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LA QUESTIONE DEL NOME DI DIO (TETRAGRAMMA)

Ultimo Aggiornamento: 22/07/2009 22.20
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22/07/2009 22.14
 
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LA QUESTIONE DEL "TETRAGRAMMA"

Il Sacro Nome di Dio: il TETRAGRAMMA (YHWH)

In Ebraico il nome di Dio era espresso con solo 4 consonanti o Tetragramma, che per 50 volte è semplificato nelle due consonanti "JH"

Y (iod) H (he) W (vau) H (he)

La pronuncia del nome di Dio non può certo uscire dalle sole 4 consonanti, come dalle stesse non possiamo trarre il nome Geova.

Ma allora come si legge il nome di Dio?

La stessa Torre di Guardia, riporta:

<<E' quasi certo che il Nome di Dio fosse originariamente pronunciato Yahweh.>>. Torre di Guardia 1-2-1961.

Sapendo che le vocali nell'antica lingua semitica sono secondarie, la costruzione e la pronuncia del "Tetragramma" fu aleatoria, ma la più attendibile, per tutti gli studiosi è: JaHWeH (IO SONO), come ci attesta la stessa "The Kingdom Interlinear Translation…Brooklyn 1969, pg.23 edita dal Corpo Direttivo dei TdG).

Ma la risposta non possiamo che averla dalla rivelazione che ebbe Mosè sul Monte Sinai (Es. 3,14) dove il Signore rivelerà che Egli è "IO SONO COLUI CHE SONO "; perché Dio nel parlare di "se stesso" usa, in questo caso, la prima persona. [6]

Ciò significa che quel: "Io Sono Colui che Sono" si può tradurre alla lettera "IO SONO L'ESISTENTE" tanto è vero che i traduttori Alessandrini traducendola nella lingua greca scriveranno "Ego eimi o on".

Tanto è vero che nel Vecchio Testamento, o Scritture Ebraiche, troviamo sempre e solo il Tetragramma (HWHJ), mentre nel Nuovo Testamento, o Scritture Greco-Cristiane Dio è chiamato semplicemente DIO (o Theos) oppure SIGNORE (Kyrios), ed anche PADRE (o Pàter) o nella forma Ebraica ABBA' (cf.. Mc. 14,26; Galati 4,6)

HWHJ:L'impronunciabile Nome

L'impronunciabilità del nome di Dio era una pia pratica usata dal popolo d'Israele, voluta dal loro profeta Mosé, e dettata dalla legge data da Dio; quella di "non pronunciare il Nome di Dio invano".

Nella Bibbia ebraica il nome di Dio era riportato ben 6800 volte[7].

Ora trovandosi davanti a queste 4 consonanti, ci si chiede come si possa leggere questa parola; sapendo che gli antichi Ebrei scrivevano solo le consonanti delle parole, ad esempio: invece di scrivere FINESTRA avrebbero scritto FNSTR. Ebbene, il lettore preposto alla pronuncia del tetragramma (HWHJ) aggiungeva alle quattro consonanti delle vocali, dando, in base alla pratica ed allo studio, la retta pronuncia.



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Da: Soprannome MSN°TeofiloInviato: 22/04/2004 9.48

La Retta pronuncia

Ora possiamo domandarci: qual'è la vera pronuncia del nome di Dio? A questa domanda lascio che sia sempre la Torre di Guardia a darmene la risposta :<< …il Comitato di traduzione del Nuovo Mondo dichiarò: "…siamo inclini a considerare la pronuncia Yahweh come la più corretta">>.Torre di Guardia 1-2-1961

Nell'opuscolo "Il Nome Divino…", e precisamente nell'articolo riguardante la "Stele Moabita", abbiamo la conferma che il nome JAHWEH, è il più accurato della "narrazione biblica": Pertanto la "stele" conferma l'accuratezza della narrazione biblica. Alla 19^ riga di questo documento, Mesa usò il tetragramma, "JHWH", il nome dell' Iddio d'Israele.

Ed ancora: Mesa si vanta: "Portai via di là (da Nebo) i vasi di JaHWeH". Questo è probabilmente il più antico documento extrabiblico che usa il Nome Divino. Torre di Guardia 15-4-1990,pg.31; cfr. "Il Nome Divino", pg.13. L'assenso dato dal Corpo Direttivo (CD), vale anche per le sacre scritture quando scrive che: "Il Nome di Dio, rappresentato da queste quattro consonanti (JHWH) ricorre 7000 volte nell'originale "Antico Testamento", o "Scritture Ebraiche". (Il Nome Divino, pag.6, cfr. "Traduzione del Nuovo Mondo,1987,p.1564).

Nel Tetragramma ci è rivelata la sua natura sempre esistente e non un semplice nome.

Infatti a conclusione del suo incontro con Mosè (Esodo 3,15), Dio ripete che è "Colui che è" e che è lo stesso "Dio dei vostri Padri" e vuole essere ricordato sotto questi due aspetti.

Il Nome di DiO NEL nuovo testamento (Esodo 3,14)

Mentre il Corpo Direttivo sì da tanto da fare per "ripristinare" il nome di Dio, chiamandolo Geova, Gesù e gli Apostoli (ebrei osservanti) lo chiamavano semplicemente Dio (Theos), oppure Signore (Kyrios), o Padre (Abbà)[8], come era nell'usanza di quel tempo, per effetto della lingua greca che andava per la maggiore: mai avrebbero pronunciato il nome Geova! (parola che il CD ha usato 237 volte nel NT in sostituzione del greco Kyrios, alterando così il testo greco (vds L'Interlineare edito dalla Wacth Tower).


Per rispondere alle "affermazioni" sul nome "Geova", dobbiamo prima spiegare il significato e l'importanza che il popolo ebraico dava al "NOME" ed ai Nomi biblici.

Poi vedremo come nasce e perché è tanto importante il nome Geova per la Congregazione Mondiale dei Testimoni di Geova. (in tutto il mondo solo i Testimoni di Geova usano questo nome pur sapendo che è errato)

Il Nome di DiO nell' antico testamento (Esodo 3,14)

Il nome, per l'autore biblico, e per lo stesso popolo d'Israele, indicava il suo essere, il suo operare, la sua natura, la sua volontà, nella persona che lo porta., così è stato per il Nome del Dio d'Israele.

Per gli Ebrei, e nella cultura semitica, il NOME (in ebraico - SHEM) non indica una parola, ma esprime la singolarità di una persona; attraverso la sua discendenza, il nome, sopravvivrà anche dopo la sua morte (Genesi 48,16).

Inoltre, il NOME, indica una personalità, un'appartenenza ad una tribù, ad una nazione, pensiamo al nome dell'autore di un libro famoso, o al nome impresso in un documento importante ecc.

Quindi Dio nel pronunciare il Suo NOME manifesterà:

L'espressione dell'Amore (cfr. 1Gv.4,8; Isaia 54,8; Ger 31,3)

Colui che sa perdonare i suoi figli

(Osea 11,9; cfr. Isaia 4,37;Osea 2)

La fedeltà eterna all'uomo (Giudici 13,18; Esodo 34,6)

Dio ha altri nomi:

ADONAI – che significa Signore (propriamente mio Signore

(Isaia 6,1)

EL – sta ad indicare la Potenza (Sal 16,1)(da questo nome deriverà, con l'articolo, il nome Allah)

ELOHIM – l'Infinito, ed esprime la pienezza della divinità (Genesi 1,1)

QANNA' – che significa Geloso (Esodo 34,14)

shadday – esprime l'Onnipotenza di Dio (salmo 68,15)

jahve' – allacciandosi al verbo essere presenta il vero Dio come presente e operante e quindi: "io sono colui che sono" (Esodo 3,14) – Dio parlando di se stesso non può non usare la prima persona del verso "essere" <<IO SONO>>

abba' (Padre) – Nome aramaico usato dai bambini nel rivolgersi ai propri padri. Nel Nuovo testamento questo nome sarà rivolto a Dio da Gesù

signore – come ci riferisce il libro di Amos (9,1 ss.), ma che gli Apostoli applicheranno al Cristo Risorto quale KIRIOS.

Concludendo: Il NOME di Dio si rivelerà nella storia, e nelle Sue OPERE che Egli compie (sempre) a favore dell'uomo, ma è importante osservare che il Nome di Dio, o i Nomi di Dio, sono espressioni con cui si vuole esprimere la natura di Dio, ossia ciò che Dio è.


I Settanta

Qualche secolo prima di Cristo gli Ebrei dispersi per il mondo ellenico (Grecia), sentirono il bisogno di tradurre la loro Bibbia in lingua greca, lingua oramai ufficiale (come lo è ora l'inglese o il tedesco ai nostri giorni).

La Traduzione detta dei LXX =Settanta è la più importante e la più corretta, perché se noi possiamo leggere con facilità i Sacri Testi è anche grazie a loro ; i vangeli furono scritti tutti in greco.

Gli stessi traduttori trovandosi davanti al tetragramma (HWHJ), e sapendo che gli Ebrei, per pia pratica pronunciavano ADONAI=Signore, tradussero Adonai con KYRIOS (=Signore equivalente al greco di Adonai)[9].

In alcuni frammenti trovati a Qumran (I° secolo A.C.) si è verificato che il Tetragramma, invece di essere tradotto con KYRIOS (forma greca di Signore) era stato trascritto con JAO, forma abbreviativa di Javhé[10].

Oltre ai copisti, sopraccitati, altri studiosi misero a disposizione la loro opera di traduttori dei sacri testi per renderli ancora di più leggibili, dando così alla Bibbia una certa armonia, e una linea di lettura più scorrevole.

I Masoreti

Con la distruzione di Gerusalemme, e la conseguente "Diaspora", la lingua ebraica andò in disuso, specialmente fuori del territorio Palestinese; all'ebraico si andò pian piano inserendo le lingue dei conquistatori: il latino ed il greco.

Le nuove generazioni fecero difficoltà [11] a leggere la Bibbia in ebraico, e sapere quali vocali aggiungere alle consonanti del tetragramma JHWH (le consonanti si chiamano così perché "con-suonano" con le vocali). In loro aiuto giunsero i Masoreti.

Nel IV° secolo alcuni Rabbini detti Masoreti, esperti di traduzioni, iniziarono il lavoro della vocalizzazione della Bibbia ebraica, e inventarono alcuni segni convenzionali (le vocali) che, aggiunte alle consonanti dava al lettore la possibilità di leggere con minore difficoltà.

Solo di fronte al Tetragramma i Masoreti trovarono difficile sapere quali vocali inserirvi, visto che da molti secoli nessuno aveva più pronunciato il nome divino, e pertanto era andato in disuso la vera pronuncia.

I Masoreti iniziando la vocalizzazione, si trovarono davanti le 4 consonanti ebraiche:

H W H J

che rapportate al nostro suono, sono così traslitterate (= passaggio dalle lettere ebraiche alle nostre)…

J H W H

Ora, non conoscendo le vocali originali del tetragramma, e rispettosi dell'antica tradizione ebraica, assegnarono al Tetragramma le vocali di EDONAH = Signore (e-o-a), nella forma "Shewà" (= debole nelle prime vocali), che per una regola interna della lingua ebraica la prima "a" all'inizio di una parola prende il suono di una "e" , come appare qui di seguito:

J . H . W . H

a/e D o N a

La punteggiatura, vicino al Tetragramma, fu messa perché gli stessi Masoreti volevano che il lettore, incontrando il Tetragramma, leggesse EDONAH (non era loro intenzione di inventare un nuovo nome).

Gesù e il Nome di Dio

Leggiamo dall'opuscolo "Il Nome Divino" a pag. 32, edito dal Corpo Direttivo geovista, che Gesù quando leggeva le Scritture Ebraiche seguiva l'uso di pronunciare il Nome di Dio.

Si risponde: in nessun passo dei Vangeli vi è traccia che Gesù si discostasse dalla pia pratica dei Giudei.

Gli stessi Giudei, infatti, lo accusarono di violare il Sabato, o di distruggere il Tempio (Mc 14,58;15,29), o di farsi uguale a DIO (Gv. 5,18), ma mai per aver pronunciato il Nome di Dio, perché se l'avesse fatto si sarebbe macchiato ai loro occhi di crimine verso Dio. Nulla di tutto questo troviamo nei Vangeli.

Gli stessi Apostoli non hanno MAI pronunciato il nome Geova, ciò è attestato dal fatto che già a quel tempo era in uso la traduzione greca dell'Antico Testamento detta dei Settanta=LXX (saggi del II° e III° secolo prima di Cristo), dove il nome di Dio era tradotto nella lingua greca in KYRIOS = Signore.

