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Enciclica del beato Pio IX - I PERICOLI DELLA FEDE E LA DEVOZIONE ALL'EUCARESTIA

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Enciclica del beato Pio IX - I PERICOLI DELLA FEDE E LA DEVOZIONE ALL'EUCARESTIA


I pericoli della Fede (Pio IX). "Voi sapete e vedete siccome noi"...

I PERICOLI DELLA FEDE IN ITALIA

ENCICLICA DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX

8 DICEMBRE DEL 1849.

AGLI ARCIVESCOVI E VESCOVI D’ITALIA

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Venerabili Fratelli,



Salute ed Apostolica Benedizione
Pio IXVoi sapete e vedete siccome noi, Venerabili Fratelli, per quale perversità hanno prevaluto in questi ultimi tempi certi uomini perduti, nemici d’ogni verità, d’ogni giustizia, i quali, sia colla frode e con artifizi d’ogni maniera, sia ancora apertamente e gittando, come mare spumoso, la feccia delle loro nequizie, si sforzano di spandere per ogni dove, tra i popoli fedeli d’Italia, la sfrenata licenza del pensiero, della parola, di ogni atto empio ed audace, per abbattere nell’Italia stessa la religione cattolica e, se fosse possibile, schiantarla dalle fondamenta. Tutto il piano del loro diabolico divisamento si è rivelato in diversi luoghi, ma specialmente nella diletta città, sede del supremo Nostro Pontificato, nella quale, dopo averci costretti ad abbandonarla, essi poterono per alcuni mesi dar più libero sfogo a tutti i loro furori.

Là, in un orribile e sacrilego tramestamento delle cose divine ed umane, la loro rabbia s’accrebbe a tal punto, che, disprezzando l’autorità dell’illustre Clero di Roma e dei Prelati, che per ordine Nostro stavano intrepidi alla sua testa, non li lasciarono neppure continuar in pace l’opera del santo lor ministero, e senza pietà pei poveri malati in preda alle angoscie della morte, allontanavano da loro tutti i soccorsi della religione e li costringevano a morire tra le braccia delle prostituite.

Ora benchè la città di Roma e le altre provincie del pontificio dominio siano state, grazie alla misericordia di Dio, restituite, mediante le armi delle nazioni cattoliche, al nostro temporale governo; benchè le guerre ed i disordini che ne sono la conseguenza, siano egualmente cessate nelle altre contrade d’Italia, cotesti infami nemici di Dio e degli uomini non desistettero però, nè desistono dal loro lavoro di distruzione; essi non possono adoperare la forza aperta, e ricorrono perciò ad altri mezzi, quali velati sotto fraudolenti apparenze, quali visibili a tutti. In mezzo a sì grandi difficoltà portando Noi il carico supremo di tutto il gregge del Signore, e penetrati essendo dalla più profonda afflizione alla vista dei pericoli cui vanno specialmente esposte le Chiese d’Italia, riesce però alla nostra infermità, fra tanti dolori, di grande consolazione, o Venerabili Fratelli, lo zelo pastorale, del quale voi, anche nel più forte della burrasca testà passata, deste tante prove, e che si manifesta ogni giorno con sempre più splendide testimonianze.

Ciò non pertanto la gravità delle circostanze ci stimola ad eccitare anche più vivamente colle nostre parole ed esortazioni, secondo il dovere del nostro apostolico ufficio, la vostra fraternità, chiamata a parte delle nostre sollecitudini, a combattere e con noi e nell’unità le guerre del Signore, e preparare ed a prendere d’unanime consenso tutte quelle misure, per le quali colla benedizione di Dio, ne venga dato riparare al male già fatto in Italia alla nostra santissima religione, e siano pervenuti e respinti i pericoli, de’ quali un avvenire prossimo la minaccia.

Tra le frodi senza numero che i suddetti nemici della Chiesa sogliono adoperare per mettere in uggia agl’Italiani la fede cattolica, una delle più perfide si è l’affermare che essi fanno impudentemente e spacciare per tutto a piena gola, che la cattolica religione è un ostacolo alla gloria, alla grandezza, alla prosperità dell’italica nazione, e che perciò, per restituire all’Italia lo splendore degli antichi tempi, vale a dire dei tempi pagani, gioco forza è toglier di mezzo la religione cattolica, ed in sua vece insinuare, propagare e stabilire gl’insegnamenti de’ protestanti e le loro conventicole. Non si sa qual cosa in tali affermazioni ]sia più detestabile; se la perfidia dell’empietà furibonda, ovvero l’impudenza della sfrontata menzogna.

Il bene spirituale per cui, sottratti noi alla potestà delle tenebre, siam trasportati nella luce di Dio e, giustificati colla grazia, siam fatti eredi del Cristo nella speranza della vita eterna, questo bene delle anime derivante dalla santità della religione cattolica è certamente di tal pregio e valore che, a petto di esso, tutta la gloria e felicità di questo mondo deve essere riguardata come puro nulla: «Quid enim prodest homini si mundum universum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur? aut quam dabit homo commutationem pro anima sua? (1)» Ma tanto è lungi che la professione della vera fede abbia cagionato alla gente italica i danni temporali di cui si parla, che anzi alla sola religione cattolica essa va debitrice, se nello sfasciarsi del romano impero ella non fu ravvolta nella rovina che toccò ai popoli dell’Assiria, della Caldea, della Media, della Persia, della Macedonia.

In fatti, nessun uomo leggermente istruito ignora che non solo la santissima religione del Cristo ha liberato l’Italia dalle tenebre di tanti e sì gravi errori che tutta la coprivano, ma di più frammezzo alle rovine dell’antico impero, e le invasioni de’ barbari devastanti tutta Europa l’ha innalzata in gloria e grandezza sopra tutte le nazioni del mondo, per forma che par singolar beneficio di Dio, possedendo l’Italia nel suo seno la sacra cattedra di Pietro, ottenne per la divina religione un impero troppo più solido ed esteso, che non l’antica sua terrestre denominazione. Questo peculiarissimo privilegio di possedere la sedia apostolica, e del metter che fece conseguentemente la religione cattolica più forti e profonde radici tra i popoli d’Italia, fu per lei la sorgente di altri insigni ed innumerevoli beneficii. Imperocchè la santissima religione del Cristo, maestra della vera sapienza, protettrice e vindice dell’umanità, madre feconda di tutte virtù, spense nell’animo degl’Italiani quella sete funesta di gloria, che avea trascinati i loro maggiori a fare perpetuamente la guerra, a tener i popoli stranieri nell’oppressione, a ridurre, secondo il diritto di guerra allor vigente, un’immensa quantità d’uomini alla più dura schiavitù, e nello stesso tempo rischiarando le loro menti cogli splendori della cattolica verità, li recò con potente impulso alla pratica della giustizia, della misericordia, alle opere più magnifiche di pietà verso Dio e di beneficenza verso gli uomini. Di che sorsero nelle principali città italiane tante sante basiliche ed altri monumenti delle età cristiane, i quali non furono già l’opera dolorosa di una moltitudine gemente nel servaggio, sì veramente il libero frutto di una carità vivificante. Al che voglionsi aggiungere le pie istituzioni d’ogni maniera consacrate sia all’esercizio della vita religiosa, sia all’educazione della gioventù, alle lettere, alle arti, alla savia coltura delle scienze, sia infine al sollievo degl’infermi e degl’indigenti.

Tale è dunque quella religione divina, che abbraccia: sotto tanti titoli diversi, la salute, la gloria e la felicità dell’Italia, quella religione che oggidì si vorrebbe far rinnegare ai Popoli della Penisola. Noi non possiamo trattenere le lagrime, Ven. Fr., nel vedere che si trovano in quest’ora degl’Italiani così perversi, così acceccati da miserabili illusioni, che non temono di applaudire alle depravate dottrine degli empii, e cospirare con essi alla rovina della lor patria. Ma voi troppo sapete Ven. Fr., che i principali autori di questa orribile macchinazione hanno per iscopo di spingere i popoli, agitati da ogni vento di perverse dottrine, al sovvertimento d’ogni ordine nelle cose umane, e di traboccarli negli orrendi sistemi del nuovo socialismo e del comunismo.

Ora cotesti uomini ben sanno e il veggono per la lunga esperienza di molti secoli, che e’ non possono sperare nessun assenso per parte della Chiesa cattolica, la quale, custode gelosissima del deposito della Rivelazione, non soffre mai che nè un apice sia tolto od aggiunto alle verità proposte dalla Fede. Quindi è che eglino son venuti nel disegno di trarre gl’Italiani alle opinioni ed alle conventicole dei protestanti, nelle quali (ripetono essi continuamente a fin di sedurli) non si deve vedere altro che una forma differente della stessa vera religione cristiana, in cui si può piacere a Dio egualmente che nella Chiesa cattolica. Frattanto essi sanno benissimo che nulla può tornar più utile all’empia lor causa, che il primo principio del protestantismo , il principio della libera interpretazione delle Sacre Scritture, fatto dal privato giudizio di ciascuno. Posto questo, dopo aver abusato delle Sacre Scritture, traendole a cattivo senso per ispandere i loro errori, essi sperano di potere, quasi in nome di Dio, spingere dipoi gli uomini, già gonfii dell’orgogliosa licenza di giudicare delle cose divine, a rivocar in dubbio eziandio i principii comuni del giusto e dell’onesto.

Piaccia a Dio, Ven. Fratelli, piaccia a Dio che l’Italia, nella quale le altre Nazioni sono avvezze ad attingere le acque pure della sana dottrina, perchè la Sede Apostolica è stabilita a Roma, non divenga per esse d’or in poi una pietra d’inciampo e di scandalo! Piaccia a Dio che questa cara porzione della Vigna del Signore non sia lasciata in preda alle fiere! Piaccia a Dio che i popoli italiani, dopo aver bevuta la demenza alla coppa avvelenata di Babilonia, non arrivino mai ad impugnar armi parricide contro la Chiesa lor madre! Quanto a Noi ed a Voi, cui Dio nel suo segreto giudizio ha riserbati a tempi di sì gran pericolo, guardiamoci bene dal temere le astuzie e gli attacchi di cotesti uomini che cospirano contro la Fede d’Italia, quasichè noi dovessimo vincerli colle nostre proprie forze, mentre che il Cristo è il nostro consiglio e la nostra forza; il Cristo, senza del quale possiamo nulla, ma col quale possiamo tutto (2). Operate dunque, Ven. Fratelli, operate, vegliate con attenzione sempre maggiore sul gregge che vi è affidato, e fate tutti i vostri sforzi per difenderlo dalle insidie e dagli attacchi dei lupi rapaci. Comunicatevi vicendevolmente i vostri disegni, continuate, siccome avete già cominciato, a tenere riunioni tra di voi, affinchè, dopo avere scoperto per comune investigazione l’origine dei nostri mali, e, secondo la diversità dei luoghi, le sorgenti principali dei pericoli, voi possiate trovarvi, sotto l’autorità e la condotta della S. Sede, i rimedi più pronti, ed applichiate così, d’unanime accordo con Noi, coll’aiuto di Dio e con tutto il vigore dello zelo pastorale, le vostre cure e le vostre fatiche a render vani tutti gli sforzi, tutti gli artifizii, tutte le trame e tutte le macchinazioni dei nemici della Chiesa.


