DIFENDERE LA VERA FEDE
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La Congregazioni dei Santi ha 4 secoli di storia e 40 anni dalla Istituzione personale

Ultimo Aggiornamento: 07/02/2013 00.17
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A quarant'anni dall'istituzione della Congregazione delle Cause dei Santi

Quel di più che rende umana la vita


di Angelo Amato
Arcivescovo prefetto
della Congregazione delle Cause dei Santi


Sin dai primi secoli i martiri erano considerati una nuova immagine di Cristo sul Calvario. La loro passione era la riproposizione della passione di Cristo. Il protomartire Stefano è assimilato a Cristo, che soffre e si sacrifica per la Chiesa. La preghiera per i suoi uccisori è la stessa di Gesù per i suoi crocifissori (cfr. Atti, 7, 60; Luca, 23, 31). Anche nel martirio di Policarpo, avvenuto, pare, il 23 febbraio 155 a Smirne, il martire viene visto come il perfetto imitatore della via dolorosa di Cristo:  "Policarpo, che fu il dodicesimo a subire il martirio in Smirne con quelli di Filadelfia (...) non solo fu maestro insigne, ma anche martire eccelso, il cui martirio tutti aspirano a imitare, avvenuto com'è a somiglianza di quello di Cristo narrato dal Vangelo".
 
Per questo i cristiani veneravano i martiri quali perfetti discepoli del Signore, al quale avevano manifestato un amore insuperabile. Esaltando il sacrificio della giovane nobildonna Perpetua, martirizzata a Cartagine nel 202 con Felicita e tre catecumeni, Agostino commenta:  "I martiri di Cristo per il nome e la giustizia di Cristo vinsero il timore della morte e quello dei tormenti:  non temettero né la morte né le sofferenze:  vinse in essi Colui che visse in essi".
 
Nelle persecuzioni Cristo è a fianco dei martiri, combatte con loro e dà loro la forza di sopportare i supplizi più atroci senza lamento, anzi, col sorriso sulle labbra. Spesso i martiri vedono "la gloria del Signore" e sono confortati da visioni e voci celesti. Nel patire passano dalla condizione terrena a quella celeste:  "Non più uomini, ma già angeli". Il loro corpo consunto dai supplizi emana una divina fragranza. Sono già "perfetti" ed entrano immediatamente nella gloria del cielo.


I martiri mostrarono ai primi cristiani la fermezza della fede, l'amore a Gesù e la comunione con la Chiesa. Il loro coraggio rivelava la fierezza di essere cristiani e di proclamare fino al sacrificio della vita la verità del Vangelo. C'è relazione di causa ed effetto tra la sequela Christi e il martirio. A ragione Agostino precisava che non tanto la pena quanto la causa contraddistingueva i martiri cristiani:  Quoniam martyres discernit non poena sed causa. Ciò destava stupore e imitazione, come mostrano, ad esempio, le conversioni di Tertulliano e di Giustino. Nell'esaltare i martiri cristiani, quest'ultimo scriveva:  "Nessuno credette mai a Socrate, sino al punto di dare la vita per la sua filosofia".

Accanto al battesimo di acqua si pone, quindi, il battesimo di sangue:  "Solo il battesimo di sangue - afferma Origene - ci può rendere più puri di quanto ci rese il battesimo di acqua". Se il battesimo introduce il neofita nella terra promessa, il martirio dà al martire il possesso del regno. Per i cristiani il martirio era sicurezza di salvezza:  "Nell'anfiteatro di Cartagine alla fine dei giochi" fu scagliato contro Saturo un leopardo che "con un colpo di zanne lo bagnò nel suo sangue". Come a testimoniare un secondo battesimo, la folla gridò:  "Eccolo ben lavato! Eccolo salvato". Era sicuramente salvato, aggiungono gli Atti, colui che "era stato lavato nel proprio sangue".

Cipriano illustra ampiamente il significato dei due battesimi:  "Noi che, con il permesso del Signore, abbiamo conferito ai credenti il primo battesimo, prepariamo i singoli al secondo, insinuando e insegnando che questo è il battesimo nel quale battezzano gli angeli, il battesimo nel quale Dio e Cristo esultano, battesimo dopo il quale non si può più peccare, battesimo consumatore della perfezione della nostra fede, battesimo che ci unisce subito a Dio, dopo aver lasciato questo mondo. Nel battesimo di acqua si ha la remissione dei peccati, nel battesimo di sangue la corona delle virtù".

I martiri cristiani vincevano l'angoscia dei supplizi e della morte nella certezza della resurrezione. Il loro eroismo, non come atteggiamento stoico ma come speranza di felicità eterna, confortava le prime generazioni cristiane a familiarizzarsi con la morte, non più traguardo tragico dell'esistenza, ma porta del cielo. I martiri non si avviavano alla morte ma alla vita. Il martire Apollonio, rimproverato dal giudice pagano perché amava la morte, rispose:  "Io amo la vita (...) ma l'amore della vita non mi fa temere la morte. Niente è migliore della vita, ma io intendo la vita eterna".

Nel corso dei secoli, oltre al ricordo degli apostoli e dei martiri si imposero all'ammirazione e quindi alla venerazione dei fedeli anche quelle figure eminenti per la loro vita di fede e per la loro testimonianza della verità. Per questo già verso il terzo secolo Clemente d'Alessandria ritiene martire non solo chi muore per Cristo ma anche chi lo testimonia lungo tutta la sua vita:  "Se professare apertamente la fede in Dio è testimonianza, qualsiasi persona che organizza la sua vita in dipendenza da Dio e osserva i comandamenti di Lui è martire, sia in forza della vita che fa, sia in forza delle parole che dice, qualsiasi possa essere la sua morte:  egli sparge la sua fede come sangue per tutta la vita e all'uscita della vita".

Per Clemente il martirio non è solo un atto, ma uno stato permanente di testimonianza di vita in Cristo. Per lui una esistenza martiriale significa in concreto la pratica delle beatitudini evangeliche.
 
Nella sua Storia ecclesiastica Eusebio (circa 265-340), parlando dei martiri della Gallia meridionale al tempo di Marco Aurelio, accenna ai cristiani del luogo, che, nonostante i terribili tormenti sopportati, sopravvivono e quindi rifiutano di essere designati come martiri, ma si dicono "modesti e poveri confessori". Qui per la prima volta appare la distinzione tra homòlogoi (confessori) e màrtyroi (martiri).


A ogni modo fin dai primi secoli la tradizione ci ha consegnato non solo gli atti e le passioni dei martiri ma anche le biografie di straordinari testimoni della fede non martiri. Citiamo, tra le molte, la Vita di Antonio di Atanasio di Alessandria, la Vita di Cipriano del diacono Ponzio - che volle aggiungere agli atti del martirio del santo vescovo anche la presentazione della sua dottrina e dei suoi scritti - la Vita di Martino del letterato di chiara fama Sulpicio Severo, la Vita di Ambrogio del diacono Paolino, la Vita di Agostino del vescovo Possidio.

