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I Libri interessanti del prof. R. De Mattei sulla Liturgia e sul Concilio (imperdibili)

Last Update: 2/2/2011 11:53 PM
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4/8/2009 9:33 AM
 
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Vi facciamo osservare come stiano aumentando le pubblicazioni sul tema Liturgico nella Chiesa Cattolica...[SM=g1740722] .approfittiamo per fare discernimento fra gli AUTORI SERIE CATTOLICI da quelli che non danno affatto risposte serie all'argomento....questa biblioteca raccoglie solo materiale di autori che si trovano sulla stessa e medesima linea liturgica del Sommo Pontefice Bnedetto XVI....[SM=g1740721]

Spero che questo libro serva a diffondere l’amore verso la messa tradizionale e il rispetto nei confronti del Motu Proprio del Papa Benedetto XVI
. I Vescovi non siano ostili alla messa di sempre...

Da qualche giorno, è in libreria un interessante volume dal titolo molto promettente: “ La liturgia della Chiesa nell’epoca della secolarizzazione”, scritto dal professor Roberto De Mattei, storico della Chiesa e docente universitario, oltre che direttore della prestigiosa rivista Radici Cristiane. Il volume, che consigliamo vivamente di comprare e leggere, è edito per i tipi della Solfanelli e si presenta come lucida, spietata, ma soprattutto veritiera analisi dell’attuale situazione liturgica e come un invito a recuperare, ed anche in fretta, l’immenso valore liturgico e spirituale della messa di sempre. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore come sempre  gentile e disponibile.

Professor De Mattei, per quale motivo lei parla di secolarizzazione?: “ mi sembra del tutto innegabile che, dopo il 1969, ma in un certo senso in collegamento con lo spirito del Vaticano II, vi sia stato un cedimento nella idea e nella cultura liturgica”. ...

... In che cosa si è concretato questo cedimento?:

“ direi principalmente nello smarrimento o per lo meno nel ridimensionamento del senso del sacro nella liturgia”.

Che cosa intende dire per senso del sacro?:

“ non voglio, tanto meno è mia intenzione polemizzare con la messa post conciliare. Ma per responsabilità di interpreti sin troppo zelanti, quindi non per colpa del Vaticano II, si è ritenuto,erroneamente, che ogni abuso,ogni libertà nel nome della libertà e quindi della creatività liturgica, fosse ammissibile e tollerabile. Insomma, si è pensato che la messa avesse smarrito il tradizionale senso di mistero, dono e sacrificio,per trasformarsi in una commemorazione il più delle volte festaiola, con il sacerdote a farla da protagonista”.

Che ruolo ha il sacerdote?:

“ di colui che media tra Cristo e i fedeli, egli parla nella persona di Cristo. Dunque mi sembra del tutto chiaro che nessun sacerdote ha la facoltà di inventare nulla, la liturgia appartiene alla Chiesa, mai al singolo prete che non ha il diritto di convertire l’altare in un luogo di spettacolo. Insomma ,la messa non è affatto uno spettacolo”.

Il tema della secolarizzazione inevitabilmente ci porta anche all’eccessivo potere dei laici nella messa moderna. Spesso i laici svolgono attività  e compiti che appartengono esclusivamente al ministero sacerdotale:

 “ è così, ho accennato anche a questo anche se non è il piatto forte del mio libro. Ma quello che lei dice risponde al vero. Dopo il Vaticano II, per un malinteso senso di collegialità e di modernità, si è creduto che i laici potessero fare quello che volevano. Ed è sbagliato,perché anche in questo modo si lede la idea della sacralità della messa”.

Anche don Nicola Bux, in un suo interessante saggio, ha parlato della urgenza di recuperare il senso del sacro nella liturgia,condivide?:

“ ovviamente condivido e sottoscrivo,poi Bux non scrive mai banalità, ma concetti molto elevati ed interessanti. In ogni caso,la prospettiva del mio libro differisce leggermente da quella di Nicola Bux”.

In che senso?:

“ Bux da quel grande teologo e liturgista che è, parla della necessità di una riforma della riforma anche nel rito ordinario, nel messale nuovo. Anche se dedica, senza dubbio, molto spazio al concetto del sacro. E afferma anche lui che questo concetto oggi è caduto un poco in disgrazia. Ma sostanzialmente il lavoro di Bux è volto ad auspicare quella ormai famosa riforma della riforma. Da questo punto di vista un lavoro impegnativo ed anche molto coraggioso”.

Invece lei che cosa si propone?:

 “ in piena comunione con il Papa, quindi in una logica di piena e filiale unità con il Successore di Pietro, auspico con assoluta energia, una riabilitazione della messa tradizionale, quella gregoriana che ha il medesimo diritto di cittadinanza della messa post conciliare. Insomma, occorre ridare spazio alla messa antica, che fa parte delle nostre radici nella fede”.

In un recente convegno,suscitando qualche mal di pancia, Monsignor Camille Perl, disse molto chiaramente che alcuni Vescovi in Italia,ma non solo, remano contro il Motu Proprio:

“  il testo è molto chiaro. I parroci ,quando esistono fedeli che chiedono la messa antica, hanno il dovere di farla celebrare e i Vescovi vigilino su ogni tipo di abuso. Auspico che i Vescovi collaborino attivamente e con filiale obbedienza, all’attuazione del Motu Proprio che è un provvedimento del Papa al quale è dovuta assoluta  docilità”.

Che cosa si aspetta da questo libro?:

“ che aiuti a comprendere il valore della messa antica facilitandone la diffusione”.

Bruno Volpe


[SM=g1740733]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/2/2009 10:57 AM
 
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"La liturgia della chiesa nell’epoca della secolarizzazione" di Roberto de Mattei

77 pp., Solfanelli, 7 euro

di Daniele Raineri

L’argomento del pamphlet è di quelli densi: “La liturgia della chiesa nell’epoca della secolarizzazione”.

Sotto c’è un problema che, raccontato in breve, è questo: la chiesa si è lasciata turbare da un’ansia illusoria di rinnovamento e ha modificato la propria liturgia.
Ma il gioco non è valso la candela di cera.

Ha abbandonato l’eterno per incontrare il proprio tempo, ha deviato dalla tradizione per abbracciare la società del progressismo: e dopo, con orrore, che cosa ha scoperto? Che il suo è stato l’abbraccio catastrofico con un’età postmoderna già imputridita all’interno e che all’esterno porta segni sempre più evidenti di fallimento.
Ora rimediare non sarà facile.

La chiesa si è allontanata dalle proprie premesse più salde, si è in parte tramutata in una versione light di se stessa per dimostrarsi non-passatista e ha indebolito il suo messaggio più autentico e attraente.

Lo prova la crisi delle vocazioni religiose con tutta la forza dei fatti: la Riforma del Concilio non l’ha risolta, ma anzi l’ha decisamente aggravata. Per citare Joseph Ratzinger: “Quello che sapevamo solo teoreticamente è diventato per noi esperienza concreta: la chiesa sussiste e cade con la liturgia”.

Nella storia recentissima della chiesa c’è stato quindi un Prima, quando ancora questa crisi poteva essere evitata. Ma a noi tocca vivere nel Dopo: nel tempo presente, quando ormai la crisi deve essere affrontata. Roberto de Mattei – “sono uno storico, un cattolico laico che vive però con partecipazione i problemi della chiesa” – propone allora il ritorno alla tradizione come antidoto all’idea, filtrata all’interno della chiesa, che la secolarizzazione è comunque un processo storico irreversibile, e quindi, poiché irreversibile, anche “vero”.

E avanza un progetto di risacralizzazione della società: dove “l’esperienza di sacro” di cui la società ha disperatamente bisogno si raggiunge attraverso il sacrificio e lo spirito di penitenza.

“Al principio dell’edonismo e dell’autocelebrazione dell’Io che costituisce il nucleo del processo rivoluzionario plurisecolare che aggredisce la nostra società – scrive De Mattei – bisogna contrapporre il principio vissuto del sacrificio”.
Il capitolo iniziale sull’abbandono del latino durante la liturgia, argomento di una delle tre conferenze da cui è tratto questo pamphlet, è il manifesto convincente del Grande equivoco. Credevamo di essere moderni e anche di farvi un favore, abbiamo invece sperperato il nostro tesoro comune.

Il latino non è stato abolito dal Concilio – come si crede grossolanamente – ma non è più usato, anche se una costituzione apostolica del 1962, la Veterum Sapientia, raccomanda il contrario con precise disposizioni.
Eppure il latino era per sua natura la lingua della chiesa, perché possiede tutte le caratteristiche che servono.

E’ lingua universale, che supera i confini delle nazioni.
Si può ribattere che non è più in uso – ma per De Mattei si tratterebbe di un’obiezione povera. Una lingua non muore quando non è parlata, ma quando svanisce dalla cultura e dalla memoria di un popolo. Altrimenti, e per assurdo, dovremmo chiamare lingue morte anche l’ebraico, risorto nel Ventesimo secolo con il sionismo, e l’arabo classico, che oggi è parlato soltanto in alcuni contesti formali.

Il latino è una lingua stabile dal punto di vista lessicale e grammaticale, quindi è anche un vettore solido, capace di sfidare il passare dei secoli e di conservare l’integrità e l’immutabilità della dottrina cattolica. Il latino è infine lingua sacra: la lingua della liturgia tra l’assemblea e Dio.

E non importa afferrarne tutte le parole: la liturgia non è orizzontale, non lega i fedeli tra loro, ma è verticale, è diretta verso Dio. Come dice al linguista Beccaria la vecchietta alzando il dito verso il cielo, l’importante è che capisca lui.

 Il Foglio, 30 aprile 2009 consultabile online
ANCHE QUI.


**************************************

Qualche giorno fa leggevo un commento sempre sulla Liturgia "Cuore e motore della Chiesa" che sottolineava le stesse linee guida in questo articolo brillantemente tracciate...

Le riflessioni che leggevo sottolineavano quanto segue che riporto a memoria:

"...è vero abbiamo avuto, come Chiesa, sempre da combattere i falsi maestri, l'eresia ariana sfiancò la Chiesa, tutti avevano abiurato perfino il Papa, si pensava che tutto il mondo dovesse diventare ormai ariano, questa eresia si trascinò per circa 300-400 anni; così l'eresia Protestante in voga anch'essa da 400-500 anni ma non ha vinto, non ha sostituito la Chiesa come credevano i suoi fondatori, ma la zizzania oramai è entrata nella Chiesa e miete le sue vittime.

Ogni qualvolta si va a toccare il Fondamento Cristo e la Sacra Liturgia, non abbiamo "nuove eresie" ma sono i due capisaldi dell'eresia ariana e protestante che ritornano a cicli con nuove idee.
L'unica aggravante di questo periodo che stiamo vivendo è che tali eresie si sono fatte più subdole e sono più mascherate, Satana si è fatto più furbo ed è andato a minare le colonne portanti della Chiesa, convincendo nell'errore non pochi vescovi e sacerdoti proprio come avvenne per l'eresia ariana e per il protestantesimo.

Le colonne portanti della Chiesa:
- Divinità di Gesù Cristo e Capo della Chiesa;
- Liturgia, Eucarestia e i Sacramenti;
non avevano mai subito una infiltrazione devastante come oggi poichè tali eresie si presentano a noi oggi non tanto come proclami dottrinali, ma ancor peggio come uno stato normale del moderno pensiero cattolico attraverso la semplificazione del linguaggio..."


