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L'ingresso del Cristianesimo NELL'ONOMASTICA......

Last Update: 10/31/2012 9:39 PM
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8/11/2011 6:02 PM
 
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Tra soprannomi e appellativi l'ingresso del cristianesimo
nell'onomastica della tarda antichità

Alle origini di Benedictus


 

di CARLO CARLETTI

I mutamenti intervenuti nella mentalità, nelle abitudini, nella organizzazione e nella gestione degli spazi e delle strutture materiali, in seguito alla diffusione e al progressivo radicamento del cristianesimo nella società romana, si manifestano con intensità e ritmi anche sensibilmente diversificati.

Se le esigenze della nuova fede condussero a trasformazioni decise e talvolta anche rapide nelle forme e nelle funzioni dell'edilizia sacra e delle strutture funerarie, nella scansione del tempo, nella presenza di nuovi temi e soggetti nella produzione figurativa, nella formazione di nuove forme espressive nella prassi epigrafica, questi stessi ritmi non intervennero in un ambito di stretta pertinenza individuale e familiare quale è quello dei nomi personali.

In questa direzione il percorso di progressiva "cristianizzazione" fu lentissimo e desultorio, protraendosi in un lungo periodo di gestazione.

Tra il III secolo e l'inizio dell'altomedioevo la scelta dei nomi individuali rimase strettamente ancorata alla tradizione, che peraltro nel corso della tarda antichità si andava avviando a profonde trasformazioni, nelle quali l'incidenza dell'identità cristiana rimase sostanzialmente marginale, almeno fino alla seconda metà del IV secolo.

In tale contesto i cristiani usano indifferentemente un vastissimo repertorio onomastico, generalmente non identitario, che è quello di uso comune nella società romana: i gentilizi imperiali o di grande tradizione in funzione di cognomina (cioè "nomi personali") come Aurelius, Domitius, Flavius, Iulius, Marcius, Petronius, Valerius; i teoforici, cioè nomi derivati da quelli di divinità (Aphrodisius, Apollinaris, Dionysius, Eros, Heliodorus, Hermes, Iovinus, Martinus, Mercurius, Saturninus, Venerius) o da personaggi del mito (Romulus, Herculius); i cosidetti wish-names ("nomi augurali") come Augurius, Euodius, Eutichius, Faustus, Felix/Felicitas, Fortunatus; quelli ripresi da grandi personaggi storici (in primo luogo Alexander, o Cato), quelli ancora desunti da qualità morali o fisiche (Callistus, Blandus, Celer), nonché la singolare categoria degli uncomplimentary names ("nomi non-elogiativi") - Agrios, Balbus, Kopros, Proiectus, Reiectus, Stercorius - erroneamente ritenuti specificamente cristiani sulla base della bizzarra idea che fossero recepiti come presunti nomi di "umiliazione": a essi in realtà la mentalità del tempo - profondamente superstiziosa - attribuiva un forte potere apotropaico, e in questa dimensione erano indifferentemente usati da cristiani e pagani.

È quasi superfluo rilevare che la documentazione di base per lo studio dell'onomastica antica risieda essenzialmente nella produzione epigrafica.

A Roma la documentazione di sicura committenza cristiana raggiunge allo stato attuale circa 40.000 esemplari, dai quali si ricavano circa 65.000 nomi individuali. A riprova delle lentissime trasformazioni intervenute nella onomastica del mondo tardo antico, è un dato incontrovertibile che nel corso di quattro secoli (dal III al VI) non più del venti per cento dei nomi utilizzati possono considerarsi di conio cristiano.

Si è a lungo discusso sulle dinamiche e sulle motivazioni che condussero all'emergenza di nomi cristiani nella società tardoantica.

Allo stato attuale della ricerca si sono individuati diversi percorsi di formazione, i cui primi esiti cominciano a intravvedersi sporadicamente - soprattutto a Roma - nel corso del III secolo come indicato in particolare dalle iscrizioni dell'Arenario della catacomba di Priscilla, che testimoniano già un uso discreto dei nomi apostolici Pietro e Paolo.