Le biografie antiche seguono in filigrana la narratio evangelica cercando i punti di convergenza con la vita di Cristo. I passi evangelici sorreggono l'intera trama dell'esistenza del santo biografato, le cui gesta ricalcano le gesta di Cristo. Nonostante il riferimento unico a Cristo, di cui rispecchiano i valori più alti, ognuno mantiene la propria identità e originalità.

Il messaggio profondo delle biografie antiche è la proclamazione del mistero di Dio nell'esistenza umana:  questi eroi cristiani suscitano ammirazione non tanto per la loro grandezza umana, ma "come segno di quanto veramente grande può diventare l'uomo, quando rinuncia ai suoi ideali umani per abbracciare totalmente quelli che gli propone Dio".

La tradizione agiografica della Chiesa si è arricchita lungo i secoli di narrazioni esemplari di uomini e donne che, alla scuola del Vangelo, sono diventati testimoni credibili della presenza di Dio nella storia. Alcuni di essi sono stati ufficialmente canonizzati dalla Chiesa.

Questa splendida Bibliotheca Sanctorum continua ad ampliarsi anche in questo terzo millennio. Si tratta dell'eterna primavera della Chiesa, che vede in questi suoi figli e figlie di ogni lingua e nazione il trionfo della grazia divina.

Fin dalla sua istituzione la Congregazione delle Cause dei Santi ha dedicato la sua attenzione al discernimento dell'esercizio eroico delle virtù cristiane dei suoi fedeli, testimoni valorosi di Cristo anche mediante l'effusione del sangue. I santi sono persone che edificano la Chiesa con la loro carità. Allo stesso tempo immettono nella società quel "di più" di amore, di misericordia e di bontà che la rende autenticamente umana. Del resto, come mostra il calendario, i giorni della nostra esistenza sono scanditi dalla loro presenza protettrice. Forse per questo c'è tanto interesse per i santi, antichi e nuovi.



(©L'Osservatore Romano - 12-13 giugno 2009)
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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I quattro secoli di storia dalla Curia di Sisto V alla svolta di Paolo VI


di Michele Di Ruberto
Arcivescovo segretario
della Congregazione delle Cause dei Santi


Dei quattro secoli della storia della Congregazione delle Cause dei Santi il primo periodo è, senza dubbio, determinante. Con la Costituzione apostolica Immensa aeterni Dei, del 22 gennaio 1588, Sisto V istituì quindici dicasteri, tra i quali uno specifico per la liturgia e per le cause di canonizzazione:  la Sacra Congregazione dei Riti. Questa fase si chiude il 5 luglio 1634 con il breve Coelestis Hierusalem cives, vera magna charta della Congregazione dei Riti, frutto dell'esperienza dei decenni precedenti e di numerosi decreti, emanati soprattutto nella prima parte del pontificato di Urbano VIII. Tutta l'esperienza giuridica sulle cause dei santi fu raccolta da Benedetto XIV nel De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione per confluire, infine, nel Codice Pio-Benedettino (IV, II, 1999-2166).

Dopo il concilio Vaticano ii, Paolo VI, dando un nuovo assetto agli organismi di governo della Curia Romana, il 15 agosto 1967 pubblicò la costituzione apostolica Regimini Ecclesiae universae. Pochi anni dopo, con la lettera apostolica del 19 marzo 1969, Sanctitas clarior (Acta Apostolicae Sedis, LXI, 1969, pp. 149-153), modificava una parte dei canoni del diritto pio-benedettino e, l'8 maggio 1969, con la Costituzione Sacra rituum congregatio sopprimeva la Sacra Congregazione dei Riti, dividendo le sue due competenze in altrettante Sacre Congregazioni:  una per il Culto Divino e l'altra per le Cause dei Santi.

L'ambito assegnato a quest'ultima riguarda "tutto ciò che si riferisce alla beatificazione dei servi di Dio, o alla canonizzazione dei beati, o alla conservazione delle reliquie". In questo modo si modificò anche l'assetto procedurale. Secondo il Codice Pio-Benedettino due erano i processi che si dovevano istruire per le cause dei santi:  uno ordinario e l'altro apostolico.

Il motu proprio li soppresse, sostituendoli con un unico processo detto "cognizionale", istruito dal vescovo del luogo di morte del servo di Dio, dopo aver ottenuto il nihil obstat dalla Santa Sede, avvalendosi di una duplice autorità:  una ordinaria, esercitata per diritto proprio e spesso ampliata, e una delegata dalla Sede Apostolica.


Si trattò di una profonda innovazione che rese più rapide l'istruttoria e la trattazione delle cause. In particolare l'introduzione della causa, che prima era affidata alla Santa Sede e firmata dal Papa, d'allora in poi fu svolta in diocesi con il decreto dell'ordinario, che istituiva il tribunale per l'istruzione del processo. Quando il processo arrivava a Roma, dopo averne esaminato la validità giuridica la Sacra Congregazione procedeva alla trattazione delle virtù o del martirio.

Questo fu il primo passo per la revisione di tutta la materia relativa alla beatificazione e alla canonizzazione contenuta nel Codice di Diritto Canonico del 1917. Di conseguenza il dicastero fu dotato di una struttura che assicurava funzionalità e rapidità nei vari adempimenti.

Innanzitutto fu creato l'Ufficio giudiziale perché seguisse il complesso iter delle cause:  "il primo Ufficio giudiziario, che è retto dal segretario, coadiuvato dal sottosegretario e da un congruo numero di officiali" (Sacra rituum congregatio, n. 6). Era competenza dell'ufficio preparare una relazione nella quale, dopo aver dato brevi cenni biografici del servo di Dio, si verificava se l'avvio della causa fosse nei tempi previsti dalla norma.

Si esplorava poi il fondamento della fama sanctitatis o martyrii e infine si rilevavano le ragioni ecclesiali per proporre la figura del servo di Dio. Il "nulla osta", concesso ex audientia dal Papa, riconosceva il fondamento della fama sanctitatis o martyrii e autorizzava il vescovo diocesano a introdurre la causa. Lo stesso ufficio redigeva gli interrogatoria e una instructio in cui si indicavano i punti da esplorare con l'aiuto di una commissione di esperti in re historica et archivistica. Nell'ambito dello stesso ufficio giudiziale fu affidato alla competenza del sottosegretario lo studio dei presunti miracoli, esaminati sotto l'aspetto scientifico e tecnico dalla consulta medica, istituita da Pio xii con il nome di "Commissione", nell'ottobre 1948, e affiancata dal relativo regolamento.


Il secondo ufficio era presieduto dal Promotore generale della fede che, coadiuvato dal sottopromotore e da alcuni minutanti, redigeva un "voto" sullo stesso materiale esaminato dall'Ufficio giudiziale per la concessione del nulla osta necessario all'introduzione della causa. Era inoltre competenza del promotore generale la redazione delle animadversiones sul Summarium testium et documentorum e la stesura definitiva della Positio sulle virtù o sul martirio.