C'è da meditare...[SM=g1740733]


[SM=g1740739]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/15/2010 6:22 PM
 
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Un'approfondita critica di Introvigne a de Mattei (dal Blog Messainlatino)

Dopo la breve recensione negativa di Introvigne apparsa sull'Avvenire, dedicata al saggio sul Concilio Vaticano II di de Mattei; dopo aver pubblicato (e continueremo a farlo) altri interventi, favorevoli o contrari, apparsi su varie testate nazionali - segno di quanto l'opera sia dirompente - è la volta oggi di tornare ad Introvigne per presentare un suo più approfondito commento sul tema. In questi giorni ho avuto serrati ed istruttivi scambi e-mail con i due principali attori della vicenda, de Mattei ed Introvigne, e resto pienamente persuaso delle ottime ragioni del primo. Ma la recensione che riportiamo qui in astratto, anche se esagera nel ravvisare in de Mattei una posizione troppo severa verso i Papi e il Concilio, visto che il volume appare molto meno manicheo di come lo dipinge Introvigne,  merita comunque attenta lettura perché vi sono spunti e passaggi che sollecitano riflessione.
Enrico


Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta dello storico Roberto de Mattei (Lindau, Torino 2010) si presenta, già dal titolo e dalla mole (632 pagine), come un libro molto ambizioso, d’interesse anche per i sociologi della religione oltre che per gli storici e per chi s’interessa in genere alle vicende della Chiesa Cattolica. Si tratta però di vedere se mantiene quello che promette. Dopo una Introduzione che, nella sostanza, anticipa le conclusioni, il primo capitolo (pp. 31-106) presenta un ampio quadro della Chiesa nell’età del venerabile Pio XII (1939-1958).

La tesi è che le cose andassero male già all’epoca del venerabile Pio XII, e che un «neomodernismo» continuasse a esistere – anche perché l’associazione segreta dei modernisti denunciata da san Pio X non si era mai sciolta – attraverso il movimento biblico, il movimento liturgico, la nouvelle théologie e il movimento ecumenico. L’idea – sostenuta anche, nel libro, attraverso le testimonianze di chi denunciò il neomodernismo già sotto il pontificato del venerabile Pio XII, tra cui il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) – non è nuova. Del resto, i problemi emersi al Concilio Ecumenico Vaticano II dovevano esistere già da prima, ed è impensabile che siano tutti nati nel breve lasso di tempo intercorso fra la morte di Papa Pacelli (1958) e l’inizio dell’assise romana (1962). Nel libro di de Mattei c’è però qualcosa di nuovo. Si tratta dell’affermazione secondo cui qualcosa che non andava c’era non solo fra gli oppositori del venerabile Pio XII, ma nello stesso Magistero e negli atti di governo di Papa Pacelli. Due aspetti attirano particolarmente l’attenzione dell’autore: l’influenza del movimento biblico sull’enciclica Divino afflante Spiritu del 1943, e quella del movimento liturgico sulla nuova traduzione dei Salmi e sulla riforma della liturgia della Settimana Santa, permeate «da un misto di razionalismo e archeologismo dai contorni a volte fantasiosi» (p. 62). Fu del resto lo stesso venerabile Pio XII a nominare segretario della sua Commissione per la riforma liturgica il sacerdote lazzarista Annibale Bugnini (1912-1982), in seguito principale artefice della riforma del servo di Dio Paolo VI.

La Divino afflante Spiritu è presentata da de Mattei, che la contrappone sfavorevolmente all’enciclica Providentissimus Deus (1893) di Leone XIII (1878-1903), di cui pure quel testo celebrava il cinquantenario, come «l’abbandono dell’esegesi patristica, teologica e spirituale, in nome di una esegesi storico-letteraria puramente scientifica e razionale» (p. 52). «Non a torto, i progressisti videro un successo nel documento di Pio XII» (p. 53), il quale fu presentato come «approvazione del metodo storico-critico» (ibid.), che per de Mattei è una componente centrale del modernismo e del neomodernismo. La questione è di non piccolo rilievo per tutto il libro, che si occupa spesso di esegesi biblica e della Costituzione dogmatica Dei Verbum (1965) del Concilio Ecumenico Vaticano II, che lo stesso Benedetto XVI ricollega all’enciclica Divino afflante Spiritu come al suo antecedente più immediato.
[..]
Più in generale, desta qualche perplessità nell’opera di de Mattei la liquidazione come sempre e solo neomodernisti dei movimenti biblico, teologico, liturgico ed ecumenico dell’epoca del venerabile Pio XII. Il lettore ha l’impressione di trovarsi di fronte a modernisti che hanno inventato maliziosamente problemi che non c’erano per sovvertire la Chiesa. Ma secondo Benedetto XVI non è così. Tra gli esponenti del movimento liturgico de Mattei cita, giustamente, don Romano Guardini (1885-1968).
[..]
Questo problema si ripresenta in tutto il volume. L’idea di fondo è che tutto quanto nella Chiesa si apre alle istanze della modernità sia ipso facto modernista. Sulla scia di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione [..] di Corrêa de Oliveira, l’autore condanna ogni spunto che sembri nuovo e diverso rispetto al Magistero dell’età del beato Pio IX (1846-1878) come cedimento alla sequenza rivoluzionaria che va dalla rottura protestante al 1968 passando per la Rivoluzione francese e il comunismo. Anche condividendo – e personalmente la condivido – la descrizione del processo rivoluzionario che de Mattei mutua da Corrêa de Oliveira, per valutare le scelte del Magistero del XX secolo non va mai dimenticato il momento esigenziale che sta alla base di ogni passaggio della Rivoluzione.
Nel discorso del 2006 a Ratisbona (Discorso ai rappresentanti della scienza nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg [Ratisbona], del 12-9-2006) e nell’enciclica Spe salvi del 2007 Benedetto XVI propone un giudizio sui momenti centrali della modernità: Martin Lutero (1483-1546), l’Illuminismo, le ideologie del XX secolo. In ciascuno di questi momenti distingue un aspetto esigenziale, dove c’è qualche cosa di condivisibile – la reazione al razionalismo rinascimentale per Lutero, la critica del fideismo e la rivalutazione della ragione nell’Illuminismo, il desiderio di affrontare i problemi e le ingiustizie causate dalle trascrizioni sociali e politiche dell’Illuminismo per le ideologie novecentesche – e un esito finale catastrofico dove, ogni volta, si butta via il bambino con l’acqua sporca e si propongono rimedi peggiori dei mali che si dichiara di voler curare.

Così Lutero insieme al razionalismo butta via la ragione, smantellando la sintesi di fede e di ragione che aveva dato vita alla cristianità medievale. L’Illuminismo per rivalutare la ragione la separa radicalmente dalla fede, diventa laicismo e finisce per compromettere l’integrità stessa di quella ragione che voleva salvare. Le ideologie del Novecento criticando l’idea astratta di libertà dell’Illuminismo finiscono per mettere in discussione l’essenza stessa della libertà, trasformandosi in macchine sanguinarie di tirannia e di oppressione. Nella modernità, dunque, a esigenze o istanze dove non tutto è sbagliato corrispondono esiti o risposte che partono da gravi errori e si risolvono in drammatici orrori.
[..]
Benedetto XVI invita dunque a distinguere nella modernità le domande in parte giuste e le risposte sbagliate, i veri problemi e le false soluzioni, le "istanze", di cui la Chiesa si è fatta carico nella loro parte migliore – ma superandole –, e gli «errori e vicoli senza uscita»in cui la linea prevalente della modernità ha fatto precipitare queste istanze, ultimamente travolgendo e negando quanto nel loro originario momento esigenziale potevano avere di ragionevole. Questo implica – come si vede, con un preciso giudizio sul Concilio – che ignorare le domande, fingendo che non ci fossero, sarebbe stato non meno pericoloso che offrire risposte sbagliate.
[..]
Le lobby progressiste e le loro riunioni influenzarono o addirittura decisero, secondo de Mattei, anche i conclavi che elessero il beato Giovanni XXIII e il servo di Dio Paolo VI. Certo, l’autore ammette che quando si elegge un nuovo Papa «Cristo ha promesso alla Chiesa di assisterla nella scelta, in modo particolare, con lo Spirito Santo, che illumina e santifica con la sua Grazia. Come ogni grazia, quella dovuta all’intervento straordinario dello Spirito Santo presuppone però una piena disponibilità e corrispondenza umana. A questa corrispondenza si possono opporre gli affetti e gli interessi umani degli uomini di Chiesa riuniti in conclave» (p. 109). Formalmente corretta, l’affermazione rischia di ridurre a ben poca cosa la garanzia offerta rispetto al conclave dall’assistenza dello Spirito Santo, dal momento che – a meno di far riunire nella Cappella Sistina degli angeli – è difficile immaginare la totale scomparsa degli «affetti e interessi umani», e di politica e di lobby si è parlato più o meno per tutti i conclavi della storia. Se l’assistenza dello Spirito Santo ha un senso, si deve ritenere che questa non venga meno nonostante l’andamento «politico» di una riunione elettiva che, entro certi limiti, è normale.

Oltre a ricostruire l’azione delle lobby, de Mattei propone per ogni sessione e per ognuno dei documenti più importanti una dettagliata cronaca del dibattito nell’aula conciliare, talora serrato e organizzato dalla parte progressista con manovre ai limiti del lecito. La mole della documentazione è notevole, ma non si tratta – come afferma il titolo dell’opera – di «una storia mai scritta». L’essenziale si trova nel piccolo libro di padre Ralph Wiltgen S.V.D. (1921-2007) The Rhine Flows into the Tiber. The Unknown Council (Hawthorn Books, New York 1967) – di cui de Mattei sottolinea giustamente l’importanza – e nella monumentale Storia del Concilio Vaticano II (Peeters - il Mulino, Bologna 1995-2001), diretta da Giuseppe Alberigo (1926-2007) e che esprime il punto di vista della «scuola di Bologna». Le conclusioni di de Mattei, alla fine, non sono troppo diverse da quelle di Alberigo: ci fu uno scontro fra conservatori e progressisti, i conservatori persero e i progressisti vinsero. Benché non fossero maggioritari, vinsero perché riuscirono a dominare i dubbiosi e gli incerti e perché furono appoggiati dai Papi: non solo dal beato Giovanni XXIII ma anche dal servo di Dio Paolo VI il quale, secondo de Mattei, giocò, da abile politico qual era, la carta dell’obbedienza al Papa e di una presunta moderazione per ottenere la quasi unanimità dei consensi.
[..]
È interessante notare che, scavando con pale diverse nel ricchissimo giacimento degli Acta Synodalia, si arriva a risultati opposti. Mentre de Mattei da interventi di padri sia ultra-progressisti sia conservatori ricava la conclusione che la Dignitatis humanae proclama, in contrasto con tutto il Magistero precedente, un diritto all’errore, la Congregazione per la Dottrina della Fede insiste sulla risposta della Commissione ai secondi modi generali, dove si legge che nella dichiarazione «da nessuna parte si afferma né è lecito affermare (si tratta di cosa evidente) che c’è un diritto di diffondere l’errore. Se poi le persone diffondono l’errore, non è l’esercizio di un diritto, ma il suo abuso» (lettera Liberté religieuse del 9-3-1987, p. 9). Lo stesso vale per la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione Dei Verbum, dove l’analisi di de Mattei riprende i temi cui abbiamo fatto cenno a proposito dell’enciclica del venerabile Pio XII Divino afflante Spiritu. Una lettura della Dei Verbum che ne rivendica la piena continuità con il Magistero precedente è contenuta ora nella citata esortazione apostolica Verbum Domini di Benedetto XVI, che la definisce «pietra miliare nel cammino ecclesiale» (Verbum Domini, n. 3), insistendo sui «grandi benefici apportati da questo documento» (ibid.).