I dati di cui possiamo disporre indicano senza alcun dubbio nella devozione ai martiri il motore primo della nascita di una onomastica cristiana. Molti dei nomi divenuti nel tempo specificamente "identitari" erano diffusamente utilizzati nel mondo romano, ma ebbero particolare fortuna tra i cristiani perché corrispondenti a quelli dei più famosi e venerati "eroi della fede", come - particolarmente a Roma - Agnese, Ippolito, Sisto, Sebastiano, Lorenzo, oltre naturalmente a Pietro e Paolo, i cui nomi possono essere assunti come i prototipi di una nascente antroponimia cristiana.

Nel corso del IV secolo iniziarono a diffondersi alcuni nomi precedentemente ignoti o di uso sporadico, che traducevano in forme onomastiche principi fondanti della nuova fede: il più diffuso è sicuramente Anastasius (o Anastasia), il cui ovvio significato è puntualmente spiegato in un'elogio funerario della catacomba di Commodilla (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, II, 6130) della seconda metà del IV secolo: "io Anastasia credo nella vita futura secondo quanto significato dal mio nome" (Anastasia secundum nomen credo futuram). E pienamente "identitari" si rivelano nomi - sostanzialmente inediti nel mondo romano - come Agape, Agapius, Innocentius, Martyrius.

Particolare fortuna ebbe poi una categoria omogenea di nomi come Redemptus, Renatus, Renovatus, Reparatus - cosiddetti ex baptismate - che proponevano con efficace espressività gli effetti sacramentali dell'iniziazione cristiana.

Anche nell'ambito delle comunità cristiane - come già nella società romana in riferimento alle divinità del Pantheon - entrò nell'uso corrente una articolata gamma di formazioni teoforiche costruite su Deus, Dominus, Theòs, Kùrios. Particolare fortuna ebbe Cyriacus (Cyriaca), che si può assumere come esemplificativo del fenomeno tipicamente cristiano dello "slittamento semantico" (mutamento di significato) intervenuto in un nome personale, come spiegato lucidamente da Iiro Kajanto, caposcuola indiscusso degli studi sull'onomastica romana: "Per i pagani l'aggettivo greco kuriakòs - da cui deriva l'antroponimo Cyriacus - indicava l'appartenenza al Signore nel senso di padrone e in tal senso era un nome tipicamente servile; per i cristiani invece aveva assunto il significato "identitario" di appartenente al Signore cioè a Dio".

In questa stessa direzione si inserisce un teoforico come Theodulus, che riprende la diffusa tipologia formulare doùlos / doùle Theoù, servus Dei, servus Christi, ancilla Dei, ancilla Christi, nonché l'omogenea categoria di nomi bitematici costruiti su Christus, Deus, Theòs, che sviluppano formazioni indeclinabili come Adeodatus, Chistophorus, Deogratias, Deusdat, Deusdedit, Deusdona, Deushabet, Habetdeus, Theodulus, Dominicus, Quodvultdeus, Spesindeo: vere e proprie "espressioni onomastiche" (sentence-names), per le quali si è ipotizzato una origine africana come traduzione latina di precedenti nomi punici.

Parlando di onomastica cristiana sul giornale quotidiano vaticano viene spontaneo il desiderio di accennare al nome del Papa, anche perché nella storia complessiva della onomastica cristiana il nome Benedictus costituisce un "caso" di notevole interesse in relazione alla sua origine e alla sua successiva diffusione.

Nell'immaginario collettivo della nostra contemporaneità questo antroponimo è per lo più percepito come una formazione geneticamente cristiana, ma la sua storia indica senza ombra di dubbio un'origine e un percorso del tutto diversi.

Sia l'aggettivo benedictus sia l'antroponimo di derivazione Benedictus - alla cui base c'è una tradizione semitica nel tipo Baruch, participio passato del verbo Barach (benedire) - sono attestati dalla fine del II secolo con una discreta diffusione socialmente trasversale, come indicano alcune testimonianze epigrafiche dei secoli II e III, che ne attestano l'uso anche in ambito servile e libertino, oltre che naturalmente tra gli ingenui (nati liberi). Il nome Benedictus presuppone naturalmente l'aggettivo benedictus, largamente attestato nell'epigrafia funeraria romana come attributo personale nella sua articolata gamma semantica di "degno di lode", "benvoluto", "famoso", "celebre".

