. I sacerdoti, in particolare, hanno lo stretto dovere di catechizzare in modo esplicito i fedeli su questo dogma di fede, trattandone più spesso nelle prediche e insegnando ai fedeli a offrire frequentemente, nel corso della giornata, sacrifici spirituali per le anime purganti. Basterebbe che recitassimo mentalmente, all’inizio di ogni attività anche profana, una piccola giaculatoria, come ad esempio “per le anime del Purgatorio”: oltre al sollievo arrecato ai defunti, avremmo anche reso più “soprannaturale” la nostra vita quotidiana. È poi da rilanciare l’uso di offrire Sante Messe per le anime dei defunti, come anche la pratica, riconosciuta dalla Chiesa, delle Sante Messe gregoriane. Più avremo soccorso, mentre siamo in vita, le anime purganti, più la Provvidenza divina disporrà che siamo a nostra volta soccorsi dopo la morte.

Se Dio ha creato il Purgatorio, non è certo perché goda della sofferenza dei suoi figli. Abbiamo visto che Egli stesso, grazie al Sacrificio di Gesù, ci ha donato diversi modi di evitare questa dolorosa “tappa”. Ma non possiamo illuderci di poter giungere alla visione diretta di Dio, in cui consiste l’eterna beatitudine, senza prima essere stati completamente purificati dal Sangue di Cristo: per vedere Dio, perfettamente puro, dobbiamo essere perfettamente puri anche noi.


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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Ma dove diavolo è finito Satana?

 

Avvertenza: faciloni astenersi da lettura.

Perché chi pensa che il diavolo non esista dovrebbe rispolverare Charles Baudelaire: «La più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste». Ma che fine ha fatto il Maligno nella teologia e nella predicazione? Tra gli scaffali Belzebù si è – in maniera variegata – ripresentato. Si trovano testimonianze di chi, per missione, si occupa di spiriti maligni.

Memorie di un esorcista (Piemme) è il nuovo titolo di padre Gabriele Amorth, intervistato da Marco Tosatti. Matt Baglio, cronista americano, ha da poco dato alle stampe Il Rito. Storia vera di un esorcista di oggi (Sperling&Kupfer). Gino Oliosi, esorcista di Verona, ha spiegato Il demonio come essere personale (Fede&Cultura). Io combatto il demonio gli fa eco don Ferruccio Sutto (Biblioteca dell’Immagine). Sutto afferma che in 13 anni ha ricevuto dal Triveneto 9 mila persone «che ritenevano di essere oggetto di attenzioni da parte di Satana».

Recente è l’agghiacciante resoconto A tu per tu con il diavolo. Una famiglia perseguitata dal maligno (San Paolo), opera di due autori anonimi. Più spirituale San Francesco di Sales e la sua lotta contro il diavolo di Gilles Jeanguenin (Paoline). Oggi sono circa 300 gli esorcisti in Italia: al Pontificio Ateneo Regina Apostolurum di Roma vi è un corso per allontanatori del Principe delle tenebre; proprio oggi a Palermo si apre un corso per esorcisti in Sicilia.

C’è chi del demonio si occupa scientificamente. Come padre Moreno Fiori, domenicano, specialista in satanismo, il cui ultimo lavoro è Spiritismo, satanismo, demonologia, edito da Aleph. Ed è Fiori, residente a Cagliari, a dar fuoco alle polveri: «La maggior parte dei libri recenti sulla demonologia non si possano ritenere di rilevante valore scientifico e di indiscutibile incidenza teologica». Come mai? «Molte di queste pubblicazioni sono di carattere divulgativo, con uno scarso apparato critico e una bibliografia spesso abborracciata. In alcuni casi poi, per esempio il teologo specializzato in demonologia Josè Antonio Fortea, redige il suo Trattato di Demonologia più completo al mondo (sic!) senza una nota critica né un riferimento al Magistero o ad opere precedenti. Il Trattato è presentato come un "libro che ci trasporta, in pieno XXI secolo, nell’universo ancestrale della possessione diabolica e ci insegna come affrontare e sconfiggere la parte più tenebrosa della Creazione". Come ritenere un’opera simile un trattato scientifico?».

Ma parlare del diavolo «fa male» alla fede? «Le pubblicazioni divulgative sul diavolo, demoni, possessioni ed esorcismi, possono fuorviare i lettori meno attenti e più semplici dal depositum fidei tramandato dal Magistero. Alcuni scritti contengono affermazioni contrarie alla dottrina della Chiesa: ad esempio la negazione dell’essere personale del diavolo, l’esasperazione del suo potere sull’uomo e nel mondo insinuano, con tale pandemonismo, perniciose credenze superstiziose che ingenerano paure».

Colpa del silenzio dal pulpito? Ovvero: quale prete parla del diavolo in un’omelia? «È vero, non si affronta questo tema che crea imbarazzo. Oppure lo si approccia in maniera retrò, non più consona al nostro tempo».

Don Chino Biscontin, docente di omiletica alla Facoltà teologica del Triveneto, è esplicito nel mettere in guardia da due estremi: «Negare l’esistenza del diavolo a causa della difficoltà postmoderna di pensarlo. Ed evitare una religione dualista per cui vi è una divinità maggiore, Dio, e una minore, il diavolo, con la sua autonomia. E invece il maligno, dopo la resurrezione di Cristo, non possiede l’autonomia di prima». Ma perché parlare di più del Maligno? «Per un guadagno: si possono sgravare le spalle degli uomini dalla responsabilità del male del mondo». Don Biscontin suggerisce un’idea: «Nell’iter teologico di formazione dei futuri preti l’insegnamento sul diavolo andrebbe reso autonomo, mentre oggi è inserito nell’antropologia teologica. Così i predicatori di domani eviteranno di dire fesserie». Ma in una predica come spiegare che il diavolo opera? «Quando si sente di adulti che schiavizzano i bambini come soldati in Africa, se si pensa alla violenza gratuita  della guerra nei Balcani, in questo vedo il diavolo in azione come una forza più grande degli uomini».

Don Severino Dianich, tra i più noti teologi italiani, evidenza che «a livello teologico oggi la presentazione sul diavolo è corretta. Invece è squilibrata nell’opinione pubblica, dove tale interesse è cresciuto molto: esorcismi, esoterismo e mistero aggrovigliano molte persone, e questo è un serio problema». Dianich boccia l’ipotesi di corsi teologici ad hoc sul diavolo: «Si darebbe un’importanza sproporzionata a questo tema». Secondo don Dianich sono due le necessità impellenti: «Un’interpretazione teologica che butti acqua sul fuoco: bisogna parlare più di Dio che in Cristo ci ha liberati dal diavolo». E poi? «È necessaria una certa critica a questa tendenza esoterica, che alla fine è un dato gnostico: rappresenta un allontanamento dalla cristologia storica del fatto-Gesù».

Lorenzo Fazzini

Avvenire.it, 3 marzo 2010




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Tornando ai Novissimi


Una conferenza in Vaticano e due libri rilanciano un tema dimenticato nella predicazione della Chiesa, quello delle realtà ultime e definitive: morte, giudizio, inferno e paradiso


di Gianni Cardinale  30giorni aprile 2002


Anime dannate vengono cacciate all’inferno, particolare del Giudizio universale, Michelangelo, Cappella Sistina, Vaticano

Anime dannate vengono cacciate all’inferno, particolare del Giudizio universale, Michelangelo, Cappella Sistina, Vaticano

Dopo un periodo di dimenticanza si torna a parlare dei Novissimi, termine latino con cui tradizionalmente si designano le quattro realtà ultime definitive: morte, giudizio, inferno, paradiso. Nel sinodo dei vescovi dello scorso autunno, l’arcivescovo di Sydney, George Pell, aveva dedicato il suo intervento alla necessità di recuperare nella catechesi e nella predicazione questi temi, dimenticati nel panorama ecclesiale degli ultimi decenni, ma essenziali per la fede cristiana. «Si potrebbe dire» aveva denunciato «che il limbo è sparito dalle carte, che il purgatorio è scivolato nel limbo, che l’inferno non viene più menzionato da nessuno, eccetto forse che per i terroristi e per i rei di crimini odiosi, mentre il paradiso è il diritto umano finale e universale, o forse soltanto un mito consolatorio».

Sembrerebbe che l’appello del presule australiano non sia passato inascoltato. Forse sarà un caso, ma negli ultimi mesi ci sono state diverse iniziative che segnalano un rinnovato interesse sui Novissimi. Ne segnaliamo brevemente tre.

Videoconferenza sull’escatologia

Il 29 novembre scorso, a un mese dalla conclusione del sinodo, si è tenuta in Vaticano la terza videoconferenza organizzata dalla Congregazione per il clero nell’ambito di una iniziativa avente come fine la formazione permanente dei sacerdoti di tutto il mondo. Tema dell’iniziativa organizzata dal cardinale Darío Castrillón Hoyos è stato proprio l’“Escatologia dal Concilio Vaticano II ai nostri giorni”. Alla videoconferenza hanno partecipato una decina di teologi, segnalati dai vescovi locali, collegati con tutto il mondo. Non sono mancate sorprese. Ben due interventi infatti hanno criticato l’ipotesi di Hans Urs von Balthasar, il teologo svizzero morto nell’88 pochi giorni prima di ricevere la berretta cardinalizia, secondo cui l’inferno c’è, ma potrebbe essere vuoto. Lo ha fatto implicitamente padre Jean Galot, emerito alla Gregoriana, affermando che un’ipotesi del genere «toglie ogni efficacia agli avvertimenti di Gesù, formulati ripetutamente nel Vangelo». Più esplicito invece monsignor Michael Hull di New York nel suo intervento sugli “Errori nell’escatologia contemporanea” dedicato in buona parte proprio all’ipotesi balthasariana, contestata anche perché equivarrebbe «a negare il libero arbitrio dell’uomo». Per chi vuole leggersi gli interventi qui citati, ma anche altri, come quello curato dal teologo della Casa pontificia, padre George Cottier, sul purgatorio, essi sono reperibili in internet, sul sito della Congregazione per il clero (www.clerus.org).

Catechismo sui Novissimi
Sempre lo scorso anno è venuto alla luce il volume I Novissimi. Introduzione all’escatologia pubblicato dalle edizioni Ares (Milano, pp. 200, euro 12,39) a firma di due sacerdoti dell’Opus Dei: Justo Luis Sánchez de Alva e Jorge Molinero. Si tratta di un’opera di impostazione tradizionale che presenta la dottrina cattolica riguardante i Novissimi in modo catechistico. Non è un caso che il testo più citato è proprio il Catechismo della Chiesa cattolica del ’95.

Non mancano abbondanti citazioni dal Vaticano II (specialmente dalla Lumen gentium), puntuali riprese del Credo del popolo di Dio pronunciato da Paolo VI il 30 giugno del 1968, nonché numerosi riferimenti ai Concili più antichi e a documenti pontifici dei secoli passati. Il testo è articolato in tre parti: escatologia universale (con capitoli sul giudizio universale e sulla resurrezione dei morti); escatologia individuale (con capitoli sulla teologia della morte, sul paradiso e sull’inferno); escatologia intermedia, cioè sulla condizione dell’anima tra la morte e la resurrezione (e in questo ambito si trova la trattazione della dottrina del purgatorio).


Non mancano note interessanti e curiose.
Ad esempio viene ricordato che la credenza nella reincarnazione, che oggi è diffusa anche tra i fedeli cattolici per influenza delle religioni orientali, fu una caratteristica degli eretici catari del XIII secolo che non credevano al purgatorio e ritenevano che la purificazione delle anime bisognose si realizzasse in vite successive, sempre sulla terra. Il volume ripercorre poi rapidamente la vicenda di Giovanni XXII, il papa che nel corso del suo pontificato pronunciò delle omelie ai limiti dell’ortodossia – affermando che prima della fine del mondo le anime dei santi non vedono Dio faccia a faccia e i dannati non vanno all’inferno –, pentendosene poi alla fine della sua vita (questo momento di “confusione” dottrinaria fu risolto con la costituzione Benedictus Deus emanata nel 1336 dal succesore Benedetto XII).


Teologi e filosofi sull’aldilà
Da ultimo le edizioni San Paolo hanno mandato in libreria il volumetto Aldilà & dintorni. Dieci dialoghi sulle “cose ultime” (Milano, pp. 108, euro 8,26). Ne è autore il giornalista Roberto Righetto, responsabile delle pagine culturali del quotidiano della Cei Avvenire. Il volume ospita dieci interviste sul tema dei Novissimi a teologi come Giacomo Canobbio, Giovanni Ancona, Gianni Colzani e Luigi Sartori; filosofi come Sergio Givone (perentorio il suo «non toglietemi il purgatorio»), Umberto Regina e Vittorio Possenti; studiosi come Maurizio Maggi, Moreno Fiori ed Eugenio Corsini.