Poi era il momento dell'Officium Historicum-Hagiographicum, cui presiedeva il relatore generale, coadiuvato dal vicerelatore e da aiutanti di studio esperti in re historica et archivistica. La costituzione Sacra rituum congregatio, al numero 10 - facendo un esplicito riferimento al motu proprio del 6 febbraio 1930, con il quale Pio XI aveva istituito la sezione storica che fu poi denominata appunto Officium Historicum-Hagiographicum - stabiliva che era compito di questo organismo redigere la positio in base alla documentazione ricavata dalla ricerca archivistica.

Il quadro procedurale era dunque diviso in due fasi. Nella "fase diocesana", ottenuto il nulla osta, l'ordinario dove era morto il servo di Dio, procedeva a introdurre la causa e a istruire il processo cognizionale, seguendo gli interrogatoria e la instructio, che miravano a evidenziare tutte le questioni inerenti alla vita o al martirio. Nella seconda fase - quella romana che si svolgeva nell'ambito della Congregazione - gli atti processuali erano oggetto di valutazione formale e di merito. In particolare prima si svolgeva una discussione sul martirio, sulle virtù e sui miracoli. Le Positiones super martyrio, super virtutibus e super miraculis venivano discusse in un congresso formato da prelati e consultori del dicastero e presieduto dal segretario, coadiuvato dal sottosegretario, e in una sessione dei padri della congregazione, presieduta dal cardinale prefetto. L'esito veniva riferito al Papa.

In un secondo momento si arrivava al riconoscimento pontificio del martirio, della eroicità delle virtù o del miracolo. Dopo l'approvazione del Papa, si promulgavano i relativi decreti, sempre alla presenza del Pontefice. Il servo di Dio - come aveva stabilito Pio X nel 1913 - otteneva il titolo di venerabile con la pubblicazione del decreto sulle virtù eroiche. Alla beatificazione solenne si giungeva dopo il riconoscimento di due miracoli attribuiti all'intercessione del venerabile servo di Dio. La canonizzazione sopraggiungeva dopo il riconoscimento di due nuovi miracoli, accertati dopo la beatificazione. In occasione dell'anno santo del 1975 Paolo VI sostituì la necessità di riconoscere un secondo miracolo con l'introduzione dello studio sulla fama signorum che si attribuiva al beato. Questa dispensa fu confermata successivamente ed è divenuta norma.



(©L'Osservatore Romano - 12-13 giugno 2009)

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E nel 1983 arrivò la riforma di Giovanni Paolo II


Negli ultimi decenni un aggiornamento della normativa che regola l'attività della Congregazione delle Cause dei Santi è stato apportato dalla costituzione apostolica Divinus perfectionis magister del 25 gennaio 1983, completata dalle Normae servandae in inquisitionibus ab episcopis faciendis in causis sanctorum e dal relativo regolamento. La nuova procedura delle cause di beatificazione e canonizzazione non poté però essere inserita nel Codex iuris canonici.

La costituzione istituisce un Collegium relatorum, a cui presiede un relatore generale, e sostituisce il Promotore generale della fede con la figura del Praelatus theologus. Vengono così aboliti l'Ufficio storico-agiografico e il nulla osta che autorizzava il vescovo a introdurre la causa.

I punti essenziali della procedura quindi si modificano. Prima si procede alla costruzione dell'inchiesta diocesana - non più un processo ordinario né cognizionale - con raccolta degli scritti del e sul servo di Dio, e poi all'esame da parte di censori teologi. In un secondo momento gli atti dell'inchiesta sono trasmessi alla congregazione in una copia autentica (detta transunto) e in un altro esemplare (copia pubblica):  tutto il materiale è esaminato e studiato da uno dei relatori, nominato d'ufficio, che si serve di un collaboratore esterno per l'allestimento della Positio, nella quale vengono presentate le prove della fama di santità, dell'esercizio delle virtù, del martirio e dei presunti miracoli.

Concretamente l'iter della causa si compie in due fasi:  quella diocesana, fondamentale per la documentazione, e quella romana in cui si effettua la verifica degli atti sotto il profilo formale e se ne studia il merito.

Nella fase diocesana, il vescovo riceve dal postulatore - rappresentante degli attori - l'informazione sulla vita, sulle virtù, sulla fama di santità del servo di Dio e, se ritiene che tutto ciò abbia un sufficiente fondamento, mette in moto il meccanismo. Innanzitutto fa esaminare gli scritti editi del servo di Dio da due teologi. Se questi sono favorevoli, costituisce una commissione storica, per la raccolta di altri scritti e documenti. Non trascura inoltre di ottenere il consenso della Conferenza episcopale sull'opportunità di iniziare la causa. Questo atto sostituisce le lettere postulatorie della precedente procedura.

Successivamente il vescovo chiede alla Congregazione delle Cause dei Santi il nulla osta, che, a differenza di quello richiesto dalla precedente legislazione, tende solo a verificare se sul conto del servo di Dio ci siano ostacoli perentori. Dopo aver ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede, il vescovo costituisce il tribunale - formato da un delegato episcopale, un promotore di giustizia, un notaio effettivo e uno aggiunto - che raccoglierà le prove testimoniali e documentali, la stesura definitiva delle quali deve essere preceduta da una relazione sottoscritta in solidum dagli esperiti in re historica et archivistica. Conclusi questi adempimenti, gli atti dell'inchiesta sono inviati alla congregazione per essere studiati.

La fase romana si svolge in diversi momenti. Innanzitutto vengono esaminati gli atti processuali sotto il profilo formale. Subito dopo viene redatta la Positio sotto la guida di un relatore che vaglia le testimonianze e la documentazione attinente alla vita, alle virtù e al martirio del servo di Dio. Nel caso dei miracoli il Summarium per i periti medici e la Positio sono redatti sotto la guida del sottosegretario. Poi la Positio di eventuali cause antiche - o di alcune recenti di particolare rilevanza storica - viene esaminata dai consultori storici in una seduta, presieduta dal relatore generale.

I pareri degli esperti vengono pubblicati in un fascicolo denominato Relatio et vota. Inoltre la Positio delle cause storiche con la Relatio et vota delle cause recenti, nonché la Positio super miro, vengono sottoposte all'esame dei consultori teologi nel Congresso peculiare, presieduto dal Promotore generale della fede (prelato teologo) la cui discussione con i relativi pareri è raccolta nella Relatio et vota. Se i due terzi dei teologi esprimono parere favorevole, la causa passa al giudizio di cardinali e vescovi. Nel caso di voti sospensivi saranno compilati i chiarimenti da parte degli attori della causa (postulatore), sotto la guida del relatore. Se i voti favorevoli non hanno raggiunto il quorum necessario, il Congresso ordinario decide se procedere o meno nell'iter.

