Approfondimento e aggiornamenti dei Dialoghi della FSSPX con la Santa Sede (2)

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Caterina63
00Saturday, April 16, 2011 10:23 AM
Questo nuovo thread (spazio) prosegue da quello iniziale:
Dialoghi UFFICIALI fra la Chiesa e la FSSPX (informazione e aggiornamenti) 

che, saturo di informazioni agli inizi dei colloqui, necessita ora di nuovi aggiornamentio ed approfondimenti.... e per questo ringraziamo il blog:
http://disputationes-theologicae.blogspot.com/

Seguiranno ora tre articoli dello stesso che ci sentiamo di condividere anche se, ci piace sottolineare quel filo di SPERANZA con la quale vogliamo e dobbiamo credere che alla fine le INCOMPRENSIONI si dischiuderanno e che anche la FSSPX troverà il suo posto ufficiale nella Chiesa come del resto lo hanno trovato molti di coloro che dicendo, a chiacchiere, di stare con il Papa, in realtà sono complici della devastazione LITURGICA nelle parrocchie, nelle catechesi, attraverso quella "apostasia silenziosa" per altro denunciata già da Giovanni Paolo II poichè.....alla fine dei giochi, ciò che non si comprende è perchè nella Chiesa si da spazio a tutti coloro che INGANNANO E SONO FALSI MAESTRI, perchè, per esempio, non si denuncia ancora l'eresia di Karl Rahner usato perfino nei Seminari....e citatissimo nella moderna teologia più volte condannata dallo stesso Benedetto XVI....e poi invece si tende ad usare la frusta contro la FSSPX.....

Dal canto nostro, piccolo ma sincero, noi ci auguriamo che la FSSPX CEDA a quella sua rigidezza che ha il sapore di "paura di aprirsi"... paura di RICONOSCERE che non tutto nella Chiesa e del Magistero pontificio degli ultimi Pontefici è da rigettare, e questo lo riconoscono loro stessi, salvo poi IRRIGIDIRSI sulla difensiva ad oltranza che continuerà a produrre incomprensioni e divisioni....

Non si tratta di cedere sulle dottrine, questo sito dimostra da anni il corretto Magistero Ecclesiale che semmai è stato strumentalizzato e calpestato in molte pastorali parrocchiali.... ma di questo non si può attribuire la colpa nè al Concilio, nè al Pontefice... e se la FSSPX ha davvero a cuore il bene della Chiesa e delle Anime, non può ignorare che il Pontefice in primis ha questo Amore  e lo vive attraverso quel MANDATO PETRINO unico ed universale nella Chiesa con il quale è lui, lui solo, che può CONFERMARE I FRATELLI NELLA FEDE e dire  alla FSSPX: "ANDATE E PREDICATE...." e non certo il contrario
...

PRENDIAMO IL ROSARIO E PREGHIAMO.... e mettiamo in pratica soprattutto il Magistero DEI SANTI di ogni tempo, perchè la Chiesa NON nasce con  l'ultimo Concilio...

Il fallimento dei colloqui dottrinali della Fraternità San Pio X e la questione "ordinariato tradizionale"



A cura della Redazione di “Disputationes Theologicae”




La commissione teologica della FSSPX affacciata al balcone del S. Uffizio



I colloqui dottrinali tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X, non é più un mistero nemmeno per gli ostinati, non vanno nel senso sperato. I toni entusiasti si sono spenti e le belle speranze sembrano infrante, da un lato e dall’altro. Oltretevere sono tornate in voga espressioni che non si sentivano più da qualche tempo: alcuni dicono a chi orecchie per intendere che “la Fraternità San Pio X è allo scisma, è fuori della Chiesa”. Eppure dopo due anni di regolari discussioni bisognerà pur trovare il modo di uscirne decorosamente. Le soluzioni possibili non sono moltissime, secondo la più plausibile Roma prima dell’estate dovrebbe proporre a Mons. Fellay la sottoscrizione di un documento e con esso si offrirà la struttura canonica ideale, quella dell’Ordinariato personale con l’esenzione dai Vescovi diocesani.

Da due anni ormai si discute e i chiarimenti dottrinali e magisteriali su Concilio e post-Concilio non sono avanzati di una virgola. Fra mille proclami, a tutt’oggi non sappiamo nemmeno se Mons. Fellay ha già accettato il Concilio per farsi togliere la scomunica. Infatti non solo non è stata mai pubblicata integralmente la lettera con la quale domandava, a seguito d’accordo bilaterale, la revoca della scomunica, ma circolano ancora due testi diversi (e nessuno si vergogna): in una versione i quattro vescovi accettano fino al Vaticano II con riserve, nell’altra versione, distribuita ai fedeli in un secondo tempo, accettano solo fino al Vaticano I. Nemmeno Roma ha finora diffuso la versione ufficiale della lettera nella sua integralità, la qual cosa sarebbe già un buon punto di partenza per rendere note le rispettive posizioni, senza nascondimenti, ma per ora si preferisce - da ambo le parti - parlare di dispute dottrinali d’altissimo livello.

E’ la Fraternità ad aver preteso gli incontri dottrinali dai quali sarebbe dovuto uscire una soluzione ai problemi posti dal Vaticano II. Da ormai dieci anni infatti gioca al rialzo di fronte alle proposte di Roma, che non erano in fondo così inaccettabili come è stato detto. La Fraternità non si é accontentata di divenire un organismo canonico sui iuris, con libertà riconosciuta di discutere teologicamente l’influsso di alcune idee della teologia moderna su certi atti ufficiali, ma non infallibili, e con la facoltà di celebrare solo la “Messa gregoriana”. No, ha preteso di più: ha preteso una resa di Roma sul terreno teologico, la Sede di Pietro avrebbe dovuto pubblicamente riconoscere i propri errori davanti a Suoi sottoposti, perché si potesse parlare in seguito d’eventuale accordo canonico. Da dieci anni insomma i superiori della Fraternità scoraggiano i propri preti e fedeli, facendo apparire l’accordo senza preliminare conversione di Roma una sorta di tradimento della fede; questa politica ha dato i suoi risultati, voluti o meno non si giudica, ma sta di fatto che nel 2011 nella Fraternità c’è più ostilità all’accordo che non nel 2001, al’indomani dell’Anno Santo.

Dal 2009 parte il progetto dei colloqui fra i due schieramenti, come quando nel Medioevo s’affrontavano scotisti e tomisti, ma stavolta sarà in segreto. La Fraternità s’affretta tuttavia a ricordare che “sulla verità non si discute quindi non si faranno compromessi ”. Sceglierà quindi i suoi rappresentanti secondo un criterio che sembra essere più quello dell’austera rigidità che quello dell’affabile diplomazia. I teologi di Ecône attraverseranno le Alpi a più riprese, per aiutare Roma a convertirsi: “Noi non andiamo a Roma per fare un accordo, perché non c’è accordo possibile tra la verità e l’errore. Roma deve convertirsi. E allorquando si sarà convertita, allora decadranno gli ostacoli all’accordo canonico”. Né mons. Fellay ha mai preso le distanze da tali proclami impresentabili, essendo proferiti da chi lui stesso aveva scelto per discutere “rispettosamente” con la Santa Sede Apostolica.


Roma sembra cedere sulla “scaletta” e si impegna in questi colloqui teologici, con intenti comprensibilmente più diplomatici che scientifici. La conseguenza, come da constatazione ormai comune, é che tutta la problematica del rito tradizionale e della Tradizione in generale, non viene risolta con un concreto aiuto sul piano canonico a chi è già canonicamente riconosciuto, così incoraggiando veramente la Fraternità; al contrario si concentra il problema solo intorno al “caso” della Fraternità San Pio X. In fondo è meno impegnativo anche per Roma e si potrà sempre dire che sono dei turbolenti scismatici. Dalla decisione, che tradisce tutta una forma mentis, deriva, all’atto pratico, uno squilibrio assai poco sensato, per cui la stessa Commissione Ecclesia Dei - e con essa chi ne dipende - invece d’essere potenziata e sostenuta nella sua opera, é ridotta ad essere un diverticolo della Congregazione per la Dottrina della Fede. Tutta la sua attività e il suo ruolo sono quindi, almeno apparentemente, ridotti a favorire il buon esito degli incontri col “partito intransigente” della Fraternità. Capisca chi può, ma il risultato é grottesco : tutto la “questione tradizionale” é oggi sospesa ai capricci dell’ “ala dura” della Fraternità San Pio X. E i vescovi hanno campo libero nel non sentirsi chiamati in causa dall’affare, perché bisogna aspettare - dicono – che Roma regoli definitivamente la questione; al punto tale che L’Osservatore Romano si permette di mettere in dubbio l’ortodossia di tutti gli Istituti dipendenti dall’Ecclesia Dei, gettando su di essi - e sulla Commissione - il discredito (http://disputationes-theologicae.blogspot.com/2011/02/losservatore-romano-attacca-la-dominus_16.html). La situazione é dunque legata alle future scelte di Mons. Fellay, che, dopo aver disprezzato il profilo pratico, si ritrova ad essere padrone della situazione e a bloccare - in pratica - lo sviluppo dei tanto odiati “traditori”, come con disprezzo vengono definiti tutti coloro che hanno fatto la scelta di affidarsi a Roma e che sono caduti nel terribile peccato di “accordismo”.

La situazione è un po’ quella di certe guerre infami, in cui i guerriglieri sparano cannonate, fanno saltare i ponti, fanno strage del nemico, salvo poi ritirarsi sulle montagne, lasciando i civili in balia delle inevitabili rappresaglie. La San Pio X spara a altezza d’uomo dalle fortezze della sua assoluta indipendenza da qualsiasi autorità ecclesiastica, e spesso i Vescovi, facendo di tutta un’erba un fascio, fanno valere le loro ritorsioni contro gli istituti dell’Ecclesia Dei, i quali - per la scelta che hanno fatto - si ritrovano ad essere gli unici vulnerabili, con gran gioia di chi sta a guardare dalle citate “fortezze”.

Roma temporeggia, senza impegnarsi ad aiutare i suoi e le risposte sono sempre le stesse: “bisogna essere pazienti”, “non é il momento per dare garanzie canoniche agli istituti Ecclesia Dei”. Per loro adesso non c’é tempo, l’urgenza é un’altra.

In questo strano panorama eccoci ormai giunti alla fine dei colloqui, dopo due anni. Ci sono stati degli incontri, alcuni dei quali in un clima piacevole, ma, tra discussioni e pasti amichevoli, evidentemente, nessuna soluzione. Né gli uni né gli altri si sono convertiti. La Santa Sede vorrebbe assolutamente che si interpretassero i testi conciliari e successivi in armonia con la Tradizione, asserendo un’evoluzione omogenea; la controparte sostiene invece che certi contenuti conciliari sarebbero eretici (o come minimo favens haeresim), bisognerebbe quindi escluderli preliminarmente dal Magistero, e con essi buttare a mare l’intero Concilio che li ha prodotti. Sarebbe questa la “conditio sine qua non” per ogni accordo. Accontentarsi d’esprimere riserve teologiche, rimettendo il giudizio ultimo alla Santa Sede - come ha fatto il Buon Pastore -, sarebbe un tradimento. I contenuti ereticali sarebbero numerosi, a dire della Fraternità, ma l’elenco completo a tutt’oggi non é dato conoscere in maniera definitiva.

E questo perché, in fondo in fondo, anche la Fraternità San Pio X sa che i testi conciliari sono più ambigui che eretici, ma per ammetterlo bisognerebbe accettare d’essere accusati di “liberalismo” dalla sua “ala dura”, secondo un vocabolario che essi stessi hanno adattato alla situazione
.

L’esito dei dibattiti non ha portato ad alcuna ricucitura: i “romani” lasciano correre la voce che i teologi della Fraternità non hanno il livello richiesto e la loro formazione neo-tomista li ha fossilizzati sulle posizioni e sul linguaggio del 1930. L’accusa può non essere del tutto priva di fondamento, ma sembra un modo rapido, troppo rapido, per evitare di riconoscere i problemi dottrinali che realmente affliggono la Chiesa da almeno quarant’anni. I teologi d’Ecône, dal canto loro, sembra accusino i “romani” d’essere talmente impregnati di “nouvelle théologie” che tutte le loro formule, anche le più tradizionali, non sono condivisibili, perché possono sempre nascondere, sotto termini “accettabili”, nozioni moderniste...la qual cosa renderebbe le frasi ancor più pericolose. Un altro metodo poco corretto d’evitare un vero confronto, sebbene anch’esso possa contenere elementi di verità, atteggiandosi - senza gran rischio - a difensori inflessibili dell’ortodossia.


Ci si ritrova ora in un’ impasse per aver preteso una soluzione “dottrinale”, senza accontentarsi di chiedere reali garanzie per poter attuare serenamente quella che Mons. Lefebvre - in modo ben più saggio e ponderato - aveva definito “l’esperienza della Tradizione”. Si è voluto strafare, si è voluto “convertire Roma”. Ora che Roma non vuol lasciarsi convertire siamo alle soglie di una rottura, cui si darà l’altisonante nome di “dottrinale”, ma che in realtà sarà soprattutto il risultato d’un grave errore di superbia e di imprudenza.

La Santa Sede cercherà lo stesso una via d’uscita e proporrà probabilmente un ordinariato personale (o qualcosa di simile). A quel punto la Fraternità dovrà scegliere e non ci saranno che due alternative: entrambe tuttavia migliori della terza, l’equivoco continuo.

Nel primo caso accetterà lo statuto canonico che le sarà proposto. In tal caso, senza rinnegare le giuste battaglie condotte nel passato dovrà realmente lasciare certa psicologia sedevacantista o gallicana, con le sue tendenze da “pétite église”. Dovrà anche entrare in un ordine d’idee per cui i vescovi diocesani non sono sistematicamente da trattarsi con disprezzo, quasi fossero automaticamente dei nemici della Chiesa solo perché dicono la Messa di Paolo VI. Purtroppo gli ultimi eventi di Francia, con le sconcertanti dichiarazioni dei più autorevoli superiori della Fraternità
(http://disputationes-theologicae.blogspot.com/2011/01/posizioni-contraddittorie-ed-ambigue.html), lasciano credere che sia già troppo tardi per sperare un cambiamento di toni. In ogni caso una tale scelta sarebbe in fin dei conti un accordo pratico, o “canonico” se si preferisce, ma nel punto a cui si è giunti e a forza di tirare la corda in tutti i sensi, esso è divenuto oggi ben più problematico rispetto a qualche anno fa.

Nell’altro caso la Fraternità rifiuterà le proposte del Pontefice, in questo caso si troverà una spiegazione ideale e si parlerà dell’impossibilità di trovare un accordo dottrinale sui testi del Concilio. Mons. Fellay dovrebbe però, per dovere di giustizia e per amor di verità, assumersi la responsabilità delle sue scelte e riconoscere che quell’accordo dottrinale - che all’epoca Roma non gli aveva chiesto - è fallito: e che proprio a causa di quelle esose richieste la situazione si è fatta oggi più complicata di ieri. Tuttavia anche questa scelta avrebbe un lato positivo, quello di finirla con le ambiguità e la doppiezza di linguaggio. Sarebbe la posizione più coerente con le ultime prese di posizione all’interno della Fraternità, che dopo l’annuncio d’Assisi III, la beatificazione di Giovanni Paolo II e le dichiarazioni del Papa sul profilattico, gridano allo scandalo e affermano che la conversione richiesta a Roma non si è avuta.

Lo stato di cose ne uscirebbe chiarito : chi vorrà restare “romano” saprà finalmente cosa dovrà fare e, pur dolorosamente, non gli resterà altro che lasciare la Fraternità al vortice impazzito degli “zelanti”. Roma dirà che la Fraternità ha abbandonato definitivamente la Chiesa e già in questi giorni a Roma si riparla di grave attitudine scismatica. Ma lamentarsi dello scisma non sarà facile, quando di fatto si è resa non universalmente possibile, sicura e serena quell’esperienza della Tradizione, che non si è voluto tentare sul serio con gli organismi già esistenti. La debolezza di Roma è diventata cronica, tanto che una norma applicativa sul Motu Proprio, che doveva uscire nel gennaio 2008, forse prenderà il volo nella primavera 2011. Al tempo stesso ci si getta in faraonici progetti d’accordo con l’ “ala dura” della Fraternità, quando non si è nemmeno capaci di difendere chi l’accordo canonico l’ha già fatto. Quando si lascia cacciare da una diocesi un istituto tradizionale, riconosciuto canonicamente, solo perché ha osato insegnare un po’ di catechismo a qualche bambino, quando il “piano pastorale diocesano” preferisce affidare incarichi parrocchiali ad un gruppo di laici piuttosto che ad un prete con la tonaca perché “sarebbe assimilato ai lefebvriani”, quando capita ripetutamente che gli organizzatori della Messa gregoriana subiscano continue minacce e pressioni e si sentano costretti a dire cose che in coscienza non pensano, per potere ottenere (o per paura di perdere) l’instabile “concessione” - nel silenzio generale - è quantomeno difficile spiegare a quei genitori, a quei seminaristi e anche a quei preti che è meglio abbandonare la posizione, per certi versi confortevole e facile, rappresentata dalla Fraternità San Pio X.

Adesso sta a Roma prendere l’iniziativa e sta a Roma di non lasciarsi imporre una “pratica” linea d’azione da Mons. Fellay. Non si chiede la luna, si chiede di poter fare seriamente, ovunque e con tranquilla sicurezza, quella che Mons. Lefebvre chiamava “l’esperienza della Tradizione”.
Che Roma dia almeno questa possibilità a chi già vuol farla sotto l’Autorità del Papa! Chi vuol combattere per il bene della Chiesa sia il benvenuto, se la Fraternità vuol esserci sappia che tutti l’attendono. Altrimenti sappia che il Vicario di Cristo ha gli strumenti che il Divino Fondatore gli ha dato per “salvare la Chiesa” nella crisi che essa attraversa. Non ha bisogno, per risollevare le sorti della “barca che prende acqua da tutte le parti”, di chi si crede indispensabile. Pur nel doveroso ossequio al primato della verità, è pur sempre la Chiesa che ci salva e non siamo noi, per quanto inflessibili e puri possiamo essere, a salvare la Chiesa.


Caterina63
00Saturday, April 16, 2011 10:33 AM

La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice "scismatico" né conformismo "allineato"


Giotto, San Francesco si rivolge al Papa


Nel quadro della disputa sollevata dal nostro recente editoriale siamo in dovere, come la nostra rivista si prefigge, di dare risposta ad alcuni interrogativi ed ad alcune obiezioni, violente, violentissime a volte - probabile segno che il problema denunciato era reale -, ma sempre prive di nome e cognome. Infatti né l’amor di verità degli strenui difensori di un tradizionalismo “duro”, né il desiderio d’ unità dei fautori d’un liberale “ecumenismo della Tradizione” sono stati capaci d’infondere il coraggio d’una firma. Si noti anche la strana convergenza dei due poli apparentemente opposti, ma in realtà uniti dall’avversione alla linea teologico-ecclesiale, chiara e dichiarata, da noi espressa.

Davanti a questa strana attitudine vogliamo attirare l’attenzione su una “terza via”. Si può essere “romani”, e nutrire un rispetto – anche verbale – nei confronti dell’autorità ecclesiastica, ma al tempo stesso esprimere anche pubblicamente il proprio dissenso quando un pericolo per la dottrina della fede lo richieda.


Nell’intento di essere sintetici, riassumeremo i differenti interventi, alcuni d’ordine teologico, altri di tipo pratico-politico, ma con connessioni teologiche, cercando al tempo stesso di illustrare questa “terza via” di cui nel titolo di fa menzione.


Obiezioni teologiche:


1) La posizione della vostra rivista si è appiattita, come ormai quella di tutti gli istituti Ecclesia Dei, sulla difesa del testo conciliare, sostenendo che tutto, nei testi del Vaticano II, è assolutamente e indistintamente vincolante ed è da interpretare nell’ermeneutica della continuità.

2) Avete attaccato il neotomismo degli anni ’30 perché ormai anche la vostra linea teologica è quella del nuovo corso, che disprezza il rigore di quella linea di pensiero, mescolandovi le novità moderniste.

3) Voi siete sottomessi visibilmente e canonicamente ad un’autorità che indice l’incontro d’Assisi, quindi voi siete implicitamente favorevoli all’attuale ecumenismo; l’unica soluzione fedele sarebbe la vostra rottura con le autorità ecclesiastiche.

4) Non denunciate con sufficiente convinzione l’ecumenismo e soprattutto “Assisi III”.

Obiezioni d’ordine pratico-politico:

5) Avete accusato la Fraternità d’essere scismatica in ragione delle sue posizioni.

6) I colloqui dottrinali tra i teologi romani e quelli d’Êcone vanno bene, i responsabili ne sono soddisfatti.

7) La prova ne è il fatto che presto ci sarà un ordinariato personale.

8) Gli Istituti dell’Ecclesia Dei, scordando la parabola del figliol prodigo, non vogliono l’accordo di Roma con la Fraternità.

Risponderemo basandoci prima sul dato teologico, poi su quello pratico. In una prospettiva realista terremo conto del primato del vero sull’utile, senza per questo disprezzare l’ “arte politica”, nel senso aristotelico del termine, e soprattutto - come disse anche Mons. Lefebvre alla fine degli anni ’70 - tenendo conto delle varie sfumature della realtà che è irriducibile ad una sorta di “impazzimento ideologista”.

1) Le norme teologiche di valutazione cui ci atteniamo sono quelle classiche; su questo noi ci fondiamo per esprimere una posizione di assenso o dissenso su un argomento teologico non infallibilmente definito o comunque suscettibile di approfondimenti. E’ anche il Codice di diritto canonico che sottolinea la “giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza”, in ossequio al Magistero della Chiesa, le proprie opinioni (can. 218). La Pontificia Commissione Ecclesia Dei è infatti un organismo canonico-giuridico e non un organismo che avrebbe “sue” posizioni teologiche, come ideologicamente sostenuto dal tradizionalismo “intransigente” e dall’Osservatore Romano...
Inoltre è ben noto, anche dagli statuti dell’Istituto del Buon Pastore cui appartiene il direttore di questo libero sito, che non sosteniamo l’assoluta intangibilità dei testi di tale Concilio pastorale. Essi possono essere rivisti da chi detiene la somma autorità nella Chiesa. Si tratta infatti di testi che non godono dell’infallibilità del Magistero straordinario infallibile, né di quella dell’ordinario infallibile in ogni loro frase. Sulla possibilità di tale prospettiva è sufficiente la “Nota teologica” del Concilio stesso del 16 novembre 1964 (Denz. 4350 e ss.) e su queste pagine si è espressa con sufficiente chiarezza anche l’autorevole voce di Mons. Gherardini. Ci preme tuttavia aggiungere che limitare il discorso ai documenti del Concilio, in maniera peraltro fortemente esasperata e smisuratamente ideologica, è assai riduttivo, il problema essendo ben più ampio.

2) Non abbiamo sconfessato il “neotomismo”, continuando a nutrire grande rispetto per la “Scuola”, anche quella detta “dei commentatori”. Verrebbe da chiedersi se l’obiettante sa leggere con attenzione e soprattutto con obiettività i nostri editoriali. Abbiamo riportato il facile giudizio della parte vaticana. E’ tuttavia nostro avviso che la prospettiva vada ampliata, senza assolutizzare il “neotomismo”, proprio per evitare il gioco facile di alcuni teologi moderni, che vorrebbero chiamare “disputa di scuola” ciò che meriterebbe semplicemente il nome di “errore di dottrina”. Se questi problemi e queste facili accuse, da una parte e dall’altra, si sono prodotte è perché questi “colloqui dottrinali” sono stati impostati male.

3) Essere canonicamente, quindi visibilmente, sottomessi al Romano Pontefice e ai Vescovi in comunione con Lui, non significa condividere tutti e singoli gli atti non infallibili che l’autorità fa o subisce, propone o sembra proporre. Significa rispettare la Divina Costituzione della Chiesa, pur riservandosi la facoltà di esprimere rispettosamente un dissenso teologicamente compatibile con le materie in oggetto. Soprattutto affermiamo un principio teologico, e di legge naturale: ciò che regola, ed eventualmente permette, la resistenza alla piena sottomissione alla gerarchia è l’imposizione di un ordine moralmente inaccettabile, al contrario la circostanza che la gerarchia faccia o dica cose non condivisibili non autorizza ad estendere la resistenza ad una dimensione abituale o universale.

4) In merito alla denuncia delle derive ecumeniche, quando l’Osservatore Romano ha scritto, con firma di Renzo Gattegna, che la Chiesa Cattolica deve rinunciare a convertire gli ebrei, la nostra rivista ha sottoscritto una pubblica denuncia presentata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, già nel dicembre 2010 (un mese prima dell’annuncio d’Assisi III) e ha in seguito pubblicato un articolo in merito. Su un avvenimento tanto grave, poiché in aperta e dichiarata opposizione al magistero ecclesiastico, il dissenso s’impone ad ogni cattolico, benché non consti che una chiara voce si sia levata da quanti hanno attaccato la nostra testata di complice silenzio. Nell’evidenza di un’affermazione in contrasto aperto con la dottrina cattolica, è nostra posizione che tali errori in materia di fede siano da denunciare senza reticenze.

In merito ad Assisi III restiamo in linea di principio fortemente avversi agli incontri interreligiosi, posizione pubblica e nota sia al Santo Padre sia alla Chiesa in generale, ma conoscendo il pensiero dell’allora card. Ratzinger e le sue passate affermazioni sull’impatto disastroso di questi avvenimenti, aspettiamo gli eventi per conoscere a fondo quale sia, nella “mens” del Papa, il motivo di un tale incontro.
Forse legato, più di quanto si creda, all’attuale equilibrio internazionale o ad equilibri interni al mondo ecclesiastico. Vista la complessità della situazione non ci sembrano opportuni i rapidissimi commenti, e comunque gli epiteti, che sono stati riservati al successore di Pietro su siti d’area tradizionale. Impossibile poi capire la logica di chi, affermando l’indicibile gravità dell’incontro Assisi III, vuole al tempo stesso sostenere che i colloqui teologici Êcone-Roma vadano bene; in effetti, vista l’impostazione “dottrinale” che si è voluto dare a tali incontri, se vanno bene allora vorrà dire che di fatto l’attuale ecumenismo non pone problemi agli interlocutori.



[Fine prima parte]

Caterina63
00Saturday, April 16, 2011 10:37 AM

La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice “scismatico” né conformismo “allineato”

[Seconda parte]





Papa Gregorio IX riceve le decretali


Risposta alle obiezioni d’ordine pratico-politico:

1) Non abbiamo mai sostenuto che tale Fraternità sia scismatica o che lo sia stata: abbiamo detto che nel suo interno ci sono tendenze in tal senso, che non sembrano affatto diminuire, e che questo dato avrebbe dovuto consigliare mons. Fellay ad accettare, anni fa, l’accordo offerto da Roma. Accordo che non era “inaccettabile” e che avrebbe lentamente stemperato gli eccessi da “pétite église” nella società religiosa. Che al suo interno vi siano esponenti che già si esprimono con attitudine gravemente scismatica è invece un dato di fatto. In generale rinviamo allo studio C. Héry, “Non lieu sur un schisme” (2005), le cui conclusioni ci paiono più che condivisibili.

2) Gli accordi dottrinali così come erano stati illustrati da S. Ecc.za Mons. De Galarreta, capo della delegazione della Fraternità, sono falliti. L’autorevole ecclesiastico il 19 dicembre 2009 nel corso della nota omelia a la Reja disse che la delegazione andava «semplicemente a dare una testimonianza di fede» o ancora «andiamo fin là (a Roma ndr) per predicare, così come sto predicando a voi» (!). Questi non condivisibili toni s’univano alla perentoria dichiarazione: «noi sappiamo molto chiaramente quello che non abbiamo assolutamente l’intenzione di fare : primo, cedere sulla dottrina e secondo, fare un accordo puramente pratico». Se Econe non ha ceduto sulla dottrina, di per sé ha fatto bene; se passasse all’accordo cosiddetto pratico, o meglio sostanzialmente canonico (ammesso che sia ancora fattibile, viste le resistenze esterne e interne maggiormente sviluppatesi), di per sé farebbe bene. Ma fare un “accordo pratico” significherebbe che c’è stato un ripensamento rispetto ai proclami sopracitati fatti a la Reja, all’omelia di Mons. Fellay a Flavigny il 2 febbraio 2010, ai contenuti del libro di Mons. Tissier, “L’etrange théologie de Benoit XVI”, sul quale è meglio stendere un velo pietoso, all’asserita impossibilità di “communicatio in sacris” con chi è sottomesso al Papa e ai Vescovi territoriali, sostenuta dal superiore di Francia abbé de Caqueray (vedi qui), e soprattutto alla più che ufficiale dichiarazione dell’ultimo Capitolo della FSSPX (2006), che testualmente definiva un accordo pratico, senza preliminare conversione di Roma “impossibile”. Se tale cambiamento ha avuto luogo ce ne rallegriamo, ma sarebbe serio e onesto dichiararlo.

3) Se la Fraternità procederà ad un tale accordo, accettando un Ordinariato personale, sarà magari un atto di saggezza e di romanità. Ma in tal caso dovrà fare prova d’umiltà, riconoscendo onestamente che tanti suoi proclami dello scorso decennio sulla necessità preliminare della conversione di Roma, dalla quale si andava unicamente per “predicare” la verità, erano del tutto fuori strada. L’eventuale accettazione di un ordinariato personale può non essere in contraddizione col fallimento dei colloqui dottrinali, ma significherebbe semplicemente che si è saggiamente scelto “l’accordo pratico”, finora disprezzato ed escluso in maniera categorica. Aggiungiamo che la proposta di un ordinariato personale (o similia) non sarebbe conseguenza del buon esito degli “accordi dottrinali”, ma una vecchia e mai ritirata proposta di Roma fin dal 2001-2002 (speriamo che a tutt’oggi le condizioni richieste da Roma siano limitate, almeno quanto lo erano allora e non siano diventate più esigenti - come sembrerebbe indicare la Nota ufficiale della Segreteria di Stato Vaticana del febbraio 2009). Questa vecchia e ragionevole proposta è già stata rifiutata in passato da Mons. Fellay, quando ancora la si chiamava “Amministrazione apostolica personale”.
Il rifiuto della proposta fu anche comunicato alla stampa nel mese di gennaio del 2006 (cfr. La Croix del 13 gennaio 2006). Nel caso accettare oggi un tale accordo si rivelerà difficile o il prezzo da pagare sarà maggiore per le fortissime resistenze interne, sarà giusto che mons. Fellay si assuma la responsabilità di essere stato lui stesso una causa importante di tanta avversione: dopo aver disprezzato tale soluzione per un decennio e in maniera martellante, non potrà lamentarsi se molti fedeli e preti lo avranno ascoltato. E’ chiaro che sulla dichiarazione (non infallibile) “Dignitatis Humanae” n. 2, ad esempio, è difficile trovare dottrinalmente una “via mediana”, ma è sempre stato altresì chiaro che in questo momento storico il Sommo Pontefice difficilmente potrebbe imporre una nuova formulazione, pur avendo di principio la facoltà di farlo. Tuttavia Roma a suo tempo aveva proposto alla FSSPX di affiancare alla dichiarazione di accettazione del “Concilio alla luce della Tradizione” l’istituzione, contestualmente alla regolarizzazione canonica, di una Commissione bilaterale di discussione dei punti controversi, segno che il giudizio su di essi restava aperto, almeno all’epoca tale era la disponibilità (oggi, vedremo).

