DIFENDERE LA VERA FEDE
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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Decalogo per leggere la Sacra Scrittura con profitto "LECTIO DIVINA"

Ultimo Aggiornamento: 18/03/2018 10.14
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Decalogo per leggere con profitto la Bibbia


Di monsignor Mario de Gasperín Gasperín, Vescovo di Querétaro




QUERÉTARO, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- In occasione del mese della Bibbia, il Vescovo di Querétaro (Messico), monsignor Mario de Gasperín Gasperín, noto biblista, ha scritto un “Decalogo per leggere con profitto la Bibbia”, che riportiamo di seguito.




* * *

Decalogo per leggere con profitto la Bibbia



1. Non credere mai che siamo i primi a leggere la Sacra Scrittura. Molti, moltissimi nel corso dei secoli l'hanno letta, meditata, vissuta, trasmessa. I migliori interpreti della Bibbia sono i santi.

2. La Scrittura è il libro della comunità ecclesiale. La nostra lettura, anche se effettuata da soli, non potrà mai essere solitaria. Per leggerla con profitto, bisogna inserirsi nella grande corrente ecclesiale condotta e guidata dallo Spirito Santo.

3. La Bibbia è “Qualcuno”. Per questo si legge e si celebra allo stesso tempo. La migliore lettura della Bibbia è quella che si fa nella Liturgia.

4. Il centro della Sacra Scrittura è Cristo; per questo, tutto deve essere letto sotto lo sguardo di Cristo e compiuto in Cristo. Cristo è la chiave interpretativa della Sacra Scrittura.

5. Non dimenticare mai che nella Bibbia troviamo fatti e detti, opere e parole intimamente uniti gli uni con gli altri; le parole annunciano e illuminano i fatti, e i fatti realizzano e confermano le parole.

6. Un modo pratico e proficuo per leggere la Scrittura è iniziare con i santi Vangeli, proseguire con gli Atti e le Lettere e intervallare con qualche libro dell'Antico Testamento: Genesi, Esodo, Giudici, Samuele, ecc. Non voler leggere il libro del Levitico di corsa, ad esempio. I Salmi devono essere il libro di preghiera dei gruppi biblici. I profeti sono l'anima dell'Antico Testamento: bisogna dedicare loro uno studio speciale.

7. La Bibbia si conquista come la città di Gerico: circondandola. Per questo, è bene leggere i brani paralleli. E' un metodo che richiede tempo, ma dà un grande profitto. Un testo chiarisce l'altro, come diceva Sant'Agostino: “L'Antico Testamento si fa evidente nel Nuovo, e il Nuovo è latente nell'Antico”.

8. La Bibbia deve essere letta e meditata con lo stesso Spirito con cui è stata scritta. Lo Spirito Santo è il suo autore principale ed è il suo principale interprete. Bisogna sempre invocarlo prima di iniziare a leggerla, e alla fine rendere grazie.

9. La Sacra Bibbia non deve mai essere utilizzata per criticare e condannare gli altri.

10. Ogni testo biblico ha un contesto storico in cui si è originato e un contesto letterario in cui è stato scritto. Un testo biblico, fuori dal suo contesto storico e letterario, è un pretesto per manipolare la Parola di Dio. Questo è pronunciare il nome di Dio invano.

+ Mario De Gasperín Gasperín

Vescovo di Querétaro

[SM=g1740722]

a questo Decalogo vanno aggiunti i tre criteri spiegati da Benedetto XVI, che aiutano alla comprensione delle Sacre Scritture:
difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd...

1) occorre prestare grande attenzione al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura: solo nella sua unità è Scrittura. Infatti, per quanto siano differenti i libri che la compongono, la Sacra Scrittura è una in forza dell'unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il cuore (cfr. Lc 24, 25-27; Lc 24, 44-46)

2) occorre leggere la Scrittura nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa.
Secondo un detto di Origene, "Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta" ossia "la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali". Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l'interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr. Origene, Homiliae in Leviticum, 5, 5)

3) è necessario prestare attenzione all'analogia della fede, ossia alla coesione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazione e la pienezza della divina economia in esso racchiusa.

Il compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra Scrittura è quello di contribuire secondo i suddetti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura. Lo studio scientifico dei testi sacri è importante, ma non è da solo sufficiente perché rispetterebbe solo la dimensione umana. Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l'esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all'interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferimento la ricerca esegetica resterebbe incompleta, perdendo di vista la sua finalità principale, con il pericolo di essere ridotta ad una lettura puramente letteraria, nella quale il vero Autore - Dio - non appare più.

(Benedetto XVI ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Commissione Biblica)

[SM=g1740722]



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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MOTU PROPRIO
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO X

PRAESTANTIA SCRIPTURAE

LE DECISIONI DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DI STUDI BIBLICI
E LE PENE CONTRO I TRASGRESSORI
DELLE PRESCRIZIONI ANTIMODERNISTICHE
  

Avendo riconosciuta l'eccellenza delle Sacre Scritture e avendone raccomandato lo studio nella lettera enciclica Providentissimus Deus, del 18 novembre 1893, Leone XIII, nostro predecessore di immortale memoria, dettò leggi per il retto ordinamento degli studi biblici; e avendo dichiarato divini i Libri, contro gli errori e le calunnie dei razionalisti, li ha difesi dalle opinioni di una falsa dottrina che si decanta come critica più sublime; le quali opinioni altro non sono se non invenzioni del razionalismo derivate dalla filologia e da simili discipline.

Per ovviare poi all'allora crescente pericolo della propagazione di idee sconsiderate e deviate, lo stesso Nostro predecessore con la lettera Vigilantiae studiique memores del 30 ottobre 1902, istituiva il Pontificio Consiglio o Commissione Biblica, composta di alcuni cardinali di santa romana Chiesa insigni per dottrina e per prudenza, ai quali venivano aggiunti vari ecclesiastici, scelti fra i dotti in scienza teologica e biblica, di diverse nazionalità e di diverso metodo e opinione negli studi esegetici, nominati come consultori.

Il Pontefice vedeva vantaggioso e adattissimo agli studi e al momento storico il far sì che il
Consiglio fosse il luogo in cui venissero presentate, sviluppate e discusse idee con ogni libertà; e che, secondo la citata lettera apostolica, prima di giungere ad una qualsiasi ferma decisione, i padri porporati dovessero conoscere ed esaminare gli argomenti favorevoli e contrari alle questioni e nulla fosse trascurato di quanto avesse potuto mettere in piena luce l'autentico e sincero stato dei problemi biblici posti in discussione. Soltanto dopo aver completato questo procedimento, essi avrebbero dovuto sottoporre al sommo Pontefice le decisioni prese perché le approvasse, per poter essere quindi pubblicate.

