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Il Don Camillo di Guareschi e la triste attualità.....

Last Update: 4/27/2017 10:11 PM
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10/22/2011 12:09 AM
 
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don Camillo



Don Camillo e Gesù Cristo

«Pochi istanti dopo s’udì partire a motore imballato la giardinetta della ragazza e don Camillo uscì dal confessionale e andò a sfogare col Cristo dell’altar maggiore la tristezza del suo animo:
“Signore, se questi giovani che si prendono gioco delle cose più sacre sono la nuova generazione, che mai sarà della Vostra Chiesa?”

“Don Camillo” rispose con voce pacata il Cristo “Non ti lasciare suggestionare dal cinema e dai giornali. Non è vero che Dio ha bisogno degli uomini: sono gli uomini che hanno bisogno di Dio. La luce esiste anche in un mondo di ciechi. È stato detto ‘hanno gli occhi e non vedono’; la luce non si spegne se gli occhi non la vedono.”
“Signore: perché quella ragazza si comporta così? Perché per ottenere una cosa che potrebbe facilmente avere soltanto se chiedesse, deve estorcerla, carpirla, rubarla, rapinarla?”
“Perché, come tanti giovani, è dominata dalla paura d’essere giudicata una ragazza onesta. È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti.”

Don Camillo spalancò le braccia:
“Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”
“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui parlavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che, in migliaia di secoli, aveva accumulato. Un giorno non lontano si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne.
“Signore: la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all’uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l’uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere. Signore, se questo è ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”

Il Cristo sorrise.
Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza.
“Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede.
“Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura
.”

Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che il demonio è diventato tanto astuto che riesce, talvolta, a travestirsi perfino da prete?”
“Don Camillo!” lo rimproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”
»

********

GIOVANNINO GUARESCHI “È di moda il ruggito della pecora”, pubblicato su Oggi n. 45 del 10 novembre 1966, ora compreso in “Don Camillo e don Chichì” (già “Don Camillo e i giovani d’oggi”) ed. BUR Rizzoli, 1996, pgg. 134-137.


[SM=g1740733]
[Edited by Caterina63 10/22/2011 10:23 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/22/2011 12:17 AM
 
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[SM=g1740733]Un interessante commento .....

don camillo


GIOVANNINO GUARESCHI “È di moda il ruggito della pecora”, pubblicato su Oggi n. 45 del 10 novembre 1966, ora compreso in “Don Camillo e don Chichì” (già “Don Camillo e i giovani d’oggi”) ed. BUR Rizzoli, 1996, pgg. 134-137.

Questo dialogo tra il Cristo e un don Camillo che ormai (siamo nel 1966) è quasi spaesato rispetto al “mondo nuovo” che sta irrompendo nella sua piccola società di provincia, è quanto di più commovente, profetico, amaro e pieno di speranza abbia letto in quella bellissima ultima raccolta di racconti del Mondo Piccolo, che Giovannino Guareschi ci ha offerto un paio d’anni prima di morire.

 Quarant’anni fa, proprio in questi giorni Giovannino scriveva questa novella in cui il suo pretaccio di campagna affronta con dolore la sfrontatezza della nipote “sessantottina”, che si confessa senza pentirsi del proprio peccato (aspetto che per un prete nato e cresciuto con il catechismo di Pio X è intollerabile): il dolore di un uomo che riesce a vedere a quarant’anni di distanza il proprio simile che “si ritroverà esattamente come il bruto delle caverne.

 Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne”; il dolore di un uomo che si accorge che i suoi simili si stanno “autodistruggendo” perdendo tutto quello che può sostenerli; il dolore di un uomo che si accorge che il demonio sta diventando sempre più furbo, mascherandosi anche da prete. È un racconto che ha in sé la potenza del grande grido esistenziale, dipinto con i tratti leggeri, chiari, paterni, di tutti i racconti di Guareschi: il grido di un uomo che si sta avvicinando agli ultimi giorni e cerca di guardare il suo Piccolo Mondo, con lo stesso sguardo incantato e commosso di vent’anni prima e si accorge che quel mondo sta piano piano, inesorabilmente autodistruggendosi.

E di fronte a tutto ciò, il cuore ferito di Guareschi, fa ciò che il suo cuore semplice gli suggerisce: domanda, chiede, a quel Cristo appeso alla croce che sempre gli è stato presente e l’ha accompagnato per tutta la vita.

(Per inciso: in quest’ultima raccolta di Guareschi i dialoghi tra don Camillo e il suo Cristo, sono sempre più rari e la voce del Cristo, appare sempre distante, perché don Camillo è fuori dalla Chiesa o perché è il Crocifisso stesso che viene “sfrattato” dallo zelo del prete post-conciliare e cattocomunista don Chichì; mentre in questo racconto la voce del Cristo è vicina e potente, come la sua presenza... tutto ciò non è un caso. Non può esserlo... Scusami Giovannino se ho travisato!).

E alla domanda sincera del cuore, il Cristo si commuove e, in uno dei più alti pezzi di letteratura che abbia letto, il Cristo (coscienza di Guareschi) dà a don Camillo e a tutti i cristiani il proprio compito: “Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede”. Cosa c’è di più bello, per descrivere quello che è una Compagnia Cristiana!

Questo è lo scopo e il significato di una amicizia cristiana, come è questa Società Chestertoniana di cui faccio parte. Cos’è l’amicizia cristiana se non un luogo che possa aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta di fronte al deserto spirituale che avanza? Il nostro caro Gilbert (di cui tra l’altro c’è tutto l’eco anche nelle immagini che Guareschi usa... cfr il riferimento al mondo di pazzi in cui “il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione”) non ci aiuta forse a mantenere intatto il seme della nostra fede?

Questa citazione vuole essere il mio piccolo, modesto contributo a questa esperienza che sta continuando a tenere vivo in me quel seme, nato dall’incontro con la compagnia cristiana. Appena letta questa pagina, ho proprio pensato che questo è lo scopo per cui da tutte le parti di Italia, si è riunito questo strano gruppo di uomini. E questo vuole essere un grazie, per l’opportunità che mi date: l’opportunità di far diventare la mia passione per la letteratura, non solo un mero passatempo “borghese”, ma una reale possibilità per la mia conversione.

[Edited by Caterina63 10/22/2011 8:32 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/22/2011 12:24 AM
 
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Pubblichiamo una lettera scritta da Giovannino Guareschi al suo Don Camillo subito dopo il Concilio Vaticano II. La lettera diffusa su internet da G. B., è stata pubblicata sulla rivista "Il Borghese" del 19 maggio1966.

Il Papa si chiama Giuseppe

Lettera a Don Camillo

Caro Don Camillo,

    so che Lei è nei guai col Suo nuovo Vescovo. Ero a conoscenza che Lei aveva dovuto distruggere l'altare della chiesa parrocchiale e sostituirlo con la famosa « Tavola calda » modello Lercaro, relegando il Suo amato Cristo crocifisso in un angolo, vicino alla porta, in modo che l'Assemblea gli voltasse le spalle. 

Ed ero pure a conoscenza che Lei, la domenica, celebrata la « Messa del Popolo », andava a celebrarne una clandestina, in latino, per i cattolici nella vecchia intatta cappella privata del Suo amico Perletti. 

Ora, i capoccia della DC Le hanno fatto la spia e Lei è stato schedato in Curia tra i preti « sovversivi» dopo aver ricevuto dal Vescovo una dura ammonizione. 
Reverendo, questo significa non aver capito niente. È giusto, infatti, che Cristo non sia più sull'altare. Il Cristo Crocifisso è l'immagine dell'estremismo. Cristo era un fazioso, un fascista e il suo « O con Dio o contro di Dio » non è che una scopiazzatura del famigerato « O con noi o contro di noi » di mussoliniana memoria. 

 E non si comportava da fascista quando cacciava a manganellate i mercanti dal tempio?

Faziosità, intransigenza, estremismo che l'hanno portato sulla croce, mentre Cristo, se avesse scelto la democratica via del compromesso, avrebbe potuto benissimo mettersi d'accordo coi suoi avversari. 

Don Camillo: Lei non si rende conto che siamo nel 1966. Le astronavi scorrazzano nel cosmo alla scoperta dell'Universo e la religione cristiana non è più adeguata alla situazione. Cristo ha voluto nascere in Terra e se, quando l'ignoranza e la superstizione facevano della Terra il centro o, addirittura, l'essenza dell'universo, la tradizionale funzione di Cristo poteva andare, oggi con le esplorazioni spaziali e la scoperta di nuovi mondi, Cristo è diventato un fenomeno provinciale. Un fenomeno che, come ha stabilito solennemente il Concilio, va ridimensionato. 

Per Lei i beatnik, i « capelloni », sono dei pidocchiosi da spedire dal tosacani, e le loro partner con le sottane corte coprenti, a malapena, l'inguine, sono per Lei delle sgualdrinelle da sottoporre d'urgenza alla Wasserman. Invece a Roma, per questi pidocchiosi e queste sgualdrinelle, la Superiore Autorità Ecclesiastica ha organizzato una Messa speciale, una Messa beat suonata e urlata da tre complessi di pidocchiosi. 

Lei è rimasto all'altro secolo, reverendo. Oggi la Chiesa si adegua ai tempi, si meccanizza. E, a Ferrara, nella Chiesa di S. Carlo, sulla « Tavola calda » è in funzione la macchinetta distributrice di Ostie. All'Offertorio, il fedele che intende comunicarsi, depone la sua offerta in un piatto vicino alla macchinetta, preme un pulsante e, annunciata da un festoso trillo di campanello, un'Ostia cade nel Calice. 

E, creda, non è improbabile che, nei Laboratori sperimentali Vaticani, si stiano studiando macchinette più complete, le quali, introdotta una moneta e schiacciato un pulsante da parte del comunicando, caccino fuori una piccola pinza che porge l'Ostia consacrata elettronicamente, alle labbra del fedele. 

Don Camillo: Lei, lo scorso anno, mi ha rimproverato perché in una delle scenette di casa Bianchi, ho raccontato che il giovane prete d'assalto don Giacomo confessava per telefono i fedeli, e, invece di andare a benedire le case, inviava alle famiglie boccettine di « Acqua Santa spray ». Lei mi ha detto che, su queste
cose, non si scherza!

Ebbene, ci stiamo arrivando per iniziativa della Superiore Autorità Ecclesiastica. E non è lontano il tempo in cui, dopo la confessione per telefono, il comunicando riceverà in busta raccomandata l'Ostia Consacrata che egli potrà consumare comodamente a casa servendosi, per non toccarla con le dita impure, di una apposita pinza consacrata fornita dal « reparto meccanizzazione » della Parrocchia. Non escludo che, per arrotondare le magre entrate della parrocchia, il parroco possa far stampare sulla Particola qualche vignetta pubblicitaria.

Don Camillo: io lo so che, adesso, Peppone La sta sfottendo tremendamente. Però ha ragione lui.

Certo che, ora, Peppone La sfotte! 
So che Le ha ordinato di togliere dalla canonica il provocatorio ritratto di Pio XII « Papa fascista e nemico del popolo », minacciando di denunciarLa al Vescovo. Peppone ha ragione: le posizioni si sono invertite e non è lontano il giorno in cui la Sezione Comunista Le ordinerà di spostare l'orario delle Funzioni sacre per non disturbare la « Festa dell'Unità » che si svolge nel sagrato.

Don Camillo: se Lei non si aggiorna e non la pianta di chiamare « senza Dio » i comunisti e di descriverli come nemici della Religione e della libertà, la Federazione Comunista Provinciale La sospenderà a divinis.

Io che La seguo attentamente da venti anni e Le sono affezionato, non vorrei vederLa finire in modo così triste. 

So benissimo che molti suoi parrocchiani, e non solo i vecchi, sono con Lei, ma so pure che Lei se ne andrebbe in silenzio, nascostamente, per evitare ogni incidente o discussione che potessero portare tormento al Suo gregge. 

Lei, infatti, ha il sacro terrore d'una divisione fra i cattolici. 

Ma, purtroppo, questa divisione esiste già. 
 

