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Arriva il Nuovo Rito delle Esequie per i Defunti, anche la Cremazione, ma con regole chiare

Last Update: 5/23/2022 7:27 PM
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11/5/2009 1:00 AM
 
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Rito delle esequie: nell'urna si può, ma non in casa.

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di Andrea Tornielli

Roma - La Chiesa italiana «ha molti motivi per essere contraria» allo spargimento delle ceneri dopo la cremazione e alla conservazione «in luoghi diversi dal cimitero» delle urne con i resti dei defunti cremati.

È quanto stabilisce il nuovo «Rito delle Esequie», che i vescovi italiani, riuniti in assemblea dal prossimo 9 novembre ad Assisi, dovranno esaminare e approvare. Per la prima volta dunque il rituale ufficiale delle esequie promulgato dalla Cei prende in esame la cremazione, ammessa dalla Chiesa fin dal 1963 e sancita dal Catechismo pubblicato nel 1992 «se non mette in questione la fede nella risurrezione dei corpi».

Ma pone precisi paletti, manifestando contrarietà verso l’usanza di spargere le ceneri o di conservarle a casa o in giardino, secondo una consuetudine sempre più diffusa, nonostante resti assolutamente maggioritaria la tradizionale sepoltura in cimitero.

«La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di conservarle in luoghi diversi dal cimitero, come ad esempio, nelle abitazioni private - si legge nella bozza che i vescovi dovranno approvare tra due settimane - solleva non poche domande e perplessità. La Chiesa ha molti motivi per essere contraria a simili scelte, che possono sottointendere concezioni panteistiche o naturalistiche». Soprattutto nel caso di spargimento delle ceneri o di «sepolture anonime», continua il documento dei vescovi, «si impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario.

Inoltre, si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo». Per le generazioni successive, così, «la vita di coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare tracce».


Un successivo paragrafo del nuovo «Rito delle Esequie» - che sostituirà il vecchio pubblicato nel 1974, nel quale la pratica della cremazione non veniva citata - fa balenare la possibilità, in alcuni casi, di negare i funerali in chiesa: «Qualora il defunto - si legge al numero 7 - abbia espresso prima della morte la chiara volontà di far disperdere le proprie ceneri o conservare l’urna in un luogo diverso dal cimitero, si dovrà appurare se essa sottintenda il disprezzo della fede cristiana.

In questo caso, non si potranno concedere le esequie ecclesiastiche». In questo senso si era già espresso il Codice di diritto canonico. Pur essendo la Chiesa contraria allo spargimento delle ceneri, il divieto delle esequie in chiesa è dunque previsto solo nel caso che la decisione del defunto manifesti «disprezzo» verso la fede nella resurrezione dei corpi. Ma non si esclude la possibilità che ad Assisi sia presentata una formulazione più decisa nel senso del divieto, anche perché in questo senso ha deliberato l’ultimo Consiglio permanente della Cei.

Il nuovo rito dei funerali recepisce e rende normative le indicazioni contenute nel sussidio pastorale «Proclamiamo la tua risurrezione», pubblicato alla fine del 2007. Con il rituale che sta per essere approvato, sarà dunque possibile celebrare le esequie in presenza dell’urna cineraria, anche se la Chiesa preferisce che i funerali avvengano in presenza del corpo e dunque prima dell’eventuale cremazione.

Molti teologi sono ormai convinti che la cremazione non contraddica la dottrina cristiana della resurrezione dei corpi, dato che questa accelera il processo naturale di ossidazione. La conservazione delle urne in casa, potrebbe però degenerare forme di feticismo o di idolatria verso i defunti. La dispersione delle ceneri, prevista come possibilità dalla legge italiana ma con precise regole, è ritenuta lontana dalla tradizione della Chiesa. Per la fede cristiana, infatti, anche dopo la morte, la persona umana conserva la propria identità e la propria individualità, non si «disperde» nell’universo.

Attualmente in Italia le cremazioni corrispondono circa al dieci per cento dei decessi. L’uso della cremazione è diffuso soprattutto al Nord.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/5/2009 10:15 AM
 
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Beh Tea, visto quello che ho dovuto passare dalle mie parti per dare una sepoltura a mio suocero e le spese che abbiamo dovuto pagare, non sarebbe poi una cattiva idea la cremazione.....

apparte quello che hai puntualizzato qui
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11/5/2009 11:57 AM
 
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Re:
(Gino61), 05/11/2009 10.15:

Beh Tea, visto quello che ho dovuto passare dalle mie parti per dare una sepoltura a mio suocero e le spese che abbiamo dovuto pagare, non sarebbe poi una cattiva idea la cremazione.....

apparte quello che hai puntualizzato qui




[SM=g1740733] non so da voi, ma a Roma, essendoci stata offerta l'opportunità di cremare mia madre, posso garantirti che i costi erano identici... 3mila euro abbiamo pagato per la sepoltura normale, 2mila e 900 euro veniva la cremazione...
Mia madre è stata "parcheggiata" con la bara nella sala d'attesa del cimitero romano del Verano per ben 20 giorni prima di essere sepolta accanto a mia nonna, la sua mamma, per la quale abbiamo fatto aprire la cassa, ricomposto le ossa in una cassetta che ora è depositata accanto alla bara di mia mamma nello stesso loculo...

Ordunque, attenendo il testo ufficiale va da se che le priorità per la sepoltura dei nostri Defunti resta quella della DOTTRINA sulla vita dopo la morte, del Culto ai Defunti, la Preghiera dei suffragi con la visita ai Cimiteri...
Tutto il resto lo si può fare...anche se il testo di Tornielli ha dimenticato di sottolineare che anche prima del Concilio e da secoli la Chiesa ha sempre insegnato, per la pietà verso i Defunti, che di quanti si disperdevano i corpi per cause avverse, NON veniva meno il Suffragio e la Dottrina Cattolica sulla sorte dei loro Corpi che saranno resi immortali resuscitando, venendo ricomposti, come ci è stato promesso...

[SM=g1740733]


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11/5/2009 3:10 PM
 
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...ed anzi concordo in totos con quanto esprime di perplessità il frate di Cantuale Antonianum....



"L'avversione della Chiesa alla cremazione": riti liturgici per l'incenerimento?

La mitigazione della totale condanna  alla cremazione si trova nell'Istruzione dei S. Ufficio dell'8 maggio 1963.  la (CivCatt. IV, pp. 191-192). Vi si afferma la tradizionale preferenza per l'inumazione e si presentano le ragioni del permesso della cremazione, un permesso legato alla materialità del fatto, per mere ragioni di necessità, non per una equiparazione simbolica e tantomeno liturgica della scelta tra cremazione e inumazione: "La Chiesa si è sempre studiata di inculcare l'inumazione dei cadaveri, sia circondando tale atto con riti destinati a metterne in risalto il significato simbolico e religioso, sia comminando pene canoniche contro coloro che agissero contro una così salutare prassi; e ciò specialmente quando l'opposizione nasceva da animo avverso ai costumi cristiani e alle tradizioni ecclesiastiche fomentata da spirito settario di chi si proponeva di sostituire all'inumazione la cremazione in segno di violenta negazione dei nostri dogmi e specialmente della risurrezione dei morti e dell'immortalità dell'anima....di fatto l'abbruciamento del cadavere, come non tocca l'anima né impedisce l'onnipotenza divina di ricostruire il corpo, così non contiene, in sé e per sé, l'oggettiva negazione i quei dogmi. Non si tratta quindi di cosa intrinsecamente cattiva o di per sé contraria alla religione cristiana".
Il documento aggiunge che essendosi moltiplicate le richieste di riforma della disciplina vigente, la Chiesa apporta delle mitigazioni ai canoni 1203 e 1240 del Codice del 1917, ammettendo la deroga all'inumazione, ma "solo quando consti che la cremazione non sia voluta come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica o contro la Chiesa".

Ecco il testo dell'Istruzione del 1963 a cui tutti si richiamano per sostenere la "liberalizzazione" della cremazione:


Sacra Congregazione del Santo Ufficio


La cremazione dei cadaveri


La Chiesa si è sempre studiata di inculcare la inumazione dei cadaveri, sia circondando tale atto con riti destinati a metterne in risalto il significato simbolico e religioso, sia comminando pene canoniche contro coloro che agissero contro una cosí salutare prassi; e ciò specialmente quando l'opposizione nasceva da animo avverso ai costumi cristiani ed alle tradizioni ecclesiastiche, fomentata dallo spirito settario di chi si proponeva di sostituire alla inumazione la cremazione in segno di violenta negazione dei dogmi cristiani e specificatamente della risurrezione dei morti e della immortalità dell'anima. Tale proposito era evidentemente un fatto soggettivo, sorto nell'animo dei fautori della cremazione e non oggettivamente inseparabile dalla cremazione stessa; di fatto l'abbruciamento del cadavere, come non tocca l'anima, e non impedisce all'onnipotenza divina di ricostruire il corpo, cosí non contiene, in sé e per sé, l'oggettiva negazione di quei dogmi.

