DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano del Santo Padre Benedetto XVI

Ultimo Aggiornamento: 03/04/2016 23.20
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14/04/2010 16.59
 
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Non bastava l'attacco al Santo Padre e le menzogne continuate sul come egli abbia affrontato il problema qui integralmente riportato con i fatti:
Visita straordinaria dei Vescovi Irlandesi e Tedesco dal Pontefice per condannare gli abusi sessuali

adesso tocca al cardinale Bertone subire il pestaggio mediatico per aver detto semplicemente una verità incontrovertibile....

Il Cardinale di Stato, dal suo rientro dal Cile aveva dichiarato:


"Non vogliamo certo mettere il silenziatore su questi casi - ha quindi ripetuto il segretario di Stato durante la conferenza stampa - ma speriamo che questa campagna finisca" e si cominci a considerare che questa orrenda patologia "riguarda anche altre istituzioni. Abbiamo statistiche dell'Onu e dell'Unicef, relative a migliaia di casi riguardanti tutte le categorie e che non parlano solo della Chiesa cattolica perché è una percentuale minima". Ciononostante, visto che la gravità della tragedia resterebbe tale anche se si trattasse di un solo caso, come è stato più volte ribadito da parte della Chiesa cattolica, "il Papa ha incontrato molte delle vittime - ha ricordato il porporato secondo quanto riferisce l'Ansa - ed è disposto ad incontrarne altre. Sarebbe interessante che capi di Stato e capi di altre religioni incontrassero a loro volta" quanti sono rimasti vittime in altri contesti.

COSA HA DETTO BERTONE di così scandaloso?

 «È stato dimostrato da molti psicologi e psichiatri che non c'è legame tra celibato e pedofilia»: lo ha detto in una conferenza stampa il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, ricordando che «molti» altri studiosi hanno invece dimostrato un legame «tra omosessualità e pedofilia». Rispondendo ai giornalisti a Santiago del Cile sulla questione della pedofilia nel clero, il cardinale Bertone ha inoltre ricordato che la Santa Sede «non può rispondere caso per caso» di fronte a nuove denunce, «ma ogni caso deve essere risolto». «Se interpellata, la Santa Sede dà le sue indicazioni, ma ogni caso deve essere risolto dalle autorità locali, sia ecclesiastiche sia civili», ha sottolineato.


DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, P. FEDERICO LOMBARDI, S.I.

Rispondendo a domande di giornalisti sul dibattito seguito a una intervista del Cardinale Segretario di Stato in Cile sui temi degli abusi sessuali da parte di membri del clero, il Direttore della Sala Stampa ha dichiarato:

Le autorità ecclesiastiche non ritengono di loro competenza fare affermazioni generali di carattere specificamente psicologico o medico, per le quali rimandano naturalmente agli studi degli specialisti e alle ricerche in corso sulla materia.

Per quanto di competenza delle autorità ecclesiastiche, nel campo delle cause di abusi su minori da parte di sacerdoti affrontate negli anni recenti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, risulta semplicemente il dato statistico riferito nella intervista di Mons. Scicluna, in cui si parlava di un 10% di casi di pedofilia in senso stretto, e di un 90% di casi da definire piuttosto di efebofilia (cioè nei confronti di adolescenti), dei quali circa il 60% riferito a individui dello stesso sesso e il 30% di carattere eterosessuale. Ci si riferisce qui evidentemente alla problematica degli abusi da parte di sacerdoti e non nella popolazione in generale.

[00514-01.01]


************************************

Se si vuole invece continuare a strumentalizzare ogni frase per secondi fini, lo si dica chiaramente....
nessuno si chiede come mai le coppie omosessuali unite civilmente negli Stati dove è possibile e che possono adottare figli, perchè richiedono solo figli dello stesso loro sesso?


Dovremo prepararci ad un altra battaglia contro il Documento sul :

discernimento vocazionale
riguardo alle persone con tendenze omosessuali
in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri



Battaglia che in verità ci fu....quando, nel 2006 (uscita del Documento) ci fu un attacco delle lobby dell'orgoglio gay che vedevano come un attacco ed una provocazione il vietare agli omosessuali di diventare sacerdoti.... Ora a fronte di una statistica indiscutibile, nella quale il 60% dei preti coinvolti negli abusi sessuali ha agito con adoloscenti dello stesso sesso, come si fa a negare un coinvolgimento senza per questo tirare in ballo TUTTI gli omosessuali? se è per questo ci sono anche omosessuali CASTI...

A quanto pare sembra che stia avvenendo questo:
fin quando si tratta di colpire TUTTA la categoria del Clero per colpa di pochi, va bene, anzi, bisogna alimentare il fuoco....dare la colpa al celibato, dare la colpa a tutta la Chiesa;
quando poi si prova che il 60% dei preti coinvolti negli scandali ha agito con minori dello stesso sesso, allora bisogna azzittirsi...
Non è incoerente questo atteggiamento?
C'è per altro la testimonianza di qualche vittima (come il video lanciato dalla Jene) che sostiene che dopo gli abusi subiti dal suo parroco, egli stesso a 19 anni fece la sua esperienza omosessuale e che oggi si ritiene omosessuale...
Il dramma c'è ed è che la morale è necessaria a tutti i livelli e in tutti i campi, non il moralismo da 4 soldi!
Le vittime di questi abusi sono maschi e femmine, ma la percentuale è di minori maschi, negarlo è da sciocchi e qui non c'entra il celibato!

Infatti sposandosi, l'Uomo, se dovesse avere le medesime tendenze, finirebbe con il fare del male ai propri figli come di fatto avviene fra le mure domestiche, purtroppo, di molte case...ma non per questo si da la colpa all'Istituzione del Matrimonio o della Famiglia....
Se il problema del sacerdote che è celibe fosse davvero quello di un rapporto sessuale, andrebbe semplicemente a cercarsi una donna....
la pedofilia ha ben altre "ragioni" patologiche e fra queste molte risiedono nell'omosessualità o peggio, l'adulto pedofilo che a sua volta da bambino ha subito lo stesso trattamento...

Infatti, proprio oggi l'Espresso pubblica i seguenti dati:
abusi sui minori fra le mura domestiche

Dai dati del Telefono azzurro emerge che in Italia sono più le bambine le vittime di abusi fisici, sessuali e psicologici, nella maggioranza dei casi  si tratta di bimbi con meno di 10 anni, mentre un caso ogni quattro colpisce bambini fra gli 11 e i 14 anni. E nella maggior parte dei casi gli abusi sono commessi da persone del nucleo famigliare
 
- 45,3% maschi; 54,7% femmine.... il 30% degli abusi è commesso dai padri...

nel caso dei sacerdoti che si sono macchiati di questo delitto gravissimo i dati si capovolgono:
- 60% hanno colpito minori dello stesso sesso; il 30% hanno colpito in modo eterosessuale...
in questa percentuale generale che riguarda i SACERDOTI, il 10% si è macchiato di pedofilia, il 90% di questi coinvolti hanno coinvolto adolescenti e non bambini, per questo non si parla di pedofilia ma di "efebofilia".....

Ordunque, riporta il Tempo.it di stamani:

La maggioranza degli abusi è compiuta da genitori sui figli, mentre diverso - spiega Cantelmi - «è il discorso riguardo all'universo degli abusi commessi da sacerdoti, dove gli abusatori sono per la stragrande maggioranza omosessuali, ma le vittime sono minori, non bambini».

Ed è quello che ha detto il cardinale Bertone, ed è quello che dicono le statistiche a seguito dei sacerdoti coinvolti e denunciati!

[Modificato da Caterina63 14/04/2010 17.03]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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"La lobby gay, Bertone e i preti pedofili". Zenit intervista Massimo Introvigne a Pamplona
                                                 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Neocastri in Eucharistica celebratione.
Die 9 Octobris 2011. Acta Benedicti Pp. XVI 739
Segretario di Stato Cardinale Tarcio Bertone

http://www.fraticappuccini.it/new_site/images/stories/bertone.jpg



Cari fratelli e sorelle!
E `grande la mia gioia nel poter spezzare con voi il pane della Parola di Dio
e dell’Eucaristia. Sono lieto di essere per la prima volta qui in Calabria e di
trovarmi in questa Citta` di Lamezia Terme. Porgo il mio cordiale saluto a
tutti voi che siete accorsi cosı` numerosi e vi ringrazio per la vostra calorosa
accoglienza! Saluto in particolare il vostro Pastore, Mons. Luigi Antonio
Cantafora, e lo ringrazio per le cortesi espressioni di benvenuto che mi ha
rivolto a nome di tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, i
Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti delle Associazioni e dei
Movimenti ecclesiali. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Prof. Gianni
Speranza, grato per il cortese indirizzo di saluto, al Rappresentante del Governo
ed alle Autorita` civili e militari, che con la loro presenza hanno voluto
onorare questo nostro incontro. Un ringraziamento speciale a quanti hanno
generosamente collaborato alla realizzazione della mia Visita Pastorale.

La liturgia di questa domenica ci propone una parabola che parla di un
banchetto di nozze a cui molti sono invitati.

La prima lettura, tratta dal libro di Isaia, prepara questo tema,

perche´ parla del banchetto di Dio. E ` un’immagine
— quella del banchetto — usata spesso nelle Scritture per indicare la
gioia nella comunione e nell’abbondanza dei doni del Signore, e lascia intuire
qualcosa della festa di Dio con l’umanita`, come descrive Isaia: « Preparera` il
Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di
grasse vivande... di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati ».1 Il
profeta aggiunge che l’intenzione di Dio e` di porre fine alla tristezza e alla
vergogna; vuole che tutti gli uomini vivano felici nell’amore verso di Lui e
nella comunione reciproca; il suo progetto allora e` di eliminare la morte per
sempre, di asciugare le lacrime su ogni volto, di far scomparire la condizione
disonorevole del suo popolo, come abbiamo ascoltato.2

1 Is 25, 6.
2 vv. 7-8.

Tutto questo suscita profonda gratitudine e speranza: « Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato
perche´ ci salvasse; questi e` il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci,
esultiamo per la sua salvezza ».3


Gesu` nel Vangelo ci parla della risposta che viene data all’invito di Dio
— rappresentato da un re — a partecipare a questo suo banchetto.4 Gli
invitati sono molti, ma avviene qualcosa di inaspettato: si rifiutano di partecipare
alla festa, hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano di disprezzare
l’invito. Dio e` generoso verso di noi, ci offre la sua amicizia, i suoi doni, la sua
gioia, ma spesso noi non accogliamo le sue parole, mostriamo piu` interesse per
altre cose, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i
nostri interessi. L’invito del re incontra addirittura reazioni ostili, aggressive.
Ma cio` non frena la sua generosita`. Egli non si scoraggia, e manda i suoi servi
ad invitare molte altre persone. Il rifiuto dei primi invitati ha come effetto
l’estensione dell’invito a tutti, anche ai piu` poveri, abbandonati e diseredati.
I servi radunano tutti quelli che trovano, e la sala si riempie: la bonta` del re
non ha confini e a tutti e` data la possibilita` di rispondere alla sua chiamata.
Ma c’e` una condizione per restare a questo banchetto di nozze: indossare
l’abito nuziale. Ed entrando nella sala, il re scorge qualcuno che non l’ha
voluto indossare e, per questa ragione, viene escluso dalla festa. Vorrei fermarmi
un momento su questo punto con una domanda: come mai questo
commensale ha accettato l’invito del re, e` entrato nella sala del banchetto, gli
e` stata aperta la porta, ma non ha messo l’abito nuziale? Cos’e` quest’abito
nuziale? Nella Messa in Cena Domini di quest’anno ho fatto riferimento a un
bel commento di san Gregorio Magno a questa parabola. Egli spiega che quel
commensale ha risposto all’invito di Dio a partecipare al suo banchetto, ha,
in un certo modo, la fede che gli ha aperto la porta della sala, ma gli manca
qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che e` la carita`, l’amore.

E san Gregorio aggiunge: « Ognuno di voi, dunque, che nella Chiesa ha fede in Dio ha
gia` preso parte al banchetto di nozze, ma non puo` dire di avere la veste
nuziale se non custodisce la grazia della Carita` ».5 E questa veste e` intessuta
simbolicamente di due legni, uno in alto e l’altro in basso: l’amore di Dio e
l’amore del prossimo.6 Tutti noi siamo invitati ad essere commensali del
Signore, ad entrare con la fede al suo banchetto, ma dobbiamo indossare

3 v. 9.
4 Cfr Mt 22, 1-14.
5 Homilia 38, 9: PL 76, 1287.
6 Cfr ibid.,10: PL 76, 1288.

e custodire l’abito nuziale, la carita`, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo.


Cari fratelli e sorelle! Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze,
fatiche e impegni, ideali e aspirazioni di questa comunita` diocesana. So
che vi siete preparati a questa Visita con un intenso cammino spirituale,
adottando come motto un versetto degli Atti degli Apostoli: « Nel nome di
Gesu` Cristo, il Nazareno, cammina! ».7 So che anche a Lamezia Terme, come
in tutta la Calabria, non mancano difficolta`, problemi e preoccupazioni. Se
osserviamo questa bella regione, riconosciamo in essa una terra sismica non
solo dal punto di vista geologico, ma anche da un punto di vista strutturale,
comportamentale e sociale; una terra, cioe`, dove i problemi si presentano in
forme acute e destabilizzanti; una terra dove la disoccupazione e` preoccupante,
dove una criminalita` spesso efferata, ferisce il tessuto sociale, una terra in
cui si ha la continua sensazione di essere in emergenza. All’emergenza, voi
calabresi avete saputo rispondere con una prontezza e una disponibilita` sorprendenti,
con una straordinaria capacita` di adattamento al disagio. Sono
certo che saprete superare le difficolta` di oggi per preparare un futuro migliore.


Non cedete mai alla tentazione del pessimismo e del ripiegamento su
voi stessi. Fate appello alle risorse della vostra fede e delle vostre capacita`
umane; sforzatevi di crescere nella capacita` di collaborare, di prendersi cura
dell’altro e di ogni bene pubblico, custodite l’abito nuziale dell’amore; perseverate
nella testimonianza dei valori umani e cristiani cosı` profondamente
radicati nella fede e nella storia di questo territorio e della sua popolazione.
Cari amici! La mia visita si colloca quasi al termine del cammino avviato
da questa Chiesa locale con la redazione del progetto pastorale quinquennale.
Desidero ringraziare con voi il Signore per il proficuo cammino percorso e per
i tanti germi di bene seminati, che lasciano ben sperare per il futuro. Per fare
fronte alla nuova realta` sociale e religiosa, diversa dal passato, forse piu`
carica di difficolta`, ma anche piu` ricca di potenzialita`, e` necessario un lavoro
pastorale moderno e organico che impegni attorno al Vescovo tutte le forze
cristiane: sacerdoti, religiosi e laici, animati dal comune impegno di evangelizzazione.
A questo riguardo, ho appreso con favore dello sforzo in atto per
mettersi in ascolto attento e perseverante della Parola di Dio, attraverso la
promozione di incontri mensili in diversi centri della Diocesi e la diffusione
della pratica della Lectio divina. Altrettanto opportuna e` anche la Scuola di
Dottrina Sociale della Chiesa, sia per la qualita` articolata della proposta, sia
per la sua capillare divulgazione. Auspico vivamente che da tali iniziative
scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere
non tanto interessi di parte, ma il bene comune. Desidero anche incoraggiare
e benedire gli sforzi di quanti, sacerdoti e laici, sono impegnati nella formazione
delle coppie cristiane al matrimonio e alla famiglia, al fine di dare una
risposta evangelica e competente alle tante sfide contemporanee nel campo
della famiglia e della vita.


Conosco, poi, lo zelo e la dedizione con cui i Sacerdoti svolgono il loro
servizio pastorale, come pure il sistematico ed incisivo lavoro di formazione a
loro rivolto, in particolare verso quelli piu` giovani. Cari Sacerdoti, vi esorto a
radicare sempre piu` la vostra vita spirituale nel Vangelo, coltivando la vita
interiore, un intenso rapporto con Dio e distaccandovi con decisione da una
certa mentalita` consumistica e mondana, che e` una tentazione ricorrente
nella realta` in cui viviamo. Imparate a crescere nella comunione tra di voi
e con il Vescovo, tra voi e i fedeli laici, favorendo la stima e la collaborazione
reciproche: da cio` ne verranno sicuramente molteplici benefici sia per la vita
delle parrocchie che per la stessa societa` civile. Sappiate valorizzare, con
discernimento, secondo i noti criteri di ecclesialita`, i gruppi e movimenti: essi
vanno bene integrati all’interno della pastorale ordinaria della diocesi e delle
parrocchie, in un profondo spirito di comunione.


A voi fedeli laici, giovani e famiglie, dico: non abbiate paura di vivere e
testimoniare la fede nei vari ambiti della societa`, nelle molteplici situazioni
dell’esistenza umana! Avete tutti i motivi per mostrarvi forti, fiduciosi e
coraggiosi, e questo grazie alla luce della fede e alla forza della carita`. E
quando doveste incontrare l’opposizione del mondo, fate vostre le parole
dell’Apostolo: « Tutto posso in colui che mi da` la forza ». Cosı` si sono comportati
i Santi e le Sante, fioriti, nel corso dei secoli, in tutta la Calabria.
Siano essi a custodirvi sempre uniti e ad alimentare in ciascuno il desiderio di
proclamare, con le parole e con le opere, la presenza e l’amore di Cristo. La
Madre di Dio, da voi tanta venerata, vi assista e vi conduca alla profonda
conoscenza del suo Figlio.

Amen!

740 Acta Apostolicae Sedis – Commentarium Officiale


[SM=g1740733]

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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ATTO ACCADEMICO PER LA CONCLUSIONE
DEL V CENTENARIO DELLA NASCITA DI SAN FRANCESCO SAVERIO

RELAZIONE DEL CARD. TARCISIO BERTONE

Pontificia Università Urbaniana
Martedì, 5 dicembre 2006

 


Ho accolto con gioia l'invito rivoltomi dal vostro Rettore, Mons. Spreafico, di essere qui, con voi, a chiudere quest'anno saveriano che ricorda i 500 anni della nascita di san Francesco Saverio. Ritengo che l'Università Urbaniana, che accoglie persone provenienti da tutti i continenti - e non pochi dall'Asia - rappresenti il contesto più adatto per richiamare la figura e l'opera di Francesco Saverio, patrono delle missioni.

L'opera più straordinaria compiuta dalla Compagnia di Gesù nella sua storia plurisecolare è l'opera missionaria (cfr Rivista "Gesuiti 2006"; Roberto Card. Tucci, S.J.). Essa è stata grande anzitutto per il numero di Paesi nei quali i gesuiti hanno svolto la loro attività apostolica:  essi, infatti, sono stati presenti in tutti i Paesi dell'Asia, dell'Oceania, dell'America e in alcuni Paesi dell'Africa dove è stato possibile annunziare il Vangelo. È stata poi grande per le difficoltà che i gesuiti hanno dovuto superare:  sono infatti moltissimi quelli che, dopo esser vissuti in condizioni di estrema povertà e di disagio a motivo di situazioni climatiche invivibili per europei, hanno subito violente persecuzioni e - molti di essi - il martirio. È stata, infine, grande per l'audacia e la grandiosità dei progetti e delle iniziative apostoliche che hanno caratterizzato la loro attività missionaria:  si pensi soltanto alla "Riduzioni" per il Paraguay, all'introduzione del cristianesimo in Cina a opera di Matteo Ricci.

Colui che ha dato inizio e impulso a questa straordinaria azione missionaria della Compagnia di Gesù è stato san Francesco Saverio. Egli è stato il primo gesuita a partire da Lisbona per le missioni il 7 aprile 1541, nominato dal Papa Paolo III nunzio apostolico "verso tutti i principi e signori dell'oceano, delle province e terre delle Indie, di qua e di là del Capo che si chiama di Buona Speranza e delle terre vicine".

In questo nostro incontro vorrei provare a mettere i tempi del Saverio in rapporto con i nostri e vorrei farlo sotto il profilo della missione come comunicazione della fede.

