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La Chiesa stabilisce che NON si può usare il Sacro Tetragramma nella Liturgia Cattolica!

Ultimo Aggiornamento: 04/01/2014 21.48
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CCD: no al Tetragramma sacro nella liturgia cattolica.

Un anno fa la Congregazione per il Culto scrisse una lettera agli episcopati in cui si ribadisce fermamente la proibizione all'uso del Nome di Dio in forma di tetragramma ebraico: una pessima abitudine invalsa presso alcune liturgie.




Roma, 19 ago. (Apcom) - Il nome ebraico di Dio, 'YHWH', non può essere utilizzata nelle preghiere e nelle liturgie cattoliche. Lo stabilisce il Vaticano, che, con una "lettera alle Conferenze episcopali sul "Nome di Dio", sottolinea che questa prassi mal si concilia con la natura divina di Cristo e con la tradizione della Chiesa.

La missiva, inviata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, porta la firma del 29 giugno scorso ed è destinata solo agli episcopati. Stilato in base ad una "direttiva" del Papa, il documento contesta l'uso del tetragramma biblico o "tetragrammaton" (la sequenza delle quattro lettere ebraiche che compongono il nome proprio di Dio nella Bibbia ebraica) nelle messe cattoliche.

"Per far sì che la Parola di Dio, scritta nei sacri testi, possa essere conservata e trasmessa in modo integrale e fedele, ogni traduzione moderna del libro della Bibbia punta ad essere una trasposizione fedele ed accurata dei testi originali", scrivono il card. Francis Arinze e mons. Albert Malcom Ranjith, prefetto e segretario del dicastero vaticano. "Un tale sforzo letterale richiede che il testo originale possa essere tradotto nel modo più integrale e accurato possibile, senza omissioni o aggiunte per quanto riguarda i contenuti, e senza introdurre glosse esplicative o parafrasi che non appartengono al testo sacro stesso. Per quanto riguarda il nome stesso di Dio, i traduttori devono usare il massimo di fedeltà e rispetto".

"Nonostante questa chiara norma - rileva il Vaticano - in anni recenti ha preso piede la prassi di pronunciare il nome proprio del Dio di Israele, conosciuto come il tetragramma divino". La lettera ricorda diversi passaggi del Nuovo testamento nel quale si mette in luce la natura divina di Gesù Cristo. "Evitare di pronunciare il tetragramma del nome di Dio da parte della Chiesa ha quindi i suoi fondamenti", ne consegue il dicastero vaticano.

"A parte i motivi di ordine meramente filologico, c'è anche quello di rimanere fedeli alla tradizione della Chiesa, dall'inizio, di non pronunciare mai il sacro tetragramma nel contesto cristiano e di non tradurlo in una delle lingue nelle quali la Bibbia è stata tradotta". Conclusione: "Nelle celebrazioni liturgiche, nelle canzoni e nelle preghiere il nome di Dio nella forma di tetragramma 'YHWH' non è da usare né da pronunciare" e "per la traduzione del testo biblico in lingue moderne, destinato per l'uso liturgico della Chiesa", il "tetragrammaton" deve essere reso con espressioni come "'Lord', 'Signore', 'Segingeur', 'Herr', 'Senor', etc".





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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CONGREGATIO DE CULTU DIVINO ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM
Prot. No. 213/08/L


Lettera alle Conferenze episcopali sul 'Nome di Dio'


Eminenza/Eccellenza,


Su direttiva del Santo Padre, in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede, questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ritiene conveniente comunicare alle Conferenze episcopali quanto segue, riguardo alla traduzione e pronuncia, in contesto liturgico, del Nome Divino significato nel sacro tetragramma, ed un certo numero di direttive.


