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Le verità fondamentali di «Pinocchio» spiegate dal cardinale Giacomo Biffi

Last Update: 5/8/2020 10:56 PM
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Sulla visione cristiana di Pinocchio

Sulla visione cristiana di Pinocchio.
Tre scritti del cardinal Biffi, arcivescovo di Bologna





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Sulla visione cristiana di Pinocchio

Che cosa in realtà ha espresso il Collodi nel suo più celebre libro, di là dalle sue intenzioni consapevoli e dichiarate?
Non ha espresso nessuna delle ideologie correnti, che erano tutte ignote ai suoi destinatari e che d'altronde non erano più pacificamente accettate nella profondità della sua coscienza. E sarà sempre una prevaricazione dare di Pinocchio delle spiegazioni ideologiche di qualunque tendenza e di qualunque colore, come di fatto sono state date: conservatorismo moralistico, liberalismo illuministico, pauperismo, marxismo, psicanalismo ecc.
Non le ideologie ma la verità, di sua natura universale ed eterna, è contenuta in questo magico racconto e, servita com'era da un'alta fantasia e da una fresca ispirazione poetica, spiega la sua rapida affermazione e il suo duraturo trionfo.
Ma, per non lasciare nel vago le nostre affermazioni, quali sono specificamente le verità che senza possibilità di discussione, traspaiono nella storia del burattino?
Sono sette quelle che reggono e illuminano tutta la vicenda.

a) Il mistero di un creatore che vuole essere padre

Pinocchio, creatura legnosa, origina dalle mani di chi è diverso da lui; è costruito come una cosa, ma dal suo creatore è chiamato subito figlio. C'è qui l'arcano di un'alterità di natura, superata da uno strano, gratuito, imprevedibile amore.
Il burattino, chiamato sorprendentemente a essere figlio, fugge dal padre. E proprio la fuga dal padre è vista come la fonte di tutte le sventure; così come il ritorno al padre è l'ideale che sorregge Pinocchio in tutti i suoi guai, costituendo infine l'approdo del tormentato viaggio e la ragione della raggiunta felicità.

b) Il mistero del male interiore

In questo libro è acutissimo il senso del male. E il male è in primo luogo scoperto dentro il nostro cuore. Non è un puro difetto di conoscenza, come nell'illuminismo socratico; non è risolto tutto nella iniquità o nella insipienza delle strutture, come nell'ideologia liberalborghese in polemica con l'Ancien Régime o nell'ideologia marxista in polemica con la società liberalborghese. «Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive» (Mc 7, 21).
Pinocchio sa che cosa è il suo bene, ma sceglie sempre l'alternativa peggiore (Vedi, c. 9: a scuola o al teatro dei burattini?; cc. 12 e 18: a casa o al campo dei miracoli col gatto e la volpe; cc. 27: a scuola o alla spiaggia a vedere il pescecane?; c. 30: dalla Fata o al Paese dei balocchi? ). Soggiace chiaramente alla narrazione di queste sconfitte la persuasione della «natura decaduta», della «libertà ferita», della incapacità dell'uomo a operare secondo giustizia, espresso nelle famose parole: «Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7, 19).

c) Il mistero del male esteriore all'uomo

La nostra tragedia è aggravata dal fatto che sono all'opera, esteriormente a noi, le potenze del male. Esse non sono viste come forze impersonali, quasi oggettivazioni delle nostre inclinazioni malvagie o dei nostri squilibri, ma come esseri astuti e intelligenti che si accaniscono inspiegabilmente ed efficacemente contro la nostra salvezza.
Nella fiaba queste forze malefiche sono rappresentate vivacemente nelle figure del Gatto e della Volpe e raggiungono il vertice della intensità artistica e della lucidità speculativa nell'Omino, corruttore mellifluo, tenero in apparenza, perfido nella realtà spaventosa e stupenda raffigurazione del nostro insonne Nemico:
«Tutti la notte dormono, e io non dormo mai» (c. 31).

d) Il mistero della mediazione redentiva

L'ideologia illuministica aveva diffuso nel mondo l'orgogliosa affermazione dell'autoredenzione dell'uomo: l'uomo può e deve salvare se stesso, senza alcun aiuto dall'alto.
Tutta la seconda parte del libro (dal c. 16 in avanti, che si potrebbe considerare quasi il Nuovo Testamento di questa specie di Bibbia) è costruita per smentire questa che è l'illusione dominante della nostra cultura. Pinocchio, interiormente debole e ferito, esteriormente insidiato da intelligenze maligne più astute di lui, non può assolutamente raggiungere la salvezza, se non interviene un aiuto superiore, che alla fine riesce a compiere il prodigio di riconciliarlo col padre, di riportarlo a casa, di dargli un essere nuovo.
Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini è posto appunto a indicare l'esistenza di questa salvezza che è donata dall'alto e può guidare al lieto fine la tragedia della creatura ribelle.

e) Il mistero del padre, unica sorgente di libertà

La scelta di un burattino legnoso come protagonista della narrazione è anch'essa una cifra: è il simbolo dell'uomo, che è da ogni parte condizionato, che è schiavo degli oppressori prepotenti e dei persuasori occulti, che è legato a fili invisibili che determinano le sue decisioni e rendono illusoria la sua libertà.
Il burattinaio di turno può anche essere soppresso dall'una o dall'altra rivoluzione, ma fino a che la creatura umana resta solitaria marionetta, ogni burattinaio estinto avrà fatalmente un successore.
Pinocchio non può restare prigioniero del teatrino di Mangiafuoco, perché a differenza dei suoi fratelli di legno riconosce e proclama di avere un padre. Il senso del padre è dunque la sola sorgente possibile della liberazione dalle molteplici, cangianti e sostanzialmente identiche tirannie che affliggono l'uomo.

f) Il mistero della trasnaturazione

Pinocchio riesce a raggiungere la sua perfetta libertà interiore e a realizzarsi perfettamente in tutte le sue virtualità soltanto quando si oltrepassa e arriva a possedere una natura più alta della sua, la stessa natura del padre. È la realizzazione sul piano dell'essere della vocazione filiale con la quale era cominciata tutta la storia.
Noi possiamo essere noi stessi soltanto se siamo più di noi stessi, per una arcana partecipazione a una vita più ricca; l'uomo che vuole essere solo uomo, si fa meno uomo.

g) Il mistero del duplice destino

La storia dell'uomo, come è concepita e narrata in questo libro, non ha un lieto fine immancabile. Gli esiti possibili sono due:
se Pinocchio si sublima per la mediazione della Fata nella trasnaturazione che lo assimila al padre, Lucignolo — che non è raggiunto da nessuna potenza redentrice — s'imbestia irreversibilmente. La nostra vicenda può avere due opposti finali: o finisce in una salvezza che eccede le nostre capacità di comprensione e di attesa, o finisce nella perdizione.

Verità cristiane

Queste sette convinzioni, si è visto, sono affermate e conclamate dal libro, e non so come sia possibile con qualche ragionevolezza dubitarne.
Orbene, è anche fuori dubbio che esse siano sette fondamentali verità della visione cristiana, e cioè:

  1. La nostra origine da un Creatore e la nostra vocazione a diventare suoi figli
  2. Il peccato originale e la decadenza della nostra volontà che da sola non sa resistere al male
  3. Il demonio, creatura intelligente e malvagia, che lavora alla nostra rovina
  4. La mediazione salvifica di Cristo, come unica possibilità di salvezza
  5. Il senso di Dio, fondamento della dignità umana e della nostra libertà di fronte a qualsivoglia oppressione
  6. Il dono della vita di grazia, che ci fa partecipi della natura di Dio
  7. I due diversi destini eterni tra i quali siamo chiamati a decidere.

Il Collodi che sazio delle ideologie si rivolge ai ragazzi d'Italia, con felice intuito di artista riscopre nell'anima dei destinatari l'unica concezione della realtà che accomunava tutti gli abitanti della penisola, prima che l'unificazione politica li dividesse nel profondo ed erigesse tra loro le barriere avverse delle ideologie.

I ragazzi italiani del 1881 potevano certo avere padri e zii clericali o anticlericali, cattolici intransigenti o conciliatoristi, filo-sabaudi o repubblicani, liberali o socialisti; ma nessuna di queste contrapposizioni li toccava minimamente. I ragazzi italiani del 1881 avevano come sola chiave interpretativa della realtà la concezione che potevano desumere dalle preghiere delle loro mamme e delle loro nonne, dagli affreschi e dalle vetrate delle loro chiese, dalle spiegazioni del vangelo del loro parroco, dal catechismo studiato per la prima comunione, dalle espressioni popolari della sapienza cristiana. I ragazzi italiani del 1881 non conoscevano ideologie, conoscevano la verità.

E il Collodi, entrando in comunione di spirito con loro in virtù della capacità penetrativa della sua arte, riconquista senza volerlo e probabilmente senza saperlo la verità della sua primissima giovinezza, la verità che aveva dato a sua madre la forza di vivere, la verità che ogni cuore umano non prevenuto percepisce d'istinto come la loro luce che salva. Si è in modo singolare avverata per lui la parola profetica del Signore Gesù: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 4).

Conclusione

E' dunque una lezione di vita che possiamo imparare: le ideologie. possono servire per far politica, per arricchire, per far carnera, per organizzare meglio l'esteriorità della vita terrena, per assicurarsi onori e vantaggi, per avviare rivoluzioni che lasciano la sostanza delle cose come prima, per intraprendere liberazioni che di solito si risolvono in un cambio di schiavitù; ma per la salvezza dell'uomo come uomo non servono. Per la salvezza occorre la verità: la verità sulla vita e sulla morte, sul senso dell'esistenza e sulla sua insignificanza, sulla felicità e sul dolore, sulla possibilità di speranza e sulla disperazione, sulla nostra origine e sul nostro ultimo destino.

La salvezza comincia quando l'uomo si rende conto che la sua vera alienazione sta nel rifugiarsi nell'una o nell'altra ideologia per la paura di misurarsi con la verità, e comincia a capovolgere questo mortificante processo. E' l'insegnamento più elevato e più utile che si possa trarre dalla vicenda umana di Carlo Lorenzini detto Collodi e dal «caso» letterario de «Le avventure di Pinocchio».



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Sulla visione cristiana di Pinocchio

Alcuni interrogativi su Pinocchio e sul suo autore.
Conferenza tenuta a Collodi venerdì 16 aprile 1999 dall'Arcivescovo di Bologna, Cardinale Giacomo Biffi, tratto dall'Osservatore Romano del 17 aprile 1999

Devo molto a Pinocchio. Il mirabile burattino mi ha tra l'altro procurato l'onore inatteso dell'attenzione garbatamente critica di Giovanni Spadolini, il compianto storico e uomo politico che tutti abbiamo stimato. Per il centenario della morte di Carlo Collodi, all'Archiginnasio di Bologna, avevo svolto un tema abbastanza singolare e per la verità anche un po' provocatorio: "Pinocchio e la questione italiana". A differenza di altri che hanno reagito "a caldo" e senza diretta conoscenza di ciò che avevo detto, Spadolini molto correttamente si era fatto inviare il testo dell'intervento, e dopo qualche settimana ha reso pubbliche le sue considerazioni in un articolo della Stampa di Torino. Quelle argomentazioni sono state poi riproposte in un capitolo del suo ultimo libro (Il mondo frantumato, Milano 1992); un capitolo intitolato: Burattino d'Italia: l'unità secondo Pinocchio, che è tutto dedicato a discutere le mie posizioni.

Senza dubbio la preoccupazione principale di quelle pagine è di contestare una valutazione del Risorgimento che certo egli non poteva condividere. Ma questa è una discussione che non è il caso qui di riprendere.
Spadolini però esprimeva anche contestualmente alcune persuasioni a proposito di Collodi e di Pinocchio, che si possono sintetizzare in cinque punti.

  1. Per l'intelligenza della personalità e dell'opera del Lorenzini è fondamentale non dimenticarsi della sua adesione al messaggio politico e alla filosofia di Giuseppe Mazzini. È il suo mondo ideale, anche se bisogna riconoscere che con la partecipazione alle due prime guerre d'indipendenza egli si è poi di fatto adeguato a sostenere l'iniziativa sabauda del Regno Sardo, che risulterà vincente (cfr p. 386).
  2. Il pensiero mazziniano è perciò il sostrato teorico dell'inimitabile capolavoro, il quale manifesta il desiderio e la "finalità ideale, tipicamente mazziniana, di una società migliore" (p. 387).
  3. Sicché "la morale di Collodi è la morale dei doveri dell'uomo" (ib.), l'opera in cui Mazzini traccia la sua strada verso la rigenerazione dell'umanità.
  4. Pinocchio è un libro che annuncia questa "redenzione": "la redenzione laica di chi si appoggia sulle proprie forze, di chi fa leva sul libero arbitrio, sullo sforzo individuale, sul lavoro" (ib.).
  5. Nel lavoro si ravvisa appunto il mezzo salvifico decisivo: "solo il lavoro può difendere l'uomo da tutte le tentazioni e da tutte le perdizioni" (ib.).

Le ragioni delle mie riserve nei confronti dell'analisi spadoliniana emergeranno dal seguito di questa mia conversazione, che intende più che altro richiamare l'attenzione su alcuni interrogativi, ai quali non si è ancora data, mi sembra, una risposta esauriente e persuasiva.
Le questioni essenziali saranno due: una prima che concerne la biografia interiore di Carlo Lorenzini e una seconda che indirettamente tocca l'indole della famosa e impareggiabile fiaba. Ne aggiungerei una terza - e mi scuso di dover discorrere di qualcosa che mi riguarda personalmente - circa la mia "lettura teologica" di Pinocchio.

La questione della "crisi" di Carlo Lorenzini

Ferdinando Martini ha affermato che il Lorenzini "tornò a Firenze dalla guerra nell'agosto del '48 mazziniano sfegatato". Che valore possiamo dare a questa notizia?
Nell'infanzia era stato educato da una madre religiosissima. Nell'adolescenza era andato a scuola dai preti, alunno per cinque anni del Seminario di Colle Val d'Elsa. Poi fino a diciotto anni frequenta i corsi di retorica e filosofia dei padri scolopi.
Ma tra il 1845 e il 1848 - mentre è impiegato alla libreria Piatti - ha tempo di assimilare le nuove idee di libertà civile e di indipendenza nazionale. Ed è plausibile che il magistero mazziniano si facesse sentire e apprezzare anche nell'atmosfera un po' sonnolenta del Granducato.
Sarà anche stato mazziniano, e dunque repubblicano e federalista. Ma nel 1859 prende la divisa del Re di Sardegna e serve la causa annessionistica e unitaria del Governo Piemontese.
Quando poi torna dalla seconda guerra d'indipendenza, il suo mazzinianesimo si è ormai dissolto. Nel 1860 - Pinocchio comincerà a percorrere le vie del mondo più di vent'anni dopo - su La Nazione il Collodi arriva a scrivere: "Tutto è favola in questo mondo, tutto è invenzione, dall'idea di Mazzini all'Ippogrifo dell'Ariosto... Che il cielo mi perdoni, ma l'anarchia regna nello Zodiaco..." (citato da Bruno Traversetti, Introduzione a Collodi, p. 65, Bari 1993). [È curiosa l'analogia con una frase di Euripide: "Nelle cose divine e nelle umane regna un grande disordine" (Ifigenia fra i Tauri)].

È una confessione sorprendente, e non va trascurata. Se nella prima frase ci rivela lo scolorimento delle sue precedenti convinzioni politiche, la seconda ci dà la misura della sua profonda inquietudine che qui pare raggiungere addirittura una dimensione cosmica e, per così dire, metafisica.
Del resto, facciamo fatica a pensare che tra il padre di Pinocchio e il pensatore ligure potesse istituirsi una consonanza autentica e duratura, tanto i due erano umanamente lontani e diversi; scanzonato e spregiudicato, ma concreto e realistico il primo; serioso, sistematico, intransigente, ma astratto e utopistico l'altro.

Collodi non avrebbe mai scritto un libro intitolato I doveri (e si ha qualche dubbio che potesse mai leggerlo). Il 3 agosto 1860, recensendo la commedia di Pietro Thouar (Dovere), così annotava: "I doveri sono sempre un peso! Ed io, che non sono mai stato troppo appassionato per i pesi né per i doveri, avrei fatto volentieri a meno di sentire per la seconda volta il Dovere e il peso in tre atti del sig. Pietro Thouar" (citato da Renato Bertacchini, Il padre di Pinocchio, Milano 1993, p. 183).
Ma non era solo la visione mazziniana a diventargli sempre più estranea: un po' tutte le idee ispiratrici del sommovimento risorgimentale, che pure avevano affascinato seriamente la sua giovinezza, non lo incantano più.

Beninteso, non rinnega niente del suo passato, non diventa affatto un reazionario; ma i risultati della grande impresa, cui aveva fattivamente contribuito, non gli piacciono. Non arriva a essere un nostalgico dell'Ancien Régime, anche se è stato notato che l'ambientazione del suo più famoso racconto sembra essere quella del casalingo e pacioso mondo del Granducato. Forse faceva capolino inconsciamente in lui anche l'insofferenza toscana nel dover ammettere che in fin dei conti l'Italia l'avevano fatta i "buzzurri". Più profondamente, è deluso della meschinità e della scarsa attenzione all'uomo del nuovo stato; e gli stessi miti dell'illuminismo, perfino l'istruzione obbligatoria per tutti, cadono sotto la sua ironia.
Comunque, a partire dal 1860 il suo malessere è così intenso da trasparire anche all'esterno e da essere percepito da chi gli sta attorno: "Non era più del suo umore di una volta - scrive il nipote Paolo Lorenzini - appariva chiuso, taciturno, malinconico, per quanto avesse sempre pronta la barzelletta e la facezia quando si animava un po'" (citato da E. Petrini in Studi collodiani, p. 486).

È sintomatico che la crisi spirituale e politica del Collodi coincida col suo "ritorno a casa". A partire proprio dal 1860 egli ricomincia a vivere con la madre, cui rimase sempre attaccatissimo. Angelina morirà solo quattro anni prima del figlio nel 1886 quando già il fatale burattino aveva cominciato la sua fortunata corsa nel mondo.

Non sarebbe il caso di studiare un po' più da vicino, accantonando gli schematismi ripetuti e convenzionali, la vicenda interiore del Lorenzini? E in che misura la sua lunga "crisi" sta all'origine della sua decisione - nel 1875 con la traduzione dei Contes di Perrault - di dedicarsi a scrivere per i bambini? Forse anche Le avventure di Pinocchio potrebbero ricevere un po' di luce in più.
Renato Bertacchini ha ben capito la fondatezza e anzi l'ineludibilità della problematica sulla quale ho cercato di attirare l'attenzione. Gli sono grato e gli lascio la parola.

"Le recenti polemiche suscitate dal Cardinale Giacomo Biffi...hanno fatto perdere di vista almeno due punti fondamentali riguardanti la "svolta" collodiana...
La crisi e il "rifugio" nella cosiddetta letteratura infantile che segnano gli ultimi quindici anni di vita e di lavoro del Lorenzini non sono un fatto soggettivo, ma devono iscriversi oggettivamente nella vicenda storica del Risorgimento, in quanto il padre di Pinocchio era deluso dai miti illuministici (alla base del processo risorgimentale), non meno che degli altri, moderni miti professati dal socialismo, dai quali non fu mai persuaso.
Fino allora, da pubblicista, il Lorenzini si era rivolto soprattutto "alla classe di quelli che contano, a quanti erano occupati nell'azione politica"; a un certo momento, il suo pessimismo, o meglio "il pessimismo del suo realismo" lo convince dell'inutilità di un simile orientamento. "Egli decide allora di cambiare destinatari e di spendere le sue fatiche non più per gli adulti, non più per i personaggi importanti sì sulla scena pubblica ma ormai ideologicamente fissati e sclerotizzati senza rimedio, bensì per i ragazzi che possiedono un'umanità ancora nativamente fresca aperta alla verità" (R. Bertacchini, Il padre di Pinocchio, Milano 1993, p. 203).

La fortuna dell'opera

Le avventure di Pinocchio costituiscono un fenomeno letterario che a prima vista non è agevole giustificare.
L'Italia unita non ha dato all'umanità nessun'altra opera che, per il successo senza confini e la risonanza in ogni cultura, possa essere paragonata a questa.
Ed è libro nato quasi per caso. Anzi, si ha proprio l'impressione che il libro sia stato anche scritto di malavoglia. Apparso a puntate con scadenze irregolari sul Giornale per i bambini di Ferdinando Martini, non si ha notizia che sia stato preceduto da un disegno accuratamente elaborato e rifinito.
Due volte la pubblicazione è stata interrotta, e la prima addirittura con il proposito di non dare altro seguito alla vicenda.

È difficile immaginare peggiori premesse e condizioni più sfavorevoli alla nascita di un capolavoro.
Eppure Pinocchio si è imposto all'attenzione universale, è stato tradotto in quasi tutte le lingue, continua dopo più di un secolo a provocare dotti commenti e disquisizioni sottili. C'è dunque una evidente e strana sproporzione tra le premesse e gli esiti, che incuriosisce e fa riflettere.
Qual è la ragione di tanta fortuna? La domanda non ha ancora trovato una risposta decisiva e convincente.
Innegabilmente il fascino del libro è dato anche dalla freschezza della lingua, asciutta, essenziale, ma sempre scintillante e briosa. Siamo conquistati tutti, piccoli e grandi, dall'originalità e dalla imprevedibilità della trama. Una fantasia inesauribile sorregge l'intera favola e avvince ineluttabilmente chi si pone in ascolto di questo straordinario narratore.

Ma sono spiegazioni che francamente non ci sembrano sufficienti. Quei pregi si ritrovano, magari in misura minore, in altri scritti collodiani che, fossero rimasti soli, non avrebbero assicurato al Lorenzini molta fama oltre gli ultimi decenni dell'Ottocento e di là da un ambito poco più che regionale. Se quelle pagine ancora ci interessano, è perché sono del padre di Pinocchio.
Tanto meno si può indicare tra le cause della riuscita "cosmica" del racconto il suo messaggio etico e il suo valore educativo.

C'è sì del moralismo facile e convenzionale ne Le avventure di Pinocchio. Ma è precisamente l'aspetto del libro che alla mia giovinezza l'aveva reso uggioso e insopportabile. Per fortuna - e me ne sono poi avveduto - è un moralismo alleggerito e superiormente riscattato dal distacco e dall'ironia dell'autore, il quale (è già stato notato) dimostra più simpatia per il suo sfaticato e trasgressivo protagonista che non per il Grillo parlante (il solo di tutta la storia che poteva forse aver letto I doveri di Giuseppe Mazzini).
C'è anche in quelle pagine, doverosamente, l'esaltazione del lavoro. Ma su questo argomento il Lorenzini si è sempre dimostrato allergico a ogni enfatizzazione e a ogni retorica. Proprio nel 1881 - anno di nascita dell'immortale burattino - a chi si congratulava con lui che aveva raggiunto il giorno bellissimo della pensione, rispondeva: "Potrà essere un bel giorno per chi ha sgobbato cento anni, ma per me, che non ho fatto nulla, è un giorno come tutti gli altri".