Dopo lunghi esami e attentissime deliberazioni, sono state felicemente emanate dal Pontificio Consiglio biblico alcune decisioni molto utili per un autentico incremento degli studi biblici e per una sicura norma nell'orientarli. Tuttavia vediamo che non mancano alcuni che, troppo inclini ad opinioni e metodi infetti di perniciose novità e nel loro studio oltremodo trascinati da una falsa libertà che è vera e smodata licenza e che si mostra pericolosissima in materia dottrinale e feconda di mali molto gravi contro la purezza della fede, non hanno accolto né accolgono con quell'ossequio che sarebbe opportuno quelle decisioni, malgrado l'approvazione ad esse data dal Pontefice.
 

Per questa cosa, vediamo di dover dichiarare e decretare, come con il presente atto dichiariamo ed espressamente decretiamo che tutti sono tenuti in coscienza a sottomettersi alle decisioni del Pontificio Consiglio Biblico, sia a quelle finora già emanate, sia a quelle che saranno emanate nel futuro, allo stesso modo che ai decreti delle sacre Congregazioni riguardanti la dottrina approvati dal Pontefice; e che coloro i quali avversano tali decisioni verbalmente o per iscritto non possono evitare la nota tanto di disobbedienza, tanto di temerità, né perciò sono esenti da colpa grave; questo indipendentemente dallo scandalo che arrecano e dalle conseguenze in cui possono incorrere davanti a Dio per ulteriori temerità ed errori pronunciati in aggiunta, come accade nella maggior parte dei casi.


Inoltre, per reprimere la crescente audacia di molti modernisti i quali con ogni sorta di sofismi e di artifici si sforzano di togliere forza ed efficacia non solo al decreto Lamentabili sane exitu, emanato per Nostro ordine dalla Sacra Congregazione del Santo Ufficio il 3 luglio 1907, ma anche alla Nostra lettera enciclica Pascendi dominici gregis dell'8 settembre di questo stesso anno, rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra autorità apostolica, tanto quel decreto della Suprema Sacra Congregazione, quanto la Nostra lettera enciclica, aggiungendo la pena della scomunica per coloro che li contraddicono; e dichiariamo e deliberiamo che chiunque avrà l'audacia di sostenere, il che Dio non permetta, una qualsiasi proposizione, opinione o dottrina condannata nell'uno o nell'altro documento sopra citato, sarà soggetto per ciò stesso alla censura di cui al capo Docentes della costituzione Apostolicae Sedis, che è la prima delle scomuniche automatiche riservate semplicemente al romano Pontefice.

Questa scomunica è poi da intendere indipendente dalle pene nelle quali coloro che mancheranno in ordine a qualche punto dei documenti menzionati possono incorrere, come propagatori e difensori di eresie, se le loro proposizioni, opinioni o dottrine siano eretiche, il che agli avversari dei due menzionati documenti accade più di una volta, specialmente quando propugnano gli errori dei fautori del modernismo, sintesi di tutte le eresie.


Presi questi provvedimenti, raccomandiamo nuovamente con forza agli ordinari diocesani e ai superiori degli Istituti Religiosi di voler vigilare con attenzione sugli insegnanti, primariamente su quelli dei seminari; qualora li trovino imbevuti degli errori dei modernisti e fautori di pericolose novità, o troppo poco docili alle prescrizioni della sede apostolica in qualunque modo pubblicate, li interdicano del tutto dall'insegnamento.

Parimenti, escludano dai sacri ordini quei giovani sui quali gravi il più piccolo dubbio di correre dietro a dottrine condannate o a dannose novità. Allo stesso modo li esortiamo a non cessare di esaminare attentamente i libri e le altre pubblicazioni, certamente troppo diffusi, che presentino opinioni e tendenze simili a quelle condannate per mezzo della lettera enciclica e del decreto citati sopra; curino di eliminarli dalle librerie cattoliche e molto più dalle mani della gioventù che studia e del clero. Se ciò cureranno con sollecitudine, promuoveranno la vera e solida formazione intellettuale, alla quale massimamente deve essere rivolta la sollecitudine dei sacri presuli.

In virtù della Nostra autorità, Noi vogliamo e comandiamo che tutte queste disposizioni abbiano efficacia e restino ferme, nonostante qualunque disposizione contraria.

Roma, presso San Pietro, 18 novembre 1907, anno V del Nostro pontificato.

PIO X

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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LECTIO DIVINA: UN METODO MAI TRAMONTATO:
LECTIO-MEDITATIO-ORATIO


Il culto è di due specie: esteriore e interiore. Il culto esterno però è ordinato da quello interiore: infatti i sacramenti della Chiesa, le lodi esteriori e tutto l’apparato delle cerimonie sono ordinati a edificare le disposizioni interiori dell’anima. Perciò il compito principale della vita religiosa di tutti i cristiani deve tendere a venerare Dio con gli atti interiori; sebbene non si debbano trascurare neppure gli atti esterni, soprattutto quelli ai quali si è obbligati.

Ebbene, gli atti interni sono questi: leggere, pregare, meditare e contemplare, i quali appartengono all’intelletto; e mediante questi nascono la speranza, la carità, la devozione e tutti gli altri atti che appartengono alle facoltà affettive, in modo che l’uomo divenga perfetto nella conoscenza e nell’amore di Dio.

Poiché, dunque, l’intelletto precede l’affetto e d’altra parte non possiamo amare ciò che non conosciamo, colui che vuoi giungere all’amore di Dio, nel quale consiste il coronamento della vita spirituale, deve assiduamente esercitarsi, per quanto è possibile, negli atti interiori dell’intelletto.

Ecco perché Dio ci ha lasciato le Sacre Scritture, affinché raggiungendo con esse la conoscenza della sua bontà, eccitiamo il nostro affetto a quell’amore di Dio e del prossimo, senza il quale chiunque operi ogni altra cosa non conclude nulla.
Ora, chiunque desideri di avere la comprensione vera della Sacra Scrittura, per prima cosa deve leggerla e rendersela familiare; e, dopo averne compreso il senso fondamentale dell’autore, che si dice letterale, seguiti a investigare meditandone i sensi mistici, che si potranno ricavare con certezza dagli altri passi meno oscuri. Siccome, però, conoscere e non mettere in pratica non vale nulla, quando uno ha raggiunto questa conoscenza spirituale, preghi Dio perché mediante la sua grazia lo conduca ad amare e a operare. Così facendo ogni giorno, progredirà al punto da innalzarsi facilmente alla contemplazione.

Introduzione al primo commento denominato “Lettura”

Chi affronta la lettura delle Sacre Scritture senza la luce soprannaturale, finisce per imbrogliare ingannare se stesso, perché le leggerà senza intenderle il che è una perdita di tempo.

