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Il Santo Padre Benedetto XVI spiega l'importanza dei Santuari e dei Pellegrinaggi

Last Update: 6/1/2015 9:55 AM
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9/28/2010 9:22 PM
 
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI IN OCCASIONE DEL II CONGRESSO MONDIALE DI PASTORALE DEI PELLEGRINAGGI E SANTUARI (SANTIAGO DI COMPOSTELA, SPAGNA - 27-30.09.2010)

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato a S.E. Mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, e a S.E. Mons. Julián Barrio Barrio, Arcivescovo di Santiago de Compostela, in occasione dell’apertura del II Congresso Mondiale di Pastorale dei Pellegrinaggi e Santuari, che si svolge a Santiago di Compostela (Spagna) dal 27 al 30 settembre 2010
:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Ai Venerabili Fratelli
Mons. Antonio Maria Vegliò,
Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti,
e Mons. Julián Barrio Barrio,
Arcivescovo di Santiago di Compostela


In occasione del II Congresso Mondiale di Pastorale dei Pellegrinaggi e Santuari, che si svolge a Santiago di Compostela dal 27 al 30 settembre, desidero rivolgervi il mio saluto cordiale, estensibile a tutti i venerati Fratelli nell’Episcopato, ai membri della Delegazione Fraterna, ai partecipanti a questa importante riunione, nonché alle Autorità civili che hanno collaborato alla preparazione del Congresso. Parimenti esprimo il mio deferente saluto a Sua Maestà il Re di Spagna, che ha dato lustro a questa iniziativa, accettandone la Presidenza Onoraria.

Guidati dal tema «Egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,29), desunto dal passaggio evangelico dei discepoli di Emmaus, vi disponete a riflettere sull’importanza dei pellegrinaggi ai santuari, come manifestazione di vita cristiana e spazio di evangelizzazione.

Con vivo compiacimento desidero far giungere ai congressisti la mia vicinanza spirituale, affinché li incoraggi e sostenga nell’esercizio di un impegno pastorale tanto fondamentale nella vita ecclesiale. Io stesso mi recherò tra non molto pellegrino alla tomba dell’Apostolo San Giacomo, l’“amico del Signore”, così come ho volto i miei passi verso altri luoghi del mondo, dove accorrono numerosi fedeli con devozione fervente. A tal riguardo, fin dall’inizio del mio pontificato, ho inteso vivere il mio ministero di successore di Pietro con i sentimenti del pellegrino che percorre le vie del mondo con speranza e semplicità, portando sulle labbra e nel cuore il messaggio salvifico del Cristo Risorto e confermando nella fede i propri fratelli (cf. Lc 22,32). Come segno esplicito di tale missione, nel mio stemma figura, tra altri elementi, la conchiglia del pellegrino.

In questo momento storico, in cui, con forza se possibile ancor maggiore, siamo chiamati ad evangelizzare il nostro mondo, va messa in debito risalto la ricchezza che scaturisce dal pellegrinaggio ai santuari.

Innanzitutto per la sua straordinaria capacità di richiamo, che attrae un numero crescente di pellegrini e turisti religiosi, alcuni dei quali si trovano in situazioni umane e spirituali complesse, alquanto lontani dal vissuto di fede e con una debole appartenenza ecclesiale. A tutti Cristo si rivolge con amore e speranza. L’anelito alla felicità che si annida nell’animo trova in Lui la sua risposta, e vicino a Lui il dolore umano acquista un proprio senso. Con la sua grazia, anche le cause più nobili giungono al loro pieno compimento. Come Simeone incontrò Gesù nel tempio (cf. Lc 2,25-35), così pure il pellegrino deve avere l’opportunità di scoprire il Signore nel santuario.

A tal fine occorre far sì che i visitatori non dimentichino che i santuari sono luoghi sacri e che quindi vi si comportino con devozione, rispetto e decoro. In tal modo la Parola di Cristo, il Figlio del Dio vivo, potrà risuonare con chiarezza e l’evento della sua morte e risurrezione, fondamento della nostra fede, verrà proclamato nella sua interezza. Inoltre va curata con grande scrupolosità l’accoglienza del pellegrino, dando il giusto risalto, tra l’altro, alla dignità e bellezza del santuario, immagine della “tenda di Dio con gli uomini” (Ap 21,3); ai momenti e agli spazi di preghiera, tanto personali che comunitari; all’attenzione alle pratiche di pietà. Parimenti non si insisterà mai abbastanza sul fatto che i santuari devono essere fari di carità, incessantemente dedicati ai più sfavoriti mediante opere concrete di solidarietà e misericordia e una costante disponibilità all’ascolto. Essi devono inoltre facilitare ai fedeli l’accesso al sacramento della Riconciliazione e consentire loro di partecipare degnamente alla celebrazione eucaristica, che deve essere sempre il centro e il culmine di tutta la loro azione pastorale. Così si manifesterà chiaramente che l’Eucarestia è senza dubbio alcuno l’alimento del pellegrino, il “Sacramento del Dio che non ci lascia soli nel cammino, ma si pone al nostro fianco e ci indica la direzione” (Omelia nella Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, 22 maggio 2008).

In effetti, diversamente dal vagabondo, i cui passi non hanno una destinazione precisa, il pellegrino ha sempre una meta davanti a sé, anche se a volte non ne è pienamente cosciente. E la meta altro non è se non l’incontro con Dio per mezzo di Gesù Cristo, in cui tutte le nostre aspirazioni trovano risposta. Ecco perché la celebrazione dell’Eucarestia può ben considerarsi il culmine del pellegrinaggio.

In quanto “collaboratori di Dio” (1 Cor 3,9) esorto tutti voi che vi dedicate a questa bella missione a incoraggiare nei pellegrini, con la vostra cura pastorale, la conoscenza e l’imitazione di Cristo, che continua a camminare con noi, illuminando la nostra vita con la sua Parola e distribuendoci il Pane di Vita nell’Eucarestia. In tal modo il pellegrinaggio al santuario sarà occasione propizia per rinvigorire in coloro che lo visitano il desiderio di condividere con altri l’esperienza meravigliosa di sapersi amati da Dio e di essere inviati al mondo a dare testimonianza di questo amore.

Con tali sentimenti affido i frutti di questo Congresso all’intercessione di Maria Santissima e dell’Apostolo San Giacomo, mentre rivolgo la mia preghiera a Gesù, «Via, Verità e Vita» (Gv 14,6) a cui presento tutti coloro, che, pellegrinando per la vita, vanno cercando il suo volto:

Signore Gesù, pellegrino di Emmaus,
per amore ti fai vicino a noi,
anche se, a volte, lo sconforto e la tristezza
ci impediscono di scoprire la tua presenza.
Tu sei la fiamma che ravviva la nostra fede.
Tu sei la luce che purifica la nostra speranza.
Tu sei la forza che infiamma la nostra carità.
Insegnaci a riconoscerti nella Parola,
nella casa e alla Mensa dove si condivide il Pane della Vita,
nel servizio generoso al prossimo che soffre.
E quando si fa sera, Signore, aiutaci a dire:
“Resta con noi”.
Amen
.

Imparto a tutti l’implorata Benedizione Apostolica, pegno di copiose grazie celesti.

Dal Vaticano, 8 settembre 2010

BENEDICTUS PP. XVI


                                                Pope Benedict XVI waves to pilgrims gathered in the courtyard of his summer residence of Castelgandolfo, 40 kms south east of Rome, during his Sunday Angelus on September 26, 2010.
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/9/2010 12:14 PM
 
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[SM=g1740733] Amici, forse a molti è sfuggito un importante Messaggio che il Santo Padre, Benedetto XVI, ha inviato in occasione del suo prossimo Pellegrinaggio a Santiago di Compostela e qui sopra riportato integralmente....

Se diciamo di essere con il Papa, è necessario testimoniarlo non a parole o recandosi semplicemente in piazza con gli striscioni, bensì, mettendo in pratica i suoi insegnamenti e diventando noi la sua eco, per far conoscere al mondo la vera bellezza dello stile cristiano...

Il Movimento Domenicano del Rosario,
da sempre impegnato a realizzare e concretizzare il Magistero Pontificio inerente alla devozione mariana, vi invita ad approfondire questi argomenti e a renderli noti a quanti non conoscono la nostra Fede.

Da troppo tempo nelle Parrocchie si sente parlare di "GITE" della Parrocchia offuscando involontariamente il senso autentico del PELLEGRINAGGIO....
Una Parrocchia che si muove verso un Santuario, non sta andando a fare una "gita" ma compie un autentico pellegrinaggio volto a convertire la propria vita così come piace al Signore.
I Pellegrinaggi sono motivo di conversione, se non c'è questa educazione e questa docilità alla base di un pellegrinaggio, si rischia di perdere l'efficacia della grazia e di offuscare la sana dottrina che da secoli istruisce e custodisce la presenza dei Santuari nel mondo!

Se avete bisogno, contattateci!

www.sulrosario.org
info@sulrosario.org

Canto di sottofondo Mira il tuo popolo

1. Mira il tuo popolo, o bella Signora,
che pien di giubilo oggi t'onora.
Anch'io festevole corro ai tuoi pie',
o santa Vergine, prega per me.

2. In questa misera valle infelice
tutti t'invocano soccoritrice.
Questo bel titolo conviene a te:
o santa Vergine, prega per me.

3. Il pietosissimo tuo dolce cuore,
esso è rifugio al peccatore.
Tesori e grazie racchiude in sé,
o santa Vergine, prega per me.

4. Del vasto oceano propizia stella,
ti vedo splendere sempre più bella;
al porto guidami per tua mercé,
o santa Vergine, prega per me.

5. Pietosa mostrati con l'alma mia,
Madre dei miseri, santa Maria:
madre più tenera di te non v'è.
O santa Vergine, prega per me.

