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DIES DOMINI. Perchè noi Cattolici festeggiamo la Domenica e non il Sabato?

Last Update: 8/21/2015 6:28 PM
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" I giudei celebravano di sabato la memoria della prima creazione. Cristo operò la seconda proprio il giorno in cui si concludeva la settimana [giudaica]. Da questa seconda creazione non ebbe origine l'uomo terrestre, bensì l'uomo spirituale: la nuova creatura, quella che ha valore agli occhi del Padre (cf. Gal 6, 15).
Essa prese a vivere in forza della risurrezione di Gesù (cf. Rm 6, 4-5). Ora, la risurrezione del Signore avvenne nel giorno che i cristiani hanno a lui dedicato. Per questo noi celebriamo la domenica [giorno della risurrezione, o della nuova creazione], come i giudei avevano il sabato in venerazione."
(San Tommaso d'Aquino, Opuscolo Prediche Quaresima 1273)


Ma prendiamo la
Sacramentum Caritatis
di Benedetto XVI e leggiamo come ci insegna il Papa nel confermarci e spiegarci quanto disse san Tommaso.... Wink

10. In tal modo siamo portati a riflettere sull'istituzione dell'Eucaristia nell'Ultima Cena. Ciò accadde nel contesto di una cena rituale che costituiva il memoriale dell'avvenimento fondante del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Questa cena rituale, legata all'immolazione degli agnelli (cfr Es 12,1-28.43-51), era memoria del passato ma, nello stesso tempo, anche memoria profetica, ossia annuncio di una liberazione futura. Infatti, il popolo aveva sperimentato che quella liberazione non era stata definitiva, poiché la sua storia era ancora troppo segnata dalla schiavitù e dal peccato. Il memoriale dell'antica liberazione si apriva così alla domanda e all'attesa di una salvezza più profonda, radicale, universale e definitiva. È in questo contesto che Gesù introduce la novità del suo dono. Nella preghiera di lode, la Berakah, Egli ringrazia il Padre non solo per i grandi eventi della storia passata, ma anche per la propria « esaltazione ».

Istituendo il sacramento dell'Eucaristia, Gesù anticipa ed implica il Sacrificio della croce e la vittoria della risurrezione. Al tempo stesso, Egli si rivela come il vero agnello immolato, previsto nel disegno del Padre fin dalla fondazione del mondo, come si legge nella Prima Lettera di Pietro (cfr 1,18-20). Collocando in questo contesto il suo dono, Gesù manifesta il senso salvifico della sua morte e risurrezione, mistero che diviene realtà rinnovatrice della storia e del cosmo intero. L'istituzione dell'Eucaristia mostra, infatti, come quella morte, di per sé violenta ed assurda, sia diventata in Gesù supremo atto di amore e definitiva liberazione dell'umanità dal male.

Figura transit in veritatem

11. In questo modo Gesù inserisce il suo novum radicale all'interno dell'antica cena sacrificale ebraica. Quella cena per noi cristiani non è più necessario ripeterla. Come giustamente dicono i Padri, figura transit in veritatem: ciò che annunciava le realtà future ha ora lasciato il posto alla verità stessa. L'antico rito si è compiuto ed è stato superato definitivamente attraverso il dono d'amore del Figlio di Dio incarnato. Il cibo della verità, Cristo immolato per noi, dat ... figuris terminum (20). Con il comando « Fate questo in memoria di me » (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento. Il memoriale del suo dono perfetto, infatti, non consiste nella semplice ripetizione dell'Ultima Cena, ma propriamente nell'Eucaristia, ossia nella novità radicale del culto cristiano.

(...)

73 (...)
Rimangono preziose, a questo riguardo, le osservazioni fatte dal mio venerato predecessore, Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Dies Domini (207), a proposito delle diverse dimensioni della domenica per i cristiani: essa è Dies Domini, in riferimento all'opera della creazione; Dies Christi in quanto giorno della nuova creazione e del dono che il Signore Risorto fa dello Spirito Santo; Dies Ecclesiae come giorno in cui la comunità cristiana si ritrova per la celebrazione; Dies hominis come giorno di gioia, riposo e carità fraterna.

Un tale giorno, pertanto, si manifesta come festa primordiale, nella quale ogni fedele, nell'ambiente in cui vive, può farsi annunziatore e custode del senso del tempo. Da questo giorno, in effetti, scaturisce il senso cristiano dell'esistenza ed un nuovo modo di vivere il tempo, le relazioni, il lavoro, la vita e la morte. È bene, dunque, che nel giorno del Signore le realtà ecclesiali organizzino, intorno alla Celebrazione eucaristica domenicale, manifestazioni proprie della comunità cristiana: incontri amichevoli, iniziative per la formazione nella fede di bambini, giovani e adulti, pellegrinaggi, opere di carità e momenti diversi di preghiera. A motivo di questi valori così importanti – per quanto giustamente il sabato sera sin dai Primi Vespri appartenga già alla Domenica e sia permesso adempiere in esso al precetto domenicale – è necessario rammentare che è la domenica in se stessa che merita di essere santificata, perché non finisca per risultare un giorno « vuoto di Dio ».(208)

Dies Domini di Giovanni Paolo II:

Dal sabato alla domenica

18. Per questa essenziale dipendenza del terzo comandamento dalla memoria delle opere salvifiche di Dio, i cristiani, percependo l'originalità del tempo nuovo e definitivo inaugurato da Cristo, hanno assunto come festivo il primo giorno dopo il sabato, perché in esso è avvenuta la risurrezione del Signore. Il mistero pasquale di Cristo costituisce, infatti, la rivelazione piena del mistero delle origini, il vertice della storia della salvezza e l'anticipazione del compimento escatologico del mondo. Ciò che Dio ha operato nella creazione e ciò che ha attuato per il suo popolo nell'Esodo ha trovato nella morte e risurrezione di Cristo il suo compimento, anche se questo avrà la sua espressione definitiva solo nella parusia, con la venuta gloriosa di Cristo.

In lui si realizza pienamente il senso « spirituale » del sabato, come sottolinea san Gregorio Magno: « Noi consideriamo vero sabato la persona del nostro Redentore, il Signore nostro Gesù Cristo ».(14) Per questo la gioia con cui Dio, nel primo sabato dell'umanità, contempla la creazione tratta dal nulla è ormai espressa da quella gioia con cui Cristo, nella domenica di Pasqua è apparso ai suoi, portando il dono della pace e dello Spirito (cfr Gv 20, 19-23). Nel mistero pasquale, infatti, la condizione umana, e con essa l'intera creazione, « che geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (Rm 8, 22), ha conosciuto il suo nuovo « esodo » verso la libertà dei figli di Dio che possono gridare, con Cristo, « Abbà, Padre » (Rm 8, 15; Gal 4, 6). Alla luce di questo mistero, il senso del precetto antico-testamentario sul giorno del Signore viene ricuperato, integrato e pienamente svelato nella gloria che rifulge sul volto di Cristo Risorto (cfr 2 Cor 4, 6). Dal « sabato » si passa al « primo giorno dopo il sabato », dal settimo giorno al primo giorno: il dies Domini diventa il dies Christi !