Il card. Jozsef Mindszenty

So che Lei inorridirà, ma lo dico ugualmente. 
Pensi, reverendo, quale cosa meravigliosa sarebbe stata e quale nuova forza ne avrebbe ritratto la Chiesa se, alla morte del " Parroco del Mondo " [Giovanni XIII. N. d. R.] (che per la sua bontà e ingenuità tanti vantaggi ha dato ai senza Dio ) il Conclave avesse avuto il coraggio di eleggere, come nuovo Papa il Cardinale Mindszenty!
Oltre al resto, questo sarebbe stato l'unico modo giusto, coraggioso e virile per liberarlo dalla sua prigionia: infatti, diventato Mindszenty Capo dello Stato indipendente del Vaticano, i comunisti ungheresi avrebbero dovuto lasciargli la possibilità di raggiungere la sua Sede.
Con Mindszenty Papa, il Concilio avrebbe funzionato ben diversamente, la Chiesa del Silenzio avrebbe acquistato una voce tonante. E Gromyko non sarebbe stato ricevuto in Vaticano e non avrebbe potuto alimentare e consolidare l'equivoco che, creato ingenuamente, a confusione delle già confuse menti dei cattolici da Papa Giovanni, fruttò il guadagno di un milione e duecentomila voti ai comunisti e che forse darà ad essi la vittoria nelle prossime elezioni politiche. 

Quando i parroci potranno spiegare alle rimbambite femmine cattoliche che è peccato mortale solo se si vota per i liberali e i missini, sarà una festa per i comunisti! 
 
Don Camillo, non m'importa se Lei urlerà inorridito, ma io debbo dirLe che, non solo per me, ma per molti altri cattolici « sovversivi », il Papa al quale guardiamo come al luminoso faro della Cristianità non si chiama Paolo ma Giuseppe. 

Josef Mindszenty, il Papa dei cattolici che provano disgusto davanti alle macchinette distributrici di Ostie, alla « Tavola calda » che ha distrutto gli altari e cacciato via il Cristo, alle « Messe yé-yé » e ai patteggiamenti con gli scomunicati senza-Dio. 

Un'altra delle profezie di Nostradamus si è avverata. I cavalli cosacchi si sono abbeverati alle acquasantiere di S. Pietro. Anche se si trattava dei Cavalli-vapore (HP) della limousine di Gromyko. E senza escludere che mons. Loris Capovilla, per rendere omaggio al Gradito Ospite, abbia fatto il pieno al radiatore della macchina di Gromyko con Acqua Santa.

Don Camillo, se ho bestemmiato, me ne pento. Per penitenza ascolterò sei volte il Pater Noster cantato da Claudio Villa. 

Ma non si preoccupi: la diplomazia vaticana lavora e, minacciando di sospenderlo a divinis, riuscirà a spegnere l'ultima fulgente fiamma di cristianità, costringendo Mindszenty a venire a fare il bibliotecario a Roma. 

O, magari, no. Se Dio ci assiste.

Giovannino Guareschi




Fraternamente CaterinaLD

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Tre serate con Giovannino Guareschi e Alessandro Gnocchi

Da sinistra: Alessandro Gnocchi, Monsignor Arrigo Miglio, Dottor Andrea Peracchio

«Sono molto contento di avere qui, questa sera, Alessandro Gnocchi, per poter parlare di un grande scrittore: Giovannino Guareschi, figura da riscoprire e da amare. La letteratura guareschiana è ricca di Fede e portatrice di speranza». Così ha detto Monsignor Arrigo Miglio, Vescovo di Ivrea, nell’introdurre Alessandro Gnocchi nella prima di tre di serate interamente dedicate a Giovannino Guareschi e organizzate dal Centro Culturale «Amici del Timone» di Rivarolo Canavese.
Il 17 ottobre, nel teatro dell’Oratorio San Giuseppe (Via Armondo Arborio 6) di Ivrea, Gnocchi, presentato dal Presidente dell’Associazione «Amici del Timone» (Dottor Andrea Peracchio) quale esperto di Guareschi, nonché il primo ad essersi occupato dello scrittore dal punto di vista peculiarmente cattolico, ha parlato proprio della Fede del grande scrittore tradotto in tutto il mondo, Fede che ha il suo fondamento nel rapporto con il Crocifisso e con la Chiesa. Da dove nasce un’adesione così convinta e così ragionata? Il lager fu il momento più importante per la messa alla prova della Fede di Guareschi: questa prova segnò per sempre la sua consapevolezza di essere una creatura che deve tutto il proprio essere al Creatore. Qui sta la radice della sua narrativa che coniuga umorismo e toni drammatici.
Guareschi fu testimone in prima linea dei cambiamenti epocali della civiltà cristiana: attraverso il suo “piccolo” osservatorio della Bassa egli fotografò con una lucidità sorprendente la corruzione dell’identità cristiana e la crisi della Chiesa. Come non ricordare la così attuale e drammatica introduzione a Il compagno don Camillo (riportata nell’introduzione del libro di Gnocchi-Palmaro, Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di don Camillo e Peppone)?
«L’attuale generazione di italiani è quella dei diritti, degli obiettori di coscienza, degli antinazionalisti, dei negristi, ed è cresciuta alla scuola della corruzione politica, del cinema neorealista e della letteratura social-sessuale di sinistra.
Pertanto, più che una generazione, è una degenerazione.
Com’era bella l’Italia pezzente del 1945!
Ritornavamo dalla lunga fame dei lager e trovammo l’Italia ridotta a mucchi di macerie.
Ma fra i mucchi di calcinacci, sotto i quali marcivano le ossa dei nostri morti innocenti, palpitava il vento fresco e pulito della speranza.
Quale differenza fra l’Italia povera del 1945 e la povera Italia miliardaria del 1963!
Tra i calcinacci del miracolo economico, soffia un vento caldo e polveroso che sa di cadavere, di sesso e di fogna.
Nell’Italia miliardaria della dolce vita, morta è ogni speranza e in un mondo migliore. Questa è l’Italia che cerca di combinare un orrendo pastrocchio di diavolo e d’acquasanta, mentre una folta schiera di giovani preti di sinistra – che non somigliano certo a don Camillo – si preparano a benedire, nel nome di Cristo, le rosse bandiere dell’Anticristo».
Alessandro Gnocchi, nella sua lezione ha spiegato come Guareschi abbia voluto dimostrare, nella sua vastissima produzione letteraria, che la ferita, anche la più profonda, non porta mai alla disperazione se vissuta ai piedi della Croce o sulla Croce.


«Quasi tutti coloro che finiscono di vedere un film di Don Camillo oppure chiudono l’ultimo capitolo del libro», ha detto Gnocchi, «viene una sorta di nostalgia, di magone e si pensa: peccato che il mondo non sia così… Eppure Giovannino Guareschi non ci racconta un mondo dove tutto è perfetto, bello, dorato. Ci racconta il mondo delle ferite dove c’è freddo, guerra, odio, miseria, malattia, morte… Tuttavia viene da dire: peccato che il mondo non sia così… Il segreto sta nel fatto che nel mondo narrato da Guareschi l’uomo, benché colpito dal peccato originale e dai peccati in corso d’opera non si oppone alla Grazia e non opponendosi raccoglie, quotidianamente, la mano tesa del Padre Eterno».
Gnocchi ha poi consigliato, per iniziare un serio percorso culturale guareschiano, la lettura del capolavoro intitolato Diario clandestino, un libro scritto dentro il lager e dal quale emerge tutta la statura di un uomo di autentica Fede. Ecco allora quella pagina potente e magistrale che Gnocchi ha letto per intero:
«Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.

Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. È inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.

L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania».
Era ufficiale d’artiglieria, di stanza ad Alessandria, quando, con l’armistizio dell’8 settembre 1943, si trovò di fronte al bivio: o collaborare con i tedeschi oppure entrare in un campo di concentramento. Ma lui disse, come altri 300 mila militari italiani: «Io sono un ufficiale del regio esercito ho prestato giuramento di fedeltà al Re e quindi non posso collaborare con nessun altro», allora salì sul carro bestiame che lo condusse nei campi di prigionia nazionalsocialisti di Cz?stochowa e Benjaminovo in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel, per due anni. Divenne il numero 6865. Ma quel tempo fu “provvidenziale” per la sua prodigiosa maturazione spirituale, che lo condusse alla vera libertà.
Gnocchi ha così letto quella profonda pagina dove l’autore del Diario clandestino rivela l’essenza della vita: la vera prigionia non è quella che possono creare gli uomini intorno a noi, anche con la tirannia, bensì la prigionia di se stessi che non permette all’anima di librarsi nelle realtà celesti:
«Mi volsi e vidi che ero uscito da me stesso, mi ero sfilato dal mio involucro di carne. Ero libero. Vidi l’altro me stesso allontanarsi, e con lui si allontanavano tutti i miei affetti, e di essi mi rimaneva solo l’essenza. Come se mi avessero tolto un fiore e di esso mi fosse rimasto soltanto il profumo nelle nari e il colore negli occhi.

Ritroverò l’altro me stesso? Mi aspetta forse fuori del reticolato per riprendermi ancora? Ritornerò laggiù oppresso sempre dal mio involucro di carne e di abitudini?
Buon Dio, se dev’essere così, prolunga all’infinito la mia prigionia. Non togliermi la mia libertà».
Il Cristo Crocifisso, quello che parlava con don Camillo, parlò anche a Giovannino Guareschi e Lo seppe ascoltare, comprendendo quale potenza abbia la Grazia quando scende sulla terra riarsa, bruciante di dolore. Gnocchi ha poi mostrato sullo schermo gigante, alle sue spalle, un Crocifisso che egli collega all’ispirazione guareschiana. Si tratta del Cristo di San Giovanni della Croce (1951) di Salvador Dalì, pittore dalle venature religiose notevoli, che spesso pregava prima di dipingere. Gnocchi ha invitato ad osservare il Crocifisso, facendo notare che la sua prospettiva è simile a quella del Crocifisso del Rosario fatto scendere dalle mani quando lo si recita. In seguito ha proposto di capovolgere visivamente il dipinto: «pare di stare sulla Croce e di guardare verso terra; tale prospettiva è quella attraverso la quale Guareschi scrisse molti suoi racconti».

La Fede di Giovannino Guareschi, abituato a fare, ogni sera, l’esame di coscienza, era radicata proprio nel Crocifisso e ogni realtà veniva contemplata alla luce del Regno sociale di Nostro Signore, principio al quale si è collegato l’intervento finale del Vescovo Miglio:
«Mi ha molto colpito questo aspetto a cui non avevo pensato: la sovranità di Cristo crocifisso è la chiave di lettura per comprendere l’opera di Guareschi, una sovranità che egli vedeva vera per tutti, credenti e non credenti. A questa dimensione universale pensiamo troppo poco, rischiando di identificare gli spazi di azione del Cristo Crocifisso, che osservato capovolto, invita a capovolgere il modo di ragionare. L’incontro di questa sera diventa un invito ad estendere le nostre dimensioni a quelle del Crocifisso, ad identificare il raggio di azione del Crocifisso con il piccolo nostro raggio di azione».


Cristina Siccardi






Le altre due serate (sempre alle ore 21.00 e nel teatro dell’Oratorio San Giuseppe, in via Armondo Arborio 6, di Ivrea) si svolgeranno lunedì 24 ottobre con la visione e il commento di Alessandro Gnocchi del film Don Camillo e l’onorevole Peppone, dove si analizzerà la benefica ricaduta sociale del Cattolicesimo, la quale porta al radicamento nella propria terra, antidoto a qualsiasi deriva ideologica; lunedì 31 ottobre il tema della serata, tenuta dal Dottor Gnocchi, sarà L’Ave Maria di Don Camillo e si analizzerà questa riflessione: nelle opere guareschiane ci sono dei veri e propri gioielli che fanno commuovere e fanno pensare. E tutte mostrano come gli uomini, quando si affidano a Maria, scoprono di essere più belli di quanto pensino.