Si sente una certa condivisione e un'attitudine di simpatia nei confronti del suo accuratamente delineato "ragazzo di strada".
"L'uomo che lavora, dice il ragazzo di strada nella sua arguta ignoranza, non può essere fatto a immagine e somiglianza di Dio: perché Dio lavorò appena sette giorni e sono ormai seimila anni che riposa" (Collodi, Opere, Milano 1995, p. 181).
Penso che il Lorenzini si sarebbe meravigliato - e probabilmente anche divertito - nel sentirsi lodare come il cantore di quella religione del lavoro, "segno distintivo del nuovo laicismo operoso su cui doveva fondarsi lo stato italiano" (Spadolini, c.c., p. 387).
Egli del resto si è sempre compiaciuto di presentarsi non solo come uno scrittore ma anche come un lettore che non aveva propensioni pedagogiche prevalenti: “io chiamo belli i libri che mi piacciono, e se, oltre a piacermi, si provano anche a volermi istruire, chiudo un occhio e tiro via. All'opposto chiamo brutti i libri che mi annoiano...".

Come si può risolvere allora questa questione?


La mia ipotesi è che la forza intrinseca e l'attrazione nascosta di Pinocchio stanno nel fatto che vi si raffigura oggettivamente la realtà delle cose come è davanti agli occhi del Creatore, come è stata rivelata dal figlio di Dio, unico Salvatore e unico vero Maestro, come è da sempre offerta alle genti dalla predicazione ecclesiale.

"Il Collodi aveva un cuore più grande delle sue persuasioni, una carisma profetico più alto della sua militanza politica. Così poté porsi in comunione forse ignara con la fede dei suoi padri e con la vera filosofia del suo popolo.
L'ortodossia, che non avrebbe potuto superare con le proprie vesti gli sbarramenti censori della dittatura culturale dell'epoca e della stessa coscienza esplicita dello scrittore, travestita da fiaba eruppe dal profondo dello spirito e risonò apertamente. In quella fiaba gli italiani di istinto riconobbero la loro canzone di sempre e gli uomini di tutti i paesi avvertirono inconsciamente la presenza cifrata di un messaggio universale" (G. Biffi, Contro Maestro Ciliegia, Milano 1998, pp. 16-17).

Legittimità e correttezza di una lettura teologica

È quasi un luogo comune che i massimi libri italiani per l'infanzia - Pinocchio appunto, e il Cuore di De Amicis - siano del tutto areligiosi: non vi compare mai il nome di Dio e meno che meno c'è in essi qualche traccia o qualche flebile eco del culto cristiano. Possiamo convenirne, anche se nessun collodiano degno di questo nome dovrebbe sentirsi lusingato dall'accostamento.
Non meraviglia perciò che un commento teologico a Le avventure di Pinocchio sia stato accolto, fuori dall'area cattolica, con poco entusiasmo e molta sufficienza, in alcuni casi con qualche fastidio e persino con indignazione.
Si è parlato di "libro parallelo", e dunque estrinseco, gratuito e arbitrariamente giustapposto a quello del Lorenzini: un'operazione illegittima di annessione di un autore assolutamente "laico" a una "parrocchia" che non era la sua. Insomma, un ennesimo caso di invadenza clericale.
Per la verità, mi ero dato premura di informare i miei eventuali lettori del carattere innocente e pacifico dei miei intendimenti: lungi da me il pensiero - dicevo - "di incolonnare dietro i santi stendardi uno spirito laico e libero come il Collodi" (G. Biffi, o.c., p. 222).
Con giovanile impertinenza avevo anzi dichiarato che il pensiero dell'autore non mi interessava affatto: mi bastava rendermi conto della stupefacente analogia - di più, della perfetta concordanza - tra la struttura oggettiva del racconto e la struttura oggettiva della visione di fede.
Confessavo di essere stato ammaliato e divertito dal "gioco del Padre che si compiace di caricare del suo messaggio le parole più disparate, anche quelle che a un primo esame sembrerebbero disadatte o lontane" (o.c. p. 223). Che se il Lorenzini fosse stato ateo - scrivevo - "il gioco mi sarebbe piaciuto anche di più, perché sarebbe apparso più scintillante l'umorismo di Dio" (ib).
Il problema è dunque uno solo: quello di appurare la fondatezza di quella "analogia" e di quella "concordanza" di cui si parlava. Il volume da me pubblicato non mira ad altro.
Non potendo qui infliggere l'esposizione analitica dell'intero suo contenuto, mi limiterò a indicare gli elementi più rilevanti e, a mio parere, meno contestabili.

  1. La prima corrispondenza che si impone riguarda la concezione della storia del mondo e dell'uomo. Nell'Orlando Furioso - cui Pinocchio è stato giustamente paragonato per la felice arbitrarietà degli accadimenti e l'indole quasi marionettistica dei personaggi - la vicenda non ha un inizio necessario né una fine obbligata: il poema potrebbe cominciare e concludersi in qualsivoglia punto, senza che l'economia generale dell'opera ne risulti alterata. È la visione del paganesimo greco: la storia è una interminabile tela di Penelope. Qui invece c'è un avvio (creazione e fuga dal creatore) che è la premessa indispensabile e il senso di tutto ciò che poi avviene: c'è lo sviluppo di un dramma in cui si determina la scelta tra due opposti destini (quello di Pinocchio e quello di Lucignolo); c'è una "escatologia" conclusiva (ritorno al Padre e trasnaturazione). Vale a dire, qui c'è esattamente la prospettiva cristiana.
  2. Pinocchio all'origine non è "generato", è "costruito": c'è dunque una eterogeneità di natura col "costruttore". Ma il "costruttore" lo chiama subito "figlio". Il Creatore misteriosamente vuol essere anche "padre", in questo modo viene immessa nella creatura l'aspirazione a oltrepassare l'alterità e a elevarsi ontologicamente. È la verità della "vocazione soprannaturale": colui che è stato fatto dal niente è destinato a partecipare nella vita di grazia alla natura divina
  3. La nostra libertà è una libertà ferita. Pinocchio in tutte le occasioni capisce sempre qual è la cosa giusta da fare e la vorrebbe, ma sceglie infallibilmente la cosa sbagliata. È l'incapacità dell'uomo a operare secondo giustizia in virtù del solo libero arbitrio, come è denunciata da san Paolo: "Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio" (Rm 7, 29).
  4. La drammaticità della nostra condizione è accresciuta per la presenza attiva di forze estranee che spingono al male. Esse sono raffigurate primariamente dal Gatto e la Volpe, ma raggiungono la migliore e più efficace rappresentazione nell'Omino, corruttore mellifluo che conduce i ragazzi al Paese dei Balocchi. Non c'è in tutta la letteratura della cristianità immagine del demonio più intelligentemente effigiata. Tenero in apparenza, perfido nella realtà, è il nostro insonne nemico: "Tutti la notte dormono, e io non dormo mai" (Pinocchio c. 1).
  5. L'ideologia illuministica aveva diffuso l'orgogliosa affermazione di una possibile "autoredenzione" dell'uomo. Ebbene, tutta la seconda parte di questo libro (dal capitolo 16 alla fine) parrebbe costruita proprio per smentire questa che è l'illusione dominante della nostra cultura. Pinocchio, interiormente svigorito, esteriormente insidiato da esseri maligni più astuti di lui, non può assolutamente raggiungere la salvezza nonostante la sincerità dei suoi sforzi, se non interviene un aiuto superiore, che alla fine riesce a compiere il prodigio di riconciliarlo al padre, di riportarlo a casa, di dargli una nuova natura. Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini manifesta appunto questa necessaria mediazione salvifica, che secondo la fede è svolta dal Figlio di Dio fatto uomo, il quale prolunga la sua azione nella storia per mezzo della Chiesa.

Non mi resta allora che rivendicare l'intemerata correttezza metodologica della mia lettura.


A darne una giusta valutazione, il pensiero personale del Lorenzini, le idee diffuse nella società in cui viveva, la cultura all'epoca dominante, non vanno chiamate in causa. Il nocciolo del problema si riduce ad accertare se ci sia o non ci sia questa sorprendente correlazione tra il racconto collodiano, come è in se stesso a prescindere dagli intenti dell'estensore, e la storia della salvezza, come è contenuta e proclamata nell'annuncio evangelico.
Né gli studiosi della vita e delle opere del Collodi né i critici letterari né gli indagatori del nostro Ottocento, propriamente parlando, hanno a questo proposito qualcosa da dire. Competente a giudicare se la struttura oggettiva di una narrazione sia o no conforme alla struttura oggettiva della verità rivelata è il teologo e, in ultima analisi, il magistero della Chiesa.
Senza dubbio, questo modo di accostarsi a Pinocchio abbastanza spregiudicato e divertito non è esente da un certo gusto di cantare fuori dal coro.
Ma proprio per questo - se non mi illudo - non è troppo lontano dallo stile e dall'estro del Collodi. Se è presunzione, posso ancora sperare nella misericordia del Signore e nella vostra.

 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/18/2011 10:19 PM
 
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Sulla visione cristiana di Pinocchio

Libro “laico” o libro “cattolico”?


Dall'Introduzione al Pinocchio illustrato da Mario Ceroli

Una parola che nelle pubblicazioni ricorre spesso a proposito di Pinocchio è l'aggettivo “laico”. È sembrata spesso a molti una qualifica ovvia e indiscutibile: quasi una specie di “dogma”.
Noi non abbiamo difficoltà “a priori” né obiezioni di principio che ci impediscano di ratificarla. E tuttavia riteniamo che anche in questo caso sia più utile non rinunciare a un attento esame e a una valutazione criticamente fondata.

I VARI SIGNIFICATI DI “LAICO”

“Laico” è vocabolo tipicamente ecclesiale. Nasce e tuttora sussiste entro la “societas christiana”: solo in tempi relativamente recenti è trasmigrato per altri lidi. A rischio di apparire pedanti e forse anche uggiosi, tentiamo una breve rassegna dei vari sensi che esso è andato via via assumendo.
Originariamente ed etimologicamente designa colui che, avendo ricevuto il battesimo, appartiene al “popolo di Dio” (in greco: “laòs”). In partenza, esprime dunque un concetto affermativo (che indica “appartenenza”) e di per sé conviene a tutti i cristiani.
Ben presto però il termine fu riservato a quei battezzati che non sono annoverabili né tra il clero né tra i monaci o comunque tra i religiosi. Assunse quindi una connotazione particolare e negativa (in quanto esprimeva una “non appartenenza”).
Da qualche secolo (e segnatamente in Italia) “laico” ha cominciato a denotare colui che si dichiara indipendente dall'autorità, dalla dottrina, dalle direttive della Chiesa, e intende sottrarsi alla sua influenza.
Può arrivare a configurare, nei casi estremi, un'attitudine decisamente anticlericale, antiecclesiale e perfino antireligiosa. Ma in questa ipotesi è più corretto e meno ambiguo parlare non di “laicità”, bensì di “laicismo”.
Infine si può definire “laico” chi, senza essere programmaticamente ostile, nel presentare le idee, i fatti, le persone evita ogni evocazione di natura teologica o cultuale.

L'ATTEGGIAMENTO DEL COLLODI

Come si poneva il Collodi nei confronti della religione e della Chiesa? Non mancano nei suoi scritti giornalistici - ed è ovvio - le punte polemiche contro il potere temporale del papa. C'è anche qualche osservazione contro il celibato ecclesiastico, ed è una cosa normale: è curioso che così spesso gli scapoli impenitenti vogliano a tutti costi far sposare i preti. Nel complesso però bisogna riconoscere che non emerge mai in lui un vero e proprio anticlericalismo e, meno che meno, una disistima per la fede cristiana.
“Non sono un miscredente - disse un giorno alla madre. - A Dio ci credo. Stia tranquilla che ci credo”.
Anche le pagine di Pinocchio confermano queste notizie. Se non ha ambizioni teologiche, né presenta preti e frati, il libro di Collodi non si mette nemmeno in opposizione religiosa, non trasuda quell'anticlericalismo che fa capolino continuamente in altri scrittori per l'infanzia del tempo. Quella del Lorenzini era una religiosità silenziosa, che stava fedele alla sublimità del Cristianesimo.

“LAICITÀ” DI PINOCCHIO

Si può allora parlare di una “laicità” di Pinocchio? Si può e si deve, se con ciò si intende sottolineare l'assenza nel libro di ogni elemento ecclesiastico e cultuale nonché di ogni esplicito riferimento alle tematiche religiose.
E non è certo una latitanza casuale: descrivere nell'Italia dell'Ottocento le borgate, il paesaggio, la vita associata, senza che nel racconto compaia mai nemmeno incidentalmente un campanile, un parroco, un rito, non poteva che essere il risultato di una intenzionalità. L'unico cenno di religiosità si trova - ripetuto alla lettera due volte - nel comportamento dei pescatori che assistono alla scomparsa in mare prima di Geppetto e poi del burattino: “Brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornare alle loro case” (cap. XXIII). Ma il particolare ha motivazioni puramente artistiche, per la concretezza della scena rappresentata.
A parte ciò, non c'è traccia di qualche estrinseca utilizzazione del “divino” o del “religioso”: del “surnaturel plaqué”, come dicevano un tempo i teologi francesi. In questo senso la “laicità” di Pinocchio è incontestabile.
Ma è una “laicità” analoga, per intenderci, a quella del racconto evangelico del “figlio prodigo”, dove (a differenza di quel che avviene in altre parabole di Gesù) non si ricordano né Abramo né Mosé né i profeti né i sacerdoti né il tempio. O alla “laicità” del Cantico dei Cantici, che pure ha nutrito la letteratura mistica di ogni tempo.

“CATTOLICITÀ” DI PINOCCHIO

Pinocchio è un libro “cattolico”? Se con questo termine si intende alludere alla letteratura edificante o apologetica o catechetica che così viene talvolta denominata, bisogna rispondere senza esitazione di no. Per altri due aspetti si può dare invece un giudizio positivo.


In primo luogo, se ci si rifa all'origine del nome: “cattolico” significa etimologicamente “secondo il tutto” (“kath'olon”). Si può quindi intendere con questo aggettivo una visione delle cose, una mentalità, una proposta di comportamento e di vita che rifugga per quanto è possibile da ogni parzialità e da ogni selezione arbitraria tra le “verità sostanziali”.
Pinocchio è “cattolico” perché in esso coesistono e reciprocamente si integrano e si equilibrano il realismo disincantato nel valutare le tristi situazioni di fatto che inevitabilmente si incontrano e la fiducia nella possibilità di raggiungere un destino di gioia; la consapevolezza della debolezza umana e la speranza di un aiuto decisivo dall'alto; il senso della giustizia e il primato della misericordia; il coraggio tanto di guardare in faccia al male quanto di credere nella vittoria finale del bene. E così via.
Ma in un senso ancora più rigoroso questo libro può essere considerato “cattolico”, ed è per la perfetta corrispondenza tra il racconto collodiano e la storia della salvezza come è proclamata nell'annuncio evangelico, tra la struttura della sua vicenda e la struttura intrinseca all'ortodossia, tra le “verità sostanziali” che esso propone e i caposaldi dell'insegnamento della Chiesa.

CONCLUSIONE

Gesù ha detto: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25). Queste cose: cioè i misteri del Regno di Dio, dell'uomo e del suo destino.

Proprio nel decennio in cui nascevano Le avventure di Pinocchio uomini straordinariamente dotti e perspicaci elaboravano e facevano conoscere le loro dottrine: Friedrich Nietzsche pubblicava le sue opere più importanti ed enunciava l'ideologia del “superuomo” e della “volontà di potenza”; uscivano i volumi di “Das Kapital” di Karl Marx; Sigmund Freud portava a termine il suo percorso accademico. In quegli anni venivano così poste dai “sapienti” e dagli “intelligenti” le premesse del mare di lacrime che nel secolo ventesimo avrebbe irrigato la terra.

All'opposto, in Carlo Lorenzini si è in modo singolare pienamente avverata un'altra parola profetica del Signore: “Se non diventere come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt 18, 3). Il Collodi si è fatto piccolo coi piccoli, e in tal modo ha potuto diventare annunciatore del Regno, maestro di vita, seminatore di consolazione e di gioia.

 

                                                                 

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/3/2012 12:09 PM
 
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[SM=g1740757] PINOCCHIO - il libro -

"La Storia tal quale di ognuno di noi" scritta da un vescovo e tradotta da un curato a nostra edificazione

 

La storia di Pinocchio, che da burattino di legno, dopo molte peripezie, "trasnatura" in figlio di Geppetto, diventa lo spunto - nel libro del card. Giacomo Biffi Contro maestro Ciliegia - per proporre, andando oltre la fiaba, un'insolita e pittoresca meditazione sulla storia della salvezza, cioè sulla vicenda dell'uomo, chiamato a "trasnaturare" in figlio di Dio.

[SM=g1740766] Romeo Maggioni ha ripreso questa vivace e commovente meditazione teologica rielaborandola liberamente, sintetizzandola e  attualizzandola.

Ne è scaturita una sorta di "catechismo per adulti" che tocca i grandi interrogativi della libertà, della colpa, dell'aldilà, del male, del nostro più autentico destino e persino del purgatorio, senza mai però tradire l'intento del primo autore: insegnare molte cose con l'aria di divertire.

Insomma, una "sintesi teologica" da leggere tutta d'un fiato!

 

1a puntata C'era una volta...

2a puntata L'uomo è un sovversivo...!

3a puntata Per un filo sospeso sul nulla...

4a puntata Sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso

5o puntata Dove c'è la fede, c'è libertà!

6o puntata Il Grillo parlante

7o puntata Cominciò a farsi notte

8o puntata Qualcuno bussò alla porta

9o puntata Sentì intenerirsi...

10o puntata Un vestitino di carta fiorita

11o puntata Pinocchio vende l'abbecedario

12o puntata Padre o burattinaio

13o puntata  Come un fuscello nella corrente

14o puntata  Il gatto e la volpe

15o puntata Le solite storie

16o puntata Due figuracce nere

17o puntata Sono morta anch'io

18o puntata La bella bambina dai capelli turchini

19o puntata Una certa polverina bianca

20o puntata Quattro monete d'oro

21o puntata Un "dunque" amaro e crudele

22o puntata Il signor serpente

23o puntata Vita da cani

24o puntata Oh, se potessi rinascere...!

25o puntata O fatina mia, perchè sei morta?

26o puntata Una repubblica fondata sul lavoro

27o puntata Non può avere Dio per padre...

28o puntata Con calci e gomitate

29o puntata Chi ci libererà dall'oppressione dei liberatori?

30o puntata Dubbi sul "partito verde"

31o puntata Nonostante i preti...!

32o puntata Tra angelo e animale

33o puntata Vietato vietare

34o puntata ...O troppo poco!

35o puntata Al passo!...Al trotto!... Al galoppo!

36o puntata Salvato dalle acque...!

37o puntata Il segno di Giona

38o puntata Gran finale

 

 

 

1. C'ERA UNA VOLTA...

"Un re !", diranno subito i miei piccoli lettori! No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno...

 

Chi c'era una volta?

Cioè: da dove incomincia tutta la storia?

La storia del mondo, la storia dell'uomo, la mia storia.

Chi sta all'inizio?

 

Incomincia dal re, da Dio, dicono i piccoli - "a cui è dato conoscere i misteri del Regno"!

"In principio Dio creò il cielo e la terra" (Gen 1,1).

Il mondo sarebbe un nulla, l'uomo non esisterebbe, perché non si fanno da sé; sono opera di uno prima di loro!

Allora bisogna dare primaria attenzione a Dio: Dio non tollera di essere posposto a nessuno, perché tutte le cose, se valgono qualcosa, è perché dipendono da Lui.

"In Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, perché di Lui stirpe noi siamo" (At 17, 28).

È grande sciocchezza quella di chi, per esaltare l'uomo, tacesse di Dio; come se per voler esaltare lo splendore della luna uno proponesse di spegnere il sole!

La Bibbia precisa poi che l'uomo è stato fatto "a immagine di Dio" (Gen 1,27); anzi san Paolo specifica che "quelli che Dio da sempre ha conosciuto, li ha predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29).

Ora questo "primogenito" è Gesù Cristo, il Figlio di Dio che unisce a sé la natura umana, un Dio che si fa anche uomo, un uomo che è anche Dio.

Lui è il primo ad essere pensato e voluto; sul suo stampo noi siamo stati creati, riuscendo appunto anche noi un impasto di umano e di divino!

"Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui.

Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui" (Col 1, 15-17).

Non si spiega altrimenti in noi quel bisogno di totalità, di infinità, di eternità che nessuna delusione umana riesce a tacitare. "Ci hai fatti per te, Signore - dice sant'Agostino -, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".

Piccolo e grande, terrestre ed eterno, materiale e spirituale, umano e divino ..., l'uomo ha un suo archetipo, un suo prototipo, l'uomo Cristo Gesù.

Per questo si può dire che ha ragione anche Collodi quando dice che la storia comincia da un pezzo di legno: Cristo crocifisso e risorto è appunto il principio, il primogenito, l'inizio di tutta la storia dell'uomo e del cosmo.

 

2. L'UOMO E' UN SOVVERSIVO...!

Come andò che maestro Ciliegia trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino

 

Questo è un falegname "coi piedi in terra"!

Per lui esiste solo ciò che tocca e vede; il resto è solo abbaglio, superstizione, sovrastruttura; capita solo quel che è sempre capitato, se capita diverso è solo un imbroglio; perché insomma esiste solo la materia!

È la raffigurazione di ogni "scientifico" materialismo, che è incapace di "sorprese"!

Un pezzo di legno diverso... Io non lo posso credere!

Eppure tutta la storia dell'uomo è una sorpresa!

Nel complicato ma omogeneo procedere del cosmo, l'uomo è un sovversivo!

Emerge da un frammento di materia, ma cresce e si evolve secondo una linea inedita, unica, capricciosa: ha dentro lo spirito e la libertà che lo fanno chiaramente diverso da tutti gli animali e le cose che ha lasciato indietro nel suo balzo di sviluppo!

Maestro Ciliegia, come ogni materialista, se fosse stato all'inizio del fenomeno umano, al massimo avrebbe ipotizzato l'avvento di una speciale varietà di scimmie...

Ma i materialisti mancano di fantasia!

Che è invece propria di Dio, il quale ha immesso nella materia dell'uomo il suo "spirito", che lo ha fatto qualcosa di sorprendentemente diverso e libero!

Che vi sia nascosto dentro qualcuno? È il sospetto più logico che può venire ad un uomo di buon senso!

Che l'uomo non sia solo materia?

Che non esistano solo le cose che si vedono e si toccano?

Che nel mondo ci sia anche lo spirito, l'anima, la coscienza, la libertà... Dio?

E che quindi ci debbano essere sorprese nel meccanicismo materialista, proprio perché c'è dentro un elemento sovversivo che è l'anima dell'uomo con la sua libertà?

E che ci possa essere qualcosa di superiore, di provvidenziale, di miracoloso, di straordinario, dovuto proprio alla superiore e fantasiosa libertà di Dio, che è dentro la realtà del mondo che ha creato?

Forse è proprio così. Dentro l'uomo c'è qualcosa che grida un bisogno di pienezza che travalica l'esperienza dei suoi limiti.

Ha voglia di vita, voglia di riuscita e felicità.

E non gioia di un momento, ma perenne.

Dietro ogni assaggio di bene vuole il bene sommo.

L'uomo è una struttura aperta, che invoca nella frammentarietà l'unità, nel tempo l'eterno, nel piccolo il tutto e l'infinito.

Del resto sperimentiamo bene la nostra insufficienza.

Quanto scarto tra le nostre più grandi aspirazioni e i nostri limiti...!

E quante illusioni!

Pensavamo di essere felici nel possedere quella cosa, coltivare quell'amicizia, raggiungere quel posto.., ma poi tutto ci ha deluso.

Dentro l'uomo c'è un vuoto che sente di dover essere riempito.