A questo fine bisogna che vi adoperiate continuamente, per timore che il popolo, troppo poco istruito intorno alla dottrina cristiana ed alla legge del Signore, istupidito dalla lunga licenza dei vizii, a mala pena arrivi poi a distinguere gli agguati che gli son tesi, e la tristizia degli errori che gli son proposti. Noi domandiamo con istanza alla vostra pastorale sollecitudine, Ven. Fratelli, di non cessar mai dall’adoperare tutte le vostre cure, acciocchè i fedeli a voi confidati vengano ammaestrati, secondo l’intelligenza di ciascuno, circa i santissimi dogmi e precetti di nostra religione, e nello stesso tempo siano avvertiti ed eccitati con tutti i mezzi a confermar a questi la loro vita ed i loro costumi.

Infiammate per questo fine lo zelo degli ecclesiastici, specialmente di quelli che hanno cura di anime, affinchè, meditando profondamente sul ministero ricevuto dal Signore, e tenendo dinanzi gl’occhi le prescrizioni del Concilio di Trento (3), si adoperino colla massima attività, secondo che esige la necessità dei tempi, all’istruzione del popolo, e procaccino d’imprimere in tutti i cuori le sacre verità, gli avvisi della salute, facendo loro conoscere con discorsi brevi e semplici i vizii che debbono fuggire per evitare la pena eterna, le virtù che deggiono praticare per ottenere la gloria celeste.

Bisogna invigilare specialmente a ciò che i fedeli stessi abbiano profondamente scolpito nell’animo il dogma della nostra santissima religione sulla necessità della Fede cattolica per ottener la salute (4). A quest’effetto sarà sommamente vantaggioso che, nelle pubbliche preghiere, i fedeli uniti al Clero rendano di tanto in tanto particolari azioni di grazie a Dio per l’inestimabile beneficio della religione cattolica, della quale van tutti debitori alla sua infinita bontà, e chiedano umilmente al Padre delle misericordie di degnarsi di proteggere e conservar intatta nelle nostre contrade la professione di questa medesima religione.

Tuttavia voi vi farete uno studio speciale di amministrare a tutti i fedeli, in tempo conveniente, il sacramento della Confermazione, il quale, per sommo benefizio di Dio, conferisce la forza di una grazia particolare per confessare con costanza la Fede cattolica anche fra’ più gravi pericoli. Voi non ignorate pure esser molto conducevole allo stesso fine, che i Fedeli, purificati dalle sozzure dei loro peccati, espiati con una sincera detestazione e col sacramento della Penitenza, ricevano frequentemente e con divozione la Santissima Eucaristia, la quale è il cibo spirituale delle anime, l’antidoto che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali; il simbolo di quel solo corpo di cui Cristo è il capo, ed al quale Egli volle che noi fossimo raggiunti col legame sì forte della Fede, della Speranza e della Carità, affinchè formiamo tutti un sol corpo, e non siano scismi tra noi (5). Noi non dubitiamo punto che i parrochi i loro vicari e gli altri sacerdoti, i quali in certi giorni, e specialmente nel tempo del digiuno, lavorano nel ministero della predicazione, non siano per farsi premura di prestarvi il loro concorso in tutte queste cose. Ciò non pertanto, bisogna di tempo in tempo confortare le loro sollecitudini coi soccorsi straordinarii degli esercizi spirituali e delle sante missioni, le quali, quando sono affidate a uomini capaci, sono, colla benedizione di Dio, utilissime a rinfiammare la pietà dei buoni, eccitare a salutar penitenza i peccatori e gli uomini depravati da inveterate abitudini viziose; far crescere il popolo fedele nella scienza di Dio, condurlo a praticare ogni sorta di bene, e munendolo cogl’abbondanti aiuti della grazia celeste inspirargli un’invincibile orrore per le dottrine perverse dei nemici della Chiesa.

Del resto in tutte queste cose le vostre cure e quelle dei sacerdoti vostri cooperatori tenderanno particolarmente a far concepire ai fedeli il più grande orrore per quei delitti che si commettono con grande scandalo del prossimo. Imperocchè voi ben sapete quanto è cresciuto in diversi luoghi il numero di coloro che osano bestemmiare pubblicamente i santi del Cielo e lo stesso Santissimo nome di Dio, o che sono conosciuti come concubinari e talora anche incestuosi, o che ne’ giorni festivi si danno alle opere servili, tenendo aperte le botteghe, o che, anche in presenza di molti, disprezzano i precetti del digiuno e dell’astinenza, o che finalmente non arrossiscono di commettere allo stesso modo altri diversi delitti. Alla voce del vostro zelo il popolo si rappresenti e consideri seriamente l’enorme gravezza di cotesti peccati e le pene severissime onde saranno puniti i loro autori, tanto per la colpa lor propria, che pel pericolo spirituale a cui essi espongono i loro fratelli pel contagio del loro mal esempio. Imperocchè sia scritto: Vae mundo a scandalis.... Vae homini illi per quem scandalum venit (6).

Tra i diversi generi di lumi con che i più sottili nemici della Chiesa e dell’umana società cercano d’invescar i popoli, uno de’ principali è certamente quello che essi avean già preparato da lunga mano nei colpevoli loro disegni, cioè l’uso depravato dell’arte della stampa. Essi vi si appigliano con tutta l’anima, per forma che non passano un giorno senza moltiplicare e spargere nelle popolazioni libelli empi, giornali, fogli volanti pieni di menzogne, di calunnie, di seduzioni. Non basta; servendosi dei soccorsi delle società bibliche già da lunga pezza condannate dalla S. Sede (7), essi non vergognano di diffondere gran numero di Sacre Bibbie tradotte, senza che si siano osservate le regole della Chiesa (8), in lingua volgare, profondamente alterate e tratte a cattivo senso con audacia inaudita, e di raccomandarne la lettura al popolo fedele, sotto un falso pretesto di religione. Voi intendete ottimamente nella vostra saviezza, Ven. Fratelli, con quanta vigilanza e sollecitudine voi dobbiate affaticarvi acciò che i fedeli rifuggano con orrore da questa avvelenata lettura, e si ricordino che, in quanto alle Divine Scritture segnatamente, nessuno appoggiato alla propria prudenza può arrogarsi il diritto ed avere la presunzione d’interpretarle altramente che non le ha interpretate e le interpreta la Santa Chiesa nostra madre, alla quale sola Cristo Signor nostro ha confidato il deposito della Fede, il giudizio sul vero senso dei libri divini (9). Sarà cosa utilissima, Venerabili Fratelli, per arrestare l’infezione dei libri cattivi, che libri della stessa mole, scritti da uomini forniti di scienza sana e distinta, e previamente da voi approvati, siano pubblicati per l’edificazione della Fede, e la salutare educazione del popolo. Voi vi adoprerete affinchè cotesti libri ed altre di dottrina egualmente pura, scritti da altri uomini secondo l’esigenza dei luoghi e delle persone, siano diffusi tra i fedeli.


Tutti coloro che cooperano con voi alla difesa della Fede avranno specialmenle in mira di far penetrare, rassodare e scolpire profondamente nell’animo de’ vostri fedeli la pietà la venerazione ed il rispetto verso questa suprema Sede di Pietro, sentimenti questi, pei quali voi eminentemente vi distinguete, o Venerabili fratelli. Si rammentano i popoli fedeli che qui vive e presiede, nella persona de’ suoi successori, Pietro il principe degli Apostoli (10), la cui dignità non è separata dalla persona del suo indegno erede (11). Si sovvengano che G. Cristo Signor Nostro ha collocato su questa cattedra di Pietro l’inespugnabile fondamento della sua Chiesa (12), e che a Pietro Egli ha date le chiavi del regno de’ cieli (13), e che perciò Egli ha pregato, affinchè la Fede di Pietro non venisse mai meno, e comandato a Pietro di confermare i suoi fratelli in questa Fede (14), di qualità che il Successore di Pietro, il Romano Pontefice, tenendo il primato in tutto l’universo è il vero Vicario di G. C., il Capo di tutta la Chiesa, il Padre ed il Dottore di tutti i cristiani (15).

Egli è nel mantenimento di quest’unione comune dei popoli nell’ubbidienza al Pontefice Romano che dimora il mezzo più spedito e più diretto per conservarli nella professione della cattolica verità. Infatti non è possibile ribellarsi alla Fede cattolica senza rigettare ad un tempo l’autorità della Chiesa romana, nella quale risiede il magistero irreformabile della Fede, fondato dal Divin Redentore, e nella quale, per conseguenza, fu sempre conservata l’Apostolica tradizione. Quindi nasce che gli antichi eretici ed i protestanti moderni, così divisi nel resto delle loro opinioni, sono tutti unanimi nell’attaccare l’autorità della Sede Apostolica, cui non poterono però mai in nessun tempo e con nessun artificio o macchinazione, indurre e tollerare neppur uno dei loro errori. Quindi è parimenti che gli attuali nemici di Dio e dell’umana famiglia niun mezzo tralasciano per istrappare i popoli italiani dalla Nostra ubbidienza e dall’ubbidienza della Santa Sede, persuasi che, ottenuto questo troppo verrà lor fatto di ammorbare l’Italia coll’empietà delle loro dottrine e colla peste dei loro nuovi sistemi.


Quanto a questa dottrina di depravazione ed a cotesti sistemi, tutto il mondo conosce che il loro scopo primario si è di spargere nel popolo, abusando delle parole di libertà e di eguaglianza, i perniciosi trovati del comunismo e del socialismo. È cosa evidente che i capi, vuoi del comunismo, vuoi del socialismo, avvegnacchè adoperino metodi e mezzi differenti, hanno per iscopo comune di tenere in continua agitazione ed avvezzare a poco a poco ad atti, anche più criminosi gli operai e gli uomini d’inferior condizione, ingannati dal loro scaltrito linguaggio e sedotti dalle promesse di una vita più felice. Essi contano di servirsi poi del loro braccio per attaccare il potere d’ogni autorità superiore, per invadere, saccheggiare, oltraggiare, dilapidare le proprietà della Chiesa dapprima, e poi di tutti gli altri particolari, per violare finalmente tutti i diritti divini ed umani, disperdere dal mondo il culto di Dio e sovvertire da capo a fondo le civili società.

In così grande pericolo per l’Italia, egli è vostro dovere, Venerabili Fratelli, di spiegare tutte le forze dello zelo pastorale per far intendere al popolo fedele che, se essi si lasciano trascinare a queste opinioni da questi perversi sistemi, ne avranno per solo frutto l’infelicità temporale e l’eterna perdizione.

I fedeli affidati alle vostre cure siano dunque fatti avvertiti che è essenziale alla natura stessa dell’umana società, che tutti ubbidiscano all’autorità legittimamente in essa costituita, e che nulla può esser cangiato nei precetti del Signore, che in questa materia ne vengono enunciati nelle Sacre Lettere.

Conciossiacchè è scritto: «Subiecti estote omni humanae creaturae propter Deum sive Regi, quasi praecellent, sive ducibus, tamquam ab eo missis ad vindictam malefactorum, laudem vero honorum; quia sic est voluntas Dei, ut benefacientes obmutescere faciatis imprudentium hominum ignorantiam: quasi liberi, et non quasi velamen habentes malitiae libertatem, sed sicut servi Dei (16)»; ed ancora: «Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit: non est enim potestas nisi a Deo: quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt: itaque, qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit: qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt» (17).