Non si tratta, quindi, di cosa intrinsecamente cattiva o di per sé contraria alla religione cristiana. E ciò fu sempre sentito dalla Chiesa, come risulta dal fatto che, in date circostanze, e cioè quando risultava che la cremazione del cadavere era chiesta con animo onesto e per gravi cause, specialmente di ordine pubblico, essa soleva permettere la cremazione. Tale migliorato mutamento di animo, congiunto al piú frequente ripetersi di circostanze che ostacolano la inumazione, spiega come in questi ultimi tempi siano state dirette alla Santa Sede insistenti preghiere perché sia mitigata la disciplina ecclesiastica relativa alla cremazione, oggi spesso richiesta, non certo per odio contro la Chiesa o contro le usanze cristiane, ma solo per ragioni igieniche, economiche o di altro genere, di ordine pubblico o privato.

La santa madre Chiesa, attenta direttamente al bene spirituale dei fedeli, ma non ignara delle altre necessità, decide di ascoltare benignamente queste richieste, stabilendo quanto segue:

1. Deve essere usata ogni cura perché sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli; perciò gli ordinari con opportune istruzioni ed ammonimenti cureranno che il popolo cristiano rifugga dalla cremazione dei cadaveri, e non receda, se non in casi di vera necessità, dall'uso della inumazione, che la Chiesa sempre ritenne e adornò di solenni riti.

2. Tuttavia, per non accrescere le difficoltà di ogni sorta e per non moltiplicare i casi di dispensa dalle leggi vigenti, è sembrato conveniente apportare qualche mitigazione alle disposizioni del diritto canonico, cosí che quanto è stabilito nel can. 1203, pp. 2 (vietata esecuzione del mandato di cremazione) e nel can. 1240, pp. 1, n. 5 (diniego di sepoltura ecclesiastica a chi ha chiesto la cremazione) non sia piú da osservarsi in tutti i casi ma solo quando consti che la cremazione sia voluta come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa.

3. Ne segue che a chi abbia chiesto la cremazione del proprio cadavere non dovranno essere negati, per questo motivo, i sacramenti ed i pubblici suffragi, a meno che consti avere egli fatto tale richiesta per i motivi sopra indicati, ostili alla vita cristiana.

4. Per non indebolire l'attaccamento del popolo cristiano alla tradizione ecclesiastica e per mostrare l'avversione della Chiesa alla cremazione, i riti della sepoltura ecclesiastica ed i susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere.

Gli em.mi padri preposti alla difesa della fede e dei costumi hanno riveduto questa Istruzione l'8 maggio 1963; e il Papa Paolo VI si è degnato di approvarla nell'udienza concessa all'em.mo segretario del Sant'Offizio il 5 luglio dello stesso anno.
------------------------------------

Questa è la disciplina tuttora vigente.
Adesso si dice che la CEI starebbe preparando un rito che contravverrebbe allo spirito (e alla lettera) delle disposizioni contenute nel num. 1)  secondo cui è da preferire l'inumazione e inoltre: gli Ordinari esortino i fedeli ad astenersi dalla cremazione; e soprattutto al num. 4) "per non indebolire l'attaccamento del popolo cristiano alla tradizione ecclesiastica e per mostrare l'avversione della Chiesa alla cremazione, i riti della sepoltura ecclesiastica e dei susseguenti suffragi non si celebreranno mai nel luogo ove avviene la cremazione e neppure vi si accompagnerà il cadavere".

Spero proprio che le notizie circolate ultimamente siano esagerate. Per es. quanto riportava qualche giorno fa Tornielli: "Con il rituale che sta per essere approvato, sarà dunque possibile celebrare le esequie in presenza dell’urna cineraria, anche se la Chiesa preferisce che i funerali avvengano in presenza del corpo e dunque prima dell’eventuale cremazione". Celebrare il funerale davanti ad un'urna cineraria sarebbe un'incredibile cambiamento simbolico, antropologicamente faticoso da digerire prima ancora che cristianamente problematico. Mi risulterebbe ben difficile anche benedire un forno crematorio invece che una  tomba appena scavata. Fino ad oggi non si accompagnano le salme al forno crematorio, la disciplina attuale mi pare rispondere bene alle necessità pratiche, mitigando eccessivi rigori, ma salvaguardando la fede dei piccoli. Un rito liturgico o un adattamento che viene a cambiare piano piano la coscienza cristiana sull'argomento non mi pare per nulla necessario. La fisicità della morte non va nascosta, soprattutto adesso.
Mi chiedo, poi, come un tale rito potrebbe ottenere la necessaria recognitio della Santa Sede che invece, se non ci sono novità a me ignote, si è espressa con chiarezza ed equilibrio nel documento citato.

Fraternamente CaterinaLD

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11/13/2009 2:57 PM
 
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la riflessione di padre Giovanni Scalese che condivido in totos...

A proposito di cremazione

I Vescovi italiani, nell’Assemblea generale conclusasi ieri ad Assisi, hanno approvato la bozza del nuovo Rito delle esequie (se ne veda la notizia riportata da ZENIT). In tale nuovo Rito è prevista anche la possibilità di esequie anche a coloro che scelgono la cremazione.

Non si tratta di una novità: la Chiesa aveva già da tempo ammesso la cremazione, a condizione che non fosse dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana. Il fatto è che, finora, tale concessione sembrava solo una possibilità ipotetica, riservata a qualche tipo un po’ eccentrico. Ora invece sta diventando una prassi sempre piú diffusa. Ecco le cifre riportate da ZENIT: «In vent’anni si è passati dalle 3.600 cremazioni del 1987 alle quasi 60.000 del 2007».

È ovvio che la Chiesa non può rimanere indifferente di fronte ai fenomeni di massa come questo; è ovvio che deve in qualche modo intervenire, dando delle direttive e fissando dei paletti. In questo caso, la Chiesa italiana si era già pronunciata due anni fa con il sussidio pastorale Proclamiamo la tua risurrezione; ora interviene di nuovo con il Rito delle esequie. I Vescovi pongono dei limiti precisi: le ceneri non possono essere disperse e non possono essere conservate «in luoghi diversi dal cimitero». Mi pare il minimo, per potersi dire ancora cristiani.

Eppure, nonostante queste precise indicazioni, confesso che le nuove norme mi lasciano alquanto perplesso. Perché? Perché segnano una rottura con una ininterrotta tradizione. Non dimentichiamo che il Cristianesimo è nato in un tempo in cui l’incenerimento era prassi comune; eppure i cristiani scelsero l’inumazione, perché tale uso esprimeva meglio la loro fede nella risurrezione. Avrebbero potuto anche loro fare qualche “contorsione” teologica; ma non la fecero, perché il seppellimento del corpo era un segno che parlava da sé. I segni — lo sappiamo — sono di solito molto piú eloquenti di tanti giri di parole.

Ecco dove sta il problema: la nuova linea adottata dalla Chiesa, pur essendo teoricamente corretta, rischia di favorire il processo di secolarizzazione e “ripaganizzazione” della società. Accettare la cremazione, pur con tutte le precisazioni e i distinguo, trasmette un messaggio ben chiaro: non esiste risurrezione; dalla natura veniamo e alla natura torniamo.

Ma allora, che fare di fronte alla diffusione della cremazione anche fra i cattolici? So bene che si tratta di un fenomeno incontrollabile. Quando ero nelle Filippine mi sono reso conto che ormai tale pratica è diffusa anche fra il clero. Un giorno, al termine della Messa, rimasi interdetto, quando una signora, con un fagottino sotto braccio, mi chiese di benedire le ceneri del marito. Ma non credo che sia saggio limitarsi semplicemente a prendere atto della situazione; in qualche caso bisogna reagire, come fecero i primi cristiani. “Bisogna evangelizzare”, si dice. Certo, ma non si evangelizza solo con le parole; spesso un segno, un gesto, una pratica sono molto piú efficaci di tante prediche. Certa timidezza pastorale non paga; qualche volta, forse, dovremmo avere il coraggio di prendere posizioni nette e controcorrente anche di fronte a questioni apparentemente secondarie.