Questi colloqui sono preceduti da una precisa introduzione al tema in cui Righetto riporta, tra l’altro, le originali ipotesi teologiche lanciate dal cardinale Giacomo Biffi su quello che succede dopo la morte: «Quando gli occhi si chiudono, gli occhi si aprono e si vede se si è vicini o lontani da Cristo. Questo è il giudizio: ed è un giudizio immediato». Riguardo poi al giudizio universale, sono sempre le parole del cardinale Biffi riportate nel volume, «potrebbe essere un falso problema, nel senso che, se è vero che al di là del tempo non c’è il tempo, non è molto importante distinguere il giudizio particolare e il giudizio universale come se fossero temporalmente separati. Cioè, ambedue sono costituiti nell’unico istante che è quello dell’eternità».

In appendice al volume Righetto riporta opportunamente le tre catechesi sull’escatologia pronunciate da papa Giovanni Paolo II nel corso delle tre udienze generali del mercoledì, il 21 luglio, 28 luglio e 4 agosto 1999. Una curiosità. Nella seconda di queste lezioni, papa Wojtyla pronunciò una frase che a qualcuno sembrò echeggiare l’ipotesi balthasariana di un inferno vuoto. Questa: «La dannazione rimane una reale possibilità, ma non ci è dato di conoscere, senza speciale rivelazione divina, se (il corsivo è nostro, ndr) e quali esseri umani vi siano effettivamente coinvolti». In verità il papa non disse affatto che l'inferno è vuoto, la frase è chiara "la dannazione rimane una reale possibilità", come a dire che questa non è affatto messa in discussione, ciò che preme al papa è di sottolineare che non è dato nè alla Chiesa nè a noi comuni mortali "se e quali esseri umani vi siano realmente coinvolti".
Non è una negazione dell'inferno, al contrario, è una conferma fortemente magistrale. Quel "se" infatti, non riguarda il dubbio sull'inferno, ma "quali esseri umani vi siano realmente coinvolti".

Il limbo è finito nel limbo


Il rinato interesse per i Novissimi illustrato in queste pagine non riguarda il limbo, il luogo ai margini (limbus) del paradiso in cui, secondo una ipotesi teologica, verrebbero accolti i bambini morti prima di aver ricevuto il battesimo.
L’ipotesi, nata per conciliare da una parte la necessità del battesimo per la salvezza, dall’altra la misericordia divina nei confronti di bambini morti senza aver commesso alcun peccato personale, è sparita dal dibattito teologico attuale. Ma non del tutto. Almeno negli Stati Uniti infatti il limbo è ancora oggi oggetto di interesse.
La rivista conservatrice Laywitness (marzo/aprile 2002), bollettino dei Catholics united for the faith, ha pubblicato quattro pagine sul concetto del limbo affermando che «rimane una rispettabile opinione teologica che può essere fatta propria dai fedeli». Non è dello stesso parere il settimanale America (18 marzo), dei gesuiti statunitensi, che ne afferma l’inadeguatezza. Mentre un altro settimanale, l’Our Sunday Visitor (31 marzo), ricorda che l’idea del limbo non è mai entrata nell’insegnamento ufficiale della Chiesa e che neanche il Catechismo della Chiesa cattolica ne fa cenno, quando al n. 1261, afferma: «Quanto ai bambini morti senza il battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro. Infatti la grande misericordia di Dio […] e la tenerezza di Gesù verso i bambini […] ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza il battesimo. Tanto più pressante è perciò l’invito della Chiesa a non impedire che i bambini vengano a Cristo mediante il dono del santo battesimo».

[SM=g1740758]

[Edited by Caterina63 8/26/2012 11:34 AM]
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[SM=g1740733] SUOR VIRGINIA STEFANINI E L’APPARIZIONE DI UN’ANIMA DAL PURGATORIO

Pontifex.RomaPresso la Casa generalizia delle Suore Ministre degli Infermi, in Lucca, si conserva un documento che narra le apparizioni di una religiosa defunta alla consorella suor Virginia Stefanini.
Riassumo tale interessante documento che fu redatto nel 1889 dalla stessa madre generale della congregazione sotto il controllo del padre confessore e in parte lo riproduco.
Una delle nostre sorelle era da parecchi giorni a letto per una indisposizione, quando la sera del 5 maggio dell’anno 1889, circa le ore dieci vide entrare nella sua cella una suora velata professa e di bassa statura. Credendo che fosse la superiora venuta per la benedizione, le disse: “Come va che è sempre alzata a quest’ora?”. La creduta superiora non rispose, e con mossa rapida, i meno che non si dica, si avvicina al letto, le si getta al collo e la stringe così fortemente che la poverina si sentiva soffocare. Faceva ogni sforzo per liberarsi, ma non le riusciva. Gridava, chiamava, ma nessuno la udiva. ...

... Finalmente fu lasciata libera; ma la sconosciuta era rimasta li ferma a poca distanza e guardava l’ammalata. Costei, in preda a spavento , si voltò dalla parte opposta. Allora sentì darsi forti scosse, e non vide altro. La sera dopo, circa la medesima ora, la ammalata sentì gravarsi da forte peso alle gambe, e tirare con forza le coperte, mas essa fece resistenza. Poco dopo tutto era finito. Passate alcune sere era ancora a letto e voltata di fianco per addormentarsi, quando, senza veder nessuno si sentì nuovamente abbracciare al collo e stringere forte da due mani ghiacciate. Spaventata, chiamava la sorella che le era vicina di letto, ma non ricevendo risposta, si sforzava di togliersi da quel penoso impaccio. Quell’essere incognito, lasciando di stringerle il collo, le prese le mani e con le sue ghiacciate gliele teneva giunte in atto di preghiera.
Svincolatasi, e alzando un braccio quasi per difendersi, le venne preso con una mano (almeno così credette) un piede dall’incognita persona, che però abbandonò all’istante. Un minuto appresso tutto era sparito. La povera sorella, per il grande spavento, appena poté prender sonno. La superiora, alla quale era già noto lo accaduto delle sere precedenti, non sapeva che pensarne, tanto più che ben conosceva il carattere coraggioso di suor Virginia e la poca o nessuna vivacità della fantasia di lei. Cominciò a pensare che ci fosse della realtà. Potrebbe essere, disse fra sé, qualche anima purgante bisognosa di preghiere? Tornata dalla sorella la quale cominciava già a riaversi dall’indisposizione, le disse che se si fosse verificato qualcosa di simile a quando le era già successo, comandasse in nome di Dio a quell’essere che la molestava di dire chi era e che cosa voleva. Passarono parecchie sere senza che nulla succedesse.

Il 17 maggio alle ore dieci di sera, la sorella stava per prendere sonno quando sentì picchiarsi leggermente sulle gambe e domandare con voce sommessa: “Che fa, dorme?”. Si voltò e vide come la prima sera, una suora professa, la quale si era posta in ginocchio accanto al suo letto tenendo il capo chino e il volto un po’ coperto dal velo, con le mani giunte e in silenzio. Animata da coraggio, disse: “In nome di Dio le comando di dirmi chi è e che cosa vuole da me”.
La sconosciuta rispose: “Chi sono non posso dirlo, ma sono un’anima del Purgatorio, e vengo da lei per raccomandarmi nelle sue orazioni poiché soffro tanto”. Alla domanda da quanto tempo si trovasse in Purgatorio e quanto tempo doveva rimanere, rispose: “Sono cinque anni e qualche cosa; e dovrò starvi fino al giorno dell’Assunta; sempre, sempre ho sofferto molto, ma ora le mie pene sono oltremodo terribili, e tali saranno finché dovrò rimanere laggiù… Tornerò altre volte a farmi vedere, non abbia paura, non riceverà alcun male”. Poi dicendo: preghi, preghi, disparve. La notte del 20 maggio, circa l’ora solita, la sorella sentì picchiarsi sulle gambe e dire con voce dolente: “Che fa, dorme?”. Seguì breve colloquio con richiesta di preghiere.

Altra apparizione il 23 maggio durane la quale la sorella domandò alla defunta se vano per accelerare l’ingresso al Paradiso o solo per mitigare le pene. “Servono per rendere meno terribili gli spasimi di quel carcere”. La superiora cominciò a dubitare che non si trattasse di un’anima del Purgatorio; temeva un’astuzia diabolica e impose alla suora di dire all’apparsa che se era veramente quella che diceva, si facesse il segno della croce e ripetesse con essa: Sia lodato Gesù e Maria. Alla nuova apparizione del giorno 25 suor Virginia eseguì l’incarico. Richiesta, l’apparsa fece subito il segno della croce e con senso di gioia pronunciò il saluto cristiano.
Poi riprese in tono di mestizia: “Ah si sono un’anima del Purgatorio; se non lo fossi non verrei certo a chiedere il soccorso di preghiere”. Tornata il 28, la veggente le gettò addosso uno spruzzo d’acqua benedetta; ed ella senza scomporsi si fece subito il segno di croce. Seguirono altre apparizioni nella quali l’anima chiedeva applicazioni di Comunioni in suo suffragio; dava informazioni, su richiesta, circa persone trapassate che erano in Purgatorio o in Cielo, parlava delle varie pene del Purgatorio, ringraziava la superiora dell’aiuto avuto; e una volta disse che aveva ottenuto il permesso di apparire per merito della sua particolare devozione a Maria Santissima. Nell’apparizione del 5 luglio prese un atteggiamento insolito: alzò il volto e le mani verso il Cielo.
Suor Virginia vide che aveva tutto il braccio destro e un poco del busto rivestito di bianco. Dubitando, le domandò se era sempre quella, ed ebbe risposta affermativa. Due giorni dopo, a richiesta della suora, l’apparsa spiegò che quel bianco significava la purificazione in atto della sua anima.

Il 14 luglio suor Virginia sentendo che quella povera anima ripeteva sempre di soffrire molto, le domandò se tutti i giorni non sentisse qualche sollievo per i suffragi, come avrebbe dovuto. “Si, ripose, lo ricevo quando il Signore si degna assegnarmelo, e allora certo soffro assai meno; ma qualche volta l’assegna alle anime più abbandonate”. Il 19 e il 22 luglio apparve con panneggiamento bianco più esteso. A nome della superiora, la veggente domandò cos’è che dispiace tanto al Signore nelle religiose. Rispose: “La gelosia e l’invidia…”.

Il 25 luglio, giorno in cui la comunità faceva la festa del S. Cuore, suor Virginia invitò l’apparsa a scendere con loro in coro, assicurando che le suore avrebbero fatto suffragi. Promise. Il 28 luglio, a richiesta della veggente essa rispose: “Io venni in coro e mi ritornai tutto il tempo delle due Messe; vi ritornai le due volte che la comunità recitava i sette salmi penitenziali, ed anche l’ufficio dei morti, e in quel tempo pregavo per la comunità; il posto che avevo preso era fra lei e suor Diomira”. Aggiunse ancora  che in quel giorno aveva sofferto pochissimo.
La suora disse ancora alla sua visitatrice:” Quando lei sarà in Paradiso, la Madre ha intenzione di manifestare ogni cosa alla Comunità, ma teme che molte sorelle non vi prestino fede, o mettano in dubbio la sua apparizione e così non ricavino alcun vantaggio; perciò desidererebbe che desse qualche segno…”. “Io non posso dare alcun segno perché il Signore non me lo permette, e solo posso dire il mio nome. Se le sorelle non vorranno credere, peggio per loro, perché in Purgatorio conosceranno troppo tardi la verità”. Nelle successive tre apparizioni in candore dell’abbigliamento appariva gradualmente sempre più esteso.

L’11 agosto la sorella ebbe la consolazione di incrociare i suoi occhi con quelli dell’apparsa e contemplare il di lei volto, il quale – disse – sembrava di bianchissima cera, animato Da soave mestizia. Ad eccezione del fondo della veste, era tutta bianca, e solo la croce rossa brillava sulla bianca mantellina. L’anima disse poi: “Quando andrò in Paradiso mi rivedrà, e se vorrà potrà dirmi ancora qualche cosa, ma a me non sarà più permesso di risponderle. La ringrazio tanto di tutto quanto ha fatto per me, e sia certa che sempre la raccomanderò al Signore affinché nemmeno le faccia toccare il Purgatorio”.

Disse finalmente il suo nome: “Sono suor Maria Liduina”. Nella notte fra il 14 e il 15 agosto, suor Virginia vide illuminata tutta la sua stanza, e in questa luce tre persone vestite di bianco, con corone bellissime in testa. Quella delle tre che stava in mezzo portava la croce rossa sopra la bianca veste. Essa le fece un cenno come per salutarla, e fu riconosciuta dalla veggente per quella che da tanto tempo era venuta a chiederle preghiere. Le altre due non le conosceva affatto. Forse erano angeli che accompagnavano quella felicissima anima alla gloria del Paradiso.
Suor Virginia Stefanini, come lasciò scritto la medesima madre generale che estese il documento-testimonianza, era una religiosa ineccepibile sotto ogni riguardo, spiritualmente ben formata, di rettitudine morale a tutta prova, amante della regola e della vita religiosa, aliena come temperamento e come convinzione da ogni fantasticheria o mania visionaria. Suor Virginia morì in concetto di santità il 19 aprile 1925.

Don Marcello Stanzione (Ha scritto e pubblicato clicca qui)

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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10/19/2012 12:15 AM
 
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TEMA 16. Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna

Questa verità afferma la pienezza della vita immortale alla quale è destinato l’uomo. Ci ricorda la dignità della persona, e in particolare del suo corpo.