4) Non abbiamo affatto scordato la parabola del “figliol prodigo”, cui il padre riserva la più festosa accoglienza, tant’è che avevamo scritto che se la FSSPX farà onestamente l’accordo tutti l’aspettiamo a braccia aperte: vien da chiedersi se i nostri critici hanno letto quello che criticano, oppure se alcuni ad arte gettano fumo negli occhi. Semmai questa parabola ci sembra offensiva della Fraternità, poiché essa non è uscita dalla Chiesa né deve scusarsi – il linciaggio subito da Mons. Lefebvre non fu giusto – per ogni sofferenza patita quando era relegata “fuori casa”.
Abbiamo sempre sostenuto infatti che questo stato di cose, per un certo tempo, fosse giustificato; esso era realmente coperto dallo “stato di necessità”, il quale - per definizione - non dura all’infinito. Del figliol prodigo invece dovrebbe assumere almeno l’atteggiamento umile e filiale verso il Papa e sconfessare pubblicamente alcune affermazioni, soprattutto le aberranti teorie eucaristiche dell’abbé de Caqueray e le accuse violente al Santo Padre di Mons. Tissier. Ci si obietterà che la maggior parte dei sacerdoti della Fraternità non condivide questi deliri. Benissimo. Allora che la parte romana della Fraternità trovi il coraggio d’esprimersi e di smentire tali farneticanti affermazioni. Finora nessuna voce pubblica si è levata contro l’inconcepibile dottrina che nega, ipso facto, la “communicatio in sacris” con gli Istituti Ecclesia Dei (vedi qui). Il punto è che l’eventuale ritorno, per così dire, l’eventuale accordo, avvenga nella verità. Se realmente si crede al suo primato.


Per riassumere, ribadiamo quanto già scritto. I colloqui dottrinali, è evidente a chiunque abbia occhi per vedere, non hanno portato al risultato prefisso. Si può e si deve tentare lo stesso l’accordo canonico, che siamo convinti potrà portare del bene a tutti. Se le autorità della Fraternità non vogliono l’“amministrazione personale” già rifiutata nel 2006 o l’ “ordinariato personale” – come si dice oggi –, perché aspettano la soluzione dei problemi del Concilio, come dichiarato da Mons. De Galarreta, che lo dicano inequivocabilmente e una volte per tutte. La peggiore prospettiva, purtroppo non del tutto esclusa, sarebbe infatti quella di rinviare “sine die” la definizione della questione, barcamenandosi. Se Roma vorrà presto dare un “ultimatum” di tal genere – non è una novità, lo propone da dieci anni – sarà un segno positivo che la Santa Sede non rinuncia al potere che le spetta; ma va riconosciuto nel contempo che molte questioni teologico-dottrinali sono ancora aperte.


S. C.

Caterina63
00Wednesday, May 4, 2011 4:21 PM

Mons. Fellay: i colloqui con Roma non daranno frutti immediati



Mons. Bernard Fellay (nella foto), Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha concesso un’intervista a Patrick Banken, Presidente di Una Voce Francia, che è stata pubblicata nel n° 277 (marzo-aprile) della rivista dell’Associazione che da 50 anni milita per la salvaguardia del canto gregoriano.


- Patrick Banken: Monsignore, all’alba di un nuovo anno e di uno nuovo decennio, può farci conoscere il suo punto di vista sulla situazione attuale della Chiesa?

Mons. Fellay: Il Concilio Vaticano II e subito dopo le riforme postconciliari hanno causato una delle crisi più gravi che la Chiesa cattolica abbia mai attraversato. Cinquant’anni dopo constatiamo sfortunatamente che questa crisi non sta per finire. Oggi le conseguenze delle riforme conciliari si fanno sentire più duramente di ieri. Per esempio, nel vecchio e nel nuovo mondo si constata una gravissima diminuzione delle vocazioni sia religiose sia sacerdotali, la sparizione quasi totale di scuole cattoliche degne di questo nome, la pesante ignoranza della dottrina cattolica tra i giovani, una liturgia che non nutre più la fede e che invece permea come un lento veleno quei fedeli che ancora praticano con uno spirito più protestante che cattolico.
Tuttavia, in mezzo a questo disastro si può distinguere un movimento, che in verità è ancora molto discreto, che desidera la restaurazione della Chiesa. È un movimento che muove dai giovani, un movimento che ha ricevuto una nuova spinta dall’arrivo al pontificato romano di Benedetto XVI. Questo movimento, che è un ritorno ad un atteggiamento più conservatore, dà una certa speranza per il futuro.
Esso tuttavia soffre di alcuni difetti, per esempio l’ignoranza del passato o la delusione per la situazione della Chiesa. Si potrebbe dire che i giovani, vedendo la pietosa condizione attuale, sono come frustrati e cercano a livello sia liturgico sia dottrinale qualcosa di diverso, guardando al passato, senza però sapere bene cosa. L’ala progressista, ancora ben piazzata, si è resa conto di questa reazione e fa tutto quello che può per annullarla prima che divenga sufficientemente forte da potersi imporre da se stessa. Questo insieme crea una situazione in certo modo confusa, dove il timore si affianca alla speranza. Siamo come ad un crocevia e saranno gli atti che compirà o meno il Sommo Pontefice a determinare la durata più o meno lunga di questa crisi.

- Nel prossimo avvenire, quale potrebbe essere il ruolo del cattolicesimo tradizionale in generale e della Fraternità San Pio X in particolare per poter uscire da questa fin troppo lunga crisi che conosce la Chiesa universale?

Mons. Fellay: Nei confronti della situazione così come l’ho descritta, è certo che coloro che cercano di vivere secondo i principi tradizionali potranno facilmente diventare come un polo, un faro, avente un ruolo molto importante, ma difficile da svolgere. Io penso che negli anni a venire dobbiamo soprattutto coniugare fermezza, pazienza e misericordia per poter aiutare questo movimento sinceramente desideroso di una restaurazione nella Chiesa. Da parte nostra possiamo certamente offrirgli, per un verso l’amore per la liturgia tradizionale, per l’altro la sana dottrina che è stata, non solo approvata dalla Chiesa, ma da essa imposta nel corso dei secoli, penso soprattutto alla dottrina scolastica, alla dottrina di San Tommaso d’Aquino.

- La vostra Opera è presente sui cinque continenti. Quali sono i luoghi o i paesi più incoraggianti per il ministero dei vostri sacerdoti?

Mons. Fellay: Tutto dipende da ciò che si considera incoraggiante per il ministero del sacerdote. Se come criterio per l’incoraggiamento si assume il facile successo, un sviluppo relativamente importante, delle vocazioni, delle conversioni numerose, tra i primi paesi occorre porre gli Stati Uniti. Se invece il criterio consiste in un lavoro più in profondità, necessariamente meno spettacolare, allora possiamo dire che l’apostolato dei nostri sacerdoti è incoraggiante quasi dappertutto. Quando si guarda a tutte queste scuole, a tutti questi giovani, alle famiglie numerose ed anche al sostegno alle persone anziane, allora è certo che a meritare la palma sono diversi paesi dell’Europa.
Nei paesi di missione vi è sempre un sapore da pionieri… il nostro apostolato in Africa è in pieno sviluppo. L’Asia offre un straordinario potenziale di conversioni. In tutte queste missioni, ciò che manca fortemente sono i sacerdoti. Solo per rispondere alle richieste dei fedeli dell’Africa e dell’Asia, ce ne servirebbero molti di più.

- Qual è lo spazio occupato dal canto gregoriano nei luoghi di culto serviti dalla Fraternità San Pio X? Secondo Lei, da un punto di vista pastorale, si può estendere la sua influenza e cosa si può fare di meglio per far questo?

Mons. Fellay: Dal momento che lo scopo principale della Fraternità è il sacerdozio cattolico e questo è intimamente legato alla celebrazione del santo Sacrificio della Messa, la liturgia è al centro delle nostre preoccupazioni, ragion per cui è evidente che lo spazio che noi riserviamo al canto liturgico è importante. Questo canto liturgico, per più di mille anni, è stato essenzialmente il canto gregoriano. Esso è praticamente sparito nella liturgia moderna, anche se qua e là suscita ancora un po’ di interesse. Da noi il canto gregoriano è semplicemente la base della Messa cantata o della Messa solenne. In tutti i nostri seminari, i seminaristi sono obbligati ad apprendere gli elementi essenziali del canto e, nella misura del possibile, a trasmetterli ai fedeli.
Come stendere l’influenza di questo canto che la Chiesa ha sempre considerato come un sacramentale? Questo dipende molto dalle circostanze. Innanzi tutto occorre trovare un maestro di coro competente, poi occorre formare una corale che a sua volta potrà poi aiutare l’insieme dei fedeli a rendere sempre più bella la santa liturgia cattolica romana. Io non penso che vi siano dei rimedi miracolosi. Vi è un adagio che dice che la grazia non nega la natura. Se vi è un aspetto soprannaturale, di grazia, nel canto gregoriano, questo nondimeno resta vincolato alle regole abituali della musica e quindi presuppone le competenze umane ed artistiche necessarie. Occorre lavorare per formare un certo numero dei nostri fedeli sia per l’accompagnamento all’organo, sia per il canto gregoriano, cosa che per esempio proviamo a fare nelle nostre scuole.
Estendere l’influenza del canto gregoriano significa anche fare amare questa bella musica, e siccome si ama solo ciò che si conosce, bisogna cominciare col farla conoscere, poi farla apprezzare e infine farla amare. Rispetto alla musica classica,  il gregoriano è privo degli accordi armonici e si rivolge allo spirito e all’anima piuttosto che ai sensi. Di per sé esso non ha l’attrattiva che potrebbe avere una musica polifonica, ma ha il vantaggio di essere universale, come diceva San Pio X, e cioè di essere gradito a qualsivoglia civiltà. Si tratta di una musiva elevata, esigente, e non bisogna esitare a proporre la sfida, perché nell’intimo umano alberga l’amore per le difficoltà da superare e per le sfide da accettare.

- È possibile sapere se i colloqui dottrinali che intrattengono alcuni vostri rappresentanti con le autorità romane sono soddisfacenti?

Mons. Fellay: Cosa significa soddisfacenti? La cosa è molto soggettiva. Questi colloqui rispondono alle nostre attese o alle attese delle autorità romane? Viste le divergenze con le quali hanno avuto inizio, mi sembra prematuro voler dare una risposta mentre non sono neanche conclusi. Io penso che vi sono degli elementi che ci deludono e al tempo stesso altri che ci danno una certa speranza per il futuro. Non penso di poter rispondere chiaramente alla sua domanda con un sì o con un no. Mi sembra che non ci si possano attendere dei frutti immediati da questi colloqui, ma vi è stato uno scambio di idee, idee che devono ancora maturare. Noi nutriamo la speranza che questi contatti contribuiranno a portare certe correzioni, ma penso che questo non accadrà in un prossimo avvenire.

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brevi riflessioni mie:

Smile  bè dai! il titolo è incoraggiante: non daranno frutti IMMEDIATI.... e questo non esclude che LI DARANNO a lungo andare.... del resto nessuno, con un pò di discernimento, si aspetterebbe un colpo di bacchetta magica, ciò che sta vivendo la FSSPX, lo stiamo vivendo anche noi e ben sappiamo che ci vorranno anni per comprendere la stessa grandezza di Benedetto XVI in ciò che sta facendo nella Liturgia della Chiesa attraverso esempi e continue Catechesi....  
leggete la Emmerich, datemi retta! e ritornerà il sorriso con la speranza che tutti attendiamo.... Wink

Sottolinerei queste parole di mons. Fellay perchè sono di una realtà oggettiva impressionante e che, oserei dire, ci riguarda molto da vicino Embarassed  
 
 
 È un movimento che muove dai giovani, un movimento che ha ricevuto una nuova spinta dall’arrivo al pontificato romano di Benedetto XVI.  
Questo movimento, che è un ritorno ad un atteggiamento più conservatore, dà una certa speranza per il futuro. Esso tuttavia soffre di alcuni difetti, per esempio l’ignoranza del passato o la delusione per la situazione della Chiesa.  
Si potrebbe dire che i giovani, vedendo la pietosa condizione attuale, sono come frustrati e cercano a livello sia liturgico sia dottrinale qualcosa di diverso, guardando al passato, senza però sapere bene cosa. L’ala progressista, ancora ben piazzata, si è resa conto di questa reazione e fa tutto quello che può per annullarla prima che divenga sufficientemente forte da potersi imporre da se stessa.  
 
 
Aggiungerei a queste riflessioni, analisi, il fatto che l'ala progressista GODE, SI NUTRE E SOPRAVVIVE grazie proprio alle divisioni interne al "movimento-tradizionale" rafforzatosi con l'ascesa di Benedetto XVI sulla Sede Petrina....  
 
NON SONO D'ACCORDO tuttavia sul senso di ignoranza che tali giovani avrebbero sul passato della Chiesa, mentre sono d'accordo quando sottolinea quel "GUARDARE AL PASSATO" dando l'impressione di vivere continuamente di NOSTALGIA...  
 
nel primo caso è proprio LA CONOSCENZA del nostro passato che risveglia in molti giovani la forza di aderire ALLA TRADIZIONE e spesso dopo aver trovato amare delusioni nei Movimenti o Cammini modernisti approvati dalla Chiesa.... quanto alla perfezione, nessuno è perfetto, ma non si tratta di ignoranza...  
nel secondo caso purtroppo è vero e constatiamo spesso atteggiamenti NOSTALGICI, un guardare al passato ponendo continuamente CONFRONTI che oscurano il fatto che la Chiesa E' VIVA e in ogni tempo SI E' AMMANTATA DI COSE ANTICHE E DI COSE NUOVE....in perfetta sintonia anche se, magari, dopo aspre battaglie... Wink



Fonte: Una Voce n° 277 (marzo–aprile 2011)
Caterina63
00Friday, June 10, 2011 7:25 PM

Il momento decisivo per la FSSPX è imminente: intenzione di preghiera per l'Ottava di Pentecoste

Lo Spirito Santo (immagine da Muniat intrantes)

Pentecoste 2011: sulla base delle informazioni che abbiamo potuto raccogliere, tutto indica che siamo arrivati, in questo mese di giugno 2011, al momento più cruciale dei rapporti tra la Fraternità S. Pio X e Roma fin dall’inizio del pontificato di Benedetto XVI.

Pentecoste 2011: la procedura che aveva indicato mons. Fellay, superiore della FSSPX, giunge alla sua conclusione:

a) Il motu proprio del 7 luglio 2007, confermato dall’Istruzione applicativa del 30 maggio 2011, riconosce ad ogni prete cattolico di rito romano il diritto di celebrare la Messa secondo l’antico uso: si trattava della prima condizione preliminare posta da mons. Fellay per un'eventuale riconciliazione.

b) Il decreto del 21 gennaio 2009 revoca le scomuniche dei quattro vescovi della Fraternità: si avvera così la seconda condizione preliminare, sempre posta da mons. Fellay.

c) Una commissione teologica della Fraternità è invitata a Roma, per affrontare colloqui dottrinali presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, ad un tavolo di discussione che vede impegnati tre teologi della FSSPX e tre teologi romani: come espressamente richiesto dalla Fraternità al fine di poter verificare le ipotesi di ricucire la rottura tra Roma e gli eredi di mons. Lefebvre.

Pentecoste 2011: nella sua ultima intervista rilasciata in Gabon, e pubblicata sul sito della Fraternità DICI, si può constatare che mons. Fellay si pone due domande sugli eventi che potrebbero avvenire. Queste, precisamente, le sue parole nell'intervista:

- Permettetemi di concludere, eccellenza, con due domande. La prima riguarda il rapporto tra la Fraternità e Roma. A che punto siete nei vostri contatti? Domanda complementare : possiamo aspettarci a medio termine una normalizzazione di questi rapporti ?
Fellay: I contatti continuano. Arriviamo probabilmente alla fine di una fase di discussioni. La cosa non è ancora completamente chiara. Che cosa accadrà? Quale sarà l’esito di questa fase? Questo risponde alla seconda domanda. Che cosa prevede ora Roma per noi? Non dobbiamo illuderci: siamo nel bel mezzo della crisi della Chiesa; non è certamente terminata. Qual è il nostro destino in questa crisi? Penso che in qualche modo il buon Dio ci ha legato a questa crisi, perché lavoriamo alla restaurazione della Chiesa, ma essa potrebbe ancora durare un decennio, forse due. Si deve avere grande coraggio e perseveranza. Tutto può risolversi domani, oppure dopodomani. Tutto è nelle mani del buon Dio. Restiamo semplicemente fedeli.
La prima domanda concerne il seguito da dare ai colloqui dottrinali: essi sono ormai conclusi. Si può pensare che le sintesi degli stessi saranno ora esaminate, come previsto, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Appariranno allora chiaramente sia le convergenze che le divergenze sul Concilio Vaticano II e sulla nuova liturgia. Dopo una lunghissima maturazione, sicuramente provvidenziale, all’attivo ci sarà senza dubbio una maggiore chiarezza ed insieme la grazia, insperata da entrambe le parti ancora fino a pochi anni fa, di aver potuto affrontare una discussione sulla sostanza dei problemi. Tuttavia la constatazione finale (sul sussistere di divergenze che solo l’avvenire potrà appianare), non sarà radicalmente diversa da quella che aveva fatto nel 1988 il cardinale Ratzinger, quando aveva deciso egualmente di firmare con mons. Lefebvre un accordo canonico (accordo poi naufragato sulla questione della nomina di vescovi richiesta dal presule francese).

E questo risponde alla seconda domanda di mons. Fellay: «Che cosa prevede ora Roma per noi?». Il Papa sta per proporre a mons. Fellay la costituzione di un Ordinariato, per regolarizzare la situazione della FSSPX e delle sue comunità alleate, lasciandogli la piena (e indispensabile, visti certi epìscopi in circolazione) autonomia nei confronti dei vescovi diocesani. Alcuni membri di una comunità Ecclesia Dei hanno potuto precisare che questa proposta canonica sarà fatta nel corso del presente mese di giugno a mons. Fellay.

Pentecoste 2011: l’attuale pontificato ha effettuato aperture immense e generose per portare alla pacificazione: il discorso del Papa alla Curia sull’interpretazione del Vaticano II, nel 2005; il Motu Proprio Summorum Pontificum per la liberalizzazione della celebrazione della liturgia tradizionale, nel 2007; il gesto, il cui prezzo è stato purtroppo molto alto per il Santo Padre, della revoca delle scomuniche dei quattro vescovi della FSSPX, nel 2009. Il momento sembra ora giunto di arrivare a varcare un’altra tappa: che la Fraternità passi dall’irregolare statuto di ‘illegittimità’ ad uno statuto canonico di ‘riconoscimento’. E’ una soluzione win-win, in cui tutti avrebbero moltissimo da guadagnare: da un lato Roma ricucirebbe una dolorosa rottura e troverebbe truppe fresche e determinate per condurre la battaglia del recupero di quanto gli ultimi decenni hanno dissipato; dall'altro la FSSPX si laverebbe dello stigma di ribellione e di ‘scisma’, potendo così svolgere un apostolato ben più efficace e senza subire i mille pregiudizi che l’accompagnano nella mente del cattolico medio, pur conservando appieno l’attuale libertà di movimento e di azione.

Una grande speranza ci anima. Ma ci arrovella anche il timore che un’occasione decisiva, e probabilmente unica, possa essere mancata. Tutti i cattolici (tranne quelli che amano il Vaticano II – o meglio una certa idea del Vaticano II - più della Chiesa) non possono che auspicarlo.

Ecco perché, per amore della Chiesa, per affezione al Santo Padre, e a pro del miglior uso possibile della «missione» della FSSPX, Messainlatino si prende la libertà di supplicare tutti di unirsi alla preghiera durante tutta l’ottava di Pentecoste, invocando l'Onnipotente

Affinché la Fraternità San Pio X possa ritrovare uno statuto ufficiale nella Chiesa

Per questa intenzione, su consiglio e con l’approvazione di sacerdoti che a questo sito collaborano, dalla domenica di Pentecoste fino a  quella della Trinità, chiediamo a tutti di recitare questa preghiera:


V/.Veni, Sancte Spiritus,
R/. Reple tuorum corda fidelium, et tui amoris in eis ignem accende.
V./ Emitte Spiritum tuum et creabuntur;
R./ Et renovabis faciem terrae.

Oremus
Deus, qui corda fidelium Sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere, et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominus nostrum. Amen.

[Vieni, o Santo Spirito. Riempi il cuore dei tuoi fedeli, accendi in essi il fuoco del tuo amore. Manda il tuo Spirito, sarà una nuova creazione. E rinnoverai la faccia della terra.
Preghiamo
O Dio, che con la luce dello Spirito Santo istruisci i fedeli, donaci di gustare, per quello stesso Spirito, la vera sapienza e di godere sempre del Suo conforto. Per Cristo nostro Signore. Amen.]


E di offrire quindi a quell’intenzione il rosario quotidiano.

Ai sacerdoti, porgiamo l’invito di aggiungere questa intenzione al memento personale della loro Messa. 

Enrico
Caterina63
00Wednesday, June 15, 2011 2:53 PM
Oggetto: La regolarizzazione canonica della Fraternità

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV192_Tormentone_giugno.html

Il tormentone di giugno

La regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X

Di Belvecchio

Eccoci arrivati a ridosso della festa dei SS. Pietro e Paolo.

In genere, a partire dalla fine di giugno, molte strutture ecclesiastiche si concedono una sorta di riposo. Prelati, officiali e seminaristi vanno in vacanza, o quasi. Una sorta di rallentamento delle annuali incombenze.

Proprio a ridosso di questa data sono accadute alcune cose notevoli. Per tutte ricordiamo la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, avvenuta il 7 luglio, senza però dimenticare la data del 2 luglio, giorno della “grande scomunica” precipitosamente inflitta dalla misericordiosa “Chiesa del Concilio” ad uno dei suoi vescovi: Mons. Marcel Lefebvre, reo di coltivare “una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione” e contraddittoria perché “si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi.” (Motu Proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988).

In quella occasione, Giovanni Paolo II, riferendosi alla consacrazione dei quattro nuovi vescovi della Fraternità San Pio X, sottolineava che “ Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa.” Una affermazione che centra il problema che da diversi anni infiamma le passioni di molti cattolici: il valore primario dell’unità della Chiesa.

Non si tratta certo di una cosa di poco conto, ma spesso abbiamo dovuto constatare che questa istanza, non solo legittima, ma anche  sacrosanta, ha finito col prendere il sopravvento su quella che è sempre stata la suprema legge della Chiesa: la salvezza delle anime.

Quando l’unità della Chiesa finisce con l’essere perseguita anche a scapito del bene delle anime, è inevitabile chiedersi di quale Chiesa si stia parlando.

In questo giugno 2011, ecco che ritorna un altro motivo ricorrente del tutto connesso con questa nostra premessa: la regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X… lo esige l’unità della Chiesa.

Ora, questa questione, che sembrerebbe pronta per essere affrontata adesso che si concludono i noti colloqui fra la Santa Sede e la Fraternità, è in realtà vecchia di più di 10 anni.

Era l’anno 2000 quando più di seimila fedeli cattolici provenienti dai cinque continenti si riunirono a Roma, per lucrare le indulgenze del Giubileo, sotto l’egida della Fraternità San Pio X e al seguito dei suoi quattro vescovi “scismatici”. In quella occasione, con grande sorpresa di chi aveva sempre dato poco peso ai “ribelli di Lefebvre”, si scoprì che esistevano dei bravi cattolici che rifiutavano il Concilio e ciò nonostante pregavano per il Papa e dimostravano una compostezza e una dignità ormai andata perduta negli ordinari raduni ecclesiastici del post-concilio. Tanta fu la sorpresa che l’allora Prefetto della Congregazione per il Clero, il card. Castrillón, invitò a colazione i quattro vescovi “scismatici” per conoscerli meglio. Da lì partì l’iniziativa del cardinale per riuscire a trovare una composizione allo strappo del 1988. E partirono le prime proposte di regolarizzazione, delle quali si continua a parlare ancora oggi.

Tra alti e bassi, da allora la Fraternità ha tenuto regolari rapporti con Roma, ed è in questo contesto che sono nate le note richieste della Fraternità di liberalizzazione dell’uso del Messale tradizionale e di revoca della scomunica, il tutto in concomitanza con le reiterate sollecitazioni di Roma perché accettasse una regolarizzazione canonica.

Il card. Castrillón riuscì, nel 2001, a sanare la posizione canonica del gruppo di Campos, creando una Amministrazione Apostolica personale, e da subito pensò di poter adottare una decisione simile anche per la Fraternità: Amministrazione Apostolica o Prelatura Personale.

Quando nell’aprile del 2005 fu elevato al Soglio Pontificio il cardinale Ratzinger, Benedetto XVI si affrettò a convocare a Roma, in agosto, il Superiore Generale della Fraternità, Mons. Fellay, a dimostrazione che voleva avviare a soluzione l’annosa questione che lui stesso aveva trattato come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede direttamente col compianto Mons. Lefebvre. Com’è noto il lavoro del card. Ratzinger e di Mons. Lefebvre non portò allora ad alcuna conclusione, nonostante la firma del famoso “protocollo” del 1988, che Mons. Lefebvre denunciò subito per il tentativo di Roma di costringerlo alle corde per mezzo di una consacrazione episcopale pilotata. È risaputo che il card. Ratzinger ha sempre rimpianto il mancato accordo, al pari, per esempio, del mancato chiarimento sul famoso “terzo segreto” di Fatima, nonostante e forse anche grazie alla nota dichiarazione sulla rivelazione del terzo segreto del 2001.

Il card. Ratzinger, divenuto Benedetto XVI, conosceva bene la questione ed era perfettamente al corrente delle richieste avanzate dalla Fraternità fin dal 2000, come era perfettamente conscio del fatto che non bastava la scomunica per definire una questione così complessa come quella delle tante riserve espresse da più parti, e non solo dalla Fraternità, nei confronti del Concilio.  Occorreva decidersi a trovare una soluzione, non tanto per cedere alle richieste della Fraternità, quanto per mettere dei punti fermi sulle annose questioni dell’ingiustificato abbandono della liturgia tradizionale e del pericoloso declino in cui si era venuta a trovare la Chiesa a partire dal Concilio.

Da allora, le offerte di composizione canonica alla Fraternità, presentate direttamente o indirettamente, si sono moltiplicate, e quasi ogni anno è sembrato che ci fosse già pronto uno schema di accordo che bastava sottoscrivere.

Intanto, due anni dopo essere diventato Papa, Benedetto XVI sciolse il primo nodo importante: la Messa tradizionale non è mai stata abolita, quindi ogni sacerdote può celebrarla liberamente. Fu il Motu Proprio Summorum Pontificum, e fu la soluzione di un incredibile equivoco protrattosi per quasi 40 anni, come se non fosse risaputo che la Chiesa non poteva cancellare duemila anni di liturgia con un colpo di mano, sia pure avallato da un Concilio e da un Papa.

Era inevitabile che qualcuno gridasse allo scandalo, poiché sembrò che il Papa avesse ceduto alla prima delle richieste della Fraternità. In realtà il Papa sapeva benissimo che Paolo VI aveva permesso un abuso e lo aveva sottoscritto, ma ancor meglio sapeva che, senza quella soluzione, il problema della Messa tradizionale sarebbe divenuto il grande problema della Chiesa. Altro che atto scismatico di Lefebvre, come aveva scritto Giovanni Paolo II, ormai si correva il rischio di vedere crescere due chiese in una… meglio allora due liturgie nella stessa Chiesa.

Ovviamente, la pubblicazione del Motu Proprio servì a fare ulteriori pressioni sulla Fraternità, perché, si diceva, di fronte alla avvedutezza e alla magnanimità del Papa era inconcepibile che questa si ostinasse ancora a non accettare una qualche forma di regolarizzazione canonica. Si incominciarono a contare a migliaia coloro che gridavano all’incomprensione: … ma come, adesso la Messa ce l’abbiamo!

Il fatto è che, vuoi per pigrizia mentale, vuoi per un gran voglia di vivere tranquilli, tanti chierici e laici facevano finta di non sapere che la Chiesa non era in crisi per la mancanza della Messa tradizionale o per l’ostinazione della Fraternità, bensì per la deriva dottrinale che la pervade da più di 40 anni sulla base del Concilio e dei suoi frutti.

Quando poi quest’appunto veniva avanzato dalla Fraternità… àpriti cielo! Ma che pretese! Ma chi si credono di essere! E tutti trovavano comodo scaricare sulla Fraternità la responsabilità di una critica che invece era nel cuore di tanti, prelati compresi.

Così, tra un’offerta di Roma e un rifiuto di Ecône, si giunse, ad appena un anno e mezzo dal Motu Proprio, alla remissione della scomunica. I quattro vescovi non sono più scismatici a partire dal 21 gennaio 2009. E giù illazioni, supposizioni, ipotesi, e ancora pressioni, sollecitazioni e progetti. Adesso sì… la Fraternità non ha più scuse, la generosità del Papa è tale che annulla ogni tergiversazione… che a questo punto diventa colpa grave!

Ecco l’accordo, firmatelo!

Peccato che il Papa, in quella occasione, si affrettò subito a precisare che, sì la scomunica non ce l’hanno più, ma quei vescovi non possono esercitare legittimamente il loro ministero a causa della loro posizione canonica irregolare, derivata dalle loro critiche all’andamento dottrinale sorto col Concilio.