Rispetto all’enorme lavoro di documentazione sulle discussioni nell’aula conciliare, il capitolo finale, sul pontificato del servo di Dio Paolo VI dopo il Concilio (pp. 527-590), appare più scarno. Si spinge – descrivendo quegli anni d’indubbia crisi – anche oltre la data della morte di Papa Montini, segnalando alcuni documenti interpretativi di testi conciliari, peraltro con qualche curiosa omissione. Così, a proposito dell’affermazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 8, secondo cui l’unica Chiesa di Cristo «sussiste nella [subsistit in] Chiesa Cattolica», de Mattei menziona la dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus, del 6 agosto 2000 (cfr. p. 445), ma omette ogni riferimento alla Risposta a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa, della stessa Congregazione, del 29 giugno 2007, che pure tratta approfonditamente la questione del subsistit. È possibile che de Mattei sia influenzato qui dalle critiche a tale Risposta contenute in un testo che loda ripetutamente (cfr. per es. p. 14), del teologo mons. Brunero Gherardini Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana, Frigento [Avellino] 2009), di cui condivide le tesi di fondo.
[..]
Tutta l’opera di de Mattei mira a provare una tesi fondamentale, di natura non solo storica ma anche sociologica: che l’evento conciliare, proprio in quanto evento globale, è un tutto che comprende – senza che sia possibile separarli – le discussioni in aula, l’azione delle lobby, la presentazione ai media durante e dopo il Concilio, le conseguenze e i documenti. Se è così, separare i documenti dall’evento e dalle conseguenze del Concilio – cioè da quel postconcilio dove ha prevalso l’ermeneutica della discontinuità e della rottura – è insieme illegittimo e impossibile. I documenti fanno parte dell’evento e fuori dell’evento perdono il loro significato.

Questo, come accennato, per l’autore è il limite del programma di un’ermeneutica della continuità attribuito a Benedetto XVI. Per chi sostiene questa ermeneutica, scrive de Mattei, «la rimozione storica dell’“evento” conciliare è necessaria per separare il Concilio dal post-Concilio e isolare quest’ultimo come una patologia sviluppatasi su di un corpo sano» (p. 23). Ma questa operazione non è legittima se «il Concilio Vaticano II fu, infatti, un evento che non si concluse con la sua solenne sessione finale, ma si saldò con la sua applicazione e ricezione storica. Qualcosa accadde dopo il Concilio come conseguenza coerente di esso. In questo senso non si può dar torto ad Alberigo» (ibid.). Tutto il libro combatte quella che l’autore chiama «un’artificiale dicotomia tra i testi e l’evento» (ibid.) e cerca di «mostrare l’impossibilità di separare la dottrina dai fatti che la generano» (ibid.).
[..]
In realtà, i documenti possono sempre essere separati dalle discussioni che li hanno preceduti. Nessun giurista penserebbe di opporre a una legge gli interventi nell’aula del Parlamento che l’ha votata di chi si è espresso a favore o contro il suo testo. I lavori preparatori possono essere un punto di riferimento interpretativo, ma non prevalgono mai sul testo della legge. La sociologia non è l’unica scienza di cui servirsi per leggere il Concilio, e comunque non afferma affatto che sia impossibile la distinzione logica fra un testo e il suo contesto. Se il testo fosse assorbito e fagocitato dal contesto, il che applicando il metodo del libro potrebbe essere affermato di qualunque documento, perderebbe il suo specifico significato e ci troveremmo in una sorta di strutturalismo dove ogni affermazione è smontata e decostruita in un gioco di riferimenti perpetuo dove nulla ha più autorità. La storia serve a spiegare i documenti. Non serve più se li fa a pezzi.
[..]
Cercare di squalificare il testo magisteriale riferendosi alle discussioni precedenti alla sua approvazione significa cadere nello stesso errore metodologico che si rimprovera a quegli esegeti per cui gli elementi storici e il contesto prevalgono sul senso teologico del testo.

En passant, perde di significato anche una questione che – se non al grande pubblico – interessa ai cultori, fra cui si annoverano de Mattei e chi scrive, del pensiero di Corrêa de Oliveira. Questi in una parte aggiunta nel 1977 a Rivoluzione e Contro-Rivoluzione scriveva, con particolare riferimento all’omissione di una esplicita condanna del comunismo nei testi conciliari, che «l’evidenza dei fatti indica, in questo senso, il Concilio Vaticano II come una delle maggiori calamità, se non la maggiore, della storia della Chiesa» (ibid., pp. 168-169).

[..] non posso che ribadire qui quanto affermavo in Una battaglia nella notte: «Si può forse sgomberare il campo da qualche polemica inutile, dichiarando subito e senza riserve che, se la pagina di Corrêa de Oliveira che abbiamo citato [sul Concilio] implicasse un incitamento ai fedeli cattolici perché rifiutino globalmente l’insegnamento del Concilio quale si esprime nei suoi testi e documenti – in quanto appunto “non realmente pastorale” e “calamità” storica per la Chiesa –, allora questa pagina non potrebbe essere accettata e fatta propria in coscienza da nessun cattolico cui sia cara la sua fede. Il cattolico che cavillasse e iniziasse a distinguere fra Concilio dogmatico e pastorale, fra magistero infallibile e magistero non infallibile si porrebbe nella stessa posizione dei dissidenti “progressisti” le cui posizioni abbiamo discusso a partire dal rifiuto dell’enciclica Humanae vitae» (ibid., pp. 122-123). Credo, in coscienza, che il pensiero di Corrêa de Oliveira sul Concilio sia caratterizzato da maggiori sfumature rispetto alla presentazione di de Mattei. Ma in ogni caso nessun autore, per quanto grande e caro, può costituire il metro per giudicare il Magistero della Chiesa: al contrario, è sulla base del Magistero che il suo pensiero va giudicato e se del caso corretto.

Qui sta, ultimamente, il punto. De Mattei ritiene che i documenti del Concilio – cui dedica, per la verità, uno spazio minore, che rimane al di sotto di una vera e propria analisi, proprio perché a suo avviso stanno tutti dentro l’evento da cui non sono separabili – siano «incompatibil con la piena ortodossia». Durante il Concilio, i padri del Coetus sbagliarono perché alla fine si arresero sempre agli interventi – nel caso del servo di Dio Paolo VI, secondo de Mattei, consapevolmente e sottilmente manipolatori – dei Pontefici. Sbagliarono perché rifiutarono di prendere seriamente in esame «l’ipotesi di un Papa che sul piano dottrinale potesse errare e cadere nell’ambiguità, e persino nell’eresia» (p. 517), su cui l’autore rimanda a studi del brasiliano Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira. C’è da chiedersi, però, se si sia riflettuto appieno sulle conseguenze ecclesiologiche: a quasi cinquant’anni dal Concilio, non ci troviamo più di fronte a un episodio isolato di un ipotetico singolo errore pontificio di cui storici e teologi discutono per casi del passato, ma a cinque Pontefici – dal beato Giovanni XXIII a Benedetto XVI – che si sono presentati come «Papi del Concilio» e ne hanno propagandato, diffuso e difeso i documenti.

A questa obiezione de Mattei risponde, in modo per la verità non nuovo e citando il volume di mons. Gherardini, che il Concilio si volle pastorale e non dogmatico, non è infallibile ed «è lecito riconoscergli un’indole dogmatica solamente là dove esso ripropone come verità di fede dogmi definiti in precedenti concili» (p. 15). Lo stesso servo di Dio Paolo VI ebbe a definire il Concilio come non dogmatico, e queste dichiarazioni secondo de Mattei «mettono fine a tutti i dubbi che potessero sussistere a questo proposito» (p. 16) perché è stato Papa Montini a promulgare i documenti conciliari e «un Concilio ha solo l’autorità che il Papa gli vuole attribuire» (ibid.).
[..]
De Mattei afferma che questa sarebbe la posizione dello stesso servo di Dio Paolo VI, e così sarebbe chiusa ogni discussione. Ma in verità Papa Montini non solo non ha insegnato, ma ha esplicitamente condannato la posizione secondo cui, non essendo dogmatico né avendo proposto definizioni infallibili, il Concilio potrebbe essere rifiutato. «Vi è chi si domanda – spiegava il servo di Dio Paolo VI – quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti» (Udienza generale del mercoledì, del 12-1-1966). [..]

Per leggere la versione integrale dello scritto di Introvigne, vedete sul sito del Cesnur.


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In foto Mons. Lefebvre con Introvigne (a sinistra) e De Mattei (dietro a destra).


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alcuni commenti dal Blog che potrete raggiungere dal link del titolo dell'argomento

un "ospite" evidentemente sacerdote:
La Redazione del blog fa sempre bene a tenerci informati sulle opinioni, diverse o favorevoli, riguardo al libro di De Mattei. Sono passati tanti anni dalla chiusura del Concilio Vaticano II, Concilio che ho vissuto, evento in cui mi sono trovato. Malgrado la mia età, ne ho ancora un ricordo vivissimo, tuttavia sono tra coloro che non ebbero accesso alle diverse Commissioni, le quali, si sa, misero mano ai testi definitivi di ciò che si andava discutendo nell'aula conciliare. Che vi devo dire? L'entusiasmo iniziale fu progressivamente smorzato e ci rendemmo conto che il Concilio stava prendendo una svolta non programmata e manco sognata. Provammo sulla nostra pelle, specialmente noi religiosi, ciò che era alla fine diventato il Concilio. Cominciarono ad arrivare lettere da Roma, lettere firmate e con vincolo di obbedienza immediata, e arrivavano ai nostri monasteri o ai superiori generali degli Ordini mendicanti: ci esortavano al cambiamento, adeguamento, specialmente liturgico, senza ma e se. Ho visto antichi Ordini monastici, con un rito proprio da sempre riconosciuto dalla Chiesa, cedere alle pressioni romane, cedere e seguire il rito romano rinnovato. Forse a Roma si erano scordati che alcuni Ordini avevano un proprio rito, ma sta di fatto che entrammo tutti in quel vortice riformatore, bisognava fare in fretta e aderire prontamente. Nell'arco di 5 anni ho visto i nostri monasteri ridursi di membri, il noviziato svuotarsi e col tempo molte nostre case sono state chiuse, destinate ad una morte lenta e dolorosa. In tutti questi dibattiti sul Concilio non emerge questa nostra realtà, realtà di tanti anni fa, realtà che ci diede la netta impressione che si voleva far piazza pulita di tutto. Quanto a Pio XII egli fu un santo Pontefice, ma non so fino a quanto la sua intelligenza e lungimiranza resistette alle idee del Cardinale Bea, specialmente in materia di studi biblici. Si dice da più parti di leggere e studiare i testi del Concilio e interpretarli alla luce della tradizione della Chiesa, sapete indicarmi la via migliore per fare questo studio, questa interpretazione proprio alla luce della tradizione della Chiesa? Finchè il Concilio viene imposto come novella Pentecoste della Chiesa, io preferisco leggermi il Vangelo. Abbiate pazienza. E comunque sempre cum Petro. Solo chi ha vissuto quegli anni può capire dove siamo andati a finire. E' ora di ricominciare a cucire tutte le ferite inflitte al Corpo di Cristo: la Sua Chiesa.

