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Elogio del celibato sacerdotale (P. Cornelio Fabro) e appunti del cardinale Piacenza

Last Update: 2/8/2016 6:39 PM
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ELOGIO DEL CELIBATO SACERDOTALE

Attualità e crisi del celibato nel mondo contemporaneo


di P. Cornelio Fabro C.S.S.


La crisi del celibato nella Chiesa contemporanea è un fatto indiscutibile di cui si è impadronita spesso anche la stampa laica e che ricorre di frequente nella cronaca dei giornali e dei settimanali. Leggiamo di sacerdoti che depongono il loro ufficio e abbandonano la loro comunità. Si organizzano votazioni sul celibato. È sorto un regolare movimento anticelibato che richiede la soppressione della legge del celibato.

Qual è il significato del fenomeno? Non si tratta di una faccenda intellettuale; esso non sorge per una fondazione insufficiente della legge del celibato. Coloro che trovano insufficiente la legge del celibato sono di regola gli stessi che spesso agiscono per impulsi irrazionali e si lasciano condurre dalle tendenze. La fondazione del celibato è completamente sufficiente per coloro che sono pronti e disposti al sacrificio. Chi non vuole, non trova alcun sufficiente fondamento.

La presente crisi del celibato ha varie radici, alcune nella Chiesa e altre fuori della Chiesa: ecco le principali:


1) Contestazione dei valori

Il primo dato di fatto della situazione è che valori elevati ed esigenti sono sempre più combattuti e ritenuti di poco valore. I nemici del celibato l'hanno sempre ammesso, fuori e dentro la Chiesa. Dentro la Chiesa certamente di solito non osano uscire allo sbaraglio. Essi vengono allo scoperto solo quando l'autorità dei Pastori si indebolisce e lo spirito del tempo viene loro in aiuto.

Anche all'inizio del secolo diciannovesimo ci fu la bufera anticelibato. Gli avversari del celibato nel clero erano i seguaci di una teologia illuministica. I suoi promotori erano liberali e protestanti.


2) Insicurezza nella fede

La prima causa della crisi del celibato è l'insicurezza della fede che ha colpito oggi una vasta zona di clero e di popolo. Essa si alimenta di posizioni non cattoliche in parte radicalmente incredule di certi teologi rinomati la cui diffusione è realizzata da un esercito molto attivo di operatori di pubblicità. La campagna di denigrazione del sacerdozio da parte di certi teologi ha tolto a molti preti la coscienza della dignità e del valore del sacerdozio.

Se il sacerdozio, come affermano falsamente questi teologi, è una vocazione come qualsiasi altra, allora in realtà non si vede perché non si debba "cambiare" quando a qualcuno questo "giogo" più non piace. Quando l'assolutezza della fede cattolica più non sta salda, non ci sarà più un numero notevole di uomini e donne a fare il sacrificio che li eleva essenzialmente al di sopra della misura ordinaria delle altre denominazioni cristiane. Il grande sacrificio della vita celibataria sta o cade con il carattere della Chiesa cattolica come l'unica vera Chiesa di Gesù Cristo. Più si alimenta l'apparenza (con un concetto di ecumenismo indiscriminante) che le confessioni non cattoliche stiano più o meno alla pari con la Chiesa cattolica, più diventerà incomprensibile perché si debba esigere dal sacerdote un sacrificio che quelle non conoscono.

Il sacerdote cattolico può e vuole sacrificarsi - e la completa astinenza sessuale è un sacrificio - soltanto per una causa assoluta. Né per una cristeità generica né per una Chiesa che è equiparata alle altre comunità religiose si troveranno uomini che fanno il sacrificio.

La distruzione della fede oggettiva (del contenuto della fede) trascina la fede soggettiva nel compromesso. L'appello alla soppressione del celibato nasce dalla mancanza di fede nella potenza della grazia. Non si ha più fiducia nella grazia di Dio che può dare il volere e il realizzare.


3) Trascuratezza della preghiera


Un'altra causa delle proteste contro il celibato è la trascuratezza della preghiera. La Chiesa ha ridotto notevolmente la recita del Breviario per il clero, probabilmente per l'eccesso di lavoro dei sacerdoti in cura d'anime. Io dubito della consistenza di questa motivazione. In base alla mia esperienza e osservazione ognuno trova il tempo per fare tutto ciò che vuole. La riduzione della doverosa recita del Breviario non ha avuto come effetto che il Breviario sia recitato con maggiore devozione o che la parte tolta venga sostituita con altre preghiere. Al contrario, il Breviario ridotto oggi è recitato alla stregua del Breviario intero di dieci anni fa.

Uguale trascuratezza si osserva nelle altre preghiere. La recita del santo Rosario è da molti disprezzata e resa spregevole dai predicatori. La meditazione è a mal partito. La visita del Santissimo Sacramento è in ribasso. La devozione alla Madonna è in molti ormai spenta. La Confessione frequente, prescritta dalla Chiesa, è da non pochi sottovalutata. Con un simile regresso di vita spirituale è ovvio che il voto della vita verginale sia in crisi e la carne si ribelli. La caduta del celibato coincide anche con la decadenza degli esercizi spirituali.


4) Incomprensione per l'autoabnegazione

Viene a mancare inoltre la comprensione per l'ascesi. Dominio di sé, moderazione, rinunzia sono termini, così sembra, scomparsi dal vocabolario dei progressisti. Ci si vuol scapricciare, godere la vita, il più presto possibile, il più frequentemente possibile, il più a lungo possibile. La rinunzia e l'astinenza sono prese in giro, la castità verginale e la purezza di coscienza sono deprezzate. La generale sessualizzazione della vita spinge troppi giovani ad esperienze erotiche precoci e sbarra loro quindi la via al sacerdozio.

La storia ci insegna che la dissoluzione del matrimonio e la corruzione dei costumi portano spesso in molti modi al disprezzo del celibato. Un siffatto clima non è per nulla favorevole all'invito per la completa astinenza sessuale. Chi lo accetta, deve imporsi contro preconcetti, opposizioni e diffamazioni.

A questo aggiungi che l'astinenza dall'attività sessuale non può stare isolata. Essa deve piuttosto essere inglobata in una condotta che sia pronta alla rinuncia anche in altri campi. Non ci si può del resto permettere tutto, quando per amore di Dio e dei fratelli si è rinunziato al matrimonio.

La volontà di condurre una vita sufficiente e di astenersi dai vizi è completamente in ribasso. Accenniamo a un punto soltanto.

Famiglie numerose e aumento delle vocazioni si corrispondono. Dove c'è la volontà di vivere il matrimonio secondo le leggi di Dio e di avere una famiglia numerosa, ci sono anche a sufficienza giovani e ragazze che mostrano la forza di offrire un libero celibato per amore di Dio. Ma la gioia delle famiglie numerose è diminuita negli ultimi anni in modo spaventoso. Se scompare lo spirito di sacrificio nelle famiglie, esso mancherà di regola anche nei figli. Il sacrificio del celibato sembra ad essi troppo pesante. Si portano ragioni apparenti per nascondere il timore del sacrificio. Infatti non si osa confessare a se stessi e agli altri la propria debolezza. Il crescente timore di avere una famiglia numerosa, di cui è responsabile in parte la teologia progressista che fa propaganda dei metodi contraccettivi contro natura, renderà sempre più raro il caso che una sorella zitella prenda cura della casa del fratello sacerdote.


5) L'attività del movimento anticelibatario.


La crisi del celibato ha in parte notevole la sua causa nella messa in discussione del medesimo da parte dei teologi progressisti. I suoi patroni sono noti. Il movimento anticelibatario possiede i più calorosi banditori fra quei teologi che da molto tempo si disinteressano della cura d'anime e godono di eccellenti condizioni economiche. La vita borghese e il darsi alle teorie non sono favorevoli ai doni di Dio. La cosiddetta discussione aperta degli avversari del celibato toglie a molti sacerdoti la gioia e la sicurezza del loro stato e pertanto la forza di restare fedeli alla loro obbligazione.

Ciò che prima si faceva senza discutere, oggi è diventato discutibile soprattutto perché, a causa del dominio monopolistico del progressismo nei mezzi della pubblicistica cattolica e dell'appoggio che questo indirizzo trova nella stampa liberale, la voce della Chiesa, soprattutto del suo supremo Pastore e dei teologi fedeli, non si fa sentire che debolmente.

Le parole e le decisioni del Papa hanno nei circoli progressisti e modernisti poco o nessun valore. Il Santo Padre può insegnare ciò che vuole, questi circoli sono sempre insoddisfatti, dicono che questa non è l'ultima parola del Papa o che il Papa non ha buoni consiglieri o non ha una giusta teologia. Si ha l'impressione che il Santo Padre non possa più afferrare queste persone con le parole ma soltanto con atti, cioè con provvedimenti disciplinari.

La struttura della Chiesa non è democratica. Nella Chiesa il potere non procede dal popolo. I Pastori della Chiesa lo ricevono da Dio attraverso la struttura storica della Chiesa cattolica. Una legislazione mediante referendum o plebisciti è nella Chiesa per diritto divino impossibile.

Ciò che il singolo o anche molti singoli pensano di una legge (difficile) è irrilevante, e non c'è bisogno di ricorrere alle distribuzioni e richieste di questionari. La tendenza alla facilitazione e alla comodità è fin troppo nota e non c'è bisogno di pubblicizzarla. Un valore superiore è sempre di più difficile comprensione e attuazione di un valore più basso. Non ci si deve pertanto aspettare che il signor Qualcuno possa essere guadagnato al celibato la cui anima è la verginità consacrata a Dio.

Una concezione semplicistica e a buon prezzo ha sempre più probabilità di essere accolta dalla massa di una elevata e complicata. Un'appropriata agitazione contro tutto ciò che è difficile nel campo del mistero soprannaturale e insieme pratico produce una vasta impressione. La Chiesa ha fatto spesso simili esperienze, per esempio nel secolo sedicesimo. Ma si è anche sempre visto che siffatti movimenti fanno deviare i loro sostenitori e abbattono valori la cui distruzione non era stata prospettata e tuttavia ora non può essere più impedita.

continua..............[SM=g1740733]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Carisma e legge del celibato

1. Il carisma.
Uno degli argomenti principali degli avversari del celibato consiste nell'affermazione che la Chiesa non può legare il celibato al sacerdozio con una legge.

A questo si deve rispondere: è esatto che c'è un celibato che è un particolare dono della grazia di Dio. Che l'astinenza (sessuale) sia un dono della grazia di Dio è un pensiero ellenistico ed ellenistico-giudaico che è stato accolto dall'apostolo Paolo (1 Cor. 7, 7).

Soltanto bisogna chiarire l'essenza e i limiti di questo dono di grazia.

Il carisma consiste in questo, che esso opera, in colui che non gli pone ostacolo, una particolare disposizione e tendenza per la vita celibe. In nessun modo il carisma costringe al celibato né ci dispensa dalla decisione per esso; il carismatico non è meno capace e disposto a entrare nel matrimonio di un altro.

Secondo San Paolo, questo carisma è aperto a tutti, e ognuno lo può ottenere: del resto il celibato si può osservare anche senza uno speciale carisma, e ogni uomo, in certe circostanze, lo deve osservare. La Chiesa ora mette insieme - come presupposto del conferimento degli Ordini maggiori - il carisma del celibato con la volontà di osservare la completa astinenza sessuale. La condotta della Chiesa in questo è ovvia: essa stabilisce le esigenze proprie di coloro che esercitano i ministeri. Chi vuole diventare sacerdote, deve fra l'altro assumere su di sé la legge del celibato. Tre volte egli assicura sotto giuramento di conoscere questo dovere e lo afferma liberamente. Come in queste circostanze si possa parlare di una "costrizione" è incomprensibile. Nessuno è costretto, anzi nessuno può essere costretto a diventare sacerdote.

Del resto, l'osservanza del celibato e dell'astinenza sessuale completa non è necessariamente legata al carisma e vale anche quando più non si possiede il carisma, anzi, in certe circostanze vale per tutti, sposati o non sposati: gli uomini innumerevoli che contraggono matrimonio devono, per legge divina, astenersi prima del matrimonio da ogni attività sessuale, abbiano o non abbiano il carisma.

Hanno il dovere di osservare la castità perfetta i milioni di uomini i quali, malgrado la loro grande aspirazione, non giungono al matrimonio, anche se per questa rinuncia non dispongono di alcun carisma. Il dovere della completa astinenza sessuale vale per quanti, a causa di difetti fisici, non possono aspirare alla via del matrimonio, e questo anche se non hanno il carisma del celibato. Devono osservare la completa astinenza sessuale i milioni di vedovi e vedove, di abbandonati e separati, il cui godimento del matrimonio è stato interrotto. Il dovere della completa astinenza sessuale vale anche per gli uomini sposati la cui moglie sia ammalata o che non intendano mettere al mondo altri figli quando non possono provvedere con il metodo dell'astinenza periodica. Questo dovere vale infine per tutti i prigionieri, di guerra o civili, per il tempo che devono vivere separati dalle loro mogli: nessuno di costoro afferma di sentire un carisma.

Di fronte a questi casi, considerando gli innumerevoli uomini di tutti gli stati ed età, preparati o impreparati, la legge del celibato della Chiesa opera in proporzione in modo inoffensivo. Essa abbraccia una precentuale molto ristretta di uomini scelti, colti e dotati. Essi hanno a disposizione aiuti naturali e soprannaturali. Sono stati interrogati e hanno risposto con un sì.

La rinuncia all'amore sessuale non è il sacrificio più duro che possa essere richiesto a un uomo. Dal medico e dal poliziotto si esige che essi impegnino a servizio della loro missione non solo le loro forze, ma in caso di necessità anche la salute e la vita. Sì, da ogni uomo sano e, come si è visto nella Seconda Guerra Mondiale, anche da molte donne, ci si aspetta che siano pronti a difendere la propria patria anche mettendo a repentaglio la propria vita. Queste esigenze non vengono da leggi umane, ma in ultima istanza da precetti divini. Di fronte a un simile dovere di eroismo è veramente vergognoso soltanto pensare di ribassare le esigenze dei sacerdoti cattolici. Sarebbe una faccenda spregevole.


2. La legge. Dagli avversari odierni del celibato viene richiesta l'abolizione della legge con diverse ragioni. Questa richiesta va decisamente respinta. La completa astinenza sessuale di un notevole numero di persone è prescritta per legge. L'uomo così com'è, non come deve o può essere, ha bisogno della legge e propriamente per due ragioni.

Anzitutto, l'obbligazione giuridica del celibato significa la codificazione ministeriale dell'alta stima che la Chiesa ha del celibato per amore di Cristo, è la spiegazione ministeriale della connessione indispensabile tra sacerdozio e celibato. Senza la legge sarebbe per i fedeli e i sacerdoti mediocri a lungo andare difficile conoscere che il celibato ha nella Chiesa di Dio il rango e il significato che gli competono secondo la volontà di Cristo e la dottrina della Chiesa. E sarebbe più difficile scegliere questa forma di vita se l'invito ad essa venisse a mancare. La legge aiuta gli uomini, inclinati alle cose comode e facili, a prendere decisioni generose; essa li libera dalle forze che nel proprio intimo e nell'ambiente li trascinano alle cose mediocri e insignificanti.

In secondo luogo la legge, per la sua dura chiarezza e irrevocabilità, non con le debolezze di oggi, è diventata l'ultima diga per innumerevoli sacerdoti nelle ore di stanchezza, di svogliatezza e di tentazione. Esistono situazioni nelle quali gli splendori della vocazione, la dignità del servizio e la gioia in Dio sembrano non dire nulla al sacerdote uomo, situazioni nelle quali tutte le luci sono spente e si sperimenta soltanto il peso della solitudine e della disillusione. Il pensare: "Non c'è nessun dietro-front", "Tu non puoi abbandonare i tuoi fedeli", "Tu devi tener duro", è allora spesso più efficace dei motivi in sé più alti.

Non c'è dubbio: se cade la legge del celibato, cade il sacerdozio celibatario. Certamente resteranno ancora molti sacerdoti celibi della generazione più anziana. Ma in breve tempo essi rappresenteranno una minoranza dileguantesi e a lungo andare cesseranno di rappresentare un fattore di serietà.

L'osservanza della legge che ordinava il celibato, sotto la pressione dei rapporti sociali che indicano nel sacerdote sposato il tipo del prete, sarà sostituita. La stessa sorte toccherà agli Ordini religiosi. La testimonianza della propria vita per Iddio, per la potenza della grazia, per il valore dei beni dello spirito, per la speranza dell'aldilà sarà così in doppia guisa indebolita nella Chiesa.


La crisi e il suo superamento

1. La via nella crisi. Le crisi possono venire a ogni sacerdote. Se esse siano possibili senza una qualsiasi colpa del sacerdote, non oso deciderlo. La sessualità deve essere di continuo vigilata, domata e vinta. Il bisogno sessuale però a ogni buon conto prende la forza che uno gli dà. Non è vero affermare che esso comincia senza la nostra collaborazione. Chi si rinnova ogni giorno con la meditazione, la lettura spirituale, la preghiera del santo Rosario, la celebrazione del santo Sacrificio, la visita del Santissimo Sacramento, chi spesso si purifica con il Sacramento della Penitenza, chi conserva la fede e l'umiltà, costui non ha nulla da temere. Ma chi gioca con il fuoco, non c'è da meravigliarsi se viene bruciato. Le forze sessuali, una volta risvegliate, non è tanto facile poi riportarle alla quiete.

2. Il compito del ministero. Molti cercano lo scampo dalla crisi con l'interruzione del ministero. Ma si tratta di un'illusione fatale se un sacerdote crede che egli troverà una perfetta soluzione e una facilitazione ritirando la sua decisione fondamentale. In realtà questo ritiro non può accadere se non con una rottura della personalità. La sconfitta lascerà in lui un pungolo, la capitolazione non gli permetterà di trovare la pace perfetta.


Obiezioni contro il celibato

1. Attuazione dei valori umani. Spesso oggi si afferma che il celibatario non raggiunge la piena umanità perché gli manca la compagna di matrimonio. Che si deve dire? Certamente, il matrimonio può sviluppare alcune oppure anche molte doti dell'uomo. Ma ugualmente un matrimonio può impedire la completa espansione. È difficile qui fare calcoli numerici... Per il sacerdote si deve dire che il Signore esige l'autoabnegazione, cioè il dire di no alle proprie possibilità, il dire di no ai valori più piccoli a favore dei valori più alti. Rinunciare ai valori naturali per i valori soprannaturali non è un cattivo baratto: è anzi la legge fondamentale del cristianesimo. Inoltre è un fatto che nessun uomo può realizzare tutte le possibilità che si trovano nell'uomo. Ognuno è libero di realizzarne una parte. Se il celibatario non realizza i valori connessi con il matrimonio, realizza però quelli connessi con il celibato.

2. Carenza di sacerdoti. Si sente anche spesso che si avrebbe un maggior numero di aspiranti al sacerdozio se non ci fosse il celibato. A questo si deve rispondere: attribuire al celibato la causa della carenza di sacerdoti significa spostare la causa. Infatti il celibato può essere un impedimento ad aspirare al sacerdozio soltanto per coloro che ne rifiutano il senso soprannaturale, lo spirito di mortificazione, l'abnegazione di sé e lo zelo. L'attribuire al celibato questa carenza è soltanto un pretesto. La mancanza di clero non è minore presso i Protestanti, gli Ortodossi e i Vecchi Cattolici, anzi è peggiore che nella Chiesa cattolica.

3. Attitudine al matrimonio. Si dice che il sacerdote ha diritto al matrimonio come ogni altro uomo e che la Chiesa non glielo può impedire. Poiché quest'ultima affermazone è palesemente eretica, non c'è bisogno di confutarla. In tutte le discussioni sul "diritto al matrimonio" si presuppone come ovvio che chi si trova in difficoltà nel vivere da celibe sia per ciò libero di contrarre matrimonio. Questa supposizione qui non interessa affatto. Il "diritto al matrimonio" non è per diritto divino illimiato. L'età, malattie mentali e psichiche, censo, religione, qualità di carattere, ecc., possono impedire un determinato matrimonio, anzi, ogni matrimonio...


Conseguenze della soppressione del celibato

1. Il trovarsi diviso fra moglie, figli e il ministero, come si vede nel Protestantesimo: l'aveva ben visto anche Kierkegaard.

2. Regressione della cura d'anime. Il servizio all'altare, l'amministrazione dei Sacramenti, la predicazione, il catechismo, la cura degli ammalati, la visita alle case, la pastorale differenziata, l'amministrazione, la vita di preghiera personale, tutto questo e molte altre cose ancora assorbono un sacerdote così completamente che io non sono in grado di immaginare come tutto ciò possa essere compiuto da uno sposato e padre di famiglia.


Conclusione: il celibato per la Chiesa cattolica è necessario se essa non si vuole impoverire in maniera miserevole. Preghiamo Iddio che dia ai Pastori della Chiesa fermezza, ai teologi lume, ai sacerdoti forza e ai giovani il coraggio di mantenere il celibato e di farne l'espressione, con una vita pura e forte, della dedizione a Dio e il mezzo del servizio agli uomini.


                    [SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740717]


MEDITATE....FATE DIFFONDERE E MEDITATE.....[SM=g1740722]
(un grazie all'amico Daniele)

[Edited by Caterina63 3/18/2009 2:08 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/21/2009 7:51 PM
 
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Riflessione dell'amico Daniele D.S.[SM=g1740722]

L'accesso al sacerdozio di uomini sposati equivale all'abolizione del celibato ecclesiastico in quanto legge. È evidente che la Chiesa non può obbligare nessuno a sposarsi.

L'esistenza di sacerdoti sposati non è illecita, ma è peggiore del suo contrario. Per una serie di motivi, teologici e pratici. Quelli teologici sono espressi nei documenti pontifici, in particolare in Sacerdotii coelibatus di Paolo VI, nonché in numerosissime fonti della tradizione, a partire dai primi secoli. Quelli pratici sono messi bene in evidenza dal P. Fabro in questo articolo:
http://www.haerentanimo.net/modules.php?name=News&file=article&sid=87 .
(riportato integralmente sopra)

Nella Chiesa orientale la questione è molto diversa. Prima di tutto, anche in Oriente, nell'alto medioevo, vigeva la legge secondo cui un uomo sposato che accedeva al sacerdozio doveva astenersi dall'uso del matrimonio. Poi, dopo lo scisma, invalse una consuetudine diversa, che, al momento dell'unione di alcune Chiese già scismatiche con la Sede Romana (XV secolo), fu tollerata per evitare problemi. Inoltre in Oriente i compiti del sacerdote sono diversi da quelli che ci aspettiamo qui. La Messa, in molti luoghi, si celebra una volta la settimana. La confessione idem.
Negli altri giorni ci si rivolge, nientemeno, ai religiosi, i quali, essendo celibi, possono dedicarsi completamente al servizio divino. Non è un caso che la proporzione tra religiosi e secolari sia molto diversa che in Occidente. Del resto, la Chiesa orientale è particolare sotto parecchi punti di vista, forse perché, nella sua storia, non ha mai dovuto affrontare gli attacchi ideologici e politici cui è stata sottoposta la Chiesa occidentale. Ecco perché ha mantenuto una dottrina abbastanza solida nonostante l'assenza di un'autorità che esercitasse il primato. Ma ciò non implica che l'eccezione sia da imitare.

L'esperienza dei diaconi sposati, sconosciuta fino alla seconda metà del XX secolo, ci dimostra come la maggior parte di queste persone si ritenga un laico, non un chierico, e come il tempo che essi possono dedicare alle attività ecclesiastiche sia proporzionale a quello impiegato da un non consacrato.

Ora, mi domando come potrebbe un sacerdote cattolico, con tutti gli impegni che il suo ministero richiede, avere il tempo necessario da dedicare alla famiglia?
 Io ho coppie di amici con figli piccoli che spesso si lamentano di non poter dedicare abbastanza tempo alla casa. Chissà che cosa accadrebbe se, insieme agli impegni cui ogni genitore deve far fronte, dovessero celebrare Messa, confessare, passare un po' di tempo in meditazione, studiare, organizzare le attività parrocchiali, amministrare i sacramenti e - possibilmente - anche riposarsi. Io, dopo una settimana, sarei in clinica psichiatrica. E nonostante questo avrei fatto in modo approssimativo sia l'una che l'altra cosa.

Un altro problema è psicologico. In Occidente sacerdozio e celibato sono considerati talmente uniti (pensiero non illogico, visto che Gesù Cristo, che è il modello del sacerdote, era celibe) che una loro separazione porterebbe a conseguenze devastanti per il primo. Lo dimostra la riforma protestante, in seguito alla quale il numero di persone "consacrate" non aumentò, ma diminuì.
A questo si deve aggiungere una forte diminuzione, più di quanto non sia già in atto, della considerazione dovuta alla castità come virtù. Anche questo lo vediamo nei paesi protestanti, che sono stati i primi a considerare lecite pratiche sessuali illegittime.

Pensiamo alla vita di un prete santo, come S. Giovanni Maria Vianney. Non aveva un attimo di respiro. Ora pensiamo a quello stesso prete con tre o quattro figli (se non cinque o sei), una casa da mandare avanti e uno stipendio da portare a casa (perché con quello di parroco ci mandano avanti a mala pena loro stessi).
Perfino Kierkegaard, che pure era un protestante, e quindi si riferiva a un "sacerdozio" con incombenze molto minori rispetto a quello cattolico, diceva che il prete si veniva a trovare diviso tra il ministero e la famiglia.
Del resto, sacerdozio (per come lo intende la Chiesa latina) e famiglia sono due vocazioni talmente impegnative da escludersi a vicenda, almeno come norma generale. Riconsiglio in proposito di leggere l'articolo di Fabro sopra riportato, molto illuminante.

Se la Chiesa ha ritenuto di dover fare una legge speciale nonostante il diritto divino ammettesse il clero sposato e nonostante fosse molto più facile non farla, il motivo doveva essere molto serio. E questo in tempi di molto maggior fervore dei sacerdoti e di generale cristianizzazione del popolo. Se quelle ragioni erano buone allora, figuriamoci oggi.

[SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740717]

Alcune mie personali considerazioni sui recenti attacchi al celibato....[SM=g1740730]

qui la Chiesa NON ha mai detto che il celibato c'è sempre stato o che sia l'unica strada obbligatoria per un cattolico...ma al contrario si è fatto del consiglio di Gesù (Mt.19,10 e ss) UNA NORMA alla quale NESSUNO E' OBBLIGATO MA E' UNA SCELTA....[SM=g1740733]
ciò che è sbagliato è quanto segue:

1) parlare di OBBLIGO: un seminarista ha ben 5 anni per decidere, molto meno a volte di due fidanzati che decidono di UNIRSI PER TUTTA LA VITA....e nessuna li obbliga...è ora di finirla di parlare di obbligo...è una PROMESSA che si fa e la Chiesa deve fare ogni sforzo per aiutare il sacerdote a mantenerla, così come pensa di aiutare marito e moglie a restare fedeli alla promessa fatta....

2) la bontà del Signore è immensa....lui scelse si tra sposati e non...sia Giovanni che san Paolo risultano non sposati...
in Mt.19,10 ess parla di una scelta a farsi eunuchi...il che non vuol dire che chi non vuole può farsi prete lo stesso non nella Chiesa di rito Latino che ha scelto la radicalità come quando Cristo dice: come ho fatto io così voglio facciate anche voi....egli non si sposò e parlando del farsi eunuchi desiderava che molti lo comprendessero, infatti dice: ma non tutti comprendono... Gesù ATTESE CHE LA CHIESA MATURASSE questa scelta, lo attestano i santi, lo dice il Santo Curato d'Ars difendendo già a suo tempo il celibato dalla corruzione della propaganda protestante sui pastori sposati...

3) dunque se io domani volessi rompere la mia promessa fatta nel Sacramento del Matrimonio posso chiedere alla Chiesa di circostanziare le mie necessità e il fatto che mi "sono sbagliata" ? ovvio che NO [SM=g1740729]  ma non perchè il matrimonio è indissolubile , buttata così sarebbe una imposizione crudele (eccoli i legacci che ci fanno schiavi), ma piuttosto perchè HO FATTO IO LIBERAMENTE UNA PROMESSA e sposandomi ho IMITATO il rapporto di Cristo con la Chiesa, idem è per il sacerdote, EGLI E' L'ALTER CHRISTI e come tale SPOSA LA CHIESA EGLI E' GIA' SPOSATO, ha fatto una promessa...

4) questa storia del celibato è ritornata prepotentemente due volte nella storia della Chiesa: con il Protestantesimo e dal secolo scorso guarda caso, nel nostro tempo, associato ALLA CRISI CONIUGALE, AL DIVORZIO...come ce lo spieghiamo? [SM=g1740732] i due sacramenti: Ordine e Matrimonio sono due modi DIVERSI per vivere L'UNIONE SPONSALE della quale, dice san Paolo in Efesini cap.5, E' UN MISTERO perchè il Matrimonio fra l'uomo e la donna è la visibilità dell'unione fra Cristo e la Chiesa, infatti più sopra dice 25 E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei...san Paolo pone DIFFERENZA FRA I RUOLI ma la Chiesa doveva ancora MATURARE tale differenza...per questo agli inizi abbiamo presbiteri e vescovi sposati...
dice infatti nella 1Cor.7
6 Questo però vi dico per concessione, non per comando. 7 Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro.
8 Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; 9 ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere.
10 Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito - 11 e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie.