Fraternamente CaterinaLD

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[SM=g1740733]dall'amica Ester

Il lupo rosso perde il pelo ma non il vizio

 

di Giovannino Guareschi

 

Don Camillo raccontò questa favoletta: «Un feroce lupo pieno di fame girava per la campagna e arrivò a un gran prato recinto da una altissima rete metallica. Dentro pascolavano tranquille le pecorelle. Il lupo girò tutt’attorno per vedere se qualche maglia si fosse allentata nella rete, ma non trovò buchi. Scavò con le zampe per fare un buco nella terra e passar sotto la rete, ma ogni fatica fu vana. Tentò di saltare la siepe, ma non riusciva neppure ad arrivare a metà.

Allora si presentò alla porta del recinto e gridò: "Pace! Siamo tutti creature di Dio e dobbiamo vivere secondo le sue leggi!". Le pecorelle si appressarono e allora il lupo disse con voce ispirata: "Viva la legalità! Finisca il regno della violenza! Facciamo una tregua!". "Bene!", risposero le pecorelle. "Facciamo una tregua!".

Il lupo si accucciò davanti alla porta del recinto e passava il tempo cantando. Ogni tanto si levava e andava a brucare l’erba ai piedi della rete metallica. "Uh! Guarda, guarda!", si stupirono le pecore. "Mangia l’erba anche lui, come noi! Non ci avevano mai detto che i lupi mangiano l’erba!...". "Io non sono un lupo!", rispose il lupo. "Io sono una pecora come voi. Una pecora di un’altra razza".

 Poi spiegò che le pecore di tutte le razze avrebbero dovuto fare causa comune. "Perché", disse alla fine, "non fondiamo un Fronte Pecorale Democratico [1-2]? Io ci sto volentieri e non pretendo nessun posto di comando. È ora che ci uniamo contro chi ci tosa, ci ruba il latte e ci manda al macello!". "Parla bene!", osservarono alcune pecore. "Bisogna fare causa comune!". E aderirono al Fronte Pecorale Democratico e, un bel giorno, aprirono le porte.

Il lupo, diventato capo del piccolo gregge, cominciò, in nome dell’Idea, la epurazione di tutte le pecore antidemocratiche e le prime furono quelle che gli avevano aperto la porta. Alla fine l’opera di epurazione terminò, e quando non rimase più neppure una pecora il lupo esclamò trionfante: "Ecco finalmente il popolo tutto unito e concorde! Andiamo a democratizzare un altro gregge!"».

 

 

1] "Fronte popolare democratico" era il nome dell'alleanza politico-elettorale di PCI e PSI.

2] Oggi si potrebbe dire "governo di larghe intese" o di "salute pubblica".

 

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Don Camillo (e Guareschi) prete pre-conciliare alle prese col prete post-conciliare

Don Camillo e i giovani d'oggi oppure Don Camillo, Peppone e i giovani d'oggi (titolo originale Don Camillo et les contestataires) doveva essere il sesto capitolo della serie cinematografica di Don Camillo con Fernandel e Gino Cervi, ispirato all'omonimo libro. Risultò incompiuto a causa della morte di Fernandel, che ricopriva il ruolo di don Camillo, nel 1971. Nella foto: Don Camillo (Fernandel) e don Chichì (Paolo Carlini).

“Don Camillo e i giovani d’oggi” doveva essere il sesto capitolo della serie cinematografica di Don Camillo con Fernandel e Gino Cervi, ispirato all’omonimo libro. Risultò incompiuto a causa della morte di Fernandel, nel 1971. Nella foto: Don Camillo (Fernandel) e don Chichì (Paolo Carlini).

Sapete qual è lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo? Calvino? Moravia? No, sbagliato. È Giovanni Guareschi – insieme ad Oriana Fallacci -, il “padre” di Don Camillo. Ovviamente nelle scuole pubbliche, così come nelle scuole cattoliche paritarie gestite da progressisti, Guareschi non è nel piano di studi scolastico. Troppo “cattolicamente corretto” per essere letto nelle scuole? Sicuramente sì. La Strega non fa mistero di aver letto tutti i libri di Guareschi dedicati a Don Camillo, di aver visto tutti i film e di collezionare i fumetti che stanno uscendo regolarmente dallo scorso anno.

Una volta qualcuno mi disse che gli scrittori sanno vedere lontano, qualche volta riescono a prevedere il futuro. Guareschi morì nel 1968 – il mitico ’68, l’anno che ritengo il più nefasto della storia dell’umanità – tre anni dopo la chiusura del Vaticano II. Prima di morire si dedicò alla stesura del quarto libro della saga, che fu pubblicato l’anno seguente, il 1969, in cui Guareschi racconta gli immediati anni del post-concilio e riesce a descrivere con sorprendente lucidità che tipo di sacerdoti sarebbe usciti fuori dai seminari in cui sarebbe stata applicata quella che Benedetto XVI ha definito “l’ermeneutica della rottura”.

Il libro fu intitolato “Don Camillo e i giovani d’oggi” ed è stato ripubblicato nel 1996 col titolo più appropriato “Don Camillo e don Chichì”. In questo libro, infatti, l’antagonista di Don Camillo non è Peppone, ma il suo vice-parroco, il giovane don Francesco, soprannominato dai parrocchiani don Chichì.

Il vescovo manda don Chichì per “aggiornare” don Camillo sui cambiamenti liturgici. Il giorno che il giovane prete arrivò a Brescello, l’anziano parroco lo scambiò per un venditore di enciclopedie, perché si presentò “in borghese”: non indossava la talare. Per don Camillo, fiero e orgoglioso della sua “divisa”, questo è inconcepibile. Così gli impone di indossare l’abito, ma don Chichì – ecco la disobbedienza – “rimedia” indossando il clergy.

Don Chichì, però, non vuole un cattivo rapporto col suo parroco e gli dice di non essere venuto ad “insegnargli il mestiere”, ma semplicemente a fargli notare che il Medioevo è finito è che c’è stato un concilio. Per Don Camillo invece ciò che conta – pur rispettando tutti gli eventi della Chiesa e obbedendo senza sé e senza alla Chiesa – è che c’è stata, c’è e ci sarà la Redenzione di Cristo.

Già da questo emerge la gigantesca distanza fra don Camillo e don Chichì. Il primo completamente dedito a Dio e alla anime, il secondo ossessionato dai cambiamenti, dalle novità, dal voler a tutti i costi apparire come un “prete nuovo”. Ma, fra i due, il vero anticonformista è don Camillo: le mode non gli interessano.

Don Chichì si preoccupa di piacere a tutti, la preoccupazione più grande di don Camillo è che il Signore non smetta di aver misericordia con lui. Don Chichì dialoga col mondo, Don Camillo scherza e ride con Gesù. Don Chichì insiste sui diritti dell’uomo, don Camillo insiste sul fatto che Dio non ci deve nulla e che abbiamo solo doveri nei suoi confronti. Don Chichì vorrebbe un mondo migliore, Don Camillo vorrebbe che in questo mondo ci guadagnassimo il paradiso.

Viene da ridere durante il momento dell’adeguamento liturgico. Don Chichì si compiace del nuovo “altare”: un semplice tavolo. “Don Camillo, non le fa pensare – chiede il pretino – alla Chiesa del primo millennio?”. Sapete, i “riformatori” sono ossessionati dai primi mille anni della storia della Chiesa. Chiamano “retrogradi” chi vuole usare il messale del 1962, ma loro, invece, tornando indietro di mille anni, pensano di essere all’avanguardia. Tipica contraddizione in termini e nei fatti dei neomodernisti. Infatti, a don Camillo il tavolo non fa pensare al millennio dei primi gloriosi martiri, ma ad una “tavola calda”.

Quando don Chichì vuole togliere la balaustra, don Camillo gli fa notare che non è il muro di Berlino, ma un grandissimo segno di rispetto, ma il pretino post-conciliare non vuol sentire storie: Dio non sa che farsene del nostro rispetto, vuole il nostro amore. Voi non rispettate coloro che amate?

Si capisce che don Camillo e don Chichì hanno due concetti diversi di cosa sia la liturgia cattolica: per il primo è adorazione, il ponte fra il cielo e la terra, per il secondo intrattenimento comunitario di stampo religioso.

Le buone intenzione – sono forse quelle che lastricano la strada per l’inferno? – di don Chichì non ottengono i risultati sperati: non solo i lontani non si avvicinano, ma addirittura i vicini si allontanano. È vero che don Chichì suscita curiosità e simpatia tra i giovani, ma nulla di più. Nessuno s’interessa a Cristo e alla Chiesa. Il “prete nuovo del post-concilio” infatti è solo la novità del momento, che presto perderà ogni interesse e sarà sostituita da altre novità. Quando qualcuno vuole riconciliarsi con Dio, vecchio o giovane, non va da don Chichì, ma corre da don Camillo, il quale resta affezionato al “vecchio arnese” del confessionale.

Don Chichì nonostante l’evidenza del fallimento della “rottura dal passato prossimo per tornare al passato remoto”, continua a non voler vedere – forse in seminario ha respirato più fumo di Satana che incenso – e sostiene che la barca della Chiesa sta affondando e lui ha preso la solenne decisione di salvarla. Don Camillo, invece, sa bene che sarà la Chiesa – questa “barchetta” che effettivamente sta perdendo acqua, forse in futuro ne perderà di più, ma che comunque continua e continuerà a rimane a galla – a salvare noi. Per don Camillo la Chiesa non è nata nel 1962, ma neppure è morta nel 1965.

Il sacerdote è nel mondo ma non del mondo perché è di Cristo. La sua missione è santificare il popolo, ma dando Cristo al popolo e non il mondo.

E voi, carissimi sacerdoti che avete letto questa “cacciagione”, siete don Camillo o don Chichi? La Strega vi affida all’intercessione di San Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, il vostro patrono, e a quella della Madonna, vostra Madre.

[SM=g1740733]

Fraternamente CaterinaLD

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11/21/2014 2:14 PM
 
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  Alluvioni al Nord Italia: in processione sulle rive del Po per chiedere protezione




Don Evandro Gherardi, parroco di Brescello, guida la processione sulle rive del Po - RV





20/11/2014 03:49



"Quando ho avuto la notizia che una frazione del nostro paese sarebbe stata sgomberata dei suoi 250 abitanti proprio per il pericolo di straripamento del Po, forse ispirato dal Signore, ho pensato di organizzare una cerimonia straordinaria di benedizione del fiume, nell'ambito di una giornata intera di preghiera". Così don Evandro Gherardi, parroco di Brescello (Reggio Emilia) racconta com'è nata la processione di circa 300 fedeli sulle rive del Po per scongiurare l'alluvione. Il sacerdote guidava il corteo portando il celebre crocifisso ligneo creato per le vicende cinematografiche di 'Peppone e Don Camillo', oggi conservato proprio nella chiesa di Brescello, set di quelle indimenticabili pellicole.


"Qui non abbiamo avuto paura, ma preoccupazione che le cose potessero peggiorare, essendo gli argini intrisi d'acqua, temevamo altri cedimenti. Le motivazioni erano tre: chiedere la protezione del Signore per le nostre zone, pregare per le vittime del maltempo di questi giorni e infine riflettere su come l'uomo stia utilizzando l'ambiente. Spesso dietro le catastrofi naturali c'è anche il mancato rispetto del Creato da parte dell'uomo: iquinamento, eccessiva urbanizzazione. E proprio la vicinanza di questo fiume con la sua bellezza, e al tempo stesso la sua pericolosità, ci porta a riflettere e a pensare". "Il crocefisso che abbiamo portato in processione - rivela infine don Evandro - non faceva parte dell'arredo liturgico della nostra chiesa. Era stato realizzato per i film di 'Peppone e don Camillo', girati qui, e poi era rimasto nei magazzini di Cinecittà. Il paese l'ha chiesto, l'abbiamo pulito, restaurato e sistemato in chiesa e oggi è oggetto di grande venerazione anche da parte dei turisti che visitano Brescello". 