1. La risurrezione della carne

La Chiesa ha avuto molte occasioni per proclamare la sua fede nella risurrezione di tutti i morti alla fine dei tempi. Si tratta in qualche modo della “estensione” della Risurrezione di Cristo, «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 29) a tutti gli uomini, vivi e morti, giusti e peccatori, che avrà luogo quando Egli verrà alla fine dei tempi. Con la morte l’anima si separa dal corpo; con la risurrezione corpo e anima si ricongiungono, e per sempre (cfr. Catechismo, 997). Il dogma della risurrezione dei morti, mentre parla della pienezza della immortalità alla quale è destinato l’uomo, ci ricorda la sua grande dignità, anche del suo corpo. Ci parla della bontà del mondo, del corpo, del valore della storia vissuta giorno dopo giorno, della vocazione eterna della materia. Per questo, contro gli gnostici del II secolo, si è parlato della risurrezione della carne, vale a dire della vita dell’uomo nel suo aspetto più materiale, temporale, mutevole e apparentemente caduco.

San Tommaso d’Aquino pensa che la dottrina sulla risurrezione è naturale in ciò che riguarda la causa finale (perché l’anima è fatta per stare unita al corpo, e viceversa), però è soprannaturale in ciò che riguarda la causa efficiente (che è Dio)[1].

Il corpo risuscitato sarà reale e materiale; però non terreno, né mortale. San Paolo si oppone all’idea di una risurrezione come trasformazione che avviene all’interno della storia umana, e parla del corpo risuscitato come “glorioso” (cfr. Fil 3, 21) e “spirituale” (cfr. 1 Cor 15, 44). La risurrezione dell’uomo, come quella di Cristo, avverrà, per tutti, dopo essere morti.

La Chiesa non promette agli uomini, in nome della fede cristiana, una vita di successo su questa terra; non ci sarà un mondo utopico, perché la nostra vita terrena sarà sempre segnata dalla Croce. Allo stesso tempo, avendo ricevuto il Battesimo e l’Eucaristia, il processo della risurrezione è già cominciato in qualche modo (cfr. Catechismo, 1000). Secondo San Tommaso, nella risurrezione l’anima informerà il corpo così profondamente che in esso saranno riflesse le sue qualità morali e spirituali[2]. In questo senso la risurrezione finale, che avrà luogo con la venuta di Gesù Cristo nella gloria, renderà possibile il giudizio definitivo dei vivi e dei morti.

Riguardo alla dottrina della risurrezione, si possono aggiungere quattro riflessioni:

- la dottrina della risurrezione finale esclude le teorie della reincarnazione, secondo le quali l’anima umana, dopo la morte, emigra verso un altro corpo, ripetute volte se occorre, fino a rimanere definitivamente purificata. A tal riguardo il Concilio Vaticano II ha parlato de «l’unico corso della nostra vita»[3], perché «è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta» (Eb 9, 27);

- una manifestazione chiara della fede della Chiesa nella risurrezione dei corpi è la venerazione delle reliquie dei Santi;

- anche se la cremazione delle salme non è illecita, a meno che non sia fatta per motivi contrari alla fede (CIC, 1176), la Chiesa consiglia vivamente di conservare la pietosa consuetudine di seppellire i morti. Infatti, «i corpi dei defunti devono essere trattati con rispetto e carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale; rende onore ai figli di Dio, tempi dello Spirito Santo» (Catechismo, 2300);

- la risurrezione dei morti concorda con quello che la Sacra Scrittura chiama la venuta dei «nuovi cieli e una terra nuova» (Catechismo, 1042; 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1). Non solo l’uomo raggiungerà la gloria, ma l’intero universo, in cui l’uomo vive e agisce, sarà trasformato. «La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità – leggiamo nella Lumen Gentium (n. 48) –, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, “quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose” (At 3, 21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo». Certamente ci sarà una certa continuità tra questo mondo e il mondo nuovo, ma anche una grande discontinuità. L’attesa della definitiva instaurazione del Regno di Cristo non deve indebolire, bensì ravvivare per la virtù teologale della speranza, l’impegno per promuovere il progresso di   questo mondo (cfr. Catechismo, 1049).

 

2. Il senso cristiano della morte

L’enigma della morte dell’uomo si comprende soltanto alla luce della risurrezione di Cristo. Infatti la morte, la perdita della vita umana, si presenta come il male più grande nell’ordine naturale, proprio perché è qualcosa di definitivo, che sarà superato in modo completo solo quando Dio risusciterà gli uomini in Cristo.

Per un certo verso, la morte è naturale nel senso che l’anima si può separare dal corpo. Da questo punto di vista la morte segna il termine del pellegrinaggio terreno. Dopo la morte l’uomo non può più meritare o demeritare. «Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva»[4]. Non avrà più la possibilità di pentirsi. Subito dopo la morte andrà in paradiso, all’inferno o in purgatorio. Per questo, c’è ciò che la Chiesa chiama il giudizio particolare (cfr. Catechismo, 1021-1022). Il fatto che la morte segna il termine del suo periodo di prova serve all’uomo per indirizzare la propria vita, per utilizzare bene il tempo e gli altri talenti, per comportarsi con rettitudine, per spendersi nel servizio agli altri.

La Scrittura insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato originale (cfr. Gn 3, 17-19; Sap 1, 13-14; 2, 23-24; Rm 5, 12; 6, 23; Gc 1, 15; Catechismo, 1007). Pertanto dev’essere considerata come un castigo: l’uomo che voleva vivere facendo a meno di Dio, deve accettare il dolore della rottura con la società e con se stesso come frutto del suo allontanamento. Tuttavia Cristo «assunse [la morte] in un atto di totale e libera sottomissione alla Volontà del Padre suo» (Catechismo, 1009). Con la sua obbedienza vinse la morte e ottenne la risurrezione per l’umanità. Per chi vive in Cristo grazie al battesimo, la morte continua ad essere dolorosa e ripugnante, però non è più una conseguenza del peccato, ma una preziosa possibilità di essere corredentori con Cristo, mediante la mortificazione e la donazione agli altri. «Se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui» (2 Tm 2, 11). Per questa ragione, «grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo» (Catechismo, 1010).

 

3. La vita eterna nella comunione intima con Dio

Nel creare e redimere l’uomo, Dio lo ha destinato all’eterna comunione con Lui, a quella che san Giovanni chiama la “vita eterna” o a quello che si suole chiamare “il paradiso”. Così Gesù comunica ai suoi la promessa del Padre: «Bene, servo buono e fedele […], sei stato fedele nel poco […], prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25, 21). La vita eterna non è «un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia»[5].

La vita eterna è ciò che dà un senso alla vita umana, all’impegno etico, alla donazione generosa, al servizio abnegato, allo sforzo per comunicare la dottrina e l’amore di Cristo a tutte le anime. La speranza cristiana nel cielo non è individualistica, ma si riferisce a tutti[6]. In base a questa promessa il cristiano può essere fermamente convinto che “vale la pena” vivere pienamente la vita cristiana. «Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva» (Catechismo, 1024); così ne parla sant’Agostino nelle Confessioni: «Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te»[7]. La vita eterna, in definitiva, è l’oggetto principale della speranza cristiana.

«Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come Egli è” (1 Gv 3, 2), “faccia a faccia” (1 Cor 13, 12)» (Catechismo, 1023). La teologia ha denominato questo stato “visione beatifica”. «A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando Egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità» (Catechismo, 1028). Il paradiso è la massima espressione della grazia divina.

D’altra parte il paradiso non consiste in una pura, astratta e immobile contemplazione della Trinità. In Dio l’uomo potrà contemplare tutte le cose che in qualche modo si riferiscono alla sua vita, godendo di esse, e in particolare potrà amare quelli che ha amato nel mondo con un amore puro e perpetuo. «Non dimenticatelo mai: dopo la morte vi accoglierà l’Amore. E nell’amore di Dio ritroverete tutti gli amori limpidi che avete avuto sulla terra»[8]. Il godimento del paradiso raggiunge il culmine pieno con la risurrezione dei morti. Secondo sant’Agostino, la vita eterna consiste in un riposo eterno e in una deliziosa e suprema attività[9].

Che il paradiso duri eternamente non vuol dire che là l’uomo non è più libero. Nel cielo l’uomo non pecca, non può peccare, perché, vedendo Dio faccia a faccia, vedendolo fra l’altro come sorgente viva di tutta la bontà creata, in realtà non vuole peccare. Liberamente e filialmente, l’uomo salvato resterà in comunione con Dio per sempre. Con ciò, la sua libertà ha raggiunto la sua piena realizzazione.

La vita eterna è il frutto definitivo della donazione divina all’uomo. Per questo ha qualcosa di infinito. Tuttavia la grazia divina non elimina la natura umana, né nel suo essere né nelle sue facoltà, né la sua personalità, né quello che ha meritato durante la vita. Per questo c’è distinzione e diversità fra quelli che godono della visione di Dio, non in quanto all’oggetto, che è Dio stesso, contemplato senza intermediari, ma in quanto alla qualità del soggetto: «chi ha più carità partecipa di più della luce della gloria, e più perfettamente vedrà Dio e sarà felice»[10].

 

4. L’inferno come rifiuto definitivo di Dio

Molte volte la Sacra Scrittura dice che gli uomini che non si pentono dei loro peccati perderanno il premio eterno della comunione con Dio, e finiranno invece nella dannazione eterna. «Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (Catechismo, 1033). Questo non vuol dire che Dio abbia predestinato alcuni alla condanna eterna; è l’uomo stesso che, cercando il suo fine ultimo al di fuori di Dio e della sua volontà, costruisce per sé un mondo a parte nel quale non può entrare la luce e l’amore di Dio. L’inferno è un mistero, il mistero dell’Amore respinto, e sta anche a indicare quale sia il potere distruttore della libertà umana quando si allontana da Dio[11].

È tradizionale distinguere, per ciò che riguarda l’inferno, tra la “pena di danno”, la più fondamentale e dolorosa, che consiste nella separazione perpetua da Dio, sempre anelato dal cuore dell’uomo, e la “pena dei sensi”, alla quale si allude spesso nei Vangeli con l’immagine del fuoco eterno.

La dottrina sull’inferno è presentata nel Nuovo Testamento come un richiamo alla responsabilità nell’uso dei doni e dei talenti ricevuti, e alla conversione. La sua esistenza fa intravedere all’uomo la gravità del peccato mortale, e la necessità di evitarlo con tutti i mezzi, sopratutto, com’è logico, mediante la preghiera fiduciosa e umile. La possibilità della condanna richiama ai cristiani la necessità di vivere una vita interamente apostolica.

Indubbiamente l’esistenza dell’inferno è un mistero: il mistero della giustizia di Dio nei confronti di quelli che si chiudono al suo perdono misericordioso. Alcuni autori hanno pensato alla possibilità dell’annichilimento del peccatore impenitente al momento della morte. Questa teoria è difficile da conciliare con il fatto che Dio ha dato per amore l’esistenza – spirituale e immortale – a ogni uomo[12].

 

5. La purificazione necessaria per l’incontro con Dio

«Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo» (Catechismo, 1030). Si può pensare che molti uomini, pur non avendo vissuto una vita santa sulla terra, non si siano neppure chiusi definitivamente nel peccato. La possibilità, dopo la morte, di essere mondati dalle impurità e dalle imperfezioni di una vita più o meno vissuta male si presenta allora come ulteriore manifestazione della bontà di Dio, come la necessaria preparazione per entrare in intima comunione con la santità di Dio. «Il purgatorio è una misericordia di Dio, per purificare i difetti di quanti vogliono identificarsi con Lui»[13].

Anche l’Antico Testamento parla della purificazione ultraterrena (cfr. 2 Mac 12, 40-45). Nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 3, 10-15) san Paolo presenta la purificazione cristiana, in questa vita e in quella futura, attraverso l’immagine del fuoco; un fuoco che in qualche modo emana da Gesù Cristo, Salvatore, Giudice e Fondamento della vita cristiana[14]. Anche se la dottrina del purgatorio non è stata definita formalmente fino all’Età Media[15], l’antichissima e unanime pratica di offrire suffragi per i defunti, specialmente mediante il Sacrificio eucaristico, è un chiaro indizio della fede della Chiesa nella purificazione ultraterrena. Infatti non avrebbe senso pregare per i defunti se si trovassero o salvati nel cielo o condannati nell’inferno. La maggioranza dei protestanti nega l’esistenza del purgatorio, perché la ritengono frutto di una fiducia eccessiva nelle opere umane e nella capacità della Chiesa di intercedere per quelli che hanno lasciato questo mondo.

Più che un luogo, il purgatorio deve essere considerato uno stato di temporanea e dolorosa lontananza da Dio, nel quale si perdonano i peccati veniali, si purifica l’inclinazione al male che il peccato lascia nell’anima e si soddisfa  la “pena temporale” dovuta al peccato. Il peccato non solo offende Dio e danneggia lo stesso peccatore, ma, mediante la comunione dei santi, danneggia la Chiesa, il mondo, l’umanità. La preghiera della Chiesa per i defunti ristabilisce in qualche modo l’ordine e la giustizia: soprattutto per mezzo della Santa Messa, delle elemosine, delle indulgenze e delle opere di penitenza (cfr. Catechismo, 1032).

