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Perchè Paolo VI modificò la Liturgia? e chi era mons. Bugnini?

Last Update: 10/22/2014 11:12 PM
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10/7/2010 12:38 PM
 
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Proseguendo la lettura da questo thread:
"Alto tradimento" alle spalle di Pio XII ? Quale ruolo ebbe Montini il futuro Paolo VI?


Quanto segue è tratto dal libro: "Papi in libertà" di padre Josè-Apeles Santolaria de Puey y Cruells  (Barcellona 1966).
Sacerdote, avvocato e giornalista è laureato in Giurisprudenza e Diritto Canonico e presso la Scuola Diplomatica spagnola si è diplomato in Studi Internazionali.
E' inoltre Cappellano dell'Ordine di Malta ed è collaboratore di Radio Vaticana ed è inoltre autore di notevoli studi e articoli sulla storia della Chiesa e sulla storia dei Pontefici.

Questa premessa è importante per poter interpretare correttamente il testo che segue....

Riporterò il racconto rispettandone il contenuto (ossia senza aggiungere nulla di mio) ma non la sequenza delle parole stesse, sia per un problema di lunghezza, sia per rendere, in un forum, la lettura più scorrevole.....
Chi volesse riprodurre i testi nei propri forum o blog può farlo, ma pregandovi vivamente di riportare sia questo avviso, magari anche con un link, sia il riferimento al libro citato....e fraternamente senza estrapolare singole parti per usarle diversamente dall'originale....
 Grazie!



La riforma più contraddittoria della storia della Chiesa, la Messa

Forse pochi sanno che l'indulto a celebrare la Messa antica nel mondo anglosassone, lo ottennero grazie alla passione di Paolo VI per i "Racconti in giallo" della scrittrice Agatha Christie la quale aveva firmato la petizione patrocinata dalla Latin Mass Society... Paolo VI che all'inizio non voleva concedere l'indulto, quando vi lesse il nome prestigioso della scrittrice, non volle farle uno sgarbo e "firmò l'indulto inglese"...
Non è una storiella come molti potrebbero pensare, purtroppo è un fatto veramente accaduto, un fatto associabile facilmente alla complessa figura di Paolo VI tracciata abbondantemente in quest'altro thread:
http://difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=9461122&a=2#last 

Ancora oggi molti si chiedono del "perchè" fu così necessario a Paolo VI di modificare la Sacra Liturgia, una domanda che non solo non ha mai chiarito il problema con un unica risposta, ma che ha fatto scaturire migliaia di risposte e nessuna soluzione!

Va subito detto ad onor del vero che le Riforme all'interno della Chiesa ci sono sempre state, ciò che dunque attira la nostra attenzione non è la riforma in sé, quanto la modifica vera e propria di una struttura bimillenaria che non si andava semplicemente riformando, bensì andava a modificare completamente tutto l'assetto liturgico.
Non dimentichiamo come si espresse l'allora cardinale Ratzinger nella sua autobiografia, la mia vita: i ricordi (1927-1977) dove dice testualmente:
che "la drastica maniera di applicarla (la riforma) provocò molti danni alla Chiesa"...

Tali Riforme che videro pieno assetto con il Concilio di Trento, in verità non cessarono mai di essere alimentate nel corso di questi ultimi secoli soprattutto a riguardo della Musica Sacra come sottolineò san Pio X il quale fu anche l'artefice della Riforma per la concessione dell'Eucarestia ai bambini... ma come ben vedremo un conto è la Riforma e il miglioramento della Messa, altra cosa è la creazione di una nuova struttura.
Per esempio, a riguardo della Riforma con la Sacrosanctum Concilium un conto era la questione della lingua attraverso la quale si doveva tradurre le venerabili formule latine nella lingua del luogo, vernicolari, altra cosa fu la completa modifica della loro struttura.

Nel 1969, mediante la costituzione apostolica Missale Romanum, Paolo VI stabiliva il cosìddetto "Novus Ordo Missae" (NOM) il quale intendeva rimanere in linea con una stretta interpretazione della dottrina non andando a modificare quello tradizionale codificato da san Pio V mediante la Bolla "Quo primum tempore" del 1570, fedele interprete del Concilio di Trento, ma che di fatto, il NOM, finì per essere definito "ex novo" e non dunque semplicemente che poteva "coesistere" con l'antico Rito, ma che di fatto sarebbe entrato prima o poi in rotta di collisione era inevitabile.

Non fu dunque l'intenzione dei Documenti del Concilio a voler creare una nuova Messa a discapito dell'antica, ma bensì il nucleo fondante l'ala progressista della Chiesa che si comportò come se il Rito antico fosse decaduto in prescrizione.
In quel periodo il caos invase la Chiesa e i Seminari: sacerdoti e fedeli furono obbligati da una domenica all'altra ad abbandonare la Messa che avevano fino a quel momento celebrato ed ascoltato e chi si permise di rifiutare un simile stravolgimento venne immediatamente additato come ribelle "nemico del Concilio".

Famoso è il "Breve Esame critico del Novus Ordo Missae" elaborato dai cardinali Ottaviani e Bacci in una lettera che inviarono a Paolo VI, con l'aiuto di un importante gruppo di teologi romani...
Nella Lettera si faceva presente che non si trattava solamente di una questione di "dilettantismo" - o pastrocchio se preferite - o di attaccamento al passato, quanto il problema assai più grave che il NOM andava dissociandosi e allontanandosi letteralmente dalla Dottrina Cattolica come venne per altro stabilita dalla XXII sessione del Concilio di Trento.

