Cattolici di lingua ebraica in Terra Santa: una testimonianza di unità

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Caterina63
00Tuesday, May 19, 2009 8:06 PM
Dopo l'importante Pellegrinaggio Apostolico di Benedetto XVI in Terra Santa:
cliccate qui per i testi e le immagini

8-15 maggio 2009 Benedetto XVI Pellegrino in Terra Santa


ecco una importante cartinatornasole....[SM=g1740733]


Benedetto XVI li ha salutati a Nazaret evidenziando come siano «un richiamo alle radici ebraiche della nostra fede»

Dai cattolici di lingua ebraica
una testimonianza di unità



La sfida per la Chiesa della Terra Santa, formata da una maggioranza araba, da stranieri e da un piccolo gregge di lingua ebraica, è di dare la testimonianza di un corpo di Gesù unico e unito. Ne è convinto padre David Neuhaus, vicario del patriarca latino di Gerusalemme per le comunità cattoliche di espressione ebraica.

Nominato poco più di un mese fa, questo gesuita quarantasettenne di origini tedesche, convertitosi dall'ebraismo, ha accolto con gioia l'affettuoso saluto rivolto ai "suoi" fedeli da Benedetto XVI durante i vespri celebrati giovedì scorso, 14 maggio, nella basilica dell'Annunciazione a Nazaret. Nel "luogo dove Gesù stesso crebbe fino alla maturità e imparò la lingua ebraica", il Papa aveva infatti evidenziato come queste piccole comunità cattoliche siano per tutta la Chiesa "un richiamo alle radici ebraiche della nostra fede".

Si tratta di comunità nate dalla confluenza di tre elementi:  il primo è rappresentato da quegli ebrei venuti durante la grande emigrazione dall'Europa, che portarono anche i famigliari cattolici:  coppie miste, formate in prevalenza da un uomo laico ebreo e da una donna cattolica. Il secondo da quei cattolici di origine ebraica che hanno scoperto la loro appartenenza al popolo ebraico in seguito alla Shoah. Infine, quello costituito da quei cattolici che, dopo l'Olocausto, hanno visto quanto fosse importante essere solidali con il popolo ebreo.

Nel 1995 alcuni di essi hanno dato vita all'opera di San Giacomo, con sacerdoti, religiose e laici per creare, prorio in Israele, una Chiesa nel cuore della società ebraica. La loro vita infatti è scandita dalla cultura della società locale, anche la liturgia è in ebraico, come la musica e il rispetto del calendario ebraico.

In tale contesto assume particolare importanza il rapporto con la maggioranza assoluta dei cristiani in Terra Santa, che sono arabi. Entrambe queste realtà, infatti, fanno riferimento al patriarcato latino di Gerusalemme. "È molto importante - commenta padre Neuhaus - che i capi della Chiesa diano segni di unità, perché nella vita quotidiana non ci sono tante opportunità di incontrarci e nelle occasioni come quella del viaggio del Papa si deve dare una testimonianza dell'unità alla nostra società che è molto divisa".

Del resto - come ha ricordato Benedetto XVI parlando domenica scorsa al Regina caeli del recente pellegrinaggio - la Terra Santa costituisce un "microcosmo che riassume in sé il faticoso cammino dell'umanità verso il Regno di giustizia, di amore e di pace"; un luogo che è diventato un ""quinto Vangelo", perché qui" è possibile "vedere, anzi toccare la realtà della storia che Dio ha realizzato con gli uomini". Il Papa ha anche spiegato che oltre a essere un servizio all'unità dei cristiani, al dialogo con ebrei e musulmani, e alla costruzione della pace, la sua è stata soprattutto "una visita pastorale ai fedeli che vivono là".

In Israele e nei Territori palestinesi la Chiesa è costituita dal patriarcato latino di Gerusalemme, dall'assemblea degli ordinari di Terra Santa - con le Chiese orientali greco-melkita, maronita, armena, sira e caldea - e dalla custodia francescana:  un piccolo ma dinamico gregge, se si considera che su poco più di sette milioni di abitanti, i cattolici sono solo 130 mila, l'1,81 per cento del totale.