6. A me rivolgiti con dolce viso
Regina amabile del paradiso;
Te potentissima l'Eterno fe'
O santa Vergine, prega per me.


it.gloria.tv/?media=102323



[SM=g1740717]

[SM=g1740738] [SM=g1740750] [SM=g1740752]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/8/2010 8:59 AM
 
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pubblicata da
Massimo Introvigne il giorno lunedì 8 novembre 2010 alle ore 0.40


Massimo Introvigne

Il viaggio apostolico «breve ma intenso» (Benedetto XVI 2010b) che Benedetto XVI ha compiuto in Spagna il 6 e 7 novembre 2010 ha avuto, come il Pontefice ha spiegato, «due temi» (Benedetto XVI 2010a): «il tema del pellegrinaggio» (ibid.) e «il tema della bellezza» (ibid.).

In primo luogo, il fatto che nel 2010 si celebri l’Anno Santo Compostellano – che, come sa chi percorre il Cammino di Santiago, ricorre negli anni in cui la festa dell’apostolo san Giacomo, 25 luglio, cade di domenica – e che per la basilica cattedrale metropolitana di Santiago sia imminente «l’anniversario degli ottocento anni dalla sua consacrazione» (Benedetto XVI 2010c), avvenuta nel 1211, ha spinto il Papa a «venire in pellegrinaggio alla casa del “Señor Santiago”» (ibid.), «pellegrino tra i pellegrini» (Benedetto XVI 2010d), e a riflettere in modo profondo sul tema dei pellegrinaggi in generale.

In secondo luogo, la dedicazione – dopo 128 anni dall’inizio dei lavori, interrotti dalla morte dell’architetto, il servo di Dio Antoni Gaudí (1852-1926) di cui è in corso la causa di beatificazione – del tempio espiatorio della Sagrada Família, a Barcellona, che il Papa ha ora elevato al rango di basilica minore, conferma l’attenzione che il Papa porta a questa figura di «architetto geniale e cristiano coerente» (Benedetto XVI 2010e). Insieme, offre l’occasione a Benedetto XVI per ulteriori riflessioni sul tema a lui caro della bellezza e dell’arte. I due temi sono collegati: nel pellegrinaggio, infatti, si cammina sempre nella direzione di una qualche forma di bellezza.

1. La bellezza del pellegrinaggio

Perché il pellegrinaggio

Se Dio, come insegna anche ai bambini il catechismo, è in ogni luogo, perché andare in pellegrinaggio? «Contro il pellegrinaggio uno potrebbe dire: Dio è dappertutto, non c’è bisogno di andare in un altro luogo» (Benedetto XVI 2010a). Eppure, per un altro verso, il pellegrinaggio è inscindibile dall’atto di fede. L’Antico Testamento – ma anche il nuovo, che vi ritorna nella Lettera agli Ebrei – «dimostra che cosa sia la fede nella figura di Abramo» (ibid.). Ora, Abramo «esce dalla sua terra e rimane un pellegrino verso il futuro per tutta la sua vita» (ibid.). E anche per noi «questo movimento abramico rimane nell’atto della fede» (ibid.). Ciascuno di noi è pellegrino «soprattutto interiormente» (ibid.): «l’uomo è sempre in cammino, è alla ricerca della verità» (Benedetto XVI 2010b). E tuttavia il movimento «deve anche esprimersi esteriormente» (Benedetto XVI 2010a): dal momento che la nostra esperienza non è puramente intellettuale, è davvero necessario «qualche volta, uscire dalla quotidianità, dal mondo dell’utile, dell’utilitarismo, uscire solo per essere realmente in cammino verso la trascendenza; trascendere se stesso, trascendere la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l’altro, Dio» (ibid.).

Il pellegrinaggio non va dunque confuso con una gita. È molto di più. «Andare in pellegrinaggio non è semplicemente visitare un luogo qualsiasi per ammirare i suoi tesori di natura, arte o storia. Andare in pellegrinaggio significa, piuttosto, uscire da noi stessi per andare incontro a Dio là dove Egli si è manifestato, là dove la grazia divina si è mostrata con particolare splendore e ha prodotto abbondanti frutti di conversione e santità tra i credenti» (Benedetto XVI 2010c). In questo senso, il pellegrinaggio è parte dell’esperienza cristiana fin da tempi antichissimi. «I cristiani andarono in pellegrinaggio, anzitutto, nei luoghi legati alla passione, morte e resurrezione del Signore, in Terra Santa. Poi a Roma, città del martirio di Pietro e Paolo, e anche a Compostela, che, unita alla memoria di san Giacomo, ha accolto pellegrini di tutto il mondo, desiderosi di rafforzare il loro spirito con la testimonianza di fede e amore dell’Apostolo» (ibid.).

Il pellegrinaggio come testimonianza di fronte al «secolarismo aggressivo»

«Il pellegrinaggio riunisce» (Benedetto XVI 2010a), ed è anche una grande testimonianza collettiva di fronte a un mondo segnato dal laicismo, dal secolarismo e dall’anticlericalismo. È dunque provvidenziale che grandi pellegrinaggi come quello di Santiago portino centinaia di migliaia di pellegrini proprio in Spagna. «La Spagna è stata, da sempre, un Paese “originario” della fede» (ibid.), benemerito per la difesa e la diffusione della cultura e della civiltà cristiane. «Pensiamo che la rinascita del cattolicesimo nell’epoca moderna avviene soprattutto grazie alla Spagna; figure come sant’Ignazio di Loyola [1491-1556], santa Teresa d’Avila [1515-1582] e san Giovanni d’Avila [1499-1569]» (ibid.), ricordati proprio perché con loro inizia l’opera di resistenza cattolica alla modernità ostile alla Chiesa, senza dimenticare «[san] Giovanni della Croce [1542-1591], [san] Francesco Saverio [1506-1552]» (Benedetto XVI 2010b) e i numerosissimi santi e beati che più recentemente «nel secolo XX [hanno fondato] nuove istituzioni, gruppi e comunità di vita cristiana e di azione apostolica» (ibid.).

Tuttavia, «è ugualmente vero che in Spagna è nata anche una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo, come abbiamo visto proprio negli anni Trenta, e questa disputa, più questo scontro tra fede e modernità, ambedue molto vivaci, si realizza anche oggi di nuovo in Spagna» (Benedetto XVI 2010a). L’accenno, forse poco politicamente corretto, al forte anticlericalismo degli anni della guerra civile spagnola e ai suoi martiri, si accompagna alla franca denuncia del fatto che questa ostilità alla Chiesa si manifesta in Spagna «oggi di nuovo». Il Papa definisce «una tragedia» (Benedetto XVI 2010d) il fatto che in Spagna e in Europa ci sia stato e ci sia chi a piene mani «diffonde la convinzione che Dio è l’antagonista dell’uomo e il nemico della sua libertà» (ibid.).

Si rinnova così ancora oggi il dramma – che non ha affatto perso di attualità – denunciato dall’autore del Libro della Sapienza di «un paganesimo per il quale Dio è invidioso dell’uomo o lo disprezza» (ibid.). Ma di fronte a questa stoltezza dei vecchi pagani dell’Antico Testamento e dei nuovi pagani dell’Europa di oggi il Papa viene a porre ancora una volta le domande fondamentali, capaci di confondere ogni menzogna su Dio: «come Dio avrebbe creato tutte le cose se non le avesse amate, Lui che nella sua infinita pienezza non ha bisogno di nulla? (cfr Sap 11,24-26). Come si sarebbe rivelato agli uomini se non avesse voluto proteggerli? Dio è l’origine del nostro essere e il fondamento e culmine della nostra libertà, non il suo oppositore. Come l’uomo mortale si può fondare su se stesso e come l’uomo peccatore si può riconciliare con se stesso? Come è possibile che si sia fatto pubblico silenzio sulla realtà prima ed essenziale della vita umana? Come ciò che è più determinante in essa può essere rinchiuso nella mera intimità o relegato nella penombra? Noi uomini non possiamo vivere nelle tenebre, senza vedere la luce del sole. E, allora, com’è possibile che si neghi a Dio, sole delle intelligenze, forza delle volontà e calamita dei nostri cuori, il diritto di proporre questa luce che dissipa ogni tenebra?» (ibid.).

Viviamo «in un’epoca nella quale l’uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio, come se non avesse più niente da dirgli» (Benedetto XVI 2010e). Agli stolti di ieri e degli oggi Benedetto XVI ricorda che l’affermazione «semplice e decisiva» (ibid.), la quale ha fatto dell’«Europa che andò in pellegrinaggio a Compostela» (Benedetto XVI 2010d) quella che è, è «che Dio esiste e che è lui che ci ha dato la vita» (ibid.): «lo comprese bene santa Teresa di Gesù [d’Avila] quando scrisse: “Solo Dio basta”» (ibid.). Se vuole superare la sua attuale crisi d’identità, «l’Europa deve aprirsi a Dio, uscire all’incontro con Lui senza paura» (ibid.). «È necessario che [il nome di] Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli dell’Europa» (ibid.). È necessario «avere cura di Dio e avere cura dell’uomo» (ibid.) – le due cose non possono che andare di pari passo –, e tornare al messaggio del venerabile «Giovanni Paolo II [1920-2005], che da Compostela [nel 1989] esortò il Vecchio Continente a dare nuovo vigore alle sue radici cristiane» (Benedetto XVI 2010b).

Questo messaggio ispirato al venerabile Giovanni Paolo II su «una libertà che rispetta la verità e mai la ferisce» (ibid.), a fronte della minacciosa avanzata del secolarismo nella Spagna di oggi, non può rinunciare a intervenire su terreni concreti, chiedendo anzitutto che «la vita ricev[a] accoglienza dal suo concepimento fino al suo temine naturale» (Benedetto XVI 2010f). Nella Spagna del primo ministro socialista José Luis Rodríguez Zapatero, che propone di rendere più facile il ricorso all’aborto, Benedetto XVI chiede che «si difenda come sacra e inviolabile la vita dei figli dal momento del loro concepimento» (Benedetto XVI 2010e) Di fronte a proposte che vorrebbero legalizzare apertamente o surrettiziamente l’eutanasia, il Papa ricorda l’«esigenza dell’essere umano che i nuovi sviluppi tecnologici nel campo medico non vadano mai a detrimento del rispetto per la vita e la dignità umana, in modo che coloro che soffrono malattie o disabilità psichiche o fisiche possano ricevere sempre quell’amore e quelle attenzioni che permettano loro di sentirsi valorizzati come persone nelle loro necessità concrete» (Benedetto XVI 2010g). Nella Spagna del matrimonio omosessuale e dove non mancano voci perfino in favore della poligamia, il Papa afferma che la Chiesa «sostiene ciò che promuove l’ordine naturale nell’ambito dell’istituzione familiare» (Benedetto XVI 2010e), e che lo Stato deve riconoscere come «famiglia» (ibid.) quella dell’«uomo e la donna che si uniscono in matrimonio» (ibid.), quella fondata sull’«amore generoso e indissolubile di un uomo e di una donna» (ibid.).

