DIFENDERE LA VERA FEDE
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Omelie, Pellegrinaggi e la vita della Fraternità Sacerdotale San Pio X (la FSSPX)

Last Update: 2/15/2015 12:15 AM
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1/25/2010 9:39 PM
 
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Omelia per la solennità di San Carlo Borromeo, patrono dell'omonimo Priorato della Fraternità San Pio X in provincia di Torino. Sulla scolta di san Pio X che, nel 1910 celebrò il terzo centenario della canonizzazione del Santo, viene messo in evidenza il modo con cui san Carlo combatté gli errori del suo tempo, tracciando la via per combattere gli errori di oggi.

Puoi cliccare anche qui:

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[SM=g1740738]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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omelia di Mons.Bernard Fellay in occasione della Festa di Tutti i Santi

Ecône, 1° novembre 2010

Cari membri della Fraternità,

in questo giorno siamo nella gioia per due motivi. Innanzi tutto per la festa liturgica che celebriamo, quella di Tutti i Santi. La Chiesa vuole ricordare oggi tutti i suoi figli che già gioiscono della beatitudine eterna nella visione beatifica. È una festa straordinaria poiché in essa si vede realizzato il compimento, la ragion d’essere della Chiesa e della sua missione, nella speranza che un giorno anche noi giungeremo a questo fine.

Pensare al Cielo ci riempie di gioia, e oggi la Chiesa ci chiede veramente di pensare al Paradiso, al fine per cui Dio ci ha creati. Nel Martirologio vi sono 365 giorni in cui sono menzionati alcune migliaia di Santi, ma nella patria celeste ve ne sono molti di più e questo genera in noi una grande speranza, poiché il Cielo è la nostra patria.

Tale festa poi ci procura anche un’altra gioia poiché celebriamo un anniversario; quello dei quarant’anni di fondazione della nostra cara Fraternità Sacerdotale San Pio X, nata proprio in questo giorno. Non si tratta certo di un caso, poiché sappiamo bene che per la Divina Provvidenza il caso non esiste. Proviamo ad approfondire le ragioni; il perché la Fraternità è stata fondata proprio nella festa di Tutti i Santi.

La Chiesa Militante sulla terra e Trionfante in Cielo

Quando si parla di Tutti i Santi si pensa certamente a ciascuno di essi preso individualmente, ma anche all’insieme che essi compongono; si pensa a un corpus. Quest’insieme ha un nome: la Chiesa trionfante. Si potrebbe dire che è la parte definitiva della Chiesa, quella che costituisce il fine della Chiesa terrena; il suo compimento in Cielo, la sua perfezione definitiva. Vi è fra le due un legame poiché si tratta sempre della stessa Chiesa che noi chiamiamo «militante» sulla terra e «trionfante» in Cielo. La stessa Chiesa, che si trova però quaggiù secondo un modo diverso, poiché essa si situa nel tempo, ed ha anche un modo d’agire differente. Al di fuori del tempo, nella visione di Dio, sparisce tutto l’aspetto della lotta contro il peccato, contro il demonio, nostro pane quotidiano sulla terra. I Santi si consacrano interamente all’adorazione di Dio e delle sue perfezioni nella visione beatifica tramite la luce della gloria. Ma qui sulla terra la Chiesa deve combattere. Il suo fine è il Cielo.

Se vi è una Chiesa sulla terra, se Nostro Signore ha fondato la sua Chiesa, è per salvare le anime, per strapparle dal loro pietoso e miserevole stato di peccato. La fede ci insegna che ogni uomo in questo mondo è concepito col peccato originale. Egli è privo di quell’amicizia con Dio che è la grazia. Se conta solo su se stesso è perduto; la sua vita in questa terra sarà solo un susseguirsi di gioie passeggere, di piaceri, di lacrime, di tristezze, di sofferenze, con una fine infelice. Occorre quindi cercare il mezzo dato da Dio per trarre l’uomo da questo stato di miseria, ancor più aggravato in seguito, dai peccati personali. Stato che, se non se ne esce, conduce all’inferno con la privazione di Dio. In questa condizione spaventosa l’uomo si precipita se non coglie il solo mezzo dato da Dio per salvarsi che è la Chiesa fondata da Lui stesso, la Chiesa cattolica romana. Trarre l’uomo da questo stato di miseria, non è semplicemente un’opera di beneficenza, è un combattimento.

L’uomo non è decaduto da solo. Occorre sempre tener presente anche gli spiriti ribelli che sono i demoni. Dio permette che possano avere un certo campo d’azione ed essi cercano di ostacolare il lavoro della Chiesa, che consiste nel far uscire le anime dal peccato. Questa missione è un vero combattimento, un combattimento essenzialmente spirituale, ma che molto facilmente può estendersi nel mondo fisico. Per questo sulla terra la Chiesa, per realizzare il suo fine che è di condurre gli uomini a Dio, di santificarli, di comunicare loro la grazia che li fa santi, deve dedicare la maggior parte delle sue energie e del suo tempo a questo combattimento.

Questa battaglia è visibile nella difesa e nella protezione del tesoro della fede. Essa esige delle condanne, dei divieti, delle punizioni, delle scomuniche. È normale e non può essere altrimenti. Ci troviamo in una vera guerra, molto più grave, molto più decisiva di tutte le guerre umane. Ne va, ancora una volta, della salvezza delle anime! Questa lotta la si percepisce anche nella morale. È necessaria la fede, ma è anche necessaria una vita che corrisponda ai comandamenti di Dio. È dunque compito della Chiesa ripetere agli uomini qual’è la via che conduce a Dio. L’esperienza di tutti i giorni ci dimostra quanto il richiamo alla morale cattolica possa provocare resistenze. Fondamentalmente, il combattimento della fede è molto più profondo, ma a livello umano è quasi sempre attorno alla morale che sarà più virulento.

Coloro che vorrebbero pensare solo al lato gioioso della Chiesa rischiano fortemente di dimenticare ciò che, pur non essendo forse essenziale, è tuttavia assolutamente necessario: il combattimento sulla terra cioè l’ascesi. Nostro Signore ha detto: «Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinunci a se stesso, porti la sua croce tutti i giorni e mi segua» (Lc 9, 23). Questa è la via! In questa festa di Tutti i Santi, la Chiesa ci chiede di elevare i nostri cuori, senza però dimenticare questa battaglia. Ci invita a considerare la ricompensa della beatitudine eterna che Dio darà a coloro che si consacrano a questa lotta per la salvezza della loro anima e di quella del prossimo.

Che cos’è la Fraternità agli occhi del mondo?

Come stabilire una relazione tra questa verità e la Fraternità? In definitiva non è poi così difficile. Quando si considera la Fraternità ci si può chiedere che cos’è essa per le persone del mondo: una banda di litigiosi, di ribelli, di scomunicati, di scismatici… in breve di malcontenti che turbano la Chiesa… o qualcosa di simile; sempre pronti a lamentarsi, a brontolare, ad attaccare e a criticare. Spesso è così che si considera la Fraternità. Ed è vero che nel corso di questi quarant’anni della sua esistenza essa ha combattuto numerose battaglie in questa guerra per la fede. Questo prova come la Fraternità faccia parte della Chiesa militante, in un’epoca in cui si vuole dimenticare proprio questo aspetto battagliero della Chiesa. È sorprendente constatare oggi, soprattutto da dopo il Concilio, come si cerchi di far sparire questo aspetto militante. Non se ne vuole più parlare, si vuole presentare una Chiesa gentile, simpatica con tutti, con tutte le religioni, con tutti gli uomini, con tutti i peccatori, come se non vi fosse più che un solo demone rimasto: la Fraternità San Pio X! Solo con essa si vuole mantenere lo stato di guerra! È davvero alquanto impressionante vedere un tale contrasto.

Della croce, non se ne vuole più parlare, o se se ne parla ancora, si rimuove il Crocifisso. Si mantiene ancora una croce ma quella del Resuscitato, quella che non serve più a niente perché Cristo è risuscitato. Alleluia! Tutto va bene. Non si vuole più parlare del valore della sofferenza, della necessità del combattimento. Il peccato? Figuratevi, non vi sono più peccatori! In ogni caso tutti vanno in Paradiso. È presto fatto. È semplice. Tutti sono buoni, tutti si salvano. Siate dei buoni protestanti, siate dei buoni pagani, e andrete in Cielo! È questo il messaggio che più o meno passa un po’ dappertutto. Si fa fatica a vedere che cos’è la Chiesa militante. Quando oggi si guarda ad essa ci si può ben chiedere perché si chiami ancora militante. Perché milita, che so, per i diritti delle donne o per i poveri? È questa la Chiesa militante?

Da parte nostra, è certo che quest’aspetto della «battaglia per la Messa» e per la «difesa della fede» è ben visibile, fin dal nostro stesso vocabolario, perché se si fa una ricerca nei nostri sermoni spesso si trovano queste idee di combattimento, di battaglia, di guerra. Ma noi siamo quasi i soli a parlarne e mostrare palesemente l’aspetto della Chiesa militante.

Al tempo stesso è importante ricordare che non ci battiamo solo per il piacere della disputa. Potremmo dare l’impressione di disobbedire solo per affermare la nostra opinione personale ma non è assolutamente così. Noi cerchiamo altro; cerchiamo la salvezza; cerchiamo Dio. Se ci lanciamo in questa battaglia è perché vogliamo piacere a Dio; perché vogliamo la sua gloria e con questo la nostra salvezza.

Senza Mons. Marcel Lefebvre, niente Fraternità

Guardiamo un po’ più da vicino questa nostra Fraternità. Vi è qualcosa di evidente: parlare della Fraternità, parlare di ciò che essa fa, parlare delle sue intenzioni, significa parlare necessariamente di una persona, del nostro caro e venerato Fondatore, Mons. Marcel Lefebvre. Se non ci fosse stato, non vi sarebbe alcuna Fraternità, noi non esisteremmo. Quest’opera della Chiesa esiste perché egli ne fu il fondatore, e non solo questo: tutta la nostra battaglia per la Chiesa è retta dalle sue linee direttrici, da uno spirito che abbiamo ricevuto da Mons. Lefebvre. È chiaro che egli è stato un uomo suscitato dalla Divina Provvidenza per questa epoca. Perciò Dio l’ha dotato di un numero impressionante di talenti e di doni. Innanzi tutto, gli ha permesso di comprendere che nella Chiesa vi era un problema, una crisi; poi di capire dov’era il problema, qual era la causa di questa crisi. Dio gli ha anche donato la capacità di mostrare i mezzi per uscirne e quale ne era l’antidoto. La Fraternità, dopo quarant’anni, vive di queste indicazioni dateci da Mons. Lefebvre.