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NUOVO RITO DELLE ESEQUIE: NO ALLO SPARGIMENTO DELLE CENERI DEL DEFUNTO

Città del Vaticano, 30 marzo 2012 (VIS). La seconda edizione in lingua italiana del "Rito delle esequie", pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, è stata recentemente presentata

presso la sede della Radio Vaticana. La nuova edizione presenta una revisione di tutti i testi biblici e di preghiera.

Una prima novità si riferisce al momento della visita alla famiglia che non era contemplato nell'edizione precedente. Monsignor Angelo Lameri, Direttore dell'Ufficio nazionale per la comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana, ha spiegato che: "Per un sacerdote, è un momento di condivisione del dolore, di ascolto dei familiari colpiti dal lutto, di conoscenza di alcuni aspetti della vita della persona defunta in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante la celebrazione delle esequie".

Altra novità è la sequenza rituale, riveduta ed arricchita, nel momento della chiusura della bara. Sono proposti testi adatti a diverse situazioni: per una persona anziana, una persona giovane, una persona morta improvvisamente e così via. In riferimento al Rito delle esequie, un altro adattamento consente di pronunciare parole di cristiano ricordo del defunto nel momento del commiato. Monsignor Limeri ha precisato che un'appendice a parte è stata dedicata alle esequie in caso di cremazione per sottolineare che la Chiesa "anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando non viene fatta in 'odium fidei' - continua a ritenere la sepoltura del copro dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede nella Resurrezione della carne, ad alimentare la pietà dei fedeli e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici".

Eccezionalmente i riti previsti nella cappella del cimitero o presso la tomba si possono svolgere nello stesso luogo della cremazione. Si raccomanda anche l'accompagnamento del feretro per quanto possibile al luogo della cremazione. "Particolarmente importante, poi, è l'affermazione che la cremazione si ritiene conclusa con la deposizione dell'urna nel cimitero". Questo perché anche se alcune legislazioni permettono lo spargimento delle ceneri in natura o di custodirle in luoghi diversi dal cimitero "queste prassi sollevano non poche perplessità sulla loro piena coerenza con la fede cristiana, soprattutto quando sottintendono concezioni panteistiche o naturalistiche".

Il nuovo "Rito delle esequie" vuole essere anche uno strumento per approfondire la ricerca sul senso della morte. Il Vescovo Alceste Catella, Presidente della Commissione Episcopale per la liturgia, ha segnalato infine che: "Questo libro attesta la fede dei credenti e condivide il valore del rispetto e della pietas verso i defunti, il rispetto per il corpo umano, anche morto. Attesta l'esigenza forte di poter coltivare la memoria, di aver un luogo certo per deporre la salma o le ceneri, nella certezza profonda che questo sia autentica fede e umanesimo autentico".

 

[SM=g1740733]

[Edited by Caterina63 3/30/2012 2:52 PM]
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Nuovo rito delle Esequie: no allo spargimento delle ceneri del defunto

Le novità, gli adattamenti riguardanti le celebrazioni funebri sono state al centro della presentazione stamani, nella sede della nostra emittente, della seconda edizione in lingua italiana del “Rito delle esequie”, volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana. La novità più significativa è legata alla cremazione. Il servizio di Amedeo Lomonaco

La seconda edizione del “Rito delle esequie”, che presenta in questo ambito una revisione di tutti i testi biblici e di preghiera, risponde anche a un dominante orientamento di distacco della società nei confronti della morte. Mons Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali: “La morte, in realtà, è rimossa dall’orizzonte della vita quotidiana, anche dal punto di vista percettivo, mentre proliferano le sue spettacolarizzazioni. I malati terminali spesso scompaiono nella solitudine degli hospice e si muore per lo più lontano dalla famiglia. Ai bambini non si fa vedere la salma dei nonni, perché potrebbero rimanerne turbati e così si resta analfabeti e muti di fronte a un evento che è, invece, parte rilevante della vita”.

Una prima novità presente nel volume “Rito delle esequie” riguarda il momento della visita alla famiglia, al centro di un paragrafo non presente nella precedente edizione. Mons. Angelo Lameri, dell’Ufficio Liturgico nazionale della Cei: “Per un sacerdote, è un momento di condivisione del dolore, di ascolto dei familiari colpiti dal lutto, di conoscenza di alcuni aspetti della vita della persona defunta in vista di un corretto e personalizzato ricordo durante la celebrazione delle esequie”. [non conosciamo il testo: ma se non si dice altro, è un peccato che si sia perso l'occasione di suggerire al sacerdote -che come missione principale ha quella della preghiera- di recitare qualche prece per il defunto, fosse anche il S. Rosario; n.d.r.]

Una seconda novità riguarda la sequenza rituale, rivista e arricchita, nel momento doloroso della chiusura della bara: “Si è andati nella direzione di cercare di proporre dei testi anche adatti a diverse tipologie, diverse situazioni. Sono proposti dei testi che sono per una persona anziana, per una persona giovane, per una persona morta improvvisamente e così via. Si è cercato di essere attenti a questi vari contesti”.
In riferimento al Rito delle esequie, un altro adattamento consente di pronunciare parole di cristiano ricordo del defunto nel momento del commiato.
[???, n.d.r.]

Un ulteriore adattamento riguarda la conclusione della celebrazione con l’introduzione della benedizione. Viene anche aggiunta una più ricca e varia proposta di formulari per la preghiera dei fedeli.

Ma la novità più significativa è costituita dall’appendice dedicata alle esequie in caso di cremazione. Ancora Mons. Angelo Lameri: “La denominazione 'appendice', oltre a segnalare che non esiste una sua corrispondenza nell’edizione tipica latina di riferimento, vuole richiamare il fatto che la Chiesa – anche se non si oppone alla cremazione dei corpi quando non viene fatta in odium fidei – continua a ritenere la sepoltura del corpo dei defunti la forma più idonea a esprimere la fede nella Resurrezione della carne, ad alimentare la pietà dei fedeli e a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte di familiari e amici.
Va posta particolare attenzione, appunto, alla scelta dei testi più adatti alla circostanza. Eccezionalmente, i riti previsti nella cappella del cimitero o presso la tomba si possono svolgere nello stesso luogo della cremazione.
Si raccomanda anche l’accompagnamento del feretro, per quanto possibile, al luogo della cremazione. Particolarmente importante, poi, è l’affermazione che la cremazione si 'ritiene
conclusa con la deposizione dell’urna nel cimitero'.
Da leggersi come conseguenza di quanto affermato al numero 165 dello stesso rituale a proposito della prassi di spargere le ceneri in natura o di conservarle in luoghi diversi dal cimitero. Sappiamo che queste due possibilità sono contemplate dalla legislazione civile italiana. Ma queste prassi, soprattutto quella dello spargimento delle ceneri in natura, sollevano non poche perplessità sulla sua piena coerenza con la fede cristiana, soprattutto quando sottintende concezioni panteistiche o naturalistiche
”.

Il volume “Rito delle esequie”, vuole essere anche uno strumento per approfondire la ricerca sul senso della morte. Mons Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato, presidente della Commissione episcopale per la liturgia: “Questo libro attesta la fede dei credenti e condivide il valore del rispetto e della pietas verso i defunti, il rispetto per il corpo umano, anche morto. Attesta l’esigenza forte di poter coltivare la memoria, di aver un luogo certo per deporre la salma o le ceneri, nella certezza profonda che questo sia autentica fede e umanesimo autentico”.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, mons. Catella ha infine confermato che “vi è certamente un incremento delle richieste di cremazione”, sottolineando peraltro che “questo è l’esito anche di una forte azione pubblicitaria delle agenzie specializzate”.

 Radio Vaticana

[SM=g1740733]

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[SM=g1740733] IL RITO DELLE ESEQUIE

Introduzione

1. La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore.


Nelle esequie, la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il Battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alla vita e, debitamente purificati nell'anima, vengano accolti con i santi e gli eletti nel ciclo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo e la risurrezione dei morti. È per questo che la Chiesa, Madre pietosa, offre per i defunti il Sacrificio eucaristico, memoriale della Pasqua di Cristo, e innalza preghiere e compie suffragi; e poiché tutti i fedeli sono uniti in Cristo, tutti ne risentono vantaggio: aiuto spirituale i defunti, consolazione e speranza quanti ne piangono la scomparsa.