Sotto questo profilo, infatti, questi due tempi si assomigliano non poco:  entrambi sono percorsi da una profonda accelerazione della socialità umana che acquista maggiore ampiezza e maggiore complessità. Nel 1500, l'uso della bussola e della vela latina moderna danno alle nazioni iberiche la possibilità di affrontare l'oceano e di soppiantare i veneziani nel controllo del commercio con le Indie; mentre i portoghesi cominciano a discendere le coste dell'Africa, gli spagnoli puntano a buscar el Levante por el Poniente. Nel 1483 Diogo Cao giunge alla foce del fiume Congo, nel 1492 Colombo sbarca su una isoletta dei Caraibi, nel 1500 Cabral arriva in Brasile. Inizia così una storia mondiale ed inizia sulla base di una unificazione del mondo sotto l'egemonia dell'Occidente; la sua potenza militare e tecnologica tende a unificare il mondo in termini di dominio e di interesse, termini che proiettano la loro luce negativa anche sul nostro mondo.

Come allora, anche oggi la comunicazione ha subito una impressionante accelerazione; lo sviluppo della informatica ha rinforzato il progresso tecnologico ed ha pressoché annullato il peso delle distanze di geografia e di tempo. Oggi è possibile conoscere e partecipare in tempo reale a realtà che avvengono a grandi distanze; tuttavia, anche oggi, le possibilità di maggiore partecipazione e di maggiore responsabilità, che queste novità portano con sé, sono contraddette da un orientamento culturale e politico che favorisce l'interesse di alcuni più che la dignità di tutti. Ne è venuta una difficoltà ed una crisi delle istituzioni sociali e politiche che è sotto i nostri occhi. Si possono tracciare alcune analogie tra quel tempo ed il nostro e, non a caso, vi è chi vede il nostro tempo come la fine di un'epoca cominciata allora (1).

Possiamo illuminare questa analogia con la luce della fede ed interrogarci su come essa veda questo improvviso ampliarsi ed unificarsi del mondo. I primi a cogliere la sfida insita nei cambiamenti del '500 - posso ricordare con particolare piacere il fatto che sono dei diplomatici che l'esperienza ha abituato a valutare il senso degli avvenimenti - sono dei patrizi veneziani che, dopo il servizio nella diplomazia, scelgono di concludere la loro esistenza come monaci camaldolesi. Si tratta di Paolo Giustiniani (1476-1528) e Pietro Quirini (1479-1514). Nel 1513, sulla base di notizie ancora generiche, indirizzano un trattato a Papa Leone X (2) per richiamarne l'attenzione:  questo ampliamento del mondo è una sfida ed una chance per la fede. Dopo aver ricordato lo zelo di Paolo e degli apostoli, concludono:  "non puoi esitare ad assumere la cura di tutte le umane creature così che non sia estranea alla verità della religione cristiana nessuna gente anche barbara, anche infedele" (3).

Pur consapevoli che il credere è un atto libero e che, di conseguenza "nessuno deve essere costretto alla fede", essi insistono con il Papa perché la Chiesa testimoni loro sia la sua carità sia la sua fede. Innanzitutto la sua carità. Le ricchezze della Chiesa vanno usate per procurare a questa gente il necessario per il vitto e per il vestito di modo che, anche per questa via, sia facilitato il loro cammino di fede:  infatti "la carità che è compiuta per la salvezza delle anime è carità più autentica di quella compiuta per il nutrimento dei corpi" (4). Quanto alla fede, chiedono sia che il Papa invii missionari virtuosi sia che ne prepari per i suoi successori; loro stessi, per altro, si offrono per questo incarico.

Quello che risulta evidente è che, ai loro occhi, solo una riscoperta della missione ed un fermo impegno per viverla può essere la risposta che la Chiesa - una Chiesa che accoglie e salva tutti - può dare alle scoperte del tempo. È del tutto inaccettabile, per loro, che si conosca l'esistenza di persone lontane dalla fede senza che questo provochi una esplosione di zelo apostolico.

Pur nella comune condivisione della stessa fede, dobbiamo però riconoscere che il nostro tempo è profondamente diverso. Da una parte la fine della seconda guerra mondiale ha comportato, con l'indipendenza politica, la ricerca e l'affermazione del patrimonio culturale di quei popoli così che è ormai comune parlare di un passaggio dalle missioni alle giovani Chiese (5). Dall'altra la secolarizzazione ha prodotto un mutamento profondo nelle dinamiche della vita delle terre di più antica cristianità; disfacendo l'unità organica della vita cristiana, ne ha rimesso in questione il valore umanistico, salvandola soltanto come riserva di solidarietà per i più gravi bisogni. Il risultato è che la nostra Chiesa si trova a dover fronteggiare oggi non solo una diminuzione di fede, diventata minoritaria sotto il profilo culturale e la capacità di orientare la vita, ma anche una perdita di umanesimo. La missione, insieme alla proclamazione del Vangelo di Gesù Signore, deve ribadirne oggi anche il valore antropologico e la sensatezza sociale (6).

Ecco allora il compito odierno della Chiesa. Aperta positivamente alle trasformazioni in atto, essa vi coglie quel "progressivo avvicinamento dei popoli ai valori evangelici" che Papa Giovanni Paolo II ha descritto come "una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'inizio" (7). Questo ottimismo cristiano non può essere ingenuo, non può non notare la complessità delle situazioni in cui la missione si trova oggi; percepiamo tutti il sorgere di "domande nuove, alle quali si cerca di far fronte percorrendo nuove piste di ricerca, avanzando e suggerendo comportamenti che abbisognano di accurato discernimento" (8). In questo contesto vorrei sviluppare una riflessione sulle analogie tra i tempi del Saverio ed i nostri ed, insieme a voi, cercare qualche pista che ci porti "a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro" (9).

Nel farlo vorrei ispirarmi alle indicazioni dedicate dalla Redemptoris Missio alla spiritualità missionaria; per il cristiano e per la Chiesa, infatti, la spiritualità non può essere soltanto un residuo di preghiere e di buone intenzioni, da coltivare nel proprio intimo ma, al contrario, poiché ci mantiene uniti a Cristo, è la sorgente da cui la missione nasce e da cui è continuamente accresciuta.

1. Lasciarsi condurre dallo Spirito

È questo il titolo con cui Redemptoris Missio 87 chiede di "vivere in piena docilità allo Spirito":  solo un simile atteggiamento ci rende conformi a Cristo, ci ricolma dei "doni della fortezza e del discernimento" e ci trasforma in "testimoni coraggiosi del Cristo e annunziatori illuminati della sua Parola". Precisando ulteriormente "questi atteggiamenti, la Redemptoris Missio inviterà a tenere insieme "la franchezza di proclamare il Vangelo" e l'impegno per "scrutare le vie misteriose dello Spirito e lasciarsi da lui condurre in tutta la verità".

Non è difficile cogliere che la proclamazione del Vangelo richiama il ministero apostolico che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore mentre le vie misteriose dello Spirito richiamano quelle modalità di azione divina che, secondo il concilio, (10) operano anche al di fuori dei confini della Chiesa. Si tratta di due elementi irrinunciabili perché rimandano all'unico Signore che, mentre ha fissato alla sua Chiesa un preciso compito apostolico (11), si è mantenuto la libertà di sviluppare questa azione salvifica nelle forme che vorrà (12). Recentemente, anche Benedetto XVI ha insistito sulla universalità dell'amore sviluppandone sia il carattere ecclesiale - "appartiene alla sua [della Chiesa] natura, è espressione irrinunciabile della sua essenza" - sia la dimensione extraecclesiale:  "la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa" (13).

Mi sembra che sia questo l'atteggiamento del Saverio, il cui zelo apostolico è insieme bisogno di proclamare il Vangelo e apertura allo Spirito. Presumibilmente ritroviamo qui il frutto del magis ignaziano, cioè della convinzione che si debba rispondere all'amore di Dio con un amore mai appagato e sempre più grande. Questo principio diventa in lui generatore di energie fino al punto che la sua persona, totalmente animata dall'amore di Dio, vive per la missione. In poco più di una decina di anni, percorrerà più di cinquantamila chilometri passando dall'India a Singapore, dalla Malesia al Giappone. Come non vedervi qualcosa di simile alla esperienza di Paolo che, secondo At 16, 9-10, ha una visione che lo spinge a passare in Macedonia, "ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunziarvi la parola del Signore"?

Certo non tutto l'agire del Saverio è frutto della chiamata divina; vi sono più ragioni che lo indicano come figlio del suo tempo:  basta pensare a come il Saverio lega l'impulso apostolico per la salvezza delle anime alla loro, altrimenti certa, dannazione o alle conseguenze della sua mancanza di conoscenza dei mondi presso cui lavora. Del Saverio possiamo ugualmente apprezzare lo sforzo di entrare personalmente in contatto con le persone; non gli sfugge che un vero e profondo incontro personale domanda pure l'inculturazione ma ritiene che, per proclamare Cristo, basti utilizzare il portoghese dei mercanti e dei servi, della gente comune e dei coloni. In poche parole il Saverio, privo di strumenti per prepararsi all'incontro con l'Asia del suo tempo anche se chiede personale istruito in grado di dialogare con le persone colte, metterà al centro la predicazione di Cristo e la arricchirà con la testimonianza di una vita virtuosa, retta e misericordiosa. A suo parere dovrebbe bastare per conquistare il cuore delle persone (14). Se abbandoniamo una visione etica per arrischiare una ipotesi teologica, possiamo dire che il Saverio, pur con tutti i suoi limiti, vede l'apostolato come la rivelazione e l'espressione dell'amore di Dio nell'umanità ministeriale del missionario (15).

La nostra attuale visione è sottilmente diversa. Noi continuiamo la missione di Cristo in un modo che riconosce apertamente la dignità di ogni essere umano (16); se con il Saverio affermiamo che non vi è vera evangelizzazione senza la proclamazione della fede in Gesù Cristo, al tempo stesso sappiamo che questa missione deve tener conto delle circostanze. Vi sono così molte, diverse modalità di esercitare la missione ma le differenze "all'interno dell'unica missione della Chiesa nascono non da ragioni intrinseche alla missione stessa ma dalle diverse circostanze in cui essa si svolge" (17). Tra queste circostanze, riconosciamo il valore del dialogo inter-religioso: "inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la missione ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è un'espressione" (18).

In questa complessa situazione, anche oggi la Chiesa è chiamata ad ascoltare e a seguire quello Spirito che "soffia dove vuole e ne senti la voce ma non sai di dove viene e dove va" (19); sappiamo bene che, come ha insegnato Giovanni Paolo II, "lo Spirito spinge ad andare sempre oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di là delle barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale" (20). Questo "andare oltre" invita a superare ogni barriera, a non temere ma a cercare in ogni cosa di servire l'amore di Dio; sappiamo del pari che è impossibile "vincolarsi del tutto all'opera evangelica [...] senza l'ispirazione e la forza dello Spirito Santo" (21). Per questo l'intera Chiesa dovrà stare in ascolto della missione come un "luogo" privilegiato di ascolto dello Spirito ma, del pari, il mondo della missione dovrà ascoltare la Chiesa quando ricorda l'impossibilità di "una economia dello Spirito Santo con un carattere più universale di quella del Verbo incarnato, crocifisso e risorto" (22).

2. Vivere il mistero di Cristo "inviato"

Il secondo aspetto che i passi della Redemptoris Missio sulla spiritualità missionaria ricordano è il bisogno di "una comunione intima con Cristo" (23); senza questa conformazione a Cristo non vi può essere alcuna missione. Da una simile impostazione, l'enciclica ricava tutta una serie di atteggiamenti che rendono concreto questo decisivo riferimento. La citazione del testo di 1 Cor 9, 22-23, con il suo radicale invito a "farsi tutto a tutti per salvare a ogni costo qualcuno", rimanda non solo ad un fare ma a quella stessa "presenza confortatrice di Cristo" che, mentre accompagna il missionario in ogni momento della sua vita, "lo aspetta nel cuore di ogni uomo" (24).

Questi temi sono facilmente documentabili nella persona del Saverio che, quasi spontaneamente, li ritrova nella spiritualità che regge la sua azione missionaria:  la gloria di Dio, l'amore pasquale del Cristo crocifisso, la salvezza delle anime sono gli elementi che guidano la sua personalità apostolica.

Lontano dalle scelte moliniste, che più tardi i gesuiti abbracceranno, il Saverio si colloca nella tradizione agostiniano-tomista che vede Dio come l'unico autore di ogni bene; ne ricaverà sia una lezione di umiltà, perché sa di essere solo strumento nelle mani di Dio, sia un pieno abbandono al suo Signore. Quest'ultimo aspetto tocca la mistica perché la radicale confidenza nel Dio d'amore porta il Saverio, a somiglianza del suo Signore, a vivere d'amore e, quindi, a sentire nel proprio cuore il peccato dell'umanità come un tormento. Per arrivare al cuore degli uomini, sa di doversi addentrare in questa miseria e sa di non poterlo fare senza il sostegno di Dio. Da qui la sua comunione con Cristo; da qui la sua continua preghiera; da qui il suo naturale passare dall'amore di Dio all'amore per l'uomo. Solo in questo modo, solo accettando di amare come ama il suo Dio, liberamente e gratuitamente, egli arriva al segreto ultimo della vita missionaria; si tratta del mistero della incarnazione e della Pasqua: solo a prezzo della kénosis, solo a prezzo di una sua totale spoliazione, il Saverio si immedesima con i sentimenti di Dio e, ritrovando l'amore che Dio ha già riversato nelle sue creature, ne ricava l'impegno necessario per farlo risplendere.

Credo che non si possa, ancora oggi, non essere d'accordo con questa impostazione e con l'antropologia che suppone. Anche se una tradizione teologica, debitrice della eresia ariana (25), ha parlato di una creatura umana che solo in un secondo momento entra in rapporto con Cristo, la valorizzazione piena dell'amore salvifico del Signore Gesù comporta una piena corrispondenza della persona a questo dono. Nell'amore con cui Dio costituisce la persona umana come destinataria della sua vita, l'uomo si coglie - contemporaneamente - nella sua differenza creaturale e nella sua somiglianza partecipata con Dio. Se la libertà creata le esprime entrambe, entrambe sono interpellate dal Vangelo di Cristo. L'incontro col Dio di Gesù è così all'origine sia del credente sia dell'uomo.

Si può capire così l'espressione di Redemptoris Missio 88 che la presenza di Cristo "aspetta il missionario nel cuore di ogni uomo".

Se, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II ha insegnato, "la realtà incipiente del regno può trovarsi anche al di là dei confini visibili della Chiesa nell'umanità intera" (26) mentre l'azione dello Spirito si svela "presente in ogni tempo e in ogni luogo" (27), allora la missione non è una comunicazione a senso unico ma, mentre si proclama il Vangelo, è un coglierne anche la sua misteriosa vitalità che predispone alla accoglienza del Vangelo stesso (28). Si sa quale somma di problemi si ritrovino qui e quali conseguenze improvvide alcuni teologi ne abbiano tirato. Qui basti dire che Gesù Cristo, in quanto Dio, rappresenta quell'amore personale che consegna l'uomo a se stesso in quel modo libero che gli permetterà di essere partecipe del dono ricevuto e accolto; in quanto uomo, rappresenta quella figura finita e storica che si lascia modellare dal Verbo in modo da rappresentare - per la sua piena corrispondenza - la forma definitiva e insuperabile della effusione dell'amore divino nella storia umana.

Nel mistero dell'incarnazione si spiega così la struttura ultima della persona umana come costituzionalmente aperta ad una eccedenza che la supera. Poiché in questa apertura della persona all'Essere è implicita l'apertura ad essere-di-più, e cioè ad una cammino verso la sua maturazione, allora la teologia - che indica questa pienezza nella relazione con Cristo - coglie inscritta, nella apertura dell'uomo all'essere, come una esigenza religiosa, come una esigenza di incontro con il mistero santo di Dio. Questa esigenza non può che essere ancora anonima ed indefinibile, suscitatrice di stupore e di tremore:  solo il libero amore di Dio la può realizzare. Tuttavia, se questa è la volontà del Padre, come sostiene 1Tm 2, 3-6, allora essa si realizzerà in quella forma trascendente ed insuperabile che, sola, è degna di Dio, si realizzerà cioè nel mistero di quel Cristo nel quale trova piena luce il mistero dell'uomo.

Conclusione

Vorrei concludere questa riflessione con un'ultima osservazione che riguarda il profondo amore del Saverio per la Chiesa. Il Saverio era una personalità ecclesiale nel senso più profondo e nobile del termine:  nutriva cioè per la Chiesa lo stesso atteggiamento di Gesù Cristo che "ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (29). È quanto sviluppa il brano di Redemptoris Missio che abbiamo scelto come guida; il n. 89 ricorda infatti che "solo un amore profondo per la Chiesa può sostenere lo zelo del missionario". Poiché il suo assillo quotidiano è "la preoccupazione per tutte le Chiese" - così scrive Paolo in 2Cor 11, 28 - è chiamato a ricolmare di sensibilità cattolica ogni singolo momento. Trasformato dall'amore divino, pieno di zelo per le anime, il missionario è pieno di amore per la Chiesa. Il Saverio è stato uomo di Chiesa in modo sincero e profondo.

Lasciate che mi rivolga a voi, studenti provenienti dalle Chiese dei vari continenti, per esortarvi e incoraggiarvi a coltivare questo profondo senso ecclesiale. Il perfezionare i vostri studi qui, a Roma, in questa università unica nella Chiesa Cattolica per il suo carattere missionario, ha questo significato:  innamorarvi della Chiesa. Qui, dove Pietro e Paolo hanno versato il loro sangue per il Signore, qui dove il Saverio ha ricevuto la sua obbedienza, qui dove è sorta la Congregazione di Propaganda Fide per animare l'opera missionaria della Chiesa, qui dove è quasi naturale ragionare con un respiro cattolico, qui mi aspetto da voi le stesse parole - ricche di fede e di docilità ecclesiale - con cui Francesco Saverio rispose ad Ignazio quando gli propose la missione. "Pues, sus, hème aqui":  bene, eccomi pronto. Questo spirito ecclesiale vi permetterà di rivivere lo spirito del Saverio, unito ad una profonda, rinnovata preparazione intellettuale ed umana, e vi metterà in grado di realizzare quella primavera missionaria che, oggi, la Chiesa e l'umanità aspettano.


1) Era questo il parere di F. Fukuyama (The End of History and the Last Man, New York 1992; tr. it. La fine della storia e l'ultimo uomo, Milano 1996) che, sulla base di un finalismo storico, ne ipotizzava il compimento con la globalizzazione tecnologica e con l'affermazione del modello liberal-democratico dell'Occidente; a suo parere, la caduta dell'impero sovietico ne era l'evidente segnale. Di parere del tutto opposto sarà S. Huntington (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, New York 1997; tr. it. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano 1997) che rifiuterà questa visione del modello unico; per lui la fine del bipolarismo ha liberato le diverse civiltà, di cui le religioni sono parte fondamentale, da questa costrizione e le vede ora contrapporsi. Al bipolarismo non è subentrato una civiltà unitaria ma un multipolarismo.

2) Non avendo precise notizie su questi popoli, i due camaldolesi si attengono alla comune interpretazione di Rm 10, 18 e continuano a ritenere che gli apostoli abbiano predicato il Vangelo anche a questi popoli ma che questi, poi, abbiano finito per dimenticare quel primo annuncio (P. Giustiniani - P. Quirini, "Lettera al Papa". Libellus ad Leonem X [1513]. Notizie introduttive e versione italiana di G. Bianchini, Modena 1995).

3) P. Giustiniani - P. Quirini, "Lettera al Papa", cit., 13.

4) P. Giustiniani - P. Quirini, "Lettera al Papa", cit., 17.

5) J. Metzler, Dalle missioni alle Chiese locali (1846-1965), Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990.

6) A questo riguardo, il testo magisteriale forse più preciso è quello del Sinodo dei Vescovi del 1971:  "l'agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come ratio constitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo" (Sinodo dei Vescovi, La giustizia nel mondo (30 novembre 1971); testo in Enchiridion Vaticanum. IV, Dehoniane, Bologna 1978, 803.

7) Redemptoris Missio 86.

8) Dominus Iesus 3.

