A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Come dobbiamo e possiamo festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia? Il Messaggio del Papa all'Italia

Last Update: 5/18/2011 11:35 PM
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3/14/2011 5:29 PM
 
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 "Noi" che abbiamo accolto la "Popolorum Progressio" di Paolo VI,
la Rerum Novarum di Leone XIII,
la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II che ricorda ed aggiorna la Rerum Novarum nei suoi, appunto 100 anni....
noi che abbiamo accolto la Mater et Magistra di Giovanni XXIII,
possiamo dire serenamente, e con vanto in Cristo, che il primo caposaldo della Dottrina Sociale della Chiesa, la troviamo saldamente insegnata nelle Lettere di santa Caterina da Siena "ai Politici, re ed imperatori, Duchi e Conti " del suo tempo, una dottrina sottolineante la dignità della PERSONA UMANA, i suoi diritti, i suoi doveri.
La dottrina cateriniana NON è solo mistica e ascetica, è piuttosto realtà e concretezza che scaturisce da quell'affetto di amore concreto con il quale è unita prima alla "Prima dolce Verità", per poi estendersi al Prossimo che ama in Cristo, con Cristo e per Cristo.

In santa Caterina da Siena, la società, non è qualcosa che sussiste per sè o che possa essere manipolata a seconda delle mode o dei giochi politici, o fra i litigi di re e imperatori, bensì la società è per lei una costituzione di PERSONE, creature ragionevoli, che per questo precedono e formano la società medesima, dirà la santa: " In questa vita mortale, mentre che siete viandanti, Io (=Dio) v'ho legati nel legame della Carità, dell'Amore vero: voglia l'uomo o no, egli ci è legato"....
Per Caterina da Siena l'Uomo, dotato di libero arbitrio, deve tuttavia essere sollecitato a conoscere il vero Bene per poterlo compiere, essendo egli stato offuscato, ed offuscato lui stesso, dal Peccato Originale, di vedere questo Bene e di perseguirlo.
Per questo Santa Caterina da Siena, non scrive "Lettere" direttamente ai "peccatori", nel suo Epistolario, ricchissimo, Ella indirizza le sue attenzioni ai Governanti, ai Politici, ai Sindaci del suo tempo, ma anche ai Genitori ed agli Educatori, così come alle Gerarchie della Chiesa Cattolica, al Clero e ai Papi, in tutti questi Caterina vede e comprende che è loro la responsabilità maggiore della disaffezione degli Uomini verso Dio.

Accogliamo dunque dalle sue parole un vero magistero LAICO.....




QUESTO è IL MODO CON IL QUALE VOGLIAMO UNIRCI AI FESTEGGIAMENTI PER L'UNITA' D'ITALIA: CON QUELLA UNITA' CHE TANTO APPASSIONO' SANTA CATERINA DA SIENA NOSTRA PATRONA..... CLICCATE QUI PER LE SUE LETTERE AI POLITICI DEL SUO TEMPO....
che non significa uno Stato confessionale giacchè MAI E POI MAI la Chiesa intese questo, ma COLLABORAZIONE FRA STATO E CHIESA come è sempre stato tentato di fare....








LA GRANDE PREGHIERA PER L’ITALIA
E CON L’ITALIA

La meditazione di Giovanni Paolo II
alla concelebrazione eucaristica
con i Vescovi italiani presso la tomba dell’Apostolo Pietro

l5 marzo l994


Rendiamo grazie a Dio per questa terra partico-larmente benedetta dalla provvidenza.

l. «Benedictus es, Domine, Deus universi». Ogni giorno, con queste parole, rendiamo grazie a Dio per i doni che ci permette di offrirgli, cioè il pane e il vino. Questi doni simboleggiano tutto ciò che l’uomo riceve dal Creatore e che, a sua volta, porta in offerta a Dio, come frutto del lavoro delle proprie mani, come frutto della civiltà e della cultura. In essi si esprime l’uomo e la sua storia. In questo modo le nazioni, i popoli e le culture portano il loro dono, inserendolo nella grande comunità universale (...)

L’eredità degli apostoli Pietro e Paolo: un patrimonio di fede e di cultura posto alle basi della storia d’Italia

Rendiamo grazie innanzitutto per l’eredità degli Apostoli Pietro e Paolo.
Il primo di essi, un pescatore di Galilea; il secondo, un colto cittadino romano dell’Asia Minore, ebreo di origine e fariseo della diaspora, cresciuto a contatto diretto col mondo greco-romano. Mai ci si stupirà abbastanza delle disposizioni della divina Provvidenza, che volle condurre Pietro direttamente da Gerusalemme, attraverso Antiochia, qui a Roma. Né meno stupefacente è il disegno della Provvidenza che qui guidò Paolo di Tarso, attraverso la Grecia: Tessalonica, Filippi, Corinto e Atene. In questo modo le due componenti della nostra civiltà, che attingono da Gerusalemme e da Atene, si incontrarono a Roma.

Oggi non possiamo far a meno di ringraziare Dio per questo patrimonio di fede e di cultura, che è stato posto alle basi della storia d’Italia, e che nel corso di duemila anni ne ha progressivamente plasmato to sviluppo. Ci rendiamo conto con chiarezza del fatto che la divina Provvidenza per mezzo di Pietro ha legato in modo particolare la storia dell’Italia con la storia della Chiesa, come per mezzo di Paolo l’ha congiunta anche con la storia dell’evangelizzazione del mondo intero.

La grande eredità dei martiri di Roma, spirituale seminagione per l’intera cultura umana

2. Rendiamo grazie inoltre per la testimonianza grandiosa che è stata resa a Cristo qui, in questa terra, quasi paradigma della testimonianza che, nel corso dei secoli, verrà resa dai confessori di Cristo, e specialmente dai martiri, in tanti altri luoghi, fino ai nostri tempi. Il martirio è la forma più completa di testimonianza che possa essere data a Cristo. Essa ha avuto qui, a Roma, una dimensione singolare. Anche in altri luoghi, specialmente in determinati periodi, i cristiani sono stati oggetto di persecuzione, ma Roma rimarrà sempre il simbolo del martirio per amore di Cristo, e il Circo, le fiaccole di Nerone, le catacombe parleranno sempre a tutte le generazioni: «Sanguis martyrum, semen christianorum». Sono parole che hanno trovato la loro conferma storica più eloquente proprio qui, in Italia.
Pregando oggi per l’Italia, rendiamo grazie per questa grande eredità di martiri, divenuta spirituale seminagione per l’intera cultura umana.

L’eredità di san Benedetto, laboratorio dello spirito europeo: trasformare il mondo trasformando se stessi

3. Rendiamo grazie poi per l’eredità di san Benedetto, che Paolo VI, non senza profonde ragioni, ha proclamato Patrono d’Europa. Il patrimonio della vita monastica, che ebbe il suo inizio in Oriente, specialmente in Egitto, nella tradizione dei Padri del deserto, trovò la sua originale e creativa espressione in Occidente grazie a questo grande figlio dell’Italia, Benedetto da Norcia, ed alla sorella, santa Scolastica. L’abbandono del mondo per Dio ha avuto come conseguenza la trasformazione dello stesso mondo. In questo consiste il senso fondamentale della cultura umana: l’uomo trasforma il mondo trasformando se stesso. Questo è uno dei significati della vocazione benedettina. Esprimiamo la nostra gratitudine per la grande iniziativa benedettina, divenuta quasi un laboratorio dello spirito europeo. Rendiamo grazie per l’«ora et labora» benedettino, che indicò le direzioni dello sviluppo della cultura umana per tutti i tempi. Rendiamo grazie perché ciò è successo proprio qui, in Italia.

Da Roma i missionari irradiano il Vangelo e diffondono la cultura classica fino al nord dell’Europa


4. Ringraziamo oggi per la grande epopea missionaria della Chiesa, che nella tradizione benedettina ebbe un suo particolare centro spirituale. I missionari partivano da Roma, come Agostino, al quale il Papa Gregorio Magno affidò l’evangelizzazione delle isole britanniche, oppure venivano dall’Irlanda come Bonifacio o Willibrord, che furono gli apostoli della Germania e dei Paesi sul Reno, o come Ansgario e gli altri che arrivarono fino alla Scandinavia. Rendiamo grazie per questa epopea missionaria della Chiesa, che contribuì alla diffusione non soltanto del Vangelo, ma anche della cultura classica e della lingua latina. In questo modo per lunghi anni l’Europa è rimasta latina e tutto il patrimonio delle culture e delle lingue romaniche ha preso da lì il suo avvio.

La compenetrazione della civiltà greca e latina nella cultura mediterranea

Rendiamo grazie ancora per il fatto che nel corso della sua storia l’Italia, e specialmente le regioni del sud, Italia meridionale, sono divenute terreno d’incontro e di creativa compenetrazione della lingua e della cultura dell’antica Grecia e del mondo latino in costante crescita. Ciò è stato importante per la Chiesa, che in quel tempo respirava ancora con due polmoni; è stato importante anche per tutta la cultura mediterranea e per le prospettive che ad essa si sono aperte nel corso dei secoli.

