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Fin dal principio ( Leone XIII formazione del Clero) e i 25 anni di Pontificato raccontati da lui

Last Update: 2/15/2015 12:21 AM
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Leone XIII
Fin dal principio

Lettera Enciclica


La formazione del clero in Italia

8 dicembre 1902

Fin dal principio nostro pontificato ponendo Noi mente alle gravi condizioni della società, non tardammo a riconoscere, come uno dei più urgenti doveri dell’Apostolico ufficio fosse quello di rivolgere specialissime cure alla educazione del Clero. Vedevamo infatti che ogni nostro divisamento ad operare nel popolo una restaurazione di vita cristiana sarebbe tornato invano, ove nel ceto ecclesiastico non si serbasse integro e vigoroso lo spirito sacerdotale. Pertanto mai non cessammo, quanto era da Noi, di provvedervi, sia con opportune istituzioni, sia con parecchi documenti diretti a tale intento. Ed ora una particolare sollecitudine verso il Clero d’Italia Ci muove, Venerabili Fratelli, a trattare ancora una volta m argomento di grande rilievo.

Belle invero e continue testimonianze esso ne porge di dottrina, di pietà, di zelo; tra le quali Ci piace di additar con lode l’alacrità onde, secondando l’impulso e la direzione dei Vescovi, coopera al movimento cattolico che Ci è sommamente a cuore. Non possiamo tuttavia dissimulare la preoccupazione dell’animo Nostro al vedere come da qualche tempo vada qua e là serpeggiando una cotal brama d’innovazioni inconsulte, così, rispetto alla formazione, come all’anione multiforme dei sacri ministri.

Ora è facile avvisare le gravi conseguenze che sareb

bero a deplorarsi, ove a siffatte tendenze innovatrici non si apportasse pronto rimedio.

Ond’è che a preservare il clero italiano dalle influenze perniciose dei tempi, stimiamo cosa opportuna, Venerabili Fratelli, richiamare in questa Nostra lettera i veri e invariabili principi che debbono regolare l’educazione ecclesiastica e tutto il sacro ministero. Il Sacerdozio cattolico, divino nella sua origine, soprannaturale nella sua essenza, immutabile nel suo carattere, non è tale istituzione che possa accomodarsi alla volubilità delle opinioni e dei sistemi umani. Partecipazione del sacerdozio eterno di Gesù Cristo, esso deve perpetuare fino alla consumazione dei secoli la missione stessa dal divin Padre affidata al suo Verbo Incarnato: "Sicut misit me Pater, et ego mitto vos" (1Gv 20,21). Operare la salute eterna delle anime sarà sempre il grande mandato, a cui esso non potrà mai venire meno; come, per fedelmente attuarlo, non dovrà mai cessare di ricorrere a quei soprannaturali presidi e a quelle norme divine di pensiero e di azione che gli diede Gesù Cristo, quando inviava i suoi Apostoli per tutto il mondo a convertire i popoli al Vangelo, Quindi S. Paolo nelle sue lettere vien ricordando, non essere altro il sacerdote che il "legato", il "ministro di Cristo", il "dispensatore dei suoi misteri" (2Cor 5,20; 6,4; 1Cor 4,1), e ce lo rappresenta quasi collocato in luogo eccelso (cf. Hb 5,1), quale intermediario fra il ciclo e la terra per trattare con Dio gl’interessi sommi dell’uman genere, che sono quei della vita sempiterna. Tale il concetto che i Libri santi ne danno del Sacerdozio cristiano, cioè di un’istituzione soprannaturale, superiore a tutti gl’istituti terreni e affatto separata da essi come il divino dall’umano.

La stessa alta idea emerge chiara dalle opere dei Padri, dal magistero dei Romani Pontefici e dei Vescovi, dai decreti dei concili, dall’unanime insegnamento dei Dottori e delle Scuole cattoliche. Che anzi tutta la tradizione della Chiesa è una voce sola nel proclamare che il Sacerdote è un "altro Cristo", e che il Sacerdozio "si esercita bensì in terra, ma va meritamente annoverato tra gli ordini del cielo" (S. Io. chrysostomus, De Sacerdotio, lib. III, n. 4), "poiché gli sono date da amministrare cose del tutto celesti, e gli è conferito un potere che Dio non affidò neppure agli Angeli"; potere e ministero che riguardano il governo delle anime, ossia "l’arte delle arti". Perciò educazione, studi, costumi, quanto insomma si attiene alla disciplina sacerdotale, venne sempre dalla Chiesa considerato come un tutto a sé, non pur distinto, ma separato altresì dalle ordinarie norme del vivere laicale.

Tal distinzione e separazione deve dunque rimanere inalterata anche ai tempi nostri, e qualunque tendenza ad accomunare o confondere l’educazione e la vita ecclesiastica con la educazione e la vita laicale, ha da giudicarsi riprovata nonché dalla tradizione dei secoli cristiani, ma dalla dottrina stessa apostolica e dagli ordinamenti di Gesù Cristo.

Certamente nella formazione del clero e nel ministero sacerdotale ragion vuole che si abbia riguardo alle varie condizioni dei tempi. Quindi è ben lungi da Noi il pensiero di rigettare quei mutamenti che rendano l’opera del Clero sempre più efficace nella società in mezzo a cui vive; che anzi appunto per tale considerazione Ci è sembrato conveniente di promuovere in esso una più solida e squisita coltura, e di aprire un campo più largo al suo ministero.

Ma ogni altra innovazione che potesse recare qualche pregiudizio a ciò ch’è essenziale al sacerdote, dovrebbe riguardarsi come affatto biasimevole. Il sacerdote è sopra tutto costituito maestro, medico e pastore delle anime, e guida ad un fine che non si chiude nei termini della vita presente. Ora non potrà egli mai corrispondere appieno a cosi nobili uffici, se non sia, quant’è mestieri, versato nella scienza delle cose sacre e divine; se non sia fornito a dovizia di quella pietà che ne fa un uomo di Dio; se non ponga ogni cura in avvalorare i suoi insegnamenti colla efficacia dell’esempio, conforme all’ammonimento dato ai sacri pastori dal Principe degli Apostoli: "Forma facti gregis ex animo" (1Pt 5,3). Comunque volgano i tempi, e le condizioni sociali cangino e si tramutino, queste sono le proprie e massime doti che debbono rifulgere nel sacerdote cattolico, giusta i principi della fede; ogni altro corredo naturale ed umano m certo commendevole, ma non avrà rispetto all’ufficio sacerdotale, che una secondaria e relativa importanza.

Se pertanto è ragionevole e giusto che il Clero si pieghi, fin dove è lecito, ai bisogni dell’età presente, è altresì doveroso e necessario che alla prava corrente del secolo, non che cedere, fortemente resista.
E ciò, mentre risponde naturalmente all’alto fine del sacerdozio, vale altresì a renderne più fruttuoso il ministero, crescendogli decoro e procacciandogli rispetto.

Ora è noto pur troppo come lo spirito del naturalismo tenti inquinare ogni parte anche più sana del corpo sociale: spirito che inorgoglisce le menti e le ribella ad ogni autorità; che avvilisce i cuori e li volge alla ricerca dei beni caduchi, trascurati gli eterni. Di questo spirito, così malefico e già troppo diffuso, grandemente è a temere che qualche influsso non possa insinuarsi anche fra gli ecclesiastici, massime fra i meno esperti. Tristi effetti ne sarebbero, il venir meno a quella gravità di condotta, che tanto si addice al sacerdote; il cedere con leggerezza al fascino di ogni novità; il diportarsi con indocilità pretenziosa verso i maggiori; il perdere quella ponderatezza e misura nel discutere che tanto è necessaria, particolarmente in materia di fede e di morale. Ma effetto ben più deplorevole, perché congiunto col danno del popolo cristiano, ne seguirebbe nel sacro ministero della parola, inducendovi un linguaggio non conforme al carattere di banditore del l’Evangelo.

Mossi da tali considerazioni, Noi sentiamo di dover nuovamente e con più vivo studio raccomandare, che innanzi tutto i Seminari siano con gelosa cura mantenuti nello spirito proprio, così rispetto all’educazione della mente come a quella del cuore.
Non si perda giammai di vista, ch’essi sono esclusivamente destinati a preparare i giovani non ad uffici umani, per quanto legittimi ed onorevoli, ma all’alta missione, poc’anzi accennata, di ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio" (1 Cor 4,1).

Da tale riflesso, tutto soprannaturale, sarà sempre agevole, come notammo già nella Enciclica al Clero di Francia data l’8 settembre 1899, ritrarre norme preziose non pure per la retta formazione dei chierici, ma per allontanare altresì dagl’Istituti, nei quali si educano, ogni pericolo così interno come esterno, d’ordine morale o religioso.

Rispetto agli studi, poiché il clero non dev’essere estraneo agli avanzamenti d’ogni buona disciplina, si accetti pure quanto di veramente buono ed utile si riconosca negl’innovati metodi: ogni tempo suole contribuire al progresso del sapere umano, Però vogliamo che su tal proposito siano ben ricordate le prescrizioni Nostre intorno allo studio delle lettere classiche, e principalmente della Filosofia, della Teologia, e delle scienze affini: prescrizioni che demmo in più documenti, massime nella detta Enciclica, di cui Ci piace perciò trasmettere a voi un esemplare. unito alla presente.

Sarebbe al certo desiderabile che i giovani ecclesiastici potessero tutti com’è dovere, fornire il corso degli studi sempre all’ombra dei sacri Istituti. Ma poiché gravi ragioni talora consigliano che alcuni di essi frequentino le pubbliche Università, non si dimentichi con quali e quante cautele i vescovi debbano ciò loro permettere. Vogliamo del pari che si insista sulla fedele osservanza delle norme contenute in altro più recente documento, in special modo per quanto concerne le letture od altro che potesse dare occasione ai giovani di prender parte comecchessia ad agitazioni esterne.

Così gli alunni dei Seminari, facendo tesoro di un tempo prezioso è colla massima tranquillità degli animi, potranno raccogliersi tutti intorno a quegli studi che li rendono maturi ai grandi doveri del sacerdozio, singolarmente al ministero della predicazione e delle confessioni. Ben si rifletta, quanto grave sia la responsabilità di quei sacerdoti che, in tanto bisogno del popolo cristiano, trascurano di prestar l’opera propria nell’esercizio di questi sacri ministeri; e di coloro altresì che non vi portano una illuminata operosità: sì gli uni come gli altri mal corrispondono alla propria vocazione in cosa che troppo importa alla salute delle anime. E qui dobbiamo richiamare l’attenzione vostra, Venerabili Fratelli, sulla speciale Istruzione che volemmo data in ordine al ministero della divina parola; e desideriamo che se ne traggano più copiosi frutti. Rispetto poi al ministero delle confessioni, si rammenti quanto severe suonino le parole del più insigne e mite dei moralisti verso coloro che non dubitano di sedere inetti nel tribunale dipendenza; e come non meno severo sia il lamento dell’insigne Pontefice Benedetto XIV, che poneva tra le maggiori calamità della Chiesa il difetto nei confessori di una scienza teologica morale qual s’addice alla gravità di così santo ufficio.