E non c'è materia, non c'è consumismo, non c'è realtà terrestre che lo possa saziare!

Dentro ha un'anima spirituale che è "immortale".

 

Due constatazioni segnano la nostra esistenza e la rendono pensosa.

La prima è che non ci siamo fatti noi, che riceviamo da altri la vita.

Vien da domandarci: donde vengo? Perché son fatto così? C'è una ragione, un perché, un progetto? O tutto è a caso?

L'altra constatazione è che assieme alla voglia di vita c'è la morte.

Che il futuro non è nelle mie mani: dopo la morte, finisce tutto? C'è il nulla? O c'è qualcosa?

Le ipotesi possibili sono due: o prima di me c'è il nulla o c'è qualcosa.

Se prima di me c'è il nulla, io sono venuto al mondo per caso, senza progetto né perché. Ma sento di ribellarmi ad una tale ipotesi, perché va contro il mio bisogno di razionalità, di un perché, di un ordine nel mondo!

Se invece prima di me c'è qualcosa che mi ha determinato, io sarò il risultato di un suo progetto: ... sento di volerlo conoscere!

Così è per il dopo: se dopo di me c'è il nulla, il nulla mi ripugna, perché sento il bisogno di vita e di felicità.

Se c'è qualcosa: cosa è? È vero, è bello, è possibile? Lo voglio conoscere!

 

Davanti all'uomo stanno due strade: O L'ASSURDO O IL MISTERO.

O rinuncia a capirsi, a risolvere i suoi interrogativi, a riempire la sua povertà; o cerca fuori, cerca sopra, cerca di capire, sente il bisogno di andare oltre la sua fragile esperienza e capacità per vederci più chiaro!

Si inoltra nel mistero! Il grido verso Dio non è frutto di irrazionalità o emotività (o alienazione o inconscio incontrollato): il divino non è solo pensabile, possibile razionalmente, ma addirittura auspicabile se non si vuol distruggere la ragione.

È il contrario, cioè l'ateismo, che uccide l'uomo e la ragione!

Ma tant'è ...: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire!

Torniamo al nostro maestro Ciliegia.

Guardò sotto il banco, e nessuno; quindi dentro un armadio, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l'uscio di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e nessuno.

O dunque?...

Ho capito, disse ridendo... E non aveva capito niente!

Come Gagarin che aveva navigato il cielo e non aveva trovato Dio!

Gli era rimasta solo la sua testarda incapacità di vedere!

Esiste solo la materia; lo spirito è troppo estroso e va respinto!

Questo legno eccolo qui: è un pezzo di legno da caminetto come tutti gli altri e a buttarlo sul fuoco c'è da far bollire una pentola di fagioli.

Se l'uomo non è più niente lo si può calpestare e usare come si vuole!

È il risultato di ogni materialismo...!

Anche se questo è solo capace di usarlo per far "bollire una pentola di fagioli" per chi comanda..!

Come capita di costatare sempre più spesso in un mondo divenuto pagano!




[SM=g1740771]  continua....
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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5/3/2012 12:11 PM
 
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3. PER UN FILO SOSPESO SUL NULLA...

Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino meraviglioso che sappia parlare, tirar di scherma e fare i salti mortali

 

E’, questo Geppetto, un vecchietto tutto arzillo, così straordinariamente fantasioso, così consapevole delle sue capacità artigianali, così ottimista verso quel pezzo di legno da decidersi solennemente: Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino!

E’ qui adombrata la culla della nostra esistenza di uomini, venuti al mondo non per caso ma per una libera decisione di Dio, che sembra aspettarsi molto da questa creatura che sogna di fare: un burattino meraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

Nella ricchezza della sua vita d’amore, Dio ha voluto come debordare oltre la sua famiglia Trinitaria. Un giorno si tenne consiglio di Casa Trinità e si decise: “Aggiungi un posto a tavola..!”, e si creò l’uomo perché divenisse in qualche modo partecipe della divinità. “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza...” (Gen 1,26).

Il perché è un mistero d’amore gratuito. Dio ha voluto che la vita sovrabbondasse oltre l’oceano della sua perfetta gioia interiore, varcasse l’infinita distanza che lo separava dal nulla, per dare spazio ad altre libertà capaci di dialogo libero e sincero e di comunione con Lui.

Questo significa che prima che nel ventre della madre, la fonte della nostra vita è nel cuore di Dio Padre, nell’intimo della “famiglia” di Dio. Noi siamo - fin da prima della creazione del mondo - oggetto di un atto di amore, di un progetto preciso, di un senso e di un perché; ci ha chiamati ciascuno per nome! Come il vasaio (cfr. l’immagine di Gen 2,7) non fa vasi in serie, ma ciascuno è un capolavoro a sé, così ogni uomo è unico e irripetibile. Siamo, alla fine, un impasto di terrestre ed eterno che fonda in noi il profondo bisogno di Lui.

Porci il problema della nostra origine è l’unico atto serio, oltre le “alienazioni” degli inutili problemi di ogni giorno. Capita a volte all’uomo di essere come quel viaggiatore che, salito in treno, si dà da fare per trovarvi il posto nello scompartimento e stare comodo..., e poi si dimentica della stazione d’arrivo. Sapere se l’uomo sia il risultato del fortuito confluire di forze senz’anima, senza ragione e finalizzazione, o sia il progetto che ha un senso e uno scopo, è essenziale per dare la risposta ad un’esistenza che non voglia essere solo casuale. Tener viva la coscienza di quel destino di vita divina è questione di vita o di morte, o semplicemente di realismo e razionalità.

 

L’alternativa è solo la morte. Giustamente si ribella chi della vita si ferma al solo segmento del percorso terreno!

Del resto cosa è più irrisolvibile? Domandarci come la materia ignara abbia potuto germinare spontaneamente lo spirito oppure perché Dio, amore e libertà, abbia voluto costruirsi l’uomo?

Oltretutto se l’azione creatrice di Dio mi resta inscrutabile, irraggia però splendore e gioia a tutta la mia vita: la gioia di sapermi visto e voluto da sempre, e non un figlio di nessuno in mano alle violenze di tutti; di essere tenuto in mano da uno potente - “Il Padre mio - diceva Gesù - è il più grande di tutti” (Gv 10,29) -, e chiamato ad una comunione di figlio con un Padre creatore!

Un incubo pesa sul cuore dell’uomo che guarda solo in sé: la sua precarietà, la coscienza cioè di essere sospeso sull’abisso del nulla. Ma in questo progetto la mia precarietà non mi è più angosciosa: so di essere sospeso per un filo sul nulla, ma è il “filo tenacissimo” dell’amore di un Dio fedele!

 

4. SENTI’ ARRIVARSI UN CALCIO SULLA PUNTA DEL NASO

Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette nome Pinocchio.

 

Prime monellerie del burattino

La creazione del burattino è piena di sorprese, è la descrizione dei rapporti che intercorrono tra l’uomo e Dio.

E’ un “dialogo” un po’ deludente, che va esaminato con cura.

 

DIO

Birba di un figliolo!

Geppetto non ha ancora finito di sbozzare quel pezzo di legno, che lo chiama già figlio, assegnandogli anche un nome. Suggerisce la prima strabiliante verità che precisa la creazione dell’uomo: per Dio, la decisione di creare si accompagna subito con quella di essere padre. “Ci ha scelti - scrive san Paolo - prima della creazione del mondo predestinandoci ad essere suoi figli adottivi” (Ef 1,5). “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1Gv 3,1). Figli non in qualche modo, ma figli veri. La cosa avvenne così.

Il Padre aveva un Figlio molto caro, dall’eternità, col quale vi era intesa perfetta. Un giorno decise di allargare famiglia e di avere un UOMO come suo figlio proprio: Gesù “predestinato come Figlio di Dio” (Rm 1,4).

Egli è il primo esemplare di uomo voluto da Dio: è il Figlio Unigenito, uno di Casa Trinità, che assume la natura umana, portando quindi fin dall’inizio la nostra umanità in una intimità profonda con la divinità. Gesù costituisce quindi il PROTOTIPO IDEALE d’ogni altra creatura.

 

Su di lui, uomo-Dio, è stato “stampato”, cioè creato ogni uomo. Infatti quell’Unigenito (uomo-Dio) è voluto subito come “primogenito” di una lunga serie di fratelli che fossero, come Lui - oltre che uomini - veri figli di Dio, amati come Lui, partecipi della stessa natura divina, destinati a vivere per sempre in Casa Trinità.

Quel che il Figlio è per natura, l’uomo lo diviene per grazia, per dono gratuito. “Ha dato potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome, i quali da Dio sono generati” (Gv 1,12-13). Un giorno Gesù svelerà questa profonda intenzione di Dio, pregando per noi: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). Si realizzi cioè una sola famiglia divina allargata a tutti gli uomini, accogliendoli come figli ed eredi della stessa intimità della Trinità.

Dono questo che l’uomo è chiamato ad accogliere e maturare con la sua libertà. Il senso della vita è far crescere in noi quella condizione di figli di Dio per poter arrivare alla fine a divenirne eredi.

Tutta la storia di Pinocchio sarà appunto un lungo cammino per passare da burattino a bambino.

 

UOMO

La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a canzonarlo.

Il riso spavaldo su tutto ciò che ci precede (e ci ricorda un dono ricevuto), è l’atteggiamento adolescenziale dell’uomo che si crede autosufficiente e non debitore di nessuno!

Sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso!

E’ il guadagno che ci fa Dio volendo bene all’uomo. La ribellione gratuita e dispettosa verso il proprio Autore accompagna fin dall’inizio il cammino dell’umanità. E’ il peccato di Adamo e il nostro: non ci fidiamo di Dio, lo vogliamo scavalcare pensando di gestire meglio la nostra felicità indipendentemente da Lui e dalla sua legge. Nasce nel cuore un sospetto: Dio è veramente buono come vuol far credere e disponibile in tutto? Che ci proibisca qualcosa? Il peccato è proprio dubitare di Dio e della sua totale bontà, mettere in discussione che Dio voglia sempre e comunque il nostro bene. Pensare che faccia il doppio gioco, che abbia degli interessi nascosti, che ci voglia sfruttare!

E allora diciamo: è meglio che pensi io a me stesso e non mi fidi di nessuno; del resto, chi più di me sa quel che è il mio bene? Non c’è bisogno che un altro me lo dica. Chi è più esperto di me nel capire ciò che mi dà soddisfazione e felicità? Ecco allora: io lo scavalco, io gliela faccio..! E’ il calcio di Pinocchio..., calcio che anche noi purtroppo tiriamo spesso contro Dio!

 

DIO

Dovevo pensarci prima!

Quasi un pentimento amaro di Dio: “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,6), è scritto nella Bibbia parlando dei tempi prima di Noè. Tanto è l’orrore e il dispiacere di Dio per il rifiuto dell’uomo!

Ormai è tardi.

Perché? Geppetto poteva bruciare subito tutto. Dio può benissimo ripetere il diluvio o distruggere all’istante il peccatore! Ma Dio è padre e misericordia: crea per la vita e attende il ravvedimento.

Geppetto lo conduceva per insegnargli a mettere un passo dopo l’altro.

E’ scritto nel profeta Osea: “Al mio popolo io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro” (Os 11,3). Dio non è un dongiovanni che mette al mondo dei figli e poi se ne disinteressa. Questa è idea pagana di Dio! Il Dio cristiano è un padre amoroso e appassionato che educa e guida alla meta il proprio figlio. “La gloria di Dio è l’uomo vivente” (sant’Ireneo). Soggiace qui la grande idea della Provvidenza di Dio, Colui che vede e vuole il mio bene più di quello che io non veda e voglia di me. Egli sa trarre il bene, cioè il nostro bene, anche dal male. Sa scrivere dritto anche sulle nostre righe storte!

 

UOMO

Quando le gambe gli furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la strada; finché infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.

Qui siamo al vertice dell’assurdo! Appena l’uomo si sente autonomo se ne infischia di Dio e fa a meno di Lui. Il giorno in cui si allontana da chi gli ha dato la vita e l’invita all’amore, gli sembra il giorno della raggiunta maturità. E’ un mistero del cuore umano! Gesù ne ha parlato nella parabola del figlio prodigo. L’uomo trova continuamente pretesti e giustificazioni per difendersi da Dio (...la Chiesa, i preti, i soldi del Vaticano, ....!). Forse quello che più profondamente è fastidioso e duro per lui è il suo “diventare come bambini”, è fare un atto di fede vero e coraggioso: dipendere e abbandonarsi a Dio. Terribile costatazione: l’uomo spesso si annoia di Dio!

 

 

5. DOVE C’E’ LA FEDE, C’E’ LIBERTA’

Il burattino, fuggito di casa, si imbatte nelle forze dell’ordine.

Un carabiniere lo afferra per il naso e lo riconsegna a Geppetto; poi sotto la pressione dell’opinione pubblica (curiosi e bighelloni), rimette Pinocchio in libertà e, chissà perché, conduce in prigione Geppetto.

 

E’ questa una pagina amara. Ma è meglio ogni tanto mettere il dito sulla piaga. C’entrano la folla e l’autorità.

Chi ne diceva una, chi un’altra. “Povero burattino! – dicevano alcuni - ha ragione di non voler tornare a casa! Chi sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto! ...”. Altri: “E’ un vero tiranno coi ragazzi! E’ capacissimo di farlo a pezzi!”.

Non è stato un gioco al massacro in questi anni? Cosa non s’è detto e si dice contro la famiglia? E’ tutto il giovanilismo della cultura dominante ad allettare e approvare ogni devianza. Sono colpevoli sempre e solo gli altri e, tra i primi, i poveri genitori, anche quando ce l’hanno messa proprio tutta! Non è mai Pinocchio che sbaglia, ma Geppetto! La tragedia è che al tempo di Collodi erano solo “i curiosi e i bighelloni” a stravolgere i valori. Oggi l’allettamento al male e il dispregio dei valori morali è ben più sfacciato e organizzato, potente ed efficace. Prima era moda, adesso è norma; peggio... rassegnazione perché moltissimi gettano la spugna!

Non parliamo poi dell’ “oscurantismo” della Chiesa e della morale cattolica, di quel Geppetto-Dio che rende schiava la coscienza creando complessi di colpa e traumi nel subcosciente coi suoi “tabù”! Emancipazione, libertà, permissivismo...! Non ci si lamenti poi dei “baby killers”...!

 

Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio, e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.

E’ l’epoca dei sondaggi d’opinione: la verità è DOXA! Guai ad andar contro l’opinione dominante, inimicarsi la carta stampata, il quinto potere ...: l’autorità non è a servizio della gente?!

L’autorità invece è in balia della pressione dell’opinione pubblica, montata e manipolata dai mass-media. Il consenso è la prima norma del partito, non il bene comune. Si parla di “programmi”, ma le alleanze (... o le alternanze!) sono disinvolte in vista del potere.

Il più debole è schiacciato. L’autorità è sempre stata forte con il debole e debole col forte.

Non è questione di inefficienza. E’ questione di valori. Si parla oggi di “eticità”. L’autorità è necessaria, è nel disegno di Dio. E’ il suo uso parziale ed egoistico, che non tiene conto della globalità dell’uomo e del bene comune, che la rende inefficace e controproducente. E’ ben raro che essa brilli dei valori dello spirito. Pensiamo al potere economico: difficilmente riesce a distinguere gli uomini dalle cose, e comunque non vuol saperne del fatto che produttori e consumatori sono prima di tutto persone e figli di Dio. Pensiamo al potere dei mezzi informativi: prima della verità viene lo scoop, l’audiance, il sensazionale, lo scandalistico quando non la manipolazione, l’ideologia.. Pensiamo alle organizzazioni di categoria che troppo spesso confondono la giustizia con l’interesse della propria parte! Del resto sappiamo quanto sia potente la tentazione del “cadreghino” invece del “servizio”. Lo aveva già detto Gesù, con sarcasmo: “Coloro che hanno il potere (sulle nazioni) si fanno chiamare benefattori” (Lc 22,25).

Il ricupero e la coltura di evidenze etiche comuni è il primo passo da fare per ricostruire il consenso sociale e poi politico. Lo Stato dev’essere laico, nel senso di non imporre una particolare fede o ideologia. Ciò però non significa indifferenza nel difendere e promuovere i valori necessari alla convivenza umana. L’opera più decisiva è l’educazione delle coscienze e in particolare quelle delle giovani generazioni. Lasciarle senza proposte e valori non è rispettare la libertà, ma votarle al nulla. Tagliare le radici, rinnegare una cultura, è perdere l’identità.

Qui l’opera dei credenti è preziosa. Il loro ambito prima di tutto è nel sociale, per esercitarvi in modo diretto l’attenzione alla persona umana, valore primo assoluto. Il volontariato infatti è l’esercizio di quella gratuità che traduce la fede in vita, testimonia e sostiene una speranza di cambiamento, supplisce e completa, con la carità e la misericordia, la troppo rigida giustizia umana che rasenta spesso la peggior ingiustizia. Se dei cristiani - come capita - esercitano il potere politico in modo sbagliato, dipende dal fatto che forse non sono passati prima dal sociale!

D’altra parte l’annuncio evangelico è l’unico che dà libertà e disincanto di fronte a ogni formula politica. Solo la fede, con la certezza di avere un solo Signore cui obbedire, libera dall’incantamento verso gli “uomini della provvidenza”, le “formule collaudate”, i miti della “nazione” e della “razza”, i libretti di Mao o di Marx che costituiscono “vangelo” per i bigotti della “rivoluzione permanente”, anche dopo la caduta di tutti i loro “dei”, e ...a costo magari di rimanere a conservare solo un museo di antiquate nostalgie fallite!

Sant’Ambrogio diceva: “Ubi fides, ibi libertas”.

Ma siamo andati troppo lontano, mentre Geppetto se ne va in carcere colpevole solo di aver voluto salvare la sua creatura dai capricci.

Balbettava singhiozzando: sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene.

E’ il mistero del Dio che “soffre”, perché è sempre Lui a preoccuparsi di più della libertà e della salvezza dell’uomo.




[SM=g1740771] continua......

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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6. IL GRILLO PARLANTE

La storia di Pinocchio col Grillo parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.

 

Tocchiamo un punto delicato della vita dell’uomo: la sua coscienza morale. La quale, come il Grillo, richiama al bene, ma può essere anche soffocata “con un colpo di martello”.

Sappiamo come vanno queste cose: Pinocchio, scappato di casa come il figliol prodigo, si sente uccel di bosco:

nella furia di correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori.

“Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto” (Lc 15,13).

Venuta la sera, rientrato nella casa, vuota perché Geppetto era in prigione, cominciò a sentire una voce:

Io sono il Grillo parlante e abito in questa stanza da più di cent’anni.

Si sa che l’imperativo morale traduce una norma eterna, perché è espressione della nostra natura, e quindi del suo progettista che è Dio.

La coscienza è appunto il giudizio che commisura l’atto che compio con la “verità”, per pesarne il valore; essa mi dice con forza: guarda che questo è il tuo bene, compilo! Guarda che questo è il tuo male, evitalo!

Pinocchio risponde:

Oggi questa stanza è mia... e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito.

C’è gente che non ammette altro Dio all’infuori di sé e non accetta di confrontarsi con un dato oggettivo che preceda la propria libertà, e dice: “Io seguo la mia coscienza!”. Certo, fai bene a seguire la tua coscienza, ma quando essa è eco fedele della legge di Dio, quando cioè è vera, non sbagliata! Se tu dici: bevo quel bicchiere di roba perché ho sete, e non sai che è veleno, crepi, ... anche se in buona “coscienza”!

E’ veramente un disturbatore tremendo questo Grillo parlante! Se si potesse farlo tacere un po’, addomesticarlo, metterlo in una gabbietta sul balcone di casa così da disturbare i vicini e non noi..., saremmo tutti contenti! Si fa pure così con la coscienza: ci si distrae, la si soffoca con mille sciocchezze, la si accontenta col tagliare i panni addosso agli altri...; e, quando proprio non tace, si arriva alla decisione di dichiararla “alienazione”, “sovrastruttura”, “tabù”... appunto con il solito “martello” di legno che ormai è alla portata di tutti. Oggi poi ci sono ottimi imbonitori che, per evitare gli stress, ammanniscono ottimi pretesti anche pseudoscientifici pur di tacitare la coscienza.

Perché ci infastidisce la coscienza? Il burattino ha chiaro il suo programma di vita:

Mangiare, bere, dormire, fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo, correre dietro alle farfalle, salire sugli alberi, prendere gli uccellini di nido.

Forse il dramma dell’uomo nel rapporto con Dio sta proprio qui: nella sua fantasiosa grandezza di Padre, Dio ci ha assegnato un destino troppo alto per la nostra statura e il nostro piccolo cuore. “Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci prepara le eterne praterie del cielo”. Dio ha commesso lo sbaglio di voler far “sedere alla sua destra” quest’uomo, cui invece piace stare a starnazzare nelle paludi di questa terra da cui è stato tratto...!

Il TROPPO di Dio ci spaventa; ma è l’unica umanità che ci è ora possibile vivere, dacché l’uomo è stato creato più che uomo. Voler essere meno di figlio di Dio e suo erede, significa essere meno che uomo!

Sarà la vicenda stessa di Pinocchio: o divenire più che burattino e, con un salto di natura, divenire uomo, figlio di Geppetto; o fare come

Lucignolo: scendere uno scalino nella scala dell’essere, diventare un ... asinello, un animale! Come capita, a volte, di... constatare!

7. COMINCIO’ A FARSI NOTTE

Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata, ma sul più bello la frittata gli vola via dalla finestra

 

Gli sembrava di aver toccato il cielo col dito, libero com’era dal padre e avendo fatto tacere anche la coscienza. Ed ecco farsi notte, sentirsi solo, affamato: avere paura! Spente le luci della ribalta esaltante, perso il luccichio falso della vita superficiale, viene per tutti il momento della verità. Ci si trova soli con se stessi: invece che padroni del mondo... molto spesso - come Pinocchio - ci si sente solo dei pezzi di legno!

Ci capitano allora almeno tre cose strane:

1. La delusione del “vuoto”. Pinocchio si guarda in giro affamato e scorge sul camino una pentola tutta in bollore: meno male! Ma...

la pentola era dipinta sul muro! Immaginatevi come restò!

Capita così anche a noi: credevamo saziante quel traguardo di piacere... e subito ci lascia la bocca amara. Tanto eccitante era quell’esperienza, quanto presto giunge l’inedia; tanto era appetibile quel “peccato”, quanto.. “succhiare un turacciolo”!

Del resto, solo l’esperienza della “vanità” delle cose ci può rendere più liberi, umoristi, distaccati e veri. La convinzione che “passa la scena di questo mondo” (1Cor 7,31) è la premessa indispensabile per aprirsi alla fede!

 

2. La rassegnazione “esistenziale”. Pinocchio, affamato, cerca qualunque cosa possa placare la sua fame:

gli avanzi di un po’ di pane, magari di un po’ di pane secco, d’un crosterello, d’un osso avanzato al cane, d’un po’ di polenta muffita, di una lisca di pesce, d’un nocciolo di ciliegia, insomma di qualche cosa da masticare.

Del figliol prodigo è detto: era talmente affamato che “avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava” (Lc 15,16). L’uomo, così schizzinoso con Dio, diventa poi di bocca buona di fronte ai suoi idoli irrazionali e ridicoli. “Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono...” (Sal 115,5). E’ quanto succede anche oggi: chi ha abbandonato la razionalità e l’umanesimo plenario cristiano lo si vede finire in forme di irrazionalità magica e superstiziosa che abbrutiscono l’uomo, lo rendono schiavo e lo conducono fino.. al suicidio collettivo!