Come dire: attenzione! Sono vescovi della Chiesa cattolica, sono in comunione con me che sono il Papa, ma non possono fare i vescovi.

A chi sembrerà eccessivo un tal modo di presentare la cosa e tenuto conto che non è questa la sede per fare un discorso “tecnico”, ricordiamo solo che la riserva espressa dal Papa si basa sul fatto che questi vescovi, sebbene non più scismatici, mancano di giurisdizione formale, cioè non hanno canonicamente un loro ambito entro il quale esercitare il ministero che è proprio del vescovo. Ogni vescovo è tale in quanto capo di un pezzo della Chiesa, e la Fraternità non sarebbe ancora, canonicamente, un pezzo della Chiesa. Chi si intende un po’ di giurisprudenza capisce che stiamo parlando, non di cose serie, ma di cose da avvocati, che è tutto dire.

Ci si permetta l’ingenuità di una domanda: ma quanti vescovi ci sono nella Chiesa, e in particolare a Roma, che non sono a capo di un pezzo di Chiesa e a cui non si dice che non possono esercitare legittimamente il loro ministero? Parliamo di quelli che hanno una giurisdizione solo sulla carta, una giurisdizione pro forma, ma in realtà sono vescovi di niente e di nessuno, contrariamente ai quattro vescovi della Fraternità che sono vescovi di una struttura ecclesiale con sacerdoti e religiosi e presiedono alla cura delle anime di qualche milione di fedeli.

La Chiesa ha tanti misteri, ma a volte i preti esagerano!

Non passano neanche 3 mesi, ed ecco che viene annunciato che la Santa Sede aprirà un tavolo di discussione con la Fraternità, a partire da ottobre 2009, per cercare di mettere a fuoco tutta la problematica sollevata dal Concilio. Il comunicato emesso dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei subito dopo lo svolgimento del primo colloquio precisava: “esamineranno le questioni relative al concetto di Tradizione, al Messale di Paolo VI, all’interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione dottrinale cattolica, ai temi dell’unità della Chiesa e dei principi cattolici dell’ecumenismo, del rapporto tra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa”.

Altro che “incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione”, come pensava Giovanni Paolo II, qui si tratta di ben altro, dice Roma, si tratta di far luce su una marea di questioni oscure sorte a partire dal Concilio e che interessano aspetti essenziali della vita della Chiesa e della fedeltà alla dottrina cattolica.

Tutte le opinioni possono pure essere espresse, ma il fatto rimane: la Santa Sede non sconfessa la Fraternità, dopo vent’anni dal supposto “scisma”, ma la convoca per discutere… per discutere del Concilio e dei suoi frutti.

Finalmente cade la maschera dell’ipocrisia, non di irregolarità canonica si trattava, non di indisciplina ecclesiastica, non di disobbedienza al Papa, ma di problemi veri, di problemi seri, di problemi relativi alla liturgia e alla dottrina cattoliche, problemi che richiedono un serio confronto tra la Congregazione della Dottrina della Fede, sotto la guida del Papa, e la tanto bistrattata Fraternità, per quarant’anni accusata di ogni sorta di ribellione. Problemi che toccano la suprema legge della Chiesa: la salvezza delle anime.

E la regolarizzazione canonica?

Per anni la Fraternità ha dichiarato pubblicamente che non era una questione canonico-logistica che l’assillava, quanto una questione dottrinale, di fronte alla quale passava in secondo piano perfino la vita stessa della Fraternità, il riconoscimento dei suoi vescovi, la tranquillità pastorale dei suoi sacerdoti, la pace religiosa dei suoi fedeli. La fedeltà alla Tradizione della Chiesa, la fedeltà alla Verità, vale bene ogni sacrificio, ogni rinuncia, ogni vessazione, ogni ostracismo… ogni condanna.

Non regolarizzazione canonica, quindi, ma il riconoscimento da parte di Roma che il problema non sta nella Fraternità, ma in seno alla stessa Chiesa odierna.

Ciò nonostante, però, si ribadisce: liberalizzato l’uso del Messale tradizionale, rimessa la scomunica, svoltisi i colloqui dottrinali… non rimane che concludere un accordo per la regolarizzazione canonica della Fraternità.

Vediamo perché.

Primo punto: il Papa avrebbe dimostrato una generosità e un coraggio senza pari nel venire incontro alle richieste della Fraternità, liberalizzando l’uso della Messa tradizionale, rimettendo la scomunica e intavolando i colloqui con una vistosità e una esposizione impensabile e per molti inconcepibile.

Ma è davvero così?

Lo abbiamo scritto tante volte. Se il Papa avesse fatto tutto questo per venire incontro alle richieste della Fraternità, non si sarebbe dimostrato coraggioso e generoso, ma temerario e superficiale, poiché è evidente che nessuna Fraternità, sia pure in buona fede, può costringere il Papa a fare il bene di una parte piuttosto che il bene della Chiesa e delle anime. Se invece il Papa ha fatto ciò che ha fatto per il bene della Chiesa, come è logico e giusto che sia, allora temerari e superficiali sono coloro che parlano di coraggio e generosità del Papa, poiché cosa può fare un Papa se non perseguire il bene delle anime?


Secondo punto: il Papa ha avuto primariamente in vista l’unità della Chiesa. Ma si può perseguire l’unità della Chiesa liberalizzando l’uso del Messale tradizionale e sancendo per la prima volta in duemila anni un anomalo biritualismo foriero di confusione e di divisione? Si può perseguire l’unità della Chiesa annullando una sacrosanta scomunica nei confronti di un gruppo di ribelli che rifiutano il Concilio e contestano le decisioni del Papa? Si può perseguire l’unità della Chiesa dichiarando pubblicamente che il Concilio, i suoi documenti, la sua liturgia, la sua pastorale, sono da discutere, da riesaminare, da ridefinire, e proprio sulla base delle richieste partigiane dello stesso gruppo di ribelli?

Anche su questo abbiamo scritto tante volte. Se il Papa avesse fatto tutto questo per salvaguardare l’unità della Chiesa anche a costo della confusione, del riconoscimento dell’aperto dissenso e della messa in discussione di tutto ciò che il Magistero ha detto e fatto dal Concilio in poi, avrebbe dato prova di perseguire, non il bene delle anime, ma il raggiungimento di un fine pratico, più ideologico che teologico, poiché è evidente che seguendo questa logica si delineerebbe una Chiesa multiforme e prometeica, che sarebbe sì unita, ma avendo messo insieme tutto e il contrario di tutto, con il più grave nocumento possibile per il bene delle anime. Se invece il Papa ha fatto ciò che ha fatto per il bene della Chiesa e delle anime, come è logico e giusto che sia, allora non si potrà più parlare di priorità dell’unità, ma di necessità di fare chiarezza anche a costo di avviare la messa in mora della liturgia riformata, l’allontanamento dei vescovi che hanno arrecato danno alla Chiesa, la revisione di tutte le ambiguità e le deviazioni sorte nel Concilio e sviluppatesi nel post-concilio.

E si dovrà convenire che in tutto questo la Fraternità non è importante, se non per la funzione di stimolo che ha provvidenzialmente svolto in questi anni.


Terzo punto: la legittimazione canonica della Fraternità permetterebbe alla Chiesa di servirsi regolarmente e proficuamente dell’apostolato dei suoi chierici e dei suoi laici, che potrebbe essere svolto senza quegli impedimenti formali e psicologici che lo hanno limitato fino ad ora.

Ci ripetiamo, ma siamo costretti a invitare ad andare a rileggere ciò che abbiamo scritto in questi anni sull’argomento, ben consapevoli che anche le nostre considerazioni sono frutto di un punto di vista particolare che non può arrogarsi il diritto di valere per tutto e per tutti.

Quando, a partire dal 2000, il cardinale Castrillon inaugurò la nuova fase dei rapporti fra la Santa Sede e la Fraternità, una delle giustificazioni avanzate da più parti, in verità più borbottata che dichiarata, fu proprio questa del gran bene che poteva venire a tutti dall’immissione formale nel corpo ecclesiale di truppe fresche, agguerrite e ben armate da contrapporre alle schiere dei modernisti.

Questo ragionamento, che abbiamo avuto modo di ascoltare ripetutamente ai livelli più diversi, rivela però un problema gigantesco, tutto interno al corpo ecclesiale. Problema che nacque subito dopo la conclusione del Concilio, che assunse dimensioni inquietanti dopo l’entrata in vigore della liturgia riformata e che esplose con la diffusa attuazione dei disposti conciliari attraverso gli insegnamenti e le pastorali delle Congregazioni e delle Conferenze Episcopali.

Tolto il caso di Mons. Lefebvre e della sua Fraternità, e tralasciando i tanti sacerdoti che hanno subito l’ostracismo e i tanti fedeli che sono stati trattati per anni come degli appestati… tutta gente prevenuta e “ideologizzata”, ovviamente! Quanti vescovi e cardinali, quanti sacerdoti e quanti fedeli si sono alzati per denunciare a gran voce lo scandalo di una crisi della Chiesa generata dalla deriva dottrinale e dallo sfacelo liturgico? Quanti si sono esposti alla discriminazione e alla condanna pur di dire la verità? Quanti hanno pensato innanzi tutto alla conservazione del loro stato piuttosto che al loro dovere di stato? E quanti si sono industriati per giustificare anche l’ingiustificabile? E ancora quanti si sono trincerati dietro l’ubbidienza al Pontefice e ai vescovi? E poi quanti si sono accontentati di avere il beneficio esclusivo di qualche Messa settimanale e perfino mensile? E infine quanti si sono addirittura lanciati nella corsa ai primi della classe nel condannare la supposta disubbidiente protervia di Mons. Lefebvre e di tutta la Fraternità?

In questo contesto diventa davvero criptica la prospettiva del gran bene che potrebbe venire alla Chiesa dal passaggio della Fraternità alla legittimità canonica. Tranne che non si voglia pensare che ciò che non hanno fatto in 45 anni gli “altri”, ecco che miracolosamente lo potrebbero fare gli eredi di Mons. Lefebvre.

Piuttosto, bisognerebbe considerare seriamente se questa ottimistica prospettiva poggi su dati oggettivi  e su dei precedenti in grado di sostenerla.

Nel 1988, sulla base delle stesse istanze della Fraternità, ma in disaccordo con la rottura col Papa decisa da Mons. Lefebvre con le consacrazioni episcopali, nacque la Fraternità San Pietro. Nel 2001 nacque l’Amministrazione Apostolica di Campos, convinta che fosse giunto il momento di condurre la battaglia dall’interno. Seguita, nel 2006, dall’Istituto del Buon Pastore, ormai certo che si fosse prodotto uno squarcio nel muro modernista, attraverso il quale irrompere nella compagine cattolica postconciliare e sbaragliare il nemico. Senza contare altre piccole realtà, cosiddette “Ecclesia Dei”, tra le quali spicca per diversi motivi quella dei benedettini di Le Barroux.

Ebbene, dall’esame del lavoro svolto da questi Istituti, quale bilancio si può stilare, tale da giustificare la fondatezza della detta prospettiva?

Tralasciando la parentesi dello sconquasso del 2000, voluto da Roma per stroncare ogni velleità di fedeltà agli scopi fondativi, la Fraternità San Pietro ha finito col limitarsi alla diffusione della Messa tradizionale, dove e come ha potuto, forse seguendo le limitate istanze di una parte del mondo tradizionale anglosassone.

Tolti i primi anni di super attivismo internazionale del suo vescovo, l’Amministrazione Apostolica di Campos non ha prodotto alcuna riflessione minimamente paragonabile a quelle del suo padre spirituale, il compianto Mons. De Castro Mayer, né risulta che abbia inciso minimamente sull’andamento delle diocesi del Brasile, né tampoco su quella della stessa diocesi di Campos.

L’Istituto del Buon Pastore, seppure ancora troppo giovane perché si possa fare un bilancio, dà l’impressione che ancora non abbia deciso bene quale mestiere voglia fare da grande, visto l’alternarsi di titubanze e di decisioni, forse dovute all’incalzare degli avvenimenti.

Se poi si volge lo sguardo verso Le Barroux, si resta colpiti dalla forza con cui i benedettini tradizionali difendono e veicolano la liturgia tradizionale, ma si resta sconcertati dalla pari forza con cui alcuni di loro difendono la liturgia moderna e predicano e praticano le novità dottrinali partorite dal Concilio e allevate dal post-concilio. Ma questo è un discorso che, a Dio piacendo, faremo un’altra volta.

Nell’insieme, quindi, tolti i casi personali di chierici che si sono espressi anche con coraggio e decisione, l’esempio di questi Istituti porta a smentire ogni ottimismo circa la prospettiva in questione. Tutto parla del contrario, quasi a certificare che la legittimità canonica all’interno di una Chiesa che non è ancora guarita dall’infezione conciliare non produce alcun effetto positivo, anzi porta questi Istituti ad una sorta di omologazione, a subire una osmosi pericolosa, per la quale le infezioni del modernismo che passano nei diversi Istituti sono ben più numerose e virulente degli anticorpi che essi immettono nell’attuale compagine ecclesiale.

A queste considerazioni va aggiunto che, improvvisamente, subito dopo il famoso discorso alla Curia del 22 dicembre 2005, nel quale Benedetto XVI lancia la ciambella di salvataggio delle ermeneutiche contrapposte, quella giusta “del rinnovamento nella continuità” e quella sbagliata “della discontinuità e della rottura”, ecco che si aprono gli occhi di tutti, ecco che si capisce dove stava il trucco. Nell’ermeneutica… nell’ermeneutica che ancora oggi nessuno dice chi l’abbia sviluppata e fatta affermare, sia la giusta sia la sbagliata. Un altro mistero della Chiesa moderna!

Ed ecco che sorgono cardinali e vescovi, finora accuratamente defilati, a difendere questa spiegazione, come se loro per 40 anni fossero stati in un forzoso ritiro sabbatico. Ecco sorgere centinaia di teologi professionisti e avventizi che ci spiegano come questa teoria sia quanto di più intelligente è possibile, e che è proprio questo che loro hanno fatto in 40 anni, tramite i diversi pronunciamenti del Magistero, dai quali non è mai sortito niente di correttivo solo per colpa di quegli sconosciuti ermenueti della rottura che, guarda caso, hanno avuto la meglio, forse per il sostegno dato loro da quei “media” di cui parla Benedetto XVI nello stesso discorso.

Vuoi vedere che la terribile crisi in cui si dibatte la Chiesa da 45 anni è tutta colpa dei giornali?


Ed ecco che sorgono migliaia di chierici e laici che si dichiarano pronti ad innalzare la bandiera della difesa della Tradizione della Chiesa, imbracciando le armi del Concilio ingrassate e lustrate con la miracolosa ermeneutica della riforma nella continuità. Migliaia di cattolici che, dopo aver praticato per 45 anni gli insegnamenti dei loro Vescovi, scoprono che basta rileggerli secondo l’ermeneutica della continuità per farli coincidere con tutta la Tradizione, quasi che in questi 45 anni non fosse successo niente di strano, a parte un certo rimediabile qui pro quo.

Fino allo scoppio della bomba della liberalizzazione dell’uso del Messale del 1962. Un’illuminazione! Il Messale tradizionale non è mai stato abrogato! Ecco risolti tutti i problemi!

E via alla corsa alla Messa tradizionale. Chi per anni aveva snobbato e perfino denigrato gli archeologizzanti cultori del “vecchio”, ecco che si scopre difensore del “patrimonio da conservare”, in fedele ossequio alla “volontà del Santo Padre”.

La solita troppo umana metamorfosi dell’allineamento col comandante di turno.

Fedeli al Papa… sempre… sia quando emargina e praticamente proibisce la liturgia bimillenaria della Chiesa, sia quando al grido di “contrordine… compagni!”, ne rilancia e difende l’uso universale.

L’ha detto il Papa!

Meno male che le vie del Signore sono imperscrutabili e che Egli vede e provvede… nonostante le debolezze degli uomini… fino a trarre sempre il bene dal male. Meno male!

Perché è solo per questo che la liberalizzazione dell’uso del Messale tradizionale ha dato tanti buoni frutti nell’intero mondo cattolico.

Ora, quando si dice che la Chiesa trarrebbe un grande beneficio dalla regolarizzazione canonica della Fraternità San Pio X, oltre alla sottovalutazione degli elementi che abbiamo qui abbozzato, sembra si dimentichi lo stato oggettivo in cui si trova oggi la Chiesa, nelle persone di migliaia di vescovi, teologi e laici “competenti” che contano.

La Fraternità continua a dichiarare, per bocca del suo Superiore Generale, Mons. Fellay, e per bocca di altri chierici e laici che seppure non fanno testo, fanno comunque contesto, cosa che tanti trascurano negligentemente, … continua a dichiarare che la crisi non è finita, che anzi per certi aspetti non accenna neanche a finire. Che solo il Buon Dio potrà sanare le piaghe sanguinanti del Suo Corpo Mistico.

Esagera? È costretta dai suoi pregiudizi?

Forse… ma!

Da più di un anno si sono levate voci nel mondo cattolico che, partendo dal richiamato discorso di Benedetto XVI, hanno provato a “fare un discorso” serio sulla necessità di una revisione di tanti insegnamenti e di tante pastorali moderne. Oltre ai plausi e alle condivisioni che sono giunte da più parti, com’era naturale che fosse, e oltre alle grida di “scandalo” che subito si sono alzate dalle bocche contorte degli ancora tanti irriducibili “modernisti”, cos’è accaduto nel resto della compagine cattolica?

Con calma, ma con forza sempre più crescente, esponenti diversi del clero e dei laici “che contano”, hanno eretto una barricata a difesa di tutto ciò che i primi hanno chiamato in questione. Sono state scritte centinaia di pagine, utilizzate tutte le testate autorevoli e, cosa che oggi conta non poco, si sono mobilitati diecine di siti internet, alcuni sorti per la bisogna, per spiegare, dati liturgici e teologici alla mano, ovviamente!, che tali voci sono teologicamente e storicamente in errore, sia per la pochezza delle argomentazioni, sia per la relativa informazione degli autori, sia pure… cosa decisamente inaudita … per l’indebita ingerenza degli stessi in campi non di loro competenza. E tutta questa gente si è ritrovata d’accordo, e non a caso, su una sorta di ritornello che ripete che né il Concilio né il Papa possono sbagliare, perché sono assistiti dallo Spirito Santo. Quindi, se il Papa dice che l’unico errore sta nell’ermeneutica, dovrebbe essere evidente per ogni cattolico che è lo Spirito Santo che lo dice. Ogni altra considerazione, per quanto illustre, sarebbe priva del necessario appoggio soprannaturale e quindi senza valore, salvo quello della mera opinione personale. Per la semplice proprietà transitiva, è altrettanto evidente che solo coloro che difendono tutto in forza dell’ermeneutica della continuità sono nel giusto, perché beneficerebbero indirettamente della stessa assistenza di cui beneficia il Papa.

Il fuoco di sbarramento contro Mons. Gherardini e, ultimamente, contro il Prof. de Mattei, è solo l’esempio aggiornato di una tecnica della persuasione occulta e del ricatto disciplinare e teologico che da 45 anni viene usata nei confronti dei fedeli cattolici.

Questa tecnica poi, affinata dalla particolare competenza e dalla specifica preparazione, è la stessa usata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede in occasione dei colloqui con la Fraternità. Cortesia, educazione, disponibilità, carità, … ma una cosa è indiscutibile: nessun errore nel Concilio, né nelle sue applicazioni, dalla liturgia moderna all’ecumenismo, dalla collegialità alla libertà religiosa, dalla dignità dell’uomo all’imperativo per l’unità della Chiesa. Tutte le deviazioni prodottesi sono figlie dell’ermeneutica della rottura, già in parte corrette dall’ultimo magistero dei Papi e dal 2005 ancor meglio dal magistero di Benedetto XVI. Non rendersi conto di questa evidenza elementare significa solo avere “una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione”, contraddittoria perché “si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi.”

Dopo più di vent’anni siamo ancora fermi allo stesso punto, con la sola sottile aggiunta dell’ermeneutica.

La crisi continua ancora.

Delineato questo mosaico, sorgono alcune domande: come potrebbe operare in questo contesto la Fraternità dopo avere accettato una legittima posizione canonica? Con quale efficacia? Su cosa e su chi potrebbe contare la Fraternità per condurre la necessaria battaglia di verità? Quanti fedeli cattolici arriverebbero a darle man forte? Quanti chierici si disporrebbero per affiancarne l’apostolato e la predicazione?

Abbiamo in mente, non solo i tanti cattolici che oggi sembrano ingrossare quell’area che potremmo chiamare “conservatrice”, ma anche quei cattolici che fino a ieri guardavano con una certa simpatia alla Fraternità e che da tre anni la guardano con sufficienza, poiché è evidente che per costoro la precondizione perché possano appoggiare domani la tanto auspicata battaglia “interna” della Fraternità è che questa condivida in toto i loro osanna per il Papa e per l’ermeneutica della riforma nella continuità.

In altre parole, tutti auspicano oggi che la Fraternità accetti la regolarizzazione canonica perché dovrebbe essere la Fraternità a togliere le castagne che loro hanno lasciato sul fuoco da 45 anni, e questo la Fraternità lo dovrebbe fare: o da sola oppure col concorso di tante buone volontà che già da oggi la invitano a sposare le loro posizioni e i loro convincimenti. Perché ciò che conta non sono le motivazioni della quarantennale battaglia per la Tradizione, che è poi quella che ha permesso a tanti perfino di esistere, ma le aggiornate esigenze della tanto auspicata “pace liturgica”, le evidenti urgenze della rilettura della Tradizione alla luce dell’ermeneutica della riforma nella continuità, le impellenti istanze della più grande unità della Chiesa che finalmente comprenda tutti i credenti in Cristo: i cattolici tradizionali, i cattolici modernisti, i cattolici così così, i movimenti ecclesiali, i laici devoti, i cristiani separati e tutti coloro che vorranno condividere questo splendido tempo di riconciliazione e d’amore sotto la guida illuminata del Papa.

Caterina63
00Thursday, June 23, 2011 3:15 PM

Ordinariato tradizionale: mons. Williamson smentisce la "smentita" di mons. Fellay

Mons. Williamson



Abbiamo tempestivamente riferito sabato scorso (vedi qui) lo scarno comunicato apparso su La Porte Latine, sito ufficiale del distretto di Francia (il cui superiore, abbé de Cacqueray, non è tra i più entusiasti, per usare un'eufemistica litote, di fronte alla concreta prospettiva di un accordo immediato con Roma). In esso si leggeva letteralmente: "Le Supérieur Général profita de son sermon aussi pour infirmer les rumeurs circulant d'un projet d'accord entre la Fraternité et Rome" (Il Superiore Generale, ossia Fellay, ha approfittato del suo sermone per negare le voci circolanti su un progetto di accordo tra la Fraternità e Roma)

Dal che non pochi hanno dedotto - e a buon diritto, stando a quanto scritto da La Porte Latine - che la notizia da noi diffusa, in merito all'offerta di un ordinariato alla FSSPX che consenta la regolarizzazione canonica pur mantenendo la libertà attuale, sarebbe stata una bufala. E invece, fin dal momento in cui abbiamo riferito di quella smentita, abbiamo insistito per la veridicità della notizia anche se - questo sia ben chiaro - ad oggi non è pervenuto alla Fraternità un testo definito e preciso del quadro canonico che si intende proporre. Ma il concetto (ordinariato su scala mondiale) è già sufficientemente preciso, pur se non c'è ancora nulla di scritto.

Ora DICI, l'agenzia di stampa della FSSPX, ha pubblicato il testo integrale dell'omelia. Dove si legge questo passaggio:
Si sente ogni genere di voci, assolutamente tutto quel che è possibile sentire e perfino l'impossibile. Ve ne prego, cari fratelli, non correte dietro alle voci. Quando sapremo qualcosa, ve lo diremo. Non vi abbiamo mai nascosto nulla e non abbiamo alcuna ragione per nascondervi quello che avviene. Se noi non vi diciamo niente, è perché non c'è nulla di nuovo. Alcuni dicono che qualcosa è sul punto di arrivare. No, non è vero! La verità è che sono stato invitato ad andare a Roma dal cardinal Levada, e questo per metà settembre [Messainlatino è in grado di specificarvi il giorno esatto di questa convocazione: il 14 settembre, che per inciso è il quadriennale dell'entrata in vigore del motu proprio. Mons. Fellay è convocato insieme ai suoi due assistenti]. E' tutto quello che so. Questo concerne i colloqui che abbiamo avuto con Roma dopo i quali, come è stato detto, "i documenti di sintesi saranno rimessi alle più alte autorità". Sono le parole esatte, ed è la sola cosa che conosca del futuro, tutto il resto non sarebbe che invenzione. Allora, ve ne prego, non correte dietro questi rumori.

Queste le parole di Fellay. E' vero quanto afferma, ossia che non ha ricevuto nulla di concreto. Ma se Fellay ha detto la verità, quella non è precisamente tutta la verità; e se non credete a Messainlatino (giacché ubi maior...), almeno presterete fede al confratello di mons. Fellay, il vescovo Williamson. Il quale, nella sua periodica enciclica via internet (che trovate in italiano su Unavox), naturalmente getta tutto il peso della sua autorevolezza, per fortuna assai relativa, per scongiurare l'abbraccio mortale con la "falsa dottrina" della "Roma neomodernista". Ma a parte le sue usuali geremiadi, che comunque attestano la concreta paura del vescovo estremista per la possibilità concreta di accordo, ecco l'unico passaggio interessante, che riportiamo in lingua originale (la traduzione in italiano su Unavox non è, infatti, sul punto precisa):

That is why we already hear of an Ecclesia Dei spokesman telling that Rome will very soon offer an "Apostolic Ordinariat" to the Society. [Traduzione: Ecco perché sentiamo già di un portavoce dell'Ecclesia Dei che dice che Roma offrirà prestissimo un "Ordinariato Apostolico" alla Fraternità].

Bene: mons. Williamson ci informa che un "portavoce dell'Ecclesia Dei" ha esposto quel progetto di offrire "prestissimo" un ordinariato ("apostolico", aggiunge: un aggettivo di cui noi non eravamo a conoscenza).  Dato che Messainlatino non è certamente un "portavoce dell'Ecclesia Dei", questo significa che Williamson si è lasciato sfuggire una cosa molto interessante: ossia che la sua fonte dell'informazione (che collima con quella da noi data, salvo per la più precisa denominazione di "ordinariato apostolico") non è internet, ma questo "portavoce" ufficiale il quale, evidentemente, ha già riferito almeno a grandi linee il progetto a chi di dovere ed ora la cosa viene riportata anche a mons. Williamson.

Mons. Fellay nella sua omelia a Winona ha lamentato, peraltro con piena ragione e fondamento, che da Roma arrivano spesso segnali contraddittori. Per una volta, ciò avviene anche da parte dalla Fraternità: Fellay smentisce una voce, e subito dopo Williamson la riconferma.

Vista la stima che abbiamo sempre dimostrato per la Fraternità, consentiteci allora di scherzarci un po' su: ma non avevate fatto vostra l'evangelica divisa "Sì sì, no no"? Coraggio, cari amici della Fraternità, quandoque dormitat et bonus Homerus. Diciamo che vi succede solo quando vi capita di dovere smentire le notizie di Messainlatino...Une fois n'est pas coutume.

Per concludere, noi ringraziamo sentitamente tutti coloro che nel mondo si sono uniti alla novena di preghiera allo Spirito Santo per sostenere il Papa e mons. Fellay in questo periodo che sapevamo essere decisivo. Comprendiamo anche l'esigenza per mons. Fellay, nella forma diplomatica di un'apparente smentita (="nulla ancora di preciso ci è stato sottoposto"), di tranquillizzare gli spiriti, specie all'interno della Fraternità. Abbiamo inoltre molto apprezzato questo passaggio della sua omelia a Winona: "se un giorno Roma regolarizza finalmente la nostra situazione, la battaglia comincerà". E ci uniamo cordialmente al suo invito di continuare a privilegiare i mezzi soprannaturali rispetto a quelli umani:

In questa preghiera, con questa catena di rosari che ci unisce alla Santissima Vergine Maria, noi siamo certi di essere sotto la Sua protezione e di combattere la buona battaglia quaggiù. Ella ci guiderà, non temete. La Buona Mamma non abbandonerà i Suoi figli, ma siate generosi, molto generosi in queste preghiere. Noi non ci aspettiamo buoni frutti per la Chiesa ottenuti con semplici espedienti umani, ma speriamo di ottenerli con mezzi soprannaturali, e precisamente la preghiera è il mezzo più potente che possediamo.


da Enrico di Messainlatino


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Breve riflessione:

Concordo in totos con la Redazione....ma vorrei chiarire un aspetto che per quel che mi riguarda ritengo utile... Embarassed  
Mons. Fellay, ma tutta la FSSPX ed anche mons. Williamson non fanno altro che rendersi conto, ora e finalmente, che volente o dolente si finisce per essere sempre un pò coinvolti in certe dinamiche che non definisco diplomatiche ma PRUDENTI.....  
mons. Fellay a differenza di mons. Williamson E' PRUDENTE.... e la prudenza in un caso come questo è pura SAGGEZZA....  
 
Qui non si tratta di mentire, di nascondere o di tramare....il "Si,si - No,no" di cristiana memoria può essere applicato solo quando c'è un SI,si da dire di fronte a un "No,no" chiaro su una proposta da accettare o rifiutare.... e in questo caso mons. Fellay NON ce l'ha.... Wink  anche mons. Williamson non ha un chiaro "Si, si" da dire, ma è meno prudente e attaccando mons. Fellay non rende un servizio alla FSSPX.... ma rischia di seminare zizzania.... a meno che lui non abbia questa proposta dalla Santa Sede, chiara e precisa....  
 
Non posso che essere solidale con mons. Fellay perchè non è facile mantenere quel rigore della FIDUCIA interna alla FSSPX per evitare ogni lacerazione di cui non se ne ha affatto il bisogno e la necessità... è chiaro piuttosto che una certa fascia tradizionalista, a prescindere dall'aver ragione o torto, è oramai SCHIERATA CONTRO LA SANTA SEDE e al di là di ogni decisione a venire....è un partito preso e questo lo rende palese l'atteggiamento stesso di mons. Williamson il quale, non avendo ricevuto neppure lui alcuna PROPOSTA DI COMUNIONE con un termine per accettare o rifiutare, mette già le mani davanti con un netto rifiuto perima ancora di attendere le condizioni - semmai ci saranno e come saranno .....  
Williamson è imprudente, mons. Fellay si sta dimostrando saggio e PRUDENTE....  
 