Sappiano essi ancora che, nella condizione delle cose umane, è cosa naturale ed invariabile che, anche tra coloro che non sono costituiti in autorità, gli uni soprastino agli altri, sia per diverse qualità di spirito o di corpo, sia per ricchezze od altri beni esteriori di questa fatta: e che giammai, sotto nessun pretesto di libertà e di eguaglianza, può esser lecito invadere i beni od i diritti altrui, o violarli in un modo qualsiasi. A questo riguardo, i comandamenti divini, che sono scritti qua e colà nei libri santi, sono chiarissimi, e ci proibiscono formalmente non pure d’impadronirci del bene altrui, ma eziandio di desiderarlo (18).

I poveri, gl’infelici si ricordino sovratutto di quanto essi son debitori alla religione cattolica, la quale guarda viva ed intatta e predica altamente la dottrina di G. C., il quale ha dichiarato di riguardare come fatto a sè il bene fatto ai poveri ed ai miserabili (19). Egli ha pronunziato a tutti il conto particolare che chiederà, nel giorno del giudizio, intorno alle opere di misericordia, sia per ricompensare colla vita eterna i fedeli che le avranno praticate, sia per castigare colla pena del fuoco eterno quelli che le avranno trasandate (20). Da questo avvertimento di Cristo Nostro Signore, e dagl’avvisi severissimi (21) che Egli ha dati circa l’uso delle ricchezze ed i loro pericoli, avvisi conservati inviolabilmente nella Chiesa cattolica, ne è risultato che la condizione dei poveri e dei miserabili è fatta molto più dolce presso le nazioni cattoliche, che presso tutte le altre. Ed i poveri riceverebbero nelle nostre contrade soccorsi troppo più abbondanti, se in mezzo alle recenti commozioni della cosa pubblica numerosi stabilimenti fondati dalla pietà dei nostri antenati, non fossero stati distrutti o derubati. Del rimanente, i nostri poveri non si dimentichino che dietro l’insegnamento di Gesù Cristo medesimo, essi non devono punto accorarsi della lor condizione; poichè, a dir vero, nella povertà la strada della salute è fatta loro più facile, purchè tuttavolta essi portino in pazienza l’indigenza loro, e siano poveri non materialmente [p. 16 00%.svg]soltanto, sì ancora di spirito. Perocchè è scritto; Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum Coelorum (22).

Il popolo fedele tutto quanto sappia che gli antichi re delle nazioni pagane ed i capi delle loro repubbliche hanno abusato del loro potere troppo più gravemente e più spesso: e quindi riconosca che è tutto benefizio della nostra santissima religione, se i principi cristiani tementi, alla voce di questa religione, il giudizio severissimo che sarà fatto da coloro che comandano, e l’eterno supplizio destinato ai peccatori, supplizio nel quale i potenti saranno potentemente tormentati (23), hanno usate, riguardo ai popoli loro soggetti, un modo più clemente e più giusto di governare.

Finalmente i fedeli, confidati alle Nostre cure ed alle Vostre, riconoscano che la vera e perfetta libertà ed uguaglianza degli uomini sono state poste sotto la custodia della legge cristiana, poichè il Dio onnipotente che ha fatto il piccolo ed il grande e che ha cura eguale di tutti (24), non esimerà dal giudizio la persona di chicchessia, e non guarderà a nessuna grandezza (25): egli ha fissato il giorno in cui giudicherà l’universo nella sua giustizia (26) in Gesù Cristo, suo figlio unico, il quale deve venire nella gloria del Padre cogli Angeli suoi, e renderà allora a ciascuno secondo le opere sue (27).

Che se i fedeli, disprezzando gli avvisi paterni dei loro pastori ed i precetti della legge cristiana che abbiamo accennati, si lasciassero aggirare dai promotori delle odierne macchinazioni, e consentissero a cospirare con loro nei perversi sistemi dal socialismo e del comunismo, sappiano essi e considerino seriamente che ciò non fanno che accumularsi presso il Divin Giudice tesori di vendetta nel giorno dell’ira, e che frattanto da questa cospirazione non uscirà alcun vantaggio temporale pel popolo, sì veramente un accrescimento smisurato di miserie e di calamità. Imperocchè non è dato agli uomini di poter istabilire nuove società e comunanze opposte alla condizione naturale alle cose umane; epperciò il risultamento di cotali cospirazioni, se si propagassero in Italia, sarebbe questo: Lo stato attuale della cosa pubblica sarebbe scardinato e rovesciato da cima a fondo per le lotte dei cittadini contro i cittadini, per le usurpazioni, per gli omicidi; e poi alcuni pochi arricchiti delle spoglie del gran numero afferrerebbero la somma del potere in mezzo alla comune rovina.

Per salvar il popolo dagli agguati degli empi, per mantenerlo nelle professione della religione cattolica ed infiammarlo alle opere della vera virtù, l’esempio e la vita di coloro che sono consecrati al santo ministero, ha, Voi lo sapete, una grande efficacia. Ma, oh dolore! si son trovati in Italia degli ecclesiastici, in piccol numero è vero, i quali sono passati nelle file dei nemici della Chiesa, e li hanno aiutati non poco ad ingannare i fedeli. Per Voi, Ven. Fratelli, la caduta di questi è stata un nuovo stimolo che vi ha eccitato a vegliare, con zelo sempre più attivo, al mantenimento della disciplina del Clero. E qui volendo, secondo il Nostro dovere, prendere delle misure preservatrici per l’avvenire, Noi non possiamo trattenerci dal raccomandarvi di bel nuovo un punto, sul quale abbiamo già insistito nella Nostra prima Lettera Enciclica a tutti i Vescovi dell’universo (28), ed è di non imporre mai leggermente le mani a chicchessia, e di apportare la più attenta sollecitudine nella scelta della milizia ecclesiastica. È necessaria una lunga ricerca, una minuta investigazione a proposito di quelli specialmente che desiderano di entrare negli ordini sacri; fa d’uopo assicurarvi che essi si raccomandano per iscienza, per gravità di costumi e zelo del culto divino in siffatta guisa, da darvi certa speranza che, simili a lampade ardenti nella casa del Signore, essi potranno, colla loro condotta e colle loro opere, tornare al vostro gregge di edificazione e di utilità spirituale.

La Chiesa di Dio ritrae dai monasteri, quando questi sono ben regolati, un’immensa utilità ed una grande gloria, ed il Clero regolare fornisce a Voi stessi, nelle vostre fatiche per la salute delle anime, un soccorso prezioso. Egli è perciò che vi sollecitiamo dapprima, Ven. Fratelli, ad assicurare, da nostra parte, le famiglie religiose di ciascuna delle vostre diocesi, che in mezzo a tanti dolori, Noi abbiamo particolarmente risentiti i mali, che molte di loro ebbero a soffrire in questi ultimi tempi, o che la coraggiosa pazienza, la costanza nell’amore della virtù e della propria religione, di cui in gran numero di religiosi diedero l’esempio, fu per Noi sorgente di consolazioni tanto più vive, in quanto che alcuni altri furono visti, dimentichi della santità di lor professione, con grande scandalo dei buoni e con infinita amarezza del Nostro cuore e cordoglio dei loro fratelli, prevaricare vergognosamente. In secondo luogo, voi sarete solleciti di esortare, in Nostro nome, i capi di queste famiglie religiose ed, ove fosse necessario, i superiori, che ne sono i moderatori supremi, a nulla trascurare dei doveri della loro carica, a fine di rendere sempre più rigorosa e fiorente la disciplina regolare dove questa si è conservata, ed a ristabilirla in tutta la sua forza ed integrità dove si fosse illanguidita. Questi superiori ricorderanno incessantemente, e cogli avvertimenti, e colle rimostranze, e coi rimproveri, ai religiosi delle loro case, ch’essi devono seriamente considerare con quali voti si sono a Dio legati, attendere e mantenere le promesse fatte osservare inviolabilmente le regole del loro istituto, e portando nei loro corpi la mortificazione di Gesù, astenersi da tutto ciò che è incompatibile colla loro vocazione, dedicarsi intieramente a quelle opere che alimentano e crescono la carità verso Dio ed il prossimo, e l’amore della perfetta virtù.

Oltreciò, i moderatori di questi ordini invigilino attentamente perchè l’ingresso in religione non sia aperto a chicchessia se non dopo maturo e scrupoloso esame della sua vita, de’suoi costumi e del suo carattere, e perchè nessuno possa esser ammesso alla professione religiosa, se non dopo aver date, in un noviziato fatto secondo le regole, prove di vera vocazione, di maniera che si possa a buon diritto presumere che il novizio abbraccia la vita religiosa col solo intendimento di vivere unicamente a Dio, ed attendere, secondo le regole del proprio istituto, alla propria salute ed a quella dei prossimi. Su questo punto Noi vogliamo ed intendiamo che si osservi tutto ciò che è stato stabilito e prescritto, pel bene delle famiglie religiose nei decreti pubblicati il 25 gennaio dell’anno scorso dalla nostra Congregazione sullo stato dei regolari, decreti rivestiti della nostra Apostolica autorità.

   continua...............


[Edited by Caterina63 11/7/2017 3:39 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Dopo avervi così parlato del Clero regolare, Noi ci facciamo premura di raccomandare alla Vostra Fraternità l'istruzione e l'educazione dei chierici minori; che la Chiesa non può guari sperare di trovar degni ministri, se non tra coloro che fin dalla loro giovinezza e prima età, sono stati, secondo le regole prescritte, informati a questo sacro ministero. Continuate dunque, Ven. Fratelli, ad usare di tutti i vostri mezzi, a fare tutti i vostri sforzi, affinchè i giovani, destinati alla sacra milizia, siano ricevuti, per quanto è possibile, nei seminarii ecclesiastici fin dalla loro più tenera età, ed affinchè, raccolti intorno al tabernacolo del Signore, essi vigoreggino e crescano, come piantagione novella nell'innocenza della vita, nella religione, nella modestia, nello spirito ecclesiastico, imparando nello stesso tempo da scelti maestri, la cui dottrina sia al tutto scevra da ogni pericolo, di errore, le lettere, le scienze elementari e le alte scienze, ma sovratutto le lettere e le scienze sacre.

A quest'effetto, Voi vi rivendicherete la principale autorità, un'autorità pienamente libera sui professori delle sacre discipline e su tutte le cose che spettano alla religione o le si attengono da vicino. Vegliate acciò che in nulla e per nulla, ma specialmente in tutto che tocca alle cose di religione, non si adoperino altro che libri esenti da ogni sospetto di errore. Avvertite quelli che hanno cura di anime, di essere vigilanti cooperatori in tutto ciò che concerne le scuole dei fanciulli e della prima età. Le scuole non siano affidate se non a maestri e maestre di provata onestà, e per insegnare gli elementi della Fede ai ragazzi ed alle ragazze non si usino altri libri, fuorchè quelli approvati dalla Santa Sede. Su questo punto, Noi non possiamo dubitare che i parochi non siano i primi a dar l'esempio, e che, sollecitati dalle vostre incessanti esortazioni, essi non si applichino ogni giorno più ad istruire i fanciulli intorno agli elementi della dottrina cristiana, ricordandosi che questo è uno dei più gravi doveri della carica loro commessa (29). Voi dovrete parimenti rammentar loro che, nelle loro istruzioni sia ai fanciulli che al popolo, eglino non devono mai perdere di vista il catechismo romano, pubblicato conformemente al decreto del Concilio di Trento, per ordine di San Pio V, nostro predecessore, d'immortale memoria, e raccomandato a tutti i pastori di anime da altri Sommi Pontefici, ed in ispecie da Clemente XIII, come un aiuto valevolissimo a respingere le frodi delle perverse opinioni, a propagare e stabilire solidamente la vera e sana dottrina (30).