I santi Cirillo e Metodio aprono al cristianesimo e all’Europa il mondo slavo

Rendiamo grazie ancora per Cirillo e Metodio, i santi Fratelli di Salonicco, che scoprirono per il cristianesimo e per l’Europa il grande mondo slavo. Ringraziamo perché quei figli di Bisanzio cercarono sempre l’unità con Roma, lasciando tale ricerca dell’unità come loro testamento spirituale non soltanto per la Chiesa e per il cristianesimo, ma anche per l’intera Europa. Ringraziamo perché la tomba di Cirillo si trova a Roma.

I Vescovi di Roma e gli imperatori:
distinzione e cooperazione tra Chiesa e comunità politica

5. In modo particolare rendiamo grazie a Dio perché i Vescovi di Roma riuscirono e resistere alle pretese egemoniche degli imperatori, orientali prima, ed occidentali poi. Alcuni di loro hanno per questo subito anche il martirio. Papa Gregorio VII seppe distinguere chiaramente ciò che è di Dio da ciò che è di Cesare, e non permise all’imperatore di appropriarsi di ciò che era divino. Cominciò così ad emergere quella corretta impostazione di relazioni che nel Concilio Vaticano II avrebbe trovato la sua formulazione definitiva: «La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti, in maniera tanto più efficace quanto meglio coltivano una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo» (Gaudium et spes, 76). Proprio questa dottrina evangelica sulla distinzione e sulla cooperazione tra ciò che è umano e ciò che è divino costituisce il patrimonio durevole di Roma. Qui ha avuto la sua prima applicazione. Bisogna che anche ai nostri tempi trovi in Italia comprensione e applicazione.

San Francesco d’Assisi: la testimonianza evangelica a servizio della giustizia e della pace

6. Il secondo millennio ha portato all’Italia una fondamentale testimonianza evangelica special-mente grazie alla straordinaria vocazione di san Francesco d Assisi. Il Santo Poverello appartiene a tutta la Cristianità e a tutta l’umanità; ma le sue radici sono in terra umbra. La sua testimonianza evangelica continua a costituire una forza potente per tutti coloro che desiderano servire la giustizia e la pace.

La sintesi filosofica e teologica di san Tommaso d’Aquino

Accanto alla figura di san Francesco dal cuore della storia del tredicesimo secolo occorre richiamarne un’altra. Si tratta di un gigante del pensiero, un genio forse irripetibile: parlo di san Tommaso d’Aquino, figlio dell’Ordine di san Domenico. La sintesi filosofica e teologica da lui elaborata costituisce un bene solido e durevole della Chiesa e dell’umanità.

Un periodo d’oro per la storia d’Italia in cui si manifesta il genio del cristianesimo

Oggi dobbiamo dunque ringraziare per questo periodo d’oro della storia d’Italia.
È quello il tempo in cui emerge anche il genio della lingua italiana, il poeta Dante Alighieri con la sua «Divina Commedia». Nel campo delle arti plastiche s’affermano la pittura ispirata di Fra’ Angelico e quella di tanti altri maestri che preannunciano e preparano il secolo di Michelangelo, di Raffaello e degli altri grandi del rinascimento italiano. Sulle rovine della Roma antica cresce una Roma nuova, ormai non più la Roma dei Cesari, ma la Roma nella quale in vari modi si manifesta il genio del cristianesimo. E questa ormai, con tutto il suo carattere universale, la cultura propria dell’Italia; una cultura di cui vive l’Italia, ma vivono anche, in un certo senso, le nazioni dell’Europa e del mondo.


Il genio femminile d’Italia: Caterina da Siena

7. Venerati Fratelli, celebrando l’Eucaristia presso la tomba di Pietro non possiamo oggi non ringraziare per santa Caterina da Siena. In un momento critico per Roma e per la Chiesa, si rivelò in essa il genio della femminilità italiana. Insieme a san Francesco, Caterina viene giustamente riconosciuta quale Patrona d’Italia. La sua personale esperienza di comunione con Cristo continua ad attirare i mistici.

La riforma del cristianesimo in Europa e l’apertura di un nuovo mondo per la Chiesa: Carlo Borromeo e Cristoforo Colombo

Caterina però preannuncia anche la grande crisi che avrebbe attraversato la Chiesa e con essa la società tra il XIV e il XV secolo. Fu una crisi pericolosa che contribuì probabilmente anche alla grande divisione dell’Europa cristiana, all’epoca della Riforma. Anche in questo periodo bisogna tornare al genio dello spirito romano che si manifesta in Italia in modo particolare nella persona di san Carlo Borromeo, il principale promotore delle riforme del Concilio tridentino. E se in quel periodo il cristianesimo, diviso in Europa, sperimenta con la scoperta dell’America una sorta di grande compensazione, ciò avvenne grazie a Cristoforo Colombo, un italiano nativo di Genova. Anche qui la Provvidenza si è servita di un figlio dell’Italia per aprire all’umanità e alla Chiesa nuove vie, nuove prospettive che sarebbero andate molto lontano nel futuro.

II mondo moderno: Galileo Galilei e le nuove scienze

8. In questo contesto va menzionata ancora una figura chiave, almeno da un certo punto di vista, per la storia della conoscenza dell’universo: Galileo Galilei. Avendo intuito che la decisiva scoperta fatta da Copernico, nella lontana Warmia, era giusta, Galileo si schierò tra coloro che mossero, per così dire, la terra e fermarono il sole. I criteri metodologici da lui proposti aprirono la strada alla scienza moderna, la strada delle scienze della natura.

L’allontanamento dal cristianesimo

Successivamente nel continente europeo iniziarono i tempi dell’allontanamento dal cristianesimo: fu un allontanamento piuttosto radicale. È una constatazione che riempie la Chiesa di dolore, ma non le toglie la speranza. Essa sa infatti che è Cristo, a Lui solo, ad aver parole di vita eterna: solo Lui è capace di soddisfare le aspirazioni più profonde della ragione e del cuore umano.

I testimoni radicali di Cristo

Nel rievocare il periodo degli «abbandoni», non si può, tuttavia, non rilevare la potenza del bene che è emersa in mezzo a quelle molteplici forme di male, presenti nella storia d’Europa negli ultimi secoli, e soprattutto in quello corrente. A fronteggiare radicali pericoli sono sorti testimoni altrettanto radicali di Cristo. E l’Italia è patria di molti fra questi: penso a san Paolo della Croce, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Giovanni Bosco. Ricordiamo pure il grande numero di santi e di beati di questo secolo. S’avverte ben presente, anche ai nostri tempi, il poderoso soffio dello Spirito Santo che rinnova la Chiesa mediante associazioni e movimenti sorti di recente. Molti di essi sono nati proprio qui, in Italia.

Un programma per la nostra epoca

Il programma di san Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male!» (Rm l2, 2l) è diventato il programma di questa nostra epoca. (...)

Con Maria in pellegrinaggio spirituale attraverso i suoi santuari

l0. Maria è sempre presente nell’opera di Cristo e nella Chiesa. La sua presenza si esprime attraverso vari santuari, moltiplicatisi in tutto il mondo e in particolare nel Continente europeo. Attraverso questi santuari passa la misteriosa trama della storia dei singoli paesi, delle singole nazioni ed epoche. In Italia, il pensiero va quest’anno in particolare al santuario di Loreto, al quale desideriamo recarci spiritualmente in pellegrinaggio lungo tutti i prossimi mesi.

Cristo è la «via» lungo i secoli

Così, dunque, anche la nostra preghiera di quest’anno per l’Italia diventa un pellegrinaggio, un pellegrinaggio nella fede. Siamo pellegrini insieme a Colei che ci precede sulla via della fede, della speranza e dell’unione con Cristo. Se il nostro pellegrinaggio trova il suo inizio qui, presso la tomba di san Pietro, ciò corrisponde a tutta la logica della storia ed alla profonda eloquenza che ne promana. Cristo, che è verità e vita (cfr. Gv l4, 6), è diventato per noi la via lungo i secoli. Su questa «via» noi intendiamo camminare, avvicinandoci al termine del secondo millennio della sua presenza tra gli uomini.

«Iesus Christus heri et hodie idem, et in saecula!» (Eb l3, 8).
Amen!

*****


PREGHIERA PER L’ITALIA
del Santo Padre Giovanni Paolo II


O Dio, nostro Padre,

ti lodiamo e ringraziamo.
Tu che ami ogni uomo e guidi tutti i popoli accompagna i passi della nostra nazione, spesso difficili ma colmi di speranza.
Fa’ che vediamo i segni della tua presenza e sperimentiamo la forza del tuo amore, che non viene mai meno.

Signore Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo,
fatto uomo nel seno della Vergine Maria, ti confessiamo la nostra fede.
II tuo Vangelo sia luce e vigore per le nostre scelte personali e sociali.
La tua legge d’amore conduca la nostra comunità civile a giustizia e solidarietà,
a riconciliazione e pace.

Spirito Santo, amore del Padre e del Figlio,
con fiducia ti invochiamo.
Tu che sei maestro interiore svela a noi i pensieri e le vie di Dio.
Donaci di guardare le vicende umane con occhi puri e penetranti,
di conservare l’eredità di santità e civiltà propria del nostro popolo,
di convertirci nella mente e nel cuore per rinnovare la nostra società.