Quanto alla Preghiera, specialmente del Rosario, forse sfugge la notizia ad alcuni che in Nicaragua, in Italia, in Mexico, in Cina, in Giappone, ecc... e in altre parti del mondo, non sono poche le Conferenze Episcopali e le singole Diocesi che hanno adottato LA CROCIATA DEL ROSARIO che a partire da febbraio di quest'anno, dal 2 per la precisione, Festa della Presentazione, e ancora fino ad oggi, si succedono queste CROCIATE con una grande partecipazione di popolo, specialmente a Maggio dove in alcune parti sono state distribuite anche migliaia di Corone benedette... vi rammento il grande impegno di LUCI SULL'EST che con la Madonna Pellegrina, riesce a SMUOVERE DIOCESI E VESCOVI in processione con la Vergine e per la recita del Rosario...... e Embarassed scusate se ci intromettiamo, come Movimento Domenicano del Rosario, www.sulrosario.org in 300 persone hanno partecipato al Convegno sul Rosario del 10 aprile di quest'anno a Bologna e con la recita del Rosario....  
 
Si tratta ora di UNIRE QUESTE FORZE ANCHE CON LA FSSPX perchè la Vergine Maria non ha "figli e figliastri"..... e auspiachiamo di cuore che almeno nel Rosario e nella Devozione, autentica, mariana nessuno abbia da ridire, nè alcuno abbia ad osare di DIVIDERE questi Figli....  
 
Santa Festa del Corpus Domini a tutti!



Caterina63
00Sunday, July 3, 2011 1:09 AM

Tornielli sull'ordinariato per la Frat. S. Pio X

Andrea Tornielli, in un articolo apparso sul numero di luglio-agosto della rivista spagnola Palabra, con la quale il vaticanista italiano collabora periodicamente, riferisce che "c'è la possibilità che il Papa proponga una soluzione canonica alla Fraternità San Pio X per entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica, attraverso l'istituzione di un Ordinariato"

Ha poi aggiunto che nei giorni scorsi sono terminati, discretamente e senza pubbliche dichiarazioni, i colloqui teologici tra la S. Sede e rappresentanti della Fraternità S. Pio X.

Fonte: Religiòn Digital, via Secretum meum mihi

Preghiamo affinchè il Signore stesso risolva questa situazione trovando nella FSSPX la maturità per ulteriori passi di piena comunione....e perchè da Roma le richieste di comunione.... non impongano "fardelli pesanti", impossibili da accettare....

Caterina63
00Tuesday, July 26, 2011 7:05 PM
[SM=g1740722]

Intervista a don Davide Pagliarani

Una prima valutazione dell’esito dei colloqui con Roma e dei fermenti nel mondo tradizionalista

Albano Laziale, 26 luglio 2011


a cura di Marco Bongi

 

 

D. - I colloqui teologici fra la FSSPX e le Autorità Romane volgono al termine. Anche se non è stato ancora emesso un comunicato ufficiale non mancano i commentatori che, in base ad indiscrezioni, li giudicano falliti. Lei può dirci qualcosa in più sull'argomento?

Penso che sia un errore pregiudiziale considerare i colloqui falliti. Questa conclusione è tirata forse da chi s’aspettava dai colloqui qualche risultato estraneo alle finalità dei colloqui stessi.

Il fine dei colloqui non è mai stato quello di giungere ad un accordo concreto, bensì quello di redigere un dossier chiaro e completo, che evidenziasse le rispettive posizioni dottrinali,  da rimettere al Papa e al Superiore Generale della Fraternità. Dal momento che le due commissioni hanno lavorato pazientemente, toccando sostanzialmente tutti gli argomenti all’ordine del giorno, non vedo perché si dovrebbero ritenere i colloqui falliti.

I colloqui sarebbero falliti se - per assurdo - i rappresentanti della Fraternità avessero redatto relazioni che non corrispondessero esattamente a ciò che la Fraternità sostiene, per esempio se avessero detto che dopo tutto la collegialità o la libertà religiosa rappresentano degli adattamenti al mondo moderno perfettamente conciliabili con la Tradizione. Per quanto sia stata mantenuta una certa discrezione, penso di poter dire che non ci sia stato il rischio di giungere a questo risultato fallimentare.

Chi non coglie sufficientemente l’importanza di una tale testimonianza da parte della Fraternità e della posta in gioco, per il bene della Chiesa e della Tradizione, inevitabilmente formula giudizi che si inquadrano in altre prospettive.

 

D. - Quali prospettive secondo lei potrebbero essere fuorvianti?

A mio modesto avviso esiste un’area tradizionalista, piuttosto eterogenea, che, per ragioni diverse, attende qualcosa da una ipotetica regolarizzazione canonica della situazione della Fraternità.

1) Certamente c’è chi spera in un riverbero positivo per la Chiesa universale; a questi amici, che ritengo sinceri, direi tuttavia di non farsi illusioni; la Fraternità non ha la missione né il carisma di cambiare la Chiesa in un giorno. La Fraternità intende semplicemente cooperare affinché la Chiesa si riappropri integralmente della sua Tradizione e potrà continuare a lavorare lentamente per il bene della Chiesa solo se continuerà ad essere, al pari di ogni opera di Chiesa, una pietra di inciampo ed un segno di contraddizione: con o senza regolarizzazione canonica, la quale arriverà solo quando la Provvidenza giudicherà i tempi maturi. Inoltre non penso che una ipotetica regolarizzazione - al momento attuale - toglierebbe quello stato di necessità che nella Chiesa continua a sussistere e che ha giustificato fino ad ora l’azione della Fraternità stessa.

2) Su un versante completamente opposto esistono gruppi che definirei conservatori, nel senso un po’ borghese del termine, che si affrettano a dire che i colloqui sono falliti assimilandoli ad una trattativa per arrivare ad un accordo: l’intento malcelato è quello di poter dimostrare il più velocemente possibile che la Tradizione, tale e quale la Fraternità la incarna, non potrà mai avere un diritto di cittadinanza nella Chiesa. Questa fretta è determinata non tanto da un amore disinteressato per il futuro della Chiesa e per la purezza della sua dottrina, ma da una paura reale dell’impatto che la Tradizione propriamente detta possa avere di fronte alla fragilità di posizioni conservatrici o neoconservatrici. In realtà tale reazione rivela una lenta presa di coscienza - quantunque non confessata - dell’inconsistenza e della debolezza intrinseca di tali posizioni.

3) Soprattutto però mi sembra di riscontrare l’esistenza di gruppi e di posizioni che attendono un qualche beneficio da una regolarizzazione canonica della Fraternità, senza però voler fare propria la battaglia della Fraternità assumendosene gli oneri e le conseguenze.

Esistono infatti, nel diversificato arcipelago tradizionalista, numerosi “commentatori” che pur esprimendo un sostanziale disaccordo con la linea della Fraternità, osservano con estremo interesse lo sviluppo della nostra vicenda, sperando in qualche ripercussione positiva sui loro istituti di riferimento o sulle situazioni locali in cui sono coinvolti. Sono impressionato dalle fibrillazioni a cui questi commentatori sono soggetti ogni volta che un minimo rumore affiora sul futuro della Fraternità.

Penso tuttavia che il fenomeno sia facilmente spiegabile.

 

D. - Perché?

Si tratta di una categoria di fedeli o di sacerdoti fondamentalmente delusi e che avvertono - giustamente - un certo senso di instabilità per la loro situazione futura.

Si rendono conto che la maggior parte delle promesse in cui hanno creduto stentano ad essere mantenute ed implementate.

Speravano che con il Summorum Pontificum prima e con Universae Ecclesiae poi, fossero garantite ed efficacemente tutelate la piena cittadinanza e libertà al rito tridentino, ma si rendono conto che la cosa non funziona pacificamente, soprattutto in relazione agli episcopati.

Di conseguenza - e purtroppo - a questi gruppi interessa l’esito della vicenda della Fraternità non tanto per i principi dottrinali che la supportano e per la portata che potrebbe avere sulla Chiesa stessa, ma piuttosto in una prospettiva strumentale: la Fraternità viene vista come una formazione di sfondamento di sacerdoti che ormai non hanno nulla da perdere ma che se otterranno qualcosa di significativo per la loro congregazione creeranno un precedente giuridico a cui anche altri potranno appellarsi.

Questo atteggiamento, moralmente discutibile e forse un po’ egoista, ha tuttavia due pregi:

innanzitutto quello di dimostrare paradossalmente che la posizione della Fraternità è l’unica credibile, dalla quale potrà scaturire qualcosa di interessante, e alla quale in tanti finiscono per fare riferimento loro malgrado;

il secondo pregio è quello di evidenziare che se non viene privilegiata la via dottrinale per permettere alla Chiesa di riappropriarsi della sua Tradizione, necessariamente si scivola in una prospettiva diplomatica, fatta di calcoli incerti e di risultati instabili, e ci si espone a drammatiche delusioni.

 

D. - Se il Vaticano offrisse, per ipotesi, alla Fraternità l'opportunità di strutturarsi in Ordinariato immediatamente soggetto alla S. Sede, come potrebbe essere accolta tale proposta?

Sarebbe presa serenamente in considerazione in base ai principi e alle priorità e soprattutto alla prudenza soprannaturale a cui i superiori della Fraternità si sono sempre ispirati.

 

D. - Non potrebbe dirci qualcosa di più?

Posso solo ripetere ciò che è stato spiegato chiaramente e da sempre dai miei superiori: la situazione canonica in cui si trova attualmente la Fraternità è conseguenza della sua resistenza agli errori che infestano la Chiesa; di conseguenza la possibilità per la Fraternità di approdare ad una situazione canonica regolare, non dipende da noi ma dall’accettazione da parte della gerarchia del contributo che la Tradizione può fornire per la restaurazione della Chiesa.

Se non si approda ad alcuna regolarizzazione canonica, significa semplicemente che la gerarchia non è ancora abbastanza convinta della necessità e dell’urgenza di questo contributo. In questo caso bisognerà attendere ancora qualche anno, sperando in un incremento di questa consapevolezza, che potrebbe essere coestensivo e parallelo all’accelerazione del processo di autodistruzione della Chiesa.

 

D. - "Il poco bene che possiamo fare a Roma è probabilmente più importante del molto bene che possiamo fare altrove". Questa frase molto significativa, pronunciata da mons. De Galarreta alle ordinazioni sacerdotali di Ecône, interpella direttamente il nostro distretto. Certamente egli si riferiva prevalentemente ai colloqui teologici ma è indubbio che anche l'immagine della Fraternità in Italia, per la sua vicinanza a Roma, assume una rilevanza tutta particolare. Come ha vissuto lei, che è il Superiore del Distretto italiano, questa importante affermazione?

Quanto ha detto il vescovo a Ecône corrisponde ad una convinzione profonda della Fraternità e l’affermazione mi sembra scontata per uno spirito autenticamente cattolico: non trovo abbia nulla di sorprendente.

Penso che l’inciso di Mons. De Galarreta sintetizza perfettamente lo spirito romano con cui la Fraternità vuole servire la Chiesa Romana: fare il possibile affinché la Chiesa, si riappropri della Sua Tradizione a cominciare da Roma stessa.

La Storia della Chiesa ci insegna che non è possibile alcuna riforma universale, efficace e duratura se Roma non la fa propria e se essa non parte da Roma.

 

D. - Su questi punti molti osservatori esterni sostengono che esisterebbe una divisione interna nella FSSPX fra un'ala cosiddetta "romana" più propensa a dialogare con le autorità, e una "gallicana", ostile ad ogni approccio col Papa. Al di là dell'eccessiva semplificazione e nei limiti in cui Ella può esprimersi, ritiene che tale idea sia fondata?

Come in ogni società umana anche nella Fraternità esistono sfumature e sensibilità diverse tra i vari membri. Pensare che possa essere diversamente sarebbe un po’ puerile.

Tuttavia penso che si cada facilmente nelle semplificazioni di cui sopra quando si perde la serenità di giudizio o ci si esprime in base a pregiudizi precostituiti: si finisce per creare dei partiti e per collocarci senza discernimento alcuni piuttosto che altri.

Ai membri della Fraternità è chiaro che l’identità della propria congregazione è costruita attorno ad un asse definito e preciso che si chiama Tradizione; è su questo principio, universalmente condiviso all’interno della Fraternità, che è costruita l’unità della Fraternità stessa e penso che oggettivamente sia impossibile trovare un principio identitario e di coesione più forte: è proprio questa coesione di base sull’essenziale, che permette ai singoli di avere sfumature diverse su tutto ciò che è opinabile.

Penso che una certa impressione di disomogeneità sia data dalla considerevole differenza di toni che i membri della Fraternità utilizzano nelle differenti sedi, nei differenti frangenti, nei differenti paesi e soprattutto davanti alle diversissime e contraddittorie posizioni che i rappresentanti della gerarchia ufficiale esprimono nei nostri confronti e di tutto ciò che ha il sapore di Tradizione. La percezione di questi dati talora scema in chi valuta le singole affermazioni decontestualizzandole e livellandole on line davanti al proprio schermo.

Si tratta certamente di considerazioni di non immediata evidenza per l’osservatore esterno.

 

D. - Il 13 maggio è stata pubblicata l'istruzione "Universae Ecclesiae" che intende disciplinare concretamente l'applicazione del Motu Proprio "Summorum Pontificum". Come viene valutato questo importante documento dalla FSSPX?

Si tratta di un documento di sintesi che da una parte esprime la chiara volontà di implementare le direttive del motu proprio, dall’altra tiene conto delle numerose obiezioni, esplicite e implicite, che gli episcopati hanno mosso contro il Summorum Pontificum i quali - non è un segreto per nessuno - sono fondamentalmente ostili al ripristino del rito tridentino.

Innanzitutto viene precisato che il ripristino della liturgia del 1962 è una legge universale per la Chiesa; in secondo luogo l’istruzione compie un chiaro sforzo per tutelare maggiormente in sede strettamente giuridica i sacerdoti che fossero ostacolati nell’uso del messale tridentino dai loro ordinari.

Con una certa finezza viene ricordato ai vescovi che spetta proprio a loro garantire quei diritti…per la tutela dei quali è possibile fare ricorso contro gli stessi ordinari.

Questi mi sembrano in estrema sintesi i punti più positivi.

 

D. – Tuttavia l’art. 19 dell'Istruzione "Universae Ecclesiae" dichiara che non sono autorizzati a chiedere la S. Messa di sempre i fedeli che non riconoscono la validità e la legittimità del Messale Riformato da Paolo VI. Come giudica tale limitazione?

In tutta sincerità non riesco a giudicarla perché la trovo incomprensibile.

Ho sempre ritenuto che il santissimo rito della Messa avesse un valore intrinseco, soprattutto in relazione al fine latreutico che le è proprio.

A prescindere da ogni altra considerazione, non è dato di capire su quale base giuridica o teologica il valore di un rito plurisecolare dichiarato mai abrogato e la possibilità di celebrarlo possano essere determinati dalle disposizioni soggettive di chi assiste o lo richiede.

Si entra in una prospettiva folle e impraticabile. Per esempio, che cosa dovrebbe fare un sacerdote che si rendesse conto che su 10 fedeli che richiedono la celebrazione della Messa, 5 avessero obiezioni sulla Messa di Paolo VI? Che cosa dovrebbe fare un sacerdote se avesse lui stesso delle gravissime riserve sul nuovo rito, dal momento che la limitazione riguarda solo i fedeli?[1]

Se i due riti sono considerati due forme equivalenti dello stesso rito romano, non è dato di capire perché il rito tridentino sia così pericoloso da postulare una sorta di esame previo di ammissione.

Infine, se si entra onestamente in tale logica, non è dato di capire perché non sia stato richiesto ai sacerdoti e ai vescovi che rifiutano apertamente il rito tridentino di astenersi dal celebrare quello nuovo finché non demordono dal loro proposito.

Penso che l’art. 19 dell’istruzione, se da una parte è espressione di un tipico atteggiamento diplomatico, dall’altra possa purtroppo essere assimilato ad una sorta di malcelato ricatto morale. Esso rivela la consapevolezza da parte dei vescovi che la Messa Tridentina veicola inevitabilmente una ecclesiologia incompatibile con quella del Concilio e del Novus Ordo. Di conseguenza la Messa tridentina può essere concessa unicamente esercitando un controllo diretto sulle coscienze dei fedeli. La cosa mi sembra piuttosto allarmante.

 

D. - Ci sono nel documento altri punti in cui, secondo lei, emerge la volontà di esercitare un controllo di questo tipo?

A mio modesto avviso ve ne è uno in particolare. Mentre il motu proprio ripristinava oltre al messale il libero uso di tutti i libri liturgici, l’istruzione vieta tale utilizzo in un caso ben preciso: quello delle ordinazioni sacerdotali, eccezion fatta per gli istituti religiosi facenti riferimento all’Ecclesia Dei o che già utilizzano il rito tridentino (Cfr. art 31).

La cosa è abbastanza sorprendente, soprattutto nel caso delle ordinazioni diocesane, considerando che la moderna ecclesiologia insiste tantissimo nel riconoscere nel vescovo diocesano il moderatore della liturgia e il vero liturgo in quanto successore degli apostoli; tuttavia la spiegazione sembra essere abbastanza scontata se facciamo riferimento ai classici compromessi tipicamente curiali.

È evidente che mentre un istituto Ecclesia Dei è direttamente controllato dall’organismo vaticano competente, con tanto di statuto firmato e controfirmato (fornirò un esempio in questa stessa sede), un vescovo che utilizzasse i libri liturgici del 1962, non potrebbe esserlo negli stessi termini.

Di conseguenza la richiesta formale e perentoria di procedere alle ordinazioni secondo il nuovo rito è il segno esterno considerato sufficiente per dimostrare che gli ordinandi, e lo stesso vescovo, accettano pienamente l’art. 19 dell’istruzione, adottando il nuovo rito per l’evento indubbiamente più importante e significativo della loro vita e della vita della diocesi.

Questa richiesta ha, tutto sommato, un valore analogo alla prassi quasi universale inerente all’applicazione dell’indulto del 1984: nelle varie diocesi in cui l’indulto era concesso, veniva chiesto di non celebrare in rito tradizionale a Natale e a Pasqua, onde permettere ai fedeli di manifestare il proprio legame con la parrocchia e quindi la loro accettazione del rito di Paolo VI.

Significativa fu pure, su questa medesima linea, l’ingiunzione imposta nel 2000 alla Fraternità San Pietro di accettare che i propri membri potessero celebrare liberamente secondo il nuovo rito, unitamente al caloroso invito a concelebrare con i vescovi diocesani almeno il Giovedì Santo, onde esprimere la propria comunione con l’ordinario locale e quindi la loro pubblica e perfetta accettazione del Novus Ordo Missae; si noti che pur essendo la Fraternità San Pietro un istituto Ecclesia Dei, la misura si rivelò necessaria proprio nel momento in cui all’interno della congregazione si facevano più forti i toni di opposizione al rito di Paolo VI in alcuni membri refrattari. Nello stesso frangente fu destituito direttamente dall’Ecclesia Dei l’allora Superiore generale e sostituito con un sacerdote scelto non dal capitolo ma imposto dall’Ecclesia Dei stessa.

Era allora Prefetto della Congregazione per il Culto Divino il Card. Medina Estevez, mentre il Card. Castrillòn Hoyos ricopriva da poco la carica di Presidente dell’Ecclesia Dei.

Stando così le cose l’ingiunzione dell’istruzione, unitamente al citato art. 19, sembra ispirarsi di più all’indulto di Giovanni Paolo II che al motu proprio di Benedetto XVI.

Ora però è stato certificato dallo stesso Benedetto XVI che l’indulto del 1984 pretendeva concedere generosamente, in alcuni casi e a certe condizioni precise, l’uso di un messale in realtà mai abrogato: l’Universae Ecclesiae sembra ricadere in questa assurdità giuridica e morale, comprensibile solo in un contesto di disprezzo e di paura - preferisco non parlare di odio - verso tutto ciò che sa di tridentino.

Dulcis in fundo, siccome tutti sanno che la Fraternità non accetterà mai né l’art 31, né il l’art. 19, ecco che tutti gli scontenti da una parte la criticano per la sua “disobbedienza”, cercando così di ostentare la propria “legalità”, dall’altra la osservano sperando che la sua intransigenza ottenga di riflesso qualcosa di positivo anche per loro.

E così riparte quel meccanismo del “sequebatur a longe ut videret finem”, e della speranza strumentale sulla Fraternità, a cui abbiamo già fatto riferimento.

 

D. - Nel 2011 ricorrono venti anni dalla morte di mons. Marcel Lefebvre. A distanza di due decenni la sua figura continua a far discutere ed anzi, sembra quasi che più passa il tempo, più susciti interesse negli ambienti ecclesiali e culturali. A cosa è dovuta, a suo parere, questa "seconda giovinezza" di un Prelato giudicato da molti anacronistico e vecchio?

Monsignor Lefebvre ha incarnato qualcosa di intramontabile: la Tradizione della Chiesa, e se c’è stato un vescovo in cui la Tradizione non ha mai cessato di essere “vivente” (mi sia concesso l’uso del termine) è stato proprio il vescovo “ribelle”. Per esempio l’unico prelato che non ha mai cessato di celebrare pubblicamente nel rito tradizionale, allora erroneamente considerato abrogato e bandito, è stato il fondatore della Fraternità San Pio X: egli non si è limitato a riconsegnare alle nuove generazioni un messale stampato e impolverato, ma ha custodito e trasmesso un tesoro vivo e reale, presente quotidianamente sull’altare, dal quale era completamente coinvolto in tutta la sua persona.

Se veramente è incominciata una presa di coscienza che la crisi della Chiesa abbia la sua radice e si manifesti soprattutto in una crisi del sacerdozio e della liturgia, è inevitabile che si faccia riferimento a colui che spese tutte le sue energie a salvare l’uno e l’altra.

Pertanto è inevitabile che se si parla di Messa tridentina o di Tradizione, anche il più riluttante, sia costretto a parlare di lui, se non altro per prendere le distanze e per autocertificarsi politicamente corretto.

Ma chi parla di lui, nel bene o nel male, non può farlo senza parlare di una Tradizione che, lungi dall’essere “lefebvriana”, è semplicemente e per sempre cattolica.


[1] In realtà il semplice sacerdote è tenuto a riconoscere la piena legittimità del nuovo rito almeno nel giorno della propria ordinazione, come chiarito in seguito. N.d.R.

 

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TREMENDAMENTE VERA..... un 'ottimo Don Pagliarani: equilibrato, corretto, onesto.....  
 
del resto Enzo Bianchi rispondeva ad aprile in modo analogo, su Jesus, all'opposto ovviamente, accusando il Pontificato di Benedetto XVI di AVER FATTO TORNARE INDIETRO LA CHIESA E DI CONFONDERE I FEDELI SUI CAMBIAMENTI CHE SONO AVVENUTI specialmente in campo liturgico e in campo ecumenico.... 

Enzo Bianchi ha scritto un testo ALLARMANTE (per lui ) e drammatico su Jesus di aprile 2011, quindi un mese fa... e nel quale si domanda: DOVE STA ANDANDO LA CHIESA?  
è ovvio che la sua domanda è per LA DELUSIONE al fatto che il suo "credo" si stia sbriciolando....e tuttavia ci trascina dentro, con ottime ragioni, la Gerarchia....  
il Bianchi si chiede, sulla Riforma che sta avvenendo:  
 
Tanta fatica per cambiare, quasi cinquant’anni fa – uno sforzo compiuto con entusiasmo ma a volte anche a prezzo di sofferenza e sottomettendo le nostre nostalgie personali al bene della vita ecclesiale – secondo le indicazioni del concilio e del papa: e oggi? Perché ci sono presenze nella chiesa che vorrebbero spingerci a essere con il papa contro i vescovi oppure con i vescovi contro il papa, persino quando si tratta di celebrare l’eucaristia, luogo per eccellenza della comunione ecclesiale?  
Si dice che il cammino ecumenico è irreversibile, ma poi vediamo che molti vorrebbero correggere la sua comprensione consegnataci dal Vaticano II.  
 Papi e vescovi ci hanno insegnato che il vero ecumenismo non significava ritorno alla chiesa cattolica, bensì cammino verso un’unità che i cattolici confessano essere un principio già presente nella loro chiesa, ma che deve essere ancora completata, in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze.  
Abbiamo forse avuto vescovi e papi come “cattivi maestri”? E i “gesti” così eloquenti compiuti dagli ultimi papi erano forse temerari, favole da non prendere sul serio?  
 
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come dargli torto? Embarassed  
 
gravissimo è quanto dice Bianchi qui, e che è VERO!!  
 
 Papi e vescovi ci hanno insegnato che il vero ecumenismo non significava ritorno alla chiesa cattolica, bensì cammino verso un’unità che i cattolici confessano essere un principio già presente nella loro chiesa, ma che deve essere ancora completata, in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze.  
Abbiamo forse avuto vescovi e papi come “cattivi maestri”?  
 
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qui non basta cambiare i vescovi quando ESCONO ALLO SCOPERTO..... è indispinsabile nominare Vescovi INCORROTTI!!!!  
Vescovi che non insegnano l'ambiguità e il SINCRETISMO....  
Bianchi avrà tutti i difetti di questo mondo, ma ciò che ha detto è la verità, quella verità SCOMODA che l'amata Gerarchia finge ancora di non vedere....  
E se vi è per noi GIUBILO per le ammissioni di Bianchi perchè sottolineano UNA DISFATTA palese di certo catto-modernismo, è altrettanto vero che abbiamo poco da giubilare, perchè ciò che dice essendo vero non fa altro che confermare la gravissima CONFUSIONE, AMBIGUITA' in cui viviamo perchè, parlando di SINCRETISMO, questo non si esplica solo nel mondo interreligioso, ma anche DENTRO LA CHIESA quando si fa comprendere ai fedeli, come scrive Bianchi, una via CHE POI RISULTA ESSERE SBAGLIATA... quando mai infatti la Chiesa avrebbe insegnato che NON E' NECESSARIO CONVERTIRSI ALLA CHIESA? eppure non è solo Bianchi ad aver capito che questo la Gerarchia insegnava, ma migliaia di cattolici lo hanno creduto....e chi ha baciato il Corano, firmando in tal modo la credibilità di quanto Bianchi dice, è stato fatto BEATO....  
in questo modo i fedeli non comprendono più nulla....  
Bianchi ha ragione da vendere..... gli auguro tuttavia che invece di gettare la spugna, si prodighi per SCOPRIRE LA VERITA', di smettere i panni del novello monaco sincretista e di attivarsi per dire ai VESCOVI DI COME SIAMO STATI TUTTI INGANNATI!




con la differenza che Enzo Bianchi, che non è nessuno e manco prete,  vanta di essere nella Chiesa e di "obbedire al Papa"....  
però se Bianchi parla così nessuno ha nulla da ridire..... se Don Pagliarani ha detto ciò che ha detto, è un dissidente, un disobbediente....  
 
"beati coloro che attendo giustizia.... perchè saranno saziati...."  
Wink  GRAZIE DON PAGLIARANI!

 

 


Caterina63
00Wednesday, August 24, 2011 9:46 PM

Un lefevriano in Vaticano: a settembre l'incontro fra Papa e Fellay



di Andrea Tornielli (Vatican Insider)
Il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, è stato convocato in Vaticano per il prossimo 14 settembre. È il primo incontro di vertice dopo i colloqui dottrinali che nell’ultimo anno hanno visto confrontarsi a Roma le delegazioni della Santa Sede e dei lefebvriani.
Come si ricorderà, dal 2009 la Commissione Ecclesia Dei, che si occupa del rapporto con la Fraternità San Pio X è stata inglobata nella Congregazione per la dottrina della fede ed è stata affidata alla guida di monsignor Guido Pozzo.
I colloqui dottrinali, che hanno affrontato tutti i nodi considerati problematici dai lefebvriani, i quali ritengono che in alcuni punti il Concilio Vaticano II abbia rappresentato una rottura con la tradizione della Chiesa, si sono conclusi nei mesi scorsi.

Ora il Vaticano dovrebbe sottoporre a Fellay dei protocolli d’intesa che chiariscono i punti dottrinali leggendo il Concilio secondo quell’ermeneutica della continuità nella riforma suggerita fin dal dicembre 2005 da Benedetto XVI quale interpretazione più autentica dei testi del Vaticano II.
Soltanto se saranno superate le difficoltà dottrinali, sarà sottoposta alla Fraternità una proposta di sistemazione canonica, che risolva la situazione in cui si trovano le comunità lefebvriane. Come si ricorderà, anche se il Papa, con un gesto di benevolenza, nel gennaio 2009 ha tolto la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefebvre, i vescovi e i sacerdoti della San Pio X vivono ancora in uno stato di irregolarità canonica.

La proposta che è stata studiata dal Vaticano prevede per i lefebvriani l’istituzione di una ordinariato simile a quello che il Papa ha offerto agli anglicani intenzionati a rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma. In questo modo, la Fraternità dipenderebbe dalla Santa Sede (e precisamente dalla Commissione Ecclesia Dei) e potrebbe mantenere le sue caratteristiche senza dover rispondere ai vescovi diocesani.

L’incontro del 14 settembre, che Vatican Insider è in grado di confermare rappresenta dunque un nuovo passo nel cammino travagliato di questi anni. Ma è prematuro sbilanciarsi in quanto alle conclusioni: è noto infatti che all’interno della Fraternità San Pio X convivono diverse sensibilità e c’è una parte che considera difficile arrivare a un accordo.

Va ricordato che Papa Ratzinger, intenzionato a chiudere il mini-scisma lefebvriano, ha già compiuto due passi molto significativi nella direzione chiesta dalla Fraternità: ha liberalizzato il vecchio messale preconciliare e ha tolto le scomuniche vigenti dal 1988




Caterina63
00Friday, August 26, 2011 1:37 PM

Roma-FSSPX: momenti decisivi in vista.