Ma al nobile scopo di preparare degni ministri del Signore è necessario, Venerabili Fratelli, che sia volto, e con sempre maggior vigore e vigilanza, oltre l’ordinamento scientifico, anche il disciplinare e l’educativo dei vostri Seminari.

Non vi si accolgano che giovani i quali offrano fondate speranze di voler consacrarsi in perpetuo al ministero ecclesiastico. Si tengano segregati dal contatto e più dalla convivenza con giovani non aspiranti al sacerdozio: tale comunanza potrà per giuste e gravi cause tollerarsi a tempo e con singolari cautele, finché non sia dato di pienamente provvedere, conforme allo spirito della disciplina ecclesiastica. Si rimandino quanti nel corso della loro educazione manifestassero tendenze meno convenevoli alla vocazione sacerdotale, e nell’ammettere i chierici agli ordini sacri si usi somma ponderazione, giusta l’ammonimento gravissimo di San Paolo a Timoteo: "Manus cito nemini ìmposueris" (1 Tm 5,22). In tutto ciò conviene posporre qualsiasi altra considerazione, che sarebbe sempre da ritenersi inferiore a quella rilevantissima della dignità del sacro ministero.

Importa poi grandemente, che a formare negli alunni del santuario un’immagine viva di Gesù Cristo, nel che si assomma tutta l’educazione ecclesiastica, i moderatori e gl’insegnanti alla diligenza e alla perizia propria del loro ufficio congiungano l’esempio di una vita al tutto sacerdotale. La condotta esemplare di chi presiede, massime ai giovani, è il linguaggio più eloquente e persuasivo per ispirare negli animi loro il convincimento dei propri doveri e l’amore al bene. Un’opera di tanto rilievo richiede principalmente dal direttore di spirito prudenza non ordinaria e cure indefesse; onde un tale ufficio, che desideriamo non manchi in verun Seminario, vuol essere affidato ad ecclesiastico molto esperto nelle vie della perfezione cristiana.

Ed a lui non sarà mai abbastanza raccomandato d’infondere e coltivare negli alunni colla maggiore sodezza quella pietà la quale è per tutti feconda, ma specialmente per il clero, di utilità inestimabili (cf. 1Tm 4,7-8). Perciò sia egli sollecito di premunirli altresì da un pernicioso inganno, non infrequente tra i giovani, cioè di lasciarsi talmente prendere all’ardore degli studi, da non curar poi a dovere il proprio avanzamento nella scienza dei Santi, Quanto più la pietà avrà messo radici profonde nei chierici, tanto meglio saranno temprati a quel forte spirito di sacrificio, ch’è al tutto necessario per zelare la gloria divina e la salvezza delle anime.

Non mancano, la Dio mercé, nel clero italiano sacerdoti che diano nobili prove di quanto possa un ministro del Signore, penetrato di siffatto spirito, mirabile la generosità di quei tanti che per dilatare il regno di Gesù Cristo, corrono volenterosi in lontane terre ad incontrare fatiche, privazioni e stenti d’ogni maniera, ed anche il martirio.

Di questa guisa, scorto da provvide ed amorevoli cure nella conveniente coltura dello spirito e dell’ingegno, verrà a grado a grado formandosi il giovane levita, quale lo richiedono la santità della sua vocazione ed i bisogni del popolo cristiano. Il tirocinio in verità non è breve; eppure vorrà essere protratto anche oltre il tempo del Seminario. Conviene infatti che i giovani sacerdoti non siano lasciati senza guida nelle prime fatiche, ma vengano confortati dalla esperienza dei più provetti che ne maturino lo zelo, la prudenza, e la pietà; ed è spediente altresì che, ora con esercitazioni accademiche, ora con periodiche conferenze, si allarghi l’uso di tenerli continuamente esercitati negli studi sacri. E’ manifesto, Venerabili Fratelli, che quanto abbiamo sin qui raccomandato, lungi dal menomamente nuocere, giova anzi in singolare modo a quella operosità sociale del Clero, da Noi in più occasioni inculcata come necessaria al nostri giorni. Poiché coll’esigere la fedele osservanza delle nome da Noi richiamate, si viene a tutelare ciò che di siffatta operosità dev’essere l’anima e la vita.

Ripetiamo dunque anche qui, e più altamente, esser mestieri che il Clero vada al popolo cristiano, insidiato da ogni parte, e con ogni sorta di fallaci promesse adescato segnatamente dal socialismo ad apostatare dalla fede avita; subordinando però tutti la propria azione all’autorità di coloro, "cui lo Spirito Santo ha costituito Vescovi per reggere la Chiesa di Dio"; senza di che seguirebbe confusione e disordine gravissimo, a detrimento anche della causa che hanno a difendere e a promuovere.

Anzi a tal fine desideriamo che i candidati al sacerdozio, sul termine della loro educazione nei Seminari, vengano convenientemente ammaestrati nei documenti pontifici che riguardano la questione sociale e la democrazia cristiana, astenendosi peraltro, come più sopra abbiamo detto, dal prendere qualsiasi parte al movimento esterno.
Fatti poi sacerdoti si volgano con particolare studio al popolo, stato sempre l’oggetto delle più amorose cure della Chiesa, Togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; raffermare gli adulti nella Fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscano veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnare sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, nei quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civile convivenza: tale è nelle precipue sue parti il nobile compito della loro azione sociale. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo esposto a capo dei fratelli, principalmente "animarum causa" ( S. gregorio M., Regula Past.. parte II, e. VII.). Qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo, a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe esser che altamente riprovata.

Ecco quanto, Venerabili Fratelli, la coscienza dell’Apostolico ufficio C’imponeva di far rilevare, considerate le condizioni odierne del Clero d’Italia. Non dubitiamo, che in cosa di tanta gravità ed importanza, alla sollecitudine Nostra voi saprete congiungere le più solerti ed amorose industrie del vostro zelo, ispirandovi specialmente ai luminosi esempi del grande Arcivescovo, San Carlo Borromeo. Pertanto a dare effetto a queste Nostre prescrizioni, avrete cura di fame argomento delle vostre regionali Conferenze, e di consigliarvi su quei provvedimenti pratici che secondo i particolari bisogni delle singole Diocesi vi sembreranno più opportuni.

Ai divisamenti ed alle deliberazioni nostre non mancherà, ove sia d’uopo, il presidio della Nostra autorità.

Ed ora con parola che ne viene spontanea dall’intimo del Nostro cuore paterno, Ci volgiamo a voi, quanti siete sacerdoti d’Italia, raccomandando a tutti e a ciascuno, che mettiate ogni impegno nel corrispondere sempre più degnamente allo spirito proprio della vostra eccelsa vocazione. A voi ministri del Signore diciamo con più ragione che non disse S, Paolo ai semplici fedeli: "Obsecro itaque vos ego vinctus in Domino, ut digne ambuletis vocatione, qua vocati estis" (Eph 4,1). L’amore della comune madre la Chiesa rinsaldi e rinvigorisca tra voi quella Concordia di pensiero e di azione, che raddoppia le forze e rende più feconde le opere. In tempi tanto infesti alla religione e alla società, quando il Clero di ogni nazione è chiamato ad unirsi compatto per la difesa della fede e della morale cristiana, si appartiene a voi, figli dilettissimi, cui particolari vincoli congiungono a questa sede Apostolica, precedere a tutti gli altri con l’esempio, ed essere i primi nella illimitata obbedienza alla voce e ai comandi del Vicario di Gesù Cristo.

Così le benedizioni di Dio scenderanno copiose, quali Noi le invochiamo, a mantenere il Clero d’Italia sempre degno delle illustri sue tradizioni.

Auspice intanto dei divini favori sia l’apostolica benedizione, che a voi, Venerabili Fratelli, ed a tutto il Clero alle vostre cure affidato, con effusione di cuore impartiamo.

Dato a Roma, presso S. Pietro, nel dì sacro alla Immacolata Concezione di Maria, 8 Dicembre 1902, anno vigesimo quinto del Nostro Pontificato.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/8/2012 12:04 AM
 
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Leone XIII
Vigesimo quinto anno
Lettera Apostolica


Pervenuti all’anno vigesimoquinto del Nostro ministero Apostolico, e meravigliando Noi stessi del cammino in mezzo a cure ardue e incessanti percorso, Ci sentiamo naturalmente tratti ad innalzare il pensiero a Dio benedetto, che volle concederCi fra tanti benefici anche una diuturnità di Pontificato che novera appena qualche esempio nella storia. Al Padre di tutti, a Lui che tiene in Sue mani il segreto della vita, salga quindi, come un vivo bisogno del cuore, l’inno del ringraziamento. Certo pupilla umana non può penetrar tutto il consiglio divino sopra così protratta e punto sperata longevità, e Noi qui non possiamo che adorare in silenzio: una cosa però ben sappiamo, ed è che, se Gli piacque e Gli piace di conservare ancora questa Nostra esistenza, Ci incombe un obbligo altissimo; di vivere cioè al bene e all’incremento dell’immacolata Sua sposa la Chiesa, e di non isgomentarCi dinanzi alle sollecitudini e alle fatiche, consacrando ad essa fin quest’ultimo avanzo delle Nostre forze.

Dopo siffatto tributo di doverosa riconoscenza al Padre nostro che è ne’ Cieli, a cui sia gloria ed onore in eterno, ben Ci torna grato di rivolgere il pensiero e la parola a voi, Venerabili Fratelli, chiamati dallo Spirito Santo a reggere elette porzioni del gregge di Gesù Cristo, e che per ciò stesso partecipate con Noi alle lotte e ai trionfi, ai dolori e alle gioie del ministero pastorale. No, non Ci cadranno mai dalla memoria le prove molteplici e preclare del religioso ossequio che Ci veniste porgendo lungo il corso del Nostro Pontificato, ripetute con gara amorevole nella congiuntura presente. Stretti a voi intimamente per debito d’uffizio e paternità d’affetto, oltremodo gradite Ci giungono coteste devote testimonianze vostre, non tanto per ciò che s’attiene alla Nostra persona, quanto per l’alto significato che assumono di adesione a questa Sede Apostolica, centro e perno di tutte l’altre sedi del mondo cattolico.