Il vero spirito del Cammino di Santiago

Se ci sono tanti pellegrinaggi provvidenziali di fronte alla «sfida della laicità»  (Benedetto XVI 2010a), il Cammino di Santiago ha una sua specificità. Nei secoli, ha contribuito a creare «l’identità comune europea» (ibid.). I diversi «cammini di San Giacomo» (ibid.) che dall’Europa convergono su Santiago di Compostela «sono un elemento nella formazione dell’unità spirituale del Continente europeo» (ibid.). «Le strade che attraversavano l’Europa per raggiungere Santiago erano molto diverse tra loro, ciascuna con la propria lingua e le proprie peculiarità, ma la fede era la stessa. C’era un linguaggio comune, il Vangelo di Cristo. In qualsiasi luogo, il pellegrino poteva sentirsi come a casa sua. Al di là delle differenze nazionali, era consapevole di essere membro di una grande famiglia, alla quale appartenevano gli altri pellegrini e abitanti che incontrava sul suo cammino» (Benedetto XVI 2010h).

La «grande schiera di uomini e donne che, lungo i secoli, sono venuti a Compostela da tutti gli angoli della Penisola Iberica e d’Europa, e anzi del mondo intero, per mettersi ai piedi di san Giacomo e lasciarsi trasformare dalla testimonianza della sua fede» (Benedetto XVI 2010b) non si sono limitati a compiere un esercizio di pietà. Hanno costruito una cultura e hanno dato una nuova fisionomia alla Spagna e all’Europa. «Essi, con le orme dei loro passi e pieni di speranza, andarono creando una via di cultura, di preghiera, di misericordia e di conversione, che si è concretizzata in chiese e ospedali, in ostelli, ponti e monasteri. In questa maniera, la Spagna e l’Europa svilupparono una fisionomia spirituale marcata in modo indelebile dal Vangelo» (ibid.).

Solo riflettendo su una grande storia e su una «bella geografia» (ibid.) è possibile impregnarsi del «genuino spirito giacobeo, senza il quale si capirebbe poco o nulla di quello che qui [a Santiago de Compostela] si svolge» (ibid.), riducendo il Cammino a turismo o peggio ad avventura genericamente spirituale senza uno specifico contenuto cattolico, il che purtroppo oggi talora avviene. E tuttavia non si deve neppure credere che tutti coloro che non afferrano appieno le ricchezze dello spirito giacobeo quando percorrono il Cammino siano vittime di quella diffusa reinterpretazione dell’avventura di Santiago che la riduce a mero exploit atletico o la degrada a spiritualità sincretista e New Age. Molti non sono in grado di pensare questo spirito, ma lo percepiscono implicitamente almeno come nostalgia.

Lo spirito giacobeo «è quello che nel segreto del cuore, sapendolo esplicitamente o sentendolo senza saperlo esprimere a parole, vivono tanti pellegrini che camminano fino a Santiago di Compostela per abbracciare l’Apostolo. La stanchezza dell’andare, la varietà dei paesaggi, l’incontro con persone di altra nazionalità, li aprono a ciò che di più profondo e comune ci unisce agli uomini: esseri in ricerca, esseri che hanno bisogno di verità e di bellezza, di un’esperienza di grazia, di carità e di pace, di perdono e di redenzione. E nel più nascosto di tutti questi uomini risuona la presenza di Dio e l’azione dello Spirito Santo. Sì, ogni uomo che fa silenzio dentro di sé e prende le distanze dalle brame, desideri e faccende immediati, l’uomo che prega, Dio lo illumina affinché lo incontri e riconosca Cristo. Chi compie il pellegrinaggio a Santiago, in fondo, lo fa per incontrarsi soprattutto con Dio, che, riflesso nella maestà di Cristo, lo accoglie e benedice nell’arrivare al Portico della Gloria» (ibid.).

Come ritrovare lo spirito giacobeo autentico? Meditando – risponde il Papa – sulle tante croci che si ritrovano lungo il Cammino. Guardiamo, esorta Benedetto XVI, a «Cristo che possiamo trovare nei cammini che conducono a Compostela, dato che in essi vi è una croce che accoglie e orienta ai crocicchi. Questa croce, segno supremo dell’amore portato fino all’estremo, e perciò dono e perdono allo stesso tempo, dev’essere la nostra stella polare nella notte del tempo. Croce e amore, croce e luce sono stati sinonimi nella nostra storia, perché Cristo si lasciò inchiodare in essa per darci la suprema testimonianza del suo amore, per invitarci al perdono e alla riconciliazione, per insegnarci a vincere il male con il bene. Non smettete di imparare le lezioni di questo Cristo dei crocicchi dei cammini e della vita, in lui ci viene incontro Dio come amico, padre e guida. O Croce benedetta, brilla sempre nelle terre dell’Europa!» (ibid.).

2. Il pellegrinaggio della bellezza

L’equilibrio fra fede e ragione è anche equilibrio fra fede ed arte

Se c’è un tema principale del Magistero di Benedetto XVI, è quello dell’equilibrio necessario fra fede e ragione: «Voi sapete che io insisto molto sulla relazione tra fede e ragione» (Benedetto XVI 2010a). Fede e ragione, secondo l’immagine tante volte richiamata da Benedetto XVI con cui si apre l’enciclica Fides et ratio del venerabile Giovanni Paolo II «sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» (Giovanni Paolo II 1998, incipit). Senza l’equilibrio tra le due ali l’aereo non può decollare, ma si schianta. In Spagna Benedetto XVI ci dice qualche cosa di più. L’equilibrio fra fede e ragione richiede pure – anzi, è – l’equilibrio tra fede e bellezza, «tra fede e arte» (Benedetto XVI 2010a).

Il passaggio dev’essere seguito nella sua logica, filosoficamente rigorosa. Chi dice ragione, dice verità. Se non è capace di conoscere la verità e non si lascia misurare dalla verità, la ragione non è vera ragione. Ora, la verità non si può separare dalla bellezza. «La verità, scopo, meta della ragione, si esprime nella bellezza e diventa se stessa nella bellezza, si prova come verità. Quindi dove c’è la verità deve nascere la bellezza, dove l’essere umano si realizza in modo corretto, buono, si esprime nella bellezza. La relazione tra verità e bellezza è inscindibile» (ibid.).

Non solo la bellezza in genere ma anche la specifica bellezza dell’arte è inseparabile dalla verità, e in particolare dalla verità di cui è custode la Chiesa. «Nella Chiesa, dall’inizio, anche nella grande modestia e povertà del tempo delle persecuzioni, l’arte, la pittura, l’esprimersi della salvezza di Dio nelle immagini del mondo, il canto, e poi anche l’edificio, tutto questo è costitutivo per la Chiesa e rimane costitutivo per sempre. Così la Chiesa è stata madre delle arti per secoli e secoli: il grande tesoro dell’arte occidentale – sia musica, sia architettura, sia pittura – è nato dalla fede all’interno della Chiesa. Oggi c’è un certo “dissenso”, ma questo fa male sia all’arte, sia alla fede: l’arte che perdesse la radice della trascendenza, non andrebbe più verso Dio, sarebbe un’arte dimezzata, perderebbe la radice viva» (ibid.).

Questo è evidente per l’arte dei secoli della fede. Ma che dire dell’arte di oggi? Secondo il Papa – per così dire (l’espressione è mia, non di Benedetto XVI) – non dobbiamo regalare l’arte di oggi al secolarismo laicista. «Una fede che avesse l’arte solo nel passato, non sarebbe più fede nel presente; ed oggi deve esprimersi di nuovo come verità, che è sempre presente. Perciò il dialogo o l’incontro, direi l’insieme, tra arte e fede è inscritto nella più profonda essenza della fede; dobbiamo fare di tutto perché anche oggi la fede si esprima in autentica arte […] nella continuità e nella novità, e […] l’arte non perda il contatto con la fede» (ibid.).

«Fare di tutto»… Ma, a fronte dell’enorme distanza che intercorre fra l’arte moderna e la fede, questa impresa ha qualche speranza di successo? Sì, risponde il Papa, e la prova è precisamente il servo di Dio Antoni Gaudí. «Geniale architetto» (Benedetto XVI 2010b), «la cui fiaccola della fede arse fino al termine della sua vita, vissuta con dignità e austerità assoluta» (Benedetto XVI 2010e), in «quella meraviglia che è la chiesa della Sacra Famiglia» (Benedetto XVI 2010b), «miracolo architettonico» (Benedetto XVI 2010e) e «ambiente santo di incantevole bellezza» (ibid.) – le espressioni di Benedetto XVI, come si vede, sono piuttosto impegnative –, Gaudí costruì le sue opere come «frecce che indicano l’assoluto della luce e di colui che è la Luce, l’Altezza e la Bellezza medesime» (ibid.).

Gaudì non è un puro imitatore dell’arte cristiana tradizionale, ma si pone in «continuità» (Benedetto XVI 2010a) con questa reinterpretandola nel contesto contemporaneo. sintesi tra continuità e novità, tradizione e creatività. «Gaudí ha avuto questo coraggio di inserirsi nella grande tradizione delle cattedrali, di osare di nuovo, nel suo secolo – con una visione totalmente nuova – questa realtà: la cattedrale luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo, in una grande solennità; e questo coraggio di rimanere nella tradizione, ma con un creatività nuova, che rinnova la tradizione e dimostra così l’unità della storia e il progresso della storia» (ibid.).