[SM=g1740733] [SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740717]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il giorno del riposo


Dies Domini di Giovanni Paolo II:


64. Per alcuni secoli i cristiani vissero la domenica solo come giorno del culto, senza potervi annettere anche il significato specifico del riposo sabbatico. Solo nel IV secolo, la legge civile dell'Impero Romano riconobbe il ritmo settimanale, facendo in modo che nel « giorno del sole » i giudici, le popolazioni delle città e le corporazioni dei vari mestieri cessassero di lavorare. (107) I cristiani si rallegrarono di veder così tolti gli ostacoli che fino ad allora avevano reso talvolta eroica l'osservanza del giorno del Signore. Essi potevano ormai dedicarsi alla preghiera comune senza impedimenti. (108)[SM=g1740733]


Sarebbe quindi un errore vedere nella legislazione rispettosa del ritmo settimanale una semplice circostanza storica senza valore per la Chiesa e che essa potrebbe abbandonare. I Concili non hanno cessato di conservare, anche dopo la fine dell'Impero, le disposizioni relative al riposo festivo. Nei Paesi poi dove i cristiani sono in piccolo numero e dove i giorni festivi del calendario non corrispondono alla domenica, quest'ultima rimane pur sempre il giorno del Signore, il giorno in cui i fedeli si riuniscono per l'assemblea eucaristica. Ciò però avviene a prezzo di non piccoli sacrifici.

Per i cristiani non è normale che la domenica, giorno di festa e di gioia, non sia anche giorno di riposo e resta comunque per essi difficile « santificare » la domenica, non disponendo di un tempo libero sufficiente.


65. D'altra parte, il legame tra il giorno del Signore e il giorno del riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana. L'alternanza infatti tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso, come si rileva dal brano della creazione nel Libro della Genesi (cfr 2, 2-3; Es 20, 8-11): il riposo è cosa « sacra », essendo per l'uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio.

Il potere prodigioso che Dio dà all'uomo sulla creazione rischierebbe di fargli dimenticare che Dio è il Creatore, dal quale tutto dipende. Tanto più urgente è questo riconoscimento nella nostra epoca, nella quale la scienza e la tecnica hanno incredibilmente esteso il potere che l'uomo esercita attraverso il suo lavoro.


66. Infine, non bisogna perdere di vista che, anche nel nostro tempo, per molti il lavoro è una dura servitù, sia in ragione delle miserevoli condizioni in cui si svolge e degli orari che impone, specie nelle regioni più povere del mondo, sia perché sussistono, nelle stesse società economicamente più evolute, troppi casi di ingiustizia e di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.

Quando la Chiesa nel corso dei secoli ha legiferato sul riposo domenicale, (109) ha considerato soprattutto il lavoro dei servi e degli operai, non certo perché esso fosse un lavoro meno dignitoso rispetto alle esigenze spirituali della pratica domenicale, ma piuttosto perché più bisognoso di una regolamentazione che ne alleggerisse il peso, e consentisse a tutti di santificare il giorno del Signore. In questa chiave il mio predecessore Leone XIII nell'Enciclica Rerum novarum additava il riposo festivo come un diritto del lavoratore che lo Stato deve garantire. (110)


[SM=g1740733]


[Edited by Caterina63 5/16/2015 12:55 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La domenica: come la santifico?



Perché è importante, per il cristiano, la domenica?

Perché di domenica Cristo è risorto. E infatti era proprio di domenica quando le donne che avevano assistito alla crocifissione di Cristo si recarono al sepolcro "di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato" (Mc 16, 2), e lo trovarono vuoto.



Perché la Risurrezione di Cristo è così importante?

Questi abiti hanno vari e complementari motivazioni, significati e finalità.
  • Perché la Risurrezione di Gesù è il dato fondamentale, centrale e originario su cui poggia la Fede cristiana: "Se Cristo non è risorto, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra Fede" (1Cor 15, 14).
  • La Risurrezione di Cristo è l'evento mirabile che non solo si distingue in modo assolutamente singolare nella storia degli uomini, ma si colloca al centro del mistero del tempo e della storia. A Cristo, appartengono il tempo e i secoli. Egli costituisce l'asse portante della storia, al quale si riconducono il mistero delle origini e quello del destino finale del mondo.



Con quali espressioni viene indicata la domenica?

La domenica è anche chiamata: il Giorno del Signore, della Chiesa, dell'uomo, del sole, il primo giorno della settimana, l'ottavo giorno.



Perché la domenica è chiamata:

  • Il giorno del Signore?
    In quanto la domenica è il giorno della celebrazione della Pasqua (Passione - Morte - Risurrezione - Ascensione) del Signore per la salvezza del mondo. Di tale Pasqua l'Eucaristia, che di domenica viene celebrata, è memoriale (e cioè rende presente ed efficace nell' oggi la Pasqua del Signore, che Egli ha cqmpiuto duemila anni fa). Per questo la domenica è chiamata anche la Pasqua settimanale. Allo stesso tempo il "giorno del Signore" è anche chiamato il "signore dei giorni", "festa primordiale" in quanto "tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste" (Gv 1, 3).
  • Il giorno della Chiesa?
    La domenica è anche chiamata giorno della Chiesa, in quanto, nella Celebrazione Eucaristica domenicale, la comunità cristiana ritrova la sua fonte e il suo culmine, la ragione della sua esistenza, l'origine del suo benessere, il suo vero e insostituibile principio di azione. È attorno all'Eucaristia della domenica che cresce e matura la comunità, la quale ha la missione di comunicare il Vangelo e di condividere l'esperienza intensa di comunione tra tutti i suoi membri.
  • Il giorno dell'uomo?
    Come giorno dell'uomo, la domenica, con la sua dimensione della festa, coinvolge l'uomo nella sua identità personale, familiare e comunitaria nella logica di un modo di essere e di vivere trascendente. Nello stesso tempo, la domenica svela all'uomo il senso del suo essere e agire.
  • Il primo giorno della settimana?
    La domenica è anche chiamata il primo giorno della settimana, perché nella concezione ebraica, il giorno di festa è il sabato, e la domenica dunque è il primo giorno della settimana.
    - Perché è importante tale denominazione?
    Indicando la domenica come il primo giorno della settimana viene evidenziata la singolare connessione che esiste tra la Risurrezione e la creazione, tra "il primo giorno della settimana" in cui è avvenuta la Risurrezione di Cristo e il primo giorno della settimana cosmica in cui Dio ha creato il mondo (cfr. Gn 1, 1-2.4). Infatti la Risurrezione costituisce come l'inizio di una nuova creazione, della quale il Cristo, "generato prima di ogni creatura" (Col 1, 15), costituisce anche la primizia, "il primogenito di coloro che risuscitano dai morti" (Col 1, 18).
  • L'ottavo giorno?
    La domenica è anche chiamata l' ottavo giorno, perché nella concezione ebraica il sabato risulta essere il settimo giorno della settimana, e dunque la domenica è anche l'ottavo giorno.
    - Che cosa evidenzia la domenica intesa come l'ottavo giorno?
    L'ottavo giorno evidenzia il legame della domenica con l'eternità. Infatti la domenica, oltre che primo giorno, è anche "giorno ottavo", posto cioè, rispetto alla successione settenaria dei giorni, in una posizione unica e trascendente, evocatrice non solo dell'inizio del tempo, ma anche della sua fine nel "secolo futuro". La domenica in tal senso:
    • significa il giorno veramente nuovo, unico, che seguirà il tempo attuale, il giorno senza termine che non conoscerà né sera né mattino, il secolo imperituro che. non potrà invecchiare;
    • è il preannuncio incessante della vita senza fine, della vita eterna verso cui il cristiano viene proiettato;
    • prefigura il giorno finale, quello della Parusia, già in qualche modo anticipata dalla gloria di Cristo nell'evento della Risurrezione. In effetti, tutto quanto avverrà, fino alla fine del mondo, non sarà che una espansione e una esplicitazione di ciò che è avvenuto nel giorno in cui il corpo martoriato del Crocifisso è risuscitato;
    • è invito a guardare in avanti, è il giorno in cui la comunità cristiana grida a Cristo il suo "Marana-tha: vieni, o Signore!" (1Cor 16, 22). In questo grido di speranza e di attesa, essa si fa compagnia e sostegno della speranza degli uomini.
  • Il giorno del sole?
    Questa espressione giorno del sole, attribuita alla domenica, viene da molto, lontano.
    All'inizio della storia del cristianesimo, un' accorta intuizione pastorale suggerì alla Chiesa di cristianizzare, per la domenica, la connotazione di giorno del sole, espressione con cui i romani denominavano questo giorno e che ancora emerge in alcune lingue contemporanee. In tal modo la Chiesa delle origini sottraeva i fedeli alle seduzioni di culti che divinizzavano il sole, e indirizzava la celebrazione di questo giorno a Cristo, vero "sole" dell'umanità, "sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1, 78-79), venuto come "luce per illuminare le genti" (Lc 2, 32), e che ritornerà alla fine dei tempi, per essere e trasfigurare con la Sua luce sfolgorante tutti e tutto.



In che senso la domenica rivela all'uomo il significato del tempo?

La domenica, sgorgando dalla Risurrezione di Cristo, fende i tempi dell'uomo (i giorni, i mesi, gli anni, i secoli) come una freccia direzionale che li collega sia al primo giorno della creazione sia all 'ultimo giorno (l'ottavo) del mondo, nel quale il Signore Gesù verrà nella gloria e farà nuove tutte le cose.



Quale relazione esiste tra la domenica e l'anno liturgico?

La domenica è la festa primordiale, il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico, il naturale modello per comprendere e celebrare, nel corso dell'anno liturgico, tutto il mistero di Cristo, dall'Incarnazione e Natività fino all' Ascensione, al giorno di Pentecoste e all'attesa della beata speranza e del ritorno del Signore. La domenica, con la sua ordinaria "solennità", scandisce così, di anno in anno, il tempo del pellegrinaggio della Chiesa, fino alla domenica senza tramonto. Infatti la Chiesa, di domenica in domenica, illuminata da Cristo, cammina verso la domenica senza fine della Gerusalemme celeste, quando sarà compiuta in tutti i suoi lineamenti la mistica Città di Dio, che "non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello" (Ap 21, 23).



Perché la domenica è legata al nostro Battesimo?

La domenica, celebrazione della Morte e della Risurrezione di Cristo, ricorda, più degli altri giorni, che noi siamo, con Cristo e grazie a Lui, morti al peccato e risorti alla vita nuova dei figli di Dio, proprio nel giorno del nostro Battesimo. "Con Lui infatti siete stati sepolti insieme nel Battesimo, in Lui siete anche stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti" (Col 2, 12). La Chiesa sottolinea questa dimensione battesimale della domenica esortando a celebrare i battesimi, oltre che nella Veglia pasquale, anche in questo giorno settimanale, la domenica, in cui si commemora la Risurrezione del Signore.



Come si santifica la domenica?

  • Partecipando anzitutto alla Celebrazione Eucaristica, la quale è veramente, per ogni battezzato, il cuore della domenica. "Senza domenica non possiamo vivere": così proclamò uno dei cristiani che subì il martirio sotto Diocleziano nel IV secolo, proprio perché non volle rinunciare a celebrare l'Eucaristia domenicale.
  • E anche mediante la preghiera, le opere di carità e l'astensione dal lavoro.



Come va vissuta la S. Messa domenicale?

  • La S. Messa domenicale è, per il cristiano, un impegno irrinunciabile, da vivere non solo per assolvere a un precetto, ma come bisogno di una vita cristiana veramente consapevole e coerente.
  • I fedeli di domenica si riuniscono in assemblea perché, ascoltando la Parola di Dio e partecipando all'Eucaristia, fanno memoria della Passione, della Risurrezione e della Gloria del Signore Gesù e rendono grazie a Dio che li ha rigenerati per una speranza viva per mezzo della Risurrezione di Gesù Cristo dai morti (cfr. 1Pt 1, 3). In ogni Santa Messa, benediciamo il Signore, Dio dell'universo, presentandogli il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell'uomo.
  • Quando poi i genitori partecipano con i loro figli alla S. Messa, le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro "ministero" di chiese domestiche.



Quando il Cristiano è obbligato a partecipare alla Messa?

"La domenica e le altre feste di precetto, i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa" (can. 1247 del Codice di Diritto Canonico). Una tale legge implica un obbligo grave, e ben si comprende il motivo, se si considera la rilevanza che la domenica e l'Eucaristia hanno per la vita cristiana. Colui che deliberatamente non ottempera a tale obbligo commette un peccato mortale.



Chi può essere dispensato dal partecipare alla Messa domenicale?

Colui che è giustificato da un serio motivo (per esempio la malattia) o ne sia dispensato dal proprio parroco.



Come santificare la domenica pregando di più?