Voi non vi maraviglierete punto, Ven. Fratelli, se Noi vi parliamo un po' stesamente su questa materia. La vostra prudenza ha certamente riconosciuto che, in questi tempi pericolosi, Noi dobbiamo, Voi e Noi, fare i più grandi sforzi, lottare con una costanza invincibile, spiegare una vigilanza continua per tutto ciò che s'attiene alle scuole all'istruzione ed all'educazione dei fanciulli e dei giovani dell'uno e dell'altro sesso. Voi sapete che, ai giorni nostri, i nemici della religione e dell'umana società, aggirati da uno spirito veramente diabolico, si sbracciano per pervertire il cuore e l'intelligenza dei giovani fin dalla loro primissima età. Quindi è che s'appigliano ad ogni mezzo, tentano ogni più audace partito per sottrarre intieramente all'autorità della Chiesa ed alla vigilanza de' sacri pastori le scuole ed ogni stabilimento destinato all'educazione della gioventù.

Noi abbiamo pertanto ferma speranza che i nostri dilettissimi figli in Gesù Cristo, tutti i Principi d'Italia, aiuteranno la Vostra Fraternità col loro potente patrocinio, affinchè voi possiate adempiere con maggior frutto i doveri del vostro ufficio che vi abbiam rinfrescati. Non dubitiam pure in verun modo che essi non abbiano la volontà di proteggere la Chiesa e tutti i suoi diritti, sia spirituali che temporali. Nulla è più conforme alla religione e pietà che essi hanno ereditata dai loro maggiori, e dalla quale si mostrano animati. Non può sfuggire alla loro sapienza che la causa prima di tutti i mali, onde siam travagliati, non fu altra che il male fatto alla Religione ed alla Chiesa cattolica nei tempi anteriori, ma specialmente all'epoca in cui comparvero i protestanti. Essi veggono, per esempio, che il disprezzo crescente dell'autorità de' sacri Pontefici, le violazioni, sempre più moltiplicate ed impunite dei precetti divini ed ecclesiastici, hanno scemato in analoga proporzione il rispetto del popolo verso il potere civile, ed aperto agli attuali nemici della pubblica tranquillità una via più larga alle rivolte ed alle sedizioni. Essi veggono in pari modo, che lo spettacolo sovente rinnovato dei beni temporali della Chiesa invasi, divisi, venduti pubblicamente, avvegnachè a Lei appartenessero in virtù di un legittimo diritto di proprietà, e che l'indebolimento, presso i popoli, del sentimento di rispetto per la proprietà consacrata ad una destinazione religiosa, hanno avuto per effetto di rendere un gran numero d'uomini più accessibili alle audaci asserzioni del novello socialismo e del comunismo, insegnanti che si può, alla stessa guisa, porre la mano sulle altre proprietà, impadronirsene, e spartirle o trasformarle in qualunque altra maniera per uso di tutti. Essi veggono ricadere poco a poco sul potere civile gl'impacci e le pastoie già una volta moltiplicate con tanta perseveranza per impedire i pastori della Chiesa dall'usare liberamente di loro sacra autorità.

Essi veggono finalmente che, in mezzo alle calamità che ci premono tutt'intorno, è impossibile trovare un rimedio di effetto più pronto, di efficacia maggiore che il far rifiorire e ridonare tutto l'antico splendore alla Religione ed alla Chiesa cattolica per tutta Italia, a quella Chiesa cattolica, la quale possiede, non si può dubitarne, i mezzi più acconci a soccorrere le diverse indigenze dell'uomo in tutte le condizioni.

Ed in verità, per usare qui le parole di sant'Agostino: «La Chiesa cattolica abbraccia non pure Dio stesso, ma ancora l'amore e la carità verso il prossimo in guisa che ella ha rimedii per tutte le malattie che provano le anime a cagione dei loro peccati. Essa esercita ed ammaestra i suoi figliuoli in modo appropriato alla loro età, i giovani con forza, i vecchi con tranquillità, in una parola, secondochè esige l'età non solamente del corpo, ma eziandio della loro anima. Essa assoggetta la donna al marito, non per appagare il libertinaggio, sì veramente per propagare [p. 22 ]la specie umana e conservare la dimestica società. Essa fa il marito superiore alla moglie, non già perchè egli si faccia giuoco del sesso più debole, ma perchè entrambi ubbidiscano alla legge di un sincero amore. Essa assuddita i figli ai loro genitori in una specie di libere servitù, e l'autorità onde investe i parenti è una cotal foggia d'amorevole dominazione. Essa raggiunge i fratelli ai fratelli con un vincolo di religione più forte, più stretto di quello del sangue. Essa stringe e rafferma tutti i legami di parentela e di alleanza per una vicendevole carità, la quale rispetta nodi della natura e quelli formati dalle diverse volontà. Essa insegna ai servitori a star soggetti ai loro padroni, non tanto per la necessità di lor condizione, quanto per l'attrattiva del dovere; essa rende i padroni miti e dolci verso i loro servi col pensiero del comune signore, il sommo Iddio, e far loro preferire le vie della persuasione a quella del costringimento. Essa lega i cittadini ai cittadini, le nazioni alle nazioni, e tutti gli uomini tra di loro, non solamente col vincolo sociale, ma ancora con una specie di fratellanza, frutto della memoria dei nostri primi parenti. Essa addottrina i re ad aver sempre di mira il bene dei loro popoli, ed ammonisce i popoli a sottomettersi ai loro re. Essa fa conoscere a tutti con una sollecitudine instancabile a chi sia dovuto l'onore, a chi l'affezione, a chi il rispetto, a chi il timore, a chi la consolazione, a chi l'avvertimento, a chi l'esortazione, a chi la disciplina, a chi il rimprovero, a chi il supplizio, mostrando come tutte le cose non son dovute a tutti, ma che a tutti è dovuta la carità, a nessuno l'ingiustizia.

Egli è dunque Nostro dovere e Vostro, Vener. Fratelli, di non indietreggiare dinanzi a nessuna fatica, di affrontare tutte le difficoltà, di porre in opera tutta la forza del Nostro zelo pastorale per proteggere, presso i popoli italiani, il culto della cattolica religione, non solamente coll'opporci energicamente agli sforzi degl'empi che congiurano a divellere l'Italia stessa dal seno della Chiesa, ma ancora lavorando potentemente per ricondurre nelle vie della salute quei figli degenerati d'Italia, che già ebbero la debolezza di lasciarsi sedurre.


Ma ogni bene eccellente ed ogni dono perfetto viene dall'alto; accostiamoci adunque con fiducia al trono della grazia, Ven. Fratelli, non cessiamo dal supplicare e scongiurare con preghiere pubbliche e particolari il Padre celeste dei lumi e delle misericordie, affinchè pei meriti del suo Figliuolo unico Gesù Cristo, divolgendo il suo sguardo dai nostri peccati, illumini, nella sua clemenza, tutti gli spiriti e tutti i cuori colla virtù della sua grazia, e domando le ribelli volontà, glorifichi la sua Chiesa con nuove vittorie e nuovi trionfi; così che in tutta l'Italia e per tutta la terra, il popolo che lo serve, cresca in numero ed in merito. Invochiamo altresì la Santissima Madre di Dio, Maria Vergine Immacolata, la quale, col suo onnipossente patrocinio presso Dio, ottenendo tutto ciò che domanda, non può domandar invano. Invochiamo con Lei, Pietro Principe degli Apostoli, Paolo suo fratello nell'apostolato, e tutti i santi del Cielo, affinchè il clementissimo Iddio, placato dalle loro preghiere, divolga dai popoli fedeli i flagelli della sua collera, e conceda, nella sua bontà a tutti quelli che portano il nome di cristiani, di potere colla sua grazia e rigettare tutto ciò che è contrario alla santità di questo nome, e praticare tutto ciò che le è conforme.

In fine, Ven. Fratelli, ricevete in pegno del nostro vivo amore per Voi, l'Apostolica benedizione, che dal fondo del Nostro cuore affettuosamente vi compartiamo, a Voi ed al Clero ed ai Fedeli laici commessi alla vostra vigilanza.

Datum Neapoli in Suburaano Portici, die viii decembris anni mdcccxlix Pontificatus Nostri ann. iv.

PIUS PP. IX.

________________________________

Indice
Lettera del Cardinale Orioli Avanzamento: con cui accompagnò l’Enciclica agli Arcivescovi e Vescovi d’Italia. (Portici, 27 dicembre 1849)
Voi sapete e vedete siccome noi (Portici, 8 dicembre 1849)
________________________________
Dalle "Note" sopra segnalate:

LETTERA
del Cardinale Orioli, con cui accompagnò l'Enciclica
agli Arcivescovi e Vescovi d’Italia.

Illustre e Reverend.mo Monsignor, come fratello,
Le false dottrine che si vanno spargendo in Italia per disseminarvi i principii del protestantismo, e le massime sovversive di ogni ordine sociale; come ancora la depravazione della morale pubblica, effetto della sfrenata licenza portata in trionfo nelle tristissime passate vicende, hanno richiamata tutta l’attenzione e la vigilanza della Sovranità di Nostro Signore, ed eccitato l’apostolico suo zelo per allontanare dai Popoli della Penisola i gravissimi pericoli, che ne sovrastano.

Convinto il Santo Padre, che il mezzo più efficace a raggiungere lo scopo sarebbe quello di rivolgersi, ai Vescovi d’Italia per confortarli ad opporre sempre più il loro petto sacerdotale al torrente, che minaccia la Religione e la Società, ha indirizzato ai medesimi una Enciclica in data degli 8 del corrente mese, giorno sacro all’Immacolata Concessione della Vergine Santissima.

Ed è appunto, che io nella mia qualifica di Prefetto della Sagra Congregazione de’ Vescovi e Regolari mi affretto ad inviare a Vostra Signoria l’accennata Enciclica nella ferma fiducia ch’Ella nello zelo, che la distingue pel bene del gregge alla sua pastorale cura affidato, vorrà efficacemente adoperarsi, acciocchè siano mandate ad effetto le salutari insinuazioni, e gli avvertimenti del Padre comune dei Fedeli, il quale supplichevole implora dal Signore, che placato si degni ridonare la pace e la tranquillità alla Chiesa ed alla Società.

E per ottener questa pace V. S. non tarderà certamente ad ordinare private e pubbliche preci, affinchè le orazioni dei Fedeli uniti a quelle del Sommo Gerarca della Chiesa giungano al trono del Padre delle misericordie per disarmare la sua destra dai flagelli, [p. 4 00%.svg]coi quali giustamente ci percuote, per riparare gli oltraggi a Lui fatti con i tanti insulti commessi contro la nostra santissima Religione, e per conseguire ancora che il Dator d’ogni bene colla sua santa grazia illumini e conforti le menti de’ Fedeli, e li preservi dalla seduzione e dagli errori, che si vanno disseminando in ogni luogo.

Ma oltre le preghiere conviene con ogni cura e perseveranza ammaestrare il popolo, e perciò V. S. non potrà meglio corrispondere alle intenzioni di Sua Santita', che col prescrivere efficacemente e senza ritardo le istruzioni catechistiche con quel metodo, che nella sua Diocesi crederà più espediente ed opportuno.

Tanto le dovea significare, e le auguro dal Signore ogni prosperità.

Di V. S.