Ma che cos’è, in fondo, l’originalità, se non il senso dell’origine, cioè di Dio? «Gaudí, con la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo, che il segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare all’origine che è Dio. Lui stesso, aprendo in questo modo il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città [Barcellona] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa. Così l’architetto esprimeva i suoi sentimenti: “Una chiesa [è] l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo, poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo”» (Benedetto XVI 2010e).

Il segreto del servo di Dio Antoni Gaudí

Benedetto XVI va oltre, e si chiede quale fosse il segreto del servo di Dio Antoni Gaudí, il cuore del pensiero di un genio cristiano che pure ha scritto molto poco. La risposta è che «Gaudí voleva questo trinomio: libro della Natura, libro della Scrittura, libro della Liturgia. E questa sintesi proprio oggi è di grande importanza. Nella liturgia, la Scrittura diventa presente, diventa realtà oggi: non è più una Scrittura di duemila anni fa, ma va celebrata, realizzata. E nella celebrazione della Scrittura parla la creazione, parla il creato e trova la sua vera risposta, perché, come ci dice san Paolo, la creatura soffre, e, invece di essere distrutta, disprezzata, aspetta i figli di Dio, cioè quelli che la vedono nella luce di Dio. E così –  penso – questa sintesi tra senso del creato, Scrittura e adorazione è proprio un messaggio molto importante per l’oggi» (Benedetto XVI 2010a).

Sul tema dei tre libri – della natura, della Sacra Scrittura e della liturgia – da leggere insieme e da assumere come ispirazione dell’opera d’arte, Benedetto XVI torna in occasione della dedicazione della Sagrada Família. In questo suo capolavoro, afferma il Papa, «Gaudí volle unire l’ispirazione che gli veniva dai tre grandi libri dei quali si nutriva come uomo, come credente e come architetto: il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Così unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella Liturgia» (Benedetto XVI 2010e).

In modo per nulla casuale, il servo di Dio giocò sulla relazione fra l’interno e l’esterno della Sagrada Família, che concepiva come una «lode a Dio fatta di pietra» (Benedetto XVI 2001f) e una Biblia pauperum attraverso la quale «voleva portare il Vangelo a tutto il popolo» (ibid.). Così dunque «introdusse dentro l’edificio sacro pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina, ma, allo stesso tempo, portò fuori i “retabli”, per porre davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo» (Benedetto XVI 2010e). Inoltre «concepì i tre portici all’esterno come una catechesi su Gesù Cristo, come un grande rosario, che è la preghiera dei semplici, dove si possono contemplare i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi di Nostro Signore» (Benedetto XVI 2010f).

Opera complessa e completa, la Sagrada Família non è solo una chiesa. Il progetto di Gaudí comprendeva anche una scuola. «In collaborazione con il parroco, [il servo di Dio] don Gil Parés [1888-1936, fucilato in odio alla fede durante la guerra civile], disegnò e finanziò con i propri risparmi la creazione di una scuola per i figli dei muratori e per i bambini delle famiglie più umili del quartiere, allora un sobborgo emarginato di Barcellona» (ibid.).

Così, la costruzione della pure incompiuta Sagrada Família non fu un’opera d’arte fine a se stessa. Gaudí «collaborò in maniera geniale all’edificazione di una coscienza umana ancorata nel mondo, aperta a Dio, illuminata e santificata da Cristo. E realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza. Antoni Gaudí non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo» (Benedetto XVI 2010e).

Perché «Sagrada Família»?

La scelta della Sacra Famiglia come titolare della chiesa di cui Gaudí iniziò la costruzione non fu casuale. Gaudí e i suoi committenti – «l’iniziativa della costruzione di questa chiesa si deve all’Associazione degli Amici di san Giuseppe» (ibid.) – scelsero «una devozione tipica dell’Ottocento: san Giuseppe, la Sacra Famiglia di Nazareth, il mistero di Nazareth» (Benedetto XVI 2010a). Dunque, «questo edificio sacro, fin dalle sue origini, è strettamente legato alla figura di san Giuseppe. Mi ha commosso specialmente – afferma il Papa – la sicurezza con la quale Gaudí, di fronte alle innumerevoli difficoltà che dovette affrontare, esclamava pieno di fiducia nella divina Provvidenza: “San Giuseppe completerà il tempio”. Per questo ora non è privo di significato il fatto che sia un Papa il cui nome di battesimo è Giuseppe a dedicarlo» (Benedetto XVI 2010e).

Il clima culturale in cui nasce il progetto deve molto a un santo, «san José Manyanet [y Vives, 1833-1901]» (Benedetto XVI 2010f), il quale «diffuse tra il popolo catalano» (ibid.) «la devozione alla Sacra Famiglia di  Nazaret» (ibid.). Si potrebbe pensare che si tratti di una devozione ottocentesca, ben poco di attualità oggi. Ma è piuttosto il contrario. A fronte dell’attacco laicista alla famiglia «proprio questa devozione di ieri, si potrebbe dire, è di grandissima attualità, perché il problema della famiglia, del rinnovamento della famiglia come cellula fondamentale della società, è il grande tema di oggi e ci indica dove possiamo andare sia nella costruzione della società sia nella unità tra fede e vita, tra religione e società. Famiglia è il tema fondamentale che si esprime qui, dicendo che Dio stesso si è fatto figlio in una famiglia e ci chiama a costruire e vivere la famiglia» (Benedetto XVI 2010a).

Certo, rispetto al tempo del servo di Dio Gaudí, grandi progressi tecnologici hanno risolto tutta una serie di problemi «tecnici» (Benedetto XVI 2010e) e anche «sociali» (ibid.). Ma noi «non possiamo accontentarci di questi progressi. Con essi devono essere sempre presenti i progressi morali, come l’attenzione, la protezione e l’aiuto alla famiglia, poiché l’amore generoso e indissolubile di un uomo e una donna è il quadro efficace e il fondamento della vita umana nella sua gestazione, nella sua nascita, nella sua crescita e nel suo termine naturale. Solo laddove esistono l’amore e la fedeltà, nasce e perdura la vera libertà» (ibid.). Per questo, la dedicazione di una chiesa costruita da un architetto santo e intitolato alla Sacra Famiglia è un gesto profetico nella Spagna di oggi.

Riferimenti

Per tutti i testi, che sono disponibili su Internet sul sito della Santa Sede vatican.va è fornito un indirizzo abbreviato con il sistema tinyurl. Nei riferimenti gli indirizzi tinyurl sono indicati da una T maiuscola. Per esempio «T 5ou9gt » indica che per accedere alla pagina del sito della Santa Sede dov’è disponibile il documento occorre digitare http://tinyurl.com/5ou9gt. 

Benedetto XVI. 2010a. Incontro con i giornalisti durante il volo verso Santiago de Compostela (Volo Papale), del 6-11-2010. T 32hkuqj.

Benedetto XVI. 2010b. Cerimonia di benvenuto nell’Aeroporto Internazionale di Santiago de Compostela, del 6-11-2010. T 3yeymln.

Benedetto XVI. 2010c. Visita alla Cattedrale di Santiago de Compostela, del 6-11-2010. T 2u9eloh.

Benedetto XVI. 2010d. Santa Messa in occasione dell'Anno Santo Compostelano nella Plaza del Obradoiro a Santiago de Compostela – Omelia, del 6-11-2010. T 32ejktu.

Benedetto XVI. 2010e. Santa Messa con dedicazione della Chiesa della Sagrada Família e dell’altare a Barcelona – Omelia, del 7-11-2010. T 364rhxs.

Benedetto XVI. 2010f. Recita dell’Angelus Domini nella Piazza della Chiesa della Sagrada Família a Barcellona, del 7-11-2010. T 3y3gc99.

Benedetto XVI. 2010g. Visita all’«Obra Benefico-Social Nen Déu» a Barcellona, del 7-11-2010. T 34ff7mj.

Benedetto XVI. 2010h. Cerimonia di congedo nell’Aeroporto Internazionale di Barcellona, del 7-11-2010. T 33ce7b3.

Giovanni Paolo II. 1998. Lettera enciclica Fides et ratio, del 14-9-1998. T 5ou9gt.


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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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8/12/2011 10:23 PM
 
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Lettera ai rettori dei Santuari. Il cardinale Piacenza: siano sempre più luoghi di nuova evangelizzazione



I Santuari continuano a rappresentare, anche nella società secolarizzata di oggi, “un luogo privilegiato in cui l’uomo, pellegrino su questa terra, fa esperienza della presenza amorevole e salvifica di Dio”: è quanto si legge nella Lettera della Congregazione per il Clero indirizzata, tramite gli ordinari diocesani, ai rettori dei Santuari di tutto il mondo. Sullo scopo di questo messaggio, Sergio Centofanti ha sentito il cardinale Mauro Piacenza, prefetto del dicastero per il clero:RealAudioMP3

R. – Questa lettera ai santuari ha soprattutto lo scopo di inserirsi nel grande movimento di nuova evangelizzazione che ci coalizza un po’ tutti, nella Chiesa. Si vuole concentrare l’attenzione su questi luoghi che Paolo VI chiamava “le cliniche dello spirito”, perché in un periodo di vasta secolarizzazione probabilmente ancora di più questi santuari hanno una funzione, perché talvolta coloro i quali magari anche non frequentano regolarmente o addirittura non frequentano, trovandosi fuori per una gita o perché comunque sono in villeggiatura, o per motivi d’arte o per altri vari motivi, entrano nel Santuario. Allora, si vorrebbe in qualche modo coalizzare tutti gli elementi per aiutare l’incontro con il Signore, la revisione della propria vita, attraverso tutti quegli elementi che il Santuario porta con sé.

 E per questo si chiede ai rettori dei Santuari, agli operatori pastorali nel Santuari di valorizzare tutti gli elementi di catechesi, tutti gli elementi che possono facilitare l’approccio: la persona entra e c’è la Santa Messa, ad esempio, e la persona si ferma anche se non ha l’abitudine – purtroppo – di partecipare alla Messa. E allora, magari, una celebrazione ben fatta, dalla quale traspaia veramente la fede, dove sia curato ogni dettaglio può favorire il raccoglimento: il canto può aiutare, la musica può aiutare, il silenzio può aiutare, come anche la predicazione molto curata tenendo presenti tanti elementi. Poi, ad esempio, curare in modo particolare nel Santuario il luogo dove si conserva il Santissimo Sacramento come luogo di particolare raccoglimento: che il Tabernacolo attiri di per sé anche per la sua posizione, in modo che la persona si senta bene lì e lì avvenga quel dialogo fecondo che può portare ad una trasformazione della propria vita, ad un conforto quando si hanno dei dolori, delle sofferenze.