La cosa più straordinaria è che le indicazioni che ci ha lasciate – sia per spiegare ciò che accade nella Chiesa, sia per mostrare quali sono i mezzi che bisogna utilizzare per uscirne – questa visione della Chiesa è talmente profonda che quarant’anni dopo si può leggere ciò che diceva e applicarlo come se lo stesse dicendo adesso. Ciò significa che tale visione è talmente elevata che in qualche modo supera il tempo; vale per la nostra epoca e non di meno è sufficientemente al di sopra degli elementi particolari e contingenti di un’epoca da poterci mostrare ciò che occorre fare. Posto il problema, ecco la soluzione!

La Fraternità è una eredità. Anche in questo vi è un legame con la Chiesa. La Chiesa è una tradizione, nel senso che di generazione in generazione viene trasmesso ai posteri ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha affidato agli Apostoli. È questa realmente la tradizione, la trasmissione di un deposito, di un tesoro che si chiama «deposito rivelato», che Dio ha affidato agli uomini per la loro salvezza. Nella nostra Fraternità si sente ripetere esattamente la stessa cosa, un eco fedele, non qualcosa di diverso, perché noi siamo nella Chiesa.

Monsignor Lefebvre diceva, e ha voluto che lo si scrivesse sulla sua tomba: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto» (I Cor 11, 23). Noi abbiamo ricevuto e ancora oggi viviamo di questo tesoro. Se siete qui oggi è perché anche voi avete ricevuto questo tesoro, e se noi oggi contiamo quarant’anni d’esistenza significa che per quarant’anni questa trasmissione si è mantenuta. Quello che facciamo – e Monsignore ha insistito tanto su questo punto – non dev’essere altro che ciò che fa la Chiesa.

Quando ci parlava dello spirito che deve animare la Fraternità; quando gli si chiedeva quale deve essere questo spirito egli rispondeva che essa non vuole avere uno spirito proprio ma quello della Chiesa. Considerando la Chiesa vediamo cos’è che domina in essa e che la muove. Questo stesso spirito deve essere quello che muove la Fraternità. Ora nella Chiesa c’è il combattimento e la difesa della fede. Ma questo non basta. Non è tutto. Voi stessi capite bene come le persone che ci guardano dall’esterno vedono degli elementi negativi: la difesa della fede, la condanna degli errori, il combattimento o anche la guerra… e spesso si fermano là. Bisognerebbe che guardassero un po’ meglio, e vedrebbero che questi elementi sono ben reali, ma non sono il fine né il compimento della Fraternità. Il fine è la santità. È veramente bello e straordinario considerare questa finalità in un’epoca come la nostra, in cui la santità è beffeggiata dappertutto. Epoca in cui le protezioni e gli aiuti che offrivano le leggi degli Stati per la morale e la difesa della legge naturale sono scomparsi. Tutto è saltato, tutto è stato affondato nel marciume… Ebbene in un tale ambiente, in tale naufragio è veramente straordinario vedere che questa piccola Fraternità attaccata da tutti le parti, riesce comunque a far brillare la luce di Dio, che è la luce della fede, dando agli uomini il coraggio di resistere in mezzo a tutto questo, per vivere una vita che piaccia a Dio, una vita nella grazia. È qualcosa di assolutamente straordinario che attiene al miracolo. Oggi vi è veramente di che rendere grazie a Dio. Rendere grazie a Dio per averci dato un Mons. Lefebvre.

Lo scopo della Chiesa è di fare dei santi

In quel piccolo libro che ci disse essere il suo testamento, il suo Itinerario Spirituale, dalla prefazione veniamo a sapere che in tutta la sua vita Monsignore è stato assillato dal desiderio di trasmettere i princìpi della santificazione sacerdotale, della santificazione cristiana cioè dal desiderio di fare dei santi. Questo è esattamente lo scopo della Chiesa: fare dei santi, fare dei santi sacerdoti perché si abbiano dei fedeli santi. Occorre veramente che tutta la Chiesa sia santificata. Per far questo, egli non ha proposto una sua invenzione, ma ha ripreso molto semplicemente ciò che ci dà la Chiesa. Ciò su cui bisogna essere centrati: la Messa che è il fondamento e la fonte di ogni grazia, di ogni santificazione. Questo è veramente il rimedio per la crisi di oggi.

Già lo si vede, anche se è solo un piccolo inizio, non molto forte nella Chiesa. Attorno alla Messa che si celebra a poco a poco si ricostruisce la Cristianità, in mezzo ad ogni sorta di miserie, di pene, di lacrime. Questo seme germina, cresce lentamente; è ancora impercettibile, ma malgrado tutto si vede che sta accadendo qualcosa. Si coglie, molto semplicemente, la mano di Dio. Mi ricordo che in occasione della prima visita dei tre vescovi della Fraternità al Cardinale Castrillon, appena dopo il pellegrinaggio del 2000, parlando della Fraternità ebbe a dire: «I frutti sono buoni, dunque vi è lo Spirito Santo». Ma cosa si vuole di più? Lo Spirito Santo, lo Spirito che santifica, lo Spirito che si trova solo nella Chiesa e che santifica le anime. Non siamo stati noi a cercare questo elogio.

Oggi chiediamo alla Madonna, a Tutti i Santi e al nostro caro Monsignor Lefebvre, la grazia della fedeltà a questo deposito che ci è stato donato dalla Chiesa. Chiediamo questa grazia perché la nostra bella storia non si fermi ai quarant’anni, ma continui. Infatti non è difficile comprendere, guardando lo stato della Chiesa, che la crisi non è finita. Se da un lato vi sono delle speranze, dall’altro vi è anche la consapevolezza molto chiara che il nostro combattimento nella Chiesa e per la Chiesa non è terminato. Per questo chiediamo veramente a Dio che venga il Suo Regno, che sia fatta la Sua Volontà come in Cielo così in terra. Chiediamo a tutti i Santi del cielo, agli Angeli, di assisterci, di aiutarci, di condurci in questa battaglia per la gloria di Dio, per la nostra salvezza e la gloria della Chiesa.

Così sia.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/3/2011 7:43 PM
 
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[SM=g1740733] Omelia di don Giorgio Maffei, Priorato Madonna di Loreto, 1° maggio 2011, in occasione del suo 90° compleanno

it.gloria.tv/?media=152220



[SM=g1740717]

Auguri da tutti noi, Don Giorgio! [SM=g1740721]

[SM=g1740750] [SM=g1740752]

Fraternamente CaterinaLD

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5/21/2011 5:25 PM
 
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[SM=g1740717] [SM=g1740720] www.laportelatine.org

Prima Professione Religiosa nella congregazione delle Suore Consolatrici del Sacro Cuore di Gesù de due suore della misione de Palayamkotai (India) il 8 settembre 2010 nella chiesa della Fraternità San Pio X, Albano Laziale.

Reportage pour La Porte Latine, le site officiel du District de France de la FSSPX réalisé par Jean-Paul et Jacques Buffet.

www.gloria.tv/?media=101009



[SM=g1740738]

[SM=g1740750] [SM=g1740752]

Fraternamente CaterinaLD

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6/5/2011 1:05 PM
 
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Breve resoconto del Pellegrinaggio in Turchia della FSSPX








Abbiamo ricevuto :

" E' stato spiritualmente molto proficuo il viaggio-pellegrinaggio in Turchia, organizzato dal distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X dal 23 al 30 maggio 2011. L'itinerario si è sviluppato lungo le orme dell'apostolo San Paolo che quì nacque nella città di Tarso e attraversando queste contrade svolse buona parte della sua opera evangelizzatrice.
Il gruppo di pellegrini, guidato da don Pier Paolo Petrucci, ha percorso in pullman molti chilometri in Anatolia ed ha concluso infine il viaggio nella grande città di Istanbul. Da questo, sia pur superficiale contatto con la società turca, è emersa chiaramente l'impressione di un paese in forte espansione economica. La Chiesa, al contrario, appare, come in parte è noto, in grande difficoltà nel mantenere, in quelle terre un tempo cristianissime, almeno una presenza vessillare.

"Voi ci chiederete cosa facciamo quì" - ci ha detto, ad esempio, una suora italiana - "La risposta è semplice: nulla se si prescinde dalla preghiera e dalla muta testimonianza. In questa città non vi è ufficialmente nemmeno un cristiano, al di fuori della casa non possiamo portare il nostro abito religioso, questa chiesa è un museo statale e si può celebrare la S. Messa solo quando ci sono gruppi di turisti stranieri che lo chiedono espressamente".

Queste condizioni molto dure, ed è forse l'unica fortuna di quei poveri cristiani, però riescono in qualche modo a stemperare il solito livore contro la Tradizione Cattolica. Nessuno infatti ha mai mosso obiezioni alla celebrazione della S. Messa di sempre, nè nelle due chiese dedicate a San Paolo a Tarso e Iconio, nè alla casa della Madonna presso Efeso, nè in una chiesa rupestre della Cappadocia.

L'abito talare è, come detto, vietato dallo Stato che però, probabilmente allo scopo di non danneggiare l'industria del turismo, lo tollera di fatto per i pellegrini stranieri.
Tale segno esterno di cristianesimo militante, crediamo assai raro in altri gruppi cattolici, ha dunque destato curiosità, ma anche sincero interesse nelle persone incontrate, quasi tutte mussulmane. Se si possono infatti ascrivere soprattutto al folklore le numerose richieste di fotografie accanto al padre, non così si può dire per alcuni passanti che hanno domandato esplicitamente una preghiera o una benedizione.
Il governo turco, ufficialmente laico, da alcuni anni si sta avvicinando a posizioni filo-islamiche. Per i cattolici si tratta in ogni caso di orientamenti entrambi negativi.
Nei musei, ad esempio, è assolutamente vietato pregare. Quasi tutte le chiese, o rovine di esse come la basilica di San Giovanni Evangelista ad Efeso che custodisce la tomba dell'Apostolo così amato da Nostro Signore, sono di fatto musei statali. In queste situazioni la nostra guida solitamente si allontanava dal gruppo, facendo finta di non vedere e sentire. Noi siamo sempre riusciti a fare comunque una preghiera nei luoghi più sacri ma ci dispiaceva sinceramente mettere in difficoltà quel pover'uomo che, almeno potenzialmente, poteva rischiare addirittura il ritiro temporaneo della licenza di accompagnatore turistico.
Tutto comunque è andato bene, con l'aiuto della Divina Provvidenza e l'intercessione dell'Apostolo delle genti.

