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L'eresia antiliturgica e la riforma protestante del XVI secolo considerata nei suoi rapporti con la liturgia

Last Update: 12/13/2018 9:34 PM
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Come accennato qui:

La riforma liturgica, "benvenuta e necessaria", ha però un "lato oscuro"

e qui:


LA CATASTROFE CHE FU IL LUTERANESIMO





L'eresia antiliturgica e la riforma protestante del XVI secolo considerata nei suoi rapporti con la liturgia

di dom Prosper Guéranger
 
in Institutions liturgiques, I², Paris, 1878, pp. 388-407. Traduzione italiana di Fabio Marino, pubblicata in "Civitas Christiana", Verona n. 7-9, 1997, 13-23.

La liturgia è cosa troppo eccellente nella Chiesa per non essersi trovata esposta agli attacchi dell'eresia. Ma come le sette orientali, che pure avevano infranto il simbolo in tanti altri modi, non hanno combattuto direttamente, come nozione, l'autorità della Chiesa, così non si è neppure visto, in questa patria dei misteri, il razionalismo perseguitare per sistema le forme del culto. Divise tra di loro da violente discordie, le sette orientali hanno unito al cristianesimo o un panteismo mascherato, oppure il principio stesso del dualismo. Ma ciò di cui soprattutto hanno bisogno è credere ed essere cristiani: la loro liturgia è l'espressione completa della loro situazione. Bestemmie sulla incarnazione del Verbo disonorano certe formule, ma tale disordine non impedisce che in queste formule, e nei riti che le accompagnano, siano conservate le nozioni tradizionali della liturgia. Di più, la fede benché sfigurata è stata feconda fin quasi ai nostri giorni presso questi uomini che credono male, ma vogliono credere. E i giacobiti, i nestoriani, soltanto dopo l'anno 1000, hanno prodotto più formule liturgiche, per esempio anafore, dei greci melchiti, i cui libri non hanno guadagnato più nulla dopo la loro separazione dalla Chiesa romana, se si eccettuano alcune raccolte di inni composte da persone di ogni genere, e aggiunte ai libri dell'officio. Ma quest'ultimo tipo di preghiere non attiene all'elemento fondamentale della liturgia, come le anafore, le benedizioni, ecc., composte dai giacobiti e dai nestoriani moderni, e di cui troviamo il testo o la notizia nell'opera del Renaudot sulle liturgie d'Oriente [1], oppure nella biblioteca orientale di Assemàni [2]. Peraltro il lettore si ingannerebbe se pensasse che intendiamo tale estrema abbondanza come indice di un progresso. L'antichità, l'immutabilità delle formule dell'altare è la prima delle loro qualità. Ma la fecondità cui ci riferiamo è comunque un segno di vita, e non si può non riconoscere come lo stile ecclesiastico di queste anafore, anche delle più recenti, è perfettamente conforme con quello consacrato dai secoli. Quanto alle tradizioni su riti e cerimonie, le sette d'Oriente le hanno conservate tutte con rara fedeltà, e se talvolta vi si trovano mescolati aspetti superstiziosi, esse attestano comunque un fondo primitivo di fede, mentre da noi la progressiva diminuzione delle pratiche esteriori denunzia invece la presenza di un razionalismo segreto che fa vedere i suoi risultati.

La Chiesa greca ha generalmente conservato con grande cura, se non il genio, almeno le forme della liturgia. Abbiamo detto altrove come Dio l'ha predestinata, almeno per un tempo, con l'immobilità dei suoi antichi usi, a rendere una testimonianza irrinunciabile alla purezza delle tradizioni latine. È per questo che Cirillo Lukaris [3] si arenò in maniera così vergognosa nel suo progetto di iniziare la chiesa orientale alle dottrine del razionalismo d'Occidente. Comunque lo spirito di discussione e di puntiglio di Marco d'Efeso [4] è rimasto nel seno della chiesa greca, e produrrà i suoi frutti naturali dal momento in cui questa chiesa sarà chiamata a fondersi nelle nostre società europee. La chiesa greca deve senza fallo passare per il protestantesimo prima di ritornare all'unità, e si ha ben ragione di credere che la rivoluzione sia già avvenuta nel cuore dei suoi pontefici. In un analogo ordine di cose la liturgia, forma ufficiale di una credenza ufficiale, rimarrà stabile o varierà a seconda della volontà di chi esercita il potere. Così non è possibile eresia liturgica dove il simbolo è già minato, ove non si trova altro che un cadavere di cristianesimo, cui soltanto gli impulsi oppure un galvanismo imprimono ancora qualche movimento, finché, cadendo a pezzi dalla putrefazione, diverrà del tutto incapace di ricevere stimoli esterni, come da tempo non aveva più sentito il tocco della vita.

 

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È dunque solo in seno alla vera Chiesa che può fermentare l'eresia antiliturgica, vale a dire quell'eresia che si pone come nemica delle forme del culto. Soltanto dove c'è qualche cosa da distruggere il genio della distruzione cercherà di introdurre tale deleterio veleno. L'Oriente ne ha provato una volta sola, ma violentemente, i colpi, e ciò è avvenuto ai tempi dell'unità. Nel secolo VIII sorse una setta furibonda la quale sotto il pretesto di liberare lo spirito dal giogo della forma ha rotto, strappato, bruciato i simboli della fede e dell'amore del cristiano. Il sangue fu sparso per la difesa dell'immagine del Figlio di Dio come era stato sparso quattro secoli prima per il trionfo del vero Dio sugli idoli. Ma è stato riservato alla cristianità occidentale di vedere organizzare nel suo seno la guerra più lunga, più ostinata, che ancora continua, contro l'insieme degli atti liturgici. Due cose contribuiscono a mantenere le chiese dell'Occidente in tale stato di prova: innanzi tutto, come si è detto, la vitalità del cristianesimo romano, il solo degno del nome di cristianesimo, e di conseguenza quello contro cui dovevano rivolgersi tutte le forze dell'errore. In secondo luogo il carattere razionalmente materiale dei popoli occidentali, i quali, privi dell'agilità dello spirito greco come del misticismo orientale, in fatto di credenze, non sanno che negare, che rigettare lontano da sé quanto li disturba o li umilia, incapaci per questa duplice ragione, di seguire al pari dei popoli semitici una stessa eresia per lunghi secoli. Ecco il motivo per cui da noi, se si trascurano certi fatti isolati, l'eresia non ha mai proceduto che per via di negazione e di distruzione.In questa direzione, come ora vedremo, vanno tutti gli sforzi della immensa setta antiliturgista.

Il suo punto di partenza conosciuto è Vigilanzio, questo gallo immortalato dagli eloquenti sarcasmi di san Girolamo [5]. Egli declama contro la pompa delle cerimonie, insulta grossolanamente il loro simbolismo, bestemmia le reliquie dei santi, attacca a un tempo il celibato dei sacri ministri e la castità delle vergini. Il tutto per preservare la purezza del cristianesimo. Come si vede ciò non è una cattiva anticipazione in un gallo del IV secolo. L'Oriente che in questo ambito ha prodotto soltanto l'eresia iconoclasta, ha risparmiato, anche se per difetto di consequenzialità, i riti e gli usi della liturgia privi di un rapporto immediato con le sacre immagini.

Dopo Vigilanzio l'Occidente restò tranquillo per vari secoli. Ma quando le stirpi barbariche, iniziate dalla Chiesa alla civiltà, si furono alquanto familiarizzate con l'opera del pensiero, sorsero prima uomini, poi sette che negarono grossolanamente quello che non comprendevano, dicendo che quanto i sensi non percepiscono immediatamente non è reale. L'eresia dei sacramentari, del tutto impossibile in Oriente, ebbe inizio nel secolo XI in Occidente, in Francia, con le bestemmie dell'arcidiacono Berengario [6]. La reazione contro una così mostruosa eresia fu universale nella Chiesa, ma era da prevedere che il razionalismo, una volta scatenatosi contro il più augusto degli atti del culto cristiano, non si sarebbe fermato. Il mistero della presenza reale del Verbo divino sotto i simboli eucaristici doveva diventare il bersaglio di tutti gli attacchi. Bisognava allontanare Dio dall'uomo, e per attaccare con maggiore sicurezza questo dogma capitale bisognava bloccare tutte le strade della liturgia, che se si può dir così sboccassero nel mistero eucaristico.
 
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Berengario non aveva fatto altro che dare un segnale: il suo assalto sarebbe stato rinforzato già nel suo secolo e nei seguenti, e doveva risultarne per il cattolicesimo il più lungo e il più spaventoso attacco che abbia mai subito. Tutto iniziò, dunque, dopo l'anno 1000. "Era forse - dice Bossuet - il tempo della terribile liberazione di satana rivelata dall'Apocalisse dopo mille anni. Ciò può significare disordini estremi: mille anni dopo che il forte armato, vale a dire il demonio vittorioso, fu legato da Gesù Cristo con la sua venuta nel mondo" [7].

L'inferno aveva smosso la feccia più infetta del suo pantano, e mentre il razionalismo si risvegliava, avvenne che satana gettasse sull'Occidente, come un soccorso diabolico, l'impura semenza che l'Oriente aveva seminato con orrore nel suo seno fin dall'origine, la setta che san Paolo chiama il mistero d'iniquità, l'eresia manichea. È noto come sotto il falso nome di gnosi essa aveva macchiato i primi secoli del cristianesimo, con quale perfidia si era nascosta secondo i tempi nel seno della Chiesa, permettendo ai suoi seguaci di pregare, e persino di comunicare con i cattolici, penetrando fino alla stessa Roma, ove fu necessario per scoprirla l'occhio penetrante di un san Leone e di un san Gelasio. Questa setta abominevole, sotto il pretesto di spiritualismo in preda a tutte le infamie della carne, bestemmiava nel segreto le pratiche più sante del culto esteriore come grossolane e troppo materiali. Si può vedere quanto ce ne riferisce sant'Agostino nel libro contro Fausto il manicheo il quale accusava di idolatria il culto dei santi e delle loro reliquie.

Gli imperatori d'Oriente avevano perseguito tale setta infame con le loro disposizioni più severe, senza riuscire a estinguerla. La si ritrova nel IX secolo in Armenia sotto la direzione di un capo chiamato Paolo, dal quale a questi eretici in Oriente fu dato il nome di pauliciani. Ed essi vi divennero così potenti da sostenere guerre contro gli imperatori di Costantinopoli. Pietro Siculo, inviato presso di loro da Basilio il Macedone per trattare uno scambio di prigionieri, ebbe la possibilità di conoscerli e scrisse un libro sui loro errori.

"Egli vi descrive questi eretici - dice Bossuet - con le caratteristiche loro proprie, con i loro due princìpi, con il disprezzo che avevano nei confronti del Vecchio Testamento, con la loro abilità prodigiosa di nascondersi quando volevano, e con gli altri segni che abbiamo visto. Ma ne sottolinea due o tre che non bisogna dimenticare: la loro particolare avversione per le immagini della croce, conseguenza naturale del loro errore, perché essi rifiutavano la passione e la morte del Figlio di Dio; il loro disprezzo per la santa Vergine, che non consideravano la Madre di Gesù Cristo, in quanto egli non avrebbe carne umana; e soprattutto il loro allontanamento dall'eucaristia" [8]. "Essi sostenevano inoltre che i cattolici onorano i santi come divinità, ed è per questo che vietano ai laici di leggere la sacra Scrittura, per paura che scoprano vari errori come questo" [9].

 
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Esisteva già, come si vede, l'eresia antiliturgica del tutto formata. Non le mancavano che popolazioni disposte ad accoglierla. Per arrivare in Europa la setta passò per la Bulgaria ove gettò profonde radici: questo fu il motivo che diede in Occidente il nome di bulgari ai suoi adepti. Nel 1017, sotto il re Roberto, se ne scoprirono numerosi a Orléans, e poco dopo altri nella Linguadoca, poi in Italia, ove si facevano chiamare càtari, cioè puri, infine fino in fondo alla Germania. La loro parola infame era cresciuta dall'interno come il cancro [10], e la loro dottrina era sempre la stessa, fondata sulla credenza nei due princìpi e sull'odio per tutto l'aspetto esteriore del culto, rafforzato da tutte le abominazioni gnostiche. Del resto erano molto dissimulati, confusi nella Chiesa con gli ortodossi, pronti a ogni sorta di spergiuro piuttosto che farsi scoprire quando avessero deciso di non parlare. Erano già molto forti nel XII secolo nel sud della Francia, e non si può dubitare che Pietro di Bruys [11] ed Enrico [12], le cui dottrine avevano come avversari san Bernardo e Pietro il Venerabile, non fossero due dei capi principali. Nel 1160 li si vede passare in Inghilterra, dove furono chiamati poplicani o publicani. In Francia li si indica con il nome di albigesi a causa della loro potenza in una delle nostre province, e color che sono più profondamente iniziati ai disgustosi misteri della setta sono chiamati patarini. È noto con quanto zelo le popolazioni cattoliche del medioevo si scagliassero contro questi settari: la Chiesa ritenne di poter bandire contro di loro la crociata, e cominciò una guerra di sterminio, alla quale parteciparono direttamente o indirettamente tutti i grandi personaggi della Chiesa e dello Stato. La dottrina degli albigesi fu soffocata, almeno quanto al suo predominio esteriore. Essa rimase sordamente come seme di tutti gli errori che dovevano esplodere nel XVI secolo, e le dottrine del loro mostruoso misticismo si perpetuarono fino ai nostri giorni nell'eresia quietista, probabilmente nemico più pericoloso della vera dottrina liturgica dello stesso razionalismo puro.

Una nuova branca della setta, meno mistica e perciò più appropriata ai costumi dell'Occidente, spuntava a Lione sullo stesso tronco del manicheismo importato dall'Oriente nel momento stesso in cui il primo ramo era minacciato di una distruzione violenta. Nel 1160 a Lione il mercante Pietro Valdo [13] formava la setta dei fanatici turbolenti, conosciuti sotto il nome di poveri di Lione, ma soprattutto sotto quello di valdesi, dal nome del loro fondatore. Fu allora che si poté presagire l'alleanza dello spirito della setta con quella di cui Berengario era stato presso di noi il primo organo. Liberati ben presto dalle opinioni manichee, impopolari da noi, essi predicavano soprattutto la riforma della Chiesa, e per attuarla scalzavano audacemente tutto l'insieme del suo culto. Prima di tutto per loro non vi è più sacerdozio, ogni laico è sacerdote; il sacerdote in peccato mortale non può più consacrare; di conseguenza non vi è più eucaristia certa; i chierici non possono possedere i beni della terra; si devono avere in orrore le chiese, il sacro crisma, il culto della Vergine e dei santi, la preghiera per i morti. Bisogna sottoporre ogni cosa alla sacra Scrittura, ecc. I valdesi ritengono la morale della Chiesa scandalosa per il suo rilassamento, e ostentano un rigore di comportamento che contrasta con la dissolutezza degli albigesi.

 
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Ma la Francia non era il solo teatro di questa reazione violenta contro la forma nell'ambito del cattolicesimo. Alla fine del XIV secolo sorgeva in Inghilterra Wyclif [14] e dava a intendere quasi tutte le bestemmie dei valdesi. Tuttavia, poiché ogni sistema di errore in religione, per avere qualche consistenza, ha bisogno di appoggiarsi da vicino o da lontano sul panteismo, non potendo da noi, come abbiamo osservato, il misticismo gnostico convenire alle masse, Wyclif pensò di sostenere le sue dottrine dissolventi su un sistema di fatalismo, la cui fonte era una volontà immutabile di Dio, nella quale si trovavano assorbite tutte le volontà delle creature.

All'incirca negli stessi tempi Jan Hus [15] dogmatizzava in Germania e preparava quella immensa rivolta che per secoli doveva separare intere nazioni dalla comunione romana. Anch'egli si fondava molto sulle conseguenze esagerate del dogma della predestinazione, e passando alla pratica umiliava il sacerdozio davanti al laicismo, predicava la lettura della sacra Scrittura a spese della Tradizione e ledeva l'autorità suprema in materia liturgica con le sue rivendicazioni per l'uso del calice nella comunione laica.

Venne infine Lutero, il quale non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l'uomo nello stesso tempo dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico. Calvino e Zwingli lo seguirono portandosi dietro Socini, il cui naturalismo puro era la conseguenza immediata delle dottrine preparate da tanti secoli. Ma col Socini ogni errore liturgico si arresta: la liturgia, sempre più ridotta, non arriva fino a lui. Ora, per dare un'idea dei danni provocati dalla setta antiliturgica, ci è parso necessario riassumere la marcia dei pretesi riformatori del cristianesimo da tre secoli a questa parte, e presentare l'insieme dei loro atti e della loro dottrina sulla epurazione del culto divino. Non vi è spettacolo più istruttivo e più idoneo a far comprendere le cause della così rapida propagazione del protestantesimo. Vi si potrà scorgere l'opera di una saggezza diabolica che agisce a colpo sicuro, e deve condurre senza meno a risultati di vasta portata.

continua...............
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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1° Odio della Tradizione nelle formule del culto

Il primo carattere dell'eresia antiliturgica è l'odio della Tradizione nelle formule del culto divino. Non si può contestare la presenza di tale specifico carattere in tutti gli eretici, da Vigilanzio fino a Calvino, e il motivo è facile da spiegare. Ogni settario che vuole introdurre una nuova dottrina si trova necessariamente in presenza della liturgia, che è la tradizione alla sua più alta potenza, e non potrà trovare riposo prima di aver messo a tacere questa voce, prima di aver strappato queste pagine che danno ricetto alla fede dei secoli trascorsi. Infatti, in che modo si sono stabiliti e mantenuti nelle masse il luteranesimo, il calvinismo, l'anglicanesimo? Per ottenere questo, non si è dovuto far altro che sostituire nuovi libri e nuove formule ai libri e alle formule antiche, e tutto è stato consumato. Nulla dava più impaccio ai nuovi dottori, essi potevano predicare del tutto a proprio agio: la fede dei popoli era ormai senza difesa. Lutero comprese questa dottrina con una sagacità degna dei nostri giansenisti, quando nel primo periodo delle sue innovazioni, all'epoca in cui si vedeva obbligato a conservare una parte delle forme esteriori del culto latino, stabilì per la messa riformata le regole seguenti:

"Noi approviamo e conserviamo gli introiti delle domeniche e delle feste di Gesù Cristo, vale a dire di Pasqua, di Pentecoste e di Natale. Preferiremmo nella loro interezza i salmi da cui tali introiti sono tratti, come si faceva in antico; ma intendiamo conformarci all'uso presente. Non biasimiamo coloro che vorranno conservare gli introiti degli apostoli, della Vergine e degli altri santi, quando siano tratti dai salmi e da altri passi della scrittura" [16]. Lutero aveva troppo orrore dei cantici sacri composti dalla Chiesa stessa per l'espressione pubblica della fede. Sentiva troppo in essi il vigore della Tradizione che voleva bandire. Riconoscendo alla Chiesa il diritto di unire la propria voce nelle sacre assemblee agli oracoli delle scritture, rischiava di dover ascoltare milioni di bocche anatematizzare i suoi nuovi dogmi. Dunque odio contro tutto ciò che, nella liturgia, non è tratto esclusivamente dalle sacre scritture.

2° Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della sacra Scrittura

Il secondo principio della setta antiliturgica è, infatti, quello di sostituire le formule di stile ecclesiastico con letture della sacra scrittura. Essa vi trova un duplice vantaggio: prima di tutto quello di far tacere la voce della Tradizione, della quale ha sempre timore; inoltre un mezzo per diffondere e sostenere i suoi dogmi per via di negazione o di affermazione. Per via di negazione passando sotto silenzio, per mezzo di un'abile scelta, i testi che esprimono la dottrina contraria agli errori che vogliono far prevalere; per via di affermazione mettendo in luce passaggi tronchi i quali, non mostrando che un aspetto della verità, nascondono gli altri agli occhi del volgo. Da vari secoli si sa bene che la preferenza data da tutti gli eretici alla sacre scritture rispetto alle definizioni ecclesiastiche non ha altro motivo che la facilità di far dire alla parola di Dio tutto quello che si vuole, mostrandola e nascondendola a seconda delle esigenze. Vedremo d'altronde ciò che hanno fatto in questo campo i giansenisti, obbligati dal loro sistema a conservare il legame esteriore con la Chiesa; quanto ai protestanti, essi hanno ridotto quasi del tutto la liturgia alla lettura della scrittura, accompagnata da discorsi nei quali la si interpreta con la ragione. La scelta e la determinazione dei libri liturgici hanno finito per cadere nel capriccio del riformatore, il quale, in ultima istanza, decide non soltanto il senso della parola di Dio, ma il fatto stesso di detta parola. Così Martin Lutero ritiene che nel suo sistema di panteismo siano dogmi da stabilire l'inutilità delle opere e la sufficienza della sola fede, e quindi dichiarerà che l'epistola di san Giacomo è una epistola di paglia, e non una epistola canonica, per il solo fatto che vi si insegna la necessità delle opere per la salvezza. In tutti i tempi e sotto tutte le forme sarà lo stesso: niente formule ecclesiastiche, la sola scrittura, ma interpretata, ma scelta, ma presentata da colui o da coloro che hanno interesse alla innovazione. La trappola è pericolosa per i semplici, e solo molto dopo ci si rende conto di essere stati ingannati, e che la parola di Dio, questa spada a doppio taglio, come dice l'apostolo, ha causato gravi ferite perché era maneggiata da figli di perdizione.

 
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3° Introduzione di formule erronee

Il terzo principio degli eretici sulla riforma della liturgia, dopo aver eliminato le formule ecclesiastiche e proclamato l'assoluta necessità di non utilizzare che le parole della scrittura nel servizio divino, accorgendosi che la scrittura non si piega sempre, come essi vorrebbero, a tutti i loro voleri, il loro terzo principio è, noi diciamo, di fabbricare e introdurre delle formule diverse, piene di perfidia, mediante le quali i popoli siano ancor più solidamente incatenati nell'errore, e tutto l'edificio della riforma empia sia consolidato per secoli.

4° Abituale contraddizione con i princìpi

Non ci si deve meravigliare della contraddizione che l'eresia denota in tal modo nelle sue opere, se si tiene presente che il quarto principio o, se si vuole, la quarta necessità imposta ai settari dalla natura stessa del loro stato di rivolta, è una abituale contraddizione con i loro stessi princìpi. Così deve essere per la loro confusione nel gran giorno, che presto o tardi viene, in cui Iddio rivela la loro nudità alla vista dei popoli che essi hanno sedotto, e anche perché non riesce all'uomo di essere conseguente: la verità sola può esserlo. Così tutti i settari, senza eccezione, cominciano col rivendicare i diritti dell'antichità: vogliono liberare il cristianesimo da tutto ciò che l'errore e le passioni degli uomini vi hanno introdotto di falso e indegno di Dio. Non vogliono nulla che non sia primitivo, e pretendono di riprendere dai suoi albori l'istituzione cristiana. Per conseguire tale effetto essi sfrondano, fanno scomparire, sopprimono: tutto cade sotto i loro colpi, e quando si lavora a ripristinare nella sua originaria purezza il culto divino, si trova che si è inondati di formule nuove che non datano che dal giorno prima, che sono incontestabilmente umane, dato che chi le ha redatte vive ancora. Ogni setta subisce questa necessità: lo abbiamo visto per i monofisiti, per i nestoriani, ritroviamo la stessa cosa in tutte le branche dei protestanti. La loro affettazione di predicare l'antichità non è giunta se non a metterli in condizione di battere in breccia tutto il passato, e poi si sono messi di fronte ai popoli sedotti e hanno giurato loro che tutto andava bene, che le superfetazioni papiste erano scomparse, che il culto divino era ritornato alla sua santità originaria. Sottolineiamo ancora una caratteristica nell'ambito del cambiamento della liturgia da parte degli eretici. Ed è che nella loro furia di innovare essi non si accontentano di sfrondare le formule di stile ecclesiastico, da loro marchiate col nome di parola umana, ma estendono la loro riprovazione alle letture e alle preghiere che la Chiesa ha improntato alla scrittura. Cambiano, sostituiscono, non vogliono pregare con la Chiesa, così si scomunicano da sé stessi e temono fin la minima particella dell'ortodossia che ha presieduto alla scelta di quei passaggi.

5° Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono misteri

Dato che la riforma della liturgia è stata intrapresa dai settari con lo stesso scopo della riforma del dogma, di cui è la conseguenza, ne consegue che come i protestanti si sono separati dall'unità al fine di credere di meno, così sono stati indotti a togliere dal culto tutte le cerimonie, tutte le formule che esprimono misteri. Hanno accusato di superstizione, di idolatria tutto quello che non gli sembrava puramente razionale, restringendo così le espressioni della fede, ostruendo con il dubbio e addirittura con la negazione tutte le vie che aprono al mondo soprannaturale. In tal modo non più sacramenti, eccetto il battesimo, in attesa del soccinianesimo che ne libererà i suoi adepti; non più sacramentali, benedizioni, immagini, reliquie dei santi, processioni, pellegrinaggi, ecc. Non vi è più altare, ma semplicemente un tavolo, non più sacrificio, come vi è in ogni religione, ma semplicemente una cena; non più chiesa, ma solamente un tempio, come presso i greci e i romani; non più architettura religiosa, perché non ci sono più misteri; non più pittura e scultura cristiana, perché non vi è più religione sensibile; infine non più poesia, in un culto che non è fecondato né dall'amore né dalla fede.

 
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6° Estinzione dello spirito di preghiera

La soppressione dei misteri nella liturgia protestante doveva produrre senza fallo l'estinzione totale di quello spirito di preghiera che nel cattolicesimo si chiama unzione. Un cuore in rivolta non ha più amore, e un cuore senza amore potrà tutt'al più produrre delle espressioni passabili di rispetto o di timore, con la freddezza superba del fariseo: tale è la liturgia protestante. Si sente che colui che la recita si compiace di non appartenere al numero di quei cristiani papisti i quali abbassano Iddio al loro livello con la familiarità del loro linguaggio volgare.

7° Esclusione dell'intercessione della Vergine e dei santi

Trattando nobilmente con Dio la liturgia protestante non ha bisogno di intermediari creati. Essa crede di mancare al rispetto dovuto all'Essere supremo invocando l'intercessione della Santa Vergine, la protezione dei santi. Esclude tutta l'idolatria papista che domanda alla creatura quello che dovrebbe domandare a Dio solo. Sbarazza il calendario da tutti i nomi di uomini che la Chiesa romana iscrive con tanta temerità a fianco del nome di Dio: ha soprattutto in orrore quelli dei monaci e di altri personaggi degli ultimi tempi, che vi vede figurare a fianco dei nomi riveriti degli apostoli scelti da Gesù Cristo, dai quali fu fondata la Chiesa primitiva, che sola fu pura nella fede, e libera da ogni superstizione nel culto e da ogni rilassamento nella morale.

8° L'uso del volgare nel servizio divino

Poiché la riforma liturgica ha tra i suoi fini principali l'abolizione degli atti e delle formule mistiche, ne segue necessariamente che i suoi autori debbano rivendicare l'uso della lingua volgare nel servizio divino. Questo è uno dei punti più importanti agli occhi dei settari. Il culto non è una cosa segreta, essi dicono: il popolo deve capire quello che canta. L'odio per la lingua latina è innato nel cuore di tutti i nemici di Roma: costoro vedono in essa il legame dei cattolici nell'universo, l'arsenale dell'ortodossia contro tutte le sottigliezze dello spirito settario, l'arma più potente del papato. Lo spirito di rivolta, che li induce ad affidare all'idioma di ciascun popolo, di ciascuna provincia, di ciascun secolo la preghiera universale, ha del resto prodotto i suoi frutti, e i riformati sono in grado ogni giorno di accorgersi che i popoli cattolici, nonostante le loro preghiere in latino, gustano meglio e compiono con più zelo i doveri del culto dei popoli protestanti. A ogni ora del giorno ha luogo nelle chiese cattoliche il servizio divino; il fedele che vi assiste lascia sulla soglia la sua lingua materna; al di fuori dei momenti di predicazione egli non intende che accenti misteriosi, che cessano di risuonare nel momento più solenne, il canone della messa. E tuttavia questo mistero lo affascina talmente che non invidia la sorte del protestante, quantunque l'orecchio di quest'ultimo non intenda mai suoni di cui non capisce il significato.

Mentre il tempio riformato, una volta alla settimana, riunisce a fatica i cristiani puristi, la Chiesa papista vede senza posa i suoi numerosi altari assediati dai suoi religiosi figli; ogni giorno essi si allontanano dal loro lavoro per venire ad ascoltare queste parole misteriose che devono essere di Dio, perché nutrono la fede e leniscono i dolori. Riconosciamolo, è un colpo maestro del protestantesimo aver dichiarato guerra alla lingua sacra: se fosse riuscito a distruggerla, il suo trionfo avrebbe fatto un gran passo avanti. Offerta agli sguardi profani come un vergine disonorata, la liturgia, da questo momento, ha perduto il suo carattere sacro, e ben presto il popolo troverà eccessiva la pena di disturbarsi nel proprio lavoro o nei propri piaceri per andare a sentir parlare come si parla sulla pubblica piazza. Togliete alla Église française le sue declamazioni radicali e le sue diatribe contro la pretesa venalità del clero, e andate a vedere se il popolo continuerà a lungo ad andare a sentire il sedicente primate delle Gallie gridare: "Le Seigneur soit avec vous"; e altri rispondergli: "Et avec votre esprit". Tratteremo altrove, in modo specifico, della lingua liturgica.

 
continua............

P.S.

si consiglia di leggere anche:

LA TUNICA STRACCIATA (testi di Tito Casini)

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9° Diminuire il numero delle preghiere

Togliendo dalla liturgia il mistero che umilia la ragione, il protestantesimo si guardava bene dal dimenticarne la conseguenza pratica, cioè la liberazione dalla fatica e dal disagio imposti al corpo dalle pratiche della liturgia papista. Innanzi tutto non più digiuno e astinenza, non più genuflessione nella preghiera, per il ministro del tempio non più offici giornalieri da compiere, neppure preghiere canoniche da recitare in nome della Chiesa. Questa è una delle forme principali della grande emancipazione protestante: diminuire il numero delle preghiere pubbliche e personali. L'evento ha dimostrato ben presto che la fede e la carità, che si alimentano della preghiera, si sarebbero estinte nella riforma, mentre esse non cessano di alimentare presso i cattolici, tutti gli atti di devozione a Dio e agli uomini, fecondate come sono dalle ineffabili risorse della preghiera liturgica compiuta dal clero secolare e regolare, cui si unisce la comunità dei fedeli.

10° Odio verso Roma e le sue leggi

Come era necessaria al protestantesimo una regola per discernere tra le istituzioni papiste quelle che potevano essere più ostili al suo principio, esso ha dovuto scavare nelle fondamenta dell'edificio cattolico, e trovare la pietra fondamentale che lo sostiene tutto. Il suo istinto gli ha fatto scoprire innanzi tutto il dogma inconciliabile con ogni innovazione: la potestà papale. Quando Lutero scrisse sulla sua bandiera: odio verso Roma e le sue leggi, non faceva che proclamare ancora una volta il grande principio di tutte le branche della setta antiliturgica. Quindi ha dovuto abrogare in massa il culto e le cerimonie, come l'idolatria di Roma; la lingua latina, l'ufficio divino, il calendario, il breviario, tutte abominazioni della grande meretrice di Babilonia. Il romano pontefice pesa sulla ragione con i suoi dogmi, pesa sui sensi con le sue pratiche rituali: bisogna dunque proclamare che i suoi dogmi non sono che bestemmia ed errore, e le sue osservanze liturgiche soltanto un mezzo per fondare più fortemente un dominio usurpato e tirannico. È per questo motivo che, nelle sue litanie emancipate, la chiesa luterana continua a cantare ingenuamente: "Dal furore omicida, dalla calunnia, dalla rabbia e dalla ferocia del turco e del papa, liberaci o Signore" [17].

È questo il luogo per richiamare le ammirabili considerazioni di Joseph de Maistre, nel suo libro Du Pape, ove mostra con tanta sagacia e profondità, che nonostante le dissonanze che dovrebbero separare le une dalle altre le diverse sette separate, vi è una qualità nella quale si uniscono tutte, che è la "non romanità". Immaginate una qualunque innovazione, sia in materia di dogma sia in materia di disciplina, e vedete se è possibile realizzarla senza incorrere, volenti o nolenti, nella nota di "non romano", o se volete in quella di "meno romano", se si manca di audacia. Resta da sapere quale pace potrà trovare un cattolico nella prima, o anche nella seconda di queste situazioni.

11° Distruzione del sacerdozio

L'eresia antiliturgica, per stabilire per sempre il suo regno, aveva bisogno di distruggere in fatto e in diritto il sacerdozio nel cristianesimo, perché sentiva che dove vi è un pontefice vi è un altare, e dove vi è un altare vi è un sacrificio, e quindi un cerimoniale mistico. Dunque dopo aver abolito la qualità di sommo pontefice, bisognava annientare il carattere del vescovo dal quale emana la mistica imposizione delle mani che perpetua la sacra gerarchia. Di qui un lato presbiterianesimo, che non è che la conseguenza immediata della soppressione del sommo pontificato. Da allora non vi sono più sacerdoti propriamente detti: come farà la semplice elezione, senza consacrazione, a rendere un uomo consacrato? La riforma di Lutero e di Calvino non conosce dunque che ministri di Dio, o degli uomini, come si vedrà. Ma è impossibile fermarsi qui. Scelto, istallato da laici, portando nel tempio la toga di una magistratura bastarda, il ministro non è che un laico investito di funzioni accidentali. Dunque nel protestantesimo non vi sono più altro che laici. E doveva essere così, perché non vi è più liturgia, come non vi è più liturgia perché non vi sono più altro che laici.
 
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12° Il principe capo della religione

Infine, ed è l'ultimo grado dell'abbrutimento, non esistendo più il sacerdozio, dato che la gerarchia è morta, il principe, la sola autorità possibile tra i laici, si proclamerà capo della religione, e si vedranno i più fieri riformatori, dopo essersi scosso il giogo spirituale di Roma, riconoscere il sovrano temporale come sommo pontefice, e collocare il potere sulla liturgia tra le attribuzioni del diritto maiestatico. Non ci saranno dunque più dogma, né morale, né sacramenti, né culto, né cristianesimo se non in quanto piacerà al principe, perché a lui è devoluto il potere assoluto sulla liturgia, da cui tutte queste cose hanno la loro espressione e la loro applicazione nella comunità dei fedeli. Ecco dunque l'assioma fondamentale della Riforma, e nella prassi e negli scritti dei dottori protestanti.

Quest'ultimo tratto completerà il quadro, e metterà il lettore in grado di giudicare la natura della pretesa liberazione, operata con tanta violenza nei confronti del papato per dare luogo in seguito, ma necessariamente, a una dominazione distruttiva della natura stessa del cristianesimo. È vero che ai suoi inizi la setta antiliturgica non aveva l'abitudine di blandire in questo modo i potenti: albigesi, valdesi, viclefiti, hussiti, tutti insegnavano che bisogna resistere e addirittura opporsi ai principi e ai magistrati che si trovano in stato di peccato, pretendendo che un principe sarebbe decaduto dal suo diritto dal momento in cui non fosse più in grazia di Dio. La ragione di ciò è che questi settari, temendo la giustizia dei principi cattolici, vescovi esterni, avevano tutto da guadagnare minando la loro autorità.

Ma dal momento che i sovrani, associati alla rivolta contro la Chiesa, volevano fare della religione un affare nazionale, un mezzo di governo, la liturgia, ridotta al pari del dogma, nei confini di un paese, era naturalmente di competenza della più alta autorità di quel paese, e i riformatori non potevano fare a meno di provare una viva riconoscenza verso coloro che in tal modo prestavano il soccorso di un braccio potente per stabilire e mantenere le loro teorie. È ben vero che vi è tutta una apostasia in questa preferenza data al temporale sullo spirituale in materia di religione: ma qui si tratta del bisogno stesso della conservazione. Non bisogna soltanto essere conseguenti, bisogna vivere.