(Fabio Colagrande)



Don Camillo torna a Brescello: Crocefisso in processione per fermare il Po
di Rino Cammilleri20-11-2014
Il Crocefisso e don Camillo

Brescello (Reggio Emilia) è la cittadina in cui Giovannino Guareschi ambientò le storie di Don Camillo e Peppone. In una di queste la piena del Po allagava tutto e il parroco guidava una processione di barche per implorare l’aiuto di Dio. Don Camillo reggeva il Crocifisso della sua chiesa, quello con cui usava parlare e da cui riceveva ironiche risposte. Questo racconto diede spunto a uno dei tanti film con Fernandel e Gino Cervi. Ora, proprio l’altro ieri, l’attuale parroco, don Evandro Gherardi, ha deciso di ripetere il gesto di don Camillo per cercare l’aiuto divino contro il solito Po, che ha già superato di ben nove metri il livello di guardia. Processione fino al fiume e una giornata di preghiera davanti al «Crocifisso parlante». 

L’iniziativa è stata definita dai media «un gesto suggestivo e curioso». Folklore, insomma. In effetti, non sono più i tempi di Guareschi, e altre divinità hanno preso il posto del Dio cattolico: la Scienza e la Politica. Così, quando il terremoto ci inghiotte, mandiamo a processo gli scienziati che non hanno saputo prevederlo. E, quando l’alluvione ci spazza via, agitiamo il capestro contro i politici che hanno permesso il dissesto del territorio. Magari è anche vero che gli scienziati non sono infallibili e i politici avrebbero potuto far meglio. Ma, a disastro avvenuto, è magra consolazione la vendetta contro i «responsabili» e il dover mettersi in fila (dall’avvocato) per un risarcimento che non si sa se e quando arriverà. Forse, chissà, un giorno arriveranno scienziati e politici competenti e onesti. Ma ci sarà sempre un errore umano, un evento imprevisto, una calamità più forte di qualunque preparazione. 

La processione di Brescello

Di cose del genere ne abbiamo viste fin troppe, anche in quei Paesi che hanno scienziati e politicivirtuosi. Questa, ahimè, è e resterà Valle di Lacrime. Lo è anche quando preghiamo il Creatore di risparmiarci qualche croce. Figuratevi cosa diventa quando non facciamo nemmeno questo. Già, perché la preghiera serve innanzitutto per avere scienziati e politici competenti e onesti. Poi, ammesso di averli ottenuti, per scamparci da errori in buona fede o eventi imprevedibili. Infine, per ringraziare dello scampato pericolo o di esserne usciti con poche ossa rotte. L’unica preghiera che il Dio cattolico ci ha insegnato termina infatti con queste precise parole: «sed libera nos a malo», «ma liberaci dal male». Il male: c’è, è ineliminabile, spunta sempre quando o da dove non te l’aspetti. 

Come proteggersi? Restando il più possibile appiccicati a Cristo. Al di fuori del Suo alone di luce c’è il regno del Principe di Questo Mondo. Il quale, per esempio, può anche scatenare gli elementi (così un tempo la Chiesa insegnava). E ci vuole Cristo che, opportunamente svegliato, ordini loro: «Taci! Calmati!» (Mt 8, 23). Certo, non tutte le calamità vengono dal Diavolo e non tutte vengono dalla Natura. Ma da tutte quante può liberarci la preghiera, se ci crediamo e se Dio concede. Per questo un tempo la Chiesa aveva composto preghiere e riti per ogni genere di guaio, dalle cavallette alla carestia. A flagello fulminis libera nos Dominea flagello terraemotusa flagello tempestatis… C’erano Santi appositi da invocare contro la siccità o contro la pioggia, c’erano i cosiddetti «Santi del gelo» e i Quattordici Ausiliatori. Ogni necessità era coperta. Infine, c’erano le c.d. Rogazioni: Te rogamus, audi nos; Ti chiediamo di ascoltarci. E sant’Annibale Maria Di Francia (1851-1927) fondò addirittura una congregazione, i Rogazionisti. Fu san Mamerto, vescovo di Vienne nel Delfinato, a idearle, perché nell’anno 474 una serie di disastri (tra cui un terremoto) aveva messo alla fame quel pezzo di Gallia. 

La processione sugli argini del Po a Brescello

Processioni, preghiere e digiuno per sollecitare (in latino rogare) il soccorso divino. Finiti i secolicristiani, tali preghiere si affievolirono fino a spegnersi. Non possiamo dire quanti guai dette preghiere abbiano risparmiato all’umanità (anche se un censimento in tal senso si può fare, basta contare gli ex-voto nei santuari). Ce ne sono comunque tracce qua e là, come la statua di San Michele che rinfodera la spada (della peste) su Castel Sant’Angelo, per esempio. Ma possiamo senz’altro dire che, agli shakespeariani «mille flagelli naturali ereditati dalla nostra carne», nei secoli post-cristiani si aggiunsero quelli delle guerre di sterminio e dei totalitarismi. Sogghignino pure quelli che discendono dal Caso e dalla Scimmia: noi credenti sappiamo che una sola preghiera pubblica al Cuore Immacolato di Maria ha fatto crollare l’impero sovietico; figurarsi se non può fermare il Po. 

 

 

[Edited by Caterina63 11/21/2014 9:13 PM]
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3/23/2015 11:55 PM
 
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  Caro Don Camillo, ti scrivo




Brescello, 1966


Reverendo,


spero che questa mia raggiunga il remoto esilio montano nel quale l’ha confinata quella Sua irruenza che non diminuisce davvero col crescere degli anni.


Fernandel nei panni di Don Camillo.

Fernandel nei panni di Don Camillo.



Conosco la storia che è incominciata quando il compagno sindaco Peppone ha preso a salutarla in pubblico: «Buon giorno, compagno Presidente!». Poi è venuto a farLe visita in canonica assieme allo Smilzo, al Bigio e al Brusco, per dirLe che, siccome intendeva abbellire la Casa del Popolo con un bel balcone per i discorsi, avrebbe volentieri acquistato le colonnine di marmo della balaustra dell’altar maggiore, nonché i due angeli allogati ai lati del Tabernacolo. Questi, Le disse (se il mio informatore è veritiero), avrebbe voluto sistemarli sopra l’arco del portone d’ingresso, per adornare la targa con l’emblema del PCI.


Don Camillo: Lei staccò dal muro la doppietta e la spalancò davanti a Peppone e soci facendo loro ritrovare rapidamente la via della porta. Ma, creda, non fu una risposta spiritosa, da buon giocatore.


Quando scoppiò la bomba della destalinizzazione, non dimentichiamolo, Lei non andò forse a trovare Peppone nella sua officina per comunicargli che avrebbe volentieri comprato i ritratti e il busto di bronzo di Stalin esistenti alla Casa del Popolo, nonché la targa marmorea di «Piazza Stalin», perché intendeva usarli per adornare convenientemente con essi il suo bagno personale?


Reverendo, ora che è scoppiata la bomba della depacellizzazione e Lei deve adeguare la chiesa alle esigenze precise del nuovo Rito Bolognese, Peppone aveva il diritto di renderle pan per focaccia.


Lei è nei guai fino agli occhi, Reverendo, ma stavolta il torto è tutto Suo. Il giovane curato che i Suoi Superiori Le hanno inviato per istruirLa sul Rito Bolognese e per aiutarLa ad aggiornare la chiesa, non è un Peppone qualsiasi e Lei non poteva trattarlo rudemente come l’ha trattato.


Egli veniva da Lei con un mandato preciso e, siccome la Sua chiesa non ha nessun particolare valore artistico e turistico, il giovane quanto degno sacerdote aveva il pieno diritto di pretendere l’abbattimento della balaustra e dell’altare, l’eliminazione delle cappellette laterali e delle nicchie coi loro ridicoli Santi di gesso e di legno, nonché dei quadretti ex voto, dei candelabri e, insomma, di tutta l’altra paccottiglia di latta, di legno e di gesso dorati che, fino alla riforma, trasformavano le chiese in retrobottega da robivecchi.


Lei, don Camillo, aveva pur visto alla Tv il “Lercaro Show” e la concelebrazione della Messa con Rito Bolognese. Aveva ben visto la suggestiva povertà dell’ambiente e la toccante semplicità dell’altare ridotto a una proletaria tavola. Come poteva pretendere di piazzare in mezzo a quell’umile Sacro Desco un arnese alto tre metri come il Suo famoso (quasi famigerato) Cristo Crocifisso cui Lei è tanto affezionato?


Lei aveva pur visto alla Tv, qualche giorno dopo, com’era apparecchiata la Sacra Mensa attorno alla quale il Papa e i nuovi Cardinali hanno concelebrato il Banchetto Eucaristico.


Non s’era accorto che il Crocifisso situato al centro della Tavola era tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni?


Non aveva visto, insomma, come tutto, nella Casa di Dio, deve essere umile e povero in modo da far risaltare al massimo il carattere comunitario dell’Assemblea Liturgica di cui il Sacerdote è soltanto un concelebrante con funzione di presidente?


E non aveva sentito, nel secondo “Lercaro Show” televisivo (rubrica “Cordialmente”), quanto siano soddisfatti, addirittura entusiasti, i fedeli petroniani per la nuova Messa di Rito Bolognese?


Non ha visto come erano tutti eccitati, specialmente i giovani e le donne, dal piacere di concelebrare la Messa invece di assistervi passivamente subendo il sopruso del misterioso latino del Celebrante, e dalla legittima soddisfazione di non doversi umiliare più inginocchiandosi per ricevere l’Ostia e di poterla deglutire in piedi, trattando Dio da pari a pari come ha sempre fatto l’onorevole Fanfani?


Don Camillo: quel giovane prete aveva ragione e si batteva per una Santa Causa perché l’aggiornamento è stato voluto dal Grande Papa Giovanni affinché la Chiesa, «Sposa di Cristo, potesse mostrare il suo volto senza macchia né ruga».


È la Chiesa che, fino a ieri semplicemente Cattolica e Apostolica, diventa (ricordi sempre Lercaro) Chiesa di Dio. E Lei, don Camillo, è rimasto indietro di qualche secolo, Lei è ancora fermo all’ultimo Papa medievale, a quel Pio XII che oggi viene pubblicamente svillaneggiato dai palco-scenici con l’approvazione – vedi la rappresentazione del Vicario a Firenze – degli studenti universitari cattolici, e che, quando il produttore avrà ottenuto la sovvenzione statale, verrà svillaneggiato anche dagli schermi e dai teleschermi.


Don Camillo: non se n’è accorto nemmeno assistendo, attraverso la Tv, alla consacrazione dei nuovi Cardinali?


Non ha sentito gli applausi fragorosi a scena aperta rivolti al neoCardinale-Operaio Cardin?


Non ha udito il Reverendo Presentatore televisivo precisare che il neoCardinale cecoslovacco Beran è semplicemente uscito dal suo «stato d’isolamento»?


Non ha notato la pacata indignazione che vibrava nella sua voce quando il Reverendo Presentatore Tv ha denunciato il sopruso commesso dal dittatore Franco pretendendo di avvalersi del medievale, fascistico privilegio che hanno i Capi degli Stati Cattolici d’imporre personalmente la Berretta ai neoCardinali appartenenti al loro Paese?


Giovannino Guareschi, profeta inascoltato.

(nella foto Giovannino Guareschi, profeta inascoltato)



Non ha neppure notato la diligenza encomiabile con la quale il Reverendo Presentatore Tv – come, del resto, ha fatto lo stesso Santo Padre – ha ignorato l’esistenza della cosiddetta «Chiesa del Silenzio» o «Chiesa Martire» d’oltrecortina?


Don Camillo, non s’è accorto come le Superiori Gerarchie della Chiesa evitino di parlare di quel Cardinale Mindszenty d’Ungheria che, con riprovevole indisciplina, persiste nell’ignorare la Conciliazione fra Chiesa Cattolica e Regime Sovietico, e nel ricusare di tributare il dovuto omaggio al cosiddetto “Comunismo Ateo”, ritenendo addirittura valida una Scomunica Papale che è oggi oggetto di riso in tutti gli Oratori parrocchiali?


Don Camillo, perché si rifiuta di capire?


Perché, quando il giovane prete inviatoLe dall’Autorità Superiore Le ha spiegato che bisognava ripulire la chiesa e vendere angeli, candelabri, Santi, Cristi, Madonne e tutte le altre paccottiglie fra le quali anche il Suo famoso Cristo Crocifisso, perché, dico, Lei lo ha agguantato per gli stracci sbatacchiandolo contro il muro?