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Grazie per aver parlato  
Grazie per la toccante testimonianza vissuta sulla tua pelle (mi permetto di dare del tu ad un religioso certo più anziano di me ).  
Tutto ciò vale molto, ma molto di più delle disquisizioni bizantineggianti del prof. Introvigne.  
Penso sia stata dura per molti religiosi buoni assistere quasi impotenti allo smantellamento subdolo di quanto vi era di più sacro nel loro ordine religioso e che li aveva attratti quando avevano risposto alla vocazione.  
Il Prof. de Mattei con il suo ponderoso e documentato lavoro storico va lodato anche per la pacatezza con cui ha svelato il dramma della Chiesa in questo ultimo secolo.  
d. bernardo

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Molto assai più umilmente, ma per dovere di cronaca necessario...qualche anno fa, circa il 2004/2005 ciò che scrive oggi Introvigne citando  di Pio XII La Divino afflante Spiritu.... e a seguire soprattutto alcuni paragrafi delle osservazioni di Introvigne stesso nel testo riportato qui dalla Redazione, fu ottimamente discusso in passato da me e da un gruppetto di cattolici in un forum presunto cattolico... che mal digerì il fatto che si dicesse già all'epoca che la questione del neomodernismo trionfante non si formò con il Concilio, ma vide UN CERTO CONSENSO SOTTACIUTO già dai tempi di Pio XII...  
Fra il dispiacere di queste conferme, provo comunque PIACERE che finalmente se ne parli... e se nel 2004/2005 si veniva censurati da cattolici gretti e cultori dell'idolatria del Papa con il culto alla sua persona in quanto tale e non in quanto SOMMO PONTEFICE, che non si poteva neppure nominare.... ho piacere che Introvigne lo abbia sottolineato....dal momento che ho acquistato il libro, ma non l'ho ancora cominciato a leggere...  
ritengo dunque che ciò sia molto interessante e che comunque la si pensi, è un bene che i NODI VENGANO AL PETTINE...




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/16/2010 9:11 AM
 
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[SM=g1740733] continua da sopra:

De Mattei risponde alle critiche

Mentre si apre oggi a Roma il convegno sul Vaticano II organizzato dai Francescani dell'Immacolata, il prof. de Mattei, il cui recente saggio sarà presentato nel corso dei lavori, ci ha cortesemente inviato un suo articolo, apparso su Libero del 12 scorso e titolato: "La primavera mancata della Chiesa". Lo scritto è anche una diretta replica alle osservazioni critiche di Introvigne che abbiamo riportato ieri.


Sono passati quarantacinque anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, il ventunesimo nella storia della Chiesa, ma i problemi da esso sollevati sono ancora vivi e attuali. Un primo problema di cui si discute è quello del rapporto tra la “lettera” (i testi) e lo “spirito” del Concilio, rispettivamente contrapposti tra le due scuole della continuità e della discontinuità. Il confronto rischia però di ridursi a un dialogo tra sordi. I documenti promulgati dalle supreme autorità ecclesiastiche non hanno infatti, dal punto di vista teologico, il medesimo valore. Se Benedetto XVI esprime alcune opinioni in un’intervista, come è accaduto nel suo ultimo libro Luce del mondo, è evidente che esse vadano accolte con il massimo rispetto, perché chi parla è, comunque, il Vicario di Cristo. Ma è altrettanto evidente che tra un’intervista e la definizione di un dogma c’è una gradazione di autorità che non impegna, al medesimo livello, l’ossequio dei fedeli. Lo stesso può dirsi di un Concilio come il Vaticano II, che in quanto riunione solenne dei vescovi uniti al Papa, ha proposto insegnamenti autentici non certo privi di autorità. Ma solo chi ignora la teologia potrebbe attribuire un grado di “infallibilità” a questi insegnamenti.

Se un Concilio ha l’autorità che il Papa che lo convoca e lo dirige gli vuole attribuire, tutti i pronunciamenti di Giovanni XXIII e di Paolo VI, prima, durante e dopo il Vaticano II, ne sottolineano la dimensione non dogmatica, ma pastorale. Lo stesso intento pastorale e non definitorio gli attribuisce Benedetto XVI, la cui “ermeneutica della continuità” viene totalmente fraintesa da molti cattolici, sia progressisti che conservatori. L’affermazione secondo cui il Concilio II va inteso in continuità con il Magistero della Chiesa presuppone evidentemente l’esistenza nei documenti conciliari di passaggi dubbi o ambigui, che necessitano una interpretazione. Per Benedetto XVI il criterio di interpretazione del passaggio dubbio non può che essere la Tradizione della Chiesa, come egli stesso ha più volte ribadito. Se si ammettesse invece, come ritengono i seguaci del sito web “Viva il Concilio”, che il Vaticano II fosse il criterio ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire, paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere interpretato. Interpretare la Tradizione alla luce del Vaticano II, e non il contrario, sarebbe possibile solo se si accettasse la posizione di Alberigo, che attribuisce valore interpretativo non ai testi, ma allo “spirito” del Concilio. Tale non è però la posizione di Benedetto XVI, che critica l’ermeneutica della discontinuità, proprio per il primato che essa attribuisce allo spirito sui testi. Mons. Gherardini, nel suo volume Concilio Vaticano II. Un discorso da fare (2009) ha bene sviluppato il giusto criterio dell’ermeneutica teologica. O si ritiene, come Gherardini, che le dottrine del Concilio non riconducibili a precedenti definizioni, non sono né infallibili né irreformabili e dunque nemmeno vincolanti, oppure si assegna al Concilio un’autorità tale da oscurare le altre venti precedenti assisi della Chiesa, abrogandole o sostituendole tutte. Su quest’ultimo punto sembra non esserci differenza tra gli storici della scuola di Bologna e sociologi come Massimo Introvigne che sembrano attribuire valore di infallibilità al Vaticano II.

C’è però un secondo problema che va al di là della discussione sulla continuità/discontinuità dei testi conciliari e non investe il campo teologico, ma quello storico. È il tema a cui ho voluto dare un contributo nel mio recente volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, pubblicato dall’Editore Lindau. Ciò che mi propongo nel volume non è una lettura teologica dei testi, nel senso di valutare una loro continuità o discontinuità con la Tradizione della Chiesa, ma una ricostruzione storica di quanto avvenne a Roma tra l’11 ottobre 1962 e l’8 dicembre 1965. Si tratta di un lavoro complementare a quello teologico e che non dovrebbe preoccupare nessuno. Non si comprendono infatti le reazioni allarmate di chi teme che questa storia possa portare acqua al mulino della ermeneutica della discontinuità. Bisognerebbe allora rinunziare a scrivere la storia del Concilio Vaticano II? O lasciare che a scriverla sia solo la scuola di Bologna, che ha offerto contributi scientificamente pregevoli, ma ideologicamente tendenziosi? E se elementi di discontinuità dovessero emergere, sul piano storico, perché temere di portarli alla luce? Come negare una discontinuità, se non nei contenuti, nel nuovo linguaggio del Concilio Vaticano II? Un linguaggio fatto non solo di parole, ma anche di silenzi, di gesti e di omissioni, che possono rivelare le tendenze profonde di un evento più ancora del contenuto di un discorso. La storia dell’inspiegabile silenzio sul comunismo da parte di un Concilio che avrebbe dovuto occuparsi dei fatti del mondo non può essere, ad esempio, ignorata.

Lo storico che si accinge a questo compito non può isolare i testi del Vaticano II dal contesto storico in cui furono prodotti, perché è proprio del contesto, e non dei testi, che in quanto storico si occupa. Allo stesso modo il Concilio Vaticano II non può essere presentato come un evento che nasce e muore nello spazio di tre anni senza considerarne le profonde radici e le altrettanto profonde conseguenze che esso ebbe nella Chiesa e nella società.

La pretesa di separare il Concilio dal post-Concilio è altrettanto insostenibile di quella di separare i testi conciliari dal contesto pastorale in cui furono prodotti. Nessuno storico serio, ma neanche nessuna persona di buon senso potrebbe accettare questa artificiale separazione, che nasce da partito preso, più che da serena e oggettiva valutazione dei fatti. Ancora oggi viviamo le conseguenze della “Rivoluzione conciliare” che anticipò e accompagnò quella del Sessantotto. Perché nasconderlo? La Chiesa, come affermò Leone XIII, aprendo agli studiosi l’Archivio Segreto Vaticano, “non deve temere la verità”.


Roberto de Mattei


UNA PICCOLA GLOSSA. De Mattei osserva che certe posizioni (come quella di Introvigne, o della scuola di Bologna) "sembrano attribuire valore di infallibilità al Vaticano II". In effetti abbiamo letto ieri nell'articolo di Introvigne che "Il cattolico che cavillasse e iniziasse a distinguere fra Concilio dogmatico e pastorale, fra magistero infallibile e magistero non infallibile si porrebbe nella stessa posizione dei dissidenti “progressisti”". Ora, su questo tema, a mio avviso, Introvigne erra. Anche se, in realtà, non dice che l'insegnamento conciliare sia infallibile. Ma la cogenza che gli attribuisce, è la stessa.

Chiariamo il punto, non senza prima rinviare, per un approfondimento teologico ben più pregnante, ad un articolo dell'abbé Barthe. Qui, per far breve, ci limiteremo a citare il codice di diritto canonico, che ha il vantaggio della sintesi, e della cogenza, quel che spesso manca alle paginate dei teologi (scusate, qui affiora il revanscismo del giurista...). Ebbene: con il motu proprio Ad tuendam fidem del 1998, Giovanni Paolo II ha novellato il canone 750 c.j.c., distinguendo tra il Magistero espressamente dichiarato infallibile (§1: "Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell'unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria") ed il Magistero definitivo (§2: "Si devono pure fermamente accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente").

Orbene: nell'uno e nell'altro caso (Magistero infallibile e Magistero definitivo) il cattolico deve prestare un eguale assenso di fede a queste verità, pena l'eresia (come si legge nella nota esplicativa della Congregazione per la Dottrina della Fede: "non vi è differenza circa il carattere pieno e irrevocabile dell'assenso, dovuto ai rispettivi insegnamenti. La differenza si riferisce alla virtù soprannaturale della fede: nel caso delle verità del 1° comma l'assenso è fondato direttamente sulla fede nell'autorità della Parola di Dio (dottrine de fide credenda); nel caso delle verità del 2° comma, esso è fondato sulla fede nell'assistenza dello Spirito Santo al magistero e sulla dottrina cattolica dell'infallibilità del magistero (dottrine de fide tenenda)".

Per complicar le cose, tanto l'infallibilità quanto la definitività di un insegnamento posson derivare o da una pronuncia espressa del Magistero (che, appunto, definisce un dogma come infallibile, o una verità come definitiva: esempi di quest'ultimo tipo il divieto di sacerdozio femminile o l'invalidità delle ordinazioni anglicane), oppure - e qui viene il bello - infallibilità o definitività possono sussistere anche in assenza di una dichiarazione in tal senso, quando si tratta di dottrina  che, "appartenente al patrimonio del depositum fidei, è insegnata dal magistero ordinario e universale – che include necessariamente quello del Papa".