Tutti gli Ebrei al pari di Gesù, e sino ai nostri giorni, continuano a non pronunciare il Nome di Dio, anche se i Testimoni di Geova non sono d'accordo, come leggiamo in una loro rivista:

"Una volta, mentre si trovava in una sinagoga, Gesù lesse il brano del rotolo di Isaia, dove il nome di Dio ricorre più di una volta (Luca 4:16-21).

Si sarebbe egli rifiutato di pronunciare il nome divino che aveva sotto gli occhi, sostituendolo con "Signore" o "Dio"? Ovviamente no…".(Il Nome Divino, pg.15)


Il brano di Isaia conteneva il sacro Tetragramma e come tale Gesù lesse la parola "Signore" (Adonai) come ci riferisce lo stesso evangelista Luca.

In tutto il suo Vangelo Gesù presenterà, sempre, il Dio D'Israele come PADRE (Abbà), come SIGNORE (Kyrios = dall'ebraico Adonai).

Fatto è che gli stessi discepoli avevano avuto da Gesù il mandato di rivolgersi a Dio col nome di PADRE (Matteo 6,9).

A conferma di ciò basti pensare che i primi predicatori e scrittori del Vangelo, rivolgendosi agli Ebrei della diaspora, ed ai pagani, hanno fatto largo uso della traduzione detta dei Settanta, dove il Tetragramma è tradotto (e mai cancellato) quasi sempre in Kyrios (= Signore – Adonai), una parola che era comprensibile sia agli Ebrei che ai pagani [12].

E' pure vero che Gesù non si perdeva in discussioni sul nome di Dio.


Il Nome di Dio nelle prime Comunità Cristiane


Il Corpo Direttivo, dei Testimoni di Geova, crede che gli Evangelisti hanno sostituito il nome di Dio con la parola "Signore" annuendo che: "Dato che Matteo scrive in Ebraico, è inconcepibile che non abbia usato il nome di Dio, specialmente per citare i brani dell'AT che lo contenevano".Il Nome di Dio…pg.24


Il Vangelo di Matteo nella sua stesura risulta in lingua aramaica e poi in quella greca, avendo la certezza che Egli non avrebbe MAI nominato il nome di Dio per esteso, perché era Ebreo, tanto è vero che dove Luca scrive "Regno di Dio", egli scriverà "Regno dei Cieli" (Matteo 5,3; 11,11; 19,23).

Con la parola greca KYRIOS gli Apostoli, e le prime Comunità Cristiane esprimevano il vero concetto di Dio, quale Signore della loro vita che si era fatto presente in Gesù di Nazareth. essendo il Signore di Tutti (Filippesi 2,10-11). Gesù stesso amava rivolgersi a Dio con l'appellativo di PADRE (Abbà)[13].


Il Nome di DiO dal 400 al nostro tempo


GEOVA : L'ibrido nome di Dio


Nel proseguo degli anni, alcuni sprovveduti traduttori della Bibbia (V° e VI° secolo), non conoscendo né la vocalizzazione, né la regola della lingua ebraica, inserirono nel Tetragramma (JHWH) le vocali di Edonah (e-o-a), pensando di vocalizzare il Tetragramma, e dare così il nome di Dio andato in disuso.


J e H o W a H

ò D ò N ò H


Invece dettero vita ad un'ibrida parola che letta secondo la pronuncia inglese o anglosassone ha il seguente suono…

YeHoWaH = Geova (in italiano)

Questo errore commesso dai traduttori fu ripetuto, per secoli, anche dai cristiani, cattolici e protestanti. Solo con il progresso negli studi linguistici molti studiosi, di fama internazionale, dettero al Tetragramma (JHWH) l'esatta pronuncia. Nell'opuscolo "Ragioniamo facendo uso delle scritture" troviamo scritto:Geova è la versione italiana del tetragramma ebraico (JHWH), che significa <<Egli fa divenire>>.( Ragioniamo facendo uso delle scritture, roma 1986, pg.155 ).

Il nome Geova non è una versione italiana del sacro Tetragramma, ma è una trascrizione o pronuncia errata. La parola "Geova" o "Yehowah" nella lingua ebraica (o in altra lingua) non significa nulla[14].

La parola <<versione>> vuol dire "traduzione" in altra lingua, ossia dare il significato d'una parola di lingua diversa nella propria lingua (Zingarelli).

L'appellativo Geova dunque non è biblico. Esso si è divulgato (come ti esporrò più avanti) fra il 1100 e il 1400 sec. d.C. La forma giusta è Yahwé, come attesta la stessa Torre di Guardia nell'opuscolo "Preparato per ogni opera buona", dove ha riconosciuto che la parola Geova è falsa[15].

<<…a dire la verità nessuno sa con certezza come si pronunciasse in origine il nome di Dio>> Il Nome Divino durerà per sempre, pag.7

Quindi "nessuno sa" con <<certezza>> come si pronuncia il nome di Dio. E allora perché tanta insistenza?

Perché mettere in disagio chi, non conoscendo il nome di Dio, vuole avere con Lui un rapporto quale figlio, chiamandolo Padre o solo Dio?

Ma è davvero importante questo nome? Sembra di no! Lo dice la stessa Torre di Guardia: <<La pronuncia originale del nome di Dio non è più conosciuta. E in effetti non è importante>>.[16] Il Nome Divino…pag. 7.

Allora, mi domando, perché chiamarlo Geova? Ecco cosa ci risponde la Società Torre di Guardia: "Se volete ottenere la salvezza anche voi dovete conoscere e onorare il nome di Dio". (La verità che conduce alla vita eterna, pag.127, 1968).

A leggere attentamente la Parola di Dio non sembra proprio così perché nella parabola del fariseo e il pubblicano, entrambi si rivolgono a DIO (qeom) e non a Geova, e l'uno andrà via senza giustificazione, mentre l'altro sarà giustificato, sempre dallo stesso Dio.

Luca 18: 11.13 :"Il fariseo stando in piedi, pregava così tra sé: O DIO, ti ringrazio che non sono come gli altri… Il pubblicano fermatosi a distanza si batteva il petto dicendo: O DIO, abbi pietà di me…".

GEOVA: Un nome per distinguersi?

I Testimoni di Geova affermano: Per distinguersi dai molti falsi dei, il vero Dio si è dato un nome personale. Questo lo apparta da tutti gli altri…[17]

Dire che Dio si è dato un nome per distinguersi dagli altri "dei" equivarrebbe ad ammettere l'esistenza di altri "dei".

Ma sapendo che Egli è "L'unico vero Dio", da quali dei si doveva distinguere? Non è solo in terra la vera idolatria?

Dire che Dio si è dato un nome è errato. Il nome di Dio E' LUI STESSO

Anno 1530: compare per la prima volta il nome GEOVA

Se prendiamo il libretto "Il nome Divino durerà per sempre" veniamo a sapere che: Il nome apparve per la prima volta in una bibbia inglese nel 1530 quando William Tyndale pubblicò una traduzione dei primi cinque libri della Bibbia. Vi incluse il nome di Dio, solitamente scritto Jehowah in vari versetti.( Il Nome Divino durerà per sempre, 1984, pag.18)

Qui viene a cadere tutto ciò che la Torre di Guardia va sostenendo nel dire che il nome Geova ha una tradizione di secoli [18].

Infatti:

la pronuncia Jahve ha dietro di sé una tradizione millenaria[19];

mentre quella errata di <<Geova>> ha avuto inizio quattro secoli fa (1530) ed è ritenuta, da moltissimi studiosi, errata fin dal principio del nostro secolo [20].

nelle bibbie anteriori al 1530 e posteriori al 1930, non si trova, mai, la forma Geova, eccetto nella bibbia dei Testimoni di Geova[21]

bisogna dire che solo 4 bibbie hanno la forma "Geova" e precisamente:

v La "Traduzione del Nuovo Mondo" della Wacth Tower

v La traduzione di Antonio Martini 1679-1781

v La Sacra Bibbia di Giovanni Diodati (1607)

v La versione riveduta di Giovanni Luzzi (1911-1930)

N.B. : Le traduzioni del Martini, del Diodati e del Luzzi sono state pubblicate dopo il 1530, e prima del 1930, tempo in cui si credeva che la forma "Geova" era la più corretta.

1931: I Russelliani si danno un NUOVO NOME

Nell'Annuario del 1976, edito dalla Torre di Guardia, si legge: "Non possiamo consentire d'essere chiamati col nome di Russelliani…ci rifiutiamo di portare o accettare il nome di qualsiasi uomo. Un "Nuovo Nome" fu adottato dalle migliaia di unti seguaci di Cristo riuniti nell'assemblea di Columbus (30 Luglio 1931 n.d.a.)…e che sarebbero stati conosciuti come "Testimoni di Geova". Annuario dei Testimoni di Geova 1976, pag.148,149,150.

Bisogna dire che prima del 1931 i futuri testimoni di Geova (tdG) si chiamavano "Studenti Biblici".Ma al Congresso di Columbus verrà adottato, per la prima volta, un nuovo nome: "TESTIMONI DI GEOVA" (Annuario TDG 1932, pg.22-23).

Il nuovo nome è preso, secondo il pensiero del presidente dei tdG Rutherford, dal libro di Isaia 43 versetto 10, che ha tutt'altro significato non certo quello di chiamare Dio con l'appellativo di "Geova" (cfr. Isaia 43,10).

Testimoni = Termine preso dalla testimonianza che gli "Studenti Biblici" davano nell'assidua predicazione.

di Geova = Nome proprio di Dio(secondo i Testimoni di Geova) preso dal tetagramma (JHWH) con l'aggiunta delle vocali del nome divino "Edonah"=Signore.

Ora mi chiedo perché tanto fervore per questo nome "Geova". Ebbene, con questo nome la Società "Torre di Guardia" si differenzia da altre confessioni religiose, sino a divenire un vero marchio di garanzia, per distinguersi dai numerosi gruppi che si staccarono dalla "Wacth Tower".

Maurizio. (Gris Macerata)

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Questi sono i MANOSCRITTI GRECI CHE CONTENGONO IL TETRAGRAMMA

(I° secolo a.C. – III° secolo d.C.)

1. LXXP. Fouad Inv. 266 rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici quadrati nei seguenti luoghi: De 18:5, 5, 7, 15, 16; 19:8, 14; 20:4, 13, 18; 21:1, 8; 23:5; 24:4, 9; 25:15, 16;De 26:2, 7, 8, 14; 27:2, 3, 7, 10, 15; 28:1, 1, 7, 8, 9, 13, 61, 62, 64, 65; 29:4, 10, 20, 29; 30:9, 20; 31:3, 26, 27, 29; 32:3, 6, 19. Perciò in questa collezione il Tetragramma ricorre 49 volte in luoghi identificati di Deuteronomio. Inoltre, in questa collezione il Tetragramma ricorre tre volte in frammenti non identificati, cioè nei frammenti 116, 117 e 123. Questo papiro, trovato in Egitto, fu datato al I secolo a.E.V. Union College Annual, vol. XLII, Cincinnati, 1971, pp. 125-131.

2. LXXVTS 10a rende il nome divino col tetragramma scritto in caratteri ebraici antichi nei seguenti luoghi: Gna 4:2; Mic 1:1, 3; 4:4, 5, 7; 5:4, 4; Aba 2:14, 16, 20; 3:9; Sof 1:3, 14; 2:10; Zac 1:3, 3, 4; 3:5, 6, 7. Questo rotolo di pelle, trovato in una caverna del deserto della Giudea presso Na_hal _Hever, è stato datato alla fine del I secolo E.V. I frammenti di questo rotolo furono pubblicati in Supplements to Vetus Testamentum, vol. X, Leida, 1963, pp. 170-178.

3. LXXIEJ 12 rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici antichi in Gna 3:3. Questo frammento di pergamena, trovato in una caverna del deserto della Giudea presso Na_hal _Hever, è stato datato alla fine del I secolo E.V. Fu pubblicato nell'Israel Exploration Journal, vol. 12, 1962,p.203

4. LXXVTS 10b rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici antichi nei seguenti luoghi: Zac 8:20; 9:1, 1, 4. Questo rotolo di pergamena, trovato in una caverna del deserto della Giudea presso Na_hal _Hever, è stato datato alla metà del I secolo E.V. Fu pubblicato in Supplements to Vetus Testamentum, vol. X, 1963, p. 178.