Il problema reale risiedeva NELL'AMBIGUITA' della messa riformata, suscettibile di più diverse interpretazioni tanto dal punto di vista cattolico quanto da quello protestante....
E questo è dimostrabile dalle parole ustae, in occasione del Concistoro Superiore della Chiesa della Confessione d'Asburgo, luterana - che riunita a Stasburgo disse:
" Oggi come oggi dovrebbe essere possibile per un protestante RICONOSCERE nella celebrazione eucaristica cattolica, la Cena istituita dal Signore..."

Una affermazione del genere era ed è inaccettabile ed impensabile rispetto alla Messa di sempre della Chiesa Cattolica.
Quelli che compresero meglio la situazione e la questione furono quei cattolici che per appartenere a paesi dove il protestantesimo era ben consolidato, avevano una certa familiarità con i suoi riti.
In Germania e in Inghilterra per esempio, si sviluppò una sensibilità istintiva che spinse i fedeli a comprendere immediatamente i grandi cambiamenti portati dalla nuova messa, tanto da associare fin da subito la strana somiglianza della riforma con quelle introdotte da Lutero e da Cranmer verso una Messa "meno Cattolica-papista" e più comunitaria-dell'assemblea....
Uno studio effettuato dai dirigenti Protestanti subito dopo il 1969, riportò - con termini di elogio e soddisfazione -  di come il Novus Ordo Missae effettivamente somigliava così alla "Formula Missae" dell'eresiarca di Eisleben, e al servizio di COMUNIONE del "Book of common Prayer" eduardiano...

C'è a tal proposito un aneddoto assai chiarificatore:
lo scrittore Julien Green, un anglicano che si convertì al cattolicesimo per altro grazie proprio alla Messa antica che sottolineava quella Presenza Reale che fu causa di divisione...
lo scrittore dunque, stupefatto nel verificare che il nuovo rito era così simile a quello che aveva conosciuto nella sua infanzia protestante, si girò verso la sorella che gli stava accanto, e tristemente le disse:
" Ma allora, perchè ci siamo convertiti ?"



C'è da dire che proprio grazie alla presenza di questi Cattolici in questi paesi forti dove il protestantesimo era ben diffuso e quasi o del tutto maggioritario, questi Cattolici non si persero d'animo e da subito avviarono delle iniziative per preservare l'antica Liturgia della Tradizione Cattolica.
Quando nel 1964 cominciarono i primi drammatici cambiamenti, una dama norvegese, Borghild Krane, fondò l'associazione "Una Voce", che ben presto si estese in  tutto il mondo diventando una sorta di Federazione Internazionale.
E' importante sottolineare che tale Federazione è riconosciuta oggi dalla Santa Sede come un "interlocutore" importante per le questioni riguardanti la Messa.
Essa ha da sempre ricevuto l'appoggio dell'allora cardinale Ratzinger ed è in collaborazione con l'Ecclesia Dei creata da Giovanni Paolo II....

Tornando così alla Sacrosanctum Concilium, tale Costituzione del Concilio aveva nelle intenzioni il dare delle direttrici per riformare la Liturgia, ma in nessun modo esse implicavano la completa innovazione che poi avvenne!
Ciò che non si comprende è come sia stato possibile che all'improvviso, nel 1969, Paolo VI diede forza ad un rito che seppur nella sostanza del Canone centrale della Consacrazione era il medesimo, di fatto esso appariva completamente non rinnovato ma NUOVO e che nulla aveva a che fare con la dottrina stessa della Liturgia antica a cominciare dall'uso di certi termini, per poi finire con il dare all'assemblea la parte della protagonista alla nuova Messa...

Queste non sono considerazioni faziose, ma la considerazione delle intenzioni  dell'artefice "oscuro" della riforma, padre Annibale Bugnini... il quale scriveva nel 1967:
"La questione non è semplicemente quella di restaurare una valida opera maestra, ma, in molti casi, sarà necessario provvedere a nuove strutture per riti interi. E' una questione di rinnovamento completo, quasi direi  DI RIFONDAZIONE, e in certi casi si tratterà di una CREAZIONE NUOVA....
Non stiamo lavorando per dei musei, vogliamo una liturgia viva per gli uomini del nostro tempo".

In verità, come è facilmente dimostrabile, Paolo VI non era di queste intenzioni, eppure lasciò fare e finì egli stesso per adeguarsi alle iniziative di Bugnini....
E' scandaloso apprendere che nel 1967 il Concilium che stava ancora lavorando, diede alla luce un formulario che chiamò "Missae normativa", elaborato con la collaborazione di ben sei protestanti, e che fu portato ai vescovi per l'approvazione....
Il bello è che i vescovi infatti NON accettarono questo formulario e che anzi, scatenò come era giusto che fosse, molte reazioni contrarie che alla fine esso venne ritirato ma non gettato, bensì tenuto nel cassetto in attesa di "tempi migliori"...

Con astuzia luceferina il testo venne ritoccato qua e là senza modificare la sostanza che aveva invece ottenuto la negazione dei Padri, e portato davanti a Paolo VI il quale, incredibilmente, lo approvò con il nome di "Novus Ordo Missae"...
Era il trionfo dell'ala progressista-modernista, ce l'avevano fatta, avevano vinto la loro battaglia!