La cura d'anime è ripartita tra nove circoscrizioni ecclesiastiche, con 78 parrocchie e tre centri pastorali. Undici sono i vescovi, 89 i sacerdoti diocesani e 317 quelli religiosi, per un totale di 406 preti. Cinque diaconi permanenti, 203 religiosi non sacerdoti, 968 religiose professe e un solo missionario laico completano il quadro delle persone impegnate in attività pastorali. A queste vanno aggiunti quattordici seminaristi minori e 110 seminaristi maggiori.

Le scuole materne e primarie affidate alla Chiesa sono 140, con oltre trentacinquemila iscritti; 42 quelle inferiori e secondarie, con quasi 4.500 alunni; dieci gli istituti superiori e le università, con poco meno di quattromila allievi. La Chiesa gestisce infine undici ospedali, dieci ambulatori, nove case per anziani, invalidi e minorati, undici asili nido, quattro centri speciali di rieducazione. (gianluca biccini)



(©L'Osservatore Romano - 20 maggio 2009)


Caterina63
00Wednesday, May 20, 2009 7:39 PM
All'udienza generale il Papa parla del suo recente viaggio
in Giordania, Israele e Territori palestinesi

In Terra Santa è possibile uscire
dalla spirale della violenza


In Terra Santa è possibile uscire dalla spirale della violenza grazie alla "carica di rispetto, di riconciliazione e di collaborazione" che scaturisce dalla fede:  lo ha detto il Papa all'udienza generale di mercoledì 20 maggio, in piazza San Pietro, parlando del suo recente viaggio.

Cari fratelli e sorelle,
mi soffermo quest'oggi a parlare del viaggio apostolico che ho compiuto dall'8 al 15 maggio in Terra Santa, e per il quale non cesso di ringraziare il Signore, perché si è rivelato un grande dono per il Successore di Pietro e per tutta la Chiesa.

Desidero nuovamente esprimere il mio "grazie" sentito a Sua Beatitudine il Patriarca Fouad Twal, ai Vescovi dei vari riti, ai Sacerdoti, ai Francescani della Custodia di Terra Santa. Ringrazio il Re e la Regina di Giordania, il Presidente d'Israele e il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, con i rispettivi Governi, tutte le Autorità e quanti in vario modo hanno collaborato alla preparazione e al buon esito della visita. Si è trattato anzitutto di un pellegrinaggio, anzi, del pellegrinaggio per eccellenza alle sorgenti della fede; e al tempo stesso di una visita pastorale alla Chiesa che vive in Terra Santa:  una Comunità di singolare importanza, perché rappresenta una presenza viva là dove essa ha avuto origine.

La prima tappa, dall'8 alla mattina dell'11 maggio, è stata in Giordania, nel cui territorio si trovano due principali luoghi santi:  il Monte Nebo, dal quale Mosè contemplò la Terra Promessa e dove morì senza esservi entrato; e poi Betania "al di là del Giordano", dove, secondo il quarto Vangelo, san Giovanni inizialmente battezzava. Il Memoriale di Mosè sul Monte Nebo è un sito di forte valenza simbolica:  esso parla della nostra condizione di pellegrini tra un "già" e un "non ancora", tra una promessa così grande e bella da sostenerci nel cammino e un compimento che ci supera, e che supera anche questo mondo. La Chiesa vive in se stessa questa "indole escatologica" e "pellegrinante":  è già unita a Cristo suo sposo, ma la festa di nozze è per ora solo pregustata, in attesa del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi (cfr. Conc. Vat. ii, Cost. Lumen gentium, 48-50).