Poi, volgersi verso il confessionale, ad esempio e allora sentire il desiderio di aprirsi con Dio, di ricevere la sua misericordia. E ancora, le piccole occasioni: i luoghi dove si raccolgono gli ex-voto, se sono raccolti con una traccia, con un aiuto per poter leggere meglio l’intervento di Dio nella vita delle persone, che cosa la fede può generare, può portare … Le benedizioni: a volte ci sono persone che portano, per esempio, l’auto nuova da far benedire fuori dal Santuario. Ecco, quello può essere un momento in cui il sacerdote dice anche una parola, ne approfitta per incontrare quella famigliola o quella persona … Per questo si è scritto ai vescovi perché possano consegnare questa lettera ai rettori dei Santuari del territorio diocesano proprio per un entusiasmo particolare, una revisione, una ripresa di iniziative.

D. – La pietà popolare – afferma la lettera – è di grande rilievo per la fede e non va assolutamente ostacolata, anzi: va favorita …

R. – Certo! Anche questo è un elemento importante. Da qualche anno a questa parte c’è stata, da parte di molti, una rivalutazione, un ripensamento della pietà popolare che aveva conosciuto anni in cui i cosiddetti “intellettuali” stringevano un po’ gli occhi di fronte a questa parola e a questa realtà. Si è ripreso, invece, a studiare la pietà popolare con un occhio pieno di rispetto. Indubbiamente, la pietà popolare è una ricchezza immensa: sarebbe un errore pastorale altrettanto immenso trascurarla o “svalorizzarla” in qualche modo. Quindi, va valorizzata, bene incanalata, tenendo presente tutto ciò che è il sentimento che si esprime nella pietà popolare: perché questo sentimento popolare fiorisce sulla fede, su dei convincimenti, su una fede non vaga ma una fede nel Verbo Incarnato, una fede nell’economia sacramentaria, una fede nella Chiesa, nella comunione dei Santi … E viene illustrata dalle varie culture, dalle sensibilità. Ora, in questo caso si tratta piuttosto di integrarla bene nell’impalcatura fondamentale che è quella liturgica, e con una buona catechesi e con un’attenzione particolare, diventa un grandissimo valore!

D. – Ancora oggi i santuari conservano uno straordinario fascino, testimoniato dal numero crescente di pellegrini che vi si recano …

R. – Sì: direi che, anzi, c’è un rinvigorimento della frequentazione dei Santuari. Credo che questo sia un fatto ben comprensibile: da una parte evidentemente c’è un movimento dello Spirito e poi c’è questa necessità: più si “inaridiscono” le zolle del nostro cammino, delle nostre strade, più sentiamo il bisogno e il fascino di andare laddove la terra è fertile. In qualche modo, quindi, la persona qui ritrova se stessa e per questo c’è sempre più bisogno di questi luoghi! (gf)


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Fraternamente CaterinaLD

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Lettera della Congregazione del Clero ai Rettori dei Santuari ( 15 agosto 2011)





E’ stata inviata a tutti i Rettori dei Santuari la lettera della Congregazione per il Clero datata 15 agosto 2011, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.
Il Cardinale Prefetto Mauro Piacenza facendosi “interprete dei sentimenti del Santo Padre Benedetto XVI” auspica che “ fra i marosi e le tempeste della storia, sfidando il pervicace senso di relativismo imperante … ogni Santuario sia sempre più segno dell’amorosa presenza del Verbo Incarnato”.
Un mirabile documento ( da notare anche l’uso rispettoso delle maiuscole) che rivela la particolare attenzione che la Santa Sede ripone nella Liturgia che viene celebrata nei Santuari che “attraggono un numero crescente di pellegrini e turisti religiosi” in cui la musica sacra “venga messa opportunamente in risalto mediante il canto gregoriano, polifonico o popolare… ma anche selezionando adeguatamente sia gli strumenti musicali più nobili ( organo a canne ed affini …) …
Una particolare, non secondaria raccomandazione “ … che ogni concelebrante indossi la casula o la pianeta, quale paramento proprio del sacerdote che celebra i divini misteri” .
Un documento che va letto , meditato e soprattutto applicato "senza se e senza ma".
Andrea Carradori



CONGREGATIO PRO CLERICIS
Prot.N. 2011 0546


Reverendi Rettori,
Desidero rivolgere a ciascuno di Voi il mio cordiale saluto, che estendo volentieri a quanti Vi affiancano nella cura pastorale dei Santuari, assieme all'espressione della mia sincera gratitudine per la premurosa dedizione con la quale quotidianamente accudite alle necessità pastorali dei pellegrini che, da ogni parte del mondo, accorrono sempre più numerosi nei luoghi di culto a Voi affidati.

Mediante questa Lettera, mi faccio anzitutto interprete dei sentimenti del Santo Padre Benedetto XVI che considera di grande importanza la presenza dei Santuari, preziosi nella vita della Chiesa, poiché, in quanto meta di pellegrinaggio, sono soprattutto luoghi «di richiamo, che attraggono un numero crescente di pellegrini e turisti religiosi, alcuni dei quali si trovano in situazioni umane e spirituali complesse, alquanto lontani dal vissuto di fede e con una debole appartenenza ecclesiale» (Lettera in occasione del II Congresso Mondiale di pastorale dei pellegrinaggi e Santuari, Santiago de Compostela, 27-30 settembre 2010). Affermava il Beato Papa Giovanni Paolo II: «sempre e dovunque, i Santuari cristiani sono stati o hanno voluto essere i segni di Dio, della Sua irruzione nella storia umana» (Discorso ai Rettori di santuari, 22 gennaio 1981). I santuari, quindi, sono «un segno del Cristo vivente fra noi, ed in questo segno i cristiani hanno sempre riconosciuto l'iniziativa dell'amore del Dio vivente per gli uomini» (Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, // Santuario. Memoria, presenza e profezia del Dio vivente, 8 maggio 1999, n. 5).

Consapevole, dunque, del peculiare valore che i sanatari rivestono nell'esperienza di fede di ogni cristiano, la Congregazione per il Clero, competente in materia (cfr. Giovanni Paolo II, Costituzione Apostolica Pastor bonus, 28 giugno 1988, art. 97, 1°), intende proporre alla Vostra attenzione alcune considerazioni tese a donare un rinnovato e più efficace impulso alle attività ordinarie della pastorale che in essi si svolgono. In un clima di diffuso secolarismo, il santuario continua, infatti, ancora oggi, a rappresentare un luogo privilegiato in cui l'uomo, pellegrino su questa terra, fa esperienza della presenza amorevole e salvifica di Dio. In esso egli trova uno spazio fecondo, lontano dagli affanni quotidiani, ove potersi raccogliere e riacquistare vigore spirituale per riprendere il cammino di fede con maggiore ardore e cercare, trovare ed amare Cristo nella vita ordinaria, nel mezzo del mondo.

Qual è il cuore delle attività pastorali in un Santuario ? La normativa canonica, a proposito di questi luoghi di culto, con profonda saggezza teologica ed esperienza ecclesiale, prevede che in essi «si offrano ai fedeli con maggior abbondanza i mezzi della salvezza, annunziando con diligenza la Parola di Dio, incrementando opportunamente la vita liturgica, soprattutto con la celebrazione dell'Eucaristia e della Penitenza, come pure coltivando le sane forme della pietà popolare» (can. 1234, §1). La norma canonica, tracciando, quindi,una preziosa sintesi della pastorale specifica dei Santuari, fornisce un interessante spunto per riflettere brevemente su alcuni elementi fondamentali caratterizzanti l'ufficio che la Chiesa Vi ha affidato.

1. Annuncio della Parola, preghiera e pietà popolare

Il santuario è il luogo in cui risuona con singolare potenza la Parola di Dio. Il Santo Padre Benedetto XVI, nell'Esortazione Apostolica post-sinodale Verbum Domini, di recente pubblicazione (30 settembre 2010), ribadisce che la Chiesa «si fonda sulla Parola di Dio, nasce e vive di essa» (n. 3). Essa è la "casa" (cfr. ibidem, n. 52) in cui la divina Parola è accolta, meditata, annunciata e celebrata (cfr. ibidem, n. 121). Quanto il Pontefice dice della Chiesa può analogamente affermarsi del Santuario.

L'annuncio della Parola assume un ruolo essenziale nella vita pastorale del Santuario. I ministri sacri hanno pertanto il compito di preparare tale annuncio, nella preghiera e nella meditazione, filtrando il contenuto dell'annuncio con l'aiuto della Teologia spirituale, alla scuola del Magistero e dei Santi. Le fonti principali della loro predicazione saranno costituite dalla Sacra Scrittura e dalla Liturgia (cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, n. 35), alle quali si uniscono il prezioso Catechismo della Chiesa Cattolica ed il Compendio di esso. Il ministero della Parola, esercitato in forme diverse- e conformi al deposito rivelato, sarà poi tanto più efficace ed incisivo quanto più nascerà dal cuore, nella preghiera e sarà espresso mediante linguaggi accessibili e belli, che sappiano mostrare correttamente la perenne attualità del Verbo eterno.

La risposta umana ad un fecondo annuncio della Parola di Dio è la preghiera. «I Santuari, per i pellegrini che sono alla ricerca delle loro vive sorgenti, sono luoghi eccezionali per vivere "come Chiesa" le forme della preghiera cristiana» {Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC], 11 ottobre 1992, n. 2691).
La vita di preghiera si sviluppa in diversi modi, tra i quali troviamo varie forme di pietà popolare che sempre devono lasciare «spazio adeguato alla proclamazione e all'ascolto della Parola di Dio; infatti, "nella parola biblica, la pietà popolare troverà una fonte inesauribile di ispirazione, insuperabili modelli di preghiera e feconde proposte tematiche"» {Verbum Domini, n. 65).