I. Esposizione


1. Le parole della Sacra Scrittura contenute nell'Antico e nel Nuovo testamento esprimono verità che trascendono i limiti imposti dal tempo e dallo spazio. Esse sono la Parola di Dio espressa in parole umane e per mezzo di tali parole di vita, lo Spirito Santo introduce i fedeli alla conoscenza della verità completa ed intera in modo tale che la Parola di Cristo viene ad abitare nel fedele in tutta la sua ricchezza (cf. Gv 14:26; 16:12,15).


Affinché la Parola di Dio scritta nei sacri testi sia conservata e trasmessa in maniera integrale e fedele, ogni traduzione moderna del libro della Bibbia mira ad essere una trasposizione fedele ed accurata dei testi originali. Un tale sforzo letterario richiede che il testo originale sia tradotto con la massima integrità ed accuratezza, senza omissioni o addizioni per quel che riguarda il contenuto, e senza introdurre glosse esplicative o parafrasi che non appartengono al testo stesso.


Riguardo al Nome di Dio, i traduttori devono usare la più grande fedeltà e rispetto. In particolare, è dichiarato nell'Istruzione Liturgiam authenticam (n. 41): in accordo con una immemore tradizione, già evidente nella versione dei 'Settanta' sopra menzionata, il Nome di Dio Onnipotente espresso dal tetragramma ebraico e reso in latino con la parola Dominus, deve essere tradotto in qualunque vernacolo da una parola di significato equivalente [Iuxta traditionem ab immemorabili receptam, immo in (...) versione “LXX virorum” iam perspicuam, nomen Dei omnipotentis, sacro tetragrammate hebaraice [sic] expressum, latine vocabulo “Dominus” in quavis lingua populari vocabulo quodam eiusdem significationis reddatur.”].


Nonostante questa chiara norma, in anni recenti è invalsa la pratica di pronunciare il Nome proprio del Dio di Israele, conosciuto come santo o divino tetragramma, scritto con quattro consonanti dell'alfabeto ebraico nella forma [testo ebraico: Yod-Hay-Vav-Hay], YHWH. La pratica di vocalizzarlo si trova sia nella lettura dei testi biblici che nel Lezionario, come anche nelle preghiere e negli inni, e ricorre in diverse forme scritte e parlate, come, per esempio, “Yahweh,” “Yahwe”, “Jahweh,” Jahwe,” “Jave,” “Yehovah,” etc. Pertanto, con la
presente lettera, è nostra intenzione esporre alcuni fatti essenziali che soggiacciono alla norma menzionata e stabilire alcune direttive da osservare in questa materia.

2. La venerabile traduzione greca dell'Antico Testamento, chiamata Settanta, mostra una serie di appellativi divini tra i quali vi è il sacro Nome di Dio rivelato nel tetragramma YHWH ([Hebrew text: Yod-Hay-Vav-Hay]). Come espressione dell'infinita grandezza e maestà di Dio, fu ritenuto che fosse impronunciabile e perciò fu sostituito nella lettura della Sacra Scrittura mediante l'uso di un nome alternativo: "Adonai", che significa "Signore."


La traduzione greca dei Settanta, datata all'ultimo secolo prima dell'era Cristiana, ha regolarmente reso il tetragramma ebraico con la parola greca 'Kyrios', che significa 'Signore'. Poiché il testo della Settanta ha costituito la Bibbia della prima generazione dei cristiani di lingua greca, nella cui lingua furono scritti tutti i libri del Nuovo Testamento, anche questi cristiani dal principio non pronunciarono
mai il tetragramma divino. Qualcosa di simile succedeva anche per i cristiani di lingua Latina, la cui letteratura iniziò ad emergere dal secondo secolo, come la Vetus Latina prima e la Vulgata di San Girolamo poi, affermano: anche in queste traduzioni il tetragramma era regolarmente sostituito dalla parola latina "Dominum", corrispondente sia all'ebraico "Adonai" che al greco "Kyrios". Lo stesso accade per la recente Neo-vulgata che la Chiesa utilizza nella Liturgia.