  • È quanto mai opportuno che il cristiano, oltre a partecipare alla S. Messa, santifichi la domenica dedicando maggior tempo alla preghiera: personale, familiare, comunitaria. Tali momenti particolari di preghiera preparano e completano nell'animo cristiano il dono proprio dell'Eucaristia. 
  • Particolarmente raccomandata è la celebrazione solenne e comunitaria dei Vespri. Importanti sono anche espressioni antiche della religiosità, come il pellegrinaggio: spesso i fedeli approfittano del riposo domenicale per recarsi a Santuari dove vivere, magari con l'intera famiglia, qualche ora di più intensa esperienza di Fede, momenti di grazia.
  • Il tempo donato a Cristo non è mai tempo perduto, ma piuttosto tempo guadagnato per l'umanizzazione profonda dei nostri rapporti, della nostra vita e di quella del mondo.



Perché per la santificazione della domenica si richiede il riposo, l'astensione dal lavoro?

  • L'alternanza tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso, come si rileva dal brano della creazione nel Libro della Genesi (cfr. Gn 2, 2-3; Es 20, 8-11): il riposo è cosa "sacra", essendo per l'uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio. Se è esemplare per l'uomo, nella prima pagina della Genesi, il "lavoro" di Dio, altrettanto lo è il suo "riposo": "Cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro"(Gn 2, 2).
  • L'interruzione del ritmo spesso opprimente delle occupazioni esprime, con la novità del riposo e il distacco dal lavoro, il riconoscimento della dipendenza propria e del cosmo da Dio. Tutto è di Dio! Il giorno del Signore torna continuamente ad affermare questo principio. Tanto più urgente è questo riconoscimento nella nostra epoca, nella quale la scienza e la tecnica hanno incredibilmente esteso il potere che l'uomo esercita attraverso il suo lavoro.



Quali sono i vantaggi del riposo domenicale?

Grazie al riposo domenicale:
  • le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione;
  • le cose materiali, per le quali ci si agita spesso, lasciano posto ai valori dello spirito;
  • le persone con le quali viviamo riprendono, nell'incontro e nel dialogo più pacato, il loro vero volto. Il riposo e la distensione sono necessari alla nostra dignità di persone: le molteplici e complementari esigenze religiose, familiari, culturali, interpersonali difficilmente possono essere soddisfatte se non viene salvaguardato almeno un giorno settimanale in cui godere insieme della possibilità di riposare e di far festa;
  • le stesse bellezze della natura troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l'uomo - possono essere riscoperte e profondamente gustate;
  • si può ritrovare un pò di pace con Dio, con se stessi e con i propri simili; un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio e la meditazione, che favoriscono la crescita della vita interiore e cristiana;
  • si possono vivere preziosi momenti di arricchimento spirituale, di più grande libertà, di maggiori possibilità di contemplazione e di comunione fraterna. Questo impegna ciascuno dei discepoli di Cristo a dare anche agli altri momenti della giornata, vissuti al di fuori del contesto liturgico - vita di famiglia, relazioni sociali, occasioni di svago - uno stile che aiuti a far emergere la pace e la gioia del Risorto nel tessuto ordinario della vita. Il più tranquillo ritrovarsi dei genitori e dei figli può essere, ad esempio, occasione non solo per aprirsi all'ascolto reciproco, ma anche per vivere insieme qualche momento formativo e di maggiorraccoglimento;
  • viene offerta l'occasione di dedicarsi, con maggiore disponibilità di energie e di tempo, alle attività di misericordia, di carità e di apostolato. L'Eucaristia domenicale, dunque, non solo non distoglie dai doveri di carità, ma al contrario impegna maggiormente i fedeli "a tutte le opere di carità, di pietà, di apostolato, attraverso le quali divenga manifesto che i fedeli di Cristo non sono di questo mondo e tuttavia sono luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini" (Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum Concilium, 9);
  • si favoriscono momenti di condivisione fraterna nei confronti dei pili poveri. "Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciòche gli è riuscito di risparmiare" (1Cor 16, 2) e lo doni a chi ha meno di lui.



Quali lavori sono consentiti la domenica?

Quelli che non impediscono di rendere culto a Dio e non turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo. Sono consentite le attività familiari o attività che hanno una grande utilità sociale, a meno che non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute. Ogni cristiano deve anche evitare di imporre, senza necessità, ad altri ciò che impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore.



Che differenza c'è fra la domenica e il "fine settimana"?

Ai discepoli di Cristo è chiesto di non confondere la celebrazione della domenica, che dev'essere una vera santificazione del giorno del Signore, col "fine settimana", inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione. Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro "fine settimana", può capitare che l'uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il "Cielo".



Perché è importante santificare la domenica facendo festa?

L'esigenza di "far festa" è insita nell'essere umano. Ora per il cristiano, la domenica, il giorno in cui il Signore è risorto, è il giorno per eccellenza della gioia. Alla domenica, ben s'addice l'esclamazione del Salmista: "Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Sal 118). "Il primo giorno della settimana, siate tutti lieti" si legge nella Didascalia degli Apostoli, dei primi tempi del cristianesimo. Nel giorno del Signore, la Chiesa infatti testimonia fortemente la gioia provata dagli Apostoli nel vedere il Signore risorto la sera di Pasqua. Sant' Agostino, facendosi interprete della diffusa coscienza ecclesiale, mette appunto in evidenza tale carattere della domenica: "Si tralasciano i digiuni e si prega stando in piedi come segno della risurrezione; per questo inoltre tutte le domeniche si canta l' alleluia" . Il carattere festoso dell'Eucaristia domenicale esprime la gioia che Cristo trasmette alla sua Chiesa attraverso il dono dello Spirito.

Il Primicerio
della Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo in Roma
Monsignor Raffaello Martinelli

NB: Per approfondire l'argomento, si leggano i seguenti documenti pontifici:
  • Conc. Ecum. Vat. II, Cost. sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium;
  • Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae, 1980; Dies Domini, 1998;
  • Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), nn. 2168-2195; Compendio del CCC, nn. 450-454.
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....giù le mani dalla Domenica!!! [SM=g1740730]


'Dies Domini ': il giorno del Signore nella S. Scrittura, nella Dottrina, nel Magistero e nel Diritto della Chiesa Cattolica



"Il settimo giorno... è in onore del Signore, tuo Dio"
Nota su FaceBook pubblicata da Cristiano Andreatta
il giorno martedì 6 marzo 2012 alle ore 18.05


Chi mi conosce sa che generalmente non amo discutere questioni politiche. C'è chi lo fa e non è certo da biasimare per questo - sempre che, ovviamente, agisca in maniera corretta. Tuttavia, una vicenda di questi ultimi mesi mi ha colpito. Mi limito a riportare qualche testo con pochi commenti.
La legge n. 214 del 22 dicembre 2011 (cosiddetto "decreto Salva Italia"), approvata dal Parlamento italiano (nota 1), all'art. 31, provvede a modificare una legge precedente, la n. 248 del 4 agosto 2006 (cosiddetto "Decreto Bersani"). Ora quest'ultima legge, all'art. 3, recita: "[...] le attività commerciali [...] e di somministrazione di alimenti e bevande, sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni: [...] il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l'obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell'esercizio [...]".
In altri termini, è stato completamente cancellato il riposo festivo domenicale obbligatorio, che già era stato duramente messo in crisi

Come commentare? Ecco qualche testo che spero possa far riflettere.