Al termine del faticoso ma entusiasmante pellegrinaggio è rimasto tuttavia in ognuno il desiderio di pregare anche in futuro per i cattolici di quelle terre e per la conversione dei mussulmani.
In Turchia, come in molte altre nazioni lontane da Nostro Signore, c'è bisogno soprattutto di missionari ferventi e di testimoni coraggiosi della Fede. A ben poco serviranno invece dialoghi interreligiosi o aperture al mondo che potranno solo, indebolire ancora di più una Chiesa già così discriminata ed oppressa".


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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6/20/2011 3:29 PM
 
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Un italiano in Ecône

Per il secondo anno consecutivo la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha la gioia di annunciare l'ordinazione di un novello sacerdote italiano. Si tratta del fiorentino don Giacomo Ballini.  Egli sarà ordinato mercoledì 29 giugno, festa di S. Pietro e Paolo, presso il Seminario di Ecône. Nelle settimane immediatamente successive don Giacomo visiterà varie case italiane della FSSPX per farsi conoscere e celebrare presso i fedeli le sue prime Messe.

Riportiamo dunque, per chi desiderasse essere presente,  il seguente calendario

Giovedì 30 giugno: Prima S. Messa al Seminario di Econe

Sabato 2 luglio: S. Messa nella chiesa di Vaglia (FI),paese dove don Giacomo è nato

Domenica 10 luglio: S. Messa cantata presso il Priorato FSSPX di Albano Laziale 

Domenica 17 luglio: S. Messa cantata presso il Priorato FSSPX di Montalenghe

Domenica 24 luglio: S Messa cantata presso la cappella FSSPX di Lucca 

Domenica 31 luglio: S. Messa cantata presso il Priorato FSSPX di Rimini.

Nella speranza che tutti i lettori vogliano condividere la gioia per questo lieto evento, si invitano i fedeli a pregare per il neo-sacerdote e affinchè possano in futuro aumentare le vocazioni.

Marco Bongi


******************************

Embarassed Ho avuto la grazia e la gioia di conoscere personalmente il futuro e ormai prossimo Don Giacomo e...sarei andata volentieri alla sua Ordinazione, ma purtroppo in quei giorni sarò in trasferta a Roma per visite mediche alla zia di 81 anni.... offrirò così questo desiderio che non mi è permesso soddisfare, donando al Signore ogni sacrificio per questa preziosa Ordinazione....  
 
Caro Don Giacomo,  
la sua conoscenza è stata per me, e la mia famiglia, un dono prezioso di Dio.  
Da quel giorno e ogni giorno, porto lei e gli altri confratelli di Econe e quel giovane seminarista che era con lei, italiano anche lui (e che saluto con affetto ) , nel Santo Rosario.... chiedo al Signore e al Cuore Immacolato di Maria non già di togliervi la Croce, ma di saperla portare con santità e che sempre possiate santificare quante anime la Provvidenza vorrà porre sul vostro cammino....  
Che dire?  
E' la sua Festa caro Don Giacomo, e davvero avrei voluto essere li.... cercherò di andare alla Messa che celebrerà Padre Konrad per la Festa dei Santi Pietro e Paolo, e così unirmi con il cuore a tutti Voi e a queste Ordinazioni, nella Comunione dei Santi e con la speranza di rivederci presto....  
 
Dio la Benedica, la Vergine Maria la protegga, ai Santi l'aiuto per il suo Ministero.  
Con filiale affetto  
Dorotea  
(LDCaterina63)  
 
P.S. facciamo TUTTI la Novena auspicando la Patrocinio di san Pietro:  
http://www.preghiereagesuemaria.it/novene/novena%20a%20san%20pietro%20principe%20degli%20apostoli.htm   


Un'omelia filoromana di mons. de Galarreta alle ordinazioni della FSSPX





Ieri, nella festa dei Santi Pietro e Paolo, si sono svolte come consuetudine le ordinazioni diaconali e sacerdotali nel seminario svizzero di Ecône, della Fraternità Sacerdotale S. Pio X. Dodici nuovi preti e dieci nuovi diaconi sono stati ordinati dalle mani del vescovo spagnolo de Galarreta (nella foto), che tra l'altro è il coordinatore dei teologi della FSSPX che prendono parte ai colloqui dottrinali in Vaticano, da poco conclusi.
 
L'omelia del vescovo, che insieme a mons. Fellay non è considerato appartenere all'ala dura della Fraternità, a differenza del confratello Tissier de Mallerais (per non parlare di Williamson), era attesa per quanto avrebbe potuto lasciar intendere circa lo stato dei colloqui e dei rapporti con Roma.
 
L'attesa non è andata delusa.
 
Nell'omelia di tre quarti d'ora, che è disponibile in formato audio a questo link, il presule si sofferma lungamente nella prima parte sulla funesta illusione del Vaticano II di conciliare la fede cattolica con alcuni dei principi dell'illuminismo e della rivoluzione francese; e a testimone di quell'intenzione fallace chiama a testimone lo stesso Joseph Ratzinger, che ebbe a definire i testi conciliari come un "contro-sillabo" e considerò che la Chiesa dovesse far propri, purificandoli, alcuni ideali nati al di fuori di essa, e segnatamente dal liberalismo.
 
Ma se questa è la pars destruens della predica di mons. de Galarreta, viene poi la pars construens e la difesa appassionata dell'esigenza di cercare in Roma la soluzione dei problemi della Chiesa.
 
Premessa infatti la gravità della situazione e degli errori dottrinali così diffusi nella Chiesa conciliare, si dovrà dunque abbandonare quest'ultima a se stessa, si chiede retoricamente il presule? Tutto il contrario, risponde con trasporto: "Per principio dobbiamo avere dei contatti e per principio dobbiamo andare a Roma". In primo luogo - osserva - perché siamo cattolici, apostolici e ROMANI. Poi, perché se Roma è il centro del cattolicesimo, è da Roma che la soluzione deve venire. Quindi, vale più il poco di bene che si può fare a Roma, che il molto bene che si può fare altrove.
 
E poi, charitas Christi urget nos, aggiunge il presule. Il quale dichiara di comprendere che è estremamente difficile abbandonare gli errori di tutta una vita, rompere con attitudini e abitudini legate a insegnamenti erronei e acquisiti con il beneplacito dell’autorità. Riconosce che non è facile, e invita i suoi ad avere compassione. La carità è un dovere; chi si oppone per principio e accanitamente ad ogni contatto con i modernisti, con Roma, dovrebbe ricordare un passaggio del vangelo: quando il Signore non è stato ricevuto in una città, Giacomo e Giovanni gli chiedono di far scendere il fuoco divino su di essa. Ma Gesù li rimprovera: essi non avevano ancora ricevuto lo Spirito, che è Spirito di carità.
 
L’amore di Nostro Signore si è manifestato non nella guerra, negli anatemi, nelle condanne, facendo scendere folgori dal cielo, ma nell’umiltà, nell’umiliazione, nell’obbedienza, nella pazienza, nella sofferenza, nella morte, e ancora perdonando i nemici sulla croce. Nella Sua vita, ha cercato in tutti i modi di far ammettere la Verità ai farisei per offrir loro la salvazione e il perdono. Ecco dunque l’esempio da seguire. E così conclude (parafrasi nostra):
 
Non vedo come la fermezza della Verità sarebbe opposta alla leggerezza, all’ingegnosità e perfino all’arditezza della Carità. Né l’intransigenza dottrinale è contraria alle viscere della misericordia e al sale missionario e apostolico della carità. Non c’è da scegliere tra fede e carità, ma abbracciare entrambe. Senza la carità, non sono niente: se sposto le montagne e dò tutto ai poveri, senza la carità non sono niente, come dice l’epistola ai Corinzi. La carità è paziente, la carità è buona, non è invidiosa, non cerca il proprio interesse e non tiene conto del male. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Ecco come possiamo cooperare alla restaurazione della Fede, alla restaurazione di tutte le cose in Cristo. E se il rimedio consiste in Cristo, questo rimedio passa necessariamente per il Cuore della Nostra Madre la S. Vergine Maria. E’ lei, la madre di Cristo, la madre di Dio, la madre di tutti gli uomini, la Corredentrice, la Mediatrice di tutte le grazie; è la Regina di tutta la creazione, del cielo e della terra.
Nell'ambito dei discorsi dai toni sovente assai 'duri' dei membri della Fraternità, specie quando sono rivolti precipuamente ad un uditorio interno e più ancora in una circostanza fondativa come le ordinazioni annuali nel principale seminario della Fraternità, il sermone di mons. de Galarreta si distingue per le nuances filoromane che traspaiono palesemente dal testo ed inducono ad un moderato ottimismo circa gli umori interni alla FSSPX in relazione all'offerta vaticana di regolarizzazione canonica. Netto è infatti il rimprovero che il vescovo riserva a coloro che vorrebbero l'interruzione dei contatti con Roma e anelano allo splendido isolamento di una deriva scismatica. Egli, con San Paolo, li considera 'cembali che tintinnano', uomini zelanti e operosi che tuttavia mancano della sola caratteristica che possa rendere virtuoso il loro agire: la carità, ossia l'amore per il prossimo. E ancor più chiaro è il messaggio che esprime ricordando come sia meglio poco bene fatto a Roma, ossia nel cuore della Chiesa, che molto bene fatto altrove, ossia fuori di essa. La Fraternità sente di avere una missione benefica da compiere in favore della Chiesa. Ma per farlo, ricorda il presule, si deve passare attraverso Roma, poiché è da Roma che dovrà venire la soluzione della attuale crisi della Chiesa.

da Enrico di Messainlatino



[Edited by Caterina63 6/30/2011 9:44 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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7/9/2011 2:40 PM
 
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Omelia di Monsignor Alfonso de Galarreta




Pubblichiamo, integralmente, la traduzione dell'omelia che Monsignor Alfonso de Galarreta ha tenuto il 29 giugno 2011 ad Ecône, di cui sopra vi è postato un piccolo stralcio, in occasione delle ordinazioni sacerdotali e del conferimento del diaconato, di cui tutti i cattolici sinceri non possono che rimanere edificati, poiché vi viene magistralmente espresso il connubio vincolante fra la Fede e la Carità.
La conclusione dell'omelia è stata dedicata a Lei, alla Madre di Dio, di Cristo, della Chiesa, la Santissima Vergine Maria, colei che indica proprio in Gesù, Sacerdote e Re, il rimedio. La Regina del Cielo e della terra sa sempre, con dolcezza, amore materno e pazienza, piegare anche i cuori più induriti con il suo Cuore Immacolato, insegnandoci ad "amare con forza".