Questo fatto ha avuto importanti implicazioni per la stessa Cristologia del Nuovo Testamento. Infatti, quando San Paolo, riguardo alla crocifissione, scrive che "Per questo Dio lo ha sopraesaltato ed insignito di quel Nome che è superiore a ogni altro nome" (Fil 2,9), egli non intende altro che il nome "Signore", per cui continua: "ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore" (Fil 2:11; cf. Is 42:8: “Io sono il Signore; questo è il mio nome").


L'attribuzione di questo titolo al Cristo Risorto corrisponde esattamente alla proclamazione della sua divinità. Il titolo, infatti, diventa intercambiabile tra il Dio d'Israele e il Messia della fede cristiana, anche se non è di fatto uno dei titoli utilizzati per il Messia d'Israele. In senso strettamente teologico questo titolo si trova già, per esempio, nel primo Vangelo canonico (cf. Mt 1:20: “L'angelo del Signore apparve a Giuseppe in sogno") e qui appare come una regola per le citazioni dell'Antico testamento nel Nuovo (cf. At 2:20: “Il sole si trasformerà in tenebre … prima che venga il giorno del Signore" (Gl 3:4); 1 Pt 1:25: “la parola del nostro Dio rimarrà in eterno (Is 40:8)). In ogni caso, in senso propriamente cristologico, a parte il testo citato in Fil 2,9-11, si ricordano Rom 10:9 (“se tu professerai con la tua bocca Gesù come Signore, e crederai nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvato”), 1 Cor 2:8 (“non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”), 1 Cor 12:3 (“nessuno può dire: «Gesù Signore», se non in virtù dello Spirito Santo”) e la formula frequente che si riferisce ai cristiani che vivono "nel Signore" (Rm 16:2; 1 Cor 7:22; 1 Tes 3:8; etc.).


3) Da parte della Chiesa, evitare di pronunciare il tetragramma del nome di Dio ha, perciò, le sue ragioni. A parte il motivo puramente filologico, c'è anche quello di restare fedeli alla tradizione della Chiesa degli inizi, che mostra come il tetragramma sacro non fu mai pronunciato nel contesto cristiano, né tradotto in nessuna delle lingue in cui la Bibbia è stata tradotta.


II. Direttive:


Alla luce di quanto esposto, dovranno essere osservate le seguenti direttive:


1) Nelle celebrazioni liturgiche, nei canti e nelle preghiere, il nome di Dio nella forma del tetragramma YHWH non deve essere né usato né pronunciato.
[SM=g1740722]

2) Per la traduzione dei testi biblici in lingua moderna, destinata all'uso liturgico della Chiesa, dev'essere seguito quanto già prescritto nel n. 41 della Istruzione ' Liturgiam authenticam', cioè che il tetragramma divino venga reso col suo equivalente Adonai/Kyrios: “Lord”, “Signore”, “Seigneur”, “Herr”, “Señor”, etc.


3) Traducendo, in contesto liturgico, testi in cui siano presenti, uno dopo l'altro, sia il termine ebraico 'Adonai' che il tetragramma YHWH, il primo deve essere tradotto con 'Signore' e il secondo con 'Dio', similmente a quanto avviene nella traduzione greca dei Settanta e nella traduzione latina della Vulgata.


Dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, 29 giugno 2008


Francis Card. Arinze, Prefetto

Albert Malcolm Ranjith, Arcivescovo, Segretario

[Traduzione a cura del SIDIC-Roma]


..... [SM=g1740733]  vi offriamo così una breve riflessione dell'allora card. Ratzinger (oggi Papa Benedetto XVI) che traggo dal libro: "Il Dio di Gesù Cristo" - Meditazioni sul Dio Uno e Trino tratto da alcuni interventi ed omelie del card. J.Ratzinger -
Nella presentazione del libro (che suggerisco di acquistare per un approfondimento personale sul tema), firmata dallo stesso Ratzinger, spiega appunto l'attuale situazione che spinge l'uomo verso due situazioni diverse ed opposte fra loro: la ricerca di Dio, ma spesse volte l'uomo non riesce a trovarlo, o lo trova in IMMAGINI ADULTERATE; il rifiuto di Dio e qui è una riflessione al nostro mondo occidentale.....
 
a pag.18 ecco come spiega Ratzinger.......
 