Non si tratta - come in molti altri nomi latini - della traduzione di un omologo greco, poiché il corrispettivo greco Eulogius è di uso molto più recente (non prima del III secolo) rispetto a Benedictus, che dunque può essere senz'altro assunto come un cognome di pura origine latina, e sicuramente pressoché esclusivo della città di Roma, dove trova il massimo di attestazioni. L'uso di questo nome fornì anche l'occasione per un gioco di parole, come si può leggere in un'iscrizione del III secolo nella quale una defunta - di nome Benedetta - è definita tale di nome e di fatto: i superstiti vollero ricordarla come "anima buona" e dunque "prediletta", che è quanto significato dal suo nome: d(is) M(anibus) / anima sancta / cata nomen / Benedicta (Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, 13545), laddove è da osservare il calco latino del greco katà, corrispettivo del latino secundum.

In questo stesso ambito semantico si inserisce l'elogio rivolto a un defunto di nome Restituto: d(is) M(anibus) / Restituti / animulae / bonae et / benedictae / sit tibi terra levis (Corpus Inscriptionum Latinarum, VI, 25408).

In ambito cristiano, e soprattutto a Roma, in termini cronologici e di diffusione, l'aggettivo qualificativo benedictus sembra precedere nell'uso l'antroponimo di diretta derivazione, come indicato eloquentemente dalla documentazione epigrafica del cimitero anonimo di via Anapo (via Salaria nuova), rimasto attivo per circa un secolo, tra l'ultimo trentennio del III secolo e la fine del IV: qui si registra un'alta concentrazione dell'uso di benedictus come qualificativo personale associato al nome del defunto e mai inserito nella sequela degli epiteti abituali come carissimus, dulcissimus, obsequens e simili (Inscr. Christ., IX, 24641, 24642, 24658, 24660, 24677, 24680, 24704, 24705, 24710, 24721, 24722, 24725, 24739, 24745, 24753, 24767, 24789, 24793, 24796, 24810).

Questi testi - generalmente molto succinti - non consentono di chiarire il significato assunto da benedictus in questo come in altri contesti cimiteriali romani: quello tradizionale o quello identitario in senso cristiano?

L'accezione cristiana appare però del tutto evidente almeno in tre casi: in un epitaffio del cimitero dei Giordani (Inscr. Christ., IX, 24357: Calledrome benedicta in Chr(isto) e, analogamente, in due iscrizioni della catacomba di via Anapo: la dedicatoria Anastasi/o filio benedicto (Inscr. Christ., IX, 24641) e l'acclamatoria Aureli Varro / dulcissime et desiderantis/sime coniux pax / tibi benedicte (Inscr. Christ., IX, 25010): nell'una e nell'altra non sembra casuale da un lato il legame tra la specificità del nome del defunto e il qualificativo benedictus, dall'altro il collegamento concettuale tra la formula irenica pax tibi e il congiunto benedicte.

Questa documentazione indica in definitiva che a Roma nel corso del IV secolo benedictus / Benedictus raggiunsero una discreta diffusione e contestualmente cominciarono ad assumere nella percezione comunitaria una connotazione "identitaria", già emergente nella catacomba di via Anapo, alla quale - anche perché finora anonima - potrebbe legittimamente attribuirsi la denominazione di "catacomba dei benedetti".

A Roma, in Italia, in Europa, un vigoroso e poi inarrestabile incremento dell'uso di Benedictus si avvia alla fine del mondo antico. La sua straordinaria fortuna si deve alla altrettanto straordinaria opera di Benedetto da Norcia (480-547), fondatore del monastero di Montecassino e promotore del monachesimo in Occidente. La sua immediata diffusione - almeno nel corso dei secoli VI-VII - rimase sostanzialmente circoscritta nell'ambito ecclesiastico: già in età protobenedettina si registra il suo uso nell'onomastica episcopale e naturalmente in quella monastica, a Roma con Papa Benedetto I (575-579) e in un'area di nuova conversione come l'Inghilterra con Benedetto Biscop (628-690) - cinque volte pellegrino a Roma - fondatore nella terra degli Angli dei monasteri di Wearmouth e Jarrow, naturalmente dedicati a san Pietro e san Paolo.