Il risultato finale è la disperazione del nulla e dell’assurdo, come ci insegnavano Sartre e Moravia.

Non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla!

O Dio o il nulla: l’eterno dilemma dell’uomo!

 

3. La “ribellione delle cose”. Finalmente Pinocchio, nella spazzatura, trova un uovo: è tutta la ricchezza rimastagli e il segno della sua vagheggiata signoria sulle cose. Ma ecco lo sberleffo: dall’uovo salta fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso, che, fatta una bella riverenza, infila la finestra e se ne va!

L’uomo è nato per servire Dio e regnare sull’universo: se rifiuta il servizio, perde anche il regno! Se l’uomo si ribella a Dio, le cose si ribellano all’uomo. Non è più il re del creato. E’ cacciato dal giardino di Eden. La terra produrrà “spine e cardi” (Gen 3,18). La Bibbia parla chiaro. Dà conferma anche la nostra esperienza odierna: gli sperperi e i disastri ecologici sono il risultato dell’insensata tirannia della tecnica senza amore e senza sapienza, di una cultura atea, che si sente padrona assoluta delle cose. Il creato invece è un dono di Dio perché l’uomo ne goda, rispettandone finalità e leggi.

Per fortuna la notte... porta consiglio: dal profondo della miseria umana parte il grido della liberazione e della salvezza, il cui primo passo è il pentimento. Dice Pinocchio:

Il Grillo parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa...! Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame!

Scrive ancora Luca del figliol prodigo: “Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io invece qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te ...” (Lc 15,17-18).

E’ sempre grande la notte di ogni “Innominato”!

 

8. QUALCUNO BUSSO’ ALLA PORTA

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati

 

Notte oscura nel cuore, per Pinocchio, notte tremenda, fuori!

Una nottaccia d’inverno, con un ventaccio freddo e strapazzone!

Cercava qualcosa o qualcuno con cui condividere la sua desolata solitudine, la sua disperata miseria e la sua fame! Ma ...: trovò tutto buio e tutto deserto.

Le botteghe erano chiuse; le porte di casa chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei morti.

Anzi, sotto una finestra, cui aveva invocato aiuto, si vide rovesciar giù una enorme catinella d’acqua, come se fosse un vaso di geranio appassito.

 

Un mondo senza Dio è delusione e ostilità! E’ storia iniziata da Adamo, continuata da Caino, al quale fu detto: “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti; ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Gen 4,11-12). Storia consumata dai diversi caini che a ogni stagione seminano discordie, guerre e violenze!

Non è tutto. Pinocchio rientrato in casa si pone a dormire coi piedi appoggiati sopra un caldano pieno di brace accesa.

E i piedi, che erano di legno, gli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere.

 

Il peccato, se ci distacca da Dio (Geppetto in prigione!), se ci abbandona alla nostra solitudine arrabbiata (ucciso il Grillo parlante!), se ci rende ostili le cose e la natura (la pentola pitturata e...l’uovo divenuto pulcino!); se ci inimica con gli uomini (la catinella d’acqua),... ferisce poi anche profondamente le nostre interiori possibilità, tanto da renderci incapaci ormai di “camminare con le nostre gambe”.

L’esperienza ammaestra: c’è un groviglio di sentimenti dentro di noi fatto di buone intenzioni e di tendenze perverse, un impasto di bene e di male, che spesso diviene inestricabile e insolubile. E’ come una “tara” congenita, che sentiamo pesarci ogni giorno: un interiore squilibrio per cui, pur volendo il bene, ci troviamo di aver fatto il male; pur godendo dello spirito, ci ingolfiamo volentieri nella materia.

Scrive san Paolo: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quel che detesto... C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; ...quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge del peccato che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,15-24).

Siamo come una sorgente inquinata dalla quale, spontaneamente, pullula assieme a un po’ di bene tanto male! In sostanza: l’uomo con le sue sole capacità - se si chiude e rifiuta ogni altra grazia di Dio - non riesce a vivere a lungo onestamente; non sa resistere al male e compiere il bene: essere onesto, giusto, solidale, aperto al suo vero destino...! Cioè.. all’altezza di essere quel che dovrebbe essere!

Dice il Concilio: “Il peccato è... una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza” (GS 13). I teologi dicono: “vulneratus in naturalibus”, cioè ferito nelle sue capacità di natura. Da qui l’universalità e ineluttabilità del male.

Per di più, l’uomo vive con l’incosciente ingenuità (o supponenza!) di credersi sano. Illuminismo e materialismo, mentalità radicale e borghese - ieri e soprattutto oggi - poggiano tutta la salvezza sulla capacità di riscatto esclusivo dell’uomo, sognando un paradiso terrestre fatto o rifatto solo con le proprie mani. Non ci si accorge che questo tipo di umanesimo immanente è troppo ottimistico e ingenuo... da far acqua da tutte le parti!

Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli di un altro.

Finché... sentì bussare e si svegliò! Perché la salvezza non può venire che da un Altro!

Sono io, rispose una voce!

“Io sono (cioè JHWH)”, dice la voce del roveto ardente a Mosè (Es 3,14). Sono io, dice Geppetto al burattino perduto! E’ la voce del Padre che viene a cercarci, lasciando le novantanove pecore al sicuro, per andare dietro a quella smarrita (Lc 15,4).

E’ sempre di Dio l’iniziativa di salvezza, anche quando l’uomo s’addormenta o si rassegna nel suo destino di morte. Sempre per pura gratuità e misericordia. “Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi... Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5 6-8).

Percepire questa presenza è l’inizio della risurrezione: “Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò a lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

 

9. SENTI’ INTENERIRSI...

Geppetto torna a casa e gli dà la colazione che il pover’uomo aveva portato per sé

 

Dall’esperienza della propria miseria al bisogno di salvezza il passo è breve. Può essere anche un passo verso la disperazione, se ci si accorge della propria incapacità a raggiungerla.

Il povero Pinocchio appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto della porta; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento. “Aprimi!”, gridava Geppetto dalla strada. “Babbo mio, non posso”, rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra. “Oh! povero me! povero me, che mi toccherà a camminare coi ginocchi per tutta la vita!”.

 

E’ questo il punto più profondo della miseria umana: l’uomo sente in sé un bisogno naturale di Dio, una sete d’infinito, spesso mascherata dal tumulto di altre voglie. Questo richiamo e anelito nascono da una profonda connaturalità con Dio di cui è immagine. Questa aspirazione alla totalità è la ragione ultima della incontentabilità e insoddisfazione dell’uomo. Chiamandolo “figlio” all’atto della creazione, la voce paterna di Dio gli si è profondamente confitta nel cuore e ne sente profonda nostalgia. Appena c’è un segnale - anche se spurio, come capita sempre più oggi! - subito rizza le orecchie e il cuore si muove..., vorrebbe!

Ma rimane subito bloccato. Attingere a Dio gli pare un sentimento fantastico, un’aspirazione senza possibile oggetto, ...un’emotività non razionale! Allora si ritrae scoraggiato, e, tra i più lucidi, disperato, perché sente l’assurdità di aspirare a cose ..irraggiungibili e impossibili alle sole sue capacità umane.

Un tipo come Leopardi concluderebbe così: faceva meglio maestro Ciliegia a destinare al caminetto questo pezzo di legno! Meglio non essere mai nati ...! Per fortuna pochi arrivano alla tragica lucidità di Leopardi.

Dio conosce bene la nostra drammatica condizione perché ha provato la fatica di essere uomo. Sa quale rovina abbia prodotto quella breve corsa di libertà sfrenata per i campi, fatta da Pinocchio, il burattino ribelle, l’Adamo di sempre.

Dio è come Geppetto, di fronte alla sua creatura ribelle e ostinata ma sempre frutto delle sue mani e del suo amore,... sentì intenerirsi, e presolo subito al collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze.

Siamo davanti alla sorpresa di un Dio che si fa tenero, misericordioso e che si commuove: “Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto?... Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza. Oracolo del Signore” (Ger 31,20). Se sorprende la creazione, più sorprendente è la redenzione di fronte all’assurdità del rifiuto dell’uomo. Quasi una rivincita, regale e munifica, quella di Dio. “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”, dice san Paolo (Rm 5,20).

Non l’avesse mai fatto! Subito l’uomo alza il becco: è abituato a vedere ogni manifestazione di bontà come un’abdicazione.

Pinocchio è tormentato da una gran fame, una fame da lupi. Ci aspetteremmo che si accontenti di tutto. Invece no! Accetta le pere da Geppetto, ma gli pone delle condizioni:

Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.

Fa il “figlio di papà” grasso e schifato. Spesso l’uomo, di bocca buona con tutti, diventa stranamente sospettoso di fronte al dono di Dio.

Eppure ne è l’unico veramente disinteressato. Dev’essere brutto anche fare il mestiere di Dio con uomini così orgogliosi! Vien da pensare che l’uomo, anche quando entrerà in paradiso, farà lo sdegnoso, con l’aria di aver già visto di meglio al suo paese.




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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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10. UN VESTITINO DI CARTA FIORITA

Geppetto rifà i piedi di Pinocchio e vende la propria casacca per comprargli l’abbecedario

 

Placata la fame, Pinocchio cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Geppetto lo lasciò piangere e disperarsi per mezza giornata. Solo alla fine lo esaudì, regalandogli due piedini svelti, asciutti e nervosi.

I silenzi di Dio sono tremendi! Sembra abbandonarci alla nostra miseria, per farci cogliere e acutizzare il bisogno di lui. La mano forte del Padre corregge e usa una pedagogia robusta: anche Gesù “offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,7-8). Certo la “giustificazione”, cioè il perdono, è gratuita. Ma... quanto poi la dobbiamo “pagare”! Dio vuole unire la nostra parte di croce a quella di Cristo, come “corredenzione”. Dio ci purifica per “spremere” un amore e una fiducia piena in Lui: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo” (Ap 3,19). O anche: “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2).

Poi Geppetto gli confezionò un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza d’albero e un berrettino di midolla di pane.

Dopo la colpa di Adamo e in attesa della redenzione - sta scritto - “Dio fece all’uomo e alla donna delle tuniche di pelle e li vestì” (Gen 3,21). Non potendo ancora rivestirlo di Cristo e della “veste nuziale”, gli fa indossare questi abiti provvisori, che sono i grandi doni naturali offerti all’uomo come anticipo e preparazione al dono della figliazione divina, della “grazia”. Sono il primo soccorso all’uomo decaduto perché possa sopportare, in una terra ostile, una vita difficile, che facilmente può giungere alla disperazione allorquando scopre la sua precarietà ...!

Essi sono:

- la sana capacità di ragionare, senza fanatismi, poi assunta e dilatata dal dono della fede;

- l’amore tra l’uomo e la donna, stabile e sereno, rafforzato poi dalla grazia del sacramento del matrimonio;

- l’amicizia che conforta e unisce gli uomini, in attesa del dono della carità;

- il sano ed equilibrato piacere della mensa e dei sensi, in attesa del “vino nuovo” nel regno dei cieli e della risurrezione della carne;

- il gusto del bello e la delizia della natura, in attesa di gustare la bellezza stessa di Dio e del suo amore per noi come ce lo rivelerà poi Cristo;

- la norma etica e le leggi basate sulla retta coscienza, in attesa del dono dello Spirito santo, vera e definitiva legge del cristiano;

- l’autorità e il buon governo che danno sicurezza e libertà per lo sviluppo di ognuno. Spesso pesano, ma guai se mancassero o fossero troppo deboli! Nell’attesa che tutti riconoscano un solo Signore e gli obbediscano, creando così una nuova e più profonda solidarietà.

Sono “tuniche di pelle” preziose per l’uomo. Costituiscono quella “sana natura” sulla quale può inerire la “grazia”. Non vanno perciò disprezzate per malsano ascetismo o per balordo “antiborghesismo”! La Chiesa ha sempre condannato movimenti integristi. Spesso il troppo angelismo collima (o si rovescia) con la peggior perversione. Dai “digiunatori” dell’epoca Gesù fu accusato di essere “un mangione e un beone”. Il suo equilibrio dice tutta la preziosità di una sana stima dei valori umani, compresi quelli del corpo. Un vero “cristianesimo umano”.

C’è anche il rischio di credere questi beni come definitivi, dar loro maggior valore di quello che meritano. Il troppo attaccamento a questi può soffocare aspirazioni più alte: l’anelito a diventare niente di meno che eredi stessi di Dio. Il pericolo è la tendenza all’eccessivo “orizzontalismo”, all’interno e al secolarismo, all’esterno!

“A proposito - soggiunse il burattino - per andare a scuola mi manca sempre qualcosa: l’Abbecedario”. Geppetto uscì a vendere la casacca; quando tornò il pover’uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava.

Anche di Dio è scritto: “spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini..” (Fil 2,7). E di Cristo: “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9).

 

 

11. PINOCCHIO VENDE L’ABBECEDARIO

Pinocchio vende l’abbecedario per andare a vedere il teatro dei burattini

 

Nella vita di ognuno c’è il momento di una partenza entusiasta, fatta di grandi ideali. Pinocchio s’incammina verso la scuola col suo bravo abbecedario nuovo sotto il braccio, e strada facendo fantasticava di guadagnare molti quattrini e di fare a Geppetto una casacca tutta d’argento e d’oro e coi bottoni di brillanti. Diceva tra sé:

“Quel pover’uomo se la merita davvero: perché, insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia.. a questi freddi! Non ci sono che i babbi che siano capaci di certi sacrifici!”.

Commuovono questi grandi propositi di Pinocchio; come commuovono sempre - per nostalgia - le ingenue idealità degli adolescenti! Non per disprezzarle, ma per sentire quanta fragilità, quanto scarto ci sia dentro di noi tra il dire e il fare, tra il sognare e... il razzolare d’ogni giorno. Quando si è al bivio delle scelte concrete, dove le velleità devono diventare volontà e programmi precisi, ... lì casca l’asino! Pinocchio sente un suono lontano di pifferi e di grancassa: è un teatro di burattini. La sua natura burattinesca ne è irresistibilmente attratta.

Il cuore dell’uomo è sottoposto a una continua tensione tra il fascino del cielo e il ritorno alla terra. Se in lui vi è un “desiderio naturale” di Dio è perché una sua impronta e un profondo bisogno di Lui è in ognuno di noi. Sopravviene però nell’uomo, quasi subito, un richiamo al mondo, alla sua più modesta prospettiva intratemporale, all’orgogliosa e prepotente tentazione all’indipendenza da ogni legame, al prometeico farsi da sé e..., forse anche al fascino discreto e quotidiano dell’aurea mediocritas, della pigrizia e dell’anonimato, dei comodi compromessi con la coscienza che fanno convivere il diavolo e l’acqua santa, o, se si vuole - almeno una volta si usava – “falce, martello e moccolo”! E’ di pochi la vocazione ad essere eroe o santo!

Vi è uno strano guazzabuglio di desideri nell’animo umano: non c’è libertino che non senta a volte il fascino della divina intimità. Non esiste asceta che non porti in sé il desiderio della sfrenata festa chiassosa del mondo. Angelo e demonio convivono in ogni persona!

Proprio per questo, tentiamo di mascherare la scelta sempre di buoni pretesti, nel tentativo di non rinunciare a niente. “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona” (Mt 6,24).

Pinocchio rimase lì perplesso, e disse:

Oggi anderò a sentire i pifferi e domani a scuola: per andare a scuola c’è sempre tempo.

La via del poi poi - si dice - finisce nel mai mai! Pinocchio ci metterà tutto il libro per arrivare a quella scuola!

Sicché vende l’abbecedario! La scuola e l’abbecedario sono la strada, faticosa, dell’umanizzazione e della sana ragione. Quando uno la perde, finisce tra i burattini. Quando uno rinuncia a ragionare con la propria testa e si lascia martellare dagli slogans; quando non sottopone più a critica i giudizi prefabbricati che la cosiddetta “cultura” gli ammannisce dai teleschermi o dai festivals; quando si sgrava del fastidio di decidere e si lascia muovere dai fili invisibili del fanatismo di partito o ideologico..., non è più che un burattino, e si merita un bel burattinaio, rosso o nero che sia!

Né è meno pericoloso l’opinionismo che infesta oggi i mass-media, dove tuttologi di turno squadernano pareri soggettivi l’uno contrapposto all’altro, in un pluralismo che fa dimenticare che la verità è una, come una è la realtà e la vita. Un retto uso della ragione significa appunto lo sforzo dell’interpretazione giusta del reale, non l’esercizio estetizzante un po’ fasullo che sembra essere il criterio valutativo in uso nei prodotti “culturali” di oggi.

 

 

12. PADRE O BURATTINAIO

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine

 

Pinocchio, seduto in fondo alla platea si gode lo spettacolo di Arlecchino e Pulcinella che se le davano di santa ragione così bene che sembravano proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo. In clima di guerra quotidiana in diretta tv non si fa fatica a concludere che “homo homini lupus”, che cioè gli uomini si sbranano come lupi! Il guaio è che, ormai assuefatti alla violenza come spettacolo, alcuni la legittimano con un mucchio di pretesti; altri si rassegnano considerandola ineluttabile; altri la teorizzano come sistema (“lotta di classe”, “lotta armata”, “conflittualità permanente”, “terrorismo”, ...). Alla fine penetra in tutti, come un virus, nei rapporti spiccioli d’ogni giorno che divengono sempre più tesi e avvelenati dalla paura...!

La vita sociale diviene invivibile.

Anche Pinocchio, riconosciuto e chiamato dai burattini, salta sul palcoscenico e fa combriccola con loro, e così ora invece di continuare la recita, raddoppiano il chiasso e le grida. Proprio come capita sovente: al disordine politico ed economico si aggiunge quello sociale; ...e il pacifismo è buona scusa per rilanciare la “pantera” e i suoi più disordinati giovani cugini!

Naturalmente, in nome della libertà! Libertà dai tabù del sesso; libertà dalle strettoie del “sistema”; libertà dal nozionismo della “scuola borghese”; libertà dal colonialismo economico; ...per qualche mese s’è gridato anche libertà dal comunismo, ma... sembra che si siano sbagliati! Oggi è libertà dal sionismo, dall’americanismo...! Un “grande vecchio” domina la scena: va spazzato via, liberiamoci da tutti i padroni, “né Dio né padroni”, abbattiamoli questi prepotenti di Mangiafuoco; allora finalmente davvero non saremo più marionette, ma uomini liberi! La condizione di burattini è conseguenza dell’esistenza dei burattinai!

Ma è proprio vero che sia così? La storia ben studiata ci insegna che ogni rivoluzione non ha ottenuto che il risultato di cambiare burattinaio; e non sempre in meglio! Forse è altrove la causa della schiavitù. La storia di Pinocchio oggi ha ancora molto da insegnarci.

Pinocchio si mescola con le altre marionette sul teatro: Pulcinella, Arlecchino, la signora Rosaura..., e sembra del tutto uguale ai suoi fratelli burattini. Ci accorgeremo presto però che la sua sarà una sorte diversa: Mangiafuoco lo dovrà lasciar libero perché - gli dice Pinocchio - dovrà andare alla ricerca del suo babbo e diventare un bravo bambino.

Cosa gli ha impedito di assimilarsi alle altre teste di legno? Appunto il fatto di avere un padre, e quindi un “destino da figlio”, un destino di libertà vera!

Dimenticare la nostra condizione di figli di Dio è la radice di un ritorno a essere burattini. E’ il riferimento a Lui ciò che fonda la dignità e grandezza della persona umana, altrimenti schiacciata dal più forte. E’ il riferimento a una paternità comune ciò che fonda l’autentica fraternità e solidarietà tra gli uomini, al di là di interessi ed egoismi.

Più profondamente: solo chi arriva a riconoscere e professare di avere al mondo “un solo Signore Gesù Cristo”, non potrà più sopportare altri padroni di questo mondo e sarà capace di disincanto in piena libertà di fronte a ogni manipolazione del potere terreno. L’osso più duro in ogni forma di dittatura, il più pericoloso dissenso d’ogni regime, la talpa che scava sotto ogni oppressione... è sempre il cristiano e la Chiesa. E’ capitato anche nel crollo del comunismo nei paesi dell’est europeo, proprio per la resistenza della “Chiesa del silenzio”.

La filiazione divina ha ormai gettato nella storia degli uomini una potente risorsa di libertà. Quando gli uomini vi corrispondono, entra in opera la potenza dello Spirito. “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17).

 

13. COME UN FUSCELLO NELLA CORRENTE

Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino

 

Per rimettere ordine su quel palcoscenico scompigliato, non c’è che il metodo violento: prendere Pinocchio e bruciarlo per lo spiedo del padrone Mangiafuoco. Ma la notizia che quel burattino ha un padre commuove il burattinaio, che lascia libero Pinocchio.

 

Riprendiamo il tema del rapporto burattini-burattinaio. Come siamo, sul palcoscenico della vita, chiassosi burattini ubriachi di libertà; altrettanto, un momento dopo, siamo povere marionette ridotte al silenzio e... pronte per lo spiedo. Tutti abbiamo sempre a che fare con un Mangiafuoco padrone e tiranno! Questi avrà a volte il volto della natura cieca e del caso che ci bistratta con le sue improvvise bizzarrie, tal altra avrà il volto delle ferree leggi economiche con i loro condizionamenti antiumani. O sarà il potere politico, dove pochi dispongono della sorte di altri e non sempre secondo giustizia. O il volto della scienza e della tecnica delirante che si ritorce come un boomerang in disastri ecologici o terrori atomici ... O quello che paventiamo nel domani ormai prossimo, la robotizzazione della società tecnologica e tecnocratica, dove tutti saranno “razionalizzati” a computer!

Impigliato in questa molteplice casualità, l’uomo è libero... quanto un fuscello abbandonato a una corrente d’acqua vorticosa. Ciascuno sente il peso di questa schiavitù. Ne ha sempre più coscienza, sospinto dall’amara ironia di una sempre più vasta campagna di emancipazionismo!

 

Anche quando finalmente le cose sembrano andar bene perché s’è trovato un assetto “democratico”, c’è sempre un Mangiafuoco che esige che il suo montone sia arrostito bene. Ci mangiano sopra sempre e comunque...! Perché “il potere logora chi non ce l’ha..!”.

Umanizzare ogni autorità è discorso di moda. Moralità o ricupero delle evidenze etiche sembrano i linguaggi oggi in uso. Anche Mangiafuoco è toccato al cuore dalla compassione:

Mangiafoco pareva un uomo spaventoso... ma nel fondo poi non era un cattivo uomo.

E commosso, dice a Pinocchio:

Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei carboni ardenti. Povero vecchio! Lo compatisco! Etcì, etcì, etcì...

Ma quanto resiste l’appello del cuore di fronte a un interesse concreto? Se risparmia Pinocchio, Mangiafuoco vuol sacrificare Arlecchino.

Allora Pinocchio interviene fieramente:

“In questo caso conosco qual è il mio dovere. Avanti, signori giendarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me!”.

Di fronte a un tale atto di generosità eroica, anche Mangiafuoco si commuove e cambia parere.