Se mai fu d’uopo che si tenessero gelosamente congiunti in carità reciproca, in medesimezza di pensieri e propositi, così da formare un sol cuore ed un’anima sola, tutti i gradi gerarchici della Chiesa, ciò è più che mai necessario ne’ tempi che corrono. Chi può infatti ignorare quanto larga cospirazione di forze miri oggidì a rovesciare e disperdere la grande opera di Gesù Cristo, tentando con una pertinacia che non conosce confini di distruggere nell’ordine intellettuale il tesoro delle Celesti dottrine, sovvertire nell’ordine sociale le più sante, le più salutifere istituzioni cristiane? Ma già voi stessi queste cose ogni dì toccate con mano, voi che Ci avete più volte manifestato le vostre preoccupazioni ed angosce, lamentando la colluvie di pregiudizi, di falsi sistemi e di errori che si van propagando a man salva in mezzo alle moltitudini. Quante insidie si tendono ovunque alle anime credenti! Con quanti impedimenti si cerca tutto il giorno di affievolire e render possibilmente nulla l’azione benefica della Chiesa! E intanto, quasi per aggiungere al danno lo scherno, rivolgesi sulla stessa Chiesa l’accusa di non sapere ripigliare l’antica virtù e infrenare le torbide ed invadenti passioni che minacciano ogni estrema rovina.

Ben vorremmo intrattenervi, o Venerabili Fratelli, di argomento più giocondo, che meglio armonizzasse con la lieta occasione che Ci muove a parlarvi. Ma non lo comportano né le gravi pressioni della Chiesa che domandano istantemente sollievo, né le condizioni della società contemporanea, la quale per l’abbandono delle grandi tradizioni cristiane, se molto già si travaglia moralmente e materialmente, a peggio s’incammina, essendo legge di Provvidenza, confermata dalla storia, non potersi scalzare i grandi principi religiosi, senza commuovere le basi del prospero vivere civile.

Fra tali condizioni, a rifornire opportunamente gli animi di lena, di coraggio, di fede, giova il considerare nella sua genesi, nelle sue cause, nelle svariate sue forme, la guerra che arde ai danni della Chiesa e rilevarne le funeste conseguenze, e additarne i rimedi. Onde, pur richiamando quanto altre volte fu detto, suoni alto la Nostra parola, e non soltanto ai devoti figli della cattolica unità, ma ai dissidenti altresì, ed anco ai miseri che non credono, tutti essendo figli dell’istesso Padre, e ordinati allo stesso bene supremo; e suoni quasi testamento che, poco discosti come siamo dalle porte dell’eternità, vogliamo consegnare alle genti con desiderio e con augurio di comune salute.

La Santa Chiesa di Cristo dovette sostenere in ogni tempo contrasti e persecuzioni per la Verità, per la giustizia. Istituita da Lui medesimo per propagar nel mondo il regno di Dio, e mercé la luce della legge evangelica guidare la decaduta umanità a un soprannaturale destino, cioè all’acquisto di beni immortali da Dio promessi, ma superiori alle nostre forze, urtò necessariamente contro le passioni che pullularono al piè dell’antica decadenza e corruzione, vale a dire contro l’orgoglio, la cupidigia e l’amore sfrenato dei godimenti terreni, e contro i vizi e i disordini che da esse procedono, e che nella Chiesa trovarono sempre il più poderoso ritegno. Né il fatto di queste persecuzioni vorrà recarCi stupore, se furono dal divino Maestro a nostra norma predette, e se sappiamo che dureranno quanto il mondo.

Che disse infatti a’ suoi Discepoli, inviandoli a portare il tesoro delle sue dottrine a tutte le genti? Ognuno lo sa: "Sarete perseguitati di città in città, sarete odiati e vilipesi per il mio nome, sarete tradotti innanzi ai tribunali e condannati a supremi patimenti". E volendo incoraggiarli alla prova, additò se come esempio: "Se il mondo vi odia sappiate che prima di voi ha odiato me" (Joan. .XV, 18). Ecco le gioie, ecco le ricompense promesse quaggiù.

Niuno certo, stando ai criteri d’una giusta e sensata estimazione delle cose, saprebbe spiegarsi il motivo d’un odio siffatto. Chi offese mai, o in che demeritò il divin Redentore? Disceso tra gli uomini per impulso di carità infinita, aveva insegnato una dottrina immacolata, confortatrice, efficacissima ad affratellare l’umanità nella pace e nell’amore; non aveva agognato né grandezze terrene, né onori, non aveva usurpato il diritto di alcuno: era stato invece sommamente pietoso ai deboli, ai malati, ai poveri, ai peccatori, agli oppressi, onde la sua vita non fu che un passaggio per seminare tra gli uomini a larga mano il benefizio. Bisogna dir qui che fu puro eccesso di umana malizia, tanto più deplorevole quanto più ingiusto, s’Egli nondimeno, secondo il vaticinio di Simeone, diventò veramente il segno della contraddizione: "signum cui contradicetur" (Luc. II, 34).

Qual meraviglia pertanto se la Chiesa cattolica, che è la continuazione della Sua divina missione e la depositaria incorruttibile delle Sue Verità, incontrò la medesima sorte? Il mondo è sempre uguale a se stesso; accanto ai figli di Dio si trovano costantemente i satelliti di quel grande avversario del genere umano che, ribelle all’Altissimo fin da principio, vien designato nel Vangelo come il principe di questo mondo; e perciò il mondo dinanzi alla legge e a chi gliela presenta in nome di Dio, sente rinfocolarsi in uno smisurato orgoglio lo spirito di una indipendenza, a cui non ha diritto.

Ah! quante volte, in periodi più procellosi, con inaudita crudeltà e sfacciatissime ingiustizie e con danno evidente dell’intera comunanza sociale si collegarono i nemici alla folle impresa di sopraffare l’opera divina! E non riuscendo una forma di persecuzione, ne tentavano delle altre. L’impero romano per tre lunghi secoli, abusando della forza brutale, sparse di martiri ogni sua provincia, e bagnò del lor sangue ogni zolla di questa sacra Roma; e l’eresia di concerto, ora in maschera, ora spavalda, col sofisma e colle insidie, ricorse alla prova per romperne almeno l’armonia e l’unità. Seguitano appresso a scatenarsi, come procella devastatrice, da settentrione le orde dei barbari e da mezzogiorno l’Islamismo, lasciando dopo di sé la rovina e il deserto. E di questa guisa travasandosi di secolo in secolo la trista eredità dell’odio contro la Sposa di Cristo, succede un cesarismo, che, sospettoso e prepotente, ingelosito dell’altrui grandezza, quantunque se ne avvantaggiasse anche la propria, rinnova senza tregua gli assalti per conculcarne la libertà ed usurparne i diritti. Ne sanguina il cuore a vederla stretta così sovente ad angustie e da dolori inenarrabili. Tuttavia trionfatrice di tutti gli ostacoli, le violenze, le oppressioni, dilatando sempre più le sue pacifiche tende, salvando il glorioso patrimonio delle arti, della storia, delle scienze, delle lettere e facendo penetrare profondamente nella compagine dell’umano consorzio lo spirito del Vangelo, formò appunto quella civiltà che fu chiamata cristiana e che apportò alle nazioni, che ne raccolsero il benefico influsso, la equità delle leggi, la mitezza dei costumi, la protezione dei deboli, la pietà pei poveri e per gl’infelici il rispetto ai diritti e alla dignità di tutti, e quindi, per quanto è possibile in mezzo alle tempeste umane, quel riposato vivere civile, che deriva dal migliore accordo tra la libertà e la giustizia.

Eppure, anche dopo saggi così patenti, prolungati e sublimi della intrinseca sua bontà, in età a noi più vicine non men che nel tempo di mezzo e nell’antico, vediamo la Chiesa avvolta in lotte sotto un certo rispetto più dure e penose. Per una serie di cause storiche notissime, la così detta Riforma del secolo sedicesimo, innalzato il vessillo della ribellione, prese a ferirla nel cuore combattendo fieramente il Papato; e spezzato il vincolo dell’antica unità di giurisdizione e di Fede, che raccoglieva i popoli sotto ali materne in un solo ovile, raddoppiandone spesso nell’armonia dei propositi la forza, il prestigio, la gloria, introdusse negli ordini cristiani una disgregazione lacrimevole ed esiziale. Non vogliamo dire con ciò che fin dalle prime mosse si avesse in mente di bandire dal mondo il dominio delle Verità sovrannaturali: ma rifiutata da un lato la prerogativa del Seggio romano, causa effettiva e conservatrice dell’unità, e stabilito dall’altro il principio del libero esame, fu scossa dall’imo fondo la struttura del divino edifizio, ed aperto il varco a variazioni infinite e dubbi e negazioni, eziandio in materia di capitale importanza, a segno da sorpassare la previsione degli stessi novatori.

Dischiuso così il cammino, sopraggiunge il filosofismo orgoglioso e beffardo del secolo decimottavo, e va più oltre. Ei toglie a scherno il sacro codice delle Scritture e ripudia in fascio tutte le Verità divinamente rivelate, coll’intento finale di spegnere nella coscienza delle nazioni ogni religiosa credenza, ogni alito di spiriti cristiani. Uscirono da queste fonti i funesti e deleteri sistemi del razionalismo e panteismo, del naturalismo e materialismo, che instaurano sotto nuova sembianza errori antichi già pur confutati vittoriosamente dai Padri e apologisti de’ tempi cristiani: di guisa che i superbi delle moderne età, per troppo voler vedere da sé, traveggono, vaneggiando col gentilesimo perfino intorno agli attributi dell’anima propria, e alle sorti immortali che la privilegiano.

La guerra alla Chiesa assumeva per tal modo un aspetto di maggior gravità che in passato, non meno per la veemenza, che per l’universalità dell’assalto. Poiché l’odierna miscredenza non si ferma al dubbio o alla negazione di questa o quella Verità di Fede, ma impugna bensì il complesso dei principi consacrati dalla Rivelazione e suffragati dalla sana filosofia: di quei principi sacrosanti e fondamentali, che apprendono all’uomo, lo contengono nel dovere, gl’infondono coraggio e rassegnazione, e promettendogli incorruttibile giustizia e beatitudine perfetta al di là della tomba, gli inculcano di subordinare il tempo all’eterno, la terra al cielo. E che si sostituisce a questi dettami, a questi incomparabili conforti della Fede? Uno spaventoso scetticismo che agghiaccia i cuori e soffoca ogni magnanima aspirazione della coscienza.

E dottrine tanto funeste trapassarono purtroppo, come vedete, o Venerabili Fratelli, dal giro delle idee nella vita esteriore e negli ordini pubblici. Grandi e possenti Stati vanno di continuo traducendole in pratica, avvisandosi di capitanare in tal maniera i progressi del comune incivilimento. E quasi non dovessero i pubblici poteri accogliere e rispecchiare in se quanto v’ha di più sano nella vita morale, si tengono sciolti dal dovere di onorare pubblicamente Iddio; e troppo sovente accade, che vantandosi indifferenti a tutte le religioni, osteggiano l’unica stabilita da Dio.