La Chiesa ha giustamente maturato il celibato quale opportunità DEI (non "ai) NON SPOSATI di servire Dio in altro modo....come suggeriva san Paolo.....solo se NON sanno contenersi è meglio che si sposino ergo NON E' NECESSARIO CHE RESTINO COME LUI....[SM=g1740733]

Insistere sul fatto che NON è un comando di Cristo è sbagliato...Gesù è venuto per toglierci i legacci degli obblighi di legge, ma non ha eliminato i Comandamenti, nè la Legge...ha solo fatto in modo che certe questioni VENISSERO A MATURAZIONE ED ACCOLTE DAGLI UOMINI LIBERAMENTE....il celibato così non è un obbligo, ma una SCELTA...chi vuole farsi prete, perchè CHIAMATO, non per chissà quale pensiero (IO HO SCELTO VOI) c'è il celibato...

Del resto, se uno volesse iscriversi ad un Club ma ci sono delle regole che non gli piacciono, cosa fa: pretenderà forse la modifica dello Statuto?
Ovvio che no, se non gli piace NON ci va...
La Chiesa ha delle regole e delle Norme che non ha inventato da sè stessa, ma le provengono dalle Scritture e dalla Tradizione, chi non è d'accordo può anche andarsene, ma non si può obbligare la Chiesa a cambiare le Norme per soddisfare i pruriti di qualcuno e di pochi perchè per altro la maggioranza dei sacerdoti vive serenamente la propria SCELTA e vive santamente la PROMESSA FATTA DI FEDELTA' ALLA CHIESA QUALE SPOSA....

[SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740717]


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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6/6/2009 3:26 PM
 
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ATTENZIONE....un breve accenno per chiarire i due termini:
CELIBATO;
CASTITA'.....

il concetto di (voto) di castità è richiesto anche ai coniugi Occhiolino

spiega infatti il Compendio del Catechismo:


488. Che cosa è la castità?

2337-2338

La castità è la positiva integrazione della sessualità nella persona. La sessualità diventa veramente umana quando è integrata in modo giusto nella relazione da persona a persona. La castità è una virtù morale, un dono di Dio, una grazia, un frutto dello Spirito.

 

489. Che cosa comporta la virtù della castità?

2339-2341

Essa comporta l'acquisizione del dominio di sé, come espressione di libertà umana finalizzata al dono di sé. È necessaria, a tal fine, un'integrale e permanente educazione, che si attua in tappe di crescita graduale.

 

490. Quali sono i mezzi che aiutano a vivere la castità?

2340-2347

Sono numerosi i mezzi a disposizione: la grazia di Dio, l'aiuto dei sacramenti, la preghiera, la conoscenza di sé, la pratica di un'ascesi adatta alle varie situazioni, l'esercizio delle virtù morali, in particolare della virtù della temperanza, che mira a far guidare le passioni dalla ragione.

 

491. In quale modo tutti sono chiamati a vivere la castità?

2348-2350; 2394

Tutti, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza.

 

492. Quali sono i principali peccati contro la castità?

2351-2359; 2396

Sono peccati gravemente contrari alla castità, ognuno secondo la natura del proprio oggetto: l'adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria. Commessi su minori, tali atti sono un attentato ancora più grave contro la loro integrità fisica e morale.

**************************************************

in tal contesto si inserisce,appunto, la scelta della Chiesa (per i sacerdoti)
del CELIBATO vero e proprio...[SM=g1740717] [SM=g1740720]

chiedo scusa per l'OT ma quando si parla di celibato è buono inserire due righe in più che spieghi a chi legge che celibato e castità sono due aspetti diversi seppur collegati fra loro...


[SM=g1740722]
Fraternamente CaterinaLD

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6/11/2009 12:14 AM
 
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Dal sito: www.culturacattolica.it volentieri pubblichiamo:

Per una lettura del "celibato", fatta dal Magistero della Chiesa ci si limita al "Magistero recente", a partire dal Concilio Vaticano II, per sottolineare una delle novità che Esso ha introdotto nella sua riflessione sul celibato.

Con tale riflessione il Magistero - reagendo a certa cultura contemporanea secolarista e riduttiva - ha costruito un ponte diretto con le fonti evangeliche, riproponendo l'immagine suggestiva che la rinuncia al matrimonio viene attuata per seguire il Signore-Gesù in una comunità apostolica, che è perciò, per tutta la Chiesa, lo specchio visibile e fecondo dell'invisibile amore trinitario. Questa visione potrebbe essere sintetizzata con la celebre e nota antichissima espressione: "apostolica vivendi forma".

Infatti, come lo affermò il Santo Padre Giovanni Paolo II nel 1981 (Discorso ai sacerdoti nell'Isola di Cebu, Filippine, 19 febbraio) "Il Celibato non è affatto marginale nella vita del sacerdote: dà testimonianza di un amore modellato sull'amore di Cristo".

I preti, a loro volta, sono nel cuore delle comunità cristiane, e dallo splendore della loro vita e del loro ministero dipende largamente la vivacità della Chiesa. Non è quindi un problema di secondo piano il modo in cui essi hanno intrapreso e vivono la loro sequela di Cristo, cioè il modo in cui il fuoco portato da Cristo arde ed illumina dai loro cuori.

Sul celibato sacerdotale si può partire dalle precise affermazioni sintetiche del Concilio Vaticano II (Optatam Totius n. 10, Presbyterorum Ordinis n.16, cfr. Lumen Gentium nn. 42 e 44, e cfr. Perfectae Caritatis n. 12), fino a giungere al Sinodo Mondiale del 1971, col quale, da parte dell'Autorità Ecclesiastica, è stata definitivamente risolta - in senso positivo - la questione sulla opportunità o meno di conservare il celibato sacerdotale come obbligatorio per il clero latino (passando attraverso la tappa intermedia dell'Enciclica "Sacerdotalis Coelibatus" del 24 giugno 1967 di Paolo VI).

Si potrebbe dire che proprio l'Enciclica "Sacerdotalis Coelibatus" presenta utilmente in modo sintetico le principali obiezioni al celibato sacerdotale, richiamandone sette:

1. Gesù non lo avrebbe imposto, ma solo proposto (n. 5)
2. le ragioni dei Padri sembrano ispirate da eccessivo pessimismo verso la "carne" (n. 6)
3. non tutti gli aspiranti al sacerdozio ne avrebbero il carisma (n. 7)
4. la sua obbligatorietà sarebbe causa di rarefazione delle vocazioni (n. 8)
5. esso sarebbe causa di disordini ed infedeltà (n. 9)
6. determinerebbe una situazione innaturale, che danneggerebbe la personalità umana, instaurando un disprezzo verso l'opera della creazione (n. 10),
7. l'attuale preparazione sarebbe inadeguata (n. 11)...


le risposte atte a smentire queste voci le troverete cliccando qui:
File allegato Pdf




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6/18/2009 7:09 PM
 
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 Sorriso  mons. Piacenza Segretario per la Congregazione del Clero, in una intervista che uscirà domani sull'OR (e che invito a leggere integralmente), risponde, direi, in modo definitivo ed inequivocabile sulla questione del celibato....tanto è pure che lo stesso Pontefice, nella Lettera ai Sacerdoti uscita oggi e che abbiamo già postato....NON si sofferma neppure sul tema, ma lo inserisce in quel MODELLO DA IMITARE CHE E' IL SANTO CURATO D'ARS... Occhiolino


Una differente disciplina riguardo al celibato non potrebbe essere un elemento di ulteriore discernimento, anche in ordine al numero dei sacerdoti?

Il celibato non è solo una norma disciplinare, ma affonda le proprie radici in argomentazioni teologico-spirituali, che hanno nell'imitazione di Cristo "umile povero e casto" il loro baricentro e nella riproposizione della "forma di vivere degli apostoli", la loro concreta traduzione esistenziale. L'aspetto disciplinare del celibato, in effetti, è solo la necessaria conseguenza della sua natura teologica. Anche se a causa della debolezza spirituale della formazione, o del suo sbilanciamento intellettuale, il celibato è meno compreso, ciò non autorizza a ipotizzare scenari differenti, ma impone uno sforzo in ordine alla più attenta formazione dei presbiteri e alla migliore catechesi dei laici.

La Chiesa, a differenza del mondo, non obbedisce alle maggioranze, ammesso che ci siano, soprattutto quando queste sono frutto della deformazione mediatica, più che della formazione cristiana. La Chiesa obbedisce al suo Signore, alla propria storia e alla tradizione, nella quale, misteriosamente, agisce Dio stesso per mezzo dello Spirito Santo. Attribuire, poi, al celibato la responsabilità di taluni scandali, che riguardano alcuni sacerdoti, sarebbe come attribuire alla fedeltà coniugale la responsabilità dell'adulterio. Non è certamente abbassando il livello e aumentando il grado di già notevole secolarizzazione, che si risolvono le questioni.

Semmai è il contrario:  è innalzando il livello spirituale della formazione iniziale e permanente, osservando un attento discernimento, mai prigioniero dei numeri, ma libero e capace di valutare non solo che non ci siano ostacoli all'ordinazione sacerdotale, ma che il candidato abbia le qualità positive per esservi ammesso, fornendo una formazione filosofica capace di recuperare la centralità della metafisica, magari fenomenologicamente ed esistenzialmente riletta, e di educare innanzitutto alle certezze teologico-dottrinali, sulle quali ogni possibile dibattito successivo può innestarsi legittimamente, senza ledere il deposito della fede.

Infine, dal punto di vista numerico, è sotto gli occhi di tutti che là dove c'è spazio per la radicalità evangelica, le vocazioni fioriscono e si moltiplicano, nella fedeltà e nella bellezza, tipiche di chi si lascia affascinare e plasmare da Cristo, mentre gli ambiti più fortemente orizzontalizzati e secolarizzati, sono, in definitiva, quelli che languiscono nel deserto arido spirituale e, purtroppo, numerico.

È necessario, in un mondo sempre più assordante, creare nuovi spazi di silenzio e di ascolto, attraverso la direzione spirituale e la confessione sacramentale dei giovani, perché la voce di Dio, che sempre continua a chiamare, possa essere udita e prontamente seguita. Del resto, nel Vangelo, il Signore stesso ci ha lasciato una inequivocabile indicazione per la cosiddetta "pastorale vocazionale":  "Pregate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe" (Matteo, 9, 38).

L'unica arma davvero efficace per il rilancio delle vocazioni è, dunque, la preghiera! Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, comunità parrocchiali, movimenti e associazioni, famiglie e singoli che pregano per le vocazioni, otterranno da Dio ciò che il Signore stesso vuole donare. Ogni altra presunta soluzione, che esuli da tale esplicita volontà del Signore, non può trovare legittimazione.




[Edited by Caterina63 6/18/2009 7:16 PM]
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3/8/2010 9:45 AM
 
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I sacerdoti sposati, casi eccezionali da intendersi come tali


Intervista a padre Laurent Touze, della Pontificia Università della Santa Croce


di Carmen Elena Villa

ROMA, domenica, 7 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il convegno tenutosi il 4 e 5 marzo presso la Pontificia Università della Santa Croce ha offerto l'occasione per riflettere sul tema del celibato sacerdotale.

All'evento accademico, che ha visto la partecipazione di un centinaio di sacerdoti provenienti da Roma e da altre diocesi del mondo, così come di decine di laici e religiosi, erano presenti anche il Cardinale Claudio Hummes, O.F.M., Prefetto della Congregazione per il Clero e mons. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.

Diversi sacerdoti, laici e docenti hanno parlato della natura del celibato, della sua origine e del suo significato così come delle eccezioni che la Chiesa ha permesso, specialmente per alcuni riti orientali e per quei sacerdoti sposati anglicani, che intendono entrare in piena comunione con la Chiesa di Roma.

Per capire meglio il tema affrontato, ZENIT ha intervistato padre Laurent Touze, docente presso la Pontificia Università della Santa Croce, che è intervenuto al convegno con una relazione dal titolo “Il celibato è vincolato al sacramento dell’Ordine? Per una teologia spirituale del celibato”.

Il celibato è un dogma di fede o una disciplina?

Padre Touze: Né l'uno né l'altro. Non è un dogma di fede perché ancora oggi è possibile vedere nella Chiesa cattolica dei sacerdoti sposati come, per esempio, in alcune Chiese cattoliche orientali. Non tutte ma alcune ammettono i sacerdoti sposati oppure, come si è ricordato recentemente con il motu proprio del Santo Padre Anglicanorum coetibus pubblicato il 4 novembre scorso, tra gli ex anglicani che vogliono tornare in comunione con la Chiesa cattolica saranno ammessi i sacerdoti sposati.

Secondo lei un giorno il celibato potrebbe diventare volontario per i sacerdoti di rito latino?

Padre Touze: No, perché la Chiesa sta comprendendo sempre di più la natura del sacerdozio, dell'episcopato e del celibato. E' qualcosa che assomiglia alla rivelazione di un dogma benché non lo sia e benché in questo momento si tenda sempre di più a capire la necessità di promuovere tra i sacerdoti tutti, persino tra i sacerdoti cattolici orientali, una pratica che sia veramente simile a quella che esisteva già nei primi secoli.

Tuttavia nei primi secoli vi erano molti sacerdoti sposati, tra cui anche gli apostoli.

Padre Touze: Alcuni studi hanno mostrato in modo molto convincente che la vera domanda che dobbiamo porci è: nei primi secoli, sin dall'introduzione dell'ordine sacerdotale, i chierici non vivevano forse la continenza? Secondo me ciò che è stato mostrato in modo molto interessate e difficile da contraddire è che nei primi secoli c'erano uomini sposati che erano sacerdoti o meglio Vescovi ma che dal momento della ordinazione tutti questi uomini dovevano vivere la continenza e quindi chiedevano il permesso alla propria moglie perché divenisse un impegno della coppia.

Allora perché ci sono delle eccezioni?

Padre Touze: A livello storico perché c'è stata una manipolazione dei testi o forse, per dirla più positivamente, una cattiva traduzione da parte della Chiesa orientale che si è separata da Roma. E la Chiesa ha riconosciuto che quanto era stato dichiarato contrariamente alla tradizione si poteva accettare. In questo senso si tratta veramente di eccezioni. La Chiesa ha poi scoperto che aveva la possibilità di ammettere delle eccezioni rispettabilissime, come ha sottolineato il Concilio Vaticano. Nelle Chiese cattoliche orientali ci sono sacerdoti santissimi che hanno contribuito molto alla storia della Chiesa e alla fede in tempi di persecuzione ma ci sono veramente delle eccezioni e devono essere intese come tali.

Per i Vescovi non valgono queste eccezioni. Il celibato episcopale riveste un significato speciale?

Padre Touze: Senza dubbio. E' molto diverso sia teologicamente che storicamente. Anzi, la Chiesa nel Concilio Vaticano II con la constituzione Lumen Gentium ha definito dogmaticamente che l'episcopato è la pienezza del sacramento dell'ordine. Occorre riscoprire la specificità dell'episcopato e quindi del celibato episcopale. Lo dimostra il fatto che per il celibato o la continenza del Vescovo non sono mai state fatte eccezioni. E' un tema questo che è stato molto studiato all'interno della Chiesa e sul quale i Romani Pontefici hanno dovuto riflettere in due occasioni durante la storia contemporanea: dopo la Rivoluzione francese, quando alcuni Vescovi, o meglio ex Vescovi, avevano espresso il desiderio di sposarsi. Allora si disse che era impossibile, che non si era mai fatto e che era in gioco qualcosa di dogmatico. O ancora più recentemente con le ordinazioni di uomini e Vescovi sposati nella ex Cecoslovacchia su imposizione o dietro pressione del partito comunista allora al potere. Anche lì la Chiesa si pronunciò sul fatto che il Vescovo doveva essere sempre celibe o che se si era sposato prima della sua ordinazione doveva vivere la continenza sin dal momento della sua consacrazione episcopale”.

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3/12/2010 7:33 PM
 
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Valori e motivazioni del celibato ecclesiastico

Innaturale è solo il vuoto spirituale



Si è concluso venerdì pomeriggio alla Pontificia Università Lateranense il convegno teologico internazionale "Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote" organizzato dalla Congregazione per il Clero. Pubblichiamo stralci di due delle relazioni pronunciate nel corso della terza sessione dei lavori.

di Manfred Lütz
Consultore della Congregazione per il Clero

Nella discussione sul celibato degli ultimi decenni divenne solito udire da contemporanei poco illuminati che "rinunciare" alla sessualità non sarebbe affatto naturale.

Alla base di questa affermazione c'è un concetto di natura totalmente sviante. Infatti che cosa può mai significare ciò? Forse che il mahatma Gandhi era innaturale, lui che pur sempre aveva fatto voti corrispondenti al celibato? Sono forse tutti innaturali quegli uomini che, intenzionalmente o poiché in qualche maniera le cose sono andate così, vivono senza essersi sposati? Presso i greci la "natura dell'uomo" significava l'essenza di ogni uomo. Con ciò era spianata la via per la comprensione che ogni uomo ha una dignità che gli spetta in quanto uomo, una concezione che si impose universalmente solo in virtù delle religioni monoteistiche.

Ciò che spetta a ogni uomo per natura è dunque soprattutto la dignità umana. Mai i greci dall'elevatezza del loro grande pensiero sarebbero pervenuti all'idea che la natura sia, in questo senso, solo l'aspetto corporeo dell'uomo. Tali visioni ristrette, tali riduzioni naturalistiche vengono in primo piano e si impongono solo molto più tardi e vanno conseguentemente a sfociare, come tutti sappiamo, nelle definizioni razzistiche dell'uomo, che vedevano l'uomo autentico realizzato solo in una ben determinata razza. Qui allora non può stupire che i nazisti nel quadro di questa consequenziale battaglia contro la Chiesa cattolica discriminassero il celibato come "innaturale" e nei cosiddetti processi contro la moralità del 1936 e 1937 tentassero di screditare ufficialmente preti e monaci come omosessuali o come sessualmente devianti in altre maniere.

Così si può vedere che il concetto di natura nell'epoca moderna in molteplici modi è stato abusato, manipolato ideologicamente. "Innaturale" era un grido di battaglia delle dittature totalitarie contro la religione e tutto ciò che andava d'accordo con essa.
Purtroppo non si può dire che questa tradizione culturale dell'accusa di "innaturale" oggi non continui a sopravvivere. La frase dello scrittore Bertold Brecht nell'anno 1955:  "È ancora fecondo il grembo da cui ciò sgusciò fuori" ha sempre un'attualità non sminuita. Ovviamente nessuno parla più di razza, ma tuttavia il culto pagano del corpo celebra nel frattempo nuovamente con esultanza i suoi successi.

Talvolta si ha l'impressione che attraverso il mantenimento di un corpo sano e in forma gli uomini vogliano in qualche modo assicurarsi qualcosa come la vita eterna. Il corpo diventa il simbolo della messinscena di se stessi, in una società che diventa sempre più narcisistica. La capacità di esercitare un potere di attrattiva sessuale diventa il criterio decisivo per il proprio valore sul mercato. La relazione sessuale stessa è di valore subordinato, essa fallisce se il partner non arreca più quell'ammirazione che il proprio ego richiede. Così il nuovo culto del corpo produce infelicità di milioni di persone a tappeto, giacché tutto il progetto non può che fallire per il semplice banale fatto che ogni uomo invecchia. Tuttavia proprio perché l'uomo rimuove questo lato oscuro dei suoi sforzi indefessi, ma senza senso, ecco che una forma di vita come quella del celibato, che controbatte conseguentemente gli assurdi dogmi dell'universale idolatria del corpo, è una particolare provocazione.

Così si torna a por mano, senza realmente saperlo, al vecchio trucco dei nazisti e si discrimina il celibato come "innaturale", cosa che sottintende il dichiarare se stessi, con le proprie relazioni sessuali sempre cangianti, sempre insoddisfatte, che ci si dichiari in tal modo indirettamente come totalmente "naturali". Così l'attacco aggressivo contro il celibato con il termine da battaglia di "innaturale" è adatto a elaborare le neurotiche insoddisfazioni nei confronti del proprio progetto di vita. In fondo potrebbe essere totalmente indifferente, per un uomo sano, tranquillo con se stesso, se altri uomini rinuncino alla sessualità volontariamente o costretti da malattie o situazioni simili. Ciò sarebbe in fondo propriamente soltanto affare loro. La massiccia aggressione con cui talvolta vengono portati avanti tali attacchi è però, in termini psicologici, un segno del fatto che l'aggressore stesso potrebbe avere un qualche problema con l'esperienza concreta della propria sessualità, problema che però non vuole ammettere a se stesso.

C'è però anche la variante del tutto non neurotica dell'accusa di "non naturalità" del celibato. È questa la versione macho. Ecco qua uomini che al grido di "Avanti con il sesso!" si precipitano sul mondo delle donne a valanga. Simili "padroni del creato" , che eternamente si ostinano a non diventare adulti, insistono sul fatto che se a loro viene l'impulso "naturale", la donna deve stare a loro disposizione. Simili fraintendimenti della sessualità, immaturi e pieni di disprezzo della persona, che riescono a vedere la donna oramai solamente come oggetto della soddisfazione dei propri impulsi, feriscono la dignità della donna e la sua autodeterminazione sessuale, ma giocano un grande ruolo nella critica al celibato.

La sessualità adulta non è mai semplicemente "naturale" in maniera grossolana. La natura dell'uomo è sempre già umanamente coltivata. In un matrimonio adulto, maturo, i partner fanno attenzione anche ai bisogni dell'altro. Ci sono diversi motivi per cui temporaneamente o durevolmente anche in un matrimonio il vivere totalmente la sessualità genitale non è possibile, sia per una malattia temporanea, o sia per un impedimento durevole. In questo senso vale il principio:  chi non può rinunciare alla sessualità, non è idoneo al matrimonio. Tuttavia una partnership davvero matura non viene distrutta da questo fatto, bensì talvolta persino arricchita.

Innaturale  la  vita celibataria lo  diventa  solo allorquando l'esser da solo diventa un egoismo chiuso in sé o una narcisistica messinscena di sé. Da una tale incurvatio in seipsum in contraddizione con la vera natura dell'uomo non è però immunizzato nemmeno l'uomo  sposato.
Così l'affronto del celibato non dovrebbe concentrarsi soltanto sulle questioni della sessualità genitale, ma si dovrebbe invece vedere il celibato come una determinata forma di relazione che unisce una profonda relazione con Dio con una buona relazione con gli uomini affidati all'opera ministeriale del sacerdote.

La psicanalista Eva Jäggi nel suo libro sulla Esistenza da single ha definito l'uomo che con consapevolezza di sè vive da solo come particolarmente importante anche per tutti gli uomini che vivono in una partnership, poiché egli renderebbe chiaro anche a questi uomini che essi non sono semplicemente funzione di una relazione, ma hanno invece un loro valore proprio. Nel caso delle relazioni che finiscono, per qualunque motivo ciò accada, non di rado per l'uomo che viene lasciato solo la solitudine è particolarmente pesante. Allora il sapere che ci sono uomini che hanno scelto questo stato volontariamente dà, in simili situazioni, forza e rende più coraggiosi.

Quando per la Pontifica Accademia per la vita nel 2003 si tenne un congresso in Vaticano sull'abuso di bambini e ragazzi da parte di preti e religiosi, si pervenne a risultati toccanti. I più noti specialisti internazionali invitati in gran parte non erano cattolici. Quando nella questione circa la valutazione dei rischi emerse il criterio del "deficit di intimità", sorse dal pubblico la domanda se allora non fosse il celibato un problema. Allora prese la parola Bill Marshall, uno dei terapeuti del crimine più famosi su scala mondiale, noto ateo professo con molta simpatia per la Chiesa. Egli disse che questo era un fraintendimento. Egli partiva dal presupposto che un prete cattolico ha un'intima relazione con Dio. E quando uno psicoterapeuta cattolico molto esperto nella terapia sui sacerdoti osservò che per vivere il celibato si dovrebbe insegnare di più circa la sessualità ai candidati al sacerdozio, chiese la parola lo specialista di valutazione dei rischi certamente più noto internazionalmente, il canadese Karl Hanson:  egli riteneva che per vivere il celibato si dovrebbe piuttosto approfondire la sua spiritualità.

In base alla mia esperienza terapeutica io posso solamente confermare che l'inaridirsi della vita spirituale spesso è precedente alla "crisi del celibato". Se un prete non prega più regolarmente, se egli stesso non si confessa più, se egli dunque non ha più alcuna relazione vitale con Dio, allora egli in quanto prete non è più fecondo. Gli uomini infatti notano che da questo uomo di Dio non fuoriesce più alcuna forza dello Spirito di Dio.

Questo soltanto basta a condurre poi ulteriormente nel prete colpito ad uno stato di frustrazione e di insoddisfazione rispetto alla sua vocazione di sacerdote. Se poi in una simile situazione si offre una relazione esterna, allora il prete è massimamente esposto al rischio che le dighe in ogni caso già decrepite, divenute friabili, si sbriciolino definitivamente. Viceversa invece un prete vitale, che vive la sua fede in maniera convincente, è un pastore d'anime fecondo, che così può anche vivere con gioia la sua attività pastorale.

Importante per i sacerdoti è anche l'ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli che costituiscono un contatto esistenziale con le persone. Il celibato rende il prete libero per contatti pastorali intensi. Ma questa libertà in favore delle persone il prete deve poi anche utilizzarla. Un celibato semplicemente "dietro la scrivania" oppure una vita da funzionario, che trascura il piano delle relazioni umane, in termini psicologici è più difficilmente vivibile.

Un pastore d'anime zelante ha addirittura più esperienza di vita di certi uomini sposati. Un pastore d'anime sposato, così come uno psicoterapeuta sposato, corre sempre il rischio di rivivere inconsciamente e di far agire nel caso presente davanti a lui le esperienze del suo proprio matrimonio. Perciò egli ha bisogno, in genere, di una supervisione, per evitare rischi simili. Invece un buon pastore d'anime ha una ricca esperienza esistenziale con tantissime vicende matrimoniali. E da tutto ciò egli può attingere allora per certi casi più difficili.

Preti che conducono una vita culturalmente animata, che si aprono secondo le possibilità all'arte e alla cultura e partecipano ad alto livello ai dibattiti culturali del tempo, possono vivere il celibato anche come sorgente di speciale vivacità culturale e spirituale. Così il celibato non è certamente una cosa per caratteri deboli e pallidi. Soprattutto però esso non è cosa per narcisisti, che girano psichicamente solo attorno a se stessi e si interessano solo di se stessi. Non eventuali anormalità sessuali sono il problema più frequente nella scelta e nella candidatura di nuovi sacerdoti, ma il narcisismo.

Giacchè la "professione" del prete è per il narcisista una tentazione quasi invincibile. Rivestirsi di abiti da cerimonia e tenere prediche ad altre persone, prediche a cui non si può replicare, questo è per il narcisista addirittura il compimento di tutti i desideri. Tuttavia una soddisfazione autentica rimane esclusa, come nel caso di qualsiasi desiderio avido. Ma il prete deve avere una mentalità esattamente opposta. Egli si deve interessare soprattutto di altre persone e delle loro necessità e dietro il brillare delle sue parole deve rendere visibile lo splendore di Dio, e non la sua propria fioca luce.


(©L'Osservatore Romano - 13 marzo 2010)


SEGNALIAMO ANCHE IL DISCORSO DI BENEDETTO XVI DI OGGI SUL CELIBATO E SULL'IDENTITA' DEL SACERDOTE

Catechesi Magisteriali di Benedetto XVI ai Parroci ed ai Sacerdoti in generale



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Il celibato ecclesiastico: profili psico-spirituali


Prof. Manfred Lütz, Consultore della Congregazione per il Clero


ROMA, sabato, 13 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la conferenza tenuta dal prof. Manfred Lütz, Consultore della Congregazione per il Clero, intervenendo al Convegno teologico internazionale organizzato dalla Congregazione per il Clero e che si è tenuto dall'11 al 12 marzo presso la Pontificia Università Lateranense sul tema “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.




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  Mi è stato chiesto di trattare qui alcuni aspetti psicologici del sacerdozio e in particolare del celibato. Ora io non sono uno psicologo specialista del celibato. Mi sembra anche che ci sia poca letteratura rilevante su questo tema. In primo piano nel dibattito pubblico si danno spesso alcuni clichées del tutto logori e inverificati, sulla forma di vita celibataria, e certe reazioni ecclesiastiche di atteggiamento difensivo. Allorchè, alcuni anni fa, in una trasmissione televisiva, dovetti difendere il celibato cercai prima presso dei Rettori di Seminari un po’ di letteratura circa buoni esempi di celibato ben riuscito attraverso i secoli. C’erano solo dei dati assai sparuti. Così anche qui posso parlare solo di alcuni aspetti del tema e per il resto evidenziare il fatto che abbiamo bisogno di più letteratura nutrita di esperienza su questo tema. Affronterò questo tema in modo ampio e toccherò non solamente aspetti psicologici nella vita di celibato stessa, ma considererò qui anche i dibattiti sul celibato dal punto di vista psicologico, e specialmente socio-psicologico.