Certo, l’appello a un Padre e a un Giudice che sta sopra di tutti, è fondamento solido e unico a che gli uomini si sentano tutti uguali e ogni autorità non divenga autocrazia disumanizzante. Probabilmente però solo dei gesti profetici, delle testimonianze personali di gratuità e servizio, renderanno credibile e significativa, da parte dei cristiani, quella proclamazione di paternità di Dio e fraternità tra gli uomini che possono garantire un po’ di respiro alla nostra libertà e limitare la rigidità delle nostre inevitabili schiavitù terrene. Questo è compito proprio della Chiesa nei confronti del mondo: seminare tra gli uomini isole di gratuità e perdono, perché queste, diventate un arcipelago, contagino individui e famiglie e condizionino, almeno un po’, il potere economico e politico. Ancora concludiamo: o Dio o un padrone!

Alla fine, una società ben fondata potrebbe dare anche benessere: Mangiafuoco regalò addirittura a Pinocchio cinque zecchini d’oro! Ogni benessere è ricchezza ambivalente: può aiutare Pinocchio ad arrivare più in fretta a casa o portarlo... nel paese dei Barbagianni ossia di

Acchiappacitrulli. Come vedremo, seguitando la storia.

 

14. IL GATTO E LA VOLPE

Il burattinaio Mangiafuoco regala cinque monete d’oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto, e Pinocchio invece si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro

 

Si fa in fretta a perdere il Padre, come ha fatto Pinocchio. Poi ci vuole tutta una vita per ..ricuperare la fede!

Mentre si fa già fatica a superare se stessi, le proprie pigrizie, il proprio orgoglio che ci ha spinti all’emancipazione, capita poi di trovare sulla strada del ritorno a Dio continui ostacoli anche esterni e tentazioni piene di fascino che ci distolgono dai molteplici propositi fatti con sincerità.

Una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutti e due gli occhi si presentano a Pinocchio, e - Buon giorno, Pinocchio - gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.

Lupi vestiti da agnello, appaiono nella veste compassionevole del perseguitato dalla mala sorte con tutte le belle maniere possibili. Anzi superinformati e interessati alle nostre faccende, come gente di casa, tanto che lo stesso ingenuo Pinocchio si meraviglia: Com’è che sai il mio nome? - Conosco bene il tuo babbo, risponde la Volpe. Non si può dubitare che satana ci conosca bene, come conosce bene il Padre e il nostro destino di figli di Dio. Sta tutta qui la sua rabbia nei nostri confronti! Inoltre la Volpe rimprovera Pinocchio delle sue infedeltà e ha parole di compassione per Geppetto... Capita spesso che i nemici divengano più papisti del Papa, e, per tattica, ti diano anche la luna nel pozzo...!

Naturalmente, oltre che difensori di Dio e della moralità pubblica, si presentano come i veri difensori del popolo:

Vuoi tu, di cinque miseri zecchini, farne cento, mille, duemila? Noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri!

Prospettano rivoluzioni sociali ed economie “scientifiche” sempre all’insegna della giustizia e della difesa dei poveri... Il loro fascino sta qui, e forse è anche il loro lato buono - almeno per chi è in buona fede. San Paolo scrive: “Satana si maschera da angelo della luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia” (2Cor 1,14-15).

Ma ormai siamo disincantati: costatiamo ogni giorno il crollo di utopie non precisamente fondate sul rispetto dell’uomo e di Dio!

L’incomprensibile è che, nonostante i fatti di ogni giorno, rimanga ancora qualcuno - e lo ostenta anche senza provarne vergogna! - che vada per le strade o al seggio elettorale a dire: Che brave persone! come diceva Pinocchio dei due compari della nostra storia.

Questo è del resto il punto debole dell’uomo: come il figlio prodigo credeva di possedere libertà lontano da casa, così Adamo, cui il serpente aveva prospettato di diventare “conoscitori del bene e del male”, ha creduto più a lui che alle promesse e agli anticipi datigli da Dio...! Il peccato di Pinocchio, come dei progenitori, non sta tanto nel cedere al fascino del tesoro favoloso, quanto l’aver creduto di raggiungere la felicità andando non verso il Padre, ma allontanandosi da lui. In fondo, Dio e satana promettono tutti e due cose grandi: “diventare simili a Dio”. L’aberrante è che ci fidiamo di più del secondo, fuggendo dall’Amore che ci ha creato!

Quando riusciamo a fermarci e a ragionarci sopra, tutto ci sembra così assurdo, e, come Pinocchio, ci viene un dubbio:

No, non ci voglio venire!

Purtroppo, sappiamo come vanno le cose: quando abbiamo dato anche solo un po’ d’ascolto alla tentazione, siamo già su una strada scoscesa, ed è difficile fermarsi! Perché “larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,13-14).

Così che tutto finisce spesso come per Pinocchio:

Andiamo subito, io vengo con voi!

 

15. LE SOLITE STORIE L’osteria del Gambero rosso

 

Seconda notte “senza padre” per Pinocchio in compagnia di personaggi poco raccomandabili, appunto il Gatto e la Volpe, su una china inclinata dove più nulla riesce a trattenerlo.

Già all’osteria del Gambero rosso intuisce di essersi sviato tanto che gli diventa indigesto quel poco cibo pagato uno zecchino:

chiese uno spicchio di noce e un cantuccino di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa.

Poi, a mezzanotte, parte per l’avventura del Campo dei miracoli.

Già nel suo cuore sente quella ineluttabilità al peggio che a volte prende ognuno di noi quando s’accorge d’aver fatto un passo falso, e, scoraggiato, si sente abbandonato a forze più grandi e malefiche.

Anche la natura attorno sembra trattenere il respiro in attesa come d’un grande inganno e d’una .. grande desolazione:

...nella campagna non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni... venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio.

 

Questo stato d’animo, da una parte è frutto della caparbietà che ci impedisce di tornare sulle proprie decisioni, dall’altra dell’ “empietà”, del negare che “il Padre mio opera sempre - dice Gesù - e anch’io opero” (Gv 5,17), ...anche e soprattutto nella notte del cuore umano!

L’immagine del buon pastore che va in cerca della pecora smarrita dice quanto Dio non si rassegni mai a perderci e fino all’ultimo solleciti un ripensamento.

Proprio da Dio, e dal suo portavoce interiore, la coscienza, giunge sempre, anche se discreta, una luce a rischiararci.

A Pinocchio apparve all’improvviso pallido e opaco, come un lumino da notte entro una lampada di porcellana trasparente: “Sono l’ombra del Grillo parlante” disse una vocina fioca fioca che pareva venire dal mondo di là.

 

La coscienza è come la memoria viva della nostra identità più vera e del nostro destino: la verità di noi stessi, fatti “a immagine di Dio”; è specchio nel quale si riflette e risuona il segnale di ciò che è il nostro vero bene al di là delle contraffazioni della nostra libertà pigra e deviata.

E’ proprio questa volontà prevaricatrice a vincere quasi sempre, e alla ‘logica’ del peccatore non c’è argomento di coscienza che tenga!

Se poi al “rimorso” - campanello d’allarme della coscienza - si sostituisce il “complesso di colpa” - ritenuto un indotto irrazionale dei condizionamenti sociologici -, si elimina l’unica autorevolezza della coscienza sana: quella della verità!

Così esiste solo “l’imperativo ideologico”: Voglio andare avanti! Questo irrazionale imperativo deriva dal paraocchi d’una fissazione politica o d’un certo obiettivo schematizzato, che elimina altri valori e si priva di capacità critica.

Anzi, ciò che è fuori dello schema sono... le solite storie! (Le solite storie della Chiesa “oscurantista”, della morale “tabù”, dei genitori “matusa”, dei professori “dispotici”, del capitale “colonizzatore”, della cultura cattolica “utopica e delegittimante”, ecc...).

E’ quel dogmatismo più “clericale” di ogni clericalismo che gli ideologismi di oggi scimmiottano da una Chiesa che hanno sempre condannato come intransigente e intollerante.

Il risultato è ben tragico:

si spense a un tratto come si spegne un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima.

Ci vogliono anni per educare un ragazzo. Tutto però si può distruggere in due mesi di scuola, o in pochi anni di ingordigia goliardica, se - come è - la cultura in cui s’immerge è all’insegna della dissacrazione, del permissivismo, della “rivoluzione”...

La coscienza è l’ultima spia che segnala un pericolo, come la febbre per un corpo aggredito da virus malefici. Quando la si fa tacere è come votarsi alla “deficienza immunitaria”, spegnere gli anticorpi, cioè .. votarsi alla morte!

V’è ben più diffusa da noi un’AIDS dell’anima che non quella del corpo!




[SM=g1740771] continua.....

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/3/2012 12:16 PM
 
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16. DUE FIGURACCE NERE

Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo parlante, s’imbatte negli assassini

 

Pinocchio se ne va di notte alla ricerca del “campo dei miracoli” sognando gli alberi carichi di monete d’oro.

Da buon adolescente in cerca di fortuna e autonomia, va ripetendosi:

A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri: tutti, anche i Grilli parlanti.

E spavaldo prosegue:

Ecco qua: perché io non ho voluto dar retta a quell’uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere!

 

Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andar fuori la notte.

Pinocchio parla proprio come... un libro stampato, cioè come la più classica immagine dell’adolescente che si strafotte di genitori ed educatori!

Il processo dell’adolescente emancipato è sempre così: prima schifa il “grillo parlante”, la coscienza, la saggezza dei genitori, la sapienza di Dio, poi spumeggia del vuoto acritico delle sue scelte capricciose e, alla fine, cade preda entusiasta dell’ultima utopia gridata più forte nelle piazze o in TV...!

Per lui è sempre più verde l’erba degli altri e, alla fine, per non obbedire al padre, obbedisce a dei padroni. Pinocchio sta infatti seguendo fiducioso le indicazioni dei due “maestri”, il Gatto e la Volpe!

Questo capita anche agli adolescenti più avanti negli anni, che, con più sussiego culturale ma non meno ingenuamente, disprezzano le indicazioni del vangelo e vanno a scuola di altri maestri che, non sempre rispettosi della verità, sono più accomodanti e forse... più interessati!

“Verrà giorno - dice san Paolo - in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2Tim 4,3-4).

Se non è la smania del nuovo e del diverso, è però oggi l’imperativo soggettivista: purché opinione sia! Il risultato? Ciascuno è verità a se stesso e, per tutti, trionfo di Babele!

Eppure Gesù aveva tanto raccomandato: “Non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo” (Mt 23,9-10).

Attenti a coloro che “vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci” (Mt 7,15).

Quelli di Pinocchio, come troppo spesso anche ai nostri giorni, non resistono a lungo al travestimento. Più in fretta di quel che ti aspetti, si manifestano senza malintesi come assassini armati di coltellacci per importi con la violenza quella loro “liberazione” che sanno poco liberante, una volta che se ne è conosciuta la vera sostanza!

Due figuracce nere, tutte imbaccuccate in due sacchi di carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.

Abbiamo ormai visto troppo spesso che alle lusinghe di piazza segue il cingolato dei carri armati, già preparati oltre la siepe! Si dubita dell’efficacia persino dell’astuzia, per fidarsi esclusivamente della forza e della violenza.

Si provò a scappare. Ma non aveva ancora fatto il primo passo, che sentì agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli dissero: “O la borsa o la vita!”.

E’ lo sbocco fatale di ogni malvagità!

“Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi!” (Mt 7,16-17).

Non dà mai buoni risultati un umanesimo che non rispetta l’uomo!

La violenza è sempre il segno della falsità anche quando si ammanta di pretesto politico! Se ne è discusso fin troppo in questi tempi di guerra.

A cose fatte, la guerra è “avventura senza ritorno” e la violenza non ha mai risolto, ma portato sempre altre violenze! E i più deboli ne fanno le spese: Pinocchio finisce sulla forca.

 

17. SONO MORTA ANCH’IO

 Gli assassini inseguono Pinocchio e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande

 

Pinocchio è proprio spacciato! Inseguito dai neri assassini, il burattino raggiunge quello che per Collodi era il vertice della sua assimilazione all’uomo: la morte come porto inesorabile di ognuno. Un finale amaro per la sua fiaba. Così al libro pone la parola “fine”! Ma i suoi “piccoli lettori”, che avevano dovuto cedere all’inizio del libro - ricordate? -, sono loro ora a far continuare la storia, per una logica del simbolo che solo essi avevano saputo intravedere nella favola. Collodi la riprenderà dopo quattro mesi di sospensione.

Pinocchio vive tre ore di agonia, appeso all’albero: come l’ “Uomo”, che Pilato presentò come archetipo della sofferenza e della morte, quando disse: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). In quel momento supremo d’angoscia - come per l’uomo Gesù - il pensiero del burattino va al padrequando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il povero babbo... Oh, babbo mio!... se tu fossi qui!

“Elì, Elì, lemà sabactàni; cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!”. Il Padre è sempre l’unico che resta alla fine: come un grido di nostalgia anche per chi, nelle sue scorribande, se ne è sempre allontanato.

 

Prima di giungere a quel punto, quando ancora fuggiva agli inseguitori, Pinocchio aveva intravisto una salvezza:

vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.

E subito si disse:

se avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo. E via a corsa disperata di quasi due ore!

Quando sono ormai caduti tutti gli “aquiloni” delle fatue illusioni umane, si corre ai ripari. Si ricupera quell’annuncio nebuloso ricevuto nella fanciullezza di un’altra vita, di un altro mondo, ... di una salvezza promessa! La Chiesa appare ancora come l’unica arca di salvezza nel naufragio dell’esistenza ...: potessi ritornare là, potessi riavere la fede di quei giorni!

Ma è un ricupero difficoltoso. Chi vi ha vagato lontano per molto tempo e ha sperimentato disinganni, delusioni, amarezze... non ha più il coraggio di credere, non si fida più di nessuno. Ha rotto la speranza nella verità e nel bene. Dio e la Chiesa e la verità e l’amore gli appaiono come un’utopia, una nostalgia ...!

Questo perché, già all’inizio, è mancato un approccio serio alla fede, capace di fondarne con intelligente documentazione la credibilità per un “assenso razionale” (come dice san Pietro). Chi della fede e della Chiesa ha solo quell’immagine incipriata da prima comunione non riesce più a servirsene da adulto. Gli sembrerà cosa morta e sbiadita, come una favola lontana in cui rifugiarsi come mito sentimentale, chiusa al bisogno concreto di salvezza dell’uomo emancipato del ventunesimo secolo. Quale grande peccato “in causa” è quello di crescere come cervelloni competenti in ogni materia e professionalità, ma con il cervello rimasto nano per quel che riguarda le conoscenze della fede! Chi del catechismo sa solo quel che ha imparato fino alla cresima avrà della fede una idea da bambino, per nulla significativa di fronte ai problemi della vita matura!

A Pinocchio, dopo aver bussato e dato calci e zuccate nella porta, apparve una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera. “Sono morta anch’io, disse, e aspetto la bara che venga a portarmi via”.

A furia di dire che la Chiesa è roba vecchia e morta... anche quel barlume sincero che ognuno ha di Dio gli parrà roba smorta, rispetto ai riflettori che invadono ed esaltano “la scena di questo mondo”!

Ogni luce sembra spegnersi e ogni speranza svanire nel buio della morte che incalza inesorabile... Per fortuna, come vedremo nel seguito della storia, l’accertamento di morte di Pinocchio era prematuro e poco fondato.

 

 

18. LA BELLA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino, lo mette a letto e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto

 

Per riprendere la storia, si dice che Pinocchio era soltanto più morto che vivo, e che la bella Bambina dai capelli turchini era una buonissima Fata che da più di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco, la quale, fatto staccare dall’albero il povero burattino e, portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.

Nel rapporto padre-figlio entra qui un “principio femminile” che ormai sarà decisivo per il seguito della storia. Sarà tramite lei, la Fata, che si instaurerà la comunione perfetta e definitiva tra Pinocchio e Geppetto. Allo sguardo teologico sembra delinearsi il passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento; dalla Bibbia appunto dobbiamo trarre tutto il senso di questa simbologia femminile.

 

Essa è anzitutto la “Sapienza” creatrice di Dio, la quale rappresenta il progetto e la premura esecutiva di Dio provvidente sul mondo; la fede popolare l’invoca come “Provvidenza”. Questa volontà salvifica, quasi un progetto onnicomprensivo, si incarna nell’umanità di Cristo quale Prototipo e Primogenito di una molteplicità di esseri che in lui trovano ricapitolazione.

Da Cristo alla Chiesa: essa è l’umanità raggiunta dall’azione redentiva di Cristo, associata alla sua umanità quale suo prolungamento nel tempo. La Fata dai capelli turchini diventa l’immagine della Chiesa, la sposa “senza macchia né ruga ..., ma santa e immacolata” (Ef 5,27).

Di essa l’attuazione singolare e la primizia è Maria (“dai capelli turchini”, color del cielo). La sua sollecitudine per la nostra salvezza è ben raffigurata dalla premura che questa Fata ha per la salute di Pinocchio. In Maria s’intravede il mistero di ogni donna che si china con sensibilità materna sulla vita umana per realizzare quella sua vocazione specifica di fare del proprio figlio un figlio di Dio.

Si tratta di un insieme di mediazioni concatenate che mettono in luce una sensibilità femminile entro il processo salvifico escogitato da Dio.

Al suo capezzale sono chiamati tre medici, i più famosi del vicinato, che danno soluzioni diverse.

Sentenzia il Corvo:

quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione.

Sentenzia la Civetta: quando il morto piange, è segno che gli dispiace di morire.

L’autore malignamente vuol rappresentare la scienza con tutte le sue analisi psicologiche e sociologiche, incapace di analizzare fino in fondo i mali dell’uomo, oppure tutti gli umanesimi terrestri che costatano il bisogno di infinito e di immortalità che c’è dentro l’uomo, senza però poter dare risposte e salvezza a quel suo insoffocabile anelito.

Il Grillo invece è più esplicito e drastico, va a mettere il dito sulla piaga:

“Quel burattino lì, io lo conosco da un pezzo! E’ una birba matricolata, è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo! Quel burattino lì è un figliuolo disobbediente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo ...!”.

Rappresenta la coscienza e il rimorso, che colloca in un ravvedimento profondo anche se sconvolgente l’inizio della salvezza.

Si sentì allora nella camera un suono soffocato di pianti e singhiozzí!

E’ il coraggio forte della conversione, al di là delle facili scuse cui spesso la coscienza non illuminata dalla parola di Dio si prostituisce.

Si racconta che il libertino Charles De Foucauld, giunto davanti all’abate Huvelin per “discutere” di fede, si sentì intimare: “Inginocchiati e confessati, poi si potrà discutere!”. Ha avuto inizio lì l’avventura di santità di fratel Carlo De Foucauld e, con lui, la più moderna spiritualità dei nostri tempi.

 

19. UNA CERTA POLVERINA BIANCA

Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi; però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per castigo gli cresce il naso

 

Dopo l’inutile consulto medico è la Fata stessa a tentare di riportare in vita Pinocchio. Gli prepara una certa polverina bianca in mezzo a un bicchier d’acqua, cercando di persuaderlo a inghiottirla. Fa molta fatica. Alla fine, lo convince solo spaventandolo col mostrargli quattro conigli neri come l’inchiostro che portavano sulle spalle una piccola bara da morto.

Se la guarigione dell’uomo parte da un pentimento interiore della coscienza, c’è bisogno poi di un gesto della Chiesa - il sacramento - perché la salvezza giunga a compimento. “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc 16,16): fede e sacramento sono elementi indisgiungibili per l’ortodossia cattolica in fatto di salvezza.

La causa remota sta nel fatto che la riconciliazione con Dio è frutto gratuito della croce di Cristo, di un suo atto prima che d’un’opera nostra. E’ dalla connessione con questo atto che il perdono giunge fino a noi. Il nostro pentirci è, nel suo nocciolo, accoglienza di un’iniziativa di Dio che ci soccorre, è lasciarsi risanare dal gesto del Buon Samaritano che si china a fasciare le nostre ferite con olio e vino.

La causa prossima della necessità del sacramento sta nel fatto che Cristo ha voluto prolungarsi nel tempo attraverso la Chiesa per toccare - visibilmente ed efficacemente - ogni peccatore col suo gesto di salvezza. Gesto esterno e “istituzionalizzato” perché da una parte segnali l’origine di quel perdono - un fatto oggettivo: la morte di croce, perché tanto è costato il perdono di un Dio! -, e dall’altra dia la sicurezza psicologica di essere perdonati attraverso un gesto autorizzato e pubblico.

I segni scelti da Gesù per dar “vestito” ai suoi gesti sono a volte sconcertanti nella loro povertà: un po’ d’acqua, un pezzo di pane, la parola di un prete che è uomo come me..! Un giorno Gesù per guarire il cieco nato fece con la saliva un po’ di fango da spalmare sugli occhi.

 

Sembra riderci sopra gioioso in questo gioco di cose umili per compiere le sue opere grandi! E’ il gioco esattamente opposto alla magia. In questa l’uomo vuol piegare Dio a sé con le sue formule segrete; nel sacramento l’uomo cerca di piegare la sua volontà orgogliosa al disegno di Dio, accogliendo i suoi gesti carichi di una virtualità che va ben oltre quel che appare. Come per Naàman il siro, lebbroso, invitato da Eliseo a lavarsi sette volte al Giordano, così anche a noi è richiesta fiducia in quel Dio che “ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti... e ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28).

 

Capita, a volte, di diffidare di questi segni, di arricciare il naso come Pinocchio davanti alla medicina datagli dalla Fata. Dio e la Chiesa, madre e maestra, non hanno altra scelta che usare qualche metodo un po’ forte: visto che la considerazione della bontà e misericordia di Dio ci tocca poco, ecco il richiamo al giudizio finale e al fuoco dell’inferno, onde evitare il nostro fallimento. Un po’ di timore di Dio non stona mai con l’amore di Dio! Del resto, suggerivano i Padri della Chiesa: “Medita spesso i Novissimi, ed eviterai i peccati!”. Lo spavento di Pinocchio alla vista dei becchini è stato decisivo per fargli prendere la medicina.

 

Quando si è guariti, cioè riconciliati con Dio, siamo pronti a riconoscere che ne valeva la pena. Anche Pinocchio alla fine dice:

Abbiamo più paura delle medicina che del male.

E’ la stessa strana diffidenza che abbiamo per la Chiesa e per le sue premure di salvezza. Pinocchio ha fatto lo schizzinoso, pieno di pretese di fronte alla Fata che, come madre buona, l’accondiscendeva in tutto. Quanta fatica facciamo noi preti e quante umiliazioni subiamo dalla gente... pur di “salvare ad ogni costo qualcuno”!

Alla fine - come fa Pinocchio - non c’è né riconoscenza né sincerità: alla Fata il burattino dice una serie di bugie che... invece delle gambe corte, gli allungano il naso a dismisura. Così chi snobba la Chiesa, rimarrà un giorno... con un palmo di naso!

 

 

20. QUATTRO MONETE D’ORO

Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo dei miracoli

 

“Prima che faccia notte sarà qui il tuo babbo”,  dice la Fata a Pinocchio, cui ha promesso di far rivedere Geppetto.

 

L’incontro col Padre avviene nella Chiesa: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”, diceva san Cipriano. Ogni uomo, come Pinocchio, è insofferente della verità posseduta nella casa dei figli di Dio, e preferisce l’esplorazione “nel bosco” dei dubbi, col sogno di arrivare autonomamente alla verità. Ma è strada pericolosa: ci si può imbattere nel Gatto e la Volpe e finire nel paese di Barbagianni o di Acchiappacitrulli.