Portici presso Napoli 27 dicembre 1849.
Come Fratello


<img border='0' class='smile' alt=" border="0" /> Omaggio al Beato Pio IX, Il Papa Re 
da "Nazzecanne", gennaio-febbraio 2007
 



Il più grande Papa del XIX secolo, uno dei più grandi di sempre, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, nacque a Senigallia, nelle Marche, il 13 maggio 1792. Il 24 aprile 1827 fu nominato Arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni. Il 6 dicembre 1832 venne trasferito al Vescovado di Imola; il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia; il 16 giugno 1846, al quarto scrutinio, con voti 36 su 50 Cardinali presenti al Conclave, venne eletto Sommo Pontefice a soli 54 anni. Papa Pio IX, spirito profondamente religioso prima che politico, governerà la Chiesa per trentadue anni. Sarà il più lungo e, forse, il più travagliato pontificato della storia della Chiesa, nel corso del quale si verificano eventi di portata epocale. Tralasciando i grandi fatti politici di cui pure papa Pio IX fu protagonista quando non vittima: L'8 dicembre 1854 definizione del dogma della Immacolata Concezione; il 1 luglio 1861 viene pubblicato il primo numero dell'"Osservatore Romano". L'8 dicembre 1864 Enciclica "Quanta Cura" e il Sillabo; il 2 maggio 1868 approvazione della Gioventù Cattolica Italiana; l'8 dicembre 1869 apertura del Concilio Vaticano I che promulga due Costituzioni, la "Dei Filius" e la "Pastor Aeternus" del 18 luglio 1870 e la definizione del magistero infallibile del Pontefice Romano se parla "ex cathedra"; chiusura del Concilio per il precipitare degli eventi politici. Il 20 settembre 1870 presa di Roma e chiusura volontaria del Papa in Vaticano; l'8 dicembre 1870 Pio IX proclamò S. Giuseppe patrono della Chiesa universale; il 16 giugno 1875 Consacrazione della Chiesa al Sacro Cuore di Gesù. 
Papa Pio IX muore il 7 febbraio 1878, dopo 32 anni di regno, gli ultimi otto dei quali costretto alla “prigionia” in Vaticano. La causa di beatificazione fu introdotta nel 1907 da un altro santo Pontefice, Pio X. Una causa che si protrarrà per più di 90 anni. 

Da più parti si vorrebbe evitare il riconoscimento ufficiale della santità di Pio IX. Egli è infatti per molti un papa “scomodo”: l’ultimo vero Papa-Re, un Pontefice anti-modernista, geniale, coerente fino in fondo nel suo ruolo di Padre, Maestro e Sovrano. Protestano le comunità ebraiche che, dimentiche delle libertà civili che il Papa concesse loro nel proprio regno, vorrebbero “punire” la memoria di Pio IX per la vicenda del “bambino Mortara” (si veda al proposito: Vittorio Messori, “Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX). Protestano i modernisti ignoranti, convinti forse che la storia della Chiesa sia cominciata solo 40 anni fa col concilio Vaticano II. 

Protestano liberali e pacifinti, contrari alla glorificazione di un sovrano “assoluto” nel senso più tradizionale e cattolico del termine. Infine, ci vuole un altro papa, già santo anche lui almeno per il sensus fidei del popolo, se non ancora ufficialmente proclamato tale, Giovanni Paolo II che il 20 dicembre 1999 emana il Decreto di riconoscimento del Miracolo attribuito a Pio IX. 

Lo stesso Giovanni Paolo II v.m. proclamò Beato il suo predecessore il 3 dicembre del 2000 definendolo “esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate”. 


[Edited by Caterina63 11/7/2017 3:36 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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L’amore per l’Eucaristia,

 l’affidamento al Sacro Cuore di Gesù e la devozione alla Madonna

al centro della vita del beato Pio IX

http://www.fotosensazioni.it/cardinal_martins.jpgdell’Em.mo Signor Cardinale
José Saraiva Martins

Pio IX riprodusse, nella sua esistenza, l’immagine del vero Pastore, non solo custodendo e alimentando il gregge a lui affidato, ma prendendo delle coraggiose iniziative che poi si sono rivelate preziose per la vita della Chiesa. Le parole che l’Apostolo Paolo dice di se stesso nella prima Lettera ai Tessalonicesi, sono particolarmente indicate per il Beato Pio IX, a cui va riconosciuto ‘il coraggio nel nostro Dio di annunciare il Vangelo in mezzo a molte lotte (…) e non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i cuori’. Sono noti i numerosi e forti contrasti attraverso i quali Papa Mastai guidò, con indomita costanza e mano sicura, la nave della Chiesa del suo tempo. Ma tali contrasti servirono per mettere in risalto la sua profonda spiritualità. Lo ricordava Giovanni Paolo II nell’omelia della sua beatificazione, il 3 settembre dell’anno 2000: ‘Proprio in mezzo a questi contrasti, brillò più vivida la luce delle sue virtù; le prolungate tribolazioni temprarono la sua fiducia nella Divina Povvidenza, del cui sovrano dominio sulle vicende umane egli mai dubitò. Da qui nasceva la profonda serenità di Pio IX, pur in mezzo alle incomprensioni e agli attacchi di tante persone ostili’.

A chi gli era accanto, da par suo, Papa Mastai amava dire: ‘Nelle cose umane bisogna contentarsi di far il meglio che si può, e nel resto abbandonarsi alla Provvidenza, la quale sanerà i difetti e le insufficienze dell’uomo’. Da queste parole, emerge la vera grandezza della personalità spirituale, sacerdotale e pastorale del nostro Pio IX; la sua statura di uomo e di Pontefice, e il suo ruolo straordinario nella storia della Chiesa. Se egli non avesse avuto una Fede tanto profonda ed una fiducia smisurata nella Provvidenza e nell’assistenza dello Spirito Santo nella storia e nella vita della Chiesa, sarebbe stato travolto dagli avvenimenti drammatici che si verificarono durante il suo lungo pontificato.

Invece, non soltanto non si lasciò cogliere dallo scoraggiamento o dalla depressione, ma condusse al largo la Chiesa nel mare in tempesta del mondo e la rese più grande e più amata. Egli sperò ‘contra spem’. Questa fortezza si spiega soltanto alla luce della sua intensa vita spirituale. Sin dall’inizio del suo sacerdozio, si era infatti proposto: ‘Tutto il mio operare in Dio, con Dio e per Dio’. Come sacerdote, come Vescovo e come Sommo Pontefice, il nostro Beato fu veramente uomo di Dio; uomo di preghiera assidua, senz’altro desiderio che la gloria di Dio e il bene della Chiesa; uomo che ha capito e vissuto in profondità il principio di San Tommaso d’Aquino, secondo il quale: ‘L’amore verso Dio non è ozioso. Se c’è, fa grandi cose. Se rifiuta di operare, non è amore.


La testimonianza dell’agire, infatti, è la prova dell’amore’. Pio IX si è distinto sin da giovanissimo sacerdote per una vita di pietà profondamente eucaristica, ossia tutta orientata alla persona e al mistero di Gesù Cristo presente nell’Eucaristia e nella vita della Chiesa. Il contatto con Gesù Cristo vivente nell’Eucaristia, è il cardine della vita interiore di Pio IX, la fonte da cui sono scaturite le sue virtù, la misteriosa energia divina che lo portò all’eroismo oggi riconosciuto dalla Chiesa. Due date segnano l’arco luminoso della sua interiorità eucaristica: la Prima Comunione e il 75° anniversario di essa, data che egli ha voluto celebrare con eccezionale solennità, solo cinque giorni prima della sua dipartita per l’eternità. L’Eucaristia è sempre stata il mistico rifugio quotidiano del suo spirito, specialmente nei momenti più difficili. Egli ha intensamente vissuto la pietà eucaristica in tutte le sue forme.

In primo luogo, nella celebrazione quotidiana della Santa Messa, con un fervore non comune da cui traspariva tutta la sua Fede, nell’adorazione diurna e notturna nella sua Cappella privata e nelle Chiese che trovava sul suo cammino quando usciva a passeggiare per Roma, nonché nella somma importanza da lui attribuita alla festa del Corpus Domini, alla quale prendeva parte reggendo l’ostensorio anche da Papa. Pio IX ha dato un contributo unico e non facilmente calcolabile alla riscoperta della presenza reale di Gesù eucaristico e alla diffusione e rifioritura della pietà eucaristica, che troverà il suo pieno sviluppo nei suoi successori, soprattutto in San Pio X.

Dicono le testimonianze che, la sera, Pio IX scendeva spesso dal Quirinale, all’epoca residenza del Papa, dirigendosi verso Piazza San Silvestro, e nella Chiesa omonima lui stesso officiava l’adorazione eucaristica con omelia e Benedizione solenne, e poi risaliva la china e tornava al Quirinale accompagnato da folle di ragazzini che lo seguivano come se fosse un normale Parroco dell’Urbe. Da Papa, trovò sempre nell’Eucaristia il suo conforto spirituale quotidiano e la sorgente dell’energia di cui aveva bisogno per sganciare il Papato dai vincoli temporali e restituirlo, con rinnovato prestigio, ai nuovi tempi.

Così diceva a due persone che aveva introdotte nella sua Cappella privata: ‘Il povero Papa ha anch’egli bisogno di starsene un po’ solo con Gesù; ho tante cose da dirgli, tanti lumi da chiedergli, tanti consigli, tante grazie’. Fatta l’adorazione, aprì il Tabernacolo e mostrando nell’interno della sua porticina un magnifico monogramma di Gesù in diamanti, esclamò: ‘Qui, io ci metto ciò che ho di più bello e prezioso: tutto per lui; è lui il gran Padrone e Maestro’. Di questa Cappella, il Beato Pio IX si era assunto personalmente la cura e custodiva da sé la lampada del Sacramento.

Un altro testimone rileva che egli si preparava con cura alla celebrazione dell’Eucaristia a cui, sempre, faceva seguire un lungo ringraziamento. Ammirabile era il fervore cin cui celebrava il Divino Sacrificio. In relazione, poi, alla dottrina giansenista, favorì la comunione frequente, manifestando il suo compiacimento ai Vescovi che la promuovevano. Raccomandò caldamente, infine, l’adorazione perpetua, che si è andata estendendo in vari Paesi del Continente europeo e americano. La stessa devozione al Sacro Cuore di Gesù, ch’egli coltivò e propagò, tanto da meritare il titolo di ‘Papa del Sacro Cuore’, si risolveva concretamente, per lui, in devozione eucaristica. Con profonda Fede adorava il Cuore di Gesù vivo e presente sotto i veli eucaristici. In questo senso interpretava detta devozione, la diffondeva, ne fece oggetto della direzione spirituale per infondere fiducia e coraggio nelle anime da lui dirette. Dal Cuore di Gesù – egli ripeteva -, la Chiesa e la società debbono sperare la salvezza. Era questa la sua intima persuasione.

Da Papa, Pio IX consacrò la Chiesa del Sacro Cuore a Roma (1875), e poi vi consacrò tutto il mondo cattolico, prevenendo la solenne consacrazione disposta dal suo successore, Leone XIII. La convergenza della devozione al Sacro Cuore nell’Eucaristia è sempre stata uno dei punti fondamentali della spiritualità del venerato Pontefice, ben sapendo e sapientemente ricollegando tale pratica al suo esatto punto di origine. Quella del Papa originario di Senigallia è, infine, una spiritualità fortemente mariana. Nei momenti della prova, come ricordò più volte Giovanni Paolo II, Pio IX trovò sostegno in Maria, di cui era molto devoto. Proclamando il dogma dell’Immacolata Concezione, ricordò a tutti che nelle tempeste dell’esistenza umana, brilla nella Vergine la luce di Cristo, più forte del peccato e della morte. La devozione alla Madonna si può considerare la caratteristica dominante della spiritualità del nostro Beato; e questa non fu altro che una via più facile a Cristo. Il rinnovamento spirituale mariano, particolarmente intenso in questo tempo e tale da donare un benefico influsso nella pietà popolare rendendola più cristocentrica, trae le sue origini proprio dalla devozione alla Madonna di Pio IX.