Indubbiamente, sotto l’aspetto socio-psicologico, il celibato è una provocazione. In un mondo che non crede più propriamente in una vita dopo la morte, questa forma di vita è una costante protesta contro l’universale superficialità. Il celibato è il messaggio continuamente vissuto che l’aldiquà con le sue gioie e i suoi dolori non è tutto. Ci sono persone che al sentire questo diventano davvero furiose. In effetti qui viene messa massicciamente in discussione la loro concezione di vita. E non semplicemente da un testo scritto o da un dialogo buttato là, bensì da una decisione di vita davanti alla quale non ci si può tappare gli occhi. Il celibato non è una confessione di fede fatta con le labbra, ma una confessione di fede fatta con la vita. Senza dubbio, se con la morte tutto fosse finito, allora il celibato sarebbe un’idiozia. Perché rinunciare all’intimità dell’amore di una donna, perché rinunciare all’emozionante incontro con i propri bambini, perché rinunciare alla sessualità felicemente vissuta? Perché ci si dovrebbe privare della fecondità corporale in questa vita? Solo se la vita terrena è un frammento, che dovrà trovare nell’eternità il suo compimento, solo allora questa forma di vita, il celibato, può gettare una luce chiara sulla vita ancor di là da venire; solo allora si annuncia ad alta voce il messaggio di una vita in pienezza, che la nostalgia degli uomini di ogni epoca ha desiderato ardentemente, ha intuìto, ma la cui realtà solo con l’incarnazione di Dio in Gesù Cristo e specialmente con la sua morte e la sua mirabile resurrezione è divenuta manifesta a tutti gli uomini. Per la nostra società il celibato risulta addirittura come un “pungolo nella carne”, che ci ricorda sempre nuovamente, a tempo debito e indebito, che le incessanti preoccupazioni e gli incalzanti problemi della vita terrena non sono tutto.

  Il celibato è una forma di vita non borghese, che relativizza pieno di humor l’ordine borghese apparentemente così sicuro di sé. Gli avversari del celibato sollecitano non di rado dicendo che la verginità per il regno dei cieli non è certo da mettere in discussione se si tratta di un monastero lontano dal mondo. Ma se si tratta delle comunità parrocchiali, se si è “nel mondo”, allora si deve lasciare che fungano da sacerdoti dei “viri probati” (uomini sposati che hanno dato buona prova di sé). Sono spesso quelle stesse persone che vorrebbero lasciar cadere tutte le distinzioni tra profano e sacro, anche la distinzione tra clero e laici, tra temi mondani ed ecclesiali. Certamente la fede nel fatto che Dio è divenuto uomo è una massiccia irruzione della sacralità nella profanità. I primi cristiani rimarcavano assai chiaramente che gli antichi concetti pagani di sacro e profano non potevano venir semplicemente trasposti nel cristianesimo. Non c’era più alcuna rozza separazione. Il Dio trinitario aveva in Gesù Cristo attirato definitivamente a sé anche il mondo intero. Tuttavia con ciò il mondo non era annientato, l’uomo non era andato in fumo davanti al Dio eterno, il tempo non si era dissolto nell’eternità. In maniera nuova i cristiani sentivano che il cristianesimo era “una distinzione che faceva una distinzione”, come si direbbe oggi nella terapia sistemica. I cristiani non si confondevano con il mondo, ma sentivano di essere una “ekklesia”, e cioè di essere chiamati fuori dalla monotonia quotidiana. Ma proprio così operavano all’interno di questo mondo efficacemente, senza paure nell’entrare in contatto con esso.

  Questa “distinzione che faceva una distinzione” rischiò però dopo la svolta constantiniana di venir messa in pericolo. Improvvisamente l’esser cristiani non era più una provocazione già in sé. Improvvisamente i posti di guida nell’Impero vennero occupati da cristiani. Esser cristiani non era più,  parlando in termini mondani, uno svantaggio, ma un vantaggio. Procopio descrive come la donna di società riccamente vestita e ornata di gioielli durante la liturgia domenicale sta accanto alla figura scarna, consunta, del confessore della fede. Questo era anche un problema psicologico. Il cristianesimo rischiava di insabbiarsi spiritualmente. E proprio in questa epoca il celibato cominciò ad avviarsi sul suo sentiero vittorioso. Noi sappiamo oggi che il celibato aveva già radici apostoliche, ma ora esso diventava un’ancora di salvezza spirituale di una Chiesa promossa, favorita, da imperatori e re. In Egitto gli uomini avevano cominciato ad uscire dalle città e ad  affluire in massa fuori, nel deserto, presso i monaci, per lasciarsi stimolare e provocare in profondità nuovamente, circa la vita in città che era lussuriosa e monotona. E come guide di comunità si vollero presto dovunque degli uomini celibi. L’alta stima di questa forma di vita si estese poi lungo tutta la storia della Chiesa. Il Sinodo di Elvira, la Riforma gregoriana del secolo undicesimo e le riforme successive al Concilio di Trento si preoccuparono tutte di riportare alla luce l’importanza del celibato. Viceversa in epoche di debolezza della Chiesa entrò in crisi anche il celibato. All’inizio del secolo diciannovesimo nell’odierna arcidiocesi di Freiburg ci fu un “movimento anticelibatario”, appoggiato da 156 preti. Allorchè poi inaspettatamente si giunse alla rinascita della Chiesa cattolica nel secolo diciannovesimo, la campagna anticelibataria si spense da sola, risultando superflua. Anche nella crisi successiva al Concilio Vaticano II fu nuovamente il celibato a finire sotto tiro. Tuttavia proprio nei movimenti ecclesiali nuovamente fiorenti esso gode nuovamente di grande apprezzamento. Qui è di grande aiuto, dal punto di vista psicologico, il fatto che i preti stiano in un vivo contatto con laici impegnati e da questa “normalità” ottengano sempre nuovi impulsi vitali. Ma anche il fatto che sappiano di esser sostenuti dalla preghiera dei laici che pregano per loro. La distinzione tra preti e laici, ma anche il servizio reciproco degli uni per gli altri possono così venir vissuti in maniera particolarmente intensa.

  La generale critica al celibato frattanto sta nettamente calando. Tuttavia i giornalisti si divertono sempre a mettere alla prova ogni persona incaricata di un nuovo ministero ecclesiastico, ai suoi inizi, con la domanda circa il celibato. Qui poi non salta fuori se il vescovo sia a favore o contro il celibato, bensì con le sue formulazioni più o meno abili egli può mostrare se sappia già cavarsela con i mass-media oppure non ancora.

  E’ da segnalare che il padre fondatore della moderna psicologia, Sigmund Freud, di certo non un amico della Chiesa e del cristianesimo, ha potuto scorgere certi aspetti positivi nel movimento celibatario del cristianesimo degli inizi: “In epoche in cui la soddisfazione del desiderio amoroso non trovava alcun ostacolo o difficoltà, come ad esempio al tramonto delle culture antiche, l’amore divenne privo di valore, la vita divenne vuota, e ci fu bisogno di forti educazioni a reagire, per rimettere al loro giusto posto gli imprescindibili valori affettivi. In questo contesto si può affermare che la corrente ascetica del cristianesimo ha creato per l’amore valori psichici che l’antichità pagana non avrebbe mai potuto conferirgli”.

  Di contro, nella discussione sul celibato degli ultimi decenni sono stati sempre nuovamente svianti argomenti psicologici laicisti a occupare la scena. Così divenne solito udire da contemporanei poco illuminati che “rinunciare” alla sessualità non sarebbe affatto naturale. Alla base di questa affermazione c’è un concetto di natura totalmente sviante. Infatti che cosa può mai significare ciò? Forse che il Mahatma Gandhi era innaturale, lui che pur sempre aveva fatto voti corrispondenti al celibato? Forse che il Dalai Lama è innaturale? Sono forse tutti innaturali quegli uomini che, intenzionalmente o poiché in qualche maniera le cose sono andate così, vivono senza essersi sposati? Presso i greci la “natura dell’uomo” significava l’essenza di ogni uomo. Con ciò era spianata la via per la comprensione che ogni uomo ha una dignità che gli spetta in quanto uomo, una concezione che si impose universalmente solo in virtù delle religioni monoteistiche.

  Ciò che spetta ad ogni uomo per natura è dunque soprattutto la dignità umana. Mai i greci dall’elevatezzza del loro grande pensiero sarebbero pervenuti all’idea che la natura sia in questo senso solo l’aspetto corporeo dell’uomo. Tali visioni ristrette, tali riduzioni naturalistiche vengono in primo piano e si impongono solo molto più tardi e vanno conseguentemente a sfociare, come tutti sappiamo, nelle definizioni razzistiche dell’uomo, che vedevano l’uomo autentico realizzato solo in una ben determinata razza. Il concetto di razza del nazionalsocialismo ebbe la conseguenza pratica che la prosecuzione di questa razza, la procreazione di essa, aveva la massima priorità. Le madri venivano ufficialmente premiate per i loro tanti figli. Qui allora non ci si può stupire che i nazionalsocialisti nel quadro di questa consequenziale battaglia contro la Chiesa cattolica discriminassero il celibato come “innaturale” e nei cosiddetti processi contro la moralità del 1936 e 1937 tentassero di screditare ufficialmente preti e monaci come omosessuali o come sessualmente devianti in altre maniere.

  Così si può vedere che il concetto di natura nell’epoca moderna in molteplici modi è stato abusato, manipolato ideologicamente. “Innaturale” era un grido di battaglia delle dittature totalitarie contro la religione e tutto ciò che andava d’accordo con essa.

  Purtroppo non si può dire che questa tradizione culturale dell’accusa di “innaturale” oggi non continui a sopravvivere. La frase dello scrittore Bertold Brecht nell’anno 1955: “E’ ancora fecondo il grembo da cui ciò sgusciò fuori” ha sempre un’attualità non sminuita. Ovviamente nessuno parla più di razza, ma tuttavia il culto pagano del corpo celebra nel frattempo nuovamente con esultanza i suoi successi. Talvolta si ha l’impressione che attraverso il mantenimento di un corpo sano e in forma gli uomini vogliano in qualche modo assicurarsi qualcosa come la vita eterna. Il corpo diventa il simbolo della messinscena di se stessi, in una società che diventa sempre più narcisistica. La capacità di esercitare un potere di attrattiva sessuale diventa il criterio decisivo per il proprio valore sul mercato. La relazione sessuale stessa è di valore subordinato, essa fallisce se il partner non arreca più quell’ammirazione che il proprio ego richiede. Così il nuovo culto del corpo produce infelicità di milioni di persone, a tappeto, giacché tutto il progetto non può che fallire per il semplice banale fatto che ogni uomo invecchia. Tuttavia proprio perché l’uomo rimuove questo lato oscuro dei suoi sforzi indefessi ma senza senso, ecco che una forma di vita come quella del celibato, che controbatte conseguentemente gli assurdi dogmi dell’universale idolatria del corpo, è una particolare provocazione.

  Così si torna a por mano, senza realmente saperlo, al vecchio trucco dei nazisti e si discrimina il celibato come “innaturale”, cosa che sottintende il dichiarare se stessi, con le proprie relazioni sessuali sempre cangianti, sempre insoddisfatte, che ci si dichiari in tal modo indirettamente come totalmente “naturali”. Così l’attacco aggressivo contro il celibato con il termine da battaglia di “innaturale” è adatto ad elaborare le neurotiche insoddisfazioni nei confronti del proprio progetto di vita. In fondo potrebbe essere totalmente indifferente, per un uomo sano, tranquillo con se stesso, se altri uomini rinuncino alla sessualità volontariamente o costretti da malattie o situazioni simili. Ciò sarebbe in fondo propriamente soltanto affare loro. La massiccia aggressione con cui talvolta vengono portati avanti tali attacchi è però, in termini psicologici, un segno del fatto che l’aggressore stesso potrebbe avere un qualche problema con l’esperienza concreta della propria sessualità, un problema che egli però non vuole ammettere a se stesso.

  C’è però anche la variante del tutto non neurotica dell’accusa di “non naturalità” del celibato. E’ questa la versione “macho”. Ecco qua uomini che al grido di “Avanti con il sesso!” si precipitano sul mondo delle donne a valanga. Simili “padroni del creato” , che eternamente si ostinano a non diventare adulti, insistono sul fatto che se a loro viene l’impulso “naturale”, la donna deve stare a loro disposizione. Tutto ciò che si comporta diversamente da ciò, lo reputano come totalmente “innaturale”. E’ un merito, una conquista del movimento internazionale delle donne, che la “violenza nel matrimonio” nel frattempo in molte nazioni della terra sia divenuta un reato punibile legalmente. Costringere le donne al sesso con la motivazione che la propria natura adesso spinge uno a fare questo viola la dignità della donna e la sua autodeterminazione sessuale. Perciò io come psicoterapeuta dico: “Chi non può rinunciare alla sessualità, non è idoneo al matrimonio”. Se la donna – oppure l’uomo – non vuole, o a causa di una malattia o di qualcos’altro non può, allora una coppia di coniugi matura deve essere in grado di rinunciare per un certo tempo alla sessualità. Una cosa del genere i nostri “machos” immaturi solo difficilmente la possono attuare.

  La sessualità umana funziona appunto non come una pentola a pressione, in cui semplicemente con l’ausilio di una donna la pressione sessuale può venir lasciata fuoriuscire. Simili fraintendimenti della sessualità, immaturi e pieni di disprezzo della persona, che riescono a vedere la donna oramai solamente come oggetto della soddisfazione dei propri impulsi, feriscono la dignità della donna e la sua autodeterminazione sessuale, ma giocano un grande ruolo nella critica al celibato. La sessualità adulta non è mai semplicemente “naturale” in maniera grossolana. La natura dell’uomo è sempre già umanamente coltivata. In un matrimonio adulto, maturo, i partner fanno attenzione anche ai bisogni dell’altro. Ci sono diversi motivi per cui temporaneamente o durevolmente anche in un matrimonio il vivere totalmente la sessualità genitale non è possibile, sia per una malattia temporanea, o sia per un impedimento durevole. In questo senso vale il principio: chi non può rinunciare alla sessualità, non è idoneo al matrimonio. Tuttavia una partnership davvero matura non viene distrutta da questo fatto, bensì talvolta persino arricchita. Innaturale la vita celibataria lo diventa solo allorquando l’esser da solo diventa un egoismo chiuso in sé o una narcisistica messinscena di sé. Da una tale “incurvatio in seipsum” in contraddizione con la vera natura dell’uomo non è però immunizzato nemmeno l’uomo sposato.

  Così l’affronto del celibato non dovrebbe  concentrarsi soltanto sulle questioni della sessualità genitale, ma si dovrebbe invece vedere il celibato come una determinata forma di relazione che unisce una profonda relazione con Dio con una buona relazione con gli uomini affidati all’opera ministeriale del sacerdote.

  La psicanalista Eva Jäggi nel suo libro sulla “Esistenza da single” ha definito l’uomo che con consapevolezza di sè vive da solo come particolarmente importante anche per tutti gli uomini che vivono in una partnership , poiché egli renderebbe chiaro anche a questi uomini che essi non sono semplicemente funzione di una relazione, ma hanno invece un loro valore proprio. Nel caso delle relazioni che finiscono, per  qualunque motivo ciò accada,  non di rado per l’uomo che viene lasciato solo la solitudine è particolarmente pesante. Allora il sapere che ci sono uomini che hanno scelto questo stato volontariamente dà, in simili situazioni, forza e rende più coraggiosi. Per il resto, anche storicamente l’elevata stima del celibato per amore del regno dei cieli ha avuto effetti  di emancipazione per le donne, poiché esse così poterono percorrere una strada propria, non erano più socialmente riconosciute soltanto se si sottoponevano come moglie ad un marito.

  Quando per la Pontifica Accademia per la vita” nel 2003 organizzai un congresso in Vaticano sull’abuso di bambini e ragazzi da parte di preti e religiosi, si pervenne a risultati toccanti. I più noti specialisti internazionali invitati in gran parte non erano cattolici. Quando nella questione circa la valutazione dei rischi emerse il criterio del “deficit di intimità”, sorse dal pubblico la domanda se allora non fosse il celibato un problema. Allora prese la parola Bill Marshall, uno dei terapeuti del crimine più famosi su scala mondiale, noto ateo professo con molta simpatia per la Chiesa. Egli disse che questo era un fraintendimento. Egli partiva dal presupposto che un prete cattolico ha un’intima relazione con Dio. E quando uno psicoterapeuta cattolico molto esperto nella terapia sui sacerdoti osservò che per vivere il celibato si dovrebbe insegnare di più circa la sessualità ai candidati al sacerdozio, chiese la parola lo specialista di valutazione dei rischi certamente più noto internazionalmente, il canadese Karl Hanson: egli riteneva che per vivere il celibato si dovrebbe piuttosto approfondire la sua spiritualità.

  In base alla mia esperienza terapeutica io posso solamente confermare che l’inaridirsi della vita spirituale spesso è precedente alla “crisi del celibato”. Se un prete non prega più regolarmente, se egli stesso non si confessa più, se egli dunque non ha più alcuna relazione vitale con Dio, allora egli in quanto prete non è più fecondo. Gli uomini infatti notano che da questo uomo di Dio non fuoriesce più alcuna forza dello Spirito di Dio. Questo soltanto basta a condurre poi ulteriormente nel prete colpito ad uno stato di frustrazione e di insoddisfazione rispetto alla sua vocazione di sacerdote. Se poi in una simile situazione si offre una relazione esterna, allora il prete è massimamente esposto al rischio che le dighe in ogni caso già decrepite, divenute friabili, si sbriciolino definitivamente. Viceversa invece un prete vitale, che vive la sua fede in maniera convincente, davanti a sé e davanti agli altri, è un pastore d’anime fecondo, che così può anche vivere con gioia la sua attività pastorale. Importante per i sacerdoti è anche l’ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli, che costituiscono un contatto esistenziale con le persone. Il celibato rende il prete libero per contatti pastorali intensi. Ma questa libertà in favore delle persone il prete deve poi anche utilizzarla. Un celibato semplicemente “dietro la scrivania” oppure una vita da funzionario, che trascura il piano delle relazioni umane, in termini psicologici è più difficilmente vivibile. Un pastore d’anime zelante ha addirittura più esperienza di vita di certi uomini sposati. Non corrisponde affatto al vero quello che talvolta si sente dire, e cioè che un pastore d’anime sposato potrebbe accompagnare e guidare meglio le persone sposate. Un pastore d’anime sposato, così come uno psicoterapeuta sposato, corre sempre il rischio di rivivere inconsciamente e di far agire nel caso presente davanti a lui le esperienze del suo proprio matrimonio. Perciò egli ha bisogno, in genere, di una supervisione, per evitare rischi simili.  Invece un buon pastore d’anime ha una ricca esperienza esistenziale con tantissime vicende  matrimoniali. E da tutto ciò egli può attingere allora per certi casi più difficili. Ciò spiega la straordinaria fecondità degli scritti del papa Giovanni Paolo II sul matrimonio. Inoltre anche amicizie del tutto normali sono importanti per rimanere con i piedi per terra. Il celibato non deve diventare un monastero da eremiti. Sant’Agostino ha sempre ritenuto meritevole di raccomandazione se preti celibatari vivono insieme in una stessa casa. Questo viene oggi ripreso nuovamente in molti luoghi. Una simile comunità domestica, che è anche una comunità spirituale, rende possibile meglio la necessaria “correctio fraterna”, la critica finalizzata al bene dell’altro, che anche all’interno di un matrimonio fa sì che non ci si distanzi l’uno dall’altro. In questa maniera diventa chiaro che il celibato non significa davvero isolamento, solitudine, ma invece esser liberi per le persone e per un compito speciale. Certo, ad un prete per la sua vitalità sono negati certi campi di attività. Egli non svilupperà certe abilità, come quella di cambiare i pannolini ai bimbi piccoli, di governare e guidare con maestria le imprevedibilità dei rampolli in età di pubertà, e di mostrare l’intensità di dedizione che forgia un matrimonio. Per questo è ancor più importante che egli faccia diventare feconda la sua vitalità nell’ambito spirituale. Una volta il parroco era spesso l’unico ad aver compiuto studi universitari. La sua formazione culturale si irradiava tutt’intorno nel suo ambito di vita immediato. Preti che conducono una vita culturalmente animata, che si aprono secondo le possibilità all’arte e alla cultura e partecipano ad alto livello ai dibattiti culturali del tempo, possono vivere il celibato anche come sorgente di speciale vivacità culturale e spirituale. Così il celibato non è certamente una cosa per caratteri deboli e pallidi. Soprattutto però esso non è cosa per narcisisti, che girano psichicamente solo attorno a se stessi e si interessano solo di se stessi. Non eventuali anormalità sessuali sono il problema più frequente nella scelta e nella candidatura di nuovi sacerdoti, ma il narcisismo. Giacchè la “professione” del prete è per il narcisista una tentazione quasi invincibile. Rivestirsi di abiti da cerimonia e tenere prediche ad altre persone, prediche a cui non si può replicare, questo è per il narcisista addirittura il compimento di tutti i desideri. Tuttavia una soddisfazione autentica rimane esclusa, come nel caso di qualsiasi desiderio avido. Ma il prete deve avere una mentalità esattamente opposta. Egli si deve interessare soprattutto di  altre persone e delle loro necessità e dietro il brillare delle sue parole deve rendere visibile lo splendore di Dio, e non la sua propria fioca luce.

  Per riconoscere simili caratteristiche è meglio di tutti i test psicologici l’accurata osservazione in Seminario. E’ in grado un candidato al sacerdozio di sviluppare unfeeling, una sensibilità nei confronti delle altre persone? Prende parte, con un certo calore del cuore alla vita e alle sofferenze degli altri? Oppure non fa altro che girare attorno a se stesso e utilizza gli altri per manipolarli per il proprio vantaggio? E nel caso che gli piovano addosso delle critiche si mostra esageratamente ferito, magari persino con scoppi di “furore narcisistico” senza misura?

  Infine vogliamo aggiungere ancora una riflessione sociologica, da cui scaturiscono incisivi problemi psicologici: Il progetto delle convivenze a tempo, dellepartnership solo per un tratto di esistenza, ha nel frattempo in Europa condotto a far sì che ci siano sempre più dei cosiddetti “single”. Il più alto “valore di mercato” sussiste tra i diciotto e i ventinove anni, dopo ci si sforza di mettere in luce ancora una certa giovinezza artificiale. E infine dopo numerose relazioni naufragate si rimane soli e ci si ritrae dalla vita, delusi. In questa maniera la nostra società del benessere non produce di certo alcuna felicità. Tuttavia non ci si deve illudere che una volta le cose andassero in modo del tutto diverso. Il matrimonio, propriamente, ha avuto una elevata congiuntura solo negli ultimi cent’anni. Duecentocinquant’anni fa solo all’incirca il trenta per cento della popolazione era sposata, poiché ci si poteva sposare solo se erano dati i corrispondenti presupposti economici. I maestri e le maestre spesso, anzi perlopiù, non erano sposati, gli impiegati anche, e così via. Così in quel tempo il celibato non era affatto così estraneo, in una società in linea di massima sposata. Oggi la situazione si avvicina nuovamente alle condizioni di un tempo. Solamente che un tempo i singles prendevano parte più intensamente alla vita della comunità. Di contro il problema dei singles che oggi trascinano avanti la loro vita da soli in piccoli appartamenti di città è nel frattempo riconosciuto. Si tratta di una cultura dell’esistenza da single che sia piena di senso. Ed ecco che allora ci si rivolge nuovamente volentieri, talvolta, alle buone esperienze che i celibatari lungo i secoli hanno fatto con la loro vita da celibi per amore del regno dei cieli. Anche la Regola di S. Benedetto è, per ogni psicoterapeuta spiritualmente desto, un patrimonio, uno scrigno prezioso pieno di saggi consigli, per suggerire come l’esser da solo del monaco possa venir messo in equilibrio con il vivere in comunità. Così il rispetto per il celibato in una società divenuta piena di singles è addirittura un segno per indicare l’umanità e la liberalità di questa società. Il Mahatma Gandhi, che ha emesso egli stesso un “voto di celibato” e fino alla fine della sua vita ha vissuto senza matrimonio e interamente dedito alla sua missione, ha detto che una società che non ha simili uomini è una società povera.

  Il celibato costituisce oggi come ieri, per uomini psichicamente sani, la chance di una vita spiritualmente animata, emozionante, vivace, piena di fecondità spirituale. E per la Chiesa un prezioso dono di Dio ad essa – per il quale noi certamente dobbiamo sempre nuovamente pregare.






SEGNALIAMO ANCHE IL DISCORSO DI BENEDETTO XVI DI OGGI SUL CELIBATO E SULL'IDENTITA' DEL SACERDOTE

Catechesi Magisteriali di Benedetto XVI ai Parroci ed ai Sacerdoti in generale




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/30/2010 5:39 PM
 
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Un po' di chiarezza sul celibato ecclesiastico nella storia

di Sandro Magister

ROMA, 28 maggio 2010 – Benedetto XVI si appresta a concludere l'Anno Sacerdotale, da lui voluto per ridare vigore spirituale ai preti cattolici in un'epoca difficile per l'intera Chiesa. Intanto però un cardinale famoso e tra i più vicini al papa, l'arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, continua a battere il chiodo di un "ripensamento" della disciplina del celibato del clero latino.

Schönborn è persona di buona cultura, ex alunno di Joseph Ratzinger professore di teologia. Negli anni Ottanta collaborò alla scrittura del catechismo della Chiesa cattolica. Ma come uomo di governo, da quando è alla testa di una Chiesa sbandata come l'austriaca, si mostra più attento alle pressioni dell'opinione pubblica che ai suoi doveri di guida.

A metà maggio, appena un vescovo suo connazionale, Paul Iby, di Eisenstadt, disse che "i preti dovrebbero essere liberi di scegliere se sposarsi o meno" e che "la Santa sede è troppo timida su tale questione", prontamente il cardinale Schönborn chiosò: "Le preoccupazioni espresse dal vescovo Iby sono le preoccupazioni di tutti noi".

E questa è stata solo l'ultima – per ora – di una serie incessante di sortite analoghe. Di Schönborn e di altri cardinali e vescovi di tutto il mondo, per non dire di esponenti del clero e del laicato. Il "superamento" della disciplina del celibato è da tempo il basso continuo della musica dei novatori.

Di questa musica, ciò che ordinariamente viene udito e capito sono un paio di cose.

La prima è che il celibato del clero è una regola imposta in secoli recenti al solo clero latino.

La seconda è che ai sacerdoti cattolici dovrebbe essere consentito di sposarsi "come nella Chiesa primitiva".

Il guaio è che queste due cose fanno entrambe a pugni con la storia e con la teologia.

Alla radice dell'equivoco c'è anche una cattiva comprensione del concetto di celibato del clero.

In tutto il primo millennio e anche dopo, nella Chiesa il celibato del clero era propriamente inteso come "continenza". Cioè come completa rinuncia, dopo l'ordinazione, alla vita di matrimonio, anche per chi si fosse precedentemente sposato. L'ordinazione di uomini sposati, infatti, era una prassi comune, documentata anche dal Nuovo Testamento. Ma nei Vangeli si legge che Pietro dopo la chiamata ad apostolo "lasciò tutto" (Matteo 19, 27). E Gesù disse che per il Regno di Dio c'è chi lascia anche "moglie o figli" (Luca 18, 29).

Mentre nell'Antico Testamento l'obbligo della purità sessuale valeva per i sacerdoti solo nei periodi del loro servizio al Tempio, nel Nuovo Testamento la sequela di Gesù nel sacerdozio è totale e investe l'intera persona, sempre.

Che fin dall'inizio della Chiesa preti e vescovi fossero tenuti ad astenersi dalla vita di matrimonio è confermato dalle prime regole scritte in materia. Esse compaiono a partire dal secolo IV, dopo la fine delle persecuzioni. Con l'aumento impetuoso del numero dei fedeli aumentano anche le ordinazioni, e con esse le infrazioni alla continenza.

Contro queste infrazioni, concili e papi intervengono ripetutamente a riaffermare la disciplina da essi stessi definita "tradizionale". Questo fanno il Concilio di Elvira, nel primo decennio del secolo IV, che sanziona il mancato rispetto della continenza con l'esclusione dal clero; altri concili di un secolo dopo; i papi Siricio e Innocenzo I; e poi ancora altri papi e Padri della Chiesa, da Leone Magno a Gregorio Magno, da Ambrogio ad Agostino a Girolamo.

Per molti secoli ancora la Chiesa d'Occidente continuò a ordinare degli uomini sposati, sempre però esigendo la rinuncia alla vita matrimoniale e l'allontanamento della sposa, previo il consenso di questa. Le infrazioni erano punite, ma erano molto frequenti e diffuse. Anche per contrastare questo, la Chiesa cominciò a scegliere di preferenza i suoi sacerdoti tra i celibi.

In Oriente, invece, dalla fine del secolo VII in poi la Chiesa tenne fermo l'obbligo assoluto della continenza solo per quanto riguarda i vescovi, scelti sempre più spesso tra i monaci invece che tra gli sposati. Col basso clero accettò che gli sposati continuassero a condurre vita matrimoniale, con obbligo di continenza solo "nei giorni di servizio all'altare e di celebrazione dei sacri misteri". Così stabilì il secondo Concilio di Trullo del 691, un concilio mai riconosciuto come ecumenico dalla Chiesa d'Occidente.

Da allora a oggi è questa la disciplina in vigore in Oriente, così come nelle Chiese di rito orientale tornate in comunione con la Chiesa di Roma dopo lo scisma del 1054: continenza assoluta per i vescovi e vita matrimoniale consentita al basso clero. Fermo restando che l'eventuale matrimonio deve sempre precedere la sacra ordinazione e mai seguirla.

La tolleranza adottata dalle Chiese d'Oriente per la vita matrimoniale del basso clero fu agevolata – secondo gli storici – dal particolare ordinamento di queste Chiese, costituite in patriarcati e quindi più portate a decisioni autonome sul piano disciplinare, con un ruolo preminente svolto dall'autorità politica.