5. 4Q LXX Levb rende il nome divino in lettere greche 1 (IAO) in Le 3:12; 4:27. Questo manoscritto papiraceo, trovato nella Caverna n. 4 di Qumran, è stato datato al I secolo a.E.V. Un resoconto preliminare su questo manoscritto fu presentato in Supplements to Vetus Testamentum, vol. IV, 1957, p. 157.

6. LXXP. Oxy. VII.1007 rende il nome divino con una doppia yohdh (23) in Ge 2:8, 18. Questo foglio di pergamena, datato al III secolo E.V., fu pubblicato in The Oxyrhynchus Papyri, parte VII, con traduzioni e note a cura di Arthur S. Hunt, Londra, 1910, pp. 1, 2.

7. AqBurkitt rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici antichi (45) nei seguenti luoghi: 1Re 20:13, 13, 14; 2Re 23:12, 16, 21, 23, 25, 26, 27. Questi frammenti del testo greco della versione di Aquila furono pubblicati da F. Crawford Burkitt nella sua opera Fragments of the Books of Kings According to the Translation of Aquila, Cambridge, 1898, pp. 3-8. Questi frammenti di palinsesto dei libri dei Re furono trovati nella genizah della sinagoga del Cairo, in Egitto. Sono stati datati alla fine del V secolo o al principio del VI secolo E.V.

8. AqTaylor rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici antichi (67) nei seguenti luoghi: Sl 91:2, 9; 92:1, 4, 5, 8, 9; 96:7, 7, 8, 9, 10, 13; 97:1, 5, 9, 10, 12; 102:15, 16, 19, 21; 103:1, 2, 6, 8. Questi frammenti del testo greco della versione di Aquila furono pubblicati da C. Taylor nella sua opera Hebrew-Greek Cairo Genizah Palimpsests, Cambridge, 1900, pp. 54-65. Sono stati datati alla seconda metà del V secolo E.V. o al massimo al principio del VI secolo E.V.

9. SymP. Vindob. G. 39777 rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici arcaici (89 oppure :;) nei seguenti luoghi: Sl 69:13, 30, 31. Questo frammento di un rotolo di pergamena con parte del Sl 69 nella versione di Simmaco (Sl 68 nei LXX), conservato nella Österreichische Nationalbibliothek di Vienna, è stato datato al III o IV secolo E.V. Fu pubblicato dal dott. Carl Wessely in Studien zur Palaeographie und Papyruskunde, vol. XI, Lipsia, 1911, p. 171.

10. L'Ambrosiano O 39 sup. rende il nome divino col Tetragramma scritto in caratteri ebraici quadrati in tutte cinque le colonne nei seguenti luoghi: Sl 18:30, 31, 41, 46; 28:6, 7, 8; 29:1, 1, 2, 2, 3, 3; 30:1, 2, 4, 7, 8, 10, 10, 12; 31:1, 5, 6, 9, 21, 23, 23, 24; 32:10, 11; 35:1, 22, 24, 27; 36:sopr, 5; 46:7, 8, 11; 89:49 (nelle colonne 1, 2 e 4), ÞSl 89:Ü51, 52. Questo codice, datato alla fine del IX secolo E.V., ha cinque colonne. La prima contiene una traslitterazione del testo ebraico in greco, la seconda la versione greca di Aquila, la terza la versione greca di Simmaco, la quarta quella dei LXX e la quinta la versione greca Quinta. Un'edizione in facsimile di questo palinsesto, insieme con una trascrizione del testo, a cura di Giovanni Mercati, fu pubblicata a Roma nel 1958 col titolo Psalterii Hexapli reliquiae . . . Pars prima. Codex rescriptus Bybliothecae Ambrosianae O 39 sup. phototypice expressus et transcriptus.


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Da: Soprannome MSN°TeofiloInviato: 22/04/2004 9.52

Vediamo ora altri documenti antichi dove il Tetragramma è stato tolto o modificato:

Testimonia (4Q175=4QTest)

Questo documento manoscritto su pergamena è datato alla metà del 1° sec. a.C.

Il nome attribuitogli "Testimonia", deriva da un tipo di scritto cristiano a cui somiglia per contenuto.

I Testimonia cristiani erano collezioni di versi tratti dall'Antico Testamento, concernenti il Messia.

Erano "testi-prova", tesi a dimostrare agli ebrei che Gesù era effettivamente il Messia promesso.

Il "Testimonia" di Qumran, non è un testo cristiano, ma assomiglia ai Testimonia cristiani perchè vengono raggruppati versi che hanno a che fare con uno stesso tema. Il testo di Qumran include 5 citazioni bibliche con relative interpretazioni.

Le prime due citazioni si riferiscono alla venuta di un profeta sul tipo di Mosè. La terza si riferisce ad un Messia-re, la quarta ad un Messia-sacerdote. La quinta citazione tratta da Giosuè, è connessa alla venuta di un periodo di grandi disastri su coloro che sono dediti al male.

Nel frammento il tetragramma YHWH è sostituito da 4 punti. Le varie sezioni bibliche sono accuratamente separate tra loro.

Tra questi antichissimi documenti vanno ricordati i papiri di Bodmer risalenti alla prima metà del Il secolo e contenenti quasi tutto il Vangelo di Giovanni. In essi non c'è il Tetragramma.

Papiro di Rylands(P52)

E' uno dei mpiù vecchi frammenti di papiro del Nuovo Testamento,é in forma di codice (scritto da ambo il lati) e contiene Giovanni 18:31-33 and 37-38. E' stato ritrovato in Egitto ed é stato datato intorno al 125 A.D.

E' attualmente conservato presso il Giovanni Rylands Library di Manchester, Inghilterra.

Il papiro di Bodmer (P66, P72-75)

E' una collezione costituita da una cinquantina di manoscritti in greco scoperti da M. Martin Bodmer nel 1955-56, é sono stati datati al intorno al 200 A.D.

La parte principale della collezione é conservata presso la Bibliotheca Bodmerianasi Colonia (nei pressi di Ginevra). TL'unica eccezione é costituita dal papiro VIII (che contiene Pietro 1 e 2), che fu offerto in dono a Papa Paolo VI nel 1969; il testo é conservato nella libreria Vaticana. La raccolta fu scoperta in Egitto . Essa contiene sia codici (scitti da ambo i lati) che rotoli (scritti su una sola facciata); la maggior parte di essi sono papiri, mentre tre di essi sono pergamene (Pap. XVI, XIX, and XXII).

I manoscritti comprendono brani del vecchio e del nuovo testamento insieme a scritti della chiesa delle origini.

Il papiro P75 (vangelo di Luca e Giovanni) appare virtualmente identico al testo del Codex Vaticanus.

Esso sembra richiamare Giovanni 6:58-71

Il papiro di Magdalen (P64)

Il papiro é stato conservto nella biblioteca del Magdalen College per più di 90 anni. Esso fu donato alla biblioteca dal cappellano inglese, Rev. Charles Huleatt, che lo aveva acquistato in un antico percato di Luxor in Egitto. Utilizzando un microscopio a scansione accompagnato dalla analisi papirologica convenzionale, il prof.Thiede lo ha ridatato intorno alla metà del secondo secolo, tra il 30 and 70 A.D.

In questo papiro il nome di Gesù é scritto "KS", abbreviazione delle parola greca Kyrios, cioè Signore.

Matteo 26

Una delle due più antiche copie degli scritti apostolici finora ritrovate è un codice papiraceo (noto come Papiro Chester Beatty n. 2 [P46]). Esso contiene frammenti di nove lettere dell'apostolo Paolo: Romani, Ebrei, I e II Corinzi, Efesini, Galati, Filippesi, Colossesi e I Tessalonicesi. In passato la datazione di questo codice è stata a lungo fatta risalire intorno al 200 d.C. Tuttavia, ora sussistono valide ragioni per retrodatarlo. Nel 1988 il prof. Y.K. Kim ha esposto una tesi, accuratamente documentata (cfr. Y.K. Kim, "Paleographic Dating of P46 to the Later First Century" in Biblica, vol. 69, fasc. 2, 1988, pp. 248-257) , in base alla quale il codice dovrebbe essere retrodatato alla seconda metà del primo secolo, forse addirittura al regno dell'imperatore Domiziano, cioè a prima dell'81 d.C. In ogni caso, le prove addotte porrebbero la collezione papiracea a qualche decennio di distanza dalla redazione degli scritti originali di Paolo.

In nessuno dei suddetti scritti del NT, datati non oltre il 200 d.C. riportano il Tetragramma.

Ricordiamo inoltre:

Manuale di Disciplina o Regola della Congregazione ( 1Q28a [1QSa])

Conosciuto anche con il nome di Serekh ha-Yahad, questo frammento fu rinvenuto nella Grotta 1 di Qumran. Il questo documento (allo stesso modo che nel commento ad Habacuc e nel Documento di Damasco, si evita accuratamente di citare il tetragramma YHWH).

Il manoscritto è datato all'epoca dei Maccabei (104-76 a.C.).

Originariamente era incluso in un rotolo chiamato Regola della Comunità o Manuale di Disciplina (1QS), e nonostante la forma frammentaria, appare essere uno scritto abbastanza completo.


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Da: Soprannome MSN°TeofiloInviato: 22/04/2004 9.53

La Bibbia dei Settanta è la prima versione in greco dell'Antico Testamento. Fu redatta tra il III sec. a.C. e il II secolo a.C. per venire incontro alle esigenze di culto e di proselitismo dei giudei residenti in Egitto e, più in generale, fuori della terra d'Israele. Fu fortemente voluta soprattutto dagli ebrei della diaspora che non comprendevano più l'ebraico. Secondo la lettera di Aristeia, è detta "dei Settanta" perché sarebbe stata eseguita da settanta saggi nell'isola di Faro (Alessandria d'Egitto), su richiesta di Tolomeo II Filadelfo.

La Bibbia dei Settanta tradusse il tetragramma con (Kyrios) (Signore) in oltre 2000 manoscritti e papiri. Esistono però testimonianze di limitati casi di copie della versione dei Settanta (I° secolo a.C. – III° secolo d.C.) che hanno reso il nome di Dio in altro modo (caratteri greci, lettere greche maiuscole IAO, caratteri aramaici, caratteri paleoebraici, due jod ebraiche ed un trattino in mezzo, caratteri ebraici, caratteri ebraici quadrati). Al momento, fatta eccezione per le versioni greche di Aquila, Teodozione e Simmaco (che reintrodussero il tetragramma in chiara polemica con la cristianità), non è però possibile dire se si tratti di manoscritti fedeli ad un testo originale scomparso, di versioni greche parallele, di traduzioni manipolate, di sporadiche correzioni ebraiche sul testo greco o di autorevoli revisioni della Settanta su un testo pre-masoretico, ormai irrimediabilmente perduto.

Sulla storia del testo della LXX esistono infatti non poche teorie. Tra esse è forse il caso di ricordare:

<DIR> <DIR>

la teoria della proto-Settanta (P.A. De Lagarde);

la teoria della pluralità delle traduzioni (P. Kahle);

la teoria delle correzioni ebraiche (E. Bickerman);

la teoria delle due fonti testuali (D. Barthélemy);

la teoria dei testi locali (F.M. Cross e scuola di Harvard).

</DIR></DIR>

Secondo la teoria della proto-Settanta esisterebbe un'unica versione greca antica dalla quale si sarebbero diversificate tutte le varie recensioni locali. Secondo la teoria della pluralità delle traduzioni sarebbero esistite varie traduzioni della Bibbia in lingua greca, delle quali i cristiani avrebbero conservato solo un testo standard. Secondo la teoria delle correzioni ebraiche, oltre ad un testo iniziale intatto, esisterebbero versioni successive in cui gli ebrei avrebbero introdotto correzioni stilistiche e giudaizzanti. Secondo la teoria delle due fonti testuali esisterebbero due lezioni greche dell'Antico Testamento: una cristiana di Antiochia (abbastanza integra) e l'altra ebraico-palestinese (soggetta a parecchie revisioni giudaizzanti). Secondo la teoria dei testi locali esisterebbero ben tre famiglie testuali: da una prima famiglia testuale localizzata ad Alessandria d'Egitto si sarebbero differenziate due altre famiglie localizzate ad Antiochia e a Babilonia.