Dal quale sistema di ateismo pratico doveva necessariamente derivare, e derivò una profonda perturbazione dell’ordine morale, per essere la Religione il precipuo fondamento della giustizia e dell’onestà, come pure intravidero famosi savi dell’antichità pagana. Poiché rotti i vincoli che legano l’uomo a Dio, assoluto ed universale Legislatore e Giudice, non si ha più che una parvenza di morale puramente civile o, come dicono, indipendente, la quale prescindendo dalla ragione eterna e dai divini precetti, mena inevitabilmente per la propria china all’ultima e fatale conseguenza di costituire l’uomo legge a se stesso. Il quale, incapace di adergersi sull’ali della speranza cristiana ai beni superni, non cercherà che un pasto terreno nella somma dei godimenti e degli agi della vita, acuendo la sete dei piaceri, la cupidigia delle ricchezze, l’avidità dei rapidi e smodati guadagni senza riguardo a giustizia, infiammando le ambizioni e la smania di appagarle anche illegittimamente; e ingenerando infine il disprezzo delle leggi e della pubblica autorità e una generale licenza di costumi, che trae seco un vero decadimento della civiltà.

Esageriamo forse le tristi conseguenze del doloroso perturbamento? Ma la realtà che tocchiamo con mano conferma anche troppo le nostre deduzioni, ed è visibile che, se non si ripara in tempo, le basi della civil convivenza vacillano, scardinandosi anche i sovrani principi del diritto e della morale eterna. Ond’ebbero a soffrirne gravemente tutte le parti del corpo sociale, cominciando dalla famiglia.

Perché lo stato laico, senza guardare né i confini, né lo scopo essenziale de’ suoi poteri, stese la mano a dissacrare il vincolo coniugale, spogliandolo del carattere religioso, invase quanto poté il diritto naturale dei genitori nella educazione della prole, e sovvertì in parecchi luoghi la stabilità delle nozze, sanzionando colla legge la malnata licenza del divorzio.

E ognuno scorge di qual natura ne sieno i frutti moltiplicandosi oltre ogni dire i casi di matrimoni maturati unicamente da passioni ignobili, e quindi in breve tempo disciolti o degeneranti in tragici lutti, o infedeltà scandalose; e non diciamo della prole innocente, negletta o pervertita dai mali esempi dei genitori, o dal veleno prodigatole dallo Stato ufficialmente laico.

E con la famiglia ne va di mezzo l’ordine sociale e politico, massimamente per i nuovi placiti che alterarono il giusto concetto del potere sovrano col falsarne l’origine. E infatti, posto che l’autorità di reggere scaturisca formalmente dal consenso delle moltitudini, e non da Dio principio supremo ed eterno d’ogni potere, essa perde al cospetto dei sudditi il suo più augusto carattere e degenera in una sovranità artificiale, assisa su di un fondamento labile e mutevole, come la volontà degli uomini.

E non se ne vedono forse gli effetti anche nelle pubbliche leggi? Le quali troppo spesso, anzi che la ragione scritta, rappresentano solo la forza numerica e la prevalente volontà di un partito politico.

Per ciò stesso si blandiscono gli appetiti licenziosi delle moltitudini, si lascia libero il freno alle passioni popolari, ancorché perturbatrici della operosa tranquillità cittadina, salvo il ricorrere più tardi, ne’ casi estremi, a repressioni violente e sanguinose.

Similmente col ripudio delle influenze cristiane, nelle quali è connaturata la virtù di affratellare le genti e raccoglierle come in una grande famiglia, prevalse a poco a poco nell’ordine internazionale un sistema di egoismo o di gelosia, per cui le nazioni si guardano reciprocamente, se non con livore, certo con diffidenza di emule. Laonde nelle loro imprese sono di leggieri tentate a mettere in dimenticanza l’alto concetto della moralità e della giustizia e il patrocinio del debole e dell’oppresso, curando soltanto, nel desiderio d’accrescere le ricchezze nazionali senza alcun limite, l’opportunità e l’utilità del riuscire e la fortuna de’ fatti compiuti, nella sicurezza di non essere richiamate da alcuno al rispetto del diritto. Criteri funesti, che consacrano la forza materiale, quasi legge suprema del mondo; d’onde l’aumento progressivo e smisurato degli apprestamenti guerreschi, ossia quella pace armata paragonabile per molti riguardi ai più disastrosi effetti della guerra.

E il lamentato turbamento morale fu seme d’inquietudini nel ceto popolare, di malessere, di spiriti contumaci: indi agitazioni e disordini frequenti che preludono a più gravi tempeste.

Le misere condizioni di tanta parte del popolo minuto, certo degnissimo di redenzione e di sollievo, servono però mirabilmente ai disegni di destri agitatori, e segnatamente delle fazioni socialistiche, che, per via di folli promesse alle plebi, s’avanzano al compimento de’ più truci propositi.

E poiché chi precipita per una china bisogna che alla fine tocchi il fondo, ecco che la logica vendicatrice de’ principi maturò financo una vera associazione di delinquenti, d’istinti affatto selvaggi, che apportò fin dai primi colpi il più grave sgomento. Costituita solidamente e con legami internazionali, essa è già in grado di alzare ovunque la scellerata mano, senza temere ostacoli, né indietreggiare dinanzi a qualsiasi misfatto. I suoi affiliati, rompendo ogni vincolo col mondo civile, con le leggi, con la religione, con la morale, prendono il nome di anarchici, proponendosi di distruggere, con tutti i mezzi che può suggerire una passione cieca e feroce, da cima a fondo l’ordinamento sociale. E siccome questo riceve unità e vita dall’autorità imperante, contro l’autorità sono principalmente rivolti i suoi colpi. Chi non dovette inorridire con un fremito di pietà e d’indignazione, a vedere nello spazio di pochi anni aggrediti e trucidati imperatori, imperatrici, re, capi di potentissime repubbliche, e non per altro che per essere stati investiti dell’autorità sovrana? (1).

Di fronte a tanta mole di mali che incombono e di pericoli che sovrastano, è debito Nostro ammonire di nuovo e scongiurare, come facciamo, tutti gli uomini di buona volontà, e più coloro che seggono più in alto, a riflettere sopra gli adeguati rimedi ed attuarli con prontezza e previdente energia. Intorno a che urge per prima cosa riconoscere quali sono, e ponderarne il valore.

Udimmo già esaltare al cielo i benefizi della libertà e magnificarla come farmaco sovrano e strumento incomparabile di pace operosa e di prosperità. Ma i fatti la chiarirono inefficace all’uopo. Conflitti economici, contese di classe, divampano da ogni parte, e di riposato vivere cittadino non si vedono pur gl’inizi. Che anzi ognuno può esser testimonio che la libertà, quale oggi la intendono, largita promiscuamente al vero e al falso, al bene e al suo contrario, non riuscì che ad abbassare quanto vi è di nobile, di santo, di generoso, e a spianare la via a delitti, a suicidi, ad ogni sfogo di volgari passioni.

Fu detto eziandio che il perfezionamento della istruzione, rendendo più colte e illuminate le moltitudini, le avrebbe premunite sufficientemente contro le malsane tendenze e ritenute entro i confini dell’onestà e della rettitudine. Sennonché una dura realtà ci fa tuttodì toccar con mano a che approdi l’istruzione destituita di una soda educazione religiosa e morale. Le menti giovanili nella loro inesperienza e nel bollor delle passioni restano prese al fascino delle massime perverse, particolarmente di quelle che il giornalismo più indisciplinato non si perita di seminare a larga mano, e che pervertendo l’intelletto e la volontà, alimentano quello spirito di orgoglio e d’insubordinazione che turba sì spesso la pace delle famiglie e delle città.

Molto pure si confidò ne’ progressivi incrementi scientifici; e di grandi per fermo, inaspettati, meravigliosi ne vide l’ultimo secolo. Ma è poi vero che abbiano effettivamente recata quella ubertà di frutti, piena e rinnovatrice, che era nel desiderio e nell’aspettazione di tanti?

Il volo della scienza dischiude certamente orizzonti nuovi all’intelletto, allargò il dominio dell’uomo sulla natura corporea, e se ne avvantaggiò in cento guise la vita terrena. Ma nondimeno si sente da tutti e si confessa da molti, che l’effetto è riuscito inferiore alle speranze. Né si può dire altrimenti, chi guardi allo stato degli animi e dei costumi, alla statistica della delinquenza, ai sordi rumori, che ascendono dal basso, al predomino della forza sul diritto. A non ridire delle plebi immiserite, basta anche uno sguardo superficiale per avvedersi che una tristezza indefinibile pesa sulle anime e un vuoto profondo sta nei cuori. L’uomo signoreggiò la materia, ma questa non ha potuto dargli ciò che non ha; e le grandi questioni che si riferiscono a’ suoi più alti interessi la scienza umana non le ha risolute; la sete di Verità, di virtù, dell’infinito, tornò inestinta; e la terra arricchita di tesori e di gioie e le accresciute comodità della vita non scemarono punto le morali inquietudini.

Dovranno dunque esser disprezzati o non curati gli acquisti della cultura, del sapere, dell’incivilimento, e di una libertà temperata e ragionevole? No certo: devono all’opposto essere custoditi, promossi e tenuti in gran conto, come un capitale prezioso, atteso che essi sono altrettanti mezzi di lor natura buoni, voluti e ordinati da Dio medesimo a gran pro dell’umana famiglia. Nell’usarli però conviene aver l’occhio all’intendimento del Creatore, e fare che non vadano scompagnati mai dall’elemento religioso nel quale risiede appunto la virtù, che li avvalora e li rende degnamente fruttiferi. Sta qui il segreto del problema. Quando un essere organico intristisce e declina, ciò proviene dal cessato influsso delle cause che gli diedero forma e consistenza; e non c’è dubbio che, a rifarlo sano e fiorente, bisogna restituirlo ai vitali influssi di quelle medesime. Or bene, nel folle tentativo di emanciparsi da Dio, il civile consorzio rigettò il soprannaturale e la divina Rivelazione, sottraendosi così alla vivificatrice efficienza del Cristianesimo, vale a dire alla più solida garanzia dell’ordine, al più potente vincolo della fratellanza, alla sorgente inesauribile delle virtù individuali e pubbliche; e dipende da questa dissennata apostasia lo sconvolgimento della vita pratica. Al grembo del Cristianesimo deve dunque tornare la traviata società, se a lei cale il benessere, il riposo, la salute.

Come il Cristianesimo non scende in nessun’anima senza renderla migliore, così non entra nella vita pubblica d’uno Stato senza rinvigorirla nell’ordine; con l’idea di un Dio provvido, sapiente, infinitamente buono e infinitamente giusto, fa penetrare nella coscienza il sentimento del dovere, addolcisce le sofferenze, calma i rancori, ispira l’eroismo. Se trasformò le genti pagane, e tale trasformazione fu vero risorgimento da morte a vita, di guisa che tanto cessò la barbarie quanto si estese il Cristianesimo, egli saprà del pari, dopo le terribili scosse dell’incredulità, riavviare e ricomporre nell’ordine gli Stati e i popoli odierni.