A Betania ho avuto la gioia di benedire le prime pietre di due chiese da edificare nel sito dove san Giovanni battezzava. Questo fatto è segno dell'apertura e del rispetto che vigono nel Regno Hascemita per la libertà religiosa e per la tradizione cristiana, e ciò merita grande apprezzamento. Ho avuto modo di manifestare questo giusto riconoscimento, unito al profondo rispetto per la comunità musulmana, ai Capi religiosi, al Corpo Diplomatico ed ai Rettori delle Università, riuniti presso la Moschea Al-Hussein bin-Talal, fatta costruire dal Re Abdullah ii in memoria del padre, il celebre Re Hussein, che accolse il Papa Paolo vi nel suo storico pellegrinaggio del 1964. Quanto è importante che cristiani e musulmani coabitino pacificamente nel mutuo rispetto! Grazie a Dio, e all'impegno dei governanti, in Giordania questo avviene. Ho pregato pertanto affinché anche altrove sia così, pensando specialmente ai cristiani che vivono invece realtà difficili nel vicino Iraq.

In Giordania vive un'importante comunità cristiana, incrementata da profughi palestinesi e iracheni. Si tratta di una presenza significativa e apprezzata nella società, anche per le sue opere educative e assistenziali, attente alla persona umana indipendentemente dalla sua appartenenza etnica o religiosa. Un bell'esempio è il Centro di riabilitazione Regina Pacis ad Amman, che accoglie numerose persone segnate da invalidità.

Visitandolo, ho potuto portare una parola di speranza, ma l'ho anche ricevuta a mia volta, come testimonianza avvalorata dalla sofferenza e dalla condivisione umana. Quale segno dell'impegno della Chiesa nell'ambito della cultura, ho inoltre benedetto la prima pietra dell'Università di Madaba, del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Ho provato grande gioia nel dare avvio a questa nuova istituzione scientifica e culturale, perché essa manifesta in modo tangibile che la Chiesa promuove la ricerca della verità e del bene comune, ed offre uno spazio aperto e qualificato a tutti coloro che vogliono impegnarsi in tale ricerca, premessa indispensabile per un vero e fruttuoso dialogo tra civiltà. Sempre ad Amman si sono svolte due solenni celebrazioni liturgiche:  i Vespri nella Cattedrale greco-melchita di San Giorgio, e la santa Messa nello Stadio Internazionale, che ci hanno dato modo di gustare insieme la bellezza di ritrovarsi come Popolo di Dio pellegrino, ricco delle sue diverse tradizioni e unito nell'unica fede.

Lasciata la Giordania, nella tarda mattinata di lunedì 11, ho raggiunto Israele dove, fin dall'arrivo, mi sono presentato come pellegrino di fede nella Terra dove Gesù è nato, ha vissuto, è morto ed è risorto, e, al tempo stesso, come pellegrino di pace per implorare da Dio che là dove Egli ha voluto farsi uomo, tutti gli uomini possano vivere da suoi figli, cioè da fratelli. Questo secondo aspetto del mio viaggio è naturalmente emerso negli incontri con le Autorità civili:  nella visita al Presidente israeliano ed al Presidente dell'Autorità palestinese.

In quella Terra benedetta da Dio sembra a volte impossibile uscire dalla spirale della violenza. Ma nulla è impossibile a Dio e a quanti confidano in Lui! Per questo la fede nell'unico Dio giusto e misericordioso, che è la più preziosa risorsa di quei popoli, deve poter sprigionare tutta la sua carica di rispetto, di riconciliazione e di collaborazione. Tale auspicio ho voluto esprimere facendo visita sia al Gran Muftì e ai capi della comunità islamica di Gerusalemme, sia al Gran Rabbinato di Israele, come pure nell'incontro con le Organizzazioni impegnate nel dialogo inter-religioso e, poi, in quello con i Capi religiosi della Galilea.

Gerusalemme è il crocevia delle tre grandi religioni monoteiste, e il suo stesso nome - "città della pace" - esprime il disegno di Dio sull'umanità:  formare di essa una grande famiglia. Questo disegno, preannunciato ad Abramo, si è pienamente realizzato in Gesù Cristo, che san Paolo chiama "nostra pace", perché ha abbattuto con la forza del suo Sacrificio il muro dell'inimicizia (cfr. Ef 2, 14). Tutti i credenti debbono pertanto lasciare alle spalle pregiudizi e volontà di dominio, e praticare concordi il comandamento fondamentale:  amare cioè Dio con tutto il proprio essere e amare il prossimo come noi stessi.