In Occidente, invece, alla grande crisi politica e religiosa dei secoli XI e XII la Chiesa reagì – con la riforma detta gregoriana dal nome di papa Gregorio VII – proprio combattendo con vigore i due mali che dilagavano tra il clero: la simonia, cioè la compravendita degli uffici ecclesiastici, e il concubinato.

La riforma gregoriana riconfermò in pieno la disciplina della continenza. Le ordinazioni di uomini celibi furono preferite sempre più a quelle di uomini sposati. Quanto al matrimonio celebrato dopo l'ordinazione – da sempre vietatissimo sia in Oriente che in Occidente – il Concilio Lateranense II del 1139 lo definì non solo illecito, ma invalido.

Anche le successive crisi della Chiesa d'Occidente hanno visto in primo piano la questione del celibato del clero. Tra i primi atti della Riforma protestante ci fu proprio l'abolizione del celibato. Al Concilio di Trento vi fu chi spinse per una dispensa dall'obbligo del celibato anche per i preti cattolici. Ma la decisione finale fu di mantenere integralmente in vigore la disciplina tradizionale.

Non solo. Il Concilio di Trento obbligò tutte le diocesi a istituire dei seminari per la formazione del clero. La conseguenza fu che le ordinazioni di uomini sposati diminuirono drasticamente, fino a scomparire. Da quattro secoli, nella Chiesa cattolica i preti e i vescovi sono nella quasi totalità celibi, con le sole eccezioni del basso clero delle Chiese di rito orientale unite a Roma e degli ex pastori protestanti con famiglia ordinati sacerdoti, provenienti per lo più dalla Comunione anglicana.

Dalla percezione che i preti cattolici sono tutti celibi si è diffusa l'idea corrente che il celibato del clero consista nella proibizione di sposarsi. E quindi che il "superamento" del celibato consista sia nell'ordinare preti degli uomini sposati consentendo loro di continuare a vivere la vita matrimoniale, sia nel permettere ai preti celibi di sposarsi.

Dopo il Concilio Vaticano II entrambe queste richieste sono state avanzate ripetutamente nella Chiesa cattolica, anche da vescovi e cardinali. Ma sia l'una che l'altra sono in palese contrasto con l'intera tradizione di questa stessa Chiesa, a partire dall'età apostolica, oltre che – per quanto riguarda la seconda richiesta – con la tradizione delle Chiese d'Oriente e quindi col cammino ecumenico.

Che poi un "superamento" del celibato sia la scelta più appropriata per la Chiesa cattolica di oggi è sicuramente un'idea per nulla condivisa dal papa regnante. Stando a ciò che Benedetto XVI dice e fa, la sua volontà è opposta: non superare ma confermare il celibato sacerdotale, come sequela radicale di Gesù per il servizio di tutti, tanto più in un passaggio cruciale di civiltà come il presente.

Proprio a questo mira l'Anno Sacerdotale da lui indetto, col santo Curato d'Ars come modello: umile curato di campagna che visse il celibato come dedizione totale per la salvezza delle anime, una vita tutta consumata all'altare e nel confessionale.
__________

La letteratura scientifica sul tema è vasta. Tra l'altro ha definitivamente accertato che è un falso storico il racconto che al Concilio di Nicea del 325 un vescovo di nome Paphnutius sostenne e fece approvare la libertà per le singole Chiese di consentire o no ai preti la vita matrimoniale. Così come è stata accertata la manomissione ad opera del secondo Concilio di Trullo del 691 dei canoni dei concili africani dei secoli IV e V, da esso citati a sostegno della vita matrimoniale per i preti: manomissione dimostrata già nel Cinquecento dal coltissimo cardinale Cesare Baronio.

Ma di questa letteratura scientifica non c'è quasi traccia nel dibattito corrente e nemmeno nelle sortite di vescovi e cardinali favorevoli al "superamento" del celibato. Una eccellente sintesi storica e teologica della questione è in un piccolo libro del 1993 del cardinale austriaco Alfons Maria Stickler, morto a Roma nel 2007 all'età di 97 anni, all'epoca prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana.
[..]

Fonte:
www.chiesa.espresso
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/31/2010 7:14 PM
 
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Intervista a "La Croix" del superiore del seminario di Orléans

La scelta del celibato
è una dimensione della libertà


Pubblichiamo una nostra traduzione dell'intervista rilasciata a Isabelle de Gaulmyn, per il quotidiano francese "La Croix", da padre Luc Crepy, superiore del seminario di Orléans, nella quale si affronta il tema del celibato dei preti. L'intervista è stata raccolta nell'ambito della grande inchiesta, "Vies de prêtres", che "La Croix" sta dedicando alla figura del sacerdote in Francia e nel mondo.
 

di Isabelle de Gaulmyn

Come vengono preparati i futuri sacerdoti a una vita affettiva senza rapporti sessuali?

Innanzitutto bisogna precisare che la sessualità non si limita alla sua dimensione genitale, così come la vita affettiva è più vasta della vita sessuale, anche se questo ambito è evidentemente importante. Inoltre, nel seminario, non ci si interessa solo a questa dimensione particolare del futuro sacerdote, per quanto importante essa sia, ma si cerca anche di promuovere uno sviluppo integrale, tenendo conto dell'insieme della formazione umana. Detto ciò, per rispondere alla sua domanda, i sacerdoti vengono preparati in diversi modi. Prima di tutto, e Giovanni Paolo ii lo ha ben ricordato nella sua lettera post-sinodale Pastores dabo vobis sulla formazione dei sacerdoti, attraverso un'attenzione alla vita in comunità. Per l'equilibrio affettivo, la vita relazionale è un buon ambito di discernimento. Poi, occorre suscitare la riflessione e il dibattito attorno alla sessualità. Fin dai primi anni, proponiamo incontri con psicologi e riflettiamo a partire dai dati delle scienze umane. Terzo elemento, l'ambito pastorale, laddove il futuro sacerdote muove i suoi primi passi, nelle sue esperienze, confrontandosi con ogni sorta di persona. A volte, quello che accade nella pratica rivela fragilità a cui non si era prestata attenzione. Un futuro sacerdote può non vivere molto bene la dimensione comunitaria del suo seminario, e rivelarsi invece un buon pastore sul campo. Infine, l'accompagnamento spirituale è evidentemente essenziale. Si tratta di unificare la propria vita, di integrarvi tutte le sue dimensioni.

C'è comunque una rinuncia da accettare?

Sì, c'è la rinuncia all'espressione genitale della sessualità. Non è facile, tanto più che oggi, vista l'età media di ingresso nel seminario (28 anni), alcuni seminaristi hanno avuto esperienze sessuali, persino una vita di coppia, prima di entrare nel seminario. Dobbiamo riflettere con loro su come gestire tale rinuncia a partire da questa "memoria del corpo". Ma ciò non è proprio solo dei seminaristi, poiché anche nella coppia bisogna esercitarsi a questa rinuncia:  la fedeltà esige infatti di rinunciare ad altre relazioni sessuali. È bene non fare della rinuncia dei futuri sacerdoti qualcosa di marginale, di eccezionale. Ci sono persone celibi, nella nostra società, che non riducono la vita affettiva e sessuale alla sua dimensione genitale e rifiutano una relazione che non si rivelerebbe duratura. La nostra società attribuisce un ruolo preminente alla relazione sessuale. La Chiesa invece inserisce la relazione sessuale in un impegno verso l'altro che necessita una certa maturità affettiva. Perché tutto ciò abbia un senso, è necessario imparare a rinunciare.

Come viene affrontata la questione del celibato nel seminario?

Diciamolo chiaramente, non si entra nel seminario solo per restare celibi! Il celibato ha senso in una prospettiva più vasta, il servizio alla Chiesa, l'amore per Cristo. Come s'inscrive questo celibato in un progetto di vita globale? Se verrà considerato come una palla al piede, non funzionerà. La domanda che bisogna porsi è proprio questa:  nel desiderio di diventare sacerdote, come si integrano e assumono un senso nel progetto del sacerdozio il celibato e la rinuncia che esso implica? Ancora una volta, non è perché si è sacerdoti che non si ha una sessualità! È una scelta di vita e un modo per dare un senso alla propria sessualità in un progetto che la trascende senza negarla. A essere in gioco è il fatto di vivere la propria sessualità in modo liberatorio:  nella scelta del celibato c'è una dimensione di libertà. Ma attenzione, la sessualità, sia per una persona celibe sia per una coppia, è un equilibrio sempre da costruire, nel corso dell'intera vita.

In che senso questo impegno al celibato è oggi più difficile?

Ogni epoca rielabora la questione della sessualità. Essa non è una questione puramente intima e personale, come troppo spesso si crede. È indotta dalla cultura. È vero che in una società molto erotizzata, che valorizza la genitalità a detrimento di una sessualità più vasta, ciò non è evidente. Si cerca soprattutto un'immediatezza che va a scapito dell'armonia sessuale a lungo termine. Credo che la sessualità sia proprio uno degli ambiti più interessanti ma più difficili dove esercitare la propria libertà.

Dopo il seminario, in che modo la Chiesa garantisce un accompagnamento a questa dimensione affettiva?

Non è facile. I primi anni di sacerdozio possono essere duri. La vita nel seminario è, per alcuni, un ambito molto protetto, a volte persino un vivere nella bambagia; e quando un seminarista va in parrocchia, è spesso attorniato da molte persone, poiché tutti si meravigliano del suo impegno. Ma poi bisogna tornare a una realtà più dura, spesso più solitaria. Noi spingiamo molto i giovani sacerdoti a far parte di un gruppo di vita:  un gruppo di sacerdoti della loro generazione che si ritrovano regolarmente per condividere ciò che vivono. Molte diocesi organizzano anche forme di accompagnamento per i giovani sacerdoti. Invito anche i sacerdoti a prevedere sempre un accompagnamento spirituale. Credo pure che nella pratica spetti ai laici, e anche agli altri sacerdoti, vegliare su quelli più giovani, posto che la fraternità sacerdotale non deve essere solo una parola. In generale, è importante permettere ai giovani sacerdoti di avere nella loro diocesi degli interlocutori privilegiati con cui poter fare regolarmente il punto della propria situazione. Un incontro fra il vescovo e ogni giovane sacerdote al termine di un anno di ordinazione può risultare opportuno, come pure un'attenzione costante da parte del vicario episcopale. Tutto ciò è indubbiamente necessario affinché i giovani sacerdoti, di fronte alle difficoltà inerenti ai primi anni del ministero, non restino soli.


(©L'Osservatore Romano - 31 maggio 1 giugno 2010)
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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1/7/2011 6:59 PM
 
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Opinioni

 
 di CARLO MAFERA
   

La Parola:
«Il celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo»
(Paolo VI).
  

IDENTITÀ SACERDOTALE E CELIBATO TRA ORIENTE E OCCIDENTE
  

Philip Goyret, professore straordinario di ecclesiologia alla Pontificia Università della Santa Croce e vicedecano della stessa, ha tenuto recentemente nell’Ateneo romano una lezione-conferenza sul tema: Identità sacerdotale e celibato tra Oriente e Occidente nell’ambito degli incontri del terzo corso di aggiornamento per giornalisti.

Ha esordito dicendo che in Oriente c’è il presbiterato uxorato, mentre in Occidente, nella Chiesa latina, non esiste questa possibilità. Fino al Concilio di Trento non vi era l’obbligo ad essere celibi, anche se c’era una relazione di convenienza tra il celibato e il sacerdozio e i ministri venivano "reclutati" tra le persone mature e di provata fede anche tra gli sposati. Non esistevano i seminari, che vennero istituiti proprio con il Concilio di Trento per rendere più preparati coloro che si apprestavano a svolgere un ruolo così delicato per la salvezza delle anime. Nello stesso tempo il medesimo Concilio stabiliva definitivamente l’obbligo del celibato per i sacerdoti.

Treviso, 15.9.2007: ordinazione sacerdotale, da parte   dell'ordinario locale mons. Andrea Bruno Mazzocato, ora arcivescovo di   Udine, del religioso paolino don Stefano Stimamiglio.
Treviso, 15.9.2007: ordinazione sacerdotale, da parte dell’ordinario locale mons. Andrea Bruno Mazzocato,
ora arcivescovo di Udine, del religioso paolino don Stefano Stimamiglio (foto G. Giuliani).

Tale posizione venne ribadita dal Vaticano II nel decreto Presbyterorum ordinis (n. 16). E nel Codice di diritto canonico (n. 277) viene sottolineato che «i chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini».

Ciò che Goyret ha messo in evidenza è che l’origine di questo celibato sta nell’identità sacerdotale che si richiama direttamente a Cristo e in particolare a Cristo sacerdote e vittima. Concetti, questi, che coincidono in quanto, nel Sacramento dell’ordine, è insito il sacrificio di Cristo che si autodona in modo totale, esclusivo e per sempre. La stessa dignità ha il Sacramento del matrimonio cristiano dove esistono le stesse caratteristiche di autodonazione esclusiva e totale dei coniugi l’uno per l’altro.

«Il celibato sacerdotale – ha detto il prof. Goyret – si richiama al rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Vi è presente quindi quell’elemento escatologico che il presbitero deve testimoniare con la sua vita di come saranno le cose dopo, perché nell’al di là non ci saranno più uomini e donne che si sposano».

L'abside della chiesa di santa Maria assunta (sec. XVII) di Civita   (Cosenza), Eparchia di rito greco-cattolico di Lungro.
L’abside della chiesa di santa Maria assunta (sec. XVII) di Civita (Cosenza), 
Eparchia di rito greco-cattolico di Lungro (foto A. Giuliani).

Il relatore ha messo in evidenza che le origini teologiche del celibato risalgono direttamente alla Scrittura e al Vangelo (Mt 19, 11-12): «Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Nelle ultime battute Goyret ha sottolineato l’importanza e la sacralità del celibato anche per la Chiesa d’Oriente, dove il vescovo deve essere necessariamente celibe e dove, una volta ordinato, il sacerdote non può più sposarsi. D’altra parte, pur potendosi sposare prima di essere ordinati, «il celibato dei presbiteri – recita così il Catechismo della Chiesa cattolica – è in grande onore presso le Chiese orientali e numerosi sono i presbiteri che l’hanno scelto liberamente per il regno di Dio».

Ma chi potrà mai proteggere il dono meraviglioso del celibato nel sacerdozio? Ritengo, più che mai, l’affidamento alla Vergine Maria.

Carlo Mafera,
Roma
  

In merito alla problematica sollevata dal lettore, si consiglia la lettura della Sacerdotalis caelibatus (1967) di Paolo VI

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1/20/2011 7:25 PM
 
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Il Papa apre le porte ai preti sposati? Sì, ma secondo la Tradizione latina della continenza.

Immagine spiritosa di Don Gioba: www.gioba.it

Dopo aver ascoltato più di una domanda allarmata da parte di buone anime, e dopo aver letto commenti incredibili nei blog (pure cattolici!), penso sia proprio il caso di intervenire nel dibattito per spiegare come mai Sua Santità ha permesso che tre uomini sposati potessero essere ordinati preti, pur rimanendo in vigore la legge del celibato per la generalità delle ordinazioni latine. L'ordinazione dei primi tre preti dell' Anglicanorum Coetibus ha scatenato una ridda di commenti tra i soliti giornalisti saccenti che, ahimè, formano e condizionano l'opinione pubblica degli stessi cristiani e addirittura dei ministri di Dio.

Ritengo - comunque - che questi neo-sacerdoti seguiranno ora non più la prassi anglicana (e protestante) dell'uso del matrimonio per coloro che sono chierici, ma l'antica e veneranda prassi della Chiesa cattolica d'Occidente. Cioè la continenza pur vivendo nel matrimonio. Il conferimento dell'ordinazione sacerdotale ai non celibi è parte del patrimonio anglicano che viene conservato, ma secondo l'indiscussa e indiscutibile tradizione, mai revocata neppure dal Concilio Vaticano II o dal Codice di Diritto Canonico del 1983 (si veda il canone 277 §1, 2 e 3 che distingue celibato e continenza, la quale è per tutti i chierici).

In effetti ci sono dei precedenti, dichiarati nel 1990, secondo cui Giovanni Paolo II imponeva ai rarissimi casi di ordinazione di uomini sposati, nati cattolici, la promessa di continenza, mentre soprassedeva per chi da ministro in comunità ecclesiali protestanti chiedeva di essere ordinato prete cattolico, pur continuando a vivere nel matrimonio.

Il problema, comunque, è semplice: non si deve confondere continenza celibato. Sono due cose diverse. Ogni celibe, nella Chiesa, è di diritto e di dovere continente, cioè si astiene da rapporti con donne. Ma tra gli sposati è sempre esistita la possibilità, vista come un carisma, che arrivati ad una certa età, allevati i figli e spenti gli ardori giovanili, i due - di comune accordo - si consacrino al servizio di Dio, vivendo in continenza matrimoniale il resto della vita. Con tutte le fatiche e le precauzioni del caso.

Per gli orientali anche per i chierici varrebbe la clausola paolina della astensione "temporanea" per "dedicarsi alla preghiera", ovvero in vista della celebrazione liturgica: e infatti tra di essi la messa viene celebrata dai preti sposati solo alla domenica (o a volte anche il giovedì).

Per i latini, fedeli alla prassi più antica, la continenza è una forma di scelta di consacrazione totale al ministero, non una regola di purità rituale anticotestamentaria, e per questo è totale.

La "prova del nove" è che il prete sposato, in tutte le Chiese, non ha il dovere di lasciare la prima moglie, ma se rimane vedovo, non può più risposarsi (perchè ha già deciso di vivere in perfetta castità per il Regno dei Cieli). Non per niente i figli dei sacerdoti, ieri come oggi, se sono nati prima dell'ordinazione del padre, prete sposato, sono considerati legittimi, altrimenti non lo sono (anche se il codice non parla più di figli frutto di sacrilegio!!).

Su questo punto non si è innovato nulla al Concilio Vaticano II: la regola e la prassi romane sono le stesse almeno dal IV secolo. Evidentemente per la tutela della continenza il celibato è un grande aiuto. Ci vuole più eroicità a viverla nello stato matrimoniale. Per questo la Chiesa latina sceglie i suoi ministri tra chi è disposto a vivere nel celibato. Ma ciò non toglie che l'altra possibilità sia sempre esistita. Il ripristino del diaconato permanente va in questa stessa direzione.


La stessa richiesta, ma per altri motivi, ovvero di ordine penitenziale, viene fatta ai divorziati risposati che ad un certo punto del loro cammino, pentiti dei peccati passati, desiderano tornare a ricevere - remoto scandalo - i sacramenti della riconciliazione e della comunione. E infine, per mostrare che questa prassi è più diffusa di quel che appaia nella nostra attuale società in cui matrimonio è equiparato a sesso, anche gli sposati possono entrare - di comune accordo - in convento o monastero, come mostra la Regola di San Francesco che prevede esplicitamente il caso di uno sposato che desideri farsi frate (ma in quel caso è ovviamente sospesa anche la coabitazione matrimoniale).

Per un bel saggio sull'ermeneutica della continuità a proposito dell'ordinazione di continenti non celibi, si legga il saggio di mons. Cesare Bonivento, PIME, già docente all'Urbaniana di Roma, poi vescovo missionario:

Il Celibato sacerdotale e il Vaticano II.

Vengono riassunte ed esposte le tesi e gli studi più autorevoli, fino al 2009, riguardo il celibato dei ministri nella Chiesa e la distinzione necessaria fra continenza volontariamente assunta nel matrimonio e stato celibatario. Vi riporto una piccola porzione dell'introduzione:

Distinzioni necessarie. Prima di inoltrarci in questo studio e’ necessario fare due distinzioni che ci sembrano di grande importanza, per evitare inutili equivoci.
La prima riguarda la distinzione tra celibato sacerdotale e continenza sacerdotale. Con il primo si intende la richiesta/promessa di non sposarsi in futuro da parte di un celibe che ha ricevuto un ordine maggiore (Diaconato, Presbiterato, Episcopato).

Siccome la richiesta di questo celibato come unica via di accesso agli Ordini Sacri, e’ apparsa solo nel secondo millennio avanzato, molti sono caduti nell’equivoco che il celibato sacerdotale sia di istituzione ecclesiastica e non apostolica. Con la “continenza sacerdotale” invece si intende la richiesta/promessa di non usare piu’ il matrimonio da parte di uno sposato che riceve un Ordine Maggiore (Diaconato, Presbiterato ed Episcopato). Queste due forme hanno convissuto a lungo nella Chiesa fin dai tempi apostolici, accettandosi a vicenda, perche’ tutte e due concordavano nella continenza corporale richiesta a tutti coloro che dovevano servire all’altare dopo aver assunto gli Ordini Maggiori.
Non tenere conto di questa distinzione significa condannarsi ad una grande confusione storica, e a non capire la disciplina della Chiesa in questa materia.

Infatti se uno cerca nei tempi apostolici o nei primi secoli della Chiesa la legislazione del celibato com’e’ venuta formandosi a poco a poco dal II Concilio Lateranense in poi non la trovera’ mai; mentre trovera’ tutti gli elementi necessari per concludere che a chiunque (celibe o sposato) accettava di essere ordinato, veniva richiesta dalla Chiesa la continenza sacerdotale. Quindi la nostra ricerca ci portera’ a dimostrare che la Chiesa e’ venuta a privilegiare in modo esclusivo una forma di continenza sacerdotale, ossia il celibato, che era gia’ presente e raccomandata dagli Apostoli, all’interno della disciplina generale da loro stabilita, come dimostra chiaramente il caso di Tito e Timoteo. Quindi nel corso di questo sommario storico ci riferiremo alla disciplina instaurata dagli Apostoli col nome di celibato/continenza sacerdotali, perche’ nella storia questi due modi sono proceduti insieme, quasi fino al Concilio di Trento.

La seconda distinzione e’ tra Legge e consuetudine disciplinare. La storia dice che una legge non sorge mai dal nulla: ha bisogno di un comportamento precedente e comunemente accettato, e forse trasgredito da alcuni. Per rinforzare questo comportamento che comunemente viene chiamato consuetudine o disciplina comune, lo si trasforma in legge, per dargli quell’obbligatorieta’, che le offese contrarie possono mettere in dubbio. Cio’ vale anche nel campo ecclesiastico, soprattutto tenendo conto che l’insegnamento apostolico e’ stato dato alla Chiesa sia per iscritto che a voce.

Infatti S. Paolo nella 2Ts. 2,15 dice: “Ora, dunque, o fratelli, state saldi e seguite fedelmente le dottrine che vi abbiamo trasmesse sia a viva voce che per lettera”. Questo tipo di insegnamento e’ stato ricordato nel secondo secolo da Ireneo, quando nelle sua opera “Contro le eresie” ricorda a tutti che la tradizione apostolica e’ stata conservata nella Chiesa di Roma. Certamente si riferiva a qualcosa di piu’ di quanto poteva riferirisi unicamente alle Sacre Scritture. Niente esclude che questa “tradizione” si riferisca anche al problema del celibato/continenza. L’affermare quindi che prima della legge sulla continenza sacerdotale, apparsa nel quarto secolo col Concilio di Elvira del 306, non esisteva nessuna direttiva della Chiesa in proposito, e’ una arbitrarieta’ o imprudenza storica.
Al contrario, una legge scritta nel quarto secolo, fa supporre che esistesse una tradizione e una disciplina in merito.

Potete scaricare il saggio completo, accurato e scientificamente annotato, da questo link ospitato dal portale della Chiesa Cattolica Italiana (CEI): CLICCA QUI 


Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz1BbJcmbil
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1/26/2011 10:05 PM
 
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Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici

Pio XI
e l'"Ad catholici sacerdotii"


Si è concluso mercoledì 26 ad Ars, in Francia, il colloquio sul tema "Il celibato sacerdotale, fondamenti, gioie, sfide". Nella giornata inaugurale, lunedì 24, l'intervento del cardinale prefetto della Congregazione per il Clero su "Gli insegnamenti del Papa sull'argomento:  da Pio XI a Benedetto xvi". Pubblichiamo oggi la parte dedicata al magistero di Pio XI.


di Mauro Piacenza

È storicamente acclarata la vera e propria passione del Santo Padre Pio XI per le vocazioni sacerdotali e la sua indefessa opera per l'edificazione di seminari, in tutto l'orbe cattolico, nei quali potessero ricevere adeguata formazione i giovani che si preparavano al ministero sacerdotale. All'interno di questa cornice deve essere adeguatamente compresa l'enciclica Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935, promulgata in occasione del 56° anniversario di ordinazione sacerdotale di quel Pontefice. L'enciclica si compone di quattro parti, le prime due dedicate più specificatamente ai fondamenti - dal titolo 1. "La sublime dignità:  Alter Christus" e 2. "Fulgido ornamento" - mentre la terza e la quarta sono di carattere più normativo-disciplinare e concentrano la propria attenzione sulla preparazione dei giovani al sacerdozio e su alcune caratteristiche della spiritualità.

Di particolare interesse per il nostro argomento è la seconda parte dell'enciclica, che dedica un intero paragrafo alla castità. Esso tuttavia si colloca, nella seconda parte, dopo il paragrafo che parla del sacerdote come "imitatore di Cristo" e quello dedicato a "la pietà sacerdotale", mostrando, in tal modo, come la concezione del sacerdozio di Pio XI fosse - come la Chiesa sempre ritiene - quella di carattere ontologico-sacramentale. Da essa deriva l'esigenza dell'imitazione di Cristo e della eccellenza della vita sacerdotale, soprattutto in ordine alla santità.

Afferma infatti l'enciclica:  "Il Sacrificio eucaristico, in cui si immola la Vittima immacolata che toglie i peccati del mondo, in modo particolare esige che il sacerdote, con una vita santa e intemerata, si renda il meno indegno possibile di Dio, a cui ogni giorno offre quella Vittima adorabile, che è lo stesso Verbo di Dio incarnato per nostro amore". E ancora:  "Siccome il Sacerdote è "ambasciatore di Cristo" (cfr. 2 Corinzi, 5, 20), egli deve vivere in modo da potere, con verità, far sue le parole dell'Apostolo:  "siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo" (cfr. 1 Corinzi, 4, 16; 11, 1), deve vivere come un altro Cristo, che, col fulgore delle Sue virtù, illuminava e illumina il mondo".


Immediatamente prima di parlare della castità, quasi a sottolinearne l'inseparabile legame, Pio XI pone in evidenza l'importanza della pietà sacerdotale, affermando:  "Noi intendiamo la pietà soda, la quale, non soggetta alle incessanti fluttuazioni del sentimento, si fonda sui principi della dottrina più sicura, ed è quindi formata di convinzioni salde, che resistono agli assalti e alle lusinghe della tentazione". Da tali affermazioni emerge con chiarezza, come la comprensione stessa del sacro celibato sia in stretta e profonda relazione con una buona formazione dottrinale, fedele alla sacra Scrittura, alla tradizione e all'ininterrotto magistero ecclesiale, e a un esercizio autentico della pietà, che oggi chiamiamo "intensa vita spirituale", al riparo sia dalle derive sentimentalistiche, le quali spesso degenerano nel soggettivismo, sia da quelle razionalistiche, altrettanto diffuse, le quali producono un criticismo scettico, ben lontano da un senso critico intelligente e costruttivo.
 
La castità, nell'enciclica Ad catholici sacerdotii, è definita come "intimamente congiunta con la pietà, da cui deve ricevere consistenza e splendore". Di essa c'è un tentativo di giustificazione razionale, secondo il diritto naturale, nell'affermazione:  "Un certo nesso tra questa virtù [la castità] ed il Ministero sacerdotale, si scorge anche solo col lume della ragione:  essendo Dio Spirito, appare conveniente che chi si dedica e si consacra al servizio di Lui, in qualche modo "si spogli del corpo"". A questa prima affermazione, che ai nostri occhi risulta oggi piuttosto fragile, e che, in ogni caso lega la castità alla purezza rituale e, conseguentemente, ne escluderebbe la permanenza, legandola ai tempi dei riti del culto, fa seguito il riconoscimento della superiorità del sacerdozio cristiano rispetto sia al sacerdozio dell'Antico Testamento, sia all'istituto sacerdotale naturale proprio di ogni tradizione religiosa.

L'enciclica, a questo punto, pone al centro della riflessione l'esperienza stessa del Signore Gesù, intesa come prototipica per ogni sacerdote. Afferma infatti:  "L'alta stima in cui il Divino Maestro mostrò di avere la castità, esaltandola come cosa superiore alla comune capacità, (...) doveva quasi necessariamente far sì che i sacerdoti della Nuova Alleanza sentissero il fascino celestiale di questa eletta virtù, cercando di essere nel numero di quelli "ai quali è stato concesso di comprendere questa parola" (cfr. Matteo, 19, 11)".

È possibile, in queste affermazioni dell'enciclica, ravvisare una certa complementarietà tra l'intenzione di fondare la castità sacerdotale su esigenza di purezza cultuale, e la ben più ampia, e oggi maggiormente compresa, esigenza di presentarla come imitatio Christi, via privilegiata per imitare il Maestro, che visse esemplarmente in maniera povera, casta e obbediente.
Pio XI non tralascia, altresì, di citare i pronunciamenti dogmatici riguardanti l'obbligo della castità, e in particolare il concilio di Elvira e il secondo concilio di Cartagine, che, sebbene del iv secolo, testimoniano con ovvietà una prassi ben precedente, consolidata e che, pertanto, può essere tradotta in legge.