2. Nel celebrare le esequie dei loro fratelli, i cristiani intendono affermare senza reticenze la loro speranza nella vita eterna; non possono però né ignorare né disattendere eventuali diversità di concezioni o di comportamento da parte degli uomini del loro tempo o del loro paese. Si tratti quindi di tradizioni familiari, di consuetudini locali o di onoranze funebri organizzate, accolgano volentieri quanto vi riscontrano di buono; se poi qualche particolare risultasse in contrasto con i principi cristiani, cerchino di trasformarlo, in modo che le esequie celebrate per i cristiani esprimano la fede pasquale e dimostrino uno spirito in piena linea con il Vangelo.

3. Pur senza indulgere a forme di vuoto esibizionismo, è giusto che si dia il dovuto onore al corpo dei defunti, divenuto con il Battesimo tempio dello Spirito Santo; è bene quindi che almeno nei momenti più significativi tra la morte e la sepoltura si riaffermi la fede nella vita eterna e si facciano preghiere di suffragio. Tali momenti, tenuto conto delle consuetudini locali, possono essere: la veglia di preghiere nella casa del defunto, la deposizione del cadavere nella bara, il trasporto in chiesa per la celebrazione della liturgia della Parola e dell'Eucaristia alla presenza dei familiari e, possibilmente, di tutta la comunità, l'ultimo commiato e il trasporto al cimitero.

4. In base alle diverse situazioni ambientali, il rito delle esequie per gli adulti si articola secondo tre "tipi" o schemi.

a) Il primo tipo prevede tre "stazioni" o soste: nella casa del defunto, in chiesa, al cimitero.

b) Il secondo tipo ne prevede due: nella cappella del cimitero e al sepolcro.

c) Il terzo tipo ha una sola "stazione"; nella casa del defunto.

5. Il primo tipo di esequie corrisponde esattamente a quello finora incluso nel Rituale Romano.

Comprende regolarmente, almeno nelle zone di campagna, tre stazioni: nella casa del defunto, in chiesa e al cimitero, con due processioni intermedie. Queste processioni però, specie nelle grandi città, o vanno in disuso o sono per vari motivi sconsigliate; d'altra parte, sia per la mancanza di clero che per la distanza dei cimiteri, raramente i sacerdoti possono compiere le due stazioni nella casa del defunto e al cimitero stesso. Tenuta presente questa situazione di fatto, è bene educare e preparare i fedeli a dire essi stessi, in mancanza del sacerdote o del diacono, le orazioni e i salmi come è indicato nel rito; in caso contrario, queste due stazioni si omettano.

6. Nel primo tipo, la stazione nella chiesa comprende normalmente la celebrazione della Messa esequiale, che è proibita soltanto nel Triduo sacro, nelle solennità di precetto e nelle domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua.

Quando la Messa esequiale non è permessa, si può prendere una lettura tra quelle indicate nel Lezionario dei defunti a meno che non ricorra il Triduo sacro, il Natale del Signore, l'Epifania, l'Ascensione, la Pentecoste, il SS.mo Corpo e Sangue di Cristo o un'altra solennità dì precetto.

(Rescritto della S. Congregazione per il Culto Divino, 18 settembre 1974 - Prot. n. 2036/74).

Può avvenire però che, per motivi pastorali, la celebrazione delle esequie nella chiesa non includa la Messa; in questo caso, rinviata la Messa al giorno ritenuto più opportuno, resta l'obbligo della liturgia della Parola.

La stazione nella chiesa dovrà quindi sempre comprendere la liturgia della Parola, con o senza Sacrificio eucaristico, e il rito detto in passato "assoluzione", e d'ora innanzi "ultima raccomandazione e commiato".

7. Il secondo tipo di esequie comprende due stazioni soltanto, entrambe al cimitero: una nella cappella del cimitero stesso, e l'altra presso la tomba. Non è prevista, in questo tipo di esequie, la celebrazione eucaristica: essa avrà luogo, però, assente il cadavere, prima o dopo le esequie.

 

8. Il terzo tipo di rito esequiale, quello cioè celebrato nella casa del defunto, potrà forse sembrare, in qualche regione, una variante del tutto inutile; eppure se ne riscontra, in altre zone, la necessità.

Data questa diversità di situazioni, non si scende di proposito ai particolari. Tuttavia si è ritenuto opportuno suggerire almeno qualche indicazione, in modo da far rientrare anche in questo tipo gli elementi comuni agli altri due tipi, quali, per esempio, la liturgia della Parola e il rito dell'ultima raccomandazione e del commiato.

D'altra parte, le Conferenze Episcopali potranno dare disposizioni in merito.

9. Quando, sulla base del nuovo Rituale Romano, saranno preparati i singoli Rituali particolari, spetterà alla Conferenza Episcopale stabilire se conservare i tre tipi distinti di esequie, o scambiarne l'ordine, o anche tralasciare l'uno o l'altro schema. Può capitare infatti che in una nazione ci sia l'uso esclusivo di un solo tipo, per esempio del primo con tre stazioni; in tal caso non si dovrebbe lasciar cadere. Altrove invece potrebbero essere necessari tutti e tre i tipi. La Conferenza Episcopale terrà conto delle necessità particolari e prenderà opportunamente le sue decisioni.

10. Dopo la Messa esequiale si compie il rito dell'ultima raccomandazione e del commiato.

E un rito che non va inteso come una purificazione del defunto - implorata con la celebrazione del Sacrificio eucaristico - ma come l'ultimo saluto rivolto dalla comunità cristiana a un suo membro, prima che il corpo sia portato alla sepoltura. È vero che c'è sempre, nella morte, una separazione, ma i cristiani, membri come sono di Cristo e una sola cosa in lui, non possono essere separati neppure dalla morte1. Il rito viene introdotto dalla monizione del sacerdote, che ne spiega il significato; seguono, dopo qualche istante di silenzio, l'aspersione, l'incensazione e il canto di commiato: un canto che si presti, per il testo e la melodia, a essere eseguito da tutti, in modo che tutti lo sentano come un momento culminante del rito.

Anche l'aspersione, ricordo del Battesimo che ha iscritto il cristiano nel libro della vita, e l'incensazione, onore reso al corpo del defunto come tempio dello Spirito Santo, rientrano nei gesti rituali del commiato.

Il rito dell'ultima raccomandazione e del commiato si può compiere soltanto nelle esequie presente il cadavere.

11. In qualsiasi celebrazione per i defunti, sia esequiale che comune, grande importanza vien data, nello svolgimento del rito, alla lettura della parola di Dio; è infatti la parola di Dio che proclama il mistero pasquale, dona la speranza di incontrarci ancora nel regno di Dio, ravviva la pietà verso i defunti ed esorta alla testimonianza di una vita veramente cristiana.

12. Nel compiere i suoi uffici materni verso i defunti, la Chiesa ricorre soprattutto alla preghiera dei salmi: con essi esprime il suo dolore, e attesta insieme la sua fiducia. Procurino quindi i pastori d'anime, non senza un'opportuna e adatta catechesi, di portare a poco a poco le loro comunità a una comprensione sempre più chiara e approfondita di alcuni salmi, prendendo occasione anche da quelli proposti per la liturgia dei defunti.

Quanto agli altri canti, a cui il rito spesso si riferisce, data l'importanza pastorale della loro esecuzione, si cerchi che riecheggino nel testo la vivezza del linguaggio biblico2 e la spiritualità di quello liturgico.

______________

1) Cf Simeone di tessalonica, De ordine sepulturae: PG 155, 685 B.

2) SC 24.

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13. Anche nelle orazioni la comunità cristiana professa la sua fede, intercede per i defunti adulti perché raggiungano in Dio la loro beatitudine, e riafferma la sua certezza che i fanciulli defunti, divenuti per il Battesimo figli di adozione, sono già in paradiso. Si prega però per i genitori di questi bambini, come pure per i familiari di tutti i defunti, perché abbiano nel loro dolore la consolazione della fede.

14. Là dove per legge particolare o per fondazione o anche per consuetudine si era soliti dire, o nelle esequie o fuori di esse, l'Ufficio dei defunti, se ne può conservare l'uso, purché lo si celebri con la dovuta dignità e pietà. Date però le attuali condizioni di vita e le esigenze pastorali, in luogo dell'Ufficio dei defunti si può fare una veglia biblica o una celebrazione della parola di Dio.