9) Novo Millennio ineunte 1.

10) "Benché quindi Dio, attraverso vie a lui note, possa portare gli uomini, che senza loro colpa ignorano il vangelo, alla fede..."(Ad Gentes 7). Formule simili, "nel modo che Dio conosce", si ritrovano in Gaudium et Spes 22.

11) È il tema del "grande mandato":  Mt 28, 16-20; Mc 16, 15; a questi testi tradizionali aggiungerei almeno At 1, 8.

12) Basta richiamare il commento di Tommaso alla salvezza di chi, pur privo di battesimo, ne ha però un vivo desiderium; Tommaso ne riconoscerà ugualmente la salvezza "propter desiderium Baptismi, quod procedit ex fide per dilectionem operante, per quam Deus interius hominem sanctificat, cuius potentia sacramentis visibilibus non alligatur" (Summa Theologica III, q.68, a.2, in c.). In modo analogo Redemptoris Missio 10 parla della universalità della grazia pasquale di Cristo che ritiene vera anche per coloro che non hanno la possibilità di conoscere il Vangelo e convertirsi:  "Per essi la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale".

13) Deus caritas est 25. Parlando della Chiesa, famiglia di Dio nel mondo, ribadisce che "in questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane come criterio di misura, impone l'universalità dell'amore che si volge verso il bisognoso incontrato "per caso", chiunque egli sia" (Ivi).

14) Nella lettera del febbraio 1548 scrive:  "raccomando vivamente di impegnarvi per farvi amare nei villaggi che visitate o dove risiedete, con opere buone e parole gentili, per essere amati da tutti e mai detestati. In questo modo, avrete maggiori frutti".

15) Questo filo che lega il missionario a Dio mi sembra intuito da J. Polanco, segretario di Ignazio; quando viene informato della morte del Saverio, scriverà:  "la divina bontà ha tagliato il filo dei progetti del padre Francesco. E Lei, che glieli aveva suggeriti, però voleva che prima morisse lui stesso, a imitazione di Cristo, come un chicco di grano gettato alle soglie della Cina:  così altri avrebbero raccolto frutti più abbondanti. Altro è chi semina, altro chi raccoglie". Quando muore il Saverio, Matteo Ricci ha appena due mesi.

16) Il concilio "dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana, quale si conosce sia per mezzo della Parola di Dio rivelata sia tramite la stessa ragione" (Dignitatis Humanae 2).

17) Redemptoris Missio 33.

18) Redemptoris Missio 55.

19) Gv 3, 8.

20) Redemptoris Missio 25.

21) Ad Gentes 24.

22) Dominus Jesus 12.

23) Redemptoris Missio 88.

24) Ivi.

25) Per timore di cadere nell'errore ariano, la teologia postnicena abbandonerà del tutto il ruolo cosmico del Verbo; la creazione in Cristo sarà sostituita dalla creazione del Padre onnipotente con il risultato che il rapporto del mondo creato con il Verbo non è costitutivo della sua esistenza ma è solo successivo al suo esistere.

26) Il testo preciso, ribadito in Dialogo e Annuncio 35 e globalmente presente in Dominus Iesus 12, dice:  "È vero che la realtà incipiente del regno può trovarsi anche al di là dei confini della Chiesa nell'umanità intera, in quanto questa viva i "valori evangelici" e si apra all'azione dello Spirito che spira dove e come vuole; ma bisogna subito aggiungere che tale dimensione temporale del regno è incompleta se non è coordinata col regno di Cristo presente nella Chiesa e proteso alla pienezza escatologica" (Redemptoris Missio 20).

27) Redemptoris Missio 29. Oltre a questa azione universale, operante anche nelle altre religioni, lo stesso numero riporta due precisazioni ulteriori:  lo Spirito non è "alternativo a Cristo, né riempie una specie di vuoto [...]. Quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e nelle religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica e non può non avere riferimento a Cristo...".

28) Sono i temi dei "semina Verbi", della "praeparatio evangelica", degli "elementi di santità e verità" presenti anche al di fuori della Chiesa visibile.

29) Ef 5, 25.

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
IN OCCASIONE DEL XXVIII CONGRESSO NAZIONALE DI MUSICA SACRA

OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo
Basilica di San Pietro
Domenica, 26 novembre 2006

 

Abbiamo appena ascoltato questo brano dell'Apocalisse:

"Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen".

Gesù, infatti, è venuto per liberare l'uomo dalla schiavitù del peccato, da quelle potenze del mondo che spaventano l'uomo e lo costringono a ripiegarsi in una difesa di sé egocentrica: si pensi alla paura della morte o alla paura della vita, della violenza, del fallimento. Il progetto di Dio è l'uomo libero ricondotto alla pienezza della verità e dell'amore: vivendo nell'amore e morendo per amore egli ha vinto la paura della vita e della morte.

Che cosa capita quando "regna" l'uomo con la pretesa di una assoluta autonomia, senza riferimento a Dio, se non addirittura contro di lui, lo sappiamo tutti. I telegiornali ce ne offrono una abbondante razione quotidiana. Il regno dell'uomo è il regno della violenza, dell'egoismo, del dominio.

Quando Pio XI istituì, nel 1925, la festa di Cristo Re, intendeva reagire agli eccessi del laicismo moderno che fa a meno di Dio, ma anche all'atteggiamento di coloro che sono tentati di "servirsi" di Dio per i propri fini mondani. Riconoscere la regalità di Cristo significa operare per la promozione della persona umana e animare di spirito evangelico le realtà temporali, per dare così testimonianza concreta che Cristo, l'uomo nuovo, solidale con la comunità umana, eleva e perfeziona, nel suo mistero pasquale, l'attività degli uomini per una migliore convivenza nella collaborazione, nella fraternità, nella pace.

Anche il creato, le cose di questo mondo - i beni patrimoniali dei figli - (Gen 1, 28ss) - sottratte al dominio di Dio perché usate male, sono come in attesa ansiosa del momento in cui i figli, sfruttandole in tutte le loro possibilità e usando bene di esse, ritorneranno a manifestare in loro la totale sottomissione all'autorità-regalità di Dio (Rom 8, 19-20).

La solennità di Cristo Re ci ricorda, che la nostra esistenza e la storia della nostra vita personale e sociale è un progetto di amore eterno di Dio, che si realizza nel tempo, e che tutto l'universo vivente e inanimato è posto sotto la signoria di Cristo "per mezzo del quale Dio ha creato anche il mondo".

"Cristo alfa e omega", così si intitola il paragrafo che conclude la prima parte della Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, nel quale leggiamo: "Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia d'ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni".

Questa Basilica di San Pietro, oggi, è il segno tangibile di una comunità umana ricca di valori e di talenti (quelli artistici), che esprime la gioia della fede e dell'amicizia con Dio.

Sono particolarmente lieto, pertanto, di accogliere intorno a questo altare un numero così grande di musicisti, e di amanti della musica liturgica, che partecipano al XXVIII Congresso Nazionale di Musica Sacra.

La musica coopera alla liberazione di quelle energie positive che edificano in terra il Regno di Dio. Grandi artisti si sono dedicati principalmente alla musica - come non ricordare il Maestro Lorenzo Perosi, nella cui memoria voi vi riunite e che ci ha dato opere di altissima ispirazione nel campo della fede. Il "bello" si coniuga col "vero", quando attraverso le vie dell'arte gli animi sono rapiti dal sensibile all'eterno.

Mio papà Pietro, Maestro di musica, mi ha insegnato ad amare la musica di Perosi e mi ha detto: "Quando morirò desidero che mi cantiate la Messa da requiem col sublime Hostias et preces... Così fu che 15 Cori cantarono per lui!

La liturgia non è una cosa che fanno i monaci o i fedeli. Essa esiste già prima di essi, ed è un perenne entrare nella liturgia celeste da sempre in atto. La liturgia terrena è tale solo per il fatto che si inserisce in ciò che già c'è, in ciò che è più grande, che dà senso alla vita. "Mens nostra concordet voci nostrae". Non è l'uomo che si inventa qualcosa e poi lo canta, bensì è il canto che gli proviene dagli angeli. Egli deve innalzare il suo cuore affinché stia in armonia con questa tonalità che gli giunge dall'alto.

Nella Liturgia della Chiesa tante volte ripetiamo il versetto del salmo 137: "Ti voglio cantare davanti agli Angeli". San Benedetto commenta così: "Riflettiamo dunque su come si debba essere e stare davanti alla divinità e agli angeli, e stiamo allora nel nostro canto in modo tale che il nostro cuore sia l'unisono con le nostre voci".

Si potrebbe dire con san Paolino di Nola: "La nostra unica arte è la fede e Cristo è il nostro canto". Vi è infatti uno stretto legame fra musica e fede, fra musica e preghiera. La fede che diventa musica è una parte del processo dell'incarnazione della Parola. A questo proposito cito un bellissimo testo, denso di significato, del Cardinale Joseph Ratzinger, ora Benedetto XVI:

"Il divenire musica della Parola è da un lato incarnazione, un trarre a sé forze prerazionali e metarazionali, che vengono anche rese sensibili; il trarre a sé il suono nascosto del creato, lo scoprire il canto che riposa sul fondo delle cose. Ma così questo stesso divenire musica è anche già la svolta nel movimento: non è soltanto incarnazione della Parola, ma nello stesso tempo spiritualizzazione della carne. Il legno e il metallo diventano suono, l'inconscio e l'indistinto diventano sonorità ordinata, piena di significato" (Ratzinger J., Cantate al Signore un canto nuovo, Jaca Book 1996, p. 148).

Quando l'uomo loda Dio, la sola parola è insufficiente. La parola rivolta a Dio trascende i limiti del linguaggio umano. Per questo motivo la parola chiede aiuto alla musica, il cantare si coniuga alla voce del creato nel suono degli strumenti. Innumerevoli volte la Parola biblica si è fatta immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell'arte il mistero del "Verbo fatto carne".

È giusto quindi che ogni attestazione di gioia per tale venuta abbia una sua manifestazione esteriore. Essa sta ad indicare che la Chiesa gioisce per la salvezza. Invita tutti alla gioia e si sforza di creare le condizioni, affinché le energie salvifiche possano essere comunicate a ciascuno (cfr Giovanni Paolo II, Tertio Millennio adveniente).

Tutta la Bibbia - Antico e Nuovo Testamento - e non solo il libro orante dei Salmi, comprende al suo interno inni, suppliche, ringraziamenti, canti di fiducia. Partiamo dai patriarchi, passiamo attraverso l'avventura dell'esodo dall'Egitto, penetriamo nella terra promessa conquistata, vaghiamo con gli Ebrei esuli "lungo i fiumi di Babilonia", per giungere alle soglie del cristianesimo con il canto del Magnificat di Maria.

Vorrei concludere con le parole di Benedetto XVI al "Philharmonia Quartett Berlin", pronunciate dopo una stupenda esecuzione nella Sala Clementina sabato 18 novembre scorso:

"Vediamo come la musica possa condurci alla preghiera: essa ci invita ad elevare la mente verso Dio per trovare in Lui le ragioni della nostra speranza e il sostegno nelle difficoltà della vita. Fedeli ai suoi comandamenti e rispettosi del suo piano salvifico, possiamo insieme costruire un mondo in cui risuoni la melodia consolante di una trascendente sinfonia d'amore. Anzi, sarà lo stesso Spirito divino a renderci strumenti ben armonizzati e collaboratori responsabili di una mirabile esecuzione in cui si esprime lungo i secoli il piano della salvezza universale".

 

Fraternamente CaterinaLD

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INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO 20006-2007
DELLA FACOLTÀ DI MEDICINA E CHIRURGIA
DELL'UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE DI ROMA

OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Cappella dell'Università Cattolica del Sacro Cuore
Martedì, 21 novembre 2006

 

Con la festa della presentazione della Beata Vergine Maria, la Chiesa intende additare ai fedeli colei che avendo "trovato grazia agli occhi di Dio" (cfr Lc 1, 30) è divenuta Madre di Dio e potente Aiuto dei cristiani. Maria ci aiuta ad esaltare Dio per la sua meravigliosa opera di salvezza.

Ricordando la Presentazione della Vergine al Tempio, è importante meditare sul legame strettissimo che esiste tra Maria e la Chiesa, quello cioè della sua inestimabile santità. Guardare a Lei vuol dire guardare al modello più fulgido della vita cristiana, che non solo ubbidisce alla Legge, ma diventa punto di riferimento per il nostro camminare nel Tempio del Signore, che è la Chiesa.

L'origine della festa della presentazione di Maria SS.ma al Tempio è legata alla dedicazione della Chiesa di santa Maria in Gerusalemme nel 543. Per questo è una delle feste più care all'Oriente. Per gli orientali la Theotòkos (Madre di Dio) è il vero tempio in cui Dio, respinto il culto antico, ha posto la sua salvezza.

Su questa donna, Dio ha posto il suo sguardo fin da principio e l'ha resa immune dal peccato in virtù della redenzione che Gesù avrebbe operato nascendo da lei e offrendo se stesso sulla croce: a questa donna arriva la proposta di Dio, e da questa donna viene l'assenso totale che dà principio al tempo ultimo, il tempo della grazia, alla nuova Alleanza. Ma tutto si svolge nel modo più comune e più semplice: la gravidanza e il viaggio al paese d'origine per obbedire al comando dell'Imperatore, la nascita del Bambino e la sua difesa da chi vorrebbe subito eliminarlo, poi la vita povera e umile a Nazaret.

Maria è una donna come le altre, eppure è "la" donna, l'unica donna senza peccato, la donna madre e vergine, la donna che ha generato l'uomo che è anche Dio. È il mistero di Maria che diventa lezione di umiltà e di coraggio per entrare nel campo della fede.

Si può immaginare la permanenza al Tempio di Maria durante l'età della fanciullezza. Fu anche attraverso questo servizio al Signore nel tempio, che Maria preparò il suo corpo, ma soprattutto la sua anima, ad accogliere il Figlio di Dio, attuando in se stessa la parola di Cristo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano".

Sant'Agostino, nei suoi noti "Discorsi" commenta così il passo del Vangelo di oggi: "Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre" (Mt 49-50). Dice: "Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede, fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini, fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato? Ha fatto, sì, certamente ha fatto la volontà del Padre Maria santissima, e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo: fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo. Perciò Maria era beata, perché, anche prima di dare alla luce il Maestro, lo portò nel suo grembo" (Disc. 25).

Quella di Maria, dunque, è una presenza che si fa familiare e quotidiana e ci aiuta a sublimare la vita di ogni giorno. Benché la sua vita abbia conosciuto il fatto che nella storia resterà assolutamente il più eccezionale, l'incontro di Dio con l'uomo, è segnata da una "quotidianità" quanto mai normale. "Maria, ci dice il Concilio (AA 4), viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro". Beveva l'acqua dal pozzo che era di tutti, pestava il grano nello stesso mortaio, tornava stanca la sera, dopo aver spigolato. Aveva i suoi problemi di salute, di economia, di adattamento.

Prendiamo esempio da Maria per essere incoraggiati anche noi a vivere questa Eucaristia come un culto spirituale in cui, insieme al Corpo e al Sangue di Cristo, presentiamo l'offerta del nostro corpo.

Il gesto di presentare all'altare il pane e il vino e, unita a quelli, la nostra vita, scardina il nostro modo di pensare che talvolta vuole un solo offerente, Cristo, e noi tanti spettatori della sua offerta.

Ogni cristiano, come Maria, "trova grazia" presso Dio nello Spirito Santo, per la mediazione di Cristo e diviene "Arca dell'alleanza nuova" e Tempio del Signore in forza della consacrazione dello Spirito nel Battesimo e nell'Eucaristia.

Come dice Paolo: "Voi siete pietre del tempio di Dio", che ha la sua pietra angolare in Gesù. Il paragone però si allarga e si trasforma: "per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (2, 4-5).

Questa è dunque la prima conseguenza dell'Eucaristia: l'offerta della vita quotidiana, quella che facciamo ogni giorno nella preghiera mattutina: "Ti offro, Signore, nel cuore di Cristo, tutte le azioni, le preghiere, le sofferenze, le gioie di questo giorno". Questo è il nostro culto fondamentale. Che poi si esprime nella carità, nell'amore, in tutte le opere di misericordia.

Paolo dice anche che il nostro culto è anzitutto offrire i nostri corpi. E i nostri corpi sono la nostra vita in tutta la sua fisicità, in tutta la sua estensione, il giorno e la notte, la giovinezza e la vecchiaia, la salute e la malattia, il successo e l'insuccesso, la gioia e il dolore, l'entusiasmo e la depressione. Tutto va donato quale sacrificio vivente, offrendoci a Dio come Gesù si è dato a noi e al Padre. Molte persone compiono, magari senza esserne consapevoli, questo culto spirituale quando vivono onestamente, amano la famiglia, vivono con serenità la fatica del lavoro o dello studio, si sacrificano, accettano con pazienza situazioni difficili e dolorose.

Oggi, presentiamo su questo altare al Signore tutti i malati, che partecipano al sacrificio redentore.

Presentiamo anche tutti coloro che in nome di Cristo si fanno buoni Samaritani, chinandosi con amore verso chi soffre nel corpo e nello spirito, inconsapevoli, forse, che questo loro atteggiamento accompagnato dalla preghiera e vissuto in unione con il Sacrificio eucaristico, è via di santità.

La vita è dono - condivisione - è convivenza. La vita è possibile; è frutto di un Amore misterioso e trepido, di Dio, dell'uomo e della donna. Va salvaguardata come il primo valore che è luce di ogni scelta umana.

"Assistere, curare, confortare - come diceva Paolo VI ai medici e agli infermieri - guarire il dolore umano, assicurare e restituire all'uomo sofferente il linguaggio e il sentimento della speranza, quale altra attività può essere per dignità, per utilità, per idealità, dopo e a fianco di quella sacerdotale, superiore alla vostra? Quale altro lavoro può più facilmente del vostro, con un semplice atto interiore di soprannaturale intenzione, diventare carità?".

Si tratta in definitiva, ancora oggi come ai tempi di Gesù, di portare ad ogni persona affetta da ogni sorta di malattie, consolazione, dono di sé, presenza, speranza. La vostra presenza, così intesa, può essere senz'altro sorgente di vita e di risurrezione.

Madre Teresa di Calcutta diceva: "La malattia più grave che possa affliggere una persona è il non essere amati. La vera cura sta nelle mani desiderose di servire e nei cuori desiderosi di amare".

Da questo altare ringrazio tutti coloro che contribuiscono ad alleviare il dolore e a rendere concreta la speranza della guarigione di tanti fratelli ricoverati.

L'occasione che ci vede riuniti in questa celebrazione eucaristica è quella dell'inaugurazione dell'anno accademico della Facoltà di Medicina e Chirurgia.

L'Università Cattolica è chiamata a realizzare la sua vocazione di essere luogo privilegiato per la pastorale dell'intelligenza (che è un'alta forma della carità). In ciò si riflette bene il tema del programma di pastorale universitaria della Diocesi di Roma: "Eucaristia e carità intellettuale".

È un impegno che può snodarsi su due grandi linee: quella della formazione delle nuove generazioni e quella di una presenza culturale significativa nel dibattito sulle grandi questioni antropologiche.

Circa la prima linea è necessario valorizzare la dimensione comunitaria dell'esperienza universitaria, promuovendo luoghi e occasioni di incontro e di condivisione tra docenti e studenti, affinché emerga il legame educativo proprio di ogni vera e autentica relazione universitaria. In questa prospettiva è fondamentale il ruolo della pastorale universitaria, che deve essere parte integrante della vita della comunità accademica.

Circa la seconda linea di impegno, è opportuno aprire orizzonti nuovi di fecondo dialogo tra la teologia e gli altri saperi scientifici. Il rapporto tra fede e ragione, più volte richiamato dal Santo Padre, va oltre la ricerca dei rispettivi confini, per incamminarsi verso l'approfondimento della nuova situazione dell'uomo contemporaneo, che si presenta all'orizzonte ricca di prospettive positive, anche se offuscata da pregiudizi culturali e ideologici che rendono tortuoso e incerto il futuro. Dove, infatti, è in gioco il destino dell'uomo, lì la Chiesa deve essere presente e operante, non per se stessa, come ci ricorda Benedetto XVI, ma per obbedienza al Suo Maestro, unico Redentore dell'uomo.