Infatti le scienze naturali possono essere capite mediante il lume naturale della ragione, che è presente in tutti; ma la scienza divinamente ispirata non si può apprendere se non con a luce di Dio. Ecco perché molti i quali leggono le Scritture senza comprenderle le disprezzano, e si avvera in essi quella profezia di Isaia: «Per voi le visioni di tutti (i profeti) saranno come le parole di un libro sigillato» (Is 29, 11); poiché un cieco non può giudicare dei colori. E volesse il cielo che almeno costoro rispondessero umilmente con le successive parole di Isaia: «Se lo presentano a uno che sappia leggere, dicendogli — Leggi questo! risponderà: — Non posso, perché è sigillato. E se lo presentano a uno che non sappia leggere dicendogli: — Leggi! risponderà: — Non so leggere» (Is 29, 11-12). Nessuno infatti, istruito o ignorante che sia, può in tender le Scritture senza quella luce dalla quale immediatamente derivano.
Perciò nessuno si avvicini ad esse senza essersi purificato; trattando infatti di cose altissime, richiedono una grande disponibilità della mente.

Perciò, chiunque voglia trarre frutto dalla lettura delle Scritture, dopo di essersi purificato dai peccati e distaccato dalle sollecitudini di questo mondo, stando solo nella propria camera, intraprenda la lettura con fede e con umiltà, premettendo la preghiera; affinché, illuminato dalla luce divina mediante l’efficacia dell’orazione, possa giungere alla loro perfetta comprensione, e a sentire in se stesso ciò che legge, ossia a scrutarne i segreti con le opere buone che compie. In modo che la sua comprensione derivi non tanto dalle spiegazioni, quanto piuttosto dalla luce a lui concessa da Dio.
Inoltre, non legga velocemente, ma consideri con diligenza ogni parola, e creda fermamente che tutto ciò che legge è verissimo, in quanto proviene da colui che non può errare.
Le parole dunque del Pater noster vanno lette con reverenza e timore, affinché possiamo aspirare alla loro vera comprensione, per concessione di Colui che ha composto tale preghiera.


Introduzione al secondo commento denominato meditazione

Autore della Sacra Scrittura è Dio; perciò non c’è dubbio che le sue parole sono di tanto peso che nessun uomo può giungere alla loro perfetta comprensione. Perciò, se esaminiamo con tanto impegno le parole degli uomini più eccellenti per giungere al loro pensiero genuino, quanto più non dobbiamo ponderare le parole di Dio la cui sapienza è senza limiti? Quindi, dopo aver raggiunto una qualche intelligenza mediante la lettura delle sue santissime parole, dobbiamo anche meditarle; come gli apostoli dobbiamo raccogliere le spighe, (cfr. Mt 12, 1) affinché, depurate dalla paglia, ne ricaviamo il grano. Inoltre dobbiamo macinare il grano con i denti, per ricavarne la farina, e farne del buon pane. Chi infatti medita spesso le Scritture con fede, con umiltà e con sincerità di cuore, progredisce mirabilmente nella conoscenza e nell’amore, e mai se ne distacca senza frutto. Anzi, talora Dio offre della stessa frase nuovi sensi, quando spesso noi vi ritorniamo con la mente.

Introduzione al terzo commento che si denomina orazione

Alfine di mostrare la strada ai meno perfetti, perché imparino a meditare e a pregare mediante le parole…., aggiungeremo qui brevemente un modello di orazione, parafrasando il Pater parola per parola, affinché mediante questa formula si possa aprire la via ad altre innumerevoli formule, che lo Spirito Santo insegnerà a coloro che hanno il cuore ben purificato. Perciò, colui che intende di pregare, per prima cosa cerchi un luogo segregato, e chiudendo tutti i suoi sensi e scacciando ogni fantasia, concentri tutto il suo spirito, e renda a se stesso presente Dio; quindi con il cuore, oppure accompagnandosi anche con la voce dica:

PREGHIERA [SM=g1740752]

Padre nostro — Ecco, o mio Dio, che io chiamo Padre te, che «sei l’unico e beato sovrano, re dei re e Signore dei signori, l’unico che possiede l’immortalità, che abiti una luce inaccessibile, e che nessuno degli uomini ha mai visto, né può vedere» (1 Tm 6, l5ss.); ti chiamo Padre, perché tu hai creato tutte le cose, sia quelle visibili, sia quelle invisibili, non perché tu ne avessi bisogno, ma per comunicare ad esse la tua bontà.
Tu sei infatti perfettamente beato in te stesso e di te stesso, e la tua beatitudine non può essere né accresciuta né diminuita dalle cose esterne. Tu, o Padre, sei onnipotente, avendo tu fatto dal nulla tutte le cose, ed esse ricadrebbero nel nulla, se la tua mano non le sostenesse tutte.
Tu sei così sapiente che nessuna creatura sfugge al tuo sguardo: «Infatti tutte le cose sono nude e aperte ai tuoi occhi» (Eb 4, 13). E siccome il bene tende a diffondere se stesso, tu che sei tanto buono, pur restando tutto in te stesso, volendo essere per la grandezza della tua bontà in qualche modo fuori di te stesso, ti estendi così in tutte le cose, da essere tutto intero in tutto l’universo, e tutto in ogni sua parte.
Tu sei «il Dio grande che vince la nostra scienza» (Gb 36, 26), e non c’è Dio fuori di te Signore, Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo: tre persone, non però tre essenze; non tre Signori; alle altre sale, quindi alle parti principali di essa, come il tetto e le fondamenta; e da ultimo pensiamo alle pietre e al legname, che però sono le prime cose in ordine di esecuzione.
Così pure nei vari gradini della vita spirituale: la prima cosa in ordine d’intenzione è la santificazione, o glorificazione del nome del Signore; segue il suo regno e quindi le altre cose ricordate sopra parlando delle domande del Pater noster. Invece in ordine di esecuzione bisogna cominciare dall’ultima domanda, e quindi gradatamente salire a quelle precedenti.

Perciò se in quell’ultima richiesta Liberaci dal male, per male (o maligno) intendiamo il diavolo come alcuni interpretano non senza ragione, diremo che il primo grado della vita spirituale sta nell’evadere dal potere del demonio con la vera contrizione, con la confessione e con la soddisfazione.
Il secondo grado sta nel persistere nei buoni propositi, al punto di voler piuttosto sopportare ogni altro male, che ritornare al vomito. Ecco perché, per evitare le occasioni di peccato, preghiamo: «E non ci indurre in tentazione».
Nessuno però può vivere senza peccato, e «se diciamo di non avere peccato, inganniamo noi stessi» (1 Gv 1, 8), ecco perché il terzo grado sta nel condonare ai nostri nemici i loro debiti, nel pentirci dei peccati mortali commessi, e nel confessarci spesso dei peccati veniali di ogni giorno, impegnandoci a purificare la coscienza da ogni macchia o ruga, per quanto è possibile, ripetendo ogni giorno: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il quarto grado poi consiste nel reprimere tutte le nostre brame terrene e nell’abbracciare la semplicità dei santi Padri nel vitto e nelle vesti; poiché, come dice l’Apostolo, «niente abbiamo portato in questo mondo; e non c’è dubbio che non ne potremo portar via nulla; avendo perciò di che nutrirci e di che coprirci, accontentiamoci» (1 Tm 6, 7 s.).