Se la causa ha avuto una valutazione favorevole i documenti vengono portati all'attenzione dei cardinali e dei vescovi della Sessione ordinaria della congregazione, presieduta dal prefetto, con la partecipazione del segretario del dicastero, con diritto di voto, e alla presenza del sottosegretario, che redige il verbale, e del prelato teologo. Il prefetto sottopone l'esito della seduta al Papa, il quale autorizza il dicastero a promulgare il relativo decreto sulle virtù eroiche, sul martirio e sul miracolo. Una volta pubblicato il decreto, si fissa la data della beatificazione. Quando poi si passa alla canonizzazione di un beato, si celebra il concistoro che ratifica il parere di cardinali e vescovi, con l'approvazione del Papa che stabilisce la data.

Nel caso di un confessore - cioè di un servo di Dio non martire - è necessario per la beatificazione che venga approvato un miracolo ottenuto per sua intercessione. Anche per la canonizzazione di un beato si richiede un miracolo, avvenuto dopo la sua beatificazione. L'iter relativo all'accertamento del miracolo è analogo a quello descritto per le virtù o per il martirio. Competente è il vescovo del luogo in cui si è verificato il presunto miracolo. È lui a costituire un tribunale che analizza i testi e raccoglie tutta la documentazione medica, per poi trasmettere gli atti alla Congregazione delle Cause dei Santi.

Si prepara il Summarium, che viene sottoposto alla Consulta dei medici - quando si tratta, come avviene quasi sempre, di una guarigione - i quali sono chiamati ad accertare se la guarigione possa essere spiegata o no dalla scienza nel suo stato attuale. Ottenuto il parere di inspiegabilità del caso da parte dei componenti la Consulta medica, si redige la Positio del presunto miracolo che viene esaminata dai consultori teologi, per verificare se si tratta di un vero miracolo e se questo può essere attribuito al servo di Dio in questione. Si passa poi allo studio della Sessione ordinaria dei cardinali e dei vescovi, la cui decisione è sottoposta all'approvazione del Papa. Se il Pontefice dispone la pubblicazione del decreto sul miracolo, si celebra la beatificazione e la canonizzazione.

Questi due istituti si differenziano tra di loro in maniera sostanziale. Entrambi richiedono una decisione del Papa, ma mentre la beatificazione è la concessione di un culto limitato a una porzione del popolo cristiano - diocesi, nazione, ordine religioso - la canonizzazione è un atto del supremo magistero, che presenta un beato come santo e come tale da venerarsi in tutta la Chiesa.
(michele di ruberto)


Come s'impara a riconoscere la santità



Dopo la riforma della procedura canonica delle cause dei santi operata da Giovanni Paolo II nel 1983, l'anno successivo è stato istituito lo Studium che cura il corso per la formazione dei postulatori e degli altri collaboratori del dicastero. Lo Studium ha inoltre il compito di curare l'aggiornamento dell'Index ac Status Causarum. Lo Studium - di cui è "patrono" il prefetto - è guidato dal segretario e dal sottosegretario della congregazione.

Finora il corso - 90 ore di lezioni teoriche e 15 di lezioni pratiche - è stato frequentato da oltre 1900 studenti, buona parte dei quali oggi collabora alla preparazione delle inchieste diocesane. Lo Studium opera in spirito di servizio ecclesiale, con finalità scientifiche, consentendo di acquisire alla scuola dei santi maggiore consapevolezza della propria fede. Assolve inoltre anche a un'altra finalità:  diffondere e rendere familiari questioni fondamentali per la vita della Chiesa.


(©L'Osservatore Romano - 12-13 giugno 2009)

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Francesca Romana e le canonizzazioni in epoca medievale

Sui santi non si sbaglia




Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni tenute nel corso del convegno internazionale "La canonizzazione di santa Francesca Romana. Santità, cultura e istituzioni a Roma tra medioevo ed età moderna" che si è svolto dal 19 al 21 novembre a Roma.



di Agostino Paravicini Bagliani

Come e quando è nata la liturgia di canonizzazione? Queste domande se le era già poste più di mezzo secolo fa Theodor Klauser, l'autore del più importante studio sull'argomento, apparso nell'ormai lontano 1938 ("Die Liturgie der Heiligsprechung"), il che ci ricorda che la storia della liturgia di canonizzazione non ha forse richiamato sufficientemente l'attenzione degli studiosi. Eppure è un ambito liturgico di grande interesse per la storia della santità e per la storia del papato, al quale giustamente il convegno internazionale sulla canonizzazione di santa Francesca Romana, che si è appena tenuto a Roma, ha dedicato un'apposita sezione con particolare attenzione al medioevo e all'epoca moderna (Danilo Zardin, Martine Boiteux).

Theodor Klauser, che era allora il massimo studioso di liturgia dei primi secoli del cristianesimo, si era interessato alla questione indotto da un amico studioso che viveva a Roma - siamo nella seconda metà degli anni Trenta del Novecento - il quale, assistendo a una canonizzazione nella basilica di San Pietro (non sappiamo di quale si trattasse), aveva visto che nel corso della processione solenne si presentavano al Papa seduto sul trono "colombe viventi e altri uccelli in gabbia". Lo studioso tedesco aveva chiesto a Theodor Klauser quale fosse il significato del rito grazie al quale "il Papa accoglieva le gabbie con gli uccelli che garrivano e li dava ai prelati che gli stavano accanto". Il Klauser, che pure aveva assistito a San Pietro ad altri riti di canonizzazione, ammise di non avere mai sentito parlare prima di allora degli uccelli che venivano offerti al Papa nel corso della cerimonia di canonizzazione e non di essersene purtroppo accorto, perché era immerso nella folla e non poteva osservare tutte le fasi del rito.

Prima di iniziare una ricerca sull'argomento volle di nuovo assistere a una cerimonia di canonizzazione in San Pietro, che fu allora in grado di descrivere con cura. Il Klauser distingueva due fasi liturgiche. Appartenevano alla prima la richiesta che il cardinale procuratore rivolgeva tre volte al Papa affinché egli procedesse alla canonizzazione del santo, le tre preghiere che accompagnano questa richiesta (la litania di Ognissanti, il salmo Miserere e l'inno Veni Creator), la formula di canonizzazione, la preghiera del cardinale procuratore, il Te Deum e l'orazione rivolta al nuovo santo. Nella messa che seguiva questa prima fase Theodor Klauser identificava tre elementi importanti: la predica del Papa, il secondo Confiteor con l'inserimento del nuovo santo e l'offertorio di candele, pane, vino e uccelli.

Con la sua esperienza di storico della liturgia andò quindi a rileggere i principali cerimoniali medievali, scoprendo che non si trova una descrizione della liturgia di canonizzazione negli ordines romani precedenti all'ordo xiv che viene generalmente considerato definitivo del cardinale Iacopo Caetani Stefaneschi anche se, come è oggi ben noto, contiene testi liturgici e cerimoniali di più varia provenienza risalenti agli ultimi decenni del Duecento e ai primi decenni del Trecento. Segue poi l'ordo xv, redatto da Pietro Ameil, che presenta la cerimonia di canonizzazione di santa Brigitta di Svezia (1391).