Con accento straordinariamente moderno, nel senso di immediatamente accessibile alla nostra mentalità, l'enciclica parla della libertà, con la quale si accoglie il dono della castità, affermando:  "Diciamo "liberamente", poiché, se dopo l'Ordinazione non saranno più liberi di contrarre nozze terrene, all'Ordinazione stessa però accedono non costretti da alcuna legge o persona, ma di propria spontanea volontà". Potremmo dedurre, in risposta a talune obiezioni contemporanee, circa una presunta ostinazione della Chiesa nell'imporre ai giovani il celibato, che, il magistero autorevole di Pio XI, lo indicava quale esito della libera accoglienza di un carisma soprannaturale, che nessuno impone, né potrebbe imporre.

Piuttosto la norma ecclesiastica va intesa come la scelta della Chiesa di ammettere al sacerdozio solo coloro che hanno ricevuto il carisma del celibato e che, liberamente, lo hanno accolto. Se è legittimo sostenere che, secondo il clima dell'epoca, il fondamento del celibato ecclesiastico nell'enciclica Ad catholici sacerdotii di Pio XI è posto piuttosto in ragioni, comunque valide, di purità rituale, nondimeno è possibile riconoscere nel medesimo testo un'importante dimensione esemplare sia del celibato di Cristo, sia della Sua libertà, che è la medesima a cui i sacerdoti sono chiamati.


(©L'Osservatore Romano - 27 gennaio 2011)

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[SM=g1740733] ATTENZIONE.....
con una lettera del 1970 si vorrebbe attribuire all'attuale Pontefice una idea avversa sul celibato del Sacerdozio Cattolico di rito latino.....
NON FATEVI INGANNARE...... è l'ennesima speculazione e strumentalizzazione contro il Sommo Pontefice.....

CLICCATE QUI PER APPROFONDIMENTI sul csao e un grazie al Blog Raffaella:

Il celibato sacerdotale. Ecco come Papa Benedetto risponde a Seewald nel libro-intervista "Luce del mondo" (2010)

Il celibato sacerdotale nelle risposte del card. Ratzinger a Peter Seewald nel libro-intervista "Il sale della terra" (1996)



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vi contribuisco rammentando ai nostri lettori il confronto A BRACCIO BELLISSIMO che il Papa ebbe nella Veglia di Chiusura per l'Anno Sacerdotale

Lo slovacco don Darol Miklosko ha sollecitato poi Benedetto XVI a parlare del celibato anche di fronte alle critiche del mondo.

Il Pontefice ha ricordato che il celibato è un'anticipazione della vita nuova, resa possibile dalla grazia e dalla risurrezione di Cristo.
A questo proposito, il Papa ha detto che un grande problema della cristianità, del mondo di oggi, è che non si pensa più al futuro di Dio. Sembra sufficiente solo il presente di questo mondo.
L'uomo aspira ad avere solo questo mondo, a vivere solo in questo mondo. E così chiude le porte alla vera grandezza della sua esistenza.
 
Il senso del celibato come anticipazione del futuro, ha aggiunto, è proprio aprire queste porte, rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va vissuto da noi già come presente.
Si tratta quindi di vivere una testimonianza di fede: crediamo realmente che Dio c'è, che Dio c'entra nella nostra vita, che possiamo fondare la nostra vita su Cristo, sulla vita futura.

Riguardo alle critiche del mondo, il Pontefice ha detto che per chi non crede il celibato è un grande scandalo, perché mostra che il Signore va considerato come realtà e vissuto come realtà. Si tratta, ha affermato, di un grande segno della fede, della presenza di Dio nel mondo.
Il celibato è un sì definitivo, un lasciarsi prendere per mano da Dio, un darsi nelle mani del Signore. Si tratta perciò di un atto di fedeltà e di fiducia, così come il matrimonio, che rappresenta la forma naturale dell'essere uomo e donna, il fondamento della cultura cristiana e delle grandi culture del mondo: se esso scompare - ha ammonito il Pontefice - va distrutta la radice della nostra cultura. Perciò il celibato conferma il sì del matrimonio con il suo sì al mondo futuro.
Da qui l'appello di Benedetto XVI a superare gli scandali secondari, provocati da insufficienze e peccati dei sacerdoti, per mostrare al mondo il grande scandalo della fede.







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Il Card. Kasper non ha mai voluto abolire il celibato sacerdotale


"I tempi sono cambiati" da quando chiese uno studio sul tema nel 1970


ROMA, martedì, 8 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Il Cardinale Walter Kasper, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, ha affermato che “i tempi sono cambiati” da quando ha chiesto uno studio sulla necessità del celibato obbligatorio per i sacerdoti, nel 1970, e ha ribadito di non aver mai chiesto l'abolizione di questa pratica della Chiesa.

Il porporato firmò come l'attuale Papa, Joseph Ratzinger, un memorandum ai Vescovi tedeschi di un gruppo di nove teologi, tra cui Karl Rahner, Otto Semmelroth e Karl Lehmann, chiedendo uno studio sull'obbligatorietà del celibato.

In alcune dichiarazioni all'agenzia portoghese Ecclesia, il Cardinale ha chiarito che l'intenzione era quella di “discutere” la questione, ma senza alcuna proposta di “abolire” questa disciplina ecclesiale.

“Nel frattempo si è discusso molto, ci sono stati tre Sinodi mondiali che hanno parlato del celibato e si è deciso di mantenere questa disciplina, e io stesso credo che il celibato sia un bene per la Chiesa”, ha segnalato il Cardinale.

Nell'ultima settimana, più di 140 teologi cattolici di università tedesche, svizzere e austriache hanno sottoscritto una petizione - “Chiesa 2011: un rinnovamento indispensabile” - chiedendo una riforma di fondo della Chiesa e affrontando, tra le altre questioni, la fine del celibato obbligatorio per i sacerdoti.

Il documento è stato diffuso il 4 febbraio dal quotidiano tedesco “Süddeutsche Zeitung”.

Il Cardinale Kasper ha ammesso che la discussione “non è mai chiusa”, ma ha sottolineato che la decisione della Chiesa in materia “è presa” e che l'attuale Papa non pensa di “cambiare questa disciplina” del celibato obbligatorio.

Il porporato si è recato in questi giorni a Lisbona per ricevere la laurea “honoris causa” conferitagli dall'Università Cattolica Portoghese (UCP), dicendosi “onorato” che gli sia stata attribuita.

Monsignor José Policarpo, Cardinal-Patriarca di Lisbona e gran cancelliere dell'UCP, ha riferito a Ecclesia che il Cardinale tedesco ha rimarcato “lo studio della religione, della teologia come cultura, come uno sforzo continuo di pensare l'uomo e la realtà in chiave cristiana”.

Il Cardinale Kasper è stato nominato nel 2001 da Papa Giovanni Paolo II Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, incarico che ha ricoperto fino al luglio 2010.







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Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici

Pio XII e la "Sacra virginitas"


MAURO PIACENZA

Da una relazione tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Pacelli.

Un contributo determinante dal punto di vista magisteriale è stato dato dall'enciclica Sacra virginitas, del 25 marzo 1954, del servo di Dio Pio XII. Essa, come tutte le encicliche di quel Pontefice, rifulge per la chiara e profonda impostazione dottrinale, per la ricchezza di riferimenti biblici, storici, teologici, spirituali, e costituisce ancora oggi un punto di riferimento di notevole rilievo.
Se, in senso stretto, l'enciclica ha come oggetto formale, non il celibato ecclesiastico, ma la verginità per il Regno dei cieli, nondimeno moltissimi sono, in essa, gli spunti di riflessione e gli espliciti riferimenti alla condizione celibataria anche del sacerdozio.

Il documento si compone di quattro parti: la prima delinea la "vera idea della condizione verginale", la seconda identifica e risponde ad alcuni errori dell'epoca, che non perdono la loro problematicità anche nell'oggi, la terza parte delinea il rapporto tra verginità e sacrificio, mentre l'ultima, a mo' di conclusione, delinea alcune speranze e alcuni timori legati alla verginità.

La verginità, nella prima parte, è presentata come un modo eccellente di vivere la sequela di Cristo. "Che cos'è, infatti, seguire se non imitare?", si domanda il Pontefice. E risponde: "Tutti questi discepoli hanno abbracciato lo stato di verginità per la conformità allo Sposo Cristo. (...) La loro ardente carità verso Cristo non poteva contentarsi di vincoli di affetto con Lui: essa aveva assoluto bisogno di manifestarsi con l'imitazione delle Sue virtù e, in modo speciale, con la conformità alla Sua vita tutta consacrata al bene e alla salvezza del genere umano. Se i sacerdoti (...) osservano la castità perfetta, questo è in definitiva perché il loro Divino Maestro è rimasto Egli stesso vergine fino alla morte".

In realtà, e non certo a caso, il Pontefice assimila la condizione verginale sacerdotale a quella dei religiosi e delle religiose, mostrando, in tal modo, come il celibato, che differisce dal punto di vista normativo, abbia in realtà il medesimo fondamento teologico e spirituale.

Un'altra ragione del celibato è individuata dal Pontefice nell'esigenza, connessa al Mistero, di una profonda libertà spirituale. Afferma l'enciclica: "Proprio perché i sacri Ministri possano godere di questa spirituale libertà di corpo e di anima, e per evitare che si immischino in affari terreni, la Chiesa latina esige da essi che assumano volontariamente l'obbligo della castità perfetta", e aggiunge: "I Ministri sacri, però, non rinunciano al matrimonio unicamente perché si dedicano all'apostolato, ma anche perché servono all'Altare".

Emerge, in tal modo, come alla ragione apostolica e missionaria si unisca propriamente, nel magistero di Pio XII, quella cultuale, in una sintesi che, oltre ogni polarizzazione, rappresenta la reale e completa unità di ragioni a favore del celibato sacerdotale.
Del resto già nell'esortazione apostolica Menti nostrae, lo stesso Pio XII affermava: "Per la legge del celibato, il Sacerdote, ben lontano dal perdere la paternità, la accresce all'infinito, perché egli genera figliuoli, non per questa vita terrena e caduca, ma per la celeste ed eterna".

Missionarietà, sacralità del ministero, realistica imitazione di Cristo, fecondità e paternità spirituale costituiscono, dunque, l'orizzonte imprescindibile di riferimento del celibato sacerdotale, non indipendentemente dalla correzione di alcuni errori sempre latenti, come il misconoscimento dell'eccellenza oggettiva, e non certo per santità soggettiva, dello stato verginale rispetto a quello matrimoniale, l'affermazione dell'impossibilità umana a vivere la condizione verginale o l'estraneità dei consacrati alla vita del mondo e della società.

A tal riguardo afferma il Pontefice: "Le anime consacrate alla castità perfetta non impoveriscono per questo la propria personalità umana, poiché ricevono da Dio stesso un soccorso spirituale immensamente più efficace che il "mutuo aiuto" degli sposi. Consacrandosi direttamente a Colui che è il loro Principio e comunica la Sua Vita divina, non si impoveriscono ma si arricchiscono".

Tali affermazioni potrebbero essere sufficienti a rispondere, con la necessaria chiarezza, a tante obiezioni di carattere psico-antropologico, che ancora oggi vengono mosse al celibato sacerdotale.
Ultimo grande e fondamentale tema affrontato dall'enciclica Sacra virginitas è quello, più propriamente sacerdotale, del rapporto tra verginità e sacrificio. Osserva il Pontefice, citando sant'Ambrogio: "La castità perfetta non è che un consiglio, un mezzo capace di condurre più sicuramente e più facilmente alla perfezione evangelica (...) quelle anime "a cui è stato concesso" (Matteo, 19, 11). Essa non è imposta, ma proposta".
 
In tal senso, è duplice l'invito di Pio XII sulla scia dei grandi Padri: da un lato, egli afferma il dovere di "ben misurare le forze" per comprendere se si è in grado di accogliere il dono di grazia del celibato, consegnando a tutta la Chiesa, in tal senso, specialmente ai giorni nostri, un sicuro criterio di onesto discernimento; dall'altro, pone in evidenza l'intrinseco legame tra castità e martirio, insegnando, con san Gregorio Magno, che la castità sostituisce il martirio e rappresenta, in ogni tempo, la più alta ed efficace forma di testimonianza.

Appare evidente a tutti come, soprattutto nella nostra società secolarizzata, la perfetta continenza per il Regno dei cieli, rappresenti una delle testimonianze più efficaci e maggiormente capaci di "provocare" salutarmente l'intelligenza e il cuore dei nostri contemporanei. In un clima sempre più grandemente, e quasi violentemente eroticizzato, la castità, soprattutto di coloro che nella Chiesa sono insigniti del sacerdozio ministeriale, rappresenta una sfida, ancora più potentemente eloquente, alla cultura dominante e, in definitiva, alla stessa domanda sull'esistenza di Dio e sulla possibilità di conoscerlo e di entrare in rapporto con lui.

Mi pare ora doveroso mettere in luce un'ultima riflessione sull'enciclica di Pio XII, poiché essa, più delle altre, appare decisamente controcorrente rispetto a molti dei costumi oggi diffusi anche tra non pochi membri del clero e in vari luoghi di "formazione". Citando san Girolamo, il Pontefice mette in luce come "a custodia della castità serve più la fuga che la lotta aperta (...) e tale fuga consiste non solo nell'allontanare premurosamente le occasioni del peccato, ma soprattutto nell'innalzare la mente, durante queste lotte, a Colui al Quale abbiamo consacrato la nostra verginità. "Rimirate la bellezza di Colui che vi ama" raccomanda Sant'Agostino".

Apparirebbe oggi quasi impossibile all'educatore trasmettere il valore del celibato e della purezza ai giovani seminaristi, in un contesto nel quale risulti, di fatto, impossibile vigilare sulle visioni, sulle letture, sull'utilizzo di internet, e sulle conoscenze. Se è sempre più evidente e necessario il coinvolgimento maturo della libertà dei candidati in una volontaria e consapevole collaborazione all'opera di formazione, non di meno l'enciclica giudica un errore, e concordiamo pienamente, permettere a chi si prepara al sacerdozio ogni esperienza, senza il necessario discernimento e il dovuto distacco dal mondo. Permettere ciò equivale a comprendere nulla dell'uomo, della sua psicologia, della società e della cultura che ci circonda. Significa essere chiusi in una sorta di ideologia preconcetta che va contro la realtà. Basta guardarsi attorno. Quanto realismo nei versetti del salmo: "Hanno occhi e non vedono"!

Devo confidare, alla fine di questo breve excursus sull'enciclica di Pio XII - ma lo stesso potrei dire per l'Ad catholici sacerdotii di Pio XI - che rimango sempre sorpreso della sua modernità e attualità. Pur permanendo la preminente focalizzazione sull'aspetto sacrale del celibato e sul legame tra esercizio del culto e verginità per il Regno dei cieli, il magistero di questi due Pontefici presenta un celibato cristologicamente fondato, sia nella direttrice della configurazione ontologica a Cristo sacerdote-vergine, sia in quella della imitatio Christi.

Se appare in parte giustificata la lettura che vede nel magistero papale sul celibato, anteriore al concilio ecumenico Vaticano II, un'insistenza sulle argomentazioni sacrali-rituali, e, in quello successivo al Concilio, un'apertura a ragioni più cristologico-pastorali, nondimeno è doveroso riconoscere - e questo è fondamentale per la corretta ermeneutica della continuità, ovvero per l'ermeneutica "cattolica" - che sia Pio XI, sia Pio XII sottolineano ampiamente le ragioni di carattere teologico.

Il celibato risulta, dai menzionati pronunciamenti, non solo particolarmente opportuno e appropriato alla condizione sacerdotale, ma intimamente connesso con l'essenza stessa del sacerdozio, compresa come partecipazione alla vita di Cristo, alla Sua identità e, perciò, alla Sua missione. Non è certo un caso che quelle Chiese di rito orientale che ordinano anche viri probati, non ammettono assolutamente all'ordinazione episcopale presbiteri uxorati!



(©L'Osservatore Romano - 30 gennaio 2011)


[Edited by Caterina63 2/8/2011 7:09 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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2/4/2011 7:01 PM
 
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Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici

Giovanni XXIII
e il santo Curato d'Ars


Da una relazione tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Roncalli.

del card. MAURO PIACENZA

Il beato Giovanni XXIII ha dedicato un'intera enciclica al santo curato d'Ars, nel primo centenario della sua nascita al Cielo. In essa, i temi fondamentali della verginità e del celibato per il Regno dei cieli, sviluppati da Pio XI e, soprattutto, da Pio XII, vengono recepiti da Giovanni XXIII e come progressivamente declinati nell'esemplare figura di san Giovanni Maria Vianney, che egli presenta quale quintessenza del sacerdozio cattolico.

Il Pontefice mette in luce come tutte le virtù necessarie e proprie di un sacerdote siano state accolte e vissute da san Giovanni Maria Vianney, e pone l'accento, nel testo dell'enciclica, sull'ascesi sacerdotale, sul ruolo della preghiera e del culto eucaristico, e sul conseguente zelo pastorale.

Citando, anche se indirettamente, Pio XI, l'enciclica riconosce come, per il compimento delle funzioni sacerdotali, si esiga una santità maggiore di quella richiesta dallo stato religioso, e afferma come la grandezza del sacerdote consista nell'imitazione di Gesù Cristo. Afferma Giovanni XXIII: "La castità brillava nel suo sguardo, è stato detto del Curato d'Ars. Realmente, chi si pone alla sua scuola è colpito, non solo dall'eroismo con cui questo sacerdote ridusse in schiavitù il suo corpo (cfr. 1 Corinzi, 9,27), ma anche dall'accento di convinzione, con cui egli riusciva a trascinare dietro di sé la moltitudine dei suoi penitenti".

Emerge con chiarezza come, per il beato Giovanni XXIII, nel curato d'Ars sia di luminosa evidenza il legame tra efficacia ministeriale e fedeltà alla perfetta continenza per il Regno dei cieli, e come quest'ultima non sia determinata dalle esigenze del ministero, ma, al contrario e contro ogni riduzione funzionalistica del sacerdozio, sia proprio il ministero, nella sua più ampia fioritura, a essere determinato, quasi causato dalla fedeltà al celibato.

Continua il Pontefice: "Questa ascesi necessaria alla castità, lungi dal chiudere il Sacerdote in uno sterile egoismo, rende il suo cuore più aperto e più pronto a tutte le necessità dei suoi fratelli: "Quando il cuore è puro - diceva ottimamente il Curato d'Ars - non può far a meno di amare, poiché ha ritrovato la sorgente dell'Amore che è Dio"".

Da tale argomentare perfettamente teologico ben si comprende come Spirito di Dio e spirito del mondo si trovino in diametrale opposizione. Abbiamo dunque i parametri per capire e per costruire.
Nell'enciclica è posto in evidenza il legame costitutivo tra celibato, identità sacerdotale e celebrazione dei divini Misteri. Particolare accento è posto sul legame tra offerta eucaristica del divino Sacrificio e dono quotidiano di se stessi, anche nel sacro celibato. Già nel 1959, il magistero pontificio riconosceva, così, come gran parte del disorientamento rispetto alla fedeltà e alla necessità del celibato ecclesiastico dipendesse, e di fatto dipenda, dalla non adeguata comprensione del suo rapporto con la celebrazione eucaristica.

In essa, infatti, non funzionalisticamente, ma realmente, il sacerdote partecipa all'offerta unica e irripetibile di Cristo, la quale tuttavia è sacramentalmente attualizzata e ripresentata nella Chiesa per la Salvezza del mondo. Una tale partecipazione implica l'offerta di se stessi, che deve essere integra, includente pertanto anche la propria carne nella verginità.

Chi non vede allora come fra Eucaristia-culto divino e sacerdozio ordinato esista un nesso vitale? Le sorti del culto e del sacerdozio sono legate insieme. Impossibile curare un ambito senza curare l'altro. Occorre rifletterci quando si pone mano alla formazione sacerdotale e occorre pure essere consapevoli del fatto che alle sorti della riforma dei chierici è legata la sorte della nuova evangelizzazione assolutamente indispensabile.

Vale ancora oggi, forse con accenti di maggiore drammaticità, l'indicazione del beato Pontefice: "Noi chiediamo ai nostri diletti sacerdoti di esaminarsi periodicamente sulla maniera con cui celebrano i Santi Misteri, sulle disposizioni spirituali con cui salgono all'Altare e sui frutti che si sforzano di ricavarne". L'Eucaristia è, così, nel contempo fonte del sacro celibato e "prova d'esame" della fedeltà a esso, banco concreto di prova della reale offerta di se stessi al Signore.



(©L'Osservatore Romano - 5 febbraio 2011)





Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici

Paolo VI
nella temperie del post-concilio



Da una conferenza tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Montini.

di MAURO PIACENZA

Pubblicata il 24 giugno del 1967, la Sacerdotalis caelibatus è l'ultima enciclica interamente dedicata da un Pontefice al tema del celibato. Nella temperie dell'immediato post-concilio, recependo interamente la dottrina conciliare, Paolo VI sentì il bisogno di ribadire, con un autorevole atto magisteriale, la perenne validità del celibato ecclesiastico, il quale, forse in maniera ancora più veemente che non oggi, veniva contestato attraverso veri e propri tentativi di delegittimazione sia storico-biblica che teologico-pastorale.

Come noto, la Presbyterorum ordinis, distingue tra celibato in sé e legge del celibato, laddove al n. 16 afferma: "La perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale (...) Per questi motivi - fondati sul mistero di Cristo e della sua missione - il celibato, che prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge, nella Chiesa latina, a tutti coloro che si avviano a ricevere gli ordini sacri". Tale distinzione è presente sia nel capitolo terzo dell'enciclica di Pio XI Ad catholici sacerdotii, sia al n. 21 dell'enciclica di Paolo VI. Entrambi i documenti riconducono la legge del celibato alla sua vera origine, che è data dagli apostoli e, attraverso di essi, da Cristo stesso.

Paolo VI, al n. 14, afferma: "Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato, debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell'unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana".

Come è di immediata evidenza, il Pontefice assume le ragioni cultuali proprie del magistero precedente e le integra con quelle teologico-spirituali e pastorali, maggiormente sottolineate dal Vaticano II, ponendo in evidenza come il duplice ordine di ragioni non sia mai da considerare in antitesi, ma in reciproca relazione e feconda sintesi.

La medesima impostazione è riscontrabile al n. 19, che richiama al compito del sacerdote, quale ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio, e ha il suo culmine al n. 21: "Cristo rimase per tutta la sua vita nello stato di verginità, il che significa la sua totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini. Questa profonda connessione tra la verginità ed il sacerdozio, in Cristo, si riflette in quelli che hanno la sorte di partecipare alla dignità e alla missione del Mediatore e Sacerdote eterno, e tale partecipazione sarà tanto più perfetta, quanto più il sacro ministro sarà libero da vincoli di carne e di sangue".

La titubanza, dunque, nella comprensione dell'inestimabile valore del sacro celibato e nella conseguente sua valorizzazione e, ove fosse necessario, strenua difesa, potrebbe essere intesa come non adeguata comprensione della portata del ministero ordinato nella Chiesa e della sua insuperabile relazione ontologico-sacramentale a Cristo sommo sacerdote. A tali imprescindibili riferimenti cultuali e cristologici, l'enciclica fa seguire un chiaro riferimento ecclesiologico: "Preso da Cristo Gesù fino all'abbandono totale di tutto se stesso a Lui, il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell'amore col quale l'Eterno Sacerdote ha amato la Chiesa, o Corpo, offrendo tutto Se stesso per Lei, al fine di farsene una Sposa gloriosa, santa e immacolata.

La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta, infatti, l'amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio, per cui i figli di Dio né dalla carne, né dal sangue sono generati" (n. 26). Come potrebbe Cristo amare la Sua Chiesa di un amore non verginale? Come potrebbe il sacerdote, alter Christus, essere sposo della Chiesa in modo non verginale? Emerge la profonda interconnessione di tutte le valenze del sacro celibato, il quale, da qualunque lato lo si voglia guardare, appare sempre più radicalmente e intimamente connesso al sacerdozio.

Continuando a argomentare delle ragioni ecclesiologiche a sostegno del celibato, l'enciclica, nei nn. 29, 30 e 31, pone in evidenza il rapporto insuperabile tra celibato e mistero eucaristico, affermando che, con il celibato, "il sacerdote si unisce più intimamente all'offerta, deponendo sull'altare tutta intera la propria vita, che reca i segni dell'olocausto. (...) Nella quotidiana morte a tutto se stesso, nella rinunzia all'amore legittimo di una famiglia propria, per amore di Cristo e del Suo Regno, troverà la gloria di una vita in Cristo, pienissima e feconda, perché, come Lui e in Lui, il sacerdote ama e si dà a tutti i figli di Dio".

L'ultimo grande insieme di ragioni, che vengono presentate a sostegno del sacro celibato, riguarda il suo significato escatologico. Nel riconoscimento che il regno di Dio non è di questo mondo, che alla risurrezione non si prende né moglie né marito (cfr. Matteo, 22, 30), e che "il prezioso dono divino della continenza perfetta per il Regno dei cieli costituisce (...) un segno particolare dei beni celesti (cfr. 1 Corinzi, 7,29-31)", il celibato è indicato anche come "una testimonianza della necessaria tensione del popolo di Dio verso l'ultima meta del pellegrinaggio terrestre e incitamento per tutti a levare lo sguardo alla cose superne" (n. 34).

Chi è posto in autorità per guidare i fratelli al riconoscimento di Cristo, all'accoglimento delle verità rivelate, a una condotta di vita sempre più irreprensibile e, in una parola, alla santità, trova, così, nel sacro celibato, una convenientissima e straordinariamente forte profezia, capace di conferire singolare autorevolezza al proprio ministero e fecondità, sia esemplare sia apostolica, al proprio agire. Con straordinaria attualità, l'enciclica risponde anche a quelle obiezioni che vedrebbero, nel celibato, una mortificazione dell'umanità, privata in tal modo di uno degli aspetti più belli della vita. Al n. 56, si afferma: "Nel cuore del sacerdote, non è spento l'amore.

Attinta alla più pura sorgente, esercitata a imitazione di Dio e di Cristo, la carità, non meno di ogni autentico amore, è esigente e concreta, allarga all'infinito l'orizzonte del sacerdote, approfondisce e dilata il suo senso di responsabilità - indice di personalità matura - educa in lui, come espressione di una più alta e vasta paternità, una pienezza e delicatezza di sentimenti, che lo arricchiscono in sovrabbondante misura". In una parola: "Il celibato, elevando integralmente l'uomo, contribuisce effettivamente alla sua perfezione" (n. 55).

Nel 1967, anno di pubblicazione della Sacerdotalis caelibatus, Paolo VI pone uno degli atti di magistero più coraggiosi e esemplarmente chiarificatori del suo pontificato. Un'enciclica che andrebbe attentamente studiata da ogni candidato al sacerdozio, fin dall'inizio del proprio iter, ma certamente prima di inoltrare la domanda d'ammissione all'ordinazione diaconale, periodicamente ripresa nella formazione permanente e fatta oggetto non solo di attento studio biblico, storico, teologico, spirituale e pastorale, ma anche di approfondita, personale meditazione.



(©L'Osservatore Romano - 7-8 febbraio 2011)

Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici

Giovanni Paolo II
e la "Pastores dabo vobis"


Da una conferenza tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Wojtyla.

di MAURO PIACENZA

Sin dall'inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo ha riservato grande attenzione al tema del celibato, ribadendone la perenne validità e ponendone in evidenza il legame vitale con il mistero eucaristico. Il 9 novembre 1978, a poche settimane dalla sua elezione al soglio pontificio, nel primo discorso al clero di Roma, affermava: "Il concilio Vaticano II ci ha ricordato questa splendida verità sul "sacerdozio universale" di tutto il Popolo di Dio, che deriva dalla partecipazione all'unico sacerdozio di Gesù Cristo. Il nostro sacerdozio "ministeriale", radicato nel sacramento dell'Ordine, si differenzia essenzialmente dal sacerdozio universale dei fedeli. (...) Il nostro sacerdozio deve essere limpido ed espressivo (...), strettamente legato al celibato, (...) per la limpidezza e l'espressività "evangelica", alla quale si riferiscono le parole di Nostro Signore sul celibato "per il Regno dei cieli" (cfr. Matteo, 19,12)".

Certamente punto di particolare rilievo, in ordine a tutti i temi riguardanti il sacerdozio e la formazione sacerdotale, è stata l'esortazione apostolica Pastores dabo vobis, del 25 marzo 1992, nella quale il dono del celibato è colto nel legame tra Gesù e il sacerdote e, per la prima volta, è fatta menzione dell'importanza anche psicologica di tale legame, non in modo separato dall'importanza ontologica.

Leggiamo infatti, al n. 72: "In questo legame tra il Signore Gesù e il sacerdote, legame ontologico e psicologico, sacramentale e morale, sta il fondamento e, nello stesso tempo, la forza per quella "vita secondo lo Spirito" e per quel "radicalismo evangelico" al quale è chiamato ogni sacerdote e che viene favorito dalla formazione permanente, nel suo aspetto spirituale". Vita secondo lo Spirito e radicalismo evangelico rappresentano, dunque, le due irrinunciabili linee direttrici, lungo le quali corre la documentata e motivata permanente validità del celibato sacerdotale.

Il fatto che Giovanni Paolo II ne ribadisca immediatamente la validità, ne proponga la lettura ontologico-sacramentale, spingendosi fino all'accoglimento delle giuste implicanze psicologiche, che il carisma del celibato ha nella delineazione di una matura personalità cristiana e sacerdotale, incoraggia e giustifica la lettura di tale insostituibile tesoro ecclesiale all'insegna della più grande e ininterrotta continuità e, insieme, della più audace profezia.