È questo che ebrei, cristiani e musulmani sono chiamati a testimoniare, per onorare con i fatti quel Dio che pregano con le labbra. Ed è esattamente questo che ho portato nel cuore, in preghiera, visitando, a Gerusalemme, il Muro Occidentale - o Muro del Pianto - e la Cupola della Roccia, luoghi simbolici rispettivamente dell'Ebraismo e dell'Islam. Un momento di intenso raccoglimento è stato inoltre la visita al Mausoleo di Yad Vashem, eretto a Gerusalemme in onore delle vittime della Shoah. Là abbiamo sostato in silenzio, pregando e meditando sul mistero del "nome":  ogni persona umana è sacra, ed il suo nome è scritto nel cuore del Dio eterno. Mai va dimenticata la tremenda tragedia della Shoah! Occorre al contrario che sia sempre nella nostra memoria quale monito universale al sacro rispetto della vita umana, che riveste sempre un valore infinito.

Come ho già accennato, il mio viaggio aveva come scopo prioritario la visita alle Comunità cattoliche della Terra Santa, e ciò è avvenuto in diversi momenti anche a Gerusalemme, a Betlemme e a Nazaret.

Nel Cenacolo, con la mente rivolta a Cristo che lava i piedi degli Apostoli e istituisce l'Eucaristia, come pure al dono dello Spirito Santo alla Chiesa nel giorno di Pentecoste, ho potuto incontrare, tra gli altri, il Custode di Terra Santa e meditare insieme sulla nostra vocazione ad essere una cosa sola, a formare un solo corpo e un solo spirito, a trasformare il mondo con la mite potenza dell'amore. Certo, questa chiamata incontra in Terra Santa particolari difficoltà, perciò, con il cuore di Cristo, ho ripetuto ai miei fratelli Vescovi le sue stesse parole:  "Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno" (Lc 12, 32). Ho poi salutato brevemente le religiose e i religiosi di vita contemplativa, ringraziandoli per il servizio che, con la loro preghiera, offrono alla Chiesa e alla causa della pace.

Momenti culminanti di comunione con i fedeli cattolici sono state soprattutto le celebrazioni eucaristiche. Nella Valle di Giosafat, a Gerusalemme, abbiamo meditato sulla Risurrezione di Cristo quale forza di speranza e di pace per quella Città e per il mondo intero.

A Betlemme, nei Territori Palestinesi, la santa Messa è stata celebrata davanti alla Basilica della Natività con la partecipazione anche di fedeli provenienti da Gaza, che ho avuto la gioia di confortare di persona assicurando loro la mia particolare vicinanza.

Betlemme, il luogo nel quale è risuonato il canto celeste di pace per tutti gli uomini, è simbolo della distanza che ancora ci separa dal compimento di quell'annuncio:  precarietà, isolamento, incertezza, povertà. Tutto ciò ha portato tanti cristiani ad andare lontano. Ma la Chiesa continua il suo cammino, sorretta dalla forza della fede e testimoniando l'amore con opere concrete di servizio ai fratelli, quali, ad esempio, il Caritas Baby Hospital di Betlemme, sostenuto dalle Diocesi di Germania e Svizzera, e l'azione umanitaria nei campi profughi.

In quello che ho visitato, ho voluto assicurare alle famiglie che vi sono ospitate, la vicinanza e l'incoraggiamento della Chiesa universale, invitando tutti a ricercare la pace con metodi non violenti, seguendo l'esempio di san Francesco d'Assisi.

La terza e ultima Messa con il popolo l'ho celebrata giovedì scorso a Nazaret, città della santa Famiglia. Abbiamo pregato per tutte le famiglie, affinché siano riscoperti la bellezza del matrimonio e della vita familiare, il valore della spiritualità domestica e dell'educazione, l'attenzione ai bambini, che hanno diritto a crescere in pace e serenità.