Alcuni elementi liturgici sono però attestati più anticamente, da fonti esterne ai cerimoniali. In occasione della canonizzazione di san Godehard di Hildesheim (1131) si menziona infatti per la prima volta il Te Deum. E le fonti che ci parlano della canonizzazione di san Bernward di Hildesheim ricordano per la prima volta la messa del nuovo santo. Per conoscere nuovi elementi rituali bisogna invece aspettare il 1228. Per la canonizzazione di san Francesco d'Assisi le fonti segnalano la predica del Papa, la lettura dei miracoli e la formula di canonizzazione. Altri nuovi elementi vengono segnalati dall'ordo xiv in relazione alla canonizzazione di Pietro del Morrone (1313): l'inno Veni Creator, l'orazione che segue il Te Deum presentata al nuovo santo, il Confiteor e la promulgazione delle indulgenze. Il Confiteor fu pronunciato prima della messa ed era quindi considerato un atto di preparazione al ricevimento delle indulgenze.

Si giunge così alla canonizzazione di Brigitta di Svezia (1391), a proposito della quale l'ordo XV ci permette di seguire la liturgia con ancora nuovi elementi: la petitio instrumentorum (ossia la richiesta di istrumentare i documenti di canonizzazione); la processione delle candele e, infine, l'offerta di una candela di una libbra di cera bianca, decorata di rose e di altri fiori verdi, bianchi e rossi, e di una piccola gabbia di colore verde contenente due colombe bianche e due tortore.

Il Klauser si domandava se il rito dell'offertorio non provenisse dalla liturgia della cerimonia di consacrazione del vescovo e se le colombe e le tortore non fossero state accolte nel rito in quanto simboli delle virtù cardinali - prudenza giustizia, fortezza, temperanza - per completare il quadro delle virtù teologali, rappresentate dalla candela accesa (fede), dal pane (speranza) e dal vino (carità).

Come si vede, gli ordines XIV e XV presentavano una cerimonia di liturgica di canonizzazione che rimarrà sostanzialmente invariata fino al Novecento. Un elemento non esisteva però più al momento in cui il Klauser tentò per la prima volta di ricostruire la storia liturgica della canonizzazione, ed è per questo che non ne parlò. Secondo gli ordines XIV e XV, il Papa dopo avere terminato la predica ammoniva i fedeli perché preghino affinché Dio gli permetta di non errare (admonitio ut omnes deberent Deum rogare quod non permitteret eum errare), poi (secondo l'ordo XV) procedeva a una protestatio quod ipse non intendebat facere contra sacrosanctam Romanam Ecclesiam.

Al termine di queste due fasi rituali il Papa intonava il Veni Creator Spiritus. Anche nel concistoro tenuto il 2 maggio 1313 ad Avignone prima della canonizzazione di Pietro del Morrone, il Papa chiese ai cardinali presenti di pregare perché possa non errare in hoc facto.

Questi due elementi liturgici ci ricordano come nel corso dei secoli XIII e XV la riflessione canonistica e teologica abbia inserito il problema della canonizzazione nel contesto più ampio della discussione sull'inerranza della Chiesa e del papa. Lo attesta il più importante dei canonisti del Duecento, il cardinale Enrico da Susa detto l'ostiense, che ne trattò a lungo nella sua opera redatta intorno al 1260. E lo ricorda anche san Tommaso d'Aquino che al termine di una lunga disquisizione concluse che pie credendum est, quod nec etiam in his iudicium Ecclesiae errare possit. Gli ordines xiv e xv dimostrano quindi che anche la liturgia e non soltanto i canonisti o i teologi ha accolto la riflessione sul rapporto tra canonizzazione e inerranza della Chiesa.

La preghiera rivolta dal Papa a tutti i fedeli di cui si è detto figura anche nel cerimoniale di Agostino Patrizi Piccolomini, scritto per Innocenzo viii (1484-1492). Non figura invece nel trattato dedicato dal massimo liturgista del tardo Cinquecento, Angelo Rocca (1610), alla canonizzazione e ai suoi riti. Il Rocca si sofferma invece sul fatto che Sisto v (1585-1590), in occasione della canonizzazione del francescano san Didaco (5 luglio 1588), affermò che necessarie credendum esse Romanum pontificem in canonizatione errare non posse.

E questa solenne dichiarazione conclude in un certo senso la riflessione canonistica, teologica e liturgica dei tre secoli precedenti. Vista in questa prospettiva, la liturgia di canonizzazione che possiamo ricostruire grazie ai libri cerimoniali del Trecento e Quattrocento costituisce un capitolo importante non solo per la storia della santità medievale ma anche per la storia del concetto di infallibilità.



(©L'Osservatore Romano - 23-24 novembre 2009)


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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In tarda mattinata, nella Sala Clementina, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza Superiori, Officiali e Collaboratori della Congregazione delle Cause dei Santi in occasione della celebrazione del 40mo anniversario dell’istituzione del Dicastero.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:

# DISCORSO DEL SANTO PADRE

1. Cari fratelli e sorelle, desidero esprimere a tutti voi la gioia di incontrarvi!

Saluto con viva cordialità i Signori Cardinali, gli Arcivescovi e i Vescovi presenti. Rivolgo il mio particolare pensiero al Prefetto del Dicastero, l'Arcivescovo Angelo Amato, e lo ringrazio per le gentili e affettuose parole che, a nome di tutti, ha voluto indirizzarmi. Con lui saluto il Segretario della Congregazione, il Sotto-Segretario, i Sacerdoti, i Religiosi, i Consultori Storici e Teologi, i Postulatori, gli Officiali Laici e i Periti Medici, con i loro familiari, e tutti i collaboratori.

2. La speciale circostanza che vi vede riuniti intorno al Successore di Pietro è la celebrazione del 40.mo anniversario dell'istituzione della Congregazione delle Cause dei Santi, che ha conferito una forma più organica e moderna all’azione di discernimento che la Chiesa, fin dalle origini, ha messo in atto per riconoscere la santità di tanti suoi figli. La creazione del vostro Dicastero è stata preparata dagli interventi dei miei predecessori, specialmente Sisto V, Urbano VIII e Benedetto XIV, ed è stata realizzata nel 1969 dal Servo di Dio Paolo VI, grazie al quale un complesso di esperienze, di contributi scientifici, di norme procedurali si è andato configurando in una sintesi intelligente ed equilibrata, confluendo nell’erezione di un nuovo Dicastero.