È quanto mai necessario richiamare la positività e profeticità della proposta morale cristiana in un contesto culturale progettuale, in cui il bene dell'uomo acquisti il vero significato e la sua bellezza.

Certamente, perché l'intelligenza si volga al bene supremo è necessario l'aiuto del Verbo, perché, a dire di S. Agostino, Egli è la luce: "ipse (Filius) est menti nostrae lumen" (cfrSant'Agostino, Quaest. Evang. I, 1: PL 35, 1323); Egli è l'amore: "amavit nos, ut redamaremus eum" (cfr Enarr. in Ps 127, 8: CCL 40, 1872).

Auguro pertanto, e di tutto cuore, che questa Università sia sempre una comunità attenta ai supremi valori dell'uomo, alla luce della rivelazione cristiana e sotto l'istanza urgente dell'Amore che tutti ci avvolge.

 

[SM=g1740771]

 

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
PER I PARTECIPANTI AL PELLEGRINAGGIO
DELLE OPERE DI SAN PIO DA PIETRELCINA

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE

Piazza San Pietro
Sabato, 14 ottobre 2006

 

 

 

Eccellenza Reverendissima,
cari Frati Minori Cappuccini,
cari fratelli e sorelle dei Gruppi di preghiera di Padre Pio,
e dell'Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo!

 

Con gioia mi unisco a voi in questa Eucaristia per ringraziare il Signore dei tanti frutti di bene che l'opera instancabile di Padre Pio ha suscitato nella Chiesa. Tra questi mi piace ricordare particolarmente la "Casa Sollievo della Sofferenza", che il 5 maggio scorso ha commemorato i suoi primi cinquant'anni di vita. Un cordiale saluto rivolgo alla grande famiglia di San Pio:  all'Arcivescovo, Mons. Domenico Umberto D'Ambrosio, e ai pellegrini dell'Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo; ai Frati Minori Cappuccini del Santuario di San Giovanni Rotondo e della Provincia, ai dirigenti, ai medici, agli infermieri e al personale tutto della Casa Sollievo della Sofferenza, con un pensiero ai malati che vi sono curati. Un saluto agli aderenti ai Gruppi di Preghiera "Padre Pio", provenienti da ogni parte d'Italia e da altri Paesi. Quella odierna è davvero una grande "festa di famiglia", che vede raccolti attorno all'Altare del Signore quanti a vario titolo si sentono figli spirituali di Padre Pio e si ispirano, nella vita quotidiana, ai suoi esempi ed ai suoi insegnamenti.

 

Che dire di questo "umile Frate Cappuccino"? È indubbio che la sua figura è circondata da tanta stima e devozione. Si potrebbe quasi dire, utilizzando un linguaggio moderno, che il suo indice di gradimento è assai alto in tutto il mondo. Milioni di persone lo seguono e lo venerano; gente semplice e di cultura, giovani e adulti, operai e professionisti, uomini di Chiesa e persone in cerca di Dio. Non è improprio pensare che il richiamo e il fascino esercitati da questo Cappuccino costituiscano una risposta a quel bisogno di Dio, a quella fame di Trascendenza che abita il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo. Egli è stato un vero apostolo dell'amore misericordioso di Dio, che si rivela nel mistero della Croce.

 

Nella seconda lettura, che abbiamo ascoltato poco fa, San Paolo scrivendo ai Galati afferma: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo" (Gal 6, 14). Sono parole che Padre Pio ha fatto sue:  in lui vediamo realizzata una perfetta conformità a Cristo crocifisso. Aveva ben chiara la coscienza di essere stato chiamato a collaborare all'opera della salvezza attraverso la Croce. Crocifisso con Cristo, non era più lui a vivere, ma Cristo viveva in lui, come l'apostolo Paolo diceva di sé (cfr Gal 2, 19). Padre Pio scelse la Croce, convinto che tutta la sua vita, seguendo le orme del divino Maestro, sarebbe stata un martirio. Egli stesso ebbe a confidarlo al suo direttore spirituale: "Il Signore mi fa vedere - così scriveva -, come in uno specchio, tutta la mia vita futura non essere altro che un martirio" (Epist. I, p. 368). Una simile prospettiva, però, non lo scoraggiava; nell'intimo si rallegrava di essere chiamato a cooperare alla salvezza delle anime con la sofferenza permeata di preghiera, con una perseverante partecipazione alla Croce di Gesù. Cari fratelli e sorelle, se togliamo la Croce, come possiamo comprendere la vita e la santità di Padre Pio? Se non ci poniamo nella prospettiva della Croce, come possiamo dirci ed essere veramente cristiani? La via della Croce Gesù la propone a tutti coloro che vogliono mettersi alla sua sequela. In effetti, si diventa davvero suoi discepoli soltanto nella misura in cui docilmente si accetta questo mistero. Ma sappiamo bene che la "Via Crucis" prepara la "Via lucis"!

 

Opportunamente, pertanto, all'inizio della Santa Messa, abbiamo domandato nella Colletta che, uniti costantemente alla passione di Cristo, possiamo, per intercessione di San Pio, giungere felicemente alla gloria della risurrezione.

 

Padre Pio ci ricorda che la Croce è mistero di dolore e di gioia, di passione e di gloria. Mistero tenuto nascosto, come abbiamo ascoltato poco fa nella pagina del Vangelo, "ai sapienti e agli intelligenti", ma rivelato "ai piccoli". Alla scuola di questo grande Santo dei nostri tempi apprendiamo a percorrere il sentiero arduo della santità con l'umiltà e la fiducia dei semplici e dei piccoli. E non ci spaventino le parole del Signore, anzi producano nel cuore serenità e pace: "Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà" (Mt 16, 24). Se esigente è la proposta di Gesù, dolce e confortante è il suo invito a trovare rifugio in Lui: "Venite a me - Egli ci ripete quest'oggi - voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò". Ed aggiunge: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime". Dolce è infatti il suo "giogo" e leggero il suo "carico" (cfr Mt 11, 25-30).

 

L'esistenza di Padre Pio testimonia che la Croce è sorgente di amore, di misericordia e di perdono. Ai piedi del Crocifisso egli imparò a servire i fratelli e a spendersi per la loro eterna salvezza. La cura delle anime e la conversione dei peccatori furono impegno primario del suo sacerdozio, che svolse fino alla morte praticando l'ascolto e la direzione dei suoi figli spirituali e, per questo, trascorrendo lunghe ore nel confessionale. E proprio il ministero di confessore costituisce il maggior titolo di gloria e il tratto distintivo di questo Frate Cappuccino. Chi lo incontrava avvertiva in lui la compassione di Cristo, ed anche quando veniva talora rimandato senza l'assoluzione, il penitente sapeva che se, sinceramente pentito, ritornava al suo confessionale, sarebbe stato accolto con paterna tenerezza. Come non ricuperare, guardando a Padre Pio, la consapevolezza dell'importanza della confessione? Oggi, forse più di ieri, questo Sacramento va riscoperto e valorizzato. La quotidiana esperienza del Santuario di San Giovanni Rotondo, come del resto quella di tanti altri Santuari, testimonia del grande anelito alla riconciliazione e al perdono che pulsa nel cuore dell'uomo moderno.

 

Dalla vita di Padre Pio traspare con singolare eloquenza un altro insegnamento: l'importanza della preghiera. A chi gli chiedeva un parere sulla sua persona, amava rispondere: "Non sono che un povero frate che prega". Davvero la forza dell'orazione ha animato tutta la vicenda umana dell'umile Frate del Gargano, diventato egli stesso, con il passare del tempo, preghiera vivente. Pregava sempre e ovunque con umiltà, fiducia e perseveranza. La preghiera è l'eredità che ha lasciato alla famiglia dei "gruppi di preghiera", sparsi ormai in tutto il mondo. È importante che essi la mantengano viva, ricordando queste sue significative parole: "La preghiera è la migliore arma che abbiamo, è una chiave che apre il Cuore di Dio". La preghiera è strada sicura che ci introduce in quella vera conoscenza di Dio di cui ci ha parlato il profeta Geremia nella prima lettura; una conoscenza che diventa comunione profonda con il Signore "che agisce con misericordia, con diritto e con giustizia sulla terra" (cfr Ger 9, 23).

 

Santa Teresa di Lisieux, con una immagine ardita e profonda, ha osservato: "Un saggio ha detto: "Datemi una leva, un punto di appoggio, e io solleverò il mondo". Quello che Archimede non ha potuto ottenere, perché la sua richiesta non si rivolgeva a Dio ed era espressa solo da un punto di vista materiale, i santi l'hanno ottenuto pienamente. L'Onnipotente ha dato loro, come punto d'appoggio, se stesso e sé solo; come leva, la preghiera che infiamma di fuoco d'amore, e così essi hanno sollevato il mondo; così lo sollevano i santi della Chiesa militante; e lo solleveranno ancora i santi futuri, fino alla fine del mondo" (Manoscritto C, 338).

 

Da ultimo, non posso non ricordare i tanti gesti compiuti da Padre Pio per venire in aiuto al prossimo e specialmente ai sofferenti. L'opera più nota ed importante è sicuramente la "Casa Sollievo della Sofferenza". Sapeva bene che per recare sollievo all'ammalato non basta la corretta applicazione delle terapie mediche; c'è bisogno anche e prima di tutto di amore, da comunicare con quello stile di attenta dedizione che raccomanda il Signore: "Ero malato e mi avete visitato" (Mt 25, 36), perché chi soffre sperimenti la misericordia divina attraverso l'amorevole cura dei fratelli. Quella "umanizzazione della medicina", di cui oggi tanto si parla, egli l'aveva raccomandata fin dall'inizio a tutti gli operatori sanitari del suo Ospedale.

 

In questo modo Padre Pio ci ha insegnato con la lezione dei fatti che l'amore di Dio e l'amore del prossimo non vanno mai disgiunti; anzi, l'uno richiama necessariamente l'altro. È, questa, una verità fondamentale del cristianesimo, che il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto mettere in evidenza, all'inizio del suo Pontificato, con la Lettera enciclica Deus caritas est - Dio è amore (cfr nn. 16-18). Ci aiuti Padre Pio a convertirci sempre più all'amore di Dio e del prossimo; ci aiuti a trovare nella Croce la sorgente di quel fuoco che distrugge l'odio e l'indifferenza. Vivificati dal mistero eucaristico, che ci apprestiamo a celebrare, potremo amare il Signore con perseverante dedizione, e saremo pronti a prodigarci con instancabile carità verso tutti, seguendo le orme di questo grande testimone del Vangelo nel nostro tempo (Orazione dopo la Comunione). Interceda per noi Maria, che l'umile Cappuccino del Gargano invocava come Madonna delle Grazie. Amen!

 

 

 

[Modificato da Caterina63 24/04/2012 19.20]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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38ª ASSEMBLEA  NAZIONALE DELLA
CONFEDERAZIONE DELE COOPERATIVE ITALIANE

DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO D
EL SANTO PADRE

Roma
Giovedì, 10 maggio 2012

 

Cari amici!

Ho accolto con piacere l’invito a partecipare alla vostra 38ma Assemblea nazionale. Rivolgo un cordiale saluto al Presidente della Confederazione delle Cooperative Italiane, dott. Luigi Marino, e a tutti voi delegati che rappresentate tre milioni di soci. Vengo ad incontrarvi in un momento particolarmente difficile per la situazione socio-economica in Italia. Perciò, ancora di più desidero esprimere ad ognuno la mia vicinanza personale e quella della Chiesa, incoraggiando il vostro impegno, la vostra forza d’animo, il vostro desiderio di coniugare i principi dell’ispirazione cristiana alle sfide quotidiane del vostro operare.

Sono lieto di poter offrire una breve riflessione sul mondo del lavoro alla luce della speranza cristiana, tanto più necessaria in questo momento storico di recessione e, a livello personale e psicologico, di depressione e di scoramento.  La speranza cristiana è una virtù teologale e, in quanto tale, essa è dono di Dio; in quanto virtù esige l’impegno personale di ciascuno nella sua attuazione concreta.

La dottrina sociale della Chiesa è un permanente invito a realizzare già nella storia presente la speranza di un mondo più umano e più giusto. Il Santo Padre Benedetto XVI, che ci ha fatto dono di un’Enciclica specifica sulla speranza, così si esprime: «Ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (Enc. Spe salvi,1).

Il dono della speranza, che «è una potente risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia» (Enc. Caritas in veritate, 34), diventa forza che si concretizza nell’impegno quotidiano e dà un significato sempre nuovo al nostro lavoro.

Esso, inteso come opera caratteristica dell’uomo, non si esaurisce mai in un’azione da compiere o in una cosa da produrre, ma contiene sempre quel tratto che ci fa partecipi dell’atto creativo di Dio. Il lavoro, vissuto nella sua completezza, è risposta ai bisogni dell’uomo e contribuisce «all’elevazione culturale e morale della società» (Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, 1)

Il lavoro esige oggi una rinnovata considerazione ed una decisa testimonianza cristiana. Al tema del lavoro sono correlati vecchi e nuovi problemi, come quello della disoccupazione, della distribuzione del tempo, della conciliabilità soprattutto per la donna tra lavoro e famiglia, dell’inserimento dei giovani. Voi siete chiamati a portare la speranza nel mondo del lavoro. Il modello cooperativo, che ruota intorno alla figura del socio cooperatore, ha una chance in più per evidenziare la centralità dell’uomo, l’attenzione ai suoi bisogni, la difesa dell’occupazione, la distribuzione di una remunerazione più equa. Evidenziare la centralità della persona e la sua priorità, diventa un modo concreto per creare un futuro di speranza per l’economia e per la società.

Per questo il riferimento statutario alla dottrina sociale della Chiesa costituisce un patrimonio in grado di generare speranza. I contenuti espressi dalla dottrina sociale della Chiesa, quando diventano punti di riferimento, rappresentano un elemento di stabilità perché permettono il riconoscimento dei valori, motivano l’azione, distinguono i mezzi dai fini, prospettano una visione integrale dello sviluppo, promuovono scelte di giustizia che favoriscono il vero bene dell’uomo. Nel contesto pluralistico odierno, fare riferimento a un patrimonio di valori crea le condizioni per evitare errori dalle conseguenze nefaste sui lavoratori, sullo sviluppo economico e sulla stessa vita di un’organizzazione di rappresentanza. «La dottrina sociale della Chiesa ha un suo specifico apporto da dare, che si fonda sulla concezione dell’uomo “ad immagine di Dio” (Gn 1,27), un dato da cui discende l’inviolabile dignità della persona umana, come anche il trascendente valore delle norme morali naturali. Un’etica economica che prescindesse da questi due pilastri rischierebbe inevitabilmente di perdere la propria connotazione e di prestarsi a strumentalizzazioni» (Enc. Caritas in veritate, 45).

Il patrimonio di valori, che trova la sua origine nel Vangelo, genera speranza per la forza della verità in esso contenuta. Per questo assume forte rilevanza la conoscenza della dottrina sociale della Chiesa. È auspicabile che la vostra Confederazione possa attivare un piano organico e strutturato affinché tutti i soci abbiano accesso a questo percorso formativo, perché oggi è richiesta «una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige, in realtà, lo stato di salute ecologica del pianeta; soprattutto lo richiede la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi da tempo sono evidenti in ogni parte del mondo» (ibid., 32).

Tutto ciò comporta una maggiore conoscenza del modello cooperativo da parte dei soci e una loro partecipazione attiva nelle forme democratiche previste, perché la cooperazione rappresenta una delle modalità istituzionali di impresa che aiuta a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo.

Un’ultima riflessione vorrei proporvi a riguardo della donna e della famiglia. Donna e famiglia rappresentano due snodi fondamentali per il futuro della società e del lavoro. Sappiamo che «è soltanto grazie alla dualità del “maschile” e del “femminile” che l’umano si realizza appieno e che a questa “unità dei due” è affidata da Dio non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia». La donna è “aiuto” per l’uomo, come l’uomo è “aiuto” per la donna: nel loro incontro si realizza una concezione unitaria della persona umana, basata non sulla logica dell’egocentrismo e dell’autoaffermazione, ma su quella dell’amore e della solidarietà» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 147).

Le donne sono una presenza significativa e imprescindibile nel mondo del lavoro. «Conviene, però, che esse possano svolgere pienamente le loro funzioni secondo l’indole ad esse propria, senza discriminazioni e senza esclusione da impieghi dei quali sono capaci, ma anche senza venir meno al rispetto per le loro aspirazioni familiari e per il ruolo specifico che ad esse compete nel contribuire al bene della società insieme con l'uomo. La vera promozione della donna esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba pagare la sua promozione con l'abbandono della propria specificità e a danno della famiglia, nella quale ha come madre un ruolo insostituibile» (Enc. Laborem exercens, 19).

Sostenendo la famiglia, che è «una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo» (ibid., 10), e sviluppando la reciprocità tra uomo e donna, offriamo un contributo significativo allo sviluppo integrale di ogni persona e creiamo le basi per guardare con fiducia al nostro futuro.

Carissimi, «la vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata» (Enc. Spe salvi, 49).

Queste parole del Santo Padre Benedetto XVI siano per tutti motivo di nuovo impegno personale e comunitario per diventare autentici testimoni della speranza. Con i migliori auguri di buon lavoro.




[SM=g1740758] ............... e giusto per restare in argomento.....

Abusi liturgici e abusi sessuali del clero: le due croci di papa Ratzinger, non solo in Irlanda (Magister)

L'intervista di Bertone a Famiglia Cristiana, il punto di Lombardi (Ansa)

I ciechi della parabola (Carlota)

Vaticano: P. Lombardi, finora commissione cardinali ha sentito 23 persone

Secondo il card. Bertone non ci sarebbero divisioni tra cardinali o lotte di potere

Card. Bertone "la grande azione chiarificatrice e purificatrice di Benedetto XVI certamente ha dato e dà fastidio"

Bertone: È evidente quanto la Chiesa sia una roccia che resiste alle burrasche. E un punto di riferimento inequivocabile per innumerevoli persone e istituzioni in tutto il mondo

Bertone: «Molti giornalisti giocano a fare l'imitazione di Dan Brown. Si continua a inventare favole o riproporre leggende» (Corriere)

Bertone: ''C'è tentativo accanito di creare divisioni fra Papa e collaboratori'' (Adnkronos)

Esclusivo: parla il cardinale Bertone (Famiglia Cristiana)

Card. Bertone: «L’azione del Papa ha dato fastidio, tentano di destabilizzare la Chiesa» (Tornielli)

Il card. Bertone torna a parlare dello scandalo che ha scosso la Santa sede: "Si tenta di dividere Papa da collaboratori"

[SM=g1740758]

LETTERA DEL PAPA AL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Città del Vaticano, 4 luglio 2012 (VIS). Di seguito riportiamo il testo della Lettera del Santo Padre al Cardinale Tarcisio Bertone, S.D.B., Segretario di Stato, datata 2 luglio.

"Alla vigilia della partenza per il soggiorno estivo a Castel Gandolfo, desidero esprimerLe profonda riconoscenza per la Sua discreta vicinanza e per il Suo illuminato consiglio, che ho trovato di particolare aiuto in questi ultimi mesi".

"Avendo notato con rammarico le ingiuste critiche levatesi verso la Sua persona, intendo rinnovarLe l'attestazione della mia personale fiducia, che già ebbi modo di manifestarLe con la Lettera del 15 gennaio 2010, il cui contenuto rimane per me immutato".

"Nell'affidare il Suo ministero alla materna intercessione della Beata Vergine Maria, Aiuto dei Cristiani, e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, mi è gradito inviarLe, insieme con il fraterno saluto, la Benedizione Apostolica, in pegno di ogni desiderato bene".