I teologi insegnano che nel purgatorio si soffre molto, a seconda della situazione di ciascuno. Tuttavia si tratta di un dolore che ha un significato, di «un dolore beato»[16]. Per questo i cristiani sono invitati a cercare la purificazione dei peccati nella vita presente mediante la contrizione, la mortificazione, la riparazione e la vita santa.

 

6. I bambini che muoiono senza il Battesimo

La Chiesa affida alla misericordia di Dio i bambini morti senza aver ricevuto il Battesimo. C’è motivo di pensare che Dio in qualche modo li accoglie, sia per il grande affetto dimostrato da Gesù verso i bambini (cfr. Mc 10, 14), sia perché ha inviato suo Figlio col desiderio che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2, 4). Allo stesso tempo, il fatto di confidare nella misericordia di Dio non è una ragione sufficiente per rinviare l’amministrazione del Sacramento del Battesimo ai bambini appena nati (CIC 867), che conferisce una particolare configurazione con Cristo: «significa e opera la morte al peccato e l’ingresso nella vita della Santissima Trinità attraverso la configurazione al Mistero pasquale di Cristo» (Catechismo, 1239).
 

Paul O’Callaghan

 

 
Bibliografia di base

Catechismo della Chiesa Cattolica, 988-1050.

 
Letture raccomandate

Giovanni Paolo II, Catechesi sul Credo: Credo nella vita eterna, Udienze generali dal 26-V-1999 al 4-VIII-1999, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXII, 1 e 2, Libreria Editrice Vaticana.

Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 30-XI-2007.

San Josemaría, Omelia La speranza del cristiano, Amici di Dio, 205-221.


------------------------------------------------ 
   [1]    Cfr. San Tommaso, Summa contra gentiles, IV, 81.

   [2]    Cfr. San Tommaso, Summa Theologiae, III. Suppl., qq. 78-86.

   [3]    Concilio Vaticano II, Cost. Lumen Gentium, 48.

   [4]    Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 30-XI-2007, 45.

   [5]    Ibidem, 12.

   [6]    Cfr. Ibidem, 13-15, 28, 48.

   [7]    Sant’Agostino, Confessioni, 1, 1, 1.

   [8]    San Josemaría, Amici di Dio, 221.

   [9]    Cfr. Sant’Agostino, Epistulae, 55, 9.

[10]    San Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 12, a. 6, c.

[11]    «Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva – questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell’intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno» (Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 45).

[12]    Cfr. Ibidem, 47.

[13]    San Josemaría, Solco, 889.

[14]    Infatti Benedetto XVI nella Spe salvi dice che «alcuni teologi recenti sono dell’avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore» (Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 47).

[15]    Cfr. DS 856, 1304.

[16]    Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 47.


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11/29/2012 2:20 PM
 
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Avendo appena terminato l'Anno Liturgico ricordando la Festa solenne di Cristo Re, approfondiamo per mezzo di sant'Alfonso Maria de Liguori, in cosa consisterà questo Giudizio!

Non si vuole terrorizzare nessuno, ma attenzione, dovremmo davvero essere spaventati all'idea di una eternità lontano da Dio, non possiamo tacere su ciò che ci aspetta, ci attende, quando Nostro Signore ne ha parlato lungamente nei Vangeli proprio per metterci in guardia....
Invitiamo tutti i Sacerdoti a riflettere seriamente sulle loro Omelie blande, ciarlatane e private della verità per paura di offendere, o di spaventare: quando le anime, perchè da voi ingannate, si troveranno davanti alla Verità e al Giudice supremo, e dannate a causa delle vostre prediche stolte, anche voi subirete la medesima sorte.... come ci rammenta il Signore per mezzo del Profeta Ezechiele 13,...

 [8]Pertanto dice il Signore Dio: Poiché voi avete detto il falso e avuto visioni bugiarde, eccomi dunque contro di voi, dice il Signore Dio. [9]La mia mano sarà sopra i profeti dalle false visioni e dai vaticini bugiardi; non avranno parte nell'assemblea del mio popolo, non saranno scritti nel libro d'Israele e non entreranno nel paese d'Israele: saprete che io sono il Signore Dio, [10]poiché ingannano il mio popolo dicendo: Pace! e la pace non c'è; mentre egli costruisce un muro, ecco essi lo intonacano di mota. [11]Dì a quegli intonacatori di mota: Cadrà! Scenderà una pioggia torrenziale, una grandine grossa, si scatenerà un uragano [12]ed ecco, il muro è abbattuto. Allora non vi sarà forse domandato: Dov'è la calcina con cui lo avevate intonacato? [13]Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; [14]demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore.
[15]Quando avrò sfogato l'ira contro il muro e contro coloro che lo intonacarono di mota, io vi dirò: Il muro non c'è più e neppure gli intonacatori

E ancora più esplicitamente in Ezechiele cap.3....

[16]Al termine di questi sette giorni mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele. [17]Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. [18]Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. [19]Ma se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato.
[20]Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l'iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l'avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te. [21]Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato».

Il Tempo della Misericordia del Signore, cominciato nella "pienezza del tempo" in cui Dio mandò il Suo Figlio, cesserà giunta la fine dei tempi quando Egli ritornerà in gloria e potenza, e allora inizierà il Giudizio Divino. Occultare queste verità agli uomini del nostro tempo, è un gravissimo peccato mortale. Molte anime rischiano di dannarsi, e si dannano, perchè si è nascosta la verità sulla sorte delle Anime.....
Non è dunque la Parola di Dio che può metterci paura o terrore, ma scoprire dopo, quando non non avremmo più il tempo per convertirci, che ciò che Egli ha detto è la verità e noi l'abbiamo calpestata.....

Perciò, cari Sacerdoti.... riscopriamo i NOVISSIMI e non abbiate timore a dire la verità ai fedeli..... soccorreteci col vostro Sacro Ministero, ammoniteci, è meglio un rimprovero oggi che una dannazione eterna....

Cliccando qui troverete gli scritti di sant'Alfonso Maria de Liguori sul Giudizio Universale e Particolare e sui riferimenti AL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.....

VI SUPPLICHIAMO!!! SALVATECI L'ANIMA DICENDOCI LA VERITA'.... le vostre opinioni personali non ci interessano.....

Fraternamente CaterinaLD

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7/2/2013 11:48 PM
 
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[SM=g1740758] LE FORZE MALIGNE COLLETTIVE

di P. Giovanni Cavalcoli, OP da RiscossaCristiana

 

 

tdDalle narrazioni della Sacra Scrittura, dalla storia dell’umanità, delle nazioni, degli imperi   e delle religioni, nonché dalla storia della santità e della perversione umana, considerando le azioni collettive più crudeli e disumane suscitate da ideologie aberranti, immorali, empie, antireligiose o sconsiderate, quelle che la Bibbia chiama “dottrine diaboliche”, lo scatenarsi irrazionale dell’odio di massa contro innocenti indifesi e calunniati, non è difficile indovinare, riconoscere o dedurre l’influsso non solo sugli individui ma anche su governi, capi religiosi o militari, movimenti politici, culturali o forze armate, di quel misterioso, potente e malvagio agente spirituale, a sua volta collettivo, che la tradizione cristiana, in base all’insegnamento biblico ed evangelico, chiama “diavolo”, “demonio” o “Satana”, il “maligno” per eccellenza.

Da notare è che, secondo la Bibbia, questo personaggio non è, come alcuni credono, un simbolo mitico del “male”, né tanto meno è il “male” inteso come sostanza - già S.Agostino, liberandosi dal dualismo manicheo, aveva ben compreso che il male non è una sostanza, ma un accidente contingente e precisamente un difetto o carenza o privazione di bene.

Invece, sempre secondo la Scrittura, il demonio è una vera e propria persona, simile a noi, con la differenza che è puro spirito, mentre la nostra natura comporta un’unione sostanziale di spirito e corpo.

Questo agente spirituale incorporeo, come è confermato dal Concilio Lateranense IV del 1215, è una creatura di Dio in sè stessa più nobile dell’uomo, ma in quanto irrevocabilmente ribelle a Dio per propria colpa, è animata da un odio implacabile sia nei confronti di Dio che dell’uomo.

Per questo Dio permette che per tutto il corso della storia[1] di questo mondo, questa personalità invisibile in sè stessa ma visibile negli effetti sensibili che lascia, soprattutto nell’uomo, dotata di una raffinata astuzia e capacità di inganno, tanto da essere chiamata da Cristo, “padre della menzogna”, insista caparbiamente, con parziale successo, ma con la prospettiva finale della sconfitta, nell’incitare singole persone ed intere collettività o formazioni umane al peccato, alla violenza, all’odio reciproco, ad ogni sorta di ingiustizia, discordia e sopraffazione, tanto da essere chiamata da Cristo anche “omicida sin da principio”.

Questa creatura, in seguito al peccato originale, sempre secondo la rivelazione biblica, ha acquistato per permissione divina come castigo di Adamo per il suo peccato, un forte potere in questo mondo, un potere oppressivo o di seduzione, per il quale l’uomo, anche il più santo, soffre per la presenza di questo essere malvagio, tentatore, fascinoso e corruttore. Il fatto che la coppia originaria si sia fidata del serpente diffidando di Dio, ha lasciato come traccia nel genere umano una maledetta tendenza a preferire a volte, sotto vari pretesti, Satana a Dio, a lasciarsi ingannare dal diavolo.

Per questo Cristo lo chiama anche “principe di questo mondo” e S.Paolo “spirito del mondo”, espressione curiosamente ripresa (inconsapevolmente?) da Hegel (Welgeist), ma in un senso che, secondo Hegel, dovrebbe essere positivo, benchè nella concezione hegeliana, come ho fatto notare in un mio recente articolo su questo sito (“L’apologia della morte in Hegel”), il riferimento sia proprio al demonio, che Hegel considera il simbolo mitico di quella “negatività”, che per il filosofo tedesco è la leva di quella “dialettica” che assicura il divenire storico e con ciò stesso il divenire di Dio identificato con la Storia.

Il modo di influire di Satana sugli uomini e sui popoli è molteplice e molto diversificato. L’immaginazione popolare, soprattutto iconografica, quando pensa al demonio o ai posseduti dal demonio, li vede come esseri orrendi e ripugnanti, brutti quanto si può, carichi di odio, con gli occhi strabuzzati o iniettati di sangue, agitati da una furia scatenata, in preda alla più crudele violenza, assetati di sangue, vomitanti le più orribili bestemmie ed urla infuocate.

Ora, tutto questo non è sbagliato, ma è ben lontano dal rappresentare compiutamente la condotta del demonio e dei “figli delle tenebre”, ossia dei popoli invasati, sedotti o comunque influenzati dal demonio, quella che Agostino chiama la “Città di Satana”. La possessione diabolica costituisce un fenomeno assai raro e di non facile diagnosi, certamente pauroso, curabile con l’esorcismo.

Questi fatti non recano danno se non al malcapitato, ma non vanno più in là; anzi a volte formano un argomento apologetico per renderci consapevoli dell’esistenza di Satana e quindi per correre ai ripari. Per questo Satana sa che non è con questo metodo che egli conquista le masse, ma ne ha ben altri, che vedremo sotto.

Questo aspetto dunque non è l’elemento più pericoloso ed insidioso dell’azione di Satana. Esso colpisce di più la fantasia popolare, che vede nel demonio più uno che spaventa o danneggia fisicamente che non il sottile e affascinante tentatore all’incredulità, all’odio ed all’eresia.

Invece, come avverte la Scrittura, spesso e volentieri, per indurci al peccato, soprattutto di empietà e di superbia, egli sa anche abilissimamente “mascherarsi da angelo della luce” e suggerire quindi idee e condotte apparentemente moderate, beneducate, gentili, controllate, politically correct, come si dice oggi, ma che nascondono l’odio, il tradimento, la diffidenza, la disobbedienza, l’invidia e la malvagità: “veleno d’aspide sotto le labbra”, come dice il Salmo.

Per questo Cristo chiama i servi del demonio col nome di “serpenti” e “razza di vipere”, per il loro insinuarsi ipocritamente nascosto, contorto, dolce ed apparentemente innocuo, ma in realtà pronto ad aggredire improvvisamente e proditoriamente per colpire senza pietà.

Già l’Antico Testamento vede negli dèi dei popoli pagani dei demòni ed Agostino riprende insistentemente questa idea. Forse essa non sarebbe molto gradita a certi dialoganti di oggi e soprattutto ai buonisti. Eppure essa mantiene la sua verità, anche se naturalmente oggi, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ci chiede un’attenzione ai valori delle altre religioni e delle culture non cattoliche, che un tempo non esisteva. Ma con questo il Concilio non ci autorizza assolutamente ad abbassare la guardia e ci obbliga ad avere quel saggio discernimento che sa distinguere gli spiriti, cogliere il buono e rifiutare il cattivo.