- "Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato." (Es 20,8-11).

- "Osserva il giorno del sabato per santificarlo, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricòrdati che sei stato schiavo nella terra d'Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore, tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del sabato." (Dt 5,12-15).

- "La celebrazione della domenica attua la prescrizione morale naturalmente iscritta nel cuore dell'uomo “di rendere a Dio un culto esteriore, visibile, pubblico e regolare nel ricordo della sua benevolenza universale verso gli uomini” [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, 122, 4].

- "Il culto domenicale è il compimento del precetto morale dell'Antica Alleanza, di cui riprende il ritmo e lo spirito celebrando ogni settimana il Creatore e il Redentore del suo popolo." (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2176).

"Come Dio “cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro”, così anche la vita dell'uomo è ritmata dal lavoro e dal riposo. L'istituzione del giorno del Signore contribuisce a dare a tutti la possibilità di “godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 67]. (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2184).

- "Le necessità familiari o una grande utilità sociale costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale. I fedeli vigileranno affinché legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute." (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2185).

- "Nonostante le rigide esigenze dell'economia, i pubblici poteri vigileranno per assicurare ai cittadini un tempo destinato al riposo e al culto divino. I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro dipendenti." (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2187).

- "Nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, i cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi. Spetta a loro offrire a tutti un esempio pubblico di preghiera, di rispetto e di gioia e difendere le loro tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana. Se la legislazione del paese o altri motivi obbligano a lavorare la domenica, questo giorno sia tuttavia vissuto come il giorno della nostra liberazione, che ci fa partecipare a questa “adunanza festosa”, a questa “assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli” ( Eb 12,22-23). (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2188).

- "Il giorno di domenica in cui si celebra il mistero pasquale, per la tradizione apostolica deve essere osservato in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto." (Codice di Diritto Canonico, can. 1246 - §1. ).

- "La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa; si astengano inoltre, da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo. "(Codice di Diritto Canonico, can. 1247).

- "[...] il benessere esterno, precisamente del lavoratore, non può attendersi da una tecnica della produzione, che esige regolarmente dal lavoratore e dalla sua famiglia il sacrificio della domenica; può ancor meno provenire da una condizione di cose, in cui la domenica non fosse, come Iddio la vuole, un giorno di quiete e di ristoro, in un clima di elevata pietà. La tecnica, la economia e la società manifestano il loro grado di sanità morale dal modo come favoriscono o contrariano la santificazione della domenica." (venerabile Pio XII, Discorso ai lavoratori della Acli, 14 maggio 1953).

- "Sarebbe quindi un errore vedere nella legislazione rispettosa del ritmo settimanale una semplice circostanza storica senza valore per la Chiesa e che essa potrebbe abbandonare. [...] Per i cristiani non è normale che la domenica, giorno di festa e di gioia, non sia anche giorno di riposo e resta comunque per essi difficile « santificare » la domenica, non disponendo di un tempo libero sufficiente." (beato Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 64).

- "D'altra parte, il legame tra il giorno del Signore e il giorno del riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana. L'alternanza infatti tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso [...] il riposo è cosa « sacra », essendo per l'uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio. Il potere prodigioso che Dio dà all'uomo sulla creazione rischierebbe di fargli dimenticare che Dio è il Creatore, dal quale tutto dipende. Tanto più urgente è questo riconoscimento nella nostra epoca, nella quale la scienza e la tecnica hanno incredibilmente esteso il potere che l'uomo esercita attraverso il suo lavoro." (beato Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 65).

- "Per questo è naturale che i cristiani si adoperino perché, anche nelle circostanze speciali del nostro tempo, la legislazione civile tenga conto del loro dovere di santificare la domenica." (beato Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 67).

- "Esigere dunque che la domenica non venga omologata a tutti gli altri giorni della settimana è una scelta di civiltà." (Benedetto XVI, Discorso ai dirigenti delle Acli, 27 gennaio 2006) .

- "[...] è particolarmente urgente in questo nostro tempo ricordare che il giorno del Signore è anche il giorno del riposo dal lavoro. Ci auguriamo vivamente che esso sia riconosciuto come tale anche dalla società civile, così che sia possibile essere liberi dalle attività lavorative, senza venire per questo penalizzati." (Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n. 74)

di Cristiano Andreatta, tratto da FaceBook


________________
(nota 1) La Camera dei Deputati ha votato il provvedimento in data 16 dicembre 2011: il testo ha ottenuto 495 voti favorevoli, 88 contrari e 4 astenuti (quindi circa l'85% dei votanti ha espresso il suo "sì").
Il Senato della Repubblica ha votato il provvedimento in data 22 dicembre 2011: il testo ha ottenuto 257 voti favorevoli, 41 contrari e 0 astenuti (quindi circa l'86% dei votanti ha espresso il suo "sì").
In entrambi i casi è stata posta la questione di fiducia.



[SM=g1740771]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/18/2012 7:04 PM
 
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L'allora Arcivescovo di Bologna, cardinale Biffi settembre 2003, chiudeva la tre giorni del clero con alcune riflessioni sul giorno del Signore «Non lo impone l'autorità, è nella natura stessa della Chiesa»


cardinale Biffi: la domenica,è nel  DNA del cristiano


«Parrocchia e comunità non vanno fatte sbrigativamente coincidere. Si rischia di escludere qualcuno»


Di Gianni Santamaria


«Bisogna far entrare nella coscienza comune dei fedeli che la celebrazione domenicale (e non soltanto la celebrazione eucaristica) è obbligatoria e vincolante non perché sia arbitrariamente imposta dall'autorità, ma perché è intrinseca alla stessa struttura interiore della personalità cristiana e alla natura misterica della comunità ecclesiale».

È una serie di Riflessioni sul "Giorno del Signore" che il cardinale Giacomo Biffi ha offerto ieri alla tre giorni del clero bolognese.
All'inizio del nuovo anno pastorale il porporato ha voluto toccare uno dei temi centrali del vivere cristiano. Spesso si fanno analisi statistiche sulla partecipazione alla Messa domenicale, sottolineandone cali o tenute. Ma non sono i grandi numeri a essere un «segno necessario dell'autenticità del nostro annuncio», sostiene Biffi.

E allo stesso tempo «non bisogna guardare alle chiese deserte come a un valore, a una prova della genuinità del Vangelo che predichiamo, a un indizio di fede più personale e matura (come talvolta capita di ascoltare). Gli insuccessi e le apostasie possono essere momenti inevitabili e anche previsti dal disegno di Dio, ma non c'è bisogno di presentarli come momenti di grazia».