In questo modo noi veniamo liberati dalle preoccupazioni di questo mondo e possiamo dedicarci allo studio delle Sacre Scritture, e godere di tutti gli altri esercizi di pietà, ricevendo con frequenza il sacramento dell’Eucaristia, dedicandoci totalmente al culto di Dio, e dire: Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Ma poiché il ben vivere consiste nel fare del bene e nel sopportare il male, perseverando così fino alla morte, saliamo al quinto gradino; conformiamo, cioè, la nostra volontà alla volontà di Dio in tutte le sofferenze che ci capitano in modo da sopportare non solo con pazienza, ma anche volentieri ogni cosa per suo amore al punto di saper dire: Sia fatta la tua volontà...».

Siccome però i mali che qui ci minacciano ci spingono ad affrettarci verso Dio, dopo tutto questo saliamo al sesto grado, intrattenendoci sempre nei cieli e desiderando con grandissimo desiderio di raggiungere il regno dei beati, e dicendo così, non solo a parole, ma dal profondo del cuore: Venga il tuo regno. E finalmente, diventati perfetti nell’amore divino, raggiungiamo il settimo grado, cosicché dimentichi del tutto di noi stessi, ma protesi verso Dio e il suo onore, diciamo:
Sia santificato il tuo nome. A questo punto l’anima infiammata da un amore impetuoso viene rapita verso l’alto, e, illuminata dalla luce divina, contempla in modo mirabile con uno sguardo acutissimo la bontà di Dio e le gerarchie celesti, dicendo: Padre nostro che sei nei cieli. Dammi un’anima che ami e desideri Dio; dammi un uomo perfetto e comprenderò quello che sto dicendo. Gli altri possono guardare e desiderare da lontano, ma non possono sentire. Sebbene, quindi, le cose che i santi intuiscono e gustano nella contemplazione non si possano né dire né scrivere, tuttavia affinché quanti non le hanno sperimentate vi possano tendere in qualche modo, non tanto per il desiderio di sapere, quanto piuttosto di sperimenta- re, esporremo qualche cosa circa la contemplazione del Pater noster mostrando quale sia, e non quanta sia, la dolcezza di cui i santi sono colmati nelle loro contemplazioni; le quali però variano nei vari soggetti, e persino nello stesso individuo in molte maniere. Noi pertanto mostreremo quale contemplazione un uomo perfetto potrebbe avere talvolta circa la preghiera suddetta. Tuttavia bisogna notare che essa è una parte così piccola della sua contemplazione, che si può paragonare a una goccia d’acqua estratta da un grande fiume.

CONTEMPLAZIONE

L’uomo perfetto, illuminato dalla luce suprema, nel percepire questa parola viene talmente rapito verso le cose divine, da non poter gustare niente con maggiore dolcezza che l’intuizione della bontà divina, la quale è così benevola con lui e con tutti gli uomini, da volerli suoi figli non solo per creazione, ma anche per adozione; infatti contempla pure il Figlio di Dio, Dio vero da Dio vero, concepito dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, nato da lei, «nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, e perché noi ricevessimo l’adozione di figli» (GaI 4, 4 s.). Ecco perché il Cristo non si vergogna di chiamarci fratelli, quando dice: «Ricorderò il tuo nome ai miei fratelli» (Sai 21, 23). E rivolgendosi a Maria Maddalena le disse: «Va’ dai miei fratelli e dì loro:

Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20, 17). Perciò il Figlio di Dio e noi siamo fratelli, figli dello stesso Padre: egli però, come dice l’Apostolo, «è il primogenito di molti fratelli» (Rm 8, 29). Che cosa, io mi domando, si può pensare di più dolce? Ecco perché i santi nel pensare a questo si sentono trasportati da un mirabile amore, mentre contemplano, vedendosi mediante la sua grazia, fratelli del Figlio di Dio, figli del Padre Onnipotente mediante la sua misericordia, e templi dello Spirito Santo mediante i suoi doni. E a questa gioia e dolcezza ineffabile segue pure un certo giubilo della mente, nel contemplare queste parole: Padre nostro, perché i santi percepiscono di avere per fratelli non solo gli uomini, ma anche tutte le potenze dei cieli. E da ciò arguiscono quanto sia grande la bontà di Dio verso l’uomo per il fatto che mediante la sua grazia, in virtù della passione di Cristo, ha costituito questo essere così vile fratello degli angeli e degli spiriti più sublimi.

E i motivi di gioia crescono nel dire quelle altre parole:
Che sei nei cieli — perché in questa frase scorgono quanto è buono Dio, il quale si mostra tanto familiare e affabile ai beati esistenti nei cieli, nei quali egli si trova con la sua gloria, al punto da essere una cosa sola con lui, e da essere tra loro, in Dio, un cuor solo e un’anima sola. Similmente dimora nei giusti ancora viventi in questo corpc mortale, mostrandosi loro così benigno e familiare mediante la grazia, che spesso vengono rapiti da uno stupore irresistibile, ammirati del modo in cui essi, polvere e cenere, osano parlare con fiducia a colui la cui grandezza è senza limiti, e conversare così dolcemente con colui che le potenze più sublimi adorano con tremore.

Ecco perché il giusto, posto in una luce così eccellente, non più meditando le cose che abbiamo detto, bensì percependole tutte insieme in maniera mirabile, ne prova una gioia così intensa da stimare un nulla quanto c’è di gioia, o quanto potrebbe essercene in questo mondo; e da ciò segue la profusione di una grazia così grande, da crescere assai di più secondo i gradi di cui sopra abbiamo parlato, a cominciare dai più alti per discendere a quelli inferiori; di quanto non progredisse prima quando dai gradi inferiori era salito a quelli superiori.


G. SAVONAROLA


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  Da «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome» a “l’utero è mio e lo gestisco io”; da un Magnificat di lode e gloria per la Vita, siamo giunti ad inno di morte e di violenza che canta e loda l’uccisione, legalizzata dagli Stati, dei concepiti… È la conseguenza di molte, troppe, parti del nuovo e moderno vangelo aggiornato .....
...... eppure sappiamo bene quante volte Nostro Signore ha specificato che “il mio regno non è di questo mondo”. Il vero credente è sotto psicoanalisi come il suo Maestro. Del resto non è solo una questione di scandalo, ma un Dio che si fa uomo per andare a morire sulla Croce, diciamocelo francamente come si ascolta dire in certi ambienti, non doveva avere tutte le rotelle a posto!

insomma, se ami una lettura humor, ma al tempo stesso educatrice e che sa aprirti la mente... leggi questo libro e leggi anche questa breve presentazione 

Grazie!