[SM=g1740733] [SM=g1740722]



[Modificato da Caterina63 04/07/2012 14.04]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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 MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
A FIRMA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE
AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DEI PASSIONISTI

 

Padre Ottaviano D'Egidio, C.P.,
Preposito Generale
[SM=g1740720] della Congregazione della Passione di Gesù (Passionisti)

Reverendo Padre,

Sua Santità ha appreso con piacere che la Congregazione della Passione di Gesù Cristo si appresta a celebrare il Capitolo Generale in Roma, dal 1° al 21 ottobre p.v. In tale speciale occasione, rivolge a Lei e ai partecipanti un cordiale saluto, che estende a tutta codesta Famiglia religiosa, alla quale Lo lega un'antica conoscenza avendo avuto modo di ammirare, fin dagli anni della sua attività accademica in Germania, la personalità di san Paolo della Croce. Egli auspica che siano fruttuosi i lavori capitolari, dedicati specialmente alla "ristrutturazione" e alla "rivitalizzazione" della presenza dei Passionisti nella Chiesa e nel mondo, per tradurre in opere adatte ai tempi gli insegnamenti sempre attuali del Fondatore.

Paolo della Croce concepiva la Passione di Gesù come la più grande manifestazione dell'amore di Dio, capace di convertire i cuori al di là di quanto può fare qualunque altro argomento. In effetti, solamente alla luce della Croce ci si può avvicinare al mistero dell'Amore divino."Nella morte di Gesù in croce - afferma in proposito Benedetto XVI nell'Enciclica Deus caritas est - si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo - amore, questo, nella sua forma più radicale". (n. 12).

Questo è il messaggio che voi siete chiamati ad annunciare anche nel nostro tempo; questo lo spessore del vostro carisma, la luce della contemplazione alla quale dovete dedicarvi nella solitudine dei vostri ritiri, come Paolo della Croce chiamava le sue case religiose, o creando un analogo spazio di contemplazione nelle diverse situazioni in cui si svolge oggi la vostra missione. Si tratta di una missione sempre attuale:  quella cioè di mostrare che la Croce è amore e che l'amore è Dio. Come ripeteva spesso il vostro Fondatore, dal mare di amore del Padre procede il mare di dolore della Passione di Gesù, dal Cuore del Padre deriva la Passione del Cuore di Gesù e del suo Corpo che è la Chiesa. Il vostro Fondatore era intimamente convinto che i mali del mondo derivano dalla dimenticanza della Passione di Gesù:  per questo, suo anelito incessante fu fare memoria e invitare a fare memoria della Passione. L'unione con Cristo crocifisso diventava per lui stimolo alla comunione con tutti gli uomini, passione per la giustizia e per la carità. Nel mistero della Croce trovava la forza per agire e per valorizzare le rinunce e le sofferenze, desideroso sempre di condividere il dolore del Redentore per i mali dell'umanità.

Il Sommo Pontefice, mentre rende grazie al Signore per la vostra testimonianza religiosa e per le numerose opere di apostolato che svolgete, vi incoraggia a condurre a buon fine l'impegno di "ristrutturazione" che avete intrapreso allo scopo di rispondere meglio alle sfide del nostro tempo, tenendo conto dei diversi contesti culturali nei quali siete presenti. A guidare questo vostro sforzo spirituale e pastorale sono gli orientamenti espressi in vari documenti del Magistero pontificio, tra i quali l'Esortazione apostolica Vita consecrata, dove si legge: "Gli istituti sono invitati a riproporre con coraggio l'intraprendenza, l'inventiva e la santità dei fondatori e delle fondatrici come risposta ai segni dei tempi emergenti nel mondo di oggi. Questo invito è anzitutto un appello alla perseveranza nel cammino di santità attraverso le difficoltà materiali e spirituali che segnano le vicende quotidiane. Ma è anche appello a ricercare la competenza nel proprio lavoro e a coltivare una fedeltà dinamica alla propria missione, adattandone le forme, quando è necessario, alle nuove situazioni e ai diversi bisogni, in piena docilità all'ispirazione divina e al discernimento ecclesiale" (n. 37).

Nel vostro lavoro di "ristrutturazione" tenete presenti la sollecitudine per l'unità della Congregazione e la responsabilità di ciascuno per tutte le sue parti, la ricerca di una formazione sempre più unitaria e approfondita, lo scambio di personale e di mezzi di sostentamento soprattutto in vista di un reciproco sostegno fra Paesi economicamente avvantaggiati e quelli in via di sviluppo, l'apertura alla collaborazione con le Chiese locali, con gli Istituti a voi aggregati, con i fedeli laici, la sensibilità verso le nuove forme di povertà e i "crocifissi" del nostro tempo. In forme nuove, sia vostra premura manifestare lo stesso amore per la Chiesa e la medesima ansia apostolica per le anime, che hanno contraddistinto il vostro Fondatore. Inoltre, il coinvolgimento di tutti i membri della vostra Congregazione nella riflessione sul carisma della Passione, come pure nella ricerca di una vita e di un apostolato più autentici e fedeli allo stile originario, non potrà non suscitare in voi il desiderio di una intimità profonda con Cristo, che vi preservi dal rischio di cedere alle influenze dello spirito del mondo e della cultura secolarizzata, che tenta di penetrare anche nella mente e nel cuore dei consacrati. Il Santo Padre esorta, in particolare, le claustrali fondate da san Paolo della Croce a rinnovare il loro fervore di preghiera, di offerta di se stesse e di testimonianza, accogliendo con docile fiducia le indicazioni dei competenti Organismi della Santa Sede per un adeguamento delle loro strutture alle odierne necessità.

Sua Santità Benedetto XVI, assicurando uno speciale ricordo nella preghiera, invoca sul Capitolo Generale la materna protezione di Maria, che fin dall'inizio venerate nella sua Presentazione al tempio e che poi avete scelto, sotto il titolo di Addolorata, come Patrona, e la celeste intercessione del Fondatore e dei santi e beati della vostra Congregazione. Con tali sentimenti imparte a Lei, Reverendo Padre, ed all'intera Famiglia passionista l'Apostolica Benedizione.

Unisco volentieri il mio cordiale saluto e mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di religiosa stima

Suo dev.mo nel Signore
TARCISIO Card. BERTONE
Segretario di Stato

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[SM=g1740771]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO D
EL SANTO PADRE

San Giovanni Rotondo
Sabato, 16 giugno 2012

 Messa celebrata da Tarcisio Bertone, cardinale segretario di Stato della Città del Vaticano, per i dieci anni della santificazione di Padre Pio

Cari fratelli e sorelle,

ho accolto con gioia l’invito dell’Arcivescovo Mons. Michele Castoro a presiedere questa Celebrazione eucaristica in occasione del 10° anniversario della canonizzazione di san Pio da Pietrelcina. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Confratelli nell’episcopato, a tutti i presbiteri, i religiosi e i diaconi, alle religiose, al Signor Sindaco, alle altre Autorità presenti e ai membri dei Gruppi di Preghiera, qui convenuti per il loro raduno internazionale. A voi tutti sono lieto di manifestare la vicinanza del Santo Padre Benedetto XVI, che si unisce spiritualmente al nostro rendimento di grazie; in questa circostanza egli mi ha incaricato di parteciparvi la Sua Benedizione, che impartirò al termine della santa Messa.

Il 16 giugno del 2002 il Beato Giovanni Paolo II, durante l’omelia della canonizzazione di Padre Pio, commentando il passo del Vangelo: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,30) affermò che «la vita e la missione di Padre Pio testimoniano che difficoltà e dolori, se accettati per amore, si trasformano in un cammino privilegiato di santità, che apre verso prospettive di un bene più grande, noto soltanto al Signore».

Padre Pio ha così ripresentato all’umanità del nostro tempo quel «vanto della croce» (cfr Gal 6,14) che può diventare segno di speranza. Sì, carissimi fratelli e sorelle, perché la croce è passaggio indispensabile verso la vita nuova in Cristo.

Il vangelo odierno (Mt 11,25-30) ci presenta la lode di Gesù al Padre, poiché ha nascosto i misteri del Regno ai grandi e ai potenti, ai sapienti e ai dotti, e li ha rivelati ai piccoli (cfr Mt 11,25). I piccoli sono coloro che accolgono Gesù, riconoscendolo nella sua debolezza, e non si scandalizzano della sua croce. Essi non parlano secondo una sapienza umana ma parla in loro l’esperienza di Dio e del suo amore.

Padre Pio ha percepito l’amore di Dio su di sé e si è lasciato da esso riempire. Dal cuore umile, egli si è fatto trovare senza malizia (cfr 1Cor 14,20), sempre desideroso di crescere nella conoscenza di Cristo e di porsi in ascolto della sua Parola (cfr 1Pt 2,2), pronto e disponibile verso tutti, come il Maestro, e per questo in grado di fare sua quella stessa esultanza di Gesù verso il Padre: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra…” (Mt 11, 25).

La conoscenza dell’amore del Padre è una verità che sfugge a molti ma è compresa dai piccoli, che non riescono a trattenere per sé questo tesoro, sentendosi chiamati a donarlo a tanti altri. Scorgiamo in questa pagina del vangelo un tratto essenziale del ministero sacerdotale di Padre Pio che condusse verso Cristo coloro che erano affaticati e oppressi nel corpo e nello spirito, perché in Lui trovassero ristoro e sollievo. Padre Pio sapeva bene che solo in Cristo il giogo della schiavitù del peccato è spezzato e sostituito da un nuovo giogo, il cui peso è soave e leggero.

Di che tipo di giogo si tratti lo chiarisce sant’Ambrogio in una delle sue omelie: «Non abbiate timore per il fatto che è un giogo, è infatti soave. Non schiaccia il collo ma lo orna. Perché dubitate e perché indugiate? Non lega la cervice con funi ma unisce la mente alla grazia. Non costringe per necessità, ma dirige la volontà al bene operare» (Elia e il digiuno, c. 22).

La necessità della sequela e del discepolato è stata ribadita nei discorsi pronunciati da Padre Pio per l’inaugurazione e per gli anniversari della Casa Sollievo della Sofferenza. Passaggi densi di significato e ricchi di spessore pastorale e teologico, che invitano tutti quelli che a diverso titolo operano in questa «Casa» a riconoscersi oggetto di attenzione ed amore divino, per poter essere come un unico gregge dietro un solo Pastore.

Consapevole di ciò, egli si rese per essi strumento di un percorso di conversione e maturazione cristiana che per molti sfociò in un servizio ed un impegno che forse mai avrebbero immaginato. Non è un caso che attorno a Padre Pio, a condividere il suo desiderio di sollievo della sofferenza umana, ci fossero tanti laici. Uomini e donne che attraverso di lui avevano incontrato Cristo, il suo amore, la sua gioia, la sua luce, dalla quale traevano la forza per servire i poveri e gli ultimi.

Padre Pio si lasciò abitare da Cristo, per questo poté entrare in un dialogo intimo e fecondo con lui della preghiera. Così, mettendosi alla scuola del Maestro, poggiando il proprio capo sul suo cuore e facendosi esperto nel riconoscere le sue interiori ispirazioni, a sua volta è diventato educatore di quanti ricorrevano alla sua paterna guida spirituale, promuovendo in essi frutti di vita buona.

Come ricorda la recente Nota pastorale della CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, «Gesù è per noi non “un” maestro, ma “il” Maestro. La sua autorità, grazie alla presenza dinamica dello Spirito, raggiunge il cuore e ci forma interiormente, aiutandoci a gestire, nei modi e nelle forme più idonee, anche i problemi educativi» (n. 16).

Attuando il suo forte desiderio di collaborazione all’opera redentiva, Padre Pio partecipava intimamente alle angosce, ai conflitti interiori, alle pene delle anime da lui dirette. Egli scriveva: «(…) Sento come mie le vostre afflizioni»; «(…) farò miei tutti i vostri dolori e li offrirò tutti in olocausto al Signore per voi» (Pius a Pietrelcina. Positio super virtutibus, III/I, p. 1046). Divenne in questo modo educatore credibile e mediatore efficace.

Il citato documento sugli orientamenti pastorali ritorna sull’esempio dei santi: «I santi rivelano con la loro vita l’azione potente dello Spirito che li ha rivestiti dei suoi doni e li ha resi forti nella fede e nell’amore. Ogni cristiano è chiamato a seguirne l’esempio, cogliendo il frutto dello Spirito, che è “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22)» (EVBV, 22).

Le persone che ricorrevano a Padre Pio erano molto varie per cultura, età, condizione sociale. Per tutte egli si rivelò un vero e santo «artista» nella guida spirituale. Basti pensare all’enorme quantità di lettere che giungevano da tutte le parti del mondo con i più svariati problemi da risolvere. Per ognuno il Padre non proponeva teorie, ma offriva un’adeguata indicazione spirituale (cfr ibid., 23) che diventava accompagnamento verso una vita buona, quella del Vangelo, quella dell’esperienza di Cristo e del suo amore. 

Da umile servo e strumento, Padre Pio lavorò nella vigna del Signore e fece in modo che anche altri percepissero, nella loro esistenza, la chiamata a servire Gesù, ognuno nello stato di vita proprio. Una visione moderna e matura, la sua, che favorì l’impegno dei fedeli laici (cfr Mt 20,1). L’apporto di Padre Pio ci fa comprendere meglio e vedere realizzato uno degli insegnamenti fondamentali del Concilio Vaticano II, e cioè che l’indole secolare dei laici deve vedere coniugati e ben armonizzati identità cristiana e impegno a servizio della Chiesa e del mondo. Sintesi che egli volle concretizzata nel rapporto fra i Gruppi di Preghiera e la Casa Sollievo della Sofferenza.

Il Beato Giovanni Paolo II, nel discorso tenuto proprio qui a San Giovanni Rotondo, la sera del 23 maggio 1987, affermò che dall’intima unione con Cristo Gesù scaturisce la disponibilità non solo a servire il bene delle anime, ma anche a sollevare le sofferenze degli uomini e della stessa creazione.

Comprendiamo così che per Padre Pio la «vigna» in cui lavorare non era delimitata dalle mura del convento, ma si estendeva al mondo intero. Salvare le anime, annunciare il Vangelo, alleviare la sofferenza non era un progetto da poco e Padre Pio chiamava altri operai a collaborare nella vigna che il Signore gli aveva affidato.

Per la costruzione della Casa Sollievo, il santo Frate non poté fare a meno dei laici che furono i suoi collaboratori essenziali; i laici furono le sue braccia per l’attuazione del progetto della Provvidenza. In tal modo la Casa Sollievo fin dal suo sorgere fu una testimonianza concreta dell’impegno dei laici: Padre Pio pregava e incoraggiava, i laici s’impegnavano con energie e capacità.

San Pio da Pietrelcina, dunque, non solo fu educatore e guida spirituale ma si pose a servizio di un laicato pronto, disponibile e maturo. Voleva il meglio per Casa Sollievo, per questo alla fervida e incessante preghiera auspicava che si potesse affiancare le migliori espressioni di una scienza votata al servizio dell’uomo e alla cura delle sofferenze. Il suo sguardo lungimirante, illuminato dalla luce del Vangelo e reso attento dalla carità concreta per l’uomo, gli fece intravedere le potenzialità di una ricerca scientifica posta al servizio dei sofferenti. Rendiamo grazie a Dio per le meraviglie compiute in questo umile figlio del meridione d’Italia, diventato esemplare figlio della Chiesa.

Affidiamo le nostre preghiere ed intenzioni al Signore, confidando nella celeste intercessione della Vergine delle Grazie e di san Pio da Pietrelcina.

Messa celebrata da Tarcisio Bertone, cardinale segretario di Stato della Città del Vaticano, per i dieci anni della santificazione di Padre Pio

Messa celebrata da Tarcisio Bertone, cardinale segretario di Stato della Città del Vaticano, per i dieci anni della santificazione di Padre Pio




[SM=g1740738] san Padre Pio, AIUTACI!!!!

RADUNO INTERNAZIONALE DEI GRUPPI DI PREGHIERA DI PADRE PIO

(STUPENDO [SM=g1740721] ) DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO D
EL SANTO PADRE

San Giovanni Rotondo
Sabato, 16 giugno 2012

 

Un cordiale saluto a tutti voi, cari fratelli e sorelle, convenuti per il Raduno Internazionale in questa lieta occasione del X anniversario della canonizzazione di san Pio da Pietrelcina. Ringrazio l’Arcivescovo Mons. Michele Castoro, Responsabile dei Gruppi di Preghiera, il Dott. Domenico Crupi e tutta la numerosa famiglia della Casa Sollievo della Sofferenza. Un caro saluto ai Padri Cappuccini che operano nella Casa come Cappellani, e infine a voi, cari ammalati, che siete icona e tabernacolo vivente di Cristo sofferente.

«Diamoci da fare. Rimbocchiamoci le maniche. Rispondiamo noi per primi a questo appello lanciato dal Romano Pontefice». Così, nel 1942, Padre Pio si rivolse al Dott. Sanguinetti dopo aver letto le parole del Papa sull’Osservatore Romano. Infatti il Servo di Dio Pio XII, all’inizio del II conflitto mondiale, rivolse un appello a tutti i cristiani perché diventassero promotori di un fecondo e vigoroso movimento di preghiera. L’invito poi divenne sempre più pressante quando gli orrori della guerra dilagarono. Diceva il Papa: «Abbiamo bisogno di forti e serrate falangi di uomini e di giovani che si tengano uniti a Cristo e inducano altri a seguire il loro esempio»; «Non temiamo ma preghiamo». Questi i suoi appelli. E per riparare a tutto il male perpetrato, alla fine della guerra continuò a chiedere di pregare non soltanto per la ricostruzione materiale e per la ripresa della vita civile e sociale, ma anche per riedificare la coscienza morale e spirituale dell’umanità, così segnata dal degrado e dalla violazione di ogni valore umano e religioso.
Padre Pio raccoglie con entusiasmo e determinazione l’appello del Papa e mette in atto il progetto dei Gruppi di Preghiera, dando forma e contenuto a quel movimento di spiritualità che a S. Giovanni Rotondo comincia a raccogliere adesioni dall’Italia e dal mondo. Così, nel 1951, Padre Pio specifica la finalità dei Gruppi scaturiti dal suo cuore: «Curare attraverso la preghiera collettiva la formazione e l’elevazione spirituale di tutti coloro che vi partecipano onde far sì che ognuno di essi sappia diventare un esempio di vita cristiana e di carità». I Gruppi di Preghiera nascono e si sviluppano insieme all’opera, ad essa intimamente legati.
La Casa Sollievo della Sofferenza è un frutto della Provvidenza, sollecitata dalla preghiera e dalla generosità di quanti hanno risposto all’invito del Santo Frate. Senza la preghiera non si sarebbe compiuto quel miracolo di fede e di carità. Padre Pio stesso, parlando ai Gruppi di Preghiera riuniti nel II convegno internazionale, in occasione del decimo anniversario dell’inaugurazione dell’ospedale, dirà: «I Gruppi di Preghiera, diffusi in tutto il mondo, affiancati alla Casa Sollievo della Sofferenza, sono le posizioni avanzate di questa Cittadella della carità, vivai di fede, focolai d’amore, nei quali Cristo stesso è presente ogni qualvolta si riuniscono per la preghiera e l’Agape Eucaristica, sotto la guida dei loro Pastori e Direttori Spirituali.

È la preghiera, questa forza unita di tutte le anime buone, che muove il mondo, che rinnova le coscienze, che sostiene la «Casa», che conforta i sofferenti, che guarisce gli ammalati, che santifica il lavoro, che eleva l’assistenza sanitaria, che dona la forza morale e la cristiana rassegnazione alla umana sofferenza, che spande il sorriso e la benedizione di Dio su ogni languore e debolezza. Pregate molto, figli miei, pregate sempre, senza mai stancarvi, perché è proprio alla preghiera che io affido quest’Opera, che Dio ha voluto e che continuerà a reggersi e prosperare mercé l’aiuto della Divina Provvidenza ed il contributo spirituale e caritativo di tutte le anime che pregano».

Con lettera del Cardinale Casaroli, Segretario di Stato, il 4 maggio del 1986 fu approvato ed entrò in vigore lo Statuto dei Gruppi di Preghiera. Quell’atto ufficiale della gerarchia li inserì a pieno diritto nella Chiesa: ad esso i Gruppi devono sempre attenersi per la loro vita e la loro funzionalità, onde evitare percorsi autonomi e devianti. Nel proemio dello Statuto sono indicati i pilastri che reggono la struttura dei gruppi:

- adesione piena e incondizionata alla dottrina della Chiesa Cattolica, guidata dal Papa e dai Vescovi;

- obbedienza al Papa e ai Vescovi, di cui è garante l’assistente spirituale;

- preghiera con la Chiesa, per la Chiesa e nella Chiesa;

- riparazione, mediante l’insegnamento di san Paolo;

- carità fattiva ed operosa a sollievo dei sofferenti e dei bisognosi come attuazione pratica della carità verso Dio.