[SM=g1740733] Dalla "quantità" Biffi passa poi alla "qualità": «Non è necessario che un raggruppamento di battezzati costituisca una comunità umanamente viva e compatta perché si possa celebrare la domenica, ma è necessario che un raggruppamento di battezzati che celebra la domenica si sforzi di dare origine a una comunità viva e compatta».

Non sono, infatti, «le affinità elettive, ideologiche culturali, né le connessioni socialmente umane a metterci in grado di entrare in comunione col mistero del Signore risorto, ma è il Signore risorto che ci raduna in una comunione ecclesiale e ci sollecita a superare il nativo egoismo fino a costituire veramente una famiglia». Dunque, «il "mistero della domenica" va proposto continuamente a tutto il popolo di Dio nella sua verità e nella sua totalità, senza mutilazioni, senza distorsioni, senza aggiunte stridenti».

Queste alcune delle conclusioni di un documento, nel quale l'arcivescovo di Bologna - dopo aver ricordato le sue esperienze pastorali con le assemblee riunite, quando era sacerdote - sottopone a critica alcune idee divenute veri e propri «miti»: «carattere oppressivo della legge», «culto di Dio come alienazione», postività dello «stato di diaspora» in cui oggi verserebbe la Chiesa, «enfatizzazione» del concetto di comunità, «desacralizzazione».


Si può imporre la gioia? Naturalmente no. Con san Tommaso, però, l'arcivescovo di Bologna opta per un'idea di legge che non è «imperium», ma «ratio». Come chi acquista un auto e non sente oppressivo il doverci mettere la benzina. Dunque, nell'immagine usata dal porporato, la domenica va vista come propellente della gioia. E antidoto agli altri pericoli segnalati. Biffi invita, infine, a non far «coincidere sbrigativamente la parrocchia con la comunità». Il rischio, infatti, è quello di «escludere dalla nostra sollecitudine quei fratelli che per i più diversi motivi non sono in grado di inserirsi o comunque non si inseriscono nelle iniziative e nei momenti comunitari».

Anche loro sono «"parrocchiani" a tutti gli effetti e sono anch'essi destinatari della nostra operosa carità pastorale».

 

[SM=g1740771] un ulteriore supporto alle parole del cardinale Biffi:

 

LA VOCE DEL VESCOVO

di Maria Carla Papi

"Riflessioni sul Giorno del Signore"

Nota pastorale di S. E. il Card. Arcivescovo Giacomo Biffi

È l’ultimo articolo col quale si conclude questa rubrica. Sarà un po’ più lungo del solito, e me ne scuso, ma è necessario fare un breve riassunto e un commento sulle ‘conclusioni’ e sul significato dell’intero documento, nonché del messaggio intrinseco che il Cardinale Biffi ci ha lasciato su quello che per i cristiani è il giorno più importante: la domenica.

Nel corso di questi mesi abbiamo esaminato i cosiddetti cinque "miti" che il Card. Biffi ci ha sottoposto all’attenzione. Prima di arrivare alla conclusione, vediamone di ricapitolare gli argomenti di questi miti, in modo tanto breve quanto, inevitabilmente, per rinfrescare i concetti.

Il carattere oppressivo della legge, che ci conduce a rivedere l’idea che abbiamo delle leggi di Dio offerteci non come imposizione, ma come istruzioni per l’uso della nostra vita al fine di aderire al progetto originale del Padre che, in quanto tale, non può non volere il nostro bene.

Il culto di Dio come "alienazione", che è un’idea non solo hegeliana, ma è anche di tanti ‘cristiani’. E se è giustificata e in fondo coerente per un Marx non credente non può esserlo per il cristiano, il quale sa che le vere ‘alienazioni’ sono le offerte del mondo che, anziché liberarci, ci vincolano – quelle sì – molto più delle leggi di Dio.

Lo stato di "diaspora", idea che induce a credere che i cristiani, in quanto vivono e operano sparsi in mezzo ai non credenti ed in situazione diverse nel mondo, siano divisi, dimenticando la realtà di comunione data dal battesimo e l’opera redentivia del Signore, morto e risorto per "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (Gv 11,52)"

[SM=g1740733] L’enfatizzazione della "comunità", concetto che identifica in genere il popolo – ad esempio – di un certo territorio parrocchiale, ma che – beninteso – non deve essere identificato come un gruppo di persone che hanno raggiunto una piena comunione. Questa idea di comunione, semmai, deve essere un fine, uno scopo: di fatto – avverte Biffi - lo stato di comunione e di comunità "coincideranno solo nella Gerusalemme celeste". Se ci si illude di essere già in comunione, basta pensare che non conosciamo neppure il nostro vicino di banco in chiesa per capire che questo concetto è ancora lontano. Non solo, ma – avverte ancora il Cardinale - "bisognerà fare attenzione a non far coincidere sbrigativamente la ‘parrocchia’ con la ‘comunità’. Si correrebbe il rischio di escludere dalla nostra sollecitudine quei fratelli che per i più diversi motivi non sono in grado di inserirsi o comunque di fatto non si inseriscono nelle iniziative e nei momenti comunitari: ma restano anch’essi "parrocchiani" a tutti gli effetti e sono anch’essi destinatari della nostra operosa carità pastorale."

La "Desacralizzazione", concetto che, avviato negli ultimi decenni dal mondo laicista, è stato in qualche modo preso in considerazione anche dal mondo dei credenti, i quali, appropriandosi come alibi dell’idea della ‘vana osservanza’ di cui ci ammonisce S. Paolo, hanno via via abbandonato o quanto meno dato un significato più modesto al senso del sacro.

Ogni volta che diciamo che il giorno del Signore è sacro dovremo chiederci perché: solo così recupereremo l’idea che "la sacralità è una dimensione essenziale del progetto con cui Dio ci salva".

Dopo l’esame di questi "miti", il Cardinale avvia la sua conclusione che, a mio avviso, da sola costituisce un documento a sé stante che sintetizza non solo i concetti da lui fin qui espressi, ma anche e soprattutto esprime in pieno il "Biffi-pensiero", ovvero il suo modo unico e inconfondibile di porgere il suo magistero, non già come un proclama delle sue idee, ma come un dono, un’offerta distribuita con generosità e amore, con la passione della convinzione, con l’ansia apostolica di voler penetrare nei cuori, prima che nelle menti, non certo per essere applaudito, ma per condurre il gregge là, nella pace di quella Gerusalemme celeste della quale egli con la sua fede cristallina intravede profeticamente la luce splendida.