Successivamente, a partire dall'VIII e IX secolo, il nome Benedictus si diffonde rapidamente sia nell'onomastica maschile che in quella femminile, con particolare incidenza nell'area laziale e meridionale, dove risulta per frequenza al terzo posto dopo Iohannes e Petrus.

Attualmente l'area di maggiore diffusione è la Sicilia (36 per cento), ma a partire dagli anni Settanta si è registrato un complessivo calo di frequenza parzialmente bilanciato da una sostenuta ascesa nell'onomastica femminile.



(©L'Osservatore Romano 12 agosto 2011)


P.S.
Dalla definizione di onomastico discende che il 1º novembre, festa di Tutti i Santi, sarebbe l'onomastico di tutte le persone il cui nome coincida con quello di un santo.

Una tradizione ben radicata e avallata dalla Chiesa, vuole che anche le persone con nomi adespoti (cioè il cui nome non coincida con quello di nessun santo riconosciuto dalla Chiesa) possano festeggiare l'onomastico in occasione della festa di Tutti i Santi. Questo perché i santi ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa sono solo una piccola parte di quelli esistenti e quindi c'è la possibilità che una persona con nome adespota abbia in realtà un santo protettore in questa folla di santi che non hanno lasciato traccia di sé nei secoli.


[Edited by Caterina63 8/11/2011 6:09 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il Sindaco di Ascoli Piceno : " Mettete ai vostri bambini il nome del nostro Patrono Sant'Emidio"




Ascoli Piceno è una delle Città più belle d’Italia.
Vanta ancora moltissime antiche e pregevoli chiese ricche di artistiche opere devozionali .
In questi giorni la Città di Ascoli Piceno festeggia il Patrono Sant’Emidio. Le campane del Duomo sottolineano il clima speciale di festa che rallegra gli animi dei cittadini e dei forestieri.
S.Emidio Vescovo e Martire ( 273-303 o 309) è invocato in tutto il mondo come protettore contro il terremoto.

La tradizione attribuisce a Sant’Emidio il merito di aver fatto cadere e frantumare le statue degli dèi pagani.
Dallo scorso anno viene consegnato un premio per l’impegno profuso nella diffusione e conoscenza del Patrono.
L’artistica medaglia dedicata a Sant’Emidio è stata consegnata ieri, giovedì 4 agosto, durante una cerimonia presso lo storico palazzo dei Capitani del Popolo, a S.E.R. Mons. Silvano Montevecchi, Vescovo di Ascoli Piceno, alla presenza di S.E.R Mons. Karlheiz Diwez, vescovo ausiliare di Fuda, S.E.R. Mons. Thomas Lohr, vescovo ausiliare di Limburg e del Decano della Cattedrale di Treviri.

Il Professore Stefano Papetti, noto critico e storico dell’arte, Direttore della Pinacoteca Civica ascolana, ha offerto agli intervenuti una Conferenza su : “Sant’Emidio, Defensor Civitatis, nella pittura”.
Significativo l’appello che Sindaco di Ascoli Piceno Guido Castelli ha rivolto ai suoi concittadini :
'Negli ultimi tre anni a soli due bambini è stato dato il nome Emidio ed è per questo che rinnovo un appello fatto recentemente da Papa Ratzinger. Il Santo Padre ha infatti sottolineato l'importanza di dare ai bambini i nomi dei Santi del calendario. E gli ascolani il loro Santo ce l'hanno ben impresso nel cuore. Non date ai vostri figli nomi che non siano compresi nel calendario cristiano - aveva detto il Papa qualche mese fa - visto che ci sono Santi e Beati per tutti i gusti, più adatti alla solennità di un sacramento come il Battesimo rispetto a certe suggestioni prese da cinema, tv e rotocalchi”.