Se diventiamo lo zucchero della terra… Un libro contro la degenerazione del cattolicesimo


Posted on 21/05/2014 by Il Mastino

Compagno Gesù, mio psicanalista e liberatore politico… Si può sorridere delle derive teologiche moderne e contemporanee? Sì. Perché ridicolizzarle è un modo efficace per contrastarle. Far vedere, attraverso lo sberleffo, quanto si sono allontanate dal Vangelo e come ne hanno voluto “ammorbidire” la forza prorompente. Ester Maria Ledda, l’autrice del libroAggiornamento per tutto. Compresi i Vangeli, ha così ironicamente mostrato come le pagine evangeliche sono state “aggiornate” da teologie che poco mantengono della forza originaria delle parole di Gesù. Che hanno incendiato il mondo, quando sono state pronunciate. Che rischiano di non arrivare nemmeno ai prossimi cinquant’anni se continuano ad essere storpiate e annacquate come accade adesso.

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di Dorotea Lancellotti da papalepapale.com

Ha scritto Benedetto XVI: “Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive” [1]. Queste parole sono una premessa indispensabile per riflettere, fruttuosamente, sul libro scritto da “La Strega”, una dei nostri redattori, Ester Maria Ledda, come oramai l’amiamo ricordare. Il titolo è “Aggiornamento per tutto. Compresi i Vangeli”, Bonanno Editore (potete trovarlo nelle librerie oppure acquistarlo qui con un solo click). Personalmente non sono in grado di fare alcuna “presentazione” poiché sono carente di certi talenti, tuttavia dopo aver letto il libro non posso tirarmi indietro per offrire un supporto ulteriore ad un libro davvero utile.


E tutti finì con uno sberleffo

 

É lo sberleffo l’arma usata dalla nostra “Strega” per rispondere alle derive teologiche che hanno completamente dissolto l’originaria forza dei versetti evangelici. Lo “sberleffo” in questo caso diventa anche un fine humour nel tentativo di far capire, – con le buone – a queste persone che stravolgono il Vangelo, che alla fine della fiera la parola di Dio resta, mentre i loro stravolgimenti non sono altro che quella gramigna (cfr. Mt 13,24-30) che pur non potendo noi estirpare, possiamo tuttavia evidenziare, far emergere, far notare come quando giocando in un prato si cerca di fare attenzione a non imbattersi nell’ortica. Potremmo interpretare questo “sberleffo” in modo positivo, come quando i giardinieri che non vogliono usare insetticidi, usano dello stesso materiale organico in natura per uccidere, sempre in natura, gli elementi negativi che contaminano alberi da frutto, fiori ed altro.

Non si tratta dell’”occhio per occhio, dente per dente”, quanto piuttosto di mettere in funzione la ragione, il cervello, ed individuare quella rottura, quel “tagliare le radici di cui l’albero vive” sopra accennato, che da molti anni ha finito per dare origine davvero ad un vangelo alternativo. Del resto è sempre lo stesso Benedetto XVI che ebbe a denunciare l’esistenza di un magistero parallelo: “Occorre rifuggire da richiami pseudo-pastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive” [2].

 
L’utilità – a colpi di sorriso – del libro

 

Ritengo che lo sberleffo sia utile a comprendere lo stravolgimento che si è fatto in questi anni del Vangelo, un vangelo letto ed interpretato in modo soggettivo e dalla cui soggettività si è giunti a queste “pseudo-pastorali” che ci hanno letteralmente stesi, pastorali che hanno messo in orizzontale la ragione, privandoci dell’aspetto trascendentale (verticale) del contenuto dei Vangeli. Nella prefazione al libro leggiamo: «In questa nostra Chiesa alla deriva, alla ecclesiologia e alla certezza delle leggi codificate pare essersi sostituito l’arbitrio clericale più selvaggio» [3].

È anche importante capire che non è affatto facile, o scontato essere del tutto coscienti di questo: se fosse facile del resto non saremo arrivati a questa grave apostasia che aumenta ogni giorno all’interno della Chiesa. È necessario che fra di noi ci si aiuti a questa comprensione, ed è questo uno dei meriti di questo libro.

E non è forse proprio Pietro che mette in guardia i cristiani dalle false interpretazioni delle Scritture? Dice infatti: «In esse (nelle Lettere di Paolo v. 15) ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina. Voi dunque, carissimi, essendo stati preavvisati, state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi; ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo» (2Pt 3,16-18).

Ma il vangelo non è giustizia sociale

 

Si intuisce nelle pagine del libro un evidente critica alla teologia della liberazione e a tutte quelle interpretazioni che hanno ridotto il messaggio evangelico alla sola giustizia sociale. Per comprendere bene la critica che il testo fa a queste “pseudo-pastorali” e dunque alla nouvelle theologie è importante leggere il famoso documento firmato dall’allora Prefetto della CdF sui rischi derivanti da queste teologie moderniste: «L’espressione “teologia della liberazione” designa innanzi tutto una preoccupazione privilegiata, generatrice di impegno per la giustizia, rivolta ai poveri e alle vittime dell’oppressione. Partendo da questo approccio, si possono distinguere parecchie maniere, spesso inconciliabili, di concepire il significato cristiano della povertà e il tipo d’impegno per la giustizia che esso comporta. Come ogni movimento di idee, “le teologie della liberazione” presentano posizioni teologiche diverse; le loro frontiere dottrinali non sono ben definite» [4].

Il punto è che il Vangelo in sé non è uno statuto per la rivoluzione o per una rivoluzione sociale, non per nulla significa “buona novella” e non “nouvelle theologie”. Il Vangelo non è per una “giustizia sociale” tanto è vero che Gesù nelle Beatitudini specifica: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,3-12), e bene scrive l’Autrice a pag. 25 del libro, per la versione aggiornata: “… benefattori dell’umanità (…) grande sarà la vostra ricompensa terrena”. Il Vangelo è sì un messaggio di libertà e una forza di liberazione, ma da che cosa? Perché un Dio si è fatto uomo? è venuto per salvarci; e da che cosa? Non certo dal Cesare di turno, ma dal peccato. La libertà e la liberazione di cui parla il Vangelo è dal peccato, da questa schiavitù dalla quale derivano tutti gli altri mali. L’ingiustizia sociale deriva da quanto maggiormente noi restiamo schiavi di questa realtà che oggi si vuole anch’essa aggiornare mitigandone la presenza, l’essenza e la dura conseguenza. Guai a parlare di “peccato” ed è ovvio che alla fine si finisce col trasferire la giusta lotta, la giusta battaglia, su fronti errati.