E appunto Introvigne, nell'istante in cui rifiuta la liceità stessa di discussioni critiche sui testi conciliari, appare ipso facto sostenere che si tratti di pronunce non tanto infallibili (ché lo stesso Concilio e il Papa han dichiarato di non voler coinvolgere l'infallibilità) ma quanto meno definitive. In effetti, buona parte degli insegnamenti del Concilio appare davvero definitiva, di quella definitività non dichiarata che deriva dal fatto di ripetere verità appartenenti da sempre al depositum fidei e insegnate semper, ubique et ab omnibus.

Ma non son quelli i passaggi del Concilio che dan problemi. Li danno quelli che appaiono in qualche modo difformi dagli insegnamenti anteriori. Una difformità che è già la prova in re ipsa che su quelle materie non può essersi formata alcuna definitività, per sua natura incompatibile con cambiamenti che non siano meri sviluppi logici ed approfondimenti. Sicché è giocoforza ammettere che sulla libertà religiosa, ad esempio, o sull'ecumenismo, né l'insegnamento del Concilio, né quello anteriore (visto che non è del tutto conforme a quello, egualmente autentico, del Concilio) sono verità da ritenere definitivamente.

Se dunque così è, l'assunto di Introvigne è errato poiché i testi conciliari controversi, non essendo né infallibili (come pacifico), né definitivi (perché in qualche misura innovativi rispetto al Magistero anteriore), non possono godere di quella adesione di fede che troppo affrettatamente Introvigne sembra pretendere.

All'evidenza, questi insegnamenti ricadono invece nella definizione del canone 752; eccola: "Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell'intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda". Religioso ossequio di intelletto e volontà: tali insegnamenti non si posson rigettare a cuor leggero e ancor meno si può insegnare tranquillamente il contrario. Ma è possibile non aderire, dopo matura ed informata riflessione, a tali dottrine. Tanto più che, in quest'ambito, occorre pure verificare l'autorità della fonte (ad esempio, tra i documenti conciliari non tutti hanno la stessa importanza) poiché tali insegnamenti "richiedono un grado di adesione differenziato, secondo la mente e la volontà manifestata, la quale si palesa specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore della espressione verbale".

Il Concilio, che si volle pastorale, e non dogmatico, contiene dunque molte parti - quelle più controverse - di valore contingente e non definitivo: la discussione in merito anche critica, seppur sempre col dovuto 'ossequio di intelletto e volontà', è dunque libera.

Enrico


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piccola riflessione:

Ringraziando Enrico per questi faticosi approfondimenti che affidiamo al Cuore Immacolato di Maria, seriamente, usando per bene il Rosario... e agli Angeli Custodi perchè la Gerarchia possa incontrarsi davvero con il "piccolo gregge".... faccio una osservazione perseguendo le sue stesse riflessioni...  
 
L'errore fondamentale resta e rimane quello del "Concilio  come super-dogma", o peggio, quello "spirito del Concilio" ripetutamente condannato dallo stesso Benedetto XVI e senza mezzi termini....  
il Concilio è UNO STRUMENTO, nel momento in cui tale strumento diventa una sorta di super dogma o uno spirito che piuttosto che rinnovare INVENTA UNA NUOVA CHIESA, non ci siamo più....  
 
Benedetto XVI al Clero di Bressanone riportò l'esempio di un padre della Chiesa al quale non piacevano i Concili e che non volle andare e non partecipò neppure a quello in cui fu proclamato il Dogma della Thetokos, ma non per questo egli era contrario alla Divina Maternità di Maria....  
la questione del CONCILIARISMO fu già un problema affrontato dalla Chiesa in passato, fu condannato poichè si voleva usare il Concilio quale "soggetto" superiore al Papa.... ed eravamo fra il XIV e il XV secolo, nel nostro tempo, 40 anni fa la situazione fu diversa perchè fu un Papa ad usare un Concilio come una sorta di, appunto, di CONCILIARISMO  verso il quale FU LA CHIESA stessa a doversi assoggettare.... insomma, un Concilio non più quale strumento in soccorso alla Chiesa, ma un Concilio CHE RINVENTAVA LA CHIESA....  
 
è per questo che NON si può dare la colpa al Concilio usandolo come CAPRO ESPIATORIO dei danni apportati, invece, DALLE MEMBRA DELLA CHIESA ACCECCATE DAL MODERNISMO E DAL VENTO DELLE NOVITA'....  
la colpa non è mai degli STRUMENTI, ma di chi li usa e di come li usa..... Wink  
 
Non è neppure da sottovalutare che Benedetto XVI in una Lettera ai vescovi senza precedenti abbia dovuto RICORDARE ai "DIFENSORI DEL CONCILIO" che accettare un Concilio significa accettare anche TUTTI GLI ALTRI LEGALMENTE AVVENUTI E PORSI IN UN CONTESTO DI CONTINUITA' CON ESSI....  
il problema e già con Paolo VI è che la definizione stessa della Chiesa e il ruolo di Pietro SONO STATI MODIFICATI.... ma questo cambiamento, ed ha ragione il prof. De Mattei, non comincia con il Concilio, ma molto prima....il Concilio fu solo L'OCCASIONE PER INFILTRARE DEI CAMBIAMENTI ILLEGITTIMI a cominciare dalla PROIBIZIONE della Messa antica.... perchè oramai è evidente che quella Messa FU VIETATA, DIVENNE PROIBITA, non si trattò semplicemente di una Riforma...  

Infine è cambiato IL LINGUAGGIO ECCLESIALE.... non parliamo più TUTTI la "medesima lingua", negarlo è da stolti!  
padre Tomas Tyn O.P. lo spiega benissimo in un suo memorabile convegno sul dopo-Concilio, muovendosi fra i primi a denunciare non solo le false interpretazioni date ai Documenti del Concilio, ma l'uso stesso, FALSO,  del Concilio e L'AMBIGUITA' DI UN LINGUAGGIO NUOVO CHE SI PRESTA A DIVERSE INTERPRETAZIONI.... senza dubbio, egli rammenta, che spetta al cattolico interpretare correttamente in chiave magisteriale ed ecclesiale ogni Documento, ma egli ne sottolinea la difficoltà a fronte DELL'ATTEGGIAMENTO DI MOLTI VESCOVI DIVENTATI INCAPACI NEL PORTARE AVANTI L'ORTODOSSIA DOTTRINALE.....  
 
Oggi ci attendiamo molto dal Pontefice! tuttavia è necessario esercitare moltissima pazienza poichè anche il Pontefice è diventato OSTAGGIO DI UNA SITUAZIONE che gli impedisce di agire come agivano in passato i suoi Predecessori.... inoltre ci sono dei cambiamenti che non sappiamo ancora bene fino a che punto SIANO STATI PERMESSI E VOLUTI DALLA PROVVIDENZA CHE DA UN MALE SA TRARRE UN BENE MAGGIORE....E PER I SUOI PROGETTI!!  

La situazione del mondo è DRAMMATICA!!! la legge sull'aborto che uccide ogni anno milioni di vite innocenti, non può farci pensare che l'unico problema sia il Concilio.... la crisi della FAMIGLIA e l'avanzare dei divorzi  fra i battezzati cattolici, si riversa inesorabilmente sulla Chiesa creando dei vuoti incolmabili e che non riguardano certamente il Concilio....  

Insomma, siamo in una situazione di NON RITORNO per quanto riguarda il futuro della nostra civiltà, perchè se non si elimina la legge che acconsente l'uccisione di vite innocenti, non ha futuro! Se dunque la Chiesa con questo Concilio, nel suo concetto di APERTURA cercherà strategie NUOVE per affrontare queste situazioni, ben vengano le iniziative, ma ciò che dovrà RITORNARE SALDA E DECISIVA dovrà essere LA DOTTRINA.... senza di questa continueremo a navigare nella confusione...  

Questo non significa, lo dico per chi legge, che si deve stare CONTRO il Papa, al contrario, STIAMO CON IL PAPA PER DAVVERO, come lo erano i Santi nei tempi difficili, come lo era Santa Caterina da Siena per la quale suggerisco un approfondito studio e rilettura... 
 
Perdonatemi il messaggio lungo, tanto mi assento per due giorni, così ho recuperato.... Laughing


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/20/2010 11:45 AM
 
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A proposito dell’ultimo libro del Prof. Roberto de Mattei

A proposito dell’ultimo libro del Prof. Roberto de Mattei

di don Alfredo M. Morselli

Essendo tra i fortunati che hanno potuto avere tra le mani l’ultimo libro del prof. Roberto de Mattei (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Torino: Lindau 2010), vorrei condividere con voi alcuni pensieri. Tratterò solo alcuni aspetti dell’opera, in ragione del poco spazio che un post di un blog può lecitamente occupare; nel contempo mi vorrei confrontare anche con le recensioni qui pubblicate.


1 - Il post-concilio comincia nel pre-concilio

Un primo aspetto positivo dell’opera del Prof. de Mattei: finalmente un’analisi della crisi post-conciliare che tiene conto del pre-concilio. Il marcio covava e c’era molto prima del Concilio stesso. Tanti pizzi e merletti nell’immediato dopo-guerra nascondevano magagne inimmaginabili. La grande crisi conciliare e post-conciliare (uso questi termini in senso cronologico) non ha costituito il focolaio primo dell’infezione neo-modernista, ma è stata un colpo di bisturi sull’ascesso: e ne è uscita materia purulenta che covava da anni.

Generazioni di modernisti hanno lavorato dalla morte di San Pio X fino ad oggi: cito una frase di Tyrrel, scritta dopo la Pascendi:

“Quando mi guardo intorno... sono condotto a pensare che… la resistenza modernista è al limite delle sue forze e ha dato tutto ciò che poteva dare per il momento. Bisogna attendere il giorno in cui, grazie a un lavoro occulto e segreto, noi avremo guadagnato una più ampia parte dell'armata della chiesa alla causa della libertà” [1]

In questo “lavoro occulto e segreto” è possibile vedere la radice di ciò che Mons. Pozzo individua come “l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso” [2].

Un primo insegnamento del libro del prof De Mattei è dunque che non dobbiamo semplicemente voler tornare “a prima del Concilio”, perché altrimenti risuccederebbe un altro post-concilio. C’è da proseguire l’opera profetica di San Pio X.

Devo dire però che, circa la analisi storica condotta dall’autore a riguardo della situazione prima del Vaticano II, meritano di essere prese in considerazione le osservazioni del prof. Massimo Introvigne:

“desta qualche perplessità … la liquidazione come sempre e solo neomodernisti dei movimenti biblico, teologico, liturgico ed ecumenico dell’epoca del venerabile Pio XII. Il lettore ha l’impressione di trovarsi di fronte a modernisti che hanno inventato maliziosamente problemi che non c’erano per sovvertire la Chiesa… Naturalmente, i movimenti di cui de Mattei fa l’inventario presentavano, accanto alle luci, ampie ombre. Ma non inventavano problemi: questi c’erano veramente, «là fuori», e la Chiesa non poteva esimersi dal dare risposte. Questo vale per la teologia, la liturgia, la Bibbia e anche per l’ecumenismo” [3].