Il Direttorio su pietà popolare e liturgia (Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, y apnle 2WZ) dedica un capitolo ai Santuari e ai pellegrinaggi, auspicando «un corretto rapporto tra le azioni liturgiche e i pii esercizi» (n. 261). La pietà popolare è di grande rilievo per la fede, la cultura e l'identità cristiana di molti popoli. Essa è espressione della fede di un popolo, «vero tesoro del popolo di Dio» (ibidem, n. 9), nella e per la Chiesa: per capirlo, basti immaginare la povertà che ne risulterebbe per la storia della spiritualità cristiana d'Occidente l'assenza del "Rosario" o della "Via Crucis", come delle processioni. Sono soltanto esempi, ma sufficientemente evidenti per rilevarne l'imprescindibilità.
Svolgendo il Vostro ministero presso un Santuario, spesso avete occasione di osservare i gesti di pietà, tanto peculiari, quanto espressivi, con cui i pellegrini usano esprimere visibilmente la fede che li anima. Le molteplici e variegate forme di devozione, derivanti sovente da altrettante sensibilità e tradizioni culturali, testimoniano l'intensità fervente di una vita spirituale alimentata da una costante preghiera e dall'intimo desiderio di aderire sempre più strettamente a Cristo.

La Chiesa, consapevole della significativa incidenza di tali manifestazioni religiose nella vita spirituale dei fedeli, ha sempre riconosciuto il valore di esse e ne ha rispettato le genuine espressioni. Anzi, anche mediante gli insegnamenti dei Romani Pontefici e dei Concili, le ha raccomandate e favorite. Allo stesso tempo, però, laddove Essa ha riscontrato atteggiamenti o mentalità non riconducibili al sano senso religioso, ha avvertito la necessità di interv'enire, purificando tali atti da elementi fuorviami o fornendo meditazioni, corsi, lezioni, ecc. La pietà popolare, infatti, soltanto se radicata in un'originaria tradizione cattolica, potrà essere locus fidei, fecondo strumento di evangelizzazione, nel quale anche gli elementi della cultura ambientale indigena potranno sinergicamente trovare accoglienza e dignità.

Come responsabili della pastorale nei Santuari, quindi, è Vostro compito istruire i pellegrini sul carattere assolutamente preminente che la celebrazione liturgica deve assumere nella vita di ogni credente. La pratica personale di forme di pietà popolare non va assolutamente ostacolata o rigettata, anzi va favorita, ma non può sostituirsi alla partecipazione al culto liturgico. Tali espressioni, infatti, piuttosto che contrapporsi alla centralità della Liturgia, devono affiancarsi ed essere sempre orientate ad essa. È infatti nella celebrazione liturgica dei Sacri Misteri che si esprime la preghiera comune della Chiesa tutta.

2. Misericordia di Dio nel sacramento della Penitenza

La memoria dell'amore di Dio, che si fa presente in modo eminente nel santuario, conduce alla richiesta di perdono per i peccati e al desiderio di implorare il dono della fedeltà al deposito della fede. Il Santuario è pure il luogo della permanente attualizzazione della misericordia di Dio. È luogo ospitale in cui l'uomo può avere un'incontro reale con Cristo, sperimentando la Verità del Suo insegnamento e del Suo perdono, per avvicinarsi degnamente, e quindi fruttuosamente, all'Eucarestia.

Occorre a tale scopo favorire e dove sia possibile intensificare la presenza costante di sacerdoti che, con animo umile ed accogliente, si dedichino generosamente all'ascolto delle confessioni sacramentali.
Nell'amministrare il sacramento del Perdono e della Riconciliazione, i confessori, che agiscono come «il segno e lo strumento dell'amore misericordioso di Dio verso il peccatore» (CCC, n. 1465), aiutino i penitenti a sperimentare la tenerezza di Dio, a percepire la bellezza e la grandezza della Sua bontà e a riscoprire nei propri cuori il desiderio intimo della santità, vocazione universale e meta ultima per ogni credente (cfr. Congregazione per il Clero, // Sacerdote ministro della misericordia divina, 9 marzo 2011, n. 22).
I confessori, illuminando la coscienza dei penitenti, pongano pure in evidenza il vincolo stretto che lega la Confessione sacramentale ad un'esistenza nuova, orientata verso una decisa conversione. Esortino perciò i fedeli ad avvicinarsi con regolare frequenza e fervente devozione a questo sacramento, affinché, sorretti dalla grazia che in esso è donata, possano alimentare costantemente il loro fedele impegno di adesione a Cristo, progredendo nella perfezione evangelica.

I ministri della Penitenza siano disponibili ed accessibili, coltivando un atteggiamento comprensivo, accogliente ed incoraggiante (cfr. // Sacerdote ministro della misericordia divina, nn. 51-57). Per rispettare la libertà di ogni fedele ed anche per favorire la propria piena sincerità nel foro sacramentale, è opportuno che siano, in luoghi adatti (ad esempio, possibilmente, cappella della Riconciliazione), disponibili dei confessionali provvisti di una grata fissa.
Come insegna il Beato Papa Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Misericordia Dei (7 aprile 2002): «La sede per le confessioni è disciplinata dalle norme emanate dalle rispettive conferenze episcopali, le quali garantiranno che essa sia collocata in un luogo visibile e sia anche provvista di grata fissa, così da consentire ai fedeli ed agli stessi confessori che lo desiderano di potersene liberamente servire» (n. 9, b - cfr. can. 964, § 2; Pontificio Consiglio per l'Interpretazione dei testi Legislativi, Responsa ad propositum dubium: de loco excipiendi sacramentales confessiones [7 luglio 1998]: AAS 90 [1998] 711; cfr. // Sacerdote ministro della misericordia divina, n. 41).
I ministri, inoltre, si premurino di far comprendere i frutti spirituali derivanti dalla remissione dei peccati. Il sacramento della Penitenza, infatti, «opera una autentica "risurrezione spirituale", restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l'amicizia con Dio» (CCC, n. 1468).
In considerazione del fatto che i Santuari sono luoghi di vera conversione, può essere opportuno che sia potenziata la formazione dei confessori per la cura pastorale di chi non ha rispettato la vita umana dal concepimento fino al naturale suo termine.

I sacerdoti, poi, nel dispensare la misericordia divina, adempiano debitamente questo peculiare ministero aderendo con fedeltà all'insegnamento genuino della Chiesa. Siano ben formati nella dottrina e non trascurino di aggiornarsi periodicamente su questioni attinenti soprattutto all'ambito morale e bioetico (cfr. CCC, n. 1466). Anche nel campo matrimoniale, rispettino quanto autorevolmente insegna il Magistero ecclesiale. Evitino quindi di manifestare in sede sacramentale dottrine private, opinioni personali o valutazioni arbitrarie non conformi a ciò che la Chiesa crede ed insegna. Per la loro formazione permanente sarà utile incoraggiarli a partecipare a corsi specializzati, quali, ad esempio, potrebbero essere quelli organizzati dalla Penitenzieria Apostolica e da alcune Pontificie Università
(cfr. // Sacerdote ministro della misericordia divina, n. 63).

3. L'Eucarestia, fonte e culmine della vita cristiana

La Parola di Dio e la celebrazione della Penitenza sono intimamente unite alla Santa Eucarestia, mistero centrale in cui «è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Presbyterorum ordinis, 7 dicembre 1965, n. 5). La celebrazione Eucaristica costituisce il cuore della vita sacramentale del Santuario. In essa il Signore si dona a noi. I pellegrini che visitano i santuari siano allora resi consapevoli che, se accolgono fiduciosamente il Cristo eucaristico nel proprio intimo, Egli offre loro la possibilità di una reale trasformazione dell'esistenza.

La dignità della celebrazione Eucaristica venga anche opportunamente messa in risalto mediante il canto gregoriano, polifonico o popolare (cfr. Sacrosanctum Concilium, nn. 116 e 118); ma anche selezionando adeguatamente sia gli strumenti musicali più nobili (organo a canne ed affini, cfr. ibidem, n. 120), sia le vesti che vengono indossate dai ministri unitamente alle suppellettili utilizzate nella Liturgia.-Esse devono rispondere a canoni di nobiltà e di sacralità. Nel caso delle concelebrazioni, si prenda cura che ci sia un Maestro di cerimonia, che non concelebri, e si faccia il possibile affinché ogni concelebrante indossi la casula, o pianeta, quale paramento proprio del sacerdote che celebra i divini misteri.

Il Santo Padre Benedetto XVI scriveva, nell'Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis (22 febbraio 2007), che «la migliore catechesi sull'Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata» (n. 64). Nella Santa Messa, allora, i ministri rispettino fedelmente quanto stabilito dalle norme dei Libri liturgici. Le rubriche, infatti, non rappresentano indicazioni facoltative per il celebrante bensì prescrizioni obbligatorie che egli deve accuratamente osservare con fedeltà ad ogni gesto o segno. Ad ogni norma, infatti, è sotteso un senso teologico profondo, che non può essere sminuito o comunque misconosciuto. Uno stile celebrativo, che introduca innovazioni liturgiche arbitrarie, oltre a generare confusione e divisione tra i fedeli, lede la veneranda Tradizione e l'autorità stessa della Chiesa, nonché l'unità ecclesiale.