Di conseguenza nella Nuova Messa abbiamo il contributo dei protestanti che guarda il caso NON credono nella Presenza Reale!
La nascita di questa Riforma resterà inspiegabile ed incomprensibile nella storia della Chiesa.

I frutti di questa rivoluzione non si fecero attendere:
- è dimostrata l'immediata diminuzione radicale dell'afflusso domenicale e festivo;
- crisi delle vocazioni sacerdotali e religiose;
- diserzione massiccia tra le file del Clero;
- svuotamento dei Seminari;
- messa in dubbio della dottrina Cattolica;
- nascita e sviluppo di correnti in opposizione al magistero ecclesiale e pontificio...
e non poteva essere diversamente: la Messa è il cuore della religione e della fede Cattolica, quando un impianto viene modificato nelle sue fondamenta è quasi impossibile non avvertirne gli scossoni e in certi casi vederne il crollo....

Lutero diceva: " Tollem Missam, tolle Ecclesiam" - Eliminata la Messa si elimina la Chiesa - e resta incomprensibile la fiducia che Paolo VI continuava a dare al vescovo Bugnini il quale trionfalisticamente scriveva nel 1974 " la nuova messa è la più grande conquista della Chiesa cattolica...."
salvo poi ascoltare le lamentele dello stesso Paolo VI sull'AUTODEMOLIZIONE DELLA CHIESA e sul "fumo di Satana" entrato nei comandi dei vertici della Gerarchia, quando fu egli stesso alla fine a permettere che tutto ciò accadesse!

Mons. Bugnini fu accusato di essere un massone.... non tratterremo qui l'argomento perchè non è facile portare queste prove, ma deve essere detto dal momento che Paolo VI "promoveatur ut amoveatur" (che sia promosso per essere rimosso), allontanò Bugnini dal Vaticano spedendolo in Iran proprio perchè lo sospettava di affiliazione alla massoneria!
E qui si chiude il suo capitolo, oramai i danni erano stati fatti!

Il piacere di comandare

Un altra figura si ergeva nel Pontificato montiniano, il cardinale Benelli il quale, da dietro il "trono papale" e in qualità di sostituto della Segreteria, approfittava di un potere praticamente illimitato dal momento che Paolo VI non poneva mai obiezioni alle sue iniziative.
Tra queste ci fu quella assurda di voler togliere ai cardinali la tradizionale "exclusive" per l'elezione del Pontefice, pretendendo di voler far entrare nel Conclave persone estranee al Sacro Collegio e perfino allargate verso fronti non cattolici.... vi si oppose duramente il cardinale Siri che grazie al cielo ottenne da Paolo VI l'archiviazione dello stambo progetto!

Va sottolineata l'ironica e paradossale situazione che si era venuta a creare e cioè che quegli stessi che criticavano la Curia Romana come fino ad oggi era stata, preconciliare, accusandola di eccessivo centralismo e autoritarismo, si trovavano così all'apice del governo della Chiesa esercitando una autorità  che avevano reso indiscutibile e dieci volte più autoritaria che in passato!

Con una vera forma di CONGIURA Paolo VI nel 1967 aveva organizzato una riunione quasi segreta (=congiura) per riformare la Curia con la Costituzione "Regimini Ecclesiae Universae":
tolse così alla Santa Congregazione del Santo Uffizio la sua supremazia ma concentrandola nelle mani della Segreteria di Stato, per cui la difesa della Dottrina della fede passò di fatto subordinata agli interessi della politica!
E' da questo errore che si rese possibile per esempio la "ostpolitik", che promuoveva l'apertura ai regimi Comunisti anche a costo di sacrificare le Chiese locali....
Non è un caso isolato la situazione drammatica che ne scaturì per la Chiesa in Ungheria e in Cecoslovacchia per non parlare dello STERMINIO della Chiesa UNIATA, depredata per ordine del Patriarcato di Mosca che all'epoca aveva fatto compressi con il regime sovietico per poter sopravvivere...
Paolo VI aveva affidato le questioni di fede e di politica sia a Benelli quanto al cardinale Casaroli, uomini di punta che con il cardinale Villot, Segretario, avevano concentrato nelle loro mani tutto il potere papale il quale paradossalmente tolto dal simbolo della tiara dismessa, fu trasferito di fatto all'interno di coalizioni che facevano il bello e il brutto tempo!

Ciò che ci consola è la promessa di Cristo: non prevarranno!
Le forse delle tenebre che inesorabilmente avanzano, non prevarranno sulla Chiesa!
Tuttavia questo non ci toglie la responsabilità dal compiere il proprio dovere che è quello di perseverare nella sana Dottrina e di portare avanti la Vera fede....
Ci piace ricordare san Pio X, il Papa che condannò le ideologie moderniste, fu eletto il giorno in cui si festeggiava la Festa di san Domenico di Gusman al cui fianco c'è un cagnolino che con una torcia irradia il mondo con il motto del Santo: Veritas che unitamente a quello di san Pio X 
“Instaurare omnia in Christo”....
 restano l'unico e autentico programma di ogni Pontificato e di ogni Concilio!

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Altre pagine da leggere le trovate in elenco qui:
PAOLO VI

e SAN PIO X



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Da Messainlatino è bene segnalare anche il seguente articolo


Annibale Bugnini: "La riforma liturgica, c'est moi!"