È per questo che Lutero, che si era separato fragorosamente dal pontefice romano in quanto fautore di tutte le abominazioni di Babilonia, non si vergognò di dichiarare teologicamente la legittimità del doppio matrimonio per il langravio di Hesse, ed è per questo che l'abbé Gregoire trovò nei suoi princìpi il mezzo di associarsi al voto di morte contro Luigi XVI e in pari tempo di farsi il campione di Luigi XIV e Giuseppe II contro i romani pontefici.

Queste le principali massime della setta antiliturgica. Noi non abbiamo nulla esagerato: non abbiamo fatto che riportare la dottrina cento volte professata negli scritti di Lutero, di Calvino, dei Centuriatori di Magdeburgo, di Hospinian [18], di Kemnitz, ecc. I loro libri si possono consultare facilmente, o meglio l'opera che ne è uscita è sotto gli occhi di tutti.

Abbiamo creduto utile porne in luce gli aspetti più importanti. Si ricava sempre una utilità dalla conoscenza dell'errore: l'insegnamento diretto talvolta è meno vantaggioso e meno facile. Spetta ora al logico cattolico trarne il contraddittorio.


NOTE:

[1] Eusèbe Renaudot, orientalista e liturgista (Parigi 1648-ivi 1720). È autore tra l'altro della Liturgiarum orientalium collectio, 2 voll. (1715-1716), ristampata a Francoforte nel 1847, opera ancor oggi indispensabile, che contiene la messa di tutti i riti orientali, eccetto i greci e gli armeni, con note e studi eruditi [NdT].

[2] Giuseppe Simone o Simonio Assemàni (arabo as-Sim'ani), orientalista cattolico (Tripoli, Libano 1687-Roma 1768). Fu canonico vaticano, prefetto della Biblioteca vaticana e nel 1766 arcivescovo titolare di Tiro. È autore tra l'altro della Bibliotheca orientalis, opera prevista in 12 volumi, ma dei quali uscirono solo i primi quattro (Roma 1719-1728), che fu universalmente riconosciuta come basilare per la letteratura siriaca [NdT].

[3] Cirillo Lukaris, patriarca di Costantinopoli (Candia 1572-Costantinopoli 1638) Tentò di introdurre nella chiesa greca le dottrine del calvinismo, che aveva fatto proprie nella sua Confessione di fede in diciotto articoli, apparsa in latino a Ginevra nel 1629 [NdT].

[4] Marco Eugenico, arcivescovo d'Efeso, polemista scismatico bizantino (Costantinopoli 1391 o 1392-ivi 1444). Partecipò al Concilio dell'Unione degli "ortodossi" con la Chiesa cattolica (1439), ove si oppose tenacemente all'unione stessa soprattutto mediante la disputa teologica. Per questa battaglia compose una serie di scritti polemici per cui è rimasto famoso [NdT].

[5] Vigilanzio, prete gallo (Calagurris presso i Pirenei ?-dopo il 406). Fu denunziato a san Girolamo nell'anno 404 dal sacerdote Ripario come nuovo eretico di Aquitania, che in uno scritto aveva attaccato il culto dei santi e delle reliquie. Due anni più tardi Girolamo, dopo averne ricevuto le opere, compose per confutarlo il Contra Vigilantium presbyterum Gallum [N.d.T.].

[6] Berengario di Tours, eretico (Tours primi anni dell'XI secolo-ivi 1088). Studiò alla scuola di Chartres, probabilmente fu cancelliere della stessa scuola e certamente arcidiacono di Tours. Verso il 1047 cominciò a diffondere le sue opinioni sull'eucaristia. Intese dapprima negarvi la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo ma da questo sembra passato anche a negare la presenza reale. Il pane e il vino eucaristici sarebbero soltanto un simbolo che nutre le anime con il ricordo della incarnazione e della passione del Figlio di Dio. B. fu scomunicato a Roma nel 1050, la condanna fu reiterata a Vercelli nello stesso anno e a Parigi l'anno successivo. Si fece assolvere da un concilio a Tours (1054), il quale si contentò tuttavia di una professione di fede molto generica. Al Concilio Laterano del 1059 fu costretto a ritrattare le sue opinioni, ma ritornato in Francia riprese a insegnarle. Richiamato a Roma, finì per accettare una formula ortodossa davanti al Sinodo Lateranense del 1079. In seguito si ritirò presso Tours e visse in pace con la Chiesa, pur restando intimamente legato alle sue opinioni [NdT].

[7] Bossuet, Histoire des variations des Églises protestantes lib. XI § 17, Paris, 1688.

[8] Ivi, lib. XI § 14.

[9] Ibidem.

[10] 2Tm 2,17.

[11] Pietro di Bruys, eresiarca (Bruis, Hautes-Alpes, o Broues, Drôme primi del XII secolo-St. Gilles presso la foce del Rodano dal 1132 al 1140). Sacerdote, venne privato dell'ufficio parrocchiale. Si fece allora sobillatore del popolo contro i sacerdoti da lui considerati impostori: tra il 1112 e il 1120 aveva iniziato la sua propaganda ereticale nel Delfinato, per passare poi in Guascogna, a Narbona, Tolosa e Arles. Nel giorno di venerdì santo a St.-Gilles fu finito tra le fiamme dal popolo indignato [NdT].

[12] Enrico di Losanna, eretico (ultimi decenni dell'XI secolo-dopo il 1145). È variamente denominato; a Losanna aveva dimorato prima di comparire notoriamente in Francia. Con una seducente eloquenza popolare si presentava alle folle come profeta di Dio, scagliandosi contro la vita mondana e i vizi del clero. Ma la sua equivoca predicazione di austerità era venata di princìpi eterodossi. Convinto di eresia al Concilio di Pisa (1135) abiurò i suoi errori, continuò tuttavia la sua propaganda antiecclesiastica nel sud della Francia, collegando la sua azione con quella di Pietro di Bruys (vedi nota precedente), di cui fu considerato erede e continuatore Arrestato dal vescovo di Tolosa finì la sua vita in carcere [NdT].

[13] Pietro Valdo. Il nome Valdo, in volgare francese Valdès, derivò probabilmente da un villaggio del Delfinato, Vaux-Milieu, dal quale proveniva il ricco mercante di Lione, solo più tardi, dal 1368, conosciuto con il nome di Pietro: Petrus Valdo o de Valdo. I primi dati su di lui risalgono agli anni tra il 1170 e il 1176; in seguito a una forte emozione, causata probabilmente dal racconto della leggenda di sant'Alessio e dalle devastazioni della carestia del 1173, V. decise di distribuire tutti i suoi beni ai poveri, e di farsi "povero per amor di Dio". Subito si creò intorno a lui un nucleo di discepoli, detti "poveri di Lione", i quali ben presto caddero nello scisma e nell'eresia. Nel XVI secolo i valdesi aderiranno al protestantesimo [NdT].

[14] John Wyclif, eresiarca inglese (castello di Wycliffe-on-Tees, Yorkshire 1324 o 1328-Lutterworth 1384). Studiò a Oxford, nel 1353 divene maestro nel Collegio di Balliol. Fu ordinato sacerdote, si laureò in teologia nel 1372. Fin dal 1370 aveva iniziato a insegnare, commentando le sentenze di Pietro Lombardo. Si mise a capo di un movimento antipapale in Inghilterra, atteggiandosi a riformatore religioso. Scrisse varie opere di teologia. Le sue dottrine, condensate in 45 proposizioni, furono condannate dal Concilio di Costanza (4 maggio 1415) [NdT].

[15] Jan Hus, agitatore religioso (Husinec, Boemia meridionale 1370 ca.-Costanza 1415). Predicatore e professore di teologia all'università di Praga. Fece proprie gran parte delle dottrine dell'eresiarca inglese Wyclif (vedi nota precedente), e diede origine al movimento detto hussitismo. Chiamato davanti al Concilio di Costanza a difendere le proprie tesi, fu accusato di eresia: non avendo voluto ritrattare fu condannato al rogo e giustiziato il 6 luglio 1415. I suoi errori condannati dal concilio riguardano soprattutto l'ecclesiologia [NdT].

[16] Lebrun, Explications de la messe, 4, 13.

[17] Lutherisches Gesangbuch, Leipzig, 667.

[18] Rudolf Hospinian (Wirth), storico della Chiesa protestante (Altdorf, presso Zurigo, 1547-Zurigo, 1626). Figlio del parroco e decano Adrian Wirth. Le sue opere si rivolgono soprattutto contro la dottrina cattolica dei sacramenti [NdT].



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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I FRUTTI DELLA DOTTRINA ANTILITURGICA DI LUTERO..... Occhi al cielo

Amici.....come dice san Paolo "non è bene per noi restare nell'ignoranza"...  Occhiolino ....

Non è necessario essere dei geni, degli intellettuali, o teologi o altro....spesse volte basta una buona disposizione dell'animo per comprendere, la sapienza è poi dono di Dio che si applica in molti modi... dice lo stesso Cristo:
"Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare"

Volevo approfondire con voi il perchè cito spesso I PROTESTANTI=EVANGELICI specialmente riguardo ALLA LORO ERESIA SULL'EUCARESTIA.....

andiamo al sodo:

Un celebre (per chi lo conosce) pastore evangelico del sito riforma.net ha scritto diversi "saggi" contro l'Eucarestia Cattolica..... citando alcune formule del Catechismo Cattolico, scrive:

(secondo il CCC) Questo sacrificio sarebbe offerto non solo per i vivi, ma “anche per i fedeli defunti … affinché possano entrare nella luce e nella pace di Cristo”. La messa sarebbe valida, inoltre, solo quando viene celebrata dal vescovo, o da chi è stato da lui autorizzato, mentre non avrebbe alcuna validità quella celebrata “dalle comunità ecclesiali nate dalla Riforma … perché non hanno conservata la genuina ed integra sostanza del mistero eucaristico … per la mancanza del sacramento dell’Ordine”.

tale pastore spiega così questo riferimento:

<< Tali concezioni non sono assolutamente condivisibili dalla fede evangelica, la quale, di fatto, considera la messa e la teoria che ad essa sottende, del tutto aberrante, empia e blasfema. ( )
Si può quindi dire a ragion veduta che ogni qual volta si celebra una messa Cristo venga insultato e disonorato e di tutto questo i fedeli evangelici non vogliono esserne complici partecipandovi in qualsiasi modo .

L’opera di Cristo è stata compiuta una volta per sempre ed è efficace in modo immediato per tutti i luoghi ed i tempi a chi, udendo l’annuncio dell’Evangelo, ad essa faccia appello tramite la fede, senz’alcun bisogno di celebrazioni sacramentali né di mediazioni sacerdotali umane, “Infatti con un'unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Eb. 10:14). La celebrazione evangelica della Cena del Signore conferma simbolicamente e suggella questa realtà.

Con le parole della Confessione di Fede Riformata di Ginevra del 1536 , affermiamo: “Ora, poiché la messa del papa è stata un’ordinanza maledetta e diabolica intesa a sovvertire il mistero di questa santa Cena, noi dichiariamo che essa ci è in abominio,(  Occhi al cielo ) come un’idolatria condannata da Dio, sia in quanto è considerata un sacrificio per la redenzione delle anime, sia perché in essa il pane è considerato ed adorato come Dio, oltre alle altre bestemmie e superstizioni esecrabili che vi sono contenute, ed all’abuso della Parola di Dio che vi viene presa invano, senza alcun frutto ed edificazione”(11).

La Confessione di Fede Riformata Posteriore del 1566 afferma inoltre : “la messa, così come oggi è in uso in tutta la chiesa romana, è stata abolita nelle nostre chiese per diverse e giustissime ragioni … Il fatto sta che abbiamo trovato non essere una buona cosa che si sia trasformata un’azione santa e salutare in un vano spettacolo; così pure che essa sia stata resa meritoria e che la si celebri per denaro o che si dica che il prete vi fa il corpo stesso del Signore e che lo offra realmente e di fatto per la remissione dei peccati dei vivi e dei morti, addirittura in onore e celebrazione o memoria dei santi che sono in cielo”(12).>>

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no comment sulle parole usate....traspare tutto l'odio possibile e benchè parliamo di un testo del 1500,  OGGI esso viene usato contro l'Eucarestia, contro i Cattolici, contro la Chiesa: questo si insegna nella comunità EVANGELICA di OGGI, ma il falso ecumenismo sincretista finge di non leggere...


Allora facciamo un paio di chiarimenti e confutazioni, tale Pastore:

1. Si rifà ad un documento del 1500.....mentre poi ci si contraddice disconoscendo Lutero...infatti gli evangelici non riconoscono le dottrine luterane e vorrebbero sostenere che a tali conclusioni ci sono arrivati da soli ISPIRATI DALLO SPIRITO SANTO...
Altra contraddizione è la dottrina diabolica della SOLA SCRIPTURA...che guarda caso però è stata inventata da Lutero ... Ghigno
Inoltre, come abbiamo visto viene usata solo quando potrebbe tornare comodo e mentre si schifano tutti i documenti dei primi secoli della Chiesa... si fa nascere in tal modo UNA NUOVA TRADIZIONE.... E si perchè se non si accettano le dottrine e i documenti della Chiesa, perchè questi documenti dovrebbero assumere importanza maggiore della Bibbia stessa interpretata dai santi Padri? Dove sono scritte nella Bibbia tutte queste parole interpretate dal codesto pastore il quale si rifà a sua volta alle "parole di UOMINI" del 1500?

2. L'opera di Cristo una volta per tutte....INFATTI...la Chiesa NON ha mai insegnato che l'Eucarestia riuccide il Cristo... questa è una falsa propaganda che più volte è stata spiegata ma che non è mai stata riconosciuta nelle prove portate....come mai? Cosa si vuole mantenere in piedi?
La Chiesa Compie IL MEMORIALE...e poichè Dio è vivo è vero, questo Memoriale NON è semplice memoria, bensì è RIVIVERE QUANTO ACCADDE in quella "PIENEZZA DEL TEMPO"..ricordando ad ogni uomo di ogni tempo ciò che ha fatto il Cristo....RIVIVENDOLO E NON RIFACENDO UN NUOVO CALVARIO appunto una volta per tutte! Non a caso la Chiesa ha sempre parlato di SACRIFICIO INCRUENTO...ed ha sempre insegnato ad assumere l'atteggiamento di Maria ai piedi della Croce, per assistere alla Messa, ossia: una partecipazione principalmente del cuore, attraverso la quale ENTRARE IN QUESTA PIENEZZA DEL TEMPO per rivivere, OGGI, e in ogni tempo, una partecipazione attiva alla Croce del Cristo...unendola al nostro sacrificio se però CON Cristo, IN Cristo e PER Cristo, con LUI ci immoliamo e partecipiamo IN TUTTO con LUI dall'Incarnazione alla Risurrezione senza omettere nulla...

E fedele al comando del Cristo, ricompie quei gesti SACRI "FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME: QUESTO E' IL MIO CORPO; QUESTO E' IL MIO SANGUE".....
Gesù pone il COMPIERE nel tempo quei gesti: "FATE" e pone AL PRESENTE l'essenza del contenuto di questa sostanza: "QUESTO E' IL MIO CORPO; QUESTO E' IL MIO SANGUE"....
Occhiolino

Sono gli Apostoli poi ad imporre le mani scegliendo i primi PESBITERI, appunto, i sacerdoti....e dando loro il compito di occuparsi dei RITI (Paolo a Tito si raccomanda di applicare il rito secondo le istruzioni da lui ricevute)....e questo è scritturale nelle Lettere, perchè le s'ignorano?

3. si parla tanto di Fede da parte dei protestanti, ma quando c'è da metterla in atto, questa fede, la si offusca semplicemente perchè si vuole essere "una cosa diversa dalla Chiesa" o ci si vuole sostituire a Lei......Dicono che bisogna credere per fede....sostengono che il Cristo è con noi per fede, ma se i cattolici mettono in atto il capitolo 6 di Giovanni e l'ultima Cena, allora diventano blasfemi....francamente vedo molta contraddizione! SIAMO VENUTI PER ADORARLO, dice un altro passo del Vangelo riproposto nel tempo AL PRESENTE: noi andiamo ad adorarLo NELL'EUCARESTIA dove la sua presenza è VIVA E VERA; noi adoriamo IN SPIRITO E VERITA' perchè le parole di Gesù sono Verità....l'Eucarestia è dunque VERITA' INCARNATA CHE SI E' FATTA CIBO DI SALVEZZA (cfr.Gv.6)

4. Si usano parole molto pesanti..credo che noi le prove le abbiamo portate.....ma qui le prove del pastore non si vedono, si odono SOLO PAROLE, AFFERMAZIONI...si tratta semplicemente di una interpretazione diversa sorta nel 1500 e se fosse vero ciò che sostengono...possibile che Dio abbia permesso tanta "atrocità" (parole del pastore) nella sua Chiesa sin dalle origini e per 1500 anni, fino all'arrivo di Lutero? E quei martiri dell'Eucarestia prima del 1500 che fine hanno fatto secondo gli Evangelici? E il miracolo Eucaristico di Bolsena del 1200 e quello ancor prima di Lanciano dell'anno 800..sono fatti diabolici? E di tutte le catechesi dei PADRI DELLA CHIESA a difesa della Presenza reale dell'Eucarestia, che cosa ne facciamo? Le cestiniamo perchè "UN GRUPPO DI UOMINI" nel 1500 decise che nell'Eucarestia Gesù NON c'era? Comprendo che si può anche NON credere, ma il rifiutare le tante prove prodotte dalla Chiesa è ben altra cosa eh!

5. Veniamo alla scena dei discepoli di Emmaus:

i discepoli si erano incamminati e parlavano dell'evento del momento, la morte del Maestro....Gesù si unisce a loro, ma NON lo riconoscono, eppure appare a loro come un saggio e sapiente dal momento che spiegherà loro tutto ciò che avevano predetto i profeti. Essi l'ascoltano e SONO ANCHE D'ACCORDO, CONOSCONO A MEMORIA LE SCRITTURE, eppure ancora NON lo riconoscono...questi si che è un bel mistero!
Quando...ecco il momento...."allo spezzare del Pane lo riconoscono"...o non è appunto il Cristo che si è fatto riconoscere dai discepoli allo spezzare di QUEL PANE? Se fosse stato solo un simbolo l'Eucarestia, non sarebbe stato più logico farsi riconoscere attraverso le Scritture quando gliele stava spiegando, anche per confermare il loro concetto di sola scrittura? Occhiolino

No fratelli protestanti ed evangelici....la verità è che essi NON riconoscono il Cristo attraverso "LA SOLA SCRIPTURA", bensì attraverso un gesto, un segno....un rito: il nuovo rito Sacro, dell'Eucarestia.....
Guardate che questo particolare è molto importante, pensateci bene.....ed anche noi che ci diciamo Cattolici....riflettiamo con-passione sull'Eucarestia, su questo Dono inestimabile, dal quale deriva ogni nostro bene o fin anche la nostra condanna, come dice san Paolo....

La Santa Messa è per noi appuntamento d'amore, così scriveva Giovanni Paolo II ai giovani nel 2004:

Nell'Ostia consacrata adoriamo (Gesù) sacramentalmente presente in corpo, sangue, anima e divinità, e a noi si offre come cibo di vita eterna. La Santa Messa diviene allora il vero appuntamento d'amore con Colui che ha dato tutto se stesso per noi

(Messaggio per la XX Giornata Mondiale della Gioventù)
 



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7/26/2009 4:29 PM
 
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Numerosi i fedeli anglicani impegnati nello studio della tradizione cattolica.

Il cammino ecumenico degli Anglicani prosegue anche attraverso il coraggio di cercare le proprie radici.

[SM=g1740722] [SM=g1740721]

Bristol - 20 Luglio. L'arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, partecipa oggi all'incontro organizzato nella cattedrale di Bristol da "Affirming Catholicism", un movimento che, sotto la guida del presidente Jonathan Clark e del pastore Angela Tilby si è fatto promotore di una serie d'incontri in Inghilterra e in Irlanda per sensibilizzare i fedeli anglicani sul valore che la tradizione cattolica riveste nell'ambito della fede e dell'insegnamento dottrinale della Chiesa.

Altamente significativo è il titolo dell'intervento del primate della Comunione anglicana: "Catholic and Evangelical - two sides of the same coin?" ("Cattolico ed evangelico: due facce della stessa medaglia?"). Nei giorni scorsi, Williams si è dichiarato molto interessato a partecipare a questa iniziativa di "Affirming Catholicism" poiché questa è capace di fornire un forte impulso creativo alla riscoperta del valore della tradizione cattolica. Infatti, è ormai in costante aumento il numero dei fedeli anglicani inglesi e irlandesi che desiderano approfondire lo studio delle radici della loro fede cristiana alla luce degli insegnamenti del cattolicesimo.

Il presidente di "Affirming Catholicism" ha messo in evidenza che "c'è sicuramente molto da apprendere dalle diverse tradizioni nell'ambito della Chiesa". Jonathan Clarck ha ringraziato il primate della Comunione anglicana per il suo apporto a un argomento che diventa sempre più attuale.

Il movimento "Affirming Catholicism" è nato nel 1990 per opera di un gruppo di laici e religiosi della Comunione anglicana fortemente interessati a riscoprire i valori della tradizione cattolica. Questa associazione ha organizzato il suo primo seminario a York nel 1991 e si è costituita come gruppo caritativo nel dicembre dello stesso anno.

Gli aderenti di "Affirming Catholicism" sottolineano che questa associazione non vuole assolutamente porsi su posizioni separatiste nell'ambito della Comunione anglicana. Al contrario, essa aspira a svolgere un ruolo di stimolo e di speranza per tutti i fedeli che desiderano approfondire le radici della loro fede e intendono promuovere lo studio della tradizione cattolica tra i fedeli delle parrocchie anglicane in Inghilterra e in Irlanda.

L'azione caritativa degli associati di "Affirming Catholicism" consiste nella produzione e distribuzione gratuita di pubblicazioni e di opuscoli informativi ai fedeli. La maggior parte degli aderenti opera nelle parrocchie delle diocesi anglicane di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda. Tuttavia sono in crescita il numero di affiliati negli altri Paesi dove la Comunione anglicana ha una significativa presenza.

I temi delle conferenze organizzate ciclicamente da "Affirming Catholicism" riguardano argomenti quali Eucaristia, Creazione, Evangelizzazione, Giustizia sociale. I vescovi della Comunione anglicana che aderiscono al movimento sono attualmente un centinaio ma il loro numero è in costante crescita.

Negli ultimi anni "Affirming Catholicism" ha anche organizzato per i fedeli anglicani alcuni pellegrinaggi per visitare i principali luoghi di culto della tradizione cattolica. Ai pellegrinaggi partecipano anche pastori che spiegano il significato delle tradizioni cattoliche.


L'Osservatore Romano 20-21 luglio 2009.


[SM=g1740733]
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3/13/2010 10:38 AM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (1)


Abbiamo visto come la riforma protestante non si sia diffusa solo attraverso la predicazione dei Riformatori come Lutero e Calvino, ma anche attraverso le riforme liturgiche che, con la scusa di tornare ad una “mitica” purezza originaria della preghiera cristiana, hanno di fatto rivoluzionato  a tal punto il culto, da non lasciargli quasi più nulla di cattolico.

In Inghilterra addirittura l'eresia protestante, è entrata nel XVI secolo, innanzitutto attraverso una riforma liturgica, quella di Cranmer, così sapientemente ambigua da essere accettata, per amore di compromesso, anche da sacerdoti e fedeli che non avevano intenzione di abbandonare il Cattolicesimo. Sta di fatto che nel giro di pochi anni in Inghilterra il Cattolicesimo praticamente scomparve, sostituito da un nuovo cristianesimo, l'Anglicanesimo (cfr. M. Davies, La Riforma Liturgica Anglicana).

Da dove nasce questa volontà di rivoluzionare la liturgia espressa dai riformatori protestanti? Perché vogliono così accanitamente cambiare la Messa, con la scusa di adattarla alla comprensione del popolo?
Perché rifiutano la messa cattolica rifiutando la fede cattolica. Sbaglierebbe gravemente chi riducesse la questione liturgica a un problema di minore o maggiore sensibilità verso il popolo, a un problema di lingua latina o volgare, quasi che i protestanti siano intervenuti a ritoccare e adattare la messa alle esigenze dei fedeli in un mutato contesto storico e culturale, visto che la Chiesa di Roma restava ancorata ad un rigido passato. Niente di tutto questo! I riformatori protestanti cambiano la messa perché hanno in odio la Messa come Sacrificio Propiziatorio e la Transustanziazione (la presenza sostanziale di Gesù Cristo, Corpo, Sangue, Anima, Divinità, nella Santissima Eucarestia).

Non ci addentriamo ora nella spiegazione di queste due verità di fede, vogliamo solo darvi una documentazione dell'odio protestante verso la messa-sacrificio, lo facciamo citando tre riformatori, Lutero, Calvino e Cranmer (l'arcivescovo di Canterbury riformatore della messa in Inghilterra).

Basta la lettura di questi tre piccoli testi per capire che non fu la Chiesa di Roma a non dialogare con i protestanti per riportarli “a casa”, ma furono i protestanti a rifiutare il cuore stesso del Cattolicesimo.
Lutero: “Dichiaro che tutti i lupanari (che Dio riprova comunque severamente), tutti gli assassini, omicidi, stupri, adulteri, sono meno abominevoli che la messa papista” (Werke, t. XV, p. 774). Le messe sono “la somma dell’idolatria e dell’empietà”. E’ un male introdotto da Satana in persona. “In verità, è ben sulla messa, come su una roccia, che è edificato tutto il sistema papista, con i suoi monasteri, i suoi episcopi, le sue collegiate, i suoi altari, i suoi ministeri, la sua dottrina, vale a dire con tutto il suo ventre. Tutto questo non mancherà di crollare quando cadrà la loro messa abominevole e sacrilega” (Contra Henricum, Regem Angliae, 1522, Wittemberg, Lutero, Werke, t. X, pg. 220).

Calvino: “Satana ha accecato quasi tutto il mondo di questo errore pestilenziale, che si crede la Messa essere un sacrificio e un’oblazione per impetrare la remissione dei peccati … Questa abominazione della Messa essendo stata presentata su un vassoio d’oro (cioè sotto il nome di parola di Dio), ha talmente ubriacato, ha talmente stordito e istupidito tutti i Re e i Popoli della terra, dai più grandi fino ai più piccoli, che essendo più bestie che i bruti, costituiscono l’inizio e la fine della loro salvezza in questa sola esecrazione. Certo Satana non avanzerà mai una macchina più forte per combattere e abbattere il regno di Gesù Cristo” (Calvino, L'institution de la religion chretienne, edit. De la Societé Les belles lettres, Paris 1937, t. IV, pp. 9 e 58).

Cranmer: “Ma a che serve sopprimere rosari, pellegrinaggi, perdoni e tutto il resto del loro papismo, fino a quando non si saranno strappate le due radici principali? Fin tanto che queste sussisteranno, continueranno ad innalzare tutti gli antichi ostacoli alla mietitura del Signore, e provocheranno la corruzione di tutto il suo gregge. Il resto non è che rami e foglie; tagliati questi torneranno a spuntare dall’albero o sfrondarlo o tagliare le erbe cattive, lasciando il tronco in piedi e le radici nel suolo; ma il corpo stesso dell’albero, o piuttosto le radici delle erbe cattive, è la dottrina papista della transustanziazione, della presenza reale della carne e del sangue di Cristo nel sacramento dell’altare (come lo chiamano), e il sacrificio e l’oblazione di Cristo compiuto dal prete, per la salvezza dei viventi e dei morti” (CW, t. I, p. 6).

“Il papa Onorio ha ordinato che di tanto in tanto i preti prendano grande cura di insegnare al popolo a inchinarsi quando elevano il pane, chiamato ostia, e a fare lo stesso quando il prete porta l’ostia ai malati”, Queste sono le regole e le ordinanze di Roma, sotto pretesto di santità, per condurre il popolo all’errore e all’idolatria, conducendolo non attraverso il pane a Cristo, ma da Cristo al pane. Ma tutti coloro che amano il Cristo stesso, che si guardino dal pensare che sia presente corporalmente nel pane; che elevino al contrario il loro cuore fino al cielo e che lo adorino assiso alla destra del Padre. Che lo adorino in se stessi, loro che sono nel tempio, dove vive e dimora spiritualmente, ma che si guardino dall’adorarlo come se fosse presente corporalmente nel pane. Perché non vi è né spiritualmente, come è nell’uomo, né corporalmente, come si può dire di una cosa che è nell’immagine che la rappresenta” (CW., t.I, p. 238).

continua...

[Edited by Caterina63 3/13/2010 10:40 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (3)

San Giovanni Fisher

Abbiamo visto precedentemente come la riforma protestante si sia diffusa in Inghilterra non attraverso la predicazione dei riformatori (come Lutero in Germania o Calvino in Svizzera), ma attraverso una riforma liturgica di una straordinaria ambiguità. Il re Enrico VIII aveva sì provocato lo Scisma e si era proclamato capo della chiesa Inglese, aveva anche promulgato leggi di soppressione di conventi e incameramento dei beni ecclesiastici, ma non aveva mai permesso che l'eresia entrasse nel suo regno. E' noto che prima dei suoi atti scismatici, era stato insignito dal Papa del titolo di “Defensor fidei”, per i suoi scritti in difesa della dottrina cattolica sull'Eucarestia. È dopo Enrico VIII, sotto il regno di Edoardo VI fanciullo, che i protestanti, approfittando della debolezza della situazione, fecero entrare consistentemente le nuove dottrine in terra d'Inghilterra. L'arcivescovo di Canterbury, Cranmer, fu il grande architetto dell'impresa, protestantizzare la nazione trasformando il culto in senso riformato.

Vi fu così dapprima l'introduzione del “Book of common prayer” (Libro della preghiera comune) che costituiva una prima tappa della trasformazione del cattolicesimo in Anglicanesimo. Una prima tappa prudentemente ambigua, per non scandalizzare i fedeli ancora legati alla tradizione cattolica. Al riguardo ecco cosa spiega Bucer: “Questi elementi non devono essere conservati che durante un certo tempo, per timore che il popolo, non avendo appreso il Cristo, sia sviato dall’abbracciare la sua religione da delle innovazioni troppo importanti. Ecco, invece, cosa ci ha confortati: nelle chiese, tutti gli uffici sono detti o cantati in lingua vernacolare; la dottrina della giustificazione è insegnata pura da ogni errore, e l’eucaristia è distribuita come è stato stabilito dal Cristo, essendo state abolite le messe private” (Original Letters Relative to the English Reformation, Parker Society 1846 e 1847, t. II, pp. 535-536).

Si legge dalla penna del Dr. Darwell Stone: “E’ probabile che il Prayer Book del 1549 costituiva ciò che allora si stimava possibile mettere in opera senza rischi, piuttosto che ciò che desideravano l’arcivescovo Cranmer e coloro che agivano con lui, e che all’epoca in cui l’opera fu pubblicata prevedevano già una revisione che si sarebbe avvicinata maggiormente alla posizione dei riformatori estremisti” (D. Stone, History of the Doctrine of the Eucharist, Londra, 1909, t. II, p.139). A proposito di questo primo Prayer Book, il canonico anglicano E.C. Ratcliff ugualmente osserva: “I suoi autori lo consideravano come una misura intermedia, che preparava una messa in opera ben più fedele alle loro opinioni riformatrici”.

E il padre Clark scrive: “Nel primo periodo, il più delicato, Cranmer e i suoi amici compresero che era più saggio introdurre la riforma per tappe, preparando progressivamente gli spiriti alle decisioni più radicali che dovevano seguire. Se dovettero a volte ricorrere alla violenza e all’intimidazione per ridurre l’opposizione, la loro politica fu più sovente di cominciare col neutralizzare la massa conservatice, col privarla dei suoi capi che avevano lo spirito cattolico, per poi abituarla progressivamente alla nuova situazione religiosa. Cranmer deplorava lo zelo intempestivo di uomini come Hooper, che non potevano che irritare gli spiriti conservatori e di irrigidire l’atteggiamento di quella parte importante della popolazione che, saputa prendere, poteva essere condotta a dare il suo assenso alle misure interimali e ambigue” (F. Clark, Eucharistic Sacrifice and the Reformation, Devon 1980, p.194).

Questo modo di procedere dei riformatori inglesi corrisponde d'altronde perfettamente al contegno dello stesso Lutero: “Istituire una liturgia fondamentalmente nuova era un'idea totalmente estranea al pensiero di Lutero...Preferiva servirsi della messa romana, per una ragione ben semplice, che non smette di ricordare: per attenzione ai deboli, cioè per non allontanare inutilmente il popolo dalla nuova chiesa con l'introduzione di novità. Si limitò a eliminare dall'antico rito ogni riferimento al carattere sacrificatorio della messa: il canone, per esempio e l'offertorio che lo precedeva. Pensava così che valesse di più conservare la “parola messa”” (H.Grisar, Luther, Londra 1913.1917, t.V, p. 145).

In una opera in difesa della bolla di Papa Leone XIII “Apostolicae curae”, che dichiarava invalide le ordinazioni anglicane, i vescovi cattolici inglesi mettono giustamente l'accento sulle omissioni del Prayer Book riguardo alla santa cena. L'abbiamo ripetutamente ricordato: nel nuovo rito anglicano della messa, quello del Prayer book del 1549, non troveremo affermate delle eresie, ma omesse verità di fede essenziali. Le omissioni , il “taciuto”, in liturgia è sempre grave, perché rinunciare ad affermare con completezza e chiarezza tutte le verità di fede implicate, può portare a un vuoto di dottrina nei sacerdoti e nei fedeli che nel futuro apre il campo all'eresia: in parole semplici oggi sei cattolico con una messa eccessivamente semplificata, domani senza saperlo ti ritrovi protestante perché la forma della tua preghiera non ha nutrito più la tua fede. Ecco cosa dicono i vescovi cattolici inglesi:“Per dire le cose brevemente, se si compara il primo Prayer Book di Edoardo VI con il messale (cattolico), vi si scoprono sedici omissioni, il cui scopo era evidentemente quello di eliminare l’idea di sacrificio” (Il Cardinale arcivescovo e i Vescovi della provincia di Westminster, A Vindication of the Bull Apostolicae Curae, Londra 1898, p. 154).

Naturalmente gli anglicani si sono difesi dall'accusa di aver protestantizzato la messa, dicendo che i loro servizi tendevano alla semplicità e a un ritorno all’uso primitivo (la scusa è sempre quella di un ritorno ad una mitica semplicità delle origini).

I vescovi cattolici inglesi intervengono con severità ricordando che mai le chiese locali hanno avuto il potere di togliere dai riti, semmai solo quello di aggiungere, e che l'operaanglicana è una totale innovazione fatta “a tavolino”: “Esse (le chiese locali) non devono omettere o cambiare quel che si vuole rispetto alle forme che ci ha trasmesso la tradizione immemorabile. Perché questo uso immemorabile, che si siano o no incorporate nel corso delle epoche delle aggiunte superflue, non può, agli occhi di coloro che credono in una Chiesa visibile guidata da Dio, non aver conservato almeno tutto ciò che è necessario; in modo che portando al rito che ci è stato trasmesso un’adesione inflessibile proviamo sempre un sentimento di sicurezza; mentre, se noi ne omettiamo o se ne cambiamo quello che si vuole, può essere che abbandoniamo precisamente un elemento essenziale.

Questa sana maniera di agire è stata sempre quella della Chiesa cattolica… Si sa che, un tempo, le Chiese locali potevano legittimamente aggiungere nuove preghiere e nuove cerimonie… Ma che avessero avuto il permesso di sopprimere preghiere e cerimonie in uso prima, vuoi di rimaneggiare nel modo più radicale i riti esistenti, è una tesi alla quale noi non riconosciamo alcun fondamento storico, e che ci sembra assolutamente inaudita. Stimiamo di conseguenza, che adottando questa attitudine senza precedenti, Cranmer ha agito con una inconcepibile temerarietà” (Ibid., p. 42).
Tutte cose di una straordinaria attualità come vedremo più avanti...