Non si deve scegliere tra la fede e la carità, bisogna abbracciarle entrambe!

Eccellenze,
cari Confratelli,
cari Ordinandi,
miei carissimi Fratelli,
Eccoci riuniti, un anno ancora, nel seminario di Ecône, la Casa Madre della Fraternità Sacerdotale San Pio X, allo scopo di conferire il diaconato e il sacerdozio, allo scopo di compiere così ciò che costituisce la vocazione e la missione della Fraternità. Si tratta di trasmettere, conservare, vivere il sacerdozio cattolico al fine di assicurare la perennità della Fede e della Chiesa cattolica.

Il sacerdote è un alter Christus, un altro Cristo. Egli agisce in persona Christi, in persona di Cristo. Si tratta quindi veramente del sacerdozio di Cristo in mezzo a noi. Della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il sacerdote assicura la continuità dei benefici dell’Incarnazione di Nostro Signore, della sua vita, del suo insegnamento, della sua grazia, della sua Redenzione. Ed è veramente questo l’essenziale. In mezzo a questa crisi – crisi della fede, crisi della Chiesa – è evidente che noi non possiamo astrarcene, ignorare la situazione in cui ci troviamo e soprattutto la situazione della Santa Chiesa. A dire il vero, per l’essenziale non cambia nulla. Per l’essenziale non v’è nulla di cambiato.

Il liberalismo tenta di conciliare il cattolicesimo e il pensiero nato dal 1789

Mons. Lefebvre aveva visto e definito bene qual è il male del nostro tempo, della società e soprattutto il male nella Chiesa. Questo male si chiama molto semplicemente liberalismo. È questa conciliazione, questo tentativo di conciliazione fra la Chiesa e il mondo, fra la fede cattolica e i principi liberali, fra la religione cattolica e il pensiero nato dal 1789. Sta tutto qua, tutto il problema sta qua. Tutto il resto è fatto di giustificazioni teoriche, sottili, sofisticate della teologia modernista per giustificare questo adattamento fatto dal Concilio Vaticano II e dalle autorità nei confronti del mondo uscito dalla rivoluzione, del mondo liberale.
E voglio citarvi alcune frasi di quello che era allora il Cardinale Ratzinger, nelle quali egli afferma con semplicità e chiarezza proprio questo.
Per essere fedele e preciso ve le leggo. Sono molto brevi.

«Il Vaticano II aveva ragione di auspicare una revisione dei rapporti tra Chiesa e mondo. Ci sono infatti dei valori che, anche se sono nati fuori dalla Chiesa, possono trovare il loro posto - purché vagliati e corretti – nella sua visione» (Rapporto sulla fede. Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, 1985, Ed. Paoline, p. 34).
«Il problema degli anni sessanta era di acquisire i migliori valori espressi da due secoli di cultura liberale» (Intervista a cura di Vittorio Messori, in "Jesus", novembre1984, p. 72).

Il Papa attuale, Benedetto XVI, all’epoca cardinale Ratzinger, mostra anche come la costituzione Gaudium et spes sia il «testamento del Concilio», egli ne indica le intenzioni e definisce la sua fisonomia in questi termini:
«Se si cerca una diagnosi globale del testo [della Gaudium et Spes] si potrebbe dire che esso è, insieme con i testi sulla libertà religiosa e sulle religioni del mondo, una revisione del Syllabus di Pio IX, una sorta di contro-Sillabo. Il testo svolge il ruolo di un contro-sillabo nella misura in cui rappresenta un tentativo per una riconciliazione ufficiale della Chiesa col mondo come era divenuto a partire dal 1789» (Les principes de la théologie catholique, cardinal Joseph Ratzinger, 1982, Téqui, p. 427) .
Ecco dei testi e delle affermazioni molto chiare. Si tratta di una confessione di capitale importanza, autorevole e che ci dispensa dal provare queste affermazioni. Se loro stessi confessano che è così non c’è più bisogno che noi lo proviamo. Il Vaticano II è stato esattamente una conciliazione della religione cattolica, della fede della Chiesa col liberalismo, con la rivoluzione e i principi della Rivoluzione francese, e perfino – come dice il Papa altrove – del pensiero della fede col pensiero dei Lumi. Queste affermazioni inducono a diverse riflessioni e richiedono diverse osservazioni.

Poiché, per prima cosa, com’è possibile che vi siano dei valori che toccano in modo così essenziale l’ordine naturale e quello soprannaturale – per convincersene basta guardare alla Chiesa di prima e di dopo il Concilio! - e che possano nascere, tali valori, al di fuori della Chiesa?
Non è dunque la Chiesa la depositaria della Verità?
La Chiesa cattolica non è la vera Chiesa?
E la Verità evolve dunque in base alla storia e al tempo, alle culture e ai luoghi? Non è vero affermare che questi sono valori nati al di fuori della Chiesa.
Già un autore come Chesterton diceva che le idee della Rivoluzione francese sono delle idee cattoliche divenute folli. E noi potremmo dire con più esattezza: sono delle verità cattoliche indebitamente trasposte nell’ordine naturale, delle idee che sono vere nell’ordine soprannaturale, con dei limiti, ma che sono state trasposte direttamente nell’ordine naturale.

Se veramente il Concilio Vaticano II avesse preso i valori liberali e li avesse corretti, purificati ed emendati, allora si sarebbe ritrovata molto semplicemente la verità cattolica di sempre, poiché si tratta di verità cristiane deformate. Voglio dire che il liberalismo è un’eresia cristiana, cattolica, fin dalla sua origine.

D’altra parte, era quanto meno temerario volere questa conciliazione, quando il magistero costante dei papi, per due secoli e mezzo, aveva condannato questi supposti valori: essi sono stati condannati in blocco e in dettaglio. Era stata condannata, non solo la possibilità di una tale conciliazione, ma anche la necessità di affermare una tale conciliazione. È il Syllabus, è Pio IX.

Siamo di fronte ad uno dei peccati originali del Concilio. Molto spesso ci mettono sotto gli occhi il magistero e l’autorità. Spesso è il solo argomento che essi hanno. Quando sono proprio loro che hanno incominciato a sbarazzarsi di un magistero di due secoli e mezzo e proprio per fare esattamente ciò che i papi avevano già condannato.
Questo è più che temerario.

E poi, si cerca una conciliazione col mondo, con un mondo lontano da Dio e opposto a Dio. Guardate il mondo, basta guardarsi attorno per comprendere di che mondo si tratta.
Ora, la Scrittura è molto chiara. San Giovanni ci dice: «Tutto ciò che viene dal mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita» (Cfr. I Gv. 2, 16). E l’Apostolo San Giacomo diceva ai cristiani: «Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc. 4, 4).

Lo spirito di indipendenza conduce alla deificazione dell’uomo

Poiché in definitiva qual è l’essenza, la sostanza, il nocciolo di questo pensiero liberale?
I papi e i grandi autori del XIX e del XX secolo hanno già detto tutto. È innanzi tutto il naturalismo, è la negazione dell’ordine soprannaturale, della Rivelazione, della grazia, e di conseguenza e in questo ordine la negazione della Chiesa, di Cristo, di Dio. Il naturalismo coerente sfocia nell’ateismo. E il comunismo è là per ricordarcelo: non s’era mai visto un orrore simile nella storia dell’umanità.
In secondo luogo è lo spirito di indipendenza e di ribellione. Indipendenza nei confronti di tutto: indipendenza dell’intelligenza nei confronti del Vero, della volontà nei confronti del Bene, dell’uomo nei confronti di Dio, nei confronti dell’autorità.
E in terzo luogo è la deificazione dell’uomo. Già San Pio X lo indicava: l’uomo si sostituisce a Dio, si fa dio e ordina la gloria a se stesso e la creazione a se stesso.

Dunque si è tentata, si è provata una conciliazione con tali idee sostanzialmente e radicalmente contrarie alla Fede cattolica e molto semplicemente contrarie all’ordine naturale, alla realtà. Certo, trattandosi di un tentativo di conciliazione, essi non hanno riaffermato questi principi tali e quali. Non hanno negato l’ordine soprannaturale, ma l’hanno ridotto e incluso nella natura. Non hanno negato la Chiesa, ma hanno messo la Chiesa al servizio del mondo, il regno dei cieli sulla terra, al servizio del mondo e al servizio di quell’impresa umanista dell’unità del genere umano e della pace, sempre nell’ordine naturale. Guardate ad Assisi, per esempio, ad Assisi III che è presentato così.

Essi non hanno negato Cristo, ma hanno messo Cristo a servizio dell’uomo. Cristo è unito a tutti gli uomini, egli rivela l’uomo all’uomo e, con la sua grazia fa che l’uomo sia un uomo perfetto. Ecco la loro dottrina.
Non hanno affermato l’indipendenza assoluta dell’uomo nei confronti di Dio, ma sono passati dall’ordine oggettivo ad un ordine soggettivo.
Oggettivamente parlando, sì, vi è un Dio, vi è una vera religione, vi è una verità. Quindi l’uomo avrebbe l’obbligo morale di aderirvi. Ma in ogni caso, qualunque cosa accada, l’uomo si salva seguendo la sua coscienza, la sua verità, e soprattutto esercitando la sua libertà. Poiché sta lì la dignità ontologica e sacra dell’uomo.
L’esercizio della libertà, non nel senso tradizionale – la libertà di muoversi nel bene – ma il semplice fatto di scegliere tra il bene e il male, è lì che l’uomo trova la sua perfezione e la sua salvezza.

Essi non hanno affermato la divinità dell’uomo, ma hanno operato un ritorno antropologico col personalismo, che ha messo il bene comune, e ogni bene comune, al servizio dell’uomo individualmente, della persona. E in ultima analisi si mette al servizio della persona il bene comune divino, universale, supremo, che è Dio. Poiché Dio è il bene comune supremo.
È per questo che il Concilio afferma che l’uomo è la sola creatura che Dio ama per se stessa. Che Dio ama per se stessa!
E Dio trova la sua gloria nella gloria dell’uomo, non nella gloria che l’uomo rende a Dio, ma nella glorificazione dell’uomo.

E dunque abbiamo il medesimo scopo dei liberali, degli umanisti, dei rivoluzionari. Nessun problema!
Cerchiamo tutta la glorificazione dell’uomo e con essa otterremo anche la gloria di Dio. Così il loro dio è finito e perfezionato dalla gloria dell’uomo.
Niente di meno!