Gloria a te, o Padre, che operi tutto in tutti.
Gloria a te, o Figlio,
che per amore ti sei fatto nostro servo.
Gloria a te, o Spirito Santo,
che semini i tuoi doni nei nostri cuori.
Gloria a te, o Santa Trinità,
che vivi a regni nei secoli dei secoli.
Amen.

                   L'Italia e santa Caterina da Siena


Vi ricordiamo di meditare anche questi link:

Il Risorgimento? Una pagina da ristudiare..... La Chiesa vera artefice dell'Unità

Tributo d'Amore per i Nostri Soldati caduti MA ANCHE VIVI ED IN MISSIONE 

NOVENA (o Triduo) A SANTA CATERINA DA SIENA Festa del 29 aprile

[Edited by Caterina63 3/14/2011 6:23 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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3/16/2011 1:24 PM
 
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Il Papa al Presidente Napolitano: Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali; ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica

Vedi anche:

Il Papa: L'apporto dei cattolici fu centrale nella stesura della Carta Costituzionale (Ansa)

Messaggio di Benedetto XVI al presidente Napolitano per il 150.mo anniversario dell’Unità d’Italia (Radio Vaticana)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA IN OCCASIONE DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ POLITICA D’ITALIA, 16.03.2011

Questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato un Messaggio al Presidente della Repubblica Italiana, On. Giorgio Napolitano, in occasione dei 150 anni dell’Unità politica d’Italia.
Il Messaggio è stato consegnato all’On. Giorgio Napolitano dall’Em.mo Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, nel corso di una visita al Quirinale
.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Illustrissimo Signore
On. GIORGIO NAPOLITANO
Presidente della Repubblica Italiana


Il 150° anniversario dell’unificazione politica dell’Italia mi offre la felice occasione per riflettere sulla storia di questo amato Paese, la cui Capitale è Roma, città in cui la divina Provvidenza ha posto la Sede del Successore dell’Apostolo Pietro.

Pertanto, nel formulare a Lei e all’intera Nazione i miei più fervidi voti augurali, sono lieto di parteciparLe, in segno dei profondi vincoli di amicizia e di collaborazione che legano l’Italia e la Santa Sede, queste mie considerazioni.

Il processo di unificazione avvenuto in Italia nel corso del XIX secolo e passato alla storia con il nome di Risorgimento, costituì il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima. In effetti, la nazione italiana, come comunità di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dai sentimenti di una medesima appartenenza, seppure nella pluralità di comunità politiche articolate sulla penisola, comincia a formarsi nell’età medievale.

Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali; ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica.

Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini sono solo alcuni nomi di una filiera di grandi artisti che, nei secoli, hanno dato un apporto fondamentale alla formazione dell’identità italiana. Anche le esperienze di santità, che numerose hanno costellato la storia dell’Italia, contribuirono fortemente a costruire tale identità, non solo sotto lo specifico profilo di una peculiare realizzazione del messaggio evangelico, che ha marcato nel tempo l’esperienza religiosa e la spiritualità degli italiani (si pensi alle grandi e molteplici espressioni della pietà popolare), ma pure sotto il profilo culturale e persino politico.

San Francesco di Assisi, ad esempio, si segnala anche per il contributo a forgiare la lingua nazionale; santa Caterina da Siena offre, seppure semplice popolana, uno stimolo formidabile alla elaborazione di un pensiero politico e giuridico italiano.

L’apporto della Chiesa e dei credenti al processo di formazione e di consolidamento dell’identità nazionale continua nell’età moderna e contemporanea. Anche quando parti della penisola furono assoggettate alla sovranità di potenze straniere, fu proprio grazie a tale identità ormai netta e forte che, nonostante il perdurare nel tempo della frammentazione geopolitica, la nazione italiana poté continuare a sussistere e ad essere consapevole di sé. Perciò, l’unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo.

La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale, al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale.

Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse, il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generale. Senza negare il ruolo di tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l’apporto di pensiero - e talora di azione - dei cattolici alla formazione dello Stato unitario. Dal punto di vista del pensiero politico basterebbe ricordare tutta la vicenda del neoguelfismo che conobbe in Vincenzo Gioberti un illustre rappresentante; ovvero pensare agli orientamenti cattolico-liberali di Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini. Per il pensiero filosofico, politico ed anche giuridico risalta la grande figura di Antonio Rosmini, la cui influenza si è dispiegata nel tempo, fino ad informare punti significativi della vigente Costituzione italiana.

E per quella letteratura che tanto ha contribuito a "fare gli italiani", cioè a dare loro il senso dell’appartenenza alla nuova comunità politica che il processo risorgimentale veniva plasmando, come non ricordare Alessandro Manzoni, fedele interprete della fede e della morale cattolica; o Silvio Pellico, che con la sua opera autobiografica sulle dolorose vicissitudini di un patriota seppe testimoniare la conciliabilità dell’amor di Patria con una fede adamantina. E di nuovo figure di santi, come san Giovanni Bosco, spinto dalla preoccupazione pedagogica a comporre manuali di storia Patria, che modellò l’appartenenza all’istituto da lui fondato su un paradigma coerente con una sana concezione liberale: "cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa".

La costruzione politico-istituzionale dello Stato unitario coinvolse diverse personalità del mondo politico, diplomatico e militare, tra cui anche esponenti del mondo cattolico. Questo processo, in quanto dovette inevitabilmente misurarsi col problema della sovranità temporale dei Papi (ma anche perché portava ad estendere ai territori via via acquisiti una legislazione in materia ecclesiastica di orientamento fortemente laicista), ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro.

Ma si deve riconoscere che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra Stato e Chiesa che è passato alla storia col nome di "Questione Romana", suscitando di conseguenza l’aspettativa di una formale "Conciliazione", nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale. L’identità nazionale degli italiani, così fortemente radicata nelle tradizioni cattoliche, costituì in verità la base più solida della conquistata unità politica. In definitiva, la Conciliazione doveva avvenire fra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese. L’astensione dalla vita politica, seguente il "non expedit", rivolse le realtà del mondo cattolico verso una grande assunzione di responsabilità nel sociale: educazione, istruzione, assistenza, sanità, cooperazione, economia sociale, furono ambiti di impegno che fecero crescere una società solidale e fortemente coesa. La vertenza apertasi tra Stato e Chiesa con la proclamazione di Roma capitale d’Italia e con la fine dello Stato Pontificio, era particolarmente complessa. Si trattava indubbiamente di un caso tutto italiano, nella misura in cui solo l’Italia ha la singolarità di ospitare la sede del Papato.

D’altra parte, la questione aveva una indubbia rilevanza anche internazionale. Si deve notare che, finito il potere temporale, la Santa Sede, pur reclamando la più piena libertà e la sovranità che le spetta nell’ordine suo, ha sempre rifiutato la possibilità di una soluzione della "Questione Romana" attraverso imposizioni dall’esterno, confidando nei sentimenti del popolo italiano e nel senso di responsabilità e giustizia dello Stato italiano. La firma dei Patti lateranensi, l’11 febbraio 1929, segnò la definitiva soluzione del problema. A proposito della fine degli Stati pontifici, nel ricordo del beato Papa Pio IX e dei Successori, riprendo le parole del Cardinale Giovanni Battista Montini, nel suo discorso tenuto in Campidoglio il 10 ottobre 1962: "Il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione sul mondo, come prima non mai".

L’apporto fondamentale dei cattolici italiani alla elaborazione della Costituzione repubblicana del 1947 è ben noto.

Se il testo costituzionale fu il positivo frutto di un incontro e di una collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero, non c’è alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano; un progetto maturato all’interno dell’Azione Cattolica, in particolare della FUCI e del Movimento Laureati, e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ed oggetto di riflessione e di elaborazione nel Codice di Camaldoli del 1945 e nella XIX Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dello stesso anno, dedicata al tema "Costituzione e Costituente". Da lì prese l'avvio un impegno molto significativo dei cattolici italiani nella politica, nell’attività sindacale, nelle istituzioni pubbliche, nelle realtà economiche, nelle espressioni della società civile, offrendo così un contributo assai rilevante alla crescita del Paese, con dimostrazione di assoluta fedeltà allo Stato e di dedizione al bene comune e collocando l’Italia in proiezione europea.

Negli anni dolorosi ed oscuri del terrorismo, poi, i cattolici hanno dato la loro testimonianza di sangue: come non ricordare, tra le varie figure, quelle dell’On. Aldo Moro e del Prof. Vittorio Bachelet? Dal canto suo la Chiesa, grazie anche alla larga libertà assicuratale dal Concordato lateranense del 1929, ha continuato, con le proprie istituzioni ed attività, a fornire un fattivo contributo al bene comune, intervenendo in particolare a sostegno delle persone più emarginate e sofferenti, e soprattutto proseguendo ad alimentare il corpo sociale di quei valori morali che sono essenziali per la vita di una società democratica, giusta, ordinata. Il bene del Paese, integralmente inteso, è stato sempre perseguito e particolarmente espresso in momenti di alto significato, come nella "grande preghiera per l’Italia" indetta dal Venerabile Giovanni Paolo II il 10 gennaio 1994.