Hanno scritto parecchi lettori per chiedere come mai non avessimo ancora dedicato un post al fatto che le più recenti notizie (e non più, quindi, indiscrezioni: mi riferisco in particolare ad un comunicato ufficiale del Distretto tedesco della FSSPX, ora affiancato da uno analogo di quello francese su La Porte Latine) hanno confermato alla virgola le anticipazioni che Messainlatino aveva dato nello scorso giugno (leggi qui): ossia che mons. Fellay era stato convocato insieme ai suoi due assistenti a Roma, all'Ecclesia Dei (il cui presidente è statutariamente il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il card. Levada), per analizzare i risultati - peraltro non risolutivi - delle discussioni dottrinali e per l'offerta di una regolarizzazione canonica in forma di ordinariato o similare. Vi avevamo perfino già indicato il giorno, che ora viene confermato: il 14 di settembre, festa dell'Esaltazione della S. Croce e anniversario dell'entrata in vigore del motu proprio.

Se ricordate, la nostra notizia aveva avuto l'onore di una smentita ufficiale da parte del Superiore generale della Fraternità; smentita che peraltro, a legger tra le righe, tale non era, ma una semplice precisazione che nulla di ben definito era ancora pervenuto alla FSSPX; la smentita era stata pure contraddetta da una newsletter di mons. Williamson. Ora viene la conferma. A dire il vero, i comunicati ufficiali della Fraternità, nell'indicare la data dell'incontro, non parlano di soluzioni concrete tipo ordinariato. Ma ci pensa, nuovamente, il 'ribelle' vescovo Williamson in una lettera circolare dal titolo 'I doni dei Greci' ove, come sempre, esprime tutta la sua contrarietà a priori ad ogni forma di commistione, contagio e contaminazione con (cito) "il depravante ecumenismo della neo-Fede" della Roma conciliare. Ecco che cosa teme e prevede Williamson: "la carota più intelligente presentata da Roma potrebbe consistere nell'offerta apparentemente irresistibile della “piena comunione con Roma” proprio come la vuole la FSSPX. Solo che tale offerta potrebbe contenere nascostamente una piccola clausola che stabilirebbe che i futuri Superiori e Vescovi della FSSPX dovrebbero essere scelti da una commissione mista tra Roma e la FSSPX, comportante una leggera maggioranza di membri... Romani. Dopo tutto, la FSSPX vuole porsi sotto Roma o no? “Decidetevi!”, si esclamerebbe ragionevolmente, come si dice abbia fatto nel 2001 il card. Ratzinger".

Lasciateci aggiungere che ci pare di cogliere in queste parole del vescovo inglese, contrarissimo ad ogni forma di accordo, una punta di rassegnazione: non solo perché, nel riprendere le parole di Laocoonte: Timeo Danaos et dona ferentes, non è certo ignaro di come i moniti del sacerdote troiano caddero nel vuoto (per non parlare della fine dello stesso Laocoonte); ma soprattutto perché, nell'entrare nello specifico di quelle clausole sulla nomina di futuri vescovi e superiori, mons. Williamson sembra accettare una battaglia di retroguardia di chi sa che la prima linea di difesa ("nessun accordo con Roma finché non si convertirà") non può reggere a lungo di fronte ad offerte generose e simpatetiche. Abbandonare l'empireo dei massimi sistemi (se cioè Roma sia eretica e/o modernista) e scendere nel merito concreto di quelle proposte è un salutare realismo, tra l'altro utile perché il diavolo si nasconde sempre nei dettagli e nei cavilli (e, su questo, le preoccupazioni di Williamson possono essere condivisibili, anche se premature, visto che egli ignora i contorni precisi della proposta).

Anche Tornielli in questi giorni ha confermato quanto dicevamo a giugno, scrivendo:
La proposta che è stata studiata dal Vaticano prevede per i lefebvriani l’istituzione di una ordinariato simile a quello che il Papa ha offerto agli anglicani intenzionati a rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma. In questo modo, la Fraternità dipenderebbe dalla Santa Sede (e precisamente dalla Commissione Ecclesia Dei) e potrebbe mantenere le sue caratteristiche senza dover rispondere ai vescovi diocesani. E’ comunque prematuro sbilanciarsi in quanto alle conclusioni: è noto infatti che all’interno della Fraternità San Pio X convivono diverse sensibilità e c’è una parte che considera difficile arrivare a un accordo.
Visto che le nostre predizioni si sono avverate, molti ci scrivono per saperne ancora di più. In realtà, non abbiamo molto da aggiungere: lo stesso Fellay ha dichiarato il 15 agosto scorso, a Saint-Malo, di non avere ricevuto per ora proposte concrete. Ipotizziamo soltanto che Roma non esigerà una risposta immediata, anche perché incombe l'incontro di Assisi ed è quindi un momento poco propizio per ménager les sensibilités dei figli di mons. Lefebvre (e non solo le loro...). Certo, da parte romana si colgono segnali molto promettenti, come la notizia - è la prima volta che ciò accade, e scommettiamo che non farà piacere ai legalistici neocon - che una suora domenicana neozelandese ha avuto uno speciale permesso della Congregazione per i Religiosi di lasciare il proprio Ordine novus ordo per entrare in un convento dipendente dalla FSSPX (la rivoluzionaria notizia, riportata dal blog delle suore, è stata cancellata - forse Roma avrebbe preferito più discrezione - ma potete leggerne una copia cache oppure riportata per intero da Rorate). Roma, insomma, sembra già considerare acquisito il ristabilimento della piena comunione: un bel salto rispetto a quando, appena un anno fa, la medesima Congregazione per i Religiosi considerava scomunicato un monaco unitosi alla 'scismatica' FSSPX.

Il momento continua ad essere quello della preghiera, nella quale Fellay ha chiesto di perseverare. E magari di aderire all'appello al silenzio lanciato da Osservatore Vaticano. Sappiamo che molti membri della Fraternità si sono impegnati nella preghiera con l'idea di poter accettare una proposta generosa e leale del Papa, che sarà vista anche come una risposta della Beata Vergine ai rosari che Le sono stati offerti.

Enrico

Comunicato ufficiale della Fraternità San Pio X: "la crisi si risolverà a Roma e per Roma".


Mons. Marcel Lefebvre

Casa Generalizia della Fraternità San Pio X: Mons. Fellay sarà ricevuto dal Card. Levada il 14 settembre 2011

 Il Cardinale William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha invitato Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità San Pio X, e i suoi due assistenti, don Niklaus Pfluger e don Marc Nély, ad incontrarlo nel Palazzo del Sant’Uffizio il 14 settembre 2011. Nella sua lettera d’invito, il Cardinale Levada ha indicato che questo incontro avrà lo scopo di fare prima di tutto un bilancio dei colloqui teologici condotti dagli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Fraternità San Pio X nel corso dei due anni accademici appena trascorsi, per poi considerare in seguito le prospettive per l’avvenire.

Per permettere di fare questo bilancio, gli esperti delle due parti hanno già trasmesso ai rispettivi Superiori le conclusioni dei colloqui. Mons. Fellay ha ricevuto alla fine di giugno il documento che sarà oggetto dell’incontro del 14 settembre.
Sulle prospettive per l’avvenire, la lettera del Cardinale Levada non fornisce alcuna precisazione, ma certuni – sulla stampa e altrove – si sentono autorizzati ad avanzare delle ipotesi, parlando della proposizione di un protocollo d’accordo sull’interpretazione del Concilio Vaticano II e preconizzando l’istituzione di una prelatura, cioè di un ordinariato… Queste ipotesi sono solo immaginarie e impegnano solo i loro autori. La Fraternità San Pio X si attiene agli atti ufficiali e ai fatti accertati.
Come ha ricordato Mons. Alfonso de Galarreta in occasione delle ordinazioni sacerdotali a Ecône: «Siamo cattolici, apostolici e romani. Se Roma è la testa e il cuore della Chiesa cattolica, noi sappiamo che necessariamente (…) la crisi si risolverà a Roma e per Roma. Di conseguenza il poco di bene che noi faremo a Roma è molto più grande del tanto bene che faremo altrove».
È con questa intima convinzione che Mons. Fellay si recherà all’incontro richiesto dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.


Caterina63
00Friday, September 9, 2011 12:07 PM

Mons. Fellay e il metodo di Bonaiuti

Il giorno di Ferragosto mons. Fellay, superiore della Fraternità Sacerdotale S. Pio X (FSSPX), ha svolto una relazione a Saint-Malo sullo stato delle relazioni con Roma. In vista, come ognuno sa, dell'incontro in Vaticano previsto per il 14 settembre, in cui le due parti, terminata la fase delle 'discussioni dottrinali', affronteranno la capitale questione: "Ed ora, che facciamo?".

Il discorso del presule si vuole, ed è, improntato alla massima trasparenza, perfino a detrimento delle cautele diplomatiche. Il testo è lungo e molto rivelatore. Potete trovarlo per intero, in francese, su La Porte Latine.

In primo luogo, non si fa mistero alcuno del fatto - già peraltro ben noto, grazie alle indiscrezioni - che i colloqui dottrinali non hanno avuto il frutto (sperato?) di un appianamento delle differenze di posizioni teologiche. Ecco che cosa ne riferisce Fellay:
Mi rimane di queste discussioni dottrinali che di per se stesse non apportano un gran bene nell'immediato, perché è l'incontro di due mentalità che si scontrano. Ne conservo l'immagine di un torneo dove due cavalieri incrociano le spade, si lanciano, ma passano uno accanto all'altro. Non possono certo dire che siamo d'accordo. Se siamo d'accordo su un punto, è che non siamo d'accordo su nessun altro punto! Naturalmente, se parliamo della Trinità siamo d'accordo... Ma il problema non è lì: quando si tratta del Concilio, si parla di alcuni nuovi problemi, che noi chiamiamo errori.
Questo implica un 'arrivederci e grazie' da parte della Fraternità? No, ci fa capire Fellay. Il suo messaggio di fondo ci sembra questo: il Papa è un good fellow, ben disposto verso la FSSPX e, soprattutto, ha il merito enorme di aver risvegliato un movimento di pensiero che guarda con speranza e favore alla Tradizione:
Da questo punto di vista, l'ascesa di Benedetto XVI è stato come un detonatore. Checché se ne pensi o dica della persona stessa, è emersa una nuova atmosfera. In Vaticano, questo arrivo ha dato coraggio a coloro, chiamiamoli conservatori, che fino ad allora tenevano un profilo basso! Magari lo tengono ancora basso, perché la pressione o l'oppressione dei progressisti c'è ancora; il che rende perfino quasi impossibile il governo. Ma l'atmosfera è cambiata in ogni caso. Lo si vede nella nuova generazione, non più legata al Concilio. Per le nuove generazioni e per tutti coloro che oggi hanno 20 anni, il Concilio, il millennio passato, è qualcosa di ben vecchio. Questa generazione che non ha conosciuto il Concilio, e che vede la Chiesa in uno stato pietoso, si pone necessariamente delle domande. E se le pone in un modo completamente diverso da coloro che hanno vissuto il Concilio, da quelli che l'hanno fatto e vi sono visceralmente attaccati, perché volevano demolire il passato, perché volevano voltare pagina. [...]
 Un elemento molto importante, davvero molto importante, sono i primi attacchi al Concilio che non vengono da noi ma da persone riconosciute,  che portano un titolo, ad esempio mons. Gherardini, che non si è contentato di scrivere un solo libro ma continua a scrivere ed in modo sempre più ardito. Quando l'ho incontrato, mi ha fatto questo discorso: "sono quarant'anni che ho queste cose sulla coscienza, non posso apparire davanti al buon Dio senza averle dette". In effetti egli è per così dire con noi, ma utilizza una forma di espressione molto romana, molto attenta, dettagliata, pur dicendo ciò che ha da dire.
In questo stesso contesto, il 22 dicembre 2005, il Papa ha pronunciato il suo famoso discorso alla Curia in cui egli condanna una linea di interpretazione del Concilio, la famosa linea della rottura. Prima di leggere, devo confessare di avere pensato che ce l'avesse con noi. Ma poi ho capito che aveva parlato dei progressisti.
Naturalmente, le posizioni del Papa (che difende il Concilio, sia pure in una versione - quella della 'riforma nella continuità' - che non aveva mai visto la luce) non sono quelle di Fellay, "ma nondimeno", riconosce quest'ultimo, "condanna una linea, è un inizio". Analoga analisi è svolta su un discorso a Wigratzbad di mons. Pozzo, il quale si cautela ancora dietro la difesa di un Concilio 'in potenza', mai calato in atto (mons. Fellay si diverte ad irridere la frase di Pozzo per cui "una ideologia para-conciliare si è impadronita del Concilio fin dall'inizio, sostituendosi a quello": bel modo di difendere il Concilio, chiosa, affermare che tutto quel che di esso è stato detto in quarant'anni è falso; e le autorità romane che avrebbero dovuto correggere gli errori, dormivano forse in questi lustri?); ma la novità più che positiva è che si tratta di un inizio di ammissione, seppur ancora condita di cautele e di 'equilibrismi' volti a salvare, almeno in apparenza, il tabù del Concilio, pur attaccandone tutto l'involucro.

Ed a proposito di sbavature ed equilibrismi, mons. Fellay passa a raccontare di quel che bolle in pentola a Roma e negli alti ranghi dell'episcopato, per spiegare le contraddizioni e le lotte asperrime dietro le quinte. Riferisce così come il presidente della Conferenza episcopale tedesca, il famigerato Zollitsch, abbia promesso a un gruppo di deputati, poco dopo la revoca delle scomuniche ai vescovi lefebvriani, che "entro la fine dell'anno [2009], la FSSPX sarà di nuovo fuori della Chiesa". E narra di come siano arrivate dagli episcopati, e anche da ampi settori della Curia romana, pressioni fortissime contro il riavvicinamento del Papa ai tradizionalisti.

Era uscito anche un duro comunicato della Segreteria di Stato, che statuiva che la FSSPX non sarebbe mai stata riconosciuta se non avesse accettato il Vaticano II. Ma, come riferì il card. Castrillòn subito dopo a Fellay, quel testo 'non è firmato', ha solo un valore 'politico' e in ogni caso quello non è il pensiero del Papa...

Lo stesso mons. Pozzo ha riferito a Fellay: "dovete dire ai vostri preti e ai vostri fedeli che non tutto quello che viene da Roma viene dal Papa". In altri termini: il Papa non ha il pieno controllo della sua curia, figuriamoci della Chiesa universale.

Questo è un messaggio gravissimo, ma della cui veridicità non si può dubitare, essendo la situazione sotto gli occhi di tutti (basti pensare allo scisma strisciante in atto nel Reich teutonico e nell'Ostmark, coi preti disobbedienti che esigono pretesse, divorzi, nozze gay etc. etc.). Ma al tempo stesso mons. Fellay, nel riportare queste considerazioni, ci pare voler invitare i suoi a non focalizzarsi su questa o quella dichiarazione o comportamento della Chiesa 'ufficiale' che va contro la Tradizione perché, ci dice, "non viene dal Papa". Come dire: non stracciatevi le vesti e non inalberatevi per questa o quella sbavatura: c'è una guerra per bande e i modernisti sono forti. Un modo forse inelegante, ma sincero e persuasivo, per difendere il Papa e il suo operato, separandone la responsabilità da quella di molti dei suoi 'sottoposti'.

Ed ecco, alla fine del discorso, le frasi rivelatrici dell'attitudine del Superiore della FSSPX di fronte alle proposte romane di accordo che tutti si aspettano (anche se egli ricorda di non saperne ancora nulla):

Vorrei dire un'ultima cosa: qualcosa di nuovo si muove e in questo qualcosa che si muove, ci sono anime assetate, che provengono dallo stato disastroso della Chiesa di oggi, e non arrivano come anime perfette, ma bisogna occuparsene. Finora abbiamo avuto una posizione di difesa [Finora!]. Tuttavia non dobbiamo avere paura di introdurre un elemento di attacco, un elemento più positivo: andare verso gli altri per cercare di conquistarli pur dimostrando la massima prudenza, perché l'ostilità non è finita. Immaginate che Roma tutto ad un tratto ci riconosca [notate bene questo verbo: un 'riconoscimento unilaterale', a fronte del quale la Fraternità potrebbe permettersi una ricezione passiva in luogo di un formale consenso, leverebbe a mons. Fellay molte castagne dal fuoco sul fronte interno], faccio fatica a crederlo [ma non a sperarlo], ma che accadrebbe allora? Credete che i progressisti cambieranno opinione verso di noi [monsignore è passato dal condizionale all'indicativo...]? Ma nemmeno per sogno! Da un lato essi continueranno a respingerci come hanno sempre fatto, o cercheranno di farci ingoiare il loro veleno. Noi rifiuteremo e il conflitto continuerà ancora di più, non fatevi illusioni. Se Roma ci riconoscesse, sarebbe ancora più duro rispetto a oggi. Ora, beneficiamo di una certa libertà. Bisognerà bene che un giorno la Chiesa ci riconosca come cattolici, ma non sarà facile.

Come dire: un accordo con Roma (o meglio: un riconoscimento da parte di Roma) non sarà mai un gesto di appeasement, di viltà o di rinunzia alla santa battaglia, come vanno invece predicando i vari Williamson all'interno della Fraternità. Anzi, la lotta per la Fede e la Tradizione continuerà ancora più dura e aspra, nella coesistenza armata ed ostile con le bande dei modernisti, ma anche con la possibilità di un campo d'azione enormemente più vasto dove trovare larghissimi numeri di quelle 'anime assetate', che non attendono altro che di conoscere la Tradizione. Come diceva mons. de Galarreta, il poco bene che si può fare a Roma vale più del molto bene che si può fare altrove. I modernisti avevano avuto un'analoga intuizione, e l'hanno portata a termine con scientifica risolutezza (scriveva Ernesto Bonaiuti: "si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero ed infallibile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor). Ora si tratta di muoversi in senso inverso rispetto ai modernisti; ma il metodo (ossia la strada, il cammino da percorrere: meth'odòn, in greco) non potrà che essere il medesimo.

Enrico

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[SM=g1740733] Mi colpisce questa disamina di mons. Fellay:  
 
Immaginate che Roma tutto ad un tratto ci riconosca, faccio fatica a crederlo, ma che accadrebbe allora? Credete che i progressisti cambieranno opinione verso di noi ? Ma nemmeno per sogno! Da un lato essi continueranno a respingerci come hanno sempre fatto, o cercheranno di farci ingoiare il loro veleno. Noi rifiuteremo e il conflitto continuerà ancora di più, non fatevi illusioni. Se Roma ci riconoscesse, sarebbe ancora più duro rispetto a oggi. Ora, beneficiamo di una certa libertà. Bisognerà bene che un giorno la Chiesa ci riconosca come cattolici, ma non sarà facile.  
 
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Speranza mista ad una realtà che, reverendo mons. Fellay, non riguarda solo "voi" o che si scatenerà o si scatena solo su di "voi"...  
Se questo Pontificato suona come un detonatore a favore della Tradizione, ne siamo tutti coinvolti e il mondo modernista non colpisce solo "voi", ma da anni perseguita anche "noi".....perseguita anche il Papa...  
 
Il punto è che nessuno ha il monopolio della Tradizione, ma è necessario, come è stato ispirato a mons. Lefebvre, che qualcuno rammenti al Pontefice non tanto cosa deve fare e come farlo, ma il suo "dover FARE" per salvaguardare la vera Dottrina...  
La piaga del modernismo è la sua bandiera ridicola dei "solo diritti" ... una serie di "solo" di luterana memoria.... al Papa deve essere CONSIGLIATO costantemente i suoi "DOVERI"... nessuno ha il diritto di rivendicare "diritti" quando c'è in ballo la Dottrina UNIVERSALE della Chiesa, o peggio, per usarla facendone dei compromessi con l'ecumania, usando un frasario ambiguo e facilmente modellabile a seconda del gruppo che lo userà.... leggasi per esempio i focolarini che nel recente incontro mondiale interreligioso hanno in sostanza PREGATO CON I BUDDISTI.... non ho capito come ci siano riusciti, ma più che ad un miracolo divino oserei pensare ad un miracolo "diabolico"... a meno che Budda non sia stato nel frattempo canonizzato....  
 
Mons. Fellay... sono tanti i problemi che NON risolveremo in questo tempo.... io penso che ciò che dobbiamo risolvere OGGI, nel nostro presente, è la compattazione del mondo Tradizionale....  
Tanti nodi sono venuti al pettine grazie a mons. Lefebvre e ai vostri sacrifici, e grazie anche ai tanti Tradizionali perseguitati nella Chiesa, nelle Parrocchie, nelle Diocesi.... ora che abbiamo messo in luce la maggiorparte, se non tutti, gli argomenti dell'apostasia, è indispensabile testimoniare quell'essere UNA COSA SOLA...  
 
Stiamo già dimostrando, dottrinalmente, di parlare una sola lingua... serve ora testimoniare la capacità di camminare INSIEME, pur rimanendo ognuno nelle rispettive trincee che il Signore ha predisposto come argini  a difesa della Chiesa... Wink  
La vera Tradizione infatti non ha mai rivendicato L'UGUAGLIANZA nei ruoli... e per duemila anni, almeno fino a 40 anni fa, ha sempre dimostrato IL VALORE DELLE DIVERSITA' DEI RUOLI, ma appunto, camminando insieme...  
Ci auguriamo che questo venga compreso da Roma, e venga compreso da chiunque ha a cuore la vera Tradizione nel suo Deposito della vera Fede....  
 
Nella Festa del Nome di Maria, affidiamo queste sante intenzioni!

[SM=g1740733]


Caterina63
00Wednesday, September 14, 2011 5:17 PM

[SM=g1740733] ATTENZIONE..... DAL

Bollettino ufficiale dell'incontro Roma-FSSPX



Il 14 settembre 2011 si sono incontrati nella sede della Congregazione per la Dottrina della Fede Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale William Levada, Prefetto della medesima Congregazione e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Sua Eccellenza Mons. Luis Ladaria, S.I., Segretario della medesima Congregazione, Monsignore Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, con Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, ed i Reverendi Niklaus Pfluger e Alain-Marc Nély, rispettivamente primo e secondo Assistente generale della medesima.

In seguito alla supplica indirizzata dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale san Pio X il 15 dicembre 2008 a Sua Santità Papa Benedetto XVI, il Santo Padre aveva deciso di rimettere la scomunica ai quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, e, nel medesimo tempo, di aprire dei colloqui dottrinali con detta Fraternità, al fine di chiarire i problemi di ordine dottrinale e giungere al superamento della frattura esistente.

In ottemperanza alle disposizioni del Santo Padre, una commissione mista di studio, composta da esperti della Fraternità Sacerdotale San Pio X e da esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede, si è riunita in otto incontri, che si sono svolti a Roma tra il mese di ottobre 2009 e il mese di aprile 2011. Questi colloqui, che avevano l’obiettivo di esporre e approfondire le difficoltà dottrinali essenziali sui temi controversi, hanno raggiunto lo scopo di chiarire le rispettive posizioni e relative motivazioni.

Anche tenendo conto delle preoccupazioni e delle istanze presentate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X in ordine alla custodia dell’integrità della fede cattolica di fronte all’ermeneutica della rottura del Concilio Vaticano II rispetto alla Tradizione, di cui ha fatto menzione Papa Benedetto XVI nel Discorso alla Curia Romana (22-XII-2005), la Congregazione per la Dottrina della Fede ritiene come base fondamentale per il conseguimento della piena riconciliazione con la Sede Apostolica l’accettazione del testo del Preambolo Dottrinale che è stato consegnato durante l’incontro del 14 settembre 2011.

Tale Preambolo enuncia alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il "sentire cum Ecclesia", lasciando nel medesimo tempo alla legittima discussione lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II e del Magistero successivo.
Nella stessa riunione, sono stati proposti alcuni elementi di una soluzione canonica per la Fraternità sacerdotale San Pio X, a seguito dell’eventuale e auspicata riconciliazione.

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Attendiamo ora con impazienza di leggere questo Preambolo Dottrinale.


[SM=g1740722]


P. Lombardi: nessun ultimatum alla FSSPX, ma risposta attesa entro qualche mese

Padre Lombardi, nel commentare il comunicato vaticano inerente l'odierno incontro tra il card. Levada, il Segretario della Congregazione Ladaria e mons. Pozzo da un lato, e mons. Fellay con i suoi due assistenti dall'altro, riferisce, secondo Salvatore Izzo, di un colloquio "cordiale e corretto". Ma non solo: ha aggiunto due interessanti novità.

La prima è che non è stata prevista una data precisa per la risposta della FSSPX, ma che tuttavia le parti hanno convenuto, come ci si aspettava, per un termine di pochi mesi. A distanza di sicurezza, insomma, dal temuto incontro di Assisi (e con la speranza che l'evento non sarà così indigeribile per la FSSPX come si teme).

Il secondo punto, secondo Lombardi, è che la soluzione canonica non sarà quella di un ordinariato come invece anticipato, bensì una prelatura personale.

A dire il vero, quest'ultimo punto ci lascia perplessi. La prelatura personale (il cui unico esempio ora esistente è l'Opus Dei) garantisce sì la massima autonomia ai chierici in esso incardinati (presbiteri e diaconi), nonché ai seminaristi; ma per tutte le opere "pastorali o missionarie" e, quindi, per tutto l'apostolato verso i laici, il canone 297 c.j.c. richiede il "previo consenso del vescovo diocesano". Che Dio ne scampi e liberi!

Insomma: se prelatura personale dovrà essere, è chiaro che dovrà trattarsi di una prelatura personale sui iuris, ossia con una bella deroga a quel canone 297 c.j.c. Il che è ben possibile: il Papa essendo legibus solutus, la cosa non pone ostacoli. A quel punto, tanto per essere pignoli, tanto valeva parlare di Amministrazione apostolica personale, che è equiparata ad una diocesi; come Campos insomma, però con portata territoriale universale.

Di fatto, le tre soluzioni (ordinariato, amministrazione apostolica universale e prelatura personale con deroga al can. 297) si equivalgono. E sono in grado di garantire il massimo campo d'azione alla FSSPX.

Enrico da Messainlatino


[SM=g1740733]



[SM=g1740733] INTERESSANTE INTERVISTA DI MONS. FELLAY DOPO L'INCONTRO E IL COMMENTO IN ROSSO DI MESSAINLATINO

La risposta di mons. Fellay

E' apparsa  sul sito ufficiale della Fraternità un'intervista a mons. Fellay rilasciata dopo l'incontro con le autorità romane. La riportiamo per intero nella traduzione apparsa su Unavox, con alcuni nostri commenti in rosso.

Come si è svolto quest’incontro?
 
Il colloquio è stato di una grande cortesia e di un’altrettanto grande franchezza, poiché per lealtà la Fraternità San Pio X si rifiuta di eludere i problemi che rimangono. D’altronde, è in questo spirito che si sono svolti i colloqui teologici tenutisi in questi ultimi due anni.
Quando, il 15 agosto scorso, ho detto che noi siamo d’accordo sul fatto che non siamo d’accordo sul Concilio Vaticano II, ho anche tenuto a precisare che quando si tratta di dogmi, come quello della SS. Trinità, siamo evidentemente d’accordo allorché lo troviamo richiamato nel Vaticano II. Una frase non dev’essere mai isolata dal suo contesto [Qui Fellay polemizza con quegli articoli di giornale che si erano effettivamente fermati ad una lettura parziale ed incompleta delle sue parole]. I nostri colloqui teologici hanno avuto il gran merito di approfondire seriamente e di chiarire tutti questi problemi dottrinali.

Il comunicato ufficiale comune del Vaticano e della Fraternità [dunque è un comunicato comune, non solo di parte vaticana come invece appare] annuncia che Le è stato consegnato un documento dottrinale e che Le è stata proposta una soluzione canonica. Può darci qualche precisazione?
 
Questo documento si intitola Preambolo Dottrinale è ci è stato consegnato per uno studio approfondito. Per questo è confidenziale e Lei comprende che non posso dire di più. Tuttavia il termine “preambolo” indica bene che la sua accettazione costituisce una condizione previa rispetto a qualunque riconoscimento canonico della Fraternità San Pio X da parte della Santa Sede .

A proposito di questo Preambolo Dottrinale, senza toccare ciò che ha carattere confidenziale, può confermarci se, come annunciato dalla stampa, in esso è presente una distinzione tra ciò che è la Fede – alla quale la Fraternità aderisce pienamente -  e ciò che, derivando da un Concilio pastorale, come ha voluto essere lo stesso Vaticano II, potrà essere sottoposto ad una critica, senza rimettere in questione la Fede?
 
Questa nuova distinzione non è stata annunciata solo dalla stampa, io l’ho personalmente ascoltata da fonti diverse. Già nel 2005, il Card. Castrillon Hoyos, dopo che gli avevo esposto per cinque ore tutte le obiezioni che la Fraternità formulava contro il Vaticano II, mi diceva: «Non posso dire che sono d’accordo con tutto ciò che Lei ha detto, ma ciò che ha detto fa sì che voi non siete fuori dalla Chiesa. Scriva dunque al Papa perché vi tolga la scomunica».
Oggi, per dovere di obiettività, devo riconoscere che nel Preambolo Dottrinale non si trova una distinzione netta fra il dominio dogmatico intangibile e il dominio pastorale soggetto a discussione [ossia, a quanto pare di capire da queste parole, non sono elencati nel Preambolo singoli punti ritenuti imprescindibili: sicché diviene opinabile, del Concilio, perfino che cosa sia discutibile e che cosa non lo sia. Un'apertura radicale che, se confermata, rende ancora più agevole per la FSSPX la riconciliazione, potendo essa mantenere liberamente tutte le sue riserve sul Concilio]. La sola cosa che posso dichiarare, perché figura nel comunicato stampa, è che questo Preambolo contiene «alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il “sentire cum Ecclesia[quest'ultimo punto significa probabilmente che nel Preambolo vi sono pressanti considerazioni circa la necessità di usare toni inutilmente polemici ed irrispettosi verso il Papa ed i vescovi], lasciando nel medesimo tempo alla legittima discussione lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II e del Magistero successivo». Niente di più, niente di meno.