Rorate caeli ha pubblicato un estratto di un recente libro di P. Anscar Chupungco OSB, ex Presidente del Pontificio Istituto liturgico in Roma, liturgista vecchio stile, quindi, critico fervente di Liturgiam Authenticam (il documento pontificio che ha tentato, con poco successo, di riportare ordine nel novus ordo) e ancor più del motu proprio Summorum Pontificum, nonché indiscusso guru della camarilla liturgistica nelle Filippine (eh sì, ogni paese ne ha una, così come ogni paese ha la propria delinquenza, le proprie calamità naturali, i propri alcoolisti). In questo testo, intitolato What, Then, Is Liturgy? Musings and Memoir, l’unica parte degna di menzione (il resto pare essere la solita risciacquatura di piatti di idee vecchie spacciate per ‘aggiornamento’ ad un mondo che nel frattempo è cambiato) è quella contenente indiscrezioni sul dietro le quinte della riforma liturgica sotto Paolo VI e Giovanni Paolo II, come pure estese riflessioni sulla liturgia mescolata con critiche delle politiche dell'attuale pontificato. Il libro contiene anche proposte di Chupungco per demolire quel che resta del rito romano, onde continuare ciò che egli considera come il programma incompiuto della riforma liturgica post-conciliare. Ecco un estratto dalle pagine 3-4 del testo, edito dalle pubblicazioni claretiane (Padre Augé potrà essere fiero dei suoi confratelli filippini…). Nel leggere di Bugnini, non dimentichiamo che la superbia è il peccato più inviso a Dio e gradito al demonio.


Dopo diversi decenni dalla riforma liturgica ci sono ancora contrastanti opinioni su ciò che il Concilio aveva veramente intenzione di realizzare. Ho avuto l'occasione di chiedere al padre Cipriano Vagaggini, un altro dei miei mentori e uno degli artefici della Costituzione liturgica, che cosa significasse "sostanziale unità del rito romano". La frase è oscura, e tuttavia cruciale per l’inculturazione. La sua risposta è stata assai rivelatrice: "Ho posto la stessa domanda quando stavamo stendendo la Costituzione, ma nessuno in commissione aveva una risposta!" Strane invero sono le vie dello Spirito durante il Concilio e sicuramente dopo il Concilio. Ma a cercar proprio una consolazione, la tensione può essere considerata un segno incoraggiante che l'interesse per la liturgia non è diminuito nel corso degli anni. Quando Gut Benno, Abate Primate della Confederazione Benedettina, fondò il Pontificio Istituto liturgico a Roma nel 1962, i professori di teologia, come profeti di sventura, lo avvisarono che la liturgia era una moda che non avrebbe superato la durata della loro vita.

Nel suo libro postumo, La riforma della liturgia, 1948-1975 Annibale Bugnini descrive la grande opposizione alla riforma conciliare e postconconciliare. Tra i gruppi più antagonistici che egli ha identificato, i seguenti chiaramente affiggono una mentalità di controcultura. Il primo è Una Voce, un gruppo internazionale, per la difesa del latino, del canto gregoriano e della polifonia sacra contro la musica moderna e in vernacolo. I secondi sono gruppi indipendenti che spesso erano ostili ai cambiamenti liturgici avanzati dalla Santa sede. Tra loro Bugnini nomina l'American Catholic Traditionalist Movement, e individui come il giornalista italiano Tito Casino [sic], che nel suo libro la tunica stracciata attaccò aciamente l'uso del vernacolo; il Cardinale Alfredo Ottaviani e il Cardinale Antonio Bacci, che hanno sostenuto strenuamente l’opposizione contro il nuovo Messale a causa dei suoi elementi asseritamente "eretici", "psicologicamente distruttivi" e "protestanti"; e il francese abbé Georges de Nantes, che chiese l'estromissione di Papa Paolo VI, accusato di eresia, di scisma e di scandalo. Anche alcuni dei fedeli devoti che frequentavano la Messa erano contrari all'uso del vernacolo. Nella Chiesa di Sant'Anselmo, un'anziana signora mi corresse mentre le stavo offrendo la comunione: "non dicitur ' Il corpo di Cristo,' sed 'Corpus Christi'!" (In latino perfetto lei mi esortò a dire "Il corpo di Cristo" in latino, non in italiano.)

Bugnini stesso, allora Segretario della Congregazione del culto divino, non è stato risparmiato. Era una persona sistematica che ha programmato la riforma liturgica e ha coraggiosamente spinto la sua attuazione contro tutte le opposizioni. Ricordo che in una delle sue visite al Pontificio Istituto liturgico ha dichiarato, "Io sono la riforma liturgica!" In più di un modo la sua autovalutazione era corretta. La riforma postconciliare non avrebbe progredito con passi da gigante se non fosse stato per il suo spirito intrepido e la sua tenacia. A coronamento delle sue realizzazioni liturgiche il Vaticano lo promosse al rango di delegato papale in Iran, dove divenne famoso nel mondo secolare per aver negoziato con successo il rilascio degli ostaggi americani.