In sintesi, la preghiera che produce frutti di carità operosa nella fedeltà alla Chiesa rappresenta il perno principale su cui si regge tutta l’attività dei Gruppi. Al tempo stesso costituisce quella roccia su cui sono state poste le fondamenta ideali della Casa Sollievo della Sofferenza che, prima di rappresentare un imponente e funzionale edificio materiale, è un solido edificio spirituale, segno visibile di una vita di fede fatta di ordinaria santità. Essa è chiamata ad essere un faro di luce che assicuri un orientamento morale e valoriale per quanti non riescono a discernere, in una «giungla di relativismo», qual è il vero bene per l’uomo di oggi. È chiamata ad illuminare il mistero dell’umana sofferenza con l’amore di Cristo, unico farmaco che può dare speranza al cuore dell’uomo.

La Casa Sollievo, in quanto luogo abitato da Gesù stesso presente nelle persone sofferenti, costituisce per Padre Pio un vero tempio, di preghiera e di scienza, e tutti coloro che in essa sono chiamati ad operare a vario titolo devono essere dei ministri, «vincolati al loro esercizio di carità verso i corpi infermi». Possano sempre gli ammalati, accolti e assistiti in questa Casa, essere consolati dal calore amorevole dei fratelli che si prendono cura di loro ed essere guidati all’incontro con Cristo. Nella serena accettazione della malattia e del dolore, possano scoprirne il senso profondo fino ad offrirsi per le necessità dei fratelli e «completare nella loro carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (cfr Col 1,24).

Quando Padre Pio presentò ufficialmente questa Casa, tutto il mondo rimase stupito e meravigliato. Noi siamo certi che la Casa Sollievo della Sofferenza possa continuare, anche oggi, a suscitare stupore e meraviglia, ad entusiasmare, a convertire, a dare speranza.

È in atto, in questi anni, nei Gruppi di Preghiera e in tutta l’opera di san Pio una spinta di rinnovamento, per rivitalizzarne la missione adattandola ai tempi che cambiano e ai bisogni spirituali della nostra epoca. Perciò è stato ritenuto opportuno preparare un Regolamento, che oggi sono lieto di consegnarvi. Senza naturalmente modificare le linee fondamentali tracciate dallo Statuto, il Regolamento sancisce la necessità di soddisfare nuove esigenze, per essere pronti a rispondere agli appelli del Santo Padre e dei Vescovi di fronte alle sfide pressanti della nuova evangelizzazione. Conformandosi alle linee-guida dell’Esortazione apostolica Christifideles laici, il Regolamento individua tre ambiti in cui l’identità dei Gruppi di Preghiera si esprime, nel seguire la spiritualità del Santo Fondatore:

- la preghiera: personale e comunitaria, con l’assidua partecipazione alla Liturgia e ai Sacramenti, l’ascolto della Parola di Dio e l’attenzione all’insegnamento del Magistero;

- la famiglia: perché diventi Chiesa domestica, accolga generosamente la vita, aiuti le giovani coppie, offra testimonianza cristiana, sia vicina al prossimo sofferente;

- la società: impegno nella carità operosa, attenzione al mondo della cultura, disponibilità ad essere sentinelle vigili per le comunicazioni sociali, testimonianza a favore della cultura della vita.

Cari amici, con l’aiuto della Vergine delle Grazie e l’intercessione di san Pio da Pietrelcina, seguite questa strada, e così i Gruppi di Preghiera continueranno ad essere «fari di luce, vivai di fede e focolai d’amore» nella complessa realtà dei nostri tempi.

[SM=g1740722]



[Modificato da Caterina63 18/08/2012 23.08]
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IL PAPA: LA BELLEZZA DELLA FEDE NON È DI OSTACOLO ALLA CREAZIONE ARTISTICA

Città del Vaticano, 22 novembre 2012 (VIS).-Nel pomeriggio di ieri, presso l’Aula Magna del Palazzo San Pio X, si è tenuta la XVII Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, il cui tema questa volta è stato: "Pulchritudinis fidei testis. L’artista, come la Chiesa, testimone della bellezza della fede". Nel corso della seduta, aperta dal cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha letto un messaggio che Benedetto XVI aveva indirizzato ai partecipanti.

Nel testo, il Papa riafferma “la volontà della Chiesa di ritrovare la gioia della riflessione comune e di un’azione concorde, al fine di rimettere nuovamente al centro dell’attenzione, sia della Comunità ecclesiale, sia della società civile e del mondo della cultura, il tema della bellezza”.

La bellezza “dovrebbe tornare a riaffermarsi e a manifestarsi in tutte le espressioni artistiche, senza però prescindere dall’esperienza di fede, anzi, confrontandosi liberamente e apertamente con essa, per trarne ispirazione e contenuto. La bellezza della fede, infatti, non può mai essere ostacolo alla creazione della bellezza artistica, perché ne costituisce in qualche modo la linfa vitale e l’orizzonte ultimo. Il vero artista, infatti, definito dal Messaggio conciliare "custode della bellezza del mondo", grazie alla sua particolare sensibilità estetica e al suo intuito può cogliere e accogliere più in profondità di altri la bellezza propria della fede, e quindi riesprimerla e comunicarla con il suo stesso linguaggio”.

“In questo senso -sottolinea- possiamo allora parlare dell’artista anche come testimone, in qualche modo privilegiato, della bellezza della fede. Egli così può partecipare, con il proprio specifico e originale contributo, alla stessa vocazione e missione della Chiesa, in particolare quando, nelle diverse espressioni dell’arte, voglia o sia chiamato a realizzare opere d’arte direttamente collegate all’esperienza di fede e al culto, all’azione liturgica della Chiesa”.

Nell'Anno della Fede, il Papa invita tutti gli artisti cristiani e tutti coloro che si aprono al dialogo con la fede, a far sì che il loro percorso artistico diventi “un itinerario integrale, in cui tutte le dimensioni dell’esistenza umana siano coinvolte, così da testimoniare efficacemente la bellezza della fede in Cristo Gesù, immagine della gloria di Dio che illumina la storia dell’umanità”.

La seduta si è conclusa con la consegna del Premio delle Accademie Pontificie, dedicato quest'anno alle arti, in particolar modo alla pittura e alla scultura, e di cui sono stati vincitori la scultrice polacca Anna Gulak, e il pittore spagnolo David Ribes López. La Medaglia del Pontificato è stata consegnata allo scultore italianoal giovane scultore italiano Jacopo Cardillo.


[SM=g1740717] [SM=g1740720]







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VIAGGIO APOSTOLICO IN PORTOGALLO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
IN OCCASIONE DEL 10° ANNIVERSARIO
DELLA BEATIFICAZIONE DI GIACINTA E FRANCESCO,
PASTORELLI DI FÁTIMA
(11-14 MAGGIO 2010)

 SANTA MESSA DELLA VEGLIA
NELLA SOLENNITÀ DELLA BEATA MARIA VERGINE DI FÁTIMA

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO D
EL SANTO PADRE

Fátima - Sagrato del Santuario
Mercoledì, 12 maggio 2010
 

 

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Amati Fratelli e Sorelle nel Signore,
Cari pellegrini di Fatima!

Dice Gesù: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Per entrare nel regno, dobbiamo farci umili, sempre di più umili e piccoli, piccoli il più possibile: questo è il segreto della vita mistica. Un serio avvio della vita spirituale ha inizio quando una persona fa un autentico atto di umiltà, lasciando la difficile posizione di chi si ritiene sempre il centro dell’universo per abbandonarsi nelle braccia del mistero di Dio, con un’anima da bambino.

Nelle braccia del mistero di Dio! In Lui, non c’è soltanto potenza, scienza, maestà, c’è anche infanzia, innocenza, tenerezza infinita, perché Lui è Padre, infinitamente Padre. Non lo sapevamo prima, né potevamo saperlo; è stato necessario che ci inviasse il suo Figlio perché lo scoprissimo. Questi si è fatto bambino e così ha potuto dirci di diventare noi stessi bambini per entrare nel suo regno. Egli, che è Dio di infinita grandezza, si è fatto così piccolo e umile davanti a noi che soltanto gli occhi della fede e dei semplici Lo possono riconoscere (cfr Mt 11,25). Così ha messo in discussione l’istinto naturale di protagonismo che regna in noi: «Diventare come Dio» (cfr Gen 3,5). Ebbene! Dio è apparso sulla terra come bambino. Adesso sappiamo come è Dio: è un bambino. Bisognava vedere per credere! Egli è venuto incontro al nostro prepotente bisogno di emergere, ma ne ha invertito la direzione proponendoci di metterlo al servizio dell’amore; emergere sì, ma come il più pacifico, indulgente, generoso e servizievole di tutti: il servo e l’ultimo di tutti.

Fratelli e sorelle, questa è «la sapienza che viene dall’alto» (cfr Gc 3,17). Invece la «sapienza» del mondo esalta il successo personale e lo cerca ad ogni costo, eliminando senza scrupoli chi è considerato come ostacolo alla propria supremazia. Questo chiamano vita, ma la scia di morte, che essa lascia subito li contraddice. «Chiunque odia il proprio fratello – lo abbiamo sentito nella seconda lettura – è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui» (1Gv 3,15). Soltanto chi ama il fratello possiede in se stesso la vita eterna, ossia, la presenza di Dio, il quale, per mezzo dello Spirito, comunica al credente il suo amore e lo fa partecipe del mistero della vita trinitaria. In effetti, così come un migrante in un Paese straniero, nonostante si adatti alla nuova situazione, conserva in sé – almeno nel cuore – le leggi e le abitudini del suo popolo, così anche Gesù venuto sulla terra ha portato con sé, in quanto pellegrino della Trinità, il modo di vivere della sua patria celeste che «esprime umanamente gli atteggiamenti divini della Trinità» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 470). Nel Battesimo, ognuno di noi ha rinunziato alla «sapienza» del mondo e si è rivolto verso la «sapienza dall’alto», che si è manifestata in Gesù, Maestro incomparabile nell’arte di amare (cfr 1Gv 3, 16). Donare la vita per il fratello è l’apice dell’amore, ha detto Gesù (cfr Gv 15,13); l’ha detto e l’ha fatto, comandandoci di amare come Lui (cfr Gv 15,12). Il passare dalla vita come possesso, alla vita come dono, è la grande sfida, che rivela – a noi stessi e agli altri – chi siamo e chi vogliamo essere.

L’amore fraterno e gratuito è il comandamento e la missione che il divino Maestro ci ha lasciato, in grado di convincere i nostri fratelli e sorelle in umanità: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). A volte ci lamentiamo a causa della presenza marginale del cristianesimo nella società attuale, della difficoltà nel trasmettere la fede ai giovani, della diminuzione delle vocazioni sacerdotali e religiose… e si potrebbero elencare altri motivi di preoccupazione; infatti non di rado ci sentiamo dei perdenti al cospetto del mondo. L’avventura della speranza però ci porta più lontano. Ci dice che il mondo è di chi più lo ama e meglio glielo dimostra. Nel cuore di ogni persona c’è una sete infinita d’amore; e noi, con l’amore che Dio riversa nei nostri cuori (cfr Rm 5,5), possiamo soddisfarla. Naturalmente, il nostro amore deve esprimersi «non a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità», sovvenendo gioiosamente e sollecitamente con i nostri beni alle necessità degli indigenti (cfr 1Gv 3,16-18).

Cari pellegrini e quanti mi ascoltate, «condividete con gioia, come Giacinta». Tale è il richiamo che questo Santuario ha voluto mettere in evidenza nel centenario della nascita della privilegiata veggente di Fatima. Dieci anni fa, in questo stesso luogo, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II l’ha innalzata alla gloria degli altari insieme al fratello Francesco; essi hanno percorso, in breve tempo, la lunga marcia verso la santità, guidati e sostenuti dalle mani della Vergine Maria. Essi sono due frutti maturi dell’albero della Croce del Salvatore. Guardando a loro, sappiamo che questa è la stagione dei frutti... frutti di santità. Vecchio tronco lusitano di linfa cristiana, con i rami estesi fino ad altri mondi e ivi sotterrati come germogli di nuovi popoli cristiani, su di te la Regina del Cielo ha poggiato il suo piede – piede vittorioso che schiaccia la testa del serpente ingannatore (cfr Gen 3,15) – alla ricerca dei piccoli del regno dei cieli. Rinvigoriti dalla preghiera di questa notte di veglia e con gli occhi fissi nella gloria dei beati Francesco e Giacinta, accogli la sfida di Gesù: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Per delle persone minate dall’orgoglio come noi, non è facile diventare come i bambini. Perciò Gesù ci avverte così duramente: «Non entrerete…»! Non ci lascia alternativa. Portogallo, non rassegnarti a forme di pensare e di vivere che non hanno futuro, perché non poggiano sulla salda certezza della Parola di Dio, del Vangelo. «Non temere! Il Vangelo non è contro di te, ma è a tuo favore. […] Nel Vangelo, che è Gesù, troverai la speranza solida e duratura a cui aspiri. È una speranza fondata sulla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Questa vittoria Egli ha voluto che sia tua per la tua salvezza e la tua gioia» (Esort. ap. Ecclesia in Europa, 121).

La prima lettura ci mostra come Samuele ha trovato una guida nel Sommo Sacerdote Eli. Questi dimostra nei riguardi del fanciullo tutta la prudenza richiesta dal compito del vero educatore, in grado di intuire la natura della profonda esperienza che Samuele sta facendo. Nessuno, infatti, può decidere in merito alla vocazione di un altro; perciò Eli indirizza Samuele verso il docile ascolto della parola di Dio: «Parla, [Signore,] perché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3, 10). In un certo modo possiamo leggere nella stessa luce questa Visita del Santo Padre, che si svolge sotto il tema: «Papa Benedetto XVI, con te camminiamo nella Speranza!» Queste sono parole che hanno il sapore sia di una confessione collettiva di fede e adesione alla Chiesa con il suo fondamento visibile in Pietro, sia di un personale apprendistato di fiducia e di lealtà nei confronti della guida paterna e saggia di colui che il Cielo ha scelto per indicare alla umanità di questo tempo la via sicura che ivi porta.

Santo Padre, «con te camminiamo nella Speranza»! Con te, impariamo a distinguere tra la grande Speranza e le speranze piccole e sempre limitate come noi! Quando, in mezzo alla defezione generale per ritornare alle piccole speranze, si farà sentire la sfida di Gesù, la grande Speranza: «Volete andarvene anche voi?», svegliaci tu, Pietro, con la tua parola di sempre: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68). Davvero – ci ricorda il Pietro d’oggi, Papa Benedetto XVI –, «chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2,12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora “sino alla fine”, “fino al pieno compimento” (cfr Gv 13,1 e 19,30)» (Enc. Spe salvi, 27).

Amati pellegrini di Fatima, fate sì che il Cielo sia sempre l’orizzonte della vostra vita! Vi hanno detto che il Cielo può aspettare, ma vi hanno ingannato... La voce che viene dal Cielo non è come queste voci paragonabili alla leggendaria sirena ingannatrice, che addormentava le sue vittime prima di precipitarle nell’abisso. Da duemila anni, a iniziare dalla Galilea, risuona fino ai confini della terra la voce definitiva del Figlio di Dio dicendo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Fatima ci ricorda che il Cielo non può aspettare! Perciò chiediamo con fiducia filiale alla Madonna di insegnarci a donare il Cielo alla terra: O Vergine Maria, insegnaci a credere, adorare, sperare e amare con te! Indicaci la via verso il regno di Gesù, la via dell’infanzia spirituale. Tu, Stella della Speranza che trepidante ci attendi nella Luce senza tramonto della Patria celeste, brilla su di noi e guidaci nelle vicende di ogni giorno, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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CELEBRAZIONE EUCARISTICA IN OCCASIONE DEL PELLEGRINAGGIO
ALLA TOMBA DI PIETRO E DEL CONVEGNO DEI NUOVI VESCOVI

OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO

Facoltà “Regina Apostolorum”
Mercoledì, 11 settembre 2013

 

Cari Confratelli,

L’odierno brano del Vangelo ci propone le “beatitudini” nella redazione di san Luca, che si caratterizzano per la contrapposizione tra quattro “beati voi” e quattro “guai a voi”.

La pagina evangelica delle beatitudini è forse una delle più conosciute, anche dai non cristiani. Rispetto a Matteo, Luca esprime una preoccupazione più evangelizzante e missionaria: il suo è un Vangelo predicato nelle Chiese dei pagani dell’Asia Minore e della Grecia, che comprendevano un gran numero di poveri, di oppressi, di reietti.

Entrambe le versioni, quella di Matteo e quella di Luca, presentano Gesù che dichiara giunto il momento in cui i poveri ricevono la buona notizia che il Regno di Dio appartiene a loro, perché è venuto nel mondo il Figlio di Dio, che è un povero, uno che si appoggia solo sul Padre celeste. E proprio questo Gesù povero è addirittura il Regno di Dio in persona, è la vivente beatitudine, perché Lui stesso è il vero povero di Dio. Cristo venne nel mondo in grande umiltà, visse in povertà e morì sulla croce spogliato di tutto. In questa beatitudine Cristo esprime se stesso, e si rivolge a noi perché lo seguiamo, lo imitiamo, accogliendo nella nostra vita lo stesso ordine di valori, e così partecipiamo della sua stessa felicità.

Occorre pertanto tenere fisso lo sguardo su Gesù povero, abbandonato totalmente alla volontà del Padre, su Gesù disprezzato e perseguitato. Egli è il santo, pienezza di beatitudine divina. Bisogna entrare in una comunione concreta, esistenziale con Gesù, conformandosi sempre di più a Lui, il quale ha manifestato la sorgente della felicità nell’appartenere al Padre e compiere sempre quello che il Padre vuole. Cristo, infatti, guarendo i malati, facendo del bene a tutti, perdonando i peccatori pentiti non voleva fare altro che partecipare agli uomini la propria felicità. La radice della beatitudine, perciò, dev’essere colta nella nostra assimilazione al Figlio di Dio. Ogni dono perfetto viene dal Padre, e la nostra stessa chiamata a consacrarci nel ministero episcopale è desiderio, ricerca, impegno per somigliare sempre più a Gesù Cristo.

Eppure, nella vita quotidiana possono esserci momenti in cui si ha la sensazione di essere perdenti, e non avere più energie per adempiere adeguatamente la nostra missione. Sono i tempi dell’afflizione, dell’indifferenza, della persecuzione, preannunciati dal Maestro divino, quando ha ricordato che l’odio dei nemici scatenerà persecuzioni contro i seguaci del Vangelo, causando la loro emarginazione nella società (v. 22). In tali circostanze sopravviene lo smarrimento, l’angoscia e si rischia di rinchiudersi in se stessi. Ma proprio le beatitudini evangeliche contengono una inesauribile carica di speranza nel futuro di Dio, di un compimento che va oltre le situazioni storiche.

In particolare, il messaggio di Gesù proposto da san Luca nella quarta beatitudine (v. 22s) è davvero sconcertante, perché l’odio e le persecuzioni subiti a causa del Figlio dell’uomo sono presentati come motivo e fonte di gioia. L’ostilità deve essere per i cristiani motivo non di tristezza, ma di gioia, perché la loro ricompensa in cielo sarà sovrabbondante (v. 23). Si tratta del premio escatologico alla fine del tempo con l’ingresso nella vita eterna. Anche nelle tre precedenti beatitudini tale dimensione futura è insinuata con sufficiente chiarezza, perché Gesù contrappone il presente stato di dolore alla futura condizione di felicità nella gloria di Dio (v. 21). Per due volte l’avverbio «ora» è posto in contrapposizione con la sorte futura: «sarete saziati», «riderete».