Restaurare tutto in Cristo per rimediare al male presente

Vedete com’è impossibile questa conciliazione. Ed essi ne hanno applicato rigorosamente tutte le conseguenze. Mons. Lefebvre ci diceva: L’hanno detronizzato. Sì, hanno disconosciuto sistematicamente il primato e la regalità di Nostro Signore, i suoi diritti, i diritti di Dio.
Si è per i diritti dell’uomo. Negazione dei diritti di Dio con la dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Essi hanno detronizzato nostro Signore in Se stesso nei suoi diritti, con la libertà di coscienza, con la libertà di pensiero, con la libertà dal peccato, con la libertà di culto, con la libertà religiosa. Egli è stato detronizzato veramente.
Ma essi hanno detronizzato nostro Signore anche nella sua Chiesa, con l’ecumenismo, poiché se Cristo è Re la Chiesa è regina.
E hanno detronizzato nostro Signore nel suo Vicario e nei suoi vescovi, con la collegialità e in ultima analisi con la demolizione di ogni autorità.

Ecco il pensiero con cui il Concilio ha tentato la conciliazione.
E allora, certo, oggi c’è la conciliazione della conciliazione, cioè l’ermeneutica della continuità.
E vi sono perfino di quelli che ci sono vicini o che erano dei nostri, e non sono più dei nostri, che tentano la conciliazione della conciliazione della conciliazione. Tempo perso, la loro impresa è votata da subito allo scacco: bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. Il bene procede da una causa totalmente buona, integra, il male da qualunque difetto nella causa.

Ma qui si tratta di un difetto essenziale, poiché è l’essenziale del pensiero liberale che è totalmente e radicalmente contrario alla fede cattolica. È la cosa stessa che si cerca di conciliare che è contraria. Non si può fare un cerchio quadrato. È impossibile. Non si può neanche concepirlo. È una questione di buon senso. Si può chiedere a qualcuno di Martigny se si può andare contemporaneamente a Roma, la città eterna, e a Parigi, la città dei Lumi? Chiedetegli se si può prendere la stessa strada per giungere a queste due mete! In Spagna si dice che questo significa accendere un cero a Dio e un altro cero al diavolo. Già l’Apostolo San Paolo l’aveva detto più o meno in questi termini: «Non legatevi con gli infedeli allo stesso giogo» (Cfr. II Cor. 6, 14). Perché quale associazione può esserci tra la giustizia e l’iniquità? Quale conciliazione fra la luce e le tenebre? Quale accordo fra Cristo e il diavolo? Fra il fedele e l’infedele? Fra il tempio di Dio e il tempio degli idoli? Ora, dice San Paolo, il tempio di Dio è la Chiesa. E allora quale conciliazione può esserci? Nessuna.

Se Mons. Lefebvre ci ha indicato con precisione il male, con altrettanta precisione e chiaroveggenza ci ha indicato il rimedio. Ci ha additato il rimedio: Nostro Signore Gesù Cristo. E più precisamente Cristo Sacerdote e Cristo Re. Non v’è salvezza né redenzione possibile, né per gli individui né per le società, al di fuori del sacerdozio e della regalità di nostro Signore Gesù Cristo. Poiché egli ha compiuto la sua missione e col suo sacerdozio e con la sua regalità. «Nessuno può porre altro fondamento che quello che è stato posto dalla mano di Dio, Cristo Gesù», afferma San Paolo (Cfr. Cor. 3, 11). E San Pietro dice nello stesso senso: la pietra che è stata rigettata dagli architetti, è divenuta testata d’angolo per i costruttori. Poiché non v’è salvezza in altro modo, in altra persona se non in Nostro Signore Gesù Cristo. E non v’è altro nome sotto i cieli per il quale gli uomini possano essere salvati se non il nome di Nostro Signore Gesù Cristo. (Cfr. Atti, 4 11-12).

Quando San Paolo, nella lettera agli Efesini, vuol fondare con forza la nostra speranza, ci ricorda come Dio Padre ha dispiegato la sua potenza e la potenza della sua forza risuscitando Nostro Signore dai morti, facendolo sedere alla sua destra e ponendo sotto la sua autorità ogni principato, ogni autorità, ogni dominazione, ogni trono. Al pari di tutto ciò che si può nominare in questo secolo e nel secolo a venire. Dio gli ha sottomesso tutto in questo secolo e nel secolo a venire. Egli l’ha costituito Capo della Chiesa, che è il suo corpo. La Chiesa è la pienezza di Colui che è tutto in tutti. Cristo è tutto in tutti nella Chiesa. E Dio gli ha sottomesso tutto (Cfr. Ef. 1, 20-23).

Nell’epistola ai Corinzi, l’Apostolo è ancora più chiaro dicendo che gli ha sottomesso tutto, che non ha lasciato alcunché che non gli fosse sottomesso. Non ha lasciato alcunché al di fuori del suo imperio, della sua regalità, e dunque oportet illum regnare, bisogna che Egli regni (Cfr. I Cor. 15, 25). È qui che sta l’ideale del sacerdote, del sacerdozio: fondare tutto in Nostro Signore Gesù Cristo, instaurare tutto, restaurare tutto in Cristo, ma anche riunire tutto, ricapitolare tutto, ordinare tutto a Nostro Signore Gesù Cristo.

Tutto sta a voi, voi siete per Cristo e Cristo è per Dio. Ecco il disegno di Dio da tutta l’eternità: restaurare tutto, riunire tutto in Cristo. E al di fuori del suo sacerdozio e della sua regalità la vita dell’uomo è un incubo senza fine. Lo vediamo bene nella società in cui viviamo, non v’è né verità né virtù e, ahimé, non vi è né salvezza, né redenzione, né giustizia. Tutte queste cose ci vengono da Nostro Signore, dal suo sacerdozio dalla sua regalità: Io sono la via, la verità e la vita (Gv. 14, 6).

E dunque, cari confratelli, cari ordinandi, la vita del sacerdote consiste appunto nel sottomettere ogni intelligenza a Nostro Signor Gesù Cristo che è la verità, ogni volontà a Nostro Signore Gesù Cristo che è la vita, e nell’offrire a tutti gli uomini la sola via di salvezza che è Nostro Signore Gesù Cristo.

Perché andare a Roma

Se le cose stanno così, qualcuno potrebbe dirmi: ma allora perché avere contatti con questa gente, perché andare a Roma? Sembrerebbe che per principio non si dovrebbero avere dei contatti, alcun contatto con costoro.
Ebbene! È tutto il contrario: per principio bisogna che noi abbiamo dei contatti e per principio bisogna che andiamo a Roma. Poi evidentemente sarà la prudenza che valuterà le circostanze e ciò che bisognerà fare veramente in un caso concreto. Ma per principio occorre innanzi tutto andare perché siamo cattolici, apostolici e romani. Poi perché se Roma è la testa e il cuore della Chiesa cattolica, noi sappiamo che necessariamente la crisi troverà la sua soluzione, la crisi si risolverà a Roma e per Roma. Di conseguenza, il poco di bene che noi faremo a Roma è molto più grande del tanto bene che faremo altrove.

D’altra parte, caritas Christi urget nos, la carità di Cristo ci spinge (II Cor. 5, 14). Bisogna comprendere quant’è difficile abbandonare l’errore quando si è vissuta tutta la vita nell’errore. È estremamente difficile avere la chiarezza e la forza per rompere con tutta una serie di legami di ordine naturale, con tutta una vita votata a questo, con tutto un insegnamento avallato dall’autorità e le conseguenze che ne derivano. Riconosciamo che la cosa non è facile, ed abbiamo pietà. Poiché in definitiva essi hanno bisogno molto semplicemente di ciò che noi abbiamo già ricevuto gratuitamente, la luce e la grazia. Perché cos’è che abbiamo che non abbiamo ricevuto? (I Cor. 4, 7). Ebbene! Molto semplicemente, essi hanno bisogno di ricevere ciò che noi abbiamo avuto la grazia di ricevere dalla misericordia e dalla munificenza di Dio. La carità ce ne fa un dovere.

Coloro che si oppongono ferocemente e per principio ad ogni contatto con i modernisti mi fanno venire in mente un passo del Vangelo. Quando Nostro Signore non fu accolto in una città, Giacomo e Giovanni – i figli del tuono – gli proposero, se lo voleva, di far cadere il fuoco dal cielo per distruggere quella città. E Nostro Signore, indulgente, passa su questo orgoglio monumentale ma ingenuo degli Apostoli – come se Nostro Signore avesse avuto bisogno di loro per risolvere i problemi! – e risponde loro: Non sapete di quale spirito siete. (Cfr. Lc. 9, 51-56). Sì, non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo che diffonde la carità nei cuori e non sapevano di che spirito erano. Erano caduti nello zelo amaro.


Noi abbiamo creduto alla carità

E qual è questo spirito?
È lo spirito di Nostro Signore Gesù Cristo. Non è troppo complicato, basta guardare a come Nostro Signore ha fronteggiato i suoi nemici, i suoi avversari. Sia San Giovanni che San Paolo ci dicono: è in questo che abbiamo veramente conosciuto l’amore di Dio, che il Padre ci ha amati e Cristo ha dato la sua vita per noi, mentre noi eravamo dei peccatori, mentre eravamo suoi nemici. Ed è soprattutto in questo che si manifesta la carità di Dio, e noi abbiamo creduto a questa carità. Allora, dobbiamo fare lo stesso. (Cfr. Gv. 4, 9-16 e Ef. 2).

Come si è manifestato quest’amore di Nostro Signore? Con la guerra, gli anatemi, le condanne o facendo scendere il fuoco dal cielo? No!
Quest’opera d’amore si è compiuta con l’umiltà, con l’umiliazione, con l’obbedienza, con la pazienza, con la sofferenza, con la morte e ancora perdonando ai suoi nemici sulla Croce. Lungo tutto il corso della sua vita Nostro Signore ha dispiegato tutti i mezzi possibili e ragionevoli per fare ammettere la verità ai farisei e per offrire loro la salvezza e il perdono.
Ecco molto semplicemente ciò che dobbiamo seguire.

Io non vedo come la fermezza dottrinale sarebbe contraria alla docilità, all’ingegnosità e perfino all’arditezza della carità. Non lo vedo.
Non so in che l’intransigenza dottrinale sarebbe contraria all’intimo della misericordia, allo zelo missionario e apostolico della carità.
Non si deve scegliere: o la fede o la carità, si devono abbracciare entrambe.
E ancora, senza la carità sono niente, anche se ho una fede da spostare le montagne. Se non ho la carità sono niente. Se do la mia vita per i poveri e non ho la carità, sono niente (Cfr. I Cor. 13, 3).