Che cosa significa dunque il nome di Dio?
Lo comprenderemo forse alla luce della contrapposizione che a esso soggiace.
L'Apocalisse parla dell'antagonista di Dio, della bestia.
La bestia che esercita un potere contrario a quello di Dio, non ha un nome, ma solo un numero. Per il veggente questo numero è il 666 (Ap.13,18); è un numero e rende numeri....
(...) La bestia è il numero e trasforma in numeri.
Dio invece,ha un nome e chiama per nome.
Egli è Persona e cerca la persona. Ha un volto e cerca il nostro volto. Ha un cuore e cerca il nostro cuore.
Per Lui noi non siamo una funzione all'interno della grande macchina mondiale.... Sono proprio gli individui che non assolvono delle funzioni quelli che Egli predilige....
Ora, il "Nome" significa  possibilità di essere interpellati, significa comunione...
 
(Lo vediamo fra due fidanzati quando, per esempio, il nome dell'amato o dell'amata viene scritto nella corteccia di un albero racchiuso in un cuore scolpito, oppure le loro iniziali vengono scolpite nell'oro, esso richiama così ad una identità cercata, verso la quale si vuole entrare in una comunione profonda, personale che porti a qualcosa di duraturo come quando ci si promette: io voglio vivere per sempre con te! ndr.)
 
Per questo motivo Gesù Cristo è il vero Mosè, il compimento ultimo della rivelazione del nome stesso di Dio.
Egli non porta un nome nuovo, ma fa di più: Lui stesso è il volto di Dio, è il nome di Dio, la possibilità di invocare Dio come un "TU", come Persona, come cuore.
Il nome proprio di Gesù allora, svela il mistero del nome del Roveto ardente.
Ora appare chiaro che Dio non aveva detto in modo definitivo il proprio nome e che il suo discorso era stato temporaneamente interrotto fino a che fosse giunta la "pienezza del tempo".
Il Nome di Gesù infatti contiene la voce "YHWH" nella sua forma ebraica e vi aggiunge dell'altro: "DIO SALVA".
Ecco che si completa così e si risolve il Nome di Dio: YHWH=GESU': "Io sono colui che vi salva", il suo "essere" è redenzione, è il compimento ultimo nella ricerca del nome di Dio fino ad allora impronunciabile, ma in Gesù lo possiamo invocare dal momento che il Padre e il Figlio sono una cosa sola....e nel Nome del Padre per mezzo dello Spirito Santo la comunione è resa definitiva per mezzo di Gesù che traendo a sè l'umanità intera, l'ha redenta e per questo, dice san Paolo, Dio gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome:
 
Filippesi 2,9-11
9 Per questo Dio l'ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.


 
***************************


[SM=g1740722]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Nel nome di Gesù, "Dio Salva"
Il nome nella Bibbia e nel trigramma inventato da San Bernardino da Siena

Roma, 04 Gennaio 2014 (Zenit.org) Laura Guadalupi 

Gesù significa in ebraico “Dio salva” e, come si legge nel Catechismo della Chiesa Cattolica, esprime al tempo stesso la sua identità e missione: “Poiché Dio solo può rimettere i peccati, è Lui che, in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, ‘salverà il suo popolo dai suoi peccati’ (Mt 1, 21). Così, in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini” (art.2, I. 430). Inoltre, prosegue il Catechismo,questo nome è al centro della preghiera cristiana e anche la preghiera del cuore, tanto diffusa tra gli orientali, è detta “Preghiera di Gesù”.