La conclusione dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense, firmato il 18 febbraio 1984, ha segnato il passaggio ad una nuova fase dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia. Tale passaggio fu chiaramente avvertito dal mio Predecessore, il quale, nel discorso pronunciato il 3 giugno 1985, all’atto dello scambio degli strumenti di ratifica dell’Accordo, notava che, come "strumento di concordia e collaborazione, il Concordato si situa ora in una società caratterizzata dalla libera competizione delle idee e dalla pluralistica articolazione delle diverse componenti sociali: esso può e deve costituire un fattore di promozione e di crescita, favorendo la profonda unità di ideali e di sentimenti, per la quale tutti gli italiani si sentono fratelli in una stessa Patria".

Ed aggiungeva che nell’esercizio della sua diaconia per l’uomo "la Chiesa intende operare nel pieno rispetto dell’autonomia dell’ordine politico e della sovranità dello Stato. Parimenti, essa è attenta alla salvaguardia della libertà di tutti, condizione indispensabile alla costruzione di un mondo degno dell’uomo, che solo nella libertà può ricercare con pienezza la verità e aderirvi sinceramente, trovandovi motivo ed ispirazione per l’impegno solidale ed unitario al bene comune".

L’Accordo, che ha contribuito largamente alla delineazione di quella sana laicità che denota lo Stato italiano ed il suo ordinamento giuridico, ha evidenziato i due principi supremi che sono chiamati a presiedere alle relazioni fra Chiesa e comunità politica: quello della distinzione di ambiti e quello della collaborazione. Una collaborazione motivata dal fatto che, come ha insegnato il Concilio Vaticano Il, entrambe, cioè la Chiesa e la comunità politica, "anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane" (Cost. Gaudium et spes, 76). L’esperienza maturata negli anni di vigenza delle nuove disposizioni pattizie ha visto, ancora una volta, la Chiesa ed i cattolici impegnati in vario modo a favore di quella "promozione dell’uomo e del bene del Paese" che, nel rispetto della reciproca indipendenza e sovranità, costituisce principio ispiratore ed orientante del Concordato in vigore (art. 1). La Chiesa è consapevole non solo del contributo che essa offre alla società civile per il bene comune, ma anche di ciò che riceve dalla società civile, come affrerma il Concilio Vaticano II: "chiunque promuove la comunità umana nel campo della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche un non piccolo aiuto, secondo la volontà di Dio, alla comunità ecclesiale, nelle cose in cui essa dipende da fattori esterni" (Cost. Gaudium et spes, 44).

Nel guardare al lungo divenire della storia, bisogna riconoscere che la nazione italiana ha sempre avvertito l’onere ma al tempo stesso il singolare privilegio dato dalla situazione peculiare per la quale è in Italia, a Roma, la sede del successore di Pietro e quindi il centro della cattolicità. E la comunità nazionale ha sempre risposto a questa consapevolezza esprimendo vicinanza affettiva, solidarietà, aiuto alla Sede Apostolica per la sua libertà e per assecondare la realizzazione delle condizioni favorevoli all’esercizio del ministero spirituale nel mondo da parte del successore di Pietro, che è Vescovo di Roma e Primate d’Italia.

Passate le turbolenze causate dalla "questione romana", giunti all’auspicata Conciliazione, anche lo Stato Italiano ha offerto e continua ad offrire una collaborazione preziosa, di cui la Santa Sede fruisce e di cui è consapevolmente grata.

Nel presentare a Lei, Signor Presidente, queste riflessioni, invoco di cuore sul popolo italiano l’abbondanza dei doni celesti, affinché sia sempre guidato dalla luce della fede, sorgente di speranza e di perseverante impegno per la libertà, la giustizia e la pace.

Dal Vaticano, 17 marzo 2011

BENEDICTUS PP. XVI


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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[SM=g1740738] AUGURI ITALIA!!!!

NON DIMENTICARE IDDIO CHE TI AMA...

VERGINE SANTA BENEDICI L'ITALIA

E DONACI DEI BUONI POLITICI, ONESTI E SAGGI...

Preghiera per la PATRIA, dal Manuale di Preghiere per le Sacre Funzioni del 1950

Dio provvidente e buono, CHE FORMASTI LE NAZIONI, dando loro unità di lingua e determinati confini, assisti la nostra Patria e conservala degna delle sue nobili cristiane tradizioni.
Dà ai tuoi figli l'unità di intenti, alacrità nelle opere, solidarietà fraterna di spiriti nella ricerca del bene comune.
Tu facesti la Patria nostra maestra di civiltà alle genti: fa che mai venga meno alla sua sublime missione, per la gloria del Tuo Nome Santo, per la sua vera grandezza e per la felicità temporale ed eterna dei suoi Figli.
Amen.








[SM=g1740717]


[SM=g1740750] [SM=g1740752]

[Edited by Caterina63 3/17/2011 9:19 AM]
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[SM=g1740722]

Amo l'Italia


di Francesco Agnoli


In questi tempi, finalmente, dopo tanta retorica ufficiale, qualcuno sta raccontando veramente cosa fu il nostro Risorgimento. Questo dà fastidio a molti. Non che si possa negare che il mitico Mazzini era un settario, un proto-terrorista, come lo ha definito lo storico Pierre Milza, che glorificava il pugnale, l’assassinio come ordinaria modalità politica. Neppure è possibile smentire che Cavour fu un machiavellico, un cinico, disposto a tutto pur di realizzare l’espansione del regno di Sardegna, a danno degli altri stati italiani e degli stessi piemontesi, costretti a guerre su guerre, dalla Crimea al sud Italia. Difficile, poi, oggi, presentare ancora il pirata Garibaldi, devastatore del Meridione, avventuriero senza scrupoli, sciupafemmine incallito, come un eroe. No, la retorica ufficiale è rimasta bagaglio di pochi: Benigni, un comico, si può permettere di spararle grosse, di ergersi a storico ufficiale dell’Italia unita, 150 anni dopo, inventandosi un Garibaldi ed un Cavour che non sono mai esistiti, proprio perché nessuno persona seria che conosca quei fatti ha più il coraggio di dire certe amenità. Solo pochi decenni fa un giornalista e uomo politico importante come Giovanni Spadolini, poteva ancora scrivere le agiografie dei padri della patria, commuovendosi e trasfigurando i briganti in eroi, i ladri in benefattori. Poteva mettere aureole a destra e a manca, senza tema di grandi lamentele.

Oggi, lo ripeto, non è più possibile. Come mettere da parte, infatti, quello che hanno scritto i Verga, i Pirandello, i Tommasi di Lampedusa, i Carlo Alianello, e poi una generazione di storici accademici e di storici amatori, da Giacinto de Sivo a Pucci Cipriani, da Massimo Viglione a Gigi Di Fiore, da Paolo Mieli a Gilberto Oneto, da Giordano Bruno Guerri ad Angela Pellicciari, da Silvio Vitale a Massimo de Leonardis ecc., che hanno definitivamente revisionato la mitologia risorgimentale?

Cosa dicono, allora, i critici riguardo a coloro che rintracciano nel Risorgimento l’origine delle divisioni italiane, del profondo divario Nord Sud, della oppressione centralistica dello stato, del nazionalismo guerrafondaio, della mancanza di senso civico e di patriottismo vero ecc? Dicono, semplicemente, senza prendersi la briga di confutare documentalmente, chè sanno di non poterlo fare, che sarebbero dei "disfattisti", che non amano la loro patria, che non amano l’Italia.

Dicono, i Napolitano, i Bersani e quant’altri, che l’Italia è nata da Mazzini, da Garibaldi, e che questa Italia va celebrata. Costoro, si badi bene, appartengono a quella tradizione che fa capo a Gramsci, il quale criticava il Risorgimento come opera di pochi a danni dei molti, dei ricchi a danno dei poveri, dei Savoia a danno degli altri italiani. Tradizione che continuò con Togliatti, anch’egli sulle posizioni gramsciane, finché non gli fece comodo, ad un certo punto, trasformarsi in un "garibaldino", per apparire- lui filo-sovietico, obbediente a Mosca, internazionalista- patriottardo!

Ma chi sono i veri innamorati dell’Italia? Qui bisogna chiarirsi: di Italie ne esistono ancora più d’una.

I risorgimentali, di ogni tempo, sono coloro che per primi hanno voluto dividere il paese. Basti pensare al termine che hanno imposto per definire, appunto, il loro processo di unificazione: Risorgimento. Un termine fortissimo, quasi religioso, dicotomico, che segna una cesura. Hanno detto, costoro, che prima di Garibaldi, Mazzini, Cavour, e Napoleone III, l’Italia era morta.

Che loro hanno resuscitato un cadavere. Hanno così buttato a mare la storia, le radici, la cultura dell’Italia precedente, per sostituirli con la loro visione del paese. Questo è stato il Risorgimento: non solo l’unificazione politica - ché questa la volevano anche Pio IX, Rosmini e tanti altri, sebbene auspicassero un’Italia unita pacificamente, senza rivoluzioni, non dalle sette, federale e non giacobina-, ma anche il tentativo di creare una nuova Italia, archiviando l’Italia di prima.