L’Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno consegnerà oggi 5 agosto alle ore 12,30 nel sagrato della Cattedrale un artistico santino a tutti coloro che chiamano Emidio. Un particolare ringraziamento va, per questo, al Sindaco e all'Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno. Il comportamento, encomiabile, del Sindaco e dell'Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno ci riporta, con commozione, indietro negli anni quando le Civiche Municipalità, intepreti degli autentici valori della popolazione e non imbrigliati dalle faziosità ideologiche, hanno promosso il culto alla Madonna e ai Santi locali erigendo anche artistiche edicole e chiese e favorendo, in ogni modo, i pellegrinaggi popolari. Grazie all'Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno, che segue nella storia i Capitani del Popolo, per questa bella testimonianza di devozione e di fede !




Andrea Carradori
Fraternamente CaterinaLD

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 13 aprile 2011

La santità

Cari fratelli e sorelle,

nelle Udienze generali di questi ultimi due anni ci hanno accompagnato le figure di tanti Santi e Sante: abbiamo imparato a conoscerli più da vicino e a capire che tutta la storia della Chiesa è segnata da questi uomini e donne che con la loro fede, con la loro carità, con la loro vita sono stati dei fari per tante generazioni, e lo sono anche per noi. I Santi manifestano in diversi modi la presenza potente e trasformante del Risorto; hanno lasciato che Cristo afferrasse così pienamente la loro vita da poter affermare con san Paolo “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Seguire il loro esempio, ricorrere alla loro intercessione, entrare in comunione con loro, “ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla Fonte e dal Capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso del Popolo di Dio” (Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium 50). Al termine di questo ciclo di catechesi, vorrei allora offrire qualche pensiero su che cosa sia la santità.

Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo?

Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. E’ l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41).

Ma rimane la questione: come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze? La risposta è chiara: una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni, perché è Dio, il tre volte Santo (cfr Is 6,3), che ci rende santi, è l’azione dello Spirito Santo che ci anima dal di dentro, è la vita stessa di Cristo Risorto che ci è comunicata e che ci trasforma. Per dirlo ancora una volta con il Concilio Vaticano II: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta” (ibid., 40).

La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione “con”: con-morti, con-sepolti, con-risucitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo. “Per mezzo del battesimo - scrive - siamo stati sepolti insieme con lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti… così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Ma Dio rispetta sempre la nostra libertà e chiede che accettiamo questo dono e viviamo le esigenze che esso comporta, chiede che ci lasciamo trasformare dall’azione dello Spirito Santo, conformando la nostra volontà alla volontà di Dio.

Come può avvenire che il nostro modo di pensare e le nostre azioni diventino il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo? Qual è l’anima della santità? Di nuovo il Concilio Vaticano II precisa; ci dice che la santità cristiana non è altro che la carità pienamente vissuta. “«Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Ora, Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Ma perché la carità, come un buon seme, cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e, con l'aiuto della grazia, compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù.

La carità infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr Col 3,14; Rm 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Forse anche questo linguaggio del Concilio Vaticano II per noi è ancora un po' troppo solenne, forse dobbiamo dire le cose in modo ancora più semplice. Che cosa è essenziale? Essenziale è non lasciare mai una domenica senza un incontro con il Cristo Risorto nell'Eucaristia; questo non è un peso aggiunto, ma è luce per tutta la settimana. Non cominciare e non finire mai un giorno senza almeno un breve contatto con Dio. E, nella strada della nostra vita, seguire gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato nel Decalogo letto con Cristo, che è semplicemente l'esplicitazione di che cosa sia carità in determinate situazioni. 

Mi sembra che questa sia la vera semplicità e grandezza della vita di santità: l’incontro col Risorto la domenica; il contatto con Dio all’inizio e alla fine del giorno; seguire, nelle decisioni, gli “indicatori stradali” che Dio ci ha comunicato, che sono solo forme di carità. Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza per la carità verso Dio e verso il prossimo” (Lumen gentium, 42). Questa è la vera semplicità, grandezza e profondità della vita cristiana, dell'essere santi.