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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (3)

Abbiamo precedentemente visto che la Riforma liturgica inglese fu un'opera di straordinaria ambiguità. Dopo la morte di Enrico VIII, sotto la guida dell'arcivescovo di Canterbury Cranmer, l'Inghilterra fu portata sempre più a tagliare le sue radici cattoliche, per approdare a un nuovo cristianesimo, eretico, l'Anglicanesimo. L'attualità ci mostra a quale tristezza è giunta la chiesa anglicana, seguendo tutte le mode e perdendo progressivamente la fede. Questo taglio con la radice cattolica, lo sappiamo, fu fatto GRADUALMENTE, con prudenza, attraverso una riforma della liturgia lente ma inesorabile nell' eliminare l'aspetto sacrificale della Messa, così come comanda il più puro protestantesimo. La gradualità era necessaria, nel disegno sovversivo e ereticale di Cranmer, per non provocare lo scandalo degli inglesi, sacerdoti e laici, ancora naturalmente cattolici: si sa, chi agisce nell'ombra, non potendo manifestare il proprio disegno rivoluzionario, non vuole gli scandali... che tutto sia tranquillo, purche l'opera di distruzione continui!

Con questa logica vennero approntate delle misure preparatorie alla riforma del messale romano che, considerate attentamente, rivelano tutto il loro carattere protestante. Iniziamo, in questo numero, a considerare la prima di queste misure preparatorie, la sostituzione degli altari con delle tavole: i lettori potranno in tutta facilità farne i dovuti collegamenti con la nostra triste realtà post-conciliare, che per frettolosità e superficialità (ma in alcuni casi per volontà di protestantizzazione) ha seguito l'esempio anglicano.

L'abbazia di Rievaulx in North Yorkshire

La sostituzione degli altari con delle tavole

La sostituzione degli altari con delle tavole fu, anch’essa, una misura conforme alla linea di condotta adottata dai riformatori dell’Europa continentale in materia di liturgia. Ciò che ne risultò finalmente si trova molto esattamente riassunto in una descrizione della santa cena come la si celebrava a Strasburgo dopo il 1530,quando l’influenza di Bucer vi fu divenuta preponderante. (E’ senza dubbio inutile ricordare che Bucer ebbe su Cranmer e dunque sulla sua nuova liturgia, più influenza di qualunque altro riformatore del continente). “La messa, il prete e l’altare sono dunque sostituiti dalla santa cena, il ministro e la tavola della santa cena; al posto di rivolgersi verso l’oriente, il celebrante guarda verso l’occidente” (D.Harrison, The first and second Prayer Books of Edwar VI, Londra 1968, p.VI). Per Calvino, poiché il Cristo ha compiuto il suo sacrificio una volta per tutte, Dio “ci ha donato una tavola per la festa e non un altare per offrirvi una qualsiasi vittima; non ha consacrato dei preti per offrire dei sacrifici, ma dei ministri per condividere con gli altri il banchetto sacro”.

La distruzione in massa degli altari non intervenne in Inghilterra che dopo l’imposizione del Prayer Book del 1549; tuttavia, un primo passo era già stato compiuto dal 1548; riguardava gli altari delle cappelle delle fondazioni mortuarie, di cui Cranmer aveva ordinato la distruzione. A partire dal 1549, gli altari di pietra sui quali, da secoli, si offriva il santo sacrificio, furono sostituiti con dei tavoli di legno collocati nel coro. Il 27 novembre 1548, Jean d’Ulm scriveva a Bullinger: “Tutti gli altari privilegiati sono ora stati abbattuti in buona parte dell’Inghilterra e, con l’accordo generale dell’alta società, sono stati puramente e semplicemente soppressi. Cosa aggiungere a questo? Questi altari idolatri sono ora diventati delle mangiatoie di maiali (arae factae sunt harae), cioè la dimora dei porci e delle bestie” (Original Letters Relative to the English Reformation, Parker Society, Cambridge,1846 e 1847, t. II, pag. 384). Nel 1549, il vescovo di Norvich, William Rugg, che aveva l’animo cattolico, dimissionò per protestare contro il primo Atto di uniformità, che imponeva il nuovo Prayer Book. La sede resterà vacante per un anno; in virtù della sua autorità di primate, Cranmer fece effettuare una visita della diocesi che ebbe come risultato la distruzione della maggioranza degli altari. Il nuovo vescovo, Thomas Thirlby, si era anche lui dichiarato ostile all’Atto di uniformità; lo accettò però quando fu adottato. (Più tardi, sotto il regno di Elisabetta I, fu gettato in prigione per aver rifiutato di prestare il giuramento di supremazia).

Nel 1550, dopo aver preso possesso della sua nuova sede, osservava: “La maggioranza degli altari della mia diocesi sono già stati distrutti per ordine dei visitatori inviati da Sua Grazia Monsignore di Canterbury in occasione dell’ultima visita che ha fatto effettuare, essendo allora la sede episcopale vacante” (F. Gasquet e H.Bishop, Edward VI and the Book of Common Prayer, Londra 1890). In una serie di seminari per la Quaresima che pronunciò davanti al Re e al Consiglio, il vescovo Hooper reclamò con insistenza la distruzione totale degli altari e la loro sostituzione con dei tavoli, perché non ci sono che tre forme di sacrificio che i cristiani possono offrire e non necessitano di altari: il sacrificio di azione di grazia; la bontà e la generosità verso i poveri; e la mortificazione dei nostri corpi e la morte al peccato. “Se noi non ci applichiamo ad offrire ogni giorno questi sacrifici a Dio, non siamo più cristiani. Considerando che i cristiani non hanno altri sacrifici che questi, che si possono e si devono compiere senza altari, non si dovrebbero trovare altari fra i cristiani…

Sarebbe dunque a proposito che piacesse ai magistrati sostituire gli altari con dei tavoli, conformemente a ciò che fu istituito dal Cristo, questo al solo scopo di fare scomparire la credenza erronea, diffusa nel popolo, secondo la quale si offrono dei sacrifici sugli altari; perché fino a quando ci saranno gli altari il popolo ignorante e il prete adepto di false dottrine continueranno a sognare dei sacrifici. Sarebbe dunque preferibile che i magistrati facciano scomparire tutti i monumenti e i segni dell’idolatria e della superstizione; questo non farebbe che affrettare lo stabilirsi della vera religione di Dio” (Original Lettres..., t. II, pag. 488). Il 27 marzo 1550, dopo la nomina di Ridley al seggio episcopale di Londra, Hooper scriveva a Bullinger: “Spero che si metta a distruggere gli altari di Baal come ha già fatto nella sua chiesa quando era vescovo di Rochester. Non so come dirvelo, carissimo amico, in mezzo a quali difficoltà e di quali pericoli noi lavoriamo e combattiamo per arrivare ad eliminare questa pratica idolatrica che è la messa” (Original Letters..., t. I, pag.79). E aggiungeva: “Dal mio arrivo qui, molti altari sono stati distrutti in questa città (Londra)”. Le speranze che Hooper metteva in Ridley erano fondate. In meno di tre mesi, questi aveva ordito che gli altari fossero tolti dalle chiese della sua diocesi (F.Clark, Eucharistic Sacrificie and the Reformation, Devon, 1980, pag 188). Gli altari erano dei “monumenti che perpetuavano troppo l’antica credenza del sacrificio della messa. La distruzione degli altari era già un tratto caratteristico della Riforma nell’Europa continentale, dove aveva generalmente accompagnato l’abolizione della messa” (Ibid., pp.187-188).

Il 24 novembre 1550, il Consiglio del Re ordinò che questa politica fosse universalmente adottata in Inghilterra, e “che tutti gli altari del regno fossero distrutti. Ormai, ogni volta che si celebrava il rito della santa cena, si doveva farlo su una tavola di legno coperta da una tovaglia di lino” (P. Hughes, The Reformation in England, Londra 1950, t.II, p.121). In una lettera indirizzata in questa data a Ridley dal Consiglio, a nome del Re, e portante, tra l’altro, le firme di Somerset e di Cranmer, si afferma che la sostituzione generale degli altari con dei tavoli in legno eliminerà una causa “di nuovi turbamenti e disordini”: “Reverendissimo Padre in Dio, fedelissimo e amatissimo, vi indirizziamo i nostri buoni saluti. E’ arrivato a nostra conoscenza che, essendo stati abbattuti gli altari nella maggioranza delle chiese del regno per delle buone e sante ragioni, ne esistono ancora, nonostante questo, in diverse altre chiese, cosa che occasiona molte dispute e litigi fra alcuni dei nostri sudditi, e che, se non vi si sta attenti, potrebbe essere causa di grandi mali e dispiaceri; vi facciamo sapere che, preoccupati di eliminare ogni causa di discordie come le originano sovente queste diversità e altre simili, e considerando che fra le altre cose che appartengono alla nostra funzione e carica regale, la più importante è preservare la pace pubblica nel nostro regno, abbiamo giudicato bene, dopo parere del nostro Consiglio, di richiedervi e ancor di più di darvi ordine e comando formale, al fine di evitare ogni soggetto di nuove discordie e violenze a proposito del mantenimento o della soppressione dei detti altari, di dare delle istruzioni precise su tutta l’estensione della vostra diocesi, perché con ogni diligenza siano abbattuti tutti gli altari, in ogni chiesa o cappella di detta diocesi, che sia nei luoghi esenti o non esenti, e che al loro posto sia eretta una tavola, in qualche posto appropriato del coro, destinata, in ogni chiesa o cappella, a servire all’amministrazione della santa comunione.

E, preoccupato che questo sia fatto senza offendere coloro tra i nostri affezionati sudditi che non sono ancora su questo punto così convinti come ce lo augureremmo, vi indirizziamo congiuntamente alcune considerazioni raccolte e ordinate ad ogni scopo utile; le quali, come altre che vi sembrerà appropriato avanzare, per persuadere gli esitanti di riunirsi alla nostra azione su questo punto, vi preghiamo di voler volentieri far conoscere al popolo, da qualche predicatore avveduto, nei luoghi che giudicherete appropriati, prima di abbattere i detti altari; in modo che le coscienze mal irrobustite di altri possano essere, anche loro, debitamente istruite e rassicurate, per quanto si possa fare e che il nostro buon piacere ne sia tanto più facilmente eseguito. Perché questo sia fatto al meglio, vi domandiamo di fare innanzitutto conoscere di persona le considerazioni suddette nella nostra chiesa cattedrale, se voi lo potete facilmente, o altrimenti di farlo dall’intermediario del vostro cancelliere, o da qualche altro predicatore serio, in questo luogo e in altri borghi e luoghi più importanti della vostra diocesi, come vi sembrerà più appropriato” (T.Cranmer, Writings on the Lord's Supper, t.II, p.524).

Tra le “considerazioni” che accompagnavano la lettera, sei non permettevano di dubitare, scrive Mons. Hughes, “che negli animi di coloro che ordinavano questo cambiamento , una religione (migliore) era sostituita ad un’altra” (The Reformation in England, t.II, p.121). Questo emerge con una particolare evidenza dalla prima delle "Reasons why the Lord’s Board should rather be after the form of a Table than an Altar" (Ragioni per le quali la tavola del Signore dovrebbe avere la forma di un tavolo piuttosto che quella di un altare): “In primo, la forma di una tavola allontanerà maggiormente la gente semplice dalle idee superstiziose della messa papista, per condurla al buon uso della santa cena. Perché ci si serve di un altare per offrire un sacrificio; ma ci si serve di una tavola per il pasto degli uomini.

Ora, quando noi rinnoviamo la cena del Signore, con che scopo lo facciamo? Forse per sacrificare il Cristo una nuova volta e crocifiggerlo ancora, o per mangiare il suo corpo spiritualmente e bere il suo sangue spiritualmente, cosa che è ben in realtà il senso della vera santa cena?Nessuno potrebbe dunque negare che la forma di una tavola conviene meglio di quella di unaltare alla celebrazione della detta santa cena” (T.Cranmer,Writings on..., pp.524-525).

Si soppressero dunque in tutto il paese tutti gli altari consacrati che servivano al sacrificio cristiano. Il padre T.E. Bridgett sottolinea che il rifiuto del santo sacrificio della messa era tale dalla parte dei “preti apostati che introdussero la Riforma nel XVI secolo o che vi cooperarono” che sussiste “poca sopravvivenza dell’antica pietà”. Poi aggiunge: “Ovunque esistono dei libri di conto dei fabbriceri, troviamo delle iscrizioni simili a quella di Burnham, nel Buckinghamshire: “Payd to tylars for breckynge downe forten aster in the cherche” (“Pagato ai muratori per abbattere quattordici altari nella chiesa”). Non è che attraverso tali briciole di storia che possiamo ricostruire e popolare di nuovo con l’immaginazione l’interno delle vecchie chiese, oggi vuote, ove furono nel passato offerte innumerevoli messe” (T.E.Bridgett, A History of the Eucarist in Great Britain, Londra 1908, p.63).

Il padre Bridgett non forza il tratto quando parla di “odio della messa”; è ciò che emerge dalle istruzioni indirizzate ai fabbriceri nel 1571, sotto il regno di Elisabetta, da Edmund Grindal, arcivescovo di York. Non solamente insisteva sulla distruzione o degradazione di ogni oggetto suscettibile di evocare il ricordo della messa, come sulla eliminazione di tutti gli altari, rialzati sotto il regno di Maria Tudor, ma prescriveva anche che fosse soppressa ogni traccia della loro esistenza: “I fabbriceri veglieranno in modo che, in tutte le chiese e cappelle di cui hanno la responsabilità, tutti gli altari siano interamente abbattuti e distrutti fino alle loro fondamenta e che il posto dove si innalzavano sia pavimentato, e che il muro al quale erano sigillati sia imbiancato e reso perfettamente uniforme, in modo che nessuna differenza o nessuna traccia non possa apparire. E veglieranno anche a che le pietre dell’altare siano spezzate, raschiate e impiegate per qualche uso profano. “I fabbriceri e i ministri del culto veglieranno (anche) al fatto che gli antifonari, messali, graduali, portesses (libro portatile, equivalente del breviario), processionali, manuali, lezionari e tutti gli altri libri che appartenevano un tempo alla loro chiesa o cappella e che erano utilizzati per gli uffici della superstizione in latino, siano resi interamente illeggibili e siano strappati e distrutti.

Allo stesso modo, che tutti i paramenti, albe, tuniche, stole, fanoni (manipoli), ciborii, strumenti di pace, campanelle, campane della consacrazione, turiboli, ampolle del crisma,croce, candelieri, recipienti dell’acqua benedetta e aspersori, immagini e tutte le reliquie e monumenti della superstizione e dell’idolatria siano totalmente degradati, spezzati e distrutti. “Due volte all’anno, dovranno comunicare all’ordinario i nomi di tutte le persone favorevoli al potere romano e straniero, i nomi di coloro che ascoltano o dicono la messa od ogni altro ufficio in latino, come i nomi di coloro che danno asilo ai preti papisti vagabondi o agli altri spregiatori notori della vera religione” (Ibid. p.63).

In un buon numero delle venerabili chiese e cattedrali d’Inghilterra, la mensa di pietra dell’altare fu trasformata in una pietra, sovente utilizzata come gradino che i fedeli attraversavano entrando nella chiesa per assistere al nuovo servizio in vernacolare. Nella sola contea di Cambridge, si trovano ancora più di trenta pietre d’altare così collocate per essere calcate dai piedi (Ibid.,p. 65).
In una biografia che ha dedicato al suo antenato riformatore, un discendente del vescovo Ridley scrive che la distruzione degli altari, che la gente del popolo considerava un sacrilegio, li scandalizzò talmente che fece loro chiaramente comprendere l’importanza della rivoluzione che era stata compiuta, sostituendo una religione ad un’altra, come dice Mons. Hughes. Ecco cosa scrive J.-G. Ridley al riguardo: “La distruzione degli altari significò per tuti i sudditi del regno che l’oggetto che, da più di mille anni,si innalzava nel cuore delle loro chiese, e che, dalla loro più tenera infanzia, guardavano ogni Domenica con un timore reverenziale, era considerato come idolatrico e rigettato con disprezzo dagli adepti della nuova religione che era stata loro imposta” (J.G. Ridley, Nicholas Ridley ,Londra 1957, pp. 218-219).

Il fatto che il termine “altare” sia utilizzato in alcune rubriche del Prayer Book del 1549 può sembrare in contraddizione con l’insegnamento dei riformatori. La questione è affrontata nella seconda delle spiegazioni che accompagnano l’ordine del Consiglio del Re prescrivente la distruzione degli altari: “Allo stesso modo, poiché si sente dire che il Libro della Preghiera comune parla di un altare e che non è dunque permesso di sopprimere ciò che questo libro permette, ecco cosa conviene rispondere a questo proposito: Il Libro della Preghiera comune chiama la cosa sulla quale si celebra la santa cena, indifferentemente tavola, altare, tavola del Signore, senza prescrivere al riguardo alcuna forma particolare, che sia quella di una tavola o di un altare: di modo che la tavola del Signore, che abbia la forma di un altare o quella di una tavola, Il Libro della Preghiera comune lo chiama a volte altare e tavola.

Perché, come chiama la cosa sulla quale si celebra la santa cena, altare, tavola e tavola del Signore o della santa cena, così chiama altare la tavola dove è distribuita la santa comunione, con lodi e azioni di grazie rese a Dio; perché è lo stesso sacrificio di lode e di azione di grazia che è offerto. Così è chiaro che parlando in questo modo non si dice o non si vuol dire nulla che contraddica Il Libro della Preghiera comune” (Cranmer, Writings...,t.II, p. 525). La parola altare non fu più menzionata nelle rubriche del Prayer Book del 1549; non fu mai reintrodotta in seguito.




Abbiamo preso molto spazio nel citare questo paragrafo della grande opera di M.Davies sulla riforma liturgica inglese, ma crediamo di aver fatto dono ai nostri lettori di una approfondita documentazione, oggi più che mai preziosa per rispondere a coloro che si scandalizzano per il fatto che il sacerdote celebri “spalle ai fedeli”.

continua...
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (4)

L'opera di Michael Davies, “La riforma liturgica anglicana”, come si può constatare, è di grande aiuto per capire come i protestanti inglesi, nel secolo XVI, si sono mossi per introdurre l'eresia in una terra che era ancora sostanzialmente cattolica. Lo hanno fatto riformando il culto, soprattutto il rito della messa, con modifiche graduali...per evitare lo scandalo e la dura reazione di rifiuto di coloro che non intendevano cambiare fede. Abbiamo precedentemente visto come i novatori rifiutino l'altare, che richiama la realtà del Sacrificio, e lo sostituiscano con il tavolo, sottolineando della messa unicamente il carattere di Cena, pasto sacro, e questo nella linea della più classica protestantizzazione.
Affrontiamo ora due delle altre modifiche al rito della messa, quella di vietare l'uso della lingua latina e quello di vietare il Canone a bassa voce, prescrivendo che la preghiera di consacrazione sia recitata dal sacerdote ad alta voce, così da essere intesa da tutti i fedeli presenti. D'altronde, l'impatto più difficile per chi, abituato alla nuova messa di Paolo VI, si trovi ad assistere alla messa in rito antico è sì nell'uso della lingua latina, ma sopprattutto è in quel lungo silenzio dal Sanctus al Pater noster; silenzio pesante per chi non è più abituato alla preghiera personale. E poi sembra che il prete sia troppo separato, lassù sull'altare, lui e Dio, “a fare una cosa tutta sua”, “e noi cosa ci stiamo a fare”: sembra di sentirli alcuni fedeli che per la prima volta vengono alla messa antica. La pagina che segue di M. Davies può essere molto utile per dei primi chiarimenti.

Whitby Abbey

Il vernacolare e la celebrazione della liturgia ad alta voce

Certi riformatori iniziarono col fare uso di una liturgia tradizionale modificata celebrata in latino. Tuttavia, una caratteristica del protestantesimo (ad eccezione di qualche luterano) fu ben presto che il culto doveva essere celebrato in lingua vernacolare (nella lingua parlata, ndr).

L’introduzione del vernacolare prima ancora che non fossero imposti i nuovi servizi, fu, in sé, “una vera rivoluzione” (P. Hughes, The Reformation in England, Londra 1950, p. 113). Tutto il carattere della messa ne fu cambiato. Fu anche uno strumento efficace di trasformazione rivoluzionaria, perché il popolo si abituasse che si poteva modificare radicalmente la sua maniera di celebrare il culto. Ora, il tratto dominante della liturgia cattolica era stato la stabilità.

Certo, la maniera di celebrare la messa aveva ben conosciuto degli sviluppi, ma si erano introdotti in modo quasi impercettibile lungo il tempo; da diversi secoli, e ancora di più, i messali in uso in Inghilterra e in tutta l’Europa nel XVI secolonerano rimasti non cambiati. Per i fedeli, una cosa era certa: se il resto poteva cambiare, la messa, lei, non lo poteva. La celebrazione di alcune parti o della totalità della messa in inglese impressionò molto di più i semplici fedeli cattolici che l’imposizione nel 1549 del servizio della santa cena nuovamente composto in vernacolare. Douglas Harrison, decano anglicano di Bristol, riconobbe senza imbarazzo che introducendo la lingua inglese negli uffici tradizionali, “Cranmer preparava apertamente il giorno in cui si sarebbe potuto intraprendere la revisione della liturgia” (D. Harrison, The first and Second Prayer Books of Edward VI, Londra 1968, introduzione p. X). Dall’11 aprile 1547, si cantava compieta in inglese nella cappella reale. L’apertura del primo Parlamento del regno di Edoardo VI fu l’occasione di una innovazione ancora ben più importante, perché colpiva il rituale della stessa messa: accompagnato da tutti i lords spirituali e temporali, il re si recò a cavallo dal palazzo di Westminster alla chiesa di San Pietro (2) per assistere ad una messa nel corso della quale il Gloria, il Credo e l’ Agnus Dei furono cantati in inglese (F. Gasquet e H. Bishop, Edward VI and the Book of Common Prayer, londra 1890, p. 64).

I vescovi più conservatori essi stessi erano ora disposti ad ammettere che se, alla messa, il latino doveva restare la regola generale, in particolare “nei santi misteri, almeno certe preghiere potevano essere dette nella lingua materna per istruire il popolo o ravvivare la sua devozione, se lo si reputava un bene” (Ibid., p.89).

Dal 12 marzo 1548, si poteva sentire a Westminster una messa celebrata interamente in inglese, compresa la consacrazion  (Ibid., p. 102). Lo storico protestante A.L. Rowse scrive: “Chiunque ignora le leggi dell’antropologia coglie male il carattere straordinariamente audace di questa sostituzione con una liturgia in inglese dell’antico rito latino della Cristianità occidentale nel quale, da tempo immemorabile, gli Inglesi erano stati cullati e allevati, e che turbamento profondo un tale atto non poteva non infliggere a quelle zone dell’inconscio sulle quali riposa la vita di una società … Niente saprebbe attenuare l’audacia rivoluzionaria di un simile intervento nell’ordine del costume, del subcosciente e dei riti dell’esistenza" (A. L. Rowse, The England of Elizabeth: the Structure of Society, Londra 1951, p.17). E nello stesso tempo in cui imponevano l’uso del vernacolare, i riformatori esigevano che tutto l’ufficio potesse essere ascoltato dall’assistenza. Una rubrica del Prayer Book del 1549 lo prescrive: il prete “dice, o canta, ad alta ed intelligibile voce, la preghiera che segue”, cioè il canone (D. Harrison, op. cit, p. 221).

E' interessante sapere che il Concilio di Trento interverrà esplicitamente su questa questione, scomunicando chi affermasse che è obbligatorio pronunciare le parole della consacrazione, il Canone, ad alta voce, così come chi obbligasse alla messa in lingua parlata abbandonando il latino. Nel corso della sua XXII sessione, il 22 settembre 1562, il concilio di Trento dichiarò anatema chiunque sostenesse la proposizione seguente: “Il rito della Chiesa romana, dove si pronuncia a voce bassa una parte del canone e le parole della consacrazione, deve essere condannato; la messa non deve essere celebrata che in lingua volgare”. (Denzinger, 1759). A questo riguardo sembra interessante citare il testo del concilio di Trento che giustifica e spiega la preferenza secolare della Chiesa e la sua attitudine a proposito di questa questione, preferenza che aveva allora secoli di esistenza e che fu confermata solennemente da questo concilio. Il concilio di Trento spiega che “è tale la natura dell’uomo che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle realtà divine senza degli aiuti esteriori. E’ per questo che la Chiesa, madre pia, ha istituito certi riti nella messa: delle parole pronunciate sotto voce, altre a voce più alta. Essa fa uso anche di cerimonie: benedizioni mistiche, luci, incensazioni, vesti e altre cose della stessa natura, ricevute dall’autorità e dalla tradizione apostolica. Così sarà messa in valore la maestà di un così grande sacrificio, e gli spiriti dei fedeli saranno stimolati, per mezzo di questi segni visibili di religione e di pietà, alla contemplazione delle realtà invisibili nascoste in questo sacrifico”.

Come è utile sapere il perché di certi riti e usi nella Chiesa, per evitare di compiere gli stessi errori e di applicare criteri estranei alla fede cattolica, in qualsiasi riforma... cose più che mai attualissime. Continua....

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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3/22/2010 8:50 PM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (5)

Proseguiamo nell'analisi della riforma liturgica anglicana del secolo XVI, lasciandoci aiutare dall'opera di M. Davies, La Riforma Liturgica Anglicana, che attende ancora una pubblicazione in lingua italiana, dopo le sei edizioni in lingua inglese e quella in lingua francese. Tale opera è fondamentale se si vuole documentare come il Protestantesimo e l'eresia siano entrati nel cattolicesimo inglese non innanzitutto con una predicazione esplicita, ma attraverso una serie di modifiche della liturgia, soprattutto della santa Messa, che da principio non avevano un aspetto formalmente eretico, cioè contrario alla retta fede cattolica, ma che tacendo volutamente su aspetti essenziali della fede (la Messa come Sacrificio propiziatorio, la Transustanziazione, ecc...) di fatto favoriva la nascita di una nuova religione, l'anglicanesimo. La furbizia con cui si procedette ad un lento e progressivo smantellamento del cattolicesimo nei suoi riti, ingannò molti (più sacerdoti che laici)... pensavano di rimanere sostanzialmente cattolici, pur cambiando qualcosa nella Messa, e si ritrovarono alla sera della vita protestanti. Tutto questo deve certamente farci riflettere e mantenerci vigilanti... per non accogliere mai nella liturgia qualcosa di dubbioso, anche se accompagnato dalla scusa di un adattamento ai tempi. Ci furono delle misure preparatorie alla modifica del rito della messa, alcune le abbiamo già accennate: la sostituzione degli altari con delle tavole, l'abbandono della lingua latina, il vietare la preghiera del canone sottovoce. Proseguiamo considerando un'altra di queste misure preparatorie…
Nostra Signora di Walsingham


La distruzione delle immagini

Nel 1536 e 1538, sotto il regno di Enrico VIII, Cranmer era riuscito ad ottenere la promulgazione di ingiunzioni tendenti a tagliare corto con ciò che considerava “superstizione e ipocrisia”. Il suo desiderio era di proscrivere interamente le immagini; ma siccome sapeva che questo non poteva essere ottenuto fin quando Enrico fosse stato re, dovette accontentarsi di sottolineare che le immagini non erano legittime che in quanto richiamo ai santi che rappresentavano, cosa che è perfettamente conforme alla sana dottrina cattolica.

Con le ingiunzioni del 1538, giunse a fare un nuovo passo e dichiarò che là dove le devozioni erano occasione di superstizione, le casse, statue, quadri e reliquie dovevano essere distrutte puramente e semplicemente, questo, ben inteso, in nome del re, che, “vegliando con bontà al bene delle anime e dei suoi sudditi, ha già acconsentito alla distruzione di una parte di queste immagini, e che vi si consacrerà ancora più in futuro, perché esse potrebbero essere l’occasione di una gravissima offesa fatta a Dio e di un gravissimo danno per le anime dei suoi affezionati sudditi” (P. Hughes, The Reformation in England, Londra 1950, t. I. p. 361).

“Il governo reale fece comprendere più chiaramente possibile il senso di questa ingiunzione facendo distruggere, in quell’estate, dei santuari che costituivano da secoli dei luoghi di pellegrinaggio “internazionali”; fu il caso, per esempio, di Nostra Signora di Walsingham, nella diocesi di Norfolk, e di San Tommaso a Canterbury. Si portarono via da quest’ultimo delle carrettate intere piene di oro, argento, gioielli, drappi preziosi, che presero la direzione del Tesoro reale, mentre si bruciavano le reliquie del santo. Il più magnifico gioiello allora conosciuto, il grande rubino di Francia, era stato donato al santuario dal re di Francia contemporaneo di San Tommaso (Luigi VII). Enrico VIII se ne impadronì; incastonato in un anello, ornò da allora la sua mano sacrilega” (P. Hughes, The Reformation: A Popular History, Londra 1957, p. 211). Le ingiunzioni non vietavano solo i pellegrinaggi, ma anche una delle manifestazioni più diffuse della pietà popolare: l’usanza di fare bruciare delle candele di devozione davanti alle statue. Le candele furono ancora autorizzate al jubé, davanti al SS. Sacramento e al Sepolcro di Pasqua.

A dispetto della distruzione dei principali santuari, le ingiunzioni non furono affatto rispettate, in particolare nell’Ovest del paese, dove, è riportato, “all’ovest di Sarum (Salisbury), non si tiene conto alcuno delle ingiunzioni “ (E. Duffy, The Stripping of the Altars, New Haven, Connecticut, 1992, p. 410). Nel novembre 1538, Enrico pubblicò un proclama che fu a colpo sicuro un incoraggiamento per i preti che desideravano conservare le immagini e le statue nelle loro chiese: questo proclama condannava coloro che tentavano di abolire le usanze e le cerimonie religiose tradizionali “senza attendere il momento in cui Sua Maestà le modificherà o le abrogherà” (Ibid., p. 411). Ecco cosa spiega perché la maggioranza delle immagini, che si trattasse di statue, di vetrate, di pitture murali, erano ancora al proprio posto all’avvento di Edoardo VI. Era qualcosa che Cranmer non poteva tollerare. Il suo obiettivo e quello dei suoi soci riformatori del Consiglio e dell’episcopato è molto bene riassunto dal Dr. Eamon Duffy: “Nel cuore della riforma del re Edoardo, c’era la necessità di distruggere, di rompere, di martellare, di grattare o di fondere in un oblìo ampiamente meritato i monumenti del papismo, in modo che fossero dimenticate le dottrine di cui erano l’espressione.

L’iconoclastia fu il principale sacramento della Riforma, e come, tra il 1547 e il 1553, il programma dei suoi capi si fece più radicale, si sforzarono con una accresciuta insistenza di fare celebrare questo sacramento dell’oblìo in ciascuna delle parrocchie del paese. I resoconti dei fabbriceri dell’epoca si fecero l’eco di una eliminazione generale delle immagini, degli ornamenti liturgici, dei vasi sacri che avevano suscitato la meraviglia dei visitatori stranieri, e nei quali era, nel senso letterale della parola, incastonata la memoria collettiva delle parrocchie” (Ibid., p. 480).

Nel luglio 1547 è promulgata una serie di ingiunzioni sulle questioni religiose, redatte “conformemente al parere di diversi vescovi e altri, uomini i più istruiti del regno” (F. Gasquet e H. Bishop, Edward VI and the Book of Common Prayer, Londra 1890, p. 52). Sembravano non essere che una semplice ripetizione delle ingiunzioni imposte nel 1536 e 1538 sotto il regno di Enrico VIII, ma esse le sorpassavano vietando tutti i pellegrinaggi, senza limitarsi a quelli che “erano dei centri ei eccessi superstiziosi.
Le immagini che erano oggetto di deviazioni superstiziose dovevano essere tolte ed era vietato accendere le candele davanti a qualunque statua, cosa che lascia supporre che lo stesso ordine, già espresso nelle ingiunzioni del 1538, era stato larghissimamente ignorato. Alla messa grande, bisognava leggere l’epistola e il vangelo in inglese; la recita del rosario era condannata e tutte le processioni erano vietate, fossero all’interno o all’esterno della chiesa, compresa la processione del Corpus Domini e quella dei tre giorni delle Rogazioni. “Proscrivendo le processioni della domenica, questa ingiunzione colpiva al cuore una delle principali espressioni della religione delle comunità medioevali e uno dei tratti più caratteristici del culto parrocchiale in Inghilterra” (E. Duffy, p. 452).

Una visita destinata a fare applicare queste ingiunzioni iniziò nel settembre 1547, e non terminò che l’anno seguente. Nel febbraio 1548, il Consiglio notò che si era vista sollevarsi una viva resistenza ed una forte opposizione all’ingiunzione che prescriveva l’eliminazione delle “immagini disonorate con dei pellegrinaggi, delle offerte, delle incensazioni”. Il Consiglio affermava “che non esiste quasi nessuna parte del regno dove la tranquillità sia assicurata, ad eccezione dei luoghi dove le immagini sono state già interamente tolte e distrutte” (F. Gasquet e H. Bishop, p. 101). Il Consiglio ordinava la distruzione completa di tutti i reliquiari, quadri, vetrate evocanti episodi della vita dei santi, della Scrittura o della storia religiosa, “in modo che non ne resti alcuno ricordo sulle pareti, le finestre né in alcun altro luogo, che sia nelle loro chiese o nelle loro case; e (il clero) vigilerà ad esortare tutti i parrocchiani a fare lo stesso ciascuno nella propria abitazione” (P.Hughes, The Reformation in England, t. II, p. 94). Distruggendo a tal punto il patrimonio non rimpiazzabile e di un valore inestimabile di vetreria medioevale, gli iconoclasti inglesi superarono anche il fanatismo dei loro omologhi nella Zurigo di Zwingli, che autorizzarono la conservazione delle vetrate (E. Duffy, p.451).

Pensiamo a certe architetture moderne di chiese, dove c'è posto per un'infinità di sedie (per fare comunità), dove le vetrate sono ammesse solo per dare “sciabolate di luce” senza portare alcuna immagine, dove la struttura architettonica non sopporta alcuna immagine di santi, dove la statua della Vergine Maria, se c'è, è collocata a fatica... è come se ci fosse un rifiuto implicito dell'Incarnazione, della Rivelazione: Dio si è rivelato, Dio si è fatto uomo, Dio si è manifestato; e la Chiesa prolunga nel tempo questa manifestazione anche nella sua arte sacra, con il culto delle immagini.

continua...
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3/29/2010 1:11 PM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (6)

Sappiamo che nella riforma anglicana si procedette per lo più con decreti miranti a graduali modificazioni del rito della Messa, così da renderla sempre più accettabile alla mentalità protestante. Abbiamo ripetutamente ricordato che tutto ciò avvenne in maniera tale che non tutti i fedeli e sacerdoti si resero subito conto del pericolo di tali cambiamenti...accettando per amore di pace e di obbedienza misure che sembravano secondarie, in pochi anni molti cattolici si ritrovarono protestanti: la mentalità tende ad adattarsi al modo di agire, anche nei riti della chiesa. Inizi ad assumere gesti e preghiere che non esprimono in tutta pienezza la fede cattolica (ma che non le sono apertamente contro!), e finisci con il tempo a dimenticare completamente le verità di fede taciute da tempo. Detto questo qualcuno potrebbe pensare che si insista troppo contro il Protestantesimo: “in fondo”, qualcuno penserà, “sono pur sempre fratelli cristiani, che credono in Gesù Cristo,dobbiamo cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide!”. Niente di più utile, per rispondere a questa obiezione, di andare ai testi originali di questi “fratelli cristiani”: in essi si vedrà una violenta opposizione al Cattolicesimo, una negazione aperta di verità di fede, portata avanti con una violenza verbale che sconvolge. Riportiamo qui un paragrafo dell'opera di M. Davies sulla Riforma Anglicana, che tratta di un'altra delle misure preparatorie della riforma: l'utilizzo della STAMPA, come mezzo per cambiare la mentalità cattolica e prepararla al definitivo passaggio al Protestantesimo.