Circa lo statuto canonico che sarebbe stato proposto alla Fraternità San Pio X, a condizione che aderisca al Preambolo Dottrinale, è esatto che si è parlato di prelatura invece che di ordinariato?
Come Lei giustamente ricorda, questo statuto è condizionato, la sua modalità esatta può essere considerata solo in seguito e rimane ancora oggetto di discussione [Rinviamo a quanto scritto ieri circa l'inaccettabilità di una soluzione tipo Prelatura, a meno che non contenga espressa deroga al can. 297 c.j.c., che assoggetta ogni apostolato pubblico al placet del vescovo diocesano. Ma se quella deroga ci fosse, e non potrà non esserci pena il rifiuto della FSSPX, in tal caso pienamente giustificato, si tratterebbe di fatto di un'amministrazione apostolica personale o di un ordinariato. Perché usare allora la parola 'prelatura' se il contenuto è un altro? Forse per depistare e così tranquillizzare, in questo cruciale periodo di riflessione, gli episcopati di tutto il mondo, che vedono di pessimo occhio la riconciliazione coi lefebvriani e ancor più l'idea che possano essere regolarizzati in piena esenzione dalle loro ingerenze]
Quando pensa di poter dare la vostra risposta alla proposta del Preambolo Dottrinale?
Il tempo necessario per studiare questo documento e consultare i principali responsabili della Fraternità San Pio X, perché su questa materia così importante mi sono impegnato con i miei confratelli di non prendere alcuna decisione senza prima averli consultati.
Ma posso assicurare che la nostra decisione sarà presa per il bene della Chiesa e delle anime. La nostra crociata del Rosario, che proseguirà ancora per diversi mesi, deve intensificarsi, per permetterci di ottenere, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa, le grazie di luce e di forza di cui abbiamo bisogno più che mai



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Riflessioni dal Blog:


Carlo Bollani
Consiglierei di evitare speculazioni sui contenuti del Preambolo. Bene hanno fatto a mantenere la confidenzialita': piu' parole "ufficiali" escono da Roma in questa fase delicata, piu' si da' ai nemici della riconciliazione con l'FSSPX materia a cui appigliarsi per criticare il Papa.    
   
Allo stesso tempo, il succo e' chiaro: si propone un accordo SUL METODO, che e' la cosa piu' facile da accettare restando fuori dal perimetro della Chiesa (in senso stretto). Per quanto riguarda i CONTENUTI, speriamo che la stessa FSSPX, ab intra, cio' una volta riconciliata formalmente con la Chiesa, sia in grado di aiutare la Chiesa stessa a riconciliarsi in se', spianando la strada al documento di magistero che metta ordine nelle interpretazioni del Vat II.



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Concordo pienamente....anche se la mia opinione non conta davvero nulla! Embarassed  
Sto seguendo la vicenda letteralmente con il ROSARIO e attraverso di esso perchè ci sono, a mio parere due punti fondamentali che solo il Signore solo potrà risolvere:  
 
1) l'ha segnalato la Redazione in rosso: gli episcopati di tutto il mondo - tranne grazie a Dio le eccezioni che ci sono sempre - contrari proprio AI GRUPPI TRADIZIONALI e di conseguenza che vedono nella FSSPX l'artefice e la radice della LORO RESISTENZA nei confronti di una interpretazione del Concilio, fallata, che però a loro andava bene... da qui la stessa disobbedienza al Pontefice nel riportare la comunione in ginocchio e il Crocefisso sull'altare, la stessa ostruzione all'applicazione del SP.... Questi episcopati sanno bene che una volta riuscita la riconciliazione con la FSSPX la quale NON celebra il rito moderno, il suo clero triplicherebbe entrando CON DIRITTO NELLE DIOCESI, obbligando i vescovi a doversi relazionare con loro NELLE PARROCCHIE.... le quali, non dimentichiamolo, sono in preda ad una anarchia liturgica associata anche ai gruppi e movimenti, che tuttavia si fanno portavoci delle PASTORALI DEI VESCOVI spesso digiune della TRADIZIONE AUTENTICA....  
faccio un esempio... Embarassed  ci sono al momento molte iniziative PASTORALI DIOCESANI.... basta che andate sui siti diocesani e molte di queste le trovate, leggetele, la pastorale principale posta come MODELLO di lavoro annuale ha solo TRE PUNTI di lavoro:  
a - evangelizzazione attraverso ATTIVITA' di strada, di testimonianze, di sollecitazioni ( ? )  
b - INCONTRI DI PREGHIERA  
c - CARITAS.....  
 
bene! i tre punti non mi dispiacciono, ma.... IL CATECHISMO E LA DOTTRINA DOVE STANNO?  
il problema è che per certa euforia ancora post-conciliare le attività sono diventate il catechismo-CATECHESI APPLICATA... ma ciò che manca è IL CATECHISMO COME STUDIO DI APPRENDIMENTO.... non solo i fedeli, ma anche molti catechisti NON conoscono le risposte più fondamentali della nostra fede.... Embarassed  a mala pena sanno dire che i Sacramenti sono 7... quanto ai DONI dello Spirito Santo, non sto scherzando, in un cartellone della Diocesi, due anni fa, NE MANCAVA UNO, QUELLO DEL "SACRO TIMOR DI DIO"  - coincidenza ? - e nessuno se ne era accorto, salvo poi, una volta scoperto, GIUSTIFICARNE L'ASSENZA con sorrisetti beoti o come una "lieve dimenticanza"...  
 
2) la FSSPX DEVE FARE UNO SFORZO a comprendere - e lo ha compreso - che Benedetto XVI ha riportato la Tradizione nell'interesse principale della Chiesa... il Papa HA RICONOSCIUTO GLI ERRORI di certo post-concilio e sta cercando di non buttare il bambino con l'acqua sporca.... Wink  la FSSPX deve inserirsi in questo contesto aiutando se stessa principalmente, e da qui la Chiesa a nuotare in quest'acqua cercando di ripulirla senza gettare ciò che di BUONO c'è in essa....  
deve dunque AIUTARE SE STESSA principalmente,  cercando OGGI più che mai una intesa con Roma, per poter essere davvero d'aiuto agli altri.... Roma sta cercando il METODO migliore, spetta ora alla FSSPX avere anche il coraggio di SPORCARSI LE MANI E BUTTARSI NELLA MISCHIA SOPPORTANDO I DISAGI E LE DIFFICOLTA' perchè.... un conto è sopportare la persecuzione degli episcopati che non ti vogliono restando  CANONICAMENTE "fuori della Chiesa", altra cosa è essere perseguitati stando CANONICAMENTE DENTRO LA CHIESA... Wink


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Dal quotidiano La Stampa di oggi  
 
"ALBERTO MATTIOLI" Per capire perché Roma vuol fare la pace con gli scismatici basta fare un salto alla messa delle 18.30 nella chiesa di Saint-Nicolas de Chardonnet, il feudo lefebvriano a Parigi. Ieri, mercoledì, c’erano almeno duecento persone, più di quante se ne vedono la domenica mattina alle messe di osservanza «romana». E con tanti giovani. Ma l’effetto è curioso, da macchina del tempo eucaristica. Si risente l’odore d’incenso, si rivedono le donne con il velo in testa come le nostre nonne e all’altar maggiore l’officiante prega rivolto a Dio e non al suo gregge, e in latino. Nella navata di sinistra, una targa (in francese) ricorda quel giorno del 1977 in cui monsignor François Ducaud Bouget «restituì il santuario al culto tradizionale della Santa Chiesa Romana»; in quella di destra, un busto di monsignor Marcel Lefebvre.  
 
Grande partecipazione e anche molta attività sociale. Una bacheca annuncia la presenza settimanale in sagrestia, per consigli giuridici gratuiti, di un avvocato e un notaio «cattolici». In un’altra, offerte e domande di lavoro e d’alloggio. Il parroco dev’essere un tipo spiritoso perché, in un volantino intitolato «Saldi», raccomanda alle ragazze di approfittare degli sconti per acquistare dei vestiti «compatibili con la loro età adulta. In altri termini, le tenute da majorettes non sono le benvenute a Saint-Nicolas». Nell’omelia, monsignor Varin de la Boulognière (questi lefebvriani hanno dei nomi fantastici) non fa accenno alle trattative di Roma e si limita a parlare della Festa dell’esaltazione della Croce. Però il bollettino Le croisé , «Il crociato», chiede come «intenzione del mese» delle preghiere perché «le nostre discussioni portino frutto per tutta la Chiesa». E spiega che i lefebvriani sono come Santa Caterina da Siena, che riportò il Papa da Avignone a Roma...


[SM=g1740722]




SUGGERISCO INFINE IL COMMENTO DI DON ALFREDO MORSELLI DA MESSAINLATINO....CLICCATE QUI

e qui

Il contenuto del 'preambolo dottrinale' presentato alla FSSPX



[SM=g1740733]









Caterina63
00Tuesday, October 4, 2011 10:09 AM
[SM=g1740722] Ottima Intervista con il segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, prelato Guido Pozzo, sulle trattative con la Fraternità di San Pio X e sulla Messa Tradizionale.

it.gloria.tv/?media=197985

[SM=g1740733] Monsignore, lei ha partecipato al dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Che impressione personale ha avuto di queste riunioni? A che punto siamo? Crede che arriveremo presto a una riconciliazione?

La mia impressione è sostanzialmente positiva per quanto riguarda la cordialità con cui il dialogo, il colloquio, si è svolto e debbo dire che è sempre stato un dialogo molto franco, sincero, e a tratti anche vivace, come era anche comprensibile, data la problematica e la tematica in discussione. Penso che siamo arrivati ad un punto decisivo anche se non certamente conclusivo di questo cammino, che è servito a chiarire ampiamente e in modo approfondito le posizioni rispettive nella Fraternità San Pio X e degli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede; ora si tratta appunto di passare ad un piano più valutativo, ad un livello valutativo dei punti controversi, per verificare la possibilità concreta di giungere al superamento delle difficoltà dottrinali e dei problemi dottrinali che si sono affrontati.

Esiste un modus procedendi nel caso che il Preambolo dottrinale non fosse firmato?

In questo momento il testo del Preambolo dottrinale è stato consegnato a Monsignor Fellay, ai superiori della Fraternità, perché essi possano esaminarlo e dare una risposta, che noi auspichiamo nella sostanza favorevole, positiva, affermativa. C'è sempre la possibilità di chiedere alcune precisazioni, alcuni chiarimenti che da parte nostra verranno certamente dati entro tempi ragionevoli. Porre il problema di quello che succederà qualora le difficoltà dovessero essere considerate gravi, insormontabili, mi pare che sia fuori luogo. In questo momento non ci si pone questo problema.

La Fraternità non è nata dal nulla ma come risposta a una gravissima crisi ecclesiastica soprattutto in paesi come la Germania, la Francia o la Svizzera. Questa crisi persiste. Crede che dopo un accordo fatto a Roma, la Fraternità possa coabitare in questi paesi sotto il tetto della Chiesa istituzionale?

Io risponderei semplicemente che chi è veramente e pienamente cattolico, può abitare pienamente e debitamente nella Chiesa cattolica, dovunque la Chiesa cattolica esiste e si sviluppa. Non è solo un'affermazione di principio, è un'affermazione esistenziale che corrisponde alla realtà della Chiesa cattolica. Questo naturalmente non significa che non ci siano delle difficoltà, anche a motivo della situazione critica in cui si trovano molti cattolici, il mondo cattolico, in questi ed in altri paesi, ma non credo che nella storia non si siano verificati casi analoghi e quindi la risposta è molto semplice: chi è veramente e pienamente cattolico, non solo ha diritto, ma vive bene e si trova bene nella Chiesa cattolica. [SM=g1740721]

Quali sono le ragioni dell’ostilità di molti ambienti ecclesiastici contro una liturgia che la Chiesa e tantissimi santi hanno celebrato per un periodo così lungo e che è stato lo strumento di un sviluppo spettacolare della Chiesa?

E' una domanda complessa perché credo che ci siano molti fattori che intervengono per comprendere questo pregiudizio così ancora diffuso contro la liturgia della forma straordinaria del Rito Antico. E' da tener presente che per molti anni non è stata offerta una formazione liturgica veramente adeguata e completa nella Chiesa cattolica. Si è voluto introdurre il principio di una rottura, di un allontanamento, un distacco radicale tra la riforma liturgica proposta, instaurata, promulgata, da Papa Paolo VI e la liturgia tradizionale. In realtà le cose stanno diversamente, perché è chiaro che c'è una continuità sostanziale nella liturgia, nella storia della liturgia; c'è crescita, progresso, rinnovamento, ma non rottura, non discontinuità, e quindi questi pregiudizi influiscono in misura determinante nella forma mentis delle persone, degli ecclesiastici e anche dei fedeli. Occorre superare questo pregiudizio, occorre dare una formazione liturgica completa, autentica, e vedere come, appunto, una cosa sono i libri liturgici della riforma voluta da Paolo VI, altra cosa sono le forme di attuazione che in tante parti del mondo cattolico si sono verificate nella prassi, e che sono autentici abusi della stessa riforma liturgica di Paolo VI e contengono anche errori dottrinali che devono essere corretti e respinti. E' questo che il Santo Padre Benedetto XVI, in un discorso all'Ateneo Anselmiano, recentemente, nella tarda primavera di quest'anno, ha voluto ancora una volta ribadire. Una cosa sono i libri liturgici della riforma, altra sono le forme concrete di attuazione che, purtroppo, in tante parti si sono diffuse e che non sono coerenti con i principi che erano stati fissati ed esplicitati dalla stessa Costituzione del Concilio Vaticano II "Sacrosantum Concilium", sulla divina liturgia [SM=g1740721] .

Il Preambolo confidenziale fu consegnato a Mgr Fellay il 14 di settembre. Un giorno dopo, Andrea Tornielli era già informato. Come mai le informazioni confidenziali del Vaticano passano così velocemente alla stampa?

L'abilità dei giornalisti è molto nota, è un'abilità di intercettare le notizie che veramente è ammirevole sotto un certo profilo ma direi che in questo caso i giornalisti, non solo il giornalista Tornielli ma anche altri, il giorno dopo hanno ripreso sostanzialmente il comunicato stampa che già informava di alcuni elementi essenziali del Preambolo Dottrinale e quindi direi che i contenuti profondi del Preambolo, nei loro particolari, non sono noti, almeno finora non sono stati resi noti, e i giornalisti non ne hanno parlato, non hanno descritto nei particolari lo svolgimento e l'elaborazione del Preambolo Dottrinale; quindi la riservatezza sostanzialmente in questo caso credo sia stata mantenuta. Spero che lo sarà anche in seguito.

Lei, prima di far parte di Ecclesia Dei, ha avuto delle esperienze personali con la messa latina? Come ha vissuto i cambiamenti liturgici negli anni sessanta?

Le domande sono due e alla prima rispondo che, prima del motu proprio Summorum Pontificum del 2007, io non ho avuto nessun contatto con la celebrazione della messa nel rito antico e ho cominciato a celebrare la messa nel rito della forma straordinaria proprio con il motu proprio Summorum Pontificum, che ha dato facoltà perché questa messa possa essere celebrata in questa forma.

Come ho vissuto negli anni sessanta, negli anni settanta i cambiamenti? Ecco, devo dire che, come conformemente al mio modo di essere stato formato e preparato dai miei educatori nel Seminario, e soprattutto anche alla Pontificia Università Gregoriana dai miei maestri di teologia, ho sempre cercato di capire quello che il Magistero proponeva attraverso la lettura dei suoi testi, non attraverso quello che teologi o una certa pubblicistica cattolica attribuiva al Magistero stesso. Quindi io non ho mai avuto problemi nell'accettare la messa nella riforma liturgica di Paolo VI, ma subito mi sono reso conto che, a motivo di questo grande disordine che si è introdotto nella Chiesa dopo il 1968, molto spesso la messa di Paolo VI era stata deformata e veniva celebrata assolutamente in modo contrario alle intenzioni profonde del legislatore, cioè del Sommo Pontefice; quindi questo disordine, questo crollo della liturgia di cui ha parlato l'allora Cardinale Ratzinger in alcuni suoi libri e in alcune sue pubblicazioni di liturgia, io anche l'ho sperimentato abbastanza direttamente e ho sempre voluto tener separate le due cose: una cosa sono i riti, i testi del messale, altra cosa è il modo in cui viene celebrata, o veniva celebrata la liturgia in tante circostanze e in tanti luoghi, soprattutto sulla base di questo principio della creatività, una creatività selvaggia che nulla ha a che fare con lo Spirito Santo anzi, direi, è esattamente il contrario di quanto lo Spirito Santo vuole.

Perché vale la pena promuovere la messa latina?

E' perché nella messa del rito antico sono esplicitati, evidenziati, certi valori, certi aspetti fondamentali della liturgia, che meritano di essere mantenuti e non parlo soltanto della lingua latina o del canto gregoriano, parlo del senso del mistero, del sacro, il senso del sacrificio, della messa come sacrificio, la presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucaristia, e del fatto che ci sono dei grandi momenti di raccoglimento interiore, come partecipazione interiore alla divina liturgia. Ecco, sono tutti elementi fondamentali che nella messa del rito antico sono particolarmente evidenziati. Non dico che nella messa della riforma di Paolo Vi non esistono questi elementi, ma parlo di una evidenziazione maggiore e questo può arricchire anche chi celebra o partecipa alla messa nella forma ordinaria. Nulla vieta di pensare che in un futuro si possa anche giungere ad una riunificazione delle due forme con elementi che si integrano a vicenda, ma questo non è un obiettivo da raggiungere in tempi brevi, soprattutto da raggiungere con una decisione presa a tavolino, ma richiede una maturazione di tutto il popolo cristiano a comprendere entrambe le due forme liturgiche del medesimo rito romano.

it.gloria.tv/?media=201392






[SM=g1740721]



[SM=g1740733]

[SM=g1740722] Ringraziando mons Guido Pozzo per questa intervista e per le attente risposte, laddove spiega e dice:

occorre dare una formazione liturgica completa, autentica, e vedere come, appunto, una cosa sono i libri liturgici della riforma voluta da Paolo VI, altra cosa sono le forme di attuazione che in tante parti del mondo cattolico si sono verificate nella prassi, e che sono autentici abusi della stessa riforma liturgica di Paolo VI e contengono anche errori dottrinali che devono essere corretti e respinti. E' questo che il Santo Padre Benedetto XVI, in un discorso all'Ateneo Anselmiano, recentemente, nella tarda primavera di quest'anno, ha voluto ancora una volta ribadire. Una cosa sono i libri liturgici della riforma, altra sono le forme concrete di attuazione che, purtroppo, in tante parti si sono diffuse e che non sono coerenti con i principi che erano stati fissati ed esplicitati dalla stessa Costituzione del Concilio Vaticano II "Sacrosantum Concilium", sulla divina liturgia.

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[SM=g1740733] orbene mons. Pozzo, a quando un riferimento di CORREZIONE UFFICIALE E CATEGORICA a Kiko e al suo cammino nel quale, come lei giustamente dice:
" si sono verificate nella prassi, e che sono autentici abusi della stessa riforma liturgica di Paolo VI e contengono anche errori dottrinali che devono essere corretti e respinti " ?
E non mi si attribuisca di avercela con tale cammino.... è sotto gli occhi di tutti L'IMPOSIZIONE della PRASSI neocatecumenale e della messa di kiko all'interno delle Parrocchie e dove i fedeli SONO OBBLIGATI E COSTRETTI A SUBIRE QUESTE PRASSI trovandosi nelle proprie chiese LE MENSE di Kiko, poichè essi NON celebrano sugli altari consacrati....

E allora, mons. Pozzo, vogliamo cominciare davvero e con carità fraterna a fare queste CORREZIONI? sono anni che ne sentiamo parlare, ma ancora nelle Parrocchie NON vediamo interventi AUTOREVOLI.... quanti anni dovranno ancora passare che l'eresia e gli errori DOTTRINALI continueranno a mietere vittime?
FATTI, NON PAROLE!!!

ciò che si chiede alla FSSPX deve essere applicato prima dentro la Chiesa.... altrimenti non solo non ha senso pretendere qualcosa dalla FSSPX e poi continuare a lasciare che nelle Parrocchie regni il fai-da-te liturgico o peggio, si appoggia un cammino nella devastazione liturgica....
così non ne usciamo fuori e non per colpa della FSSPX, ma per colpa di chi sapendo che esistono questi errori, continua a lasciarli commettere....non è forse anche questo il monito del Cristo della trave e della pagliuzza?: la trave è nostra che fingiamo di non vedere e non interveniamo...salvo poi guardare la pagliuzza della FSSPX pretendendo da loro ciò che non siamo in grado di fare come correzione nelle parrocchie... [SM=g1740733]


[SM=g1740738]
Caterina63
00Sunday, October 9, 2011 2:23 PM

Mons. Fellay ad Albano ha ricevuto conferma alla sua linea


I membri della FSSPX a convegno ad Albano

la FSSPX


Un comunicato ufficiale della Fraternità S. Pio X ha dato atto dell'incontro ad Albano tra il Superiore generale e i maggiorenti della FSSPX. Lo riportiamo per esteso:

Il 7 Ottobre 2011 siè tenuta una riunione dei responsabili della Fraternità San Pio X ad Albano Laziale, durante la quale il Superiore Generale, Mgr. Bernard Fellay, ha esposto il contenuto del Preambulo Dottrinale che gli era stato consegnato dal Cardinal William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso del loro incontro il 14 Settembre scorso.
Durante questa giornata, i ventotto responsabili della Fraternità San Pio X presenti alla riunione – Direttori di Seminario e Superiori di Distretto del mondo intero – hanno manifestato una profonda unità nella volontà di mantenere la Fede nella sua integrità e integralità, fedelmente alla lezione che gli ha lasciato, sull’esempio di San Paolo, Mgr. Marcel Lefebvre: tradidi quod et accepi (I Cor XV,3), “vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto”.
In seguito a questa riunione di lavoro, lo studio del Preambolo Dottrinale – di cui il contenuto resta confidenziale – proseguirà a livello del Consiglio Generale della Fraternità San Pio X, ove un esame approfondito da parte del Superiore Generale e dei suoi due Assistenti, Don Niklaus Pfluger e Don Alain Marc Nely, permetterà di presentare, in un lasso di tempo ragionevole, una risposta alle proposte romane.
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Ci sono alcune osservazioni da trarre interpretando i fatti e questo comunicato. Eccole, in ordine crescente di importanza.

1) La prima: l'emarginazione di mons. Williamson che, unico tra i quattro vescovi della Fraternità, non ha preso parte all'incontro. Rorate caeli ci informa di aver contattato l'entourage dell'interessato e di avere avuto conferma del fatto che non si è trattato di un impedimento. Ossia: o ha rifiutato di prendervi parte o non è stato invitato. O le due cose contemporaneamente. (Per inciso, qualche ingenuo gregario della FSSPX che aveva interpretato un nostro post, critico delle ultime panzane complottistiche di Williamson, come un attacco alla Fraternità, dovrà evidentemente affinare i proprio strumenti d'analisi prima di reagire come un toro che vede rosso). 

2) Seconda osservazione. Già il fatto in sé che il comunicato di Albano non contenga un rifiuto della proposta romana è significativo, poiché il costume della Fraternità è di far sapere quasi immediatamente se giudica qualcosa inaccettabile. La trattativa continua, insomma, perché come avevamo anticipato qui - e come nelle settimane successive hanno ammesso entrambe le parti (mons. Pozzo e l'Assistente Pflueger) - il preambolo dottrinale non è un 'prendere o lasciare', ma una proposta che ammette qualche ragionevole possibilità di modifica, chiarimento, integrazione o... omissione. 

3) Infine, veniamo al punto più rilevante. L'incontro di Albano ha conferito un mandato pieno al consiglio generale della Fraternità. Che cosa significa? Il consiglio generale, nonostante l'aggettivo fuorviante che fa pensare ad un'ampia assemblea, non è composto da altri che dal Superiore (Fellay) e dai suoi due assistenti con, al più e se del caso, economo e segretario. In pratica: il 'consiglio di amministrazione', e in particolare il suo amministratore delegato Fellay, hanno avuto il via per condurre la partita senza necessità di continue consultazioni; naturalmente, si tratta di un mandato di fiducia poiché si sa che mons. Fellay non devierebbe mai dalla linea di nulla compromettere in materia dottrinale e, in ogni caso, a cose fatte occorrerà la ratifica del capitolo della Fraternità (composto di 40 membri).
Ma la sostanza è che al momento gli oltranzisti sembrano cedere il passo e la questione viene assunta saldamente nelle mani del 'diplomatico' Fellay, che a Villepreux il 2 ottobre ha fatto un discorso alquanto romano. Possiamo presumere che ora le trattative con l'Ecclesia Dei si infittiranno (compatibilmente col fatto che Fellay nelle prossime settimane sarà in viaggio per l'Asia). Senza fretta, beninteso: ha da passà Assisi...

Enrico da Messainlatino
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«Tradidi quo et accepi»: intervista con don Niklaus Pfluger

"Quello che più ci importa è la Chiesa cattolica. Con Mons. Lefebvre, anche noi ripetiamo le parole di San Paolo: «Tradidi quo et accepi», trasmettiamo ciò che noi stessi abbiamo ricevuto".

Sul sito del distretto di Germania, don Niklaus Pfluger, primo Assistente generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha risposto il 29 settembre 2011 a qualche domanda sulla riunione del 14 settembre a Roma e sui documenti consegnati al Superiore generale della Fraternità.
 
 

Si sa che è stato consegnato un preambolo dottrinale di grande interesse. Benché Lei sia obbligato alla riservatezza sul contenuto del documento, può dirci come vede questo testo?

Il testo proposto ammette delle correzioni da parte nostra. E questo è necessario, se non altro per eliminare chiaramente e definitivamente la minima ombra di ambiguità o di malinteso. Da parte nostra, adesso dobbiamo consegnare a Roma una risposta che rifletta la nostra posizione e manifesti senza ambiguità le preoccupazioni della Tradizione. In forza della nostra missione di fedeltà alla Tradizione cattolica, noi non dobbiamo fare dei compromessi. I fedeli, e ancor più i sacerdoti, sanno molto bene che le offerte romane fatte nel passato alle diverse comunità conservatrici erano inaccettabili. Se adesso Roma fa un’offerta alla Fraternità bisogna che questa sia chiaramente e inequivocabilmente per il bene della Chiesa e acceleri il ritorno alla Tradizione. Noi facciamo nostri il pensiero e il modo d’agire di tutta la Chiesa cattolica: la sua missione universale, e questo fu sempre l’ardente desiderio del nostro fondatore: che la Tradizione rifiorisse dovunque nel mondo. È questo che potrebbe giustamente favorire un riconoscimento canonico della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

 Certi critici dicono che Roma, con questo preambolo, vorrebbe tendere una trappola alla Fraternità: una Fraternità legittimamente integrata potrebbe apportare alla Chiesa moderna il suo “carisma della Tradizione”, ma dovrebbe anche accettare altri percorsi e il pensiero conciliare, nel senso del pluralismo.

Questa critica è del tutto giustificata e dev’essere presa sul serio. Noi non possiamo escludere l’impressione che si stabilirebbe una accettazione silenziosa, che condurrebbe in effetti a quella diversità che relativizza la sola verità: è proprio questa la base del modernismo.

Assisi III e più ancora l’infelice beatificazione di Giovanni Paolo II, insieme a molti altri esempi, dimostrano chiaramente che le autorità della Chiesa non sono sempre pronti ad abbandonare i falsi principi del Vaticano II e le loro conseguenze. Di modo che ogni offerta fatta alla Tradizione deve garantirci la libertà di continuare sia la nostra opera sia la nostra critica nei confronti della «Roma modernista». E per essere franchi, questo sembra molto, molto difficile. Ancora una volta, dev’essere escluso ogni compromesso falso e pericoloso.

È inutile comparare la situazione attuale con gli incontri del 1988. A quell’epoca, Roma voleva impedire ogni autonomia della Fraternità San Pio X, il vescovo che si voleva concedere, forse sì o forse no, avrebbe dovuto dipendere in ogni caso da Roma. A Mons. Marcel Lefebvre questo appariva troppo aleatorio. Se egli avesse ceduto, Roma avrebbe potuto veramente sperare che una Fraternità senza vescovi «propri», una volta o l’altra avrebbe finito con l’orientarsi verso la linea conciliare. Oggi la situazione è tutt’altra. Vi sono quattro vescovi e 550 sacerdoti sparsi nel mondo, mentre le strutture della Chiesa ufficiale si sbriciolano sempre più velocemente. Roma non può più confrontarsi con la Fraternità come fece più di vent’anni fa.

Intravede la possibilità di una risposta positiva? E che la Fraternità sottoscriva il preambolo?

Qui la diplomazia svolge un ruolo importante. All’esterno, Roma vuole salvare la faccia. Il Papa ha già ricevuto troppi rimproveri per aver rimesso la “scomunica” ai nostri vescovi senza preamboli. Se fosse dipeso dalla maggioranza dei vescovi tedeschi, la Fraternità avrebbe dovuto prima firmare un riconoscimento in bianco del Concilio. Del resto, è quello che essi esigono oggi. Il Papa Benedetto XVI non l’ha fatto. Lo stesso dicasi per la liberalizzazione della Messa tridentina, l’altra condizione chiesta dalla Fraternità. In tal modo Roma ha acconsentito per due volte ai desideri della Fraternità. È evidente che oggi si chiede un testo che possa essere presentato al pubblico. La questione sta nel capire se questo testo si possa sottoscrivere. Fra una settimana, i Superiori della Fraternità San Pio X si riuniranno a Roma per discutere della cosa. Ovviamente, dev’essere chiaro al Cardinale Levada e alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che non possono pretendere un testo che a sua volta la Fraternità non potrebbe giustificare di fronte ai suoi membri e ai suoi fedeli.



A chi hanno apportato maggiore vantaggio i colloqui: a Roma o alla Fraternità San Pio X?

È un punto molto interessante, quindi insisto: per noi non si tratta di acquisire un vantaggio. Noi vogliamo rendere nuovamente accessibile a tutta la Chiesa il tesoro che Mons. Lefebvre ci ha trasmesso. Su questo punto, uno statuto canonico sarebbe un beneficio per tutta la Chiesa. Per esempio, si può supporre che un vescovo conservatore possa chiedere ad un sacerdote della Fraternità di venire ad insegnare nel suo seminario diocesano. In più, una regolarizzazione della nostra posizione potrebbe anche significare che dei cattolici, che in altre occasioni si sono lasciati dissuadere da etichettature infamanti, a quel punto osino unirsi a noi. Ma non è di questo che si tratta, da 41 anni la Fraternità si è sviluppata regolarmente, e questo malgrado il pesante argomento della “scomunica”. Quello che più ci importa è la Chiesa cattolica. Con Mons. Lefebvre, anche noi ripetiamo le parole di San Paolo: «Tradidi quo et accepi», trasmettiamo ciò che noi stessi abbiamo ricevuto.