Potremmo, infatti, affermare che la messa in discussione o la relativizzazione del sacro celibato costituiscano atteggiamenti reazionari rispetto al soffio dello Spirito mentre, al contrario, la sua piena valorizzazione, il suo adeguato accoglimento, la sua luminosa e insuperabile testimonianza costituiscono apertura e profezia. Vera profezia, anche nell'oggi della Chiesa, perfino sotto il peso dei recenti drammi, che ne hanno orribilmente insozzato la candida veste, e con ancora maggiore evidenza nei confronti delle società iper-eroticizzate, nelle quali regna sovrana la banalizzazione della sessualità e della corporeità. Il celibato grida al mondo che Dio c'è, che è Amore e che è possibile, in ogni epoca, vivere totalmente di Lui e per Lui.

Ed è del tutto naturale che la Chiesa scelga i suoi sacerdoti tra coloro che hanno accolto e maturato, a un livello così compiuto, e perciò profetico, la pro-esistenza: l'esistenza per un Altro, per Cristo! Il magistero di Giovanni Paolo II, così attento alla valorizzazione sia della famiglia, sia del ruolo della donna nella Chiesa e nella società, non ha affatto timore di ribadire la perenne validità del sacro celibato.

Non sono pochi gli studi che ormai si conducono anche sul tema interessante, e gravido di enormi conseguenze, della corporeità e della "teologia del corpo" nel magistero di Papa Wojtyla. Proprio il Pontefice che, forse più di tutti, nei tempi recenti, ha elaborato e vissuto una grande teologia del corpo, ci consegna una radicale affezione al celibato e il superamento di ogni tentativo di riduzione funzionalistica, attraverso le acclarate dimensioni ontologico-sacramentali e teologico-spirituali.

Un ulteriore elemento, che emerge, non tanto come novità quanto come sottolineatura preziosa - e già presente nella Presbyterorum Ordinis - è quello della fraternità sacerdotale. Essa è interpretata non nei suoi riduzionismi psico-emotivi, ma nella sua radice sacramentale, sia in relazione all'Ordine, sia in rapporto al presbiterio unito al proprio vescovo. La fraternità sacerdotale è costitutiva del ministero ordinato, ponendone in evidenza la dimensione "di corpo". Essa è il luogo naturale di quelle sane relazioni fraterne, di aiuto concreto, sia materiale che spirituale, e di compagnia e sostegno nel comune cammino di santificazione personale, proprio attraverso il ministero ordinato.

Un ultimo cenno desidero farlo al Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nel 1992. Esso è, come da più parti viene sottolineato, l'autentico strumento a nostra disposizione, per la corretta ermeneutica dei testi del Vaticano II. E deve divenire, con sempre maggiore evidenza, imprescindibile punto di riferimento sia della catechesi, sia dell'intera azione apostolica.

Nel Catechismo è ribadita, con autorevolezza, la perenne validità del celibato sacerdotale, quando, al n. 1579, si legge: "Tutti i ministri ordinati della Chiesa latina, ad eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra gli uomini credenti, che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato "per il Regno dei cieli" (Matteo, 19,12). Chiamati a consacrarsi con cuore indiviso al Signore e alle "Sue cose", essi si donano interamente a Dio e agli uomini. Il celibato è segno di questa vita nuova, al cui servizio il ministro della Chiesa viene consacrato; abbracciato con cuore gioioso, esso annuncia, in modo radioso, il Regno di Dio".

Tutti i temi toccati dal magistero dei Pontefici sono come mirabilmente condensati nella definizione del Catechismo: dalle ragioni cultuali a quelle dell'imitatio Christi nell'annuncio del Regno di Dio, da quelle derivanti dal servizio apostolico a quelle ecclesiologiche ed escatologiche. Il fatto che la realtà del celibato sia entrata nel Catechismo della Chiesa cattolica dice come essa sia intimamente correlata al cuore della fede cristiana e ne documenti l'annuncio radioso.



(©L'Osservatore Romano - 13 febbraio 2011)




Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici

Benedetto XVI
e la "Sacramentum caritatis"


Da una conferenza tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Ratzinger..

di MAURO PIACENZA

L'ultimo Pontefice, che prendiamo in esame, è quello felicemente regnante, Benedetto XVI, il cui iniziale magistero sul celibato sacerdotale non lascia dubbio alcuno, sia sulla validità perenne della norma disciplinare, sia, soprattutto e antecedentemente, sulla sua fondazione teologica e particolarmente cristologico-eucaristica.

In particolare, il Papa ha dedicato al tema del celibato un intero numero dell'esortazione apostolica postsinodale, Sacramentum caritatis, del 22 febbraio 2007. In esso leggiamo: "I padri sinodali hanno voluto sottolineare che il sacerdozio ministeriale richiede, attraverso l'ordinazione, la piena configurazione a Cristo. Pur nel rispetto della differente prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente una ricchezza inestimabile, e confermato anche dalla prassi orientale di scegliere i vescovi solo tra coloro che vivono nel celibato e che tiene in grande onore la scelta del celibato operata da numerosi presbiteri. In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l'offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio.

Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito. Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso. Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la Sua Sposa. In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il concilio Vaticano II e con i Sommi Pontefici miei predecessori, ribadisco la bellezza e l'importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l'obbligatorietà per la Tradizione latina.

Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società" (n. 24). Come è facile notare, l'esortazione apostolica Sacramentum caritatis moltiplica gli inviti affinché il sacerdote viva nell'offerta di se stesso, fino al sacrificio della croce, per una dedizione totale ed esclusiva a Cristo.

Particolarmente rilevante è il legame, che l'esortazione apostolica ribadisce, tra celibato ed Eucaristia; se tale teologia del magistero sarà recepita in modo autentico e realmente applicata nella Chiesa, il futuro del celibato sarà luminoso e fecondo, perché sarà un futuro di libertà e di santità sacerdotale. Potremmo così parlare non solo di "natura sponsale" del celibato, ma della sua "natura eucaristica", derivante dall'offerta che Cristo fa di se stesso perennemente alla Chiesa, e che si riflette in modo evidente nella vita dei sacerdoti.

Essi sono chiamati a riprodurre, nella loro esistenza, il sacrificio di Cristo, al quale sono stati assimilati in forza dell'ordinazione sacerdotale.
Dalla natura eucaristica del celibato ne derivano tutti i possibili sviluppi teologici, che pongono il sacerdote di fronte al proprio ufficio fondamentale: la celebrazione della santa messa, nella quale le parole: "Questo è il mio Corpo" e "Questo è il mio Sangue" non determinano soltanto l'effetto sacramentale loro proprio, ma, progressivamente e realmente, devono modellare l'oblazione della stessa vita sacerdotale. Il sacerdote celibe è così associato personalmente e pubblicamente a Gesù Cristo. Lo rende realmente presente, divenendo egli stesso vittima, in quella che Benedetto XVI chiama: "La logica eucaristica dell'esistenza cristiana".

Quanto più si recupererà, nella vita della Chiesa, la centralità dell'Eucaristia, degnamente celebrata e costantemente adorata, tanto più grande sarà la fedeltà al celibato, la comprensione del suo inestimabile valore e, mi si consenta, la fioritura di sante vocazioni al ministero ordinato.

Nel discorso in occasione dell'udienza alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, il 22 dicembre 2006, Benedetto XVI affermava ancora: "Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: "Dominus pars mea - Tu, Signore, sei la mia terra". Può essere solo teocentrico. Non può significare rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, e imparare poi, grazie ad un più intimo stare con Lui, a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita, che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio e alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarLo agli uomini".

Solo l'esperienza dell'"eredità", che il Signore è per ciascuna esistenza sacerdotale, rende efficace quella testimonianza di fede che è il celibato. Come lo stesso Benedetto XVI ha ribadito nel discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per il Clero, il 16 marzo 2009, esso è: "Apostolica vivendi forma (...) partecipazione ad una "vita nuova" spiritualmente intesa, a quel nuovo "stile di vita" che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli".

L'Anno sacerdotale recentemente concluso ha visto vari interventi del Santo Padre sul tema del sacerdozio, in particolare nelle catechesi del mercoledì, dedicate ai tria munera, e in quelle in occasione dell'inaugurazione e della chiusura dell'Anno sacerdotale e delle ricorrenze legate a san Giovanni Maria Vianney. Particolarmente rilevante è stato il dialogo del Papa con i sacerdoti, durante la grande veglia di chiusura dell'Anno sacerdotale, quando, interrogato sul significato del celibato e sulle fatiche, che si incontrano per viverlo nella cultura contemporanea, egli ha risposto, partendo dalla centralità della celebrazione eucaristica quotidiana nella vita del sacerdote, che, agendo in Persona Christi, parla nell'"Io" di Cristo, divenendo realizzazione della permanenza nel tempo dell'unicità del Suo sacerdozio, aggiungendo: "Questa unificazione del Suo "Io" con il nostro implica che siamo tirati anche nella Sua realtà di Risorto, andiamo avanti verso la vita piena della risurrezione (...)
 In questo senso il celibato è una anticipazione. Trascendiamo questo tempo e andiamo avanti, e così tiriamo noi stessi e il nostro tempo verso il mondo della risurrezione, verso la novità di Cristo, verso la nuova e vera vita".

È così sancita, dal magistero di Benedetto XVI, la relazione intima tra dimensione eucaristica-fontale e dimensione escatologica anticipata e realizzata del celibato sacerdotale. Superando d'un sol colpo ogni riduzione funzionalistica del ministero, il Papa lo ricolloca nella sua ampia e alta cornice teologica, lo illumina ponendone in evidenza la costitutiva relazione, dunque, con la Chiesa e ne valorizza potentemente tutta la forza missionaria derivante proprio da quel "di più" verso il Regno che il celibato realizza. In quella medesima circostanza, con profetica audacia, Benedetto XVI ha affermato: "Per il mondo agnostico, il mondo in cui Dio non c'entra, il celibato è un grande scandalo, perché mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come realtà. Con la vita escatologica del celibato, il mondo futuro di Dio entra nelle realtà del nostro tempo".

Come potrebbe la Chiesa vivere senza lo scandalo del celibato? Senza uomini disposti ad affermare nel presente, anche e soprattutto attraverso la propria carne, la realtà di Dio? Tali affermazioni hanno avuto compimento e, in certo modo, coronamento nella straordinaria omelia pronunciata a chiusura dell'Anno sacerdotale nella quale il Papa ha pregato perché, come Chiesa, siamo liberati dagli scandali minori, perché appaia il vero scandalo della storia, che è Cristo Signore.



(©L'Osservatore Romano - 14-15 febbraio 2011)




[Edited by Caterina63 2/14/2011 6:03 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il celibato sacerdotale

Questione di radicalità evangelica



del cardinale MAURO PIACENZA

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.

Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l'insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.

Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un'esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell'Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.
In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.

Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell'assemblea sinodale, afferma: "Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio".

Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d'Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono "affare" divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.

Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un'opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull'uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.

La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell'Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?

Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è presente.



(©L'Osservatore Romano 23 marzo 2011)

                                                                      
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In un libro le risposte a trenta domande scottanti

Le ragioni
del celibato sacerdotale


È appena uscito il libro Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato sacerdotale, a cura di Arturo Cattaneo (Rivoli, Elledici, 2011, pagine 144, euro 9). Il cardinale arcivescovo di Esztergom-Budapest, primate d'Ungheria, lo ha recensito per il nostro giornale.

di PETER ERDO

Il tema del celibato sacerdotale è stato ed è tuttora spesso dibattuto, sebbene sull'argomento siano stati pubblicati già molti libri. Negli ultimi tempi sembrano moltiplicarsi gli argomenti a favore di un'apertura ai preti sposati. Si obietta che il celibato non è un dogma, ma solo una disciplina sorta nel medioevo; che è contro natura e quindi dannoso per l'equilibrio psicofisico della persona. Si sottolineano inoltre la crescente penuria di preti in quasi tutto l'occidente, l'abbandono del ministero da parte di preti che si sposano o che non vogliono sposarsi neppure civilmente e lo scandalo degli abusi sessuali. Tutto ciò ha ridato attualità alla domanda se alla Chiesa non converrebbe abbandonare l'obbligo del celibato per questi suoi ministri.

Non sorprende quindi che molti fedeli si sentano confusi e fatichino a comprendere le ragioni per cui la Chiesa continua a ribadire l'importanza del celibato sacerdotale.
Questo libro è quindi quanto mai opportuno.

Scritto in modo semplice, conciso e documentato, rende comprensibile al grande pubblico il motivo per cui il celibato sacerdotale sta tanto a cuore alla Chiesa, dando risposta alle obiezioni più frequenti e più critiche nei suoi confronti. Inoltre, alla fine del volume sono stati raccolti stralci dei principali documenti del magistero e una bibliografia che permette ulteriori approfondimenti.

Arturo Cattaneo, curatore dell'opera, docente di diritto canonico (Venezia) e di teologia (Lugano) si è avvalso della collaborazione di tre colleghi della facoltà di teologia di Lugano: don André-Marie Jerumanis (medico e docente di teologia morale) don Manfred Hauke (docente di patrologia e teologia dogmatica) e don Ernesto William Volonté (rettore del seminario diocesano e docente di teologia del matrimonio). Oltre alla magnifica prefazione e a un poderoso contributo del cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, intervengono diversi esperti per aspetti specifici: quello biblico, storico, giuridico, psicologico, pastorale e per l'inculturazione (Africa, India e America latina).

Il curatore del volume osserva giustamente che "molte delle critiche al celibato sacerdotale provengono da coloro che vedono nel sacerdote semplicemente un assistente sociale e non ne riconoscono il ruolo soprannaturale. Chi vede nel prete semplicemente qualcuno che anima la comunità dei fedeli, presiede le celebrazioni liturgiche o distribuisce consigli spirituali del genere take-away, darà importanza alle relative competenze, ma non saprà apprezzare il valore del celibato" (p.7).

Le domande cui si risponde in questo libro sono eterogenee e, di conseguenza, anche le risposte propongono considerazioni molto diverse. Se si volesse tuttavia individuare un filo rosso fra le ragioni che hanno portato la Chiesa - guidata dallo Spirito Santo - ad acquisire la consapevolezza delle molteplici e importanti ragioni a favore del celibato, va certamente ricordato l'esempio della vita di Cristo. Esso ha illuminato la vita della Chiesa sin dai primi secoli, come testimonia la ricerca storica: dai primi secoli cristiani abbiamo diversi documenti che indicano una disciplina che a partire dall'ordinazione, richiedeva l'impegno della continenza - o astinenza - poi ci si è orientati a richiedere quello del celibato.

L'ideale del celibato vive chiaramente anche nel mondo ortodosso e nelle Chiese cattoliche orientali che apprezzano tutte la vita monastica e che scelgono i vescovi tra i sacerdoti celibi.

Con sempre maggior chiarezza il magistero della Chiesa ha effettivamente individuato la ragione teologica del celibato sacerdotale nella configurazione del sacerdote a Gesù Cristo, Capo e Sposo della Chiesa. Così si esprime - e in termini anche suggestivi - l'esortazione apostolica Pastores dabo vobis (1992): "La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore" (n.29). Da questo consegue una visione nettamente positiva del celibato, che non appare più una rinuncia difficile, ma il frutto di una libera scelta d'amore, continuamente da rinnovare. È insomma la risposta all'invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi come "Sposo della Chiesa", partecipando così alla paternità e alla fecondità di Dio.

La prospettiva biblica, teologica e spirituale, che associa il sacerdozio ministeriale a quello di Cristo e che trae esempio dalla sua totale ed esclusiva dedizione alla missione salvifica, è così profonda e ricca di conseguenze che l'enciclica di Paolo VI sul celibato invita tutti "a penetrare nelle sue intime e feconde realtà, così che il vincolo fra sacerdozio e celibato sempre meglio appaia nella sua logica luminosa" (n.25). Una logica che permette al sacerdote di considerare e vivere il celibato non come un elemento isolato o puramente negativo - rinuncia difficile - ma in un senso sommamente positivo, frutto cioè di una libera scelta d'amore - continuamente da rinnovare - in risposta a un invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi come "Sposo della Chiesa", partecipando così alla paternità e alla fecondità di Dio.

La lettura di questo libro è sicuramente di grande aiuto per comprendere come le profonde ragioni teologiche a favore del celibato sacerdotale non possano venire minimamente intaccate né dalla carenza di vocazioni sacerdotali, né dall'eventuale diffondersi di fallimenti o di alcuni comportamenti gravemente scandalosi - e assolutamente deplorevoli e intollerabili - da parte di alcuni preti. Il libro mette inoltre bene in evidenza il valore - oggi forse specialmente attuale - del celibato. Più che del Dio dei filosofi e dei teologi, il nostro mondo ha bisogno del Dio degli apostoli, dei discepoli di Gesù Cristo, nei quali Lui continua a rendersi presente e ad agire.

Nelle conclusioni, il cardinale Piacenza scrive: "Non dobbiamo perciò lasciarci condizionare o intimidire da un mondo senza Dio che non comprende il celibato e vorrebbe eliminarlo, ma al contrario dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida il mondo, mettendo in profonda crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è Presente!". Con il cardinale Piacenza, ci auguriamo quindi che questo libro trovi la più ampia diffusione, contribuendo a rendere il celibato sacerdotale sempre più apprezzato come dono prezioso dello Spirito di Cristo, che continuamente rinnova e santifica la sua Chiesa.



(©L'Osservatore Romano 16 aprile 2011)

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/20/2011 12:33 PM
 
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"La questione che allora si pone è se la legge del celibato ecclesiastico, oltre ad essere una plurisecolare prassi ecclesiastica, discenda o no dalla Tradizione divino-apostolica della Chiesa" (Roberto de Mattei)

Pubblichiamo questo contributo del Professor de Mattei sul tema del celibato sacerdotale, l'ultimo bastione che i modernisti voglio abbattere perché si avveri la "loro" idea di Chiesa. Partendo da principi che essi danno per assoluti e irreformabili vale a dire che il celibato sia una mera norma disciplinare sopravvenuta in epoca tarda, essi tentano pervicacemente di portare la Chiesa verso un ennesimo esperimento che nel caso si trasformerebbe come tutti gli altri che abbiamo visto fin qui in un ulteriore fallimento. Questo è il destino di un Concilio pastorale: aprire una fase sperimentale che non si arresterà finché chi ha l'autorità di fermarla non lo farà. Ci auguriamo che ciò accada presto.

Ci avvaliamo volentieri dell'occasione per esprimere tutta la nostra solidarietà al Professor de Mattei che da giorni è sotto un pesante attacco da parte di un'inquisizione atea e "razionalista" che con arroganza non si vergogna di dare il via ad una moderna caccia alle streghe.




Fondato da Cristo: replica di uno storico a Gennari sul gran tema del celibato sacerdotale
di Roberto de Mattei



Ma ciò che ancor più lo irrita è il cambiamento in materia del cardinale Ratzinger che, nel 1970 condivise un manifesto teologico che chiedeva di ripensare il legame tra sacerdozio e celibato, mentre oggi, come Benedetto XVI, ribadisce che il celibato ecclesiastico deve essere considerato un “valore sacro” per i sacerdoti di rito latino.

Gennari conclude il suo articolo auspicando che di fronte a nuove situazioni e nuove urgenze, “il Papa possa tornare a certe convinzioni manifestate apertamente dal teologo”, anche perché ormai “esistono le condizioni per una prudente prassi diversa” e “nelle opinioni e nelle decisioni dei Papi possono verificarsi veri cambiamenti”. Gennari tiene infine a sottolineare che la sua richiesta del matrimonio dei preti è ben distinta da quella dell’ordinazione sacerdotale delle donne, sulla quale c’è stata anche di recente “la riaffermazione della prassi contraria, legata al fatto che la coscienza della Chiesa, interpretata al livello della massima autorità, non è tale da permettere di superare la disciplina attuale fondata sull’esempio di Cristo stesso e di duemila anni di storia continua”.

E’ da qui che occorre partire: dall’idea di Gennari secondo cui nella Chiesa verità e leggi possano evolvere secondo l’esperienza religiosa (prassi) del popolo cristiano. A questa concezione evoluzionistica si oppone la dottrina della Chiesa, secondo cui esiste un depositum fidei, contenuto nella Tradizione cattolica, che la Chiesa può esplicitare, ma mai innovare. Gesù infatti non mise per scritto il suo insegnamento, ma lo affidò alla sua Parola, che poi trasmise agli Apostoli perché la diffondessero ad ogni angolo della terra. Il deposito della Fede fu conservato soprattutto nella Tradizione orale della Chiesa, che precedette le Sacre Scritture e contiene elementi che nelle Scritture non risultano. Il fatto che il Papa sia vescovo di Roma o che sette siano i Sacramenti non discende, ad esempio dalla Scrittura, ma dalla Tradizione, che è infallibilmente assistita dallo Spirito Santo. La questione che allora si pone è se la legge del celibato ecclesiastico, oltre ad essere una plurisecolare prassi ecclesiastica, discenda o no dalla Tradizione divino-apostolica della Chiesa.

Soccorrono su questo punto alcuni importanti studi sull’origine del celibato ecclesiastico. Il primo, più volte ristampato dalla Libreria Editrice Vaticana, è il saggio del cardinale Alfons Maria Stickler, Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici; il secondo, meno noto, ma non meno importante, è quello del padre Christian Cochini, appena tradotto in lingua italiana dalla casa editrice Nova Millennium Romae, con il titolo Origini apostoliche del celibato sacerdotale. Tali opere ribaltano la vecchia tesi del padre Franz Xaver Funck, un gesuita aperto alle suggestioni del modernismo, che agli inizi del Novecento, riteneva di confutare il grande orientalista Gustav Bickell. Mentre Bickell sosteneva il fondamento divino-apostolico della legge del celibato, Funck la considerava una prassi ecclesiastica emersa non prima del IV secolo, ovvero una legge di carattere storico (e perciò riformabile). Cochini dimostra che Funck non fece buon uso del metodo storico-critico, prendendo per buono un documento spurio in cui il vescovo-monaco Pafnuzio, nel corso del Concilio di Nicea (325) avrebbe contestato aspramente la continenza per i preti sposati. Oggi è provato che tale testo fu elaborato probabilmente all’interno della setta dei Novaziani. Stickler, da parte sua, sottolinea l’errore ermeneutico di chi, sulla scia di Funck, ha confuso i concetti di ius (diritto) e di lex (legge).

Il fatto che prima del IV secolo mancasse una legge scritta, non significa che non esistesse una norma giuridica obbligatoria che imponesse la continenza del clero. Quando Papa Siricio, negli anni 385-386, con le decretali “Directa” e “Cum in unum”, formalizzò per la prima volta una disciplina per chierici, stabilendo che vescovi, sacerdoti e diaconi erano tenuti, senza eccezioni, a vivere permanentemente nella continenza, egli non introdusse una nuova dottrina, ma codificò una Tradizione, vissuta nella Chiesa fin dalle origini. Il progresso teologico consiste proprio in questo: nello sviluppo della conoscenza di un precetto tradizionale, in questo caso il celibato ecclesiastico, che può meglio essere spiegato in estensione, chiarezza e certezza. A ciò conducono le edizioni critiche e i nuovi documenti di lavoro sui primi secoli di cui oggi dispongono gli studiosi.

L’unico argomento che viene addotto da Gennari contro questa tesi ruota attorno ad un sofisma sempre confutato e sempre ripetuto: il fatto cioè, in apparente contraddizione con la tradizione apostolica, che a partire dagli Apostoli stessi, i primi cristiani fossero sposati. Ciò che è in questione però non è l’ordinazione di uomini sposati nei primi secoli del cristianesimo. Sappiamo che ciò era cosa normale, se san Paolo prescrive ai suoi discepoli Tito e Timoteo che i candidati al sacerdozio dovevano essere stati sposati solo una volta (1 Tm 3,2; 3, 12). La questione centrale è quella della continenza da ogni uso del matrimonio, dopo l’ordinazione sacerdotale. Non bisogna confondere infatti lo stato di matrimonio con l’uso dello stesso. Il matrimonio è un’istituzione di carattere giuridico morale, elevata dalla Chiesa a sacramento, il cui fine è la propagazione del genere umano. L’uso del matrimonio è invece l’unione fisica di due sposi, diretta alla generazione. A questo diritto, si può liberamente rinunciare, pur rimanendo sposati. E’ quanto facevano i primi cristiani i quali, pur rimanendo giuridicamente sposati, decidevano di non usare del matrimonio, cioè di vivere da celibi all’interno dello stato matrimoniale. La parola celibe, in questo senso, non indica uno status, ma la scelta di astenersi per sempre dai piaceri sessuali. Nei primi secoli fu riconosciuto al clero la possibilità di vivere nello stato matrimoniale, ma non il diritto di usare del matrimonio. Ciò che fu dall’inizio obbligatorio, non fu lo stato di celibe, ma la continenza, ovvero l’astensione dall’atto generativo.

Nei primi secoli della Chiesa, l’accesso agli ordini sacri era aperto agli sposati, a condizione che essi, col consenso della moglie, rinunciassero all’uso del matrimonio e praticassero una vita di continenza. La prescrizione apostolica della continenza ebbe il suo logico sviluppo nelle leggi che imposero progressivamente ai sacerdoti lo stato celibatario. La lunga serie degli interventi papali ebbe il suo coronamento nel Concilio Lateranense I, convocato da Callisto II (1123), nel quale fu promulgata la legge non solo della proibizione, ma della invalidità del matrimonio per chi aveva ricevuto gli ordini sacri. Nel primo millennio, le chiese orientali non conobbero questo sviluppo dogmatico-disciplinare e rimasero come eccezione alla regola latina. In seguito, nelle chiese orientali scismatiche, l’antica disciplina celibataria si allargò sempre di più, mentre la maggior parte delle Chiese orientali rimaste unite o ritornate all’unione con Roma, ha finito per accettare la disciplina dell’Occidente, anche se per alcuni cattolici, come i Maroniti e gli Armeni, Roma tollera che seguano l’antico costume greco: il fatto stesso però che, in Oriente, i sacerdoti non possono sposarsi dopo l’ordinazione e soltanto i sacerdoti celibi sono ordinati vescovi, significa che l’uso del matrimonio per chi lo avesse contratto precedentemente alla ordinazione, è una pratica tollerata, ma non certo posta a modello.

Del resto, gli attacchi al celibato accompagnano da sempre la storia della Chiesa Nel 1941, ad esempio, fu messo all’Indice un libro curato dal teologo protestante Hermann Mulert, Der Katholizismus der Zukunft (Lipsia 1940), in cui si reclamava, come chiede Gennari, la possibilità di inserire il celibato ecclesiastico come facoltativo. Ma non c’è da illudersi su questo punto: se cade la legge del celibato, cade con essa il sacerdozio celibatario e si apre la strada all’istituzionalizzazione del matrimonio ecclesiastico. Né serve ripetere che la castità è impossibile, visto che il Concilio di Trento ha condannato chi lo afferma (sess. XXIX, can- 9).

E’ vero però che ad una vita di perfetta continenza l’uomo non può giungere con le sole sue forze, ragione per cui Dio non l’ha comandato, ma solo consigliato. Chi liberamente sceglie di seguire questo consiglio evangelico, trova non in sé stesso, ma in Dio, la forza per essere coerente con la propria scelta. Il celibato resta, certo, un sacrificio e questo, ha osservato il padre Cornelio Fabro, “sta o cade con il carattere della Chiesa cattolica come l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo”. Il prete cattolico, infatti, può e vuole sacrificarsi soltanto per una causa assoluta. Ma oggi l’unicità della Chiesa romana come vera Chiesa è messa in discussione e il concetto di sacrificio è abbandonato, in nome della ricerca del piacere ad ogni costo. La vocazione sacerdotale esige inoltre la donazione totale e l’esclusivo orientamento di ogni preoccupazione a Dio e alle anime, il che è incompatibile con la divisione del cuore che è propria a chi è preso dalle cure familiari.

Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, ha affermato che la volontà della Chiesa trova la sua ultima motivazione “nel legame che il celibato ha con l’ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa” (n. 29). Sviluppando il Magistero pontificio, nei suoi articoli sull’“Osservatore Romano” e nel suo recente volume Il sigillo. Cristo fonte dell’identita del prete (Cantagalli Siena 2010), il cardinale Piacenza ribadisce che la radice teologica del celibato è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del Sacramento dell’Ordine. Il problema di fondo è dunque quel ruolo del sacerdote nella società postmoderna che il nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero rilancia con forza. La richiesta dell’abolizione del celibato si inserisce in un contesto di secolarizzazione considerato irreversibile, malgrado le lezioni in senso contrario della storia.

Secolarizzazione significa perdita del concetto di sacro e di sacrificio e assunzione della “mondanità” come valore, Ma la modernizzazione della Chiesa ha portato oggi alla sua “sessualizzazione”. La purezza però è una virtù che spinge chi la pratica verso il cielo, mentre la sessualità inchioda le tendenze umane alla terra. Molti sacerdoti reclamano il piacere come un diritto e, se non lo ottengono ufficialmente, lo esercitano nella semi-clandestinità, talvolta sotto gli occhi benevolmente complici dei loro vescovi. Il cammino è esattamente contrario a quello percorso dai primi cristiani. Allora accadeva che gli uomini sposati scegliessero di abbracciare, con il sacerdozio, una vita di assoluta castità. Oggi succede che sacerdoti che hanno consacrato la loro vita al Signore reclamino di poter godere dei piaceri del mondo. Ciò non è nuovo nella Chiesa, che ha vissuto come una piaga il concubinato dei preti, cioè il fatto che essi vivessero abitualmente more uxorio, come accadeva quando san Pier Damiani scrisse l’infuocato Liber Ghomorranus.