La sostituzione del Santo Nome con ?????? (Kyrios) da parte dei traduttori originali ed il mantenimento di Kyrios da parte dei successivi copisti non sembra rispondere ad un'unica logica. Si potrebbe infatti pensare:

· ad una iniziale riservatezza dovuta al fatto che la versione dei Settanta era rivolta agli ebrei residenti fuori della terra di Israele (soprattutto nella colonia di Alessandria d'Egitto) ed essendo scritta in greco poteva essere letta anche dai pagani;

· al discutibile tentativo dei giudei dispersi in Egitto ed in Mesopotamia di proporre ai gentili una religione monoteista, cosmopolita ed universale, totalmente svincolata dal Dio nazionale degli ebrei, dagli aspetti più sacri e segreti dello jahvismo e dai caratteri più radicali, politici e fondamentalisti della tradizione sacerdotale (Isaia 19,16-25);

· al fatto che molti copisti dell'Antico Testamento spesso non comprendevano il senso del tetragramma;

· al fatto che la pronuncia del tetragramma era spesso ignota e pertanto intraducibile in greco, dato che i rabbini tendevano a leggere ???? (Adonay) tutte le volte che trovavano YHWH;

· al fatto che il nome di Dio diventava incomprensibile, illeggibile ed oscuro se si manteneva il tetragramma ebraico nelle versioni greche;

· al fatto che, traslitterando in greco il tetragramma con p?p? (come fece Teodozione), il nome di Dio perdeva ogni significato logico;

· ad un atteggiamento reverenziale verso il Santo Nome;

· alla non remota possibilità di equivocare la pronuncia del nome di Dio (Jahvé) con quello del padre degli dei pagani (Giove);

· al timore di pronunciarlo, derivante dal divieto di nominare il Nome di Dio invano (Esodo 20,7);

· al fatto che spesso la Settanta tradusse il verbo ebraico ??? (naqab) che vuol dire bestemmiare con il verbo greco ???µa?? (onomazo) che vuol dire nominare (Levitico 24,16);

· all'uso magico del nome di Dio (Origene, Contro Celso, I, 24);

· al sorprendente fatto che alcune scritture del Vecchio Testamento riguardanti YHWH vengono applicate nel Nuovo Testamento a Gesù Cristo (si confronti Salmo 102,25-27 con Ebrei 1,10-12; Isaia 8,12-13 con 1 Pietro 3,14-15; Isaia 40,13 con 1 Corinzi 2,16; Gioele 3,5 con Romani 10,13).

Invece di ripercorrere le ormai consuete tappe della polemica con i Testimoni di Geova sul "nome divino" (Geova sì! Geova no!, il Tetragramma si dovrebbe pronunciare Jahvé ...), sarà proficuo un diverso approccio al tanto discusso problema della presunta presenza del Tetragramma negli scritti originali del NT, un approccio lineare e semplice che evidenzierà le insostenibili conseguenze derivanti dalle preconcette tesi geoviste. Per una dettagliata trattazione sul significato del Tetragramma e sulle ragioni per cui il termine "Geova" non rappresenta accuratamente alcuna forma del "nome", si rimanda a B. Vona, L'enigma di un nome: JHWH in A.Aveta, I Testimoni di Geova: un'ideologia che logora, Roma 1990, pp. 90-115.

I Testimoni di Geova ritengono di offrire ampie prove di appartenere all'unica, vera religione approvata da Dio e, a loro avviso, una delle fondamentali esigenze della vera religione dev'essere la santificazione del "nome" di Dio; infatti essi adoperano questo "nome" (Geova) nella pratica religiosa e, addirittura, si vantano di averne "ripristinato l'uso" in tutta la loro versione della Bibbia (conosciuta col titolo di Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture). Queste argomentazioni, implicitamente riprese in un articolo, intitolato "JHWH. Il Tetragramma nel Nuovo Testamento", a firma di un Testimone di Geova e pubblicato sulla Rivista Biblica n. 2/1997, sono ben note a chi ha frequenti contatti con i Testimoni di Geova, ma come si può replicare ad affermazioni così apodittiche, con lo scopo di indurre a qualche seria riflessione i propagandisti del verbo geovista?

Innanzitutto, va precisato che, come sono costretti ad ammettere gli stessi Testimoni di Geova, "oggi, a parte alcuni frammenti della primitiva Settanta greca in cui il nome sacro è conservato in ebraico, solo il testo ebraico (cioè l'Antico Testamento) ha ritenuto questo importantissimo nome nella sua forma originale di quattro lettere (YHWH)" (Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, p. 1563). Come mai, allora, se l'uso del "nome" divino dev'essere - a detta dei Testimoni di Geova - un requisito essenziale per identificare l'unica vera religione, nei manoscritti del Nuovo Testamento, finora pervenutici, questo "nome" divino non compare?

La risposta geovista è la seguente: "perché‚ quando furono fatte quelle copie (dal III secolo E.V. in poi) il testo originale degli scritti degli apostoli e dei discepoli era già stato alterato. Quindi copisti successivi devono aver sostituito il nome divino nella forma del Tetragramma con Ky'rios e Theòs" (Perspicacia nello studio delle Scritture, vol. I, p. 1028). Quest'affermazione dei Testimoni di Geova è decisamente problematica perché induce alla conclusione che tutti i manoscritti del Nuovo Testamento, finora scoperti e studiati dagli specialisti, sarebbero stati proditoriamente manipolati da scribi infedeli allo scopo di cancellare ogni menzione del "nome" divino; e questa posizione è stata recentemente suffragata da La Torre di Guardia del 1/10/1997, la quale sostiene che dietro l'eliminazione del nome personale di Dio dalle Scritture c'è "lo zampino di Satana" (p. 14). Se questa tesi geovista fosse attendibile, gli stessi Testimoni di Geova dovrebbero conseguentemente chiedersi: quale affidabilità può offrire un testo del NT che ha subìto alterazioni così radicali? in quali altri brani biblici sono state compiute manomissioni così diaboliche? in sostanza, quanto è attendibile il messaggio evangelico che viene fuori da Vangeli così radicalmente manomessi? e che dire della figura di Gesù: a causa di manipolazioni fraudolente così estese, è ancora attendibile tutto ciò che il NT ci dice di lui?

A ben vedere, la tesi geovista della manomissione del NT da parte di Satana allo scopo di eliminare ogni menzione del "nome" divino, ha come ovvia conseguenza la messa in discussione dell'attendibilità di tutto il testo biblico e induce a dubitare dell'ispirazione della Bibbia stessa. Infatti, le alternative sono due:

1) o il testo del NT è stato manipolato da scribi diabolicamente infedeli, i quali hanno, tra l'altro, eliminato ogni riferimento al "nome" divino; dal che si deve dedurre che Dio non avrebbe esercitato alcuna forma di protezione per salvaguardare l'integrità del testo biblico;

2) oppure il NT non ha subìto alcuna alterazione sostanzialmente rilevante, il che dimostra la vigile cura divina nella preservazione della Bibbia.

Incomprensibilmente, il Corpo Direttivo geovista, da una parte, azzarda la tesi dello "zampino di Satana" che avrebbe indotto traduttori e copisti a togliere "il nome personale di Dio, Geova, ... anche dalle copie delle Scritture Greche Cristiane" (ivi, p. 14), dall'altra, concorda sulla fedele conservazione del testo biblico affermando che "la preservazione e la traduzione delle Scritture ispirate sono avvenute per divina provvidenza ... e la grande quantità di manoscritti biblici in lingua originale giunti fino a noi consente di verificar[ne] l'accuratezza" (ivi, pp. 11,13).

Pertanto, la posizione geovista è notevolmente incoerente. Da una parte, i Testimoni di Geova sostengono che gli autori del NT inclusero, in origine, il Tetragramma nei propri scritti; dall'altra, essi ammettono che, nonostante la successiva eliminazione dal testo del "nome" divino a causa dello "zampino di Satana", questo stesso NT sarebbe stato preservato con eccezionale accuratezza. La contraddizione in cui cade il geovismo è fin troppo evidente: si ammette che Dio ha esercitato la propria influenza per preservare il testo greco del NT, sicché‚ quest'ultimo "è una meraviglia di trasmissione accurata" (cfr. La Torre di Guardia del 1/10/1977, p. 603), tuttavia il Creatore si sarebbe "distratto" e avrebbe omesso di badare che qualche forma del nome "Geova" fosse conservata in almeno una sola delle circa 5.000 antiche copie manoscritte del NT. Se fosse legittima l'eccezionale importanza attribuita al Tetragramma da parte dei Testimoni di Geova, come sarebbe potuto accadere tutto ciò?

In realtà, centinaia di anni di studi sui manoscritti disponibili, compiuti da rinomati studiosi del testo biblico (nessuno dei quali di fede geovista), ci consentono di asserire che sia l'Antico che il Nuovo Testamento (cioè l'intera Bibbia che ognuno di noi può consultare oggi) sono essenzialmente uguali all'autentico testo originale che Dio ispirò nell'antichità; perciò, tra le due alternative precedentemente menzionate, dobbiamo escludere la prima, ne consegue che l'uso di un particolare "nome" divino non costituisce un requisito essenziale per individuare la pura forma di adorazione approvata dal Signore.

Molti autori attribuiscono ai copisti e all'influsso del "divino Autore della Bibbia" la preservazione del racconto biblico, fatta con profondo rispetto e con particolare cura nella fedeltà della trasmissione. Infatti, lo stesso Corpo Direttivo geovista ammette che, siccome Dio ispirò gli scritti originali, "logicamente avrebbe fatto in modo che la sua Parola fosse tramandata fedelmente fino ai nostri giorni" (cfr. Svegliatevi! del 22/7/1985, p. 21). Perciò, i Testimoni di Geova sono incoerenti quando affermano che il NT sarebbe stato manipolato da Satana per eliminare da esso ogni menzione del "nome" divino.

A questo punto l'argomento potrebbe considerarsi esaurito, ma disponiamo di elementi ad abundantiam a sostegno della nostra premessa e in contrasto con le ipotesi contenute nell'articolo scritto dal Testimone di Geova nel citato numero della Rivista Biblica, perciò procediamo nella confutazione della tesi geovista relativa al presunto "ripristino" del nome divino nel NT.

 

Ripristino del "nome": ad opera di chi?

Dalla lettura delle pubblicazioni della Torre di Guardia si potrebbe ricavare l'idea che il nome "Geova" sia stato virtualmente sconosciuto prima della sua comparsa nelle pubblicazioni geoviste e che queste l'abbiano portato all'attenzione del mondo. Tuttavia, come fa notare R. Franz (cfr. In Search of Christian Freedom, 1991, p. 492), un esame della letteratura della Torre di Guardia nei primi quarant'anni della sua esistenza rivela che il nome "Geova" compariva in quelle pubblicazioni con una frequenza quasi uguale a quella con cui veniva usato in molta altra letteratura religiosa dell'epoca. A solo titolo d'esempio, il numero inglese del 15 aprile 1919 della Torre di Guardia riportava il nome "Geova" una sola volta in tutta la rivista! Ciò sarebbe impensabile per gli odierni Testimoni di Geova. Eppure, va notato che il Corpo Direttivo geovista ritiene che proprio da quell'anno - il 1919 - Cristo Gesù avrebbe scelto come "unico canale di comunicazione", fra tutte le religioni della terra, il Movimento sorto intorno alla Società Torre di Guardia. Se ciò fosse vero, saremmo costretti ad affermare che la scelta di Cristo non sarebbe stata condizionata da una speciale preminenza attribuita al nome "Geova", vista la limitata frequenza con cui questo nome veniva adoperato allora.

Il fatto è che autori religiosi di diverse fedi cristiane avevano già utilizzato, per secoli, il nome "Geova" nei propri scritti con rilevante frequenza prima della nascita della Società Torre di Guardia. Lo stesso R. Franz riferisce che la biblioteca del Dipartimento degli Scrittori, presso la sede centrale della Torre di Guardia a Brooklyn, contiene un gran numero di commentari biblici e di altre opere, risalenti a due o più secoli fa, che dimostrano esplicitamente questo dato di fatto. Per giunta, il nome in questione si trova negli innari di molte antiche denominazioni protestanti. Quindi, non sussiste alcun dubbio sul fatto che la Società Torre di Guardia non ha "ripristinato" il nome "Geova", per il semplice fatto che non c'era alcun bisogno di tale "ripristino" al tempo in cui comparve sulla scena tale Società. Il nome "Geova" era esplicitamente noto e si trovava in alcune versioni della Bibbia, in scritti e in edifici religiosi molto tempo prima della nascita della Società Torre di Guardia.