L’Antico Testamento vede nelle guerre condotte dai popoli pagani contro Israele una figura profetica della guerra ricorrente dei “figli di questo mondo” contro i “figli della luce”, ossia contro la Chiesa, della quale guerra parlerà il Vangelo ed un linguaggio simile si trova anche nella letteratura di Qumran, ed in altre correnti apocalittiche. Infatti nella stessa Apocalisse biblica, come è noto, è annunciato lo scontro finale tra le forze di Cristo capo della Chiesa dei santi e le forze del male capeggiate da Satana e dai suoi accoliti.

Tuttavia il nemico può essere anche all’interno della Chiesa, così come la Chiesa visibile può avere amici, aiuti e collaboratori nei “buoni samaritani”, ossia non-cattolici, apparentemente increduli, laicisti o atei, che si trovano al di fuori dei suoi confini visibili, ma che, per la loro buona fede, ignoranza invincibile, buona volontà ed onestà naturale possono benissimo appartenere inconsciamente alla Chiesa ed esser più santi di molti che vi appartengono visibilmente, ma come pesi morti, ossia non col cuore, ma solo col corpo.

Anzi oggi più che mai assistiamo a questo fenomeno a causa di un fraintendimento della pastorale missionaria del Concilio Vaticano II, per il quale, per la prima volta nella storia dei Concili, la Chiesa non si rivolge più soltanto ai cattolici o al massimo ai cristiani non-cattolici, ma a tutti gli uomini di buona volontà, ossia agli uomini in quanto tali, per cui non fonda quello che dice solo sulla base della dottrina cattolica, ma delle comuni convinzioni della ragione e della coscienza naturali, per proporre a tutti il Vangelo.

Con questo atteggiamento la Chiesa ha voluto rimediare a un certo difetto del periodo preconciliare,  nel quale c’era sì la giusta preoccupazione di aver ben chiari i confini dell’ortodossia e ci si curava di custodirli con zelo, precisione e coraggio, ma poi era scarsa l’attenzione e la comprensione degli aspetti validi delle altre religioni e delle culture diverse da quella della tradizione greco-romana. [SM=g1740721]

La Chiesa, attaccata radicalmente da questi nemici esterni ed aperti, si difendeva vigorosamente e validamente, colpo su colpo, con saggi avvertimenti, centrate condanne e sottili confutazioni. Ma, nel fervore della polemica, tendeva a non vedere o a minimizzare valori comuni di carattere umano, che potevano costituire una base di dialogo col quale ammodernare, ampliare ed arricchire l’edificio della cultura cattolica, avere più contatti con gli uomini del proprio tempo aiutandoli a risolvere i propri problemi, e proponendo a tutti, nelle loro lingue e culture, il messaggio di Cristo.

Il Vaticano II ha ovviato a questi difetti, ma purtroppo la sua apertura al mondo moderno ed agli uomini in quanto esseri razionali sono stati da molti fraintesi, come se la nuova Chiesa da costruire non avesse più quei confini dottrinali che erano stati fissati dalla tradizione e dal dogma, ma fosse diventata una specie di pappa molle, raccolta sincretistica ed incoerente di tutte le possibili opinioni del mondo moderno, accettate semplicemente per il fatto di essere moderne e condivise da personaggi in vista o famosi, eretici riabilitati, o comunque graditi alla grande massa della gente.

Ci si è dimenticati che la Chiesa è un organismo vivente, il quale, come tale, per vivere decentemente e in buona salute, deve fare due cose: conservare la propria identità e intrattenere relazioni con l’ambiente assumendo il buono e rifiutando il nocivo. Il criterio della distinzione proviene nel vivente dalla sua stessa vitalità interiore, essenziale e strutturale, supposta sana, la quale evidentemente va conservata, se no non si ha rinnovamento ma corruzione.

Qualcosa del genere si sarebbe dovuto fare per applicare veramente le direttive conciliari: conservare l’essenza o identità immutabile della Chiesa, ed in base a questa autocoscienza fare un’opera di discernimento nei confronti della modernità proponendo il positivo e confutando il negativo.

E’ stato ed è un atto di grande stoltezza quello dei modernisti di deridere e disprezzare l’atteggiamento conservatore o tradizionalista, quasi che esso sia di per sé sbagliato. Esistono invece nella Chiesa come in ogni circostanza della vita, anche la più banale, cose da conservare e cose da gettar via o da mutare.

Anche qui è importante il discernimento da farsi, nel nostro caso, sulla base degli elementi essenziali della Chiesa, che la Chiesa stessa si è sempre premurata di definire, compreso il Vaticano II. Il vero rinnovamento o il vero progresso non sono una rivoluzione che cancella tutto per tutto rifare come farebbe un cuoco che ha bruciato una vivanda. Ragionare in questo modo vuol dire dar prova di un’enorme, colpevole superficialità o immaturità intellettuale. Vero rinnovamento e vero progresso invece  sono rinnovare e far progredire ciò che va conservato. Progresso e tradizione, riforma e fedeltà sono valori inscindibili nella vita della Chiesa come in ogni altra forma di vita umana.

Invece oggi la Chiesa si presenta, bene che vada, come una specie di caotico e confusionario mercato delle pulci, dove troviamo tutto e il contrario di tutto, sicchè non c’è da sorprendersi se il mondo non si converte perchè gli presentiamo un volto della Chiesa che, come disse drammaticamente Paolo VI, demolisce sè stessa, con un doppio magistero, quello dei vescovi e quello dei teologi in contrasto e in competizione tra di loro, quando dovrebbero essere i vescovi a guidare e a correggere i teologi, sicchè il comune onesto uomo della strada o una persona che ha la testa sul collo o ha un po’ di buon senso è portato a dirci: mettetevi d’accordo su cosa siete e prenderemo in esame la proposta cristiana. Oppure viceversa tende a diffondersi un’immagine modernista della Chiesa che non corrisponde a quella veramente voluta da Cristo.

Occorre ritrovare o meglio raggiungere l’equilibrio. Senza sconfessare le conquiste del Vaticano II e proprio per dare ad esse un fondamento ed una credibilità, è necessario ritrovare i criteri immutabili, dogmatici del volto della Chiesa, già ben noti nella tradizione e sulla loro base aggiungere gli sviluppi e le esplicitazioni del Vaticano II, superando l’apparenza di “rottura” che questi possono dare nei confronti del passato. Solo così la Chiesa mostrerà di essere un vero organismo vivente, il Corpo di Cristo così come Cristo lo ha voluto per la salvezza del mondo.

 

 


[1] Come è ricordato dallo stesso Concilio Vaticano II.



[SM=g1740733]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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IL PURGATORIO: realtà e non “favola”


L’esistenza del Purgatorio non è una invenzione della Chiesa medioevale, tanto che subito la Dottrina Cattolica l’ha affermata a chiare lettere, fin dai primi secoli. E le pene del Purgatorio non sono affatto una sciocchezza, una sorta cioè di scappellotto per rimproverare di qualche innocua marachella. Anzi, sono tutt’altro che leggere…


di Corrado Gnerre


Un giorno un frate chiese a Padre Pio di applicare la celebrazione della S.Messa a suffragio dell’anima di suo padre, morto trent’anni prima. Padre Pio disse che lo avrebbe fatto nella Messa del giorno dopo. La mattina seguente, dopo la celebrazione, Padre Pio disse a quel frate: «Gioisci. Oggi il tuo papà è entrato in Paradiso!». Ma quel frate, invece di gioire, ri rattristò e disse: «Ma Padre, il mio papà è morto già da trent’anni». Al che Padre Pio esclamò: «Dinanzi a Dio tutto si paga».


«Dinanzi a Dio tutto si paga»: sta qui la ragione del Purgatorio. A chi dubitasse, a chi ne minimizzasse l'esistenza e si facesse venire mille perplessità in merito, basterebbe ricordare che Dio è l'Essere nella sua pienezza, cioè nella sua massima perfezione e che dun­que in Dio ci sono tutte le virtù al grado massimo, per cui è giusto e doveroso affermare che Dio è massimamente amore, ma è al­trettanto giusto e doveroso affermare che Dio è massimamente giusto. Quando si parla dell'infinita misericordia divina, s'intende che non v'è né gravita, né numero di peccati dinanzi ai quali la miseri­cordia di Dio sia impotente (guai a pensarlo, si peccherebbe contro lo Spirito Santo!) e che Dio stesso è disposto ad accogliere il nostro pentimento fino all'ultimo istante della nostra vita. Ciò però non vuoi dire che i peccati di cui l'anima si è macchiata in vita non debbano essere totalmente purificati, tutt'altro: tutto si dovrà scontare, in vita ac­cettando con pazienza le numerose prove che la Provvidenza permette, oppure, qualora non bastasse la vita, col Purgatorio. È talmente vero e giusto tutto questo che la dottrina cat­tolica arriva ad affermare che finanche coloro i quali vengano canonizzati (i Santi) possono avere avuto la necessità di una, seppur bre­vissima, purificazione in Purgatorio.


Qualcuno potrebbe obiettare: ma c'è la famosa parabola degli operai della vigna (Mt. 20, 1-16), che vengono retribuiti allo stesso modo indipendentemente dal fatto che i primi avessero iniziato a lavorare dalla mat­tina, i secondi dal mezzogiorno e i terzi ad­dirittura dalle cinque del pomeriggio. È vero, ma attenzione: quella parabola si riferisce all'infinita misericordia di Dio che è disposto come abbiamo già detto - ad accogliere il sentimento anche alla fine della vita, perché Dio vuole tutti salvi. Non riguarda però la purificazione, di cui invece Gesù parla al capitolo 5 del Vangelo di Matteo (vv. 25-26), allor­quando dice: «Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario, perché l'avversa­rio non ti conse­gni al giudice e il giudice alla guardia e tu ven­ga gettato in pri­gione. In verità ti dico: non usci­rai di là finché tu non abbia pa­gato fino all'ul­timo spicciolo». Detto que­sto, ci sono due cose "ur­genti" da precisare in merito al Purgatorio. La prima è che la sua esistenza non è un'in­venzione della Chiesa medioevale; la seconda è che le pene del Purgatorio non sono affatto una sciocchezza, una sorta cioè di scappellotto per rimproverare per qualche innocua marachella.


Le confessioni protestanti (che non credono nel Purgatorio) hanno sempre affermato che l'esistenza di un luogo ultraterreno di purifi­cazione sia stata un'invenzione della Chiesa medioevale e che invece i primi cristiani non avessero nessuna fede in merito. Certa sto­riografia moderna fa da eco a questa men­zogna. C'è finanche un celebre libro di Jacques Le Goff, che non a caso s'intitola La nascita del Purgatorio. Ma la dottrina cattolica ha, in realtà, subito affermato l'esistenza del Purgatorio. È del II secolo una famosa iscrizione tombale, quella di Abercio, forse Vescovo di lerapoli, in Asia Minore. Fu proprio lui a comporre, prima di morire, il suo epitaffio, che dice: «Queste cose dettai direttamente io, Abercio, quando avevo precisamente settantadue anni di età. Vedendole e comprendendole, preghi per Abercio».


Dunque, Abercio invita colui che si trovi sulla sua tomba a pregare per lui. Il che vuoi dire che Abercio (II secolo!) è convinto dell'esistenza del Pur­gatorio. Tertulliano (155-222) nel De Corona scrive: «Nel giorno anniversario facciamo preghiere per i defunti». Le uniche ani­me, che hanno bisogno di preghiere, sono quelle del Purgatorio. Sempre Tertulliano scrive nel De mo­nogamia: «La moglie soprav­vissuta al marito offre preghiere per la gioia di suo marito nei giorni anniversari della sua morte». Sant'Agostino nel De fide, spe et cantate scrive: «Non si può negare che le anime dei defunti possono essere aiutate dalla pietà dei loro cari ancora in vita, quando è offerto per loro il sacrificio del Mediatore [la S. Messa]; oppure mediante elemosine». E sant'Agostino è vissuto tra il IV e il V secolo! Sant'Efrem di Siro (306-373) scrive nel suo Testamentum: «Nel trigesimo della mia morte ricordatevi di me, fratelli, nella preghiera. I morti infatti ricevono aiuto dalla preghiera fatta dai vivi».


COME LE FIAMME DELL'INFERNO


Veniamo all'altra precisazione "urgente": le pene del Purgatorio non sono uno scherzo. Potrebbe innescarsi questa tentazione so­prattutto tra i pigri: «Non aspiro a cose grandi, so che per me sarà difficile andare direttamente in Paradiso, mi accontento del Purgatorio». È un mirare al ribasso che si traduce però in catastrofe. Se si mira al Paradiso, c'è speranza di andare in Purgatorio, ma se si mira al Purgatorio si rischia seriamente. Come avviene per gli scolari: se si mira all'otto, c'è la speranza di arrivare alla sufficienza, ma se si mira direttamente alla sufficienza, il rischio bocciatura è tutt'altro che ipotetico.


E le pene del Purgatorio sono tutt'altro che leggere. Sono due: del danno, alle anime viene ritardata la visione di Dio; e del senso, le anime sono punite con il "fuoco" corporeo.