 

Lo rammenta bene San Paolo quando dice: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,12). «Ma voi chi dite che io sia?» (Mt 16,15-20), chiede Gesù ai suoi. Pietro ha risposto con decisione, perché ispirato da Dio, e Gesù rivolge a noi, ad ogni generazione,  questa domanda che non è derogabile ad alcuno: ma per te chi sono io? La risposta non può venire dal basso, come per Pietro. Anche la nostra risposta deve essere ricevuta dall’alto.

Aggiornando i Vangeli a rivendicazioni sociali, è ovvio poi che si finisce anche per aggiornare l’immagine del Cristo ridotto ad un povero figlio dei fiori di sessantottina memoria, o ad un Jesus Christ Superstar, o allo sdolcinato Gesù di Zeffirelli, o all’altro Gesù Sociale di Pasolini e così via:«Ci si chiede da tempo se sia possibile fare un film sul Gesù degli Evangeli, senza sacrificarne la piena identità sugli altari dell’industria culturale e delle sue strategie di mercato. Il cinema e la televisione hanno presentato Gesù nei modi più diversi: classico o moderno, biblico o confessionale, ieratico o umano, cristologico o mariano, attinente alle fonti storiche o liberamente interpretato, accattivante o provocante, umile maestro o divo hollywoodiano, costumato o degenerato. L’impressione è che tutte queste chiavi di lettura del Gesù degli Evangeli abbiano a che fare poco e niente col mistero dell’Uomo-Dio e del Dio-Uomo. Questo mostra il grande limite di qualunque immagine rispetto alla parola» [5].

 
Gesù, il Maestro… della psicanalisi ante litteram

 

I passaggi più divertenti riguardano poi la riduzione psicoanalitica dei miracoli di Gesù. Oggi, più che mai, sembra ancora questa una delle chiavi usate dalla modernità per polverizzare la fede. Questo perché siamo sempre lì, alla vera identità del Cristo che è scandalo. Nel brano citato prima di Matteo, quando Pietro, ispirato dall’alto, esprime a parole chi fosse il Cristo – pur probabilmente non comprendendone il significato –  subito dopo rinnega quella professione quando comprende che il Cristo gli sta dicendo che dovrà morire. La reazione del Cristo è diretta e dura: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,21-23).

Ma cosa significa “pensare secondo gli uomini”? Ecco, il libro della nostra “Strega” lo fa capire molto bene, anzi, è tutto un comprendere come davvero questo Cristo dei Vangeli sia di scandalo al punto tale che è diventato necessario, nella Chiesa, aggiornare i vangeli, aggiornare l’identità del Cristo.

 

La frase, per me, più eloquente la trovo a pag. 24, riguardante Mt 5,8-7: il povero centurione che vuol bene al suo servo e supplica quel Messia al quale riconosce senza dubbio –col sensum fidei in embrione – il potere divino dei miracoli, la sua capacità di guarire. Nella versione originale sappiamo come va a finire, Gesù riconosce l’autentica fede del soldato e gli guarisce il servo. La versione aggiornata è davvero tipica del nostro tempo: chi crede più ai miracoli? Forse il popolo ancora ci crede, ma quanti sacerdoti davvero – oggi – credono nei miracoli?

Non posso non citare le pagine 45 e 46, riguardante Mc 10,46-52, cioè il famoso cieco di Gerico: diremo che la Strega ha fatto centro. La versione aggiornata è davvero quanto più spesso sentiamo oggi dalle cattedre e dai pulpiti modernisti nella Chiesa: “Compagno concedimi una visita infra moenia gratuita e guariscimi! Compagno, guariscimi!”. “La tua forza di volontà ti ha guarito e non ti farò neppure pagare il ticket”.

Sono testimone del fatto che, non di rado, ho sentito dire ai sacerdoti che i miracoli di Gesù sono “simbolici” e che in questo senso Gesù era un vero psicologo che “creava ad arte effetti placebo”, in altri casi i miracoli compiuti di Gesù non vanno accolti come tali, ma come materia di studio sulla psiche dell’uomo: credere al miracolo influisce benevolmente su di lui e lo predispone ad accogliere meglio la speranza contenuta nel Vangelo. Amenità simili che sono servite, e servono, per “aggiornare” la fede, risvegliarla in un mondo in cui, il soprannaturale piace rilegarlo esclusivamente al cinema, alla sfera della fantascienza o della fantareligione.  Sicuramente è in atto, in questo caso, il tentativo, se non di polverizzare, di cambiare la fede.

La fede non può essere cambiata

Il Credo. Ma a quante verità di fede lì contenute certi teologi credono oggi?

Credere in qualcosa o in qualcuno non solo è più forte dell’uomo, perché insito nella nostra natura, della quale l’unica certezza che abbiamo, perché la vediamo, è la morte, e questo senza dubbio fa paura, ma soprattutto abbiamo bisogno di riempire quel vuoto che si crea quando si ripudia il Dio vero. Ma il “vero Dio”, ahimè, ha voluto la Chiesa, ha voluto consegnare ad Essa l’interpretazione della Sua rivelazione, e questo l’uomo non lo accetta. Di conseguenza è proprio la fede della Chiesa ad essere attaccata, minacciata, perseguitata, modificata, cambiata, aggiornata…

Nel “Credo” aggiornato, a pag. 90, lo si esplicita chiaramente: “È venuto nel mondo e per il mondo, per renderlo un luogo migliore”, alzi la mano chi non ha mai sentito un sacerdote, un teologo, e persino un catechista dire una cosa del genere, eppure sappiamo bene quante volte Nostro Signore ha specificato che “il mio regno non è di questo mondo”. Il  vero credente è sotto psicoanalisi come il suo Maestro. Del resto non è solo una questione di scandalo, ma un Dio che si fa uomo per andare a morire sulla Croce, diciamocelo francamente come si ascolta dire in certi ambienti, non doveva avere tutte le rotelle a posto!

Emerge potente il Vangelo

Il Vangelo non chiede riduzioni. Così è per lo scandalo della croce.

Qual è la qualità più eccellente del libro? Riesce a far emergere, dirompente, la potenza della pagina evangelica se confrontata con la versione aggiornata. Man mano che lo leggevo, la versione autentica del Vangelo risaltava maggiormente confermandomi in quel sensum fidei che da duemila anni ci fa dire le solite cose. In fondo il compito di ogni battezzato non è quello di scrivere nuovi poemi, ma quello di “trasmettere il deposito della fede”.

Mentre scorrevo il libro mi risaltava in cuore il monito paolino: “Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero” (2Tim 4,3-5).

«Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri» [6]

Risalta soprattutto che questo mendicare la verità, questo essere staffetta di generazione in generazione, che riceve il Depositum Fidei dalle mani delle generazioni precedenti per darlo a noi (e noi a chi verrà domani dopo di noi), ha subito senza alcun dubbio una rottura, una grave rottura col passato e che in qualche modo, oggi, deve rimpiazzare in qualche modo. Ecco allora un vangelo aggiornato che proprio essendo una falsità del nostro tempo, in questo tempo morirà, seppur facendo molte vittime, disseminando cadaveri, lasciando dietro di sé  morte.

La potenza del Vangelo autentico sta proprio nei suoi racconti, nei suoi fatti, nelle sue parole sempre uguali è vero, ma sempre nuove perché nuove sono le generazioni che devono imparare a conoscerlo e a metterlo in pratica. La vera modernità è Cristo stesso, è questa sua Parola che ci rende moderni.

Alla pag. 57 (Lc 6,46) c’è l’ennesimo aggiornamento che ci aiuta a capire ulteriormente: “Perché mi chiamate Signore, Signore, ma poi non fate ciò che dico?”, questa la versione corrente. La versione aggiornata dice: “Capisco che è difficile fare ciò che vi dico, quasi impossibile, per cui chiamatemi ‘Signore, Signore’ e questo sarà sufficiente”.


 E Maria è diventata una femminista?

 

Ma il libro mette in evidenza anche il contrasto tra il femminismo e il Magnificat, tra le rivendicazioni delle “uome” di oggi e Maria. Sull’argomento specifico possiamo andare a rileggerci tranquillamente le varie mariologie che abbiamo qui trattato nel sito [7] per comprendere questa avanzata modernista che spinge a una rilettura non solo dei Vangeli, ma anche degli Autori, dei Personaggi, dei Protagonisti.

Maria, per esempio, va bene, ma perché complicare la teologia con quel “Mater Dei” e non lasciare piuttosto un bel più protestante Maria Madre di Gesù, dell’uomo Gesù?

Per molti sembra una sciocchezza: in fondo dire che Maria è Madre di Gesù è corretto, ma dire Madre di Dio è più impegnativo perché si va a riconoscere che quel Figlio non è solo uomo. Con il vangelo aggiornato possiamo sentirci dire o predicare un Gesù “diversamente uomo”. Insomma, come si spiegava al punto sopra, siamo tutti da psicanalizzare: di conseguenza è meglio modificare anche l’immagine, l’identità di questa pia donna, farla scendere da quel piedistallo sul quale la patristica, la teologia, santi e dottori l’hanno legittimamente messa e via… A semplificare sempre di più non tanto Maria che era effettivamente una creatura umana, ma semplificare la sua identità di donna creata perfetta, senza macchia, tutta pura, titoli oggi disarmanti, quasi da fare invidia e perciò scomodi: perché a lei si e a me no? Non siamo tutti uguali davanti a Dio? Scrive bene nel Magnificat aggiornato la nostra Strega cacciatrice: «perché ha guardato all’emancipazione della sua serva».

Se nella versione tradizionale del Magnificat troviamo che Maria si magnifica nel Signore ed esulta in Dio suo liberatore, Salvatore del suo peccato e perciò davvero libera (Maria è stata resa immune, preservata dal peccato originale, così come riporta il dogma dell’Immacolata), e di conseguenza è grata a Dio per averla resa Madre di questo Redentore… va da se che nel vangelo aggiornato scaturisce un inno femminista, contrapposto, nel quale le donne esultano non più a Dio ma alla loro battaglia di liberazione, alla loro emancipazione.

 

Da  «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e Santo è il suo nome» a “l’utero è mio e lo gestisco io”;da un Magnificat di lode e gloria per la Vita, siamo giunti ad inno di morte e di violenza che canta e loda l’uccisione, legalizzata dagli Stati, dei concepiti… È la conseguenza di molte, troppe, parti del nuovo e moderno vangelo aggiornato quale, per esempio, a pag. 73 su Gv6, 67-69: «Gli risposero i Dodici: “Compagno, sappiamo che tu sei il liberatore mandato da Dio, ma abbiamo capito che si può andare oltre di te perché chiunque fa ciò che ritiene giusto, viene liberato dall’oppressione morale”».

Così come la beatitudine cantata da santa Elisabetta quando Maria le fa visita, pag.53 Lc. 1,39-45 “e beata colei che riesce a conciliare la propria volontà  con quella di Dio” senza, ovviamente, rinunciare alla propria supremazia come risulta chiaro anche a pag. 34, coerentemente: “Padre mio, passi da me questo calice. Fa che la mia volontà diventi anche la tua”.

In fondo “aggiornare” i vangeli non è altro che fare tutto a rovescio di ciò che essi dicono e, chi fa tutto a rovescio lo sappiamo, i Santi lo chiamano la scimmia di Dio, è Satana.

 
Lasciamo perdere il padre della menzogna (e i suo figli)

 

Concludiamo con queste parole che  riteniamo utili per accostarsi in modo corretto al libro recensito: «Nella verità, la pace» — esprime la convinzione che, dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace. (…) Ma quali significati intende richiamare l’espressione «verità della pace»? 
Per rispondere in modo adeguato a tale interrogativo, occorre tener ben presente che la pace non può essere ridotta a semplice assenza di conflitti armati, ma va compresa come «il frutto dell’ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore », un ordine « che deve essere attuato dagli uomini assetati di una giustizia sempre più perfetta. (…) 
E allora, chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? 
A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all’inizio della storia dall’essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall’evangelista Giovanni come « padre della menzogna» (Gv 8, 44). 
La menzogna è pure uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell’ultimo capitolo del suo ultimo Libro, l’Apocalisse, per segnalare l’esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: «Fuori… chiunque ama e pratica la menzogna!» (22, 15). Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni» [8].

 

NOTE

1) Benedetto XVI – Lettera ai Vescovi  10 marzo 2009

2) Discorso di Benedetto XVI alla Sacra Rota 29.1.2010

3) Aggiornamento per tutto compresi i Vangeli – pagina ufficiale FB

4) Libertatis Nuntio – Documento che chiarisce la falsità della TdL

5) da Nicola Martella, «Chi dice la gente che io sia?», Offensiva intorno a Gesù.

6) fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP – già Maestro dell’Ordine Domenicano

7) La Madonna di Don Tonino BelloIo Catharina la devota di Maria.