 

Il "nome" e gli agiografi del NT

Altra questione, invece, è se ci sia qualche merito particolare nel ricorso a quello specifico nome ad opera dei cristiani, o se sia ascrivibile qualche merito alla frequenza e ripetitività del ricorso a quel termine, come se ciò attestasse un cruciale elemento di identificazione per stabilire la validità della propria posizione quale unico e vero adoratore di Dio. Infatti, in un recente catechismo geovista (La conoscenza che conduce alla vita eterna, Roma 1995, p. 27) viene categoricamente insegnato: "Tutti coloro che desiderano avere il favore di Dio devono imparare a invocare il suo nome con fede".

Questa prescrizione del Corpo Direttivo ci porta all'esame di un altro problema: l'uso e la rilevanza del nome "Geova" nel contesto del NT e l'atteggiamento dei primi cristiani nei confronti del nome indicato dal Tetragramma. In buona sostanza, l'ipotesi della Torre di Guardia è che il Tetragramma fosse adoperato dagli autori del NT nei loro scritti originali. A scanso di ogni equivoco, ribadiamo che questa ipotesi geovista non può essere dimostrata; perché? Sostanzialmente, per due ragioni:

1 - nessuno di quegli scritti originali è sopravvissuto nel tempo;

2 - nessuno degli oltre 5.000 manoscritti nel greco originale, attualmente disponibili del NT, contiene il Tetragramma.

Eppure, nonostante questi fatti, la Torre di Guardia sostiene che, a partire dal III secolo d.C., il "nome" dev'essere stato cancellato dalle copie successive degli scritti originali del NT, il che sarebbe stato fatto - con lo "zampino di Satana" - per conformarsi alla prassi, vigente all'epoca, di sostituire il Tetragramma (YHWH) con le parole "Signore" (in greco, ky'rios) o "Dio" (in greco, theòs). L'Organizzazione geovista ha creduto di trovare un valido supporto per la propria introduzione del nome "Geova" nel NT, in una teoria di George Howard, docente di religione presso l'Università della Georgia. Infatti, attingendo a piene mani dalla teoria del prof. Howard, il geovismo ha enfatizzato in particolare questa dichiarazione dello studioso: "Recenti scoperte in Egitto e nel deserto della Giudea ci consentono di vedere con i nostri occhi l'uso del nome di Dio nei tempi precristiani. Queste scoperte sono significative per gli studi del NT in quanto costituiscono un'analogia letteraria con i più antichi documenti cristiani e possono spiegare in che modo gli autori del NT usarono il nome divino. Nelle pagine che seguono esporremo una teoria secondo cui il nome divino ... fu scritto in origine nel NT nelle citazioni e nelle parafrasi del VT e secondo cui nel corso del tempo fu sostituito. ... Dato che il Tetragramma era ancora scritto nelle copie della Bibbia greca [la Settanta] che formavano le Scritture della chiesa primitiva, è ragionevole credere che gli scrittori del N[uovo] T[estamento], citando la Scrittura, conservassero il Tetragramma nel testo biblico. Da ciò che facevano gli Ebrei in era precristiana possiamo supporre che il testo del NT incorporasse il Tetragramma nelle citazioni del VT."

La formulazione di questa ipotesi non può prescindere dalla considerazione di una serie di fatti:

1 - in base alle testimonianze di Girolamo, Origene ed altri fino al IV secolo d.C., si sa che il Tetragramma era ancora presente in copie della versione greca dei Settanta dell'AT, mentre non si dispone di una sola dichiarazione dei primi autori cristiani attestante che lo stesso Tetragramma fosse contenuto in qualche copia del NT. Se il Tetragramma era contenuto in una versione greca dell'Antico Testamento precristiano, perché non ritrovarlo logicamente o in qualche copia del testo greco originale del NT o almeno in una delle antiche traduzioni d'esso? Se il Tetragramma fosse stato inserito negli scritti originali del NT, ovviamente Dio avrebbe garantito la preservazione d'esso, almeno avrebbe dovuto farlo, se avesse attribuito a quel "nome" l'estrema importanza che gli assegna la Società Torre di Guardia. Il fatto che il Tetragramma non è stato conservato in alcun antico testo del NT, né in alcuna delle prime traduzioni d'esso, depone seriamente contro l'ipotesi di una immissione iniziale di quel "nome" nel testo.

2- Franz rileva che perfino nella stessa traduzione biblica della Torre di Guardia - la Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture - troviamo intere lettere scritte dagli apostoli in cui il nome "Geova" è del tutto assente. Scrivere lettere delle dimensioni e del contenuto simili a quelle paoline ai Filippesi, o alla sua prima epistola pastorale a Timoteo o a quella a Tito, o scrivere tre distinte lettere di monito e di esortazione su temi importanti come quelli trattati dall'apostolo Giovanni, e non usare ripetutamente il nome "Geova" comporterebbe il sospetto di apostasia tra i Testimoni di Geova. Eppure, va ripetuto, nella loro stessa Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture tale "nome" non compare in alcuna delle sette epistole apostoliche citate. Anche nell'ottica geovista della Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, si deve ammettere che nella redazione di queste lettere gli apostoli Paolo e Giovanni non si uniformarono evidentemente alla regola imposta dal Corpo Direttivo della Torre di Guardia. O, per dirla più correttamente, la norma imposta dal Corpo Direttivo della Torre di Guardia non si uniforma alla veduta apostolica del primo secolo. La totale assenza di "Geova" in queste sette epistole apostoliche, perfino nella Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, costituisce un'ulteriore prova del fatto che l'inserimento di quel nome nella restante parte del NT è puramente arbitrario, non è ovviamente una prova a favore della Torre di Guardia.

Ma torniamo alla teoria del prof. Howard; citandola, la letteratura geovista omette sistematicamente di fa rilevare ai propri lettori che l'articolo di Howard è pieno di inviti alla cautela, col ricorso ad espressioni del tipo: "questa teoria", "con ogni probabilità", "è possibile che", "se la nostra teoria è corretta", "la teoria che proponiamo", "se ipotizziamo", e così via. Anzi, il Corpo Direttivo geovista ritiene le riflessioni del prof. Howard "un'esposizione dei fatti storici su come furono trasmessi i manoscritti della Bibbia" (cfr. Traduzione del Nuovo Mondo ..., p. 1567). Infine, la tesi del prof. Howard propone l'uso del Tetragramma solo nelle citazioni dall'AT, mentre la Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture in diversi casi inserisce "Geova" in passi in cui non compare alcuna citazione dall'AT; ciò facendo, va ben oltre la tesi proposta da Howard.

In effetti, la prassi dell'Organizzazione geovista riguardo all'uso e all'enfasi sul Tetragramma riflette più una pratica vigente nella nazione d'Israele in epoca precristiana che l'abitudine della comunità dei seguaci di Cristo del primo secolo. La presenza del Tetragramma in alcuni frammenti di antichi manoscritti della versione precristiana dell'AT, nota come "la versione dei Settanta", è sicuramente interessante, ma il suo interesse deriva dall'assenza del Tetragramma in tutte le altre copie della Settanta, compresi i più antichi manoscritti completi (o quasi) degli scritti biblici. In definitiva, la pretesa della Torre di Guardia secondo la quale gli apostoli e gli altri autori cristiani del primo secolo, citando dall'AT, avrebbero incluso il Tetragramma nei propri scritti è semplicemente una teoria, un'ipotesi speculativa che cozza contro il peso dell'evidenza storica e documentale. Vediamo perché.

 

L'evidenza testuale

L'evidenza storica e testuale, risalente addirittura in qualche caso a pochi decenni di distanza dal tempo in cui furono redatti gli originali scritti del NT, è esplicitamente contraria alla tesi geovista sulla presenza del Tetragramma nel NT. Infatti, indipendentemente dal valore della evidenza testuale, citata da Howard, relativa alla versione greca dei Settanta dell'AT, esistono prove testuali di ben più rilevante valore. Esse offrono una più incisiva indicazione riguardo all'effettiva prassi degli autori del NT circa l'ipotizzato uso del Tetragramma. Infatti, il problema più importante è rispondere alla domanda: gli scrittori cristiani della Bibbia adoperarono abitualmente il Tetragramma in citazioni dell'AT o in altri contesti?

Una delle due più antiche copie degli scritti apostolici finora ritrovate è un codice papiraceo (noto come Papiro Chester Beatty n. 2 [P46]). Esso contiene frammenti di nove lettere dell'apostolo Paolo: Romani, Ebrei, I e II Corinzi, Efesini, Galati, Filippesi, Colossesi e I Tessalonicesi. In passato la datazione di questo codice è stata a lungo fatta risalire intorno al 200 d.C. Tuttavia, ora sussistono valide ragioni per retrodatarlo. Nel 1988 il prof. Y.K. Kim ha esposto una tesi, accuratamente documentata (cfr. Y.K. Kim, "Paleographic Dating of P46 to the Later First Century" in Biblica, vol. 69, fasc. 2, 1988, pp. 248-257) , in base alla quale il codice dovrebbe essere retrodatato alla seconda metà del primo secolo, forse addirittura al regno dell'imperatore Domiziano, cioè a prima dell'81 d.C. In ogni caso, le prove addotte porrebbero la collezione papiracea a qualche decennio di distanza dalla redazione degli scritti originali di Paolo.


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Consiglia  Messaggio 6 di 7 nella discussione 
Da: Soprannome MSN°TeofiloInviato: 22/04/2004 9.54

Cosa significa questo in relazione al tema che stiamo trattando? Anche se non fosse confermata la retrodatazione di questo gruppo di lettere apostoliche ad un periodo antecedente all'81 d.C., tuttavia le prove addotte sono sufficienti ad indicare una data ampiamente antecedente al 200 d.C. Quindi, il lasso di tempo tra gli scritti originali (alcuni dei quali furono redatti evidentemente al più tardi nel 60/61 d.C.) e queste antiche copie ritrovate, è notevolmente ridotto. Se la tesi della Società Torre di Guardia, espressa nell'articolo della Rivista Biblica, fosse fondata, cioè se gli originali scritti apostolici avessero contenuto il Tetragramma e solo nei secoli successivi "scribi indemoniati" l'avrebbero tolto da quegli scritti, allora quest'antichissima copia degli scritti originali [il P46] dovrebbe supportare la tesi geovista: dovremmo aspettarci di trovare numerose presenze del Tetragramma nelle lettere apostoliche contenute in questo codice. Qual è la realtà dei fatti?

In effetti, nelle nove lettere apostoliche contenute in quest'antichissimo codice cristiano non troviamo un solo caso in cui compaia il Tetragramma o una sua forma abbreviata. In queste nove epistole l'autore apostolico fa numerose citazioni dall'AT, rifacendosi al testo della Settanta, tuttavia in nessuna di queste citazioni riporta il Tetragramma. Le sue citazioni seguono la prassi di sostituire il Tetragramma con le parole greche ky'rios (Signore) o theòs (Dio).

La Torre di Guardia sostiene che la presenza del Tetragramma in alcune delle più antiche copie (in effetti frammenti) della Versione dei Settanta dell'AT sarebbe una prova del fatto che, in origine, esso vi era riportato. Se questo principio è valido, allora, applicandolo al nostro argomento, avremo che l'assenza del Tetragramma in un'antichissima copia di nove delle epistole paoline è una prova del fatto che esso era assente anche negli scritti originali dell'Apostolo.

Infatti, quando il ricercatore svedese Rud Persson inviò al prof. Howard una copia del materiale pubblicato dal prof. Kim a proposito della retrodatazione delle lettere paoline contenute nel codice papiraceo P46, il prof. Howard rispose: "Se la datazione di Kim è corretta, ciò significherebbe che in un MS paolino del primo secolo il Tetragramma non era usato, come io ho supposto. Ciò indebolisce la mia teoria, per lo meno per quanto concerne le lettere di Paolo."

Ma c'è dell'altro. Una cosa è sostenere che qualche copia della Settanta conteneva il Tetragramma, tutt'altra cosa è pretendere che ciò dimostri che gli autori del NT lo abbiano sistematicamente utilizzato nei loro scritti! Infatti, riguardo all'uso del Tetragramma presso gli Ebrei al tempo di Gesù, il quadro offerto da diversi testi dell'AT è molto vario; all'inizio dell'era cristiana non troviamo un modo uniforme di porsi nei confronti del Tetragramma da parte dei redattori dei testi biblici. Le testimonianze testuali disponibili c'inducono a ritenere che i primi traduttori dell'AT in greco si sono trovati di fronte a varie scelte possibili, quando si è trattato di trascrivere il Tetragramma:

- riprodurre il "nome" con caratteri dell'alfabeto ebraico quadrato (P. Fuad 266, del I secolo a.C., in Deut. 18,5);

- riprodurlo con caratteri paleoebraici (Sal. 91,2 nella Versione di Aquila e Sal. 69,13.30-31 in quella di Simmaco, entrambe le versioni vengono fatte risalire al II secolo d.C.);

- abbreviare il Tetragramma con l'uso di due jod con un trattino in mezzo (P. Ossirinco 1007 di Genesi, del III secolo d.C.);

- sostituire il Tetragramma con le lettere greche IAO (Lev. 3,12 e 4,27 del P. 4QLXXLevb, risalente al II secolo a.C.)