Il sacerdote che presiede l'Eucaristia non è, però, neppure un mero esecutore di rubriche rituali. Piuttosto, l'intensa e devota partecipazione interiore con la quale celebrerà i divini misteri, accompagnata dall'opportuna valorizzazione dei segni e gesti liturgici stabiliti, plasmerà non solo il suo spirito orante, ma si rivelerà feconda anche per la fede eucaristica dei credenti che prendono parte alla celebrazione con la loro actuosa partecipatio (cfr. Sacrosanctum Concilium, n.14).
Come frutto del Suo dono nell'Eucarestia, Gesù Cristo rimane sotto le specie del pane. Le celebrazioni come l'Adorazione eucaristica al di fuori della santa Messa, con l'esposizione e la benedizione con il Santissimo Sacramento, manifestano quello che sta nel cuore della celebrazione: l'Adorazione, ossia l'unione con Gesù Ostia.
A tal riguardo, insegna il Papa Benedetto XVI che «nell'Eucarestia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l'adorazione eucaristica non è che l'ovvio sviluppo della Celebrazione stessa, la quale è in sé il più grande atto di adorazione della Chiesa» (Sacramentum Caritatis, n. 66), altresì aggiungendo: «L'atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto si è realizzato nella Celebrazione liturgica stessa» (ivi).
In tal modo, si attribuisca notevolissima importanza al luogo del tabernacolo nel Santuario (o anche di una cappella destinata esclusivamente all'adorazione del Santissimo) poiché è in sé "calamita", invito e stimolo alla preghiera, all'adorazione, alla meditazione, all'intimità con il Signore. Il Sommo Pontefice, nella summenzionata Esortazione, sottolinea che «la corretta posizione del tabernacolo, infatti, aiuta a riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. È necessario, pertanto, che il luogo in cui vengono conservate le Specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa» (ibidem, n. 69).
Il tabernacolo, custodia eucaristica, occupi un posto preminente nei Santuari, così come anche, nel ricordare la relazione tra arte, fede e celebrazione, si ponga attenzione a «l'unità tra gli elementi propri del presbiterio: altare, crocifisso, tabernacolo, ambone, sede» (ibidem, n. 41). La retta collocazione dei segni eloquenti della nostra fede, nell'architettura dei luoghi di culto, favorisce indubbiamente, in particolare nei santuari, la giusta priorità a Cristo, pietra viva, prima del saluto alla Vergine o ai Santi giustamente venerati in quel luogo, dando così occasione alla pietà popolare di manifestare le sue radici veramente eucaristiche e cristiane.

4. Un nuovo dinamismo per l'evangelizzazione
 

Infine, mi è gradito rilevare che ancora oggi i Santuari conservano uno straordinario fascino, testimoniato dal numero crescente di pellegrini che vi si recano. Non raramente si tratta di uomini e donne di tutte le età e condizioni, con situazioni umane e spirituali complesse, alquanto lontani da una vita di fede solida, o con un fragile senso di d'appartenenza ecclesiale.


Fare visita ad un Santuario può rivelarsi per essi una preziosa pportunità per incontrare Cristo e per riscoprire il senso profondo della propria vocazione attesimale o per sentirne un richiamo salutare. Esorto perciò ciascuno di Voi a rivolgere a queste persone uno sguardo particolarmente ccogliente e premuroso. Anche a questo riguardo, nulla sia lasciato all'improvvisazione.


Con sapienza evangelica e con ampia sensibilità, sarebbe altamente educativo farsi compagni di viaggio con i pellegrini e i visitatori, individuando le ragioni del cuore e le attese dello spirito.


In tale servizio la collaborazione di persone, con compiti specifici lotate di umanità accogliente, di perspicacia spirituale, di intelligenza teologale, gioverà a ntrodurre i pellegrini al Santuario come ad un evento di grazia, luogo di esperienz religiosa, di gioia ritrovata. A tal riguardo sarà conveniente considerare la possibilità e creare appuntamenti spirituali anche in serata o di notte (adorazioni notturne o veglie e preghiera), laddove l'affluenza di pellegrini si rilevi di notevole entità e di flussi permanente.
La Vostra carità pastorale potrà costituire provvida occasione e forte stimolo perché el loro cuore zampilli il desiderio di intraprendere un cammino di fede serio ed intenso. Mediante le varie forme di catechesi, potrete far comprendere che la fede, lungi dall'essere n vago ed astratto sentimento religioso, è concretamente tangibile e si esprime sempre eli'amore e nella giustizia degli uni verso gli altri.

Così, presso i Santuari, l'insegnamento della Parola di Dio e della dottrina della Chiesa, per mezzo delle predicazioni, delle catechesi, della direzione spirituale, dei ritiri, ostituisce un'ottima preparazione per accogliere il perdono di Dio nel sacramento della 'enitenza e la partecipazione attiva e fruttuosa alla celebrazione del Sacrificio dell'altare.

L'Adorazione eucaristica, la pia pratica della Via Crucis e la preghiera cristologica e nariana del Santo Rosario, saranno, con i sacramentali e le benedizioni votive, estimonianze della pietà umana e cammino con Gesù verso l'amore misericordioso del Padre nello Spirito. Così la pastorale della famiglia sarà rinvigorita, e sarà provvidamente :econda la preghiera della Chiesa al «Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 38): sante e numerose vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione!

I Santuari, inoltre, nella fedeltà alla loro gloriosa tradizione, non dimentichino di essere impegnati nelle opere caritative e nel servizio assistenziale, nella promozione umana, nella salvaguardia dei diritti della persona, nell'impegno per la giustizia, secondo la dottrina sociale della Chiesa. Attorno ad essi è bene che fioriscano anche iniziative culturali, quali convegni, seminari, mostre, rassegne, concorsi e manifestazioni artistiche su temi religiosi. In questo modo i Santuari diventeranno anche promotori di cultura, sia dotta che popolare, contribuendo, per la loro parte, al progetto culturale orientato in senso cristiano della Chiesa.
Così Essa, sotto la guida della Vergine Maria, Stella della nuova evangelizzazione mediante la quale la Grazia stessa si comunica all'umanità bisognosa di redenzione, si prepara, ovunque nel mondo, alla venuta del Salvatore.

I Santuari, luoghi nei quali ci si reca per cercare, per ascoltare, per pregare, diventeranno misteriosamente i luoghi nei quali si sarà veramente toccati da Dio attraverso la Sua Parola, il sacramento della Riconciliazione e dell'Eucarestia, l'intercessione della Madre di Dio e dei Santi.
Soltanto in questo modo, tra i marosi e le tempeste della storia, sfidando il pervicace senso di relativismo imperante, essi saranno fautori di un rinnovato dinamismo in vista della tanto desiderata nuova evangelizzazione.

Ringraziando ancora ciascun Rettore per la dedizione e la carità pastorale affinché ogni Santuario sia sempre più segno dell'amorosa presenza del Verbo Incarnato, si assicura la più cordiale vicinanza nel Signore, sotto lo sguardo della Beata Vergine Maria.

Dal Vaticano, 15 agosto 2011

Assunzione della Beata Maria Vergine Maria
Mauro Card. Piacenza Prefetto
Celso Morga Iruzubieta Segretario




 [SM=g1740722]
[Edited by Caterina63 8/16/2011 10:58 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Le indicazioni della Congregazione per il Clero

I santuari
per la nuova evangelizzazione




I santuari ancora oggi possono contribuire efficacemente ad arginare il secolarismo e a incrementare la pratica religiosa. È quanto si sottolinea in una lettera che in questi giorni il cardinale Mauro Piacenza e l’arcivescovo Celso Morga Iruzubieta, presidente e segretario della Congregazione per il Clero, hanno indirizzato, tramite gli ordinari diocesani, ai rettori dei santuari di tutto il mondo. Ne pubblichiamo ampi stralci.

In un clima di diffuso secolarismo, il santuario continua, ancora oggi, a rappresentare un luogo privilegiato in cui l’uomo, pellegrino su questa terra, fa esperienza della presenza amorevole e salvifica di Dio. In esso egli trova uno spazio fecondo, lontano dagli affanni quotidiani, ove potersi raccogliere e riacquistare vigore spirituale per riprendere il cammino di fede con maggiore ardore e cercare, trovare e amare Cristo nella vita ordinaria, nel mezzo del mondo. Il santuario è il luogo in cui risuona con singolare potenza la Parola di Dio. Il Santo Padre Benedetto XVI, nell’esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini, ribadisce che la Chiesa «si fonda sulla Parola di Dio, nasce e vive di essa» (n. 3). Essa è la «casa» (cfr. Ibidem, n. 52) in cui la divina Parola è accolta, meditata, annunciata e celebrata (cfr. Ibidem, n. 121). Quanto il Pontefice dice della Chiesa può analogamente affermarsi del santuario. L’annuncio della Parola assume un ruolo essenziale nella vita pastorale del santuario.

I ministri sacri hanno pertanto il compito di preparare tale annuncio, nella preghiera e nella meditazione, filtrando il contenuto dell’annuncio con l’aiuto della teologia spirituale, alla scuola del magistero e dei santi. La risposta umana a un fecondo annuncio della Parola di Dio è la preghiera. «I santuari, per i pellegrini che sono alla ricerca delle loro vive sorgenti, sono luoghi eccezionali per vivere “come Chiesa” le forme della preghiera cristiana» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2691). La vita di preghiera si sviluppa in diversi modi, tra i quali troviamo varie forme di pietà popolare che sempre devono lasciare «spazio adeguato alla proclamazione e all’ascolto della Parola di Dio; infatti, “nella parola biblica, la pietà popolare troverà una fonte inesauribile di ispirazione, insuperabili modelli di preghiera e feconde proposte tematiche”» (Verbum Domini, n. 65). Il Direttorio su pietà popolare e liturgia (Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, 9 aprile 2002) dedica un capitolo ai santuari e ai pellegrinaggi, auspicando «un corretto rapporto tra le azioni liturgiche e i pii esercizi» (n. 261). La pietà popolare è di grande rilievo per la fede, la cultura e l’identità cristiana di molti popoli. Essa è espressione della fede di un popolo, «vero tesoro del popolo di Dio» (Ibidem, n. 9) nella e per la Chiesa: per capirlo, basti immaginare la povertà che ne risulterebbe per la storia della spiritualità cristiana d’Occidente l’assenza del «Rosario» o della «Via crucis», come delle processioni. Sono soltanto esempi, ma sufficientemente evidenti per rilevarne l’imprescindibilità. Come responsabili della pastorale nei santuari, quindi, è vostro compito istruire i pellegrini sul carattere assolutamente preminente che la celebrazione liturgica deve assumere nella vita di ogni credente. La pratica personale di forme di pietà popolare non va assolutamente ostacolata o rigettata, anzi va favorita, ma non può sostituirsi alla partecipazione al culto liturgico.