2 - Impossibile separare il Concilio dal post-concilio?

Ancora una volta, assieme al prof. Introvigne, avrei qualche dubbio qualora si negasse la possibilità reale di separare il Concilio dalla sua recezione, o la propositio Ecclesiae dall'evento complessivo: un concilio in sé non può insegnare errori, specialmente se citato, come è accaduto nel caso del Vaticano II, moltissime volte - nei punti più hot - in tutte le encicliche e i più rilevanti discorsi pontifici.

Mettere in discussione il Concilio in sé come un evento tutt’uno, significa mettere in discussione quaranta anni di magistero ordinario, il Catechismo della Chiesa Cattolica, il nuovo Codice di diritto canonico. E anche ammesso e non concesso che i documenti stessi del Concilio non siano - pur in vario grado - vincolanti, in quanto il Concilio sarebbe pastorale e non dogmatico (tesi che non condivido), non riesco a capire come si possano conciliare le promesse del Salvatore (non praevalebunt) con un Concilio sinolo di testi e loro recezione, globalmente negativo.

Se un concilio fosse negativo di suo, e se non si potesse distinguere realmente (in re) il Vaticano II dalla sua recezione, sarebbe finita la Chiesa.

Vorrei rispondere così anche allo stimato prof. Corrado Gnerre, il quale ha affermato: i testi del Concilio sono davvero tutti nella continuità, oppure dobbiamo fare in modo che lo siano perché non può esserci rottura tra gli atti ufficiali del Magistero?” [4].

Rispondo: non siamo noi che facciamo in modo che i testi siano nella continuità, ma sono le promesse del Salvatore che ci garantiscono questo. Lo sappiamo già prima di ogni analisi teologica.

Questo non vuol dire che non ci possano essere testi non sempre redatti materialmente nel modo migliore, che non ci possano essere gravi difetti prudenziali (es.: la mancata condanna del comunismo), che non ci possano essere enunciazioni redatte in modo tale che facilmente un modernista potrebbe usare per tirare acqua al suo mulino.

Mi sembra illuminante a questo proposito quanto afferma Mons. Pozzo:

“Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti, ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e dei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare” [5].

Mi si potrebbe obiettare che dal punto di vista di uno storico - è questo l'oggetto formale del libro -, che narra i fatti, potrebbe essere difficile distinguere il Vaticano II dalla sua recezione, in quanto, nei fatti, esiste l'evento Concilio e nient'altro.

Rispondo come risponderei a chi, per negare valore al Papato o alla santità della Chiesa, mi citasse il caso di Alessandro VI: gli direi che quel Papa razzolava male anche pubblicamente, ma non ha mai insegnato errori; né, esercitando il ministero petrino, ha mai allontanato alcuno dalla vera fede. Se non fosse possibile questa distinzione reale, cadrebbero tanto l'infallibilità del Pontefice quanto l'indefettibilità della Chiesa.

Analogamente dobbiamo dire che la fede della Chiesa è rimasta integra sia durante il Concilio che nel post-concilio: né si può dare una fede solo creduta dalla Chiesa, ma non proposta o inespressa. E siccome la Chiesa propone a credere con tutta la sua vita, ma soprattutto con il Magistero e con la liturgia, dobbiamo necessariamente poterli separare e distinguere in se stessi dalla loro caotica recezione conciliare e post-conciliare: analogamente al modo in cui separiamo e distinguiamo realmente i peccati del Borgia dal suo ministero petrino in quanto tale.

In ogni caso, ben venga un dibattito – possibilmente pacato - che, nel senso tomista del termine, ci aiuti a distinguere bene. E questo libro sicuramente infrange la mistificazione del Concilio.


3 – È possibile una definitiva messa a punto?

Il Prof. de Mattei conclude la sua opera unendosi “alle suppliche di quei teologi che chiedono rispettosamente e filialmente al Vicario di Cristo in terra di promuovere un approfondito esame del Concilio Vaticano II, in tutta la sua complessità ed estensione, per verificare la sua continuità con i venti Concili precedenti e per dissipare le ombre e i dubbi che da quasi mezzo secolo rendono sofferente la Chiesa, pur nella certezza che mai le porte degli Inferi prevarranno su di Essa (Mt. 16, 18)” [6].

È chiaro il riferimento alla Supplica al S. Padre, rivolta da Mons. Gherardini, a conclusione della sua recente opera sul Vaticano II [7]. Questa soluzione è stata caldeggiata, su questo blog, anche dal prof. Gnerre [8].

Scrive il decano della Lateranense:

"Sembra, infatti, difficile, se non addirittura impossibile, metter mano all’auspicata ermeneutica della continuità, se prima non si sia proceduto ad un’attenta e scientifica analisi dei singoli documenti, del loro insieme e d’ogni loro argomento, delle loro fonti immediate e remote […]. A ciò ripensando, da tempo era nata in me l’idea - che oso ora sottoporre alla Santità Vostra - d’una grandiosa e possibilmente definitiva mess’a punto sull’ultimo Concilio in ognuno dei suoi aspetti e contenuti."

Questa mess’a punto si dovrebbe realizzare o con un grande documento papale, oppure mediante una serie di congressi di altissima qualità, o una serie di pubblicazioni.

Di fronte a questa proposta, pur condividendo le ottime intenzioni (come sarebbe bello un documento che ponesse fine a tutte le false interpretazioni o a tutti i dubbi che sono sorti!), nutro una duplice perplessità.

1) Da un punto di vista teorico, dobbiamo stare molto attenti alle analisi scientifiche del magistero: c’è il rischio che questa proposta – ma non è certo l’intenzione di Mons. Gherardini – assomigli alle obiezioni di certi teologi progressisti e degli esegeti, alla cui scientificità si dovrebbe sottoporre il magistero. In realtà, quanto chiede lo stimatissimo Monsignore sotto la specie di eventi ecclesiali straordinari, è niente meno che il compito del Magistero ordinario. Se per capire quello che vuol dire esattamente un Concilio avessimo bisogno di siffatto lavoro scientifico, oppure di un documento pontificio risolutorio di tutte le controversie, come minimo accuseremmo implicitamente il magistero ordinario di essere stato latente, per 40 anni, sui principali problemi reali della vita della Chiesa.

Al contrario è il magistero stesso che interpreta continuamente se medesimo in modo autentico: l’uso e le continue citazioni del Concilio in tutti i documenti pontifici più importanti ne costituiscono già l’interpretazione corretta.

Proprio mentre scrivo queste note, il Papa ha reso pubblico il suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2011 sul tema Libertà religiosa, via per la pace. Credo proprio che questo testo chiarisca i dubbi che possono insorgere circa alcune frasi della dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae.

2) Da un punto di vista pratico; anche se volessimo dire che chiediamo solo più chiarezza (in fondo, dire, da scolari e non da contestatori: “Signora Maestra, non ho capito come non ci sia contraddizione” è lecito), vedo un’insormontabile difficoltà pratica: chi chiamiamo a compiere questo lavoro?

Baste confrontare l’elenco dei partecipanti al grande convegno sull’Adorazione Eucaristica [9], per vedere che in tutte i convegni buoni ci sono i soliti noti Ranjith, Piacenza, Schneider e pochi altri.

Dove sono oggi i grandi teologi, dove sono le scuole teologiche in grado di analizzare il Concilio nella situazione attuale? Ben vengano i primi passi (ad esempio il convegno dei F.I.), ma siamo ancora lontani da quel che ci vorrebbe: temo che la nostra sia più una epoca di semina che di raccolta di quanto si auspica Mons. Gherardini.

Vogliamo ripetere l’errore della Curia romana, che pensava di avere in mano il Concilio e si è ritrovata chiusa in uno sgabuzzino, con le chiavi buttate nel Tevere – in tempi migliori di oggi (dove un pur debole Coetus Internationalis Patrum non lo metteremmo assieme neanche a cercarli con lanternino)?

Mi vengono in mente alcune parole di San Luigi Maria Grignion de Montfort:

“Se qualcuno [vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua]. Non dice «se alcuni»: per indicare il piccolo numero degli eletti che vogliono divenire conformi a Gesù Cristo crocifisso, portando la propria croce. E un numero tanto e tanto piccolo, che se lo conoscessimo verremmo meno dal dolore. Tanto piccolo che appena se ne può contare uno su diecimila — stando a rivelazioni fatte a diversi santi, come ad esempio a san Simone Stilita, riferite dall'abate san Nilo, da sant'Efrem, da San Basilio e da altri. Tanto piccolo che se Dio volesse radunarli, griderebbe loro come fece un giorno per bocca di un profeta: «Voi sarete raccolti a uno a uno» (Is 27, 12.), uno da questa provincia, uno da quel regno”[10].


4 . Motivi per ben sperare e ricorso a Maria SS.ma

Che fare allora? La riforma tridentina l’ha fatta sì il Concilio di Trento, ma l’hanno fatta soprattutto i santi: quelli grandi e famosi, come S. Filippo Neri, S. Teresa d’Avila, S. Ignazio di Loyola, S. Caterina da Genova, S. Antonio M. Zaccaria… ma anche tanti santi del popolo; il primo vescovo africano è stato consacrato due anni dopo l’affissione delle tesi luterane. Anche in quell’epoca di vescovi principi nepotisti ed epuloni, e di preti concubini (ma che non avrebbero mai appoggiato i cattolici adulti e mai scritto una prefazione a Mancuso) qualcuno era partito missionario per l’Africa, spinto dall’amore di Dio: E se era partito senza sapere se ci sarebbe mai arrivato, era sicurissimo che non sarebbe mai ritornato in patria.

Grazie al cielo siamo di fronte a una crisi nella Chiesa, ma non alla sua eclissi: ci sono ancora i martiri, quasi ogni giorno. C’è - sebbene, in alcune regioni, molto ridotta - una buona base cristiana (es.: il popolo di Radio Maria), disseminata nei cinque continenti; c’è il grande successo dell’Evangelizzazione in Africa, dove i cristiani hanno superato gli islamici. E state certi che a battezzare gli africani nei tucul non ci vanno i teologi progressisti, ma tanti buoni missionari.

Il contrario di progressista non è conservatore, ma missionario; questi, se spende la sua vita, lo fa perché crede – a differenza del relativista modernista – che c’è una verità immutabile, che poi è una Persona: la ragione della vita, da amare più della propria stessa vita. Il modernista relativista non ha invece nessuna ragione certa, né per vivere, né per morire.

Mettiamoci dunque con fiducia nelle mani di Maria Santissima, chiedendo che faccia di noi quei santi che, come dice il Montfort, ella formerà su ordine dell'Altissimo negli ultimi tempi:

“…saranno veri discepoli di Gesù Cristo secondo le orme della sua povertà, umiltà, disprezzo del mondo e carità, insegneranno la via stretta di Dio nella pura verità, secondo il santo Vangelo, e non secondo i canoni del mondo; senza preoccupazioni e senza guardare in faccia a nessuno; senza risparmiare, seguire o temere alcun mortale, per potente che sia.

Avranno in bocca la spada a due tagli della parola di Dio e porteranno sulle spalle lo stendardo insanguinato della Croce, il crocifisso nella mano destra, la corona nella sinistra, i sacri nomi di Gesù e di Maria sul cuore, la modestia e la mortificazione di Gesù Cristo in tutta la loro condotta.