14 bis. La celebrazione delle esequie si deve fare anche per i catecumeni; si potrà inoltre concedere, a norma del can. 1183 CIC:

a) ai bambini, che i genitori intendevano battezzare, e che sono morti prima del battesimo;

b) ai battezzati, membri di qualche Chiesa o comunità ecclesiale non cattolica, secondo il prudente giudizio dell'Ordinario del luogo, a meno che non consti della volontà contraria del defunto, e purché non sia disponibile il ministro proprio.

15. A coloro che avessero scelto la cremazione del loro cadavere si può concedere il rito delle esequie cristiane, a meno che la loro scelta non risulti dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana.

Le esequie siano celebrate secondo il tipo in uso nella regione, in modo però che non ne resti offuscata la preferenza della Chiesa per la sepoltura dei corpi, come il Signore stesso volle essere sepolto, e sia evitato il pericolo di ammirazione o di scandalo da parte dei fedeli.

In questo caso, i riti previsti nella cappella del cimitero o presso la tomba si possono fare nella stessa sala crematoria, cercando di evitare con la debita prudenza ogni pericolo di scandalo o di indifferentismo religioso.

Uffici e ministeri verso i defunti

16. Ricordino tutti gli appartenenti al popolo di Dio che nella celebrazione delle esequie ognuno ha un suo compito e un ufficio particolare da svolgere: lo hanno i genitori o i familiari, gli addetti alle onoranze funebri, la comunità cristiana e tanto più il sacerdote, educatore della fede e ministro del conforto cristiano, che presiede l'azione liturgica e celebra l'Eucaristia.

17. Ricordino poi tutti, e specialmente i sacerdoti, che quando nella liturgia esequiale raccomandano a Dio i defunti, hanno anche il dovere di rianimare nei presenti la speranza, di ravvivarne la fede nel mistero pasquale e nella risurrezione dei morti; lo facciano però con delicatezza e con tatto, in modo che nell'esprimere la comprensione materna della Chiesa e nel recare il conforto della fede, le loro parole siano di sollievo al cristiano che crede, senza urtare l'uomo che piange.

18. Nel predisporre e nell'ordinare la celebrazione delle esequie, i sacerdoti tengano conto non solo della persona del defunto e delle circostanze della sua morte, ma anche del dolore dei familiari, senza dimenticare il dovere di sostenerli, con delicata carità, nelle necessità della loro vita di cristiani. Particolare interessamento dimostrino poi per coloro che in occasione dei funerali assistono alla celebrazione liturgica delle esequie o ascoltano la proclamazione del Vangelo, siano essi acattolici o anche cattolici che mai o quasi mai partecipano all'Eucaristia, o danno l'impressione di aver perduto la fede: i sacerdoti sono ministri del Vangelo di Cristo, e lo sono per tutti.

19. Le esequie senza la Messa possono essere celebrate dal diacono. Se la necessità pastorale lo esige, la Conferenza Episcopale può, con il consenso della Sede Apostolica, designare anche un laico.

In mancanza del sacerdote o del diacono, è bene che nelle esequie del primo tipo le stazioni nella casa del defunto e al cimitero siano guidate da laici; la stessa cosa, in genere, è bene fare per la veglia nella casa del defunto.

20. Nella celebrazione delle esequie, tranne la distinzione derivante dall'Ufficio liturgico e dall'Ordine sacro e tranne gli onori dovuti alle autorità civili, a norma delle leggi liturgiche, non si faccia nessuna distinzione di persone private o di condizioni sociali, sia nelle cerimonie che nell'apparato esteriore3.

 

Adattamenti che spettano alle Conferenze Episcopali

21. Spetta alle Conferenze Episcopali, in virtù della Costituzione sulla Sacra Liturgia (art. 63 b), preparare nei Rituali particolari un "Titolo" che corrisponda a questo "Titolo" del Rituale Romano, con gli opportuni adattamenti, secondo le necessità delle singole regioni, in modo che, dopo la revisione della Sede Apostolica, se ne possa far uso nelle regioni interessate.

Ecco, a questo riguardo, i diritti e i compiti delle Conferenze Episcopali:

a) Determinare gli adattamenti entro i limiti stabiliti in questo titolo.

b) Ponderare con illuminata prudenza l'eventuale opportunità di accogliere qualche elemento proprio della tradizione e del carattere dei singoli popoli e proporre quindi alla Sede Apostolica altri adattamenti ritenuti utili o necessari, da introdursi con il suo consenso.

c) Conservare eventuali elementi propri già inclusi nei Rituali particolari, purché si possano armonizzare con la Costituzione sulla Sacra Liturgia e con le necessità attuali; oppure predisporre un adattamento di questi elementi propri.

d) Preparare la traduzione dei testi, in modo che essa corrisponda davvero all'indole delle varie lingue e alle diverse culture, aggiungendovi, secondo l'opportunità, le melodie per il canto.

e) Adattare e completare, se ne è il caso, le premesse introduttive del Rituale Romano, per facilitare la partecipazione consapevole e attiva dei fedeli.

f) Distribuire la materia in modo che le edizioni dei libri liturgici curate dalle singole Conferenze Episcopali risultino davvero comode e pratiche per l'uso pastorale; senza però omettere nulla di quanto è contenuto nella edizione tipica latina.

______________

3) Cf SC 32.
 

Se si ritiene opportuno aggiungere rubriche o testi, questi debbono essere distinti dalle rubriche e dal testo del Rituale Romano con un particolare segno o carattere tipografico.

22. Nel preparare i Rituali particolari delle esequie, alle Conferenze Episcopali spetta:
 

a) Ordinare il rito secondo uno o più tipi, come è indicato sopra al n. 9.
 

b) Sostituire, se si ritiene opportuno, le formule proposte nel rito principale con le altre indicate nel capitolo VI del Rituale Latino.

c) Quando il Rituale Romano presenta più formule a scelta, i Rituali particolari possono aggiungere altre formule simili (a norma del n. 21f).

d) Stabilire se deputare i laici per la celebrazione delle esequie.

e) Qualora ci fosse una ragione pastorale, disporre che l'aspersione e l'incensazione della salma vengano omesse, oppure supplite con altro rito.

f) Stabilire per le esequie il colore liturgico ritenuto più adatto al carattere particolare della popolazione, in modo che, senza offendere il dolore, manifesti la speranza cristiana illuminata dal mistero pasquale.

La Conferenza Episcopale Italiana, per quanto di sua competenza, imparte le seguenti direttive pastorali e stabilisce i seguenti adattamenti liturgici:

1. Ferma restando la possibilità di svolgere le esequie nei diversi modi e luoghi previsti dal Rituale, si raccomanda di introdurre o di conservare come normale consuetudine lo svolgimento dei funerali nella chiesa parrocchiale con la celebrazione della Messa.

2. Le esequie, in quanto è possibile, siano celebrate con il canto e se ne favorisca la partecipazione da parte del popolo.

3. Dopo la monizione introduttiva all'ultima raccomandazione e commiato, secondo le consuetudini locali approvate dall'Ordinario, possono essere aggiunte parole di cristiano commento nei riguardi del defunto.

4. E opportuno che nella celebrazione delle esequie i fedeli siano invitati a professare la propria fede con la recita del Credo, ad esempio dopo la lettura della parola di Dio durante la Veglia nella casa del defunto, o presso la tomba, o anche in altro momento adatto, a giudizio del sacerdote celebrante.

5. I testi aggiunti sono segnati con asterisco.

Compito del sacerdote nel preparare e ordinare la celebrazione

23. Il sacerdote, tenute presenti le circostanze concrete e altre necessità, come pure le eventuali richieste dei familiari e della comunità, si serva volentieri delle varie possibilità proposte dal rito.

24. In tutti gli schemi proposti, il rito si presenta in forma assai semplice. Ricca e varia è la scelta dei testi. Così, ad esempio:

a) È opportuno che tra i testi proposti sia fatta una scelta, con la collaborazione della comunità e della famiglia, perché la celebrazione sia più vera e più intonata alle circostanze.

b) Alcuni elementi non sono obbligatori, ma possono essere aggiunti secondo le circostanze: ad esempio, l'orazione per il conforto dei familiari nella casa del defunto.

c) Secondo la tradizione liturgica c'è grande libertà nella scelta dei testi proposti per le processioni.

d) Quando il salmo indicato o suggerito dalla liturgia presenta una certa difficoltà pastorale, ne viene aggiunto un altro a scelta. Anzi, anche nel corso di un salmo si può ometter qualche versetto che pastoralmente sembri meno opportuno.

e) Il testo delle orazioni è sempre per un defunto. Quindi dovrà essere adattato, nei singoli casi, sia per il genere che per il numero.

f) Nelle orazioni le parole indicate tra parentesi possono essere omesse.