Rileggete l’elogio della carità di San paolo nella sua lettera ai Corinti (Cfr. I Cor. 13), applicatelo alla vita di Nostro Signore e saprete senza confusione possibile qual è lo spirito cattolico.
La carità è paziente, la carità è buona, non è invidiosa, la carità non cerca il suo interesse, non tiene conto del male, essa rende il bene per il male, la carità scusa tutto, crede tutto, spera tutto, soffre tutto.
Ecco come noi potremo veramente cooperare alla restaurazione della fede, a questa restaurazione di tutte le cose in Cristo.
E se il rimedio è in Cristo, il sacerdozio e la regalità di Cristo, questo rimedio passa necessariamente per il cuore di nostra madre, la Santissima Vergine Maria.

Nostro Signore è stato e sarà sempre esclusivamente il frutto della Vergine Maria, del cuore di Maria. È lei che è la Madre di Cristo, la madre di Dio, la madre di tutti gli uomini, la corredentrice del genere umano, la mediatrice di tutte le grazie. Colei che distribuisce e dà tutte le grazie. Ella è veramente la regina di tutta la creazione, regina del cielo e della terra. Come dice San Bernardo, noi abbiamo ottenuto tutto tramite la Vergine Maria, dobbiamo dunque andar con fervore, devozione e costanza al Cuore di Maria, al fine di ottenere le grazie che ci sono necessarie, e soprattutto quella vita forte nella fede, nella speranza e nella carità. Poiché dobbiamo amare con forza.

Andiamo quindi veramente e sovente, con una devozione vera e interiore, al Cuore di Maria, a questo Trono della grazia, al fine di ottenere gli aiuti necessari nel tempo opportuno, così da essere in definitiva dei veri cristiani e dei veri sacerdoti di Nostro Signore Gesù Cristo.

Così sia.

******************************************

Embarassed ...e.... Così sia!!!  
 
ho letto e riletto l'Omelia in questione anche perchè mi sono sentita spiritualmente unita ai nuovi Presbiteri Ordinati fra i quali un italiano di grande spessore sacerdotale, santamente promettente....  
Tante sono le considerazioni in me scaturite e per molte delle quali non ho risposte adeguate, ergo, metto i tanti dubbi nella Corona del Rosario e spero....  
Tuttavia è innegabile che la Missione della Chiesa, con il Concilio Vaticano II, ha subito una NUOVA CONSIDERAZIONE.... lo spiega anche bene Padre Cavalcoli O.P. per quanto si possa non essere d'accordo con le sue considerazioni che trovate qui in elenco....  
Ora il punto è: Embarassed fino a che punto queste NUOVE "considerazioni" possono essere lecite, legittime, a fronte DEL MANDATO DI CRISTO IN QUEL "ANDATE ED EVANGELIZZATE E BATTEZZATE...." con il NUOVO mandato del Concilio che cerca invece COMPROMESSI CON IL MONDO ed ha innalzato l'Uomo contribuendo ad offuscare la divinità di Cristo RE, SACERDOTE E DIO STESSO?  
 
Gesù non ha fondato la Chiesa per fare compromessi con il mondo, per innalzare l'Uomo, per trovare LUI NEL MONDO.... Gesù fonda la Chiesa quale SEGNO DI CONTRADDIZIONE NEL MONDO....ora, se la Chiesa con un Concilio, inverte la rotta e dice: "basta essere segno di contraddizione, cerchiamo di FARCI AMICO IL MONDO" non sta forse tradendo il mandato di Cristo? Cry  
L'uomo si innalza se E' INNALZATO DIO, e questo lo spiegava l'allora cardinale Ratzinger e lo ridice oggi da Pontefice....senza dubbio che il Concilio non ha mai inteso mettere da parte Dio, la stessa Sacrosanctum Concilium cita il concilio di Trento per ben 5 volte....e a riguardo dell'umanesimo cita san Tommaso d'Aquino e lo pone come  MAESTRO INDISCUSSO..... va da se allora che certe aperture avvenute con il Concilio non possono che essere applicate IN CONTINUITA' CON IL MAGISTERO BIMILLENARIO DELLA CHIESA, e laddove avviene la rottura, è causa di un linguaggio AMBIGUO E PRIVO DI CORREZIONI....  
 
Confesso che non so come ne usciremo fuori.... Embarassed  certi mutamenti oramai sono diventati TESSUTO ecclesiale, e "indietro non si torna", ma senza dubbio che Benedetto XVI sta facendo molto lavoro e molti sforzi per ritrovare un equilibrio atto a risanare, intanto e per prima, una frattura che non era affatto nelle intenzioni del Concilio.... giusto o sbagliato che sia io credo che la FSSPX stia davvero AIUTANDO LA CHIESA a ritrovare sè stessa....

 Prendete il SUSSIDIO PER I CONFESSORI....
ma ci rendiamo conto della gravità del Documento in se? Embarassed  fino ad oggi, mi chiedo, cosa credevano che fosse il SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE i Seminaristi e i neo Presbiteri? il Sussidio è davvero ELEMENTARE.... è la base che, fatta a Sussidio, ci fa comprendere in quale stato di gravità vive il Clero il quale NON conosce assolutamente (senza generalizzare mi raccomando ) neppure le basi del proprio MINISTERO....  
ma evviva Iddio se la Santa Sede è giunta a emanare questo Sussidio!! un ripasso non fa male a nessuno, anche per i Laici che spesso PRETENDONO dal Clero le assoluzioni facili....  
La Tradizione sta riguadagnando il terreno perduto.... aiutiamola....TUTTI!!




[Edited by Caterina63 7/9/2011 2:42 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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7/18/2011 2:44 PM
 
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[SM=g1740738] Prima Messa di don Giacomo Ballini, celebrata domenica 10 Luglio 2011 ad Albano Laziale (Roma), nella Cappella del Priorato della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Concedeteci o Signore dei sacerdoti!
Concedeteci o Signore dei santi sacerdoti!
Concedeteci o Signore molti e santi sacerdoti!

www.gloria.tv/?media=174685




[SM=g1740717]


[SM=g1740722]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/8/2011 9:46 PM
 
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La missione più recente della Fraternità: l’arcipelago di Vanuatu


 

Vanuatu - tre ore di volo dall'Australia

Vanuatu - tre ore di volo dall'Australia

Presente in 63 paesi, la Fraternità San Pio X, con i suoi 551 sacerdoti, 14 distretti e 161 priorati, svolge un apostolato veramente cattolico, cioè universale.

La Fraternità San Pio X è stata fondata da un vescovo missionario che ha passato una parte importante della sua vita in Africa, dove ha fatto tanto per la Chiesa. Durante il suo mandato di delegato apostolico per tutta l’Africa francese, grazie al suo instancabile zelo, sono state create numerose diocesi, parrocchie, chiese, scuole e conventi. Seguendo l’esempio di Monsignor Lefebvre, i  sacerdoti della Fraternità si sono lanciati anche loro nell’esaltante avventura di portare il messaggio di salvezza di Nostro Signore Gesù Cristo nei paesi più lontani.

Padre Couture con l'arcivescovo di Colombo

Padre Couture con l'arcivescovo di Colombo

Al contrario di quello che accade in Europa, dove c’è ancora tanta ostilità da parte dei vescovi, in parecchi paesi lontani, i sacerdoti della Fraternità San Pio X hanno l’occasione di creare e mantenere dei contatti privilegiati con diversi membri della gerarchia, in una maniera più visibile di ciò che è possibile sotto le nostre latitudini. Per esempio, dopo lo tsunami del 2006 che ha colpito lo Sri Lanka, Padre Daniel Couture, superiore del distretto d’Asia, ha potuto collaborare senza difficoltà con l’arcivescovo di Colombo, per l’opera di ricostruzione di un villaggio di pescatori distrutto dalla furia delle acque.

La disponibilità del clero cattolico si è vista ancora recentemente nell’arcipelago di Vanuatu,  dove la gerarchia locale non ha cercato di impedire la venuta della Fraternità in questo piccolo paese dell’Oceania. L’arcipelago di Vanuatu (una volta le Nuove Ebridi) è infatti divenuto da pochi anni un paese di missione per la Fraternità, dove i suoi sacerdoti si recano regolarmente.

La Fraternità San Pio X fa ogni giorno l’esperienza della fecondità della Tradizione Cattolica, che, grazie alla forza della sua verità e alla bellezza della liturgia di sempre, attrae dappertutto sempre nuovi fedeli di culture, lingue e tradizioni più diverse.

È interessante la piccola storia di come si è creato questo nuovo legame tra la Fraternità e il piccolo arcipelago di Vanuatu.

Tutto comincia all’inizio del 2000, quando Robert Stephens, un fedele tradizionalista di Tynong, cittadina vicina a Melbourne in Australia, dove la Fraternità amministra una grande parrocchia, è ritornato nell’arcipelago, suo paese d’origine, per visitare la famiglia che vive ad Araki, una piccolissima isola a sud d’Espiritu Santo, che è la principale dell’arcipelago.

Robert non è andato da solo, ma ha portato con lui degli amici, tra cui Padre Karl Pepping, un sacerdote ordinato ad Econe nel 2002, che ha fatto conoscere la Santa Messa agli abitanti di Araki. Quest’isola aveva una particolarità: quasi tutti i suoi abitanti erano protestanti ed erano visitati ogni tanto da un pastore presbiteriano. Anche Halili,  fratellastro di Robert, era protestante.

Alcuni mesi dopo il soggiorno di Robert nell’isola, Halili si è recato a sua volta in Australia. Era il mese di maggio, durante il quale, quotidianamente, si prega il Rosario davanti al Santissimo esposto. Assistendo ogni giorno alla Santa Messa e alla Benedizione eucaristica, Halili è colpito dall’atteggiamento dei fedeli: dalla loro devozione, dalla modestia delle donne (tutte con il capo coperto e la gonna) e soprattutto dalla bellezza della liturgia tradizionale. Rivolgendosi a Robert, dice: “Io voglio questa stessa fede per la mia famiglia”.

Con Padre Raimondo Taouk, ordinato nel 2005 a Goulburn in Australia, si è dunque organizzato un nuovo viaggio a Vanuatu. Questo viaggio è stato l’occasione per far capire ancora di più il significato della Messa e del Rosario che veniva recitato ogni sera con alcuni abitanti dell’isola.

Poi, ogni anno, un gruppo di fedeli australiani si è recato ad Araki per mantenere i contatti, aiutare la popolazione e insegnar loro i principi della fede cattolica. Halili si è convertito e adesso si chiama Giuseppe. Tutta la sua famiglia è  stata battezzata e lui è divenuto il primo catechista dell’isola. Gli abitanti hanno detto al pastore protestante di non tornare più, facendo, invece, definitivamente appello alla Fraternità San Pio X per ricevere i Sacramenti e la Parola di Dio. Oggi, quasi tutti gli abitanti di Araki vanno a Messa e recitano il Rosario.