Scrive San Paolo, nella Lettera ai Filippesi (2, 8 – 11), che il Messia “si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. Per questo Dio lo ha sopraesaltato ed insignito di quel nome che è superiore a ogni nome, affinché, nel nome di Gesù, si pieghi ogni ginocchio, degli esseri celesti, dei terrestri e dei sotterranei e ogni lingua proclami, che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre”. Ancora, nel Vangelo di Giovanni, Cristo dice agli apostoli: “Se mi chiederete qualcosa nel mio nome, io lo farò” (Gv, 14, 14).

Sono numerosi, insomma, i riferimenti biblici al Santissimo Nome di Gesù, che fu onorato nella Chiesa sin dai primi tempi, benché il culto liturgico sia iniziato solo nel XIV secolo per impulso del santo francescano Bernardino da Siena, che nei suoi “Discorsi” (Serm. 49 de nom. Iesu:; Opera omnia 4, 505-506) lo definisce “splendore degli evangelizzanti”, ossia dei predicatori. Il francescano tanto si prodigò che ne diffuse la devozione. Il 3 gennaio ricorre la memoria facoltativa del Santissimo Nome, ripristinata nel Calendario Romano dal Beato Giovanni Paolo II 

(dopo che fu addirittura rimosso con la recente Riforma liturgica del Concilio. In effetti, da quando Papa Innocenzo XIII estese la Festa del "Santissimo Nome di Gesù" a tutta la Chiesa nel 1721, tale è rimasta nel rito detto oggi Straordinario ripristinato da Benedetto XVI nel 2007 con il Summorum Pontificum, e si celebra fra il 2 e il 5 gennaio, oppure il 2 gennaio, quando non ricorre la domenica. Nota mia)



Ma torniamo a San Bernardino e ai confratelli che ne continuarono la predicazione, animati dal medesimo zelo apostolico. A Bernardino è legato il trigramma del nome di Gesù. Fu lui a inventarlo e a disegnarlo, tanto che è considerato il patrono dei pubblicitari. Ben presto divenne un emblema esibito sulle facciate di edifici pubblici e privati, finanche sul Palazzo Pubblico di Siena e sugli stendardi che precedevano il suo arrivo in qualche nuova città. Il trigramma ebbe un gran successo anche nel resto d’Europa, tanto che S. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e, più tardi, venne adottato pure dai Gesuiti come emblema della Compagnia. Divennero sostenitori del culto e al Santissimo Nome dedicarono alcune delle chiese più belle in tutto il mondo come, ad esempio, la Chiesa del Gesù a Roma.

Ma vediamo più nel dettaglio il simbolo. È un sole raggiante su sfondo azzurro, con sopra le lettere IHS, ovvero le prime tre lettere del nome Gesù in greco ΙΗΣΟΥΣ (Iesûs). C’è da dire che sono state date anche altre spiegazioni alle lettere IHS, come l’abbreviazione del motto costantiniano “In Hoc Signo (vinces)”, oppure di “Iesus Hominum Salvator”. Gli altri elementi sono anch’essi significativi: con il sole centrale Bernardino volle alludere a Cristo, che al pari del sole, dà la vita, mentre suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.

Il sole emana calore attraverso i raggi: dodici sono serpeggianti, otto diretti, chiaro riferimento ai dodici Apostoli e alle otto Beatitudini. Una fascia circonda il sole: è la felicità senza fine dei beati. Anche i colori sono portatori di una ricca simbologia. Il celeste dello sfondo rappresenta la fede, l’oro sta per l’amore. L’asta sinistra dell’H venne allungata e tagliata in alto, così da formare una croce, croce che a volte è poggiata sulla linea mediana dell’H. Vennero poi riprese le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi a cui prima abbiamo fatto cenno: tutto il simbolo è circondato dalla frase “nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.

   





Fraternamente CaterinaLD

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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