Biffi ha fatto della Cattedra di S. Petronio il piedistallo eccelso dal quale ha proiettato su tutti la luce della Verità che salva, ma la sua mente, la sua anima e il suo cuore non sono mai rimasti su quel seggio privilegiato - sul quale lasciava risplendere solo la Parola di Dio - ma è sempre sceso idealmente in mezzo al suo gregge, non disdegnando le pecorelle più distratte o malandate, per entrare nei cuori, per capire, soprattutto, gli affanni dei più deboli, per offrire la comprensione ai più lontani, senza mai scendere a compromessi che potevano sminuire la Verità, ma lasciando comunque sempre la porta spalancata a tutti. Non è questa solo l’opinione di poco valore della sottoscritta, ma sappiamo che il Cardinale Biffi è, a detta di tanti eminenti pensatori, uno dei più grandi interpreti del Vangelo e soprattutto uno dei più grandi evangelizzatori dei nostri tempi. Perché il Vangelo spiegato da lui diventa vivo.

Biffi, con un atteggiamento molto simile a quello di Gesù, non condanna a priori, non scaglia pietre e, anzi, come vedremo anche leggendo le sue considerazioni conclusive, confessa di aver trovato più autenticità in taluni soggetti che a prima vista, non corrispondevano all’ideale del fedele, di quanto si sarebbe aspettato.

La cosa più bella e commovente è che non trasmette mai scoramento e per primo riesce a trovare spunti positivi anche in taluni atteggiamenti del mondo laicista che avrebbero solo bisogno di essere irrorati dalla luce della grazia.

Le sue parole non adombrano mai alcuna amarezza, perché – come egli stesso afferma – non bisogna credere al miraggio di una conversione miracolosa di un’intera comunità, non bisogna illudersi di riempire le chiese, magari modificando il messaggio evangelico, o rendendolo subalterno alle proprie opinioni. La Parola di Dio, dice Biffi, va proclamata nella sua integrità, senza aggiunte e senza sconti, rispettando tutti, anche nella terminologia e senza sperare che si avverino delle promesse che non ci sono mai state fatte. Gesù non ha promesso la ‘maggioranza’ al suo gregge! Però ha promesso la salvezza ed è con questa gioia, la stessa che palpita dalle parole convinte del nostro Arcivescovo emerito, che dobbiamo cercare tutti di vivere e testimoniare il Giorno del Signore. Per essere credibili e convincenti, occorre essere prima di tutti veri credenti!

Ecco le conclusioni del Cardinale Biffi

:

CONCLUSIONE

"Le considerazioni sin qui fatte sono, come si è visto, abbastanza varie e quasi sconnesse. Vorrei almeno in sede di conclusione, enunciare l’idea ispiratrice che soggiace a questa specie di rapsodia e in qualche modo la unifica. Tenterò di chiarire il mio pensiero formulando cinque rapide annotazioni di metodologia pastorale.

 

   1. Occorre ripartire dal "mistero salvifico", considerandolo non tanto un’occasione per le nostre esercitazioni e le nostre ipotesi quanto un dono da ricevere e da assimilare. Si tratta di ritornare a vedere l’azione liturgica come atto essenziale di obbedienza a un disegno che ci precede e ci sovrasta. "Il mistero che celebriamo, o Padre, è obbedienza al comando di Cristo", dice il canone pasquale del messale ambrosiano subito dopo le parole dell’istituzione. Con questo atteggiamento interiore non faticheremo tra l’altro a capire che il progetto salvifico è già in se stesso un progetto di promozione dell’uomo, elaborato nell’eternità – prima dunque della così detta "svolta antropologica" – dalla sapienza trascendente del Padre.
  

2. La realtà della domenica va dunque accolta in tutta la sua ricchezza, come giorno del Signore risorto, come giorno della gioia dei redenti, come giorno della carità, come giorno epifanico della Chiesa, come giorno dell’attesa e dell’anticipazione escatologica.
  

3. Il "mistero della domenica" va proposto continuamente a tutto il popolo di Dio nella sua verità e nella sua totalità, senza mutilazioni, senza distorsioni. senza aggiunte stridenti. Le nostre tentazioni sono molte: da quella di voler migliorare il progetto, a quella di praticare degli sconti nell’annuncio della realtà salvifica. Ma la proposta va presentata integralmente, con chiarezza e con fermezza, nella convinzione che in essa sta la salvezza dell’uomo.
  

4. Se la proposta di Dio è totalizzante e deve restare integra, la risposta dell’uomo è sempre inadeguata e parziale. Questa perenne insufficienza della risposta dei fedeli è un fatto che va pastoralmente riconosciuto, senza credere possibile che si avveri il miraggio di una comunità purificata da ogni passività e senza la propensione gnostica a costruire una piccola Chiesa di perfetti. Tutti i cristiani vanno rispettati e amati, anche nella terminologia pastorale. Quanti così detti "cristiani sociologici" nel momento della prova e dell’adesione penosa alla volontà di Dio mi si sono rivelati molto più autentici di quanto non avessi potuto dedurre dal loro modo di partecipare alla messa! Può essere piuttosto utile ricordare che nessuno di noi è un cristiano intero: noi siamo tutti dei tentativi di essere cristiani; tentativi che riescono a percentuale diversa, misurata solo dal giudizio di Dio. L’azione pastorale si prefiggerà soprattutto di ottenere che il tentativo sia da tutti ripetuto senza stanchezza. Ma i veri pastori non disprezzeranno mai neppure il più esiguo frammento del Regno, anzi saranno sempre attenti e docili alla parola del Signore: "Raccogliete i frammenti, perché nulla vada perduto" (Gv 6,12).
  

5. Non è necessario che un raggruppamento di battezzati costituisca una comunità umanamente viva e compatta perché si possa celebrare la domenica, ma è necessario che un raggruppamento di battezzati che celebra la domenica si sforzi di dare origine a una comunità viva e compatta. Il che significa che non sono le affinità elettive, ideologiche, culturali né le connessioni socialmente umane a metterci in grado di entrare in comunione col mistero del Signore risorto, ma è il Signore risorto che ci raduna in una comunione ecclesiale e ci sollecita a superare il nativo egoismo fino a costituire veramente una famiglia.
  

6. Occorre infine che non si consideri il grande numero dei fedeli che si riuniscono nelle nostre chiese un segno necessario dell’autenticità del nostro annuncio. Il Signore non ha mai assicurato la "maggioranza" al suo "piccolo gregge" (cf. Lc 12,32): non coltivare illusioni fondate su promesse che non ci sono state fatte, è il modo migliore per non lasciarsi sopraffare dalle delusioni. D’altra parte non bisogna guardare alle chiese deserte come a un valore, a una prova della genuinità del Vangelo che predichiamo, a un indizio di fede più personale e matura (come talvolta càpita di ascoltare). Gli insuccessi e le apostasie possono essere momenti inevitabili e anche previsti dal disegno di Dio, ma non c’è bisogno di presentarli come eventi di grazia. Oltre ogni esito, dobbiamo lavorare nella fedeltà e nella speranza. Le vittorie definitive non sono in programma prima dell’apparizione gloriosa del Signore, alla quale dobbiamo sempre pensare con desiderio.