 Ecco perché sant’Agostino, commentando il capitolo quarto della Prima Lettera di san Giovanni, può affermare una cosa coraggiosa: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”. E continua: “Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; vi sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene” (7,8: PL  35). Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Dio, perché Dio è amore. Così vale questa parola grande: “Dilige et fac quod vis”, “Ama e fa’ ciò che vuoi”.

Forse potremmo chiederci: possiamo noi, con i nostri limiti, con la nostra debolezza, tendere così in alto? La Chiesa, durante l’Anno Liturgico, ci invita a fare memoria di una schiera di Santi, di coloro, cioè, che hanno vissuto pienamente la carità, hanno saputo amare e seguire Cristo nella loro vita quotidiana. Essi ci dicono che è possibile per tutti percorrere questa strada. In ogni epoca della storia della Chiesa, ad ogni latitudine della geografia del mondo, i Santi appartengono a tutte le età e ad ogni stato di vita, sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazione. E sono tipi molto diversi. In realtà devo dire che anche per la mia fede personale molti santi, non tutti, sono vere stelle nel firmamento della storia. E vorrei aggiungere che per me non solo alcuni grandi santi che amo e che conosco bene sono “indicatori di strada”, ma proprio anche i santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, che non saranno mai canonizzate. Sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede. Questa bontà, che hanno maturato nella fede della Chiesa, è per me la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità.

Nella comunione dei Santi, canonizzati e non canonizzati, che la Chiesa vive grazie a Cristo in tutti i suoi membri, noi godiamo della loro presenza e della loro compagnia e coltiviamo la ferma speranza di poter imitare il loro cammino e condividere un giorno la stessa vita beata, la vita eterna.

Cari amici, come è grande e bella, e anche semplice, la vocazione cristiana vista in questa luce! Tutti siamo chiamati alla santità: è la misura stessa della vita cristiana. Ancora una volta san Paolo lo esprime con grande intensità, quando scrive: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo… Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,7.11-13).

Vorrei invitare tutti ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore. Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore.

Grazie.

Pope Benedict XVI waves to the faithful as he leaves his weekly  general audience in St. Peter Square at the Vatican, on April 13, 2011.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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«Cercate ogni giorno il volto dei santi e trovate riposo nei loro discorsi» (Didaché IV, 2)


 


di Lorenzo Cappelletti


Pubblichiamo nella rubrica “Nova et vetera” di questo numero un articolo – uscito nel n. 4 di 30Giorni del 1998 – in cui Stefania Falasca presenta la dolcissima figura e gli ingenui scritti di Antonietta (Nennolina) Meo, una bambina romana morta a neanche sette anni il 3 luglio 1937 e sepolta nella sua parrocchia di Santa Croce in Gerusalemme, dove aveva ricevuto il battesimo nella festa dei Santi Innocenti del 1930.

Pubblichiamo tale articolo, in seguito al quale si intensificò l’invocazione a Nennolina e riprese slancio la sua causa di beatificazione, con l’intenzione di offrirlo come riposante lettura per l’estate, in consonanza con quanto il papa Benedetto XVI ha detto, a un certo punto, in risposta al primo dei sacerdoti intervenuti al Colloquio durante la Veglia in piazza San Pietro del 10 giugno scorso.

In quell’occasione il Papa invitava a «riconoscere i nostri limiti, aprirci anche a questa umiltà. Ricordiamo una scena di Marco, capitolo 6, dove i discepoli sono “stressati”, vogliono fare tutto, e il Signore dice: “Andiamo via; riposate un po’” (cfr.
Mc 6, 31). Anche questo è lavoro – direi – pastorale: trovare e avere l’umiltà, il coraggio di riposare».


Lettura riposante quella di questo articolo, non solo per la sua semplicità, ma anche perché ci colloca, come bimbo in braccio a sua madre, al cuore della fede cattolica.
Leggere la vita e gli scritti di Nennolina, infatti, va a lode e gloria della grazia del Signore. Di cosa altro è testimone questa bambina se non della predilezione del Signore, ricambiata con quell’amore totale e puro proprio dei bambini?