Mi è ben nota l'attività che, in questo quarantennio, la Congregazione ha sviluppato, con competenza, a servizio dell’edificazione del Popolo di Dio, offrendo un significativo contributo all’opera di evangelizzazione. Infatti, quando la Chiesa venera un Santo, annunzia l’efficacia del Vangelo e scopre con gioia che la presenza di Cristo nel mondo, creduta e adorata nella fede, è capace di trasfigurare la vita dell’uomo e produrre frutti di salvezza per tutta l’umanità. Inoltre, ogni beatificazione e canonizzazione è, per i cristiani, un forte incoraggiamento a vivere con intensità ed entusiasmo la sequela di Cristo, camminando verso la pienezza dell’esistenza cristiana e la perfezione della carità (cfr Lumen gentium, 40). Alla luce di tali frutti, si comprende l'importanza del ruolo svolto dal Dicastero nell'accompagnare le singole tappe di un evento di così singolare profondità e bellezza, documentando con fedeltà il manifestarsi di quel sensus fidelium che è un fattore importante per il riconoscimento della santità.

3. I Santi, segno di quella radicale novità che il Figlio di Dio, con la sua incarnazione, morte e risurrezione, ha innestato nella natura umana e insigni testimoni della fede, non sono rappresentanti del passato, ma costituiscono il presente e il futuro della Chiesa e della società. Essi hanno realizzato in pienezza quella caritas in veritate che è il sommo valore della vita cristiana, e sono come le facce di un prisma, sulle quali, con diverse sfumature, si riflette l'unica luce che è Cristo.

La vita di queste straordinarie figure di credenti, appartenenti a tutte le Regioni della terra, presenta due significative costanti, che vorrei sottolineare.

Innanzitutto, il loro rapporto con il Signore, anche quando percorre strade tradizionali, non è mai stanco e ripetitivo, ma si esprime sempre in modalità autentiche, vive e originali e scaturisce da un dialogo con il Signore intenso e coinvolgente, che valorizza e arricchisce anche le forme esteriori.

Inoltre, nella vita di questi nostri fratelli risalta la continua ricerca della perfezione evangelica, il rifiuto della mediocrità e la tensione verso la totale appartenenza a Cristo. «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo»: è l'esortazione, riportata nel libro del Levitico (19,2), che Dio rivolge a Mosè. Essa ci fa comprendere come la santità sia tendere costantemente alla misura alta della vita cristiana, conquista impegnativa, ricerca continua della comunione con Dio, che rende il credente impegnato a «corrispondere» con la massima generosità possibile al disegno d'amore che il Padre ha su di lui e sull’intera umanità.

4. Le principali tappe del riconoscimento della santità da parte della Chiesa, cioè la beatificazione e la canonizzazione, sono unite tra loro da un vincolo di grande coerenza. Ad esse vanno aggiunte, come indispensabile fase preparatoria, la dichiarazione dell'eroicità delle virtù o del martirio di un Servo di Dio e l'accertamento di qualche dono straordinario, il miracolo, che il Signore concede per intercessione di un suo Servo fedele.

Quanta sapienza pedagogica si manifesta in tale itinerario! In un primo momento, il Popolo di Dio è invitato a guardare a quei fratelli che, dopo un primo accurato discernimento, vengono proposti come modelli di vita cristiana; quindi, viene esortato a rivolgere loro un culto di venerazione e di invocazione circoscritto nell'ambito di Chiese locali o di Ordini religiosi; infine è chiamato ad esultare con l’intera comunità dei credenti per la certezza che, grazie alla solenne proclamazione pontificia, un suo figlio o una sua figlia ha raggiunto la gloria di Dio, dove partecipa alla perenne intercessione di Cristo in favore dei fratelli (cfr Ebr 7,25).

In questo cammino la Chiesa accoglie con gioia e stupore i miracoli che Dio, nella sua infinita bontà, gratuitamente le dona, per confermare la predicazione evangelica (cfr Mc 16,20). Accoglie, altresì, la testimonianza dei martiri come la forma più limpida e intensa di configurazione a Cristo.

Questo progressivo manifestarsi della santità nei credenti corrisponde allo stile scelto da Dio nel rivelarsi agli uomini e, allo stesso tempo, è parte del cammino con cui il Popolo di Dio cresce nella fede e nella conoscenza della Verità.

Il graduale avvicinamento alla "pienezza della luce" emerge in modo singolare nel passaggio dalla beatificazione alla canonizzazione. In questo percorso, infatti, si compiono eventi di grande vitalità religiosa e culturale, nei quali invocazione liturgica, devozione popolare, imitazione delle virtù, studio storico e teologico, attenzione ai «segni dall'alto» si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. In questa circostanza si realizza una particolare modalità della promessa di Gesù ai discepoli di tutti i tempi: «Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera» (cfr Gv 16,13). La testimonianza dei santi, infatti, mette in luce e fa conoscere aspetti sempre nuovi del Messaggio evangelico.

Come è stato ben sottolineato dalle parole dell'Ecc.mo Prefetto, nell’itinerario per il riconoscimento della santità, emerge una ricchezza spirituale e pastorale che coinvolge tutta la comunità cristiana. La santità, cioè la trasfigurazione delle persone e delle realtà umane a immagine del Cristo risorto, rappresenta lo scopo ultimo del piano di salvezza divina, come ricorda l'apostolo Paolo: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1 Ts 4,3).

5. Cari fratelli e sorelle, la solennità del Natale, alla quale ci stiamo preparando, fa risplendere in piena luce la dignità di ogni uomo, chiamato a diventare figlio di Dio. Nell'esperienza dei Santi questa dignità si realizza nella concretezza delle circostanze storiche, dei temperamenti personali, delle scelte libere e responsabili, dei carismi soprannaturali.

Confortati da un così gran numero di testimoni, affrettiamo dunque anche noi il passo verso il Signore che viene, innalzando la splendida invocazione nella quale culmina l'inno del Te Deum: «Aeterna fac cum sanctis tuis in gloria numerari»; nel tuo avvento glorioso, accoglici, o Verbo Incarnato, nell'assemblea dei tuoi Santi.

Con tali voti, volentieri formulo a ciascuno fervidi auguri per le imminenti Festività Natalizie e con affetto imparto la Benedizione Apostolica.

[01908-01.01] [Testo originale: Italiano]
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Intervista con il cardinale José Saraiva Martins, dal 1998 allo scorso luglio prefetto della Congregazione delle Cause dei santi. Dieci anni in cui sono stati proclamati 1108 beati e 217 santi


Intervista con il cardinale José Saraiva Martins di Gianni Cardinale settembre 2009


Il 9 luglio scorso il porporato portoghese José Saraiva Martins ha lasciato l’incarico di prefetto della Congregazione delle Cause dei santi e al suo posto è stato nominato il salesiano Angelo Amato, che fino a quella data era segretario della Congregazione per la Dottrina della fede. Il cardinale Saraiva, che ha compiuto 76 anni a gennaio, ha ricoperto l’incarico per poco più di dieci anni e ha accettato volentieri di tracciare per 30Giorni un bilancio della sua “prefettura” in uno dei dicasteri più importanti e delicati della Curia romana.