In questo vagare con le sole sue forze - Platone direbbe: in questo navigare nell’esplorazione del mistero sulla fragile zattera delle nostre intuizioni e non sull’imbarcazione solida della rivelazione divina - l’uomo, come Pinocchio, ha in dotazione quattro monete d’oro, tesoro preziosissimo per sostenerlo nella ricerca. Sono quattro valori dello spirito, viatico che la misericordia divina assegna a chi è chiamato a diventare suo figlio, anticipazione di luce e aiuto per proseguire il viaggio verso il Regno. Tesori che i figli di Dio posseggono a pieno titolo e con larghezza, mentre negli altri sono dati in forma di aspirazione e anelito.

 

Il primo valore è l’intuizione che una razionalità ci sia del reale, che ogni cosa debba avere un perché, che vi sia connessione tra cause diverse, che in sostanza vi sia un unico progetto onnicomprensivo del creato. Questo pensiamo di trovare quando diciamo di cercare la verità. Chi sciupa questo talento, suicida la ragione. Gli vien meno anche una premessa indispensabile al raggiungimento della fede, che ha bisogno di una sua ragionevolezza documentata.

 

Il secondo dono è una certa conoscenza di Dio, come un barlume iniziale per avviarne la ricerca: nessuno nasce veramente ateo! “Ciò che di Dio si può conoscere è... manifesto; infatti dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,19-20). Solo quando l’uomo sofistica la ricerca, ammutolendo il buon senso in nome di una scienza apparente, arriva al più desolato ateismo e alla solitudine mai quieta di sentirsi orfano.

 

Terzo profondo anelito è quello per la giustizia: è il contenuto primordiale della speranza, la molla verso il paese d’utopia, un sole dell’avvenire che muove in messianismi terreni masse intere di popoli. Anche questo talento, quando è usato male e portato all’esasperazione, diviene schiavitù ideologica e totalizzante, sfociando in genocidio e fallimento.

 

Quarto: il senso innato della solidarietà, un’aurorale capacità di amare, una simpatia per il sentimento della fraternità universale come fondamento della convivenza umana. Se deviato, diviene collettivismo spersonalizzante.

 

I talenti, secondo la parabola, vanno trafficati e, nel senso giusto, non affidati ad altri che a Dio per il loro rendere. Pinocchio invece scavò la buca, ci pose le quattro monete d’oro che gli erano rimaste, e dopo ricoprì la buca con un po’ di terra.

 

Risultato: la spogliazione completa, come per gli abitanti di Acchiappacitrulli:

cani spelacchiati, pecore tosate, galline rimaste senza cresta, pavoni scodati dalle loro scintillanti penne d’oro e d’argento ormai perdute per sempre.

Sembrano i reduci dei nostri più recenti ideologismi, comunismo e terrorismo, che hanno lasciato masse intere senza Dio e senza ideali!

Ogni umanesimo ateo è controproducente, e spesso sfocia in... barbarie. Il Gatto e la Volpe hanno sempre travestimenti adatti ad ogni cultura e sistema economico. Guai se l’uomo si fida di loro! Gesù l’aveva ben preannunciato: “Chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11,23)!

 




[SM=g1740771]  continua.....

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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5/3/2012 12:18 PM
 
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21. UN “DUNQUE” AMARO E CRUDELE

Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro e per castigo si busca quattro mesi di prigione.

 

Pagina amarissima questa di Collodi, piena di sarcasmo e delusione nei confronti della giustizia umana. E’ la tragica sorte di ogni povero Pinocchio costretto a essere “vaso d’argilla in mezzo a tanti vasi di ferro”.

Capitò che l’ingenuo Pinocchio, vistosi derubato delle sue quattro monete dal Gatto e la Volpe, sia andato dal giudice della città e lì abbia raccontato la sua disgrazia per avere giustizia.

Era il giudice, uno scimmione della razza dei gorilla; l’ascoltò con molta benignità, prese vivissima parte al racconto: si intenerì, si commosse ..., e alla fine sentenziò: “Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo in prigione”.

Quel “dunque” è terribile! Poiché sei debole, indifeso, sfortunato, magari timido e senza malizia perché innocente..., sei tu che sbagli e devi pagare! Un “dunque” pronunciato anche dal più celebre magistrato della storia, Pilato: “Non trovo in lui nessuna colpa: prendetelo dunque e crocifiggetelo” (Gv 19,6). Se è capitato al Figlio di Dio, ...non c’è speranza di sorte migliore per noi! E’ un rovesciamento di parti cui non ci si può rassegnare. Per questo siamo tutti “affamati e assetati di giustizia”;... e sempre un po’ in esilio in questo mondo!

 

“Dies irae, dies illa”. Giorno d’ira sarà quel giorno del giudizio finale, quando finalmente Dio farà piena e definitiva giustizia per tutti.

Certo ne abbiamo timore un po’ tutti, ma ne sentiamo forte il bisogno e la necessità. Guai se non ci fosse! Guai se tutti i giusti e gli innocenti fossero trattati alla stregua dei malvagi! Non ci sarebbe più possibilità di misura: cosa è vero, cosa è falso? Cosa è giusto, cosa ingiusto? Il giudizio di Dio è il fondamento e la garanzia sicura di ogni autentica giustizia. Nessun giudizio umano può soddisfare il bisogno di valutazione interiore che ha ogni uomo; neppure “il tribunale della storia”. La storiografia è un compito che i vincitori non spartiscono mai con nessuno!

Per questo la Sposa dice: “Vieni ...!”. E l’Agnello risponde: “Verrò presto e porterò con me il salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere” (Ap 22,12). Così finisce la Bibbia!

Pinocchio esce di prigione, dopo quattro lunghissimi mesi, per un’amnistia in cui vengono aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini. (...Come si ripete la storia in fatto di scarcerazioni facili!). Pinocchio però non è un malandrino:

“Voi no - rispose il carceriere - perché voi non siete del bel numero ...”. Escono i terroristi e i capimafia, e stanno dentro i rubapolli!

Per poter uscire, Pinocchio deve dichiarare:

“Sono un malandrino anch’io!” – “In questo caso avete mille ragioni”, disse il carceriere!

Siamo al vertice dell’avvilimento! Di “tribunali del popolo” che esigono l’autocritica è piena la storia. Oggi, cadute le ideologie, è il potere economico o la cultura egemone ad imporre l’omologazione o l’esser “cacciato fuori” (cfr. Gv 9,34). Almeno una volta ci si pentiva dinanzi a Dio, e ci si sentiva più uomini! Ora dobbiamo umiliarci di fronte agli uomini, disumanizzandoci! Ma... lo chiamano “progresso”!

 

22. IL SIGNOR SERPENTE

Liberato dalla prigionia, Pinocchio si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada trova un Serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliola.

 

Finalmente è la volta buona: tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo, si dirige verso la casa della sua sorellina dai capelli turchini. Ha capito che la buona Fatina è la tappa obbligata per ritrovare babbo Geppetto.

Un proposito che è tutta una passione bruciante da neofita convertito: pur sotto la pioggia e nel fango correva come un can levriero.

Lontano - ultimo nel fine ma primo nell’intenzione - sta il pensiero che qualcuno lo ama veramente:

mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci;

più immediato e vicino è il malessere interiore suscitato da tante delusioni e dalla consapevolezza di essere la fonte dei propri guai:

io sono un burattino testardo e piccoso; i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre!, giungendo fino al proponimento di cambiar vita!

Appunto, il dolore di aver offeso Dio e il dispiacere per il proprio danno sono le molle di ogni autentico ravvedimento. Se questo parte da una scelta interiore decisa, sfocia nel sacramento della riconciliazione offerto dalla Chiesa.

 

Il sentiero della conversione è irto di ostacoli e tentazioni.

La prima conversione è interiore, ricuperando fiducia nella misericordia di Dio e nella capacità della Chiesa:

la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto? E il mio babbo mi avrà aspettato? Ce lo troverò a casa della Fata?

Certo che ti aspetta tuo padre, povero Pinocchio di sempre! Ricordi la parabola? “Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro” (Lc 15,20). La Chiesa possiede il potere vero, a nome di Dio: “Ricevete lo Spirito santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi...”. Solo la conoscenza della GRATUITA’ dell’amore di Dio e la sua MISERICORDIA, consegnata da amministrare alla Chiesa con esplicita autorizzazione, possono ridare coraggio e nuovo slancio a chi ha perso ogni fiducia.

La seconda è esteriore: è data dal grande mostro moderno che è l’opinione pubblica corrente, la cosiddetta “cultura egemone”, alla quale si offre conformismo, compromessi, mimetizzazione, ...in una parola: svendita d’identità!

Apparve sulla strada di Pinocchio il signor Serpente, di mole eccezionale, con gli occhi di fuoco e la coda fumigante, già visibile alla distanza di più di mezzo chilometro, dalla vocina dolce e d’insoliti modi cortesi. Scavalcarlo per passare dall’altra parte della strada è il tentativo di Pinocchio; ma quello troppo invade la strada. Si richiede un confronto aperto!

Sembra la descrizione puntuale dei nostri mass-media, “potenze, principati, potestà” del mondo moderno, mezzi indifferenti in sé, ma a servizio del “serpente antico, colui che chiamiamo diavolo e satana, che seduce tutta la terra”, di cui parla l’Apocalisse (12,9). Oggi penetrano da ogni parte e solo un rigore personale salva dall’omologazione certa e dal capovolgimento dei valori.

Così avviene per Pinocchio:

restò col capo confitto nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria.

Quando si perdono i riferimenti divini, il minimo è lo sconvolgimento dei mezzi e dei fini, un impantanamento del cuore e della volontà! Col risultato di far morir dal ridere quel mostro tanto grosso e tanto cinico. Perché capita davvero così: dopo essere stato manipolato nel cervello e nella coscienza, ti ridono anche in faccia per l’ignoranza e la poca furbizia che hai dimostrato...!

Ancor peggio: ti lasciano con una propensione al “coniglismo” o assuefazione alla schiavitù. Liberato dal Serpente, Pinocchio ricominciò a correre per arrivare alla casa della Fata; ma, entrato in un campo a rubare poche ciocche d’uva moscatella, restò preso da una tagliola, destinata dai contadini alle faine.

 

23. VITA DA CANI

Pinocchio è preso da un contadino il quale lo costringe a fare da cane da guardia a un pollaio

 

Intanto si fece notte. Il povero Pinocchio lo ritroviamo legato a una catena con un grosso collare tutto coperto di spunzoni di ottone, più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura, a menare una vera vita da cani, facendo guardia a un pollaio! Gli appare una Lucciola, altra incarnazione del Grillo parlante e perciò della sua coscienza, che lo fa riflettere sulla sua condizione umiliante, spingendolo nuovamente al pentimento: un’altra volta non lo farò più!

 

Vita da cani, come conseguenza del male compiuto. E’ il tema centrale di tutto questo commento a Pinocchio in chiave teologica: la natura umana ci è affidata, all’inizio, come un seme che deve maturare, come una prima distribuzione di carte che renda possibile la partita della nostra vita, perché sia la nostra libertà per una certa parte a determinarne il destino, quasi un “trasnaturarla” per degradarsi o per elevarsi, cioè per imbestiarsi, divenire bestia, o per divinizzarsi, divenire “simili a Dio”.

Ci accorgiamo bene che la nostra esistenza effimera tende a evolversi, alla ricerca di un senso e di un assetto più definitivo. L’uomo è oggetto e artefice del suo duplice destino, che non è solo il dato finale, ma un processo che si evolve gradualmente all’interno, trasformando intelligenza, volontà, sensibilità, carne, ossa, sangue, ecc.. Quale grandezza ha mai la nostra libertà!

E l’imbestiamento, come la divinizzazione, si attuano coll’agire: attraverso gli atti liberi si cambiano l’essere e la natura. Di solito si dice: chi è bestia, agisce da bestia. Ma bisogna anche dire: chi agisce da bestia, bestia a poco a poco immancabilmente diventa. Sarà la storia finale di Lucignolo... e in parte di Pinocchio, a confermarci tale tesi.

Del resto l’esperienza insegna: spesso ammiriamo uomini miracolosamente più che uomini, e incontriamo uomini, al contrario, simili a bestie insensibili e irrecuperabili!

 

La nostra trasnaturazione ha chiaramente diversi stadi: nel suo momento finale la divinizzazione sarà la partecipazione piena alla vita stessa di conoscenza, d’amore e di gioia propria di Dio; la materializzazione, nella degradazione, sarà uno spirito schiavizzato dalla materia e, con linguaggio biblico, raffigurata dal fuoco. Nella sua fase terrena, attuale, la vita divina iniziale noi la chiamiamo “vita di grazia”, dove nella fede incominciamo ad adeguarci - per esempio nella carità - alla vita di Dio. La degradazione, prodotta e aggravata da una vita di peccato, si rivela invece sempre più come vita egoista, violenta e, interiormente, sempre più vicina alla disperazione dei dannati. Per fortuna Dio lascia fino all’ultimo la possibilità del pentimento.

Quale peso allora hanno anche i piccoli gesti di ogni giorno! Niente è indifferente; tutto lascia una traccia. Mentre il bene facilita il bene successivo, il male e il peccato condizionano e schiavizzano sempre di più la nostra intelligenza e la nostra volontà.

Anche rubare due grappoli di uva moscatella porta, alla fin fine, alla schiavitù dell’avere collare, catenella e... cuccia, come Pinocchio incappato nella tagliola dei suoi misfatti. Queste esperienze di schiavitù sono dei campanelli d’allarme: guai se non ne sentiamo il richiamo...! La vita scivola sempre più velocemente su una china di rovina inarrestabile.

 

24. OH, SE POTESSI RINASCERE…!

Pinocchio scopre i ladri e, come ricompensa per essere stato fedele, viene posto in libertà

 

Sulla strada dell’ “imbestiamento”, la china è pericolosa: un passo tira l’altro, il male incalza. Esso ha dentro una logica ferrea che, a non contrastarla, mena a livelli di degradazione non previsti.

Dopo il furto di due grappoli d’uva, Pinocchio - divenuto cane da guardia - rischia di farsi complice di quattro faine, animaletti carnivori, ghiottissimi specialmente d’uova e di pollastrini giovani, che vengono al pollaio a rubare otto galline. Tentano di coinvolgerlo, associandolo all’impresa.

Questa volta Pinocchio sa reagire. Ha il coraggio di spezzare quella logica. Non c’è mai un momento in cui non possa scattare la nostra libertà responsabile! Pinocchio non si associa ai ladri e, abbaiando proprio come se fosse un cane da guardia, sveglia il padrone, meritandosi così la libertà.

Dove sta la radice di questa vittoria, di questo primo passo di redenzione? Pinocchio, nella consapevolezza della propria miseria e della propria colpa, ha un’intuizione del cuore che lo eleva - per noi - alla più autentica soglia evangelica:

Oh!, se potessi, rinascere un’altra volta!...

 

La presa di coscienza d’aver sbagliato tutto nella vita, lo spinge a ricominciare da capo, a non rinunciare o rassegnarsi, a sentire come ancora valida la propria libertà...: un sussulto di sano orgoglio vitale! E’ possibile cancellare il passato? La soluzione non è “dimenticare”, né “emanciparsi” da regole o morali-tabù, o far tacere la coscienza con sofismi ideologici: alla fine non si può barare con se stessi! E’ necessaria una nuova creazione del cuore, un riportarsi all’innocenza originale, avere un perdono che sia una autentica pagina bianca.

Questo è possibile a noi? È sufficiente autogiustificarsi. E’ giusto autopunirsi? Pinocchio sembra scoraggiato, non vede prospettive di libertà a breve termine:

ormai è tardi, e ci vuol pazienza.

Anche Nicodemo, nel Vangelo, si poneva la domanda: Come può un uomo rinascere? “Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3,4).

La risposta per una soluzione corretta sta in Gesù: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Occorrono l’irruzione di un perdono e la forza di una vita divina che risanino alla radice il nostro essere, così da renderlo capace di azioni nuove. “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,5). “Quel che è nato da carne è carne...”. Quel che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio! Proprio per questo s’è fatto nostro Salvatore.

 

All’uomo è richiesta - per questa giustificazione che essenzialmente è dono gratuito di Dio - una risposta di FEDE: la coscienza che una radicale rinnovazione ci è data solo dall’alto, accreditata da nostri gesti di buona volontà che ne dicano la sincerità. E’ ciò che noi chiamiamo “preparazione alla fede” (“preambula fidei”): cuore sincero e gesti buoni.

Incamminato verso la salvezza, Pinocchio ha fatto un primo passo concreto. Anche a noi, come il padrone del pollaio che gli ha ridato libertà, viene spontaneo battergli affettuosamente una mano sulla spalla e dirgli:

Codesti sentimenti ti fanno onore.

Sei sulla strada buona, “Non sei lontano dal regno di Dio” (Mc 12,34).

 

25. O FATINA MIA, PERCHE’ SEI MORTA?

Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini, poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto

 

Capita sempre così: il valore di una mamma lo si scopre quando viene a mancare. In vita, la si sopportava a fatica: è d’altri tempi, ha sempre da richiamarci qualcosa. A un figlio discolo poi pesa anche il suo soffrire! Così era apparsa anche a Pinocchio la bella Bambina dai capelli turchini! Quando ritorna alla casa della Fata, vi trova solo la sua tomba con su scritto:

qui giace, morta di dolore per essere stata abbandonata dal suo fratellino Pinocchio. Questi si dispera e pianse tutta la notte, tanto che le colline all’intorno ne ripetevano l’eco.

La Bambina dai capelli turchini è la Chiesa, immortale in se stessa (e nella storia di Pinocchio riapparirà!), la quale tuttavia può morire, presso un popolo o un individuo, per disamore. Gesù aveva ben minacciato: “Il regno sarà tolto a voi e sarà dato ad altri” (Mt 21,43).

Strano è il rapporto della nostra cultura occidentale con la Chiesa. Da lei ha ricevuto tutto: l’arte del corretto ragionare, il senso della solidarietà e fraternità, il culto della libertà... “Liberté, égalité, fraternité” sono tutti valori evangelici: in sostanza, la più alta civilizzazione culturale e spirituale! Eppure, oggi, la nostra cultura secolarizzata ne misconosce la matrice. Ha usurpato questi valori come suoi con orgogliosa emancipazione, fino a utilizzarli contro la Chiesa stessa e il vangelo che li ha generati.

 

Ma guai a tagliarsi le radici: anche i fiori più belli.. inaridiscono! La spietata lettura che la “Centesimus annus” fa degli avvenimenti dell’Est europeo mette in luce proprio il ribaltamento dei valori umani quando questi sono sradicati dal loro fondamento etico e religioso.

Questi divengono strumenti di schiavitù e di morte! L’ateismo è la radice dell’errore antropologico, che a sua volta è causa sia della soppressione della libertà sia del fallimento anche economico.

Chi rinnega la Chiesa, perde oltre alla certezza, la sicurezza di avere un Padre, la speranza di un destino diverso, la serenità di sentirsi capito, amato, perdonato da Qualcuno...! Col risultato della solitudine, del sentirsi sballottato dalle onde della violenza degli uomini e dagli imprevisti del caso. Anche Pinocchio si lamenta:

E il mio babbo, dove sarà? O Fatina mia, dimmi, dove posso trovarlo? Che vuoi che faccia io solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove andrò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova?

Mai come oggi si costata quanto un umanesimo ateo sia controproducente. Al contrario è stato proprio lo spirito evangelico della nonviolenza, del dialogo, della tenacia nel credere alla verità, la forza che ha sollevato l’enorme macigno che pesava sull’Europa orientale:

è ancora la lettura che il Papa fa dei fatti dell’89.

L’alternativa, all’avere un Padre, è o la schiavitù di un tiranno o la disperazione di chi si sente solo e impotente di fronte alla vita.

Sarebbe meglio, cento volte meglio che morissi anch’io!

Non è un caso che tra i giovani crescano l’alienazione, il suicidio, il disprezzo della vita (propria e altrui). Moda.. di una società decadente!

 

Dio non si stanca. Dà sempre nuove possibilità all’uomo che sinceramente lo cerca.

Intanto passò per aria un grosso Colombo...:

Dimmi, non conosci per caso fra i tuoi compagni un burattino, che ha nome Pinocchio? - Pinocchio?... Pinocchio sono io!

Il colombo lo prese sulla sua groppa e lo portò alla ricerca di Geppetto. Esattamente come è avvenuto nella Storia vera: il Padre ha mandato il Figlio e Questi ha preso sulla sua umanità la nostra condizione mortale per riportarci a Casa e farci rivivere la piena condizione di figli di Dio! È scritto: il buon Samaritano “gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui” (Lc 10,34).

Come Pinocchio, così ogni uomo è rimesso sulla strada interminabile della ricerca del Padre e della propria vera identità!

 

26. UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO

Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata

 

Alla ricerca del padre, Pinocchio si getta in mare inseguendo una barchetta:

nuotò tutta quanta la notte! Che orribile nottata fu quella!

(Dura come “la notte oscura dei sensi” nel travaglio feroce della conversione!). Finché, su indicazione di un Delfino gentile, così garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo (è sempre attraverso la carità che il cristiano si fa salvatore!), approdò di peso sulla rena del lido del paese delle Api industriose, dove le strade formicolavano di persone che correvano di qua e di là per le loro faccende; tutti lavoravano, tutti avevano qualcosa da fare. Una vera repubblica fondata sul lavoro!

 

Nella storia di Pinocchio siamo a una svolta: dopo quel mare e quell’approdo, cammina più deciso alla ricerca del padre.

Come avviene nel cammino dell’uomo alla ricerca di Dio: molto, o meglio, tutto cambia quando, attraverso il battesimo, conquistato magari con molta fatica, l’uomo approda nella comunità viva della Chiesa, dove tutti sono in faccende per ottenere la propria salvezza.

Sì, perché, secondo la teologia cattolica, la salvezza è anche una conquista! “Grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,12), se avremo trafficato tutti i nostri talenti e non, come il servo pigro, se l’avremo solo custodito in una buca! La vita è “un’obbedienza”, diceva Dostoevskji, è un’obbedienza faticosa e attiva per conquistarci il regno dei cieli! “Non chi dice.... ma chi fa, ...entrerà!” (Mt 7,21). Non per finta, ma con serietà: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,4).

Può capitare di scoraggiarci, e dire come Pinocchio:

“Questo paese non è fatto per me!”.

Gesù ci aveva preavvisati: “Piccola è la porta e stretta è la via che conduce alla vita, e sono pochi quelli che la trovano” (Mt 7,14).

Per questo è indispensabile vivere entro la comunità cristiana, quale luogo normale di crescita e di stimolo. Stare alle sue leggi e indicazioni significa tradurre in opere concrete il nostro velleitario voler andare a Dio. Magari anche accettando le sue forme pedagogiche, i suoi istituti e ambienti educativi, facilmente passibili di critiche perché sono sempre... opere di noi uomini! Esse raccolgono una antica tradizione di sapienza ed esperienza fatta di sano realismo, di prudenze didattiche che nascono dal sapere che “anche le migliori virtù sono sorrette dai propri vizi”!

Capita pure a Pinocchio che, per decidersi a fare un atto di obbedienza (...Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa), dev’essere invogliato dal miraggio di piccole ricompense:

“Un bel pezzo di pane... un bel piatto di cavolfiori conditi con olio e con l’aceto,... un bel confetto ripieno di rosolio!”.

Sembra proprio tutta la pedagogia dei nostri oratori!

 

Su questa pedagogia, l’ultima osservazione. Capita proprio in questo capitolo della storia di Pinocchio che la Fata appaia in vesti di umile donna di casa, anch’ella occupata in faccende domestiche, tanto da non essere subito riconosciuta. Pinocchio la riconosce più tardi, ... per caso:

“Anche voi avete i capelli turchini.. come lei!”.