Non ha capito che sono in ballo i più sacri princìpi dell’economia? Che sono in ballo miliardi e miliardi e la stessa sacra Integrità della Moneta?


Quale famiglia “bene”, oggi, vorrebbe privarsi del piacere di adornare la propria casa con qualche oggetto sacro? Chi può rinunciare ad avere in anticamera un San Michele adibito ad attaccapanni, o in camera da letto una coppia d’angeli dorati come lampadario, o in soggiorno un Tabernacolo come piccolo bar?


Don Camillo, la Moda è una potenza che muove migliaia di fabbriche e migliaia di miliardi: la Moda esige che ogni casa rispettabile possegga qualche oggetto sacro. La ricerca è rabbiosa tanto che, se non immetteremo nel mercato dell’Arredamento Santi, angeli, pale d’altare, candelabri, Crocifissi, Tabernacoli, Cristi, Madonne e via discorrendo, i prezzi raggiungeranno cifre iperboliche. E ciò pregiudicherà la sacra Integrità della Lira, onorata dagli stranieri con l’Oscar delle Monete.


La Chiesa non può più estraniarsi dalla vita dei laici e ignorarne i problemi.


Don Camillo, non mi faccia perdere il segno. Lei, dunque, è nei guai ma la colpa è tutta Sua.


Sappiamo ogni cosa: il pretino inviatoLe dai Superiori Le ha proposto – demolito il vecchio altare – di sostituirlo non con una comune Tavola come quella del “Lercaro Show”, ma col banco da falegname che il compagno Peppone gli aveva vilmente fatto offrire in dono suggerendogliene l’utilizzazione. E ciò ricordando che il padre Putativo di Cristo era falegname e che il piccolo Gesù, da bambino, spesso lo aveva aiutato a segare e piallare tavole.


Don Camillo: si tratta di un prete giovane, ingenuo, pieno di commovente entusiasmo. Perché non ne ha tenuto conto e ha cacciato il pretino fuori dalla chiesa a pedate nel sedere?


Bel risultato, don Camillo. Adesso, nella Sua chiesa, c’è il pretino che fa quel che gli pare e Lei si trova confinato quassù a S., ultima miserabile parrocchia della montagna. Un paese senza vita perché uomini, donne e ragazzi validi sono tutti a lavorare all’estero e qui abitano soltanto i vecchi coi bambini più piccoli.


E Lei, Reverendo, ha dovuto sistemare la chiesa secondo le nuove direttive, così, dopo aver concelebrato la prima Messa con Rito Bolognese, si è sentito dire dai vecchi che, fino a quando Lei rimarrà in paese, loro non verranno più a Messa.


Don Camillo, le cose si vengono a sapere. Lei – ricordando le parole del pretino – ha spiegato che, adesso, la Messa deve essere celebrata così e il vecchio Antonio Le ha risposto:


«Ho novantacinque anni e, per quel poco o tanto che ho ancora da vivere, mi basta la scorta di Messe in latino che mi son fatto in novant’anni».


«Roba da matti» ha aggiunto la vecchia Romilda. «Questi cittadini vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino!»


«Dio capisce tutte le lingue» ha risposto Lei. «La Messa viene celebrata in italiano perché dovete capirla voi. E, invece di assistervi passivamente, voi partecipate al sacro rito assieme al sacerdote.»


«Che mondo» ha ridacchiato Antonio. «I preti non ce la fanno più a dire la Messa da soli e voglion farsi aiutare da noi! Ma noi dobbiamo pregare, durante la Messa!»


«Appunto, così pregate tutti assieme, col prete», ha tentato di spiegare Lei.


Ma il vecchio Antonio ha scosso il capo: «Reverendo, ognuno prega per conto suo. Non si può pregare in comuniorum. Ognuno ha i suoi fatti personali da confidare a Dio. E si viene in chiesa apposta perché Cristo è presente nell’Ostia consacrata e, quindi, lo si sente più vicino. Lei faccia il suo mestiere, Reverendo, e noi facciamo il nostro. Altrimenti se Lei è uguale a noi a che cosa serve più il prete? Per presiedere un’assemblea sono capaci tutti. Io non sono forse presidente della cooperativa boscaioli? E poi: perché ha portato via dalla chiesa tutte le cose che avevamo offerto a Dio noi, coi nostri sudati quattrini? Per scolpire quel Sant’Antonio di castagno che lei ha portato in solaio, mio padre ci ha messo otto anni. Si capisce che lui non era un artista, ma ci ha impiegato tutta la sua passione e tutta la sua fede. Tanto è vero che, siccome lui e la mia povera madre non potevano avere figli, appena finita e benedetta la statua, Sant’Antonio gli ha fatto la grazia e sono nato io. Se lei vuole fare la rivoluzione, la vada a fare a casa sua, Reverendo».


Don Camillo, io capisco quello che Lei ha dovuto provare. Ma la colpa è Sua se si è invischiato in questi guai.


A ogni modo, io non Le scrivo solo per dirLe cose cattive, ma per confortarLa un po’.


Il pretino che è ora al Suo posto ha già smantellato la chiesa. Non ha installato al posto dell’altare il banco da falegname bensì un normale tavolo perché, con bel garbo, le Superiori Autorità gli hanno fatto capire che, pure essendo l’idea bellissima e nobilissima, questa preferenza data alla falegnameria avrebbe potuto offendere i fabbri e gli altri artigiani.


Balaustra, angeli, candelabri, ex voto, statue di Santi, Madonnine, quadri e quadretti, Tabernacolo e tutti gli altri arredi sacri sono stati venduti e il ricavato è servito per sistemare la chiesa, per l’impianto stereofonico, dei microfoni, degli altoparlanti, del riscaldamento eccetera.


Anche il famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano. Però metta il cuore in pace: tutta la roba non è andata lontano. L’ha comprata il vecchio notaio Piletti che l’ha portata e sistemata nella cappella privata della sua villa del Brusadone.


L'apostasia illustrata in vignetta da Guareschi.

L’apostasia illustrata in una vignetta magnificaemente da Guareschi.



Manca soltanto la balaustra dell’altar maggiore: l’ha comprata Peppone e dice che ci farà il balcone della Casa del Popolo. Però mi risulta che colonnine e ogni altro pezzo della balaustra sono stati imballati, incassati uno per uno con gran cura e riposti in luogo sicuro.


Lei sa che, per quanto mi conosca come uno stramaledetto reazionario nemico del popolo, Peppone con me si lascia andare e m’ha fatto capire che sarebbe disposto a trattare. Vorrebbe, in cambio della balaustra, il mitra che Lei gli ha fregato nel 1947. Dice che non ha la minima intenzione di usarlo perché oramai anche lui è convinto che i clericali riusciranno a fregare i comunisti mandandoli al potere senza dar loro la soddisfazione di fare la rivoluzione. Lo rivuole perché è un ricordo.


Don Camillo, io sono certo che quando Lei fra poco tornerà (e La faranno tornare presto perché, adesso, in chiesa ci vanno, per far dispetto a Lei, soltanto Peppone, lo Smilzo, il Brusco e il Bigio), Lei troverà tutte le Sue care cianfrusaglie perfettamente sistemate nella chiesetta del notaio.


E potrà celebrare una Messa Clandestina per i pochi Suoi amici fidati. Messa in latino, si capisce, e con tanti oremus e kirieleison.


Una Messa all’antica, per consolare tutti i nostri morti che, pure non conoscendo il latino, si sentivano, durante la Messa, vicini a Dio, e non si vergognavano se, udendo levarsi gli antichissimi canti, i loro occhi si riempivano di lacrime. Forse perché, allora, il Sentimento e la Poesia non erano peccato e nessuno pensava che il dolce, eternamente giovane «volto della Sposa di Cristo» potesse mostrare macchie o rughe.


Mentre oggi Essa si presenta a noi dal video profano, col volto sgradevole e antipatico del Cardinale Rosso di Bologna e dei suoi fidi attivisti, gentilmente concessi alla Curia dalla locale Federazione Comunista.


Don Camillo, tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati…


La saluto affettuosamente e Le mando, per Sua consolazione, una immaginetta del Molto Reverendo Pietro Nenni, esperto in Encicliche Papali, e chiamato dagli amici “Peter Pan e Salam”.


Il Suo parrocchiano Guareschi


Tratto da TUTTO DON CAMILLO — VOLUME 5, autore Giovannino Guareschi (Rizzoli Editore)







[Edited by Caterina63 3/24/2015 12:01 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  La recita della poesia di Natale a casa Guareschi




 



Dicembre 24, 2014 Giovanni Guareschi


Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita: «È Natale, è Natale — è la festa dei bambini!…». «È la festa dei cretini» rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.




 


grsch“Fu a Natale, nel ’47”, da Lo Zibaldino, 1948


(…) Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo. La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del “vero signore”, ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c’è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l’inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci.


Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino, e Albertino s’era impuntato sul sette per otto.
«Sette per otto?» cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa. Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell’inquilino del quinto piano (io sto al secondo).
«Cinquantasei!» esclamò con odio l’inquilino del quinto piano.

Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall’uscio della portineria e mi disse sarcastica: «È Natale. è Natale — è la festa dei bambini — è un emporio generale — di trastulli e zuccherini!».
“Ecco” dissi tra me “Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini.”
Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita: «È Natale, è Natale — è la festa dei bambini!…».
«È la festa dei cretini» rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.

Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.
«Strano» disse «una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice. La sanno tutti, oramai, della casa, meno che lei.»
«In fondo non ha torto se non la vuole imparare» osservò gravemente il lattaio sopravvenendo.
«È una poesia piuttosto leggerina. È molto migliore quella del maschietto: “O Angeli del Cielo — che in questa notte santa — stendete d’oro un velo — sulla natura in festa…”.»
«Non è così» interruppe il garzone del fruttivendolo. « “o Angeli del Cielo — che in questa notte santa — stendete d’oro un velo — sul popolo che canta…”» Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai. Arrivato alla prima rampa di scale sentii l’urlo di Margherita:
«”… che nelle notti sante — stendete d’oro un velo – sul popolo festante”».

Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso.
«Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina» spiegò. «Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera: “È Natale, è Natale — è la festa dei bambini — è un emporio generale — di trastulli e zuccherini”. Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla. Ma ciò è secondario; il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. Io mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d’acqua. Quando sta per tuffarvi le labbra, ecco che il bicchiere si allontana. Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti.»
Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.
Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.
«Lei mi salva la vita» disse sorridendo.

La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav’uomo sospirò.
«È un pasticcio» disse. «Siamo ancora all’emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera. Ad ogni modo è finita!» si rallegrò.

Margherita, la sera della vigilia, era triste e sconsolata.
Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto. Poi venne il momento solenne.
«Credo che Albertino debba dirti qualcosa» mi comunicò Margherita.
Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasioraria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente: «”O Angeli del Cielo — che in questa notte santa stendete d’oro un velo — sul popolo festante…”».
Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente, e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino.
«È la mia!» singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.
Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.
«Caina!» urlò Margherita.
Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Ma-fa Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine e le sorelle Karamazoff.

Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessata l’agitazione. Rientrò Albertino, fece l’inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria.
Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione.
La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.



Leggi di Più: La poesia di Natale a casa Guareschi | Tempi.it 





[Edited by Caterina63 4/24/2015 8:59 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  Don Camillo, il “parroco” più amato da tre papi: Pio XII, Giovanni XXIII e Benedetto XVI.


8e2b41a971be3d701b32dba16203cf10_fulviilverovoltodidoncamilloSembra impossibile (eppure avvenne) che un attore francese, dal viso cavallino ed esperto in commedie di umorismo un po’ grassoccio, sia diventato l’emblema più inossidabile e genuino del parroco italiano. Da questo paradosso è rimasto affascinato Fulvio Fulvi, giornalista esperto indagatore degli angoli meno frequentati della cinefilia, che dedica un libro a «Il vero volto di Don Camillo. Vita & storia di Fernandel», in uscita oggi per le edizioni Ares (pp. 192, euro 15) e dal quale riprendiamo un capitolo in questa pagina. Fulvi, collaboratore di “Avvenire”, separa per una volta il duo indivisibile Peppone-Don Camillo e sceglie di approfondire il rapporto tra il grande attore d’Oltralpe e il personaggio in talare della Bassa: dalla contrastata scelta del regista Duvivier, alle sconfessioni dei film della saga da parte dell’autore letterario Giovannino Guareschi, all’ultima pellicola – la sesta – rimasta incompleta e oggi introvabile. Il volume reca la prefazione di Tatti Sanguineti e interviste a Pupi Avati, Paolo Cevoli, Giancarlo Giannini, Alberto Guareschi.