Dunque, il tema dominante, l’intonazione, la prospettiva di questa che risulta essere stata la prima grande predicazione pubblica di Gesù, è quella della felicità. Ma l’annuncio che Gesù ne dà, specialmente in questa versione lucana, non è irenico, utopistico, anzi, è drammatico e procede per contrasto: sia il contrasto tra il presente e il futuro, sia quello tra “beati” e “guai”. Questa impostazione esprime il fatto che dietro le beatitudini si nasconde un misterioso capovolgimento, che consiste nel passare dall’avere all’essere e dall’essere al dare. Scoprendo la dinamica di questo passaggio l’uomo raggiunge il segreto di Dio che diventa il segreto della fecondità dell’agire umano: essere per gli altri, cioè donarsi.

Cari Confratelli nell’episcopato, siamo chiamati a vivere il nostro ministero come incessante donazione a Dio e ai fratelli. La nostra vita dobbiamo metterla pienamente e senza riserve al servizio di Cristo e della Chiesa, per cooperare efficacemente al mistero della salvezza. Auspico che queste giornate di studio, di riflessione, di confronto e di preghiera possano rafforzare in ciascuno il desiderio di servire il gregge a voi affidato «sorvegliandolo non per forza, ma volentieri, secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo … facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,2-3). Le vostre comunità vi possano sempre riconoscere quali annunciatori appassionati del Vangelo, dediti a questa missione di cui il mondo ha tanta urgenza, a tempo pieno, quali pastori solleciti, suscitatori di comunione, maestri di verità e, al tempo stesso, testimoni di misericordia.

Come ama ripetere il Santo Padre Francesco, la nostra missione nella Chiesa deve caratterizzarsi per un forte senso di misericordia, ad imitazione di Dio, ricco di misericordia. Nel vostro ministero episcopale, siate dunque generosi cooperatori della misericordia divina, annunciatori - mediante il servizio della Parola e la celebrazione dei Sacramenti - della salvezza che è stata donata in Cristo ed è destinata a raggiungere tutti gli uomini. Nel servizio al popolo di Dio, rimanete ben saldi sulle orme di Gesù, il primo “mandato”, Colui che, incarnatosi sotto il cuore immacolato di Maria Santissima per opera dello Spirito Santo, ha camminato sulle vie dell’uomo, per elevarlo fino a Dio, ricomporre in lui l’immagine divina deturpata dal peccato, restituirlo all’amicizia e alla filiazione del Padre.

Il Signore accompagni e benedica sempre ciascuno di voi e il vostro ministero.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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15/10/2013 16.49
 
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IL CARDINALE TARCISIO BERTONE LASCIA L'INCARICO DI SEGRETARIO DI STATO

Città del Vaticano, 15 ottobre 2013 (VIS). Questa mattina, nel Palazzo Apostolico, il Papa ha ricevuto i Superiori e gli Officiali della Segreteria di Stato in occasione del saluto al Cardinale Tarcisio Bertone, S.D.B. che oggi lascia l'incarico di Segretario di Stato, e della presa di possesso del nuovo Segretario di Stato, Arcivescovo Pietro Parolin, finora Nunzio Apostolico in Venezuela. L'Arcivescovo Parolin prenderà possesso del suo nuovo incarico alcune settimane più tardi rispetto alla data di oggi, a motivo di un intervento chirurgico a cui ha dovuto sottoporsi.

"In questo momento - ha detto il Papa - è un sentimento di gratitudine quello che vorrei condividere con tutti voi (...). Vedo in Lei - ha proseguito il Papa rivolgendosi al Cardinale Bertone - anzitutto il figlio di don Bosco. Tutti siamo marcati dalla nostra storia. Pensando al Suo lungo servizio alla Chiesa, sia nell’insegnamento, come nel ministero di Vescovo diocesano e nel lavoro in Curia, fino all’incarico di Segretario di Stato, mi pare che il filo rosso sia costituito proprio dalla vocazione sacerdotale salesiana che (...) l’ha portata a svolgere tutti gli incarichi ricevuti, indistintamente, con profondo amore alla Chiesa, grande generosità, e con quella tipica miscela salesiana che unisce un sincero spirito di obbedienza e una grande libertà di iniziativa e di inventiva personale".

Il Pontefice ha quindi sottolineato "l’atteggiamento di incondizionata fedeltà e di assoluta lealtà a Pietro, caratteristica distintiva del Suo mandato come Segretario di Stato, tanto verso Benedetto XVI che verso di me in questi mesi. L’ho potuto avvertire in molte occasioni e Le sono profondamente grato per questo".

"Desidero infine ringraziarLa anche per il coraggio e la pazienza con cui ha vissuto le contrarietà che ha dovuto affrontare. Sono tante" - ha aggiunto Papa Francesco che ha presentato come esempio uno dei sogni raccontati da Don Bosco: "Il Santo vede un pergolato pieno di rose e inizia a incamminarsi al suo interno, seguito da molti discepoli. A mano a mano che si inoltra, però, insieme alle belle rose, che coprono tutto il pergolato, spuntano delle spine acutissime, che feriscono e provocano grandi dolori. (...) Il sogno vorrebbe rappresentare la fatica dell’educatore, ma penso si possa applicare anche a qualsiasi ministero di responsabilità nella Chiesa. Caro Cardinale Bertone, in questo momento mi piace pensare che, se pure vi sono state le spine, la Vergine Ausiliatrice non ha certo fatto mancare il suo aiuto, e non lo farà mancare in futuro: sia sicuro, eh? L’augurio che tutti Le facciamo è che Ella possa continuare a godere dei tesori che hanno segnato la Sua vocazione: la presenza di Gesù Eucaristia, l’assistenza della Madonna, l’amicizia del Papa. I tre grandi amori di don Bosco: questi tre".

"E con questi pensieri - ha concluso il Papa - diamo anche - in absentia - il più cordiale benvenuto al Segretario nuovo. Monsignor Pietro Parolin
Lui conosce molto bene la famiglia della Segreteria di Stato, vi ha lavorato per tanti anni, con passione e competenza e con quella capacità di dialogo e di tratto umano che sono una sua caratteristica. In un certo senso è come un ritornare 'a casa'”.

Infine il Papa rivolgendosi a tutto il personale della Segreteria di Stato ha detto: "Vi invito tutti a pregare per me". Successivamente il Cardinale Bertone ha pronunciato un breve discorso nel quale ha ricordato i sette anni di servizio nella Santa Sede, con Papa Benedetto XVI: "Ciò che ci ha appassionato con Papa Benedetto XVI - ha detto - è stato vedere la Chiesa comprendere se stessa nel profondo come comunione, e nello stesso tempo capace di parlare al mondo, al cuore e all'intelligenza di ognuno con chiarezza di dottrina e con altezza di pensiero".

"Papa Benedetto XVI - ha proseguito il Cardinale Bertone - "è stato un riformatore delle coscienze e del clero. Il Suo pontificato è stato percorso da forti progetti pastorali (...). Ha sofferto profondamente per i mali che deturpano il volto della Chiesa e per questo l'ha dotata di una nuova legislazione che colpisca con decisione il vergognoso fenomeno della pedofilia fra il clero, senza dimenticare l'avvio della nuova normativa in materia economico-amministrativa".

"Io vedo oggi in Papa Francesco non tanto una rivoluzione ma una continuità con Papa Benedetto XVI pur nella diversità degli accenti e dei segmenti di vita personale. (...) L'ascolto, la tenerezza, la misericordia, la confidenza sono stupende realtà che ho sperimentato personalmente con Lei. (...) E per finire non posso non sottolineare due espressioni che rafforzano questa continuità: il dono del consiglio spontaneo e ispirato, proiettato verso il futuro ma ricco di memoria, e poi la comune fervida devozione mariana. Non c'è icona più bella dei due Papi di quelle che li fotografa ciascuno raccolto in preghiera davanti alla statua della Madonna, e della Madonna di Fatima: a Fatima, nell'anno sacerdotale del 2010, Papa Benedetto, e a Roma, davanti alla medesima immagine, nell'anno della fede, Papa Francesco, per mettere l'intera Chiesa in stato di penitenza e di purificazione".

Il Cardinale ha concluso il suo discorso augurando al suo successore di "sciogliere i nodi che ancora impediscono alla Chiesa di essere in Cristo il cuore del mondo, orizzonte auspicato e incessantemente invocato".





Bertone

Benedetto XVI


[SM=g1740733]



LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Città del Vaticano, 15 ottobre 2013 (VIS). Pubblichiamo la Lettera del Santo Padre Francesco, datata 15 ottobre, al Cardinale Tarcisio Bertone, S.d.B., Camerlengo di Santa Romana Chiesa, che oggi lascia l'incarico di Segretario di Stato:

"È giunto il momento per Lei, caro Fratello, di 'passare il testimone' nel servizio di Segretario di Stato. Desidero perciò unirmi spiritualmente a Lei nel rendere grazie a Dio per tutto il bene che Le ha permesso di compiere in questo ruolo così delicato e impegnativo. La memoria di Santa Teresa di Gesù, che in questa data la liturgia ci fa celebrare, invita a fissare lo sguardo in Dio: 'Nulla ti turbi – ci dice la grande Santa di Avila – nulla ti spaventi, chi ha Dio, nulla gli manca'.

In questa circostanza sento il bisogno di esprimerLe viva gratitudine per la sollecitudine con cui si è prodigato in questi sette anni; e lo faccio anche a nome dell’amato Benedetto XVI, che La chiamò da Genova, dove era Arcivescovo, a tornare a Roma e Le affidò l’incarico di Suo Segretario di Stato a partire dal 15 settembre 2006, e quindi anche di Camerlengo di Santa Romana Chiesa. Sette anni di lavoro intenso, vissuti con grande generosità e spirito di servizio. Anche io ho potuto avvalermi ancora, fino ad oggi, della Sua esperta collaborazione.

C’è un aspetto per il quale desidero manifestarLe in modo particolare il mio apprezzamento, ed è la Sua fedeltà allo spirito di Don Bosco, lo spirito salesiano, che Lei ha saputo conservare e testimoniare pur essendo assorbito dalle molteplici incombenze connesse al compito di coadiuvare il Successore di Pietro. Con l’intraprendenza e l’amore al Papa che caratterizzano i figli di San Giovanni Bosco, Lei ha svolto sempre con dedizione il suo compito di guida nei rapporti internazionali della Santa Sede, così importante nell’esercizio del Ministero del Vescovo di Roma. Allo stesso tempo, non si è risparmiato per portare il Magistero pontificio e la Benedizione apostolica in ogni dove: Paesi, diocesi, parrocchie, università, istituzioni, associazioni. La Madonna Ausiliatrice Le è stata vicina e L’ha sempre assistita in questo prezioso ministero. La sua materna intercessione Le ottenga le celesti ricompense e le grazie che più Le stanno a cuore. Le sia pegno di pace e di spirituale letizia anche la mia Benedizione che di cuore Le imparto, estendendola con sentita riconoscenza anche ai Suoi collaboratori ed alle persone care".

[Modificato da Caterina63 15/10/2013 16.51]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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15/10/2013 17.10
 
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SALUTO DEL SANTO PADRE

Cari amici, buongiorno!

ci siamo radunati per ringraziare il Cardinale Tarcisio Bertone, che oggi lascia l’incarico di Segretario di Stato, e per porgere il nostro benvenuto a Mons. Parolin, ma sarà un benvenuto "in absentia", perché lui prenderà possesso del suo nuovo incarico alcune settimane più tardi rispetto alla data di oggi, a motivo di un piccolo intervento chirurgico a cui ha dovuto sottoporsi.

1. In questo momento è un sentimento di gratitudine quello che vorrei condividere con tutti voi. Caro Cardinale Tarcisio, penso di interpretare anche il pensiero del mio amato Predecessore Benedetto XVI nel presentarLe il più vivo ringraziamento per il lavoro svolto in questi anni. Vedo in Lei anzitutto il figlio di don Bosco. Tutti siamo marcati dalla nostra storia. Pensando al Suo lungo servizio alla Chiesa, sia nell’insegnamento, come nel ministero di Vescovo diocesano e nel lavoro in Curia, fino all’incarico di Segretario di Stato, mi pare che il filo rosso sia costituito proprio dalla vocazione sacerdotale salesiana che L’ha segnata sin dalla tenera infanzia, e che L’ha portata a svolgere tutti gli incarichi ricevuti, indistintamente, con profondo amore alla Chiesa, grande generosità, e con quella tipica miscela salesiana che unisce un sincero spirito di obbedienza e una grande libertà di iniziativa e di inventiva personale.

2. Per ogni salesiano, l’amore alla Chiesa si esprime in maniera del tutto particolare nell’amore al Successore di Pietro. Sentirsi al cuore della Chiesa, proprio perché si è con il Papa. E proprio perché si è con il Papa, partecipare della vastità della missione della Chiesa intera e dell’ampiezza del suo dinamismo evangelizzatore. E qui vengo al secondo aspetto che desidero sottolineare: l’atteggiamento di incondizionata fedeltà e di assoluta lealtà a Pietro, caratteristica distintiva del Suo mandato come Segretario di Stato, tanto verso Benedetto XVI che verso di me in questi mesi. L’ho potuto avvertire in molte occasioni e Le sono profondamente grato per questo.

3. Desidero infine ringraziarLa anche per il coraggio e la pazienza con cui ha vissuto le contrarietà che ha dovuto affrontare. Sono tante. Tra i sogni raccontati da don Bosco ai suoi giovani vi è quello delle rose: se lo ricorda? Il Santo vede un pergolato pieno di rose e inizia a incamminarsi al suo interno, seguito da molti discepoli. A mano a mano che si inoltra, però, insieme alle belle rose, che coprono tutto il pergolato, spuntano delle spine acutissime, che feriscono e provocano grandi dolori. Chi guarda dall’esterno vede solo le rose, mentre don Bosco e i discepoli che camminano all’interno sentono le spine: molti si scoraggiano, ma la Vergine Maria esorta tutti a perseverare, e alla fine il Santo si ritrova con i suoi, in un bellissimo giardino. Il sogno vorrebbe rappresentare la fatica dell’educatore, ma penso si possa applicare anche a qualsiasi ministero di responsabilità nella Chiesa. Caro Cardinale Bertone, in questo momento mi piace pensare che, se pure vi sono state le spine, la Vergine Ausiliatrice non ha certo fatto mancare il suo aiuto, e non lo farà mancare in futuro: sia sicuro, eh? L’augurio che tutti Le facciamo è che Ella possa continuare a godere dei tesori che hanno segnato la Sua vocazione: la presenza di Gesù Eucaristia, l’assistenza della Madonna, l’amicizia del Papa. I tre grandi amori di don Bosco: questi tre.

E con questi pensieri diamo anche – in absentia– il più cordiale benvenuto al Segretario nuovo. Lui conosce molto bene la famiglia della Segreteria di Stato, vi ha lavorato per tanti anni, con passione e competenza e con quella capacità di dialogo e di tratto umano che sono una sua caratteristica. In un certo senso è come un ritornare "a casa".

Vorrei concludere ringraziando tutti voi per il servizio quotidiano che svolgete, spesso in forma nascosta e anonima; è prezioso per il mio Ministero. Vi invito tutti a pregare per me ne ho tanto bisogno – e vorrei che foste sicuri della mia preghiera e della mia amicizia, della mia vicinanza e della mia riconoscenza per questo lavoro che voi fate. Su di voi e sui vostri cari invoco la Benedizione del Signore. Grazie.

[01496-01.01] [Testo originale: Italiano]

INDIRIZZO DI SALUTO DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Amatissimo Santo Padre,

le parole che ha detto vengono proprio da un cuore permeato – direi – di spirito salesiano, anche se dal grande Sant’Ignazio di Loyola, alla cui famiglia appartiene, quindi con il cuore di don Bosco e La ringrazio. La conclusione della mia responsabilità come Segretario di Stato ha coinciso con il pellegrinaggio a Fatima nell’anniversario dell’ultima apparizione e nel 60° della dedicazione della Basilica del Santo Rosario. Qualcuno ha detto che in quel Santuario la mia missione si è conclusa con chiave d’oro.

Ero già stato a Fatima per la dedicazione della Basilica della Santissima Trinità, a poco più di un anno dall’inizio del mio mandato, e mi piace pensare di aver trascorso questi anni sotto la speciale protezione di Maria.

E’ difficile tratteggiare un bilancio completo del settennato che mi ha visto accanto a Papa Benedetto XVI e, per un breve ma intenso periodo di sette mesi – sette mesi! – , accanto a Papa Francesco. D’altronde la memoria del vissuto è condivisa con quasi tutti i presenti perchè insieme abbiamo lavorato in distinte responsabilità con dedizione e a volte con sacrificio. E di tutto vi ringrazio.

Ciò che ci ha appassionato con Papa Benedetto XVI è stato vedere la Chiesa comprendere se stessa nel profondo come comunione, e nello stesso tempo capace di parlare al mondo, al cuore e all’intelligenza di ognuno con chiarezza di dottrina e con altezza di pensiero.

Cito solamente i grandi temi del rapporto tra fede e ragione, tra diritto e legge naturale; i grandi discorsi fra i quali mi piace ricordare quello al Parlamento tedesco e alla Westminster Hall, così come al Collège des Bernardins a Parigi; la valorizzazione della comune identità cristiana dei fratelli delle altre chiese e comunità; il rinnovato dialogo teologico con i fratelli maggiori ebrei; i rapporti improntati a stima reciproca con i musulmani (e di essi fanno fede i viaggi in Turchia e in Libano) dopo il difficile equivoco del discorso a Regensburg, che hanno fatto della Chiesa un interlocutore ricercato ed apprezzato; infine, le encicliche fra le quali si staglia sul panorama politico, sociale ed economico la Caritas in veritate, che ha riscosso un generale consenso.

Papa Benedetto XVI è stato un riformatore delle coscienze e del clero. Il Suo pontificato è stato percorso da forti progetti pastorali: l’anno paolino, l’anno sacerdotale e quello che sta per concludersi, l’anno della fede. Ha sofferto profondamente per i mali che deturpano il volto della Chiesa e per questo l’ha dotata di una nuova legislazione che colpisca con decisione il vergognoso fenomeno della pedofilia fra il clero, senza dimenticare l’avvio della nuova normativa in materia economico-amministrativa.

E quando il Signore gli ha ispirato, dopo profonda meditazione e intensa preghiera, la decisione della rinuncia, ha consegnato il ministero petrino al suo successore venuto da lontano e inviato dallo Spirito di Gesù.

Io vedo oggi in Papa Francesco non tanto una rivoluzione ma una continuità con Papa Benedetto XVI pur nella diversità degli accenti e dei segmenti di vita personale: le nostre origini e i nostri percorsi, come ha detto Lei, Santo Padre, sono diversi. Penso ad esempio alle Giornate Mondiali dei Giovani a Madrid e a Rio de Janeiro: ecco un richiamo, un’armonia molto bella.

L’ascolto, la tenerezza, la misericordia, la confidenza sono stupende realtà che ho sperimentato personalmente con Lei, Santo Padre, nella molteplicità dei colloqui, nei gesti, nelle sorprese delle telefonate, nei compiti che mi ha assegnato. Grazie Papa Francesco per la sua benevolenza!

E per finire non posso non sottolineare due espressioni che rafforzano questa continuità: il dono del consiglio spontaneo e ispirato, proiettato verso il futuro ma ricco di memoria, e poi la comune fervida devozione mariana. Non c’è icona più bella dei due Papi di quella che li fotografa ciascuno raccolto in preghiera davanti alla statua della Madonna, e della Madonna di Fatima: a Fatima, nell’anno sacerdotale del 2010, Papa Benedetto, e a Roma, davanti alla medesima immagine, nell’anno della fede, Papa Francesco, per mettere l’intera Chiesa in stato di penitenza e di purificazione. Sembra proprio che da Fatima si debba ripartire.

Maria aiuti Papa Francesco e il nuovo Segretario di Stato, Sua Eccellenza Mons. Pietro Parolin, a cui mandiamo tutti un cordiale saluto e un augurio di arrivare presto, a sciogliere i nodi che ancora impediscono alla Chiesa di essere in Cristo il cuore del mondo, orizzonte auspicato e incessantemente invocato. E’ questa la nostra ardente preghiera.