Ecco i grandi uomini che verranno e che Maria formerà su ordine dell'Altissimo, per estendere il suo dominio Sopra quello degli empi, idolatri e maomettani. Ma quando e come avverrà tutto questo?... Dio solo lo sa. Compito nostro è di tacere, pregare, sospirare e attendere: «Ho sperato: ho sperato nel Signore»”[11]

E non sarà tanto un documento papale o un gran lavoro teologico che farà emergere la continuità del magistero nella varie epoche, ma la trasparenza e la limpidezza del cuore dei santi.


[1] Dictionn. de Th. Cath., X, II, 2042.

[2] «Aspetti della ecclesiologia cattolica 
nella recezione del Concilio Vaticano II», conferenza tenuta presso il Seminario della F.S.S.P. a Wigratzbad, il 2-7-2010. Cf. www.fssp.org/it/pozzo2010.htm.

[3] «A che serve la storia? Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta di Roberto de Mattei», in www.cesnur.org/2010/mi-dema.html

[5] «Aspetti della ecclesiologia cattolica...»

[6] Pag. 591.

[7] Concilio Ecumenico Vaticano II, Un discorso da fare, Frigento: Casa Mariana, p. 254-257.

[10] Lettera circolare agli Amici della Croce, § 14.

[11] Trattato della vera devozione a Maria, § 59.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/2/2011 11:53 PM
 
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Un'altra recensione all'ultima opera di de Mattei


Pubblichiamo di seguito la recensione dell'ultima opera del prof. de Mattei da parte del sito Totus Tuus (vedi qui).

* * *
E' inutile nascondersi dietro a un dito: tutti stiamo rigirando tra le mani l'ultima fatica di Roberto de Mattei.
Il fatto è che probabilmente siamo di fronte alla ricerca più importante che sia mai stata scritta da uno storico cattolico sulla Chiesa degli anni precedenti e successivi al Concilio. Si tratta di un lavoro poderoso, di oltre 600 pagine, con molti documenti inediti e d'archivio, reperiti anche all’estero, specialmente tratti da diari di protagonisti del Concilio. Già. Perché De Mattei non è un millantatore, ma è davvero un professore universitario statale di storia moderna, come risulta dal sito del Ministero per l’Università (1).
Il suo lavoro è di fatto la prima e unica risposta "scientifica" alla faziosa Storia del Concilio del comunista G. Alberigo & compagni. Infatti, il piccolo libro di padre Ralph Wiltgen (The Rhine Flows into the Tiber: the Unknown Council; Hawthorn Books, New York 1967) non è mai stato tradotto in italiano, mentre la pur coraggiosa opera di Mons. Agostino Marchetto (Concilio Vaticano II contrappunto per la sua storia) è piuttosto una risposta apologetica all’opera di disinformazione svolta dai dossettiani di Bologna, che una vera e propria ricerca storica.
* * *

Prima di proporre questo libro ai propri lettori, totustuus.it è stata colta da dubbi provocati da recensioni apparse sulla stampa e vari siti internet.
Quelle contrarie al libro, tuttavia, ci sono sembrate permeate dalla preoccupazione di conservare la propria rispettabilità: De Mattei è indubbiamente uno studioso scomodo e "crudo". Quelle favorevoli, non ci sembra che abbiano colto l’originalità del lavoro del professore romano.
A noi pare che la portata di quest’opera non possa essere ridotta alle sviste (pur presenti) sull'ermeneutica della continuità (Agnoli e Gnocchi con Introvigne) o etichettata banalmente come una storia del Concilio scritta da un punto di vista conservatore (l’ex prete Gianni Gennari e Melloni con Tornielli).
Ai primi va detto che, se è chiaro che l’unico modo corretto di leggere i testi del Concilio è alla luce dell’immutabile dottrina cattolica, è anche vero che il lavoro di uno storico va valutato per la sua scientificità e non per dei giudizi (per giunta controproducenti) forse provocati dal dolore per l'efficienza di chi vuol distruggere la Chiesa dall’interno.
Ai secondi, invece, basta far notare che il liquidare come "lefebvriano" uno studioso serio non solo non elimina la realtà dei fatti, ma ricorda tanto la democrazia dei soviet. Se, invece, le intenzioni di liquidare l’opera sono "buone", si deve ricordare che Benedetto XVI ha parlato della situazione della Chiesa dopo il Concilio come di "una battaglia navale nel buio della tempesta" (22-12-2005): ci sembra pertanto poco responsabile esibire un ottimismo superficiale o, come gli struzzi, nasconder la testa sotto la sabbia. Certo, è evidente che quest’opera piacerà anche agli eretici sedicenti tradizionalisti, ma costoro costituiscono ormai un fenomeno sociologicamente irrilevante e meritevole di cure.

Così, la nostra decisione di recensire questo libro è dovuta ai seguenti motivi:
- il libro non seminerà dubbi nei semplici fedeli perché non lo leggeranno in quanto troppo lungo e complesso;
- l'opera farà invece un gran bene ai nostri lettori vescovi, docenti universitari e, in genere, ai christifideles che abbiano il cuore ben saldo alla Cattedra di Pietro, spingendoli alla vita di pietà e ad atti di riparazione più intensi; - i rari (e opinabili) giudizi dell'autore sono lontani dalla tesi - controproducente e sbagliata - che caratterizza un recente testo di Mons. B. Gherardini sull'ermeneutica della continuità;- tutto il testo ha nella trama una filiale devozione alla Madonna Santa, Madre della Chiesa e debellatrice di tutte le eresie.
Insomma, a noi pare che, al di là dei giudizi eccessivi e di inevitabili sbavature, il testo di De Mattei contenga una grande opportunità missionaria: il far conoscere maggiormente l'azione di chi opera all'interno della Chiesa per distruggerla.

* * *
Dopo queste premesse veniamo alla descrizione di cosa questo lavoro contiene.
* * *
Il testo si compone di una Introduzione, un'importante bibliografia, un capitolo su "La Chiesa nell'età di Pio XII", uno sul Beato Giovanni XXIII, quattro capitoli su ciascuna delle sessioni del Concilio, un capitolo sul cosiddetto post concilio e una Conclusione.
* * *
1. L'introduzione non contiene informazioni e ricerche storiche ma giudizi (non condivisibili) che rischiano di mettere in cattiva luce il resto della ricerca: vi consigliamo di saltarla a piè pari anche perché ci è parsa la parte meno utile e importante del libro.
* * *
2. Diversamente, il Capitolo I è dedicato alle modalità operative degli eretici modernisti successivamente alla condanna da parte di San Pio X: si tratta di un'ottantina di pagine davvero uniche che mancavano nella storiografia autenticamente cattolica. Il prof. De Mattei si era già segnalato per ricerche importanti sul Modernismo in Italia (2) e questa nuova ricerca ci aiuta a meglio comprendere le radici de "Il dissenso verso la Sede Apostolica in Italia (1978-2002)" (3), cioè le origini della grande ribellione dei teologi italiani verso Giovanni Paolo II.

Dopo la condanna, come insegna Papa Sarto nella Sacrorum antistitum, gli eretici modernisti assumono un atteggiamento "analogo a quello dei giansenisti all'indomani della condanna, fino a formare una vera e propria società segreta all'interno della Chiesa" (pp. 78-79). Questa modalità operativa è resa possibile grazie a persone e strutture "di fiancheggiamento", che de Mattei chiama "del Terzo Partito", analogamente a quanto accadde dopo la condanna del giansenismo nel 1700. Il "Terzo partito" è costituito "da ecclesiastici di diverse categorie" che offrono agli eretici "la possibilità di prosperare all'interno della Chiesa. Tali ecclesiastici naturalmente non si dichiaravano" eretici e, anzi, condannavano l' eresia, ma non la combattevano "e sostenevano la tesi che essa sarebbe tranquillamente scomparsa se si fosse cessata qualsiasi campagna contraria". Come può constatare ogni cattolico impegnato anche oggi, accanto a posizioni apertamente ereticali, esistono i "i seguaci dell'autorità romana e il partito della terza forza, anch'esso opposto ai fedeli di Roma, che accusa di essere esagerati, intransigenti, nemici della carità" (p. 45).

Dopo aver indicato il modus operandi, de Mattei passa ad indicare quattro direttrici d'azione dei modernisti e del loro Terzo partito: l'ambito biblico, quello liturgico, il movimento filosofico e teologico e l'ambito ecumenico. Per ciascuno di essi la ricerca indica fatti, date, associazioni e persone che li hanno connotati. Quasi sempre, accanto agli errori diffusi dai vari eretici, il prof. De Mattei riporta la dottrina proposta dal magistero Pontificio.

Biblico. L'infiltrazione delle idee dell'esegeta protestante Rudolf Bultmann nelle università cattoliche ha come centro il Pontificio Istituto Biblico ed inizia nel 1930, con il rettorato di Padre Agostino Bea, che dura quasi vent'anni. L'esegesi insegnata "considerava solo il senso letterale dei testi sacri dissociando i dati storici, filosofici, archeologici, la riflessione teologica e spirituale" (p. 49), in contraddizione con il Magistero.

Liturgico. Un benedettino belga, dom Lambert Beauduin, fin dal 1909 da' vita a centri ed iniziative intese, per usare le sue parole, a "democratizzare la liturgia". Egli e i suoi seguaci considerano l'azione liturgica contrapposta alle pratiche di spiritualità e ascesi, specialmente quelle ignaziane (p. 56). Il movimento prende corpo negli anni successivi diffondendosi in Francia, Italia (dove nel 1914 viene fondata la Rivista liturgica), Germania, ecc. "I riformatori tendevano a cancellare la sostanziale differenza tra sacerdozio sacramentale dei presbiteri e sacerdozio comune dei fedeli e insinuavano l'idea di una concelebrazione del sacerdote con il popolo ... escludevano altra forma di legittima assistenza al Sacrificio, come la meditazione, il Rosario ... consideravano la comunione 'extra Missam', le visite al Ss.mo Sacramento, l'adorazione perpetua come forme extra-liturgiche ... manifestavano scarsa considerazione per le devozioni al Sacro Cuore, alla Madonna, ai Santi" (p- 58-59). A seguito della pubblicazione dell'Enciclica liturgica Mediator Dei, viene costituita nel 1948 una Commissione per la riforma liturgica, nella quale compare per la prima volta il nome di Padre Annibale Bugnini, che verrà cacciato per volere del Beato Giovanni XXIII dalle Commissioni preparatorie del Concilio e si vedrà proibito l' insegnamento di Scienze Liturgiche al Laterano nel 1962 (p. 186). Bugnini, tuttavia, riuscirà a "rientrare dalla finestra" verso la fine del Concilio ed avrà una grande parte nell'applicazione del decreto sulla liturgia durante il post concilio.

Filosofico-Teologico. L'azione degli eredi dei modernisti in questo ambito è sempre stata orientata ad impedire la diffusione del pensiero di San Tommaso d'Aquino (p. 62). In Belgio, dal 1932, p. Chenu O.P. pubblica un saggio che ottiene un grandissimo successo e diffusione, venendo messo all'Indice il 4-2-1942. Ma il suo autore continua ad operare, anche grazie all'aiuto dei suoi discepoli, primo tra tutti P. Congar O.P. (p. 66), occupandosi, tra l'altro, della diffusione delle opere di Jacques Maritan (p. 70). Negli stessi anni, in Francia, l'opera anti-tomista si svolge attraverso la diffusione delle opere di P. Theilard de Chardin S.J., sebbene fin dal 1926 costui fosse stato sospeso dall'insegnamento e negato l'imprimatur a varie sue opere (p. 67). Altre condanne e provvedimenti disciplinari contro de Chardin si susseguono, ma i suoi seguaci si moltiplicano grazie all'azione di P. De Lubac e P. Danielou, entrambi gesuiti, che nel 1938 iniziano a lavorare con il gruppo di P. Chenu O.P. e P. Congar O.P. (p. 69).