Inoltre, nella Basilica dell'Annunciazione, insieme con tutti i Pastori, le persone consacrate, i movimenti ecclesiali e i laici impegnati della Galilea, abbiamo cantato la nostra fede nella potenza creatrice e trasformante di Dio. Là, dove il Verbo si è fatto carne nel seno della Vergine Maria, sgorga una sorgente inesauribile di speranza e di gioia, che non cessa di animare il cuore  della  Chiesa,  pellegrina  nella storia.

Il mio pellegrinaggio si è chiuso, venerdì scorso, con la sosta nel Santo Sepolcro e con due importanti incontri ecumenici a Gerusalemme:  al Patriarcato Greco-Ortodosso, dove erano riunite tutte le rappresentanze ecclesiali della Terra Santa, e infine alla Chiesa Patriarcale Armena Apostolica. Mi piace ricapitolare l'intero itinerario che mi è stato dato di effettuare proprio nel segno della Risurrezione di Cristo:  malgrado le vicissitudini che lungo i secoli hanno segnato i Luoghi santi, malgrado le guerre, le distruzioni, e purtroppo anche i conflitti tra cristiani, la Chiesa ha proseguito la sua missione, sospinta dallo Spirito del Signore risorto. Essa è in cammino verso la piena unità, perché il mondo creda nell'amore di Dio e sperimenti la gioia della sua pace.

In ginocchio sul Calvario e nel Sepolcro di Gesù, ho invocato la forza dell'amore che scaturisce dal Mistero pasquale, la sola forza che può rinnovare gli uomini e orientare al suo fine la storia ed il cosmo. Chiedo anche a voi di pregare per tale scopo, mentre  ci  prepariamo  alla  festa  dell'Ascensione che in Vaticano celebreremo domani. Grazie per la vostra attenzione.



(©L'Osservatore Romano - 21 maggio 2009)

Caterina63
00Saturday, February 6, 2010 7:42 PM
Il Caritas Baby Hospital di Betlemme

Un piccolo ponte di pace
per i bambini palestinesi



di Egidio Picucci

"Dio mi ha benedetto con questa opportunità di esprimere agli amministratori, medici, infermiere e personale del Caritas Baby Hospital il mio apprezzamento per l'inestimabile servizio che hanno offerto - e continuano a offrire - ai bambini della regione di Betlemme e di tutta la Palestina da più di cinquant'anni. Padre Ernst Schnydrig fondò questa struttura nella convinzione che i bambini innocenti meritano un posto sicuro da tutto ciò che può far loro del male in tempi e luoghi di conflitto.

Grazie alla dedizione del Children's Relief Bethlehem, questa istituzione è rimasta un'oasi quieta per i più vulnerabili, e ha brillato come un faro di speranza circa la possibilità che l'amore ha di prevalere sull'odio e la pace sulla violenza". Sono le parole con cui Benedetto XVI il 13 maggio 2009, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa, ha elogiato l'opera del Children's Relief Bethlehem, fondato, come lui stesso ha ricordato, da padre Schnydrig, un sacerdote svizzero inviato dalla Caritas tedesca a Betlemme.

La notte di Natale del 1952 questo religioso vide un uomo che mischiava sudore e lacrime mentre seppelliva il figlioletto, morto di freddo e di fame, nel fango di un campo profughi palestinese. Indignato e sconvolto, prese immediatamente in affitto una casa, mettendovi quindici letti e una scritta:  "Caritas Baby Hospital".

Da quella notte, grazie a "uno dei più piccoli ponti costruiti per la pace" - la definizione è del fondatore - a Betlemme nessun bambino è rimasto senza assistenza medica. Il "piccolo ponte" - il nome è stato suggerito a padre Schnydrig da Giovanni Paolo II, allorché nel novembre del 2003 disse che la Terra Santa "non di muri ha bisogno, ma di ponti" - è oggi un ospedale di tutto rispetto con ottantadue posti letto, aperto tutti i giorni e tutto il giorno ai bambini e alle madri di origine, lingue e religioni diverse. È l'unica struttura sanitaria per 500.000 bambini oltre la "Barriera di sicurezza" - così gli israeliani definiscono il muro che dal 2004 separa arabi ed ebrei - dotata di due reparti pediatrici, uno per neonati e prematuri, predisposti per cure intensive; un asilo infantile; un ambulatorio ecografico; una scuola per infermiere e una per le madri  che  usufruiscono pure di piccoli alloggi per poter restare accanto ai figli.