Dice sant'Agostino: «Colui che invecchiò nel peccato, impiegherà maggior tempo ad attraversare quel fiume di fuoco e, nella misura della sua colpa, la fiamma accrescerà il castigo». E proprio l'autore delle Confessioni, insieme ad un altro grande teologo e santo, sant'Alfonso Maria de Liguori, afferma che il fuoco che brucia i dannati all'inferno è lo stesso che purifica gli eletti nel Purgatorio: l'unica differenza è che il primo dura in eterno, mentre il secondo è temporaneo.


Però attenzione: nel Purgatorio ci sono anche delle gioie. Innanzi tutto, la certezza della salvezza eterna, che nella vita terrena neanche i buoni hanno. Poi l'impeccabilità: finché si sia in vita, non si sa se si cadrà in peccato. In Purgatorio invece v'è la certezza di poter amare per sempre il Signore, senza più offenderlo. Inoltre, i suffragi, che alleviano, abbreviano o addirittura eliminano totalmente le pene. Nonché la conversazione con gli angeli: molti Santi e teologi ammettono la relazione fra le anime del Purgatorio e gli angeli. Infine, la visita di Maria Santissima, per confortare le anime del Purgatorio. Dunque, un "luogo" certamente di giustizia e di misericordia.


("Radici Cristiane", n.89 novembre 2013).






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  Santi all’inferno. Una discesa negli abissi infernali con i santi che ci sono stati

Posted on 04/12/2013 

Parlare dell’inferno è un atto d’amore

Viaggio tra gli scritti dei santi che all’inferno, per ordine di Dio, ci sono stati davvero. Per ricordarci che l’inferno esiste, e non è vuoto. E c’è anche Lucifero

 Cornelis-van-Haarlem-La-caduta-di-Lucifero

 Si parla dell’inferno e qualcuno sorride. Santi e beati, però, ci dicono che non c’è niente da ridere. Perché, condotti lì per grazia divina, i loro racconti mettono paura solo a leggere. Da san Giovanni Bosco a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, da santa Veronica Giuliani a santa Faustina Kowalska, sono tutti concordi nel dire che i dannati soffrono terribilmente e per tutta l ‘eternità. Perciò, continuare a parlare dell’inferno è un atto di carità verso noi e verso il prossimo, per ricordare costantemente che esiste e che, come dice Benedettto XVI, garantisce la giustizia divina. E’ nelle nostre mani la possibilità di salvarci o di dannarci per l’eternità: Dio, nella sua infinita bontà, ci ha lasciato liberi di scegliere. E Papalepapale, con questa mappa dei santi che hanno visitato l’inferno, ricorda a tutti che occorre decidersi per la salvezza fin da ora.

di Dorotea Lancellotti

Oggi viviamo fra mille contraddizioni: da una parte si vuole eliminare Dio, il Paradiso (con la pretesa di entrarci senza meriti), l’Inferno, il Purgatorio; dall’altra parte, però non solo si vuole dare delle risposte alla nostra vita dopo la morte, ma anhe si cercano le fatidiche prove. Il paradosso sta poi nel fatto che quando queste prove le abbiamo e le portiamo, molti le rifiutano ma senza smettere di cercare, magari bussando ad altre porte, ad altre religioni. Così parlare dell’Inferno, già me lo immagino, in alcuni suscita orrore e persino noia, come fosse un tema obsoleto: «ma non l’avevano svuotato? esiste ancora l’Inferno!?», domande alle quali fanno seguito altri con risolini, ironia e varie.

Insomma, si cerca di esorcizzare il timore dell’Inferno, con barzellette più o meno divertenti tendenti a svuotarne il senso, se non l’inferno stesso: dalla caricatura del diavoletto buono, come il famoso fumetto Geppo, al mascheramento dei bambini da piccoli demoni per la festa di Halloween, è tutto un voler sottolineare che il diavolo non fa paura, sempre se esiste veramente. In ogni caso, non c’è mica bisogno dei preti che ci dicano come combatterlo (salvo poi fare ricorso agli stregoni: si dubita dell’inferno eppure si fanno arricchire medium e stregoni: imbarazzante!). Ecco come ragionano molti.

Ciò che più sconvolge, a dire il vero, non sono i non cristiani o gli atei che negano l’esistenza dell’Inferno e dei demoni cosìcome insegna la Chiesa, ma coloro che si dicono cristiani e per giunta cattolici. Specialmente non pochi teologi modernisti i quali ignorano, volutamente, che tutta la Bibbia ruota attorno al nostro fine ultimo: cosa avverrà dopo la morte. Parla fin dall’inizio di satana e ci sono veri e propri “dialoghi” con il demonio (leggasi il Libro di Giobbe come esempio), così come parla di angeli (Tobia), di Paradiso (Nuovo Testamento). Insomma è Gesù stesso che parla dell’Inferno (la parabola del ricco e di Lazzaro): la sua stessa morte di croce ci spiega che lì è finito per evitarci proprio l’Inferno eterno.

«Meglio entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno» (Mt 18, 8).

«Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9, 42).

Benedetto XVI racconta l’inferno come “garanzia di giustizia”

Parlare dell’inferno è importante, dice Benedetto XVI.

In definitiva, a parte la Scrittura sacra (che già dovrebbe bastare come prova), possiamo dire di avere le prove del nostro fine ultimo, dell’Inferno, del Paradiso, o anche del Purgatorio?

Si, le abbiamo, a patto che non si imponga a queste prove una sorta di curiosità morbosa, perché in tal caso sarebbe Dio stesso a negarci la fede. A questi temi ci si deve accostare con il troppo dimenticato sacro “timor di Dio”, che è uno dei sette doni dello Spirito Santo, donato quando si fa la Cresima.

Il timor di Dio ci è dato dalla dottrina delle due vie. La confidenza (che ci fa fuggire il pericolo della disperazione) ci è data dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù. «Unus ne desperetur, unus tantum ne presumetur», ossia «uno affinché tu non disperi, ma solo uno affinché tu non presuma», cioè di salvarti senza merito (Sant’Agostino): infatti dei due ladroni ce n’è uno che si salva affinché non cadiamo nella disperazione, ma ce n’è uno che si danna affinché non cadiamo nella presunzione. La Chiesa ci fa domandare nella liturgia: «Signore, degnatevi di accordarci di avere sempre assieme il timore e l’amore del vostro Santo Nome».

Ci si accosta allora con umiltà, preghiera, spirito di contrizione e desiderio ardente di voler stare con Dio, in Cristo Gesù.

Prima di addentrarci nelle prove di alcuni Santi,riteniamo indispensabile questa premessa.

Durante l’incontro con il clero nel febbraio del 2008, un sacerdote chiese a Benedetto XVI: «Il 25 marzo 2007 Lei ha fatto un discorso a braccio, lamentandosi come oggi si parli poco dei Novissimi. In effetti, nei catechismi della Cei usati per l’insegnamento della nostra fede ai ragazzi di confessione, comunione e cresima, mi sembra che siano omesse alcune verità di fede. Non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato, soltanto il peccato originale. Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli il sistema logico che porta a vedere la redenzione di Cristo? Mancando il peccato, non parlando di inferno, anche la redenzione di Cristo viene a essere sminuita. Non Le sembra che sia favorita la perdita del senso del peccato e quindi del sacramento della riconciliazione e la stessa figura salvifica, sacramentale del sacerdote che ha il potere di assolvere e di celebrare in nome di Cristo? Oggi purtroppo anche noi sacerdoti, quando nel Vangelo si parla di inferno, dribbliamo il Vangelo stesso. Non se ne parla. O non sappiamo parlare di paradiso. Non sappiamo parlare di vita eterna. Rischiamo di dare alla fede una dimensione soltanto orizzontale oppure troppo distaccata, l’orizzontale dal verticale. E questo purtroppo nella catechesi ai ragazzi, se non nell’iniziativa dei parroci, nella struttura portante, viene a mancare…»

Quel giudizio finale di cui oggi parlano in pochi…

La risposta di Benedetto XVI fu chiarissima:

«Lei ha parlato giustamente su temi fondamentali della fede, che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione. Nell’Enciclica Spe salvi ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, del giudizio in generale, e in questo contesto anche su purgatorio, inferno e paradiso… Quando non si conosce il giudizio di Dio, non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione…. Lei ha ragione: dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra. Nell’Enciclica ho cercato di dimostrare che proprio il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia….. Noi crediamo in questa risurrezione della carne, nella quale non tutti saranno uguali. Oggi si è abituati a pensare: che cosa è il peccato, Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c’è la giustizia e c’è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l’uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime. Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere questo testo anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare».





  continua....
 
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12/4/2013 10:29 PM
 
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  Benedetto XVI ha così ribadito che l’inferno come possibilità di andarci non può essere una realtà cancellabile dalla prospettiva di fede cristiana. Una possibilità che, posta davanti a noi, non è uno spauracchio ma ci deve orientare, semmai, a non “percorrerla”. E’ quella prospettiva che non dimentica la dimensione “pedagogica” dell’inferno, insegnata da Gesù stesso.

Così disse Benedetto XVI per gli auguri natalizi alla Curia del 2011: «Una preghiera attribuita a san Francesco Saverio dice: Faccio il bene non perché in cambio entrerò in cielo e neppure perché altrimenti mi potresti mandare all’inferno. Lo faccio, perché Tu sei Tu, il mio Re e mio Signore».

Così come fu chiaro nell’omelia alla parrocchia romana nel 2007: «Per questo è venuto sulla terra, per questo morirà in croce ed il Padre lo risusciterà il terzo giorno. E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore».

Senza dimenticare come anche lo stesso Successore, Papa Francesco, ritorna spesso sulla presenza e sull’opera devastatrice del demonio.

L’offerta di Papalepapale

Lucifer__by_DualityendsQuesta è la pedagogia di Dio. E questo è lo spirito attraverso il quale vogliamo offrirvi una “mappa”, come la chiama il Mastino, attraverso la quale i santi ci aiutano in questo cammino per evitare l’inferno: non solo per paura (il santo timore non guasta), ma soprattutto perché vogliamo amare davvero Dio sopra ogni cosa, ed una eternità senza di Lui è davvero un inferno, altrettanto eterno, così come eterna è la beatitudine. Sta a noi scegliere da che parte stare.

Il nostro sito vi ha già offerto, in modo dettagliato, la storia di alcuni santi che ci hanno parlato dell’inferno: l’esperienza di Santa Faustina Kowalska, la storia di Annetta con la sua Lettera dall’inferno con tanto di imprimatur, i colloqui di Maria Simma con le anime del Purgatorio, il viaggio mistico della beata Caterina Emmerick, senza dimenticare – perchè no? – anche l’esperienza personale del nostro Mastino nella sua trilogia sulla morte. Insomma, di materiale ce n’è molto…

Anna Caterina Emmerick

Anna Katerina Emmerick: ebbe una visione dell'inferno.

Anna Katerina Emmerick: ebbe una visione dell’inferno.

Della Emmerick è bene riportare la sua esperienza perché contiene anche una profezia da tempo riconosciuta, diremo assunta, dai Papi recenti.

«Vidi [...] il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell’abisso. L’inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre.

L’inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l’Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisite che comunicano la vita, all’inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l’eterna e terribile discordia dei dannati. Nel cielo invece regna l’unione dei Santi eternamente beati. L’inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, che egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti.

Quanto si sente e si vede di orribile all’inferno è l’essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomentarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole.

Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subbisso d’imprecazioni, d’ingiurie, di urla e di lamenti. Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore. Questo era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici. Al centro dell’inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov’era precipitato Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era avvenuto secondo determinati arcani divini. Seppi che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o sessant’anni prima dell’anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece devono essere sciolti prima di quell’epoca per castigare e sterminare i mondani. Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto. Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire».

I tre pastorelli di Fatima

I pastorelli di Fatima. Anche loro videro il regno dei demoni e dei dannati.

I pastorelli di Fatima. Anche loro videro il regno dei demoni e dei dannati.

Potrebbe anche essere sufficientela testimonianza dei tre Pastorelli di Fatima. Fu la Madonna stessa a far vedere loro l’inferno affinchè potessero credere davvero che ciò chiedeva loro era di vitale importanza: pregare per la conversione dei peccatori. La Madonna a Fatima disse ai tre Pastorelli che una moltitudine di gente andava all’Inferno e rischiava di andarci non perchè non vi fosse chi li sfamasse, ma perchè non c’era chi pregasse per loro e per la loro conversione, non c’era chi si occupasse delle anime! Senza nulla togliere alla bontà dei gesti che restano sempre auspicabili per noi cristiani, occorre diffidare di tutti quei luoghi, situazioni, etc in cui non ci sono sostanziose conversioni. Perchè laddove spesso s’impinguano i corpi, le anime languono e rischiano di struggersi per l’eternità.