L’autore spaccia come un'effettiva promozione al merito la cacciata a Teheran, che l’interessato stesso, ossia l’arcivescovo Bugnini, considerò nelle sue Memorie come un esilio dovuto al fatto che Paolo VI si era convinto della sua affiliazione massonica. Questo Ciupaciup filippino si spinge talmente nell’agiografia di sant’Annibale da oltrepassare ogni soglia del ridicolo e, soprattutto, della buona fede: è credibile che non abbia letto le Memorie del suo Maestro? Quanto al ruolo del pro-nunzio nel condurre quelle trattative con Komeini, la cosa ci giunge affatto nuova.
Comunque, una cosa da meditare che traspare da questo pur breve estratto è che la riforma liturgica fu l'opera di una ristrettissima minoranza, agguerrita e organizzata, sulle spalle dell'ecumene cristiana (il liturgista filippino non a caso menziona l'opposizione nelle parrocchie, o il ruolo decisivo dell'interventismo di Bugnini; e non dimentichiamo che la cosiddetta messa normativa, ossia il primo tentativo di nuova messa sottoposto al giudizio dei padri conciliari, a concilio finito, fu respinta, per poi entrare in vigore tal quale). La storia è mossa dalle minoranze: in questo, il marxismo-leninismo ha visto giusto. E allora, tradizionalisti di tutto il mondo, unitevi; e, per parodiare il Manifesto del partito comunista, aggiungiamo pure che uno spettro si aggira per l'Europa, quello del ritorno alla Liturgia di Sempre. E tutte le potenze ecclesiali della Vecchia Europa (e non solo) si sono coalizzate in una santa caccia alle streghe contro questo spettro...

Enrico
[Edited by Caterina63 10/16/2010 9:18 AM]
Fraternamente CaterinaLD

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Papa Paolo VI, nato Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini (in latino: Paulus VI; Concesio, 26 settembre 1897Castel Gandolfo, 6 agosto 1978), è stato il 262° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica a partire dal 21 giugno 1963 fino alla morte.

PER SAPERE TUTTO SU S.S. PAPA PAOLO VI, CLICCATE SU QUESTI LINK QUI SOTTO:

1 Biografia
1.1 Infanzia
1.2 Formazione
1.3 Ordinazione sacerdotale
1.4 Collaborazione con Pio XI e Pio XII
1.5 Arcivescovo di Milano

1.6 La nomina a cardinale e l'elezione
2 Pontificato
2.1 1963-1969
2.2 1968: l'enciclica Humanae Vitae
2.3 I viaggi
2.4 1970-1978
2.5 Papa riservato
2.6 Principali incontri e udienze
2.7 Riforme e innovazioni
3 Paolo VI nel ricordo dei suoi successori
4 Genealogia episcopale e successione apostolica
5 Onorificenze
6 Causa di Beatificazione
7 Opere di Paolo VI
7.1 Documenti ed Encicliche

7.2 Altri documenti
7.3 Bibliografia
7.4 Documentari
7.5 Filmografia
8 Centro Internazionale di Studi dell'Istituto Paolo VI
9 Voci correlate
10 Note
11 Altri progetti
12 Collegamenti esterni

Causa di Beatificazione
Per volere di papa Giovanni Paolo II, l'11 maggio 1993, il cardinale Camillo Ruini, al tempo Vicario per la Città di Roma, ha aperto il processo diocesano per la causa di Beatificazione di papa Paolo VI.
Attualmente è Servo di Dio.
 

http://www.gloria.tv/?media=11467


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7/27/2011 6:26 PM
 
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Liturgie Papali: la chiusura della III Sessione del Vaticano II


Immagini di un solenne 21 novembre 1964: Paolo VI entra in San Pietro assiso in gestatoria per chiudere la III Sessione del Concilio Vaticano II, nella Festa della Presentazione di Maria Ss.ma al Tempio. La Basilica vaticana è zeppa di mitrie bianche e sfoggia un Altare della Confessione dalle forme innovative: la mensa è quadrata e priva dei soliti svettanti candelieri, sostituiti da semplici portaceri. Rimane però centrale il Crocifisso. Il Pontefice, scortato dal Prefetto delle Celebrazioni Liturgiche Papali, il Vescovo Dante, sale all'Altare petrino attuando uno dei frutti della Riforma Liturgica conciliare in corso: la Concelebrazione. Mons. Dante sorregge ancora la bugia ad un Paolo VI che all'Altare veste la moderna casula -come gli altri Celebranti- coperta però dal serico fanone pontificio (che resisterà ancora per un breve periodo, prima della totale archiviazione). Papa Montini indossa pure la mitria preziosa ricevuta in dono dai milanesi nel '55, nel giorno dell'Insediamento alla Cattedra ambrosiana. A Celebrazione conclusa, il Santo Padre, dopo aver indossato il manto ed essersi portato al trono, pronuncia l'Allocuzione alla Chiusura. Dopo qualche settimana, partirà per lo storico viaggio in India.


 