Le mamme sono generalmente giovanissime e spesso incapaci di accorgersi delle patologie dei figli:  provvidenziale, quindi, l'aiuto delle infermiere che forniscono loro le basi fondamentali dell'educazione sanitaria che esse, poi, portano sul territorio, ampliando un'importantissima opera di prevenzione. Le patologie principali da fronteggiare sono legate al clima - apparato gastrointestinale in estate, apparato respiratorio in inverno - e le conseguenze derivanti dalla malnutrizione e dalla consuetudine di sposarsi tra consanguinei.

Con i suoi duecento dipendenti, l'ospedale costituisce, dopo l'università, la seconda fonte di lavoro per la popolazione palestinese di Betlemme e dintorni. Qui sono ricoverati ogni anno tremila bambini, mentre quindicimila ricevono trattamenti e cure ambulatoriali. Il guaio è che non tutti, purtroppo, riescono a raggiungerlo anche per via della cosiddetta "Barriera di sicurezza" che chiude i palestinesi nel loro piccolo mondo.

Dal 1975 nell'ospedale lavorano le suore Francescane Elisabettine di Padova, cui è affidato sia il compito professionale - impegno nell'ospedale e nel servizio sanitario in genere - che quello, delicatissimo, di una presenza relazionale, fatta di vicinanza alle famiglie, di sostegno psicologico agli infermieri, di presenza costante per infondere speranza. "Qui - ha detto una suora - i bambini sono un richiamo costante alla speranza e alla vita". Soprattutto alla speranza, "perché - aggiunge la religiosa - il muro ostacola seriamente l'attività ordinaria dell'ospedale; perché i medicinali debbono essere portati dai pellegrini; perché è impossibile per i medici israeliani fornire un consulto o effettuare un intervento; perché le pratiche burocratiche per portare un bambino a Gerusalemme "spazientirebbero anche Giobbe"; perché le urgenze diventano tragedie; perché la situazione in cui viviamo fa crescere la tensione e perfino la violenza nelle famiglie, già provate dalla disoccupazione e da drammi personali".

L'ospedale vive della carità, dato che i due governi locali non danno nessuna sovvenzione e le famiglie - solo alcune - partecipano con un contributo simbolico. Parte degli aiuti vengono dal "Kinderhilfe Betlehem", un'associazione fondata sempre da padre Schnydrig a Lucerna, parte da fondazioni sparse in Italia (Verona), in Germania e in Austria. Ma "la pioggia benefica" viene soprattutto dai pellegrini, ai quali, dopo l'immancabile visita, guidata da una religiosa, viene affidato "un compito per casa", dicono amabilmente le suore:  ricordare i volti dei piccoli di Betlemme e la straordinaria esperienza che si vive in ospedale ogni giorno. La pacifica convivenza tra persone di religione diversa:  arabi cristiani e arabi musulmani; pediatri protestanti provenienti dalla Svizzera e dalla Germania; infermieri che si scambiano il favore di copertura dei turni in occasione di qualche festività dell'una o dell'altra religione. Ricordare e pregare "fino a stancare il Signore perché guardi questa terra martoriata". E "nessun pellegrino - attestano le suore - ha consegnato finora il foglio in bianco".



(©L'Osservatore Romano - 7 febbraio 2010)
Caterina63
00Tuesday, February 23, 2010 7:36 PM
 Sorriso ....nel fare alcune ricerche sul Rosario in terra d'Israele, ho trovato (o meglio, mi hanno segnalato) questo sito... ebbè, questi si che sono Ebrei-CRISTIANI, ossia, Ebrei come lo furono gli Apostoli e i primi che conobbero Cristo e che vi aderirono...

Oltre ad essere il sito ufficiale che spiega molte cose, è anche ben fatto... molto interessante!