Una pedagogia, quella della Chiesa delle nostre contrade, fatta dell’umiltà e della condivisione domestica con la vicenda umana di tutti, povera e umile... da non attirare lo sguardo. Eppure un tratto di “turchino”, come il cielo, alla fine appare all’occhio anche del giovane più distratto che si è allontanato da adolescente... “sbattendo la porta”! La vita insegnerà poi a stimare quel bene ricevuto da piccoli con tanta dedizione e gratuità. Non è mai troppo tardi ritornare a scoprire che Dio e la Chiesa sono rimasti sempre nostro Padre e nostra madre, anche quando noi seguivamo la via del figlio prodigo!

 

27. NON PUO’ AVERE DIO PER PADRE...

Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo

 

Prima o dopo, raccolto nella sua profonda coscienza, uno matura! Una volta o l’altra uno s’accorge di essere stanco delle menzogne, e dice basta.

Sono stufo - dice Pinocchio – di far sempre il burattino... Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo.

Finalmente uno, una volta tanto, si ribella alla sua meschinità! E si decide:

Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi.

La conversione avviene quando dal puro desiderio si passa a propositi precisi. Donde, tale conversione? “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Quando uno s’accorge di non essere un arrivato, quando uno misura la grande distanza tra la sua miseria e l’ideale, quando uno sente che ha ancora molto da imparare..., quando uno diventa bambino.... allora si mette a obbedire e fare.

 

Pinocchio butta via la sua autosufficienza sbarazzina e randagia, e accetta la Fata come sua educatrice:

Vi chiamerò la mia mamma!

Uno arriva a scoprire di avere un padre, quando è premuto dalla tenerezza di una madre che lo rende un bambino docile. Anche nella vita di fede succede così: “Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per madre”. Gli uomini, filosofi o meno, che hanno tentato di arrivare a Dio senza la Chiesa, sono sfociati, al massimo, in un vago deismo!

La prima esperienza di Chiesa è quella di sentirsi parte di una famiglia che preesiste alla propria scelta. E’ come entrare in un vasto fiume la cui sorgente è Cristo, tramite il quale giunge fino a noi quell’eredità oggettiva del “Sacro” che sono gli strumenti della salvezza: la Parola, i sacramenti, l’autorità apostolica.

A questo deposito è richiesta una obbedienza, quella alla verità e allo Spirito santo: “l’obbedienza della fede”.

Io sarò la tua mamma... tu obbedirai e farai sempre quello che ti dirò io.

Come ogni madre ci richiama e ci educa al nostro impegno:

L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio. L’ozio è una bruttissima malattia...

 

Oggi il vero problema non è l’ozio. Fanno problema l’esagerato soggettivismo, la libertà come emancipazione da ogni vincolo morale e sociale, la libertà come capriccio e comodo individuale e la libertà come è nell’attuale cultura radicale! Questo stile di vita sappiamo tutti dove porta: svuotamento di sé, perdita di ogni valore e senso del vivere, perché vien meno ogni riferimento oggettivo di sicurezza e confronto, e svilimento d’ogni rapporto sociale fino all’anarchismo violento del terrorismo.

“La verità vi farà liberi”, dice Gesù! Questo è il punto. Il bene, il vero bene, oggettivo, è il progetto di Dio, e quindi la natura reale di ogni cosa. Non adeguarsi, scartare “il libretto di istruzione” per fare di propria testa, significa non conoscere fino in fondo come funziona la macchina, e si finisce per distruggerla! Questa è l’unica strada da percorrere per non finire imbrogliati o illusi, per essere LIBERI.

Liberi perché veri.

Questa, in fondo, è la vera “rivoluzione” da fare, la vera liberazione necessaria anche oggi. E’ la missione della Chiesa. Questa è la sola obbedienza richiesta al credente... perché è l’obbedienza dovuta alla verità, da parte di ogni uomo di buona volontà.



[SM=g1740771]  continua.....

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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5/3/2012 12:20 PM
 
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28. CON CALCI E GOMITATE

Pinocchio va coi suoi compagni di scuola in riva al mare per vedere il terribile Pescecane

 

Con i buoni propositi finalmente si cambia anche vita!

Il giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.

 

Pareva così vicina la porta di quella scuola quando era uscito dalla casa di Geppetto... e invece! La conquista della vera sapienza è una strada lunga. Non la si incontra in ogni bottega o supermercato che smercia i suoi coloriti prodotti tanto allettanti. Troppi falsi maestri “fanno mercato del proprio buon senso” e vendono come verità proprie opinioni o interessi. Tanto più oggi con quei supermercati d’opinione che sono i mass-media! Fortunati coloro che sanno trovare presto la porta giusta della scuola della vera sapienza!

Giunto in classe, Pinocchio è deriso e tormentato dai suoi compagni perché è “diverso”. In clima di grande conformismo, l’emarginazione e la persecuzione sono il minimo che possa capitare anche al cristiano, che la pensa in modo diverso, perché non è succube delle pianificazioni culturali cui è sottoposta la nostra civiltà “liberalizzata”.... Se uno sgarra dall’opinione dominante, dà fastidio, perché è fuori sistema (una volta ideologico, oggi del potere di mercato!). Se uno dissente... è un provocatore. “I cattolici non capiscono lo Stato”!

Questo capita normalmente in riferimento al mondo esterno alla comunità cristiana. Un penoso fenomeno è pure avvenuto al suo interno nel post-concilio: la vergogna di molti cristiani di sentirsi “diversi”, la paura di sentirsi “ghetto” o chiusi in steccati nel mondo, semplicemente perché assertori di una propria identità precisa. La tentazione di “aprirsi”, di “immergersi”, li ha portati alla mimetizzazione con la mentalità di questo secolo, perdendo la propria identità.

Certamente col Concilio qualcosa da ripulire c’era nella struttura visibile della Chiesa.

 

Ma non è questa facciata che ci fa diversi: è l’ATTO DI FEDE a renderci essenzialmente gente diversa! Con esso proclamiamo una concezione di vita e di storia alternativa alla

concezione comune e tuttavia profondamente consona con i bisogni più veri del cuore dell’uomo. Il credente, proclamando cose così originali, non può pensare di camminare con tranquillità in mezzo a gente che la pensa in modo del tutto diverso ...! Chi professa che un uomo, Gesù, morto e sepolto duemila anni fa, oggi sia vivo nel senso letterale del termine; chi crede che dentro un pezzo di pane sia realmente presente il Dio infinito e che nel cuore in grazia inabita la Trinità; chi spera e vive nell’attesa di un dopo-morte come vita piena; chi, come stile, vive il perdono anche dei nemici..., necessariamente è un “tagliato fuori”, un diverso per natura! San Paolo si dichiarava “stolto a causa di Cristo, spettacolo al mondo e agli uomini” (1Cor 4,9).

Alla malvagità dei compagni, Pinocchio reagisce con una pedata negli stanchi e con una gomitata nello stomaco, rivelando la durezza del legno.

Dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi della scuola e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell’anima.

Forse calci e gomitate sono gli unici argomenti validi per chi è per scelta sopraffattore, e considera ogni tentativo di ragionare una debolezza!

Certo la violenza non fa parte dello stile del cristiano, ma una certa energia sì: la forza di chi non si lascia intimidire e piegare, la forza di chi sa contestare ogni sopruso politico e culturale, la forza che sa difendere la propria libertà e diritto. Il cristiano non è né un debole né un buonista. Se necessario, sa tirar fuori le unghie per difendersi e per difendere tutti, perché alla fine è l’unico uomo libero.

Spesso una testimonianza “calda” vale più di tanto quotidiano grigiore nel convincere chi in qualche modo è alla ricerca della verità. Del resto - e lo diceva già Tertulliano – “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”.

 

29. CHI CI LIBERERA’  DALL’OPPRESSIONE DEI LIBERATORI?

Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni, uno dei quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri

 

La scuola andava così bene per Pinocchio, che non poteva durare...! I suoi compagni avevano invidia di lui. Un giorno gli organizzarono una beffa: lo portarono al mare - con la scusa di vedere il Pescecane -, proprio per fargli marinare la scuola e distoglierlo dall’essere quel diligente scolaro che finora era stato.

“Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e così diligente alla lezione?” gli dicono quelle birbe dei suoi compagni.

 

Niente quanto la virtù è insopportabile. Già ai tempi della Bibbia è scritto: “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo..., ci è insopportabile solo al vederlo!” (Sap 2,12.14). A una predica, a un rimprovero si può sempre rispondere: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio, e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7,5); a un giudizio, a una condanna si può replicare: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra!” (Gv 8,7). Alla testimonianza silenziosa non si può opporre che il confronto bruciante del proprio dislivello! Per questo Gesù ha detto: “Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi!”. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10,16). E’ moda culturale (perversa) parlare dell’intolleranza dell’integrismo cattolico. La verità è che sono proprio i prevaricatori a essere intolleranti verso i buoni, e con mezzi più dommatici e violenti!

E’ una sciocchezza pensare che il mondo odia i cristiani perché non sono santi: è esattamente il contrario! E’ forse solo per questo - cioè perché non lo siamo del tutto, che siamo ancora un poco sopportati!

Mai come oggi quel “Non ti vergogni!” risuona imperioso e ... “normale”. Non ti vergogni di lavorare troppo? Fa’ sciopero o il cobas! Non ti vergogni di studiare? Fa’ autogestione o vieni in discoteca! Non ti vergogni a pensare solo di tirar avanti bene la tua famiglia? Tirati fuori dal guscio, tenta qualche “avventura”, rimedia con qualche “lavoro facile” di mafia, bustarella o consimile! Una volta ci si vergognava di fare il male; oggi ti devi vergognare dell’onestà! Tutti devono diventare conformisti dell’anticonformismo più superficiale e solido, perché è la morale imperante.

Eppure si dovrà pur permettere che il bene abbia cittadinanza, e magari... stima anche nel nostro mondo! Chi mai ci libererà dall’oppressione dei liberatori?

 

Pinocchio aveva ceduto all’invito dei compagni anche per il segreto desiderio, mai sopito, di poter incontrare il suo babbo Geppetto:

“Che sia quel medesimo Pescecane di quando affogò il mio povero babbo?”.

Sempre, anche nelle peggiori azioni, c’è un angolo di bene, e un’intenzione buona alla quale ci attacchiamo come pretesto per chetare la coscienza.

Quando si imbroglia la coscienza:

“Qualche disgrazia accade sempre”, come malignamente suggerisce un Granchio dalla vociaccia di trombone infreddito, riviviscenza del Grillo-coscienza.

“Chetati, Granchio dell’uggia!”, risponde Pinocchio. Si sa che i profeti di sventura, soprattutto quando sono nel vero, danno sempre fastidio.

Pinocchio s’azzuffa, e ci va di mezzo. Proprio lui, innocente e anzi premuroso per il compagno ferito, viene portato in carcere dai carabinieri. Era già avvenuto per Geppetto, anch’egli innocente.

“Basta così: non occorre altro”, tagliano corto i “difensori” del burattino. Da dove si dimostra che l’autorità mondana - anche quando è bene intenzionata - non tradisce mai una certa vocazione all’ottusità!

 

30. DUBBI SUL “PARTITO VERDE”

Pinocchio corre il pericolo di essere fritto in padella come un pesce

 

L’episodio, un po’ fantasioso, è subito detto. Pinocchio scappa di prigione inseguito da un grosso cane mastino; si getta in mare per salvarsi; ma, in mezzo a un brulichio di pesci, incappa nella rete di un pescatore, tanto brutto che pareva un mostro marino, e... finisce in padella! Il cane che, caduto in mare, era stato salvato da Pinocchio, a sua volta lo salva dalla padella.

Collodi colora qui con vivacità il pescatore verde.

Invece di capelli aveva su la testa un cespuglio fortissimo di erba verde, verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima che gli scendeva fin quaggiù!

Pareva una strana divinità mitologica, a metà tra il silvano e il marino...: una raffigurazione delle forze della natura. Anzi, pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro.

Una vera statua del dio-natura-ecologismo di cui oggi si fa seguace il “partito verde” d’ogni paese.

Partiamo dalle forme più vistose di questo naturismo pagano: il nudismo e il culto enfatizzato del corpo. Uniamovi pure tutte le altre forme di religione-natura, di origine illuminista, che nell’esaltazione della bontà, genuinità, salubrità del creato... sconfinano spesso nella professione dello spontaneismo, del vitalismo, del panteismo che è indifferentismo religioso e morale. Senza parlare delle esasperazioni circa il vegetarismo, la protezione degli animali... e la contestazione individualistica e unilaterale della “civiltà industriale” che corrompe la genuinità dell’uomo e del suo ambiente.

Vero è che i disastri ecologici della nostra società industrializzata sembrano dar ragione a un tale partito. Nella misura in cui esso propugna un più razionale uso delle risorse..., merita assenso! Quando invece si vuol porre sul trono come unica dea questa “madre natura” (la divinità Gaia) nascono i sospetti di ingenuità e stoltezza. La natura, staccata dal contesto del vero Dio creatore e provvidente, non riserva agli uomini che una sensazione di insensibilità e cattiva cecità, quando ci sovrasta con le sue irrazionali tragedie e disgrazie. Ci appare più matrigna che madre, considerata in se stessa. Esattamente come questo mostro che inghiotte Pinocchio, di fronte al quale non serve né parlare né ragionare.

 

Diverso invece è il discorso biblico sulla natura vista come opera di Dio: il creato è parte di un progetto d’amore nel quale l’uomo è inserito con ruolo primario. La natura “figlia” e “ministra” di Dio ci dà speranza di una pur nascosta razionalità e finalità di bene anche nelle tragiche esperienze di catastrofi ostili.

“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31). Ricchezza e bellezza sono offerte da Dio come stanza accogliente quando viene creato l’uomo. Il tutto è stato poi affidato alle sue mani perché lo gestisca con criteri rispettosi dei fini e degli equilibri che lo compongono. Il peccato dell’uomo, per rapina ed egoismo, rompe queste regole, scombussolandone i fini e creando reazioni contro questo suo “signore” divenuto despota. L’opera di salvezza di Cristo mira, risanando il cuore dell’uomo, anche a un riscatto del creato. Così ne parla san Paolo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,19-22). “Cieli nuovi e terra nuova” è infatti la meta del lavoro del cristiano nella storia: oggi, usando del creato secondo i criteri del Creatore, vuol servire il progetto di Dio in favore di ogni uomo; domani, lo vuol godere trasfigurato in una “materia eternizzata”, dove “i giusti regneranno sopra la terra” (Ap 5,10).

 

31. NONOSTANTE I PRETI…!

 Pinocchio ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo.

Gran colazione di caffè e latte per festeggiare questo grande avvenimento

 

Finalmente Pinocchio, stanco di avventure, lontano da casa e, come il figliuol prodigo pentito, si avvia a chiedere perdono alla sua cara Fatina. Ma la conversione non è cosa facile:

Era già notte buia... faceva tempaccio e l’acqua veniva già a catinelle.

Anche negli ultimi istanti il passo gli costa fatica:

tant’è vero che faceva un passo avanti e uno indietro. Quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio e, invece di bussare, si allontanò correndo una ventina di passi. Poi tornò una seconda volta alla porta, e non concluse nulla; poi si avvicinò una terza volta, e nulla; la quarta volta prese tremando il battente di ferro in mano e bussò un piccolo colpettino.

Sembra qui rievocata la notte dell’Innominato. Manzoni ha colto davvero in profondità il travaglio difficile dell’uomo peccatore che voglia rinnovarsi! Ciascuno rivive qui l’esitazione che sente nell’accostarsi a una decisione importante, ma sempre rinviata: il ritorno in famiglia dopo una rissa violenta; il ritorno alla Chiesa dopo anni di indifferenza religiosa; il momento di una confessione sacramentale che vorremmo particolarmente sincera e personale.

 

Ma capita sovente che, dopo tanta fatica per decidersi a ritornare alla Chiesa, si incontri poi questa per nulla disponibile, o scontrosa..., o semplicemente il prete sempre indaffarato! Invece del padre premuroso della parabola, sembra di imbatterci in una madre esigente e fatta apposta per scoraggiare... !

Proprio come capita a Pinocchio:

dopo mezz’ora si aprì una finestra dell’ultimo piano... e Pinocchio vide affacciarsi una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo; la quale ci mise tutta la notte a scendere fino all’uscio di strada. A Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall’acqua e chiedeva almeno qualcosa da mangiare, la sublime Lumaca, dopo tre ore e mezzo, portò.. un pane che era gesso, un pollastro di cartone e quattro albicocche di alabastro colorite di naturale.

Tutto sembra congiurare contro il neofita che vuol convertirsi e deve imbattersi nella lentezza un po’ austera e compassata della Chiesa ..!

Quante volte si dice: nonostante i preti... la fede c’è ancora! Bisogna ammetterlo: Dio, scegliendo di utilizzare uomini per il ritorno a Lui, ha certamente previsto questo mortificare e appannare il Suo volto, causato dai limiti e dalle manchevolezze umane! E’ scandalo per chi non crede: la stoltezza della croce. E’ la forza di chi crede: la potenza del vangelo, perché nessuno creda per motivi umani, ma per un abbandono rischioso alla sola azione di Dio! Ogni serio credente sa che il cammino verso Dio è seminato di prove, affinché la fede si affini!

Del resto è proprio di una lunga esperienza pedagogica far decantare decisioni perché non rimangano superficiali esperienze emotive, ma scelte che cambiano una vita!

Alla fine però appare la gioia e la festa del ritorno, come la festa in casa del figliol prodigo: per festeggiare... il grande avvenimento, la

Fata preparò una grande colazione con ducento tazze di caffè e latte, e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra. Alla fine l’annuncio della imminente trasformazione:

Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo per bene.

 

“Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita”...; ma anche: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). “Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,23-24).

Tutto questo oggi è la tavola imbandita dell’Eucaristia - confluenza naturale di ogni vera conversione a Dio - e, domani, il banchetto eterno imbandito per le nozze del Figlio del Re (Mt 22,2).

 

32. TRA ANGELO E ANIMALE

Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei balocchi

 

Pronto per il grande salto di qualità, divenire uomo da burattino che era, Pinocchio si lascia nuovamente tentare da un altro miraggio di felicità. Andando in giro per la città a fare gli inviti per la sua “festa del passaggio”, trova l’amico Lucignolo, nascosto sotto il portico di una casa di contadini, pronto a partire per il Paese dei balocchi, niente doveri, solo divertimenti. Perché - gli dice - non vieni anche tu?

 

E’ il momento drammatico della tentazione. Nel cuore dell’uomo si scatena spesso questa battaglia: tra il “troppo” e il “domani” della felicità con Dio, e l’immediato e più modesto soddisfacimento conquistato tutto e solo da noi. Disistima del bene oggettivo e orgoglio sono i fattori che determinano il peccato. La libertà dell’uomo si situa tra due fuochi: essere angelo o divenire bestia. Rimane affascinato dall’ideale di bene e di divinizzazione; ma esercita un’attrattiva più potente su di lui il legame con la materia e la sua eredità animalesca.

 

Il gioco della libertà sta qui, e determina il suo destino. Pinocchio protesta la sua volontà di bene:

No, no, no e poi no: ormai ho promesso!; ma quell’ormai tradisce in lui la noia di stare dalla parte della verità e la potente seduzione del male esercitata su di lui.

“Io non riesco a capire neppure ciò che faccio. - ci confida san Paolo in una pagina autobiografica - Infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto... Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio... Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,15-23). Qui è il punto: l’uomo è davvero libero? E’ davvero capace di fare il bene che vuole ed evitare il male che non vuole? O è schiavo, o è ferito, o è debole, o è insufficiente?

A guardare la vicenda di Pinocchio - tutta giocata sulla vacillante e fallimentare volontà di diventare uomo - sembra che ben poca e poco efficace sia tale libertà!

Certo la libertà ci dev’essere. Ognuno la sente come sua prerogativa qualificante. Del resto Dio stesso non saprebbe che farsene di un mondo anche perfetto se in esso mancasse qualcuno che gli rispondesse con libertà e amore! E giustamente lottare per la libertà di ognuno e di tutti è santa battaglia. L’uomo ne è geloso fino al punto di rivendicarla anche contro Dio.

Ma .. in quale condizione si trova la nostra “libertà”? Qui è il punto che qualifica la visione biblico-cristiana sull’uomo. Grande valore è la libertà. L’uomo però, non possedendola ancora pienamente, la deve conquistare con fatica e la deve risanare nei suoi meccanismi interni affinché divenga capace di mirare al vero bene e ne abbia la forza di conquistarlo. Attenzione: la libertà che si va rivendicando come bene proprio, in realtà è solo l’esercizio della libertà! Tale esercizio è oggi tragicamente sottoposto a tali pressioni e tare che l’ago della bilancia fatalmente cede al peggio, al peccato.

Questa è la condizione dell’uomo: come un bambino che per camminare ha bisogno della mano sicura della mamma, altrimenti cade.

Quell’impasto di umano e di divino che è l’uomo - fatto com’è a immagine di Cristo - è macchina non più autonoma e autosufficiente quando si taglia in lui la parte divina, che in fondo per tanti aspetti costituisce la radice della vita, il motore che tiene in esistere...! Col peccato l’uomo diviene insufficiente a se stesso. Per ridiventare uomo, capace di fare il bene e resistere al male, ha bisogno di rimettere dentro quella carica, quel motore che è il suo collegamento con Dio. Lo esige la sua struttura “teologica”, l’incancellabile identità di figlio di Dio!

 

Solo Cristo Salvatore ci rende veramente liberi, cioè un uomo uomo, o - come dice il Concilio - più uomo! (GS 42). Solo quando l’uomo riassume la vita divina, trasnaturandosi oltre se stesso, ridiviene quell’uomo che è stato progettato da Dio e che ognuno sogna di essere.

O cristiano o meno che uomo. Non c’è alternativa.

 

33. VIETATO VIETARE

Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua grande meraviglia sente spuntarsi un bel paio d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

 

Nella notte arriva il carro carico di ragazzetti. Lo guida un omino più largo che lungo, così capace di adescare, che tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati. Anche Pinocchio ci casca:

Fatemi un po’ di posto: voglio venire anch’io. E sul far dell’alba arriva nel Paese dei balocchi.

Fermiamoci anzitutto sull’omino. E’ l’apparizione, finalmente, dell’ “avversario”, del diavolo, satana, il principe di questo mondo, che “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8); colui che nella storia manovra contro il progetto di Dio per sottrargli l’uomo.

La sua esistenza sembra messa in dubbio dall’uomo che si crede adulto. L’origine del male qualcuno la spiega con l’ignoranza, altri con l’oscurantismo dei tabù religiosi, altri con i condizionamenti delle strutture economiche borghesi. Certo, molte situazioni di male sono il risultato solidificato di cattive volontà umane ed egoismi. L’uomo percepisce che il male è più grande di lui!

 

L’ipotesi di un’intelligenza sovrumana che lavori contro Dio è ancora la più plausibile. Anche la Bibbia e le parole stesse di Gesù la confermano, descrivendola in lungo e in largo. Nel disegno di un mondo costruito da Dio, ma rispettoso della libertà delle sue creature, rappresenta quell’elemento di ribellione che sentiamo anche in noi reale e forte; fino a trovare anche in noi sintonia e simpatia tali da spingerci spesso a schierarci sotto le sue bandiere. Pinocchio in qualche modo l’ha incontrata e ne è rimasto affascinato, tanto che finora - nella storia che raccontiamo di lui - non ha ancora saputo trovare la porta di casa del padre.