Racconta Lucia che videro «come un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o abbronzate, di forma umana, che ondeggiavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti – simili al cadere delle scintille nei grandi incendi – senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura. I demoni si distinguevano per la forma orribile e ributtante di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni di bracia». Ai piccoli terrorizzati dalla paura, la Madonna disse: «Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se farete quello che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace». La Madonna disse pure: «Quando recitate il Rosario, dopo ogni mistero dite: “O Gesù mio, perdonate le nostre colpe, liberateci dall’inferno, portate in cielo tutte le anime, soprattutto quelle più bisognose». Da notare che al tempo delle apparizioni della Madonna, Lucia dos Santos aveva dieci anni, Francisco e Jacinta Marto rispettivamente nove e sette anni. In questa visione, ricorderà suor Lucia, la paura fu tanta che se non ci fosse stata la Madonna con loro, sarebbero morti a causa del terrore provato.

Se “vedere” l’inferno, per mezzo di doni speciali, mette così tanta paura persino di “morire”, cosa deve essere viverci eternamente! Forse è per questo che inconsciamente cerchiamo di fuggirlo, ma esorcizzandolo nel modo peggiore, negandolo.

Josefa Menendéz

Josefa Menedez: anche lei ha qualcosa da dirci sull'inferno.

Josefa Menendez: anche lei ha qualcosa da dirci sull’inferno.

Suor Josefa Menendéz, mistica appartenente alla Società del Sacro Cuore – non ancora beatificata ma potrebbe esserlo, morta nel 1923 a 33 anni, ricevette molti messaggi da Gesù. Una particolarità del suo carisma sta nel fatto che Dio le permise l’esperienza dell’inferno per farne una testimone della sua esistenza, specialmente in questo tempo in cui viene fortemente negato. Ecco la sua esperienza: «In un istante mi trovai nell’inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L’anima vi si precipita da sè stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L’anima mia si lasciò cadere in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso [...].

Ho visto l’inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si vedono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s’infiggessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore. Gli occhi mi sembrava che uscissero dall’orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tutto questo l’ho provato come le altre volte e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l’anima non soffrisse. Ma essa soffre in un modo indicibile. Ho visto alcune di queste anime dannate ruggire per l’eterno supplizio che sanno dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano rubato, poiché dicevano: “Dov’è ora quello che hai preso? Maledette mani”! Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi… Ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: “Ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo! [...]

“E sei tu, o corpo, che l’hai voluto”! [...] Per un istante di piacere un’eternità di dolore! Mi pare che nell’inferno le anime si accusino specialmente di peccati d’impurità. Mentre ero in quell’abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né comprendere le grida che emettevano e i ruggiti spaventosi che mandavano: “Maledizione eterna! Mi sono ingannata! Mi sono perduta! Sono qui per sempre, per sempre e non c’è più rimedio!… Maledizione a me”! Una fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà a seguire la moda e i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto questo che ho scritto – conclude la Menendez – non è che un’ombra in paragone a ciò che si soffre nell’inferno».

Maria Serafina Micheli  (l’incontro con Lutero)

beata Maria Serafina Micheli

beata Maria Serafina Micheli

Lutero affermava che «neanche gli angeli potevano contestare la sua dottrina»: vanità delle vanità, dice la Bibbia, quanta superbia!

Nel 1883 Suor Maria Serafina Micheli (1849-1911), beatificata il 28 maggio 2011, si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia, città natale di Lutero in occasione del centenario della sua nascita. Trovando una Chiesa chiusa, si mise a pregare sugli scalini, ma un angelo la avvisò dicendo che era un tempio luterano protestante e le fece vedere Lutero all’inferno nei suoi patimenti. Così racconta l’episodio: mentre pregava le comparve l’angelo custode, che le disse: «Alzati, perché questo è un tempio protestante».

Poi le soggiunse: «Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio».

Dopo queste parole vide un’orribile voragine di fuoco, in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime. Nel fondo di questa voragine v’era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio. In seguito, quando le si presentava l’occasione, ricordava alle sue consorelle di vivere nell’umiltà e nel nascondimento. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell’Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia.

Attenzione, con ciò non vogliamo certo ergerci a giudici di Lutero: non sapremo mai se Lutero è davvero all’inferno. La

E Lutero dov'è? Qualcuno l'ha incontrato

E Lutero dov’è? Qualcuno l’ha incontrato

pedagogia di Dio va ben oltre quel senso di curiosità che spesso ci anima, non è questo il messaggio che Dio vuole darci attraverso i suoi santi.

Diciamo spesso col salmista: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze» (Sal. 130). Offriamo a Dio il nostro “nulla”: le incapacità, le difficoltà, gli scoraggiamenti, le delusioni, le incomprensioni, le tentazioni, le cadute e le amarezze di ogni giorno. Vogliamo piuttosto riconosciamoci peccatori, bisognosi della sua misericordia. Gesù, proprio perché siamo peccatori, ci chiede solo di aprire il nostro cuore e di lasciarci amare da Lui. E’ questa l’esperienza di San paolo: “La mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò, quindi, ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Cor. 12,9). Non ostacoliamo l’amore di Dio nei nostri riguardi col peccato o con l’indifferenza. Diamogli sempre più spazio nella nostra vita per vivere in piena comunione con Lui nel tempo e nell’eternità.




   continua.....


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/4/2013 10:30 PM
 
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Giovanni Bosco

San Giovanni Bosco: condotto dall'angelo custode verso la valle oscura...

San Giovanni Bosco: condotto dall’angelo custode verso la valle oscura…

Non può mancare nella nostra mappa la testimonianza di San Giovanni Bosco, nato a Castelnuovo d’Asti il 16 agosto 1815 e morto il 31 gennaio 1888. È da tutti conosciuto il suo straordinario carisma di educatore dei giovani per i quali istituì l’Ordine dei Salesiani. Anch’egli ebbe una visione dell’inferno che raccontò ai giovani, quanto i preti non temevano di parlare di questa realtà ai veri piccoli.

«Mi trovai con la mia guida (l’Angelo Custode), infondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s’innalzava sui muraglioni dell’edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: “Dove ci troviamo”? “Leggi – mi rispose la guida – l’iscrizione che è sulla porta”! C’era scritto: “Ubi non est redemptio”!, cioè: “Dove non c’è redenzione”.

Intanto vidi precipitare dentro quel baratro [...] prima un giovane, poi un altro, ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la guida: “Ecco la causa precipua di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini”.

Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: “Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina”? “Coloro che hai visto, sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz’altro qui”!

Dopo entrammo nell’edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: “Ibunt impii in ignem æternum”!, vale a dire “Gli empi andranno nel fuoco eterno”! “Vieni con me”!, soggiunse la guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aperse. Mi si presentò allo sguardo una specie d’immensa caverna, piena di fuoco. Certamente

"quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore..."

“quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore…”

Io questa spelonca non ve la possodescrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all’improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La guida disse: “La trasgressione del sesto comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani”. “Ma se hanno peccato, si sono però confessati”. “Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto”. Ad esempio, uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l’esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l’eternità [...].

“E ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto”? La guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta. Continuò la guida: “Predica dappertutto contro l’immodestia”! Poi parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: “Mutare vita! [...] Mutare vita”! “Ora – soggiunse l’amico – che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno”! Usciti dall’orribile edificio, la guida afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno; io emisi un grido [...]. Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».

Maria di S. Cecilia Romana

Suor Maria di S. Cecilia Romana: anche questa beata ebbe la possibilità di vedere il luogo dove non vorremmo mai finire.

Suor Maria di S. Cecilia Romana: anche questa beata ebbe la possibilità di vedere il luogo dove non vorremmo mai finire.

La Beata sr. Maria di S. Cecilia Romana (al secolo Dina Belanger, Quebec, Canada, 30 aprile 1897 – Sillery, Quebec, 4 settembre 1929), beatificata il 20 marzo 1993, ha vissuto una vita breve ma intensa arrivando alle vette della vita mistica. A 4 anni fu fortemente impressionata dal demonio e dall’inferno, vedendo demoni in continuo movimento e agitati. Capisce allora che il peccato è una suggestione diabolica.

Nella sua autobiografia, scritta sotto obbedienza, parla come se vivesse un’esperienza sconvolgente del demonio e dell’inferno. Ecco il racconto di un incontro con il Signore del 7 aprile 1927:  «Dal 20 marzo la malattia mi costringe a letto. Stamattina prima della comunione, il Signore m’ha presentato il soggetto delle mie considerazioni per questi due giorni, e cioè “il dolore inflitto al suo Cuore agonizzante dell’inutilità delle sue sofferenze per un numero così grande di anime”. Al momento della comunione m’ha donato il suo calice benedetto. Durante il ringraziamento m’ha fatto vedere, in spirito, coloro che, a milioni e milioni, correvano verso l’eterna perdizione, seguendo Satana. E lui il Salvatore, circondato da un piccolo numero di anime fedeli, stava soffrendo, ma invano, per tutti quei peccatori. Il suo Cuore li vedeva cadere, a migliaia, nell’inferno. A tale vista gli ho detto: “Gesù mio, da parte tua la redenzione fu completa; ma allora che cosa può mancare, dal momento che tante anime si perdono?”. Mi ha risposto: “La ragione è che le anime pie non s’associano abbastanza alle mie sofferenze”».

Veronica Giuliani

Santa Veronica Giuliani: ci descrive la repulsione che danno le anime dannate.

Santa Veronica Giuliani: ci descrive la repulsione che danno le anime dannate.

Anche Santa Veronica Giuliani, nata il 27 dicembre 1660 e morta il 9 luglio 1727, vissuta nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, ebbe diverse visione dell’inferno. Questa, avuta nel 1696, è così raccontata dalla stessa Santa: «Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare.

In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l’ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla.

Così mi disse: “Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno”.

In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand’ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi.

Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l’inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi [...].

E avevo davanti di me tutti i miei peccati [...]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fà tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma nongiovanni_gasparro_-_al_limite_2006-part_2 vedevo altro».

Un’altra visione dell’inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell’inferno: « Nel fondo dell’abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell’abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell’inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: “Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi». E in quell’abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime… E una voce che grida: “Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre”. Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha d’intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le anime di quelli che mancarono ai loro voti. “Via l’intrusa che ci accresce i tormenti”!, urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall’inferno, Veronica ripete esterrefatta: “O giustizia di Dio, quanto sei potente”»!

Alfonso M. de’ Liguori

Sant'Alfonso Maria de' Liguori: se gli uomini mostrano poca pazienza già sulla terra... come faranno poi a sopportare per l'eternità le fiamme dell'inferno?

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: se gli uomini mostrano poca pazienza già sulla terra… come faranno poi a sopportare per l’eternità le fiamme dell’inferno?

Ce li immaginiamo ora certi sorrisetti di gente che mal digerisce la verità, questa unica verità. Del resto ciò che i Santi hanno sperimentato non è altro che la prova alle parole di Gesù nei Vangeli, se dei Vangeli non si prendesse esclusivamente una selezione di brani che privati di quelli sull’inferno eterno vengono distribuiti come pillole di zucchero. Sant’Alfonso Maria de Liguori nel suo “Apparecchio alla morte” lo insegna chiaramente:

«Che sarà, quando Dio in morte intimerà al reprobo: Va via che io non voglio vederti più. “Abscondam faciem ab eo, et invenient eum omnia mala” (Deut. 31. 17). Voi (dirà Gesù a’ dannati nel giorno finale) non siete più miei, io non sono più vostro. (..) Dimanderanno i dannati ai demoni: A che sta la notte? “Custos, quid de nocte?” (Is. 21. 11). Quando finisce? quando finiscono queste tenebre, queste grida, questa puzza, queste fiamme, questi tormenti? E loro è risposto: “Mai, mai”. E quanto dureranno? “Sempre, sempre”. Ah Signore, date luce a tanti ciechi, che pregati a non dannarsi, rispondono: All’ultimo, se vado all’inferno, pazienza. Oh Dio, essi non hanno pazienza di sentire un poco di freddo, di stare in una stanza troppo calda, di soffrire una percossa; e poi avranno pazienza di stare in un mar di fuoco, calpestati da’ diavoli e abbandonati da Dio e da tutti per tutta l’eternità! (..) Ma come, dirà un miscredente, che giustizia è questa? castigare un peccato che dura un momento con una pena eterna? Ma come (io rispondo) può aver l’ardire un peccatore per un gusto d’un momento offendere un Dio d’infinita maestà? Anche nel giudizio umano (dice S. Tommaso, I. 2. q. 87. a. 3) la pena non si misura secondo la durazione del tempo, ma secondo la qualità del delitto.. (..) La morte in questa vita è la cosa più temuta da peccatori, ma nell’inferno sarà la più desiderata (Apoc. 9. 6)».

Lo strano (e inquietante) caso del prof. Diocré

Dipinto che racconta il caso del prof. Diocrè.

Dipinto che racconta il caso del prof. Diocrè.