Ecumenico. Tra il 1921 e il 1926, nel salotto del Card. Mercier in Belgio, si svolgono molte conferenze tra cattolici e anglicani: sono le c.d. Conversazioni di Malines (p. 72). Seguono altre iniziative simili prima in Francia (tra cattolici, protestanti e ortodossi), e poi nel resto d' Europa. I promotori di queste iniziative sono grosso modo quelli delle tre precedenti direttrici d'azione, aiutati dalle loro organizzazioni e riviste, di anno in anno sempre più forti. Va ricordato che a quel tempo la Sede Apostolica proibiva fermamente questo genere d'incontri: l'ecumenismo diventerà lecito solo durante il Concilio Vaticano II.

Il prof. De Mattei conclude questo drammatico capitolo con una riflessione: "Nella storia della Chiesa i movimenti di vera riforma, come quelli dell'XI o del XVI secolo, sono stati caratterizzati per un verso dal recupero del ruolo del Papato e dell'autorità della Chiesa; per altro verso da un eroico slancio verso l' ascesi e da un profondo spirito di penitenza e preghiera. La strada indicata dai novatori era diversa". E sui problemi della Chiesa di quegli anni inserisce un bello scambio di lettere tra San Giovanni Calabria - "Da anni con crescente insistenza sento ripercuotersi, in fondo al mio cuore, il lamento di Gesù: la mia Chiesa!" - e il Beato Ildefonso Schuster: "anche la Santissima Vergine piange sui mali della Chiesa e sul castigo che incombe al mondo" (p. 101).

* * *
3. Il Capitolo II, "Verso il Concilio", tratta degli anni che vanno dalla morte di Pio XII a quelli dell'elezione del Beato Giovanni XXIII. Il Conclave subisce da un lato le pressioni diplomatiche di Stati Europei - Unione Sovietica compresa - e dall'altro vede per la prima volta l'azione organizzata degli esponenti delle "nuove idee". Così, lo Spirito Santo sceglie per la Chiesa un uomo buono, ma con un insospettato carattere forte. Dai dati forniti da De Mattei, Papa Roncalli non sembra inquadrabile tout court tra i novatori.
In merito all'opportunità di un Concilio il prof. De Mattei riporta una risposta profetica del card. Billot a Pio XI, quando nel 1923 il Papa gli aveva chiesto il suo parere: "La ripresa del Concilio (Vaticano I, N.d.R.) è desiderata dai peggiori nemici della Chiesa, cioè dai modernisti, che già s'apprestano - come ne fanno fede gli indizi più certi - a profittare degli stati generali della Chiesa per fare la Rivoluzione, il nuovo '89, oggetto dei loro sogni e delle loro speranze. Inutile dire che non ci riusciranno, ma noi rivedremmo i giorni tanto tristi della fine del pontificato di Leone XIII e dell'inizio di quello di Pio XI: vedremmo ancora peggio, e sarebbe l'annientamento dei felici frutti dell'enc. Pascendi che li aveva ridotti al silenzio" (p. 121-122).

Per preparare il Vaticano II il Papa fa svolgere una consultazione dell' episcopato al fine di ricevere proposte sui temi da trattare. "Le richieste dei futuri Padri conciliari , considerate nel loro insieme, non esprimono il desiderio di una svolta radicale, e tantomeno di una 'Rivoluzione'all' interno della Chiesa. Se le tendenze antiromane di alcuni episcopati affiorano nettamente in alcune risposte come quelle del Card. Alfrink, arcivescovo di Utrecht ... La maggioranza dei vota chiedeva una condanna dei mali moderni, interni ed esterni alla Chiesa, soprattutto del comunismo, e nuove definizioni dottrinali, in particolare riguardanti la Beata Vergine Maria" (p. 136). Il card. Alfrink darà l'imprimatur al c.d. "Catechismo olandese", diffusosi in un lampo in tutto il mondo e che meriterà una condanna da parte di una commissione cardinalizia il 15-10-1968.
Tra le tante risposte che il Papa riceve, sembra lucidissima quella del vescovo di una piccola diocesi brasiliana: "A me sembra che debba essere creata una strategia cattolica e un centro della battaglia metodica contro la rivoluzione in tutto il mondo ... La battaglia contro i nemici della Chiesa spesso mi sembra una battaglia di ciechi contro coloro che vedono. Ignoriamo il fine, il metodo, la dinamica, la strategia e le armi ... Se il Concilio presentasse un programma positivo di azione e di costruzione della Cristianità, con le sue parti concrete, e convocasse a tal fine i cattolici, ritengo che ci sarebbe l'aurora del Regno del Sacro Cuore di Gesù e dell'Immacolato Cuore di Maria" (p. 143).

* * *
4. Seguono 4 densi capitoli, uno per ciascuna delle sessioni del Concilio, per complessive 330 pagine, che qui è impossibile riassumere.
In essi, il docente romano documenta con accuratezza le mire e le macchinazioni degli eredi del modernismo, che disponevano di un'imponente macchina propagandistica sia tra i padri conciliari che all'esterno, nel mondo mediatico e politico. In ogni fase dello svilupparsi dei documenti conciliari il "partito dei teologi" (p. 213), ossia la setta dei novatori, tentò - con diabolica intelligenza e abilità - di inserire nei testi conciliari errori ed eresie: noi, oggi, abbiamo la conferma che lo Spirito Santo e la Madonna non abbandonarono la Chiesa. Ma purtroppo dimentichiamo di trarre profitto da quell'esperienza e mettiamo così a dura prova la pazienza di Dio.

Il fronte fedele al Papa, invece, iniziò ad operare tardi e senza alcun mezzo a disposizione. Il prof. De Mattei riporta molti e consolanti interventi di questi bravi vescovi, che contribuirono a migliorare i testi conciliari definitivi. Ma dai diari e archivi emerge la sostanziale incomprensione della potenza dell'organizzazione avversaria anche da parte dei Pastori fedeli al Papa - tra cui i cardinali Siri e Ottaviani - purtroppo, in alcuni casi, affetti da protagonismo. Paradossalmente, il vescovo italiano più umile, attivo e intelligente fu Mons. Luigi Maria Carli, pastore della piccola Diocesi di Segni (4).
Tornando al "partito dei teologi", è utile evidenziare come, tra i quasi 500 periti conciliari e consiglieri che i vescovi avevano portato come aiutanti, molti "erano stati sospettati di eterodossia" (p. 214). Tra questi, oltre a quelli già citati più sopra, vanno segnalati il "moralista della situazione" Bernard Haring (5), l'oggi sospeso a divinis Hans Kung (6), il pluri condannato Edward Schillebeeckx (7) e Karl Rahner (8). Dall'America Latina venne uno dei più importanti organizzatori della rete dei novatori, Mons. Helder Camara, amico personale di Fidel Castro e "padre occulto" della Teologia della Liberazione. Se Mons. Camara agiva dietro le quinte, ma sempre in collaborazione con Mons. Suenens, la sua voce in pubblico era quella di Mons. Silva Henríquez, che favorì il regime comunista cileno di Allende.

Tra i periti e consiglieri gli italiani spicca la figura di Giuseppe Dossetti, teologo del Card. Lercaro e fondatore della "Officina bolognese", così descritto: "Se Rahner dettava le linee teologiche, Dossetti, sulla base della sua formazione di giurista e della sua esperienza parlamentare, suggeriva la strategia procedurale ... Il 10 novembre 1962 padre Chenu annota questa frase di Dossetti: La battaglia efficace si gioca sulla procedura. E'sempre per questa via che ho vinto" (p. 224). A fianco di Dossetti è Giuseppe Alberigo: sì, proprio il curatore della più faziosa storia del Concilio mai scritta, alla quale quest'opera di De Mattei cerca di fare da contraltare.

* * *
5. Il Capitolo VII, "L'epoca del Concilio (1965-1978)", è dedicato alle tecniche e macchinazioni utilizzate al sorgere del post concilio (9). Vengono sinteticamente descritti attori ed associazioni che promossero, tra l'altro, il Nuovo Catechismo Olandese, l'organizzazione della generale ribellione all'Enciclica Humanae vitae, la partecipazione e, in alcuni casi, promozione della Rivoluzione sessantottina da parte cattolica, il modo di diffusione della c.d. "Teologia della Liberazione", le prime prese di posizione di Paolo VI rispetto al post concilio, la c.d. Ostpolitik verso i paesi socialisti e, infine, i trucchi utilizzati per aggirare la Costituzione Conciliare sulla liturgia.
Il libro si conclude con la professione di fede del prof. De Mattei e un suo atto di venerazione verso Benedetto XVI.

* * *
Ritenendo di aver sufficientemente messo in guardia gli utenti di totustuus.it rispetto ai giudizi meno condivisibili del libro, li invitiamo a prenderne visione per rinnovare il proprio slancio missionario: Ut inimicos Sanctæ Ecclesiæ humiliare digneris (Litanie dei santi).


per totustuus.it, Fra' Luigi Maria Grignion, T.O.D.Epifania di N.S. Gesù Cristo 2010


* * *

Note
(1) Cfr.
http://cercauniversita.cineca.it/php5/docenti/cerca.php .
(2) Riportate nella categoria "Ap - Nemici della Chiesa" di pagine cattoliche.it
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=categories&op=newindex&catid=7
(3) Cfr. http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=594.
(4) Tra i libri scaricabili gratuitamente da totustuus.it si può leggere il suo bellissimo "Nova et Vetera. Tradizione e progresso nella Chiesa dopo il Vaticano II" (
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=viewdownload&cid=3 ). Anni dopo, per un misterioso disegno mariano, tale diocesi ospiterà la nascita di una delle Congregazioni più vicine a totustuus.it, i Padri del Verbo Incarnato.
(5) Il 27-2-1978 il padre redentorista tedesco Bernhard Haring, per anni docente all' Accademia Alfonsiana di Roma, viene convocato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che gli chiede l'impegno solenne di non criticare più l'Humanae vitae, enciclica con cui, nel 1968, Paolo VI aveva ripetuto l'immoralità dei metodi contraccettivi non naturali. A seguito del rifiuto il p. Haring incorre nelle previste censure canoniche.
(6) Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, 18 dicembre 1979: revoca della missio canonica (l'autorizzazione all'insegnamento della teologia cattolica).
(7) Cfr. Le ultime tre condanne da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede
http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=4 ; http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=8 ;http://www.totustuus.it/A%20http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=.
(8) Su Karl Rahner si veda tra i libri scaricabili gratuitamente da totustuus.it si legga "La svolta antropologica di Karl Rahner" del Padre Cornelio Fabro:
http://www.totustuus.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=230 . Più in breve, P. Julio Meinvielle, La predica missionaria della chiesa scoraggiata in Karl Rahner, in http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1576 . (9) Per una sintesi cronologica si veda: http://www.internetsv.info/IPdd.html

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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