Il cardinale José Saraiva Martins

Il cardinale José Saraiva Martins

Il 30 maggio 1998 lei è stato il primo non cardinale a essere nominato subito prefetto, e non pro-prefetto, di una Congregazione romana.
JosÉ Saraiva Martins: In effetti, è stato così. Ricordo che qualcuno quel giorno mi chiamò dicendomi che L’Osservatore Romano nel pubblicare la notizia della mia nomina si era sbagliato, compiendo una gaffe clamorosa… Perché in effetti fino ad allora se un non cardinale veniva nominato alla guida di un dicastero romano assumeva la carica di pro-prefetto e il “pro” spariva solo quando c’era la creazione cardinalizia dell’interessato. Invece no, non c’era alcuna gaffe, evidentemente la Santa Sede aveva ritenuto che era arrivato il tempo di semplificare le procedure di nomina. Perché di fatto i poteri di un pro-prefetto erano gli stessi di quelli di un prefetto.
In dieci anni alla guida del dicastero quanti beati e santi ha “aiutato” a salire agli onori degli altari?
Saraiva Martins: Posso rispondere perché i miei ormai ex collaboratori si sono presi la briga di fare questo tipo di calcoli. Devo dire innanzitutto che la mia nomina è stata fatta da Giovanni Paolo II, che, durante il suo pontificato, ha riconosciuto più santi e beati di tutti i suoi predecessori messi insieme, almeno da quando la Sede apostolica ha avocato a sé questo tipo di decisioni. Prima di papa Wojtyla infatti – dal 1588, anno di nascita della Congregazione, al 1978 – erano stati elevati agli onori degli altari complessivamente 808 beati e 296 santi. Con Giovanni Paolo II, dal 1978 al 2005, sono stati “fatti” 1.353 beati e 482 santi; e, tra questi, durante la mia “prefettura”, sono stati elevati 553 beati in 39 cerimonie e 203 santi in 17 cerimonie. A questi devono essere aggiunti i santi (14) e i beati (555) riconosciuti durante il pontificato di Benedetto XVI fino al luglio scorso. Complessivamente quindi in dieci anni ho avuto il privilegio di “aiutare” nel salire agli onori degli altari 1.108 beati e 217 santi. Un bell’esercito, non c’è che dire… Speriamo che almeno qualcuno di loro si ricordi di me in Cielo.
Lei poi, in virtù della nuova prassi adottata all’inizio del nuovo pontificato, ha presieduto anche alle cerimonie di beatificazione…
Saraiva Martins: In effetti, in base a questa nuova prassi, queste cerimonie, che in precedenza erano presiedute dal Papa, ora invece lo sono da un cardinale, e di norma dal prefetto della Congregazione. E proprio in questa veste ho avuto il privilegio di presiedere a 41 delle 49 cerimonie di beatificazione che si sono svolte durante la fase per così dire “ratzingeriana” della mia prefettura.
Quale è stata la cerimonia, di queste 41, che l’ha più colpita?
Saraiva Martins: Tutte sono state belle, ma mi ha commosso particolarmente quella celebrata in Messico per la beatificazione dei martiri delle persecuzioni del secolo scorso. Si è svolta allo stadio di Guadalajara alla presenza di ottantamila fedeli. Lì ho capito ancora meglio la saggezza della nuova prassi che prevede di non fare cerimonie di beatificazione a Roma, ma nelle Chiese locali. Se infatti questa celebrazione si fosse svolta a Roma ben poche di quelle persone avrebbero potuto permettersi di pagare il viaggio… Senza contare che nello stadio di Guadalajara hanno addirittura messo una lapide per immortalare la cerimonia. Un fatto inimmaginabile qui da noi nella vecchia Europa.
E dell’esercito di santi e beati che lei ha aiutato qui in terra… ce n’è qualcuno che le è rimasto particolarmente nell’animo e nel cuore?
Saraiva Martins: Premesso ovviamente che i santi e i beati sono tutti uguali di fronte al Signore, non posso nascondere che alcuni di loro mi hanno toccato più da vicino. A cominciare dalla beatificazione di papa Giovanni XXIII felicemente abbinata a quella di papa Pio IX, che aveva avuto dei problemi. Poi quella dei pastorelli di Fatima: mia madre fin da piccolo aveva cominciato a parlarmi di loro, invitandomi a invocarli, a pregarli, si figuri quindi la mia gioia nell’accompagnarli all’onore degli altari. E poi la beata Madre Teresa e san Pio da Pietrelcina: due figure splendide, molto amate e invocate dai fedeli più semplici. Ecco, per così dire, i miei preferiti. Spero che gli altri santi e beati comprendano questa mia debolezza.
Non c’è il rischio che la proclamazione di un numero elevato di santi e beati, come è avvenuto nel corso degli ultimi trent’anni, comporti una certa “inflazione”?
Saraiva Martins: Giovanni Paolo II, che aveva ben presente questo tipo di obiezione, non la pensava così. E rispondeva, bene, dando tutta una serie di ragioni: i santi li fa Dio e se ci sono i santi la Chiesa non può che riconoscerli e proporli; il Concilio Vaticano II ha parlato della vocazione universale alla santità; la moltiplicazione delle Chiese locali comporta la moltiplicazione dei modelli di santità; la santità è la via più facile all’unità della Chiesa e quindi ha forti implicazioni ecumeniche. Noi crediamo, ci ricorda il Simbolo apostolico che recitiamo in ogni messa, la “Ecclesiam unam, sanctam…”. Tutte ragioni che condivido pienamente e che hanno ispirato i lavori della Congregazione.
Con l’elezione di Benedetto XVI c’era chi pensava che si potesse tornare all’antico…
Saraiva Martins: Come dimostrano chiaramente le statistiche non è stato così. Il nuovo Pontefice non ha dato alcuna indicazione contraria rispetto al precedente. Il ritmo non è diminuito. Anzi, la decisione di decentrare a livello locale le cerimonie di beatificazione non ha fatto altro che moltiplicare questo tipo di celebrazioni.
Ha lasciato l’incarico con qualche rimpianto?
Saraiva Martins: No, sono felice perché sono stati anni molto fecondi per me e per il dicastero. Oltre alle singole cause infatti ho avuto la soddisfazione di veder approvare, ad esempio, il nuovo regolamento della Congregazione, oppure, da ultimo, l’istruzione Sanctorum Mater cui tenevo in modo particolare. Si tratta di uno strumento importante per aiutare i vescovi a ben avviare i processi a livello diocesano. Uno strumento di cui, a dire il vero, si avvertiva la mancanza. Senza contare poi una serie di iniziative, come ad esempio il Simposio del 1999 su “Eucaristia, santità e santificazione”. Un avvenimento gioioso è poi stata la bella udienza che Benedetto XVI ha accordato ai postulatori. Era la prima volta che succedeva.
Eppure è successo che una cerimonia di beatificazione, quella di padre Leone Dehon, di cui pure era stata fissata la data, è stata poi rinviata sine die
Saraiva Martins: È stato deciso così per poter studiare meglio la questione viste le polemiche che si erano scatenate riguardo il presunto antisemitismo di padre Leone. Personalmente, credo che si tratti di accuse ingiuste e anacronistiche, e spero che quanto prima Dehon meriti di salire all’onore degli altari.
Lei prima accennava al fatto che ci sono stati problemi anche per la beatificazione di Pio IX…
Saraiva Martins: In questo caso fu una questione di opportunità legata a valutazioni di tipo politico. C’erano correnti storiografiche particolarmente avverse a papa Mastai e perciò il decreto riguardante il miracolo rimase bloccato per un certo numero di anni. Ma poi, dopo aver chiesto un parere alla Conferenza episcopale italiana, che risultò positivo, si decise che queste riserve non avevano più motivo di esistere. Anche perché, e questo vale per Pio IX ma non solo per lui, quando si “beatifica” un servo di Dio non si beatificano le sue idee politiche, giuste o sbagliate che fossero.
Il nostro direttore in passato si è chiesto se per iniziare le cause di beatificazioni riguardanti i pontefici non fosse il caso di aspettare non cinque, ma cinquant’anni dalla loro morte…
Saraiva Martins: La disciplina ecclesiastica su questo punto in passato è cambiata più volte. Nulla vieta quindi che possa cambiare di nuovo. È vero che le cause riguardanti i pontefici sono particolarmente delicate, anche perché è noto che i loro archivi sono pienamente accessibili solo dopo decenni. Quello che mi sembra comunque importante è che in questo tipo di cause si sia immuni da interferenze esterne, positive e negative, da parte di persone o istituzioni estranee al processo. Questi tentativi vanno respinti. Ed è chiaro che se un processo inizia dopo dieci o venti anni dalla morte è più facile che questo tipo di influenze siano minori se non inesistenti. Questo vale per i papi ma anche per gli altri.
Quindi lei in linea di principio non sarebbe contrario a prolungare il limite attuale di cinque anni…
Saraiva Martins: Penso che una decisione di questo tipo, qualora venisse presa, potrebbe aiutare a evitare forme indebite di pressione.
Giovanni XXIII è stato beatificato nonostante i suoi archivi non siano ancora accessibili. Non è anomalo?
Saraiva Martins: Voglio credere che chi ha studiato la causa abbia avuto modo di valutare attentamente tutti i documenti utili, a prescindere che non fossero ancora accessibili.
Se si guarda la lista dei pontefici dell’ultimo secolo abbiamo un santo (Pio X), un beato (Giovanni XXIII), e quattro servi di Dio (Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II). Praticamente solo due pontefici dello stesso periodo non risultano in corsa per gli altari…
Saraiva Martins: Se c’è una fama di santità la Congregazione non può impedire che il processo abbia inizio. Questo non vuol dire però che anche i papi per i quali non si è manifestata questa fama non possano essere considerati dei grandi pontefici. Benedetto XV e Pio XI sono stati certamente degnissimi successori di Pietro.
Nel corso di una conferenza stampa padre Lombardi ha accennato al fatto che, per quanto riguarda la causa di beatificazione di Pio XII, la Congregazione ha fatto il suo lavoro e che ora spetta al Papa decidere riguardo la pubblicazione del decreto sulle virtù eroiche…
Saraiva Martins: In effetti la Congregazione ha svolto un eccellente lavoro. Il Papa da parte sua ha dato mandato di approfondire alcuni aspetti. Siamo in fiduciosa attesa di ulteriori sviluppi. Le parole del Papa ai partecipanti a un convegno e soprattutto quelle in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di papa Pacelli, nonché la prefazione scritta dal cardinale segretario di Stato a un libro di suor Marchione fanno ben sperare.
Eminenza, l’opinione teologica prevalente è che il papa nel canonizzare un santo compia un atto di magistero infallibile. Ma non mancano autorevoli teologi che non la pensano così. Qual è la sua opinione a riguardo?
Saraiva Martins: Sono fermamente convinto che la canonizzazione è un fatto dogmatico in cui è coinvolto il magistero infallibile del papa. Una canonizzazione infatti riguarda il culto universale e quindi la fede della Chiesa. Il papa riconoscendo un nuovo santo, infatti, non ne permette il culto a livello locale, come avviene invece per i beati, ma lo prescrive a tutta la Chiesa universale.
Benedetto XVI con il cardinale Saraiva Martins durante l’udienza al Collegio dei postulatori e ai superiori e officiali della Congregazione delle Cause dei santi, il 17 dicembre 2007 [© Osservatore Romano]