Quanto bene possa fare il pensiero dell’inferno, ce lo dice quanto è avvenuto ai funerali di un famoso maestro della Sorbona di Parigi, Raimondo Diocré. L’episodio, clamoroso, fu, al dire di P. Tomaselli, riportato dai Bollandisti ed analizzato rigorosamente in tutti i suoi particolari. Ecco cosa accadde: alla morte del professore, avvenuta a Parigi, si prepararono solenni funerali nella Chiesa di NotreDame. Vi parteciparono professori e uomini di cultura, autorità ecclesiastiche e civili, discepoli del defunto e fedeli di ogni ceto. La salma, collocata al centro della navata centrale, era coperta da un semplice velo. Si iniziò a recitare l’ufficio dei defunti. Arrivati alle parole: “Responde mihi: Quantas habeo iniquitates et peccata… “, si udì una voce sepolcrale uscire da sotto il velo: «Per giusto giudizio di Dio sono stato accusato!».

Con sgomento si tolse il velo, ma la salma era ferma e immobile. Si riprese l’ufficiatura interrotta fra il turbamento generale. Arrivati allo stesso versetto di prima, il cadavere si alzò a vista di tutti e gridò: «Per giusto giudizio di Dio sono stato giudicato!».

Spavento e terrore si impadronirono di tutti. Alcuni medici si avvicinarono alla salma ripiombata in piena immobilità, ma constatarono che il professore era veramente morto.

A questo punto non si ebbe il coraggio di continuare il funerale, rimandando tutto all’indomani. Le autorità ecclesiastiche non sapevano cosa fare: alcuni dicevano che era dannato e non si poteva pregare per lui; altri invece dicevano che ancora non c’era la certezza della dannazione, pur essendo stato accusato e giudicato. Il Vescovo ordinò che si riprendesse a recitare l’ufficio dei morti. Ma al famoso versetto nuovamente il cadavere si alzò e gridò: «Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato all’inferno per sempre!».

Non c’erano più dubbi: il defunto era dannato. Il funerale cessò e si credette bene di non seppellire la salma nel cimitero comune. Tra i presenti c’era un certo Brunone, discepolo e ammiratore di Diocré, che rimase profondamente scosso da quanto accaduto. Pur essendo già un buon cristiano, risolvette di abbandonare tutto e darsi alla penitenza. Con lui, altri presero la stessa decisione. Brunone divenne il fondatore dell’Ordine dei Certosini o Trappisti, ordine tra i più rigorosi della Chiesa Cattolica.

Ma il cristianesimo non è gioia? 

Ma il Cristianesimo non è gioia? Certo che è gioia perché il cristianesimo vuole evitarci l’inferno, per questo ne parla. Il Vangelo68490_4068166857942_905994813_nsignifica proprio “buona novella”, sarebbe perciò da chiedersi piuttosto: perché è buona novella? Cosa vuole Gesù da noi? In sostanza nulla, è Lui che è venuto a portarci qualcosa di prezioso e di eterno!

Lo ha detto bene il più grande teologo dei nostri tempi, Benedetto XVI: «E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore».

Certo, la salvezza è espressione di purissima gioia. L’essere liberati dalla catena del peccato e ritrovarsi figli adottivi di Dio e predestinati ad una felicità eterna sono tutte realtà e fonti di inesauribile gioia spirituale. Ma sono tanti, purtroppo, a non voler capire.

La vita, diceva Pio XII in un Discorso agli sposi novelli, è come il Rosario, i Misteri del Rosario che contengono i momenti del gaudio, momenti dolorosi e momenti gloriosi: superati gli eventi di questa vita, sta a noi guadagnarci quelli gloriosi per l’eternità, per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo.

Si parli dell’inferno, per l’amor di Dio!

Paul Claudel: i sacerdoti non parlano più dell'inferno.

Paul Claudel: i sacerdoti non parlano più dell’inferno.

Si può dunque ed anzi si deve parlare anche dell’ inferno a tutti e agli stessi che camminano sul retto sentiero, perché la salvezza, finché si è su questa terra, è sempre ancora a rischio. A coloro che insistono sempre a parlare solo di amore, è bene ricordare che il santo timore dell’inferno allontana dal peccato e questo timore è il primo passo per l’auspicata riconciliazione con Dio. Parlare dell’inferno perchè nessuno ci vada è la più grande espressione dell’amore cristiano. La parabola del figliol prodigo ci rammenta che si fa festa e c’è gioia per il peccatore pentito.

L’ideale resta sempre quello di operare per amore e con amore. Bisogna pure ammettere che la meditazione sull’inferno può essere deprimente, ma la ripugnanza del mondo, così accentuata oggi, è una maschera che nasconde quell’inquietudine che attanaglia ogni spirito umano.

Brutto segno invece che, oggi, quasi non si parli più dell’inferno. Claudel diceva: «Una cosa mi turba profondamente ed è che i sacerdoti non parlano più dell’inferno. Lo si passa pudicamente sotto silenzio. Si sottintende che tutti andranno in cielo senza alcuno sforzo, senza alcuna convinzione precisa. Non dubitano nemmeno che l’inferno sta alla base del Cristianesimo, che fu questo pericolo a strappare la Seconda Persona alla Trinità e che la metà del Vangelo ne è piena. Se io fossi predicatore e salissi in cattedra, proverei in primo luogo il bisogno di avvertire il gregge addormentato dello spaventoso pericolo che sta correndo».

E, per concludere, santa Faustina Kowalska dice che…

Santa Faustina Kowalska: la Misericodia divina ha parlato attraverso di lei.

Santa Faustina Kowalska: la Misericodia divina ha parlato attraverso di lei.

Domenica 17 nov. Papa Francesco ha “sponsorizzato” all’Angelus la Devozione della coroncina alla Divina Misericordia,  raccomandando di recitarla. Concludiamo allora questa “mappa” speciale per il Paradiso con le parole del Diario di Santa Faustina:

«Scrivo questo per ordine di Dio, affinchénessun’anima si giustifichi dicendo che l’inferno non c’è, oppure che nessuno sa come sia.

Io, Suor Faustina Kowalska, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell’inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l’inferno c’è. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l’inferno».






 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/11/2013 1:15 PM
 
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 Udienza generale. Il Papa: non avere paura del giudizio finale, ma bisogna aprire il cuore all'amore di Dio



Oggi all’udienza generale, Papa Francesco ha svolto l’ultima catechesi sulla professione di fede, trattando l’affermazione «Credo la vita eterna». In particolare si è soffermato sul giudizio finale. “Ma – ha subito detto - non avere paura! Sentiamo quello che dice la Parola di Dio. Al riguardo, leggiamo nel vangelo di Matteo: Allora Cristo «verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli… E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri,come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra… E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25,31-33.46). 
Quando pensiamo al ritorno di Cristo e al suo giudizio finale, che manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena, percepiamo di trovarci di fronte a un mistero che ci sovrasta, che non riusciamo nemmeno a immaginare. Un mistero che quasi istintivamente suscita in noi un senso di timore, e magari anche di trepidazione. Se però riflettiamo bene su questa realtà, essa non può che allargare il cuore di un cristiano e costituire un grande motivo di consolazione e di fiducia”.









UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 11 dicembre 2013

Video

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Oggi vorrei iniziare l’ultima serie di catechesi sulla nostra professione di fede, trattando l’affermazione «Credo la vita eterna». In particolare mi soffermo sul giudizio finale. Ma non dobbiamo avere paura: sentiamo quello che dice la Parola di Dio. Al riguardo, leggiamo nel vangelo di Matteo: Allora Cristo «verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli… E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra… E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25,31-33.46). 
Quando pensiamo al ritorno di Cristo e al suo giudizio finale, che manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena, percepiamo di trovarci di fronte a un mistero che ci sovrasta, che non riusciamo nemmeno a immaginare. Un mistero che quasi istintivamente suscita in noi un senso di timore, e magari anche di trepidazione. Se però riflettiamo bene su questa realtà, essa non può che allargare il cuore di un cristiano e costituire un grande motivo di consolazione e di fiducia.

A questo proposito, la testimonianza delle prime comunità cristiane risuona quanto mai suggestiva. Esse infatti erano solite accompagnare le celebrazioni e le preghiere con l’acclamazione Maranathà, un’espressione costituita da due parole aramaiche che, a seconda di come vengono scandite, si possono intendere come una supplica: «Vieni, Signore!», oppure come una certezza alimentata dalla fede: «Sì, il Signore viene, il Signore è vicino». 
È l’esclamazione in cui culmina tutta la Rivelazione cristiana, al termine della meravigliosa contemplazione che ci viene offerta nell’Apocalisse di Giovanni (cfr Ap 22,20). In quel caso, è la Chiesa-sposa che, a nome dell’umanità intera e in quanto sua primizia, si rivolge a Cristo, suo sposo, non vedendo l’ora di essere avvolta dal suo abbraccio: l’abbraccio di Gesù, che è pienezza di vita e pienezza di amore. Così ci abbraccia Gesù. Se pensiamo al giudizio in questa prospettiva, ogni paura e titubanza viene meno e lascia spazio all’attesa e a una profonda gioia: sarà proprio il momento in cui verremo giudicati finalmente pronti per essere rivestiti della gloria di Cristo, come di una veste nuziale, ed essere condotti al banchetto, immagine della piena e definitiva comunione con Dio.

Un secondo motivo di fiducia ci viene offerto dalla constatazione che, nel momento del giudizio, non saremo lasciati soli. È Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, a preannunciare come, alla fine dei tempi, coloro che lo avranno seguito prenderanno posto nella sua gloria, per giudicare insieme a lui (cfr Mt 19,28). L’apostolo Paolo poi, scrivendo alla comunità di Corinto, afferma: «Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? Quanto più le cose di questa vita!» (1 Cor 6,2-3). 
Che bello sapere che in quel frangente, oltre che su Cristo, nostro Paràclito, nostro Avvocato presso il Padre (cfr 1 Gv 2,1), potremo contare sull’intercessione e sulla benevolenza di tanti nostri fratelli e sorelle più grandi che ci hanno preceduto nel cammino della fede, che hanno offerto la loro vita per noi e che continuano ad amarci in modo indicibile! I santi già vivono al cospetto di Dio, nello splendore della sua gloria pregando per noi che ancora viviamo sulla terra. Quanta consolazione suscita nel nostro cuore questa certezza! 

La Chiesa è davvero una madre e, come una mamma, cerca il bene dei suoi figli, soprattutto quelli più lontani e afflitti, finché troverà la sua pienezza nel corpo glorioso di Cristo con tutte le sue membra.

Un’ulteriore suggestione ci viene offerta dal Vangelo di Giovanni, dove si afferma esplicitamente che «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di Dio» (Gv3,17-18). Questo significa allora che quel giudizio finale è già in atto, incominicia adesso nel corso della nostra esistenza. 
Tale giudizio è pronunciato in ogni istante della vita, come riscontro della nostra accoglienza con fede della salvezza presente ed operante in Cristo, oppure della nostra incredulità, con la conseguente chiusura in noi stessi. 
Ma se noi ci chiudiamo all’amore di Gesù, siamo noi stessi che ci condanniamo. 
La salvezza è apririsi a Gesù, e Lui ci salva; se siamo peccatori – e lo siamo tutti – Gli chiediamo perdono e se andiamo a Lui con la voglia di essere buoni, il Signore ci perdona. Ma per questo dobbiamo aprirci all’amore di Gesù, che è più forte di tutte le altre cose. L’amore di Gesù è grande, l’amore di Gesù è misericordioso, l’amore di Gesù perdona; ma tu devi aprirti e aprirsi significa pentirsi, accusarsi delle cose che non sono buone e che abbiamo fatto. 
Il Signore Gesù si è donato e continua a donarsi a noi, per ricolmarci di tutta la misericordia e la grazia del Padre. 
Siamo noi quindi che possiamo diventare in un certo senso giudici di noi stessi, autocondannandoci all’esclusione dalla comunione con Dio e con i fratelli. Non stanchiamoci, pertanto, di vigilare sui nostri pensieri e sui nostri atteggiamenti, per pregustare fin da ora il calore e lo splendore del volto di Dio - e ciò sarà bellissimo - che nella vita eterna contempleremo in tutta la sua pienezza. Avanti, pensando a questo giudizio che comincia adesso, è già cominciato. Avanti, facendo in modo che il nostro cuore si apra a Gesù e alla sua salvezza; avanti senza paura, perché l’amore di Gesù è più grande e se noi chiediamo perdono dei nostri peccati Lui ci perdona. È così Gesù. Avanti allora con questa certezza, che ci porterà alla gloria del cielo!




P.S. Guardate che le "battute sono comunque verosimili perchè tratte da alcune risposte che entrambi hanno dato in alcune interviste  




[Edited by Caterina63 12/18/2013 1:37 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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[SM=g1740717] [SM=g1740720] Abbeè de Robert, sacerdote francese figlio spirituale di Padre Pio, durante la guerra d'Algeria alla quale ha partecipato, è stato catturato e poi FUCILATO! Da quel momento Abbeè ha vissuto la particolarissima esperienza della DECORPORAZIONE, ovvero è uscito con la sua anima dal proprio corpo trivellato dalle pallottole, e ha risalito un lungo tunnel fino a giungere in Paradiso. Quello che ha visto lo segnerà profondamente per tutta la sua vita.
Padre Pio, che gli aveva predetto tutto, non lo ha mai lasciato solo!

www.youtube.com/watch?v=oAD-AGCVqSY




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