Quale l’Italia da dimenticare? Anzitutto quella cattolica. Per Mazzini e Garibaldi il più grande nemico era la Chiesa, e con lei il popolo cristiano, i contadini e le donne, "servi dei preti", incapaci di comprendere le idee rivoluzionarie. Per questo il Risorgimento fu guerra alla Chiesa: sequestro di beni, imprigionamento e uccisione di vescovi e sacerdoti. Ma fu anche guerra ai popoli: non furono i veneti né, più tardi, i trentini a voler essere "liberati", chè nell’impero di Francesco Giuseppe non stavano affatto male. Neppure i meridionali poterono gioire dell’unificazione: è grazie al cosiddetto Risorgimento che il Meridione ha vissuto fucilazioni e saccheggi, la legge marziale, l’occupazione militare, la piemontesizzazione, interi villaggi bruciati, 15 milioni di persone costrette all’emigrazione, l’esplosione di fenomeni prima ben diversi e ben più marginali, come la mafia e la camorra ecc… Là dove c’erano le cattedrali e i palazzi stupendi di Noto, Ragusa, Scicli, Modica ecc. oggi rimangono, a testimonianza che risorgimento non fu, rovine e incuria…

E subito dopo il 1861? Le fucilazioni dei siciliani riuniti nei Fasci, da parte del garibaldino siciliano Francesco Crispi; l’imperialismo straccione ed il nazionalismo dello stesso Crispi, vero precursore del fascismo; il cannoneggiamento sulla folla di Bava Beccaris, col consenso del re, nel 1898; il nazionalismo ottuso di color che ci buttarono nella I guerra mondiale perché desiderosi di "compiere il Risorgimento" e di eliminare definitivamente il vecchio nemico, l’Impero asburgico, multinazionale e cattolico...

Ecco, allora, come stanno le cose: ci sono più Italie.

Per Adriano Prosperi, nemico acerrimo del pensiero cristiano, come in genere gli intellettuali del quotidiano "Repubblica", sull’Italia si può sputare ogni giorno: paese cattolico, e perciò "arretrato", che non ha avuto, purtroppo, la Riforma protestante; che invece ha ancora, purtroppo, i papi; che non ha compreso, ahimè, Machiavelli…

Anche un altro intellettuale di sinistra, Ermanno Rea, fresco autore de "La fabbrica dell’obbedienza", ha la sua Italia. Rea disprezza "i secoli bui" (ahi l’ignoranza e i luoghi comuni!), l’Italia cattolica, che non ebbe la Riforma ("quella mancata riforma che ha tolto ogni vigore agli italiani"), che visse "gli orrori della Controriforma"; al contrario elogia ed ama l’Italia di Gramsci, del PCI, cui egli aderì in gioventù, della Resistenza, che a suo dire produsse "verità e coscienza" (avrà mai letto qualcosa di Claudio Pavone, di Gianpaolo Pansa ecc?).

Rea divide gli italiani "degni" da quelli "indegni": i degni sono sempre i rivoluzionari, i nemici della Chiesa e della Tradizione, i giacobini "afrancesati"; gli indegni di ieri i cattolici e la Chiesa, quelli di oggi gli italiani "di centro destra", etichettati in massa come "servi", o quantomeno stupidi, corrotti ed ottusi.

Ad ognuno, dunque, la sua Italia. Al sottoscritto, al contrario, piace l’Italia di Dante e di san Francesco, di san Tommaso e di Giotto, di Simone Martini e del beato Angelico, di Petrarca e di Tasso, di Raffaello, di Michelangelo, di Caravaggio, di Colombo e di Vespucci, delle cattedrali romaniche e barocche, del melodramma e della lirica, dei papi che sorressero le università, finanziarono gli ospedali, pagarono gli artisti…

Amo l’Italia che ha dato al mondo i comuni, Genova e Venezia, le prime università del mondo, le prime banche, i primi e migliori ospedali, tantissima cultura ed arte, buona parte della medicina e della scienza moderna… Questa Italia non aveva bisogno alcuno di risorgere.

Questa Italia non doveva aspettare Garibaldi, che parlava meglio il francese né Mazzini, né tanto meno il Pci, che parlava russo, di Rea o Repubblica di Prosperi

All’Italia di Rea e di Prosperi, all’Italia azionista di Mauro e di Ciampi, preferisco l’Italia che non si esaltò per la I guerra mondiale, ma la definì un’ "inutile strage"; l’Italia di Gedda e di Guareschi, cattolica ed anticomunista, che nel 1948 sconfisse il Fronte popolare (il cui simbolo era la faccia di Garibaldi), che voleva trasformarci in un paese satellite di Mosca, con tanto di gulag, partito unico, eliminazione della libertà, povertà materiale e spirituale garantita per tutti.

Ai presunti "orrori della controriforma" – la Controriforma del Tasso e del Bernini, di san Giuseppe Calsanzio, fondatore della scuola moderna e di san Camillo de Lellis, iniziatore dell’ospedale moderno-, contrappongo i veri "orrori del comunismo", delle brigate garibaldine a Porzus, del triangolo della morte resistenziale, delle foibe e delle Brigate rosse…

All’Italia radical-comunista di Bresso, Bonino e Vendola, preferisco l’Italia di Cota, Formigoni e Polverini. Io ho la mia Italia, Rea e Prosperi la loro. Loro festeggiano perché sono nati il 17 marzo 1861, mentre per tanti altri l’Italia, benedetta e bellissima Italia! , esiste da oltre 20 secoli: l’Italia cuore dell’Impero di Roma, ponte tra la cultura latina e quella greca, capitale della cultura cristiana, non solo nazionale, ma mondiale. L’Italia che avrebbe potuto venir unita in altro modo, e da persone ben più degne dei carbonari, dei Savoia, e degli avventurieri. L’Italia che ora amiamo così come è, anche se i Prosperi, i Rea e mille altri cercano sempre di tagliarne le radici, di delegittimarne la storia, di creare ghetti per i "non degni", di separare "secoli bui" e epoche, presunte, luminose.


Fraternamente CaterinaLD

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Italia felix!

Ragionamenti di Sandro Magister intorno all'unità della nostra patria, all'Italia Cattolica, al giudizio della Chiesa e alla figura di un leader culturale (per l'articolo, si va da al link a chiesa.espressonline.it)
Roberto
*** *** ***



ROMA, 14 marzo 2011 – Fra tre giorni, il 17 marzo, l'unità d'Italia compirà 150 anni. E la Chiesa cattolica, compreso il papa, farà la sua parte nelle celebrazioni, con un occhio però al di là dei confini nazionali.
Per la Chiesa cattolica, infatti, l'Italia ha una missione universale. Giovanni Paolo II lo affermò con parole solenni, in una lettera ai vescovi italiani e in una grande preghiera per questa nazione, nel 1994:
"All'Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l'Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo".
Benedetto XVI lo ribadì a Verona nell'ottobre del 2006, davanti agli stati generali della Chiesa italiana riuniti:
"L'Italia costituisce un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione".
Ma proprio da qui sorge la domanda: è capace l'Italia cattolica, oggi e nel prossimo futuro, di adempiere questa missione, che le deriva tra l'altro dall'ospitare da due millenni la sede di Pietro?
A giudizio delle Chiese di altri paesi d'Europa, l'Italia cattolica rappresenta un'eccezione invidiabile, un esempio da imitare.
Una missione che non è solo religiosa, ma anche civile e politica. In un'Europa che papa Benedetto XVI vede pervasa da uno "strano odio" verso se stessa e le proprie radici cristiane.
*