Ci si impegna con più animo, con maggior tranquillità interiore, con equilibrio più sicuro a una più cosciente e partecipata celebrazione della domenica terrena quando ci si ricorda che in ogni caso alla fine ci attende la domenica eterna.

 

[SM=g1740733]

[Edited by Caterina63 4/18/2012 7:11 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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5/25/2014 8:39 AM
 
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Curiosità... papale:

 

"Quando è stata introdotta la celebrazione della Messa vespertina e per quale motivo" ?


La Messa vespertina è stata introdotta con due decreti di Pio XII.

La Costituzione Christus Dominus del 6.1.1953 e il Motu porprio Sacram Communionem del 19.3.1957. 
I motivi sono stati di ordine pastorale: dare l’opportunità a tante persone che per i più svariati motivi non potevano partecipare alla Messa celebrata al mattino presto. 
Con questi decreti Pio XII ridusse anche il digiuno eucaristico a tre ore. 
Inoltre non c’è l’indicazione di un’ora precisa dalla quale si possa partire per la celebrazione dell’Eucaristia. 
... come mai la Messa prefestiva valga solo per la domenica? Perché la Chiesa, da sempre, per le solennità e per le domeniche, ha celebrato anche i primi vespri, vale a dire quelli celebrati la sera del giorno precedente la festa. 
Con questo si rifaceva al modo degli ebrei di computare il giorno: da un tramonto all’altro, e non da mezzanotte a mezzanotte. 

(Fonte Amici Domenicani)






GIORNO DEL SIGNORE
 

Domenica è sempre domenica si cantava nella "Italietta" cristiana di fine anni '50. Adesso non è più la stessa domenica. E' un giorno del weekend, spesso depressivo, in cui i negozi sono chiusi. Per recuperarne il senso dobbiamo ricordare di nuovo che è il Giorno del Signore per i cristiani.

di Rino Cammilleri
Domenica è sempre domenica


«Domenica è sempre domenica» era il gioioso inno con cui si concludeva ogni puntata del mitico «Il musichiere» che, appunto, andava in onda il sabato sera. Composto dal maestro Gorni Kramer, della cui orchestra era sigla, ricordava che l’indomani era domenica, giorno in cui ci si poteva alzare senza la sveglia e, al liberatorio suono delle campane, indossare il vestito più bello, andare a messa, comprare le paste e passare un pomeriggio di relax in famiglia, magari ascoltando i risultati delle partite. O addirittura recarsi allo stadio a vederne una. Robe da maschi, tant’è che Rita Pavone se ne lagnava in musica («…perché una volta non ci porti pure me?»).

Ma era ancora l’Italietta in cui le parole «famiglia» e «festa» avevano senso. Poi il sessantottismo, importato dagli Usa, spazzò via tutto e la domenica finì rimpiazzata dall’americano «week-end». E’ inutile girarci intorno: l’Occidente è rimpiombato nel paganesimo precristiano e va rievangelizzato, con l’aggravante che l’antico paganesimo era pur sempre un mondo sacralizzato, mentre oggi la stessa parola «sacro» è un concetto che va spiegato (sempre che si trovi qualcuno a cui interessi). Oggi allo stadio vanno anche le donne, e ci si va a proprio rischio e pericolo. Il vestito «bello» si mette per lavorare, perciò nelle «feste» ci si concia da operai del Bronx. Le paste, vivaddio, possiamo mangiarle tutti i giorni e, anzi, siamo a dieta. Gli scampanii c’è chi li denuncia in Procura come molestia, e alla «famiglia» ormai sembrano tenere solo gli omosessuali. In questo bel quadro ha senso reclamare ancora il «diritto al riposo domenicale»?

Un giorno di riposo è già previsto dal contratto di lavoro (per chi ha la fortuna di averne uno), e non si vede perché debba essere proprio la domenica. Le nostre città, sempre meno vivibili, la domenica sono un mortorio, infatti esiste una sindrome ben precisa che si chiama «depressione domenicale». In certi quartieri sono proprio i negozi aperti e le vetrine illuminate a consentire la vivibilità, altrimenti i «poveri» e i «deboli» (con cui ci si riempie tanto la bocca) devono stare tappati in casa. La giunta Albertini (leghista) ridusse drasticamente gli stupri e le aggressioni a Milano col semplice espediente di potenziare l’illuminazione notturna. Se si consentisse l’apertura degli esercizi commerciali anche la notte sarebbe pure meglio, e permetterebbe ai lavoratori di lucrare l’indennità relativa. Mettiamocelo bene in testa: l’urbanizzazione dell’esistenza implica che la città funzioni a pieno ritmo ventiquattr’ore su ventiquattro. Tutti abbiamo esperienza di un guasto o un malessere quando tutto è chiuso, e i salti mortali che ci è toccato fare per ovviare al problema. Tralascio le località turistiche, dove fermare tutto la domenica è semplicemente insensato.

La Domenica, va ri-ricordato, è il Giorno del Signore per i cristiani, perché in quel giorno Cristo è risorto. Il Comandamento dice di «santificare» le feste (intendendo quelle religiose). Costringere un agnostico a rispettare il precetto è da talebani. E oggi in Occidente sono tutti agnostici. Mai come oggi la religione cristiana è stata una scelta precisa, decisa e impegnativa, e per certi versi è bene che sia così: il Dio cristiano vuole essere amato, e l’amore implica la libertà di adesione. Tertulliano, uno dei primi apologeti, notava che i cristiani condividevano coi pagani il trantran quotidiano, evitando solo di frequentare i teatri (licenziosi), le terme (promiscue), gli spettacoli gladiatorii. E sposandosi tra loro. Come dice papa Francesco, il loro numero aumentava non per «proselitismo» ma per «attrazione». E anche oggi, ci si faccia caso, il tuo conoscente separato e con un figlio tossico dovrà riflettere sul fatto che la tua famiglia è solida e tuo figlio ha la testa sulle spalle. Perché? Perché sei cristiano, hai sposato una cristiana ed educato tuo figlio cristianamente. Certo, richiede disciplina, ed essere cristiani in un mondo di strutture cristiane è più facile. Ma oggi non è così, e bisogna prenderne atto. Non solo. La crisi interna della Chiesa (c’è, è inutile far finta di non vedere) fa sì che lo stesso Giorno del Signore non sia più così «sacro» come dovrebbe essere, basta andare alla messa domenicale per rendersene conto. Rievangelizzare, dunque. Cominciando dai pastori, i quali potrebbero utilmente cominciare mettendosi una buona volta d’accordo.






[Edited by Caterina63 8/21/2015 6:28 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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