FULVIO FULVI


Roma, venerdì 16 gennaio 1953, ore 20 circa. Fernandel rientra in albergo da Cinecittà dove ha finito di girare alcuni interni di Il ritorno di don Camillo. Alloggia all’hotel Hassler, un albergo di gran lusso situato in cima alla scalinata di Trinità dei Monti, che sovrasta piazza di Spagna: da lì si vede il cupolone di San Pietro che svetta nello splendido panorama della città.


L’attore, stanco dopo una giornata di duro lavoro davanti alla macchina da presa, chiede alla reception la chiave della camera, vuole darsi una rinfrescata, cambiarsi d’abito e andare a cena con la figlia Janine, che lo aveva seguito per qualche giorno nella trasferta in Italia. Sta per salire le scale quando il portiere lo chiama per dirgli che due persone molto distinte hanno chiesto di lui e lo aspettano nella hall. Fernandel, un po’ contrariato, torna indietro e si avvicina a loro, che subito si presentano, parlandogli in francese: «Siamo camerieri del Papa, siamo venuti qui perché Sua Santità Pio XII desidera accordarvi un’udienza privata». La reazione dell’attore è incredula e, all’inizio, anche stizzita. «È uno scherzo, vero? Ma siete troppo giovani per darmela a bere… La prossima volta la burla ve la farò io…». «No, no, monsieur Fernandel, questa è una cosa molto seria – replicano i due – Sua Santità l’aspetta domenica prossima alle 10 e 30 in punto in Vaticano». I suoi interlocutori sono così decisi che Fernandel, ora, non ha più dubbi: il Papa lo vuole vedere. Janine sarebbe dovuta tornare a Parigi l’indomani ma il padre le impedisce di partire: «Mi devi accompagnare, essere ricevuti dal Papa è un’occasione che arriva una sola volta nella vita e voglio che ci sia anche tu con me».


E così domenica 18 gennaio alle 10, con mezz’ora d’anticipo, Fernandel e sua figlia sono già in Vaticano, all’ingresso del palazzo pontificio. Le guardie svizzere li salutano con grandi sorrisi, i due ospiti salgono e scendono per ampie scalinate, attraversano saloni, corridoi e colonnati dove incontrano preti, vescovi e cardinali, tutti ugualmente cordiali e gentili nei loro confronti, soprattutto verso Fernandel, il quale non risparmia ampi sorrisi a tutti. «A un certo momento mi resi conto – racconta l’attore al giornalista francese Raymond Castans – che le loro attenzioni per me erano davvero speciali, non quelle solite riservate agli estranei… mi trattavano come se fossi uno di casa… mi dicevano “Buongiorno” come lo si dice a un collega… seppure in borghese, senza abito talare».


Allora i prelati che lo accompagnavano gli spiegarono che c’era un piccolo cinema inVaticano dove, qualche giorno prima, avevano proiettato in privato Don Camillo, e che lo stesso Pontefice aveva assistito alla proiezione. Sembra che papa Pacelli dopo la visione del film abbia detto ai suoi collaboratori: «Voglio conoscere il prete più celebre al mondo dopo di me…». E così partì l’invito per l’udienza privata. E pensare che quando Fernandel venne scelto per la parte di don Camillo i produttori del film Amato e Rizzoli si chiesero se il Vaticano avesse accettato che un prete fosse interpretato da una faccia come la sua. Pensavano che sarebbe stato difficile far digerire la scelta del regista Duvivier ai vertici della Santa Sede. Evidentemente, non fu così.


Fernandel e la figlia sono molto fieri di questo «privilegio» accordato loro dal capo della cristianità. Ma si chiedono: «Cosa bisogna fare e cosa bisogna dire quando ci si trova a tu per tu con il Papa?». È necessario inginocchiarsi e baciargli l’anello, come previsto dal cerimoniale, dice uno dei preti della curia vaticana, prima di introdurli al cospetto del Santo Padre. Finalmente i due entrano in un grande salone tutto affrescato. Fernandel ricorda così quel momento: «Lì c’era un monaco domenicano, abbiamo chiacchierato con lui per un po’, in francese (si tratterebbe di padre Felix André Morlion, nda). Tutto a un tratto il religioso si mette in ginocchio. Janine fa altrettanto. E io faccio come loro. Pio XII entrò nella stanza. Fu come un’apparizione: era alto, sottile, vestito di bianco. Dopo le presentazioni ci parlò per un quarto d’ora, in perfetto francese. Ci disse che amava molto la Francia e il suo popolo. Mi domandò della mia famiglia, dei figli, di mia moglie. Non una parola, invece, sul cinema, e nemmeno su don Camillo!». Questo fu comunque, per l’attore marsigliese, un ricordo meraviglioso e indimenticabile: «Un grande onore, un’emozione intensa per me, ancor più che incontrare Chaplin!».


Più tardi Fernandel comprese che, se fosse stato divorziato, per esempio, o avesse avuto delle “scappatelle” sentimentali, il Papa non lo avrebbe certamente ricevuto e che, proprio per questa ragione, sia piuttosto raro che un pontefice accolga in privato celebrità del mondo dello spettacolo.


483x309Ma anche al papa emerito, Benedetto XVI, piacciono molto i film con Peppone e don Camillo. Nel libro intervista Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi (Libreria Editrice Vaticana, 2010) del giornalista tedesco Peter Seewald, infatti, c’è un passaggio in cui viene chiesto al Pontefice quale sia il suo rapporto con la televisione… E alla domanda sui film preferiti, papa Ratzinger risponde: «Mi piacciono don Camillo e Peppone». L’intervistatore allora lo incalza: «Santità, immagino conosca a memoria ogni episodio… ». E il Papa, sorridendo risponde: «Non tutti…».


Si è appreso così che ogniqualvolta la tv ha rimandato in onda questi film, se non aveva impegni urgenti, il Papa si metteva davanti all’apparecchio televisivo e li guardava, divertendosi assieme alla sua famiglia pontificia, rappresentata dai segretari, i monsignori Georg Gänswein e Alfred Xuereb, e dalle quattro suore laiche dei Memores Domini.


Venuti a conoscenza di ciò, l’allora parroco di Santa Maria Nascente don Giovanni Davoli e il sindaco di Brescello Giuseppe Vezzani, in occasione dell’udienza concessa in Vaticano dal Papa a una delegazione del paese il 26 gennaio 2011, gli hanno consegnato un cofanetto con i dvd, in italiano e in tedesco, dei 5 film di Peppone e don Camillo e un poster tratto da una scena del film dove i due protagonisti dipingono insieme le statuine del presepe.


Un altro curioso episodio riguarda Giovanni XXIII. Risale al 1952, quando il futuro pontefice era nunzio apostolico a Parigi. Racconta monsignor Pirro Scavizzi, predicatore delle missioni al popolo nonché confessore del cardinal Roncalli, che un giorno lo andò a trovare in Nunziatura e lo trovò sullo scalone del palazzo dove lo aspettava e rideva, rideva… «Stava leggendo Don Camillo!».


Fonte: avvenire.it






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DON CAMILLO E PAPA CHICHÌ


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Il tentativo di Francesco di appropriarsi di Don Camillo con una citazione fasulla è inutile, perché l’attuale Papa non si potrebbe trovare a suo agio in nessun angolo del Mondo piccolo e tanto meno nella povera chiesa di don Camillo, dove il Crocifisso parla davvero e lo fa sempre in punta di dottrina, perché è proprio su quel culmine affilato, e non nei giubilei della misericordia un tanto al chilo, che si trova la vera carità… e guardiamo anche cosa Guareschi pensasse del Vaticano II.

Egregio dottor Gnocchi,

nella sua visita a Firenze, proprio oggi, papa Francesco ha citato don Camillo e Guareschi. Non è contento neanche di questo?

Distinti saluti

Domenico Vitaliani


Caro Vitaliani,

12218272_10206907717483189_1422459587_ono che non sono contento, perché, se sono fedeli le cronache a cui lei si riferisce, papa Francesco ha detto: “Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: ‘Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro’. Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte”.

Si tratta dell’ennesima citazione sbagliata, o mal ricordata, o inventata da Bergoglio a proprio uso e consumo. Anzi a proprio abuso e consumo. Lo aveva già fatto con Gilbert K. Chesterton e, su Riscossa Cristiana, lo aveva spiegato da par suo Fabio Trevisan (clicca qui).

Quindi, caro Vitaliani, cominciamo togliendo di mezzo l’equivoco e falso “don Camillo che fa coppia con Peppone”. Don Camillo non “fa coppia con Peppone”, ma, ogni volta, fa la fatica di ricondurre alla casa di Dio il povero sindaco traviato dal comunismo. E con quali metodi lo faccia è spiegato molto bene in un racconto che si intitola “La processione”, quello che si conclude con la benedizione del Po nonostante il divieto dei comunisti.
Quando don Camillo si trova la strada sbarrata da Peppone e compagni, imbraccia il crocifisso come fosse un arma e poi, una volta arrivato in riva al fiume, va a finire così:

«Gesù – disse ad alta voce don Camillo – se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l’argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità. “Amen”, disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. “Amen” risposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso».

Questa, caro Vitaliani, è l’immagine letteraria più efficace della Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo: la Croce al Vertice, poi il sacerdote e quindi, a piramide tutto il resto del corpo sociale, autorità civile in testa, in totale deferenza rispetto a Cristo. Non mi pare che sia esattamente l’idea di rapporto con il mondo praticata dall’attuale Pontefice.

Don Camillo non è quella robetta sdolcinata spacciata per prete cattolico dal vescovo venuto dalla fine mondo. Se c’è un concetto completamente estraneo al prete di Mondo piccolo e al suo creatore è quello di “umanesimo”: che non può essere “cristiano” e, quindi, neppure “popolare, umile, generoso, lieto”. Alla fine, il discorrere di Bergoglio, anche quando ci mette di mezzo la preghiera, anche quando parla del Vangelo, anche quando indica come esempio Nostro Signore, arriva sempre lì, all’uomo come centro e fine ultimo dell’universo. Il mondo che piace a questo Francesco è letteralmente invertito rispetto a quello in cui vive don Camillo, che ha al suo vertice, come principio e come fine, Gesù Crocifisso. Il mondo di Bergoglio è quella della Gaudium et spes, uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II. E, per capire che cosa Guareschi, il padre di don Camillo, pensasse del Vaticano II, si guardi queste due vignette, pubblicate sul Borghese nel 1965.

Cliccare per ingrandire

No, caro Vitaliani, proprio non mi piace questa fasulla citazione di don Camillo, perché ne fa un sacerdote dell’uomo invece che un sacerdote di Cristo. Se mi chiedesse di trovare un concetto che riassuma il don Camillo vero, quello creato da Guareschi e non quello inventato da Bergoglio, le direi che sta nell’opposizione a tutti coloro che vantano anche il minimo diritto dell’uomo davanti al Creatore.

È proprio lì il vero don Camillo, perché è proprio lì il vero Guareschi:

«Davanti a Dio l’uomo ha solo dei doveri perché solo Dio ha diritti».

Mi dica lei, caro Vitaliani, se un prete così può trovare posto nella chiesa da campo che questo Francesco sta erigendo a sua immagine e somiglianza. Non c’è un argine, non c’è un campo, non c’è una strada di Mondo piccolo in cui l’attuale Papa si possa trovare a suo agio. E meno ancora si potrebbe trovare bene nella povera chiesa di don Camillo, dove il Crocifisso parla davvero e lo fa sempre in punta di dottrina, perché è proprio su quel culmine affilato, e non nei giubilei della misericordia un tanto al chilo, che si trova la vera carità.

In Don Camillo e don Chichì, l’ultima opera dedicata a Mondo piccolo, il vecchio parroco è costretto a sopportare il giovane curatino che è venuto a spiegargli l’aggiornamento voluto dal Vaticano II.