La via da seguire, ancora oggi, è quella, indicata da Benedetto XVI, di una profonda riforma morale, analoga alla rinascita gregoriana dell’XI secolo. E se si volessero riassumere le ragioni in difesa del celibato dei preti, diremmo in primo luogo che non si tratta di una legge ecclesiastica, ma della volontà stessa di Cristo, trasmessa attraverso gli apostoli alla Chiesa; in secondo luogo che il mondo ha bisogno di sacerdoti i quali non assecondino la loro pur sofferta umanità, ma la vincano, rispecchiando Cristo e ponendosi come modello e guida alle anime, oggi più che mai assetate di assoluto.

(da “Il Foglio” del 07/04/2011)


 Gianni Gennari, collaboratore regolare del quotidiano dei vescovi “Avvenire”, ha affrontato, su “Il Foglio” del 2 aprile, il tema forte del celibato ecclesiastico, riproponendone (non è la prima volta) la modifica o l’abolizione. La tesi di Gennari è che la legge sul celibato dei preti non risale a Gesù Cristo e non è materia di fede, e perciò non può considerarsi intoccabile. Insorgendo contro un recente articolo del cardinale Mauro Piacenza, apparso in prima pagina sul ’”Osservatore Romano” (Questione di radicalità evangelica, , 23 marzo 2011), il corsivista di “Avvenire” arriva a definire la difesa del celibato fatta dal card. Piacenza come “dottrinalmente infondata”, “sottilmente violenta” e, addirittura, offensiva di “duemila anni di storia della Chiesa cattolica”.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Riflessione su celibato e matrimonio

Un unico amore

di GIUSEPPE VERSALDI

La vocazione al celibato per il Regno dei cieli e la chiamata al matrimonio sovente vengono percepite, se non proprio in opposizione, almeno di difficile composizione. Da una parte, infatti, la rinuncia del celibe all'amore coniugale è vista come una rinuncia all'amore tout court e, dall'altra, la scelta di unirsi in matrimonio a volte appare come una diminuzione della purezza dell'amore. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Efeso, usa un'espressione che offre una visione risolutiva dell'apparente antinomia tra amore verginale e amore sponsale.

Parlando del dovere dell'amore reciproco tra marito e moglie, l'apostolo esalta l'originale vocazione dell'uomo a lasciare il padre e la madre per unirsi a sua moglie così che " i due diventeranno una sola carne" (Genesi, 2, 24), ma subito aggiunge: "Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!" (Efesini, 5, 32). Tale repentino rovesciamento dei termini di paragone rivela una nuova prospettiva: la grandezza dell'amore coniugale viene sì riaffermata nella sua pienezza, ma è messa in relazione di dipendenza con l'amore di Cristo per la Chiesa.

Qui sorgono alcuni interrogativi ricorrenti anche nei confronti del magistero della Chiesa: "Come può Cristo celibe essere modello degli sposi? Come potete voi celibi insegnare e dare regole circa il matrimonio di cui non avete esperienza?". Ebbene, proprio le parole di san Paolo Indicano la risposta.

L'amore di Cristo per la Chiesa è certamente insieme amore verginale e sponsale perché è amore che, per citare le parole di Benedetto XVI, "può essere qualificato senz'altro come èros, che tuttavia è anche totalmente agàpe" (Deus caritas est, 9). Un amore che è gratuito e preveniente ("non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi": 1 Giovanni, 4, 10); incondizionato e misericordioso ("mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi": Romani, 5, 8); sacrificato ("Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia": 1 Pietro, 1, 18-19). Caratteristiche, queste, che apparentemente non sembrano connotare l'amore coniugale comunemente inteso che è sì dono di sé, ma in una reciprocità che comporta un mutuo aiuto e una vicendevole gratificazione.

Eppure, proprio perché l'amore coniugale possa realizzarsi non come esperienza esaltante, ma temporanea, bensì perseverare come progetto per tutta la vita, è necessario che anche i coniugi siano capaci di un amore preveniente e gratuito così che, almeno uno, sia capace di amare anche quando l'altro non lo ama; di un amore incondizionato e misericordioso perché, almeno uno, sia capace di perdono quando il coniuge, vinta la sua debolezza, si pente; di un amore sacrificato perché, almeno uno, sappia sopportare le sofferenze dell'attesa senza rassegnarsi alla sconfitta. E in tutto questo il modello è proprio Cristo che così ha amato la sua Chiesa come sposa e "ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell'acqua mediante la parola e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Efesini, 5, 25-27).

Ha ragione, dunque, Benedetto XVI quando afferma che "in fondo l'amore è un'unica realtà, seppure con diverse dimensioni" (Deus caritas est, 8). Nel suo pieno significato l'amore è amore agapico, cioè amore capace di integrare la passione (èros) e la donazione (agàpe) così da poter soddisfare il cuore umano qualunque sia la sua vocazione. In questo senso, l'amore verginale e l'amore coniugale non possono che attingere a un'unica fonte e avere un unico modello che è Cristo.

Certo esiste una diversa modalità nelle due vocazioni, ma proprio la comune sorgente ne garantisce la complementarietà. Il carisma del celibato per il Regno può aiutare gli sposi a non assolutizzare l'amore umano e, in attesa della definitiva comunione con Dio-Amore, a sopportare il peso e il prezzo del dono di sé nonostante le debolezze dell'esperienza coniugale.

Anche chi, già qui in terra, è chiamato a consacrarsi all'amore indiviso di Dio può imparare dagli sposi la concretezza e l'attualità dell'amore che non può rivolgersi solo a Dio che non vede, ma deve manifestarsi come effetto anche verso il prossimo che vede. In tal modo non si cade nell'illusione che per amare Dio sia necessario non amare nessuno di quell'amore con cui Cristo ci ha amati. La reciproca illuminazione arricchisce entrambe le vocazioni e abbellisce l'intera Chiesa nella sua missione di testimoniare nel mondo l'amore di Dio.



(©L'Osservatore Romano 22 giugno 2011)

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[SM=g1740733] La moglie di Lutero - di P.Giovanni Cavalcoli,OP
da RiscossaCristiana

http://www.riscossacristiana.it/images/ritratto%20di%20lutero%20e%20sua%20moglie.jpg


ritratto di lutero e sua moglie

Mi sembra un fatto un po’ curioso che nel clima attuale di dialogo intenso e a tutto campo con i Luterani e col diffuso interesse che c’è per la tematica del sesso e della famiglia, non compaia mai, almeno nella pubblicistica corrente, né da parte cattolica né da parte protestante, la questione della moglie di Lutero, l’ex-monaca Caterina Von Bora, che gli dette cinque figli, dei quali pure peraltro non si parla mai.

Mi si potrà forse obiettare che l’interesse prevalente per Lutero riguarda la sua dottrina teologica e non tanto la sua vita privata ed ancor meno la sua vita coniugale e di famiglia. Non so però quanto vale questa obiezione, considerando peraltro la stessa concezione moderna del far teologia e della stessa teologia, per la quale, soprattutto nell’orientamento esistenzialistico – e il protestantesimo non è lontano dall’esistenzialismo – si concepiscono la teologia e il teologare come fatti esistenziali del singolo teologo, come vita ed espressione di vita. D’altra parte si sa come è normale per i teologi e i pastori protestanti aver famiglia.

Si direbbe che su questo aspetto importante della vita di Lutero, niente affatto estraneo alla sua concezione teologico-morale del sesso, della donna, del matrimonio, del peccato e della giustificazione, si sia steso come un velo non si sa se di pudore o di disagio o di imbarazzata indifferenza, quando invece io ritengo che è un aspetto assai importante della vita di Lutero, strettamente legato col suo pensiero, aspetto quindi che andrebbe messo in maggior luce e dovrebbe esser oggetto di un ampio e franco dibattito ecumenico, al di fuori di qualunque mentalità scandalistica o, peggio, curiosità morbosa, che niente hanno a che vedere col clima di sereno confronto che attualmente deve governare il suddetto dialogo ecumenico.

Ma quello che è legato a questo silenzio sulla vicenda coniugale di Lutero e sulla figura di Caterina è indubbiamente l’assenza, nei primi secoli del luteranesimo, di significative figure femminili e di un contributo femminile importante nel campo della spiritualità e della teologia protestanti, quando invece si sa come la letteratura spirituale e mistica femminile cattolica, nata nel sec.XIII e proprio in Germania, sia poi continuata nel cattolicesimo, con grandi figure di Sante, nominate persino Dottori della Chiesa, sino ai nostri giorni, mentre una significativa letteratura religiosa protestante femminile è solo di data assai recente.

Quanto allo stesso Lutero, ovviamente, come uomo - e qui condivido il tradizionale giudizio su Lutero -, non posso lodare la nota tendenza all’intemperanza che caratterizzava l’atteggiamento di Lutero nei confronti del sesso, e come cattolico vedo con dolore il fatto che egli abbia tradito i voti monastici e per di più unendosi ad una donna essa pure infedele ai detti voti, anche se poi tutto sommato Lutero fu un marito fedele e un padre premuroso.

Come è noto dalla storia, Lutero eleva la grande per non dire insuperabile sua difficoltà a controllare la propria tempestosa sessualità a condizione propria dell’uomo conseguente la caduta originale. Probabilmente accecato dalla passione, egli chiude gli occhi alla splendida storia della pratica religiosa del voto di castità e di tutti gli esempi di castità degli sposi cristiani, benchè ai suoi tempi avesse davanti agli occhi una diffusa situazione di corruzione. Come notò il grande storico domenicano  P.Enrico Denifle nel suo famoso studio su Lutero dell’inizio del secolo scorso, Lutero denigra la pratica della castità consacrata quasi si trattasse di una frustrazione disumana, in modo non dissimile alle calunnie che Freud le avrebbe lanciato nel sec.XX.

Lutero non sa apprezzare quanto nella storia della santità cristiana la castità ha favorito ogni virtù, le opere della carità ed ogni azione autenticamente riformatrice, nonché l’imitazione di Cristo e della Beata Vergine Maria, e tutta una letteratura di alto valore teologico, ascetico, morale e spirituale fondata su di un’autentica adesione alla Sacra Scrittura, il cui messaggio, come si sa, egli intendeva riconoscere, garantire e diffondere.

Lutero non sbaglia nel vedere nel racconto genesiaco della creazione dell’uomo e della donna e della loro unione un insegnamento antropologico e morale più radicale e fondamentale di quello pur sublime di Cristo che invita chi vuol seguirlo a “farsi eunuco per i regno dei cieli”, un’esortazione fatta ad alcuni più fervorosi, che però è legata soltanto al piano della Redenzione, il quale, stante la condizione attuale della natura decaduta, ha in fin dei conti soltanto la ragione di mezzo privilegiato al fine di ripristinare nella sua pienezza il piano originario della creazione.

Sbaglia Lutero nel vedere la pratica dei voti come un mero discutibile per non dire nefasto uso della Chiesa Romana e non invece un principio di perfezione che risale a Cristo; però non ha torto nel vedere la maggiore fondamentalità del rapporto uomo-donna prospettato dal Genesi.
[SM=g1740733] Il limite di Lutero, del resto tipico della Chiesa del suo tempo, fu quello di non tener conto che la prospettiva finale, escatologica della Redenzione non è la coppia procreativa, ma la semplice unione di coppia o meglio riconciliazione dell’uomo con la donna, dopo la “divisione” provocata dal peccato, un’unione escatologica, simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa.

Lutero è partito dalla suddetta visione limitata, della quale, col “senno del poi”, non possiamo fargliene una colpa, perché ancora l’antropologia sessuale non aveva ben chiaro il permanere nella risurrezione della coppia uomo-donna, come invece apparirà chiaro nel sec.XX con gli insegnamenti di Giovanni Paolo II.
Se di colpa o quanto meno di errore invece vogliamo parlare, esso fu l’omologazione da lui fatta tra il bisogno sessuale-procreativo e i bisogni fisiologici dell’individuo, la cui soddisfazione gli garantisce la sussistenza fisica. In tal modo Lutero, certo senza immaginarlo, è all’origine della visione antropologica che sta alla base della fecondazione artificiale che concepisce la procreazione come diritto assoluto della persona, da soddisfarsi con ogni mezzo.

Si può pensare con alcuni che questo invincibile bisogno sessuale, dove peraltro la donna risulta piuttosto strumentalizzata, sia il segno che Lutero non aveva avuto una vera vocazione monastica, per quanto, come rilevò lo stesso Giovanni Paolo II, egli sia stato un’anima profondamente religiosa, anche se certo non fu proprio di un’anima veramente religiosa l’idea che gli venne di abolire la S.Messa. La sua stoltezza fu, come ho detto, quella di elevare il suo caso personale a principio generale con la pretesa di fondarlo sulla Bibbia.

Quanti casi abbiamo avuto in questi ultimi decenni di sacerdoti e religiosi i quali col permesso dell’autorità ecclesiastica sono stati dispensati o dai voti o dal celibato! Ma moltissimi di essi certamente non hanno preteso di elevare il loro dramma legge generale della Chiesa, la quale peraltro probabilmente in un futuro potrebbe approvare un sacerdozio coniugato, ma con ben altre condizioni, e mantenendo sempre una speciale stima per quello celibatario.

Quanto poi ai voti religiosi, è evidente che la loro soppressione, sopprimerebbe automaticamente lo stato religioso come tale.  E di fatti si sa come Lutero fosse contrario allo stato religioso, non riuscendo a trovarne il fondamento evangelico.
Se invece Lutero, come pensano altri, aveva ricevuto una vera vocazione religiosa, allora è chiaro che la rottura dei voti non potè essere senza colpa, perché, come attesta l’esperienza di sempre, se uno fa voto a ragion veduta e con l’autenticazione dell’autorità della Chiesa, Dio poi non gli nega la grazia di poterlo osservare per tutta la vita. E la colpa di Lutero si accresce considerando quanti religiosi e sacerdoti, compresi  fedeli comuni, egli ingannò con i suoi sofismi pseudobiblici, allontanandoli dalla pratica della castità.

Tuttavia, come fa Hartmann Grisar alla fine della sua famosa monumentale opera su Lutero, dove non gli risparmia le critiche, anch’ io voglio affidare Lutero alla misericordia di Dio insieme con la “sua” Caterina, di quel Dio che disse: “Non è bene che l’uomo sia solo. Gli voglio fare un aiuto simile a lui”, un aiuto vedendo il quale Adamo esultò, mentre il Creatore dispose che uomo e donna siano in eterno “una sola carne e che l’uomo non divida ciò che Dio ha unito”.


Li commento nel mio libro La coppia consacrata, Edizioni Vivere In, Monopoli (BA), 2008.

[SM=g1740771]

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7/16/2014 8:28 PM
 
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mercoledì 16 luglio 2014

" Noi sacerdoti, celibi come Cristo " ( Card. Walter Brandmüller )

 
 Noi sacerdoti, celibi come Cristo 
di Walter Brandmüller 
Cardinale e Presidente Emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche.

(Traduzione di Andrea Affaticati) 
Da : © IL FOGLIO (16 luglio 2014) 
 
 
Ill.mo dott. Scalfari, anche se non godo del privilegio di conoscerla di persona, vorrei tornare alle Sue affermazioni riguardo il celibato contenute nel resoconto del Suo colloquio con Papa Francesco, pubblicate il 13 luglio 2014 e immediatamente smentite nella loro autenticità da parte del direttore della sala stampa vaticana. 
In quanto “vecchio professore” che per trent’anni ha insegnato Storia della chiesa all’università, desidero portare a Sua conoscenza lo stato attuale della ricerca in questo campo. 
In particolare, deve essere sottolineato innanzitutto che il celibato non risale per niente a una legge inventata novecento anni dopo la morte di Cristo. 
Sono piuttosto i Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca che riportano le parole di Gesù al riguardo. 
 Matteo scrive (19,29): “… Chiunque abbia lasciato in mio nome case o fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi, otterrà cento volte di più e la vita eterna”. 
Molto simile è anche quanto scrive Marco (10,29): “In verità, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia che non riceva cento volte tanto…”. 
Ancora più preciso è Luca (18,29 ss): “In verità, io vi dico: chiunque abbia abbandonato per il Regno di Dio casa o moglie, fratelli, genitori o figli, riceverà già ora, in cambio molto di più, e nel mondo futuro la vita eterna”. 
Gesù non rivolge queste parole alle grandi masse, bensì a coloro che manda in giro, affinché diffondano il suo Vangelo e annuncino l’avvento del Regno di Dio. 
Per adempiere a questa missione è necessario liberarsi da qualsiasi legame terreno e umano. 
E visto che questa separazione significa la perdita di ciò che è scontato. 
Gesù promette una “ricompensa” più che appropriata. 
A questo punto viene spesso rilevato che il “lasciare tutto” si riferiva solo alla durata del viaggio di annuncio del suo Vangelo, e che una volta terminato il compito, i discepoli sarebbero tornati alle loro famiglie. 
Ma di questo non c’è traccia. 
Il testo dei Vangeli, accennando alla vita eterna, parla peraltro di qualcosa di definitivo. 
Ora, visto che i Vangeli sono stati scritti tra il 40 e il 70 d. C., i suoi redattori si sarebbero messi in cattiva luce se avessero attribuito a Gesù parole alle quali poi non corrispondeva la loro condotta di vita. 
Gesù, infatti, pretende che quanti sono resi partecipi della sua missione adottino anche il suo stile di vita. 
Ma cosa vuol dire allora Paolo, quando nella prima Lettera ai Corinzi (9,5) scrive: “Non sono libero? Non sono un apostolo? … 
Non abbiamo il diritto di mangiare e bere? 
Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, esattamente come gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? 
Dovremmo essere solo io e Barnaba a dover rinunciare al diritto di non lavorare?”. 
 Queste domande e affermazioni non danno per scontato che gli apostoli fossero accompagnati dalle rispettive mogli? 
Qui bisogna procedere con cautela. 
Le domande retoriche dell’apostolo si riferiscono al diritto che ha colui che annuncia il Vangelo di vivere a spese della comunità, e questo vale anche per chi lo accompagna. 
E qui si pone ovviamente la domanda su chi sia questo accompagnatore. 
L’espressione greca “adelphén gynaìka” necessita di una spiegazione. “Adelphe” significa sorella. 
E qui per sorella nella fede si intende una cristiana, mentre “Gyne” indica – più genericamente – una donna, vergine, moglie o sposa che sia. 
Insomma un essere femminile. 
Ciò rende però impossibile dimostrare che gli apostoli fossero accompagnati dalle mogli. 
Perché, se invece così fosse, non si capirebbe perché si parli distintamente di una adelphe come sorella, dunque cristiana. 
Per quel che riguarda la moglie, bisogna sapere che l’apostolo l’ha lasciata nel momento in cui è entrato a far parte della cerchia dei discepoli. 
Il capitolo 8 del Vangelo di Luca aiuta a fare più chiarezza. 
Li si legge: “(Gesù) venne accompagnato dai dodici e da alcune donne che aveva guarito da spiriti maligni e malattie: Maria Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni. Giovanna, la moglie di Cuza, un funzionario di Erode. Susanna, e molte altre. 
Tutte loro servivano Gesù e i discepoli con quel che possedevano”. 
Da questa descrizione pare logico dedurre che gli apostoli avrebbero seguito l’esempio di Gesù. 
Inoltre va richiamata l’attenzione sull’appello empatico al celibato o all’astinenza coniugale fatto dall’apostolo Paolo (1. Cor. 7,29 ss): “Perché io vi dico, fratelli: il tempo è breve. 
Per questo, chi ha una moglie deve in futuro comportarsi come se non ne avesse una…”. 
E ancora: “Il celibe si preoccupa delle questioni del Signore: vuole piacere al Signore. 
L’ammogliato si preoccupa delle cose del mondo: vuole piacere a sua moglie. 
Così finisce per essere diviso in due”. 
È chiaro che Paolo con queste parole si rivolge in primo luogo a vescovi e sacerdoti. 
E lui stesso si sarebbe attenuto a tale ideale. 
Per provare che Paolo o lo Chiesa dei tempi apostolici non avessero conosciuto il celibato vengono tirate in ballo, a volte, le lettere a Timoteo e Tito, le cosiddette lettere pastorali. 
E in effetti, nella prima lettera di Timoteo (3,2) si parla di un vescovo sposato. 
E ripetutamente si traduce il testo originale greco nel seguente modo: “Il vescovo sia il marito di una femmina”, il che viene inteso come precetto. 
E sì, basterebbe una conoscenze rudimentale del greco, per tradurre correttamente: “Per questo il vescovo sia irreprensibile, sia sposato una volta sola (e deve essere marito di una femmina!!), essere sobrio e assennato…”. 
E anche nel libro a Tito si legge: “Un anziano (cioè un sacerdote, vescovo) deve essere integerrimo e sposato una volta sola…”. 
Sono indicazioni che tendono a escludere la possibilità che venga ordinato sacerdote-vescovo chi, dopo la morte della moglie, si è risposato (bigamia successiva). 
Perché, a parte il fatto che a quei tempi non si vedeva di buon occhio un vedovo che si risposava, per la chiesa si aggiungeva poi la considerazione che un uomo così non poteva dare alcuna garanzia di rispettare l’astinenza, alla quale un vescovo o sacerdote doveva votarsi. 


La pratica della Chiesa post-apostolica 

La forma originaria del celibato prevedeva dunque che il sacerdote o il vescovo continuassero la vita familiare, ma non quella coniugale. 
Anche per questo si preferiva ordinare uomini in età più avanzata. 
Il fatto che tutto ciò sia riconducibile ad antiche e consacrate tradizioni apostoliche, lo testimoniano le opere di scrittori ecclesiastici come Clemente di Alessandria e il nordafricano Tertulliano, vissuti nel Duecento dopo Cristo. 
Inoltre, sono testimoni dell’alta considerazione di cui godeva l’astinenza tra i cristiani una serie di edificanti romanzi sugli apostoli: si tratta dei cosiddetti atti degli apostoli apocrifi, composti ancora nel II secolo e molto diffusi. 
 Nel successivo III secolo si moltiplicano e diventano sempre più espliciti – soprattutto in oriente – i documenti letterari sull’astinenza dei chierici. 
Ecco per esempio un passaggio tratto dalla cosiddetta didascalia siriaca: “Il vescovo, prima di essere ordinato, deve essere messo alla prova, per stabilire se è casto e se ha educato i suoi figli nel timore di Dio”. 
Anche il grande teologo Origene di Alessandria (t253/’54) conosce un celibato di astinenza vincolante; un celibato che spiega e approfondisce teologicamente in diverse opere. 
E ci sarebbero ovviamente altri documenti da portare a sostegno, cosa che ovviamente qui non è possibile. 


 La prima legge sul celibato 


Fu il Concilio di Elvira del 305/’06 a dare a questa pratica di origine apostolica una forma di legge. 
Con il Canone 33, il Concilio vieta ai vescovi, sacerdoti, diaconi e a tutti gli altri chierici rapporti coniugali con la moglie e vieta loro altresì di avere figli. 
Ai tempi si pensava dunque che astinenza coniugale e vita familiare fossero conciliabili. 
Così, anche il Santo Padre Leone I, detto Leone Magno, attorno al 450 scriveva che i consacrati non dovevano ripudiare le loro mogli. 
Dovevano restare insieme alle stesse, ma come se “non le avessero” scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (7,29). 
Con il passar del tempo, si tenderà vieppiù ad accordare i sacramenti solo a uomini celibi. 
La codificazione arriverà nel medioevo, epoca in cui si dava per scontato che il sacerdote e il vescovo fossero celibi. 
Altra cosa è il fatto che la disciplina canonica non venisse sempre vissuta alla lettera, ma questo non deve stupire. 
E, com’è nella natura delle cose, anche l’osservanza del celibato ha conosciuto nel corso dei secoli alti e bassi. 
Famosa è per esempio la disputa molto accesa che si ebbe nell’XI secolo, ai tempi della cosiddetta riforma gregoriana. 
In quel frangente si assistette a una spaccatura così netta – soprattutto nella chiesa tedesca e francese – da portare i prelati tedeschi contrari al celibato a cacciare con la forza dalla sua diocesi il vescovo Altmann di Passau. 
In Francia, gli emissari del Papa incaricati di insistere sulla disciplina del celibato venivano minacciati di morte, e il santo abate Walter di Pontoise venne picchiato, durante un sinodo tenutosi a Parigi, dai vescovi contrari al celibato e sbattuto in prigione. 
Ciò nonostante, la riforma riuscì a imporsi, e si assistette a una rinnovata primavera religiosa. 
È interessante notare che la contestazione del precetto del celibato si è sempre avuta in concomitanza con segnali di decadenza nella Chiesa, mentre in tempi di rinnovata fede e di fioritura culturale si notava una rafforzata osservanza del celibato. 
E non è certo difficile trarre da queste osservazioni storiche paralleli con l’attuale crisi. 


I problemi della Chiesa d’oriente 

Restano aperte ancora due domande che vengono poste frequentemente. 
C’è quella che riguarda la pratica del celibato da parte della chiesa cattolica del regno bizantino e del rito orientale: questa che non ammette il matrimonio per vescovi e monaci, ma lo accorda ai sacerdoti, a patto che si siano sposati prima di prendere i sacramenti. 
E prendendo proprio ad esempio questa pratica, c’è chi si chiede se non potrebbe essere adottata anche dall’occidente latino. 
A questo proposito va innanzitutto sottolineato che proprio a oriente la pratica del celibato astinente è stata ritenuta vincolante. 
Ed è solo durante il Concilio del 691, il cosiddetto Quinisextum oTrullanum, quando risultava evidente la decadenza religiosa e culturale del regno bizantino, che si giunge alla rottura con l’eredità apostolica. 
Questo Concilio, influenzato in massima parte dall’imperatore, che con una nuova legislazione voleva rimettere ordine nelle relazioni, non fu però mai riconosciuto dai papi. 
È proprio ad allora che risale la pratica adottata dalla Chiesa d’oriente. 
Quando poi, a partire dal XVI e XVII secolo, e successivamente, diverse chiese ortodosse tornarono alla chiesa d’occidente, a Roma si pose il problema su come comportarsi con il clero sposato di quelle chiese. 
I vari papi che si susseguirono decisero, per il bene e l’unità della Chiesa, di non pretendere dai sacerdoti tornati alla Chiesa madre alcuna modifica del loro modo di vivere.  


L’eccezione nel nostro tempo 
Su una simile motivazione si fonda anche la dispensa papale dal celibato concessa – a partire da Pio XII – ai pastori protestanti che si convertono alla Chiesa cattolica e che desiderano essere ordinati sacerdoti. 
Questa regola è stata recentemente applicata anche da Benedetto XVI ai numerosi prelati anglicani che desideravano unirsi, in conformità alla constitutio apostolica Anglicanorum coetibus, alla Chiesa madre cattolica. 
Con questa straordinaria concessione, la chiesa riconosce a questi uomini di fede il loro lungo e a volte doloroso cammino religioso, giunto con la con-versione alla meta. 
Una meta che in nome della verità porta i diretti interessati a rinunciare anche al sostentamento economico fino a quel momento percepito. 
E l’unità della Chiesa, bene di immenso valore, che giustifica queste eccezioni. 

Eredità vincolante? 
Ma a parte queste eccezioni, si pone l’altra domanda fondamentale, e cioè: la Chiesa può essere autorizzata a rinunciare a una evidente eredità apostolica? 
È un’opzione che viene continuamente presa in considerazione. 
Alcuni pensano che questa decisione non possa essere presa solo da una parte della chiesa, ma da un Concilio generale. 
In questo modo, si pensa che pur non coinvolgendo tutti gli ambiti ecclesiastici, almeno per alcuni si potrebbe allentare l’obbligo del celibato, se non addirittura abolirlo. 
E ciò che oggi appare ancora inopportuno, potrebbe essere realtà domani. 
Ma se cosi si volesse fare, si dovrebbe riproporre in primo piano l’elemento vincolante delle tradizioni apostoliche. 
E ancora ci si potrebbe chiedere se, con una decisione presa in sede di Concilio, sarebbe possibile abolire la festa della domenica che, a voler essere pignoli, ha meno fondamenti biblici del celibato. Infine, per concludere, mi si permetta di avanzare un considerazione proiettata nel futuro: se continua a essere valida la constatazione che ogni riforma ecclesiastica che merita questa definizione scaturisce da una profonda conoscenza della fede ecclesiastica, allora anche l’attuale disputa sul celibato verrà superata da una approfondita conoscenza di ciò che significa essere sacerdote. 
E se si comprenderà e insegnerà che il sacerdozio non è una funzione di servizio, esercitata in nome della comunità, ma che il sacerdote – in forza dei sacramenti ricevuti – insegna, guida e santifica in persona Christi, tanto più si comprenderà che proprio per questo egli assume anche la forma di vita di Cristo. 
E un sacerdozio così compreso e vissuto tornerà di nuovo a esercitare una forza di attrazione sull’élite dei giovani. 
Per il resto, bisogna prendere atto che il celibato, così come la verginità in nome del Regno dei Cieli, resteranno per chi ha una concezione secolarizzata della vita, sempre qualcosa di irritante. 
Ma già Gesù a tal proposito diceva: “Chi può capire, capisca”.
 
Fonte : Cristianesimo Cattolico 

( Ringraziamo Setfano per la segnalazione. A.C.)



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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[SM=g1740758] Un passaggio dal film Paolo VI a riguardo del celibato. Il film è discutibile.... ma questo passaggio è fedele ad un momento realmente vissuto da Paolo VI....

www.youtube.com/watch?v=kqqj2HdLfDM







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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  il sito Cooperatore veritatis vi offre un Dossier ben ordinato sull'argomento....