Ma non è detto tutto: il ritorno al Cristianesimo non sarà rimedio verace e compiuto, se non significa ritorno e amore alla Chiesa una, santa, cattolica, apostolica. Poiché il Cristianesimo si attua e si immedesima nella Chiesa Cattolica, società sovranamente spirituale e perfetta, che è il Mistico Corpo di Gesù Cristo ed ha per suo Capo visibile il Romano Pontefice, successore del Principe degli Apostoli.

Essa è la continuatrice della missione del Salvatore, figlia ed erede della sua Redenzione; essa propagò il Vangelo sopra la terra e lo difese a prezzo del Suo Sangue; ed essa nelle promesse della divina assistenza e dell’immortalità, non patteggiando mai con l’errore, reca in atto il mandato di serbare integra la dottrina di Cristo fino all’ultimo dei secoli.

Maestra legittima della morale evangelica, non solo diventa la consolatrice e salvatrice delle anime, ma eziandio fonte perenne di giustizia e carità, come pure propagatrice e tutrice della vera libertà e dell’unica possibile eguaglianza.

Applicando la dottrina del suo divin Fondatore, mantiene con ponderato equilibrio i giusti limiti in tutti i diritti e in tutte le prerogative colla collettività sociale. E l’uguaglianza che proclama, conserva intatta la distinzione dei vari ordini sociali, dalla natura evidentemente richiesti; la libertà che apporta, alfine d’impedire l’anarchia della ragione emancipata dalla Fede e abbandonata a se stessa, non lede i diritti della libertà, che sono superiori a quelli della Verità, non i diritti della giustizia che sono superiori a quelli del numero e della forza, non i diritti di Dio, che sono superiori a quelli dell’uomo.

E non è men feconda di buoni effetti nell’ordine domestico. Perché non solo resiste alle male arti con che la licenza dell’incredulità attenta alla vita della famiglia, ma prepara e conserva l’unione e la stabilità coniugale, ne tutela e promuove l’onestà, la fedeltà, la santità.

E di pari passo sorregge e rinsalda l’ordine civile e politico, da un lato aiutando efficacemente l’autorità, e porgendosi amica dall’altro alle savie riforme, alle giuste aspirazioni dei sudditi; imponendo rispetto ed ubbidienza ai Principi, e difendendo in ogni caso i diritti imprescrittibili della coscienza umana. E per tal modo i popoli ossequenti alla Chiesa, si manterranno, sua mercé, egualmente lontani dalla servitù e dal dispotismo.

Consapevoli appunto di questa divina virtù, Noi, fin dall’esordio del Nostro Pontificato, Ci siamo studiosamente adoperati a mettere in vista e in rilievo i benefici intendimenti della Chiesa, e ad estenderne il più possibile col tesoro delle sue dottrine la salutare azione. E a questo fine furono diretti gli Atti precipui del Nostro Pontificato, segnatamente le Encicliche sulla filosofia cristiana, sulla libertà umana, sul matrimonio cristiano, sulla setta dei Massoni, sui poteri pubblici, sulla costituzione cristiana degli Stati, sul socialismo, sulla questione operaia, sui principali doveri dei cittadini cristiani e sopra argomenti affini.

Ma il voto ardente del Nostro cuore non fu quello soltanto d’illuminare le menti, sibbene di muovere e purificare i cuori, indirizzando i Nostri sforzi a far rifiorire in mezzo ai popoli le virtù cristiane. Non cessammo quindi, con esortazioni e consigli, di sollevare gli animi a quei beni che non sono caduchi, procurando d’ordinare il corpo all’anima, l’uomo a Dio, il pellegrinaggio terreno alla vita Celeste.

Benedetta dal Signore, poté contribuire la Nostra parola a rafforzare le convinzioni di molti, a meglio illuminarli nell’ardue questioni presenti, a stimolare il loro zelo, a promuovere opere svariate che sorsero e continuano a sorgere in tutti i paesi, particolarmente a benefizio delle classi diseredate, ravvivando quella carità cristiana, che in mezzo al popolo trova il suo campo prediletto. Se il raccolto della messe, Venerabili Fratelli, non fu più copioso, adoriamo Iddio arcanamente giusto, e supplichiamoLo ad un tempo d’impietosirsi alla cecità di tanti e tanti, ai quali sventuratamente è applicabile il pauroso lamento dell’Apostolo: "Il Dio di questo secolo accecò le menti degli infedeli, sì che ad essi non risplende la luce del Vangelo, gloria di Cristo" (II Cor. IV, 4).

Secondo che la Chiesa Cattolica spiega il suo zelo a bene morale e materiale de’ popoli, purtroppo questi figli delle tenebre si levano astiosi contro di lei, e niun mezzo lasciano intentato a fine d’offuscarne la divina bellezza e intralciarne l’opera vitale e redentrice. Quanti sofismi mettono in opera, quante calunnie! E una delle loro più perfide arti si è di rappresentare la Chiesa al cospetto dei volghi imperiti, e de’ governi gelosi, come avversa ai progressi della scienza, come nemica della libertà, usurpatrice dei diritti dello Stato, e invaditrice del campo della politica. Stolte accuse, mille volte ripetute e mille volte distrutte dalla ragione, dalla storia, dal consenso degli uomini onesti e amici del vero.

La Chiesa nemica della scienza e della cultura? Essa è certamente vigile custode del dogma rivelato; ma questa vigilanza non fa che renderla fautrice benemerita della scienza ed autrice d’ogni buona cultura. No, coll’aprire le menti alle rivelazioni del Verbo, Verità suprema e principio originale di tutte le verità, non si pregiudicherà mai e per nessun rispetto alle cognizioni razionali; che anzi le irradiazioni del mondo divino aggiungeranno sempre potenza e chiarezza all’intelletto umano, preservandolo, nelle questioni di maggiore importanza, da incertezze angosciose e da errori. Del resto diciannove secoli di gloria conquistata dal Cattolicismo in tutti i rami del sapere, bastano ampiamente a distruggere la mendace asserzione. Alla Chiesa Cattolica vuolsi infatti attribuire il merito d’aver propagata e difesa la sapienza cristiana, senza la quale il mondo giacerebbe ancora nelle tenebre delle superstizioni pagane e nello stato abietto della barbarie; ad essa d’aver conservato e trasmesso i preziosi tesori delle lettere e della scienza antica; d’avere aperto le prime scuole del popolo e creato università, che esistono e sono celebri anche ai giorni nostri; d’aver raccolto sotto le sue ali protettrici gli artisti più insigni e d’avere ispirato la letteratura più alta, pura e gloriosa.

La Chiesa nemica della libertà? Ahi, quanto si travisa un concetto che sotto questo nome racchiude uno dei più preziosi doni di Dio, e viene invece adoperato a giustificare l’abuso e la licenza! Se per la libertà voglia intendersi l’andare esente da ogni legge e da ogni freno per far quello che più talenta, essa si avrà certo la riprovazione della Chiesa al pari che quella d’ogni anima onesta; ma se per libertà s’intende la facoltà ragionevole d’operare speditamente e largamente il bene, secondo le norme della legge eterna, nel che appunto consiste la libertà degna dell’uomo e proficua alla società, niuno più della Chiesa la favorisce, l’incoraggia e protegge. Ella infatti con la dottrina e l’azione sua affrancò l’umanità dal peso della schiavitù, annunziando la gran legge dell’uguaglianza e della fraternità umana; in ogni età assunse il patrocinio de’ deboli e degli oppressi contro la prepotenza de’ forti; rivendicò col sangue de’ suoi Martiri la libertà della coscienza cristiana, restituì al fanciullo ed alla donna la dignità della loro nobile natura e la partecipazione agli stessi diritti di rispetto e di giustizia, concorrendo grandemente ad introdurre e mantenere la civile e politica libertà dei popoli.

La Chiesa usurpa i diritti dello Stato e invade il campo politico? Ma la Chiesa sa ed insegna che il suo divin Fondatore ordinò di rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, sanzionando in tal guisa la distinzione immutabile e perpetua dei due poteri, ambedue supremi nel loro rispettivo ordine; distinzione feconda, che ebbe tanta parte nello sviluppo della civiltà cristiana. E aliena nel suo spirito di carità da ogni mira ostile, non intende che a coordinarsi a fianco de’ poteri politici, per operare sì sullo stesso soggetto, che è l’uomo, e sulla stessa società, ma per quelle vie e per quegli alti intenti che s’attengono alla sua divina missione. Ove l’opera sua fosse senza sospetti accolta, non farebbe che agevolare gl’innumerevoli vantaggi sopra ricordati. La supposizione di mire ambiziose nella Chiesa altro non è che una vecchia calunnia, della quale i suoi potenti nemici si servirono come di pretesto per coonestare le loro oppressioni; e la storia, meditata senza preconcetti, testifica ampiamente che la Chiesa, anziché tentar mai di sopraffare, fu invece, ad immaginare del divin suo Fondatore, vittima più volte di sopraffazioni ed ingiustizie; appunto perché la sua potenza consiste nella forza del pensiero e della verità, non in quella dell’armi.

Siffatte e simili accuse muovono dunque da pretto maltalento. E in quest’opera perniciosa e sleale va innanzi agli altri una setta tenebrosa, che la società porta da lunghi anni nei suoi fianchi, come un morbo letale, che ne contamina la sanità, la fecondità e la vita. Personificazione permanente della rivoluzione, costituisce una specie di società a rovescio, il cui scopo è un predominio occulto sulla società riconosciuta, e la cui ragione d’essere consiste nella guerra a Dio e alla sua Chiesa. Non sarebbe d’uopo neppur nominarla, ché tutti raffigurano a questi contrassegni la massoneria, della quale parlammo di proposito nella Nostra Enciclica "Humanum genus" del 20 Aprile 1884, denunziandone le malefiche tendenze, le false dottrine, le opere nefaste. Questa setta, che abbraccia nell’immensa rete quasi tutte le nazioni e si collega con altre sette, che muove con occulti fili, allettando i suoi affiliati con l’esca de’ vantaggi che loro procura, piegando i reggitori ai suoi disegni or con promesse, or con minacce, è giunta ad infiltrarsi in tutti gli ordini sociali ed a formare quasi uno stato invisibile ed irresponsabile nello Stato legittimo. Piena dello spirito di Satana che, come diceva l’Apostolo, sa all’uopo trasfigurarsi in angelo di luce (II Cor. XI, 14), vanta fini umanitari, ma tutto sfrutta ad intento settario, e mentre dichiara di non aver mire politiche, esercita larga azione nel movimento legislativo e amministrativo dello Stato; mentre professa rispetto alle autorità imperanti e perfino alla Religione, mira come a scopo supremo (ed i suoi stessi regolamenti lo affermano) allo sterminio dell’impero e del sacerdozio considerati da essa come nemici della libertà.