Il demonio - che vuole sostituirsi a Dio - lo scimmiotta nel fascino e nella premura. Si veste “da agnello” - si fa per dire – “mentre dentro è lupo rapace”:

un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino da melarosa, un bocchino che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella di un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

 

Diventa allettevole nella tentazione, fin dai tempi del serpente di Eden:

E tu, amor mio, disse l’Omino volgendosi tutto complimentoso a Pinocchio, che intendi fare? Vieni con noi o rimani?

Lavoratore instancabile, e “principe delle tenebre”, lavora di notte:

Tutti la notte dormono, e io non dormo mai!

Quando si è nelle sue mani, la coscienza tace, perché muore. E’ la resa completa al nemico. Fatta la scelta del male, si dorme il sonno degli incoscienti!

I ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro il carro dormivano.

E’ una corsa verso il male: “Larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione” (Mt 7,13). Anche lei però richiede le sue penitenze e i suoi sacrifici:

Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare, ma nessuno diceva ohi, nessuno si lamentava.

Quanto spesso ci si accorge che “gli altri” - fuori dei nostri oratori, ad esempio - sono padroni peggiori e più esigenti, una volta che si è venduta loro l’anima. Già la Bibbia diceva che è meglio cadere nelle mani di Dio che in quelle degli uomini (Daniele).

Finalmente si arriva al paradiso sognato: il Paese dei balocchi. Si “tocca il cielo col dito”!

Anzitutto le scritte sui muri:

Non vogliamo più schole, abbasso Larin Metica.

Libertà, anarchia, autogestione...: “vietato vietare” è il nuovo vangelo di questa cultura radicale che esalta la libertà assoluta svincolata da ogni riferimento morale dove, nel rifiuto di ogni cultura e tradizione, si costruisce sul vuoto e sul nulla, cioè sulla più smargiassa ignoranza.

Naturalmente, confusione e baldoria: chiasso, strillio, pandemonio, passeraio, baccano indiavolato, baraonda. Per chi è sviato, il peggior inferno è sempre il silenzio pensante e consapevole. Non per nulla la nostra è epoca di discoteche e festival rock...

Questo Paese dei balocchi è raffigurazione di quel “mondo” che vuol costruirsi senza Dio. San Paolo lo definisce “senza senno, senza costanza, senza amore, senza misericordia” (Rm 1,28-31). Sembra profezia dei tempi nostri, con aggiunta però - oltre al divertirsi insensato - la violenza gratuita tra simili.

 

34. ...O TROPPO POCO!

A Pinocchio vengono orecchi da ciuco e poi diventa ciuchino vero e comincia a ragliare.

 

Dopo cinque mesi nel Paese dei balocchi, una mattina Pinocchio si sveglia, ormai contagiato - come sentenzia di lui una Marmottina - cioè con un magnifico paio di orecchi asinini:

“E’ la febbre del somaro... Fra due o tre ore diventerai un ciuchino vero e proprio”.

Con la stessa sorte, naturalmente, si trova condannato Lucignolo. Colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, si riparano con un gran berretto di cotone in testa! Lo sbocco finale è inesorabile: divenuti somari a quattro zampe e dai ragli sonori, sentono bussare all’uscio:

Aprite! Sono l’Omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese.

E’ adombrato qui il mistero della dannazione. E’ lo sbocco possibile di una libertà reale, non fittizia: capace di meritare il bene o di demeritarlo. E per l’eternità. Altrimenti la libertà - se tutto fosse comunque a lieto fine - sarebbe una farsa. La grandezza dell’uomo sta in questo dilemma: posto al bivio tra l’eternità beata e l’eternità dannata, può scegliere o “il troppo” di Dio (essere figli ed eredi suoi!), o l’altro inesorabile destino della “materializzazione”, il divenire meno che uomini, appunto... “il troppo poco”. Dall’imbestiamento alla dannazione è percorso obbligato per l’uomo libero che ha scelto la strada del male, sotto la guida di satana, fino all’inferno. “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano” (Gv 15,6).

A tale traguardo finale si arriva per stadi, perché il destino dell’uomo è nel farsi ogni giorno, atto per atto.

La possibilità di cambiare natura lungo l’itinerario della vita – trasnaturare – è il contenuto concreto della libertà. Come Pinocchio, restando in qualche modo se stesso, diventa un vero e proprio somaro, così l’uomo cambia gradualmente natura nella permanenza dell’identità personale. Questo dice tutta la serietà dell’uso della libertà, che non può essere capriccio, perché cambia la vita, in bene o in male. Niente è indifferente nell’uomo!

 

La strada del bene, secondo il progetto di Dio, fa salire, nel cammino della vita di grazia, dalla fede alla gloria. La teologia spirituale ha analizzato a fondo questo itinerario di crescita nella divinizzazione, che non è solo psicologico, ma ontologico. Avviene così anche per l’opposta direzione. Nella strada del male è un decrescere ogni giorno in umanità (e anche in resistenza al male!): dal primo peccato, per continui cedimenti, attraverso l’attutirsi della sensibilità religiosa, l’intorbidimento dell’intelligenza e delle facoltà spirituali, si cade nella schiavitù delle cose e nella materializzazione. L’esperienza insegna: il troppo attaccamento ai beni terrestri alla fine rende ottusi ai beni eterni. La parabola del ricco epulone lo conferma (cfr. Lc 16,19-31). Dice sant’Agostino: “Ami la terra? Diventerai terra!”. Da uomo con l’anima spirituale e divina, il peccatore decade a bestia (come dicevano con realismo un tempo!) - e... quanto spesso lo si incontra per strada! - da qui, a vita vegetativa (alias consumismo!) e poi... assimilazione piena con la materia. Uno scivolare inevitabile verso il peggio.. .

... E poi dicono che un peccato singolo sia niente!

Quando l’uomo si distacca da Dio si divide anche dal proprio fratello. Dopo Adamo ed Eva, la Bibbia registra Caino e Abele.

“La colpa, credilo, Marmottina, è tutta di Lucignolo”.

E, col peccato, ... homo homini lupus!

 

L’unica via d’uscita può sembrare l’evasione, la dissennatezza del non riflettere mai sul proprio destino: edonismo e ateismo vanno a braccetto!

Così finisce questo capitolo di Pinocchio:

Invece di restare mortificati e dolenti... finirono col dare in una bella risata.

Questa sarà l’unica condizione della “coscienza”, per sopravvivere all’inferno:... quella della pazzia!





[SM=g1740771]  continua...........

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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35. AL PASSO!.. AL TROTTO!… AL GALOPPO!

Diventato un ciuchino vero, Pinocchio è portato a vendere e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce, e allora lo ricompra un altro per far con la sua pelle un tamburo.

 

Con un violentissimo calcio l’Omino entra in azione,

“Io vi ho subito riconosciuto alla voce”;

e vende i due somari, che ormai non sanno che ragliare sonoramente, al Direttore d’un circo che incomincia a farli trottare. Dopo tre mesi d’allenamento, è pronto il primo grande spettacolo di gala. Ma Pinocchio si azzoppa sbagliando un salto nel cerchio. Venduto per venti soldi, il nuovo compratore lo affoga in mare per fare della sua pelle un tamburo per la banda musicale.

 

Ecco: Pinocchio è ormai in mano “al principe di questo mondo, il principe delle tenebre” che lo tiene ben desto sulla corda, a suon di frusta, per ballare nel circo equestre di questo mondo. Com’è tristemente povero questo spettacolo: qualche bestia che balla, un po’ di ballerine, qualche contorsionista, un domatore con la frusta e... folle plaudenti; il tutto con scenari di cartapesta e segatura. Vien da pensare alle discoteche del sabato notte..! O ai miseri spettacoli.. in prima serata tv! E’ “la scena di questo mondo” (cfr. 1Cor 7,31).

Si ode solo un ordine: Al passo!... Al trotto!... Al galoppo!

Chi rifiuta la libertà dei figli di Dio finisce miseramente nella schiavitù di una frusta. Chi ha rifiutato la verità, diventa schiavo o di un’ideologia o dell’indifferenza, che producono solo insicurezza e noia. Chi si è ribellato “al giogo soave e leggero” diventa schiavo del potere più irrazionale. Ne sono riprova il dilagare di sette e fattucchierume di oggi! Chi ha rifiutato la lotta per restare fedele deve arruolarsi per vivere sotto la bandiera del primo che grida più forte (alias... tuttologi televisivi!). Chi non ha scelto di obbedire all’unico

Signore e Salvatore, prima o poi non si sottrarrà al destino frequente di “credere obbedire combattere” o “meglio rossi che morti”.

Pinocchio, ubbidiente.... nota due volte il testo. Com’è penoso vedere proprio chi s’è ribellato a Dio e alla Chiesa divenire poi schiavo docile docile del peggior conformismo in fatto di mode, modelli consumistici, ideologismi, e, più penoso ancora, di evasione, droga, raket di mafia e violenza.. in cui ci si è irretiti.

Ad un certo punto della sua “fatica di vivere”, Pinocchio dal circo alza gli occhi e vede una bella signora che assiste muta e triste allo spettacolo. Lo sguardo della Fata è capace di richiamarlo alla sua più vera umanità e Pinocchio cominciò a piangere dirottamente! Sembra

lo sguardo di Gesù a Pietro dopo che costui l’aveva rinnegato tre volte: “e uscito fuori, pianse amaramente!” (Mt 26,75). Capitano anche oggi dei ritorni: basta la presenza silenziosa della Chiesa a riaccendere la nostalgia di un’innocenza e libertà perdute!

Alla fine l’imbestiamento si “cosifica”: è l’ultimo stadio della dannazione. Divenuto zoppo, del somarello Pinocchio se ne fa un tamburo per la banda musicale.

 

La Bibbia parla appunto di fuoco, rievocando l’inferno. Un tale uomo finisce imprigionato e mortificato dalla materia più irrazionale, completando così la “trasnaturazione della perdizione”. Forse è una fine - questa della dannazione come cosificazione - cui l’uomo vorrebbe ribellarsi. Gli è più comodo negare! Ma.. che cosa sappiamo noi dell’aldilà da permetterci il lusso di contestare quel poco che ci è stato rivelato?

 

36. SALVATO DALLE ACQUE …!

Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pescecane.

 

Come Mosè e Giona, anche Pinocchio è “salvato dalle acque” e da un grosso pesce. E’ la storia vera di ognuno di noi salvato nel battesimo.

Gettatolo in acqua per farne pelle di tamburo, il padrone, tirata la fune con la quale lo aveva legato per una gamba, invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d’acqua un burattino vivo.

Era stata opera della Fata che aveva convocato i pesci per mangiargli l’asinità: una Caprettina turchina belava amorosamente infatti dalla riva! Il compratore imbestialito pensò allora - come già maestro Ciliegia - di venderlo a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto. Pinocchio, sfuggendogli di mano, si rituffò in mare finché un gigantesco Pescecane, ricordato più volte in questa storia, lo inghiottì...!

Con acqua, pesce, balena... siamo nel pieno della simbologia cristiana della salvezza. Il tutto sotto la regia della “capretta turchina”, già identificata con la Chiesa.

 

L’acqua del diluvio e l’acqua del Mar Rosso sono state, come per Pinocchio, distruzione del male e salvezza per i giusti: l’inizio di rinnovamento e vita nuova. Immagini lontane e simboleggianti il battesimo, che richiamano il mistero di morte e risurrezione di Cristo per parteciparne i frutti. “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Nel battesimo “peccato” e “carne” vengono distrutti affinché rinasca la creatura nuova del figlio di Dio.

Ikthys, “pesce”, un acrostico, era la parola d’ordine segreta dei cristiani per entrare nelle catacombe: con essa professavano, leggendo separatamente le cinque lettere, che “Gesù Cristo è Figlio di Dio Salvatore”. E’ appunto di Cristo che sta scritto: “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5).

Come Giona nel ventre della balena, come Cristo nel ventre della terra per tre giorni con la sua morte, anche Pinocchio trova in questo grosso pesce la culla indispensabile per rigenerarsi a nuova vita. Come si vedrà nella prossima puntata.

 

Una parola di attenzione merita questa Capretta turchina, ma d’un turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina. Anche Collodi ha dovuto dare tratti celestiali a questa personificazione della Chiesa: l’abbiamo incontrata a volte come Fata che muore per suscitare il senso del vuoto e della disperazione; a volte come buona madre robusta e austera nell’educare al dovere; a volte come lenta lumaca che ha i ritmi dell’eterno; ma alla fine comunque è per mezzo suo che si attua l’incontro col Padre e quindi la salvezza.

Par di leggere bene in lei i molti volti con cui si presenta la Chiesa, con tratti umani a volte sconcertanti. Richiamano l’incarnazione del Cristo che si prolunga in essa nel tempo e nello spazio. Egli che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7).

E’ interessante notare quanti simboli abbia usato Collodi, per esprimere incarnazioni e mediazioni dell’Omino o quelli della Fata, i due coprotagonisti della vicenda di Pinocchio: il Gatto e la Volpe - i più vistosi - per il primo, il Grillo parlante, la capretta per la seconda.

Voleva suggerirci che la vita dell’uomo si muove tra sollecitazioni di segno opposto, ed è una lotta reale la vita tra il bene e il male; perciò è necessario saper discernere per scegliere bene sotto quali bandiere vivere la nostra avventura e costruire il nostro destino.

 

 

37. IL SEGNO DI GIONA

Pinocchio si ritrova in corpo al Pescecane...:  Chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

 

Allorquando Pinocchio sembra finito, mangiato dal Pescecane, tutto si capovolge e si rinnova, perché in fondo al ventre del pesce vi trova il padre Geppetto. E’ la conclusione della sua ricerca, il passaggio obbligato per perdere la sua natura di burattino e divenire un ragazzino per bene.

Proprio come era già capitato al profeta Giona. Finito nelle “viscere del pesce”, viene da lì liberato per riconciliarsi con Dio. Gesù un giorno ebbe a dire: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12,39-40). Si tratta del mistero centrale di Cristo, e dell’uomo nuovo: dalla morte alla risurrezione, dallo scacco d’ogni risorsa e presunzione umana all’obbedienza fiduciosa al Dio della vita, abbandonandosi tra le braccia del Padre che salva.

Pinocchio dentro quel pesce, descritto in effetti come una pacifica balena - più lungo di un chilometro senza contare la coda -, dalla sua angoscia grida al padre e lo ritrova. Con lui dopo tre giorni si avvia verso la libertà e la vita nuova. Anche la descrizione di Geppetto rievoca “il Padre dei giorni”: vecchietto bianco come se fosse di neve o di panna montata. “I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida come neve” (Ap 1,14).

 

Il primo risultato di questo ritrovamento del padre è la gioia di sentirsi amato e di amare, suscitando in lui l’autentica gioia del vivere:

il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un poco non cadesse in delirio.

Al confronto, il vagabondaggio adolescenziale - correre dietro alle farfalle e salire su per gli alberi e prendere gli uccellini di nido! -, che all’inizio era sembrato una grande libertà e festa, ora gli appare illusione e fatica sprecata. Adesso ritorna a rivivere, avendo ritrovato se stesso dopo le avventure del travaglio umano della ricerca. Viene alla mente il lungo itinerario dantesco attraverso il regno della perdizione per giungere “a riveder le stelle”:

potè vedere.., un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.

Tutto sembra rappacificato, dopo le tempeste del mare di questa vita:

il mare era tranquillo come un olio, la luna splendeva in tutto il suo chiarore!

Per chi arriva alla fede, il compimento è la felicità, l’anticipo è la serenità.

Riavuto il padre, Pinocchio vi si dedica con affetto di figlio e, lui burattino alto appena un metro, lo porta sulle sue fragili spalle verso la liberazione. Capita che Dio, fattosi fragile, si affidi tutto alla fragilità dell’uomo credente perché lo porti al mondo, “fino agli estremi confini della terra”. D’ora in poi Pinocchio vivrà da bravo bambino accanto a Geppetto, sviluppando la sua autentica natura di figlio. E’ nell’intimità col Padre che ogni uomo, ricuperata nel battesimo la vita divina, cresce come figlio di Dio per divenirne alla fine suo erede.

 

38. GRAN FINALE

Finalmente Pinocchio cessa di essere un burattino e diventa un ragazzo

 

Usciti dal Pesce, pian pianino come le formicole, Geppetto e Pinocchio, dopo aver incontrato la Volpe e il Gatto, infermi e nella più squallida miseria e commiserato Lucignolo definitivamente asino, arrivano a una bella capanna tutta di paglia e col tetto coperto d’embrici e di mattoni, per ricominciare assieme una nuova vita. Posto Geppetto su un buon lettino di paglia, Pinocchio cerca lavoro. Guadagna quaranta soldi, che offre volentieri a quella Lumaca che stava per cameriera con la Fata dei capelli turchini, per soccorrere quella buona mamma caduta in povertà. Durante la notte la Fata tutta bella e sorridente gli appare consolandolo e gli riporta i quaranta soldi cambiati in quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca. Trasforma poi finalmente Pinocchio in un bel fanciullo coi capelli castagni, con gli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose. Anche Geppetto, tornato sano e arzillo e di buon umore come una volta, riprende a fare l’intagliatore in legno.

Così finisce la storia.., col “tutti vissero felici e contenti...!”.

 

La storia precipita verso la fine. I personaggi riappaiono con contorni più definiti. I loro simboli e le allusioni si condensano.

Il Gatto e la Volpe, simboli della cattiveria irreversibile, appaiono puniti. Per loro Pinocchio non ha pietà. Sente invece compassione per Lucignolo e ne costata con orrore il definitivo imbestiamento, spaventato dal rischio che lui stesso aveva corso. Assieme al lieto fine, questa storia può finire male anche per ognuno di noi: l’inferno non è spauracchio immaginario, ma sbocco reale possibile alle scelte legate alla nostra libertà. Ricompare il Grillo parlante, pieno di vitalità dopo le immagini evanescenti che l’avevano rievocato dopo il famoso colpo di martello ricevuto all’inizio: è la Fata che lo rende vitale. Il Grillo ci ricorda che la coscienza, lasciata a sé sola difficilmente rimane limpida e autorevole. E’ nel suo riferimento alla verità oggettiva, rivelataci da Cristo e propostaci dalla Chiesa, che le sue intuizioni prendono contorni precisi e sicurezza. La Fata è presente in questo finale con discrezione, ma in modo efficace. Discreta perché opera per la mediazione della Lumaca, la quale chiede a Pinocchio il sacrificio delle sue sudate ricchezze. Proprio quel sacrificio gli è ricompensato con monete d’oro. E’ poi la Fata in persona - nel suo aspetto di mistero - che rigenera il burattino facendone un uomo definitivo. E’ scritto che non è Paolo o Cefa o Apollo, ma è Cristo che battezza! Pure Geppetto, rinnovato e giovanile, come l’Eterno dei giorni, oltre che paziente nell’attendere il ritorno del figlio prodigo, è sempre disponibile a ravvivare la creazione..., come appare qui, intento a disegnare una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. La nascita d’un nuovo bambino ci ricorda che Dio non si è ancora stancato dell’uomo!

 

Ora ritorniamo a Pinocchio. Da burattino è diventato ragazzo. La strada è stata la sua tormentata libertà. Una libertà - questo è il nocciolo del discorso - che è apparsa efficace e positiva nella misura in cui il burattino obbediva al padre o, alla controfigura di costui, la Fata dai capelli turchini. La libertà dell’uomo è inefficace per sé: tutte le avventure di Pinocchio ce lo dimostrano. Lasciata a sé sola, finisce miseramente come per Lucignolo: troppi sono i condizionamenti interni ed esterni, per cui l’uomo finisce schiavo, nel tempo, di qualche burattinaio; nell’eternità, della materia. Quando uno ha compiuto la propria conversione di fidarsi del Padre, riceve da Lui quell’indispensabile integrazione di forza che rende la sua libertà sana, sufficiente, efficace. E’ quello stato di vita che noi chiamiamo “vita di grazia”, che ci rende capaci di vivere da “figli di Dio”, unica condizione di umanità oggi esigita.

 

E’ uno stadio ancora non definitivo; è, quello attuale, il momento in cui la libertà si gioca e si abbandona alla grazia. Per mezzo suo si trasforma gradualmente fino a quello stadio finale. Pinocchio lo prefigura diventando un bravo ragazzo.

 

Dall’alto della sua meta ormai raggiunta, guarda indietro con soddisfazione e gioia, frammista a compassione per la povera e dura condizione precedente.

Com’ero buffo, quand’ero burattino! E come ora sono contento di essere diventato un ragazzo per bene!

La vita che Dio ci offre è davvero un salto di qualità, eccedente non solo ogni nostro merito, ma ogni nostro sogno. E’ lì in definitiva che “diverremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Contenti finalmente di poter attingere alla “fonte d’acqua viva”, a quell’acqua “che zampilla fino alla vita eterna” (Gv 4,14), dopo aver vagabondato a cercare sazietà in “cisterne screpolate” che hanno acque che sempre deludono. “Occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore umano, quanto Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). “Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria che si svelerà in noi” (Rm 8,18).

Confrontandola con lo stadio precedente, non è più concepibile, e ci si vergogna di lei:

un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato da una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrociate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Questa commiserazione - nella misura in cui implica anche rincrescimento per le resistenze opposte alla grazia di Dio che voleva salvarci - può ben rievocare la condizione spirituale di quel che noi chiamiamo il purgatorio: una contemplazione amara della nostra insipienza e vanità, che procura rossore, ma capace di purificarci definitivamente per farci gustare in pienezza l’amore filiale di Dio. L’avessimo avuto prima questo sguardo di verità su noi stessi! Quanto travaglio risparmiato sarebbe la storia dei piccoli Pinocchio che siamo ognuno di noi!

 

- Commiato

LA STORIA DELL’ANGURIA

 

Vorrei aver fatto anch’io la stessa operazione che si fa per assaggiare l’anguria: un tassello in profondità fino al cuore rosso...

Il libro del card. Giacomo Biffi è certamente una lama che, a partire dalla superficie della bellissima favola di Collodi, è penetrata fino in fondo al cuore del mistero cristiano, svelandoci il grande gioco di Dio con la libertà dell’uomo. Dalla favola alla teologia.

La teologia, essendo la visione profonda e unitaria della vita dell’uomo, è la “verità sull’uomo”: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes 22).

 

Non ho saputo tenere per me questo essere andato al “cuore dell’uomo”. Per poter raggiungere e illuminare con la luce radiosa della fede, il cuore dei miei parrocchiani, ho cercato di ritradurre per loro - (loro non sono preoccupati di schermaglie tra scuole teologiche, problematiche ecclesiali, diatribe culturali) - i contenuti essenziali dell’opera di Biffi, attento agli elementi esistenziali emergenti dalla quotidianità.

 

L’idea era di fare un piccolo catechismo, spicciolo, di teologia morale-spirituale o, modestamente, una piccola raccolta di raccomandazioni pastorali, in qualità di pastore d’anime! Mi è parso che questo fosse il posto appropriato in cui collocarmi: tra la teologia e la vita, sfruttando ogni mezzuccio didattico per coniugare i grandi principi con le piccole scelte d’ognuno.

Sulla falsariga della favola del Pinocchio, ho scoperto anch’io il cuore rosso e grande dell’uomo che capisce e vive la ricchezza della grazia e della fede.

Ne ringrazio di tutto cuore il Signore: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi, per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef 1,3-6).

 

 

 cardinale giacomo biffi Giacomo, card. Biffi

 



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5/8/2020 10:56 PM
 
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