25. Per una degna e appropriata celebrazione delle esequie, come anche per lo svolgimento di tutto il ministero del sacerdote verso i defunti, si suppone una visione d'insieme di tutto il mistero cristiano e dell'ufficio pastorale. Tra le altre cose è compito del sacerdote:

a) Essere presente al capezzale dei malati e dei moribondi, come è detto nella parte del Rituale intitolata "Sacramento dell'Unzione e cura pastorale degli infermi".

b) Fare un'opportuna catechesi sul significato della morte cristiana.

c) Recar sollievo alla famiglia del defunto, confortarla nel dolore e, per quanto possibile, aiutarla con bontà a preparare una conveniente celebrazione delle esequie, usando delle facoltà previste nel rito.

d) Cogliere e presentare la liturgia dei defunti nel contesto della vita liturgica parrocchiale e di tutto il ministero pastorale.


[SM=g1740733]


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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3/15/2012 9:10 PM
 
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Una sintesi della teologia delle esequie cristiane (sempre valide )

Riprendo da ZENIT questa riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto (Trento), che apparirà prossimamente sulla rivista di formazione liturgica “Liturgia 'culmen et fons'”. Si tratta di un utilissimo "ripasso" dogmatico in vista del 2 novembre. Per non scindere la sana dottrina cristiana dalla pastorale e dalla predicazione, finendo per svuotare queste ultime. La dottrina - certamente - non è tutto. Ma è senza dubbio la spina dorsale, lo scheletro che supporta i muscoli e gli altri organi. Togli l'impalcatura dottrinale e casca tutto lo sforzo pastorale, soprattutto nel caso della morte e del senso cristiano dei riti funebri.

LA TEOLOGIA DELLE ESEQUIE CRISTIANE

Uno degli errori oggi più diffusi è quello di sottovalutare le basi teologiche e impostare dei progetti pastorali senza il fondamento dottrinale, con esclusiva attenzione alle urgenze sociologiche. In tal modo tutto diventa fragile e, in poco tempo, anche un progetto alquanto elaborato viene travolto dal passare di quelle opinioni momentanee che l’hanno generato. Questa insipienza, tipica del relativismo, porta a non dedicare sufficiente tempo ed energie alla formazione teologica e, non considerandone adeguatamente la sua necessità essenziale, tutta la costruzione è posta in stato permanente di crollo. E’ ciò che avviene anche nel tessuto ecclesiale, quando miriadi di pubblicazioni e interminabili riunioni producono frutti effimeri e bruciano inutilmente le migliori intenzioni. Di qui lo stato diffuso di spossatezza e di inefficacia, che debilita i pastori e i fedeli.
Anche riguardo alle esequie ecclesiastiche, una pastorale intelligente, duratura ed efficace sul popolo di Dio, non può che basarsi su una solida teologia, che illumini e giustifichi il senso dei riti liturgici. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI è maestro di questa rifondazione teologica a tutto l’agire della Chiesa e il suo magistero, se accolto con docilità, porterà la Chiesa a quella solidità di pensiero e di azione, che è intrinseca alla rivelazione divina e che non ammette il dubbio sistematico e la vaporosità di una ricerca mai conclusa e fine a se stessa. Per questa urgente opera di rifondazione teologica il Papa esordisce indicando come prima emergenza proprio la Liturgia, culmen et et fons’ della vita della Chiesa. Le sue omelie, in particolare, introducono i fedeli nella celebrazione dei santi Misteri in linea con la più classica tradizione mistagogica dei Padri, costituendo un esempio di alto profilo per tutti i sacerdoti.
Le esequie cristiane si rapportano alle due dimensioni costitutive dell’uomo: l’anima e il corpo. La Chiesa eleva il pio suffragio per l’anima immortale del defunto, nella speranza della sua eterna salvezza, e ne onora con una degna sepoltura il corpo esanime, nell’attesa della sua risurrezione.
I riti esequiali descrivono e trasmettono fondamentali articoli di fede, che costituiscono la ‘forma’ interiore e il senso dei riti esteriori trasmessi dalla tradizione liturgica.
Possiamo allora individuare i principali dogmi che vi sono sottesi.

1. L’immortalità dell’anima
Nelle esequie cristiane spira una presenza soprannaturale, che ci fa percepire che l’anima del defunto non è estinta nel nulla, ma è viva, perché immortale. Sta ora sul versante ultraterreno, è uscita dal regime della fede ed è entrata nella dimensione dell’ eternità. Pur separata dal corpo, sussiste nell’esercizio, per quanto misterioso ma reale, delle sue facoltà spirituali. Tale certezza fa delle esequie una celebrazione di vita e di profonda serenità, pur nell’amarezza delle lacrime per il distacco e apre i credenti all’attesa di un rinnovato incontro con chi vive e ci aspetta lassù, come ben si esprime una monizione del rito delle esequie: “…di nuovo infatti, potremo godere della presenza del fratello nostro e della sua amicizia e, questa nostra assemblea, che ora con tristezza sciogliamo, lieti un giorno nel regno di Dio ricomporremo” (Rito delle Esequie, n. 73).

2. Il purgatorio
La Chiesa sa bene che ogni uomo è peccatore e, nonostante il lavacro battesimale, a causa della concupiscenza, la vita della Grazia è fragile e l’itinerario terreno faticoso e incerto. Al di là del perdono sacramentale, elargito ordinariamente mediante il sacramento della Penitenza, la Giustizia divina esige una adeguata riparazione, prima che l’anima possa accedere alla gloria: è il dogma del purgatorio. La Chiesa, dunque, non presume mai nei suoi figli quello stato perfetto di santità, che solo Dio può riconoscere e, umilmente, invoca misericordia, eleva il suffragio e si mantiene sotto il giogo della penitenza. Per questo lo stile della liturgia esequiale è penitenziale: nel colore (viola o nero), nell’addobbo (assenza di fiori), nel tenore delle orazioni e nei canti. La Chiesa non ‘canonizza’ il defunto, ma lo affida a Dio con il cuore contrito ed umiliato e aspetta solo da Lui la lode. In qualche modo, nelle esequie, la Chiesa, secondo la parabola evangelica del banchetto nuziale (Lc 14, 7ss.), pone il defunto all’ultimo posto, steso a terra ai piedi della ‘santa mensa’, e attende che Dio stesso, e solo Lui, sorga e dica “Amico, passa più avanti” (Lc 14, 10).