A giudizio delle Chiese di altri paesi d'Europa, l'Italia cattolica rappresenta un'eccezione invidiabile, un esempio da imitare.
Ne sarebbe una prova, sul terreno politico, la resistenza che l'Italia oppone alle leggi e alle sentenze giuridiche che tendono ovunque nel mondo a liberalizzare al massimo l'aborto e l'eutanasia e a polverizzare la struttura familiare fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Ma ai vertici della gerarchia della Chiesa è presente anche il timore che la vitalità dell'Italia cattolica possa declinare e spegnersi. E che per riprendere vita abbia bisogno di "una nuova generazione di cattolici impegnati in politica", come hanno più volte invocato Benedetto XVI e il presidente della conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco.
Anche al fine di far crescere questa "nuova generazione", da più di un decennio la Chiesa italiana ha impegnato nell'animazione religiosa e civile del cattolicesimo nazionale notevoli energie, in quello che ha chiamato "progetto culturale cristianamente ispirato", di cui è stato inventore e guida il cardinale Camillo Ruini.
Ma oggi, sulla scia di Ruini, c'è un nuovo leader che ha assunto un ruolo di guida culturale nell'attuare questo progetto.
Non è un ecclesiastico ma un semplice battezzato. È un professore di scienza politica che dal 2002 è rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Il suo nome è Lorenzo Ornaghi.
Da alcuni mesi, Ornaghi batte e ribatte con crescente insistenza sull'idea che per il cattolicesimo italiano è giunta l'ora di tornare a essere "guelfo".
Nel Medioevo, i "guelfi" erano i cittadini dei liberi comuni che si battevano a sostegno delle proprie libertà e del papa, contro i "ghibellini" che parteggiavano per l'imperatore. Da allora, l'Italia "guelfa" è sinonimo di un'Italia che vive con fierezza il proprio cattolicesimo e lo mette in pratica con decisione anche sul terreno civile e politico, contro le insidie del secolarismo.
Ornaghi sostiene che il cristianesimo non è un valore aggiunto, facoltativo, nei sistemi democratici dell'Occidente, ma è origine e fondamento della democrazia stessa.
E lo è tanto più oggi che la politica si intreccia in misura mai vista in passato con quella questione centrale che è la vita, dal nascere al morire, dalla famiglia all'educazione. Una questione centrale sulla quale i cattolici sono particolarmente attrezzati.
Di conseguenza, la scristianizzazione che è in atto in vari paesi non è solo un danno per la fede cristiana, ma è "letale" – dice Ornaghi – per gli stessi sistemi democratici.
I cattolici non devono quindi rassegnarsi a un ruolo di periferia, sul terreno politico. Non devono cadere in quel peccato capitale che è l'accidia.
Tutto l'opposto. In un'epoca come l'attuale – sostiene Ornaghi – i cattolici devono essere consapevoli che "sono in una posizione di netto vantaggio". Hanno un patrimonio di idee e di convinzioni sulla persona, sulla famiglia, sulle comunità, sulla società, "meno contaminato da quelle ideologie che hanno dominato il Novecento". Hanno competenze e sensibilità che altri non hanno. Sono più pronti a guidare positivamente i grandi cambiamenti.
Ornaghi non pensa a un partito cattolico, né a collocazioni particolari dei cattolici nei vari partiti: tentazioni tuttora diffuse in Italia. Per lui è più importante che i cattolici, ovunque operino, sappiano individuare i luoghi e le questioni su cui agire con efficacia, d'intesa con altre persone e gruppi non cattolici, ma di comune visione.
Proprio in questi giorni l'agenda politica italiana vede in discussione in parlamento una legge argine contro l'eutanasia. Sarà un test importante per verificare la capacità dei cattolici, nei vari partiti, di orientare e convincere.
*
Il professor Ornaghi non si muove in solitudine. Le sue tesi sulla missione esemplare dell'Italia cattolica coincidono con quelle della presidenza della conferenza episcopale italiana, retta ieri dal cardinale Ruini e oggi dal cardinale Bagnasco: tesi a loro volta coincidenti con quelle degli ultimi due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Anche i luoghi nei quali Ornaghi parla e scrive sono indicativi. Sono i quaderni della rivista ufficiale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, "Vita e Pensiero", da lui diretta. Sono le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, l'ultima tenuta a Reggio Calabria lo scorso ottobre. Sono i Forum del Progetto Culturale, l'ultimo tenuto a Roma dal 2 al 4 dicembre.
In questo Forum, nel trarre le conclusioni, il cardinale Ruini ha accolto in pieno le tesi di Ornaghi, con uno sguardo di nuovo proiettato oltre i confini italiani, all'Europa:
"La convinzione di essere veramente e semplicemente cattolici è la premessa ineludibile per un impegno che sia storicamente efficace. Oso sperare che l'Italia possa essere un proficuo laboratorio, al fine di superare quell'odio di se stessa che affligge l'Europa e che tende anche ad alienare il cristianesimo dalle proprie – certo 'semper reformandae' – realizzazioni storiche".
Fraternamente CaterinaLD

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L’Italia, punti cardinali

Il cardinale Giacomo Biffi elogia la grandezza degli italiani che i risorgimentali preferirono dimenticare

"Liberi non sarem se non siam uni”. Tale fu la forza dell’aspirazione all’unità politica, che “Alessandro Manzoni per amore di questo ideale compie perfino il sacrificio di scrivere uno degli endecasillabi più brutti della letteratura italiana”. Si concede uno dei suoi guizzi di tagliente ironia il cardinale Giacomo Biffi, ed è significativo che la sua lama vada a colpire il massimo scrittore cattolico dell’Italia pre e anche post risorgimentale, che ha offerto un contributo non secondario a quell’unità d’Italia che la chiesa ha dapprima subito e poi a lungo contestato. Un contributo sincero e generoso ma non esente, questo il senso della battuta che il cardinale riserva al suo amato Don Lisander, da qualche pecca nella lettura dei fatti. E rileggere i fatti nella loro giusta prospettiva è invece quantomai utile, sottintende Biffi, proprio ora che, sull’onda del 150° anniversario, la chiesa si dispone non solo a rivendicare il proprio contributo, come in passato, ma a sposare in pieno la causa dello stato unitario.

Il cardinale emerito di Bologna è uno dei rari uomini di chiesa dell’ultimo cinquantennio ad avere coltivato, sia come pastore sia come saggista, una riflessione complessiva sulla storia italiana e sul Risorgimento in particolare, offrendone un giudizio sempre equanime, pur senza negarsi le punzecchiature e le letture à rebours che rendono preziosa la sua lunga opera di “italiano cardinale”, come ha voluto lui stesso definirsi nella sua autobiografia. Biffi è dunque uno dei più accreditati per inquadrare in una prospettiva originale, ma equilibrata, il rapporto tra il cattolicesimo inteso come fattore costitutivo dell’identità italiana, e l’identità degli italiani come nazione. Proprio in un momento in cui il pensiero cattolico in materia sembra oscillare, sotto le tensione delle celebrazioni, tra il convinto “neoguelfismo” che aleggia sulle istituzioni e la crescita di un baldanzoso “neosanfedismo”, alimentato da tutte le nouvelle vague antiunitarie.

L’idea che guida invece Biffi è sintetizzata nella frase che si legge sulla quarta di copertina de suo ultimo libro, “L’unità d’Italia - Centocinquant’anni 1861-2011 - Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica”, pubblicato dall’editore senese Cantagalli: “E’ vero che in qualche modo si era dato origine all’Italia politica; ma agli occhi del mondo gli italiani esistevano già da almeno sette secoli e, proprio come italiani, erano oggetto di stima e di ammirazione da parte di tutti gli altri popoli”.

Un saggio sintetico, un’ottantina di pagine come sempre godibilissime, dove sintetico va inteso nel significato più intelligente del termine: la capacità di Biffi di riportare la “multiforme e problematica” questione dell’Unità a un punto di vista che, non trascurando nessuno degli aspetti della realtà, sia ordinato a uno sguardo organico e non teorico. Che è poi quello della “realtà cattolica” nella storia d’Italia.

Per avere una visione che domini la materia, occorre scegliere il punto di osservazione giusto. Il punto di vista da cui parte Biffi per poter dare ragione del suo giudizio sugli italiani che “esistevano già da almeno sette secoli” (già questo un argomento controcorrente, in un clima poco celebrativo in cui una buona parte delle riflessioni gira attorno all’idea negativa che gli italiani, “l’identità italiana”, ancora oggi invece non esistano) è di spostare di qualche decennio all’indietro la data d’inizio del Risorgimento.

Nel 1796, la calata in Italia dei francesi della Rivoluzione. “Un’invasione di tipo nuovo”, scrive Biffi. Tra le “novità rimarchevoli”, c’è il fatto che si tratta per la prima volta di “un esercito di ladri”, prima di allora nessun conquistatore si era mai permesso “di derubarci delle nostre opere d’arte”. Ma, soprattutto, si trattava di “ladri forieri di una novità”, scrive Biffi: “Quell’esercito di ladri erano anche, per così dire, un esercito di ‘missionari’. Nascosto negli zaini di quei soldati entrò in Italia l’annuncio di un radicale capovolgimento delle regole di convivenza sociale… In quegli zaini era idealmente contenuto un asserto particolarmente significativo: ‘Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione’”. Commenta Biffi: “Non si fa fatica a immaginare quanto dovette apparire perturbante e innovativa questa inaudita concezione circa l’origine dell’autorità e del potere, e di conseguenza circa le condizioni del loro legittimo esercizio”.

Per Biffi è insomma la fine dell’Ancien Régime in Italia – da non confondere, e lui non la confonde, con la fine del potere temporale dei Papi – ciò che fonda le regole del nuovo gioco, il gioco del Risorgimento. Ma il fatto che la mossa d’avvio del processo unitario sia illuminista, costituisce la vera tara di partenza. Il successivo processo non potrà avvenire che su una base ideologica, e i risorgimentali saranno costretti, per farsi dare ragione dai fatti, a negare due dati importanti della storia. Primo, il fatto che l’unità nazionale degli italiani esistesse già. Significativamente, l’altra rasoiata del libro Biffi la riserva a una delle massime icone risorgimentali, Massimo d’Azeglio, la cui “universalmente lodata” sentenza sugli italiani ancora da fare “appare in tutta la superficialità e incongruenza storica”. Per dar corso al suo astratto punto di vista, era necessario affermare che per costruire la nuova Italia si dovesse distruggere quel che c’era. Esattamente ciò accadde con la distruzione dell’Ancien Régime in Francia, e con ogni altra rivoluzione dei secoli successivi.

L’altro errore è che, per giustificare questo stravolgimento del corpo vivo di una nazione, fu necessario ai risorgimentali obliterare gli ultimi due secoli della storia italiana, con una curiosa damnatio memoriae del Settecento che invece, esemplifica Biffi, fu l’ultimo secolo di splendore: “Fino allo sconquasso napoleonico si irradia ancora dall’Italia su tutti i popoli una luce ammirata di civiltà”: da Vienna, dove la lingua ufficiale della musica è l’italiano, a San Pietroburgo, costruita dal nulla da architetti italiani, dalla storiografia di Muratori alle scienze di Volta e Spallanzani. “Risorgimento”. Ma da quale morte presunta?