- sostituire il Tetragramma col termine ky'rios (P. Chester Beatty).

In siffatto contesto, quale fu il comportamento dei primi cristiani in relazione al "nome" divino nella compilazione del NT? In altre parole, come si regolarono questi scrittori cristiani? Leggendo il NT, troviamo a volte delle citazioni dall'AT, che presentano differenze rispetto alla fonte citata; come si spiegano queste differenze? Lo stesso Corpo Direttivo geovista ammette: "Ogni tanto le citazioni differiscono sia dal testo ebraico che dal testo greco che ora abbiamo. Alcune variazioni possono essere dovute al fatto che lo scrittore citava a memoria. O i cambiamenti possono essere stati intenzionali ... Gli scrittori sostituirono ogni tanto parole o frasi sinonime ... Talvolta i versetti delle Scritture Ebraiche furono parafrasati nelle Scritture Greche Cristiane" (cfr. Svegliatevi! del 22/7/1969, pp. 28-29).

Se la situazione è così diversificata, come si può assecondare la pretesa geovista di uniformare tutte le citazioni dall'AT, fatte dagli autori cristiani, includendovi il Tetragramma dove compariva nell'originale ebraico? E' evidente che l'ipotesi geovista presuppone che tutti gli scrittori del NT si sarebbero attenuti scrupolosamente a una trascrizione fedele dei versetti dell'AT contenenti il Tetragramma. Ma questa presunzione è smentita dalla varietà dei modi in cui veniva riprodotto il "nome" nell'AT e dal comportamento degli stessi scrittori neotestamentari, come si evince da altre evidenze testuali.

Infatti, qualche tempo fa è stato dato ampio risalto alle scoperte del prof. Thiede, rinomato papirologo, il quale avrebbe dimostrato che il Vangelo di Matteo fu scritto a distanza di una sola generazione dalla morte di Gesù o, addirittura, prima. Tale conclusione si basa su una rivalutazione della datazione del Papiro Magdalen (P64), che contiene tre frammenti del capitolo 26 di Matteo; in base agli studi di Thiede, tale Papiro risalirebbe alla metà del I secolo d.C. Una delle caratteristiche peculiari del Papiro Magdalen è la frequenza dei cosiddetti "nomina sacra" (Matteo 26,10.22.31), che rappresentano delle abbreviazioni delle parole greche "Signore" e "Gesù". Tali abbreviazioni divennero molto popolari tra i primi cristiani: abitualmente venivano usate la prima e l'ultima lettera di una parola, come facciamo noi quando abbreviamo il termine "dottor" con "dr". Evidentemente, dietro queste abbreviazioni, c'era un articolato sistema di codificazione, basato su contrazioni di nomi e parole legate a Gesù, Dio e Spirito santo. Pertanto, il Papiro Magdalen sarebbe la prova che, come scrive Thiede, "quasi d'un solo colpo, all'inizio della seconda fase della trasmissione, cioè la fase del codice, i nomina sacra cominciarono a essere abbreviati nei papiri cristiani". Ovviamente, se il Tetragramma fosse stato inserito inizialmente nel testo originale del Vangelo di Matteo, redatto al più presto verso il 40 d.C., in segno di pedissequa fedeltà al testo dell'AT - come sostengono i Testimoni di Geova - appare, a dir poco, anomalo che per i cosiddetti "nomina sacra" possa essere stato adottato così presto un sistema di abbreviazioni fin dalle primissime copie (come nel caso del Papiro di Magdalen), forse addirittura al tempo in cui alcuni Apostoli erano ancora in vita, se accettiamo la datazione di Thiede. Invece, il ricorso così precoce a un articolato sistema di codificazione rappresenterebbe un'ulteriore prova dell'autonomia degli scrittori cristiani.

E' evidente che i responsabili della letteratura geovista non hanno la stessa determinazione che aveva l'apostolo Paolo di non "adulterare la parola di Dio" (2 Cor. 4,2). In definitiva, mentre è lecito avanzare l'ipotesi di un'eventuale presenza del Tetragramma negli scritti originali del NT, sicuramente non è lecito alterare il testo del NT sulla base di una semplice ipotesi, peraltro molto improbabile. Perdendo di vista il ruolo del traduttore, il Corpo Direttivo si è sostituito all'Autore e ha realizzato libri che, sfruttando la reputazione della Bibbia, servono in realtà a divulgare opinioni personali molto discutibili.

In considerazione dell'abbondante presenza, valutata in migliaia di casi, del Tetragramma nell'AT, questo mutamento è indubbiamente rimarchevole. Passiamo, quindi, all'aspetto più significativo dell'intera questione: quale designazione Gesù adoperò rivolgendosi al suo Dio? Che esempio lasciò ai discepoli circa il modo migliore per rivolgersi al Creatore?

L'esempio del Cristo

In paragone con gli oltre 6.800 riferimenti a "Jahvé", l'AT "usa il termine padre quasi esclusivamente (circa 1180 volte) in senso profano e solo raramente (15 volte) in senso religioso. Allo stesso modo dell'AT, anche la letteratura dell'antico giudaismo palestinese dimostra un chiaro riserbo nell'uso religioso del termine. Solo negli scritti del giudaismo della diaspora diventano più frequenti le citazioni con l'uso del titolo di padre nei confronti di Dio. ... La qualifica di Dio come padre, nell'AT, è usata solo in riferimento al popolo d'Israele oppure al re d'Israele. ... A differenza dell'AT, in cui il nome di padre nei confronti di Dio appariva in pochissimi passi, nel NT il numero delle citazioni con l'uso religioso del termine (254 volte) supera di gran lunga quello profano (157 volte). ... Il fatto che Gesù chiami Dio suo padre ha un preciso fondamento nella particolarissima rivelazione concessagli da Dio e nella sua singolare posizione di figlio" (cfr. Dizionario dei Concetti Biblici del NT, Bologna 1976, pp. 1136-1139). Quindi, solo con la venuta del Figlio di Dio e con la rivelazione che Gesù fece riguardo al Creatore, venne alla ribalta, effettivamente, la possibilità di un'intima relazione con Lui. La Traduzione del Nuovo Mondo delle Scritture Greche Cristiane (il NT geovista) riporta il nome "Geova" in 237 passi senza alcuna ragionevole base. Eppure, perfino in presenza di quest'arbitrario inserimento di qualcosa che non compare in alcun antico manoscritto del NT, il riferimento a Dio come "Padre" è sicuramente prevalente: Egli è chiamato "Padre" 254 volte in questi scritti cristiani, senza dover ricorrere ad arbitrari inserimenti del termine ad opera dei traduttori.

Contrariamente alla prassi in voga tra i Testimoni di Geova, quando Gesù si rivolgeva a Dio in preghiera, Lo invocava non come "Geova", ma sempre come "Padre" (adoperando questo termine ben sei volte nella sola preghiera finale con i discepoli). Perfino nella Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture non si dice mai che Gesù si sia rivolto al Padre chiamandolo "Geova". Come osserva C. Savasta (cfr. "Il Nome Divino nel NT" in Rivista Biblica n. 1/1998, p. 90), "Gesù evita accuratamente di pronunziare il nome divino. Infatti, ad esempio, dinanzi al sinedrio, al sommo sacerdote che gli chiede se fosse lui «il Cristo, il Figlio del Benedetto», Gesù risponde (Mc 14,61-62; cf. Mt 26,63-64): «... vedrete il Figlio dell'Uomo seduto alla destra della Potenza...», invece che «alla destra di JHWH» del Salmo 110,1, qui citato assieme a Dn 7,14, adeguandosi così all'uso ebraico di astenersi dal pronunziare il nome JHWH, come aveva fatto appunto il sommo sacerdote che lo interrogava, e questo proprio nell'occasione più adatta per dissociarsi pubblicamente da quest'uso, se non si fosse a sua volta conformato a esso. E' del tutto improbabile quindi che egli lo pronunziasse in altre occasioni".

Perciò, è evidente che, quando - in preghiera - disse: "Padre, sia santificato il tuo nome", il termine "nome" fu usato in un senso più profondo, più ampio, per intendere la Persona stessa; altrimenti sarebbe incomprensibile la totale assenza di un appellativo specifico, come "Geova", nelle preghiere di Gesù. La notte prima della sua morte, sia parlando direttamente con i discepoli sia nella lunga preghiera che fece, Gesù parlò del "nome" di Dio per quattro volte; eppure per tutta la notte, sia nei consigli e nell'incoraggiamento ai discepoli sia in preghiera, non troviamo un solo caso in cui si faccia uso del nome "Geova". Invece, egli adoperò significativamente l'appellativo "Padre" per circa cinquanta volte! Il giorno seguente, in punto di morte, non invocò il nome "Geova", ma disse: "Mio Dio, Mio Dio", e le sue ultime parole furono: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito".

D'altra parte, "lodare il suo santo nome" o "santificare il suo nome" non significa semplicemente lodare un particolare termine o un'espressione, infatti come si potrebbe 'lodare una parola' o 'elogiare un titolo'? Piuttosto, quelle espressioni significano lodare la Persona stessa, parlare con riverenza ed ammirazione di Lui e delle Sue qualità ed azioni, stimarLo e riverirLo come Santo in modo superlativo.

Come cristiani, quale esempio dovremmo dunque seguire? Quello di una denominazione religiosa del ventesimo secolo o quello del Figlio di Dio, dato in un momento cruciale della sua esistenza terrena?

Quando insegnò ai suoi discepoli come pregare, se avesse seguito la prassi diffusa tra i Testimoni di Geova, Gesù avrebbe dovuto insegnare loro o a rivolgersi a "Geova Dio" o avrebbe comunque incluso quel nome nella preghiera. Invece, egli insegnò a seguire un esempio, invocando il "Padre nostro nei cieli".

Nelle relazioni familiari, di solito, non ci rivolgiamo a un padre chiamandolo per nome, abitualmente ci si rivolge a lui chiamandolo "padre" o, in modo più intimo, "papà" o "babbo". Gli estranei non possono adoperare tali termini così familiari, costoro devono limitarsi all'uso di appellativi più formali, riferendosi a un nome proprio. Perciò, rivolgendosi a quelli divenuti figli di Dio mediante Cristo Gesù, l'apostolo dice: "Poiché‚ voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù che causi di nuovo timore, ma avete ricevuto uno spirito di adozione come figli, mediante il quale spirito gridiamo: 'Abba' (espressione aramaica per "papà"), Padre!" (Romani 8,15). Questo fatto svolge sicuramente un ruolo importante nel chiarire perché avvenne l'innegabile cambiamento dall'enfasi precristiana sul Tetragramma al risalto cristiano sul "Padre" celeste, giacché Gesù espresse la propria opzione per questo termine non solo quando pregò. Come si comprende dalla lettura dei Vangeli, in tutti i discorsi rivolti ai discepoli, Gesù si riferisce costantemente e principalmente a Dio come "Padre". Possiamo correttamente asserire di conoscere il "nome" di Dio nel senso più profondo e autentico solo grazie alla disponibilità e al profondo beneficio dell'intima relazione con il Padre, resa possibile dal Figlio.

In base all'evidenza biblica e, in particolare, all'esempio di Gesù e degli apostoli, il risalto e l'enfasi eccessiva al nome "Geova" sono di scarso peso nel provare la validità della pretesa di una religione di far conoscere e santificare il "nome di Dio" nel modo più importante possibile. Contrariamente a quanto viene speciosamente sostenuto nell'articolo pubblicato dal Testimone di Geova sulla Rivista Biblica,

- il NT, come ci è stato preservato mediante migliaia di antichi manoscritti, in nessun punto enfatizza il Tetragramma;

- il NT dimostra che il Figlio di Dio non diede risalto a tale designazione, né nei discorsi né in preghiera, rivelando invece la sua opzione per l'appellativo "Padre"; Il NT dimostra che apostoli e discepoli, nei loro scritti, seguirono lo stesso esempio.