La stampa

I riformatori capivano che i semplici fedeli erano così attaccati alla messa che un attacco aperto e immediato sarebbe stato suscettibile di ritorcersi contro di loro. Ebbero la fortuna di trovare un sostegno potente nel gentry, nei negozianti e presso una buona parte della nobiltà; avendo acquistato a basso prezzo i beni della Chiesa sotto il regno di Enrico VIII, tutta questa gente trovava un vantaggio finanziario nella Riforma. Per preparare l’abolizione della messa, si ebbe l’abilità di utilizzare la stampa. Spesso importate dal continente, le pubblicazioni che attaccavano la dottrina cattolica dell’eucaristia avevano incominciato a fare la loro apparizione dal regno di Enrico VIII.

La morte del re, sopraggiunta nel 1547, segnò subito l’inizio di una campagna diretta contro la messa; si affermava, tra le altre cose, per citare John Hooper, che “la messa è una bestemmia nei riguardi di Dio; perché coloro che onorano come Dio il pane presente sull’altare non commettono una minore idolatria di coloro che divinizzano il sole o le stelle”. (J. Hooper, Early Writings, PS, Cambridge, 1843, p. 139) Stephen Gardiner, vescovo di Winchester, che aveva conservato l’anima cattolica, aveva comunque capitolato davanti a Enrico VIII sulla questione della supremazia reale; ma sotto il regno di Edoardo, rifiutò di abbandonare la messa. Fu imprigionato nella Torre di Londra e deposto (sotto il regno di Maria Tudor, doveva riconciliarsi con la Chiesa e diventare Gran Cancelliere). All’inizio del regno di Edoardo, protestò perché “certi tipografi, commedianti o predicatori fanno finta di interrogarsi; come se noi non sapessimo ancora come siamo giustificati, né di quali sacramenti abbiamo bisogno”. (F. Gasquet, Edward VI and the Book of Common Prayer, Londra, 1890, p. 120) In pubblico, le autorità disapprovavano queste campagne; ma, astenendosi dal prendere misure contro questi libri, mostravano chiaramente da che parte andava la loro simpatia. Alla fine del’anno 1547, le porte furono aperte e cominciarono a comparire dei libri, pieni di insulti nei confronti di tutto ciò che era acattolico; si arrivava fino a dedicare queste pubblicazioni al re in persona e al Protettore Edward Seymour, duca di Somerset, fratello di Jane Seymour, terza donna di Enrico VIII e madre di Edoardo VI. Somerset era risoluto nell’imporre il protestantesimo al popolo inglese.

In alcuni scritti polemici, il santo sacramento è descritto come “una creatura che diventa Creatore, una volgare torta confezionata per diventare Dio e uomo”; la messa è “l’adorazione di un Dio confezionato con fiore di frumento” (Ibid., p. 123). Molte di queste opere avevano per autori dei riformatori dell’Europa continentale, fra i quali Lutero, Zwingli, Calvino, Melantone, Bullinger, Urbanus Regius Osiander, Hegendorp e Bodius (Ibid. , p. 125). Queste opere scandalizzavano e rivoltavano i semplici fedeli e il clero parrocchiale, ma facevano grande impressione su coloro che amavano considerarsi come appartenenti ad una élite istruita ed illuminata, adepta del nuovo pensiero e che erano quasi sempre gente influente nel loro ambiente.

Coloro che volevano farsi i difensori della messa non avevano il compito facile, essendo riusciti i riformatori ad assicurarsi il controllo assoluto dei “mezzi di comunicazione”: “Un libro compariva bene qua e là, portando il nome di un autore o di un tipografo poco di casa presso Cranmer o il Consiglio, ma nessun dubbio è permesso: queste pubblicazioni si facevano a rischio e pericolo dei loro autori. In effetti, quando si esamina la bibliografia di quegli anni, si è colpiti nel constatare che non vi si trova neanche un solo opuscolo o un solo libro uscito dalle tipografie inglesi che prenda le difese delle antiche dottrine. Dei trattati come quelli di Gardiner o di Tunstall sul Santo Sacramento dovettero essere stampate in segreto all’estero.

“Di contro, il paese era inondato di opere, traduzioni di lavori di riformatori stranieri o composizioni originali, che attaccavano le pratiche cattoliche, in particolare la messa. Queste opere portavano il nome dell’autore o del tipografo: si trattava più sovente di opuscoli venduti a qualche pence e apertamente destinati ad una larga diffusione nel popolo. Non c’è alcun dubbio che in ragione delle circostanze questa letteratura, così abbondantemente diffusa, non avrebbe potuto circolare senza la connivenza o la benevolenza delle autorità; essa corrispondeva manifestamente alle loro intenzioni e rispondeva ai loro voti. Inoltre, la diffusione di tali scritti, che avevano un carattere blasfemo e osceno, non era né vietato né frenato dalle innumerevoli proclamazioni dell’epoca; ben al contrario, espressa licenza era data ai tipografi di queste opere di pubblicarle” (Ibid. , p. 118-119).

Richard Smith, che fu il primo regius professor di teologia a Oxford, e che doveva diventare più tardi il primo rettore del seminario di Douai, scrisse un’apologia dell’insegnamento cattolico sull’Eucaristia, nella quale denunciava in termini vigorosi la letteratura scandalosa che attaccava questa dottrina: “Nel passato … mai si tollerava che ricchi e pezzenti , colti e ignoranti, vecchi e giovani, saggi e folli, ragazzi e ragazze, padrone e servo, stagnini e conciatetti, minatori e ciabattini e altra gente di bassa estrazione, potessero a piacere schernire e canzonare … non risparmiando nessun sacramento della Chiesa … mentre per la predicazione e l’insegnamento (possono fintanto che si possono impiegare questi termini in questo caso), per il gioco scenico, la scrittura e la stampa, le canzoni e (oh mio Dio!) cento altre maniere, alcuni oggi , che non hanno altro maestro che se stessi, a meno che non siano i sapienti del diavolo, non si privano né hanno timore di parlare o di scrivere contro l’eccellentissimo e santissimo sacramento dell’altare, dichiarando che è nient’altro che una volgare figura e che nel detto sacramento non si trova il corpo e il sangue del nostro santissimo Salvatore e Redentore Gesù Cristo, ma solamente un puro e semplice segno, un pegno, un memoriale del detto Salvatore; ammesso che vadano fin là e che non lo chiamino puramente e semplicemente (cosa che capita sovente) idolo o idolatria”. (Knox, p. 58)

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4/12/2010 1:20 PM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (7)

Continuiamo ad esaminare le misure preparatorie alla riforma anglicana, secondo lo studio fatto dal grande storico inglese Michael Davies.
Uno dei cambiamenti introdotti, prima del passaggio definitivo all'abbandono del Cattolicesimo per quella nuova forma di cristianesimo che è l'Anglicanesimo (cambiamenti graduali per abituare i fedeli ad abbandonare il Cattolicesimo Romano), è stato quello della distribuzione della santa comunione sulla mano. È impressionante vedere le motivazioni avanzate per questa modifica: tornare ad un uso antico perché non sussiste il pericolo di profanazione da parte dei fedeli. In verità si voleva attaccare il sacerdozio ordinato (il dare la comunione in bocca ai fedeli è, per i riformatori, un'ingiusta pretesa di superiorità del clero, perché dice di avere le mani consacrate) e la presenza reale di Gesù Cristo nelle specie eucaristiche (per i riformatori questa è una superstizione da abbattere!). Leggendo questo studio non si può non andare con la mente a molti cattolici, anche sacerdoti, che negli anni passati hanno avanzato le stesse motivazioni protestanti per obbligare (molte volte è stato così) i fedeli ad adeguarsi al nuovo ordine: comunione in piedi e sulla mano!

Con estenuanti insegnamenti sul “balletto” da farsi per riceverla con dignità! Oggi, Dio sia ringraziato, nelle messe papali il Santo Padre distribuisce la santa comunione solo ai fedeli in ginocchio e sulla bocca: è un esempio che i sacerdoti dovrebbero subito seguire. Peccato che a fianco del Papa, anche in S. Pietro, schiere di sacerdoti continuino a distribuire imperterriti la comunione in mano.

Leggendo il brano che segue forse ci chiariremo le idee sulle vere ragioni che spingono il Papa al ritorno alla forma tradizionale: la difesa del Sacerdozio cattolico e della verità della Transustanziazione, della presenza sostanziale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo nella SS. Eucarestia.


E’ interessante notare che, nel rito del 1549, il popolo riceveva la santa comunione in ginocchio dalle mani del prete. Ecco ciò che dice una rubrica che si trova alla fine del Servizio di Comunione: “Benché si legga negli antichi autori che i fedeli ricevevano un tempo il sacramento del corpo di Cristo dalle mani del prete nelle loro e che non si trovi alcun ordine di Cristo che prescriva di agire diversamente, però, visto che ben sovente la si teneva segretamente e la si conservava in proprio possesso per oltraggiarla utilizzandola per dei fini superstiziosi e perversi, per paura che si tenti di usarne allo stesso modo in avvenire e allo scopo che si agisca in modo uniforme in tutto il regno, è stato giudicato opportuno che il popolo riceva ordinariamente il sacramento del corpo di Cristo in bocca, dalle mani del prete” (D. Harrison, The First and Second Prayer Books of Edward VI, Londra 1968, p. 230).

Il Prayer Book del 1552 modifica questa pratica tradizionale e prescrive: “Allora il ministro riceverà per primo la comunione sotto le due specie, poi la darà anche ai vescovi, preti e diaconi (se sono presenti); dopo la darà anche in ordine nelle mani del popolo, essendo ciascuno umilmente in ginocchio”. I fatti e le influenze che accompagnarono questo cambiamento sono particolarmente degni d’interesse. Nella Apostolicae curae, per giudicare l’intenzione che animava i riformatori d’Inghilterra nella loro impresa di elaborazione dei nuovi libri liturgici, il papa Leone XIII insistette in modo del tutto speciale sul ruolo degli associati eterodossi di cui i riformatori anglicani avevano sollecitato il concorso. Di questi, il più influente fu l’ex –domenicano Martin Bucer. Bucer negava ogni presenza di Cristo in o sotto le apparenze del pane e del vino. Era in lui una vera ossessione quella di vegliare a che nessuna liturgia riformata conservasse una sola parola, un solo gesto, una sola rubrica, suscettibile di essere interpretati come dei segni di fede in una tale presenza.

Avendo ricevuto da Cranmer un invito pressante, Bucer arrivò in Inghilterra in aprile e soggiornò dal suo ospitante a Lambeth e a Croydon. I due uomini divennero dei compagni inseparabili (F. Clark, Eucharistic Sacrifice and the Reformation, Devon 1980, p. 122). Bucer fu nominato regius professor di teologia a Cambridge, dove sostenne delle controversie contro la presenza reale e la messa. Preparò un trattato sull’ordinazione, a partire dal rito di ordinazione che aveva composto a Strasburgo dieci anni prima. Fu il riferimento principale dell’ordinario di Cranmer nel 1550 (Ibid.). Cranmer invitò il suo amico a procedere all’esame del Prayer Book del 1549, pregandolo di formulare le sue critiche e di suggerire delle migliorazioni.
La risposta di Bucer fu la sua lunga Censura dove fulminò contro “questo sacrificio della messa, tutto pieno di abominazioni, che non si aborrirà mai abbastanza e questa adorazione del pane (artolatreia), che non è che un insulto fatto a Dio”. (Bucer, p. 58) I due terzi dei suoi scritti, almeno, furono accolti e applicati nella compilazione del Prayer Book del 1552, confermando così la sua influenza su Cranmer (F. Clark, Eucharistic Sacrifice and the Reformation, Devon 1980, p. 123).

Bucer censurava diversi punti del rito di comunione che, temeva, potevano condurre a interpretarlo in senso cattolico. E’ così, per esempio, che faceva delle obiezioni al mantenimento dell’uso delle ostie, anche quando assomigliassero a del pane, uso prescritto nel rito del 1549; la revisione del 1552 ordinò dunque che si utilizzasse d’ora in avanti del pane ordinario: “E per combattere ogni occasione di dibattito e di superstizione che si potrà avere toccando il pane e il vino, sarà sufficiente che il pane sia come quello che si mangia ordinariamente in tavola con gli altri cibi, previsto che sia del migliore pane di frumento che si possa comodamente trovare. E se accade che resti del pane e del vino, il ministro li porterà via per il suo uso personale” (D. Harrison, The First and Second Prayer Books of Edward VI, Londra 1968, p. 392). Bucer teneva particolarmente che il pane non fosse posato nella bocca del comunicante ma nella sua mano: “Non arrivo a comprendere come si possa trovare logica la settima sezione, che esige che il pane del Signore sia posato non nella mano, ma in bocca di colui che lo riceve.

Sicuramente, la ragione che si dà in questa sezione, vale a dire la paura che coloro che ricevono il pane del Signore non lo mangino ma che lo portino segretamente con loro per farne un cattivo uso per superstizione o malvagità, non mi pare convincente; in effetti, quando il ministro depone il pane nella mano, gli è facile vedere se lo si mangi o no. “In realtà, non dubito che l’uso di non deporre le sante specie nelle mani dei fedeli sia stato introdotto a causa di una duplice superstizione: prima di tutto il falso onore che si intendeva rendere a questo sacramento in seguito, l’arroganza colpevole dei preti, che rivendicano una santità superiore a quella del popolo cristiano in ragione dell’olio della loro consacrazione. Non c’è alcun dubbio che il Signore ha rimesso i suoi segni sacri nelle mani degli apostoli e chiunque ha letto i testi degli antichi non potrà dubitare che tale fu l’uso osservato dalle Chiese fino all’avvento della tirannia dell’Anticristo romano (il Papa per i protestanti era l'anticristo, n.d. r.).

“Dunque, come dobbiamo avere in odio tutte le superstizioni dell’Anticristo romano e ritornare alla semplicità di Cristo, degli apostoli e delle Chiese antiche, amerei che si prescrivesse ai pastori e a coloro che hanno missione di insegnare al popolo che ognuno insegni loro fedelmente che è una superstizione e un errore pensare che le mani di coloro che credono sinceramente a Cristo siano meno pure delle loro bocche; o che le mani dei ministri siano più sante che le mani dei laici; tanto e così bene che sarebbe colpevole, o meno corretto, come il popolo ha falsamente creduto, che si posino le sante specie nelle mani dei laici. Che si facciano dunque scomparire i segni di questa falsa credenza, come, per esempio, l’idea che i ministri possano toccare le sante specie, ma non possono permettere ai laici di farlo e che le posino al contrario nella bocca, cosa che non è solo estranea all’istituzione del Signore, ma offensiva per la ragione umana.

“Così, sarà facile condurre tutti i fedeli a ricevere i segni sacri nella mano; tutti li riceveranno allo stesso modo e si vigilerà per evitare ogni profanazione segreta delle sante specie. Che, ammettendo che si possa fare per un certo tempo delle concessioni a coloro la cui fede è fragile donando loro, quando lo desiderino, la comunione in bocca, se si prende cura di istruirli, non tarderanno a comportarsi come gli altri membri della Chiesa e si comunicheranno nella mano”.

L’obiezione di Bucer contro il modo tradizionale di dare la santa comunione è dunque doppia: questa maniera di fare racchiude la credenza secondo la quale esiste una differenza essenziale fra prete e laico e tra il pane distribuito alla comunione e il pane ordinario . La soluzione di Bucer fu di imporre la comunione nella mano, dapprima come opzione, ma accompagnando questa maniera di procedere con una campagna di propaganda destinata a provocare rapidamente l’uniformità. Nella sua opera Missarum sollemnia, il padre Joseph Jungmann spiega che è il rispetto crescente verso il santo sacramento, ben più che il timore delle profanazioni, che fu la principale ragione della sostituzione della comunione sulla mano con la comunione sulla lingua (J. Jungmann, The Mass of the Roman Rite, Londra 1959, p. 510).

E’ qui uno sviluppo logico, quasi ineluttabile, pienamente conforme della lex orandi, lex credendi. Sotto la guida dello Spirito Santo, una intelligenza sempre più crescente della natura dell’eucaristia ricevette un’espressione dottrinale più precisa; questa, a sua volta, si espresse nella liturgia con un rispetto ed una venerazione accrescente verso il santo Sacramento. Così, tornando ad una pratica in uso anteriormente, con l’intenzione esplicita di manifestare un rifiuto dell’insegnamento cattolico sull’eucaristia, i riformatori diedero a questo uso della comunione sulla mano un senso anticattolico. Ormai, comunicarsi nella bocca voleva dire che si riceveva nella fede il sacerdozio ministeriale e la presenza reale, e comunicarsi sulla mano significava che li si rifiutava.

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/23/2010 9:09 PM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (9)

Da tempo, guidati da Michael Davies e dalla sua opera “La riforma liturgica anglicana”, stiamo considerando come siano pericolosissime tutte quelle operazioni che, volendo semplificare la Messa Cattolica, di fatto la trasformano in qualcosa di diverso: la cena protestante non è più la vera Messa. Questo è avvenuto nella riforma anglicana attraverso una serie di omissioni pericolose.

Ma è giunto il momento di considerare come “toccare la Messa” voglia dire “toccare il Sacerdozio”. Sacrificio della Messa e Sacerdozio cattolico sono intimamente uniti. Alla protestantizzazione della Messa corrisponde la protestantizzazione del sacerdozio: non pìù il prete cattolico che ha come scopo principale l'offrire il Santo Sacrificio della Messa, ma il pastore protestante, ministro designato per predicare e dirigere il culto.

La protestantizzazione invadente della Chiesa ha toccato ormai a livello popolare anche le nostre parrocchie. Provate a chiedere alla gente chi è il prete, quale è il suo compito, e dovrete constatare che si è più vicini alla nozione anglicana protestante di pastore che a quella cattolica di sacerdote. Come non pensare che l'attuale crisi di vocazioni sacerdotali – drammaticamente gli anni che verranno vedranno la scomparsa dei preti dai nostri paesi – sia dovuta a un spaventoso allontanamento dalla fede cattolica: Dio non manderà vocazioni per un culto protestante impregnato di preoccupazioni sociologiche, Dio darà vocazioni a un popolo che domanda la grazia della Messa e dei Sacramenti.

La negazione del carattere sacrificale della messa, che era esplicitamente formulato nell’insegnamento dei riformatori e contenuto implicitamente nel Prayer Book del 1549, ebbe per conseguenza logica come spiega il padre Messenger, “l’abolizione dell’antica nozione cattolica di sacerdozio con i suoi sette gradi e la sua sostituzione con un ministero protestante comprendente tre gradi”: vescovi, preti e diaconi (E. C. Messenger, The Reformation, The Mass, and The Priesthood, tomo I, Londra, 1936, pag. 564). (...) Secondo i protestanti, non esiste un vero stato sacerdotale al quale si accederebbe con il sacramento dell’ordine. Nei loro scritti, la fede non ci è comunicata da una società visibile che ha il compito di insegnare; la Chiesa non è governata da un’autorità istituita dal Cristo e la grazia non è trasmessa all’uomo per mezzo di segni esteriori, ma attraverso la fede fiduciale.

Di conseguenza, i riformatori non riconoscevano uno stato particolare istituito dal Cristo per il ministero di questa grazia. Poiché non riconoscevano il sacrificio della messa, non avevano nessun bisogno, nemmeno, di un sacerdozio legato al sacrificio. Tutti gli attacchi diretti contro il sacerdozio cattolico hanno dunque per origine il rifiuto di riconoscere nella messa un vero sacrificio, affidato dal Cristo alla sua Chiesa e, in ultima conseguenza, il rifiuto puro e semplice di una Chiesa visibile alla quale il Cristo avrebbe affidato la sua missione di Mediatore e di redentore.

Contro i Riformatori, il concilio di Trento insegna, nella sua XXIII sessione, che... “sacrificio e sacerdozio sono stati così legati insieme dalla disposizione di Dio che l’uno e l’altro sono esistiti sotto le due Leggi. Come, nel Nuovo Testamento, la Chiesa cattolica ha ricevuto dall’istituzione del Signore il santo sacrificio visibile dell’Eucaristia, si deve anche riconoscere che vi è in essa un sacerdozio nuovo, visibile ed esteriore, nel quale il sacerdozio antico è stato “cambiato”. (Denzinger-Schonmetzer, Enchiridion symbolorum 1764). L’anatema era pronunciato contro chiunque rigettava questa dottrina (ibidem 1771).

Il rifiuto della concezione cattolica del sacerdozio fu chiaramente manifesto con la sostituzione del pontificale cattolico “con un nuovo ordinale, costruito dal rito luterano in Germania e impregnato pezzo dopo pezzo dello spirito del protestantesimo” (E.C. Messenger, The Reformation, The Mass, and The Priesthood, tomo I, Londra, 1936, pp. 564-565). Martin Bucer influenzò profondamente la composizione di numerose parti di questo ordinale (The Oxford Dictionary of the Christian Church, Oxford, 1977, pag. 206).

All’esame delle testimonianze, nessun lettore imparziale potrebbe dubitare un istante che il nuovo ordinale non avesse certamente per intenzione l’ordinazione di preti destinati a offrire un sacrificio e investiti del potere di consacrare e di offrire il corpo e sangue di Cristo nel sacrificio della messa. Ancora oggi, la più parte dei ministri anglicani ne convengono senza esitare: non si considerano come preti ordinati per offrire un sacrificio nel senso cattolico di questo termine; essi affermano che non esiste alcun fondamento scritturistico a una tale concezione del sacerdozio. I limiti di questo studio non ci permettono di intraprendere l’esame, anche superficiale, degli errori e delle lacune dell’ordinale anglicano. Dobbiamo accontentarci di citare qualcuno dei giudizi che sono stati formulati a suo riguardo. Al lettore desideroso di intraprendere uno studio più approfondito di questa questione, suggeriamo di cominciare con la lettura della Apostolicae curae di Papa Leone XIII. Si troverà anche uno studio dettagliato di questa questione nella nostra opera The Order of Melchisedech. Ecco in che termini lo storico protestante S.T. Bindoff giudica l’ordinale di Cranmer: “Il cambiamento più marcante fu la trasformazione del prete, investito dalla grazia divina del potere di offrire il sacrificio, in un ministro designato per predicare, insegnare e dirigere il culto.

Ben inteso, fu la conseguenza della trasformazione della messa in un servizio di comunione, o santa cena” (S.T. Bindoff, Tudor England, Londra, 1952, pag. 162).

Ecco a questo proposito ciò che dichiarano i vescovi cattolici nella loro apologia della Apostolicae Curae: “Poiché gli autori di questo ordinale non hanno mai menzionato chiaramente il sacerdozio, ma al contrario si sono premurati grandemente di far scomparire delle preghiere che avevano ripreso dall’antico rito ogni riferimento concernente; poiché, inoltre, sappiamo dai loro scritti, e da quelli di una serie ininterrotta dei vostri principali teologi (anglicani), fino alla seconda parte di questo secolo, che queste soppressioni e queste omissioni furono effettuate secondo un disegno, in ragione dell’odio caratterizzato da queste dottrine che è stata la caratteristica costante della vostra Chiesa, cosa possiamo rimproverare alla conclusione di Leone XIII , secondo la quale il vostro ordinale non può essere considerato come un rito che implica nettamente la trasmissione del sacerdozio ordinato al sacrificio e che non si possa dunque trattare di un rito istituito per attendere validamente a questo scopo?” (Il Cardinal arcivescovo e i Vescovi della Provincia di Westminster, A Vindication of the Bull Apostolicae Curae, Londra, 1898, pag. 78).

Un gesuita, il padre Francis Woodlock, porta sul nuovo ordinale e il servizio di comunione del 1552 un giudizio che riassume eccellentemente ciò che fu il fine ultimo del processo rivoluzionario di cui abbiamo schizzato le grandi linee nel corso dei capitoli precedenti: “Comparate la messa e l’ordinale cattolico con il servizio di comunione e l’ordinale anglicano e voi vi troverete quaranta passaggi comportanti una soppressione; queste soppressioni concernenti sempre la presenza reale o il sacrificio della messa. Prendeteli tutti e due e comparateli voi stessi: non potrete non vedere ciò che è accaduto. La dottrina cattolica della presenza reale e del sacrificio è stata eliminata con un’attenzione grande come quella con cui nel corso di una operazione chirurgica il chirurgo estirpa un tessuto canceroso. Cranmer compie cosi’ bene il suo dovere che il suo ordinale si presenta, nel suo contesto storico, come un ordinale mutilato con uno scopo preciso: eliminare dalla Chiesa riformata d’Inghilterra il sacerdozio istituito per il sacrificio. Eliminandolo, era la funzione prima del sacerdozio che sopprimeva in questa Chiesa; di conseguenza, a giudizio della Chiesa cattolica, i ministri anglicani di oggi non sono dei veri preti.

“Il vescovo Ryle, vescovo (anglicano) di Liverpool, esprimeva l’esatta verità quando dichiarava: “Nella nostra Chiesa, i riformatori trovarono il sacrificio della messa. Lo rigettarono come favola blasfema e pericolosa superstizione, e diedero alla cena del Signore il nome di servizio di comunione. Nella nostra Chiesa i riformatori trovarono gli altari; ne ordinarono la distruzione, fecero scomparire completamente la parola altare dal nostro Prayer Book e non parlarono più che della tavola del Signore e della cena del Signore.

“Nel nostro clero, i riformatori trovarono dei preti che offrivano il sacrificio; ne fecero dei ministri incaricati della preghiera e della predicazione, dei ministri della parola di Dio e dei sacramenti.
Nella nostra Chiesa, i riformatori trovarono la dottrina di una presenza reale e corporale di Cristo nella cena del Signore sotto le apparenze del pane e del vino; diedero la loro vita per opporvisi. Non lasciarono nemmeno sussistere nel nostro Prayer Book l’espressione di presenza reale” (F. Woodlock, The Reformation and the Eucharist, Londra, 1927, pp. 50-51).

Ecco ciò che scriveva il vescovo anglicano Knox: “Alla lettura dell’ordinale romano, nessuno può dubitare che sia impregnato dell’intenzione di ordinare dei preti destinati ad offrire un sacrificio.
Nessuno, alla lettura dell’ordinale anglicano, può immaginare di avere un simile obiettivo.
Dalla prima all’ultima riga, non contiene una sola parola che evochi il sacrificio. Allo stesso modo, nel rito della consacrazione di un vescovo, non si trova una sola parola che lasci intendere che i vescovi debbano ordinare dei preti incaricati di offrire un sacrificio” (ibid., pag. 51).

Quando l’Inghilterra si trovò di nuovo unita alla Santa Sede sotto il regno di Maria Tudor e che il cardinal Pole venne in questo paese in qualità di legato del papa, dovette occuparsi del problema pastorale urgente che ponevano i vescovi e i preti ordinati nello scisma e che desideravano esserne assolti ed esercitare il loro ministero in qualità di vescovi o preti cattolici. Il problema cruciale era sapere se gli ordini che avevano ricevuto fossero o no validi. Il papa Paolo IV regolò la questione nella sua bolla Preclara carissimi (1555) e in un breve pubblicato nello stesso anno. Il papa decise che coloro che erano stati ordinati preti o vescovi con il pontificale di Sarum, fosse ciò da vescovi scismatici, lo erano stati validamente e che bastava assolverli dallo scisma. Coloro che erano stati ordinati con l’ordinale di Cranmer erano sempre dei laici e se, dopo averi assolti dallo scisma, si doveva permettere loro di esercitare un ministero sacerdotale o episcopale bisognava conferire loro l’ordinazione. Il giudizio del papa Paolo IV fu confermato dal papa Leone XIII nel 1896, dopo un’indagine prolungata e imparziale nel corso della quale gli anglicani che credevano alla validità dei loro ordini intesi nel senso cattolico del termine ebbero tutta la possibilità di esporre il loro punto di vista presso la commissione pontificia.

Il giudizio del papa secondo cui “le ordinazioni conferite secondo il rito anglicano sono state e sono assolutamente vane e veramente nulle”, è irrevocabile, così come il papa fece sapere in una lettera indirizzata al cardinal Richard, arcivescovo di Parigi, lettera nella quale diceva che la questione era stata “definitivamente regolata e che la conclusione era senza appello”. Questo giudizio possiede la qualità di fatto dogmatico, ed è dunque infallibile.

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5/5/2010 12:46 PM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (10)

La Riforma liturgica inglese, quella di Cranmer, volta a rendere protestante l'Inghilterra, fu condotta con la motivazione di rendere la Messa più comprensibile e accettabile ai fedeli, di renderla “più partecipata” (è sempre questa la scusa!), peccato che i fedeli, il popolo non ne volle sapere! Non vollero cambiare la Messa e si opposero con una forza di convinzione impressionante. Fu il popolo ad obbligare anche i sacerdoti a resistere, e non viceversa; fu l'insistenza dei fedeli a far ritornare alla vera Messa i preti che obbedienti alle direttive del governo avevano già iniziato a celebrare nel nuovo rito. Iniziamo una serie di citazioni dal libro di M.Davies che ben documenta la resistenza popolare alla riforma della Messa, che arriverà fino al martirio.



La nuova messa, o servizio della santa cena, divenne obbligatoria il 9 giugno 1549, domenica di Pentecoste. “Nella contea di Oxford, il clero rifiutò di adottare il nuovo libro di preghiera e, nel corso dei disordini che segnarono questo periodo, molti dei suoi membri furono messi a morte per ribellione” (M. Powicke, The Reformation in England, Oxford, 1953, p. 81).

Questa nuova messa in inglese aveva per obiettivo il promuovere la partecipazione attiva dei fedeli alla liturgia; ma il genere di attività che suscitò dalla parte della detta assemblea non fu esattamente quella che attendeva Cranmer; questo fu particolarmente vero nel villaggio sperduto di Sampford Courtenay, non lontano da Okehampton, sulle pendici dello Dartmoor, nel Devon. Ancora oggi, con una popolazione che non supera le cinquecento anime che contava già nel 1549, il villaggio sembra essere stato dimenticato dal tempo.

La chiesa parrocchiale, dedicata a Sant’Andrea, è molto bella; le alte campanelle della sua torre sono attaccate da un licheno arancione che dona sempre al suo colore una certa luminosità. Benché la chiesa sia situata in un vallone, la sua torre maestosa si vede pressoché da tutti i punti della parrocchia.
La domenica di Pentecoste, obbedendo all’autorità, il parroco del luogo, William Harper, di settant’anni, utilizzò il nuovo rito. I preti erano passibili di severa pena se rifiutavano di fare uso del libro.

“Il 21 gennaio 1549, il Prayer Book era stato adottato dalle due camere del Parlamento. Il 4 marzo, era approvato dal re. Ormai, ogni prete che avesse rifiutato di adottare il libro sarebbe stato condannato a pagare una multa corrispondente alla rendita del suo beneficio per un anno; la seconda volta avrebbe perso definitivamente tutte le sue rendite beneficiali e sarebbe stato condannato ad un anno di prigione; la terza infrazione sarebbe stata punita con l’ergastolo.

Quanto ai laici, chiunque avesse criticato il libro o avesse trovato un prete per celebrare un’altra forma di culto avrebbe pagato una multa fissata secondo una tariffa progressiva; alla terza infrazione, tutti i suoi beni sarebbero stati confiscati” (P. Caraman, The Western Rising – 1549,Devon 1994, pp. 24-25 ).
Sir Maurice Powicke ha riassunto molto bene in una frase quali furono le conseguenze della legge: “Mentre l’Atto dei Sei Articoli prevedeva di perseguire i novatori, sotto il regime dell’Atto del 1549 sarebbero stati perseguitati coloro che resistevano alle innovazioni e restavano ostinatamente fedeli ai libri e alle pratiche in uso da tempo immemorabile” (Powick, p. 86).

Come cattolici obbedienti, i parrocchiani di Messer Harper erano presenti alla chiesa di Sant’Andrea la prima volta che fu celebrato in questo luogo santo un altro rito eucaristico al posto della messa latina immemorabile. I fedeli ascoltarono il nuovo servizio; ne parlarono tra di loro e, nel corso della loro discussione, constatarono che non piaceva loro. Il lunedì di Pentecoste, sotto la guida del sarto del villaggio, Thomas Underhill, un certo numero di parrocchiani fecero la loro entrata nella sacrestia dove il curato era occupato a rivestirsi dei paramenti; gli domandarono in quale rito stava per celebrare: Per obbedire alla legge in vigore, devo utilizzare il nuovo servizio, rispose: Voi non farete nulla! gridò Underhill (F. Rose- Troup, The Western Rebellion, Londra 1913, p.133).

E gli uomini di Sampford Courtenay per impedire a Messer Harper di utilizzare una seconda volta il nuovo ufficio, gli fecero sapere che erano risoluti nel conservare la fede dei loro padri. Su questo, arrivarono altri paesani, che insistettero tutti perché il prete si servisse dell’antico messale, “e dica la messa a cui erano stati abituati per tutta la loro vita” (J. Cornwall, Revolt of Peasantry-1549, Londra 1977, p.65). Messer Harper “si inchinò davanti alla loro volontà; ed ecco che si riveste subito dei suoi vecchi fronzoli papisti e dice la messa e tutti gli uffici come era abituato a fare prima” (Rose-Troup, p.134).

L’insurrezione dell’Ovest fu ciò che si chiamerebbe oggi una “reazione della base” contro la nuova messa in inglese. Quando si scopre con quale sollecitudine Messer Harper, come la più gran parte del clero, adottò il nuovo rito, la reazione del Consiglio del re non può che suscitare l’ironia: essa incolpa ai preti la responsabilità dell’insurrezione delle regioni dell’Ovest, e parla dello “spirito e delle intenzioni demoniache” con le quali incitavano il popolo, “in confessione e con altri mezzi , a disobbedire con ostinazione alle decisioni del re in materia di religione” (P. Caraman, p.19) . La notizia del ritorno dell’antica messa si diffuse come un fulmine nelle parrocchie vicine, dove gli uomini cominciarono a unirsi a Sampford Courtenay. Pieno di buone intenzioni, un gentiluomo del luogo, Sir Hugh Pollard, di King’s Nympton, se ne venne a cavallo fino al villaggio nella speranza di persuadere i parrocchiani nell’accettare il nuovo servizio prima che la loro protesta arrivasse ad un punto tale da rendere inevitabile l’intervento dei difensori della legge. Ma i paesani non erano dell’umore di accettare un compromesso: “Indovinarono senza problemi ciò che Pollard aveva in testa: richiamarli a restare calmi e ad evitare ogni azione inconsiderata, a dare fiducia ai “signori”, ai gentlemen, e al governo che, nella sua saggezza, aveva prescritto una forma del culto più adatta allo spirito dei tempi che l’antico rito in latino; essendo uomini di buon senso, avrebbero finito per accettare, se solamente avessero voluto veramente farne prova leale; voleva ricordare loro infine il loro vassallaggio al re e le terribili conseguenze che avrebbe portato la ribellione. Ma i paesani avevano già preso il loro partito ed erano decisi a non lasciarsi incantare da belle parole” (J. Cornwall, p. 66).

I giudici di pace del luogo vennero a fare delle rimostranze ai paesani; senza successo.
Sapendo del loro arrivo, i capi dei paesani si consultarono; erano “così impegnati e completamente ancorati nella loro folle posizione che decisero senza esitare di perseverare nella loro impresa colpevole” (Rose-Troup, p. 134). Un gentiluomo di nome William Hellyons mancò talmente di tatto che nel momento in cui lasciò la canonica, mentre era ancora sulle scale, un fattore di nome Lithibridge lo colpì al collo con la sua roncola; “ed ecco che subito, senza ascoltare le sue suppliche e i suoi lamenti, diversi altri si precipitano su di lui, lo uccidono e lo fanno a pezzi”. Fu il primo sangue versato nel Devon.
Messer Harper fece seppellire le spoglie mortali di Hellyons, ma diede ordine di inumarle non alla maniera tradizionale, est-ovest, ma nella posizione nord-sud, per significare bene che era eretico e dunque bandito dalla Chiesa (1Rose-Troup, pp.135-136). La gente dell’Ovest non era affatto dell’umore per discutere; a dire il vero, non avevano affatto la competenza necessaria per farlo. Nel più profondo di loro stessi, sapevano che ciò che difendevano era buono e che quello toccava le loro radici più profonde e il loro destino eterno. Le persone istruite potevano sminuirle e loro non se ne privavano.
Cranmer poteva schernirli; non vi mancò affatto. Ma non sono sempre coloro che possono avanzare gli argomenti più eloquenti per difendere la loro causa che hanno ragione.