Tra i molti episodi narrati da Guareschi, c’è un dialogo che mostra la differenza tra la Chiesa vera, quella fondata da Cristo, che non muore mai anche se troppi fanno di tutto per oscurarla, e la parodia messa su da chi nomina invano il nome di Cristo.

«”La sua campagna contro la guerra”, dice don Camillo al curatino, “per esempio, è giusta: ma non si può trattare da criminali coloro che l’hanno combattuta e, magari, ci hanno rimesso la salute o la vita”.

«”Chi uccide è un assassino”, gridò don Chichì. “Non esistono né guerre giuste né guerre sante: ogni guerra è ingiusta o diabolica! La legge di Dio dice: non uccidere, amerai il tuo nemico. Reverendo: questa è l’ora della verità e bisogna dire pane al pane e vino al vino!”».

“Pericoloso dire pane al pane e vino e al vino là dove il pane e il vino sono il corpo e il sangue di Gesù!”, borbottò don Camillo testardo».

Capisce, caro Vitaliani, si tratta di due fedi diverse. E direi che è discretamente significativo che “Chichì”, il nomignolo con cui Guareschi chiama il curatino aggiornatore, sia il diminutivo di Francesco. Che quel pretino fastidioso ed arrogante sia diventato Papa?

Alessandro Gnocchi

Sia lodato Gesù Cristo.

© Riscossa Cristiana (10-11-2015)

QUESTO E' GUARESCHI.....

 

"In molte chiese il Cristo crocifisso è stato tolto dall’altar maggiore e appeso dalla parte opposta, accosto alla porta. La ragione ‘ufficiale’ è che, essendo stata istituita al posto dell’altar maggiore la famosa ‘tavola calda modello Lercaro’, l’ex parroco, oggi Presidente dell’Assemblea, celebrando la ex Messa dovrebbe voltare le spalle al Cristo. La ragione vera è che il Cristo risulta sistemato in modo che i ‘fedeli’ gli voltino le spalle e possa rapidamente e senza scandali essere cacciato fuori dalla chiesa”.

ECCO UN BRANO CHIARISSIMO DI GUARESCHI:

 

Il pretino progressista, don Chichì, sentenzia rivolgendosi al rude parroco della Bassa: “Don Camillo, la Chiesa è una grande nave che, da secoli, era alla fonda. Ora bisogna salpare le ancore e riprendere il mare! E bisogna rinnovare l’equipaggio: liberarsi senza pietà dei cattivi marinai e puntare la prua verso l’altra sponda. E’ là che la nave troverà le nuove forze per ringiovanire l’equipaggio. Questa è l’ora del dialogo, reverendo!”

 

Ma don Camillo risponde: “Litigare è l’unico dialogo possibile coi comunisti. Dopo vent’anni di litigi, qui siamo ancora tutti vivi: non vedo migliore coesistenza di questa. I comunisti mi portano i loro figli da battezzare e si sposano davanti all’altare mentre io concedo ad essi, come a tutti gli altri, il solo diritto di obbedire alle leggi di Dio. La mia chiesa non è la grande nave che dice lei, ma una povera piccola barca: però ha sempre navigato dall’una all’altra sponda. (…) Lei allontana molti uomini del vecchio equipaggio per imbarcarne di nuovi sull’altra sponda: badi che non le succeda di perdere i vecchi senza trovare i nuovi. Ricorda la storia di quei fraticelli che fecero pipì sulle mele piccole e brutte perché erano sicuri che ne sarebbero arrivate di grosse e bellissime poi queste non arrivarono e i poveretti dovettero mangiare le piccole e brutte?”


(Giovanni Guareschi)

 





FOCUSdi Paolo Gulisano
Don Camillo nell'interpretazione di Fernandel
 

É tornato don Camillo. Lo ha proposto come modello di prete nientemeno che papa Francesco, al Convegno della Chiesa italiana. Proprio lui, il pretone della Bassa uscito dalla penna talentuosa di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo, ma allo stesso tempo il più censurato in patria, dileggiato come reazionario. Ma la sua trasposizione cinematografica ne ha in gran parte tradito lo spirito originario.


É tornato don Camillo. Nel modo in cui meno ce lo si poteva aspettare. Lo ha proposto come modello di prete nientemeno che papa Francesco, al Convegno della Chiesa italiana. Proprio lui, il pretone della Bassa uscito dalla penna talentuosa di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo, ma allo stesso tempo il più censurato in patria, dileggiato come reazionario. Con una periodicità pressoché stagionale, le televisioni ripropongono da anni i film del ciclo di Don Camillo, liberamente, forse anche troppo, ispirati ai racconti di Giovannino Guareschi. 

Il favore presso il pubblico o, se si preferisce, l'audience, è sempre di grado elevato, e ciò ha consentito da una parte il perpetuarsi della popolarità delle "maschere" di don Camillo e Peppone a più generazioni, ma non sempre ha reso pienamente merito al loro creatore, dato che la trasposizione cinematografica ha in gran parte tradito lo spirito originario dei racconti, tanto da suscitare a suo tempo le proteste dello stesso Guareschi nei confronti  dei registi e degli sceneggiatori, stemperando spesso in un tiepido irenismo quello che era un confronto onesto, leale, ma anche duro e serrato tra le ragioni del cristianesimo e quelle dell'ideologia, che avvelenava (e avvelena) i cuori e le menti. 

Il pregiudizio che su Guareschi ha gravato per un quarantennio era motivato dal suo essere stato un autore “schierato”, e schierato “male”, agli occhi della cultura dominante. Un reazionario, un seguace quindi del trinomio “Dio, Patria e famiglia”. Può dunque sorprendere l’uscita di papa Francesco, e sarebbe bello sapere cosa ne pensano di tale autorevole indicazione pontificia i cattolici kasperiani, progressisti, aperturisti. Don Camillo, infatti, è un prete che indossa sempre la veste sacerdotale, che non viene mai a compromessi sui principi, che non fa “dialogo” con i “lontani”, ma semmai parla con molta franchezza con tutti, con Peppone, con i comunisti, con lo scopo di annunciare la verità, e amministrare la giusta misericordia cristiana. Cosa ne diranno di questa indicazione quelli che vogliono arruolare nelle loro fila il Papa, i vari Scalfari, ma anche quei teologi pret-à-porter che vogliono “svecchiare” la Chiesa rendendola prona alle mode del mondo? 

Don Camillo a tale proposito non aveva molti dubbi: la storia è una lotta tra la Chiesa che rende presente Cristo nella quotidianità e il mondo che lo rifiuta. Don Camillo, poco prima di morire, con il suo autore, Giovannino Guareschi, nel 1968, aveva avuto modo di esprimere le sue perplessità nei confronti del mondo moderno e anche della Chiesa moderna, quella che viveva la tempesta del post-Concilio, e degli interpreti del cosiddetto “spirito del Concilio”, quei “don Chichì” che descritti nell’opera ultima di Guareschi, quasi un testamento spirituale. Guareschi è stato uno scrittore che ha testimoniato e dimostrato che ciò che corrisponde al disegno di Dio corrisponde per ciò stesso alla natura reale delle cose. Guareschi ascoltò e accolse la risposta buona di Gesù: «La verità vi farà liberi». 

L’accolse e la ritradusse nelle parabole di Mondo Piccolo e di tutti i suoi racconti. Dunque vale la pena ricordarlo a chi oggi, davanti alle parole di papa Francesco, pensasse che in fondo don Camillo è solo una macchietta, da non prendere troppo sul serio. Don Camillo invece è il tipo di sacerdote che ogni cristiano si dovrebbe augurare di incontrare, in parrocchia, nel confessionale, e magari anche nelle sedi episcopali. 











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Lettera di don Camillo a Papa Francesco



Qualunque prete sarebbe orgoglioso di essere indicato dal Papa come modello ma don Camillo no. Mai si sarebbe aspettato che Papa Francesco a Firenze davanti ad illustri prelati e sacerdoti lo citasse come esempio di sacerdote. A dirla tutta il reverendo parroco si è anche molto arrabbiato perché Peppone e i suoi sono venuti a canzonarlo leggendo ad alta voce sotto le finestre della canonica un articolo di Repubblica. “In don Camillo la preghiera di un buon parroco si unisce alla evidente vicinanza con la gente” leggeva solennemente Peppone mentre gli altri si sbellicavano dalle risate e il Brusco chiosava “vicinissimo, come quando si mise a sparare dal campanile!”.


Così don Camillo, un po’ per ringraziare, un po’ per umiltà e per coscienza sporca mi ha consegnato una lettera per il Papa. Don Camillo mi ha anche detto di precisare agli uffici di Sua Santità di dire al Papa di non chiamarlo al telefono perché di solito risponde l'Anselma, la perpetua, che lo manderebbe sicuramente a quel paese visto che un giorno sì e l'altro pure lo Smilzo telefona fingendosi papa Francesco.


 


Santità,


ho appreso dalla stampa, anche quella comunista, delle vostre graziose parole nei miei confronti e di come Voi mi avete indicato agli eminentissimi prelati e reverendissimi presbiteri come modello di sacerdote.


Vorrei sinceramente ringraziarVi per queste parole ma sento il dovere, dopo attento esame di coscienza, di scriverVi che non sono un modello adatto per i preti di oggi.


Santità, io sono un povero curato di campagna che ha letto pochi libri e pochissimi giornali in più il buon Dio mi ha voluto dotare di due mani larghe come badili e dello spessore di un mattone che quando va bene uso, con la tecnica dello scapaccione “radente”, sui chierichetti e quando invece va male le uso contro il sindaco del mio paesello e la sua banda di scalmanati senza Dio. Penso anche che avrete appreso da monsignor vescovo di quella faccenda, non proprio edificante, delle panche di rovere. Sua eccellenza paternamente mi ha anche chiesto perché invece di fare il prete non avessi fatto l'elefante.


Nutro poi, Santo Padre, il dubbio che i preti d'oggi mi vogliano come modello. Don Francesco, il giovane coadiutore in borghese che la Curia volle assegnarmi ai tempi del concilio, mi disse che ero fermo al 1666. Ancora oggi alle riunione del clero i pretini moderni, quando sollevano lo sguardo dai quegli infernali aggeggi informatici che hanno tra le mani , mi squadrano e mi osservano come una bestia rara. Sarà per la tonaca sarà perché sanno che la domenica me ne vado a celebrare una messa  clandestina, in latino, per i cattolici nella vecchia cappella privata del mio amico Perletti dove i fedeli continuano a ricevere l'Ostia inginocchiati davanti alla balaustra e dove ho traslocato il Cristo crocefisso e la statua di sant'Antonio.


Forse non sa, Beatissimo Padre, che un altro pretino mandato dalla Suprema Autorità Ecclesiastica un giorno mi disse: “Reverendo, lei dimostra di non aver capito che la Chiesa deve aggiornarsi e deve aiutare il progresso, non ostacolarlo!”. Questa faccenda del progresso e delle riforme è troppo difficile per me. Io non posso andare più in là di Cristo e per dirla tutta, Santità, io non ho mai capito quale mai sia questa nuova strada presa dalla Chiesa. Lei ha detto, l'ho letto sull'Osservatore Romano, che la Chiesa è un “ospedale da campo”. E’ vero ma la Chiesa in quanto ospedale da campo – lo dice uno che la guerra l'ha fatta – si trova in campo di battaglia dove si combatte la guerra contro il male e il peccato. Prendete il mio caso, Santo Padre, io non ho mai approvato nessuna delle diavolerie o delle bestemmie che la federazione del partito o il Soviet Supremo mettevano nella teste bacate di Peppone e dei suoi compagni ma la porta laterale della mia chiesetta la sera rimaneva e rimane sempre aperta e così questi poveretti all'imbrunire vengono a confessare il loro peccato di scemenza e io, prontamente, gli dico qualche buona parola, impartisco l’assoluzione e regalo qualche santino.