"Ecco la Gerarchia cattolica, che deve formare e governare il popolo santo di Dio, è convenuta qui in un’unica sede, con un sentimento unanime, un’unica preghiera, una sola fede, una sola carità sulle labbra e nel cuore; ecco questa incomparabile assemblea, che non ci stanchiamo di ammirare, né mai potremo dimenticare, perché aspira alla gloria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ed è intenta a rievocare il messaggio altissimo della Rivelazione ed a scrutarne il vero ed intimo significato; ecco persone riunite insieme, aliene come nessun altro dalla ricerca del proprio utile e delle vanità; tese come nessun altro ad offrire testimonianza alla verità divina; uomini certo deboli e non immuni da errori, ma persuasi di poter pronunziare verità che non possono in nessun modo venir messe in discussione o aver fine; uomini, vogliamo dire, figli di questo tempo e di questa terra, ma innalzati sopra il tempo e la terra per caricarsi sulle spalle i pesi dei loro fratelli e condurli alla salvezza spirituale; uomini dotati della volontà di dedicarsi totalmente, infiammati di un amore che è più grande dello stesso animo in cui arde, spinti da un impulso che potrebbe sembrare temerario, ma che è associato alla serena fiducia di saper indagare il senso della vita umana e della storia e di dar loro valore, grandezza, bellezza, unitarietà in Cristo; soltanto in Cristo Signore! Questo suscita meraviglia, Venerabili Fratelli, che siete qui presenti; questo suscita meraviglia, uomini che ci guardate stando fuori. Potremo mai vedere spettacolo più grande, più religioso, più commovente, più solenne?"
alla chiusura della III Sezione del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Fraternamente CaterinaLD

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S. Ecc. Mons. Marcel Lefebvre

Paolo VI, Papa liberale




  
Ripreso dal libro di Mons. Marcel Lefebvre,
Lo hanno detronizzato,
ed. Amicizia Cristiana, Chieti, 2009, cap. XXXI, pp. 231-237

I neretti sono nostri

 

Forse voi vi domanderete: come è stato possibile questo trionfo del liberalismo a opera dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI, e a opera di un concilio, il Vaticano II? 
Questa catastrofe è conciliabile con le promesse fatte da Nostro Signore a Pietro e alla sua Chiesa: «Le porte dell’Inferno non prevarranno contro di Essa» (Mt 16,18); «lo sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt28,20)? 

lo penso che non ci sia contraddizione. Infatti, nella misura in cui questi Papi e il Concilio hanno trascurato o rifiutato di porre in atto la loro infallibilità, di fare appello a quel carisma che è loro garantito dallo Spirito Santo a condizione che vogliano ben utilizzarlo, costoro hanno potuto commettere errori dottrinali o a più forte ragione consentire che il nemico penetrasse nella Chiesa col favore della loro negligenza o della loro complicità. 
Fino a che punto furono complici? 
Di quali mancanze furono colpevoli? 
In quale misura la loro stessa funzione fu messa in dubbio? 

È assolutamente evidente che un giorno la Chiesa giudicherà questo concilio, giudicherà questi Papi, dovrà pur farlo. 
In particolare, come sarà giudicato papa Paolo VI? 
Alcuni affermano che fu eretico, scismatico e apostata; altri credono di essere in grado di dimostrare che Paolo VI non poteva mirare al bene della Chiesa, e che di conseguenza non fu Papa: è la tesi della Sedes vacans. 
Non dico che tali opinioni non abbiano qualche argomento a loro favore. Forse, potreste obiettarmi, fra trent’anni si scopriranno cose che erano nascoste, si scorgeranno meglio elementi che sarebbero dovuti balzare agli occhi dei contemporanei, affermazioni di questo Papa assolutamente contrarie alla tradizione della Chiesa, eccetera… Forse. 
Ma non credo sia necessario ricorrere a questa spiegazione; penso addirittura che sia un errore seguire queste ipotesi. 

Altri pensano, in maniera semplicista, che all’epoca ci furono due Papi: uno, quello vero, era imprigionato nei sotterranei del Vaticano, mentre l’altro, l’impostore, il sosia, sedeva sul trono di Pietro, per la disgrazia della Chiesa. Sono apparsi libri sui due Papi, fondati sulle rivelazioni di una persona posseduta dal demonio e su argomenti sedicenti scientifici, che assicurano, per esempio, che la voce del sosia non è quella del vero Paolo VI! 
Altri infine pensano che Paolo VI non fu responsabile dei suoi atti, prigioniero com’era della sua cerchia, addirittura drogato, cosa che sembra risultare da parecchie testimonianze che mostrano un Papa fisicamente esausto, che bisogna sorreggere, eccetera… Soluzione anche troppo semplicea mio parere, perché in tal caso avremmo soltanto dovuto attendere un prossimo Papa. E noi abbiamo avuto (non parlo di Giovanni Paolo I che ha regnato solo un mese) un altro Papa, Giovanni Paolo II, che ha proseguito senza variazioni lungo la linea tracciata da Paolo VI. 

La soluzione reale mi sembra un’altra, molto più complessa, penosa e dolorosa. Essa viene fornita da un amico di Paolo VI, il cardinale Daniélou. Nei suoi Mémoires, pubblicati da un membro della sua famiglia, il Cardinale dice esplicitamente: «È evidente che Paolo VI è un Papa liberale.» 
Ed è la soluzione che sembra la più verosimile da un punto di vista storico: perché questo Papa è come un frutto del liberalismo, tutta la sua vita è stata impregnata dall’influenza degli uomini che lo circondavano o ch’egli ha preso per maestri e che erano dei liberali. 
Egli non ha nascosto le sue simpatie liberali: al Concilio, i quattro uomini che nominò moderatori al posto dei presidenti designati da Giovanni XXIII furono, con il cardinale Agagianian, Cardinale di Curia senza personalità, i cardinali Lercara, Suenens e Dopfner, tutti e tre liberali e suoi amici. I presidenti furono relegati in secondo piano, al tavolo d’onore, e furono questi tre moderatori che diressero le discussioni del Concilio. 
E allo stesso modo Paolo VI sostenne per tutto il Concilio la fazione liberale che si opponeva alla tradizione della Chiesa. Sono fatti noti. 
Alla fine del Concilio Paolo VI ha ripetuto - ve le ho citate - le parole di Lamennais, testualmente: «la Chiesa non domanda che la libertà»; dottrina condannata da Gregorio XVI e da Pio IX! 