La notizia si diffuse “come nuvola spinta da un vento violento e come un colpo di tuono che si sarebbe sparso in tutto il paese; e il popolo ne fu così contento e lasciò così libero corso alla sua gioia, che lo si applaudì e che, con un’anima sola, si decise di agire allo stesso modo in ognuna delle diverse parrocchie” (Rose-Troup, p.136). Essi “agirono allo stesso modo”, in effetti e la messa tradizionale fu ristabilita nelle parrocchie del vicinato.
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5/21/2010 7:56 PM
 
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Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede (11)

Continuiamo a riferire della rivolta popolare scoppiata in Inghilterra in seguito alla riforma liturgica. M. Davies, uno dei più grandi storici inglesi, nel suo “La riforma liturgica anglicana”, poggiandosi a documenti inoppugnabili, spiega come la rivolta fu popolare, e per motivi puramente religiosi. I fedeli chiedevano che fosse lasciata intatta la loro fede cattolica, che non si procedesse a novità che la snaturavano in campo liturgico, e solo a questa condizione avrebbero rispettato l'autorità stabilita. I rappresentanti della corona, primo fra tutti Cranmer e poi Somerset e altri, non potevano sopportare che una riforma, che a loro dire era stata fatta per “liberare” il popolo da uno stato di inferiorità nel culto, fosse proprio rifiutata dal popolo stesso.
 
Per questo si procedette con la reazione violenta: se il popolo non accetta la riforma liturgica volentieri, dovremo obbligarlo con la minaccia. É uno schema ricorrente in ogni rivoluzione: parlare in nome del popolo, senza il popolo... I fedeli che si opposero a questo regime di terrore capirono bene che era in gioco la fede cattolica e dunque la salvezza eterna... per questo esposero la vita al pericolo... lo capirono prima i fedeli e meglio di molti ecclesiastici e nobili...


La prima reazione del Protettore, Somerset, fu di tentare una soluzione pacifica: nello stesso tempo sia perché era più incline alla conciliazione che al conflitto, sia perché riconosceva che se ci fosse stata una rivolta armata, che costituiva una minaccia per il potere reale, avrebbe portato un colpo severo alla sua credibilità. “Aveva creduto che una insurrezione religiosa era impossibile, spiega J. A. Froude. Era persuaso che, nella loro stragrande maggioranza, le persone sarebbero state favorevoli ai cambiamenti che introduceva” (J.A.Froude, The Reign of Edward VI, Londra 1926, p. 102). Sir Gawen Carew e suo nipote, Sir Peter, che apparteneva ad una delle più antiche famiglie del Devon, furono inviati sul posto, portanti delle istruzioni redatte da Somerset in persona; queste istruzioni davano loro come missione di ricercare la conciliazione. Sir Peter aveva acquisito una grande esperienza nel corso delle sue campagne militari in Europa.

In un proclama redatto da Somerset, ma fatto in nome del re, si doveva dire ai ribelli: “Vogliamo ben considerare che ciò che è stato fatto fin qui lo è stato fatto per ignoranza più che per malizia e per l’istigazione di alcune persone irriflessive e indisciplinate più che per una cattiva volontà dei nostri sudditi affezionati a nostro riguardo e nei confronti degli atti che noi abbiamo compiuto. Di conseguenza, alla domanda di diversi gentiluomini, che hanno presentato un’umile richiesta in loro favore e conformemente all’opinione espressa qui sopra, abbiamo perdonato e per il presente perdoniamo tutti i detti spregi ed errori commessi fino ad ora.

Così, i detti offensori non saranno mai né infastiditi, né cacciati, in seguito, per le offese già commesse e passate, a condizione che, d’ora in avanti, si comportino a nostro riguardo come conviene a sudditi affezionati e obbedienti, sottomettendosi alle leggi e ordinanze in materia di religione adottate nel nostro Parlamento e, dalla nostra autorità, promulgate e pubblicate. Ciò che noi desideriamo che voi promulghiate e facciate sapere in conseguenza, mandanti e ingiungenti, a tutti e a ciascuno tra voi, che ogni persona che tenterà incontinente di opporsi o di resistere alle nostre disposizioni in materia di religione nelle leggi affermate da noi e dal nostro Parlamento, che sia assembrandosi o riunendosi in compagnie o altrimenti, voi la comunichiate e che vegliate a che le nostre leggi siano debitamente e strettamente eseguite verso e contro tutt igli oppositori, come si deve” (F. Rose-Troup, The Western Rebellion, Londra 1913, pp. 140-141).

Il 21 giugno, i ribelli avevano occupato la piccola città di Crediton, situata a circa otto miglia da Exeter; era chiaro che si rafforzavano, nell’intenzione di marciare sulla città. Carew andò loro incontro, a cavallo, accompagnato da circa duecento uomini, “per conferire e parlare con questi plebei … supponendo e convinto, alla volta, che con delle buone parole e degli amabili colloqui avrebbe potuto ammansire e persuadere i detti plebei” (J. Cornwall, Revolt of Peasantry-1549, Londra 1977, p. 74). Ma “buone parole e amabili colloqui” erano contrari all’inclinazione naturale di Carew quando aveva a che fare con dei paesani.

“Protestante di convinzioni estreme, era incapace di rendersi conto della profondità del loro attaccamento alla fede papista e non erano per lui che degli zoticoni” (Ibid, p. 75). Furioso del rifiuto dei ribelli, che non acconsentivano nemmeno ad ascoltarlo, si lanciò su di loro senza più aspettare e, dopo aver cominciato ad indietreggiare, li obbligò ad uscire dalla città dando fuoco alla paglia dei granai da dove avevano aperto il fuoco sulla sua truppa. La vittoria di Carew fu una falsa vittoria. Aveva preso una città; ma era una città deserta, dove non restava che un pugno di anziani.

“Certo, la battaglia era stata vinta, ma poiché non restava più nessuno a cui parlare, non aveva niente d’altro da fare che ritornarsene a Exeter “senza aver guadagnato nulla … lasciando tutto, almeno lui pensava, quasi calmo”. Non si lanciò alcun inseguimento, in parte perché arrivava la notte, in parte anche perché si pensava che dopo quello i paesani sarebbero rientrati nelle loro case tutti mogi e che non avrebbero osato tornare a battersi con i gentlemen. Carew non poteva sbagliarsi più di così. Gli insorti erano stati dispersi; non erano stati calmati o puniti. Le fiamme di Crediton appiccarono il fuoco a tutta la contea. La notizia fu “al gran galoppo, in un istante, si potrebbe dire, propagata e ripercossa in tutta la regione” (Ibid, p. 76.)

Quel giorno era giorno di festa e Sir Walter Raleigh, di Budleigh Salterton, il padre del celebre cavaliere con lo stesso nome, andava a cavallo attraverso il piccolo villaggio di Clyst Saint Mary, a due miglia da Exeter, quando incontrò una donna anziana che recitava il suo rosario recandosi alla messa. La ammonì severamente, dicendole che non doveva più lasciarsi andare a simili scemenze;i tempi cambiavano; la legge era cambiata, ella doveva vivere come una cristiana, se no se ne sarebbe potuta pentire. La povera vecchia fu atterrita e, quando arrivò alla chiesa, interruppe la messa, urlando che il rosario e tutte le altre tradizioni antiche dovevano essere ora abbandonate: “Tutto questo, è finito per noi, o bisogna che finisca, oppure questi signori verranno a bruciare le vostre case al di sopra delle vostre teste” (J.A.Froude, p.105). La notizia dei granai bruciati di Crediton donò alla sua storia tutta la voluta credibilità.

I paesani si precipitarono fuori della Chiesa. Alcuni tagliarono degli alberi e drizzarono una barricata sulla strada di Exeter; altri corsero fino a Topsham per andare a cercare dei cannoni sui vascelli che erano ormeggiati. In cammino, incontrarono Raleigh, lo catturarono, lo picchiarono a sangue e, se non fosse stato per l’intervento di alcuni marinai lo avrebbero messo a morte.

La notizia di ciò che era accaduto a Clyst giunse rapidamente ai Carew a Exeter; il giorno dopo, che era una domenica, si recarono sul posto con una loro truppa e trovarono il ponte occupato da un cannone che sarebbe stato “sparato su Sir Peter in rappresaglia per la religione e per i granai di Crediton”, se l’addetto al pezzo non fosse stato trattenuto dai suoi compagni. I paesani non avevano alcuna fiducia nei Carew, ma autorizzarono un magistrato municipale di Exeter ad entrare nel villaggio per ascoltare le loro lamentele.

Questi spiegò loro la proposta di grazia, concessa con la sola condizione che accettassero di utilizzare il Prayer Book; le negoziazioni proseguirono tutto il giorno, senza che i ribelli facessero una sola concessione. I paesani promisero di mettere fine alla loro ribellione a condizione che “il re e il Consiglio non modifichino la loro religione, ma la lascino esistere, immodificata, nello stato in cui l’aveva lasciata il re Enrico e fino a quando il re stesso sia giunto alla sua maggiore età” (F. Rose-Troup, p.150), significando così chiaramente che il solo motivo della loro ribellione era la difesa della fede tradizionale. A Exeter, Sir Peter attese tutta la giornata, soffocando l’indignazione e pestando i piedi per l’impazienza; la sera, raddoppiò di furore quando si venne ad informarlo che non ci sarebbe stata pace nel Devon se la religione non fosse stata lasciata nello stato in cui si trovava alla morte di Enrico VIII.

“Folle dalla rabbia, Sir Peter trattò gli abitanti della città da traditori e vigliacchi. Sarebbe andato a prendere l’esercito della contea, diceva, a chiamare a combattere con lui ogni gentiluomo leale e a correggere questi cani di ribelli per ricondurli alla ragione. Venuta la mattina, si rese conto che la cosa era più facile a dirsi che a farsi. Dal Tamar arrivarono diecimila convogli schierati in ordine di marcia. Le strade intorno a Exeter erano interrotte, Walter Raleigh era di nuovo prigioniero e dappertutto i membri della gentry, temendo per la loro vita, correvano a nascondersi “nei boschi o nelle grotte”.

Non gli restava altro che fuggirsene e avvisare Russell. Il Sindaco e i suoi magistrati municipali,pur detestando vivamente quanto i ribelli i cambiamenti che colpivano la religione, promisero di conservare la città al re fino a quando avessero di che assicurare la sopravvivenza degli abitanti. Prendendo dei cammini nascosti e dei sentieri, Carew guadagnò il Somerset” ( J.A. Froude, p. 105).

continua...

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/15/2010 12:35 AM
 
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la santa favola


Dal Blog unafides, volentieri pubblichiamo in due parti quanto segue:

Già da tempo abbiamo segnalato le somiglianze tra la liturgia anglica cranmeriana e quelle adottate in ambito cattolico con il cosiddetto Novus Ordo Missae: ora pubblichiamo traendolo dal sito  
http://nullapossiamocontrolaverita.blogspot.com questo contributo che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, il tentativo in atto di «protestantizzazione» dell'unica Chiesa di Cristo.


Prefazione del traduttore

Spesso, gli autori cattolici hanno trattato il tema dell'instaurazione del protestantesimo in Inghilterra, ponendolo come paradigma tipico di ogni rivolta eretica, anche se esso ripetè, nelle strutture, i mezzi impiegati da sempre nello smantellamento ricorrente della cattolicità. Nello studio che segue del Williamson, si vedrà chiaramente come tali mezzi siano stati sostanzialmente tre:

1º) L’abolizione del latino e l'uso della lingua volgare;
2º) La sostituzione dell'altare con una tavola;
3º) I cambiamenti nel Canone della Messa.

Da questi tre principali sovvertimenti derivarono altre non meno gravi distruzioni e scardinamenti, come la graduale scomparsa dei libri sacri, ritirati a poco a poco dalle librerie e quindi mandati silenziosamente al macero; la Comunione in piedi, primo passo per poi riceverla da seduti e nella mano; la trascuratezza per il culto mariano; il rapido declino dell’autorità papale; l’aperta opposizione dei Vescovi ed il sorgere di nuove sette sempre più numerose. II lettore troverà tutti questi fenomeni nelle pagine che seguono, e che descrivono, appunto, come ad un certo momento della sua storia, l’lnghilterra si trovò con una nuova religione al posto di quella tradizionale; e si fa cenno del sangue, dei patimenti e delle torture atroci che tale cambiamento costò al paese, attraverso la persecuzione crudele di quei Martiri inglesi che furono riconosciuti e solennizzati dal vertice romano, in curiosa concomitanza con l'imposizione dei nuovi Canoni della Messa, il cui testo attuale, secondo l’Autore di questo studio, assomiglia moltissimo al Canone della Messa riformato da Thomas Cranmer, crudele persecutore dei cattolici, moltissimi dei quali subirono il glorioso martirio per averlo respinto. Il dato impressionante rimane la ripetizione esatta e puntuale nella storia dei fenomeni che spingono avanti l’eresia. Sono sempre identici.

I lettori di questo studio potranno facilmente constatare come le interpretazioni del Cranmer siano state ormai in buona parte accettate e adottate dalla Chiesa cattolica attraverso il Novus Ordo Missæ, e le relative disposizioni, autorevolmente suggerite, più che ufficialmente date, come l’abolizione del latino, la Comunione in piedi e nella mano, la distruzione dei testi sacri, ecc...; mentre la sostituzione dell'altare (praticamente una tavola, anche quando la Messa viene celebrata versus populum) e lo sconvolgimento del Canone, tradotto e recitato ad alta voce, sono contemplati nel corpo delle disposizioni chiaramente emanate dal vertice, senza sussulto, con lentezza, seguendo la tecnica della «sorpresa» e del «fatto compiuto», e con le periodiche riaffermazioni di fede cattolica. Esattamente ciò che avvenne in Inghilterra, nel bel mezzo del XVI secolo.

Roma, Pentecoste 1971


HUGH ROSS WILLIAMSON, autore di questo opuscolo, s’interessò per cinquant’anni al problema dell’unità cristiana, e nel 1955, da anglicano si fece cattolico, nella convinzione ben maturata che le 290 sette protestanti fossero eretiche. Egli vide nella chiesa anglicana la distruzione del Canone della Messa che in Inghilterra era stato recitato da tutti i sacerdoti dal tempo di Sant’Agostino fino all'avvento del protestantesimo. Autore di molte opere importanti, il Williamson è un’autorità ben conosciuta nel campo degli studi teologici e teoretici. Il suo ultimo lavoro è uno studio sul Cardinale Pole (di cui parla anche in questo libretto), d’importanza fondamentale per la documentazione storica e religiosa del XVI secolo.

I. Obiettivi di Cranmer

Lo storico inglese diffida istintivamente dei cambiamenti liturgici. Sa che questi sono già avvenuti nel suo paese e che hanno avuto per conseguenza lo scardinamento del precedente sistema religioso. Non sempre ci si rende conto, però, che, se si escludono gli specialisti, solo pochi si interessano di un argomento così particolare, e che la generale indulgenza verso certi atti è originata dall’ignoranza più che dalla malafede. La riforma liturgica compiuta in Inghilterra nel secolo XVI fu opera, in gran parte, di Thomas Cranmer, Arcivescovo di Canterbury, che dal 1547 al 1553 fece il bello e il cattivo tempo in campo religioso. Egli non faceva mistero delle sue intenzioni e non cercava affatto di celare il suo pensiero, e cioè, che la potenza della «grande prostituta, vale a dire della pestifera sede di Roma», risiedeva nella «dottrina papista della Transustanziazione, della Presenza Reale del Corpo e del Sangue di Cristo nel SS.mo Sacramento dell’altare (come essi dicono), e del Sacrificio e dell’oblazione di Cristo offerti, mediante il ministero sacerdotale, per la redenzione dei vivi e dei morti» 2.

Ecco quello che occorreva distruggere.
Era necessario che il popolo apprendesse che Cristo non era presente nel SS.mo Sacramento, ma soltanto in coloro che lo ricevono degnamente. «Mangiare e bere la Carne e il Sangue di Cristo non deve essere preso nel significato letterale di mangiare con la bocca e con i denti una cosa reale, ma in quello di assimilare, mediante una fede viva, con il cuore e con lo spirito una cosa in realtà assente» 3.

Il nuovo rito escogitato da Cranmer per giustificare il suo atteggiamento, «la celebrazione della Santa Cena», non doveva contenere nulla che si prestasse a qualche somiglianza con la Messa, «mai abbastanza odiata». La Messa nella quale «è offerto a Dio Padre un sacrificio, cioè il Corpo ed il Sangue di Nostro Signore, vero e reale, per ottenere il perdono dei peccati e la salvezza dei morti e dei vivi» 4 fu definita un’eresia meritevole della pena di morte. Tale era l’obiettivo di Cranmer. I tre principali mezzi per raggiungerlo dovevano essere l’uso della lingua volgare, la sostituzione dell’altare con una santa tavola e i cambiamenti operati nel Canone della Messa.

II. La lingua volgare

La traduzione della Bibbia in lingua volgare esisteva in Inghilterra fin dall’epoca sassone. Molto prima che Wyclif 5, nel 1380, proponesse la sua nuova traduzione «con intenti perfidi», vi erano state, come aveva fatto osservare San Tommaso Moro (1478-1535), altre traduzioni in inglese ad opera di «uomini virtuosi ed eruditi, buoni ed onesti». E il Santo insisteva sul fatto che non vedeva la ragione per cui la Bibbia non dovesse essere tradotta in inglese, dal momento che «non c'è alcun passaggio della Scrittura tanto ostico da non offrire spunti per gioire e per accrescere la propria devozione sia ad un uomo virtuoso e onesto che ad una donna». Ciò a cui si doveva resistere era la traduzione della Bibbia deliberatamente orientata «secondo un perfido intento».

Ecco la principale ragione dell’insistenza dei riformatori del XVI secolo nel chiedere la lingua del popolo 6. La traduzione di William Tyndale 7, uno dei seguaci di Cranmer, fu fatta bruciare dalle autorità religiose. Interrogato in proposito, San Tommaso Moro rispose: «Mi meraviglio assai che qualche buon cristiano, con appena un briciolo di cervello, si stupisca o si lamenti che questo libro sia stato bruciato, sapendo di che si tratta. Se qualcuno lo chiama il «Nuovo Testamento», lo chiama con un falso nome, a meno che non lo chiami il Testamento di Tyndale o il Testamento di Lutero. Perché Tyndale, dietro consiglio di Lutero, ha corrotto e cambiato la buona e salvifica dottrina di Cristo nelle loro diaboliche eresie al punto tale da renderla cosa nettamente contraria». Pregato di dare alcuni esempi, scelse tre parole: «Una è la parola «sacerdote». La seconda è «Chiesa». La terza è «carità».

Al posto di «sacerdoti», Tyndale usa sempre la parola «anziani». Chiama la «Chiesa» «Assemblea», e invece di «carità», dice «amore». Poiché tali termini non sono affatto sinonimi nella lingua inglese, a ben considerare le cose è chiaro che un'intenzione malvagia ha ispirato questi cambiamenti» 8. D’altra parte, Tyndale corredava la sua traduzione di note; come quella, per esempio, che diceva essere la Messa una questione di «scuotimenti, dondolamenti e miagolii come un gioco di scimmie». Coloro che ancora credevano alla fede tradizionale e la praticavano, erano considerati «bestie senza il suggello dello Spirito di Dio, bollati dal Segno della Bestia, coscienze cancerose». Ma molto più dannose delle note - come San Tommaso Moro aveva sottolineato - erano le traduzioni deliberatamente falsate che Tyndale (seguito da Cranmer in una versione pubblicata sei anni dopo) aveva fatte allo scopo di estirpare la dottrina cattolica tradizionale. Tradusse la parola «immagini» con «idoli», creando così un mezzo efficace contro il culto dei Santi e della Santa Umanità di Gesù Cristo. La parola «confessare», che potrebbe ricordare il sacramento della penitenza, divenne «riconoscere». Le grandi parole chiave del Vangelo «grazia» e «salvezza» divennero «favore» e «salute».

La parola «sacerdote», come si è detto, divenne «anziano», e «Chiesa» divenne «Assemblea». Tyndale spiegava in una nota che «con la parola «sacerdote», il Nuovo Testamento intende parlare di un «anziano» che deve insegnare ai giovani». Spiegava ancora che i due sacramenti istituiti da Gesù Cristo, il Battesimo e la Santa Comunione, erano «nient'altro che la predicazione delle promesse di Cristo». Così, per non citare che un esempio, il consiglio apostolico contenuto nella lettera di San Giacomo, «Qualcuno fra voi è malato? Chiami i sacerdoti della Chiesa ed essi preghino su di lui dopo averlo unto con olio nel nome del Signore» (Gc. V, 14), fu epurata per il suo evidente riferimento al sacramento dell’Estrema Unzione. Lo stesso Wyclif, nella versione precedente, traducendo correttamente «i sacerdoti della Chiesa», non aveva operato nessun cambiamento. Ma nella versione di Tyndale e in quella di Cranmer, essi divennero «gli anziani dell’Assemblea».

Così i protestanti potevano esibire la Bibbia in lingua volgare per provare che il Nuovo Testamento non conteneva alcun riferimento che giustificasse l’insegnamento e la pratica cattolica contemporanea delle dottrine discusse; per di più, quando simili traduzioni tendenziose della Bibbia furono giustamente sequestrate dalle autorità cattoliche, queste poterono essere accusate «di impedire al popolo di leggere la Bibbia». Era così semplice... E l’efficacia di questa doppia menzogna era tale che ancora oggi se ne conserva l'eco. La parte centrale della Messa in lingua volgare conteneva la narrazione dell’istituzione dell’Eucarestia, ugualmente in volgare. Non solo si doveva rinunciare al Canone recitato a bassa voce 9, come era stata la regola dall’VIII secolo; anche le parole in inglese «Fate questo in memoria di me» dovevano essere distintamente intese. La parola greca anamnesis, che viene tradotta «in memoria di», è difficile da tradurre correttamente in inglese. Espressioni come «ricordo», «memoria», «memoriale», implicano l’esistenza di una cosa in sé stessa assente, mentre anamnesis ha il significato di ri-chiamare e ri-presentare un avvenimento passato in modo che questo divenga attivamente presente. Anche la parola latina «memoria» non rende adeguatamente questo significato.

Le parole inglesi «ricordare» (recall) e «ripresentare» (represent), anche se scritte «re-call» e «re-present», sono insufficienti senza spiegazioni supplementari, e «remembrance» (memoria), «memory» (ricordo) e «memorial» (memoriale), per il loro uso e significato convenzionale, sono effettivamente equivoche 10. «In tutta la tradizione della Chiesa primitiva, appare chiaramente - come ha rilevato un teologo - che l’Eucarestia è considerata, per il significato del termine «anamnesis di me», come la ri-presentazione davanti a Dio dell’unico Sacrificio di Gesù Cristo in tutta la sua efficace e completa pienezza, che dà i suoi frutti nel momento attuale. Così San Giovanni Crisostomo: «Noi offriamo ancora oggi ciò che fu offerto allora ed è inesauribile. Questo viene fatto per un'anamnesis di ciò che fu fatto allora, poiché Egli disse: «Fate questo per l’anamnesis di me». Non offriamo un altro sacrificio, come un tempo il gran sacerdote, ma offriamo il medesimo sacrificio. O meglio, offriamo l’anamnesis del sacrificio» 11. Cranmer, volendo distruggere ogni idea di Messa-sacrificio, e sostituirle la teoria di una semplice cena commemorativa in cui Cristo è presente solo nel cuore dei fedeli, non avrebbe potuto trovare arma più efficace della sostituzione del Canone recitato a bassa voce con il racconto dell’istituzione, in inglese. Racconto che si faceva ripetendo: «Fate questo in memoria di me». Nel silenzio assoluto, il fedele, istruito sul significato di quel momento, sapeva ciò che accadeva, anche se non era in grado di formularlo. Ora, invece, poteva ascoltare con le proprie orecchie, per quel che ne poteva capire, che quella era una cena commemorativa. La Bibbia lo diceva. Era invitato al ricordo di qualcosa accaduto in un remoto passato. E questa interpretazione veniva sottolineata dalle parole del pastore che, dandogli la comunione, diceva: «Prendi e mangia questo per ricordare che Cristo è morto per te, e nutrisciti di Lui nel cuore per mezzo della fede, con azione di grazie».

Il nuovo Libro di preghiera (Prayer Book) in volgare fu imposto al paese la domenica di Pentecoste, ossia il 9 giugno 1549. Il 10 giugno, una folla di paesani del Devonshire, dopo aver assistito al nuovo rito, obbligò il curato a ridire la Messa. In meno di dieci giorni, un'armata popolare di circa seimila persone - è difficile avere le cifre esatte - aveva occupato Crediton e minacciava Exeter. Le loro rivendicazioni erano semplici e precise e non riguardavano che la fede. Chiedevano che fosse loro restituita la Messa «come prima» e che il SS.mo Sacramento fosse di nuovo conservato in un posto preminente. «Non accetteremo - dicevano - il nuovo servizio, perché non è che un gioco. Vogliamo le nostre antiche funzioni del Mattutino, della Messa, di Compieta, della Processione e delle Litanie della Madonna, il tutto in latino, e che ogni predicatore nell’omelia ed ogni sacerdote nella Messa preghi specialmente per le anime del Purgatorio come facevano i nostri avi». Il battesimo doveva essere amministrato «durante la settimana come nei giorni festivi». Chiedevano inoltre che fosse ristabilita la benedizione degli oggetti semplici, che l'olivo e le ceneri fossero distribuite nel tempo dovuto e con «tutte le antiche cerimonie in uso fino ad ora nella Santa Madre Chiesa», cose che Cranmer aveva abolito come «superstizioni»12. Cranmer fu irritato non solo da queste rivendicazioni in sé stesse, ma, ancor più, dal fatto che contadini ignoranti, «Hob, Will e Dick», avessero avuto l’audacia di giudicare la sua teologia. Scrisse loro:

«Oh, ignoranti del Devonshire e Cornwall, non appena ho letto i vostri articoli ho pensato che eravate stati spinti dai papisti, esperti nel chiedervi quel che voi non capite. Voi mostrate quale spirito guidi coloro che vi hanno convinti che la Parola di Dio non è che un gioco. Non è forse ancor più un gioco ed uno scherzo ascoltare il sacerdote che parla al popolo ad alta voce in latino? Nel servizio inglese c’è solo la Parola eterna di Dio. Se ai vostri occhi questo è solo un gioco, penso che non si debba biasimare tanto voi, quanto invece i preti papisti che hanno abusato della vostra sincerità. Preferite essere come le gazze o i pappagalli che vengono addestrati a parlare senza capire una parola di ciò che dicono, piuttosto che essere veri cristiani che pregano Dio nella fede»? 13 I ribelli, nella semplicità della loro fede, non si lasciarono intimorire dal loro dotto Arcivescovo. Cranmer dovette allora ricorrere al braccio secolare, ossia all’autorità civile e militare. Mercenari stranieri, principalmente luterani tedeschi, furono impiegati sul suolo inglese, per la prima volta dopo 300 anni, e l’ultimo baluardo della fede fu battuto dalle armi. «Il massacro fu eseguito alla cieca»; sono le memorabili parole di Hilaire Belloc.

«Quattromila di loro furono uccisi, schiacciati dai cavalli o impiccati, prima che gli uomini di Devon accettassero, sia pure freddamente, l'eletta prosa di Cranmer» 14. Si dice che i mercenari italiani e spagnoli, impiegati come rinforzo alle truppe tedesche, resisi conto di come stessero le cose, siano andati dal Nunzio Imperiale per essere assolti dalla colpa di aver partecipato a quel massacro. Quando giunse a Londra la notizia della sua vittoria, Cranmer la fece celebrare con una cerimonia solenne nel coro della cattedrale di San Paolo e, in un sermone pronunciato alla presenza del sindaco e dei consiglieri, l’Arcivescovo si rivolse al suo uditorio con queste parole: «Il flagello delle divisioni, quale non si era mai più visto dopo la passione di Cristo, è giunto fra noi per istigazione del demonio, perché non siamo stati diligenti ascoltatori della Parola di Dio diffusa dai suoi fedeli predicatori, ma siamo stati traviati dai preti papisti». In realtà, era completamente falso dire che il popolo non capisse la Messa in latino. Lo si può giudicare dal gran numero di libri di devozione che circolavano fra una popolazione di tre milioni; infatti, soltanto nell’olocausto della scienza e della pietà cattolica che faceva parte della politica protestante, 250.000 libri liturgici furono distrutti. Nel 1550, l’anno dopo l’entrata in vigore del primo Prayer Book, Cranmer inviò dei commissari nelle università. Ad Oxford, furono distrutti migliaia di libri. Cambridge subì una devastazione più lenta, ma ancora più completa, di modo che, all’inizio del regno della regina Elisabetta I, rimanevano appena 177 volumi «tagliuzzati e lacerati»!

Il risultato fu inevitabile. Un predicatore protestante, in un sermone pronunciato alla presenza del re nel 1552, non esitò a dichiarare: «Ecco invadere l’Inghilterra più cieca ignoranza e più superstizione ed infedeltà di quanta mai ve ne fosse sotto i Vescovi di Roma. Il vostro regno (mi dispiace dirlo) sta per divenire più barbaro della Scozia» 15. Un altro predicatore, deplorando il moltiplicarsi delle sette che sorgevano, come conseguenza inevitabile della politica di Cranmer, lamentò: «Ecco gli Ariani, i Marcionisti, i Libertini, i Davisti e molte altre simili mostruosità; occorrono ripari contro i settari, contro gli Epicurei e contro gli pseudo-evangelici, che cominciano a scuotere le nostre chiese con una violenza mai vista» 16. Una delle ragioni per cui Cranmer aveva ordinato la distruzione dei libri sacri, era la voce che correva all’estero secondo cui i fedeli avrebbero avuto di nuovo l’antico servizio in latino. Occorreva dunque vigilare affinché il popolo «abbandonasse questa vana attesa di avere di nuovo le pubbliche funzioni e la somministrazione dei Sacramenti in lingua latina». L’Atto stesso del Cranmer, prescriveva la consegna di tutti i libri liturgici latini alle autorità allo scopo di «manometterli e ridurli in stato tale che mai più potessero servire all’uso previsto». Vi fu un’eccezione. Furono permesse alcune copie in latino e in inglese del Primer di Enrico VIII, purché vi si cancellasse ogni menzione dei santi. Infatti, Cranmer detestava i santi quasi quanto la Messa, ed uno dei vantaggi della lingua volgare fu che egli potè così pubblicare nuove litanie dalle quali tutti i nomi dei santi - perfino quello della Madonna - poterono essere radiati e rimpiazzati da questa preghiera: «Dalla tirannia del Vescovo di Roma e da tutti i suoi detestabili errori, liberaci, o buon Dio»; cosa che il popolo poteva comprendere facilmente e recitarla ogni mercoledì e venerdì.

continua.........

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/15/2010 12:39 AM
 
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III. La santa tavola

L’anno seguente l’ascensione di Cranmer all’apogeo del potere ecclesiastico, uno dei protestanti stranieri in Inghilterra, scrisse trionfante a Bullinger 17, successore di Zwingli 18 a Zurigo: «Aræ factæ sunt haræ» («Gli altari sono divenuti porcili») 19. Questo non era ancora del tutto vero perché, in vari luoghi, gli altari furono conservati da sacerdoti e da comunità devote. Ma nel novembre del 1550, Cranmer fece pubblicare dal Consiglio privato un editto che stabiliva la distruzione di tutti gli altari nel regno. Ormai, dove si celebrava il rito della Santa Eucarestia, era di rigore una tavola di legno. Nel decreto era incluso un chiarimento di Cranmer che, come ha detto Philip Hughes nella sua opera definitiva sulla Riforma in Inghilterra, «non lasciava alcun dubbio sul fatto che una religione era stata sostituita da un’altra religione». Secondo alcune considerazioni 20, «[...] la forma di tavola è prescritta per portare la gente semplice dall’idea superstiziosa della Messa papista al buon uso della Cena del Signore. Infatti, per offrire un sacrificio occorre un altare; al contrario, per servire da mangiare agli uomini occorre una tavola.

Se veniamo per nutrirci di Lui, per mangiare il suo corpo spiritualmente e per bere il suo sangue spiritualmente, secondo il buon uso della Cena del Signore, nessuno può negare che la forma di tavola si addica meglio di un altare al Banchetto del Signore». In seguito, Cranmer spiegò che, quando aveva conservato la parola «altare» nel suo nuovo Prayer Book, questo significava «la tavola su cui viene distribuita la santa comunione, e che potrebbe quindi essere chiamata altare perché vi si offre il nostro sacrificio di lode e rendimento di grazie». L’editto fu applicato rigorosamente. Uno dei Vescovi 21 che si era rifiutato di togliere gli altari nella sua diocesi, venne imprigionato e destituito. A Londra, i cambiamenti furono immediati e totali. Il Vescovo della città, che era stato cappellano di Cranmer, decise di installare la nuova tavola in modo che solo i comunicandi potessero accedervi. Una cronaca del tempo riferisce che nella cattedrale di San Paolo «la tavola fu portata, per ordine del Vescovo, nel mezzo del coro superiore, con le estremità poste ad est e ad ovest. Dopo il «Credo», veniva tirato un velo in modo che potessero esser visti solo coloro che ricevevano la comunione; le grate del coro a nord e a sud furono murate affinché nessuno potesse rimanervi» 22. Poiché non c’era Presenza Reale, né Sacrificio, era logico che si cercasse di impedire che quelli che non si comunicavano assistessero all’Eucarestia.

Quindi Cranmer stabilì: «Non ci sarà celebrazione della Cena del Signore a meno che un discreto numero di persone non si comunichi insieme al prete secondo il giudizio di questi; e se non si raggiungerà il numero di venti persone in una parrocchia, non ci sarà comunione, a meno che quattro o, come minimo, tre non si comunichino insieme al prete. E, per eliminare ogni superstizione riguardo al pane e al vino, basterà che il pane sia come quello che si mangia di solito con altri cibi, purché sia il migliore ed il più puro pane di frumento che si possa avere. E se resta del pane e del vino, il pastore se ne serva per le sue necessità» 23. «L’ultima pietra da aggiungere al tumulo sotto cui giaceva l’antica credenza nell’Eucarestia - scrive testualmente Philip Hughes - fu l’attacco contro l’uso di ricevere la Comunione in ginocchio.
 
Che cos’era codesto inginocchiarsi, se non idolatria? Venne quindi inserita una rubrica nel nuovo Prayer Book 24, la quale spiegava che «ciò non significava fare o dover fare un atto di adorazione, sia del pane o del vino sacramentali ricevuti corporalmente, sia di una qualche presenza reale o essenziale della Carne e del Sangue di Cristo». Col passare del tempo, la tavola divenne sempre più una semplice tavola che veniva spostata a seconda delle necessità pratiche. Esplicite istruzioni prescrivevano che, in ogni chiesa, la santa tavola dovesse essere messa dove prima si trovava l’altare, eccetto al momento in cui si distribuiva la comunione: «Allora la si metta all'interno del coro, di modo che sia la preghiera, che il servizio del pastore possano essere seguiti più comodamente dai comunicandi e il ministro possa farsi meglio udire da questi, ed essi possano più agevolmente e in maggior numero comunicarsi insieme al pastore. Dopo la comunione, la santa tavola sia rimessa dov'era prima». Un secolo dopo toccò ai puritani di portare l’opera di Cranmer fino alla logica conclusione, non solo ricevendo la comunione seduti, ma anche utilizzando la tavola come il posto più indicato per deporre il cappello.