Or si fa sempre più manifesto che alle suggestioni e alla complicità di questa setta vanno attribuite in gran parte le continue vessazioni contro la Chiesa, come pure la recrudescenza di recenti attacchi. Ed invero la contemporaneità della persecuzione, scoppiata testé come procella a ciel sereno, cioè senza cause adeguate all’effetto; il genere identico della preparazione fatta con la stampa giornaliera, con adunanze pubbliche e produzioni teatrali; l’impiego, dappertutto, delle medesime armi della calunnia e dell’eccitamento popolare, mostrano l’identità dei propositi e la parola d’ordine uscita da uno stesso centro di direzione. Episodio del resto che si associa a quel piano prestabilito, e che si va largamente traducendo in atto, per moltiplicare i danni già da Noi annoverati, e soprattutto per restringere fino alla totale esclusione l’insegnamento religioso, formando così generazioni d’indifferenti e d’increduli; per impugnare con la stampa la morale della Chiesa, per schernirne finalmente le pratiche e profanarne le feste.

Vien da sé che il Sacerdozio cattolico, chiamato a diffondere praticamente la Religione e a dispensarne i misteri, sia preso di mira con maggiore accanimento, per diminuirne l’autorità ed il prestigio al cospetto del popolo. Già l’audacia cresce di giorno in giorno interpretandone sinistramente gli atti, dando corpo a’ sospetti, e gettandogli addosso le più volgari accuse; e cresce in proporzione della impunità che possono ripromettersi. Così nuovi danni si aggiungono a quelli che soffre da parecchio tempo per il tributo che il Clero deve pagare alla milizia e che lo toglie a confacente preparazione religiosa, e per la spogliazione del patrimonio ecclesiastico, costituito liberamente dalla pietà e generosità de’ fedeli.

E gli Ordini e Sodalizi religiosi, che nella pratica de’ consigli evangelici diventano la gloria non meno della Religione che della società, quasi avessero dinanzi a’ nemici della Chiesa una colpa di più, sono acerbamente fatti segno al vilipendio. E Ci duole il dover rammentare come antecedentemente siano stati colpiti da odiose e immeritate misure, che ogni anima onesta ha dovuto altamente riprovare. Non valse a salvarli l’integrità della vita, sulla quale non si poterono accertare dagli stessi nemici imputazioni serie e fondate; il diritto di natura, che consente l’associazione per fini onesti, né la legge costituzionale che la sancisce; non il favore del popolo riconoscente ai preziosi servigi resi con le scienze, le arti, l’agricoltura, ed alla carità profusa sopra la classe numerosa dei poveri. Così uomini, donne, figli del popolo, che avevano rinunziato spontaneamente alle gioie della famiglia, per consacrare al bene del prossimo, in pacifiche aggregazioni, la giovinezza, i talenti, l’attività, la vita, furono, come congreghe di delinquenti, fra tanta ampiezza di libertà, dannati all’ostracismo.

Né farà meraviglia che i figli più cari sieno così percossi, quando non è meglio trattato il Padre, vogliamo dire il Capo medesimo della Cattolicità, il Romano Pontefice. I fatti sono ben conosciuti. Rapitagli col principato civile quell’indipendenza che gli è necessaria per la sua missione universale e divina, forzato nella stessa sua Roma a chiudersi nella propria dimora, perché stretto da potenza nemica (2), fu ridotto, nonostante irrisorie malleverie di rispetto e precarie promesse di libertà, in condizioni anormali, ingiuste e indegne dell’eccelso suo ministero.

Noi siamo pur troppo consapevoli degli ostacoli che Gli si creano intorno, travisando spesso i suoi intendimenti ed oltraggiandone la dignità; di guisa che si fa sempre più evidente che la rapina della civile sovranità fu compiuta per abbattere a poco a poco la stessa spirituale potestà del Capo della Chiesa; ciò che del resto si è senza ambiguità confessato da coloro che ne furono i veri autori. Fatto che, a ponderarne gli effetti, non è soltanto impolitico, ma eziandio antisociale, perché le ferite inflitte alla Religione sono come altrettante ferite portate al cuore della società. Iddio, infatti, che dotava l’uomo di qualità essenzialmente sociali, nella sua provvidenza fondava altresì la sua Chiesa e la collocava. secondo il linguaggio biblico, sul monte di Sion, affinché servisse di luce e col suo raggio fecondatore svolgesse il principio della vita nei molteplici aspetti della società umana, comunicandole norme sapienti e Celesti, con le quali potesse prendere l’assetto più conveniente. La società pertanto che si sottrae alla Chiesa, che è parte considerevole della sua forza, decade o rovina, separando ciò che Iddio volle congiunto.

Noi non Ci siamo stancati d’inculcare in ogni opportuna occorrenza siffatte Verità, e abbiamo voluto farlo nuovamente e di proposito in questa congiuntura straordinaria. Faccia il Signore, che ne piglino lena e norma i fedeli a coordinare più efficacemente al bene comune la loro azione; e lume ne traggano gli avversari da poter comprendere l’ingiustizia che compiono perseguitando la Madre più amorosa, la più fidata benefattrice dell’umanità.

Non vorremmo che il quadro delle dolorose condizioni presenti avesse punto da abbattere nell’animo de’ credenti la piena fiducia nel divino aiuto, che maturerà a suo tempo e per le sue vie il finale trionfo. Noi siamo altamente contristati nell’intimo del cuore, non però trepidi degl’immortali destini della Chiesa. La persecuzione, come dicemmo da principio, è il suo retaggio, perché Iddio ne trae beni più alti e preziosi, provando e purificando i Suoi figli. Ma pur permettendo le vessazioni e i contrasti, manifesta la Sua divina assistenza, che fornisce mezzi nuovi ed impensati, onde l’opera resta e ricresce senza che prevalgano le forze congiurate a suo danno. Diciannove secoli di vita, durata tra il flusso e riflusso delle umane vicende, insegnano che le tempeste non toccano il fondo, e passano.

E possiamo ben confortarCi, perché anche il momento presente porta in sé dei contrassegni che mantengono inalterata la Nostra fiducia. Le difficoltà sono formidabili e straordinarie, è vero, ma altri fatti, che si svolgono sotto i Nostri sguardi, pur n’attestano che Dio compie le sue promesse con bontà e sapienza ammirabile. Ecco mentre tante forze cospirano contro la Chiesa ed essa va destituita cotanto di aiuto e di appoggi umani, tuttavia giganteggia nel mondo ed estende la sua azione tra le genti più disparate sotto ogni clima. No, l’antico principe di questo mondo non potrà più spadroneggiare come prima, dopo che ne fu cacciato da Gesù Cristo, e i tentativi di Satana apporteranno, sì, de’ mali, ma non approderanno al fine.

Già una calma soprannaturale, mantenuta dallo Spirito Santo, che aleggia e vive nella Chiesa, regna pur ora non solo nelle anime de’ buoni, ma nel complesso della Cattolicità; calma che si svolge serena mediante l’unione più stretta e devota che mai, dell’Episcopato con questa Cattedra Apostolica, formando un meraviglioso contrasto di fronte alle agitazioni, a’ dissidi, e al pullulare continuo delle sette che turbano la tranquillità sociale. Unione che armonicamente si riproduce, feconda in opere svariatissime di zelo e di carità, tra i Vescovi e il clero e tra questo e il laicato cattolico, il quale va più compatto ed immune da rispetti umani, disciplinandosi all’azione, ridestandosi in una generosa gara per difendere la causa santa della Religione. Oh! è questa l’unione che abbiamo inculcata e inculchiamo di nuovo, e che benediciamo, affinché pigli più largo incremento e si opponga, come invincibile muro, all’impeto de’ nemici di Dio.

Niente più ovvio allora che, quasi polloni che germogliano appiè dell’albero, rinascano, si rinvigoriscano, e si ricompongano tante associazioni, quali anche ai nostri giorni ci allietano nel seno della Chiesa. Nessuna forma di cristiana pietà vuol dirsi da essa negletta, o si guardi a Gesù e agli adorabili suoi misteri, o alla potentissima Madre, o ai Santi che brillarono di più viva luce per insigni virtù. E ad un tempo nessuna forma di beneficenza vediamo dimenticata, se in tanti modi si pensa ovunque e alla educazione religiosa della gioventù e alla assistenza dei malati, alla moralità del popolo e a soccorrere le classi diseredate. E con quanta rapidità si dilaterebbe e di quanto maggiori giovamenti sarebbe fecondo questo movimento, sol che non trovasse frequente intoppo di ingiuste ed ostili disposizioni!

E il Signore, che mantiene tanta vitalità della Chiesa nelle regioni che essa da lunga età possiede e si son fatte civili, ci vien consolando altresì di nuove speranze, merce lo zelo de’ suoi Missionari, i quali non scoraggiati dai corsi pericoli e da privazioni e sacrifizi d’ogni genere, cresciuti di numero, vanno acquistando intere contrade al Vangelo ed alla civiltà, e serbansi mirabilmente costanti, ancorché ripagati spesso di detrazioni e calunnie, a somiglianza del divin Maestro.

Le amarezze son dunque temperate da conforti, e tra le difficoltà della lotta abbiamo assai di che rinfrancarCi e sperare. Cosa invero che dovrebbe suggerire utili riflessioni ad ogni osservatore intelligente e non traviato da passione, e fargli intendere che come Dio non lasciò l’uomo in balìa di se stesso riguardo al fine ultimo di tutta la vita e perciò ha parlato, così parla anche al presente nella Sua Chiesa da divino aiuto visibilmente soffusa, manifestando da qual parte sta la Verità e la salute. Ad ogni modo, questa perenne assistenza servirà ad infondere ne’ vostri cuori l’invincibile speranza che, nel momento segnato dalla Provvidenza, la Verità, rotta la nebbia con cui si tenta di circondarla, rifulgerà più piena in un lontano avvenire, e che lo spirito del Vangelo tornerà a ravvisare le membra sì stanche e corrotte di questa dissipata società.

Noi dal canto Nostro non mancheremo, o Venerabili Fratelli, di cercare che s’affretti il giorno delle misericordie di Dio, cooperando alacremente, com’è Nostro debito, a difesa e incremento del Suo regno sulla terra. A voi non abbiamo esortazioni da fare. Ci è nota la vostra sollecitudine pastorale. Possa la fiamma che arde il vostro cuore trasfondersi sempre più in tutti i ministri del Signore, che partecipano all’opera vostra. Essi si trovano a contatto immediato col popolo e ne conoscono appieno le aspirazioni, i bisogni, le sofferenze, come pure le insidie e le seduzioni da cui è circondato. E se, pieni dello spirito di Gesù Cristo, e mantenendosi in una sfera superiore alle passioni politiche, coordineranno alla vostra la loro azione, riusciranno con la benedizione di Dio ad operar meraviglie, illuminando le moltitudini con la parola, attirandone i cuori con la soavità dei modi, coadiuvandole caritatevolmente nel progressivo miglioramento delle loro condizioni.