Oggi però sento soffiare un vento di pazzia e mi pare che l'uomo stia distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L'unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. No, non ce la faccio ad entusiasmarmi come tutti i preti progressisti della nouvelle vague, non sarò mai un modello per loro. Mi creda, Santità, a volte mi sento come un transaltantico costretto tra le sponde di un esiguo lago alpestre e invece sono solo un'umilissima barchetta che rimpiange il mare tempestoso. Forse il mio peccato è proprio questo: un peccato di rimpianto.


Beatissimo Padre, sono certo vorrà perdonare queste mie righe, adesso ritorno alla mia cappella dove, se non disturba alla Curia, tornerò a celebrare messa e a parlare di Dio, dei santi, del Paradiso e dell'inferno e dove insegnerò che non basta essere brutti, stupidi e poveri per avere diritto al Regno dei Cieli ma occorre essere anche buoni e onesti. Per chi vorrà lì c'è ancora il Crocefisso all'altare maggiore e anche i ceri da accendere alla Madonna e ai santi. Sa io non sono d'accordo con quel famoso parroco sociale che hanno fatto cardinale adesso, che i vassoi coi lumini accesi sono uno spettacolo da rosticceria.


Prego Vostra Santità di voler accogliere le espressioni della mia filiale devozione e di accordare la Vostra paterna ed apostolica benedizione.


Don Camillo











Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/27/2017 10:11 PM
 
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  È tornato don Camillo/3. Hasta la victoria siempre

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di Samuele Pinna
  
Fu così che arrivò il pretonzolo dalla missione in Sudamerica. Pretonzolo pare proprio la giusta definizione, perché era sbrindellato nel vestiario e nel modo di muoversi, ma anche quando gli uscivano parole dalla bocca non scherzava e la definizione calzava a pennello. I capelli corti e radi eppure arruffati e quel tantino unti, segno non di trascuratezza o di allergia al sapone ma di condivisione di povertà, incorniciavano un viso banale sporcato da una barba di qualche giorno. Anche la maglietta era imbrattata e i pantaloni padellati. Stonava inquell’ammasso di sciatteria solo il giubbotto di pelle e qualche aggeggio tecnologico che potevano far impallidire, per il costo, sorella Povertà. Ma non bisogna mai fermarsi al dettaglio. È lo spirito che conta!

E quel prete lì aveva uno spirito acceso, di chi conosce la fatica e i mezzi, ogni tanto, per evitarla. Gente insomma che si consuma perché spinta da idee importanti, da sistemi importanti, da scelte importanti. Mica gentaglia facile quella e che un po’ ammiri: per le loro idee, sistemi e scelte quelli come lui erano disposti a tutto, anche a mandare al diavolo nostro Signore, ma sempre con rispetto parlando.

Il pretonzolo arrivava per un periodo di riposo, anche se gli era sconosciuta questa parola perché nelle sue idee, nel suo sistema, nelle sue scelte non era prevista una tale attività. O forse la si chiamava con sinonimi, quali “vita sregolata”, “libertà assoluta” o “abnegazione totale”, benché condotta a partire dalle sue idee, dal suo sistema, dalle sue scelte. Certo, era encomiabile che uno lasciasse tutto per portare il Vangelo in terre lontane e non era carino fare alcunché di obiezione, neppure quelle palesi: troppo facile per lo sporco borghese sputare su una scelta di vita povera, almeno nella teoria e quel tanto che basta nella pratica. No, ci voleva rispetto per quelle persone che si dedicavano, tutte e di più, alla missione, a portare cioè la pace nella storia dei popoli, la giustizia sociale e il benessere nel mondo. Il Cristo davanti a nobili idee, sistemi e scelte, non aveva da lagnarsi: a pancia piena uno ragiona meglio e dopo la rivoluzione arriva sempre il tempo della distensione e quindi sarebbe giunto anche il momento per mettere in esercizio la salus animarum. E se il Vangelo doveva aspettare, che aspettasse, c’erano altre priorità! E se quei porci di reazionari avessero di che lamentarsi andassero loro a predicare in giro per il mondo!

Forse, a bene vedere, un altro modo di fare missione c’era pure, ma siccome non era affare commissionato a don Augusto, questi si tenne buono buono e alla larga dal pretonzolo bolscevico, non avendo nulla contro di lui ma subodorando che la visione sulla cattolicità probabilmente differiva. E, infatti, differì. Il gioviale Parroco cittadino decise di fare un bel pranzetto con diversi sacerdoti, un pranzo cittadino, come il Parroco, era sempre gioviale, di quelli cioè in cui le portate, molto curate anche nell’esposizione, erano servite con calma cosicché si poteva chiacchierare amabilmente e non sentire i morsi della fame perché presi da ameni dialoghi e discorsi signorili. Si comprende facilmente che don Augusto si sentiva come un leone chiuso in gabbia a poca distanza dall’agognato cibo.

La tenuta sul controllo famelico poteva durare qualche nanosecondo, a esser generosi, prima che la brutta bestia sfasciasse tutto, uscendo dalla gabbia per divorare la preda. Fortunatamente nei gioviali pranzi cittadini c’è sempre l’antipasto e, inizialmente, essendo troppo occupato a divorarlo, il pretone di campagna non si concentrò sul discorso teologico tirato fuori dal pretonzolo, tra l’altro seduto vicino a lui. Finché non sentì quella che catalogò come una sicura bestemmia. Avendo placato lo stomaco ora poteva riattivare anche il cervello.

 «È la categoria di popolo di Dio che dobbiamo recuperare...».
«Guarda, caro confratello», intervenne don Augusto, «che è già stata recuperata».
«Sì, ma non abbastanza! È la vera immagine di Chiesa», disse il pretonzolo e per poco don Camillo redivivo non si soffocò con una tartina del gioviale antipasto.
«Mi scusi», riprese stranamente calmo, «ma forse non è informato sui fatti. Limitarsi unicamente a quella espressione per definire la Chiesa o rendere tale immagine biblica onnicomprensiva per la sua comprensione, significa non indicare del tutto la concezione che ha il Nuovo Testamento, in cui, infatti, “popolo di Dio” rinvia sempre all’elemento veterotestamentario della Chiesa, alla sua continuità con Israele. Ma la Chiesa riceve la sua connotazione neotestamentaria più evidente nel concetto di “Corpo” e “Sposa” di Cristo. Si è Chiesa e si entra in essa non attraverso appartenenze sociologiche, bensì attraverso l’inserzione nel corpo stesso del Signore, per mezzo del Battesimo e dell’Eucaristia».

 «Ecco che si vuole imbavagliare lo Spirito creatore con sottili analisi filosofiche! Appartenere alla Chiesa è appartenere al popolo!». 
Perplesso dal nuovo dogma, il pretone di paese tentò per la prima volta di svincolarsi dalla discussione, non valeva la pena farsi il sangue cattivo davanti a quel ben di Dio. 
Ma il pretonzolo continuò sicuro nei suoi sconclusionati ragionamenti. «Dire che il popolo è Chiesa significa affermare che è il popolo che decide! Del resto, se il Magistero pensa metafisicamente contraddice la storia!», esclamò con enfasi. 
«Se il Magistero non pensa metafisicamente contraddice sé stesso», obiettò don Augusto dopo aver ripreso fiato e ingoiato l’ultimo tramezzino, molto stupito della passione dell’interlocutore, ma anche dalla scarsa capacità dialettica in cui mancavano sovente i soggetti e le dimostrazioni logiche apparivano come assiomi indiscutibili. Per tal motivo e anche per un senso sincero di pietà cristiana, don Augusto di nuovo si distrasse volontariamente, guardando fuori dalla finestra. Ciò fu, però, riletto come una sporca provocazione e il pretonzolo riattaccò col disco. 

«No, fratello, non sarai anche tu dogmatico? L’appartenenza è sempre sociale e la Chiesa è popolo che si deve opporre alla gerarchia, perché tutte le istituzioni sono forze dell’oppressione. Non serve una bella interpretazione da parte di nessuno: l’unica ermeneutica possibile è quella della storia se è vero, come è vero, che la Bibbia racconta la storia della salvezza. Non c’è quindi nessuna metafisica da ricercare, la storia è l’autentica Rivelazione e, di conseguenza, la vera istanza ermeneutica dell’interpretazione biblica. E poi vogliamo mettere il ruolo dello Spirito Santo?». 
«No, non vogliamo», riprese secco don Augusto, «non c’è nessuna contrapposizione tra Spirito e Chiesa, sarebbe una contradictio in terminis. E la storia non può avere tutte le risposte...». 
«Sono il vissuto e le esperienze della comunità a determinare la comprensione e l’interpretazione della Bibbia: la figura di Gesù, presentata nei Vangeli, costituisce una sintesi di avvenimenti e interpretazioni dell’esperienza di comunità particolari, dove tuttavia l’interpretazione è molto più importante dell’avvenimento...», lo bloccò alzando il volume della voce il pretonzolo, che fu a sua volta interrotto.«... che in sé non è più determinabile: è la comunità l’unica interprete con la sua esperienza degli avvenimenti e trova così la sua prassi. Molto bene: questa però non è più la Chiesa, ma l’avvio di un relativismo ecclesiale. E il punto è sempre lo stesso: chi mi dice che l’interpretazione è quella vera o quella giusta? E cosa succederà dopo la rivoluzione, dopo aver abbattuto il nemico? E soprattutto cosa c’entra Gesù Cristo in tutto questo, se non essere l’emblema di una lotta in fin dei conti estranea a Nostro Signore?». 
«E allora dobbiamo stare a vedere inermi le ingiustizie? Ah, ma tanto lei non è in prima linea! È inaccettabile quello che dice!».

L’offesa del pretonzolo arrivò addosso al povero don Augusto, che si schermì, aveva infatti, due spalle grosse quanto un armadio e riprese, «Vede, se è inaccettabile non lo so, ma tra persone civili si discute e non si butta tutto sull’offesa. Forse però quando non si riesce ad argomentare si deve passare alla demagogia o all’insulto. In realtà, caro confratello, ciò che è davvero inaccettabile teologicamente e pericoloso socialmente, è questo suo miscuglio tra Sacra Scrittura, cristologia, politica, sociologia, economia. Non si può abusare della Bibbia e della teologia per assolutizzare, sacralizzare una teoria sull’ordinamento socio-politico, perché questo, per sua natura, è sempre relativo. Nessuna rivoluzione, mescolando Dio, Cristo e le ideologie, può essere sacralizzata se non con la conseguenza che si creerà sicuramente un fanatismo entusiastico, che può portare alle ingiustizie e a delle oppressioni peggiori, rovesciando nei fatti ciò che in teoria ci si proponeva. E tutti i sistemi politici marxisti al potere nel mondo ce lo confermano».

Il discorso era bello chiaro e bello schietto, ma il riferimento al marxismo aveva destabilizzato l’interlocutore che sarebbe da lì a poco scoppiato in una rivoluzione e così don Augusto affondò il coltello nella piaga con un colpo da teatro. «Colpisce poi dolorosamente osservare in sacerdoti come lei (e forse anche in qualche teologo) l’illusione così poco cristiana di poter creare un uomo e un mondo nuovo, non mediante il richiamo alla conversione, ma agendo solo sulle strutture sociali ed economiche. È il peccato personale, invero, alla base anche delle strutture sociali ingiuste. È sulla radice, non sul tronco e sui rami dell’albero dell’ingiustizia che bisognerebbe lavorare se si vuole davvero una società più umana. Sono verità cristiane fondamentali, eppure mi sembra che lei le respinga con disprezzo come “alienanti” e “spiritualiste”».
«Mi sembra che lei sia un servo delle classi dominanti che vogliono conservare il potere appoggiandosi anche sulla Chiesa...», rispose infuriato l’altro.
«No», rispose calmo don Augusto, «ho un solo Padrone, che poi sono tre in uno. Ma è un poco difficile da spiegare ed è evidente che avrebbe bisogno prima di un bel ripasso del Catechismo».

E la discussione si interruppe definitivamente perché furono servite abbondanti porzioni di lasagne alla bolognese fumanti. Davanti a quella leccornia il nostro padre Bud Spencer non si sarebbe fermato a divorarla neppure se fosse giunta in quel preciso momento la fine del mondo. Che il figlio del popolo marxista si mangiasse pure il fegato, lui stava già addentando estasiato il primo boccone della pasta al forno!    Pubblicato il 26 aprile 2017

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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