IV. Il canone della messa

La lingua volgare e la santa tavola furono il mezzo pratico con cui Cranmer abituò il popolo alle nuove dottrine. La gente poteva ormai comprendere, con l’azione liturgica, che un semplice pasto non era un sacrificio - il Sacrificio - e che esso non implicava nient'altro che la consumazione del pane e del vino comuni. Poteva anche comprendere che ciò veniva fatto in memoria di un avvenimento remoto. Infatti, per coloro che non avevano istruzione religiosa, questi usi erano più suggestivi di ogni insegnamento dottrinale. Nel breve periodo di cinque anni in cui, sotto il regno di Maria la Cattolica, l'Inghilterra tornò per l’ultima volta alla fede tradizionale, il Cardinal Pole insistette non solamente sulla restaurazione degli altari e della Messa, ma anche delle semplici cerimonie abolite da Cranmer (acqua benedetta, ceneri, olivo benedetto, ecc...), «con l’osservanza delle quali inizia l’educazione dei figli di Dio», tanto che la loro abolizione è il «punto iniziale» per gli eretici che tentano di distruggere la Chiesa 25. Ma il punto centrale dell’opera di Cranmer risiedeva evidentemente nell'esposizione teologica delle nuove credenze in una nuova forma liturgica. La versione definitiva di quello che un tempo era stata la Messa, risultava - come ha sottolineato Gregory Dix - non una disordinata offensiva contro un rito cattolico, ma il solo tentativo, per la prima volta compiuto, di dare un'espressione liturgica alla dottrina della «giustificazione per mezzo della sola fede» 26. E, considerata da questo punto di vista, tale versione fu un capolavoro.

La logica conseguenza della dottrina protestante fondamentale della «sola fede» era - e resta - l’abolizione dei sacramenti. Le manifestazioni esteriori, ovviamente, non possono essere accettate come cause di grazia. Lutero, naturalmente, lo aveva previsto fin dall’inizio; mentre da una parte aboliva cinque sacramenti «minori», dall’altra attaccava l’uso della Comunione sotto una sola specie, la Transustanziazione, e la dottrina dell’Eucarestia come sacrificio, cominciando così a minare dal di dentro ciò che non poteva negare, visto che il Battesimo, non meno che la Santa Comunione, erano innegabiImente comandati nel Nuovo Testamento. Essendo impossibile sbarazzare il cristianesimo degli atti esteriori del Battesimo e dell’Eucarestia, occorreva assolutamente svuotarli di ogni reale significato. Su questo punto furono unanimi tanto i protestanti seguaci di Zwingli, quanto i calvinisti ed i luterani. Cranmer non poteva non convenire con la logica di Zwingli «che la dottrina «Sola fides justificat» costituisce il fondamento ed il principio per negare che il Corpo di Cristo sia realmente presente nel Sacramento» 27; per questo - come abbiamo visto - attaccava la Messa con la stessa violenza di Lutero, il quale affermava: «Dichiaro che tutti i bordelli (benché Dio li abbia disapprovati severamente), tutti gli omicidi, uccisioni, ladrocinii e adulterii hanno fatto meno danno che l’abominio delIa messa papista» 28.

La contraffazione della Messa operata da Cranmer, si trova nei due Prayer Books del 1549 e del 1552. Ma, come i novatori di epoche posteriori, anch’egli pensava che fosse preferibile introdurre le innovazioni gradualmente per non suscitare reazioni immediate 29; pertanto non v’è dubbio che la versione del 1552 fu da lui prevista fin dall’inizio. E poiché «la versione del 1552 fornisce ancora per il 95% la struttura della liturgia (anglicana) attuale» 30, noi non considereremo qui che la liturgia del 1552. Il Canone fu diviso in tre parti: la «Preghiera per la Chiesa militante», la «Preghiera della Consacrazione» e la cosiddetta «Preghiera dell’oblazione». La prima corrisponde, grosso modo, al Te igitur, al Memento Domine e al Communicantes; la seconda all'Hanc igitur, al Quam Oblationem e al Qui pridie; la terza all'Unde et memores, al Supra quæ e al Supplices te rogamus. (Non c'è parallelismo per il Memento etiam, per il Nobis quoque Peccatoribus e per il Per Quem). Per capire esattamente ciò che fece Cranmer, bisogna considerare nei particolari queste tre parti.

V. A) La «preghiera per la chiesa militante»

Eccone il testo: «Dio onnipotente ed eterno, che, per mezzo dei santi Apostoli, ci hai insegnato a pregarTi, a supplicarTi e a ringraziarTi per tutti gli uomini, Ti imploriamo umilmente di accettare con clemenza le nostre offerte e di accogliere queste preghiere che offriamo alla Tua divina maestà, supplicandoTi di ispirare sempre la Chiesa universale con lo spirito di verità, di unità, di concordia e di giustizia. Concedi che tutti coloro che confessano il Tuo santo Nome siano concordi nella verità della Tua santa Parola e vivano nell’unità e nel santo amore. Ti supplichiamo anche di proteggere e di difendere tutti i Re, Principi e Governanti cristiani e, particolarmente, il Tuo servo Edoardo, nostro Re, affinché sotto di lui noi siamo governati santamente ed in pace; accorda al suo intero Consiglio e a tutti coloro che servono sotto la sua autorità di amministrare la giustizia con verità e imparzialità, punendo la malvagità ed il vizio, e conservando la vera religione di Dio e la virtù. Concedi, o Padre celeste, a tutti i Vescovi, Pastori e Vicari la grazia di manifestare, con la loro vita e con il loro insegnamento, la Tua Parola vera e vivente, e di amministrare i Tuoi santi sacramenti correttamente e debitamente; dona la Tua grazia celeste a tutto il Tuo popolo, specialmente a questa assemblea qui riunita,affinché essa ascolti e riceva la Tua santa Parola con cuore umile e con la dovuta riverenza, e Ti serva in vera santità e giustizia per tutta la vita. E Ti imploriamo molto umilmente (o Signore) di consolare e di aiutare, nella Tua bontà, tutti coloro che, in questa vita, sono soggetti al turbamento, alle pene, al bisogno, alla malattia o ad altre avversità. Concedici questo, o Padre, per amor di Gesù Cristo, nostro unico mediatore ed avvocato. Amen».

Il cambiamento è abbastanza drammatico. Oltre alle omissioni del Papa e dei Santi, cosa del resto che non meraviglia, è scomparsa del tutto qualsiasi menzione delle oblazioni - hæc dona, hæc munera, hæc sancta sacrificia illibata - parti essenziali del Te igitur. Nell’antica liturgia della Chiesa, le offerte del pane e del vino occupavano un posto preminente. L'immaculatam hostiam ed il calicem salutaris delle preghiere dell’offertorio, come il sancta sacrificia illibata del Te igitur, vengono presentati a Dio con la richiesta di rendere l’offerta in omnibus benedictam, ratam, rationabilem acceptabilemque, per l’imminente miracolo della Transustanziazione. E, come ha dimostrato Jungmann, «è sempre il pensiero della loro imminente Transustanziazione che ha motivato l’insistenza sulla loro santità» 31. Tutto questo per Cranmer era anatema. «Come Lutero, egli credeva che ogni forma di Offertorio puzzasse di oblazione» 32. Abolì, quindi, tutte le preghiere dell’Offertorio, compresa quella che è generalmente considerata la più bella (Deus, qui humanæ), e così pure ogni menzione dell’oblazione del pane e del vino.
 
Restava la difficoltà rappresentata dalla presenza del pane e del vino sull’altare, che per il popolo aveva lo stesso aspetto che aveva avuto l’Offertorio. Occorreva qualcosa che inculcasse nell’assemblea un’idea completamente nuova. Cranmer la trovò decidendo che i sagrestani facessero la questua in quel momento, e che nella preghiera si parlasse solo delle «elemosine». Poiché queste non erano né offerte né toccate dal pastore, non c’era alcun pericolo che fossero considerate un'«oblazione» nell’antico significato. Questa manipolazione liturgica era così ingegnosamente concepita da suscitare ammirazione, come ha detto Gregory Dix. Evidentemente, l’assemblea non sentiva e non comprendeva altro che il riferimento alle «elemosine». Era insito nello spirito della Riforma che il Canone recitato in silenzio in uso dall’ottavo secolo 33 fosse abolito, di modo che il nuovo canone in volgare ottenesse sul popolo tutto l’effetto previsto. Ai cambiamenti effettuati con le omissioni, Cranmer aggiunse un’alterazione importante sostituendo il nome del Sovrano a quello del Papa. Sedici anni prima, re Enrico VIII aveva ordinato delle «Preghiere universali» in lingua volgare, grazie alle quali, sotto forma di petizioni abilmente composte, si presumeva di far esprimere al popolo idee politiche e teologiche corrette. Bisognava anzitutto che la gente si rendesse conto che il Re era il capo supremo della Chiesa d'InghiIterra. Il Papa doveva essere nominato solo con disprezzo. Le preghiere universali rappresentavano un mezzo utile per commentare i diversi aspetti della vita contemporanea, ma la ragione essenziale per cui furono introdotte è che si voleva sottolineare la funzione del Sovrano nella Chiesa. Pur abolendo le preghiere in vigore, Cranmer conservò e mise in risalto il Te igitur, inserendo la preghiera per il Re e per lo Stato (di cui la Chiesa non è altro che una parte), nel punto in cui si trovava la preghiera per il Papa e per la Chiesa 34. Così, la «Preghiera per la Chiesa Militante», omettendo da una parte ogni riferimento all’oblazione, alla Madonna e ai Santi, al Papa e alla Chiesa cattolica di tutto il mondo e, dall’altra, sostituendovi la preghiera per il capo ad un tempo dello Stato e della Chiesa, serviva da introduzione alla preghiera della Consacrazione.

VI. B) La preghiera della consacrazione

Nel Prayer Book del 1549, Cranmer faceva precedere le Parole dell’istituzione da questa preghiera: «Ascoltaci, o Padre Misericordioso; Noi Ti supplichiamo e, per mezzo dello Spirito Santo e della Tua Parola, degnaTi di benedire e di santificare questi doni, Tue creature di pane e di vino, affinché essi siano per noi il corpo ed il sangue del Tuo amatissimo Figlio, Gesù Cristo»! Questa formula fu criticata perché suscettibile di essere interpretata nel senso della Transustanziazione. Al che Cranmer, indignato, rispose: «Noi non preghiamo assolutamente affinché il pane ed il vino siano cambiati nel corpo e nel sangue di Cristo, ma affinché per noi siano così in questo santo mistero; cioè, che noi possiamo riceverli tanto degnamente, da divenire partecipi del corpo e del sangue di Cristo, e che quindi possiamo essere nutritiin spirito e verità» 35. Nondimeno, benché questa formula rendesse esattamente il senso del rito secondo Zwingli, cioè che il fatto di «mangiare la carne e bere il sangue si riferisce alla memoria della passione di Cristo e della Sua morte, e che l’offerta a Cristo delle nostre anime e dei nostri corpi costituisce il solo sacrificio», Cranmer, nel secondo Prayer Book decise di evitare ogni possibilità di malinteso. Ma, prima di procedere, facciamo una digressione. È senz'altro vero che la parola «nobis» esiste nel Quam Oblationem del Canone Romano: «Degnatevi [o Signore] di rendere questa oblazione in tutto bene X detta, as X critta, rati X ficata, ragionevole ed accettabile, affinché essa diventi per noi il Corpo e il Sangue del Vostro dilettissimo Figlio nostro Signore Gesù Cristo». Qui, pertanto, il senso non si presta ad equivoci, perché la Transustanziazione è stata annunciata dai magnifici Te igitur, Memento Dómine e Hanc igitur, in cui «i doni sacrificali santi ed immacolati» vengono descritti in termini appropriati all’imminente trasformazione in Corpo e Sangue, di cui noi siamo gli indegni beneficiari.

L’omissione, da parte di Cranmer, di questi riferimenti e cambiamenti circa le oblazioni, giustificò la sua protesta; la sua formula, infatti, non poteva essere compresa nel senso della Transustanziazione. Essa significava semplicemente «per noi», cioé nei nostri spiriti, non oggettivamente. Il Nuovo Canone Anaphora II, imposto oggi alla Chiesa cattolica dalla gerarchia, segue fedelmente Cranmer. Non esiste preparazione alla Consacrazione. Dopo il Benedictus, il celebrante dice semplicemente: «Padre veramente santo, fonte di ogni santità», per chiedere subito che «questi doni diventino per noi il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo...». Nel Canone Romano, è impossibile interpretare il «nobis» nel senso datogli da Cranmer. Nell’Anaphora II è quasi impossibile interpretarlo diversamente. Il peggio è che, secondo l’Istruzione del Consilium ad Exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia (presieduto dal massone Mons. Annibale Bugnini; N.d.R.), questo Canone, Anaphora II, dev'essere detto abitualmente e, oltre a ciò, dev'essere destinato all’istruzione catechistica dei giovani sulla natura della preghiera Eucaristica. Nel luglio 1968, sapendo che molti di coloro che avevano studiato l’opera di Cranmer si preoccupavano seriamente della possibilità che l’Anaphora II fosse redatta e fosse applicata in vista di una falsa «unità» con i protestanti - poiché può chiaramente servire a negare la Transustanziazione - sul Catholic Herald apparve un appello indirizzato alla gerarchia inglese (perfettamente al corrente di tutta la storia di Cranmer), affinché intervenisse presso il Consilium, e, per dimostrare la sua buona fede, sopprimesse il «nobis» (per noi).

Non si ottenne nulla e si fu costretti a ricordare che la Riforma anglicana si era affermata in seguito all’apostasia di tutti i Vescovi inglesi, eccetto il solo San Giovanni Fisher 36. Ma torniamo a Cranmer e all’opera da lui compiuta per eliminare ogni possibile falsa interpretazione o ambiguità dalla sua preghiera. Ecco il testo della versione del 1552: «Ascoltaci, Padre misericordioso, Ti supplichiamo e concedici che, ricevendo il pane e il vino, creature Tue, secondo la santa istituzione del Tuo Figlio, il nostro Redentore Gesù Cristo, in memoria della Sua morte e della Sua passione, diveniamo partecipi del Suo corpo e del Suo sangue santissimi». Sopprimendo il passo «per mezzo dello Spirito Santo e della Tua Parola, degnaTi di benedire e santificare questi doni, Tue creature di pane e di vino, affinché essi siano per noi il corpo ed il sangue del Tuo amatissimo Figlio Gesù Cristo», Cranmer escluse ogni possibilità che il dono del Corpo e del Sangue si riferisse al pane e al vino, e che il «santificare» comportasse effettivamente la Presenza divina. La Preghiera della Consacrazione del 1552 comincia con queste parole: «Dio onnipotente, nostro Padre celeste che, nella Tua dolce misericordia hai donato il Tuo unico Figlio Gesù Cristo, affinché patisse la morte sulla Croce per la nostra redenzione, il quale con la Sua morte, offrendo Sé stesso in olocausto, ha offerto un'unica oblazione di completo sacrificio, perfetto e sufficiente per i peccati del mondo intero, ed ha istituito e ci ha comandato nel Suo santo Vangelo di celebrare una memoria perpetua della Sua morte preziosa, fino a che Egli ritorni...». A questo punto, Gregory Dix fa notare che l’accento è stato posto di proposito sull'«unica oblazione di Sé stesso offerta una sola volta, sacrificio, poi oblazione e soddisfacimento completo, perfetto e sufficiente per i peccati del mondo intero», ossia in un lontano passato (sul Calvario). Fa inoltre notare che l'Eucarestia è stata ridotta ad una «memoria perpetua» (la parola è stata scelta abilmente) «della Sua morte preziosa, fino a che Egli ritorni». (il «ri» - assente in San Paolo - è stato aggiunto per dimostrare che la «passione» è un fatto che riguarda il passato, mentre la «venuta» riguarda il futuro, e non l’Eucarestia37.

VII. C) La preghiera di oblazione

La Preghiera di Oblazione, recitata immediatamente dopo la comunione del popolo era la seguente: «O Signore e Padre celeste, noi, Tuoi umilissimi servitori, desideriamo ardentemente che la Tua paterna bontà accetti con clemenza questo sacrificio di lode e di azione di grazie che Ti abbiamo offerto: umilmente, Ti supplichiamo di concedere che, per i meriti e per la morte del Tuo Figlio, Gesù Cristo, e per la fede nel Suo sangue, noi e tutta la nostra Chiesa otteniamo la remissione dei nostri peccati con tutti gli altri benefici della Sua passione. Ecco, Ti presentiamo e Ti offriamo, o Signore, noi stessi, le nostre anime ed i nostri corpi, affinché siano per Te un sacrificio giusto, santo e vivente; supplicandoTi umilmente che noi tutti che siamo partecipi di questa santa comunione, siamo pieni della Tua grazia e celeste benedizione. E, benché indegni a causa dei nostri infiniti peccati di offrirTi un qualsiasi sacrificio, Ti supplichiamo di accettare questo servizio santo e doveroso, non valutando i nostri meriti, ma perdonando le nostre offese per Gesù Cristo, nostro Signore, per il quale e con il quale, in unità con lo Spirito Santo, a Te siano resi ogni onore e gloria, o Padre onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen».

Si noterà che qui Cranmer tolse ogni dubbio circa sua nuova interpretazione del rito e, nello stesso tempo, con il triplice impiego della parola «sacrificio», trasse in inganno le anime semplici che, ascoltando il testo in volgare, furono portate a pensare che la nuova messa avesse qualche continuità con l’antica. Secondo la concezione cattolica, Gesù Cristo offre al Padre la perfetta oblazione di Sé stesso e la Chiesa, in quanto Suo Corpo, partecipa al Suo eterno atto sacerdotale per mezzo dell'Eucarestia. Cranmer, deliberatamente, sostituì questo concetto con l’idea che noi offriamo a Dio «noi stessi, le nostre anime ed i nostri corpi». Ugualmente, la conclusione «per il quale e con il quale, in unità con lo Spirito Santo, a Voi siano resi ogni onore e gloria, o Padre onnipotente, nei secoli dei secoli», sembra evocare (pur essendo totalmente differente) la più grande dossologia della liturgia: «Per ip X sum, et cum ip X so et in ip X so, est ti X bi, Deo Patri omni X potenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria, per omnia sæcula sæculorum». Qui, i cinque segni di Croce, seguiti dalla simultanea elevazione dell’Ostia e del Calice in un gesto d’offerta (ricordo dell’antica cerimonia in cui il celebrante sollevava il Pane consacrato ed il diacono, con le due mani, il grande Calice, per far toccare l’uno all’altro), erano il segno esteriore e visibile dell’offerta a Dio del Sacrificio accettabile. L’atto dell’elevazione, coincidendo con le parole «omnis honor et gloria», compiva la fusione dei simbolismi del linguaggio e dell’azione, presentando in questo modo un'espressione liturgica del significato della Messa. Cranmer vietò i segni di croce e l’elevazione, ma conservò approssimativamente le parole che, pur significando una cosa del tutto diversa, davano l’illusione della continuità. Così, il nuovo rito fu plasmato in modo da esprimere la dottrina della Giustificazione per mezzo della sola Fede, dottrina che non poteva adattarsi al senso che si era sempre attribuito ai Sacramenti.

VIII. La questione della giustificazione e la messa tridentina

Alla base di tutti gli argomenti che il Concilio di Trento (1545-1563) era stato chiamato a trattare, c’era la questione della Giustificazione e si dimentica troppo spesso che il Concilio era stato convocato per appianare le controversie fra cattolici e protestanti. Ma, dopo dibattiti che durarono diciotto anni, ci si rese conto che le divergenze erano insormontabili. Non poteva esserci compromesso tra la dottrina cattolica basata sulla Sacra Scrittura («Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? [...] Così anche la fede: se non ha le opere è morta» [Gc II, 1-14,17]) e la dottrina luterana della sola fede, senza il valore delle opere e la partecipazione della volontà umana. La definizione di Trento fu promulgata nel 1547: «Se qualcuno dice che l’uomo peccatore è giustificato dalla sola fede, come se non fosse richiesto nient'altro per ottenere la grazia della giustificazione, e che non c’è nessun bisogno di essere preparati e disposti dal movimento della volontà, sia scomunicato».

Alla fine del Concilio di Trento, durante il quale i protestanti promossero ovunque, come Cranmer, nuovi riti che davano un volto all’eresia, la grande necessità per i cattolici fu quella di unirsi e di serrare le file contro le nuove negazioni.

Per questo fine, l’antica liturgia, ovunque nella stessa lingua, era uno strumento troppo prezioso che non bisognava perdere. Ne risultò il Messale Romano riformato di San Pio V (1504-1572), che fu imposto dall’autorità centrale a tutti i cattolici di rito latino con un atto legislativo senza precedenti 38. La Messa Tridentina fu promulgata da San Pio V con la Costituzione Apostolica Quo primum del 19 luglio 1570. Il Santo Papa dichiarava: «Con il nostro presente decreto, valido in perpetuo, Noi determiniamo e ordiniamo che mai niente dovrà essere aggiunto, omesso o cambiato in questo Messale». Al fine di vincolare i posteri, affermò che «mai, in avvenire, un sacerdote, sia regolare che religioso, potrà essere costretto ad usare un altro modo di dire la Messa». E, onde prevenire una volta per tutte ogni scrupolo di coscienza o paura di sanzioni e censure ecclesiastiche, aggiunse: «Noi qui dichiariamo che, in virtù della Nostra Autorità Apostolica, decretiamo e decidiamo che il nostro presente ordine e decreto durerà in perpetuo e non potrà mai essere legalmente revocato o emendato in avvenire».

Si può giudicare l’importanza che San Pio V stesso attribuì al suo atto, leggendo queste sue parole: «E se nondimeno qualcuno osasse attentare con un'azione contraria al Nostro presente ordine, dato per sempre, sappia che incorrerà nell’ira di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo». Di questo tenore sono le interdizioni e le censure di San Pio V, oltre le quali è andato Paolo VI (1897-1978) con la sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969, decretando forme nuove per la Messa e sostenendole con la seguente dichiarazione: «Noi desideriamo che i Nostri presenti decreti e prescrizioni siano fermi e validi per il presente e per l’avvenire, nonostante, nella misura necessaria, le ordinanze promulgate dai nostri predecessori». La Messa Tridentina, voluta e forgiata come arma indistruttibile contro l’eresia, è stata così sostituita da una nuova liturgia che è fin troppo compatibile con le eresie di Cranmer e seguaci. Alcuni di noi si chiedono il perché.

Nota bibliografica

Per la storia generale dell’epoca, si consulti P. W. DIXON, History Of The Church Of England From 1529 To 1570, sei volumi dei quali particolarmente il quarto presenta un valore inestimabile. Da leggere è pure P. HUGHES, The Reformation In England, pubblicato più recentemente, e particolarmente il vol. II. Abbondante è la bibliografia sulla personalità di Cranmer. La Parker Society ha pubblicato sull’argomento le seguenti opere:

1) Writings And Disputations Of Thomas Cranmer Relative To The Sacrament Of The Lord’s Supper.
2) Miscellaneous Writings And Letters Of Thomas Cranmer.

Vi è poi il famoso Memorial Of Cranmer di Stryper ed il Remains Of Thomas Cranmer di Jenkyns. Queste ultime opere, insieme con l’edizione Gardiner di Bishop Cranmer’s Recantacyons, possono fornire un indice completo delle idee teologiche deI Cranmer. Un'esposizione moderna di queste, fornita da un teologo anglicano è The Shape Of The Liturgy di Gregory Dix. Per i due Prayer Books di Cranmer, si consulti con profitto l’edizione Everyman: The First And Second Praver Book Of Edward VI, con l'introduzione di Bishop Gibson. Tra le pubblicazioni italiane sull’argomento, va segnalato il bellissimo volume di P. Celestino Testore s.j., intitolato ll primato di Pietro difeso dal sangue dei Martiri Inglesi.

Appendice

Testo completo del canone Anaphora II imposto da Cranmer(**)

È veramente degno e giusto, ed è nostro dovere renderTi grazie sempre e ovunque, Signore, Dio Padre onnipotente ed eterno. Per questo, con gli Angeli e con gli Arcangeli e con tutta la celeste schiera, lodiamo e magnifichiamo il Tuo nome glorioso, osannando sempre e dicendo : santo, santo, santo, Signore Dio degli eserciti. Il cielo e la terra sono pieni della tua gloria! Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore; Gloria a te, Signore, nell'alto dei cieli. Dio onnipotente ed eterno che, per mezzo dei Tuoi santi Apostoli, ci hai insegnato a pregarTi ed a supplicarTi ed a ringraziarTi per tutta l’umanità, Ti supplichiamo umilmente di accogliere per la Tua grande misericordia queste preghiere che noi offriamo alla Tua maestà divina, supplicandoTi di ispirare sempre la Chiesa universale con lo spirito della verità, unità e concordia; accorda a tutti coloro che confessano il Tuo santo nome di comprendersi nella verità della Tua santa Parola e di vivere nell’unità e nell’amore divino.

Specialmente Ti preghiamo di salvare e di difendere il Tuo servo Edoardo nostro Re, di modo che sotto di lui possiamo essere governati nella pietà e nella pace. Concedi a tutto il suo consiglio e a tutti coloro che egli ha investito di autorità di amministrare la vera ed imparziale giustizia, onde punire la malvagità ed il vizio e conservare la divina religione e la virtù. Dona a tutti i Vescovi, pastori e curati, o Padre celeste, la grazia di manifestare, con la loro vita e la loro dottrina, la Tua viva e vera Parola e di amministrare degnamente e fedelmente i Tuoi santi sacramenti; e a tutto il Tuo popolo, dona la Tua grazia celeste affinché, con cuore umile e con la dovuta riverenza, ascolti e riceva la santa Parola, servendoTi veramente nella santità e nella giustizia tutti i giorni della vita; Ti supplichiamo umilmente per la Tua bontà, o Signore, di consolare e di soccorrere tutti coloro che, in questa vita transitoria, sono nelle pene, nel dolore, nel bisogno, nella malattia o in avversità. Raccomandiamo specialmente alla Tua bontà misericordiosa questa comunità qui radunata nel Tuo nome per celebrare la commemorazione della gloriosa morte del Tuo Figlio; e Ti offriamo la più alta lode e il più sincero rendimento di grazie per la grazia e la mirabile virtù che Tu hai manifestato in tutti i santi dal principio del mondo; anzitutto nella gloriosa e Beata Vergine Maria, Madre del Tuo Figlio Gesù Cristo, nostro Signore e Dio, e nei santi Patriarchi, Profeti, Apostoli e Martiri; ci sia dato, o Signore, di seguire il loro esempio, la loro fermezza nella fede, e di osservare i Tuoi santi comandamenti.

Raccomandiamo alla Tua misericordia, o Signore, tutti i Tuoi servi che ci hanno lasciato nel segno della fede e riposano ora nel sonno della pace; concedi loro, Ti supplichiamo, la Tua misericordia e la pace eterna, e che nel giorno della resurrezione noi e tutti coloro che appartengono al corpo mistico del Tuo Figlio possiamo insieme essere posti alla Tua destra e ascoltare la Sua gaudiosa parola: «Venite a Me, voi, benedetti da Mio Padre e prendete possesso del Regno che vi è stato preparato dal principio del mondo». Concedici questo, o Padre, per l’amore di Gesù Cristo, nostro solo mediatore ed avvocato. O Dio, Padre celeste, che nella Tua dolce misericordia, hai dato il Tuo unico Figlio Gesù Cristo perché patisse la morte sulla Croce per la nostra redenzione, il quale in essa ha compiuto (con una unica oblazione offerta una volta) un pieno, perfetto e sufficiente sacrificio, oblazione e soddisfazione per i peccati del mondo intero, ed ha istituito e ci ha comandato nel Suo santo Vangelo di celebrare una perpetua memoria della Sua preziosa morte finché Egli non torni. Ascoltaci, o Padre misericordioso, Te ne supplichiamo, di volere, col Tuo Spirito Santo e la Tua parola, benedire e santificare questi doni, queste creature di pane e di vino in modo che siano per noi il corpo e il sangue del Tuo amatissimo Figlio Gesù Cristo, che, la notte in cui fu tradito, prese il pane e, dopo averlo benedetto ed aver reso grazie, lo spezzò e lo diede ai Suoi discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che è offerto per voi; fate questo in memoria di me».

Ugualmente, dopo aver cenato, prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue del Nuovo Testamento, che è sparso per voi e per molti in remissione dei peccati; fate questo, tutte le volte che ne berrete, in memoria di me». (Una rubrica, a questo punto, prescriveva al ministro, mentre prende in mano il pane e il calice, di restare voltato verso l’altare, senza elevazione nè ostensione del sacramento ai fedeli). Per questo, o Signore e Padre celeste, secondo l’istituzione del Tuo amatissimo Figlio, il nostro Salvatore Gesù Cristo, noi, Tuoi umili servi, celebriamo e facciamo, dinanzi alla Tua divina maestà, con questi santi doni che ci vengono da Te, il memoriale che Tuo Figlio ha voluto che noi facessimo, avendo nella memoria la Sua beata passione, la Sua potente resurrezione e la Sua gloriosa ascensione, rendendoTi le nostre più sincere azioni di grazie, per gli innumerevoli benefici che in tal modo ci ha procurato, desiderando solo che la Tua paterna bontà voglia accettare misericordiosamente il nostro presente sacrificio di lode e di azione di grazie; supplicandoTi molto umilmente di concedere, per i meriti e la morte del Tuo Figlio Gesù Cristo e per la fede nel Suo sangue, che noi e tutta la Chiesa, possiamo ottenere la remissione di tutti i nostri peccati e tutti gli altri benefici della Sua passione. E Ti offriamo, o Signore, le nostre anime, i nostri corpi come un sacrificio consapevole, santo e vivo ai Tuoi occhi, supplicandoTi umilmente che tutti coloro che partecipano alla Tua santa comunione possano ricevere degnamente il preziosissimo corpo e sangue di Tuo Figlio Gesù Cristo, essere ripieni della Tua grazia e benedizione celeste, e divenire un sol corpo con il Tuo Figlio Gesù Cristo, in modo che Egli abiti in loro e loro in Lui.

E benché noi siamo indegni per i nostri numerosi peccati di offrirTi alcun sacrificio, Ti supplichiamo ciononostante di accettare il nostro presente dovere e servizio e di comandare che queste preghiere e suppliche, col ministero dei Tuoi santi Angeli, siano portate fino nel Tuo santo Tabernacolo, agli occhi della Tua divina maestà, non guardando ai nostri meriti, ma perdonando le nostre offese, per Cristo nostro Signore, col quale e per il quale in unità con lo Spirito Santo, ogni onore e gloria vengano a Te, o Padre Onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen».


 

THOMAS CRANMER, il protagonista di questo scritto, fu il Vescovo riformatore anglicano, nato a Aslacton (contea di Flottinghamshire) il 2 luglio 1439 e morto sul rogo il 21 marzo 1556. Insegnò teologia a Cambridge partecipando attivamente alla vita politica e religiosa del suo tempo, e soprattutto alla formazione della confessione anglicana che volle attuare con ogni mezzo, non esclusi i più efferati. Nominato Arcivescovo di Canterbury da Papa Clemente VII (1478-1534), dopo qualche tempo si ribellò all’autorità di Roma, infrangendo il giuramento di fedeltà.
Morto Enrico VIII (1491-1547), fece parte del Consiglio di Reggenza di Edoardo VI (1537-1553), ma quando partecipò al complotto per far salire al trono Jane Gray, al posto di Maria Tudor, fu condannato al rogo come eretico. Le sue famose opere, tra le quali, il Book Of Common Prayer («II Libro della preghiera comune»), scritto nel 1549, culminarono con la versione in volgare della Bibbia, operata con chiara intenzione antipapale. Egli combattè soprattutto la dottrina cattolica della Transustanziazione, della Presenza Reale della Carne e del Sangue di Cristo nell’Ostia e nel calice, e del Sacrificio dell’altare, riducendo la Messa, in armonia con Lutero e con gli altri riformatori, ad una semplice commemorazione storica. Per far ciò, distrusse le basi stesse della dottrina cattolica, perseguitando non solo le sue strutture, ma i suoi testimoni viventi.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI NEL REGNO UNITO IN OCCASIONE DELLA BEATIFICAZIONE DEL CARDINALE JOHN HENRY NEWMAN (16-19 SETTEMBRE 2010)

SANTA MESSA NELLA CATTEDRALE DI WESTMINSTER

Alle ore 10 di questa mattina, nella Cattedrale di Westminster, il Santo Padre Benedetto XVI celebra la Santa Messa votiva del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo a cui è dedicata la Cattedrale. È presente alla Celebrazione Eucaristica l’Arcivescovo di Canterbury, Dr Rowan Williams. Alcune migliaia di giovani seguono la Santa Messa su megaschermi all’esterno della Cattedrale.
Nel corso della celebrazione, introdotta dal saluto dell’Arcivescovo di Westminster, S.E. Mons. Vincent Gerard Nichols, dopo la proclamazione del Santo Vangelo il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari amici in Cristo,

vi saluto tutti con gioia nel Signore e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Ringrazio l’Arcivescovo Nichols per le parole di benvenuto che mi ha rivolto in nome vostro. Davvero in questo incontro del successore di Pietro con i fedeli della Gran Bretagna, “il cuore parla al cuore” e ci fa gioire nell’amore di Cristo e nella nostra comune professione della fede cattolica che ci è stata trasmessa dagli Apostoli.

Sono particolarmente lieto che il nostro incontro abbia luogo in questa Cattedrale dedicata al Preziosissimo Sangue, che è il segno della misericordia redentrice di Dio riversatasi sul mondo mediante la passione, morte e resurrezione del suo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. Un particolare saluto rivolgo all’Arcivescovo di Canterbury che ci onora della sua presenza.

Il visitatore di questa cattedrale non può non rimanere colpito dal grande crocifisso che domina la navata, che ritrae il corpo di Cristo schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente la cui morte ci ha riconciliati con il Padre e ci ha donato di partecipare alla vita stessa di Dio. Le braccia spalancate del Signore sembrano abbracciare questa chiesa intera, innalzando verso il Padre le schiere di fedeli che si raccolgono attorno all’altare del sacrificio Eucaristico e partecipano dei suoi frutti. Il Signore crocifisso sta sopra di noi e davanti a noi, come la sorgente della nostra vita e salvezza, “il sommo sacerdote dei beni futuri”, come lo definisce l’autore della Lettera agli Ebrei nella prima lettura odierna (9,11).

E’, per così dire, all’ombra di questa impressionante immagine, che vorrei riferirmi alla parola di Dio che è stata proclamata in mezzo a noi e riflettere sul mistero del Sangue Prezioso, poiché è questo mistero che ci conduce a riconoscere l’unità fra il sacrificio di Cristo sulla Croce, il sacrificio Eucaristico che egli ha donato alla sua Chiesa, e il suo eterno sacerdozio, per mezzo del quale, assiso alla destra del Padre, egli non cessa di intercedere per noi, le membra del suo mistico corpo.

Incominciamo dal sacrificio della Croce. Lo scaturire del sangue di Cristo è la sorgente della vita della Chiesa. San Giovanni, come sappiamo, vede nell’acqua e nel sangue che sgorgano dal corpo di nostro Signore la sorgente di quella vita divina che è donata dallo Spirito Santo e ci viene comunicata nei sacramenti (Gv 19,34; cfr 1 Gv 1,7;5,6-7). La Lettera agli Ebrei ricava, potremmo dire, le implicazioni liturgiche di questo mistero. Gesù, attraverso la sua sofferenza e morte, la sua auto-donazione nello Spirito eterno, è divenuto il nostro sommo sacerdote e “il mediatore di un’alleanza nuova” (9,15). Queste parole richiamano le stesse parole di nostro Signore nell’Ultima Cena, quando egli istituì l’Eucarestia come sacramento del suo corpo, donato per noi, e del suo sangue, il sangue della nuova ed eterna alleanza sparso per la remissione dei peccati (cfr Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,20).