Quel rinnovamento della Chiesa nella santità del Figlio Gesù Cristo trova la sua ispirazione nel modello della risposta di Fede di Maria Santissima, Madre della Chiesa. Quella di Pio IX è stata dunque una spiritualità profondamente radicata e fondata sull’Eucaristia, sul Sacro Cuore, sulla Madonna Immacolata. Come sostenuto da Bruno Gherardini, se c’è una cosa su cui tutti dovrebbero concordare, sostenitori e critici, è il fatto che fu sempre prete esemplare: specchio delle più belle virtù cristiane, sacerdotali e pastorali. Sapeva bene, Pio IX, che gli agnelli e le pecore del gregge di Cristo non appartengono a Pietro, ma al Signore Risorto. A Pietro sono affidate perché le custodisca, a motivo del suo grande amore a Gesù Cristo. Il Beato Pio IX è un grande esempio proprio nell’esercizio di questo munus pastorale che è, come diceva Sant’Agostino, amoris officium.

Tocca a noi, ora, mettere in pratica una così convincente lezione e dare al Signore la risposta di Pietro che, tante volte, come è lecito pensare, il nostro Pio IX avrà ripetuto: ‘Domine, tu omnia nosti, tu scis quia amo te’.

 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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2/14/2012 11:26 AM
 
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7 febbraio 1878


Il 7 febbraio 1878 moriva il Papa Pio IX

ricordiamolo con uno dei suoi più grandi atti magisteriali

«SYLLABUS»
SILLABO DEGLI ERRORI PRINCIPALI DEL NOSTRO TEMPO
CONTENUTI NELLE ALLOCUZIONI CONCISTORIALI,
NELLE LETTERE ENCICLICHE
E NELLE ALTRE LETTERE APOSTOLICHE
DEL SANTISSIMO SIGNOR NOSTRO PIO PP. IX
I.
PANTEISMO, NATURALISMO E RAZIONALISMO ASSOLUTO.
1. Nessun supremo, sapientissimo e provvidentissimo Nume divino esiste distinto da questa universalità di cose, e Dio altro non è che la natura stessa delle cose e perciò soggetto a mutazioni, e diventa Dio realmente nell'uomo e nel mondo, e tutte le cose sono Dio, ed hanno la stessissima sostanza di Dio; ed un'identica cosa è Dio con il mondo, e per conseguenza lo spirito con la materia, la necessità con la libertà, il vero col falso, il bene col male, e il giusto con l'ingiusto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

2. Devesi negare ogni azione di Dio sugli uomini e sul mondo.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

3. L'umana ragione, senza tener verun conto di Dio, è l'unica arbitra del vero e del falso, del bene e del male, e legge a se stessa, e con le naturali sue forze basta a procacciare il bene degli uomini e dei popoli.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

4. Tutte le verità della religione derivano dalla forza ingenita dell'umana ragione, quindi la ragione è norma precipua, per cui l'uomo possa e debba conseguire la cognizione di tutte le verità di qualsiasi genere.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

5. La divina rivelazione è imperfetta e perciò soggetta a un continuo e indefinito progresso, che corrisponde al progresso dell'umana ragione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

6. La fede di Cristo urta la ragione; e la rivelazione divina non solo non giova a nulla, ma nuoce altresì al perfezionamento dell'uomo.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862,

7. Le profezie ed i miracoli esposti e narrati nelle Sacre Scritture sono invenzioni poetiche, e i misteri della fede cristiana sono la somma delle investigazioni filosofiche; nei libri dei due Testamenti si contengono invenzioni mitiche, e lo stesso Gesù Cristo non e che una mitica finzione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

II.
RAZIONALISMO MODERATO.
8. Equiparandosi la ragione umana alla stessa religione, perciò le discipline teologiche si hanno da trattare come le filosofiche.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.

9. Tutti i dogmi indistintamente della religione cristiana sono oggetto della scienza naturale, ossia della filosofia; e l'umana ragione, storicamente soltanto coltivata, può in virtù delle proprie forze e principi naturali giungere alla vera scienza di tutti i dogmi anche i più reconditi, purché questi dogmi siano stati proposti come oggetto alla stessa ragione.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

10. Altro essendo il filosofo ed altra la filosofia quegli ha diritto e dovere di sottomettersi a quell'autorità che egli medesimo abbia provata vera; ma la filosofia non può né deve sottomettersi a veruna autorità.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

11. La Chiesa non solamente non deve metter bocca giammai in filosofia, ma deve anzi tollerare gli errori della filosofia medesima e lasciare che da se stessa si corregga.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1882.

12. I decreti della Sede Apostolica e delle Romane Congregazioni impediscono il libero progresso della scienza.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

13. Il metodo e i principi coi quali gli antichi Dottori scolastici coltivarono la Teologia non corrispondono alle esigenze dei tempi nostri e al progresso delle scienze.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

14. La filosofia vuolsi trattare senza avere nessun riguardo alla rivelazione soprannaturale.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.
N.B. Col sistema del razionalismo combinano in gran parte gli errori di Antonio Gunther condannati nella lettera al Card. Arcivescovo di Colonia: Eximiam tuam, del 15 giugno 1847, e nella lettera al Vescovo di Breslavia: Dolore haud mediocri 30 aprile 1860.

III.
INDIFFERENTISMO E LATITUDINARISMO.
15. Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1831.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

16. Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell'eterna salute e l'eterna salute conseguire.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846
Alloc. Ubi primum, 17 dicembre 1847.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.

17. Almeno si deve sperare bene dell'eterna salute di tutti quelli, che affatto non si trovano nella vera Chiesa di Cristo.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.
Lett. Apost. Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

18. Il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella qual forma, del pari che nella Chiesa cattolica, è dato di piacere a Dio.
Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849

IV.
SOCIALISMO, COMUNISMO, SOCIETÀ CLANDESTINE,
SOCIETÀ BIBLICHE, SOCIETÀ CLERICO-LIBERALI.
Tali pestilenze sono condannate più volte e con gravissime espressioni nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846; nell'allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nella Lettera Enciclica Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849; nell'Allocuzione Singulari quadam, 9 dicembre 1854; nella Lettera Apostolica Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.
V.
ERRORI SULLA CHIESA E I SUOI DIRITTI.
19. La Chiesa non è una vera e perfetta società completamente libera, né ha diritti suoi propri e permanenti a lei conferiti dal suo divino Fondatore; ma spetta alla civile potestà definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti dentro i quali possa esercitare i medesimi diritti.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1834.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

20. L'ecclesiastica potestà non deve esercitare la propria autorità senza il permesso ed il consenso del civile governo.
Alloc. Meminit unusquisque, 30 settembre 1861.

21. La Chiesa non ha potestà di definire dogmaticamente che la religione della Chiesa cattolica è la sola ed unica vera religione.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

22. L'obbligazione da cui sono assolutamente legati i maestri e gli scrittori cattolici, si restringe a quelle cose soltanto, che dall'infallibile giudizio della Chiesa vengono proposte a credersi da tutti come dogmi di fede.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

23. I Romani Pontefici e i Concili ecumenici oltrepassarono i limiti della loro potestà, usurparono i diritti dei principi, e sul definire eziandio le cose di fede ed i costumi errarono.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

24. La Chiesa non ha potestà di usare la forza, ne alcuna potestà temporale diretta o indiretta.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

25. Oltre la potestà inerente all'episcopato, vi è altra temporale potestà, data dal civile governo o espressamente o tacitamente concessa, e quindi revocabile a talento del medesimo.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

26. La Chiesa non ha un ingenito e legittimo diritto di acquistare e di possedere.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.
Epist. Encicl. Incredibili, 17 settembre 1863.

27. I sacri ministri della Chiesa e lo stesso Romano Pontefice si debbono al tutto rimuovere da ogni cura e dominio delle cose temporali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

28. Non è lecito ai Vescovi senza il permesso del governo promulgare neppure le stesse Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

29. Le grazie concesse dal Romano Pontefice si debbono ritenere per nulle, se non furono implorate per organo del governo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

30. La immunità della Chiesa e delle persone ecclesiastiche trasse origine dal diritto civile.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

31. I1 foro ecclesiastico per le cause temporali dei chierici, siano civili, siano criminali, si deve assolutamente sopprimere, anche non consultata e reclamante la Sede Apostolica.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

32. Senza veruna violazione del diritto naturale e dell'equità si può abrogare l'immunità personale, con cui i chierici sono esonerati dal peso di subire e di esercitare la milizia. Simile abrogazione poi è domandata dal civile progresso massimamente in una società costituita a forma di più libero regime.
Epist. ad Episc. Montisregal. Singularis Nobisque, 29 settembre 1864.

33. All'ecclesiastica potestà di giurisdizione non appartiene esclusivamente per proprio ingenito diritto, dirigere l'insegnamento delle materie teologiche.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

34. La dottrina d coloro, che pareggiano il Romano Pontefice ad un Principe libero e operante nella Chiesa universale, è dottrina che prevalse nel medio evo.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

35. Nulla vieta, sia per sentenza di qualche Concilio generale, sia per fatto di tutti i popoli, che il Supremo Pontificato, dal Vescovo di Roma e da Roma stessa, si trasferisca ad altro Vescovo e ad altra città.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

36. La definizione del Concilio nazionale non ammette verun'altra disputa, e la civile amministrazione può esigere la cosa a questi termini.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

37. Possono istituirsi Chiese nazionali sottratte e al tutto divise dall'autorità del Romano Pontefice.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Jamdudum cernimus, 1S marzo 1861.

38. I soverchi arbitrî dei Romani Pontefici produssero la divisione della Chiesa in orientale ed occidentale.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

VI.
ERRORI INTORNO ALLA SOCIETÀ CIVILE
CONSIDERATA IN SE STESSA
E NEI SUOI RAPPORTI CON LA CHIESA.
39. Lo Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

40. La dottrina della Chiesa cattolica è avversa al bene e ai vantaggi dell'umana società.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

41. Alla civile potestà, sebbene esercitata da un sovrano infedele, compete un potere indiretto negativo riguardo alle cose sacre; quindi le spetta non solo il diritto noto col nome di exequatur, ma altresì il diritto d'appellazione, che chiamano ab abusu.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

42. Nel conflitto fra le leggi delle due potestà prevale il diritto civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

43. Il potere laicale ha autorità di rescindere, interpretare e annullare le solenni convenzioni, ossia concordati, intorno all'uso dei diritti spettanti all'ecclesiastica immunità stipulata con la Sede Apostolica, e non solo senza il consenso di questa, ma non ostante eziandio le sue proteste.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

44. L'autorità civile può immischiarsi delle cose concernenti la religione, i costumi e il regime spirituale. Quindi può giudicare delle istruzioni che i Pastori della Chiesa pubblicano per loro uffizio a regola delle coscienze; ed anzi può decretare sopra l'amministrazione dei Santi Sacramenti, e sopra le disposizioni necessarie a riceverli.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

45. Tutto il regime delle pubbliche scuole, in cui si istruisce la gioventù di qualsiasi Stato cristiano (eccettuati solamente per certi motivi i Seminari vescovili) può e deve essere affidato alla civile autorità; e per siffatta guisa affidato, che non si riconosca verun diritto di altra qualunque autorità di immischiarsi nella disciplina delle scuole, nel regolamento degli studi, nel conferimento dei gradi, nella scelta ed approvazione dei maestri.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Quibus virtuosissimis, 5 settembre 1851.