E il clero si troverà corroborato dall’azione intelligente ed operosa di tutti i fedeli di buona volontà; così i figli che gustarono le tenerezze della loro Madre la Chiesa, degnamente la ripagheranno con l’accorrere in difesa del suo onore e delle sue glorie. Ciascuno può contribuire a questa opera doverosa e sommamente meritoria: i dotti e letterati con l’apologia e con la stampa quotidiana, strumento potente e di cui tanto abusano i nostri avversari; i padri di famiglia e gli istitutori con una cristiana educazione de’ figliuoli, i magistrati e i rappresentanti del popolo con la saldezza dei buoni principi e la integrità del carattere, tutti col professare senza rispetto umano le proprie credenze.

Il tempo esige altezza di sentimenti, generosità di propositi, regolarità di disciplina. La quale dovrà soprattutto dimostrarsi con la sottomissione fiduciosa e perfetta alle norme direttive della Santa Sede, mezzo precipuo per togliere o attenuare il danno delle opinioni di partito quando dividono, e per coordinare tutti gli sforzi a servizio d’un intento superiore, che è il trionfo di Gesù Cristo nella Sua Chiesa.

Questo è il dovere de’ Cattolici; il successo finale a Colui che veglia amorosamente e sapientemente sull’immacolata Sua Sposa, e del quale sta scritto: "Gesù Cristo ieri ed oggi: Egli sempre nei secoli" (Hebr. XIII, 8). A Lui anche in questo momento rivolgiamo umile e calda la nostra preghiera, a Lui che amando d’amore infinito l’errante umanità nella sublimità del martirio se ne fece vittima espiatoria; a Lui che assiso, benché invisibile, sulla mistica nave della Sua Chiesa, può, imperando al mare ed ai venti commossi, sedar la procella.

E voi senza dubbio, o Venerabili Fratelli, supplicherete volentieri insieme a Noi affinché scemino i mali che pesano sulla nostra società, s’illuminino negli splendori della luce divina coloro che, forse più per ignoranza che per malvagità, odiano e perseguitano la Religione di Cristo, e si rinfranchino in una santa operosità gli uomini di buon volere; sì che si affretti il trionfo della Verità e della giustizia, e alla famiglia umana arridano giorni migliori di pace e di tranquillità.

Discenda intanto, auspice delle grazie più desiderate, sopra di voi e sopra tutti i fedeli alle vostre cure affidati, la Benedizione Apostolica che di gran cuore impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, ai 19 di Marzo 1902, anno XXV del Nostro Pontificato.

Note
(1) Allude ai delitti politici di cui rimasero vittime capi di Stati quali Umberto I in Italia, l'Imperatrice Elisabetta d'Austria, il Presidente della Repubblica francese Carnot.
(2) Riaffermazione della protesta tradizionale dal 20 Settembre 1870 in poi.
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/15/2015 12:21 AM
 
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  OBIEZIONI CONTRO LEONE XIII

di Don Curzio Nitoglia 




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Leone XIII si allontana dalla monarchia
quale migliore forma di governo in sé?

Secondo il pensatore brasiliano Plinio Correa De Oliveira (Il secolo della guerra, della morte e del pericolo, tr. it., in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Milano, Sugarco, 2009, pp. 209-217) Leone XIII, con l’Enciclica Au milieux del 1892 avrebbe voluto 1°) riconciliarsi con la modernità, della quale non aveva penetrato la natura rivoluzionaria, e 2°) allontanarsi dalla monarchia, quale migliore forma di governo in sé considerata, per accettare i princìpi della repubblica massonica francese. 

Le tendenze di Leone XIII sono catto-liberali?

Inoltre, sempre secondo il dr. Plinio, il Pontificato leonino rappresenterebbe una svoltaideologica rivoluzionaria e un nuovo spirito, se non una nuova dottrina, non liberale de jure, ma cattolico-liberale nelle tendenze e nei fatti poiché a-monarchica se non addirittura anti-monarchica (v. Plinio Correa  De Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali, cit., pp. 151 ss.) (1) . 

RISPOSTE

Leone XIII e Pio XI non sono catto/liberali

Il cattolicesimo-liberale è un liberalismo reale e un “cattolicesimo” soltanto verbale. Esso vorrebbe coniugare cattolicesimo con liberalismo, ossia sottomissione a Dio con liberazione da Dio. Esso è “la contraddizione stessa sussistente”. 

La separazione tra Stato e Chiesa non è presentata dai catto-liberali come una verità di diritto, ma come una convenienza di fatto. Ora anche ciò è contraddittorio. Infatti i princìpi sono regole teoriche che guidano l’azione pratica e come tali vanno applicati in concreto; invece i catto-liberali li accettano, o dicono di accettarli, come puri princìpi speculativi, ma non vogliono metterli in pratica, poiché non utili o sconvenienti di fatto. 

Questa contraddizione evidente porta i catto-liberali ad ammettere di diritto le Virtù e i Comandamenti, ma al rifiuto pratico di viverli, poiché non convenienti. Ecco come l’immoralità di diritto, e non per fragilità, è entrata in ambiente cattolico ed ecclesiale, e ne constatiamo i tristissimi esempi odierni che sono i frutti del liberalismo e del modernismo e non solamente del peccato originale. 

Tale incoerenza co-essenziale al cattolicesimo liberale lo porta immancabilmente ad ogni sorta di compromesso per poter sopravvivere. La sua natura è quella di “negoziare, colloquiare”. Ma la sua sconfitta è sicura, poiché le contraddizioni generano le rivoluzioni e queste lo spargimento di sangue. 

Il trinomio liberale “Libertà, fraternità e uguaglianza” della Rivoluzione francese è la sintesi di tale spirito contraddittorio. Infatti l’assoluta libertà individualistica del liberalismo uccide l’uguaglianza sostanziale (che non esclude le disuguaglianze accidentali) degli uomini creati da Dio e ordinati a Dio, in quanto il liberalismo vuole liberare l’uomo da Dio. Inoltre la libertà assoluta uccide la vera fraternità che è l’amore reciproco di benevolenza tra gli uomini, tutti sostanzialmente figli di Dio e fratelli tra loro, e la rimpiazza con la libera concorrenza poiché il liberalismo vuole eliminare ogni dipendenza da Dio e quindi la figliolanza da parte dell’uomo, la paternità da parte di Dio e la fratellanza degli uomini tra loro. 

Pio IX (Quanta cura e Syllabus, 1864) ha capito molto bene la natura perniciosa del cattolicesimo/liberale ricondannato poi da Leone XIII (Enciclica Libertas, 1888), trasformatosi sotto S. Pio X nel ‘Partito Popolare’ e sotto Pio XII  nella ‘Democrazia cristiana’, condannata già da Leone XIII (Enciclica Graves de communi re, 18 gennaio 1901), poi da S. Pio X (Enciclica Notre charge apostolique, 25 agosto 1910) ed in fine da Pio XII (Radiomessaggio natalizio, 24 dicembre 1942). 

Questo errore consiste nel professare con la bocca la dottrina cristiana e la Restaurazionedell’ordine, mentre coi fatti o col cuore (come già rimproverava Gesù ai farisei) si è lontani da esse. Papa Mastai ci ha insegnato che «la forza dei cattivi non viene solo da loro, ma anche dai “buoni” in apparenza, che tendono loro la mano e si sforzano di congiungere luce e tenebre, Cristo e Belial,  per mezzo di dottrine che chiamano “cattolico/liberali” […]. Costoro sono molto più pericolosi e più fatali dei nemici aperti, […] poiché presentano un’apparenza di bontà, di moderazione e di sana dottrina, che inganna gli imprudenti amatori della conciliazione, e trae in inganno gli onesti, i quali si opporrebbero all’errore aperto» (Lettera al Circolo S. Ambrogio di Milano, 6 marzo 1873).

I conciliazionisti per principio o i catto-liberali sono una categoria a parte che, pur professando de jure o con la sola bocca la dottrina cattolica, de facto vive in maniera sovversiva o è dominata dallo spirito della Sovversione. Ma questa attitudine non può assolutamente applicarsi né a Leone XIII, né a Pio XI, né a Pio XII. 

L’origine del potere

Il potere, secondo la dottrina cattolica, viene mediatamente da Dio al capo, passando attraverso il popolo come canale. Dio sceglie un individuo cui conferisce il potere (2); infatti l’autorità viene da Dio come da causa remota, ma Dio non manifesta (per sé o normalmente) direttamente quale sia la persona che debba esercitare il potere (può farlo eccezionalmente oper accidens, ma in filosofia si considera il per sé). 

Francisco Suarez insegna che “Nessun monarca ottiene il suo potere immediatamente da Dio; ma mediante la volontà degli uomini” (3). 

Monarchia di diritto divino

La Monarchia di diritto divino, in cui il re ottiene il potere direttamente da Dio, si presta ad una duplice interpretazione: a) il potere deriva, come da fonte remota, da Dio, e questo è di Fede: “ogni potere viene da Dio” (Rom., XIII, 1); b) l’autorità regale deriva direttamente al Principe da Dio, quindi è sciolta (assoluta) da ogni legame o dipendenza (dal Papa, dalla Chiesa e dal popolo, anche quando il monarca diventa un tiranno). 

Coloro che criticano Leone XIII cadono nell’equivoco di attribuire alla monarchia temporale del Nuovo Testamento l’attributo “di diritto divino” come se essa giungesse al re direttamente da Dio e non tramite il Papa. 

Infatti solo il Papa riceve direttamente il potere da Dio, dopo esser stato eletto dai cardinali, che non gli trasmettono alcun potere, neppure come canale; ma che designano solo una persona, alla quale Dio direttamente dà il potere, mentre il re (o qualsiasi autorità temporale) riceve il potere da Dio mediatamente. Quindi se si vuole utilizzare il termine ‘monarchia di diritto divino’, occorre specificare: mediatamente divino. 

Potere delegato dal “popolo canale”

È la tesi insegnata comunemente dai Padri della Chiesa sino alla scolastica di  S. Tommaso e dalla teologia controriformistica di Bellarmino e Suarez sino al Diritto Pubblico Ecclesiastico del post-Vaticano I (Cavagnis, Cappello, Ottaviani). 

La scelta del capo appartiene al corpo sociale, come sanior pars, di modo che l’autorità lavori per il bene comune. Occorre specificare che il popolo (che non è la massa amorfa) “ha” il potere solo per comunicarlo al capo, ossia il popolo è soggetto imperfetto o transitivo o “viale” del potere, mentre il capo è soggetto perfetto e permanente di esso; il capo detiene stabilmente il potere come suo; una volta datogli, esso non può essere ripreso dal popolo a suo capriccio (tranne il caso di tirannia). Il capo non è il deputato o rappresentante delpopolo. Egli ha stabilmente l’autorità, che gli viene, mediante il popolo-canale, da Dio. 