Grazie Santo Padre!


[SM=g1740722]



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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08/11/2013 13.22
 
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  Presentazione in Vaticano di un libro del card. Bertone con prefazione di Papa Francesco



Avrà la prefazione di Papa Francesco il libro del cardinale Tarcisio Bertone intitolato “La diplomazia pontificia in un mondo globalizzato”, edito dalla Libreria Editrice Vaticana, che sarà presentato martedì 12 novembre alle ore 17 nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano. Il libro riunisce interventi, discorsi e scritti del porporato nel suo servizio di segretario di Stato. “Il cardinale Tarcisio Bertone – scrive il Papa - consegna a coloro che sono impegnati nel servizio diplomatico della Santa Sede, e non solo, un’abbondante serie di riflessioni sulle principali questioni che riguardano la vita delle Comunità delle Nazioni e toccano da vicino le aspirazioni più profonde della famiglia umana: la pace, lo sviluppo, i diritti umani, la libertà religiosa, l’integrazione sovranazionale”. Il Pontefice parla anche di “utopia del bene”, che “attraverso l’azione diplomatica può esprimere e consolidare quella fraternità presente nelle radici della famiglia umana e da lì chiamata a crescere, a espandersi per dare i suoi frutti”.

All’incontro, che sarà moderato da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, interverranno: l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, Hans-Gert Pöttering, già presidente del Parlamento Europeo e presidente della Konrad Adenauer Foundation, Vincenzo Buonomo, ordinario di Diritto internazionale presso la Pontificia Università Lateranense e curatore della pubblicazione.Al termine degli interventi, il cardinale Tarcisio Bertone rivolgerà un saluto ai presenti.

I testi raccolti nel volume coprono un arco temporale che va dal settembre 2006 al giugno 2013: “Si tratta – spiega nella Nota metodologica Vincenzo Buonomo – di contributi che possono favorire una più ampia e articolata lettura di situazioni e di fenomeni presenti nelle relazioni internazionali dalla prospettiva che è propria della Santa Sede ed è presente nell’attività operata dalla diplomazia pontificia”. Sono riportati 43 interventi del cardinale Bertone, suddivisi in 7 Parti (La Santa Sede nella Comunità delle Nazioni; Diplomazia e diplomatici pontifici; Costruire condizioni di pace; La dignità umana fondamento dei diritti; Una garanzia internazionale alla libertà religiosa; Solidale condivisione per lo sviluppo dei popoli; l’Europa in cammino verso l’unità). Seguono due Appendici: una contiene alcuni Messaggi Pontifici inviati a nome del Papa dal cardinale segretario di Stato, per particolari eventi o momenti celebrativi di carattere internazionale. L’altra riporta alcuni scritti redatti dal prof. Bertone nel periodo che precede l’inizio del suo ministero episcopale.



Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/11/07/presentazione_in_vaticano_di_un_libro_del_card._bertone_con/it1-744558
del sito Radio Vaticana




PREFAZIONE DI PAPA FRANCESCO 
AL LIBRO DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE 
SULLA DIPLOMAZIA PONTIFICIA

SFIDA PER IL FUTURO

 

L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 258, Dom. 10/11/2013.

 

Con questo volume, il cardinale Tarcisio Bertone consegna a coloro che sono impegnati nel servizio diplomatico della Santa Sede, e non solo, un’abbondante serie di riflessioni sulle principali questioni che riguardano la vita della comunità delle Nazioni e toccano da vicino le aspirazioni più profonde della famiglia umana: la pace, lo sviluppo, i diritti umani, la libertà religiosa, l’integrazione sovranazionale.

Per la diplomazia pontificia, poi, si tratta di preziose indicazioni che consentono di coglierne l’unicità, ad iniziare dalla figura del diplomatico, sacerdote e pastore, chiamato ad un’azione che, pur mantenendo il rigoroso profilo istituzionale, è impregnata di afflato pastorale; azione che del cardinale Bertone ha caratterizzato il settennato di servizio come segretario di Stato, a sostegno generoso e fedele del pontificato di Benedetto XVI. Il suo servizio al vertice, sia nella sfera più amministrativa della Curia romana, sia in quella dei rapporti internazionali della Santa Sede, si è opportunamente prolungato durante i primi mesi del mio pontificato. La sua pacata e matura esperienza di servitore della Chiesa ha aiutato anche me, chiamato alla sede di Pietro da un Paese lontano, nell’avvio di un insieme di relazioni istituzionali doverose per un Pontefice.

L’incontro con la figura del cardinale Tarcisio Bertone, nota per il suo ruolo e la sua personalità gioviale, ha avuto per me, nel passato, tre particolari momenti. Ricordo anzitutto il primo approccio alla Torre San Giovanni in Vaticano l’11 gennaio 2007 dove sono stato in visita con la Presidenza della Conferenza Episcopale argentina: uno scambio molto sereno e nello stesso tempo assai costruttivo sui problemi che allora ci assillavano. Quando nel 2007, egli si è recato in Argentina come Legato pontificio per la celebrazione della beatificazione di Zeffirino Namuncurá, il suo tratto fraterno nell’incontrare i vescovi della Conferenza episcopale, l’affabilità tutta salesiana nel trattare con la gente dopo ogni celebrazione pubblica, avevano riscosso il mio interesse e la mia ammirazione. Il cardinale Bertone, nei suoi colloqui con le maggiori istanze politiche della nazione aveva sottolineato l’apporto della Chiesa nella pacificazione e riconciliazione, necessari per rigenerare il tessuto sociale lacerato da tante situazioni che avevano messo in pericolo la concordia nazionale, e con ciò aveva dato un prezioso sostegno all’opera intrapresa dall’episcopato argentino per ricostruire il tessuto etico, sociale e istituzionale del Paese.

Qualche mese prima dello stesso anno aveva avuto luogo in Brasile la v Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi (9-14 maggio 2007) alla quale ho partecipato in qualità di primate della Chiesa di Argentina. Lì trovai il cardinale Bertone, che accompagnava Papa Benedetto XVI, interessato non solo agli aspetti ecclesiali salienti, ma alla dimensione sociale e culturale presentati nel documento finale e affidati in primo luogo alle comunità ecclesiali latino-americane.

Un interesse che riappare scorrendo l’insieme dei suoi interventi pronunciati in diverse aree geografiche, rivolti sia all’interno della Chiesa e delle sue strutture, sia di fronte alle istanze politiche dei diversi Stati e a pubblici eterogenei.

Ci si accorge subito di un’attenzione rivolta alla crisi che stiamo vivendo, globale e complessa, che rende concreta l’idea di un mondo senza confini. La crisi, però, se è una certezza per tutti, ci interroga sulle scelte sin qui fatte e sulla direzione che in futuro intendiamo seguire, richiamando la responsabilità delle persone e delle istituzioni per eliminare le tante barriere che hanno sostituito i confini: disuguaglianze, corsa agli armamenti, sottosviluppo, violazione dei diritti fondamentali, discriminazioni, impedimenti alla vita sociale, culturale, religiosa.

Questo domanda una riflessione realistica non solo sul nostro piccolo mondo quotidiano, ma anche sulla natura dei legami che uniscono la comunità internazionale e delle tensioni presenti al suo interno. Lo sa bene l’azione della diplomazia che attraverso i suoi protagonisti, le sue regole e i suoi metodi è strumento concorrente alla costruzione del bene comune, chiamato anzitutto a leggere i fatti internazionali, che è poi un modo di interpretare la realtà. Questa realtà siamo noi, la famiglia umana in movimento, quasi un’opera in continua costruzione che include il luogo e il tempo in cui si incarna la nostra storia di donne e di uomini, di comunità, di popoli. La diplomazia è, dunque, un servizio, non un’attività ostaggio di interessi particolari dei quali guerre, conflitti interni e forme diverse di violenza sono la logica, ma amara, conseguenza; né strumento delle esigenze di pochi che escludono le maggioranze, generano povertà ed emarginazione, tollerano ogni genere di corruzione, producono privilegi e ingiustizie.

La crisi profonda di convinzioni, di valori, di idee offre all’attività diplomatica una nuova opportunità, che è allo stesso tempo una sfida. La sfida di concorrere a realizzare tra i diversi popoli delle nuove relazioni veramente giuste e solidali per cui ogni Nazione e tutte le persone siano rispettate nella loro identità e dignità, e promosse nella loro libertà. In tal modo i diversi Paesi avranno modo di progettare il loro avvenire, così come le persone potranno scegliere i modi per realizzare le loro aspirazioni di creature fatte a immagine del creatore.

In questa fase storica la comunità internazionale, le sue regole e le sue istituzioni si trovano, infatti, obbligate a scegliere una direzione che riprenda le loro rispettive radici costitutive e porti la famiglia umana verso un futuro che non solo parli il linguaggio della pace e dello sviluppo, ma sia capace nei fatti di includere tutti, evitando che qualcuno resti ai margini. Questo significa superare l’attuale situazione nella vita degli Stati e in quella internazionale che vede l’assenza di convinzioni forti e di programmi sul lungo periodo intrecciarsi con la profonda crisi di quei valori che da sempre fondano i legami sociali.

Di fronte a questa globalizzazione negativa che è paralizzante, la diplomazia è chiamata a intraprendere un compito di ricostruzione riscoprendo la sua dimensione profetica, determinando quella che potremo chiamare utopia del bene, e se necessario rivendicandola. Non si tratta di abbandonare quel sano realismo che di ogni diplomatico è una virtù non una tecnica, ma di superare il dominio del contingente, il limite di un’azione pragmatica che spesso ha il sapore dell’involuzione. Un modo di pensare e di agire che, se prevale, limita qualsiasi azione sociale e politica e impedisce la costruzione del bene comune.

La vera utopia del bene, che non è un’ideologia né sola filantropia, attraverso l’azione diplomatica può esprimere e consolidare quella fraternità presente nelle radici della famiglia umana e da lì chiamata a crescere, a espandersi per dare i suoi frutti.

Una diplomazia rinnovata significa diplomatici nuovi, e cioè capaci di ridare alla vita internazionale il senso della comunità rompendo la logica dell’individualismo, della competizione sleale, del desiderio di primeggiare, promuovendo piuttosto un’etica della solidarietà capace di sostituire quella della potenza, ormai ridotta ad un modello di pensiero per giustificare la forza. Proprio quella forza che contribuisce a spezzare i legami sociali e strutturali tra i diversi popoli, e allo stesso tempo a distruggere i vincoli che legano ognuno di noi ad altre persone fino al punto di condividere lo stesso destino. La direzione che prenderanno i rapporti internazionali sarà allora legata all’immagine che abbiamo dell’altro: persona, popolo, Stato.

Ecco la chiave della rinascita di quella unità tra i popoli che fa sue le differenze senza ignorare gli elementi storici, politici, religiosi, biologici, psicologici e sociali che sono espressione di diversità. Anche di fronte a limiti, condizionamenti, ostacoli è possibile fondere e integrare i comportamenti, i valori e le regole che si sono andati costituendo nel tempo.

La prospettiva cristiana sa valutare sia ciò che è autenticamente umano sia quanto scaturisce dalla libertà della persona, dalla sua apertura al nuovo, in definitiva dal suo spirito che unisce la dimensione umana alla dimensione trascendente. Questo è uno dei contributi che la diplomazia pontificia offre all’umanità intera, operando per far rinascere la dimensione morale nei rapporti internazionali, quella che permette alla famiglia umana di vivere e svilupparsi assieme, senza diventare nemici gli uni degli altri. Se l’uomo manifesta la sua umanità nella comunicazione, nella relazione, nell’amore verso i propri simili, le diverse Nazioni possono legarsi intorno a obiettivi e pratiche condivise, e generare così un sentire comune ben radicato. Ancora di più possono dar vita a istituzioni unitarie in seno alla comunità internazionale, capaci di compiere un servizio senza che ciò neghi l’identità, la dignità e la libertà responsabile di ogni Paese. Il servizio di queste istituzioni sarà di chinarsi davanti al bisogno dei diversi popoli, scoprendo cioè le capacità e le necessità dell’altro. È il rifiuto dell’indifferenza o di una cooperazione internazionale frutto dell’egoismo utilitaristico, per fare invece attraverso organi comuni qualcosa per gli altri.

Il servizio così, non è semplicemente un impegno etico o una forma di volontariato, né un obiettivo ideale, ma una scelta frutto di un vincolo sociale basato su quell’amore capace di costruire una nuova umanità, un nuovo modo di vivere. Non sarà facendo prevalere la ragion di Stato o l’individualismo che elimineremo i conflitti o daremo ai diritti della persona la giusta collocazione. Il diritto più importante di un popolo e di una persona non sta nel non essere impedito di realizzare le proprie aspirazioni, bensì nel realizzarle effettivamente e integralmente. Non basta evitare l’ingiustizia, se non si promuove la giustizia. Non è sufficiente proteggere i bambini dall’abbandono, dagli abusi e dai maltrattamenti, se non si educano i giovani ad un amore pieno e gratuito per l’esistenza umana nelle sue diverse fasi, se non si danno alle famiglie tutte le risorse di cui hanno bisogno per compiere la loro imprescindibile missione, se non si favorisce in tutta la società un atteggiamento di accoglienza e di amore per la vita di tutti e di ciascuno dei suoi membri.

Una comunità degli Stati matura sarà quella in cui la libertà dei suoi membri è pienamente responsabile della libertà degli altri, sulla base dell’amore che è solidarietà operante. Questa, però, non è qualcosa che cresce spontaneamente, ma implica la necessità di investire lavoro, pazienza, impegno quotidiano, sincerità, umiltà, professionalità. Non è questa la via maestra che la diplomazia è chiamata a percorrere in questo XXI secolo?

Sono tanti e pregnanti gli spunti di questo lavoro che dimostra quanto il cardinale Bertone abbia saputo presentare l’annuncio evangelico, i valori e le grandi istanze della dottrina della Chiesa, in conformità con le linee portanti del magistero di Benedetto XVI, con quell’equilibrio e quella sobrietà necessari a favorire una cultura del dialogo, propria della Santa Sede.

Il metro della vita dei servitori della Chiesa non è dettato da quel «stampare una notizia a grandi lettere, perché la gente pensi che sia indiscutibilmente vera» (Jorge Luis Borges), anzi è intessuto, pur nei limiti inerenti alla condizione e possibilità di ciascuno, dalla silenziosa e generosa dedizione al bene autentico del corpo di Cristo e al servizio duraturo della causa dell’uomo. Perciò la storia, la cui misura è la verità della croce, renderà evidente l’intensa azione del cardinale Bertone, che ha dimostrato anche di avere la tempra piemontese del gran lavoratore che non lesina nelle fatiche nel promuovere il bene della Chiesa, preparato culturalmente e intellettualmente e animato da una serena forza interiore che ricorda la parola dell’apostolo delle genti: «Di null’altro mai ci glorieremo se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di Lui siamo stati salvati e liberati» (Galati, 6, 14).



 
[Modificato da Caterina63 16/11/2013 18.25]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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03/04/2016 23.20
 
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IL FALSO SCANDALO DEL CARDINAL BERTONE LETTO ATTRAVERSO I GIORNALI CHE LO ALIMENTANO

L’attico di Bertone non esiste. Non esistendo l’attico, non esiste nemmeno la terrazza di Bertone, che è comunale. L’appartamento al terzo piano di Bertone è come metri quadrati la metà di quanto scritto dai giornali e inculcato nella testa scema dell’opinione pubblica galvanizzata contro le superspese dei cardinali Faraoni

di Giuliano Ferrara | 03 Aprile 2016 


Alcune precisazioni preliminari. Non ero alla famosa cena da Vespa, in via Gregoriana, con i potenti e il cardinal Bertone. Mi sarei aspettato una reazione allo scandalo da parte loro, che so io, un plastico, un dibbbbbattito, ma pazienza. L’unica volta che ho visto Bertone, a parte forse una stretta di mano all’ambasciata italiana presso la Santa Sede nel corso di un ricevimento, è stato in tv, guardacaso proprio da Vespa. C’era anche Andreotti. Si discuteva di Giovanni Paolo II e del famoso attentato. Andreotti e Bertone sostennero che era un affare di trafficanti di droga; nel mio candore notorio io dissi, e mi guardarono come un pazzo, che si trattava di Kgb, e che Andropov non era certo uno stupido, come dimostravano le indagini prima dei depistaggi da Ragion di stato: sapeva che eliminare con un sicario turco Giovanni Paolo II, Papa polacco, era una garanzia di quieto vivere per il comunismo internazionale e il regime sovietico. Il salesiano Bertone era seduto vicino a me, se non ricordo male, e provava fastidio fisico per l’impertinenza: la teoria ufficiale era “spaccio di droga più intervento divino della Madonna di Fatima”, io in quel contesto ero in effetti un po’ spiazzato. Devoto ma laico, chissà.

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Svolgimento del tema sul filo dei fatti. L’attico di Bertone non esiste. Non esistendo l’attico, non esiste nemmeno la terrazza di Bertone, che è comunale. L’appartamento al terzo piano di Bertone è come metri quadrati la metà di quanto scritto dai giornali e inculcato nella testa scema dell’opinione pubblica galvanizzata contro le superspese dei cardinali Faraoni. Ma l’appartamento di Bertone, quale che sia la quadratura attribuita, non esiste, non è di Bertone: è del Governatorato, cioè del Vaticano, è un appartamento di servizio come ce ne sono a decine, a centinaia nella vasta foresta romana del Real Estate vaticano. Bertone dunque non ha fatto alcuna speculazione immobiliare, non si è fatto ristrutturare il “suo” appartamento gigantesco con terrazza dalla Fondazione che governa l’Ospedale del Bambin Gesù, per la cura del manager finanziario vaticano dottor Giuseppe Profiti. Siamo lontani dalle case al Colosseo acquistate ad insaputa dell’acquirente, lontani dai gentili contributi di ristrutturazione per alloggetti di proprietà di politici e altre persone pubbliche da parte dei famosi “criccaroli” (Anemone e compagnia).

Lo scandalo non esiste né per dritto né per rovescio, e l’Espresso imprudente sputtana la sua stessa origine, “Capitale corrotta=Nazione infetta”, con la raccolta di espettorazioni del personale di sottocuria intriso di corruttela attualmente sotto processo in Vaticano, gentucola nevroticamente attaccata al potere e al denaro, che aveva carpito la buona fede del Papa francescano facendosi nominare, come la famosa femme fatale dal nome esotico, al vertice della finanza vaticana con un chirografo del pontefice (una nomina scritta a penna). Si è fatto di un sordido pettegolezzo lo spunto per una campagna ex post contro il papato ingenuo di Ratzinger, e contro il suo callido segretario di Stato.

Ora voi direte: ma come fai a dire queste cose? Io vi rispondo: le dico perché ho letto i giornali, in particolare l’Espresso e gli altri organi della gogna laicista e anticuriale. Le dico perché so leggere. Non sono scemo come l’opinione pubblica percepita. Non mi faccio impressionare. Non ho mai cenato con Bertone e i potenti, sono un puro fiore della pubblicistica nostrana, un tipo magari rozzo ma schietto che sa come l’uomo, creatura ondeggiante e vanagloriosa, s’impaurisce di fronte alla verità, in particolare quando affetta di dirla e sa e non sa di mentire, sa e non sa di spargere calunnia per motivi abietti. Mi domanderete: ma che cosa hai mai letto? Ho letto la lettera in cui, su carta intestata e con linguaggio più che ufficiale e repertoriato, il professor Profiti informa il cardinale che la Fondazione Bambin Gesù ha raccolto quasi il doppio dei fondi dell’anno prima dopo gli sforzi salesiani della combriccola che la custodisce e la protegge, e aggiunge che nella sua nuova residenza di ex, sua per modo di dire, terrazza o non terrazza, al terzo piano saliranno altri donatori che godono di questa occasione di esclusività e di intimità vaticana, e quindi cacceranno ancora più soldi per i bambini malati e per la ricerca. Dunque Bertone avrà la disponibilità, per lui e per le suore della sua piccola comunità, di un appartamento non suo, come cardinale emerito, in cui svolgere la funzione di fundraiser che ha già svolto con tanto successo, e le modalità sono queste e quelle, conclude il Profiti.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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