Quella di Biffi non è una difesa dell’antico potere né tantomeno del potere temporale, sul quale il giudizio storico della chiesa è del resto ormai sedimentato e condiviso. Tra l’altro, va notato che il suo non è un saggio sui rapporti tra chiesa e stato, né un testo apologetico, ma un laicissimo discorso sull’unità d’Italia. E’ invece il tentativo di argomentare, riconoscendo anche le cose buone che dall’unità statale sono venute, come la debolezza dell’intera operazione sia nata proprio da un malinteso ideologico: che gli italiani non ci fossero. O peggio, che ciò che ne aveva fin lì decretato la grandezza fosse ormai solo merce da buttare. Il corpo centrale del saggio è allora proprio un rapido excursus per dimostrare quel carattere italiano e la sua eccellenza pre-unitaria. Stavolta, per trovare il suo originale punto d’osservazione, Biffi ricorre a due citazioni straniere. Una di Dostoevskij, e una del grande filosofo ortodosso Vladimir Solov’ev. Scrive Dostoevskij nel 1877: “L’Italia porta con sé da duemila anni un’idea grandiosa, reale, organica: l’idea di un’unione generale dei popoli del mondo, che fu di Roma e poi dei Papi. E il popolo italiano si sente depositario di un’idea universale e chi non lo sa lo intuisce…

Ebbene, che cosa ha fatto il conte di Cavour? Un piccolo regno di secondo ordine, che non ha importanza mondiale, senza ambizioni, imborghesito”. Ma è Solov’ev che nel 1895 scrive che “tra tutti i popoli europei il primo che raggiunse un’autocoscienza nazionale fu l’Italia”. E giustifica l’affermazione con un prezioso florilegio d’arte e di storia: “A simili condizioni il patriottismo non ha bisogno di essere difeso e giustificato: si giustifica da sé nei fatti, manifestandosi come forza creatrice e non come una riflessione infeconda o come il trasalimento di un pensiero ozioso”. Insomma l’Italia c’era. E commenta Biffi che, al paragone della visione di Solov’ev, “la prospettiva che ha animato il Risorgimento rivela una povertà impressionante e una sostanziale inadeguatezza; e la pessimistica descrizione desanctisiana della cultura e della vita italiana tra la fine del Rinascimento e l’inizio del Risorgimento – con tutta la sua ossessione anticontroriformistica – appare ideologicamente condizionata e del tutto unilaterale”.

Solo che questa gloriosa identità italiana, certo non solo cattolica, coincide largamente con quella che Biffi chiama “l’inculturazione italiana della fede cristiana”. “Le genti d’Italia – tutte le genti d’Italia – hanno attraversato i secoli nella certezza di provenire da un Dio, Creatore e Padre; sorrette da una speranza di una vita eterna, che va meritata nella vita terrena; con l’impegno a tentare di vivere come fratelli (senza troppo riuscirci) e a realizzare questo impegno nelle opere anche sociali di carità”.

Non si tratta, per Biffi, di un discorso rivendicativo per rimettere sotto una implausibile tutela morale l’Italia e gli italiani, contestando legittimità alla storia dello stato unitario. L’appassionato “italiano cardinale” ci tiene piuttosto, nell’analizzare l’atteggiamento che il movimento risorgimentale ha tenuto nei confronti della “realtà cattolica”, a sottolineare il peccato di presunzione e astrattezza di chi ha pensato di fare a meno di quel patrimonio, “un patrimonio che poteva essere posseduto talvolta in forma confusa e sottintesa”, ma “che ha segnato in modo decisivo la mentalità del nostro popolo”. E che ha dato i suoi frutti attraverso un “radicamento almeno implicito nelle menti, nei cuori, nelle coscienze”. E’ bello questo aggettivo, “implicito”, che il Biffi usa con la naturalezza di chi conosce in profondità il popolo cui appartiene, e dunque senza la necessità di doverci costruire sopra castelli politici o culturali.

Ma poiché la sua “rievocazione” arriva giocoforza all’oggi, Biffi ci tiene a sbarazzare il campo dagli equivoci: “L’unificazione di centocinquant’anni fa è indubbiamente un valore”, scrive. Ma bisogna “superare quanto di negativo e di manchevole in essa si è stati costretti a rivelare”. Il che, per il cardinale ambrosiano che ha insegnato dalla cattedra di Petronio a Bologna, già seconda capitale dello Stato pontificio, corrisponde sostanzialmente al raggiungimento dell’autentica “laicità dello stato”, quella che garantisce la vera libertas ecclesiae nella cultura, nell’educazione e in ogni ambito della vita civile in cui alla chiesa sia possibile svolgere la funzione di educazione, implicita ma anche esplicita. In modo da non più dimenticare il ruolo svolto dalla “realtà cattolica” nell’edificazione della grande identità nazionale.

Leggi Mamma li berzaijeri di Stefano di Michele


Mamma li berzaijeri

Scene dai primi giorni di Roma capitale, per avvantaggiarci sul prossimo anniversario patriottico

Ci bisognerà preparare barili d’acqua santa per purificare questo Quirinale, quando ci torneremo o Noi o i Nostri successori”
(Monsignor Negroni, Maestro di Palazzo, a Pio IX, dopo la conquista di Roma da parte dei bersaglieri del re).

Ci mise davvero pochi giorni, il generale Raffaele Cadorna, dopo il trionfale (trionfale a memoria futura, di retorica necessitata: nello specifico una mezza scaramuccia, du’ cannonate e cinque sparate) ingresso a Roma*, a capire che più che la capitale del regno avevano innanzi tutto acchiappato una bella rogna.

di Maurizio Crippa

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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3/17/2011 11:26 AM
 
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[SM=g1740733] In molti criticano questo testo: troppo retorico, si dice, pomposo, parole arcaiche, dell'Ottocento...
Be', che le parole siano molto "Ottocentesche" non c'è dubbio, ma che altro poteva fare uno che scriveva nel 1847? E comunque guardate i testi degli altri inni nazionali e vedrete che come retorica non scherzano nemmeno loro.
E poi retorico... Sarebbe retorico quel "Siam pronti alla morte"? Be', però se pensate che il testo è stato scritto da uno che poi è morto a 22 anni combattendo per le sue idee, mi pare che non sia così retorico.

L'Inno d'Italia integrale....

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Noi fummo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popoli,
perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Uniamoci, uniamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?
Stringiamoci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Dall'Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano;
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core e la mano;
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla;
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò, sì!


[SM=g1740733] chiariamo alcuni termini:

l'elmo di Scipio: L'Italia ha di nuovo sulla testa l'elmo di Scipio (Scipione l'Africano), il generale romano che nel 202 avanti Cristo sconfisse a Zama (attuale Algeria) il cartaginese Annibale. L'Italia è tornata a combattere.

Le porga la chioma: La Vittoria sarà di Roma, cioè dell'Italia. Nell'antica Roma alle schiave venivano tagliati i capelli. Così la Vittoria dovrà porgere la sua chioma perché sia tagliata, perché la Vittoria è schiava di Roma che sarà appunto vincitrice.

coorte: nell'esercito romano le legioni (cioè l'esercito), era diviso in molte coorti. Stringiamci a coorte significa quindi restiamo uniti fra noi combattenti che siamo pronti a morire per il nostro ideale.

calpesti: calpestati

Raccolgaci: la lingua di Mameli è la lingua poetica dell'Ottocento. Questo raccolgaci in italiano moderno sarebbe ci raccolga, un congiuntivo esortativo che assimila il pronome diretto. Il significato è: ci deve raccogliere, tenere insieme.

una speme: altra parola letteraria e arcaica. Significa speranza. Non c'è però da stupirsi troppo se Mameli usa queste parole. Nella lingua delle canzonette di musica leggera intorno al 1950, queste parole si trovano ancora.

fonderci insieme: negli anni di Goffredo Mameli l'Italia è ancora divisa in molti staterelli. Il testo dice che è l'ora di fondersi, di raggiungere l'unità nazionale.

per Dio: doppia interpretazione di una audace imprecazione come qualcuno pensa ? NO! "Per Dio" è un francesismo e quindi significa "da Dio": se siamo uniti da Dio, per volere di Dio, nessuno potrà mai vincerci.
Infatti dice una strofa:
Uniamoci, uniamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore
.

Dovunque è Legnano: ogni città italiana è Legnano, il luogo dove nel 1176 i comuni lombardi sconfissero l'Imperatore tedesco Federico Barbarossa (con buona pace di Bossi )

Ferruccio: ogni uomo è come Francesco Ferruccio, l'uomo che nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo V.

Balilla: è il soprannome del bambino che con il lancio di una pietra nel 1746 diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austro-piemontesi...anche se molti, con profonda ignoranza, lo collegano solo al Fascismo...

I Vespri: Nel 1282 i siciliani si ribellano ai francesi invasori una sera, all'ora del vespro. La rivolta si è poi chiamata la rivolta dei Vespri siciliani

Le spade vendute: i soldati mercenari si piegano come giunchi e l'aquila, simbolo dell'Austria, perde le penne

Il sangue polacco: L'Austria, alleata con la Russia (il cosacco), ha bevuto il sangue Polacco, ha diviso e smembrato la Polonia. Ma quel sangue bevuto avvelena il cuore degli oppressori

BUON ASCOLTO, allora....impariamo davvero l'Inno...