Benedetto XVI con il cardinale Saraiva Martins durante l’udienza al Collegio dei postulatori e ai superiori e officiali della Congregazione delle Cause dei santi, il 17 dicembre 2007 [© Osservatore Romano]

Mi perdoni l’irriverenza della domanda. Ma con il gran numero di santi che sono stati proclamati nel corso degli ultimi decenni non c’è il rischio che in futuro possano esserci delle sorprese?
Saraiva Martins: Lo escludo. La Congregazione lavora scrupolosissimamente e quindi escludo sorprese future. Ma soprattutto credo fermamente che il Signore in questo non farà mai cadere in difetto la Sua Chiesa e il Suo vicario in terra.
Eminenza, permetta una domanda un po’ maliziosa. Alcuni anni fa un postulatore quantificò in circa 750mila euro il costo del processo di beatificazione di un suo candidato. Con cifre così cospicue non si corre il rischio che qualcuno possa cadere in tentazione?
Saraiva Martins: Capisco a cosa vuole alludere. Ci tengo a precisare che le spese di ogni beatificazione sono spese, per così dire, vive, che riguardano i costi di stampa delle Positio, i giusti, e per altro modesti, compensi ai teologi e ai medici coinvolti, le spese delle cerimonie. Quindi neanche un centesimo va a finire nelle casse della Congregazione. La Congregazione si limita a informare i postulatori, che hanno i cordoni della borsa, su chi e cosa pagare. Punto.
Eminenza, un’ultima domanda. Ora non si sente un po’ come un disoccupato?
Saraiva Martins: Disoccupato? Non troppo. A Dio piacendo fino agli ottanta anni sarò membro di alcuni dicasteri e uffici della Curia romana: la Congregazione per il Culto e quella per i Vescovi, il Pontificio Consiglio per gli Operatori sanitari, la Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano. E poi il Santo Padre mi ha chiesto, in qualità di prefetto emerito, di presiedere ancora ad alcune cerimonie di beatificazione.
Dove?
Saraiva Martins: Il 4 ottobre a Vigevano per padre Francesco Pianzola, fondatore delle Suore missionarie dell’Immacolata Regina della Pace e degli Oblati diocesani dell’Immacolata. Il 19 ottobre a Lisieux per i coniugi Luigi e Zelia Martin, genitori di santa Teresina. Il 24 novembre a Nagasaki, in Giappone, per i 188 martiri del XVII secolo. Il 29 novembre a Camagüey, a Cuba, per fra Olallo Valdés, dei Fatebenefratelli. Come vede il lavoro non manca.


Fraternamente CaterinaLD

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