La riluttanza ad adeguarsi al loro modello, forse temendo addirittura di imitarlo, è segno di un erroneo intendimento, di un errore di valutazione. Il nome rappresentato dalle lettere del Tetragramma è degno di profondo rispetto, giacché compare con grande rilevanza nella lunga storia del rapporto di Dio con gli uomini in età precristiana, in particolare con il popolo del patto, Israele. Tuttavia, il Tetragramma, comunque lo si pronunci, resta solo un simbolo della Persona. Commetteremmo un serio errore, se attribuissimo a una parola - anche se adoperata come nome divino - un'importanza equivalente a quella spettante a Colui che essa designa; sarebbe ancora peggio, se considerassimo la parola in sé come una sorta di feticcio, talismano o amuleto capace di proteggerci da danni e sofferenze, da forze demoniche. Agendo in tal modo, dimostreremmo di aver perso effettivamente di vista il vero e vitale significato del "nome" di Dio.

Achille AVETA

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22/07/2009 22.20
 
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Oggi, in mezzo a discussioni sempre più accese che tendono ad una comprensione nuova della figura di Gesù, in mezzo ad affermazioni che vogliono fare di Gesù uno "theiòs aner", "un uomo divino", un uomo divinizzato dai suoi seguaci dopo la morte, (Cf R. Bultmann, Theology of the New Testament, vol. 1, London 1976, pp. 128÷133) risuona ancora decisa e solenne la domanda che il Maestro pose ai discepoli di Cesarea: " e voi, chi dite che io sia?" (Matteo 16:15).

Per apportare qualche elemento a questa discussione sulla divinità di Cristo, vorrei considerare in questo articolo un problema che si presenta soprattutto nell'evangelo di Giovanni: l'uso, da parte di Gesù, della formula "Ego eimi" (Io sono), senza alcun predicato, quale formula di rivelazione.

In effetti, leggendo il quarto evangelo ci si rende conto che in nove occasioni Gesù utilizza questa formula e precisamente in Giovanni 4:26; 6:20; 8:24, 28, 58; 13:19, 18:5, 6, 8, (bisogna notare che in Giov. 4:26; 6:20 e 18:5, 6, 8, il predicato si può sottintendere, ma ciò è veramente difficile per gli altri passi).

Quale significato ha questo "Io sono" in bocca a Gesù? (Per la storia dell'interpretazione degli "Ego eimi" Giovannei vedi R. Schnackenburg, Vangelo di Giovanni, vol. 1, Brescia 1977, pp. 91÷98).

Da dove Gesù lo riprende?

Per addentrarci nel problema, dobbiamo innanzitutto chiarire qualche particolare relativo al nome di Dio nel Giudaesimo.

1-- Il NOME DI DIO NEL GIUDAESIMO

Per gli Ebrei il nome proprio di Dio, il suo nome per eccellenza, era rappresentato dalle quattro consonanti YHWH (chiamate tetragramma sacro). Questo nome veniva considerato ineffabile, impronunziabile a causa della sua sacralità.

Come afferma il Kuhn, " Il tardo giudaismo ha di conseguenza applicato il secondo comandamento ..non abusare del nome di Dio... soltanto al nome proprio, il tetragramma".

Per evitare ogni abuso di questo nome, il tardo giudaismo già molto prima dell'era cristiana, aveva assolutamente vietato ogni uso di questo nome...L'uso del nome era permesso soltanto in certi casi accuratamente precisati, principalmente nel Tempio".A

Perciò, ben presto prese piede l'uso di leggere "Adonai" (= Signore), il tetragramma.B

Questo uso è molto antico, tanto è vero che anche la prima traduzione greca della Bibbia ebraica, la cosiddetta "Settanta" (III-II sec. a.C.), traduce il tetragramma con "Kyrios" (= Signore), che corrisponde all'ebraico "Adonai".C

Nell'Antico Testamento troviamo anche un'altra espressione che venne a poco a poco considerata come equivalente al nome di Dio. Essa viene usata da Dio stesso nelle formule di rivelazione, ed è costituita da due pronomi ebraici: "ani-hu" (= Io, Lui; Io sono Lui).

Troviamo questa espressione in Deuteronomio 32:39; Isaia 41:4; 43:10, 13; 46:4; 48:12; 52:6. Troviamo anche l'equivalente "anoki-hu" in Isaia 43:25 e 51:12.

I Settanta traducono questa formula generalmente con "ego eimi", che quindi viene ad essere considerato come un sostituto del nome di Dio,D tanto è vero che "ani YHWH" di Isaia 45:18 viene tradotto con "ego eimi". Inoltre, come dice Harner, "Si può notare...che la frase 'io sono Lui' (cioè ani-hu = ego eimi ) a volte appare nell'immediato contesto o unità di discorso di "Io sono YHWH".

Questo è il caso in Isaia 41:4 e 43:10. In Isaia 51:12 essa appare nello stesso contesto della frase 'Io sono YHWH il tuo Dio' ed Isaia 46:4 è seguita alcuni versetti dopo (ver. 9) da 'Io sono Dio'. In Isaia 48:12 essa appare in una affermazione che è quasi identica ad Isaia 41:4 in cui sono usati 'Io sono YHWH', 'Io sono Lui'.

"Tutti questi fattori indicano che il secondo Isaia considerava la frase 'Io sono Lui' come una forma abbreviata di altre espressioni, specialmente "Io sono YHWH". (P. B. Harner, The 'I am' of the fourth gospel, Philadelfia 1971 pag. 14.)

E ancora: "Per il secondo Isaia, la frase 'Io sono Lui' riassumeva l'autoaffermazione 'Io sono YHWH', che era un tema importante della tradizione israelita". (Harner, op. cit. pag. 15)

Questa formula, dunque, (ani-hu, ego eimi) diventa una formula di rivelazione di Dio, "una solenne affermazione o asserzione che solo Lui può fare propriamente. Se qualcun altro dicesse queste parole, ciò sarebbe un segno di presuntuosa superbia, un tentativo di rivendicare l'uguaglianza con Yahwè o di spodestarlo". (Harner, op. cit. pag. 7, cf. Isaia 47:8, 19 ed Ezechiele 28:2, 9 )

La formula viene usata in Isaia sempre in un contesto monoteistico, quando si tratta di far valere l'unicità del Dio d'Israele contro i falsi dei. (Cf. Isaia 43:10b: "Prima di me nessun Dio fu formato e dopo di me non ve ne sarà alcuno")

Possiamo, quindi, tranquillamente affermare che questo 'ani-hu' o 'ego eimi' al tempo di Gesù veniva considerato nel giudaesimo come una formula di rivelazione di Dio, sostitutiva del nome ineffabile, il tetragramma.E

2 -- GLI "EGO EIMI" ASSOLUTI DEL QUARTO VANGELO (e dei sinottici)

Tutto ciò che abbiamo detto è della massima importanza per la comprensione dell'uso che Gesù fa dell'ego eimi assoluto, soprattutto nel vangelo di Giovanni.F In effetti abbiamo già detto che in nove occasioni Gesù utilizza la formula per se stesso (Giov. 4:26; 8:24, 28, 58; 13:19; 18:5, 6, 8;). Vediamo ora alcuni tra gli esempi più significativi.

In Giovanni 8:58 Gesù afferma : "prima che Abramo fosse nato, IO SONO (ego eimi)!". É evidente che qui Gesù si attribuisce il nome di Dio. Per i Giudei presenti questa è una bestemmia che va punita con la lapidazione (vers. 59), secondo Levitico 24:10÷16.G

In Giovanni 10:33 viene apertamente detto che Gesù bestemmia e così pure in Luca 5:21. Inoltre, in Matteo 26:65 e Marco 14:64, viene esplicitamente affermato che Gesù fu condannato dal Sinedrio per bestemmia.

Un autore giudeo, Jacobs, nota: "Lo stracciarsi le vesti del Sommo Sacerdote (nel processo a Gesù) sembra...implicare che l'accusa fosse quella di gidduf o bestemmia".H

È interessante notare che "la Mishna ...dichiara che il bestemmiatore non è colpevole, a meno che egli non pronunci il nome di Dio (Misnah, Sanhedrin VII. 5)." (D.W.Amram, art. 'Blasphemy', in the Jewis Encyclopedia op. cit. vol VII pag. 237). E ancora: "Per tutto il tempo che la corte giudaica esercitò una giurisdizione sui criminali, la pena di morte fu inflitta solo al bestemmiatore che aveva usato il nome ineffabile, mentre il bestemmiatore era soggetto a punizioni corporali (Sanhedrin 56a)." (ibidem).

Questo argomento tuttavia non è decisivo, perché diversi contestano che il diritto penale mishnaico avesse già valore al tempo di Gesù (cf. J. Blinzer, Il processo di Gesù, Brescia 1966 pp. 182÷198; e Grande Lessico del N.T. citazione alla voce 'Blasfemia').

Comunque, sulla base di queste testimonianze e di testi come Giovanni 5:17-18 e 10:31÷33, si può arguire che il fatto che Gesù pronunciò per se stesso il nome di Dio, giocò un ruolo importante nella sua condanna a morte da parte del Sinedrio.I

Un altro passo chiave per la comprensione del valore di "ego eimi" assoluto in bocca a Gesù è Giovanni 18:5, 6, 8. Agli uomini che lo cercano per arrestarlo nel Getsemani, Gesù risponde "ego eimi" (18:5), e "mirabile dictu", gli uomini "indietreggiarono e caddero in terra" (18:6). "Come un uomo si inchina all'apparizione della divinità".L

Effettivamente dal contesto appare che qui ebbe luogo una vera e propria teofania o manifestazione della potenza divina. Gesù si manifestò come YHWH dell'A.T. utilizzando il suo nome ineffabile.M

Per Giovanni 6:20 ( Marco 6:50; Matteo 14:27), Schnackenburg commenta: "Agli orecchi dei primi cristiani quella parola (cioè 'ego eimi', 'io sono') non ha soltanto il significato di una identificazione, ma riceve anche quel solenne tono di promessa che nell'A.T. ha l'autorivelazione divina (cf. Isaia 43:1÷3, 11)". (R. Schnackenburg, op. cit. pag. 159).

J. Galot afferma: "È il 'sono io' familiare di un uomo che raggiunge i suoi amici, ma anche di colui che manifesta la magnificenza divina nel suo dominio sulla natura. Dietro queste parole ritroviamo ancora il Deutero-Isaia: "Non temere.... perché sono io, Yahweh, il tuo Dio, il Santo d'Israele, il tuo Salvatore" (Isaia 43:1÷3). Si potrebbe anche dire che per giustificare questo avvicinamento, Gesù è avanzato sul lago, giacché l'oracolo riferiva: "Se dovrai passare attraverso le acque, io sono con te; attraverso i fiumi, essi non ti sommergeranno" (43:2). Tutto si svolge come se Gesù avesse 'incarnato' questo annuncio profetico, realizzando sensibilmente il passaggio attraverso le acque per essere con i suoi discepoli.

"Il 'sono io' risuona dunque come quello di Yahweh nell'A.T. ed in un certo senso, anche in modo più impressionante, in virtù di una presenza sensibile, umana. Secondo la testimonianza di Matteo, i discepoli hanno riconosciuto in Gesù un mistero divino, poiché si sono prostrati davanti a lui dicendo: 'Veramente tu sei il Figlio di Dio' (Matteo 14:33)".N

Per Giovanni 8:24, 28 e 13:19 si può citare Isaia 43:10 come fonte (notare il contesto strettamente monoteistico). Su questi testi il Dodd commenta: "É difficile non vedere qui un'allusione al nome divino 'ani-hu'. Si potrebbe concludere che a Cristo è applicato il nome proprio di Dio; è quanto viene esplicitamente affermato in Giovanni 17:11" (Dodd, op. cit. pag. 128). E lo stesso aggiunge: "Secondo Giovanni 17:6, 26, la missione di Cristo consisteva nel far conoscere il nome di Dio in questo mondo, missione che dichiara di aver portato a termine... è difficile negare che qui si allude alla rivelazione dello shem hammeforash (= il nome ineffabile di Dio)". (Dodd. op. cit pp. 130-131. Gesù adempie la profezia di Isaia 52:5-6, da notare al vers. 6 'ani-hu', 'ego eimi').

A queste affermazioni, molti hanno obiettato che l'espressione 'ego eimi', viene anche usata nel linguaggio profano nel senso comune di 'io sono io' (cf. Giov. 9:9 dove la formula è attribuita al cieco nato).