«Il celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da una profonda trasformazione di mentalità e di strutture. Ma nel clima dei nuovi fermenti si è manifestata anche la tendenza, anzi l'espressa volontà di sollecitare la Chiesa a riesaminare questo suo istituto caratteristico, la cui osservanza secondo alcuni sarebbe resa ora problematica e quasi impossibile nel nostro tempo e nel nostro mondo.

Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell'unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana».

PAOLO VI (Lettera enciclica "Sacerdotalis Caelibatus", 10 ottobre 1965)

 

Il celibato ecclesiastico

(dossier de "Il Timone")

Noi sacerdoti, celibi come Cristo

(di Walter card. Brandmüller)

Fondato e voluto da Cristo

(di Roberto de Mattei)

Le ragioni del celibato sacerdotale

(di Peter card. Erdo)

Questione di radicalità evangelica

(di Mauro card. Piacenza)

Elogio del celibato sacerdotale

(di P. Cornelio Fabro C.S.S.)

Messori sul celibato dei preti, Scalfari e il Papa.

(Intervista del Mastino per “Libero”)



 



"Si deve chiarire che i periodi di crisi del celibato corrispondono sempre a periodi di crisi del matrimonio. Infatti oggi non viviamo solo la crisi del celibato, lo stesso matrimonio viene sempre più messo in discussione come fondamento della nostra società.
(...) Infatti, prima dell’ordinazione si deve confermare con una promessa solenne che lo si fa e lo si vuole in tutta libertà. Ho sempre una brutta sensazione, quando in seguito si dice che si è trattato di un celibato forzato, che è stato imposto. Ciò va contro la parola che si è data all’inizio. Nell’educazione dei sacerdoti si deve far attenzione che questa promessa sia presa sul serio".

 

II. Problemi della Chiesa cattolica

 

Il celibato

 

D. Stranamente niente provoca più rabbia nella gente che il problema del celibato. Anche se questo riguarda solo una minima parte della popolazione della Chiesa. Perché esiste il celibato?

 

R. Esso è legato a una frase di Cristo: Ci sono coloro - si legge nel Vangelo- che per amore del regno dei cieli, rinunciano al matrimonio e, con tutta la loro esistenza, rendono testimonianza al regno dei cieli.

La Chiesa è arrivata molto presto alla convinzione che essere sacerdoti significa dare questa testimonianza per il regno dei cieli. Essa poteva riallacciarsi analogamente a un parallelo veterotestamentario di altra natura. Israele entra nella terra promessa, undici tribù ricevono ciascuna la propria porzione di territorio; solo la tribù di Levi, quella dei sacerdoti, non riceve territorio né eredità; la sua eredità è solo Dio.

Praticamente ciò significa che i suoi membri vivono solo dei doni del culto e non, come le altre famiglie, della coltivazione della terra. Il punto essenziale è che essi non hanno alcuna proprietà. Il salmo 16 dice: tu sei la mia parte di eredità e il mio calice, ti ho ricevuto in sorte, Dio è la mia terra. Questa figura, che cioè nell’Antico Testamento il sacerdote non ha terra e vive, per così dire, di Dio – e perciò lo testimonia davvero –in seguito, in riferimento alla parola di Gesù è stata interpretata così: la porzione di terra in cui vive il sacerdote è Dio stesso.

Oggi possiamo capire con difficoltà questa rinuncia, poiché il rapporto con il matrimonio e i figli si è modificato. Dover morire senza figli, un tempo voleva dire aver vissuto senza scopo: una volta dispersa la traccia della mia vita, io sono morto del tutto. Se invece ho dei figli, continuerò a vivere in loro, grazie a una specie di immortalità, ottenuta attraverso la discendenza. Perciò è una superiore condizione di vita l’aver eredi e restare, attraverso di loro, nella terra dei viventi.

La rinuncia al matrimonio e alla famiglia è quindi da intendersi nella seguente prospettiva: rinuncio a ciò che per gli uomini non solo è l’aspetto più normale, ma il più importante. Rinuncio a generare io stesso vita dall’albero della vita, ad avere una terra in cui vivere e vivo con la fiducia che Dio è davvero la mia terra. Così rendo credibile anche agli altri che c’è un regno dei cieli.

Non solo con le parole, ma con questo tipo di esistenza sono testimone di Gesù Cristo e del Vangelo e gli metto così a disposizione la mia vita.

Il celibato ha dunque un significato contemporaneamente cristologico e apostolico. Non si tratta solo di risparmiare tempo - ho un po’ di tempo a disposizione perchè non sono un padre di famiglia – il che sarebbe troppo banale e pragmatico. Si tratta di un’esistenza che punta tutto sulla carta di Dio, e tralascia proprio quanto normalmente rende matura e promettente un’esistenza umana.

 

D. D’altra parte qui non si tratta di un dogma. Il problema sarà forse, un giorno, aperto al dibattito, nel senso di una libera scelta tra una forma di vita celibataria e una non celibataria?

 

R. Si, certo, non si tratta di un dogma. E’ una consuetudine venutasi a creare assai presto nella Chiesa, a seguito di sicuri riferimenti biblici. Ricerche più recenti dimostrano che il celibato risale a molto prima di quanto permettono di riconoscere le fonti del diritto di solito conosciute, fino al secondo secolo.

Anche in Oriente era molto più diffuso di quanto potevamo sapere finora. Qui solo nel secolo VII le due strade si separano. Da sempre in Oriente il monachesimo rappresenta la base portante del sacerdozio e della gerarchia e, per questo, aanche lì il celibato ha davvero grande importanza.

Non è un dogma, è un modo di vivere che è cresciuto nella Chiesa e che naturalmente comporta sempre il pericolo di una caduta. Se si punta così in alto, ci possono essere delle cadute. Penso che ciò che oggi irrita la gente nei confronti del celibato è che essa vede quanti preti non sono interiormente d’accordo e lo vivono ipocritamente, male, o non lo vivono affatto o solo con tormento e dicono…

…che distrugge gli uomini…

Quanto più un’epoca è povera di fede, tanto più frequenti sono le cadute.

Così il celibato perde di credibilità e il suo vero messaggio non viene alla luce. Si deve chiarire che i periodi di crisi del celibato corrispondono sempre a periodi di crisi del matrimonio. Infatti oggi non viviamo solo la crisi del celibato, lo stesso matrimonio viene sempre più messo in discussione come fondamento della nostra società.

Nelle legislazioni degli Stati occidentali esso è sempre più messo allo stesso livello di altri stili di vita e viene così dissolto anche come forma giuridica. La fatica di vivere veramente il matrimonio non è in fondo da meno. In pratica, con l’abolizione del celibato assisteremmo solo alla nascita di un nuovo tipo di problematica, quella dei preti divorziati. La Chiesa evangelica conosce bene questo problema. Se ne deduce che le forme elevate di esistenza umana sono sempre soggette a qualcosa che le minaccia. La conseguenza che ne trarrei, non è, però, di perdere la speranza e dire: “non ci riusciamo più”, ma dobbiamo tornare a credere, ad avere più fede. E, ovviamente, dobbiamo essere ancora più cauti nella scelta degli aspiranti sacerdoti. L’importante è che uno scelga davvero liberamente e non dica: “ si, voglio diventare prete, e allora mi carico anche di questo”, oppure; “in fondo le ragazze non mi interessano più di tanto, quindi non sarà un gran problema”. Questo non è un corretto punto di partenza. L’aspirante sacerdote deve riconoscere nella sua vita la forza della fede e deve sapere che solo in essa può vivere il celibato. Allora il celibato può diventare una testimonianza che dice qualcosa agli uomini e che riesce anche a dar loro coraggio in relazione al matrimonio. Entrambe le istituzioni sono strettamente legate l’una all’altra. Se una fedeltà non è più possibile, anche l’altra non ha più senso: l’una sostiene l’altra.

 

D. Suppone quindi che esista una relazione tra la crisi del celibato e quella del matrimonio

 

R. Mi sembra molto evidente.

In entrambi i casi la persona singola si trova di fronte al problema di una scelta di vita definitiva: a 25 anni posso già disporre di tutta la mia vita? E’ qualcosa di commisurato all’uomo? C’è la possibilità di farcela, di crescere e di maturare in modo vivo oppure devo tenermi costantemente aperto per nuove possibilità? La domanda fondamentale è la seguente: può l’uomo prendere una decisione definitiva per quel che riguarda l’aspetto centrale della sua vita? Può egli sostenere per sempre un legame nella decisione circa il modo della sua vita? Al riguardo mi permetto due osservazioni: lo può solamente se è ancorato saldamente alla fede; secondo: solo in questo caso egli perviene alla piena dimensione dell’amore e della maturazione umana. Tutto ciò che resta al di sotto del matrimonio monogamico è comunque troppo poco per l’uomo.

 

D. Ma se i numeri sulle infrazioni del celibato sono esatti, allora, de facto, esso è già fallito da molto tempo. Per ripeterlo ancora una volta: forse un giorno si arriverà ad aprire il dibattito circa la possibilità di una libera scelta?

 

R. Libera deve esserlo in ogni caso. Infatti, prima dell’ordinazione si deve confermare con una promessa solenne che lo si fa e lo si vuole in tutta libertà. Ho sempre una brutta sensazione, quando in seguito si dice che si è trattato di un celibato forzato, che è stato imposto. Ciò va contro la parola che si è data all’inizio. Nell’educazione dei sacerdoti si deve far attenzione che questa promessa sia presa sul serio. Questo è il primo punto. Il secondo è che dove vive la fede e nella misura in cui una Chiesa vive la fede, allora vien fuori anche la forza di sostenere queste scelte.

Credo che, rinunciando a questa convinzione, non migliori nulla, ma si finisca per passare sopra a una crisi della fede. Naturalmente si tratta di una tragedia per una Chiesa, quando molti conducono, più o meno, una doppia vita.

Non sarebbe, purtroppo, la prima volta che accade. Nel tardo medioevo abbiamo avuto una situazione simile, che poi fu una delle cause che portarono alla Riforma protestante. Si tratta di un avvenimento tragico sul quale bisogna riflettere, anche per amore degli uomini che poi soffrono davvero molto profondamente. Ma credo, e stando ai risultati dell’ultimo sinodo questo è anche il convincimento della grande maggioranza dei vescovi, che il vero problema sia la crisi della fede, e che non si hanno preti migliori e più numerosi dissociando il ministero e lo stato di vita, perché in tal modo si finisce solo per ignorare una crisi di fede e per farsi ingannare da soluzioni solo apparenti.

 

D. Ritorniamo ancora alla mia domanda: crede che i preti forse un giorno potranno scegliere liberamente tra una vita celibataria ed una non celibataria?

 

R. Questo l’avevo già capito. Dovevo solo chiarire che, comunque, secondo quel che ciascuno dice prima di essere ordinato sacerdote, non ci sono persone costrette al celibato. Si viene accettati come prete solo se lo si vuole spontaneamente.

La domanda è allora: quanto profondamente sono legati tra loro sacerdozio e celibato? La volontà di optare soltanto per uno solo dei due termini non implica già di per sé una minore considerazione del sacerdozio? Credo che su questo punto non ci si possa richiamare semplicemente alle Chiese ortodosse e alla cristianità protestante. Quest’ultima ha una visione completamente diversa del ministero: è una funzione, un servizio derivato dalla comunità, ma non è un sacramento, non è il sacerdozio in senso proprio.

Nella Chiesa ortodossa, abbiamo, da un lato, la forma perfetta di sacerdozio, cioè i preti-monaci, gli unici che possono diventare vescovi. Accanto a loro ci sono i preti secolari che, se vogliono sposarsi, devono farlo prima della loro consacrazione; essi si occupano poco della cura delle anime, ma propriamente, sono solo ministri del culto.

Per questo aspetto è quasi un’altra concezione di sacerdozio. Noi, invece , riteniamo che chiunque sia sacerdote, deve esserlo nella maniera di un vescovo e che non deve esistere una tale divisione.

Nessuna consuetudine di vita della Chiesa deve essere interpretata come un assoluto, per quanto sia profondamente radicata e fondata. Sicuramente la Chiesa si dovrà porre ancora il problema, lo ha già fatto recentemente in due sinodi. Ma penso che a partire da tutta la storia della cristianità occidentale e anche dall’intima concezione che sta alla base di tutto ciò, la Chiesa non deve credere di ottenere molto orientandosi verso la dissociazione di sacerdozio e celibato; se lo facesse, finirebbe comunque per perdere qualcosa.

 

D. Si può quindi concludere che Lei non crede che un giorno ci saranno preti sposati nella Chiesa cattolica?

 

R. Comunque non in un futuro prevedibile. Per essere sincero, devo dire che abbiamo già dei preti sposati, arrivati a noi come convertiti dalla Chiesa anglicana o da diverse comunità evangeliche. Quindi, in casi eccezionali, questo è possibile, ma si tratta, appunto, di eccezioni. E penso che anche in futuro rimarranno tali.

 

D. Ma l’obbligo del celibato non dovrebbe venire meno, anche solo in considerazione del fatto che la Chiesa, diversamente, non avrà più preti?

 

R. Non credo che quest’argomento sia veramente adeguato.

Il problema delle vocazioni sacerdotali va visto sotto molti aspetti. Ha prima di tutto a che fare con il numero di bambini. Quando oggi il numero medio di bambini per famiglia è 1,5, il problema dei candidati al sacerdozio si pone in modo ben diverso dai periodi in cui le famiglie erano notevolmente più numerose.

Nelle famiglie, poi, ci sono ben altre aspettative. Oggi sperimentiamo che i maggiori ostacoli al sacerdozio frequentemente vengono dai genitori, che hanno ben altre attese per i loro figli. Questo è il primo punto. Il secondo è che il numero di cristiani praticanti è molto diminuito e perciò si è ridotta anche la base di selezione. Considerato il numero dei bambini e il numero dei praticanti, probabilmente il numero dei nuovi sacerdoti non è affatto diminuito. Quindi bisogna tener conto di questa proporzione. La prima domanda allora è: ci sono credenti? Solo dopo viene la seconda domanda: da essi escono dei sacerdoti?

 

Da Joseph Ratzinger, "Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo" – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

 

Ricordiamo che il sito offre un ricco Dossier sull'argomento, cliccare qui





[Edited by Caterina63 7/19/2014 8:07 AM]
Fraternamente CaterinaLD

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Valori e motivazioni del celibato ecclesiastico

Innaturale è solo il vuoto spirituale

 

Si è concluso venerdì pomeriggio alla Pontificia Università Lateranense il convegno teologico internazionale "Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote" organizzato dalla Congregazione per il Clero. Pubblichiamo stralci di due delle relazioni pronunciate nel corso della terza sessione dei lavori.

di Manfred Lütz
Consultore della Congregazione per il Clero

Nella discussione sul celibato degli ultimi decenni divenne solito udire da contemporanei poco illuminati che "rinunciare" alla sessualità non sarebbe affatto naturale.
Alla base di questa affermazione c'è un concetto di natura totalmente sviante. Infatti che cosa può mai significare ciò? Forse che il mahatma Gandhi era innaturale, lui che pur sempre aveva fatto voti corrispondenti al celibato? Sono forse tutti innaturali quegli uomini che, intenzionalmente o poiché in qualche maniera le cose sono andate così, vivono senza essersi sposati? Presso i greci la "natura dell'uomo" significava l'essenza di ogni uomo. Con ciò era spianata la via per la comprensione che ogni uomo ha una dignità che gli spetta in quanto uomo, una concezione che si impose universalmente solo in virtù delle religioni monoteistiche.
Ciò che spetta a ogni uomo per natura è dunque soprattutto la dignità umana. Mai i greci dall'elevatezza del loro grande pensiero sarebbero pervenuti all'idea che la natura sia, in questo senso, solo l'aspetto corporeo dell'uomo. Tali visioni ristrette, tali riduzioni naturalistiche vengono in primo piano e si impongono solo molto più tardi e vanno conseguentemente a sfociare, come tutti sappiamo, nelle definizioni razzistiche dell'uomo, che vedevano l'uomo autentico realizzato solo in una ben determinata razza. Qui allora non può stupire che i nazisti nel quadro di questa consequenziale battaglia contro la Chiesa cattolica discriminassero il celibato come "innaturale" e nei cosiddetti processi contro la moralità del 1936 e 1937 tentassero di screditare ufficialmente preti e monaci come omosessuali o come sessualmente devianti in altre maniere.
Così si può vedere che il concetto di natura nell'epoca moderna in molteplici modi è stato abusato, manipolato ideologicamente. "Innaturale" era un grido di battaglia delle dittature totalitarie contro la religione e tutto ciò che andava d'accordo con essa.
Purtroppo non si può dire che questa tradizione culturale dell'accusa di "innaturale" oggi non continui a sopravvivere. La frase dello scrittore Bertold Brecht nell'anno 1955:  "È ancora fecondo il grembo da cui ciò sgusciò fuori" ha sempre un'attualità non sminuita. Ovviamente nessuno parla più di razza, ma tuttavia il culto pagano del corpo celebra nel frattempo nuovamente con esultanza i suoi successi.

Talvolta si ha l'impressione che attraverso il mantenimento di un corpo sano e in forma gli uomini vogliano in qualche modo assicurarsi qualcosa come la vita eterna. Il corpo diventa il simbolo della messinscena di se stessi, in una società che diventa sempre più narcisistica. La capacità di esercitare un potere di attrattiva sessuale diventa il criterio decisivo per il proprio valore sul mercato. La relazione sessuale stessa è di valore subordinato, essa fallisce se il partner non arreca più quell'ammirazione che il proprio ego richiede. Così il nuovo culto del corpo produce infelicità di milioni di persone a tappeto, giacché tutto il progetto non può che fallire per il semplice banale fatto che ogni uomo invecchia. Tuttavia proprio perché l'uomo rimuove questo lato oscuro dei suoi sforzi indefessi, ma senza senso, ecco che una forma di vita come quella del celibato, che controbatte conseguentemente gli assurdi dogmi dell'universale idolatria del corpo, è una particolare provocazione.
Così si torna a por mano, senza realmente saperlo, al vecchio trucco dei nazisti e si discrimina il celibato come "innaturale", cosa che sottintende il dichiarare se stessi, con le proprie relazioni sessuali sempre cangianti, sempre insoddisfatte, che ci si dichiari in tal modo indirettamente come totalmente "naturali". Così l'attacco aggressivo contro il celibato con il termine da battaglia di "innaturale" è adatto a elaborare le neurotiche insoddisfazioni nei confronti del proprio progetto di vita. In fondo potrebbe essere totalmente indifferente, per un uomo sano, tranquillo con se stesso, se altri uomini rinuncino alla sessualità volontariamente o costretti da malattie o situazioni simili. Ciò sarebbe in fondo propriamente soltanto affare loro. La massiccia aggressione con cui talvolta vengono portati avanti tali attacchi è però, in termini psicologici, un segno del fatto che l'aggressore stesso potrebbe avere un qualche problema con l'esperienza concreta della propria sessualità, problema che però non vuole ammettere a se stesso.

C'è però anche la variante del tutto non neurotica dell'accusa di "non naturalità" del celibato. È questa la versione macho. Ecco qua uomini che al grido di "Avanti con il sesso!" si precipitano sul mondo delle donne a valanga. Simili "padroni del creato" , che eternamente si ostinano a non diventare adulti, insistono sul fatto che se a loro viene l'impulso "naturale", la donna deve stare a loro disposizione. Simili fraintendimenti della sessualità, immaturi e pieni di disprezzo della persona, che riescono a vedere la donna oramai solamente come oggetto della soddisfazione dei propri impulsi, feriscono la dignità della donna e la sua autodeterminazione sessuale, ma giocano un grande ruolo nella critica al celibato. La sessualità adulta non è mai semplicemente "naturale" in maniera grossolana. La natura dell'uomo è sempre già umanamente coltivata. In un matrimonio adulto, maturo, i partner fanno attenzione anche ai bisogni dell'altro. Ci sono diversi motivi per cui temporaneamente o durevolmente anche in un matrimonio il vivere totalmente la sessualità genitale non è possibile, sia per una malattia temporanea, o sia per un impedimento durevole. In questo senso vale il principio:  chi non può rinunciare alla sessualità, non è idoneo al matrimonio. Tuttavia una partnership davvero matura non viene distrutta da questo fatto, bensì talvolta persino arricchita.

Innaturale  la  vita celibataria lo  diventa  solo allorquando l'esser da solo diventa un egoismo chiuso in sé o una narcisistica messinscena di sé. Da una tale incurvatio in seipsum in contraddizione con la vera natura dell'uomo non è però immunizzato nemmeno l'uomo  sposato.
Così l'affronto del celibato non dovrebbe concentrarsi soltanto sulle questioni della sessualità genitale, ma si dovrebbe invece vedere il celibato come una determinata forma di relazione che unisce una profonda relazione con Dio con una buona relazione con gli uomini affidati all'opera ministeriale del sacerdote.
La psicanalista Eva Jäggi nel suo libro sulla Esistenza da single ha definito l'uomo che con consapevolezza di sè vive da solo come particolarmente importante anche per tutti gli uomini che vivono in una partnership, poiché egli renderebbe chiaro anche a questi uomini che essi non sono semplicemente funzione di una relazione, ma hanno invece un loro valore proprio. Nel caso delle relazioni che finiscono, per qualunque motivo ciò accada, non di rado per l'uomo che viene lasciato solo la solitudine è particolarmente pesante. Allora il sapere che ci sono uomini che hanno scelto questo stato volontariamente dà, in simili situazioni, forza e rende più coraggiosi.
Quando per la Pontifica Accademia per la vita nel 2003 si tenne un congresso in Vaticano sull'abuso di bambini e ragazzi da parte di preti e religiosi, si pervenne a risultati toccanti. I più noti specialisti internazionali invitati in gran parte non erano cattolici. Quando nella questione circa la valutazione dei rischi emerse il criterio del "deficit di intimità", sorse dal pubblico la domanda se allora non fosse il celibato un problema. Allora prese la parola Bill Marshall, uno dei terapeuti del crimine più famosi su scala mondiale, noto ateo professo con molta simpatia per la Chiesa. Egli disse che questo era un fraintendimento. Egli partiva dal presupposto che un prete cattolico ha un'intima relazione con Dio. E quando uno psicoterapeuta cattolico molto esperto nella terapia sui sacerdoti osservò che per vivere il celibato si dovrebbe insegnare di più circa la sessualità ai candidati al sacerdozio, chiese la parola lo specialista di valutazione dei rischi certamente più noto internazionalmente, il canadese Karl Hanson:  egli riteneva che per vivere il celibato si dovrebbe piuttosto approfondire la sua spiritualità.

In base alla mia esperienza terapeutica io posso solamente confermare che l'inaridirsi della vita spirituale spesso è precedente alla "crisi del celibato". Se un prete non prega più regolarmente, se egli stesso non si confessa più, se egli dunque non ha più alcuna relazione vitale con Dio, allora egli in quanto prete non è più fecondo. Gli uomini infatti notano che da questo uomo di Dio non fuoriesce più alcuna forza dello Spirito di Dio. Questo soltanto basta a condurre poi ulteriormente nel prete colpito ad uno stato di frustrazione e di insoddisfazione rispetto alla sua vocazione di sacerdote. Se poi in una simile situazione si offre una relazione esterna, allora il prete è massimamente esposto al rischio che le dighe in ogni caso già decrepite, divenute friabili, si sbriciolino definitivamente. Viceversa invece un prete vitale, che vive la sua fede in maniera convincente, è un pastore d'anime fecondo, che così può anche vivere con gioia la sua attività pastorale. Importante per i sacerdoti è anche l'ascoltare le confessioni sacramentali dei fedeli che costituiscono un contatto esistenziale con le persone. Il celibato rende il prete libero per contatti pastorali intensi. Ma questa libertà in favore delle persone il prete deve poi anche utilizzarla. Un celibato semplicemente "dietro la scrivania" oppure una vita da funzionario, che trascura il piano delle relazioni umane, in termini psicologici è più difficilmente vivibile. Un pastore d'anime zelante ha addirittura più esperienza di vita di certi uomini sposati. Un pastore d'anime sposato, così come uno psicoterapeuta sposato, corre sempre il rischio di rivivere inconsciamente e di far agire nel caso presente davanti a lui le esperienze del suo proprio matrimonio. Perciò egli ha bisogno, in genere, di una supervisione, per evitare rischi simili. Invece un buon pastore d'anime ha una ricca esperienza esistenziale con tantissime vicende matrimoniali. E da tutto ciò egli può attingere allora per certi casi più difficili.

Preti che conducono una vita culturalmente animata, che si aprono secondo le possibilità all'arte e alla cultura e partecipano ad alto livello ai dibattiti culturali del tempo, possono vivere il celibato anche come sorgente di speciale vivacità culturale e spirituale. Così il celibato non è certamente una cosa per caratteri deboli e pallidi. Soprattutto però esso non è cosa per narcisisti, che girano psichicamente solo attorno a se stessi e si interessano solo di se stessi. Non eventuali anormalità sessuali sono il problema più frequente nella scelta e nella candidatura di nuovi sacerdoti, ma il narcisismo. Giacchè la "professione" del prete è per il narcisista una tentazione quasi invincibile. Rivestirsi di abiti da cerimonia e tenere prediche ad altre persone, prediche a cui non si può replicare, questo è per il narcisista addirittura il compimento di tutti i desideri. Tuttavia una soddisfazione autentica rimane esclusa, come nel caso di qualsiasi desiderio avido. Ma il prete deve avere una mentalità esattamente opposta. Egli si deve interessare soprattutto di altre persone e delle loro necessità e dietro il brillare delle sue parole deve rendere visibile lo splendore di Dio, e non la sua propria fioca luce.


(©L'Osservatore Romano 13 marzo 2010)






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il card. Parolin: il celibato sacerdotale è un dono che dà libertà


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2016-02-06 Radio Vaticana



Il celibato sacerdotale è una vocazione, un dono di Dio, ed è particolarmente conveniente per la missione della Chiesa. Lo ha affermato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, concludendo il Convegno iniziato giovedì scorso alla Pontificia Università Gregoriana, sul tema “Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà”. Una sintesi del suo intervento nel servizio di Adriana Masotti:

Una scelta non sempre compresa quella del celibato per quanto riguarda la vita sacerdotale, anzi spesso criticata anche a motivo dell’attuale calo del numero delle ordinazioni.

Un cammino di libertà
Il cardinale Parolin sottolinea che ogni discepolo avanza sempre nell’incontro con Dio non dando nulla per conquistato “una volta per sempre”. Così’ il sacerdote è in cammino e ogni giorno deve rinnovare l’offerta della propria vita a Cristo e alla Chiesa, vigilando su se stesso. E la libera quotidiana offerta di sé, rinnovata nella preghiera permette al contempo una crescita e una maturazione di tutta la persona. Cristo, afferma il porporato, chiede uomini liberi, interiormente sereni, con una struttura personale equilibrata e matura, consapevoli delle esigenze della chiamata e liberamente disponibili, con l’aiuto della Grazia, a viverle pienamente. Solo un uomo libero può essere anche serenamente celibe e, dunque, il celibato è un cammino di libertà che dura tutta la vita.

Il mistero del prete: uomo configurato a Cristo
Il celibato è poi in stretta relazione con l’identità presbiterale stessa. Il sacerdote infatti è “un uomo configurato a Cristo” e la sua identità, continua il cardinale, è il suo “non appartenersi”. Il prete, insomma, è prete solo nella misura in cui la sua vita è totalmente rivolta a Colui che lo chiama. Come Cristo il sacerdote è per servire i fratelli, come Cristo è segno dell’amore totale e verso la sua sposa, la Chiesa. Lungi dall’essere una rinuncia o una separazione dall’umanità, il celibato al contrario manifesta il profondo legame tra il prete e il popolo.

Il celibato, vocazione per la missione, va scoperta, accolta e custodita
La vocazione al celibato, afferma il segretario di Stato, non è contraria ai desideri di felicità e di pienezza e può essere accolta solo in un rapporto con il Maestro. Il celibato infatti è richiesto da una norma disciplinare, ma questa norma ha un fondamento vocazionale. Non si dà la propria vita per rispettare una regola, ma per offrirla a una persona, a Dio stesso, e così farne un dono per tutti gli uomini, per la Chiesa e per il mondo. Per il sacerdote che l’ha accolta, la vocazione al celibato, nell’equilibrio e nella disciplina degli affetti, si alimenta nella vita quotidiana attraverso una serie di relazioni: con il Signore, con i propri cari – i confratelli, i famigliari e gli altri amici – nonché con i fedeli, affidati in ragione del ministero.

La “speciale convenienza” del celibato per la missione apostolica
Il cardinale Parolin spiega che la Chiesa Latina continua, nonostante tutte le difficoltà e le obiezioni sollevate lungo i secoli, a ritenere conveniente fare la  scelta di conferire l'ordine presbiterale solo a uomini che diano prova di essere chiamati da Dio al dono della castità nel celibato assoluto e perpetuo”. E ne spiega le ragioni: nel celibato il sacerdote è libero per amare tutti in Cristo. Il celibato costituisce per il sacerdote l’opportunità di farsi carico, in profondità e verità di volta in volta delle persone e delle situazioni che incontra in ragione del suo ministero. Il suo amore poi è libero, perché non contiene il desiderio di possesso. Per la sua vita e la sua missione, conclude il cardinale, il celibato è un “viaggiare leggeri” per arrivare a tutti, portando solo l’amore di Dio.

(Da Radio Vaticana)







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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