[SM=g1740738]

[SM=g1740722]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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3/18/2011 12:25 AM
 
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150° Anniversario dell'Unità d'Italia nella Basilica di S. Petronio

Omelia del cardinale Caffarra

La nostra presenza orante in questo tempio, “che tanta nei secoli accolse anima umana”, nasce da quel naturale amore di patria che dimora in ogni animo nobile. Il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia ci ha portato davanti al Signore dei popoli e delle nazioni, per invocare sulla nostra nazione il benessere spirituale e materiale, la pace sociale, il vero progresso nel bene.

1.         La prima lettura ci riporta colla memoria ad uno dei momenti più drammatici della storia di Israele, quando la sua stessa esistenza era messa in pericolo. È per questo che “Ester, presa da angoscia mortale per il pericolo che incombeva su di lei e il suo popolo, cercò rifugio presso il Signore”. L’evento di cui la Sacra Scrittura ha conservato la memoria, ci introduce profondamente in questa celebrazione, perché esso pone una domanda: quando una comunità nazionale, e lo Stato che la rappresenta, è in pericolo? Non intendo in pericolo di recessione economica; di dissoluzione dell’ordine sociale; di gravi disordini istituzionali; o di altre dimensioni della vita di una comunità. Ma in pericolo quanto al suo essere stesso. Lasciamo per il momento inevasa la domanda.

 La regina Ester trova la sorgente del suo coraggio nella memoria degli avvenimenti che hanno fondato il suo popolo, memoria custodita attraverso la narrazione dei medesimi fatta di generazione in generazione.
            “Fin dalla mia infanzia, mio padre mi raccontava che …”: ecco la narrazione fatta dalla generazione dei padri alla generazione dei figli. “Tu, o Signore, scegliesti Israele fra tutte le nazioni e i nostri padri fra i loro antenati …”: ecco il ricordo degli eventi fondatori.
Se vogliamo che la nostra nazione e lo Stato che la rappresenta non sia a rischio, è necessario che custodisca la memoria dei suoi eventi fondatori, attraverso la narrazione dei medesimi di generazione in generazione.        
            Questa narrazione avviene in primo luogo nella famiglia, prima custode dell’identità di un popolo. La storia recente e passata della nostra nazione dimostra come essa sia stata soprattutto salvaguardata nei momenti più difficili dalla consistenza della famiglia.
           
Troviamo pertanto la risposta, nella sostanza, alla domanda che sopra avevo lasciato inevasa. La perdita della memoria di ciò che ha originato la nostra Nazione, la conseguente dilapidazione dell’eredità che quel “principio” ci ha trasmesso e continua a trasmetterci, costituisce il rischio più serio per uno Stato e per una nazione. Un grande diagnostico delle malattie della vita degli Stati ha scritto: “a volere che una repubblica viva lungamente è necessario ritirarla spesso verso il suo principio” [N. Macchiavelli, Discorsi sopra la prima Deca, libro III, I; in I classici del pensiero italiano, vol. 1, Biblioteca Treccani 2006, 309].
           
In una lettera inviata ai Vescovi italiani in data 6 gennaio 1994, il Servo di Dio Giovanni Paolo II aveva descritto il contenuto della memoria nazionale dell’Italia. Esso è costituito da una triplice eredità: l’eredità della fede; l’eredità della cultura; l’eredità dell’unità.
           
La nostra Nazione è ciò che è perché il Vangelo è stato attivo fin nelle più intime profondità del suo essere. Nei confronti di questa eredità vedo una duplice responsabilità. La prima è propriamente della Chiesa: custodire questo principio di vita. Il più grande servizio che la Chiesa può fare alla comunità civile è annunciare il Vangelo per generare comunità di credenti. Ma esiste anche al riguardo una responsabilità di ogni italiano credente o non nei confronti di questa eredità. Sarebbe assai pericoloso per il destino della nostra nazione se un male inteso concetto di laicità escludesse i cristiani dal dibattito e dalla deliberazione pubblica, a causa della loro fede; se leggi, decreti amministrativi, giurisprudenza oscurassero la presenza pubblica dei segni della fede, e soprattutto dei valori che il cristianesimo ha depositato nella nostra coscienza pubblica.
           
Si tratta, poi, dell’eredità della cultura, di quel modo di essere nel mondo e nella vita che ci caratterizza come popolo italiano. È un’eredità che si è espressa nella letteratura, nell’arte, nella filosofia, nelle istituzioni ed ordinamento giuridico, in quel senso di umana fraternità che ci rende come istintivamente estranei ad ogni forma di razzismo e di intolleranza.
           
Si tratta infine dell’eredità dell’unità, sulla quale in modo particolare siamo chiamati oggi a riflettere. Se dal punto di vista statuale essa è nata 150 anni orsono, l’unità era già profondamente radicata nella coscienza degli italiani che, in forza della comune fede, delle vicende storiche, della lingua e della cultura si sono sempre sentiti parte integrante di un unico popolo.

2.         La regina Ester, fatta memoria degli eventi fondatori, e vivendo la situazione attuale del popolo, prega: “infondi a me coraggio, Signore che sei al di sopra di tutti gli dei e domini ogni autorità”.
           
Cari amici, abbiamo bisogno che il Signore ci infonda coraggio. Coraggio di assumere quella triplice eredità che costituisce il contenuto della nostra memoria nazionale; di assumere la responsabilità dell’identità del nostro popolo: per custodirla, per non permettere che venga deturpata o distrutta.
          
 Non è questo il momento, quello di una solenne liturgia, per dire più concretamente il contenuto della responsabilità che dobbiamo assumere nei confronti della triplice eredità, e dei pericoli che ciascuna di esse sta correndo.
           
La mia missione pastorale si colloca prima di tutto su un altro piano. Il bilancio che oggi tutti siamo chiamati a compiere non deve essere solo di carattere politico, ma anche e soprattutto di carattere culturale ed etico.
           
Quali sono i valori sui quali deve esistere quel consenso che precede ogni legittima diversificazione partitica? il richiamo alla Carta costituzionale non basta a custodire l’unità: è necessario risvegliare forze unificanti precedenti. Quali? esse esistono nel nostro popolo e nascono da quell’eredità culturale di cui parlavo. È questa che va custodita e risvegliata in ogni coscienza; non sostituita. Ed è un’eredità, quella culturale, generata dal cristianesimo.
           
È in questa viva tradizione che ciascuno trova i presupposti viventi dell’unità della Nazione, e quindi il vero senso dello Stato. “Non ha senso parlare di libertà e di democrazia, se non si chiarisce dove stanno i presupposti di una democrazia possibile, di una libertà possibile” [R. Guardini, Scritti politici, in Opera Omnia VI, Morcelliana, Brescia 2005, 470], di una legalità possibile.        
           
E siamo così giunti al punto fondamentale: è nel cuore di ogni italiano che nasce e si conserva la nostra nazione e la sua unità. È in ognuno di noi che è presente tutto quel patrimonio formatosi di generazione in generazione, attraverso dolori, lotte e sofferenze, ed il martirio di tanti la cui memoria è in benedizione.
           
Noi non passiamo viverne al di fuori e sradicarci da esso: sarebbe il suicidio della nazione.
           
Il Dio che è al di sopra di tutti gli dei e domina ogni autorità, infonda in ciascuno di noi il coraggio di continuare ad essere ciò che la divina Provvidenza ci ha donato di essere.




Fraternamente CaterinaLD

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5/18/2011 11:35 PM
 
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[SM=g1740733] L’Osservatore Romano del 18 agosto 1900, alla vigilia del trigesimo della morte del re Umberto I, assassinato a Monza, scrisse:

«Non pochi d’Italia, e molti ancor più all’estero, in vista delle onoranze funebri ecclesiastiche, tributate al defunto re Umberto, e di una certa preghiera pubblicata in suffragio dell’anima di Lui han mosso lamento contro l’Autorità Ecclesiastica, quasichè avesse questa in ciò receduto dalle leggi santissime della Chiesa. Fa d’uopo avvertire che l’Autorità Ecclesiastica ha tollerato i funerali del defunto Re, non solo per protestare contro l’esecrando delitto perpetrato in persona di Lui, ma sì ancora e molto di più, per le circostanze personali del defunto il quale negli ultimi tempi soprattutto della vita ha dato non dubbii segni di sentimento religioso, fino a desiderare, come si disse, di riconciliarsi con Dio per mezzo de’ sacramenti in questo Anno Santo.

Posto ciò è da presumere che negli ultimi momenti della sua vita abbia implorata l’infinita misericordia in Dio; e, se ne avesse avuto l’agio, non avrebbe esitato di riconciliarsi con Lui. Or è legge della Chiesa, dichiarata più volte dalla sacra Penitenzieria, che in simili casi può consentirsi la sepoltura ecclesiastica anche a chi altrimenti non si dovrebbe, moderandone, secondo la qualità delle persone, la pompa esteriore.

Quanto poi alla nota preghiera, composta in un momento di suprema e compatibile angoscia, non essendo essa conforme alle leggi della sacra Liturgia, non può essere, né è stata mai approvata dalla Suprema Autorità Ecclesiastica».





Fraternamente CaterinaLD

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