3. La comunione dei Santi
La Chiesa sa di poter comunicare misteriosamente con i Defunti, di poterli affidare realmente alla misericordia di Dio, di avere con loro una misteriosa solidarietà soprannaturale e ricevere il beneficio di una invisibile e valida intercessione. Per questo educa i suoi figli, ancora peregrini qui in terra, a mantenere una continua comunione con coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e dormono il sonno della pace. Le persone amate e tutti quelli che ci hanno fatto del bene ci seguono, ci amano con carità soprannaturale e intercedono per noi secondo i disegni di Dio. Essi ci attendono là dove ogni lacrima sarà asciugata e si vedrà il volto di Dio. S. Cipriano afferma tutto ciò con squisita dolcezza: “Là ci attende un gran numero di nostri cari, ci desiderano i nostri genitori, i fratelli, i figli in festosa e gioconda compagnia, sicuri ormai della propria felicità, ma ancora trepidanti per la nostra salvezza” (Lit. Ore, Uff. lett. venerdì 34° sett. ord.).
Soffermiamoci a questo punto a considerare gli effetti che la secolarizzazione sta oggi producendo, entrando violentemente nella liturgia esequiale della Chiesa. Il cuneo che ne consente l’ingresso è costituito da un concetto di ‘pastorale’ intesa ormai solo come accondiscendenza sociologica all’ambiente, senza più riferimento al Mistero della fede.
La mentalità secolarizzata dominante cancella totalmente i dogmi della fede sopra esposti e svuota di conseguenza lo spirito e la lettera dei riti liturgici stabiliti dalla Chiesa, che vengono devitalizzati, alterati e, infine, omessi e reinventati.
Mentre le esequie ecclesiastiche sono celebrazioni vive nel presente e rivolte al futuro, aperte alla speranza teologale e alla luce mirabile di ciò che ancora non vediamo, le esequie secolarizzate sono irreversibilmente rivolte al passato, travolte dal flusso inesorabile del tempo e fragili come la memoria psicologica. Infatti, se il defunto è nel nulla e di lui non rimane niente come persona viva, se insomma l’immortalità dell’anima è negata, resta solo il triste ricordo, totalmente sul versante del passato e inesorabilmente sempre più flebile, fino alla sua graduale dissoluzione. Per questo la secolarizzazione accentra la celebrazione sulla commemorazione del defunto. Essa, infatti, è il perno rituale nelle esequie profane. Ma la commemorazione è sguardo al passato. La persona commemorata né vive, né più ritornerà. Di essa rimangono solo le sue idee, il suo esempio e le sue opere: tutte realtà compiute dalla persona estinta, ma prive del soggetto vivo che le ha prodotte e quindi affidate alla interpretazione positiva o negativa dei posteri, come anche alla loro totale obliterazione.
Se l’anima non vive più, diventa del tutto inutile la preghiera di suffragio per l’eventuale purificazione ultraterrena. Col dogma dell’immortalità dell’anima cade pure quello sul purgatorio e quello della comunione dei Santi. Così in linea con la secolarizzazione si farà ampio uso dell’elogio.
Non resta, infatti, che celebrare con enfasi quei ‘fasti’, che ora sono retaggio della memoria di chi ha conosciuto il defunto. La compiacenza verso i parenti o verso le istituzioni a cui apparteneva esige che un grande elogio funebre consoli chi resta e giustifichi l’ideologia o l’istituzione a cui il defunto aderiva. Ebbene la commemorazione e l’elogio stanno inquinando in modo esteso le esequie cristiane, sia in certe omelie, come soprattutto in interventi disseminati nel tessuto del rito esequiale e proposti in momenti rituali e luoghi sacri del tutto impropri. La ‘canonizzazione’ del defunto si manifesta anche nei riti: l’uso facile di paramenti bianchi e canti di superficiale sentimentalismo stanno corrompendo la liturgia esequiale cristiana, che da molte parti non esiste più nella sua vera identità. Gli applausi sono i prodotti secolaristici delle acclamazioni liturgiche e un buonismo livellante sta cancellando ogni annunzio rigoroso del dogma della fede. Quella sobrietà e delicata circospezione che la Chiesa raccomanda, sia nel ricordare il defunto, come nel proporlo ad eventuale esempio ai fedeli, sta cedendo di fronte all’irruzione del costume dominante, che ormai costringe e assedia con modelli imposti violentemente dall’opinione.
Le esequie si rapportano anche al corpo del defunto, che sta per ricevere degna sepoltura. Ed anche verso di esso i riti della Chiesa rivelano e comunicano importanti dogmi di fede, che completano quelli già sopra descritti.

4. Il peccato originale
Il corpo quando è vitale sta in posizione eretta, ma, appena la vita lo abbandona, cade a terra e rimane disteso. Tutti gli uomini non possono che constatare questo fatto fisico. E’ quindi questa la posizione più naturale del corpo esanime nelle esequie. La Chiesa però non si ferma a questo dato e annunzia un mistero più profondo: l’uomo muore a causa del peccato originale, secondo le stesse parole del Signore Dio “…polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3, 19). Deponendo il corpo dei suoi defunti, la Chiesa proclama la realtà del peccato originale, di cui la morte corporale è frutto e immagine. Essa non è secondo il piano di Dio, infatti: Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi, ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 1, 13.2, 24). In tal senso il Miserere (Sl 50) è parte tradizionale delle esequie cristiane: ‘nel peccato mi ha concepito mia madre’. Il corpo disteso a terra, quasi a contatto con essa, proclama in modo visivo il nostro essere peccatori, pagandone il prezzo con la perdita dell’immortalità e portando nella nostra carne fino alle ultime conseguenze il castigo divino, pronunziato fin dalle origini: “…tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto…” (Gen 3, 19).

5. L’ultima penitenza
La morte corporale è l’ultimo atto della necessaria penitenza dovuta al peccato. Tutti, per quanto eminenti in santità, devono passare per questo estrema prostrazione penitenziale. Il Signore stesso, senza peccato, ha voluto subire nella sua morte e sepoltura, quella abissale umiliazione penitenziale che ci ha redenti. Ed ecco che il corpo senza vita del defunto, deposto davanti all’altare, in qualche modo celebra il suo ultimo atto penitenziale: il giacere esanime sulla terra. Lo aveva ben compreso S. Francesco di Assisi, che in prossimità della morte, volle farsi deporre dai suoi confratelli sulla nuda terra e così esalare l’ultimo respiro. Lo comprese il Papa Paolo VI, che volle il suo feretro a contatto con la terra e in tal modo ispirò la forma più eloquente del rito cristiano delle esequie. Ma il defunto non giace da solo, la tradizione pone sulla bara la Croce. Egli giace in misteriosa solidarietà col mistero della sepoltura del Signore e lo Spirito custodisce la sua carne in attesa del risveglio.

6. La risurrezione della carne
Il feretro è vigilato dal Cero pasquale, che dal suo candelabro illumina le tenebre della morte: è Cristo risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti (1 Cor 15, 20). Se la croce sulla bara annunzia la solidarietà con la morte del Signore, il Cero pasquale annunzia la futura risurrezione di questa medesima carne, che ora sta esanime e immota. Poi quel corpo sarà deposto nel cimitero, ossia nel dormitorio, termine cristiano per affermare il misterioso ma vero risveglio nell’ultimo giorno. Tutto quindi parla di vita, anche per la carne e non solo per l’anima; e questa è la novità più tipica dell’escatologia cristiana, che annunzia una salvezza integrale della totalità della persona, anima e corpo.
Ed ecco, che, appena la secolarizzazione invade il rito cristiano delle esequie, pure questi altri dogmi della nostra fede vengono letteralmente cancellati e alla loro rimozione segue, inevitabile, una liturgia di sostituzione, che interpreta la nuova visione. Se cade il dogma del peccato originale, cade quello della penitenza quale necessità per il peccato e, se già l’anima è estinta nel nulla, ancor più il corpo è ormai inteso come materiale inerte, senza la profondità propria del mistero di Dio, che lo risusciterà. Anche riguardo al corpo nelle esequie secolarizzate lo sguardo è irrimediabilmente rivolto al passato: non c’è l’orizzonte luminoso sul Dio dei viventi e l’attesa dell’opera meravigliosa, che Egli compirà nel giorno della risurrezione. I riti allora dovranno interpretare la visione dell’uomo terreno, ormai privo del trascendente. Il corpo subisce la fatua celebrazione di ciò che fu nel passato mediante il tumolo, monumento celebrativo che vuole interpretare la personalità dell’estinto. Si metterà in luce il suo ruolo, la sua autorità, il suo genio, la sua opera, ma al contempo si creerà una graduazione di classi in base al censo, o al ruolo sociale. Comunque sarà oscurata sia la fondamentale realtà della morte che tutti accomuna, sia dell’umile penitenza che è intrinseca allo stato del corpo morto. Il tumolo potrà avere diverse tipologie, che da quelle storiche arrivano a quell’ingombro di oggetti, cari al defunto, che oggi coprono, talvolta banalmente la bara, ma rappresenta sempre il segno eloquente di quella commemorazione rivolta irrimediabilmente al passato e ormai priva di vita, che sarà tanto più accentuata quanto più si eclisserà il senso della trascendenza e il compimento ultimo nel futuro di Dio. Non si intende qui considerare le diverse forme storiche, assunte anche dalla liturgia della Chiesa, ma assicurare che in ogni forma antica o nuova non venga mai compromesso il carattere cristiano e i diversi aspetti del dogma della fede che vi sono connessi e che nelle modalità rituali devono essere ben visibili. E’ altresì evidente che nella celebrazione profana delle funerali il tumolo col cadavere elevato e onorato diventa l’icona centrale, il punto ottico di attrazione, ma nella celebrazione esequiale cristiana, invece, nessuno dovrà mai attentare alla centralità, al primato e alla sacralità dell’altare. Anche il corpo esanime del defunto è orientato all’altare, davanti ad esso sta prostrato e da esso, sul quale si compie il Sacrificio incruento della Croce, scaturisce la sorgente viva della salvezza eterna dell’anima e il soffio vitale che risusciterà la carne nell’ultimo giorno. A nessuno, dunque, è lecito attentare alla maestà dell’altare!
Un ultimo dogma della fede sta a fondamento del carattere proprio delle esequie cristiane:

7. Il giudizio particolare da parte dell’unico giudice costituito da Dio, il Signore Gesù Cristo.
Occorre non dimenticare ciò che afferma l’Apostolo: Io neppure giudico me stesso… Il mio giudice è il Signore (1 Cor 4, 4). La Chiesa, ispirando a sobrietà la commemorazione del defunto ed evitando un superficiale elogio, sa bene che solo Dio è il giudice e solo Cristo sa quello che c’ è nel cuore dell’uomo (Gv 2, 25). Quello che di una persona apparve in vita potrebbe essere una ingannevole maschera, infatti l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore (1 Sam 16, 7). S. Agostino afferma: “Quale uomo infatti è in grado di giudicare un altro uomo? Il mondo è pieno di giudizi avventati. Colui del quale dovremmo disperare, ecco che all’improvviso si converte e diviene ottimo. Colui dal quale ci saremmo aspettati molto, ad un tratto si allontana dal bene e diventa pessimo…. Che cosa sia oggi ciascun uomo, a stento lo sa lo stesso uomo. Tuttavia fino a un certo punto egli sa cosa è oggi, ma non già quello che sarà domani…” (dal ‘Discorso sui pastori’). Per questo la Chiesa si discosta dal giudizio e lo affida a Dio, restando in profonda adorazione del Suo giusto verdetto. Ciò non succede nelle esequie secolari, che impostano inevitabilmente la loro celebrazione sul mero tessuto dell’apparenza umana dell’estinto e si pronunziano solo sulla corteccia superficiale delle sue opere esteriori. Lo sguardo umano non può, infatti, andare oltre a ciò che appare e il mistero della persona rimane velato. Solo Dio penetra quel velo, scruta le facoltà interiori e pronunzia un giudizio vero, inappellabile e definitivo. Anzi, mediante l’elogio, tale apparenza tende ad essere potenziata e, omessa ogni scoria e debolezza, viene idealizzata, perché non resta altro che ciò che appare. Non raramente poi la verità oggettiva in ordine al bene e al male viene oscurata da una commemorazione riduttiva, posta a servizio delle tante umane convenienze di coloro che rimangono. Certo non si intende delegittimare la giusta commemorazione e il dovuto elogio, se il defunto veramente lo merita. Infatti le esequie del Giusto dovrebbero essere il suo ultimo atto di evangelizzazione e la consegna alla Chiesa, che lo ha generato, della sua estrema testimonianza di fedeltà e di vita in Cristo. Tuttavia sono diversi i toni, sobri gli accenni, umili i ricordi, contenuti i tempi e mai dovrà essere incrinato o in qualche modo oscurato il primato di Cristo e del suo Mistero. Egli è il Protagonista e con Lui la Chiesa, non dissociabile da Lui Sposa. In realtà ogni intervento indebito sul rito liturgico delle esequie espone il defunto ad un protagonismo che non deve avere e strumentalizza la fede e la liturgia al servizio del piccolo orizzonte di ciò che noi percepiamo.
Se non si interviene con urgenza e determinazione nella liturgia esequiale, come in molti altri campi della vita della Chiesa attuale, si arriverà, in un futuro molto prossimo, ad essere posti al servizio delle opinioni e del costume dominante e si potrebbe seriamente rischiare che l’eresia sia attribuita all’ortodossia, resa minoritaria, e a coloro che con tutte le forze cercano di mantenersi fedeli al dogma della fede e alla disciplina della Chiesa.
Che una solida teologia sia a fondamento di una nobile liturgia e l’intelligente obbedienza alle prescrizioni della Chiesa offra al popolo di Dio una edificante e degna celebrazione delle esequie dei figli di Dio.


Testo preso da: Una sintesi della teologia delle esequie cristiane http://www.cantualeantonianum.com/2010/10/una-sintesi-della-teologia-delle.html#ixzz1pDZhYtT5

http://www.cantualeantonianum.com

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/23/2022 7:27 PM
 
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ARCIVESCOVO DI TORINO CONTRO LA "PRIVATIZZAZIONE DELLA MORTE"

La Chiesa sconsiglia cremazione e conservazione delle ceneri del defunto?

Basta con la privatizzazione della morte»: qualche tempo fa l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, ha criticato pratiche che stanno prendendo sempre più piede, come la dispersione delle ceneri del defunto o la custodia in casa dell’urna cineraria.
Nosiglia aveva richiamato i fedeli ad evitare queste pratiche «troppo individualistiche», ammonendo contro la «privatizzazione e la commercializzazione della morte, del lutto» (La Repubblica).

“Cimitero luogo di memoria e comunione”
Il vescovo di Torino sottolineava ancora che «la cultura che ci circonda tenta di privatizzare la morte ed esalta tipologie e pratiche funerarie come la dispersione delle ceneri e la custodia dell’urna in casa o in luoghi privati, disdegnando il cimitero come luogo privilegiato della sepoltura. Luogo della memoria e della comunione dei vivi non solo con i propri defunti. Il cimitero è un luogo di comunione e di comunità. La morte non si può privatizzare» (Ansa).

Un argine contro le richieste di dispersione
Per il presule la morte è anche una rottura: «La si deve accettare, non si può tenere il proprio caro in casa, come una cosa che continua ad appartenerti». Le richieste di dispersioni nel Roseto del cimitero Monumentale di Torino sono significative. Circa 600 all’anno su un totale di 4 mila cremazioni. E bisogna aggiungere quattrocento richieste di affido a casa e dispersioni fuori dal camposanto (Il Sussidiario.net).

Chiesa e cremazione
Va precisato che la Chiesa Cattolica non vieta la cremazione. Oggi la norma, richiamata nel Codice di Diritto Canonico (1176) si esprime così: “La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana”

.Il documento del 1963
Già dal 1963 con l’emanazione dell’Istruzione “De cadaverum crematione: Piam et constantem” la Chiesa aveva legittimato la cremazione, pur non approvandola come forma di seppellimento dei cadaveri.

La concessione delle esequie
Nel 1969, con il decreto “Ordo Exsequiarum”, della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, aveva stabilito che “a coloro che avessero scelto la cremazione del loro cadavere si può concedere il rito delle esequie cristiane, a meno che la loro scelta non risulti dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana”. Anche il Catechismo della Chiesa cattolica (2301) la prevede «se non mette in questione la fede nella risurrezione dei corpi».

Un rito ambiguo
Tuttavia, scriveva il teologo don Antonio Sciortino su Famiglia Cristiana, «la cremazione non è priva di ambiguità, non meno di qualsiasi altro tipo di funerale dove sovente la “religione civile” e la vanità prendono il sopravvento sulla fede. Infatti, a partire dallalegge 130 del 2001, che non solo permette la conservazione delle ceneri nelle case private, ma anche la loro dispersione in spazi legalmente stabiliti, l’incinerazione rischia di trasformarsi in una “moda” che finisce per banalizzare il grande mistero della morte».

“Imbarazzanti” le ceneri a casa
La conservazione delle ceneri del defunto fra le mura domestiche, aggiungeva Sciortino, «privatizza una memoria che, soprattutto per i cristiani, è eloquente e pubblico richiamo alla precarietà di questa vita e al mistero dell’aldilà. Non possiamo poi nasconderci che questa “presenza” nelle case private potrebbe, con il tempo, diventare imbarazzante per gli eredi».
La dispersione delle ceneri, pertanto «non ha di per sé nulla di anticristiano, ma sorge il dubbio che oggi tale prassi, nel nostro particolare contesto culturale, esprima una vaga religiosità new age, naturalistica, cioè in un dio cosmico e impersonale. Per questo essa è fortemente sconsigliata».

L’ultimo documento ufficiale della Chiesa
Nel 2016, con Papa Francesco, la Chiesa ha ribadito il sì alla cremazione. Ma la sepoltura è la pratica preferibile e non è concessa la conservazione dell’urna in casa o la dispersione delle ceneri del defunto nella terra, in acqua o nell’aria. E’ stata vietata anche la conversione delle ceneri “in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti”. Il Vaticano lo ha stabilito con la diffusione del documento “Ad Resurgendum cum Christo” redatto dalla Congregazione per la dottrina della Fede, approvato dal Papa.
Inoltre, “nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie”.
Fonte Aleteia






Fraternamente CaterinaLD

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