In secondo luogo – ma è come dire la stessa cosa in altro modo –, Nennolina è la testimonianza di quanto possa la grazia sacramentale, che non è lecito ai sacerdoti sottovalutare (cfr. la catechesi di papa Benedetto XVI del 5 maggio pubblicata nello scorso numero di 30Giorni), e che san Pio X nel 1907, per quanto riguarda l’Eucaristia, volle fosse accessibile anche ai bambini più piccoli.

L’articolo che pubblichiamo, infine, può diventare l’occasione, durante le vacanze, per una visita a Nennolina e alle reliquie della Passione del Signore (in primis l’iscrizione della croce che porta il nome di “Gesù il Nazareno” fatta comporre da Pilato), che pochi sanno essere custodite fin dall’antichità in Santa Croce in Gerusalemme. Nennolina in questo senso è quasi un segnavia. Il suo corpo riposa proprio ai piedi della piccola scalinata che conduce alla cappella delle reliquie della Passione. Aveva scritto nell’ultima delle sue letterine: «Caro Gesù crocefisso, io ti voglio tanto bene e ti amo tanto! Io voglio stare con te sul Calvario. Caro Gesù, di’ a Dio Padre che amo tanto anche lui. Caro Gesù, dammi tu la forza necessaria per sopportare questi dolori che ti offro per i peccatori».

Non si tiene mai abbastanza presente che il Concilio Tridentino si concluse raccomandando, insieme con l’onore dovuto alle reliquie, l’invocazione dei santi perché intercedano per noi peccatori.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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10/31/2012 9:39 PM
 
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La vita di santa Dorotea è narrata da una leggenda agiografica, un'antica passio del Martirologio Geronimiano che la descrive come "caritatevole, pura e sapiente". Di fede cristiana, quando il preside Sapricio le chiese di fare un sacrificio agli dei, si rifiutò e venne torturata. Il preside la affidò a Criste e Callista, due sorelle apostate, affinché la convincessero a lasciare la religione cristiana, ma entrambe sarebbero state a loro volta convertite e quindi bruciate vive, mentre Dorotea fu condannata alla decapitazione.

Sulla strada del martirio, incontrò Teofilo, il quale le chiese ironicamente: «Sposa di Cristo, mandami delle mele e delle rose dal giardino del tuo sposo». Dorotea accettò e, prima della decapitazione, durante una preghiera, un bambino le portò tre rose e tre mele e lei gli chiese di farle avere a Teofilo, il quale, visto il "prodigio", si convertì al Cristianesimo.
La commemorazione liturgica ricorre il 6 febbraio.
Ringraziando Rossalla Puca per l'idea ^__^ metto anch'io una immagine della mia Santa, Dorotea.... Avrei potuto mettere santa Caterina da Siena, ma Dorotea è meno conosciuta.... ed è il mio nome di Battesimo, mentre Caterina è il mio nome da professa domenicana ;-)
 <br /> Auguri a TUTTI per TUTTI i Santi
 <br /> La vita di santa Dorotea è narrata da una leggenda agiografica, un'antica passio del Martirologio Geronimiano che la descrive come "caritatevole, pura e sapiente". Di fede cristiana, quando il preside Sapricio le chiese di fare un sacrificio agli dei, si rifiutò e venne torturata. Il preside la affidò a Criste e Callista, due sorelle apostate, affinché la convincessero a lasciare la religione cristiana, ma entrambe sarebbero state a loro volta convertite e quindi bruciate vive, mentre Dorotea fu condannata alla decapitazione.
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 <br /> Sulla strada del martirio, incontrò Teofilo, il quale le chiese ironicamente: «Sposa di Cristo, mandami delle mele e delle rose dal giardino del tuo sposo». Dorotea accettò e, prima della decapitazione, durante una preghiera, un bambino le portò tre rose e tre mele e lei gli chiese di farle avere a Teofilo, il quale, visto il "prodigio", si convertì al Cristianesimo.
 <br /> La commemorazione liturgica ricorre il 6 febbraio.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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