Non si può negare che Paolo VI sia stato segnato profondamente dal liberalismo. Questo spiega l’evoluzione storica vissuta dalla Chiesa in questi ultimi decenni, e caratterizza molto bene il comportamento personale di Paolo VI. 
Il liberale, ve l’ho detto, è un uomo che vive perpetuamente nella contraddizione: afferma i princìpi, ma fa il contrario, è perpetuamente nell’incoerenza. 
Lasciatemi citare alcuni esempi di questi binomi tesi-antitesi che Paolo VI eccelleva nel porre come altrettanti problemi insolubili che riflettevano il suo spirito ansioso e paradossale: l’Enciclica Ecclesiam suam, del 6 agosto 1964, che è la carta del suo pontificato, ne costituisce un paradigma: 
«Se davvero la Chiesa, come Noi dicevamo, ha coscienza di quel che il Signore vuole che essa sia, sorgono in lei una singolare pienezza e un bisogno di espressione, con la chiara coscienza di una missione che la oltrepassa e di una novella da diffondere. È l’obbligo di evangelizzare. È il mandato missionario. È il dovere di apostolato [ ... ] Noi lo sappiamo bene: “andate dunque, insegnate a tutte le nazioni” è l’ultimo comandamento del Cristo ai suoi Apostoli. Costoro definiscono la loro irrecusabile missione col nome stesso di Apostoli.» 

Questa è la tesi, ed ecco l’antitesi, immediatamente: 
«A proposito di questo impulso interiore di carità che tende a tradursi in un dono esteriore, Noi utilizzeremo il nome, oggi divenuto consueto, didialogo. 
«La Chiesa deve entrare in dialogo col mondo nel quale essa vive. La Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa conversazione.» 

Infine viene il tentativo di sintesi, che non fa che consacrare l’antitesi: 
«[ ... ] Ben prima di convertire il mondo, anzi, per convertirlo, bisogna avvicinarlo e parlargli.» (1

Più gravi e più caratteristiche della psicologia liberale di Paolo VI sono le parole con le quali affermò, dopo il Concilio, la soppressione del latino nella liturgia; dopo aver ricordato tutti i vantaggi del latino, lingua sacra, lingua fissa, lingua universale, chiede, in nome dell’adattamento, il “sacrificio” del latino, pur ammettendo che questa sarà una grande perdita per la Chiesa! 
Ecco le parole stesse di Paolo VI, riportate da Louis Salleron nella sua operaLa nouvelle messe (2): 
Il 7 marzo 1965, dichiarava ai fedeli raccolti in piazza San Pietro:
«È un sacrificio che la Chiesa compie, rinunciando al latino, lingua sacra, bella, espressiva, elegante. Essa ha sacrificato secoli di tradizione e di unità della lingua per un’aspirazione sempre più grande all’universalità.» 

E il 4 maggio 1967 questo “sacrificio” veniva consumato, con l’IstruzioneTres abhinc annos che stabiliva l’uso della lingua volgare per la recita, a voce alta, del Canone della messa. 
Questo “sacrificio”, nello spirito di Paolo VI, sembra sia stato definitivo. 
Lo spiegò nuovamente, il 26 novembre 1969, presentando il nuovo rito della messa: 
«Non è più il latino, ma la lingua corrente che sarà la lingua principale della messa. Per chiunque conosca la bellezza, la forza del latino, la sua capacità di esprimere le cose sacre, sarà certamente un grande sacrificio vederlo sostituito dalla lingua corrente. Noi perdiamo la lingua di secoli cristiani, diventiamo come degli intrusi e dei profani nell’ambito letterario dell’espressione sacra. Perdiamo dunque in gran parte questa mirabile e incomparabile ricchezza artistica e spirituale che è il canto gregoriano. Abbiamo certamente motivo di provarne rimpianto e quasi smarrimento.» 

Tutto doveva dunque dissuadere Paolo VI dal compiere questo "sacrificio" e indurlo a mantenere il latino. 
Ma no; compiacendosi del suo “smarrimento” in un modo singolarmente masochista, agirà al contrario dei princìpi che ha appena enumerato, e decreterà il “sacrificio” in nome della “comprensione della preghiera”, argomento specioso che fu solo il pretesto dei modernisti. 

Il latino non è stato mai un ostacolo alla conversione degli infedeli o alla loro educazione cristiana, anzi tutto il contrario: i popoli semplici dell’Africa e dell’Asia amano il canto gregoriano e questa lingua unica e sacra, segno della loro appartenenza alla cattolicità. E l’esperienza prova che proprio dove il latino non fu imposto dai missionari della Chiesa latina, vennero deposti germi di scismi futuri. Paolo VI pronunzia dunque la contraddittoria sentenza:
«La risposta sembra banale e prosaica - dice - ma è buona, perché umana e apostolica. La comprensione della preghiera è più preziosa dei vetusti indumenti di seta dei quali essa si è regalmente adornata. Più preziosa è la partecipazione del popolo, di questo popolo di oggi che vuole gli si parli chiaramente, in una maniera intelligibile ch’esso possa tradurre nel suo linguaggio profano. Se la nobile lingua latina ci taglia fuori dai bambini, dai giovani, dal mondo del lavoro e degli affari, se essa è uno schermo opaco invece che un cristallo trasparente, faremmo bene i calcoli, noi pescatori d’anime serbandole l’esclusiva nel linguaggio della preghiera e della religione?» 