Ebbene, si può rispondere che è tipico di Gesù stesso (specialmente nel quarto vangelo) usare espressioni o compiere azioni che possono venire interpretate in due modi.

Parlando dei miracoli di Gesù in Giovanni, Bultmann afferma: "Come "segni" i miracoli di Gesù sono ambigui. Come le parole di Gesù, essi possono essere fraintesi". (Bultmann, op. cit., vol. II, pag. 44; Cf. O. Cullmann , Der Johanneische gebrauch doppeldeutiger ausdrucke als schlussel zum verstandnis des vierten evangeliums, in Theologische Zeitschrift 4 1948, pp. 360÷372).

Infatti, a volte i Giudei non capiscono. (Cf. Giovanni 8:24 'ego eimi' e 8:25, la domanda 'chi sei tu?'). A volte intendono la bestemmia del nome e vogliono lapidare Gesù. (Cf. Giovanni 8:58).

Gesù "adotta un'espressione che per la sua indeterminatezza, può essere usata nelle relazioni umane senza urtare necessariamente gli interlocutori, affidando il suo mistero solo a coloro che vogliono penetrarvi.

Notiamo che la formula permette a Gesù una perfetta incarnazione della sua affermazione d'identità Divina. Gli consente di dire 'sono io' così come lo dicono gli altri uomini quando arrivano dai loro familiari e si fanno riconoscere da essi. È così che la si trova in altri contesti evangelici.. nei quali essa ha innanzitutto il significato normale che il dialogo le conferisce, ma nello stesso tempo anche un significato misterioso che è suggerito da taluni indizi del racconto." (Galot, op. cit. pag. 158. Cf. Stauffer, art. 'ego' in Grande Lessico del N.T. cit. vol. III col. 70).

E ancora: "Dicendo 'ego eimi', Egli (Gesù) ha scelto un'autodesignazione di Dio poco frequente, limitata ad alcuni testi dell'A.T. e suscettibile di nascondere molte oscurità; mentre la formula 'Io sono Jahweh' appare più spesso ed ha in sé una chiarezza decisa. Egli preferisce un 'sono io' indeterminato. Desidera che il suo linguaggio renda il mistero nel quale egli percepisce il suo io. Notiamo che il carattere enigmatico dell'ego eimi non implica alcun dubbio, alcuna esitazione da parte di Gesù, della sua identità. Si deve riconoscere che... l'uso della formula implica un'audacia notevole." (Jean Galot, La coscienza di Gesù, Assisi, s.d. pag. 67. Cf. Giovanni 5:18 e 10:33 dove viene detto che Gesù osa 'farsi Dio').

3 - GESÙ, IL NOME

Che Gesù abbia usato per sé il nome di Dio, risulta probabilmente anche da un altro fatto. Abbiamo detto prima che gli Ebrei, leggevano il tetragramma (YHWH) 'Adonai', ma a poco a poco esso venne letto semplicemente 'hasshem' (= il Nome).

"Già in Levitico 24:11, 16 si trova 'shem' usato per il tetragramma. Va osservato che citando la Scrittura, i rabbini sono ricorsi sempre più frequentemente ad 'hasshem' e non ad 'Adonai' per sostituire la lettura di Yahweh". ( H. Bietenhard, art. 'Onoma', in Grande Lessico del N.T. op. cit. vol. III col. 754).

Ebbene, questa consuetudine si trova nel N.T. applicata a Gesù; Atti 5:21 (vers. Luzzi) che afferma: "Rallegrandosi d'essere stati reputati degni di essere vituperati per il nome (upér toù onòmatos)," 'di Cristo', non c'è nel testo greco.

III Giovanni 7 (vers. Luzzi): "Perché sono partiti per amore del nome (upér toù anòmatos)", 'di Cristo' non c'è nel testo greco.

Su quest'ultimo testo, Strack e Billerbeck commentano: "Come negli scritti rabbinici, per 'Dio' o 'Jahweh' si diceva 'hasshem', il 'Nome'... così qui per Iesoùs è posto 'tò ònoma' (= il Nome)". (Strack-Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrash, vol. III Munchen 1926 pag. 779).

E. Bruce Vawter dice: "Nelle scuole i Giudei parlavano di 'il Nome', anziché pronunciare la parola sacra Jahweh... tale consuetudine è stata qui applicata al nome di Gesù o Signore (cf. Filippesi 2:9; Giacomo 2:7, 1° Giovanni 2:12)". (B. Vawter, Grande Commentario Biblico, traduzione italiana del Jerome biblical commentary, Brescia 1973 pag. 1364).

La consuetudine di designare Gesù con 'il Nome' si ritrova poi nei Padri Apostolici. Vedi Ignazio Ad Ephesios III 1 ('sono incatenato per il nome'); VII 7 ('portare in giro il nome'); Ad Philadelphios X, 1 ('glorificare il nome').

Ciò, oltre ad essere un'affermazione della divinità di Gesù, è forse il ricordo della comunità primitiva del fatto che il Maestro pronunciò per se stesso il nome di Dio.

4 - CONCLUSIONE

Come abbiamo visto, Giovanni è colui che ricorda di più l'uso che Gesù ha fatto del nome di Dio. In questo modo egli "esprime la sua fede che il Figlio è uno con il Padre. Nello stesso tempo egli riconosce che tale credenza pone un reale problema per la fede monoteistica. Se i primi cristiani credono che Dio è uno, come possono asserire che il Figlio è uno con il Padre ?

I cristiani si porranno questa domanda ed i Giudei la useranno come obiezione alla fede cristiana.

Giovanni, quindi, indica che i Giudei del suo tempo accusavano il cristianesimo di violare il monoteismo, perché egli narra l'obiezione giudaica che Gesù si faceva uguale a Dio (Giov. 5:17-18) o si faceva Dio (Giov. 10:33).

Alla luce di questi passi possiamo affermare che uno dei propositi di Giovanni nello scrivere il suo vangelo, fu quello di trattare questo problema dell'integrità del monoteismo nella fede cristiana, come sorse internamente alla comunità cristiana e come fu sollevato all'esterno dai critici giudaici".O

IVO FASIORI

Note:

A -- K. G. Kuhn, art. 'theos', in Grande Lessico del N.T. edito da G. Kittel-G. Friedrich, Brescia 1965 vol. IV. COLL. 393-394. Per i vari casi in cui il nome sacro veniva pronunciato e per la sua storia, cf. The Jewish Encyclopedia, New York and London 1901-1907, s.v. "Names of God" e "Shem Ha-meforash".

B -- Questo uso è testimoniato dal Talmud babilonese. In Pesahim 50a leggiamo: "Dice il Santo, benedetto egli sia: non come sono scritto sono letto; sono scritto Yod-He (= YHWH), ma sono letto Alef-Daleth (= Adonai).

C -- Questo uso di leggere 'Adonai' il tetragramma fece si che , quando dal VI secolo in poi si introdussero le vocali nel testo ebraico (in origine solo consonanti), le vocali di Adonai furono messe al tetragramma e ne risultò la forma Jehova (Geova), che dal punto di vista grammaticale quindi non esiste , perché gli Ebrei non leggevano Jehova il tetragramma, ma Adonai. Cf. l'articolo 'Jehova' in The Jewis Encyclopedia, cit. vol. VII pp. 87-88, che spiega come la lettura Geova si è introdotta nella letteratura cristiana (i Giudei la rifiutano completamente).

D -- Cf. C. H. Dodd, l'interpretazione del quarto vangelo, Brescia 1974 pag. 127. Nei Settanta, " ego eimi" viene quindi considerato un nome proprio. In Isaia 43:25 i Settanta leggono : "Io sono l'IO SONO che cancella i tuoi peccati".

E -- Per la storia dell'uso della formula nella liturgia giudaica e negli scritti di Qumran, vedi E.Stauffer, Jesus and his story, traduzione dal tedesco di D. M. Barton, London 1960, pp.142÷149.

F -- Per l'uso della formula 'ego eimi' nell'ellenismo ed in altri contesti, rimando all'ottimo articolo di H. Zimmermann , in Biblische Zeitschrft, Neue Folge 1960 pp. 54÷69 e 266÷269.

G -- É interessante notare come Ellen White (scrittrice Americana avventista N.d.R.), commenti il passo: "Si fece un profondo silenzio. Il Maestro di Galilea si era appropriato del nome di Dio, rivelato a Mosè per esprimere l'idea di una presenza eterna". (Vedi La Speranza Dell'Uomo, pag. 335, ediz. ADV 1978). La White qui fa riferimento a Esodo 3:14 come fonte, perché 2la traduzione greca della Settanta, poi la tradizione rabbinica, hanno visto in questi 'io sono' dei testi di Isaia un equivalente del nome divino rivelato a Mosè all'epoca dell'Esodo" (Boismard - Lamouile, Synopse des quatre Evangelis, vol. III Parigi 1977, pag. 230 ).

H -- J. Jacobs e altri, art. "Jesus of Nazareth", in the Jewis Encyclopedia, cit. vol. VII, pag. 165. La cosa è già conosciuta da fonti dell'A.T. come 2° Re 18:37 e 19:1÷4.

I -- Lo Stauffer (op. cit.. pag. 150) afferma che anche di fronte al Sinedrio Gesù pronunciò l'Ani-hu, testimoniato da Marco 14:62 (Ego eimi). Il grande studioso Franz Delitsch, nella sua versione del N.T. in ebraico (edito dalla Israel Bible Society), traduce l'ego eimi di Marco 14:62 con "ani-hu". Il Galot commenta: "Non si potrebbe comprendere l'ego eimi della risposta a Caiafa nel semplice significato di 'Io lo sono', cioè 'Io sono il figlio di Dio'. Gesù vuol certamente affermare di essere il figlio di Dio, ma esprime ciò nel proprio linguaggio, dicendo 'sono io' o 'io sono', come Yahweh aveva detto nell'A.T. . Egli sa che con questa risposta si rende reo di bestemmia agli occhi dei suoi avversari e provoca la sua condanna, ma la formula indica proprio una persistenza nell'essere capace di superare la morte". (J. Galot, Chi sei tu, o Cristo?, Firenze 1979, pag. 159).

L -- R. Bultmann, The gospel of John, tradotto dal tedesco da G.R. Beasley-Murray, Oxford 1971 pag. 639; Cf. Daniele 10:7, Apocalisse 1:17.

M -- Ancora ottimo il commento di Ellen White: "Gesù disse loro: "sono io". Appena ebbe pronunciato queste parole, l'angelo che lo aveva soccorso si mise tra lui e la folla . Una luce divina illuminò il volto del Salvatore e una forma di colomba si delineò su di lui. La folla sanguinaria non poté resistere neppure per un momento davanti a quella gloria divina, tutti si ritrassero indietro; Pietro, sacerdoti, anziani, soldati, e persino Giuda, caddero come morti al suolo". ( La Speranza Dell'uomo op. cit. pag. 495). In questi versetti Delitsch (op. cit.) rende ego eimi con ani-hu. Boismard-Lamouille (op. cit. pag. 406) commentano: Gesù porta in sé il Nome che è al di sopra di ogni nome (Filippesi 2:9), quel nome che è lo stesso di Dio, rivelato a Mosè nella scena del pruno ardente: 'Io sono colui che sono ... ecco ciò che dirai agli Israeliti : 'IO SONO mi ha inviato a voi' (Esodo 3:14). É questo nome che è evocato quando Gesù risponde alle persone venute per arrestarlo: 'IO SONO'. Alla sola evocazione di questo nome i nemici di Gesù "indietreggiarono e caddero per terra", come i nemici del Salmista protetto da Dio (Salmo 35:4÷8; cf. Salmo 40:15; 70:3-4; 56:10). "Al di là delle apparenze umane si nasconde la divinità".

N -- J. Galot, op. cit. pag. 159. É sorprendente che la frase 'sono io (ego eimi) non temete' si ritrovi, secondo alcuni manoscritti, anche in Luca 24:36 dopo le parole "Pace a voi". Cf. Nestlé-Aland, Novum Testamentum Graece, ediz. XXVI, STUTTGART 1979 apparato critico ad loc.

O -- Harner, op. cit. pp. 53-54. Cf. Giustino Martire, Dialogo con Trifone, capp. 48÷108. Si può dire che in questo senso Giovanni precorra affermazioni più nette dei Padri Apostolici, come Ignazio, che nella sua lettera agli Efesi, reagendo contro i critici Giudei, parla (18:2) del "nostro Dio, Gesù il Cristo" (cf. anche Ad Tralianos 7:1).

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