 Sorriso
http://www.catholic.co.il/index.php?lang=it


Padre Marcel Dubois, domenicano (uno dei fondatori), fu un filosofo, teologo, insegnante, guida spirituale e custode delle anime.


Nato in Francia nel 1920, entrò giovanissimo nei Domenicani dove ricevette una rigida formazione come insegnante di tomismo. Arrivato in Israele nel 1962, al fine di accedere alla Casa di S. Isaia, una comunità di domenicani impegnati nella scoperta della realtà del popolo ebraico, Dubois fu presto assunto presso l'Università Ebraica di Gerusalemme per insegnare Aristotele e Tommaso d'Aquino. Per molti studenti ebrei israeliani, fu il primo sacerdote cattolico che avessero mai incontrato. Il suo impegno attento e amorevole verso i suoi studenti infranse gli stereotipi che molti di quegli israeliani avevano ereditato dalla generazione ebraica della Shoah che li aveva preceduti. Centinaia di studenti affluivano ai suoi corsi, che generalmente comprendevano un'introduzione al cristianesimo, corsi impartiti in ebraico, caratterizzato dal suo forte accento francese. In un paese dove i cristiani costituiscono circa il due per cento della popolazione, Padre Marcel rivelava un aspetto della Chiesa post-conciliare (Concilio Vaticano II), impegnata in un dialogo serio, rispettoso e affettuoso con il popolo ebraico. In seguito, come responsabile del dipartimento di filosofia, fu riconosciuto cittadino israeliano e divenne una figura pubblica ben nota. Ottenne il riconoscimento dalle autorità accademiche e civili israeliane e prestigiosi riconoscimenti, tra cui, nel 1966, il Premio del Presidente dello Stato d'Israele per il suo contributo alla società israeliana. I suoi costanti dibattiti pubblici con il celebre  filosofo ebreo ortodosso, il professor Yeshayahu Leibovitz (1903-1994), che fu molto critico nei confronti del cristianesimo, furono sempre più popolari tra gli intellettuali di Gerusalemme.

Padre Marcel aveva già incontrato degli ebrei cattolici a Parigi, quindi fu molto naturale il fatto che fosse coinvolto nella vita della keillah, il cui fulcro, a Gerusalemme, era rappresentato dalla Casa di S. Isaia, dove visse e,  che servì, in seguito, come superiore. Si conserva un vivo ricordo della sua predicazione, le sue conferenze e saggi, nonché la sua attenzione amorevole nei confronti delle tante persone della comunità. All’interno della Chiesa Cattolica post-conciliare, padre Marcel era un teorico, teologo e attore molto seguito nel dialogo con il popolo ebraico, che si stava sviluppando. I suoi scritti e conferenze, soprattutto in francese, ebbero una grande influenza sulla generazione post-conciliare dei teologi che lavoravano allo sviluppo del nuovo rapporto tra Chiesa e popolo ebraico. Padre Marcel attirava continuamente flussi di visitatori alla ricerca della guida di quest’ uomo che aveva trovato un posto nella società e nel cuore del popolo ebraico in Israele.

Durante i suoi ultimi anni, soprattutto dopo la prima rivolta palestinese contro l'occupazione israeliana, alla fine degli anni ‘80, Padre Marcel cominciò a prendere una certa distanza rispetto a qualsiasi appoggio unilaterale a favore dello Stato di Israele . Rimase però fedele al suo amore per il popolo ebraico. Non fu più coinvolto nella keillah durante quegli anni ma alcuni gli rimasero ancora profondamente legati.

Dopo la sua morte avvenuta il 15 Giugno 2007, il noto quotidiano israeliano di  lingua ebraica, HaAretz definì Dubois “un’incantevole pietra umana di Gerusalemme” (18.06.2007). Appassionato di Gerusalemme e di tutti i suoi abitanti, Padre Marcel resterà una testimonianza per la Chiesa nella sua opera instancabile per la riconciliazione, il dialogo e la ricerca della giustizia e della pace. Oggi, molti israeliani pronunciano dopo il suo nome: "Zikhrono livrakha - Possa la sua memoria essere benedetta."

(La traduzione è di Lilia Cardinale)


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