Intervista completa in versione originale su wwww.pius.info.


Caterina63
00Wednesday, November 2, 2011 8:28 AM

Mons. Lefebvre sulla riconciliazione con Roma. E alcuni suoi epigoni.



Il superiore del distretto inglese della Fraternità S. Pio X, tal Fr. Morgan, ha scritto nella sua lettera pastorale di Novembre 2011 (apparsa oggi nel sito ufficiale di quel distretto, poi subito rimossa -
et pour cause! - ma 'catturata' da Secretum meum mihi) che alla riunione di Albano del mese scorso, convocata per valutare il Preambolo dottrinale posto da Roma come condizione per l'accordo con la Fraternità, i presenti hanno ritenuto lo stesso inaccoglibile. Questo perché il Preambolo richiede l'accettazione della nuova Messa e del Vaticano II, come interpretato dal Catechismo della Chiesa cattolica. Fr. Morgan per inciso dev'essere un pochino ingenuo, visto che afferma esser rimasto deluso nell'apprendere che i teologi romani non ammettono una rottura tra il concilio e il Magistero anteriore; si aspettava forse ch'essi contraddicessero il Papa e la sua ermeneutica della continuità? Comunque, la lettera ora rimangiata concludeva così "il tempo non è certamente arrivato per perseguire alcun accordo pratico fino a che le questioni dottrinali rimangono aperte", tra l'altro "visto il palesamento della persistenza di Roma negli errori moderni, e la conseguente necessità di continuare la battaglia contro il modernismo mediante la fedeltà alla Tradizione cattolica".

Che questa conclusione negativa sia condivisa da tutti è lecito dubitarne, poiché ad Albano si è deciso di dare al Superiore generale mons. Fellay pieni poteri per proseguire le trattative; quanto alla nuova Messa, siamo certi che nessun preambolo richiede che i lefebvriani la celebrino o vi assistano e si tratta solo di riconoscere che, se il Papa la celebra, quella Messa deve pur essere... una Messa. Ma non è questo il punto; ci interessa piuttosto tornare su questa ossessione per il chiarimento dottrinale
usque ad quadruplicem capilli sectionem, per mostrare quanto quest'attitudine sia ben poco... lefebvriana. Abbiamo infatti tradotto il testo di una lettera di mons. Marcel Lefebvre a Papa Giovanni Paolo II, pubblicata dalla FSSPX con la Lettre aux amis et bienfaiteurs n. 16 del 19 marzo 1979. Già allora il vescovo francese voleva riportare la sua opera nel seno visibile della Chiesa e ridonare alla Tradizione cattolica i suoi diritti. Le richieste di mons. Lefebvre ci appaiono perfino minimalistiche, sotto il profilo della regolamentazione canonica (lasciare agli Ordinari decidere 'tempi e luoghi' per la Tradizione sarebbe oggi un suicidio; forse all'epoca non si era ancora appalesata fino in fondo la protervia antitradizionale di un grandissimo numero di presuli). Ma sotto l'aspetto dottrinale, la ricetta di Monsignore è molto più diretta e semplice di quella attualmente intrapresa: "Temo che discussioni prolungate e sottili non portino ad alcun risultato soddisfacente e facciano trascinare una soluzione". E se la Fraternità riscoprisse questo insegnamento del suo fondatore, visto che sappiamo che Roma è pronta a concedere piena libertà di critica al Concilio? "Che benefici per la Chiesa!", osservava Marcel Lefebvre. 

Enrico



"Santità,

Come dubitare che l'udienza che mi ha concesso è stata desiderata da Dio. E’ stata per me una grande consolazione poter esporre candidamente le circostanze e i motivi dell'esistenza della Fraternità sacerdotale S. Pio X e dei suoi seminari e le ragioni che mi han portato a continuare l'opera, nonostante le decisioni a Friburgo e a Roma.

L’ondata di novità nella Chiesa, accettata e incoraggiata dai vescovi, onda che tutto travolge nel suo percorso: fede, morale, le istituzioni della Chiesa, non poteva tollerare la presenza di un ostacolo, di una resistenza.

Noi avevamo dunque la scelta, o di farci portare via dalla devastante corrente e aumentare il disastro, oppure resistere contro venti e maree per salvaguardare la nostra fede cattolica e il sacerdozio cattolico. Noi non potevamo più esitare.

Dal 5 maggio 1975, data della nostra decisione di resistere a qualunque costo, tre anni e mezzo sono passati e ci danno ragione. Le rovine si accumulano nella Chiesa: ateismo, immoralità, l'abbandono delle chiese, la scomparsa delle vocazioni sacerdotali e religiose sono tali che i vescovi stanno cominciando a esserne toccati e la faccenda di Ecône è costantemente evocata. I sondaggi d’opinione mostrano che una gran parte dei fedeli, a volte una maggioranza, sono a favore dell’atteggiamento di Ecône.

È ovvio per qualsiasi osservatore imparziale come il nostro lavoro è un vivaio di sacerdoti, come la Chiesa li ha sempre auspicati e come li desiderano i veri fedeli. E noi siamo autorizzati a pensare che se Roma volesse ammettere il fatto e fosse disposta a dargli la legittimità a cui ha diritto, le vocazioni ancora sarebbe molto più abbondanti ancora.

Santo Padre, per l'onore di Gesù Cristo, per il bene della Chiesa, per la salvezza delle anime, noi vi esortiamo a dire una sola parola, una sola parola, come successore di Pietro, come pastore della Chiesa universale, ai vescovi del mondo: lasciate fare; Noi autorizziamo il libero esercizio di ciò che la Tradizione multisecolare ha utilizzato per la santificazione delle anime.

Quali Difficoltà presenta un tale atteggiamento? Nessuno. I vescovi deciderebbero i luoghi, le ore riservate a questa Tradizione. L'unità si ritroverebbe immediatamente a livello del vescovo del luogo. Per contro, che benefici per la Chiesa!: il rinnovamento dei seminari, dei monasteri; un grande fervore nelle parrocchie; i vescovi sarebbero stupefatti di ritrovare in pochi anni uno slancio di devozione e di santificazione che credevano scomparso per sempre.

Per Ecône, i suoi seminari, i suoi priorati, tutto si normalizzerebbe come per le congregazioni dei Lazzaristi, dei Redentoristi… I priorati renderebbero un servizio alle diocesi con la predicazione di missioni parrocchiali, ritiri ignaziani e il servizio delle parrocchie, in piena sottomissione agli Ordinari del luogo.

Come la situazione della Chiesa potrebbe essere migliorata in questo modo molto semplice e così coerente con lo spirito materno della Chiesa, senza il rifiuto di ciò che viene in soccorso alle anime, senza spegnere la miccia che fuma ancora, rallegrandosi che la linfa della Tradizione sia piena di vita e di speranza!

Ecco quel che ho ritenuto di dovere scrivere alla Santità Vostra, prima di recarmi da S.Em. il cardinale Seper. Temo che discussioni prolungate e sottili non portino ad alcun risultato soddisfacente e facciano trascinare una soluzione che, sono convinto, deve apparirLe urgente.

La soluzione non può, infatti, essere un compromesso che eliminerebbe praticamente la nostra Opera, aggiungendo alla distruzione un contributo in più.

Restando a disposizione della Santità Vostra, La prego di gradire il mio profondo e filiale rispetto in Gesù e Maria.

+ Marcel Lefebvre"


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[SM=g1740733] 

L'attesa sconfessione delle affermazioni del superiore inglese della FSSPX

Senza nemmeno citarlo, la Casa generalizia della Fraternità S. Pio X ha appena sconfessato le incaute affermazioni del superiore del distretto inglese della Fraternità stessa, Fr. Morgan, di cui abbiamo riferito questa mattina.

Il comunicato di smentita, apparso sul sito ufficiale DICI, ricorda seccamente che "solo la Casa generalizia della FSSPX è abilitata a far apparire un comunicato ufficiale o un commento autorizzato su questo oggetto"

Curiosamente, il commento non autorizzato e censurato (scomparso dalla pagina principale del sito del distretto inglese) è comunque ancora nel sito stesso, a questo link:

Se vi interessa, cliccate subito: dubitiamo che il documento resterà a lungo accessibile.
Enrico



Caterina63
00Tuesday, November 8, 2011 9:03 PM

La “Regolarizzazione” della Fraternità S. Pio X: ci sono difficoltà ma non appaiono insormontabili

Il nostro lettore e amico Stefano Gavazzi ha richiamato alla nostra attenzione un articolo di John Vennari apparso il 19 Settembre 2011 su Catholic Family News e ripreso dal sito ufficiale della FSSPX.

Mi sembra opportuno condividerne il testo, trovandomi concorde con la convinzione di Dante Pastorelli che il discorso non sia incentrato sui problemi dottrinali ma piuttosto su accordi pratici molto concreti, certamente non secondari, che vanno affrontati e risolti. Se i problemi, così come vengono presentati dall'articolo, sono di carattere pratico allora la conciliazione non sarebbe difficile. Né manca ai responsabili della Fraternità il discernimento e la capacità di risolvere tutte le possibili incertezze. L' immagine inserita, recentissima, è riferita al viaggio in Asia di Mons. Fellay appena concluso.

In ogni caso l'articolo, insieme agli interrogativi cui dare risposta, offre ai lettori anche una interessante panoramica delle attività e della realtà pastorale della FSSPX.


La lettera del 14 Settembre indirizzata dal Vaticano alla Fraternità S. Pio X ha generato un’onda di prematuro entusiasmo. Sebbene i contenuti del “preambolo dottrinale” inviato dal Vaticano siano ancora sotto esame, Monsignor Fellay ha anticipato nella sua intervista del 14 Settembre che esso contiene una sorta di affermazione dottrinale da sottoscrivere da parte della Fraternità S. Pio X, ed un invito a procedere, con il passo successivo, verso il riconoscimento canonico. Il riconoscimento canonico previsto per la Fraternità S. Pio X sarebbe analogo ad una prelatura personale secondo le linee vigenti per la Opus Dei. Quando Mons. Fellay, alla fine della sua intervista, ha richiesto a tutti noi di continuare ininterrotti i nostri Rosari e le nostre Preghiere per la Fraternità “onde ottenere le grazie di illuminazione e di forza necessarie ora più che mai”, egli non lanciava semplicemente una pia richiesta. Infatti da parte della pubblica opinione la pressione su Mons. Fellay è enorme.

Da ogni parte noi udiamo raccomandazioni a Mons. Fellay affinché colga questa occasione e la sfrutti, partendo dalla falsa premessa “ORA O MAI PIU’ “ per la Fraternità, poiché simili favorevoli condizioni per il riconoscimento potrebbero presumibilmente non presentarsi mai più in futuro. Chi spinge per questa affrettata scelta non ha riflettuto su ciò di cui si discute. L’ultima cosa che Mons. Fellay e la Fraternità possono firmare è un accordo in stile “linea-Obama per l’assistenza”: accettiamo di pagare il conto cosicché potremo finalmente vedere cosa esso contiene veramente. No! I passi verso il proposto riconoscimento devono essere effettuati con grande cautela, una cautela che necessariamente richiederà ben più di un paio di mesi di riflessione.

La Fraternità S. Pio X deve essere certa di aver esaminato l’argomento completamente, considerando ogni implicazione del riconoscimento ed essere pronta a dire “NO” – anche resistendo a enormi pressioni – se tutti i dettagli non sono ben chiariti in anticipo.

Non dobbiamo sorprenderci se Mons. Fellay considera ogni tipo di proposta canonica con cautela e riserva. Parlo con l’esperienza di chi è stato direttamente coinvolto nel movimento della Tradizione per più di 30 anni e che ha visto un gran numero di accordi di regolarizzazione inacidirsi. E’ vero che la rivista Catholic Family News non rappresenta in alcun modo la Fraternità S. Pio X, ma noi supportiamo pienamente Mons. Fellay nella sua cautela. Qui sotto sono elencati alcuni degli infiniti punti che necessitano di ricevere risposta prima che ogni accordo canonico sia accettato:
  • Come reagiranno i Vescovi Diocesani nei confronti dei Vescovi della Fraternità S. Pio X che entreranno nelle loro Diocesi per somministrare il rito della Cresima, specialmente quando i Vescovi diocesani sanno che i fedeli vogliono Religiosi della Fraternità S. Pio X perché diffidano del nuovo rito della Cresima el Vescovo diocesano stesso?
  • Quale opinione rispetto a nuove Cappelle e Centri per le Messe? Nuove scuole? Nuovi Seminari, come ad esempio quelli progettati in Virginia? La Fraternità dovrà prima ricevere il permesso del Vescovo diocesano – che in molti casi è ostile alla Tradizione? E se è così, ciò non rappresenta un reale pericolo per la crescita futura della Fraternità?
  • In che modo la gerarchia ecclesiastica, ancora indebolita dal pensiero modernista, presterà ascolto ai lamenti dei Vescovi diocesani – che continueranno a vedere la Fraternità come una minaccia al loro potere – senza compromettere la Fraternità stessa?
  • Quale considerazione per le cappelle di altri sacerdoti con cui la Fraternità ha rapporti amichevoli e per le quali la Fraternità somministra la Cresima?
  • Roma si aspetterà che la Fraternità smetta di somministrare la Cresima in queste cappelle? Roma si aspetterà che la Fraternità sciolga quelli che ha legato per la vita? Il Vaticano, che garanzia di libertà e di sicurezza offrirà alla Fraternità di poter continuare a somministrare la Cresima in quelle cappelle i cui Cappellani ritengono in coscienza che non si possa ancora avere un accordo canonico con il Vescovo locale?
  • In che modo verrà garantita con certezza l’autonomia educativa nelle scuole della Fraternità?
  • In che modo sarà assolutamente garantita la formazione controrivoluzionaria nei seminari della Fraternità?
  • Quali sono le condizioni per la consacrazione di futuri Vescovi della Fraternità?
  • E riguardo agli ordini religiosi collegati con la Fraternità? Che relazioni tra la Fraternità e i Benedettini tradizionalisti? E i Domenicani tradizionalisti? E i Cappuccini tradizionalisti? E i Carmelitani tradizionalisti?
  • Nell’ambito della proposta “prelatura personale”, la Fraternità potrà ancora sostenere e ordinare uomini per questi gruppi?
  • Gli ordini affiliati alla Fraternità dovranno cambiare il loro nome e smettere di chiamarsi Domenicani, Benedettini, Carmelitani dopo l’accordo? (non appena i tradizionalisti transalpini “Redentoristi” accettarono la regolarizzazione tre anni fa, prima di tutto dovettero cambiare il loro nome in “Figli del Grandissimo Redentore”, poiché i Redentoristi del Novus Ordo non permisero loro di usare il nome di Redentoristi. E Roma immediatamente appoggiò i Redentoristi contro i transalpini).
  • E che sarà delle Suore Domenicane che insegnano nelle scuole affiliate alla Fraternità, due delle quali sono negli Stati Uniti? Vi sarà il permesso di continuare? Conserveranno queste Domenicane la stessa autonomia dai Vescovi locali che si suppone avrà la Fraternità, e potranno esse conservare il nome “Domenicane”?
  • Sarà la stessa cosa per le affiliazioni con le suore Francescane in Kansas City?
  • L’affiliazione della Fraternità con altri ordini religiosi tradizionali non comporterà anche il coinvolgimento della Sacra Congregazione Vaticana per i religiosi coinvolti, il che complicherà ulteriormente la regolarizzazione?
  • E il pericolo di avere ribellioni se molti ritenessero che il Vaticano stia procedendo troppo rapidamente con un accordo di regolarizzazione?
  • Crediamo realmente che ogni discussione sulla legittimità del Vaticano II possa continuare dopo la regolarizzazione, quando il Vaticano potrà dire:”La caccia è finita, noi abbiamo chiuso il carniere” [modo di dire del Nord Est Americano, ndT]?
  • In ogni elezione di un nuovo Prelato per l’Opus Dei il Papa deve approvare l’elezione. Se la prelatura nella Fraternità è modellata secondo le linee dell’Opus Dei, un Papa favorevole al Vaticano II approverà un nuovo capo della Fraternità che assomigli all’Arcivescovo Lefebvre, o non spingerà piuttosto per un capo conforme alle sue aspettative?
  • Ci si aspetterà che una Fraternità “regolarizzata” richieda un Imprimatur per ogni libro che pubblica? Come potrebbe ottenersi un Imprimatur per libri quali Giovanni Paolo II – dubbi su una beatificazione; o il superbo 100 anni di modernismo di Padre Dominique Bourmaud; o gli scritti non ancora pubblicati dell’Arcivescovo Lefebvre che critica senza mezzi termini il Vaticano II ed il progressismo della gerarchia post-conciliare?
  • Il Superiore del Distretto francese della Fraternità ha appena pubblicato una genuina, necessaria e vivace critica del prossimo incontro pan-religioso di Assisi, una critica ampiamente basata sull’insegnamento tradizionale della Chiesa: queste critiche pubbliche saranno tollerate da Roma nel caso di una Fraternità “regolarizzata”?
  • L’Arcivescovo Lefebvre disse: “Se Roma volesse riconoscerci una vera autonomia, quella cioè che abbiamo ora, ma con sottomissione [al Papa, ndT ], noi dovremmo volerla”. Cosa succede se il significato per la Fraternità di “vera autonomia” è in conflitto con il significato che il Vaticano dà alle parole “ vera autonomia”?
  • C’è il pericolo che la Fraternità finisca proprio come un altro gruppo (Ecclesia Dei) che direttamente o indirettamente è represso nel mantenere la Vecchia Messa ed è forzatamente dissuaso dal difendere pubblicamente la Fede Cattolica “tutta e intera” contro il presente assalto modernista liberamente diffuso dentro la Chiesa negli ultimi 50 anni?
  • Può la Tradizione operare pienamente sotto una gerarchia del “Novus Ordo”?
Queste ed altre innumerevoli questioni dovranno essere risolte da Mons. Fellay prima che un qualche tipo di realistico accordo canonico possa essere raggiunto. La Fraternità non ha mai seguito un approccio pragmatico, ma si è sempre mossa dalla “dottrina”, il che significa che essa si muove da posizioni di forza. Io credo che la Fraternità continuerà la sua discussione lungo questa forte linea dottrinale.

Mons. Fellay sa che il carisma della Fraternità è quello del suo fondatore: difendere la Fede “tutta e intera”, senza compromessi, stando particolarmente attenti agli errori di oggi. Egli sa che il dovere del Sacerdote non richiede nulla di meno.

E’ dovere primario del Sacerdote guidarci nella battaglia per difendere la Fede. San Tommaso d’Aquino non lasciò ai laici il combattere i Manichei. San Francesco di Sales non lasciò ai laici il combattere il Protestantesimo. Noi laici dovremo fare la nostra parte, ma è proprio della natura del sacerdozio difendere pubblicamente la Fede.

E’ per questo che noi abbiamo amato l’Arcivescovo Lefebvre: egli ci ha guidato alla battaglia. Naturalmente ogni sermone non deve essere un assalto al Vaticano II ed alla Nuova Messa, ma è responsabilità del sacerdote indirizzare l’attenzione del suo gregge contro i determinanti errori che minano la Fede e distruggono le anime. E tragicamente il maggior attentato contro la Fede Cattolica ai nostri giorni viene dal Vaticano II, la gerarchia contemporanea, il rivoluzionario Papa Polacco che Benedetto ha appena beatificato.

Come potrà una Fraternità “regolarizzata” vedersi garantita la possibilità di combattere liberamente questa battaglia contro-rivoluzionaria?

Questa miriade di problemi ora pesano su Mons. Fellay e sulla Fraternità S. Pio X. Il considerare questo ci aiuterà a meglio comprendere perché Mons. Fellay ha chiuso la sua intervista richiedendo sempre più Rosari e preghiere per la Fraternità per ottenere “le grazie di luce e di forza di cui abbiamo bisogno più che mai”.
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19 Settembre 2011, Catholic Family News MPO Box 743 Niagara Falls – NY 14216 cfnjjv@gmail.com
Caterina63
00Tuesday, November 29, 2011 12:22 PM

La Fraternità San Pio X e il Preambolo dottrinale




Dal sito del Distretto Italia della Fraternità S. Pio X (vedi qui):

Pubblicata da DICI

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Perché il Preambolo Dottrinale che Le ha consegnato il Card. Levada lo scorso 14 settembre è circondato da un cotale segreto sia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sia da parte della Fraternità San Pio X? Cosa nasconde questo silenzio ai sacerdoti e ai fedeli della Tradizione?

Questa discrezione è normale in ogni procedura importante; ne garantisce la serietà. Accade che il Preambolo dottrinale che ci è stato consegnato sia un documento che, come indica la nota che l’accompagna, è suscettibile di chiarimenti e di modifiche. Non si tratta di un testo definitivo. Noi invieremo a breve una risposta a questo documento, ove indicheremo con franchezza le posizioni dottrinali che ci sembra indispensabile mantenere. Dopo l’inizio dei nostri colloqui con la Santa Sede – i nostri interlocutori lo sanno bene – la nostra costante preoccupazione è stata quella di presentare in tutta lealtà la posizione tradizionale.
Da parte di Roma, la discrezione s’impone anche perché questo testo – pur nello stato attuale che necessita numerosi chiarimenti – rischia fortemente di suscitare l’opposizione dei progressisti, i quali non ammettono la semplice idea di una discussione sul Concilio, perché considerano che questo Concilio pastorale sia indiscutibile o “non negoziabile”, come se si trattasse di un Concilio dogmatico.

Malgrado tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei Superiori della Fraternità San Pio X ad Albano, del 7 ottobre, sono state divulgate su internet, da fonti diverse, ma concordanti.

Su internet le indiscrezioni non mancano mai! È vero che questo Preambolo dottrinale non può ricevere il nostro avallo, benché comporti un margine per una “legittima discussione” su certi punti del Concilio. Qual è l’ampiezza di questo margine? La proposta che avanzerò in questi giorni alle autorità romane e la loro risposta ci permetteranno di valutare le possibilità che ci vengono lasciate. E qualunque sia il risultato di questi scambi, il documento finale che verrà accettato o respinto sarà reso pubblico.

Meglio fare apparire le difficoltà che le soluzioni


Dal momento che questo documento è poco chiaro, a suoi occhi, non sarebbe più semplice opporre la non ricevibilità ai suoi autori?

Più semplice forse, ma non più onesto. Visto che la nota che l’accompagna prevede la possibilità di apportare dei chiarimenti, mi sembra necessario chiederli piuttosto che rifiutarli a priori. Questo non pregiudica in niente la risposta che daremo.
Dal momento che il dibattito tra noi e Roma è essenzialmente dottrinale e verte principalmente sul Concilio, e considerato che questo dibattito non riguarda solo la Fraternità San Pio X, ma proprio tutta la Chiesa, le precisazioni che otterremo o meno, avranno il merito non trascurabile di far meglio apparire dove stanno le difficoltà e dove le soluzioni. È questo lo spirito che ha sempre guidato i nostri colloqui teologici in questi due ultimi anni.

Questo documento serve da preambolo ad uno statuto canonico, questo non comporta implicitamente la rinuncia alla tabella di marcia che Lei aveva fissata e che prevedeva innanzi tutto una soluzione dottrinale prima di un accordo pratico?

Si tratta proprio di un preambolo dottrinale la cui accettazione o il cui rifiuto condizionerà l’ottenimento o meno di uno statuto canonico. La dottrina non passa affatto in secondo piano. E prima di impegnarci su un eventuale statuto canonico, studieremo in maniera attenta questo Preambolo con il criterio della Tradizione, alla quale siamo fedelmente legati. Poiché noi non dimentichiamo che sono proprio le divergenze dottrinali all’origine della differenza fra Roma e noi, da 40 anni; il metterle da parte per ottenere uno statuto canonico ci esporrebbe al veder riemergere inevitabilmente le stesse divergenze, tale da rendere lo statuto canonico più che precario, molto semplicemente invivibile.

Dunque, in fondo nulla è cambiato dopo questi due anni di colloqui teologici fra Roma e la Fraternità San Pio X.

Questi colloqui hanno permesso ai nostri teologi di esporre chiaramente i punti principali del Concilio che presentano delle difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. Parallelamente, e forse grazie a questi colloqui dottrinali, in questi due ultimi anni altre voci si son fatte sentire oltre alle nostre, le quali hanno formulato delle critiche sul Concilio che si riallacciano alle nostre. Così, Mons. Brunero Gherardini, nel suo libro Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, ha insistito sui differenti gradi di autorità dei documenti conciliari e sul “contro-spirito” che si è infiltrato nel Concilio Vaticano II fin dall’inizio. Anche Mons. Athanasius Schneider ha avuto il coraggio di chiedere, in occasione di un congresso a Roma della fine del 2010, un Syllabus che condanni gli errori d’interpretazione del Concilio. Nello stesso spirito, lo storico Roberto de Mattei ha mostrato chiaramente le influenze contrarie esercitate sul Concilio, col suo libro Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta. Bisognerebbe citare anche la supplica rivolta a Benedetto XVI da quegli intellettuali cattolici italiani che chiedono un esame approfondito del Concilio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi, indicano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è più la sola a vedere i problemi dottrinali posti dal Vaticano II. Questo movimento si estende e non si fermerà più.

Si, ma questi studi universitari, queste analisi dotte non apportano alcuna soluzione concreta ai problemi che il Concilio pone hic et nunc.

Questi lavori sollevano le difficoltà dottrinali poste dal Vaticano II e dimostrano quindi perché l’adesione al Concilio è problematica. Il che è un primo passo essenziale.
A Roma stessa, le interpretazioni evolutive che si danno della libertà religiosa, le modifiche che sono state apportate a questo proposito nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel suo Compendio, le correzioni attualmente allo studio del Codice di Diritto Canonico… esprimono la difficoltà che si incontra quando ci si voglia attenere ai testi conciliari ad ogni costo, e dal nostro punto di vista questo dimostra proprio l’impossibilità di aderire in maniera stabile ad una dottrina in movimento.


Il Credo non è più sufficiente per essere riconosciuti come cattolici?


Ai suoi occhi, cos’è che oggi è stabile dottrinalmente?

La sola dottrina ne varietur è in tutta evidenza il Credo, la professione di fede cattolica. Il Concilio Vaticano II s’è voluto pastorale, non ha definito dei dogmi. Non ha aggiunto agli articoli di fede: “credo nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità…”. Il Credo non sarebbe più sufficiente, oggi, per essere riconosciuto come cattolico? Esso non esprime più tutta la fede cattolica? Si esige oggi che coloro che abbandonano i loro errori e si riuniscono alla Chiesa cattolica professino la loro fede nella libertà religiosa, nell’ecumenismo o nella collegialità? Per noi figli spirituali di Mons. Lefebvre, che ha sempre evitato di costituire una Chiesa parallela e che ha voluto essere sempre fedele alla Roma eterna, non v’è alcuna difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.

In questo contesto, si può avere una soluzione alla crisi nella Chiesa?

A meno di un miracolo, non può esserci alcuna soluzione immediata. Per riprendere l’espressione di Santa Giovanna d’Arco, pretendere che Dio doni la vittoria senza chiedere agli uomini d’arme di dare battaglia, è una forma di diserzione. Volere la fine della crisi senza sentirsi interessati o implicati significa non amare davvero la Chiesa. La Provvidenza non ci dispensa dal compiere il nostro dovere di stato là dove essa ci ha posto, dall’assumere le nostre responsabilità e dal rispondere alle grazie che ci ha accordato.
La situazione presente della Chiesa, nei nostri paesi un tempo cristiani, è la caduta drammatica delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, una sola nella diocesi di Roma per il 2011-2012; è la rarefazione allarmante dei preti: come quel curato nell’Aude che ha 80 chiese; si tratta di diocesi esangui al punto che nel prossimo avvenire in Francia bisognerà raggrupparle come sono già state raggruppate le parrocchie… In una parola, la gerarchia ecclesiastica oggi è alla testa di strutture sovradimensionate per degli effettivi in calo costante, cosa che è propriamente ingestibile e non solo sul piano economico… Per darne un’idea, si pensi che bisogna mantenere attivo un convento concepito per 300 religiosi quando non ne sono rimasti che 3. Tutto questo può continuare così ancora 10 anni?
Dei giovani vescovi e preti che ereditano questa situazione prendono sempre più coscienza della sterilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Non danno la colpa unicamente alla laicizzazione della società, si interrogano sulle responsabilità del Concilio che ha aperto la Chiesa a questo mondo in piena secolarizzazione. Essi si chiedono se la Chiesa poteva adattarsi fino a questo punto alla modernità, senza adottarne lo spirito.
Questi vescovi e questi preti si pongono tali domande, e certuni le pongono a noi… discretamente, come Nicodemo. Noi rispondiamo loro che è necessario sapere se di fronte a tale penuria, la Tradizione cattolica è una semplice opzione o una soluzione necessaria. Rispondere che è un’opzione significa minimizzare, cioè negare la crisi nella Chiesa e volersi accontentare con misure che hanno già dato prova della loro inefficacia.

L’opposizione dei vescovi


Ma anche se la Fraternità San Pio X ottenesse da Roma uno statuto canonico, non potrebbe offrire alcuna soluzione sul campo, malgrado tutto, poiché i vescovi vi si opporrebbero, come hanno fatto col Motu Proprio sulla Messa tradizionale.

Questa opposizione dei vescovi nei confronti di Roma si è espressa in maniera sorda ma efficace riguardo al Motu Proprio sulla Messa tridentina e continua a manifestarsi ostinatamente da parte di certi vescovi a proposito del pro multis del canone della Messa, che Benedetto XVI, conformemente alla dottrina cattolica, vuole che si traduca con «per molti” e non con “per tutti”, come nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. In effetti, certe conferenze episcopali persistono nel mantenere questa falsa traduzione, come recentemente in Italia.
Così è il Papa stesso che fa esperienza di questa dissidenza di molte conferenze episcopali, su questo argomento e su molti altri, e questo può permettergli di comprendere facilmente l’opposizione feroce che la Fraternità San Pio X incontrerà immancabilmente da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Si dice che Benedetto XVI desideri personalmente una soluzione canonica; occorrerà anche che voglia usare i mezzi che la rendano realmente efficace.

È in ragione della gravità della crisi recente che Lei ha indetto una nuova crociata del Rosario?