Questa è la dottrina scolastica e cattolica o teoria tradizionale del potere-delegato, come la si chiama in etica sociale. Dio è fonte remota di potere, il popolo ne è solo canale di traslazione; e, siccome la comunità, normalmente, non sa, perfettamente e stabilmente, esercitare il potere, ecco la necessità di scegliere una persona (o più, a seconda delle forme di governo) alla quale trasferire il potere e nella quale il potere resta stabilmente. 

Le tre forme di governo

San Tommaso (4) insegna che le possibili forme di governo sono tre: monarchia,aristocrazia, politeìa (oggi ‘democrazia’ classica, essenzialmente diversa dal ‘democratismo’ moderno di Rousseau). Egli considera la monarchia come la prima forma di governo (il governo di uno solo) che, però, può degenerare in tirannia. La seconda forma di governo considerata dall’AQUINATE è l’aristocrazia (governo dei migliori) che può degenerare inoligarchia, ossia tirannia di pochi. La terza forma è la politeìa (governo dei magistrati o dei cittadini/militari) o timocrazia (governo in cui le cariche sono assegnate in base all’onore e alla forza della sanior pars populi), la quale può degenerare in democratismo o democraziamoderna (tirannia del popolo). Oggi, in luogo di politìa o di timocrazia, è prevalso l’uso della parola democrazia, che per i classici e gli scolastici aveva già di per sé una valenza negativa e che può degenerare in demagogia, come si dice comunemente oggi. 

La miglior forma di governo

Secondo la tradizione scolastica e l’insegnamento del Magistero, compreso quello di Leone XIII, la migliore forma di governo è quella mista, data la malizia dell’uomo, ferito dal peccato originale, che facilmente è portato a degenerare. È quello che non vogliono ammettere i detrattori di Leone XIII, i quali lo criticano per il presunto difetto della sua scarsa simpatia verso la monarchia, mentre sono proprio loro ad errare per eccesso non riconoscendo i limiti della forma di governo monarchica, migliore in sé, ma incarnata in uomini feriti dal peccato originale. 

Nella Somma Teologica (I-II, q. 95, a. 4) San Tommaso scrive: “vi è un certo regime, che è un misto di queste tre forme, il quale è il migliore”. Ed ancora: “la migliore forma di potere è bene temperata dall’unione della monarchia, in cui comanda uno solo, e dall’aristocrazia, in cui comandano i migliori o i virtuosi, e dalla democrazia, che è il potere del popolo, in quanto i Principi possono essere scelti nella classe popolare e possono essere eletti dal popolo stesso” (S. Th., I-II, q. 105, a. 1, in corpore). 
Ogni buon regime deve, dunque, essere misto e radicato nel principio del popolo-canale, che trasmette compiti e funzioni di governo ad uomini atti, preparati ed onesti (i migliori); mentre al vertice, la suprema unità di governo appartiene ad un uomo prudente e maturo (il monarca). 

San Tommaso, riprendendo l’insegnamento di Aristotele (5), sottolinea che la monarchia è più nobile dell’aristocrazia e che questa lo è più della democrazia. Tuttavia San Tommasomette in guardia dai pericoli della monarchia, non in quanto pericolosa in sé bensì a causa della malizia dell’uomo. Si può dunque concludere che la più nobile forma di governo, la monarchia, è bene che sia temperata dall’aristocrazia e della timocrazia o democrazia (ovviamente non la democrazia moderna, secondo la quale il potere non deriva da Dio ma dall’uomo). 

Questo è l’insegnamento della filosofia perenne aristotelico/tomistica e del Magistero ecclesiastico, specialmente di Leone XIII, mentre coloro che fanno della monarchia in astratto o in sé considerata l’unica vera e buona forma di governo semper et ubique senza alcun limite e difetto e non la considerano anche in concreto ossia incarnata in una persona, il tal re (per esempio, Saul, Filippo il Bello, Luigi XIV, Enrico VII, Enrico VIII, Vittorio Emanuele II e III), che la esercita con tutti i limiti e i difetti di un essere umano, peccano di eccessivo attaccamento alla monarchia e possono essere giustamente condannati per “peccato di monarchia”. Non è quindi Leone XIII ad errare almeno in pratica, ma sono i suoi critici che errano in teoria e in pratica. 

Nella sua opera De regimine principum San Tommaso spiega essere necessario che gli uomini, vivendo in società, siano governati da qualcuno: “se è naturale per l’uomo vivere in Società, è necessario che fra gli uomini ci sia qualcuno che governi il popolo. Infatti, quando gli uomini sono in molti, se ognuno provvedesse soltanto a ciò che gli serve, il popolo si frantumerebbe nei suoi componenti, qualora non ci fosse chi si occupasse anche del bene comune; così come l’uomo si dissolverebbe se nel corpo non ci fosse una facoltà coordinatrice generale (il cervello) rivolta al bene comune di tutte le membra […]. Se una moltitudine di uomini è ordinata dal capo per il bene comune di tutti, il governo sarà retto e giusto. Se invece il governo è ordinato non al bene comune, ma al bene privato del capo, sarà ingiusto e perverso” (6). 

L’Aquinate spiega, inoltre, che è più utile che una moltitudine di uomini sia governata da uno solo piuttosto che da molti. Ciò in quanto l’uno per essenza può garantire l’unità meglio di molti individui. Dunque è più utile il governo di uno solo che di molti. 
Ma SAN TOMMASO, a differenza dei detrattori di Leone XIII, mette in guardia dal pericolo che anche la migliore forma di governo, a causa delle conseguenze del peccato originale, possa degenerare e diventare tirannia di uno solo che è peggiore della tirannia di pochi(oligarchia) così come questa è peggiore della tirannia di molti (demagogia). Alla cosa migliore si contrappone quella peggiore ed un governo è tanto più ingiusto quanto più si allontana dal bene comune, come quello di un solo tiranno. 

Quindi l’obiezione rivolta a Leone XIII di a-monarchicismo, filo-liberalismo e  repubblicanesimo cade ed anzi si ritorce contro i suoi critici, che mancano del senso delle distinzioni (7).

Conclusione 

«Leone XIII fu un Papa colto, ottimo conoscitore di S. Tommaso, sensibile alle sfide non solo sociali e politiche, ma anche religiose, filosofiche e ideologiche che la modernità aveva lanciato alla Chiesa. Leone XIII nel suo lungo Pontificato non si accontentò soltanto di arginare i pericoli che minacciavano la Chiesa, ma si propose anche di elevare il livello culturale del clero e dei fedeli, di promuovere gli studi filosofici, teologici e biblici ditrasformare e ricristianizzare dall’interno le strutture della Società civile, infondendo in esse un’anima cristiana che era venuta meno. Il programma di Leone XIII è essenzialmente quello della ricristianizzazione del mondo moderno» (B. Mondin, Storia ella Teologia, Bologna, ESD, 1997, 4° vol., p. 249).

Leone XIII sa benissimo che la modernità è nemica della Chiesa (“la malizia del tempo in cui viviamo”, Enciclica Aeterni Patris, 1879) e non vuole cedere ad essa, ma la vuol combattere non solo condannandola, bensì anche confutandola alla luce dei princìpi della filosofia perenne. Nella sua prima Enciclica (Inscrutabili Dei consilio, 1878) egli stabilisce il suo programma che è quello di ricostruire e restaurare una nuova Civiltà dandole come tessuto principale e come anima i valori e la filosofia del Vangelo poiché la Società moderna “è caratterizzata da un universale sovvertimento dei princìpi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale”. 
Come si vede, papa Leone non aveva assolutamente in mente la riconciliazione con la modernità, ma la sua sconfitta tramite la confutazione dei falsi princìpi sui quali essa si fondava per potere restaurare la Cristianità avversata dalla modernità e dalle sette dirette dal giudaismo talmudico (cfr. R. Taradel - B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-1945, Editori Riuniti, Roma, 2000, pagg. 124-155) (8). 

I princìpi sui quali restaurare la Cristianità sono quelli della filosofia tomistica (EnciclicaInscrutabili Dei consilio, 1878 e Aeterni Patris, 1879), sulla quale papa Pecci fonda anche tutto il suo corpo magisteriale: sociale, ascetico, biblico, antirivoluzionario, antimassonico, politico…

Il rilancio del tomismo, in Leone XIII, non è qualcosa di meramente intellettuale, rosmianianamente inteso quale “fede come cultura”. No! Il suo non è un tomismo da professori, ma è finalizzato alla restaurazione della Società cristiana e di tutta la scienza sacra (dall’esegesi alla teologia, dal diritto pubblico ecclesiastico all’ascetica antiamericanista, dalla questione sociale a quella politica dei rapporti tra sudditi e governanti, dal matrimonio alla lotta antimassonica, dalla vera libertà al liberalismo come deficienza e abuso di libertà). 

Leone XIII aveva capito che la restaurazione della Società passa per la restaurazione dell’intelligenza e della volontà dell’individuo poiché le famiglie son formate da individui e gli Stati dalle famiglie. 

Quindi l’obiezione mossa contro papa Pecci cade. 



NOTE

1 - Cfr. anche J. Madiran, Les deux démocraties, Parigi, NEL, 1977, pp. 79-100.
2 -  S. Th., I-II, q. 90, a.3. 
3 -  Defensio fidei, III, cap. 2, Conimbricae, 1613. 
4 -  S. Th., I-II, q. 95, a. 4; ivi, q. 105, a. 1, in corpore; Suppl., q. 37, a. 1, ad 3; I-II, q. 50, a. 1, ad 3. 
5 -  VIII Etica, cap. 10, lect. 10. 
6 -  Lib. I, cap. 14. 
7 -  Addirittura un sacerdote francese (Charles Maignen) è arrivato a teorizzare la sede vacante durante il Pontificato di Leone XIII da lui sospettato di eresia a causa del Ralliémentin due suoi scritti inediti (Du pouvoir indirect du Pape dans l’ordre politique; Un Pape légitime, peut-il cesser d’etre Pape?) che si trovano negli Archivi della Congregazione dei Fratelli di San Vincenzo de’ Paoli. “Parvus error in principio fit magnus in fine”. Come si vede per qualcuno la forma monarchica di governo non è solo una delle tre possibili e la migliore in sé, pur se temperata quanto alla malizia umana dalle altre due, ma è un dogma di Fede e il solo minimo scarto da una sua applicazione stretta, senza ‘se’ e senza ‘ma’ costituisce una eresia. Cfr. E. Poulat, Catholicisme, démocratie et socialisme, Parigi, Casterman, 1977,  pp. 107, 363, 377, 384, 513.
8 - Cfr. R. Aubert, Aspetti della cultura cattolica nell’età di Leone XIII, Roma, 1961. 

 



 


febbraio 2015

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Fraternamente CaterinaLD

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