Fedele al comando di Cristo “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), la Chiesa in ogni tempo e luogo celebra l’Eucarestia, fino a che il Signore ritorni nella gloria, rallegrandosi nella sua presenza sacramentale e attingendo alla forza del suo sacrificio di salvezza per la redenzione del mondo.

La realtà del sacrificio Eucaristico è sempre stata al cuore della fede cattolica; messa in discussione nel sedicesimo secolo, essa venne solennemente riaffermata al Concilio di Trento, nel contesto della nostra giustificazione in Cristo. Qui in Inghilterra, come sappiamo, molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che è stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre.

Il sacrificio Eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo comprende a sua volta il mistero della passione di nostro Signore che continua nei membri del suo Corpo mistico, la Chiesa in ogni epoca. Il grande crocifisso che qui ci sovrasta, ci ricorda che Cristo, nostro eterno sommo sacerdote, unisce quotidianamente i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, i nostri bisogni, speranze e aspirazioni agli infiniti meriti del suo sacrificio.

Per lui, con lui ed in lui noi eleviamo i nostri corpi come un sacrificio santo e gradito a Dio (cfr Rm 12,1). In questo senso siamo presi nella sua eterna oblazione, completando, come afferma san Paolo, nella nostra carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa (cfr Col 1,24). Nella vita della Chiesa, nelle sue prove e tribolazioni, Cristo continua, secondo l’incisiva espressione di Pascal, ad essere in agonia fino alla fine del mondo (Pensées, 553, éd. Brunschvicg).

Vediamo rappresentato nella forma più eloquente questo aspetto del mistero del prezioso sangue di Cristo dai martiri di ogni tempo, che hanno bevuto al calice da cui Cristo stesso ha bevuto, ed il cui sangue, sparso in unione al suo sacrificio, dà nuova vita alla Chiesa. Ciò è anche riflesso nei nostri fratelli e sorelle nel mondo, che ancora oggi soffrono discriminazioni e persecuzioni per la loro fede cristiana.

Ma è anche presente, spesso nascosto nelle sofferenze di tutti quei singoli cristiani che quotidianamente uniscono i loro sacrifici a quelli del Signore per la santificazione della Chiesa e la redenzione del mondo. Il mio pensiero va in modo particolare a tutti quelli che sono spiritualmente uniti a questa celebrazione Eucaristica, in particolare i malati, gli anziani, gli handicappati e coloro che soffrono nella mente e nello spirito.

Qui penso anche alle immense sofferenze causate dall’abuso dei bambini, specialmente nella Chiesa e da parte dei suoi ministri. Esprimo soprattutto il mio profondo dolore alle vittime innocenti di questi inqualificabili crimini, insieme con la speranza che il potere della grazia di Cristo, il suo sacrificio di riconciliazione, porterà profonda guarigione e pace alle loro vite. Riconosco anche, con voi, la vergogna e l’umiliazione che tutti abbiamo sofferto a causa di questi peccati; vi invito a offrirle al Signore con la fiducia che questo castigo contribuirà alla guarigione delle vittime, alla purificazione della Chiesa ed al rinnovamento del suo secolare compito di formazione e cura dei giovani. Esprimo la mia gratitudine per gli sforzi fatti per affrontare questo problema responsabilmente, e chiedo a tutti voi di mostrare la vostra sollecitudine per le vittime e la solidarietà verso i vostri sacerdoti.

                                            Pope Benedict XVI (C) presides over a Mass at Westminster Cathedral in central London, on September 18, 2010. Pope Benedict XVI expressed his 'deep sorrow' Saturday for the 'immense suffering' of children abused by Catholic priests, in a homily on the third day of his state visit to Britain.'I think of the immense suffering caused by the abuse of children, especially within the Church and by her ministers,' he said during mass at the Catholic Westminster Cathedral in London.

Cari amici, ritorniamo alla contemplazione del grande crocifisso che troneggia sopra noi. Le mani di nostro Signore, stese sulla Croce, ci invitano a contemplare anche la nostra partecipazione al suo eterno sacerdozio e la responsabilità che abbiamo, in quanto membra del suo corpo, di portare al mondo in cui viviamo il potere riconciliante del suo sacrificio. Il Concilio Vaticano II parlò in maniera eloquente dell’indispensabile ruolo del laicato di portare avanti la missione della Chiesa, attraverso lo sforzo di servire da fermento del Vangelo nella società, lavorando per l’avanzamento del Regno di Dio nel mondo (cfr Lumen gentium, 31; Apostolicam actuositatem, 7).

Il richiamo del Concilio ai fedeli laici ad assumere il loro impegno battesimale partecipando alla missione di Cristo richiama le intuizioni e gli insegnamenti di John Henry Newman. Possano le profonde idee di questo grande Inglese continuare ad ispirare tutti i seguaci di Cristo in questa terra a conformare a lui ogni loro pensiero, parola ed azione e a lavorare strenuamente per difendere quelle immutabili verità morali che, riprese, illuminate e confermate dal Vangelo, stanno alla base di una società veramente umana, giusta e libera.

Quanto ha bisogno la società contemporanea di questa testimonianza! Quanto abbiamo bisogno, nella Chiesa e nella società, di testimoni della bellezza della santità, testimoni dello splendore della verità, testimoni della gioia e libertà che nascono da una relazione viva con Cristo! Una delle più grandi sfide che oggi dobbiamo affrontare è come parlare in maniera convincente della sapienza e del potere liberante della parola di Dio ad un mondo che troppo spesso vede il Vangelo come un limite alla libertà umana, invece che come verità che libera le nostre menti e illumina i nostri sforzi per vivere in modo saggio e buono, sia come individui che come membri della società.

Preghiamo quindi affinché i cattolici di questa terra diventino sempre più consapevoli della loro dignità di popolo sacerdotale, chiamato a consacrare il mondo a Dio mediante una vita di fede e di santità. E possa questa crescita di zelo apostolico essere accompagnata da un aumento di preghiera per le vocazioni al sacerdozio ministeriale.

Più si sviluppa l’apostolato dei laici, più urgente viene sentito il bisogno di sacerdoti, e più il laicato approfondisce la consapevolezza della propria specifica vocazione, più si rende evidente ciò che è proprio del sacerdote. Possano molti giovani di questa terra trovare la forza di rispondere alla chiamata del Maestro al sacerdozio ministeriale, offrendo le loro vite, le loro energie e i loro talenti a Dio, edificando così il suo popolo nell’unità e nella fedeltà al Vangelo, specialmente attraverso la celebrazione del sacrificio Eucaristico.

Cari amici, in questa Cattedrale del Preziosissimo Sangue vi invito ancora una volta a guardare a Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede (cfr Eb 12,2). Vi chiedo di unirvi ancor più pienamente al Signore, partecipando al suo sacrificio sulla Croce ed offrendogli questo “culto spirituale” (cfr Rm 12,1) che abbraccia ogni aspetto della nostra vita e si esprime nell’impegno di contribuire all’avvento del suo Regno. Prego affinché, così facendo, possiate unirvi alle schiere di credenti della lunga storia cristiana di questa terra nel costruire una società veramente degna dell’uomo, degna delle più nobili tradizioni della vostra nazione.


                              Pope Benedict XVI greets the crowds outside Westminster Cathedral in London, on September 18, 2010, after presiding over a Mass. Pope Benedict XVI is 'very calm' and 'no one felt threatened' despite the arrest of six men linked to an alleged plot to launch an attack during his visit to Britain, a Vatican spokesman said Saturday.



  IL PAPA RICORDA I CATTOLICI INGLESI UCCISI DA ENRICO VIII E SUCCESSORI

Salvatore Izzo

(AGI) - Londra, 18 set.

Benedetto XVI ha voluto ricordare oggi -
nella messa celebrata con i vescovi inglesi nella Cattdrale di Wesminster - i cattolici che "in Inghilterra difesero strenuamente la messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che e' stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre".
 
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681, l'arco temporale che va da Enrico VIII a Carlo II Stuart. Morirono, in 150 anni di persecuzione, migliaia di cattolici inglesi: i primi il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci certosini, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l'ultima vittima fu l'arcivescovo di Armagh e primate d'Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l'11 luglio 1681. Nel 1874 l'arcivescovo di Westminster invio' a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro. A partire dal 1886 iniziarono le canonizzazioni, una quarantina sono stati anche canonizzati da Paolo VI nel 1970, tra i quali dieci gesuiti.

Altri 85 sono saliti agli altari nel 1987: Giovanni Polo II li ha beatificati a Roma, con il capofila Giorgio Haydock, confermando il giorno della loro celebrazione al 4 maggio. Di essi 63 sono sacerdoti, di cui 2 gesuiti, 1 domenicano, 5 francescani e 55 diocesani; gli altri 22 sono laici, fra cui il tipografo William Carter. Per i cattolici inglesi, in quegli anni, le luride prigioni erano di fatto luogo di ascesi e crescita spirituale, noviziati ideali, ad esempio, per la Compagnia di Gesu', come testimonia nel suo diario il gesuita Giovanni Gerard.

Anche Edmondo Arrowsmith entro' nella Compagnia di Gesu' mentre era in prigione, e i suoi compagni testimoniarono che "era deciso a fare un completo sacrificio di se', risolse di non serbare nulla per se', nemmeno la propria volonta', offrendosi a Dio con i voti religiosi, facendo la rinuncia di se' che la perfezione dello stato religioso richiedeva, una preparazione per il suo martirio futuro". Sul patibolo egli disse: "O Gesu', mia vita e mia gloria, restituisco lietamente la vita da te ricevuta, e che se non fosse un tuo dono non sarei in grado di restituire. Ho sempre desiderato, o Signore dell'anima mia, di dedicare la mia vita a te e per te. Il perdere la vita per amor tuo lo considero un favore per me... Muoio per amor tuo".

Giovanni Gerard, prigioniero nella Torre di Londra nel 1597, parla di questa stessa aspirazione d'amore nel cuore di Enrico Walpole, che aveva occupato la stessa cella due anni prima e che aveva laboriosamente inciso sulla parete i nomi di Gesu', di Maria e dei nove cori angelici: Walpole, il cortigiano, cacciatore e poeta, che aveva scritto: "Il falconiere cerca di vedere un volo. Il cacciatore cerca di vedere la sua selvaggina. Sospira, o anima mia, di godere quella vista e lotta per goderne allo stesso modo". "Dio non conosce dono piu' bello di quello di se stesso. Nessun uomo puo' vedere dono migliore che il suo Dio; Il datore facendosi dono da' se stesso in dono a noi; Che ognuno che lo riceve sia un dono per questo dono. Dio e' il mio dono, egli si diede a me liberamente.

Io sono un dono di Dio e nessuno mi avra', se non Dio", scrisse Tommaso Garnet al suo superiore dalla prigione, pregandolo di dissuadere un gruppo di amici che stavano progettando la sua evasione. Tommaso aveva, per un certo tempo, accarezzato questa idea: vi era tanto da fare per il Signore e per la salvezza degli uomini. Ma pareva ci fosse una voce interiore che lo spingeva nel senso opposto: "No, resisti, persevera, non accettare un cambio cosi poco vantaggioso. In un'ora, con la morte, si otterra' molto di piu' per il bene comune, che non in molti anni di fatiche". Da questo struggente desiderio d'amore proviene l'hilaritas cosi' cara al cuore di Ignazio.

I martiri della Riforma inglese sono famosi per la loro gioia e per il loro umorismo. Nessuno rappresenta meglio questo spirito del gesuita gallese Filippo Evans il quale, nel sentire la notizia della sua esecuzione, si sedette all'arpa che il suo carceriere gli aveva prestato per esprimere nel canto la sua gioia. Una immensa folla si raccolse per assistere alla sua impiccagione, ed egli osservo' allegramente che la forca era il miglior pulpito che si potesse avere per predicare.
 
Canonizzandolo, il 25 ottobre 1970, insieme a altri 39 martiri inglesi e gallesi, Paolo VI disse: "la Chiesa e il mondo di oggi hanno sommamente bisogno di tali uomini e donne, di ogni condizione e stato di vita, sacerdoti, religiosi e laici, perche' solo persone di tale statura e di tale santita' saranno capaci di cambiare il nostro mondo tormentato e di ridargli, insieme alla pace, quell'orientamento spirituale e veramente cristiano a cui ogni uomo intimamente anela - anche talvolta senza esserne conscio - e di cui tutti abbiamo tanto bisogno".



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Gnocchi - Palmaro e la Fede in pericolo



Dom Prosper Guéranger


Accorata invettiva contro il Cattolicesimo rinunciatario e arrendevole


Se si ci si guarda attorno nella Chiesa del terzo millennio, dire che il sale della terra sia ormai tutto tramutato in zucchero sarebbe ingeneroso. Ma sarebbe ancor più fuorviante nascondersi che la radicale diversità del cattolicesimo, per sua natura antagonista al mondo, sia stata dilapidata da una gioiosa macchina di pace votata a un dolciastro laicizzare, a un mellifluo omologare. L’asprezza del dogma non piace più, la spigolosità della verità spaventa proprio chi dovrebbe amare la fatica della via stretta.

Ma non è colpa del mondo, che troppo spesso i cattolici rincorrono scriteriatamente, salvo poi imputargli la mondanizzazione del cattolicesimo. Nell’inedito tentativo di conquistare il consenso della modernità, invece che convertirla, il cattolicesimo di questi decenni ha annunciato l’avvento di un villaggio globale praticamente privo di dogmi: una sorta di “serenopoli” da spot pubblicitario su cui il Concilio Vaticano II ha appiccicato l’etichetta di “pastorale” e dove nulla più è urticante al punto da richiedere un “sì” o un “no”.

Ma il mondo moderno aveva già una “serenopoli” siffatta e si è ben guardato dal comprare l’imitazione cattolica. Così, gli unici a invaghirsi della “serenopoli” cattolica a dogma variabile sono stati i cattolici stessi. Solo loro, abitanti della cittadella del rigore dogmatico, potevano percepire, tra il proprio universo e quello libero da vincoli proposto dal nuovo corso, una differenza tale da provarne un desiderio incontrollabile.

Ma senza dogma non c’è rigore, senza rigore non c’è obbedienza, senza obbedienza non c’è unità e senza unità non c’è forza. Così oggi, quando va bene, la Chiesa balbetta là dove dovrebbe urlare in faccia al mondo che le logiche democratiche le lascia volentieri alle democrazie mondane.

Per farlo, però, non basta l’impeto fugace di reazioni anche meritorie. Bisogna andare alla radice del problema, a quella deriva luterana che ha conquistato vasti settori della Chiesa. Pur con tutte le dichiarazioni congiunte possibili, non si può essere cattolici e anche filo luterani, cattolici e anche anticattolici, romani e anche antiromani: lo chiede la ragione prima che la fede.

Però è innegabile che Lutero, il monaco agostiniano che non comprese Agostino, eserciti un fascino prepotente nella cittadella del dogma, minata a suo tempo da tomisti che non compresero Tommaso. Quel geniaccio tedesco è riuscito là dove schiere di eretici avevano fallito. Il motivo lo ha spiegato nel XIX secolo dom Prosper Guéranger, abate benedettino di Solesmes in uno scritto che si intitola L’eresia antiliturgica e la riforma protestante: “Lutero (…) non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo, nello stesso tempo, dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico”.

Proclamando la liberazione della ragione e del corpo, Lutero ha conquistato l’individuo illudendolo di poter essere maestro, sovrano e sacerdote a se stesso. Ma, di fatto, lo ha condannato alla dissoluzione.

Che il cattolicesimo oggi sia su questa china lo si scopre osservando che i risultati della riforma luterana, lucidamente enunciati nella sua opera da Guéranger nell’Ottocento, sono gli stessi che flagellano la Chiesa cattolica dagli Anni Sessanta del Novecento:

“Odio della Tradizione nelle formule del culto”,
“Sostituzione delle formule ecclesiastiche con letture della Sacra Scrittura”,
“Introduzione di formule erronee”,
“Eliminazione delle cerimonie e delle formule che esprimono i misteri”,
“Uso del volgare nel servizio divino”,
“Odio verso Roma e le sue leggi”,
“Distruzione del sacerdozio,
“Il principe capo della religione”.


Un elenco terribile e attuale su cui urge riflettere.

"Il Foglio"- 29 luglio 2011
Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro

si legga anche qui di Cristina Siccardi

https://www.corrispondenzaromana.it/la-riforma-liturgica-anglicana-di-michael-davies/








[Edited by Caterina63 12/12/2018 9:51 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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12/13/2018 9:29 PM
 
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Enchiridion. IL PICCOLO CATECHISMO per pastori e predicatori semplici (da Lutero, Il Piccolo Catechismo. Il grande Catechismo (1529), Claudiana, Torino, 1998, pp. 55-60
Martin Lutero a tutti i fedeli, pii pastori e predicatori. Grazia, misericordia e pace in Gesù Cristo, nostro Signore.
Problematica situazione spirituale del popolo
La deplorevole, misera situazione, da me recentemente constatata in qualità di visitatore, mi ha costretto e obbligato a redigere questo Catechismo o dottrina cristiana, in forma breve, sobria e semplice. Buon Dio, quanta miseria ho visto! l'uomo comune non sa nulla della dottrina cristiana, in particolare nei villaggi, e purtroppo molti pastori sono quasi inetti e incapaci di insegnare
; e tuttavia, tutti si devono chiamare cristiani, devono essere battezzati e ricevere i santi sacramenti, ma non conoscono il Padre nostro, il Credo, né i Dieci comandamenti. Vivono come il buon bestiame e le scrofe irragionevoli: ma, dove l'evangelo è giunto, hanno ben imparato ad abusare magistralmente di ogni libertà. O voi vescovi, come vorrete render conto a Cristo di aver lasciato errare il popolo in modo così scandaloso, senza badare, neppure per un momento, al vostro ministero? Che ogni sventura vi risparmi! Vietate una specie del sacramento e introducete le vostre leggi umane, ma non chiedete se [le persone a voi affidate] conoscono il Padre nostro, il Credo, i Dieci comandamenti, o una qualche parola di Dio. Guai a voi, in eterno.

Funzione dei Catechismi
Perciò, miei cari signori e fratelli, pastori o predicatori, prego voi tutti, per amor di Dio, di voler prendere a cuore il vostro ministero, di aver misericordia del popolo che vi è affidato, e di aiutarci a diffondere il Catechismo tra la gente, e in particolare tra i giovani; quanti non sanno far meglio, prendano questo opuscolo e queste formule e le leggano al popolo, parola per parola, e precisamente come segue.
Anzitutto, che il predicatore eviti di usare numerosi o diversi testi o formulazioni dei Dieci comandamenti, del Padre nostro, del Credo, dei sacramenti ecc., ma scelga una formulazione, ad essa si attenga e insegni, anno dopo anno, sempre la stessa
; infatti, i giovani e i semplici devono essere istruiti in base a un unico e preciso testo o formulazione; altrimenti, se oggi si insegna in un modo e tra un anno in un altro, quasi si volesse perfezionare la dottrina, essi saranno assai facilmente confusi, e tutta la fatica e il lavoro andranno perduti. Di ciò erano ben consapevoli i cari Padri, che hanno utilizzato un'unica formulazione del Padre nostro, del Credo, dei Dieci comandamenti. Perciò anche noi dobbiamo insegnare questi testi ai giovani e ai semplici senza mutarne una sillaba, né presentarli o ripeterli ogni anno in modo diverso. Scegli quindi la formulazione che vuoi, e attieniti ad essa in eterno. Se però predichi a persone istruite e competenti, puoi permetterti di mostrare la tua cultura ed esporre questi testi in modi diversi, svolgendoli nella misura in cui le tue capacità lo consentono. Ma con i giovani attieniti a una formulazione precisa, sempre uguale, e insegna anzitutto i Dieci comandamenti, il Credo, il Padre nostro, in base al testo e parola per parola, in modo che anch'essi possano ripeterli e impararli a memoria.
A chi poi non vuole imparare, si dica che rinnega Cristo e non è cristiano, e non deve neppure essere ammesso al sacramento, condurre i figli al battesimo, né godere di alcun frammento della libertà cristiana, ma semplicemente essere abbandonato al papa e ai suoi funzionari, nonché al diavolo stesso
. Inoltre, genitori e padroni devono negargli il mangiare e il bere e denunciarlo, affinché il principe cacci dal paese gente cosi rozza ecc.
Infatti, benché non si possa né si debba costringere alcuno alla fede, occorre tuttavia mantenere e inculcare nella moltitudine la consapevolezza di che cosa è giusto e di che cosa non lo è, là dove essa dimora, si nutre e intende vivere
. Infatti, chi vuole abitare in una città deve anche conoscere e rispettare il suo diritto, di cui intende fruire, sia che creda o che, nel cuore, sia un astuto e uno scellerato.
In secondo luogo, quando conoscono bene il testo, se ne insegni anche il significato, in modo che capiscano ciò che afferma
; allora prendi ancora una volta per te la formulazione di questo opuscolo, o un'altra breve versione, quella che vuoi, e attieniti ad essa, senza mutarne una sillaba, come si è detto a proposito del testo, prendendoti per questo il tempo che serve; infatti, non è necessario esporre tutte queste cose in una sola volta, ma una dopo l'altra. Quando hanno ben compreso il primo comandamento, passa al secondo, e così via. In caso contrario, essi vengono sovraccaricati, e non ricordano bene alcunché.

In terzo luogo, quando avrai insegnato questo Piccolo Catechismo, prendi il Grande Catechismo, e spiegalo diffusamente e con ampiezza. Esponi ogni singolo comandamento, ogni preghiera, ogni parte [del Catechismo] con le sue varie opere, utilità, giovamenti, pericoli e danni, così come puoi abbondantemente trovare in molti opuscoli. In particolare, inculca il comandamento e la parte [del Catechismo] che, tra la tua gente, è maggiormente trascurata. Ad esempio, il settimo comandamento, relativo al furto, lo insegnerai energicamente agli operai, ai commercianti, ma anche ai contadini e alla servitù poiché tra costoro abbonda ogni sorta d'infedeltà e di ladrocinio. Analogamente, devi parlare del quarto comandamento con i figli e con l'uomo comune, affinché rimangano tranquilli, fedeli, obbedienti, pacifici; cita sempre molti esempi biblici, per mostrare che tipo di gente Dio ha punito, o benedetto.

Responsabilità delle autorità e dei genitori
In particolare, ammonisci nello stesso senso l'autorità e i genitori, affinché [rispettivamente] governino bene e conducano i figli a scuola, mostrando che sono tenuti a comportarsi in tal modo e quale maledetto peccato commettono se non lo fanno
: così, infatti, essi colpiscono e rovinano tanto il regno di Dio che quello mondano, come i peggiori nemici di Dio e dell'uomo; e spiega bene quale terribile danno provocano, e come Dio li punirà terribilmente, se non aiutano a educare i ragazzi affinché diventino pastori, predicatori, scrivani ecc. È infatti necessario predicare su questo punto; genitori e autorità, oggi, peccano in ciò in modo indicibile; certo il diavolo, su questa base, progetta qualcosa di malvagio.

Partecipazione alla Cena del Signore
Infine, poiché ora la tirannia del papa è abbattuta, essi non vogliono più accostarsi al sacramento e lo disprezzano; anche qui è necessario esortare
, non però in modo tale da costringere alcuno al sacramento, né stabilendo alcuna legge, né tempo, né luogo. Occorre invece predicare in modo tale che essi stessi ne sentano l'urgenza anche senza la nostra legge, e che addirittura costringano noi pastori a celebrare il sacramento. Ciò si può fare dicendo: chi non cerca né desidera il sacramento almeno una o quattro volte l'anno induce a temere che egli disprezzi il sacramento e non sia un cristiano, così come non è un cristiano chi non crede all'evangelo o non lo ascolta. Cri­sto, infatti, non dice: «tralasciate questo», o «disprezzate questo», ma: «fate questo, ogni volta che bevete, ecc.». Egli vuole veramente che lo si faccia, e che non lo si tralasci né trascuri in alcun modo. «FATE questo», egli dice.
Ma se uno non tiene in alta considerazione il sacramento, è un segno che per lui non esiste peccato, né carne, né diavolo, né mondo, né morte, né pericolo, né inferno, cioè non crede a nulla [di tutto ciò], sebbene vi sia immerso fino alle orecchie, e appartenga doppiamente al diavolo. Dall'altra parte, egli non ha bisogno nemmeno di grazia, vita, paradiso, Regno dei cieli, Cristo, Dio, né alcunché di buono; se infatti credesse di essere a tal punto immerso nel male, e di aver tanto bisogno di bene, non tralascerebbe così il sacramento, nel quale tale miseria trova aiuto, e viene elargito ogni bene
. Né ci sarebbe bisogno di costringerlo ad accostarsi al sacramento mediante una legge, ma verrebbe egli stesso, e di corsa, sentendosi [interiormente] costretto, e spingendoti a offrirglielo.
Non sei quindi autorizzato a stabilire alcuna legge (come fa il papa) su questo punto: solo, esponi bene utilità e danno, necessità e benefici, pericoli e salvezza in questo sacramento: essi stessi verranno senz'altro, senza costrizione da parte tua; se però non vengono, lasciali andare e dì loro che appartengono al diavolo, dato che non apprezzano né avvertono la loro grande distretta, né l'aiuto pieno di grazia di Dio. Ma se tu non ti impegni in questo senso, oppure ne fai una legge, un veleno, allora è colpa tua, se disprezzano il sacramento. Perché non dovrebbero essere pigri, se tu dormi e taci?
 Perciò attento, pastore e predicatore. Il nostro ministero è ora diventato altra cosa rispetto a ciò che era sotto il papa, è diventato una faccenda seria e apportatrice di salvezza. Perciò, esso reca ora molta fatica e lavoro, pericolo e tentazione, nonché una scarsa mercede e poca gratitudine da parte del mondo; tuttavia, Cristo stesso vuole essere la nostra mercede, nella misura in cui lavoriamo con fedeltà. In ciò ci aiuti il Padre d'ogni grazia, a cui sia lode e ringraziamento in eterno, mediante Cristo, nostro Signore. Amen.

da Calvino, in J. Bonnet, Lettres françaises de Calvin, I, p. 272
La chiesa non si conserverà mai senza catechismo, poich'esso è come la semenza per far sì che il buon grano non perisca, ma si moltiplichi d'età in età. E perciò se desiderate costruire un edificio di lunga durata e che non rovini in breve tempo, fate sì che i fanciulli siano istruiti con un buon catechismo
, che mostri brevemente ed in modo loro comprensibile ov'è il vero cristianesimo.

da Introduzione di V. Vinay a G. Calvino, Il Catechismo di Ginevra del 1537, Claudiana, Torino, 1983, p. 6
Si poté così compiere quel che esigevano gli «articoli» della chiesa di Ginevra, «che i fanciulli sin dalla loro tenera età vengano in tal modo istruiti, che possano rendere ragione della fede, onde non si lasci decadere la dottrina evangelica, ma essa venga diligentemente ritenuta e trasmessa dall'uno all'altro, di padre in figlio» (Calvini Opera selecta, Monaco, 1926, I, 369)[...] affinché [...] possa giovare per conservare pura la dottrina nella chiesa e «servire da freno a certa gente che non vuole che strane dottrine» (J. Bonnet, Lettres françaises de Calvin, II, p. 230).



da Lutero, Il Piccolo Catechismo. Il grande Catechismo (1529), Claudiana, Torino, 1998, pp.117-121
[Prefazione al Grande catechismo o Catechismo tedesco]

Scopi del Catechismo
Questa predicazione è creata e destinata a servire all'istruzione dei fanciulli e delle persone semplici; perciò, sin dall'antichità, si chiama, in greco, «catechismo»; cioè insegnamento per i fanciulli. Qualunque cristiano deve assolutamente conoscerla; chi non la conoscesse, non potrebbe essere contato tra i cristiani, né ammesso ad alcun sacramento, esattamente come un artigiano che non conosce l'impiego e l'utilizzo del suo attrezzo viene escluso [dalla corporazione] e ritenuto incapace. Perciò, si devono far imparare ai giovani le parti del Catechismo (o predicazione ai fanciulli) bene e a fondo, facendo in modo che vi si esercitino diligentemente e le pratichino. A tal fine, inoltre, ogni padre di famiglia è tenuto, almeno una volta alla settimana, a interrogare ed ascoltare i figli e la servitù, in successione, su quanto ne sanno o stanno appena imparando, e a richiamarli con severità, qualora non lo conoscano. Infatti mi ricordo ancora bene l'epoca (anzi, succede tuttora ogni giorno) in cui si trovavano persone ignoranti, anziane, attempate, che di tutto ciò non sapevano nulla, o che tuttora non ne sanno nulla, e che tuttavia si accostano ugualmente al battesimo e al sacramento [della Cena] e usufruiscono di tutto quanto è dato ai cristiani. Eppure, quanti si accostano al sacramento dovrebbero ovviamente avere una conoscenza e una comprensione di tutta la dottrina cristiana migliore di quella dei fanciulli e degli scolari di prima elementare

Contenuti essenziali
In ogni caso, per quanto riguarda le persone comuni, ci accontentiamo delle tre parti che, sin dall'antichità, sono state mantenute nella cristianità, ma insegnate e praticate in modo poco corretto; vi insisteremo finché ognuno, giovane o vecchio, che voglia chiamarsi ed essere cristiano, non le impari a fondo, in modo che gli diventino familiari. Queste tre parti sono:

Prima parte
I Dieci comandamenti di Dio.

Primo: Non avere altri dèi accanto a me.
Secondo: Non nominare il nome di Dio invano.
Terzo: Santifica il giorno di festa.
Quarto: Onora il padre e la madre.
Quinto: Non uccidere.
Sesto: Non commettere adulterio.
Settimo: Non rubare.
Ottavo: Non testimoniare il falso contro il tuo prossimo.
Nono: Non desiderare la casa del tuo prossimo.
Decimo: Non desiderare sua moglie, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né alcun’altra cosa sua.

Seconda parte
Gli articoli principali della nostra fede. Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra. E in Gesù Cristo, suo Figlio unigenito, nostro Signore, concepito dallo Spirito santo, nato dalla vergine Maria, che patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agl'inferi; il terzo giorno risuscitò dai morti, salì al cielo, sedendo alla destra di Dio Padre onnipotente, e di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito santo, una santa chiesa cristiana, la comunità dei santi, il perdono dei peccati, la risurrezione della carne e una vita eterna. Amen.

Terza parte
La preghiera (o Padre nostro) che Cristo ha insegnato. Padre nostro, che sei in cielo, sia santificato il tuo nome; venga il tuo Regno; la tua volontà si compia, come in cielo, così anche in terra; dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimettici i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

Queste sono le parti essenziali che, prima di tutto, occorre imparare a recitare parola per parola; e si devono abituare i bambini a ripeterle quotidianamente, quando si alzano al mattino, quando vanno a tavola e quando, a sera, vanno a dormire; non si deve dar loro da mangiare e da bere, finché non le abbiano recitate. Ogni padre di famiglia è altresì tenuto a comportarsi allo stesso modo con la servitù, domestici e cameriere: egli non deve tenerli presso di sé, se non le sanno o non vogliono impararle. Non può essere infatti tollerato in alcun modo che una persona sia così ignorante e rozza da non imparare queste cose, poiché in queste tre parti è riassunto, in modo breve, comprensibile e assolutamente semplice, tutto ciò che abbiamo nella Scrittura. Infatti i cari padri o apostoli (chiunque sia stato) hanno ricapitolato in un compendio ciò che costituisce la dottrina, la vita, la sapienza e l'erudizione dei cristiani, ciò di cui essi parlano, che praticano e con cui hanno a che fare.

I sacramenti
Quando queste tre parti sono state comprese, è altresì necessario che si sappia dire qualcosa dei nostri sacramenti (che Cristo stesso ha istituito): del battesimo e del santo corpo e sangue di Cristo. [per quanto riguarda il battesimo], si tratta del testo che Matteo e Marco riportano alla fine dei loro Vangeli [Mt 28,19; Mc 16,16], narrando come Cristo si congedò dai suoi discepoli e li inviò [in missione]:

Il battesimo
Andate in tutto il mondo, istruite i pagani e battezzateli in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Chi crede ed è battezzato, sarà salvato, ma chi non crede, verrà dannato.
Circa il battesimo, è sufficiente che una persona semplice sappia questo, in base alla Scrittura. Analogamente per quanto riguarda l'altro sacramento, [è sufficiente conoscerlo] mediante le brevi e semplici parole del testo di S. Paolo [I Cor 11,23-26].

Il sacramento
Il nostro SIGNORE Gesù Cristo, nella notte in cui fu tradito, prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo prese anche il calice, dopo la cena, rese grazie, lo diede loro e disse: «Prendete e bevetene tutti. Questo calice è il nuovo testamento nel mio sangue, che è versato per voi per il perdono dei peccati. Fate questo, ogni volta che ne bevete, in mia memoria».
Si avrebbero quindi in tutto cinque parti per l'intera dottrina cristiana. Si deve costantemente inculcarle, ed esigere che vengano imparate a memoria; non contare sul fatto che i giovani le imparino e le ricordino solo mediante la predicazione. Quando queste parti sono ben conosciute, vi si possono aggiungere anche alcuni Salmi o inni, che sono stati composti su questi temi, come supplemento e conferma. Così si può introdurre la gioventù alla Scrittura e, quotidianamente, farla progredire.
Tuttavia, non può essere sufficiente che si capiscano e si sappiano recitare a memoria le parole [del Catechismo]; al contrario, si insista perché i giovani si rechino alla predicazione, specialmente nel periodo in cui essa è consacrata alla spiegazione del Catechismo, in modo che essi odano spiegare e imparino a capire ciò che ogni parte [del Catechismo] contiene
; essi devono sapere ripetere ciò che hanno udito, e rispondere correttamente quando li si interroga, affinché non si predichi inutilmente e senza profitto. Se mettiamo tanta cura nel predicare sovente sul Catechismo, non in modo complicato e dotto ma brevemente e con estrema semplicità, è per inculcarlo nei giovani, in modo che penetri bene [nell'animo] e rimanga nella memoria. Per questo, vogliamo ora esaminare una dopo l'altra le parti indicate e dirne, nel modo più chiaro, quanto necessario.