Il santuario è pure il luogo della permanente attualizzazione della misericordia di Dio. Occorre a tale scopo favorire e dove sia possibile intensificare la presenza costante di sacerdoti che, con animo umile e accogliente, si dedichino generosamente all’ascolto delle confessioni sacramentali. I confessori, illuminando la coscienza dei penitenti, pongano pure in evidenza il vincolo stretto che lega la Confessione sacramentale a un’esistenza nuova, orientata verso una decisa conversione. Esortino perciò i fedeli ad avvicinarsi con regolare frequenza e fervente devozione a questo sacramento, affinché, sorretti dalla grazia che in esso è donata, possano alimentare costantemente il loro fedele impegno di adesione a Cristo, progredendo nella perfezione evangelica. Per rispettare la libertà di ogni fedele e anche per favorire la propria piena sincerità nel foro sacramentale, è opportuno che siano, in luoghi adatti (a esempio, possibilmente, cappella della Riconciliazione) disponibili dei confessionali provvisti di una grata fissa. In considerazione del fatto che i santuari sono luoghi di vera conversione, può essere opportuno che sia potenziata la formazione dei confessori per la cura pastorale di chi non ha rispettato la vita umana dal concepimento fino al naturale suo termine. I sacerdoti, poi, nel dispensare la misericordia divina, adempiano debitamente questo peculiare ministero aderendo con fedeltà all’insegnamento genuino della Chiesa. Siano ben formati nella dottrina e non trascurino di aggiornarsi periodicamente su questioni attinenti soprattutto all’ambito morale e bioetico (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1466). Anche nel campo matrimoniale, rispettino quanto autorevolmente insegna il magistero ecclesiale. Evitino quindi di manifestare in sede sacramentale dottrine private, opinioni personali o valutazioni arbitrarie non conformi a ciò che la Chiesa crede e insegna.

La celebrazione eucaristica costituisce il cuore della vita sacramentale del santuario. In essa il Signore si dona a noi. I pellegrini che visitano i santuari siano allora resi consapevoli che, se accolgono fiduciosamente il Cristo eucaristico nel proprio intimo, Egli offre loro la possibilità di una reale trasformazione dell’esistenza. La dignità della celebrazione eucaristica venga anche opportunamente messa in risalto mediante il canto gregoriano, polifonico o popolare (cfr. Sacrosanctum concilium, nn. 116 e 118); ma anche selezionando adeguatamente sia gli strumenti musicali più nobili (organo a canne ed affini, cfr. Ibidem, n. 120) sia le vesti che vengono indossate dai ministri unitamente alle suppellettili utilizzate nella liturgia. Esse devono rispondere a canoni di nobiltà e di sacralità. Il Santo Padre Benedetto XVI scriveva, nell’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), che «la migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata» (n. 64). Nella santa messa, allora, i ministri rispettino fedelmente quanto stabilito dalle norme dei libri liturgici. Le rubriche, infatti, non rappresentano indicazioni facoltative per il celebrante bensì prescrizioni obbligatorie che egli deve accuratamente osservare con fedeltà a ogni gesto o segno. A ogni norma, infatti, è sotteso un senso teologico profondo, che non può essere sminuito o comunque misconosciuto.

Uno stile celebrativo, che introduca innovazioni liturgiche arbitrarie, oltre a generare confusione e divisione tra i fedeli, lede la veneranda tradizione e l’autorità stessa della Chiesa, nonché l’unità ecclesiale.

Il sacerdote che presiede l’Eucaristia non è, però, neppure un mero esecutore di rubriche rituali. Piuttosto, l’intensa e devota partecipazione interiore con la quale celebrerà i divini misteri, accompagnata dall’opportuna valorizzazione dei segni e gesti liturgici stabiliti, plasmerà non solo il suo spirito orante, ma si rivelerà feconda anche per la fede eucaristica dei credenti che prendono parte alla celebrazione. Come frutto del Suo dono nell’Eucaristia, Gesù Cristo rimane sotto le specie del pane. Le celebrazioni come l’adorazione eucaristica al di fuori della santa messa, con l’esposizione e la benedizione con il Santissimo Sacramento, manifestano quello che sta nel cuore della celebrazione: l’adorazione, ossia l’unione con Gesù Ostia.

Si attribuisca notevolissima importanza al luogo del tabernacolo nel santuario (o anche di una cappella destinata esclusivamente all’adorazione del Santissimo) poiché è in sé «calamita», invito e stimolo alla preghiera, all’adorazione, alla meditazione, all’intimità con il Signore. Il Sommo Pontefice, nella summenzionata esortazione, sottolinea che «la corretta posizione del tabernacolo, infatti, aiuta a riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. È necessario, pertanto, che il luogo in cui vengono conservate le Specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa» (Ibidem, n. 69). Il tabernacolo, custodia eucaristica, occupi un posto preminente nei santuari, così come anche, nel ricordare la relazione tra arte, fede e celebrazione, si ponga attenzione a «l’unità tra gli elementi propri del presbiterio: altare, crocifisso, tabernacolo, ambone, sede» (Ibidem, n. 41).

Ancora oggi i santuari conservano uno straordinario fascino, testimoniato dal numero crescente di pellegrini che vi si recano. Non raramente si tratta di uomini e donne di tutte le età e condizioni, con situazioni umane e spirituali complesse, alquanto lontani da una vita di fede solida, o con un fragile senso di appartenenza ecclesiale. Fare visita a un santuario può rivelarsi per essi una preziosa opportunità per incontrare Cristo e per riscoprire il senso profondo della propria vocazione battesimale o per sentirne un richiamo salutare. Anche a questo riguardo, nulla sia lasciato all’improvvisazione. Con sapienza evangelica e con ampia sensibilità, sarebbe altamente educativo farsi compagni di viaggio con i pellegrini e i visitatori, individuando le ragioni del cuore e le attese dello spirito. A tal riguardo sarà conveniente considerare la possibilità di creare appuntamenti spirituali anche in serata o di notte (adorazioni notturne o veglie di preghiera) laddove l’affluenza di pellegrini si rilevi di notevole entità e di flusso permanente. La vostra carità pastorale potrà costituire provvida occasione e forte stimolo perché nel loro cuore zampilli il desiderio di intraprendere un cammino di fede serio e intenso.

I santuari, nella fedeltà alla loro gloriosa tradizione, non dimentichino di essere impegnati nelle opere caritative e nel servizio assistenziale, nella promozione umana, nella salvaguardia dei diritti della persona, nell’impegno per la giustizia, secondo la dottrina sociale della Chiesa.

12 agosto 2011 da L’Osservatore Romano

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  ITINERARI DI FEDE


 

Il 24 aprile del 1583 la Vergine di un affresco di inizio Cinquecento raffigurante la Pietà, allora posto in una piccola cappella dedicata alla Madonna della Neve, fu vista piangere da alcuni popolani. A perenne memoria dell’evento prodigioso l’arcivescovo Carlo Borromeo pose la prima pietra del santuario dell’Addolorata.

di Margherita Del Castillo

Nel 1583 San Carlo Borromeo si recò a Rho, vicino a Milano. La sua non fu una semplice visita pastorale: quel viaggio fu l’occasione per annunciare al popolo rhodense l’autenticità del miracolo della lacrimazione della Madonna Addolorata. Il 24 aprile del 1583 la Vergine di un affresco di inizio Cinquecento raffigurante la Pietà, allora posto in una piccola cappella dedicata alla Madonna della Neve, fu vista piangere da alcuni popolani. A perenne memoria dell’evento prodigioso fu proprio il Santo Arcivescovo di Milano a porre la prima pietra del tempio, avendone affidato progetto ed esecuzione al suo architetto di fiducia, quel Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrini, protagonista del rinnovamento architettonico della Chiesa lombarda riformata.

Il Tibaldi pensò un edificio con pianta a croce latina, a navata unica e quattro cappelle per lato. Lacupola da lui disegnata venne diversamente realizzata dall’architetto Giuseppe Merlo a metà del XVIII secolo. Stessa sorte toccò alla facciata, ornata da bassorilievi e da due monumentali statue di profeti, portata a termine dal maestro Leopoldo Pollack in stile neoclassico sul finire del Settecento.  Ad essere abbandonata fu anche l’originaria idea del peristilio, il quadriportico che doveva precedere il prospetto principale. Dal ‘600 all’800  numerosi artisti si alternarono nella ricca decorazione interna, su commissione delle più nobili e benestanti famiglie locali. 

Fulcro di tutto lo spazio è l’altare maggiore, dove è collocata l’immagine miracolosa, in marmo nero di Varenna e formelle di marmo rosso. Questo primitivo presbiterio, sotto la cui abside si apre il “gesiolo”, la cappella dove avvenne la lacrimazione prodigiosa, è separato dallo spazio della chiesa da una classica balaustra. In tempi moderni si decise di costruire un nuovo presbiterio, inaugurato dal cardinale Carlo Maria Martini nel 1998 e realizzato in marmo di Candoglia dallo scultore Floriano Bodini. Il maestro, nativo della Provincia di Varese, utilizzò il tema delle nozze di Cana per la mensa dell’altare, l’angelo dell’Annunciazione per l’ambone e la Pentecoste per la seduta del celebrante. 

Una tela di Camillo Procaccini con un Riposo durante la fuga in Egitto, impreziosisce la CappellaSimonetta che si apre nel transetto destro.  Nel braccio opposto la Cappella di San Giorgio custodisce una pala d’altare di Giovanni Ambrogio Figino con il San Giorgio e il drago e un prezioso ciclo di affreschi del Morazzone con le storie della vita del Santo, le cui figure, in pose ardite di derivazione manierista, coprono interamente le pareti e la volta del piccolo ambiente. Sontuosa e barocca è la decorazione della cappella di San Carlo, eseguita dal pittore Andrea Lanzani nel 1684.

Il Santuario dell’Addolorata è tra i più grandi di Lombardia. Aperto al culto nel 1587, fu consacratoalla Regina dei Martiri nel 1755 e ufficialmente inaugurato solo alla fine del secolo seguente. E’ tuttora affidato ai Padri Oblati Missionari particolarmente dediti alla celebrazione dell’Eucarestia e sempre disponibili per il Sacramento della Riconciliazione. 

   




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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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