L’influenza della Fraternità continua a crescere nel paese, poiché due villaggi dell’isola di Espiritu Santo hanno fatto appello ai suoi sacerdoti per ricevere i sacramenti e si è già costruita una chiesa.

Sulla stampa o su internet si leggono tante cose sulla Fraternità, cose di solito piuttosto spiacevoli. La risposta migliore sarà di presentare, da oggi in poi, sul nostro sito, piccole o grandi storie per far conoscere meglio l’opera apostolica della Fraternità, un’opera che ha uno scopo solo: il servizio della Chiesa

Don Fabrizio Loschi




[SM=g1740733]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La talare, segno di contraddizione

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Monsignor Jacques Masson (1937-2010)

Monsignor Jacques Masson (1937-2010)

Testimonianza - Monsignor Jacques Masson: Come sono diventato un sacerdote… nonostante la talare

Monsignor Jacques Masson è stato redattore di lingua francese dell’Agenzia stampa vaticana Fides dal 1978 al 2007, ma è stato, dal 1970 al 1974, anche il primo direttore del seminario di Econe, prima di entrare a far parte della diocesi di Roma. Nel 2009 ha pubblicato le sue memorie sul sito web Hermas, raccontando aneddoti sull’inizio della Fraternità San Pio X e sulla sua esperienza personale durante i cambiamenti all’interno della Chiesa di Francia negli anni ’60. Pubblichiamo qui la traduzione di un articolo scritto il 15 luglio 2009 sul sito web Hermas. La sua testimonianza mostra bene il detestabile clima che ha avvelenato la formazione e la vita dei sacerdoti durante e dopo il Concilio Vaticano II. Sono entrato in contatto con Monsignor Masson nell'occasione della pubblicazione delle sue memorie ed era molto contento di poter confidarsi a un sacerdote della Fraternità. Non condividiamo tutte le sue scelte, ma oggi, un anno dopo la sua morte, siamo molto felici di poter rendere un omaggio a questo sacerdote che aveva un grande amore per la Chiesa presentandovi uno stralcio delle sue memorie. Don Fabrizio Loschi.

A San Sulpizio

Sono entrato nel seminario di San Sulpizio (famoso seminario dell’Oratorio di Francia a Parigi, ndr), alla fine del mese di settembre del 1963, al termine del mio servizio militare. Nel gennaio 1963 – novità nella Chiesa e in particolare in Francia – fu permesso ai sacerdoti di portare il «clergyman». Miracolo! Come se l’ordine fosse stato dato da lungo tempo, il giorno dopo la pubblicazione del permesso a determinate condizioni – vestito nero o grigio scuro e colletto bianco – la maggior parte dei sacerdoti e dei seminaristi erano vestiti con il clergyman.
All’epoca, stavo finendo il servizio militare presso lo Stato Maggiore Ferroviario a Metz, dopo essere stato in servizio, fino al momento dell’Indipendenza, in Algeria. Arrivai in caserma con la talare, nel novembre 1962, e uscii sempre con talare, alla fine di maggio del 1963, con i complimenti del tenente colonnello che era molto contento della mia fedeltà all’«abito» che per lui «era come una bandiera».
Il mio arrivo a San Sulpizio con la talare fece impressione. Ho saputo più tardi che alcuni seminaristi andarono immediatamente a parlare con il Superiore per informarlo che in seminario era arrivato un “fondamentalista”. Passo oltre sul crollo del seminario, del regolamento, della vita liturgica, dei corsi di studio… È stata una rivoluzione fatta in un mese, il mese d’ottobre, mese del Rosario, da un gruppo di seminaristi già vestiti con la polo, non avendo i professori il coraggio di reagire.

Il Suddiaconato

Il 1964 fu di capitale importanza per me, perché ero al 2° anno di teologia che a giugno si concludeva con l’ordinazione suddiaconale (se era gradita dal consiglio dei docenti). Facevamo il «passo», come era allora chiamato, impegnandoci al servizio del Signore e consacrando a Lui l’anima e il corpo nel voto di castità. Era questo chiamato «fare il passo», perché il vescovo, durante la cerimonia, chiedeva ai candidati al suddiaconato se volevano prendere liberamente l’impegno del celibato e della castità e quindi di fare un passo in avanti, «Huc accedite».

Il problema della talare

Nel mese di ottobre del 1964, Padre Longère, superiore del corso di teologia, mi chiamò nel suo ufficio e mi disse queste parole: «Jacques, lo sai, ti voglio bene...». Attenzione, perché quando un discorso inizia cosi, c’è un PERÒ!
E il però non mancò: «…però devo dirti sinceramente che se non metti il clergyman, il consiglio dei docenti non ti chiamerà al suddiaconato. Con il tuo rifiuto sarai considerato un orgoglioso che va contro il Concilio (Il Concilio Vaticano II non ha mai forzato i sacerdoti a portare il clergyman ndr).

Feci allora notare al Padre Longère che gli statuti sinodali avevano dichiarato che la talare era il vestito normale e abituale del chierico e che l’uso del clergyman era solo consentito. Egli mi rispose: «È vero, ma dal momento che tutti i tuoi colleghi e i padri stessi hanno adottato il clergyman, il tuo atteggiamento sarà considerato, ti ho detto, come ostinazione, come orgoglio».

Ho detto allora al Padre Longère che ero di una famiglia di umili origini (mio padre era un imbianchino nella fabbrica di Birra di Champigneulles) a differenza di molti altri seminaristi, i cui genitori erano ricchi. Nel mio villaggio, essere vestito in borghese con un abito nero o grigio voleva dire portare «l’abito di un ricco». Era l’abito degli abitanti per le grandi cerimonie, le occasioni speciali. Con la talare, pero, il sacerdote poteva andare dappertutto, dai ricchi e dai poveri, senza offendere nessuno.

Ricatto

«Jacques, se tu non metti il clergyman, non sarai ordinato suddiacono e non diventerai mai sacerdote», mi rispose Padre Longère.
«Signor Superiore, si tratta di un desiderio o di un ordine?».
«Non posso darti un ordine, perché come hai detto, gli statuti sinodali specificano che la talare è l’abbigliamento normale per il chierico e il sacerdote».
«Lei è il Superiore! È un desiderio o un ordine? Se lei mi dà l’ordine, obbedirò».
«Non posso dare l’ordine. Ma, ripeto, perché ti voglio bene, se non metti il clergyman, non sarai ordinato suddiacono. Credimi!».
Dopo un momento di riflessione, o piuttosto di preghiera, dissi a Padre Longère:
«Signor Superiore, come lei non può darmi l’ordine di mettere il clergyman, allo stesso tempo, sarebbe imprudente da parte mia non ascoltarla e rifiutare di mettere il clergyman. Siccome il mio sacerdozio dipende da questo, suggerisco un compromesso. Lei è d’accordo con il principio?».
«Sono d’accordo!».
«Quindi, sono d’accordo di portare il clergyman come segno di obbedienza al desiderio del mio superiore, anche se non può ordinarmelo. Pero, lo porterò solo una volta al mese, l’ultima domenica del mese! Lei è d'accordo?».
«Assolutamente, e ti garantisco che sarai chiamato al suddiaconato».
«Un’altra cosa, Signor Superiore: i miei genitori sono persone di umili origini e non posso chieder loro di pagarmi un clergyman!».
«Nessun problema, lo pagherà il seminario», rispose Padre Longère.
Con alcuni amici, nei quali trovavo «rifugio» durante le uscite, in particolare il giovedì e la domenica, andai a comprare il«mio» clergyman. Andammo al «Bon Marche» e comprai il vestito più costoso, grigio molto scuro.

Il Clergyman e l’Ordinazione

Ogni ultima domenica del mese, alle ore 12.10, mettevo il clergyman e andavo in refettorio, sotto i fischi dei miei «colleghi». Alla fine del pasto, i docenti ci precedevano e salutavano i seminaristi che volevano parlare con loro. Li salutavo uno dopo l’altro, poi andavo in camera mia, toglievo il clergyman, mettevo la talare, e uscivo a Parigi con i miei amici.
Ho indossato il clergyman dalla fine di ottobre del 1964 alla fine di giugno del 1965 (poi sono andato in vacanza in Lorena), e una volta nel mese di ottobre, per prudenza, in quanto c’era la chiamata al diaconato, il primo grado del sacerdozio. Sono stato chiamato al diaconato e l’ho ricevuto il 30 ottobre 1965. E così sono stato ordinato sacerdote il 25 giugno 1966!

La talare: un segno di contraddizione

Dopo, ho smesso del tutto di portare il clergyman, però l’ho conservato ed è ancora, dopo 44 anni, come nuovo, sempre elegante, come un ricordo della «Grande persecuzione», come scrivevano i preti refrattari alla Rivoluzione sui registri dei battesimi e dei matrimoni, amministrati in segreto a rischio della loro vita e di quella dei fedeli.
Permettetemi ancora un aneddoto sullo stesso tema, per illustrare il furore vissuto in quegli anni contro la talare. Durante l’anno di diaconato mi fu assegnato il ministero di diacono nella parrocchia di Sant’Ambrogio a Parigi, una grande parrocchia. Amministravo i battesimi e predicavo ogni domenica. Naturalmente, tutto il clero era in clergyman, tranne, se non di tanto in tanto, il parroco. Era vecchio, poverino!

Sdegno episcopale

Una domenica, Monsignor Veuillot, arcivescovo di Parigi, venne a Sant’Ambrogio per amministrare il sacramento della Cresima. Mi ricordo che dopo aver amministrato parecchi battesimi, una decina, entrai, con il parroco, nella sala da pranzo. Eravamo tutti e due con la talare. Monsignor Veuillot era lì ad aspettarci, vestito con il clergyman.
Il povero parroco, molto imbarazzato, chiese scusa a Monsignor Veuillot per essere con la talare, dicendo: «Mi scusi, vado a cambiarmi».
L’arcivescovo di Parigi gli diede una risposta che esprime il clima del tempo e della carità riservata a coloro che non erano dentro il senso della storia: «Hai ragione, vai a vestirti come un uomo!» (Sic). A tavola ero seduto davanti a lui, ed ero il solo a essere vestito con la talare. Monsignor Veuillot non mi disse niente durante tutto il pranzo, neanche una parola, e non mi salutò neanche quando se n’è andò.