46. Anzi negli stessi Seminari dei chierici il metodo da seguirsi negli studi si assoggetta alla civile autorità.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

47. L'ottimo andamento della società civile richiede che le scuole popolari, aperte ai fanciulli di qualunque classe del popolo, e in generale tutti i pubblici Istituti destinati all'insegnamento delle lettere e delle discipline più gravi, non che a procurare l'educazione della gioventù, siano sottratte da ogni autorità dall'influenza moderatrice o dall'ingerenza della Chiesa, e vengano assoggettate al pieno arbitrio dell'autorità civile e politica, a piacimento dei sovrani e a seconda delle comuni opinioni del tempo.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

48. Ai cattolici può essere accetto quel sistema di educare la gioventù, il quale sia separato dalla fede cattolica e dalla podestà della Chiesa, e che riguardi soltanto la scienza delle cose naturali e i soli confini della terrena vita sociale, o almeno se li proponga per iscopo principale.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

49. La civile autorità può impedire che i Vescovi e i popoli fedeli abbiano libera e reciproca comunicazione col Romano Pontefice.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

50. L'autorità laica ha per se stessa il diritto di presentare i Vescovi, e può da essi esigere che assumano l'amministrazione delle Diocesi prima di ricevere dalla Santa Sede l'istituzione canonica e le Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

51. Anzi il governo laico ha diritto di deporre i Vescovi dall'esercizio del pastorale ministero, e non è tenuto ad obbedire il Romano Pontefice nelle cose concernenti l'Episcopato e l'istituzione dei Vescovi.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852,

52. I1 governo può di suo diritto commutare l'età stabilita dalla Chiesa per la professione religiosa degli uomini e delle donne, e può intimare a tutte le religiose famiglie di non ammettere veruno senza il di lui permesso alla solenne professione dei voti.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

53. Debbonsi abrogare le leggi spettanti alla sicurezza dello stato delle famiglie religiose, non che ai loro diritti e doveri; anzi il governo civile può prestar mano a tutti quelli che volessero abbandonare l'intrapresa vita religiosa, e infrangere i voti solenni; può eziandio sopprimere le stesse religiose famiglie del pari che le Chiese collegiate e i benefizi semplici, anche di giuspatronato, e i loro beni o redditi sottoporre ed assegnare all'amministrazione e all'arbitrio della civile potestà.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Probe memineritis, 22 gennaio 1855.
Alloc. Cum sæpe, 26 luglio 1855.

54. I Re e i Principi non solo sono esenti dalla giurisdizione della Chiesa, ma di più, nello sciogliere le questioni di giurisdizione sono superiori alla Chiesa.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1551.

55. Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

VII.
ERRORI INTORNO ALL'ETICA
NATURALE E CRISTIANA.
56. Le leggi dei costumi non abbisognano di sanzione divina, né punto è mestieri che le leggi umane si conformino al diritto di natura, e ricevano da Dio la forza obbligatoria.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

57. La scienza delle materie filosofiche, e dei costumi, del pari che le leggi civili, possono e debbono declinare dalla divina ed ecclesiastica autorità.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

58. Altre forze non debbonsi ammettere fuori di quelle, che sono riposte nella materia, ed ogni regola ed onestà dei costumi collocar si deve nell'accumulare e nell'accrescere per qualsiasi materia le ricchezze, nonché nel contentare la voluttà.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.
Lett. Apost. Q&uanto conficiamur, 17 agosto 1863.

59. Il diritto consiste nel fatto materiale; tutti i doveri degli uomini sono un vuoto nome e tutti i fatti umani hanno forza di diritto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1882.

60. L'autorità non è altro se non la somma del numero e delle forze materiali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

61. La fortuita ingiustizia di un fatto non reca verun detrimento alla santità del diritto.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

62. Devesi proclamare ed osservare il principio denominato del "Non intervento".
Alloc. Novos et ante, 28 settembre 1860.

63. È lecito negare obbedienza ai legittimi Principi, anzi ribellarsi a loro.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Q&uisque Vestrum, 4 ottobre 1847.
Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849.
Lett. Apost. Cum catholica, 26 marzo 1847.

64. Tanto la violazione di qualsiasi santissimo giuramento, quanto qualunque scellerata e criminosa azione ripugnante alla legge eterna, non solamente non è da condannare, ma sibbene torna lecita del tutto, e degna di essere celebrata con comune lode, quando ciò si faccia per l'amore della patria.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

VIII.
ERRORI CIRCA IL MATRIMONIO CRISTIANO.
65. In verun modo si può sostenere che Cristo abbia sollevato il Matrimonio alla dignità di Sacramento.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

66. Il Sacramento del Matrimonio non è se non un che d'accessorio al contratto e da esso separabile, e il Sacramento medesimo è riposto nella sola benedizione nuziale.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

67. Per diritto di natura il vincolo del Matrimonio non è indissolubile, e in vari casi il divorzio, propriamente detto, può essere sancito dalla civile autorità.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

68. La Chiesa non ha potestà di stabilire impedimenti dirimenti del Matrimonio, ma tale potestà spetta all'autorità civile, per mezzo della quale si hanno da rimuovere gli impedimenti esistenti.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

69. La Chiesa cominciò a creare gli impedimenti dirimenti nei secoli di mezzo, non per diritto proprio, ma usando di quel diritto che aveva ricevuto dal potere civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

70. I Canoni Tridentini, fulminanti la scomunica a coloro che osano negare alla Chiesa la facoltà di stabilire gli impedimenti dirimenti, o non sono canoni dogmatici, o si debbono intendere nel senso di questa sola ricevuta potestà.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

71. La forma del Tridentino non obbliga sotto pena di annullamento, quando la legge civile prescriva un'altra forma e voglia, con l'intervento di questa nuova forma, render valido il Matrimonio.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

72. Bonifazio VIII fu il primo ad asserire che il voto di castità emesso nell'Ordinazione rende nulle le nozze.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

73. In virtù del semplice contratto civile può sussistere fra cristiani un vero Matrimonio; ed è falso che o il contratto di Matrimonio fra cristiani sia sempre Sacramento, o che nullo sia il contratto, se il Sacramento si escluda.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Lettera di S. S. Pio Pp. IX al Re di Sardegna, 9 settembre 1852.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

74. Le cause matrimoniali o degli sponsali spettano di loro natura al foro civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
N.B. Qui possono richiamarsi due altri errori intorno all'abolizione del celibato clericale, e alla preferenza dello stato di Matrimonio sopra lo stato di verginità. Il primo fu condannato nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846, e il secondo nella Lettera Apostolica Multiplices inter, 10 giugno 1851.

IX.
ERRORI INTORNO AL PRINCIPATO CIVILE
DEL ROMANO PONTEFICE.
75. Sulla compatibilità del regno temporale con lo spirituale disputano fra di loro i figli della cristiana e cattolica Chiesa.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

76. L'annullamento del principato civile che possiede la Sede Apostolica gioverebbe assaissimo alla libertà e felicità della Chiesa.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.
N.B. Oltre questi errori espressamente notati, altri moltissimi implicitamente se ne condannano nella proposta e difesa dottrina, che tutti i Cattolici debbono fermissimamente ritenere intorno al civile principato del Romano Pontefice. Tale dottrina è splendidamente sviluppata nell'Allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nell'Allocuzione Si semper antea, 20 maggio 1850; nella Lettera Apostolica Cum Catholica Ecclesia, 26 marzo 1S60; nell'Allocuzione Jamdudum, 18 marzo 1861; nell'Allocuzione Maxima Quidem, 9 giugno 1862.

X.
ERRORI RIGUARDANTI
IL LIBERALISMO ODIERNO.
77. Ai tempi nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto.
Alloc. Nemo vestrum, 26 luglio 1855.

78. Quindi lodevolmente in parecchie regioni cattoliche fu stabilito per legge, esser lecito a tutti gli uomini ivi convenuti il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1552.

79. Infatti è falso che la civile libertà di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e all'aperto qualunque pensiero ed opinione influisca più facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell'indifferentismo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

80. Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/20/2012 6:39 PM
 
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Roberto de Mattei presenta il Papa difensore della Tradizione della Chiesa

PIO IX e la Rivoluzione italiana

 

Come maturò l’appellativo di «Papa liberale» assegnato al beato Pio IX, in realtà strenuo difensore della Tradizione? A questo quesito risponde il Professor Roberto de Mattei nel suo esaustivo studio storiografico Pio IX e la Rivoluzione italiana (Cantagalli 2012, € 16.00, pp. 207).

Il primo atto del lungo pontificato di Pio IX (1792-1878), durato 32 anni, fu la concessione (16 luglio 1846) dell’amnistia ad oltre 400 detenuti ed esuli politici. Il gesto di clemenza era privo di connotazioni politiche, ma esso si trasformò nella propizia occasione, per le menti giacobine, di far divampare l’incendio ideologico rivoluzionario in tutta Italia e in buona parte dell’Europa, incendio che ebbe il suo apogeo nell’anno 1848. Fu un edificio politico artificiosamente costruito. Afferma de Mattei: «È in quell’ “artificiosamente montato” che non è difficile trovare le vere cause del “delirio collettivo dell’opinione pubblica” che, dal luglio del 1846 all’aprile del 1848, creerà, attorno al nome di Pio IX, il mito del Papa “liberale”, frutto in realtà […] di un “sistematico sfruttamento” delle iniziative del pontefice, per realizzare lo storico “abbraccio” tra la Chiesa e i principi della rivoluzione francese» (1).

Il giorno della pubblicazione dell’amnistia, una grande folla, con bandiere e torce al vento percorse le principali vie di Roma inneggiando a Pio IX e altre manifestazioni si tennero nei giorni successivi, così eclatanti da turbare lo stesso Pontefice, che invitò il popolo alla moderazione. Nel primo anno di governo il Papa concesse la libertà di stampa: era il 15 marzo 1847. Con questo provvedimento sperava di evitare altre concessioni e di risolvere così il problema della stampa clandestina. Tuttavia il risultato fu ben diverso: la stampa clandestina e radicale proliferò ancor più e aumentarono le proteste contro il governo pontificio. Intanto, da Londra, il rivoluzionario Mazzini (1805-1872) esortava a gridare «Viva l’Italia e Pio IX» (2).
L’intera Penisola era disseminata di società segrete che volevano destabilizzare gli ordini costituiti. Le piazze furono messe a ferro e fuoco e si inneggiava alla Costituzione. Il 10 febbraio 1848 il Papa pronunciò un’allocuzione che si concludeva con queste parole: «Benedite, dunque, o grande Iddio, l’Italia, e conservatele questo dono, il più prezioso di tutti, la fede!» (3). Ma di quella invocazione si utilizzò soltanto il termine «Italia» e si strumentalizzò il Papa per metterlo in contrapposizione con Metternich (1773-1859) che aveva definito lo stivale una semplice «espressione geografica».