Domandando queste preghiere, ho voluto soprattutto che i sacerdoti e i fedeli fossero più intimamente uniti a Nostro Signore e alla Sua Santa Madre, con la recitazione quotidiana e la meditazione profonda dei misteri del Rosario. Noi non siamo in una situazione ordinaria, che ci permetterebbe di accontentarci di una mediocrità abitudinaria. La comprensione della crisi attuale non si fonda sulle voci diffuse via internet, come le soluzioni non scaturiscono dall’astuzia politica o dalla negoziazione diplomatica, su questa crisi occorre avere uno sguardo di fede. Solo la frequentazione assidua di Nostro Signore e della Madonna permetterà di conservare, tra tutti i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione, quella unità di vedute che procura la fede soprannaturale. È così che faremo blocco in questo periodo di grande confusione.
Pregando per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come ha chiesto la Santa Vergine a Fatima, e per il trionfo del Suo Cuore Immacolato, noi ci eleviamo al di sopra delle nostre aspirazioni troppo umane, superiamo i nostri timori troppo naturali. È solo a questa altezza che potremo veramente servire la Chiesa, col compimento del dovere di stato affidato ad ognuno di noi.

Menzingen, 28 novembre 2011

[SM=g1740722] [SM=g1740733]

Caterina63
00Tuesday, December 6, 2011 11:02 AM

L’accordo con la FSSPX e la mancata “esperienza della Tradizione”

Un errore strategico di Roma ?
Mons. Fellay nella sua ultima intervista una cosa giusta l’ha detta. Ben inteso molti passaggi del testo possono non essere condivisibili e alcuni non lo sono, ma una denuncia del Superiore della FSSPX deve far riflettere.
Quale credibilità - umanamente parlando - hanno gli appelli di Roma alla Fraternità San Pio X allorquando la vita tradizionale è ancora impossibile per la Fraternità San Pietro ?
Come può un prete medio o un fedele della FSSPX essere entusiasta d’un accordo canonico quando assiste alle difficoltà insormontabili di chi l’accordo l’ha già fatto o di chi s’arrabatta in diocesi ?
Non pretendiamo avere la sfera di cristallo su quel che succederà, non lo sappiamo ; in tutti i casi è comunque lecito porsi una tale domanda, che conserverà tutta la sua tragica attualità anche in caso di esito positivo, alla quale non è stata data finora risposta. In effetti pur fra mille proclami trionfalistici la verità è che i preti diocesani che vogliono dire la Messa sono ancora perseguitati, gli istituti tradizionali non sono aiutati e devono sbrigarsela da soli in un ambiente ostile. La colpa sarà anche del mondo tradizionalista che ha volte non è all’altezza, Fraternità compresa, non lo neghiamo.
Un po’ d’autocritica non guasta…almeno tra noi, ma anche Roma faccia la sua autocritica…
Mons. Fellay diceva nell’intervista grosso modo così : “chi si sporcherà le mani per difenderci all’indomani dell’accordo” ?
“Chi ci salverà dall’opposizione feroce dei vescovi” ?
Dei vescovi, ma anche - aggiungiamo - di quella parte della Curia romana che vorrebbe tagliar le gambe a tutto ciò che puzza di tradizione…
Il messaggio è chiaro: chi s’affida al Papa si mette nelle mani di Roma (che però non coincide sempre col Papa…) con tutto quel che consegue di questi tempi.
Perché allora andare a Roma si domanda Mgr Fellay se non ci date garanzie.
Garanzie che non siano pezzi di carta, ma fatti. Fatti.
La rimostranza di Mons. Fellay è eccessiva, specie tenuto conto della realtà costituita dalla FSSPX che avrebbe ben altro potere contrattuale che non un qualsiasi gruppuscolo tradizionalista diocesano o un prete isolato, ma un certo fondamento c’è, c’è eccome.
L’accusa è questa: “trovate il modo di sostenere i preti diocesani coraggiosi, aiutate l’istallazione degli istituti tradizionali che l’accordo l’hanno già fatto e le vostre intenzioni saranno inequivocabili”. Sarà chiaro che non volete accalappiarci per poi…castrarci. E’ il messaggio dell’ultima parte dell’intervista, forse il vero nodo della questione anche se preceduto da questioni di ampio respiro dottrinale (un po’ troppo ampio a dire il vero).
E’ un po’ come quel padrone che fischia al cagnolino, il cucciolo viene per obbedienza e per istinto, ma poi si prende tante bastonate.
Il cucciolo ci penserà due volte prima di ritornare…, ma ormai il guinzaglio gliel’abbiamo messo, quanto agli altri cagnolini…non si faranno certo accalappiare finché non vedranno nel padrone un padre e non un...accalappiacani che li farà morire di fame.
Sono cambiate tante cose è vero, ma la mentalità a Roma (parliamo di Roma in generale non del Papa che con tale mentalità deve lottare tutti i giorni) non è cambiata.
“Cari tradizionalisti se volete questo e quello…c’è da cedere su questo punto e poi su questo e poi ancora su questo, sennò sono bastonate!”
E se qualcuno osa resistere è un parroco troppo duro, lo mandiamo in montagna…e Roma tace. Un gruppo è determinato e non vuole cedere ? Semplice: “non aiutatele, ignorateli per un po’, senza alcun sostegno finiranno per sfaldarsi”.
Potremmo continuare e ciascuno dei lettori avrebbe forse un episodio da raccontare, siano essi fedeli, preti, religiosi, gruppi di fedeli diocesani o di società tradizionaliste.
Solo un piccolo, concreto, sincero, vero aiuto di Roma, magari con meno proclami, magari facendo funzionare quel che già esiste, quelli che già vogliono fare l’esperienza della Tradizione (diceva Mons. Lefebvre) senza dar fastidio a nessuno, ma con convinzione.
Fatti però, fatti non parole.
I fatti avrebbero convinto tutti e l’evidenza di aiuti concreti avrebbe levato l’alibi agli avvoltoi.
Quell’esperienza della Tradizione che non s’è voluta fare è forse, aldilà delle grandi asserzioni teologiche - da ambo le parti - la vera causa di tanta sfiducia. Ma si può e si deve rimediare, perché non si tratta solo d’errore strategico, ma d’ingiustizia.
( A.C.)

Vietato piangere sul latte versato.

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[SM=g1740722]
Non solo "vietato piangere sul latte versato" ma aggiungo e PROPONGO alla FSSPX DI USCIRE ALLO SCOPERTO E SPORCARSI LE MANI CON NOI Laughing , CON IL PAPA.... questo significa, a mio parere, accettare determinate condizioni che, senza pregiudicare la Dottrina e la Tradizione, vedano la FSSPX SCENDERE IN CAMPO E CONDIVIDERE LE NOSTRE STESSE UMILIAZIONI.... condividere con noi le battaglie che si svolgono nelle Diocesi affinchè lo stesso Magistero del Papa venga letto ed applicato IN MODO CORRETTO...  
 
Lo stesso caso di Alessandro Gnocchi, ad esempio, dovrebbe essere condiviso dalla FSSPX.... essi dovrebbero VIVERE quei rifiuti e quella ostinazione che viviamo noi ogni giorno, per comprendere forse che non solo combattiamo la medesima battaglia, ma che abbiamo bisogno di rinforzi Wink  
 
I Vescovi, e non tutti grazie a Dio, quei vescovi recidivi, potrebbero invece RICONVERTIRSI alla vera Tradizione se e quando anche la FSSPX, RINUNCIANDO a voler lavorare "da soli", si unissero al Papa e a noi in questa battaglia.... e questo non solo perchè aumentando i numeri, senza dubbio, aumenterebbero anche i consensi, ma soprattutto perchè aumenterebbe LA TESTIMONIANZA DI COME SI PATISCE PER LA CHIESA E PER IL PAPA....  
Il lavoro svolto fino ad oggi dalla FSSPX è encomiabile sotto molti aspetti, e questo lo si deduce dalle antipatie che hanno riscontrato Laughing per il loro agire in fedeltà alla Tradizione, ma quel tempo è FINITO.... con questo Pontificato si è aperta una nuova pagina della NOSTRA STORIA ECCLESIALE della quale anch'essi ne devono far parte....  
 
Roma potrà aiutarli se loro aiuteranno Roma stessa alimentando i numeri e le file di quei gruppi che desiderano, semplicemente, vivere la propria vocazione nel solco della Tradizione ININTERROTTA DELLA CHIESA.....  
La FSSPX non deve dimenticare che grazie a Benedetto XVI le migliaia di Cattolici Tradizionali, rigettati nelle catacombe in questi 40 anni, sono potuti uscire allo scoperto.... non si poteva nè si può pretendere che tutto si risolvesse in questi 6 anni di Pontificato, ma non percepire che questo è il tempo PER UNIRCI E COMBATTERE INSIEME, sarebbe da stolti, e sarebbe pericoloso, nonchè deleterio....e controproducente... QUESTO E' IL TEMPO DI UNIRCI.... non sprechiamolo!!

[SM=g1740733]


Caterina63
00Saturday, February 4, 2012 9:40 AM
ESTRATTI della

 
Omelia di Mons. Bernard Fellay
Superiore Generale della Fraternità San Pio X



pronunciata il 2 febbraio 2012
Festa della Purificazione della Beata Vergine Maria
al seminario di Winona, Stati Uniti

in cui parla della risposta al Preambolo dottrinale
consegnato alla Fraternità il 14 settembre 2011

L'omelia è stata pubblicata su DICI il 3 febbraio 2012

(i neretti sono nostri )





La Fraternità San Pio X è stata fondata per la Chiesa e nella Chiesa e noi affermiamo che essa continua ad esistere, malgrado vi sia la pretesa a negarne l’esistenza, col dire che è stata soppressa nel 1976 (in tutta evidenza senza alcun rispetto delle leggi della Chiesa).
Ed è per questo che noi andiamo avanti.
Il nostro venerato fondatore ha insistito a più riprese sull’importanza di questa esistenza della Fraternità (nella Chiesa). Così, mentre il tempo passa, io credo che è questo che noi dobbiamo tenere in mente, è molto importante che noi si conservi questo spirito cattolico.

Noi non siamo un’entità indipendente. Anche se ci battiamo con Roma, noi siamo, per così dire, ancora con Roma. Se volete, noi siamo ad un tempo in lotta contro Roma e con Roma. Così noi proclamiamo e continuiamo a dire che siamo cattolici. Noi vogliamo restare cattolici.
Tante volte ho detto a Roma: «voi cercate di spingerci fuori, e noi ci rendiamo conto che per noi sarebbe più facile essere fuori. Avremmo molti più vantaggi. Ci trattereste molto meglio!»
Guardiamo i protestanti, come aprono loro le chiese, e a noi le chiudono. Ma noi diciamo: «non ci preoccupiamo di questo». Noi agiamo sotto lo sguardo di Dio. Noi soffriamo della Chiesa, è ovvio. Questo non ci piace, sicuro. Ma dobbiamo restare là, nella verità. E dobbiamo continuare ad affermare che apparteniamo alla Chiesa. Noi siamo cattolici. Noi vogliamo essere e vogliamo restare cattolici; è importantissimo mantenere questo.

È ugualmente importante che noi non si pensi ad una Chiesa cattolica che sia solo il frutto della nostra immaginazione, che non sia più la Chiesa reale.
È con la Chiesa reale che noi abbiamo dei problemi. Ecco cosa rende le cose ancora più difficili: il fatto che è con essa che abbiamo dei problemi.
Questo non ci autorizza, per così dire, a sbattere la porta. Al contrario, è nostro dovere andare sempre a Roma, bussare alla porta e chiedere, non di entrare (poiché siamo già dentro), ma pregarli di convertirsi, di cambiare e di ritornare a ciò che fa la Chiesa.
È un grande mistero, non è una cosa semplice.
Perché al tempo stesso dobbiamo riconoscere questa Chiesa – è ciò che affermiamo nel Credo: «credo nella Chiesa cattolica» - e quindi riconosciamo che c’è un papa, che c’è una gerarchia. Noi riconosciamo tutto questo.
Ma nella pratica, a diversi livelli, noi siamo obbligati a dire: «no». Non perché le cose non piacciano a noi, ma perché la Chiesa si è già pronunciata su queste questioni, e molte di esse le ha perfino condannate.

È per questo che nei nostri colloqui dottrinali con Roma noi eravamo, per così dire, bloccati. In questi colloqui con Roma, la questione chiave era in definita quella del Magistero, dell’insegnamento della Chiesa.
Ci dicono: «noi siamo il Papa, noi siamo la Santa Sede», cosa che accettiamo.
E loro proseguono: «noi abbiamo il potere supremo», e noi l’ammettiamo.
E loro insistono: «noi siamo l’ultima istanza nell’insegnamento e siamo necessari» - Roma ci è necessaria per avere la fede, siamo d’accordo.
E loro ordinano: «allora, obbedite», e noi diciamo: «no».
Loro ci rimproverano di essere dei protestanti, perché poniamo la nostra ragione al di sopra del Magistero odierno. E allora noi rispondiamo: «voi siete dei modernisti, voi pretendete che l’insegnamento di oggi possa essere diverso da quello di ieri».

Noi diciamo che quando aderiamo a ciò che la Chiesa ha insegnato ieri, aderiamo necessariamente a ciò che la Chiesa insegna oggi. Poiché la verità non è legata al tempo. La verità è al di sopra del tempo. Ciò che è stato proclamato una volta, obbliga sempre. Ecco cos’è un dogma. Dio è così, al di sopra del tempo. E la fede consiste nell’aderire alla verità di Dio. Essa è al di sopra del tempo. È per questo che la Chiesa di oggi è legata alla Chiesa di ieri e dev’esserle simile, ma non solo simile.
Così, quando si sente il Papa attuale che dice che nella Chiesa dev’esserci continuità, noi diciamo: «certamente!». È quello che diciamo da sempre. Quando si parla della Tradizione è proprio questo che si intende dire.
Loro affermano che dev’esserci Tradizione, che dev’esserci continuità, e quindi vi è continuità. Il Vaticano II è stato fatto dalla Chiesa, nella Chiesa dev’esserci continuità, dunque il Vaticano II appartiene anche alla Tradizione. E noi subito: «scusate, cos’è che dite?»

Ma, carissimi fedeli, la cosa va ancora più in là. Ciò che ho appena descritto accadeva durante i colloqui, alla fine dei quali abbiamo ricevuto l’invito a Roma. In questo invito si trovava la proposta di una soluzione canonica per regolarizzare la nostra posizione. E posso affermare che ciò che ci è stato presentato oggi – che è diverso di ciò che ci fu presentato il 14 settembre 2011 – si può considerare come buono.
Loro soddisfano tutte le nostre condizioni, per così dire, a livello pratico. Non vi sono molti problemi su questo piano. Ma il problema resta ad un altro livello, al livello della dottrina. Tuttavia, anche nel dominio dottrinale si avanza molto speditamente, miei carissimi fratelli.
La chiave del problema è un principio (quello della coerenza con la Tradizione). Loro ci dicono: «dovete accettare che nel caso in cui vi siano delle difficoltà nei documenti del Concilio – certi punti ambigui che suscitano dibattito – questipunti, come l’ecumenismo, la libertà religiosa, devono essere interpretati in coerenza con l’insegnamento della Chiesa di sempre». E aggiungono: «così quando vi sia una ambiguità nel Concilio, voi dovete comprenderla come la Chiesa ha sempre insegnato».
Loro vanno ancora oltre e dicono: «si deve rigettare tutto ciò che si oppone all’insegnamento tradizionale della Chiesa».
Bene, è quello che noi abbiamo sempre detto.
È sorprendente, non è vero, che Roma ci imponga questo principio? Sorprendente.
E allora voi potreste chiedere: «perché non accettate?» Ebbene, cari fedeli, perché vi è ancora un problema.

Nel testo del Preambolo dottrinale, si danno due applicazioni del come noi dobbiamo comprendere questi principi. Si fanno gli esempi dell’ecumenismo e della libertà religiosa, così come sono descritti nel nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale riprende esattamente i punti che noi rimproveriamo al Concilio.
In altri termini, Roma ci dice: «noi abbiamo sempre fatto questo. Noi siamo tradizionali, il Vaticano II è la Tradizione. La libertà religiosa, l’ecumenismo, sono la Tradizione. In perfetta coerenza con la Tradizione».
Vi chiederete: «dove ci porta tutto questo?» Quali parole troveremo per dire che siamo d’accordo o che non lo siamo?
Se loro accettano i principi che abbiamo sempre sostenuto, è perché questi principi per loro significano ciò che loro pensano, e che è in esatta contraddizione con ciò che affermiamo noi. Credo che non ci si possa spingere oltre nella confusione.

In altri termini, questo significa che loro danno un altro significato alla parola «Tradizione», e forse alla parola «coerenza». Ecco perché siamo stati obbligati a dire «no». Noi non andremo a firmare. Siamo d’accordo sul principio, ma ci rendiamo conto che la conclusione è contraria. Grande mistero!
Allora, che succederà adesso?

Noi abbiamo inviato la nostra risposta a Roma. Loro continuano a dire che ci rifletteranno, e questo significa che probabilmente sono imbarazzati. Al tempo stesso, io credo che adesso potremo vedere ciò che vogliono veramente.
Ci vogliono davvero nella Chiesa o no?
Noi abbiamo parlato loro molto chiaramente: «se ci accettate è senza cambiamenti. Senza l’obbligo di accettare queste cose; allora siamo pronti. Ma se volete farcele accettare, allora è no».
E non abbiamo fatto altro che citare Mons. Lefebvre, che l’aveva già detto nel 1987 – diverse volte prima, ma l’ultima volta che lo disse fu nel 1987.

In altri termini, carissimi fratelli, umanamente parlando è difficile dire ciò che ci riserva l’avvenire, ma noi sappiamo che quando  trattiamo con la Chiesa, è con Dio che abbiamo a che fare, con la Divina Provvidenza, e noi sappiamo che questa Chiesa è la Sua Chiesa. Gli uomini possono disturbare, distruggere. Possono causare dell’agitazione, ma Dio è al di sopra di ciò, e Dio sa come dirigere la Sua Chiesa sulle linee diritte, malgrado tutti questi incidenti umani, tutte queste linee storte.
Questa prova finirà, non so quando. Talvolta questa fine sembra approssimarsi, tal’altra sembra allontanarsi. Dio conosce i tempi, ma, umanamente parlando, bisognerà attendere un bel po’ prima di cominciare a vedere che le cose migliorano – cinque, dieci anni.

Io sono convinto che fra dieci anni le cose saranno diverse, perché la generazione uscita dal Concilio sarà sparita e la generazione che la segue non intrattiene un legame simile col Concilio. E già adesso, carissimi fratelli, sentiamo diversi vescovi che ci dicono: «voi date troppo peso a questo Concilio; lasciatelo da parte. Sarebbe il modo migliore per la Chiesa per andare avanti. Lasciatelo da parte, dimenticatelo. Ritorniamo alla realtà, alla Tradizione».

Non è interessante sentire dei vescovi che dicono questo? È un linguaggio nuovo! Questo significa che vi è una nuova generazione che sa che nella Chiesa vi sono delle cose più serie del Vaticano II, e che noi dobbiamo ritornare a ciò che vi è di più serio, se mi permettete di parlare così.
Il Vaticano II è serio a causa dei guasti che ha prodotto, è veramente serio. Ma in quanto Concilio ha voluto essere pastorale, ed è già superato.
Noi sappiamo che qualcuno che lavora in Vaticano ha redatto una tesi universitaria sul magistero del Vaticano II. Lui stesso ci ha detto che nessuno nelle università romane voleva accettare il suo lavoro. Alla fine un professore l’ha fatto. Ora, la tesi è la seguente: l’autorità del magistero del Vaticano II è quella di un’omelia degli anni 60.
E questo candidato è stato ricevuto!
Si vedrà, miei carissimi fratelli.

Per noi è chiarissimo. Noi dobbiamo sempre sostenere la verità, professare la fede. Noi non facciamo marcia indietro, qualunque cosa accada.
Da parte di Roma, vi è adesso qualche minaccia, certo.
Si vedrà.
Noi lasciamo tutto questo nelle mani del Buon Dio e della Santissima Vergine. Oh!

Si, noi dobbiamo continuare la nostra crociata del Rosario. Noi contiamo su di essa, noi contiamo su Dio. E ciò che deve accadere, accadrà.
Io non posso promettervi una bella primavera. Non so cosa accadrà in primavera. So solo che la battaglia per la fede continuerà, qualunque cosa accada. Sia che saremo riconosciuti, sia che non lo saremo.
Potete stare certi che i progressisti non saranno contenti. Essi continueranno, e noi continueremo a combatterli.

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MONS. FELLAY: "ACCETTATECI COSI' COME SIAMO, SIAMO PRONTI!"


Mi stupisce che dell'omelia di Mons. Fellay nel seminario di Winona per la festa della Candelora siano stati diffusi ad arte solo alcuni estratti che in qualche modo sembrerebbero preannunciare una rottura del dialogo con la Fraternità. Perciò vi riproduco il testo in italiano da me tradotto con alcune sottolineature importanti. Mons. Fellay non dice "non firmeremo mai un accordo". Dice al contrario che la Fraternità è disposta a firmare la professione di fede e il giuramento di fedeltà al Pontefice, ma non un giuramento di fedeltà alla dottrina sull'ecumenismo e sulla libertà religiosa.
L'articolo di Alessandro Speciale su Vatican Insider dal titolo fuorviante "Diciamo no alla proposta del Vaticano" è pertanto da considerarsi una palese opera di informazione scorretta condita dalla solita retorica sui Lefebvriani definiti "ultra-tradizionalisti" (ma che vuol dire "ultra-tradizionalisti"?). F.C.


"Non siamo un gruppo indipendente. Anche se stiamo "lottando" con Roma, siamo ancora, per così dire, con Roma. Stiamo lottando con Roma, oppure, se volete, contro Roma, e al tempo stesso siamo con Roma. E noi affermiamo e noi continuiamo a dire che siamo cattolici. Noi vogliamo rimanere cattolici. Molte volte ho detto a Roma, tentate di buttarci fuori. E vediamo che forse sarebbe molto più facile per noi restare fuori... Avremmo tanti altri vantaggi. Saremmo trattati molto meglio! Guardate i protestanti, come si aprono le chiese per loro. Per noi, si chiudono. <Per chi non l'avesse capito Mons. Fellay fa solo dell'ironia... ndt> E noi diciamo, non fa niente. Facciamo le cose di fronte a Dio. Soffriamo dalla Chiesa, perfetto. Non ci piace, naturalmente. Ma dobbiamo stare lì nella verità.

E dobbiamo ribadire che noi apparteniamo alla Chiesa. Siamo cattolici. Noi vogliamo essere e vogliamo rimanere cattolici, ed è molto importante ribadire ciò. E' anche importante che alla fine non sogniamo una Chiesa cattolica che è solo un frutto della nostra immaginazione, ma che non è più quella di oggi. E' con quella di oggi che abbiamo problemi. Questo è ciò che crea ancora più difficoltà: proprio il fatto che abbiamo dei problemi con essa. Questo non ci permette, per così dire, di chiudere la porta. Al contrario, è nostro dovere andare continuamente lì, bussare alla porta, e non chiedere se possiamo entrare (perché vi siamo già dentro), ma pregare perché si convertano, perché possono cambiare atteggiamento verso di noi e tornare a ciò che ci fa Chiesa. Si tratta di un grande mistero, non è semplice. Poiché allo stesso tempo dobbiamo dire, sì, noi riconosciamo questa Chiesa - è quello che diciamo nel Credo, credo nella Chiesa cattolica - in modo da accettare che ci sia un Papa, accettare che ci sia una gerarchia, noi accettiamo tutto questo.

Eppure praticamente, a molti livelli, dobbiamo dire dei "no". Non perché non ci piaccia, ma perché la Chiesa ha già parlato di queste questioni. Anche molte di queste cose le ha condannate. E così, nelle nostre discussioni con Roma siamo stati, per così dire, bloccati lì. Il problema chiave nelle nostre discussioni con Roma è stato davvero il Magistero, l'insegnamento della Chiesa. Perché dicono, "noi siamo il Papa, noi siamo la Santa Sede" - e diciamo sì. E così dicono, "abbiamo il potere supremo", e diciamo, sì. Dicono, "noi siamo l'ultima istanza di insegnamento e siamo necessari" - Roma è necessaria perché noi abbiamo fede, e diciamo, sì. E poi dicono "quindi, obbedite." E noi diciamo no. E così ci dicono, siete protestanti! Avete messo la ragione al di sopra del Magistero di oggi. E noi rispondiamo, siete modernisti. Pretendete che l'insegnamento di oggi possa essere diverso dall'insegnamento di ieri. Noi diciamo, quando ci atteniamo a ciò che la Chiesa ha insegnato ieri, per necessità dobbiamo aderire all'insegnamento della Chiesa oggi. Poiché la verità non è legata al tempo. La verità è al di sopra di esso. Ciò che è stato detto una volta vincola per sempre. Questi sono i dogmi. Dio è così, Dio è al di sopra del tempo. E la fede è l'adesione alla verità di Dio. E' al di sopra del tempo. Ecco perché la Chiesa di oggi è legata e deve essere come (e non solo come) la Chiesa di ieri. E così quando si vede l'attuale Papa affermare che ci deve essere continuità nella Chiesa, noi diciamo: naturalmente! Questo è ciò che abbiamo detto in ogni momento. Quando si parla di tradizione, è proprio questo il significato. Si dice, ci deve essere Tradizione, ci deve essere continuità. Quindi vi è continuità. Ci viene detto quindi, il Vaticano II è stato fatto dalla Chiesa, la Chiesa deve essere un continuo, perciò il Vaticano II è Tradizione. E noi diciamo, prego?

Si va ancora oltre, miei cari fratelli. Questo è accaduto durante i dialoghi dottrinali. Al termine dei dialoghi, arriva l'invito da Roma. In questo invito c'è una proposta di una sistemazione canonica, che è quella di regolarizzare la nostra situazione. E posso dire, ciò che viene presentato oggi, che è già diverso da quello che è stato presentato il 14 settembre, si può considerare come un'ottima soluzione. Sono soddisfatte tutte le nostre esigenze, si può dire, sul piano pratico. Quindi non c'è un gran problema su questo punto. Il problema rimane ad un altro livello - a livello della dottrina. Ma anche lì si va molto lontano - molto lontano, miei cari fratelli. La chiave è un principio. Dicono, "dovete accettare questo, dovete accettare il fatto che per i punti che fanno difficoltà in merito al Concilio - punti che sono ambigui, dove c'è un conflitto - questi punti, come l'ecumenismo, come la libertà religiosa, questi punti devono essere intesi in coerenza con l'insegnamento perenne della Chiesa. Quindi, se c'è qualcosa di ambiguo nel Concilio, è necessario intenderlo come la Chiesa lo ha sempre insegnato, nel corso dei secoli." Vanno ancora oltre e affermano: "si deve rifiutare tutto ciò che è contrario a questo insegnamento tradizionale della Chiesa."

Beh, questo è ciò che abbiamo sempre detto. Incredibile, non è vero? Che Roma ci stia imponendo questo principio. Incredibile. Poi ci si potrebbe chiedere, allora perché non accettare? Ebbene, miei cari fratelli, vi è ancora un problema. Il problema è che in questo testo danno due esempi di cosa e come dobbiamo capire questi principi. Questi due esempi che ci forniscono sono l'ecumenismo e la libertà religiosa, come sono descritti nel nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, che sono esattamente i punti per i quali critichiamo il Concilio. In altre parole, Roma ci dice, lo abbiamo fatto sempre. Siamo tradizionalisti; il Vaticano II è Tradizione. La libertà religiosa, l'ecumenismo sono la Tradizione. Sono in piena coerenza con la Tradizione. Vi potreste chiedere solo, dove andiamo? Che tipo di parole possiamo pronunciare, siamo d'accordo o no? Se anche i principi che abbiamo preservato e affermato, ci dicono: "sì, va bene, potete affermarli, perché questo è ciò che intendiamo" ...che è esattamente il contrario di ciò che intendiamo. Penso che non potessimo procedere oltre nella confusione.

In altre parole, miei cari fratelli, ciò significa che i nostri interlocutori danno un altro significato alla parola "tradizione", e anche magari alla parola "coerenza". Ed è per questo che siamo stati costretti a dire di no.<alla prima bozza del "preambolo dottrinale" ndt> Non firmeremo quel documento. Siamo d'accordo con il principio, ma si vede che la conclusione è il contrario. Grande mistero! Grande mistero! Allora, cosa succederà adesso? Bene, abbiamo inviato la nostra risposta a Roma. Continuano a dire che stanno riflettendo su di essa, il che significa che probabilmente sono in difficoltà. Allo stesso tempo penso che solo ora potremmo vedere cosa vogliono veramente. Ci vogliono veramente nella Chiesa o no? Lo abbiamo detto loro molto chiaramente, se ci accettate così come siamo, senza cambiamenti, senza obbligarci ad accettare queste cose, allora siamo pronti. Ma se volete farci accettare queste cose, non lo siamo. In realtà abbiamo appena citato l'Arcivescovo Lefebvre che ha detto questo già nel 1987 - diverse volte prima, ma l'ultima volta che l'ha detto fu nel 1987. In altre parole, miei cari fratelli, umanamente parlando, è difficile dire come sarà il futuro, ma sappiamo che quando abbiamo a che fare con la Chiesa, abbiamo a che fare con Dio, abbiamo a che fare con la divina provvidenza, e sappiamo che questa Chiesa è la Sua Chiesa. Gli esseri umani possono causare alcuni disagi, alcune distruzioni. Possono causare turbolenze, ma Dio è superiore ad esse, ed Egli sa, da tutti questi avvenimenti - questi avvenimenti umani, queste le linee storte, Dio sa come dirigere la sua Chiesa attraverso queste prove."

(...) Si vedrà, miei cari fratelli. Per noi, è chiarissimo. Noi dobbiamo sempre sostenere la verità, professare la fede. Noi non faremo marcia indietro, qualunque cosa accada. C'è qualche minaccia adesso da parte di Roma, certo. Si vedrà. Noi lasciamo tutto questo nelle mani del Buon Dio e della Santissima Vergine. Oh! Sì, noi dobbiamo continuare la nostra crociata del Rosario. Noi contiamo su di essa, noi contiamo su Dio. E ciò che deve accadere, accadrà. Io non posso promettervi una bella primavera. Non so cosa accadrà in primavera. So solo che la battaglia per la fede continuerà, qualunque cosa accada. Sia che saremo riconosciuti, sia che non lo saremo. Potete stare certi che i progressisti non saranno contenti. Essi continueranno, e noi continueremo a combatterli.



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