Fonte: Hermas.info




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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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9/19/2012 9:52 PM
 
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[SM=g1740733] bellissimi attimi di vita fraterna per l'annuale e ricchissimo pellegrinaggio..

der Kinderwallfahrt von Chartres nach Orléans 2012. [SM=g1740722]







[SM=g1740738]



[SM=g1740722] questo invece è del 2011....

Diese Video-Reportage zeigt Bilder der größten Wallfahrt der Tradition, von Chartres nach Paris. Letztes Jahr war die Besonderheit eine unvergleichliche Sakramentsprozession mitten durch Paris mit 500 Ministranten, 200 Priestern und Ordensleuten sowie 5.500 Gläubigen.






[SM=g1740738]

[Edited by Caterina63 9/19/2012 10:09 PM]
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8/31/2014 11:51 PM
 
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La FSSPX conclude con la celebrazione in San Pietro un pellegrinaggio a Roma per il centenario del dies natalis di San Pio X


 


La notizia è ripresa dal Sito ufficiale del Distretto di Francia della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L'evento risale al 9 agosto scorso.





In occasione del pellegrinaggio a Roma della parrocchia Saint-Martin-des-Gaules di Noisy-le-Grand, abbiamo avuto l'immensa gioia di poter  assistere alla Santa Messa nella cappella nella Basilica di San Pietro in cui riposa il corpo di San Pio X, nostro santo patrono.

Nel video realizzato da La Porte Latine, Sito ufficiale del Distretto di Francia della FSSPX, è possibile seguire l'intera celebrazione.

Si osservino soprattutto i gesti del sacerdote, don Michel de Sivry, ripresi da vicino, in modo tale che i fedeli mai hanno occasione di vedere, e si resterà colpiti dall'immenso rispetto per le Sacre Specie nel rito tradizionale. [Fonte]

* * *
Questo fatto, senza ombra di dubbio autorizzato dall'arciprete della Basilica Papale, risponde in maniera evidente all'interrogativo di un fedele a cui un padre Domenicano aveva dato diversa risposta [qui]. È una questione che mi ero ripromessa di approfondire e lo farò -tra qualche giorno- anche in relazione alla seconda domanda posta su quella pagina.
Domanda: È possibile ai lefebvriani celebrare in rito antico in una chiesa cattolica?
Risposta: [...] Bisogna distinguere tra scomunica e sospensione.
La Chiesa cattolica ha tolto la scomunica ai vescovi della fraternità di San Pio X per avviare un dialogo. Ma non è stata tolta la sospensione a divinis. [Penso proprio che non sia possibile togliere una scomunica "per avviare un dialogo". Se è stata tolta, il perché è nelle seguenti parole di Benedetto XVI ai vescovi: «Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio» E ciò significa: una cum - che non esclude la discussione per ciò ch'è discutibile - e non separazione.]
Di fatto vi sono sacerdoti cattolici che sono sospesi a divinis (non possono celebrare i sacramenti) ma non sono scomunicati.
Pertanto se un sacerdote della fraternità di San Pio X chiede di celebrare in una chiesa cattolica gli si deve dire che non gli è permesso, perché è sospeso. Non può celebrare né lì né altrove.
Nel frattempo, mi permetto di aggiungere alcune considerazioni:
«Il Concilio Vaticano II si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale» [qui] (card. J. RATZINGER, Discorso alla Conferenza Episcopale Cilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988).
Quindi chi, come la FSSPX, pone delle domande sulla reale continuità del Concilio Vaticano II con la Tradizione apostolica - continuità che “va dimostrata e non solo affermata”: mons. Brunero Gherardini [qui] -, è pienamente nella Chiesa come ha riconosciuto l’allora cardinal Joseph Ratzinger ed oggi Papa emerito Benedetto XVI.
Pur nella consapevolezza che in periodi eccezionali si può resistere eccezionalmente alla legittima autorità senza usurpare il potere di giurisdizione, resta un timore, e cioè: se questo periodo eccezionale si prolunga nel tempo e non se ne vede il termine può la Chiesa restare per tanto tempo in stato di eccezionalità e può durare tanto a lungo la resistenza all'Autorità?
La risposta può esser trovata nella storia della Chiesa. 
  1. Il periodo della crisi ariana è durato circa 80 anni e i cattolici che credevano nella consustanzialità del Verbo hanno continuato a resistere sino alla fine della crisi
  2. il Grande Scisma avignonese è durato 70 anni con tre Papi che pontificavano contemporaneamente, di cui uno solo era il vero Papa. “Ab esse ad posse valet illatio; il passaggio dall’esistenza di un fatto alla sua possibilità è valido” (Aristotele).
Se la crisi ariana è durata 80 anni e il Grande Scisma avignonese 70 significa che “la Chiesa può restare per tanto tempo in stato di eccezionalità e può durare tanto a lungo la resistenza all'Autorità”.
Inoltre come insegnava San Tommaso: “contra factum non valet argumentum; contro il fatto non vale l’argomento”. Ora è un fatto storicamente certo che vi sono stati lunghi periodi di crisi nella Chiesa. Quindi l’argomento contrario non regge.
Certamente “Le porte dell’Inferno non prevarranno!” e perciò tale crisi non durerà all’infinito, ma solo quanto Dio permetterà che duri, non un secondo di più. Se noi uomini non vediamo quando finirà la crisi non è la “fine del mondo”; non prendiamoci troppo sul serio, Dio lo sa certissimamente e questo ci basta. Quando gli Apostoli hanno chiesto a Gesù la data esatta della fine del mondo, Egli ha risposto loro che essa, secondo il beneplacito della SS. Trinità, non doveva essere rivelata agli uomini.
 

[Edited by Caterina63 8/31/2014 11:54 PM]
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12/15/2014 12:17 PM
 
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  sabato 13 dicembre 2014

Mons. Fellay benedice il Presepe presso il Parlamento Europeo

 
Non nasce come un fungo, ma è un'iniziativa, quella del Presepe presso il Parlamento europeo a Bruxelles, ormai pluriennale, promossa da Civitascon la collaborazione dell'eurodeputato Mario Borghezio il quale, ricorrendo nel 2014 il centenario della morte di San Pio X, ha proposto ad un vescovo della FSSPX di benedirlo.

Invito cui ha risposto Mons. Fellay. Questo particolare lo apprendo da Medias-presse [vedi].

Alla benedizione hanno assistito diversi eurodeputati francesi, inglesi, greci, portoghesi e italiani. Il testo che segue è preso dal sito del Distretto italiano della Fraternità [qui].

Il 9 dicembre 2014 su iniziativa di Civitas un presepe è stato allestito presso il Parlamento europeo a Bruxelles; mons. Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, ha voluto andare personalmente a benedirlo alla presenza di alcuni deputati europei, assistenti parlamentari e funzionari, nonché di alcuni ospiti esterni presenti per l’occasione.

Alain Escada, presidente della Civitas, ha brevemente preso la parola per ricordare che il Bambino Gesù, al centro del presepe, è chiamato a governare le nazioni e che ogni potere viene da Dio; citando San Pio X egli ha ricordato che: “La civiltà non è qualcosa da inventare: essa era ed è la civiltà Cristiana, è "la città cattolica". Non si tratta che di instaurarla e di re-instaurarla sui suoi fondamenti naturali e divini”.

A sua volta il Superiore Generale della Fraternità San Pio X sì è rivolto ai presenti: “È là che tutto è iniziato, nel Presepio. È quindi naturale che i leader europei rendano omaggio al Dio che viene tra gli uomini per salvarli, Lui che è il Re dei Re. Ricordiamo ciò che disse il cardinal Pie (a Napoleone III): “Se non è arrivato il momento per Gesù Cristo di regnare, allora non è giunto il momento per i governi di durare”.
____________________________
1. Civitas, movimento politico francese, ispirato al diritto naturale e alla dottrina sociale della Chiesa, che raggruppa laici cattolici impegnati per l'instaurazione della Regalità sociale di Cristo sulle nazioni e i popoli in generale, sulla Francia e i francesi in particolare.






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2/15/2015 12:15 AM
 
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  Pellegrinaggio a Roma delle

Domenicane insegnanti di Fanjeaux

nel 40° anniversario della fondazione



 
La Congregazione delle Domenicane Insegnanti del Santo Nome di Gesù è stata fondata a Fanjeaux (Francia) da  Madre Anne-Marie Simoulin. 
Superiora Generale delle Domenicane del Cuore di Gesù di Tolosa, quando, dopo il Vaticano II, iniziò la secolarizzazione accelerata degli ordini religiosi, non potendo e non volendo assistere impotente allo smantellamento della sua Congregazione, nel 1975, Madre Anne-Marie si rivolse a Mons. Marcel Lefebvre per fondare una nuova Congregazione.

Lo scopo della Congregazione è quello dell'istruzione cattolica delle ragazze. Oggi essa conta più di 200 religiose che gestiscono 8 scuole secondarie e 6 scuole primarie, sparse in Francia, Germania e Stati Uniti.


Nel 1988, Madre Anne-Marie fu tra i principali oppositori ad ogni regolarizzazione canonica con le autorità romane che rimanevano moderniste: «Non possiamo più trattare con dei vescovi che hanno perduto la fede», dirà a Mons. Lefebvre. Questi ringraziò personalmente Madre Anne-Marie per averlo aiutato a scegliere l'«operazione sopravvivenza»: le sue parole erano state determinanti per fargli prendere la decisione di consacrare i quattro nuovi vescovi.

In questi 40 anni, l'attaccamento alla Tradizione della Chiesa ha dato i suoi frutti con un costante sviluppo della Congregazione, così si è pensato di ringraziare la Divina Provvidenza con un pellegrinaggio nella Città eterna. Per l'occasione, oltre alle suore si sono radunate più di 950 allieve ed ex allieve accompagnate da professri e parenti, per un totale di circa 1500 persone.




Notevole è stata la visita alla Basilica di San Pietro per la coincidenza che si è verificata: l'arrivo delle suore e delle loro allieve ha coinciso con l'arrivo dei cardinali per l'apertura del Concistoro.

Nella Basilica di San Giovanni in Laterano hanno cantato il Credo, pregato per il Santo Padre e compiuto l'esercizio della Via Crucis.





Nonostante le ripetute richieste ufficiali anche presso la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, non si è trovata una chiesa a Roma che potesse ospitarle ufficialmente per pregare e celebrare insieme con i loro cappellani naturali, che sono i sacerdoti della Fraternità San Pio X. 
Continua così la discriminazione del Vaticano contro i fedeli cattolici.

Per la celebrazione della Santa Messa, celebrata da Don Niklaus Pfluger, Primo Assistente della Fraternità Sacerdotale San Pio X, si usato un locale in affitto.





 




febbraio 2015

AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI




 

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