8) Nella verità, la pace – Messaggio per la Pace, Benedetto XVI 1.1.2006

Guarda il video promozionale del libro


 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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18/03/2018 10.14
 
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Intervista ad un Esegeta

Marie Joseph Lagrange, l'esegesi e la Bibbia di Gerusalemme


Chiunque abbia in casa una Bibbia di Gerusalemme è in qualche modo debitore di un grande frate domenicano, Marie Joseph Lagrange, che ai primi del secolo scorso fu un grande innovatore negli studi biblici e fondò l’Ecole Biblique di Gerusalemme. Lagrange, attraversando la tempesta della crisi modernista e proponendo una lettura storico critica della Sacra Scrittura, ha dato un enorme contributo all’avanzamento della conoscenza, in particolare sulla questione dell’autenticità mosaica del Pentateuco e sui vangeli canonici : oltre ai commenti scientifici, il padre Lagrange ci ha anche lasciato una vita di Gesù, in cui il padre domenicano cerca una via di equilibrio fra il modernismo e una lettura eccessivamente devozionistica. La mattinata di studio promossa sul padre Lagrange nell’aula magna della sezione San Domenico della Fter (Facoltà Teologica Emilia Romagna) ci ha permesso di rivolgere qualche domanda al nostro confratello, padre Paolo Garuti, biblista e professore all’Angelicum a Roma e a Gerusalemme.

Qual è l’eredità che il padre Lagrange ci ha lasciato come studioso?

Padre Lagrange sapeva dalla tradizione tomista che ogni senso derivato della scrittura (allegorico, morale, anagogico) si fonda sul senso letterale: non si può prescindere da ciò che il testo dice. Aveva ereditato dal tomismo anche l’ottimismo gnoseologico: non può esistere reale opposizione fra scienza e fede. In anticipo rispetto all’antropologia culturale che si svilupperà decenni dopo, aveva poi compreso che un Libro, scritto millenni prima in una determinata area geografica, non può essere letto veramente che “dal di dentro”. Per questo, dovette distaccarsi dal metodo dei teologi del suo tempo che nella Scrittura cercavano solo dei dicta probantia, per appoggiare le proprie tesi, e dalle correnti razionaliste delle Università europee che, giudicando i testi antichi come miti scaturiti da popoli primitivi, ne rifiutavano ciò che non era puro insegnamento morale. Per questo venne in Terra Santa: etnografia, geografia, archeologia, linguistica divennero gli strumenti del suo metodo.

Quali sono gli elementi ancora attuali del suo insegnamento e del suo metodo?

Oggi forse non è più tanto necessario andare a vivere in Terra Santa, per leggere correttamente la Bibbia, per tradurla in termini accessibili all’umanità d’oggi: possiamo attingere più facilmente alle “fonti” (letterarie, epigrafiche, archeologiche, ecc.). Anzi, la globalizzazione dell’interesse per la Bibbia, pilotata soprattutto da circoli fondamentalisti o da interessi di consumo, rende pericoloso il contatto coi realia. Per restare all’archeologia: quello che la generazione di Lagrange, al tempo degli scavi di H. Schliemann a Troia e a Micene, vedeva sorgere dalla terra ed iniziava a scoprire, a noi è mostrato già impacchettato in prospettive ideologiche non sempre rispettose del metodo scientifico. Di Lagrange, oltre ad alcune sue intuizioni esegetiche ancora condivise dagli studiosi, resta soprattutto l’atteggiamento di fondo: rispetto delle scienze umane, fedeltà alla Chiesa, disponibilità al dialogo sulla base dei realia.

In che modo questo insegnamento è portato avanti dalla scuola che ha fondato?

Lagrange diceva: «Nessun esegeta cattolico può pretendere di sottrarsi al giudizio della Chiesa in campo dogmatico; ma nessuna autorità potrebbe sottrarre le nostre opere, nel loro contenuto scientifico, al giudizio delle persone competenti, né impedire che tale verdetto sia utilizzato contro la Chiesa, se rileva una insufficienza reale». Questo atteggiamento resta quello dell’École biblique, che, oltre ai titoli propri, può conferire anche il Dottorato canonico in Scienze Bibliche. Finito il tempo dei pionieri, oggi l’esegesi biblica, l’archeologia del vicino Oriente, la storia delle religioni e la teologia sono materie praticate dalle più svariate istituzioni afferenti a diverse confessioni o religioni. Spesso, i risultati sono sconcertanti. Quello più evidente è il cosiddetto fondamentalismo: creando scorciatoie ideologiche aggancia a un testo del passato scelte politiche o settarie, visioni apocalittiche o fortune economiche. Un po’ come faceva il Fascismo con Virgilio ed Orazio.

Oggi quali sono le più interessanti prospettive negli studi esegetici?

Fare “esegesi” è estrarre (exegéomai) dal testo il suo significato e tradurlo (hermenéia) il linguaggi e termini comprensibili oggi. Per l’esegeta cattolico è un impegno ecclesiale. Sui due fronti, le moderne scienze della comunicazione (anche se non si crede al dogma postmoderno che tutto è comunicazione), possono essere di grande utilità. I testi religiosi antichi sono stati spesso prodotti e sempre trasmessi per indurre una convinzione: hanno quindi uno spessore retorico. La loro traduzione e riproposizione oggi avviene in una rete di comunicazioni che ha i suoi strumenti e i suoi limiti. Il lavoro è sempre lo stesso: bisogna sapere cosa c’era prima di un testo, cosa diceva quel testo, come ci è pervenuto quel testo, cosa dice oggi lo stesso testo. Si affinano gli strumenti, soprattutto nella conoscenza dell’anthropos produttore e portatore del testo. Per quanto mi riguarda, lo studio comparato delle culture mediterranee antiche ha molto da dire.

Molte persone sono in difficoltà nell’affrontare la lettura della Bibbia, può dare qualche consiglio per avvicinare un testo, allo stesso tempo, così noto ma altrettanto poco compreso?

Qualche idea. 1) Non chiedere a una sola pagina della Bibbia di dire tutto su tutto: già la Liturgia ci insegna a ascoltare certi testi da seduti e altri in piedi. Ogni pagina va “collocata”. 2) Non correre subito al «cosa mi dice questa pagina?» Dio parla a un popolo, non a narcisi individualisti. Per questo, la domanda corretta è «questa pagina, cosa dice su Dio alla sua Chiesa?» 3) Per chi vuole approfondire, ci sono fin troppi strumenti. Ottimi i dizionari biblici: aiutano a capire il biblicese. Non aver paura della fatica. «Ma Gesù ha parlato ai bambini … ». Verissimo, ma non col libro del Siracide. 4) Diffidare dei predicatori che dicono cosa davvero dice la Bibbia, magari contestando la lettura ecclesiale. È la porta del fondamentalismo. 5) Sapere che si hanno in mano traduzioni,  spesso volutamente “orientate”. Soprattutto quelli liturgiche: servono a pregare, non a studiare il testo. Per capirlo davvero, meglio una Bibbia con delle buone note e delle buone introduzioni. La Bibbia di Gerusalemme, ad esempio, frutto dell’École.





 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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