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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/13/2018 9:34 PM
 
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da Ratzinger Joseph, La trasmissione della fede e le fonti della fede, Conferenza tenuta dall’allora cardinal Joseph Ratzinger il 15 gennaio 1983 nella basilica di Notre-Dame di Fourvière a Lione ed il 16 gennaio 1983 nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi (il testo integrale è disponibile on-line su www.gliscritti.it nella sezione Catechesi e pastorale)
Un primo grave errore fu quello di sopprimere il catechismo e di dichiarare "sorpassato" il genere stesso del catechismo. Certo, il catechismo come libro è divenuto comune soltanto al tempo della Riforma; ma la trasmissione della fede, come struttura fondamentale nata dalla logica della fede, è vecchia quanto il catecumenato, cioè quanto la Chiesa stessa. Essa scaturisce dalla natura stessa della sua missione e, dunque, non si può rinunciarvi. La rottura con una trasmissione della fede attinta nella sua strutturazione fondamentale alle fonti di una tradizione presa nella sua globalità, ha avuto come conseguenza la frammentazione della proclamazione della fede. Essa fu non solo arbitrariamente accolta nella sua esposizione, ma anche messa in discussione in alcune sue parti, che appartengono a un tutto e che, staccate da esso, appaiono sconnesse.
Cosa vi era dietro questa decisione errata, affrettata e universale? Le ragioni sono molteplici e fino a ora poco esaminate. Sicuramente questa decisione è da mettere in rapporto con la evoluzione generale dell'insegnamento e della pedagogia, caratterizzata da una ipertrofia del metodo rispetto al contenuto delle diverse discipline. I metodi diventano i criteri del contenuto e non più i veicoli di esso. L'offerta si regola sulla domanda: è così che sono state tracciate le vie della nuova catechesi nella disputa sul catechismo olandese.
Ne conseguì che ci si limitò alle questioni per principianti, invece di cercare le vie che avrebbero permesso di superarle e di arrivare a ciò che inizialmente non si comprendeva, unico metodo che modifica positivamente l'uomo e il mondo. Così, il potenziale di cambiamento proprio della fede fu paralizzato. Infatti la teologia pratica non era più intesa come uno sviluppo concreto della teologia dogmatica o sistematica, ma come un valore in sé. Ciò corrispondeva, di nuovo, alla tendenza attuale a subordinare la verità alla prassi, che, nel contesto delle filosofie neo-marxistiche e positivistiche, ha fatto breccia anche in teologia.
Tutti questi fatti contribuirono a impoverire considerevolmente l’antropologia: precedenza del metodo sul contenuto significa predominanza dell'antropologia sulla teologia, di modo che questa dovette trovarsi un posto nel contesto di un antropocentrismo radicale. Il declino dell'antropologia fece apparire, a sua volta, nuovi centri di gravità: supremazia della sociologia, o, ancora, primato della esperienza, come nuovi criteri di comprensione della fede tradizionale.
Dietro a queste cause e ad altre ancora, che si possono trovare nel rifiuto del catechismo e nel crollo della catechesi classica, vi è tuttavia un processo più profondo. Il fatto di non avere più il coraggio di presentare la fede come un tutto organico in se stesso, ma solamente come una serie di riflessi scelti di esperienze antropologiche parziali, si fondava, in ultima analisi, su di una certa diffidenza nei riguardi della totalità.
Esso si spiega con una crisi della fede, meglio: della fede comune alla Chiesa di tutti tempi. Ne risultava che la catechesi ometteva generalmente il dogma e tentava di ricostruire la fede direttamente a partire dalla Bibbia. Ora, il dogma non è niente altro, per definizione, che interpretazione della Scrittura, ma questa interpretazione, nata dalla fede dei secoli, non sembrava più potersi accordare con la comprensione dei testi, a cui il metodo storico aveva nel frattempo condotto. In questo modo, coesistevano due forme di interpretazione apparentemente irriducibili: la interpretazione storica e quella dogmatica.
Ma quest'ultima, secondo le concezioni contemporanee, poteva essere considerata solo come una tappa pre-scientifica della nuova interpretazione
.

da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger - Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp. 26- 27
Alcuni erano dell’opinione che il Catechismo dovesse svilupparsi in una concezione cristocentrica, altri ritenevano che il cristocentrismo dovesse essere superato dal teocentrismo. Finalmente si offrì alla nostra riflessione il concetto del Regno di Dio come principio unificatore. Dopo una discussione serrata, arrivammo alla convinzione che il Catechismo non doveva rappresentare la fede come un sistema o come un qualcosa da derivare da un unico concetto centrale [...] Dovevamo fare qualcosa di più semplice: predisporre gli elementi essenziali che possono essere considerati come le condizioni per l’ammissione al battesimo, alla vita comunionale dei cristiani. [...] Che cosa fa di un uomo un cristiano? Il catecumenato della Chiesa primitiva ha raccolto gli elementi fondamentali a partire dalla Scrittura: sono la fede, i sacramenti, i comandamenti, il Padre Nostro. In modo corrispondente esisteva la redditio symboli – la consegna della professione di fede e la sua “redditio”, la memorizzazione da parte del battezzando-; l’apprendimento del Padre Nostro, l’insegnamento morale e la catechesi mistagogica, vale a dire l’introduzione alla vita sacramentale. Tutto ciò appare forse un po’ superficiale, ma invece conduce alla profondità dell’essenziale: per essere cristiani, si deve credere; si deve apprendere il modo di vivere cristiano, per così dire lo stile di vita cristiano; si deve essere in grado di pregare da cristiani e si deve infine accedere ai misteri e alla liturgia della Chiesa. Tutti e quattro questi elementi appartengono intimamente l’uno all’altro: l’introduzione alla fede non è la trasmissione di una teoria, quasi che la fede fosse una specie di filosofia, “un platonismo per il popolo”, come è stato affermato in modo sprezzante: la professione di fede è nient’altro che il dispiegarsi della formula battesimale. L’introduzione alla fede é essa mistagogia: introduzione al battesimo, al processo di conversione, in cui non agiamo solo da noi stessi, ma lasciamo che Dio agisca in noi.

da Ch. Schönborn, Il Catechismo della Chiesa cattolica. Concetti dominanti e temi principali, in J. Ratzinger - Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp.47-48
Il cardinal Ratzinger ha formulato chiaramente questa opzione nelle conferenze tenute a Parigi e a Lione nel 1983: la struttura della catechesi «è prodotta degli atti vitali fondamentali della Chiesa, che corrispondono alle dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana. Così è sorta nei tempi remoti una struttura catechetica che nella sostanza risale al sorgere della Chiesa, che è, cioè, altrettanto e persino più antica del Canone degli scritti biblici. Lutero ha adoperato questa struttura per i suoi catechismi altrettanto naturalmente quanto l’autore del Catechismus Romanus. Questo è stato possibile perché non si tratta di una sistematica artificiosa, ma semplicemente del compendio del materiale di cui la fede necessariamente fa memoria, e che riflette, insieme, gli elementi vitali della Chiesa: la professione di fede apostolica, i sacramenti, il Decalogo e la Preghiera del Signore».


Una storia antica: l’esperienza della catechesi (a partire dal catecumenato)

da Benedetto XVI, catechesi nell’udienza generale del 23 giugno 2010, su San Tommaso d’Aquino
Nel 1273, un anno prima della sua morte, durante l’intera Quaresima, [Tommaso d’Aquino] tenne delle prediche
 nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Il contenuto di quei sermoni è stato raccolto e conservato: sono gli Opuscoli in cui egli spiega il Simbolo degli Apostoli, interpreta la preghiera del Padre Nostro, illustra il Decalogo e commenta l’Ave Maria. Il contenuto della predicazione del Doctor Angelicus corrisponde quasi del tutto alla struttura del Catechismo della Chiesa Cattolica. Infatti, nella catechesi e nella predicazione, in un tempo come il nostro di rinnovato impegno per l’evangelizzazione, non dovrebbero mai mancare questi argomenti fondamentali: ciò che noi crediamo, ed ecco il Simbolo della fede; ciò che noi preghiamo, ed ecco il Padre Nostro e l’Ave Maria; e ciò che noi viviamo come ci insegna la Rivelazione biblica, ed ecco la legge dell’amore di Dio e del prossimo e i Dieci Comandamenti, come esplicazione di questo mandato dell'amore.

da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger - Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, p. 20
Infine, ci siamo però trovati d’accordo sul fatto che le analisi del presente contengono sempre qualcosa di arbitrario e dipendono troppo dal punto di vista prescelto; non esiste d’altra parte una situazione mondiale uniforme. Il contesto di un uomo che vive in Mozambico o nel Bangladesh (tanto per prendere due esempi a caso) è completamente diverso da quello di una persona che vive in Svizzera o negli Stati Uniti. Abbiamo inoltre visto quanto cambino in fretta le circostanze e le coscienze sociali. È necessario intrattenere un dialogo con le varie mentalità, ma questo rientra nei compiti delle Chiese locali, che devono rispondere alla sfida delle diverse situazioni del nostro mondo.
Il Catechismo non procede comunque in maniera semplicemente deduttiva, perché la storia della fede è una realtà di questo mondo e ha creato la propria esperienza. Il Catechismo parte da essa e quindi ascolta il Signore e la sua Chiesa, trasmettendo la parola così udita nella sua logica intrinseca e nella sua forza interna
. Ciò nonostante, esso non è semplicemente “sovratemporale” e non vuole esserlo. Il Catechismo evita soltanto di legarsi troppo alle circostanze del momento, poiché desidera offrire il servizio dell’unità non solo in modo sincronico, per questa nostra epoca, ma anche in modo diacronico, per le generazioni che verranno, come hanno fatto i grandi Catechismi, soprattutto quelli del XVI secolo.


Il ruolo della sintesi e dell’immagine nell’enucleazione del centro

da J. Ratzinger, Dogma e predicazione, Queriniana, Brescia, 1974, p. 26
I Simboli [della fede], intesi come la forma tipica ed il saldo punto di cristallizzazione di ciò che si chiamerà più tardi dogma, non sono un’aggiunta alla Scrittura, ma il filo conduttore attraverso di essa; sono il canone nel canone, appositamente elaborato; sono per così dire il filo di Arianna, che permette di percorrere il Labirinto e ne fa conoscere la pianta.
Conseguentemente, non sono neppure la spiegazione che viene dall’esterno ed è riferita ai punti oscuri. Loro compito è, invece, rimandare alla figura che brilla di luce propria, dar risalto a quella figura
, in modo da far risplendere la chiarezza intrinseca della Scrittura.

[Contro questa visione del dogma] una tendenza molto più forte considera la fede della comunità in maniera completamente diversa: poiché, si dice, ciò che è comune ed oggettivo non può più essere fondato e colto, la fede allora è, di volta in volta, ciò che la comunità presente pensa e, nello scambio delle idee («dialogo»), raggiunge come convinzione comune. La «comunità» prende il posto della chiesa, la sua esperienza religiosa quello della tradizione ecclesiastica. Con una siffatta concezione si è abbandonato non solo la fede, nel senso vero e proprio del termine, ma si è rinunciato logicamente anche ad una reale predicazione ed alla chiesa stessa; il «dialogo», di cui ora si parla, non è una predicazione, ma un dialogo con se stessi, seguendo l’eco di antiche tradizioni.

[Contro la distorta visione del dogma della Messa da parte di Lutero e del protestantesimo]
"... una tendenza molto più forte considera la fede della comunità in maniera completamente diversa: poiché, si dice, ciò che è comune ed oggettivo non può più essere fondato e colto, la fede allora è, di volta in volta, ciò che la comunità presente pensa e, nello scambio delle idee («dialogo»), raggiunge come convinzione comune.
La «comunità-il popolo», ciò che oggi si attribuisce alla "assemblea", prende allora il posto della Chiesa, la sua esperienza religiosa personale o comunitaria, quello della tradizione ecclesiastica.
Con una siffatta concezione però, si è abbandonato non solo la fede della Chiesa, nel senso vero e proprio del termine, ma si è rinunciato logicamente anche ad una reale predicazione ed alla dottrina stessa della chiesa; il «dialogo», di cui ora si parla tanto, non è più lo strumento per una predicazione, ma un dialogo con se stessi... finalizzato ai propri compiacimenti..."

Parlando sempre della questione liturgica e del pensiero dottrinale protestante, insinuatosi nella Chiesa: Ratzinger Joseph, La trasmissione della fede, terza Conferenza a Notre-Dame 1982, affermava:
"Quando ciò avvenisse, sistematicamente, all'interno stesso della Chiesa, dovremo allora seriamente preoccuparci se un pensiero simile giungesse a toccare la liturgia, perché metterebbe senza dubbio in discussione la validità del dogma della transustanziazione e di tutta la dottrina della Grazia e della salvezza, da parte dei sacerdoti che, celebrando nelle proprie comunità, non fossero più controllati in ciò che dicono e compiono, laddove i vescovi non garantissero più quella vigilanza necessaria affinché la messa conservi tutta la sua validità..." 🤔🙏

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Il Catechismo del Concilio di Trento o Catechismo Romano

N.B. de Gli scritti
La tradizione rabbinica designa con il termine 'am ha-aretz (“popolo della terra”) colui che non studia la Torah e, quindi, pecca necessariamente perché non sa nemmeno quale sia la volontà di Dio perché non è in grado di conoscerla. In senso letterale è l’analfabeta che lavora la terra e non impara l’ebraico, ma, nel senso più profondo, è l’ignorante dei comandamenti di Dio.

bPes 49b
I nostri rabbini insegnavano: Un uomo deve sempre vendere tutto e sposare la figlia di uno studioso. Se non riesce a trovare la figlia di uno studioso, sposerà la figlia di uno dei grandi uomini della generazione (dei capi civili della comunità). Se non riesce a trovare la figlia di uno dei grandi uomini della generazione, sposerà la figlia del capo delle sinagoghe. Se non riesce a trovare la figlia del capo delle sinagoghe, sposerà la figlia di un amministratore delle elemosine. Se non riesce a trovare la figlia di un amministratore delle elemosine, sposerà la figlia di un insegnante di scuola elementare, ma non deve sposare la figlia di un 'am ha-aretz, perché loro sono detestabili e le loro mogli una ripugnanza e delle loro figlie è detto: "Maledetto chi si unisce con qualsiasi bestia…" (Dt 27,21).
R.Eleazar disse: "Un 'am ha-aretz si può pugnalare (anche) nel Giorno della Espiazione che cade di Sabato". Gli dissero i suoi discepoli: "Maestro, dici di macellarlo (ritualmente)!''. Rispose: "Ciò (la macellazione rituale) esige una benedizione, questo invece non esige alcuna benedizione".
R.Eleazar disse: "Viaggiando non ci si faccia compagnia con un 'am ha-aretz, perché è detto: 'Essa (la Torà) è la tua vita e la lunghezza dei tuoi giorni' (Dt 30,20). Vedendo che non gli importa la propria vita, tanto meno la vita del suo vicino!".
R.Samuel b.Nahmani disse nel nome di R.Johanan: "Uno può squarciare un 'am ha-aretz come un pesce! Disse R.Samuel b. Isaac: “(Ciò vuol dire) lungo le sue spalle".
Fu insegnato che R.Akiba disse: "Quando io ero un 'am ha-aretz dissi: vorrei avere uno studioso davanti a me, lo morderei come un asino".
Gli dissero i discepoli: "Maestro, dici: come un cane!". Rispose: "Il primo morde rompendo le ossa, mentre l'altro morde non rompendo le ossa".
Fu insegnato che R.Meir soleva dire: "Chiunque da in sposa la propria figlia ad un 'am ha-aretz è come se la legasse e la deponesse davanti a un leone. Come un leone calpesta e consuma e non ha vergogna, così un 'am ha-aretz la colpisce e coabita senza avere vergogna".
Fu insegnato che R.Elieser disse: "Se non fossimo utili a loro per affari, ci ucciderebbero". R.Hiyya insegnava: "Chiunque studia la Toràdi fronte ad un 'am ha-aretz è come se coabitasse con la sua sposa dì fronte a lui, perché è detto: 'Mosè ci ordinò la Torà, un’eredità (morashah) per la congregazione di Giacobbe" (Dt 33,4). Non leggere morashah ma me'orasah (sposa). L'odio con cui gli 'amme ha-aretz odiano gli studiosi è più grande dell’odio con il quale i pagani odiano Israele. E le loro mogli odiano molto di più.
Fu insegnato: colui che ha studiato e poi abbandonato (la Torà) odia gli studiosi più di tutti.
I nostri rabbini insegnavano: sei cose furono dette degli 'amme ha-aretz: "Non affidiamo loro la testimonianza, non accettiamo da loro la testimonianza. Non riveliamo a loro un segreto, non nominiamoli tutori degli orfani. Non eleggiamoli amministratori delle elemosine. Viaggiando non facciamoci con loro compagnia”. Alcuni dicono: “Non avvisiamoli se perdono qualcosa”.

Catechismo Tridentino, PREFAZIONE
1. L'uomo lasciato alle sole sue forze non è in grado di acquistare la vera sapienza e di trovare i mezzi sicuri per conseguire la beatitudine
La capacità dell'anima e della intelligenza umana è tale, che pur avendo questa potuto da se stessa investigare e conoscere, con molta fatica e diligenza, non poche cose riguardanti le verità divine, tuttavia col solo lume naturale non è mai arrivata a conoscere e ad apprendere la maggior parte dei mezzi con cui si acquista la salvezza eterna, scopo principale per cui l'uomo è stato creato e formato a immagine e somiglianza di Dio. "Poiché", come insegna l'Apostolo, "dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" (Rm 1,20). Invece "il mistero tenuto nascosto fin dai secoli remoti, e per tante generazioni", ossia il mistero di Cristo, supera talmente l'intelligenza umana, che se non fosse stato rivelato ai santi, cui Dio volle mostrare le ricchezze del la sua gloria in mezzo alle genti, nessuno avrebbe potuto aspirare a tale sapienza con qualsiasi sforzo umano.

2. L'origine dell'eccelso dono della fede
Poiché la fede nasce dall'ascoltare, è evidente la perenne necessità dell'opera e del ministero di maestri autorizzati, per conseguire la salvezza eterna. Ecco perché fu detto: "Come ascolteranno, se non c'è chi predica? E come possono predicare, se non ne hanno la missione?"(Rm 10,14-15). Perciò, fin dall'origine del mondo, Dio, che è pieno di clemenza e di benignità, non ha mai mancato di provvedere ai suoi eletti; ma "più volte e in molte maniere per mezzo dei profeti parlo agli antichi padri" (He 1,2), mostrando a loro secondo l'opportunità dei tempi, la via sicura e retta per la beatitudine celeste.

L'intervento di Cristo, degli Apostoli e dei loro successori 
Dio però, avendo promesso "un maestro di giustizia per illuminare le genti" (
Gioele,2,23), che avrebbe portato la sua salvezza" fino agli estremi confini della terra " (Is 49,6), "negli ultimi tempi ha parlato a noi nella persona del Figlio" (He 1,2), e "ha comandato con una voce venuta dal cielo nella gloriosa trasfigurazione", (2P 7,17) che tutti obbediscano ai suoi comandi. A sua volta il Figlio "destinò alcuni ad essere apostoli, altri costituì pastori e dottori" (Ep 4,14), perché annunciassero la parola di vita, per evitare che noi "fossimo sballottati da ogni vento di dottrina": ben fermi invece sul fondamento della fede, "fossimo compaginati nell'edificio di Dio per opera dello Spirito Santo" (Ep 2,22).

Accoglienza per la parola dei pastori della Chiesa
Per evitare poi che qualcuno ricevesse la parola di Dio dai ministri della Chiesa come parola umana, bensì l'accogliesse qual'é realmente, come parola di Cristo, il nostro Salvatore medesimo stabili di conferire al loro magistero tanta autorità, da affermare: "Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me" (Lc 10,16). E questo non intese riferirlo solo ai presenti cui si rivolgeva, ma a tutti quelli che per legittima successione avrebbero ricevuto l'ufficio d'insegnare, perché promise di assisterli sino alla fine del mondo (Cfr. Mt 28,20).

3.  Necessità della loro predicazione ai nostri giorni
Questa predicazione della parola di Dio, pur non dovendosi mai interrompere nella Chiesa, certamente deve essere promossa con più impegno e pietà ai nostri giorni; affinché i fedeli vengano nutriti e confortati dal pascolo vitale di un insegnamento sano e incorrotto. Infatti oggi sono sorti nel mondo dei falsi profeti, di cui il Signore aveva detto: "Non li mandavo come profeti ed essi correvano; non parlavo loro, ed essi profetavano" (Jr 23,21), per pervertire gli animi dei cristiani " con dottrine varie e peregrine " (He 13,9). E la loro empietà, addestrata a tutte le arti di Satana, sembra che non trovi più limiti. E se non ci potessimo appoggiare alla stupenda promessa del Salvatore, il quale affermo di aver dato alla sua Chiesa un fondamento cosi solido che le porte dell'inferno non avrebbero mai potuto prevalere contro di essa (Mt 16,18), ci sarebbe da temere che ai nostri giorni la Chiesa, assediata da ogni parte, assalita e combattuta da tante macchinazioni, fosse sul punto di crollare.
Per tacere di intere nobilissime provincie che un tempo erano attaccate con pietà e santità alla vera e cattolica religione, ricevuta dai loro maggiori, mentre adesso abbandonata la retta via, affermano di praticare in modo eccellente la pietà allontanandosi totalmente dalla dottrina dei loro padri, non esiste una regione cosi remota, né un luogo cosi ben custodito, né un angolo del mondo cristiano, dove tale peste non abbia tentato d'infiltrarsi.

I catechismi degli eretici
Coloro poi che si sono proposti di pervertire le menti dei fedeli, avendo capito che in nessun modo era possibile raggiungere tutti con la parola viva, per infondere nelle orecchie i loro discorsi avvelenati, tentarono di riuscire a spargere gli errori dell'empietà con un altro mezzo. Infatti, oltre ai grossi volumi con i quali hanno tentato di scalzare la fede cattolica (e da cui forse non è difficile guardarsi, perché contengono apertamente l'eresia), hanno anche scritto un numero quasi infinito di libretti, i quali con un'apparenza di pietà, sono in grado di ingannare in modo incredibilmente facile gli animi incauti dei semplici.
 
4.  Il proposito catechistico del Concilio Tridentino
Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, col vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male cosi grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le Chiese da parte di coloro cui spetta l'ufficio di legittimi pastori e insegnant


Il catechismo voluto dal Concilio e quelli già esistenti

E' vero che non pochi si sono già distinti per pietà e dottrina, in questo genere di componimenti, tuttavia i Padri Conciliari ritennero che sarebbe stato di massima importanza la pubblicazione di un libro, munito dell'autorità del Concilio, dal quale i parroci e tutti gli altri cui spetta il compito di insegnare, potessero attingere e divulgare norme sicure, per l'edificazione dei fedeli. Cosicché, come "uno è il Signore e unica la fede) (Ep 4,5), cosi fosse unica la regola comune nel trasmettere la fede, e nell'insegnare al popolo cristiano i doveri della pietà.


Limiti del nostro Catechismo

Essendo però assai numerose le cose riguardanti la professione della religione cristiana, nessuno pensi che il Concilio si sia proposto di comprendere e di spiegare appieno, in un solo libro, tutti i dogmi della fede cristiana: cosa che sono soliti fare coloro i quali insegnano l'origine e la dottrina di tutta la religione. Questa infatti sarebbe stata un'impresa lunghissima, e poco adatta allo scopo suddetto. Ma volendo istruire parroci e sacerdoti in cura d'anime, si è pensato di limitare l'esposizione alla conoscenza di quelle cose che sono maggiormente richieste al compito pastorale, e più proporzionate alla comprensione dei fedeli. Perciò vengono proposti qui soltanto quei punti di dottrina che possono aiutare lo zelo e la pietà dei pastori non troppo versati nelle dispute teologiche.
 

5.  Principi orientativi fondamentali dell'azione pastorale
Stando cosi le cose, prima di esporre i singoli trattati che ricapitolano questa dottrina, lo scopo fissato esige l'illustrazione di quei pochi fondamentali principi, che i pastori d'anime devono sempre considerare e tenere principalmente presenti.
Affinché, dunque, i pastori d'anime indirizzino tutte le loro deliberazioni, fatiche e industrie al debito fine, e possano facilmente conseguirlo, la prima cosa da ricordare sempre è la seguente: che tutta la scienza del cristiano si ricapitola in quel programma, stabilito dalle parole del Salvatore: "Questa è la vita eterna, che conoscono te, unico vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo" (Jn 17,3). Perciò l'impegno principale di quanti insegnano nella Chiesa sarà quello di suscitare nei fedeli il desiderio di conoscere "Gesù Cristo, e questo crocifisso" (1Co 2,3); e si persuadano bene e credano con intima pietà e devozione, che "non è stato dato agli uomini altro nome sotto il cielo, nel quale sia possibile salvarsi" (Atti 4,12), essendo egli la vittima di propiziazione per i nostri peccati (Cfr. 1Jn 2,2).
Siccome però "noi possiamo sapere di conoscere Lui, dal fatto che ne osserviamo i comandamenti" (1Jn 2,3), è strettamente legato al principio suddetto, che s'insegni ai fedeli a trascorrere la propria vita non già nell'ozio e nell'ignavia; che anzi "noi dobbiamo camminare come lui ha camminato" (1Jn 2,6), ed esercitarci con impegno nella giustizia, nella pietà, nella fede, nella carità e nella mansuetudine. Infatti "egli offri se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità, e per rendere il suo popolo mondo e applicato alle opere buone" (Tt 2,14), opere che l'Apostolo comanda ai pastori di illustrare e di raccomandare.
D'altra parte, avendo il Signore e Salvatore nostro affermato e dimostrato col suo stesso esempio che tutta la Legge e i Profeti si riducano alla carità (Cfr. Mt 22,40), e avendo poi l'Apostolo confermato che la carità è il fine dei precetti e la pienezza della legge (Rm 13,8), nessuno può dubitare che l'intento principale da perseguire con ogni diligenza sia quello di sollecitare il popolo dei credenti ad amare l'immensa bontà di Cristo verso di noi; cosicché, infervorato da un ardore divino, venga rapito da quel bene perfettissimo, aderendo al quale potrà godere la vera felicità colui che sarà in grado di ripetere col Profeta: "Che cosa vi è in cielo per me? e all'infuori di te, che cosa io bramo sulla terra?" (Ps 72,25). E in realtà è questa la via più sublime che l'Apostolo additava, quando indirizzava tutta la somma della sua dottrina e del suo insegnamento alla carità, la quale non verrà mai meno (1Co 13,8). In tal modo, qualunque cosa venga proposta, da credere, da sperare, o da compiere, in essa deve sempre essere raccomandata la carità del Signore nostro, cosicché ognuno capisca che tutte le opere della perfetta virtù cristiana non hanno altra origine e non hanno altro scopo all'infuori di questo amore soprannaturale.
 

6.  L'obbligo di adattarsi alla capacità di ciascuno
Se poi è vero che nell'impartire qualsiasi insegnamento ha grande importanza la maniera d'insegnare, questa è da ritenere addirittura grandissima nell'istruire il popolo cristiano. Va infatti tenuto conto dell'età, dell'intelligenza, delle abitudini e della condizione degli ascoltatori, in modo che l'insegnante si faccia tutto a tutti, per guadagnare tutti a Cristo (Cfr. 1Co 9,19-22) e, rendendosi ministro e dispensatore fedele (Cfr. 1Co 4,1,2), sia degno, quale "servo buono e fedele", di ricevere dal Signore autorità su molto (Cfr. Mt 25,23). Egli deve persuadersi che a lui sono affidati non soltanto uomini di una data categoria, da istruire su particolari norme e con una determinata formula, ma deve formare alla pietà tutti i fedeli. E siccome alcuni di essi sono "come bambini appena nati" (1P 2,2), altri cominciano a crescere in Cristo, mentre ce ne sono di quelli che hanno raggiunto l'età matura, è necessario considerare con diligenza chi ha bisogno del latte e chi del cibo solido, per offrire a ciascuno quell'alimento di dottrina che ne assicuri la crescita spirituale, "fino a che arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ep 4,13).
L'Apostolo indico tale dovere a tutti coloro che sono chiamati a questo ministero, dichiarando se stesso "debitore dei greci e dei barbari, dei sapienti e degli ignoranti" (Rm 1,14), per far comprendere che nell'esporre i misteri della fede e i precetti della vita bisogna adattare l'insegnamento alla comprensione e all'intelligenza degli ascoltatori; affinché nel fornire di cibo spirituale quelli che sono più preparati, non si lascino morir di fame i più piccoli che inutilmente chiedono il pane perché non c'è chi possa loro spezzarlo (Tren. 4,4).
Nessuno poi deve trascurare l'insegnamento per il fatto che talora bisogna istruire gli ascoltatori su dei precetti che sembrano meno importanti, e che per lo più vengono trattati non senza molestia da coloro che si occupano e si deliziano di argomenti più sublimi. Se infatti l'eterna sapienza del Padre discese sulla terra, per trasmetterci i precetti dell'eterna vita nell'umiltà della nostra carne, chi sarà colui che non si sentirà costretto dalla carità di Cristo a diventare bambino in mezzo ai suoi fratelli, e, simile a una nutrice che allatta i suoi figliuoli, non bramerà la salvezza del prossimo con tale ardore da dare per essi, come scriveva di se stesso l'Apostolo (1Th 2,7), non solo il Vangelo di Dio, ma anche la propria vita?
 
7.  La dottrina della fede è racchiusa nella Scrittura e nella Tradizione, nonché nel Credo, nei Sacramenti, e nel Decalogo e nell'Orazione domenicale
Ogni sorta di dottrina che deve essere insegnata ai fedeli è contenuta nella parola di Dio, distribuita nella S. Scrittura e nella Tradizione. Perciò i pastori d'anime si esercitino giorno e notte nella meditazione di queste due cose, ricordando l'ammonimento di S. Paolo a Timoteo: "Dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento" (1Th 4,13). "Tutta la Scrittura, infatti, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona" (2Th 3,7).
  
8. Molteplicità e varietà delle verità cosi trasmesse
Data però la molteplicità e varietà delle verità cosi trasmesse, al punto che risulta difficile comprenderle e, una volta comprese, non è facile ricordarle in modo da averle pronte quando capita l'occasione d'insegnarle, con grande saggezza i nostri maggiori ricapitolarono tutto il succo di questa dottrina salutare in quattro formule distinte, che sono: il Simbolo apostolico, i Sette Sacramenti, il Decalogo e l'Orazione Domenicale, o Padre NostroInfatti tutto quello che a norma della fede cristiana si deve ritenere e conoscere su Dio, sulla creazione e il governo del mondo, sulla redenzione del genere umano, sulla ricompensa dei buoni e sulla punizione dei malvagi, è contenuto nell'insegnamento del Simbolo. Quelli che formano i segni e come gli strumenti per procurarci la divina grazia sono racchiusi nell'insegnamento relativo ai Sette Sacramenti. Quanto poi si riferisce alle leggi, il cui fine è la carità, si trova descritto nel Decalogo. Finalmente tutto quello che gli uomini possono salutarmente desiderare, sperare e chiedere, è racchiuso nella Preghiera del Signore. Ecco perché spiegando queste quattro formule, che costituiscono come i punti comuni di riferimento della S. Scrittura, non rimane quasi più niente da insegnare circa le cose che il cristiano è tenuto a imparare e a desiderare.

Suggerimenti ai Parroci per unire alla spiegazione del Vangelo quella del Catechismo
Riteniamo quindi opportuno avvertire i Parroci che ogni qualvolta essi sono chiamati a spiegare un passo del Vangelo o qualsiasi brano della S. Scrittura, la materia di quel testo, qualunque esso sia, ricade sotto una delle quattro formule riassuntive suddette; e a quella essi dovranno ricorrere per trovarvi la fonte della spiegazione richiesta. Nel caso, p. es., che si debba spiegare il Vangelo della prima domenica d'Avvento: "Ci saranno segni nel sole, nella luna, ecc. " (Lc 21,25), quanto si riferisce a tale argomento si troverà in quell'articolo del Simbolo: "Verrà a giudicare i vivi e i morti". E cosi valendosi della spiegazione di quell'articolo, il pastore d'anime insegnerà insieme e il Credo e il Vangelo.

Perciò in ogni suo impegno d'insegnamento e d'interpretazione prenderà l'abitudine di riferire ogni cosa a quei quattro generi di argomenti, ai quali fanno capo, come abbiamo detto, tutti gli sforzi e gli insegnamenti della sacra Scrittura.
Nell'insegnare poi ognuno terrà quell'ordine che sembrerà più adatto alle condizioni di persona e di tempo. Noi però, seguendo l'autorità dei santi Padri, i quali nella iniziazione cristiana dei neofiti cominciavano dalla dottrina della fede, abbiamo giudicato opportuno mettere al primo posto quanto si riferisce alla fede

da Paolo Asolan, Per una più consapevole e vigorosa adesione al vangelo, Lateran University Press, in corso di pubblicazione
Il 15 gennaio 1969 Hubert Jedin – celebre storico del concilio tridentino[1] ed egli stesso coinvolto nello studio del congegno procedurale del Vaticano II e nella riforma degli studi teologici – pubblicò un articolo su L'Osservatore Romano, dal titolo Storia della Chiesa e crisi della Chiesa[2].
Tale crisi veniva da lui classificata come una crisi liturgica, dell'autorità e di fede: quest'ultima – la più grave – identificabile con il venir meno del «privilegio della Chiesa cattolica di dire chiaro e univocamente ai suoi fedeli ciò che devono credere»[3].
Lo storico paragonò i mutamenti ai quali la fede era sottoposta nell'immediato dopo Concilio a quelli avvenuti in due diversi passaggi cruciali della storia della Chiesa, e cioè il tramonto della cultura ellenistico-romana e la Riforma luterana
. In entrambi i casi, la vita e la missione della Chiesa poterono continuare sia per un rafforzamento dell'autorità istituzionale dei suoi pastori (debitamente ri-formata e ri-converita al suo statuto evangelico), sia per il ristabilimento della sicurezza della fede, dando così anche alla teologia un fondamento certo sopra il quale esercitarsi.

La Chiesa ha potuto resistere e sopravvivere a entrambe le crisi che noi abbiamo tirato in campo come oggetti di confronto, perché ha messo al primo posto la preservazione del patrimonio rivelato affidatole, mediante il magistero. La teologia dopo la caduta del mondo antico non ha potuto mantenersi all'altezza che aveva raggiunto all'epoca dei grandi Padri della Chiesa, con un Origene e un Agostino. Il magistero ecclesiatico ha ripiegato su formule come il Simbolo di fede niceno-costantinopolitano, il cosiddetto Credo di Atanasio ed altri Simboli, nella istruzione del popolo e nell'evangelizzazione segnatamente si è accontentata dei più semplici strumenti dottrinari, il Credo apostolico, il Pater noster e il decalogo»[4].
La tesi – del tutto condivisibile – dello storico è questa: anche in questa sorta di “automutilazione” (e, forse, proprio in virtù di essa) il magistero ha saputo/potuto conservare la continuità della fede, organicamente espressa nei Simboli della fede.
Da qui discende un corollario pastoralmente interessante e bisognoso di esprimersi praticamente in forme assai migliori di quanto non sia finora avvenuto: il magistero della Chiesa, non la teologia, è e rimane anche oggi la norma vincolante della nostra fede.
La teologia deve cercare (con la fede!) di impadronirsi del contenuto della fede, può renderne meglio intelligibili e comprensibili i misteri
, mostrando le relazioni che essi mutuamente intrattengono tra loro. Può/deve fare questo lavorando con il proprio metodo scientifico, svolgendo così un compito importante per il magistero stesso, ma non si identifica con esso.

Portatori del magistero sono e rimangono i successori degli apostoli.
Emerge sotto questo profilo, il compito fondamentale del vescovo e una nota saliente della sua figura la quale, nella percezione diffusa, «appare come
 la più sbiadita delle figure ecclesiali: riferita, perlopiù, al conferimento della cresima, o al ruolo di direzione della Chiesa (dei preti) su un determinato territorio, per mandato e in rappresentanza del Papa»[5].

In realtà, nella sua Chiesa egli è anzitutto testimone della fede in Cristo Risorto.
Nella prospettiva neo-testamentaria, infatti, il munus profetico non fa appello, nel suo riferimento genetico e nel suo nucleo sostanziale, a un dono di ispirazione individuale (“carismatico”, com'è invalso sempre più dire, non del tutto propriamente), ma allo spessore storico-biografico della fede testimoniale[6]Il vescovo, cioè, non è garante dell'ortodossia della fede in forza di un carisma soggettivo, e neppure della sua (peraltro auspicabile) competenza teologica, ma in forza della ininterrotta e incorrotta successione apostolica.
Rimanda egli stesso, cioè, a un evento e a una Persona storici, e li annuncia non come un fatto del passato, ma come un evento efficace, dinamico e prolettico.
La crisi della fede che stiamo attraversando, perciò, pone con sempre maggior rilievo, tra le esigenze strutturali della conversione pastorale, la
 forte connotazione del vescovo come pastore reale del popolo a lui affidato e primo testimone/confessore della fede apostolica. Non sarà un caso che il n. 8 del Motu proprio costituisca un invito che il Papa rivolge ai “Confratelli Vescovi di tutto l'orbe”.

[1] H. Strack – P. Billerbeck, Das Evangelium nach Matthäus, erläutert aus Talmud und Midrasch, München 1922, 357.

[2] Cfr. P. Sequeri, L’oro e la paglia, Milano, 1989.

[3] L. Bolzoni, Dante o della memoria appassionata, disponibile on-line sul sito www.gliscritti.it.

[4] Educare alla vita buona del Vangelo, 13.

[5] C.M. Martini, Educare nella postmodernità, Brescia, 2010, pp. 153-154. È evidente che la sintesi cristiana è diversa da quella proposta da un sistema come quello hegeliano: il Credo, ad esempio, è piuttosto simile all’armonia sintetica di un corpo, nel quale tutto è connesso ed articolato.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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