Gli eventi incalzarono in maniera sempre più violenta e tumultuosa. I repubblicani anticlericali misero in atto il loro piano di odio e il legittimo governo romano fu rovesciato. Il 16 novembre 1848 migliaia di persone si mossero da piazza del Popolo verso il Quirinale, residenza del Pontefice. Le grida erano: «Tenete duro, giovanotti, oggi è l’ultimo giorno dei preti» (4) e «Abbasso Pio IX! Viva la Repubblica!» (5). La folla arrivò dunque al Quirinale, aprendo il fuoco sul cortile e sulle finestre, ad una di esse si trovava uno dei segretari del Papa, Monsignor Giandomenico Palma, che venne colpito a morte. Furono approntati due cannoni per sfondare il portone. A difendere il Pio IX, che non perderà la santa calma, c’erano una settantina di Guardie svizzere, una ventina di carabinieri e sei ufficiali della Guardia Nobile. Per fargli scudo si aggiunsero quasi tutti gli ambasciatori stranieri, ma non i rappresentanti degli Stati italiani. Il Sommo Pontefice per evitare lo spargimento di sangue cedette alla richiesta di costituire un governo provvisorio, ma dichiarò: «io non prendo nemmeno di nome parte alcuna agli atti del nuovo governo, al quale mi considero assolutamente estraneo» (6). Il Papa era prigioniero ormai dei rivoluzionari. Fu così che il 24 novembre Pio IX fuggì da Roma per raggiungere Gaeta.

La Repubblica romana del 1949 era l’espressione concreta di ciò che l’ideologia liberale, nata sotto la Rivoluzione francese, si era proposta di realizzare: la distruzione del cristianesimo e della Chiesa. Davvero significative sono le parole di Juan Francesco Maria de la Salud Donoso Cortés, primo marchese di Valdegamas (1809-1853) pronunciate al Parlamento spagnolo, tratte dal prezioso testo di de Mattei:

«Io mi proposi di parlar francamente, e così parlerò. Io affermo necessario, o che il Sovrano di Roma ritorni a Roma, o che più non vi rimanga pietra su pietra. Il mondo cattolico non può consentire, e non consentirà giammai, alla distruzione virtuale del cristianesimo, per una sola città in balia di pazzi frenetici. L’Europa civile non può consentire, e non consentirà mai che crolli il culmine della Civiltà europea. Il mondo non può consentire, e non consentirà mai, che nella insensata città di Roma si compia l’avvenimento al trono di una nuova e strana dinastia, la dinastia del delitto. (…) Le Assemblee costituenti, che possono esistere ovunque, non lo possono in Roma; a Roma non può esservi potere costituente, al di fuori del potere costituito. Roma e gli Stati Pontifici non appartengono a Roma, non appartengono al Papa; appartengono al mondo cattolico» (7).

Pio IX farà ritorno a Roma il 12 aprile del 1850, accolto dal tripudio popolare. Intanto, però, procedevano nei loro disegni le menti carbonare, i massoni inglesi, gli spiriti volterriani… e si compì l’usurpazione del potere temporale della Chiesa. Purtuttavia l’opera di restaurazione di Pio IX fu eccezionale. Risanò le finanze lasciate in stato fallimentare dal governo repubblicano e avviò una serie di importanti riforme amministrative. L’immagine di uno Stato della Chiesa arretrata è ben menzognera di fronte alle opere che vennero eseguite e che de Mattei riporta passo passo: vengono risanate le paludi di Ostia e dell’Agro Pontino; arginati i corsi d’acqua in tutto lo Stato pontificio; intrapresi i lavori portuali e costruiti moderni fari ad Ancona, Civitavecchia, Anzio, Terracina; realizzate migliorie nelle linee ferroviarie e nelle strade nazionali; costruiti o ristabiliti una ventina di viadotti, come quello monumentale fra Albano ed Ariccia; ampliate le linee del servizio telegrafico…. Progressi si riscontano anche nel settore industriale. Enorme poi l’opera assistenziale e ospedaliera; splendida la rinascita culturale, basti ricordare il sostegno morale ed economico che Pio IX diede per lo svolgimento delle ricerche archeologiche. Ma fra tutte le meritorie azioni avviate e portate a termine sotto il suo Pontificato c’è senza dubbio la valorosa battaglia che il Papa intraprese contro il perverso processo di secolarizzazione della società. Per un trentennio il marchigiano (8) e terziario francescano Papa Mastai Ferretti si batté senza posa per difendere i diritti della Chiesa in Europa, in America e in Asia.

Importantissimo risulta essere, poco dopo il suo ritorno da Gaeta, il ristabilimento della gerarchia episcopale in Inghilterra con la bolla Universalis Ecclesiae del 29 settembre 1850: vennero stabilite, per la prima volta, dopo la rivoluzione protestante iniziata da Enrico VIII, tredici diocesi governate dal nuovo arcivescovo di Westminster, Nicholas Wiseman (1802-1865). «A questo primo atto di sfida di Pio IX all’Inghilterra protestante e massonica che sotto la guida del “trio” Palmerston, Russel, Gladstone, avrebbe rappresentato uno dei suoi principali nemici, si possono ricollegare i tre grandi gesti pubblici del suo pontificato: la definizione dell’Immacolata (1854), la proclamazione del Sillabo (1864) e l’apertura del Concilio Vaticano I (1870)» (9). Tre punti fermi che vanno inquadrati non nel loro tempo, ma nell’eternità della Chiesa. Il Sillabo compendia, in dieci paragrafi, i principali errori di allora, errori che mantengono tutta la loro degenerante perfidia in ogni epoca della storia. L’enciclica Quanta cura, alla quale fu allegato il Sillabo, risulta la chiave di lettura di quest’ultimo. Veniva esposta la critica alla Rivoluzione francese e al Risorgimento italiano, facendo cenno alla libertà di pensiero illuminista come «libertà di perdere se stessi». L’enciclica affermava anche la forte critica del voler porre uno Stato aconfessionale rompendo il legame tra altare e trono fino ad allora vigente.

Il Papa condannava nel Sillabo, senza esitazioni o ambiguità, la filosofia del XIX secolo, che deifica la natura umana trasferendo ad essa gli attributi che nega a Dio; tale filosofia ha il suo nucleo nell’affermazione secondo cui «la ragione umana è l’unico arbitro del vero e del falso, del bene e del male” (III) e da essa “scaturiscono tutte le verità religiose” (IV)» (10). Vengono dunque banditi: panteismo, naturalismo, razionalismo, indifferentismo, latitudinarismo. Il Papa afferma categoricamente che la Chiesa non può e non deve ammettere che «ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera” (XV) e “Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire” (XVI)» (11). Ecco che viene condannato il relativismo religioso, contro il quale anche il beato Cardinale John Henry Newman (1801-1890) si scagliò. Relativismo religioso che penetrerà invece nelle maglie del Concilio Vaticano II attraverso il concetto di libertà religiosa, che riconosce in capo ad ogni persona il diritto soggettivo, nascente dalla stessa dignità dell’uomo, a non essere in alcun modo disturbato dalle azioni e dalle leggi statuali nell’osservanza del proprio culto; unico limite riconosciuto è l’ordine pubblico, vale a dire il fondamento politico ed ideologico che sta alla base di ogni singolo ordinamento giuridico: è trasferire dall’oggettivo diritto naturale, legge posta da Dio nella coscienza di ogni uomo, non incrostata da ideologie o false religioni, all’ideologia politica sottostante ad ogni ordinamento giuridico che non abbia alla sua base il suddetto diritto naturale: è il riconoscimento del più importante portato politico della riforma protestante, vale a dire la soggezione della verità metafisica e religiosa all’ideologia del detentore del potere politico. L’ironia involontaria del definire libertà ciò che, di fatto, è soggezione all’invadenza statuale, è la nota dominante di tutti gli aspetti politici del Modernismo.

Da questa viziata concezione di libertà, che, inevitabilmente, porta al totalitarismo, discende in maniera implicita, ma ineludibile, il principio secondo cui in ogni credo esiste un pezzo di verità e, quindi, anche attraverso le false religioni è possibile trovare la salvezza, vanificando in tal modo l’assoluto cattolico «Extra Ecclesiam nulla salus». Proprio contro il relativismo religioso Pio IX afferma che il Salvatore ha fondato una sola Chiesa con una unità di dottrina e di costituzione, a cui è necessario appartenere per trovare la Salvezza.
Inoltre con il Sillabo il Pontefice condannò categoricamente il socialismo, il comunismo, la massoneria, il liberalismo cattolico e il separatismo liberale, ovvero la separazione assoluta fra Stato e Chiesa. Fu il primo Pontefice a dichiarare erronei, dottrinalmente incompatibili con la dottrina cattolica e moralmente inaccettabili sotto ogni forma il socialismo e il comunismo e lo fece a partire dal 9 novembre del 1846 con l’enciclica Qui pluribus, denunciando «quella dottrina funesta e più che mai contraria al diritto naturale che chiamano “comunismo”, una volta ammessa la quale, sarebbero sconvolti i diritti, i patrimoni e le proprietà e persino la società umana» (12).

Significativa, inoltre, la constatazione che gli architetti rivoluzionari idolatrano lo Stato non anteponendo nessun diritto naturale ad esso. E dagli errori filosofici maturano e si sviluppano gli errori e i peccati. Da qui l’utilitarismo come norma di vita, ossia il servirsi di ogni strumento per raggiungere i propri scopi (machiavellismo), la distruzione del reale e vero concetto di diritto e di autorità, la corruzione, il principio di non intervento. Poi il Papa, nell’ottavo paragrafo, si sofferma sulla sacramentalità e indissolubilità del matrimonio contro gli scardinatori della famiglia, che sostenendo il divorzio, di fatto, scompaginano l’ordine sociale presente nel diritto naturale. Infine, nel decimo gruppo, vengono condannate la aconfessionalità dello Stato, la libertà di culto, la libertà di pensiero e di stampa. L’ultimo errore denunciato è quello secondo cui «Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e a conciliazione» (13).
Ebbene, Pio IX, il Papa della più ampia ed articolata condanna di ogni compromesso con il cosiddetto «pensiero moderno» è stato beatificato da Giovanni Paolo II (1920-2005) il 3 settembre del 2000, insieme a Giovanni XXIII, che aprì il Concilio Vaticano II, per portare la Chiesa ad avere una «simpatia immensa» verso «la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio» (14), come detto in quella significativa sintesi di tutta l’Assise che fu l’omelia di chiusura del medesimo pronunciata da Paolo VI (1897-1978).

Afferma il professor Roberto de Mattei: «Pio IX è stato beatificato innanzitutto per la virtù eroica dimostrata nello svolgere le funzioni caratteristiche del Papa, che sono quelle di pascere, reggere e governare la Chiesa universale» (15). Postulatore della causa di beatificazione è stato Monsignor Brunero Gherardini, succeduto nell’incarico a monsignor Antonio Piolanti (1911-2001). Pare quasi che il beato Pio IX assista monsignor Gherardini nella sua ardua, ma salutare impresa teologica: quella di far finalmente chiarezza, con i suoi illuminati e illuminanti libri, sugli errori che sono divenuti presunto patrimonio comune della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

Cristina Siccardi

 


NOTE

(1) R. de Mattei, Pio IX e la Rivoluzione italiana, Cantagalli, Siena, p. 31.
(2) Ivi, p. 36.
(3) Ivi, p. 43.
(4) Ivi, p. 50.
(5) Ibidem.
(6) Ivi, p. 51.
(7) Ivi, p. 60.
(8) Era nato a Senigallia, in provincia di Ancona.
(9) R. de Mattei, Pio IX e la Rivoluzione italiana, Cantagalli, Siena, p. 66.
(10) Ivi, p. 148.
(11) Ivi, pp. 148-149.
(12) Ivi, p.149.
(13) Ivi, p.159.
(14) Paolo VI, Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965.
(15) Ivi, p. 190.
 
 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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