Che confusione mentale, ahimè! 
Chi m’impedisce di pregare nella mia lingua? 
Ma la preghiera liturgica non è una preghiera privata, è la preghiera di tutta la Chiesa. 
Per di più, altra deplorevole confusione, la liturgia non è un insegnamentorivolto al popolo, ma il culto rivolto dal popolo cristiano a Dio. Una cosa è il catechismo, un’altra la liturgia! Non si tratta, per il popolo raccolto in Chiesa, “che gli si parli chiaramente”, ma che questo popolo possa lodare Dio nel modo più bello, più sacro, più solenne che c’è! 
«Pregare Dio al di sopra della bellezza», questa era la massima liturgica di san Pio X. Come aveva ragione! 

Vedete, il liberale è uno spirito paradossale e confuso, ango¬sciato e contraddittorio. Appunto questo fu Paolo VI. 
Louis Salleron lo spiega benissimo, quando descrive l’aspetto fisico di Paolo VI: dice che "ha due facce". Non parla di doppiezza, giacché questo termine esprime un’intenzione perversa di ingannare, che non era presente in Paolo VI. 
No, è un personaggio doppio, il cui viso combattuto esprime la duplicità: ora tradizionale a parole, ora modernista nelle sue azioni; ora cattolico nelle sue premesse, nei suoi princìpi e ora progressista nelle sue conclusioni, non condannando quel che dovrebbe condannare e condannando quel che dovrebbe conservare! 

Grazie a tale debolezza psicologica, questo Papa ha offerto un’occasione d’oro, una possibilità notevole ai nemici della Chiesa di servirsi di lui: pur mantenendo un volto (o mezzo volto, come si preferisce) cattolico, non ha esitato a contraddire la tradizione, si è mostrato favorevole al cambiamento, ha battezzato mutamento e progresso, e in tal modo è andato nel senso di tutti i nemici della Chiesa, che lo hanno incoraggiato. 
Non si vide un giorno, nel 1976, la “Izvestia”, organo del partito comunista sovietico, esigere da Paolo VI, in nome del Vaticano II, la mia condanna e quella di Ecône? 
Allo stesso modo, il giornale comunista italiano “L’Unità” espresse una richiesta dello stesso tenore, dedicandovi una pagina intera, all’epoca del sermone che io pronunciai a Lille il 29 agosto 1976, tanto era furioso per i miei attacchi contro il comunismo! «Prendete coscienza - vi si scriveva rivolgendosi a Paolo VI - prendete coscienza del pericolo che rappresenta Lefebvre, e proseguite nel magnifico movimento di avvicinamento iniziato con l’ecumenismo del Vaticano II.» 
È un po’ imbarazzante avere amici come questi, non vi pare? 
Triste applicazione di una regola che abbiamo già riscontrato: il liberalismo porta dal compromesso al tradimento. 

La psicologia di un tal Papa liberale può essere concepita con relativa facilità, ma è ben difficile da sopportare! 
Ci pone in effetti in una situazione molto delicata nei confronti di un capo del genere, si tratti di Paolo VI o di Giovanni Paolo II … In pratica il nostro atteggiamento deve fondarsi su un discernimento preliminare, reso necessario dalle straordinarie circostanze di un Papa guadagnato al liberalismo. 
Ecco questo discernimento: quando il Papa dice qualcosa che è conforme alla tradizione, noi lo seguiamo; quando dice qualcosa che va contro la nostra fede, o che incoraggia, o che lascia fare qualcosa che nuoce alla nostra fede, allora noi non possiamo seguirlo! E questo per la ragione fondamentale che la Chiesa, il Papa, la gerarchia sono al servizio della fede. Non sono loro che fanno la fede, essi devo¬no servirla. La fede non si fa, essa è immutabile, si trasmette. 
Per questo motivo noi non possiamo seguire gli atti di questi Papi che si sono prefissi lo scopo di confermare un’azione che va contro la tradizione: se lo facessimo, noi collaboreremmo all’autodemolizione della Chiesa, alla distruzione della nostra fede! 

Ed è chiaro che quel che ci viene incessantemente richiesto, completa sottomissione al Papa, completa sottomissione al Concilio, accettazione di tutta la riforma liturgica, va in un senso contrario alla tradizione, nella misura in cui il Papa, il Concilio e le riforme ci trascinano lontano dalla tradizione, come i fatti dimostrano ogni anno di più. Dunque chiederci questo significa chiederci di collaborare alla sparizione della fede. Impossibile! 

I martiri sono morti per difendere la fede; abbiamo l’esempio di cristiani gettati in carcere, torturati, mandati nei campi di concentramento per la loro fede! Un grano d’incenso offerto alla divinità e, oplà, avrebbero avuto salva la vita. 

Una volta mi venne consigliato: «Firmate, firmate che accettate tutto, e poi continuate come prima!» 
No! Non si gioca con la propria fede! 


NOTE
1) Documents pontificaux de Paul VI, cit., pp. 677-679. 
2) L. Salleron, La nouvelle messe, Nouvelles éditiones latines, Paris, 1976, 2a edizione, p. 83. 


ottobre 2014

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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