Notizie varie dalle diverse Diocesi in Italia

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Caterina63
00Saturday, May 22, 2010 7:17 PM
L'arcivescovo Amato presiede a Benevento il rito di beatificazione di Teresa Manganiello

Carità non a parole ma con i fatti


Dedizione alla preghiera, spirito di penitenza, aiuto ai bisognosi. Così l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha delineato i tratti caratteristici della nuova beata Teresa Manganiello (1849-1876). Il rito, presieduto dal presule in rappresentanza del Pontefice, si è svolto sabato mattina, 22 maggio, nella basilica di Santa Maria delle Grazie, a Benevento.

L'arcivescovo Amato ha messo in luce alcuni aspetti della vita e della spiritualità della Manganiello. In particolare ha sottolineato come "fu folgorata dalla santità di Dio, diventando incandescente di carità. Un testimone afferma che aveva dentro un fuoco ardente, un fiume straripante di amor di Dio". Tra le principali occupazioni di questa terziaria cappuccina c'era la carità verso il prossimo. "Era generosa - ha detto il presule - anzitutto in famiglia:  fatiche, lavori, incombenze varie la trovavano sempre disponibile e generosa, di giorno e di notte, non solo per compiere la sua parte di servizi, ma anche per alleggerire la fatica alla madre, alle sorelle, alle stesse cognate".

E in famiglia trovò anche il modo di santificarsi esercitando la pazienza e la comprensione verso una delle sue cognate che la insultava continuamente. Molti testimoni hanno affermato che la sua generosità non si fermava davanti a niente e a nessuno. Accoglieva tutti indistintamente, dai malati ai mendicanti, che a quel tempo giravano numerosi per i paesi. "Per la nostra beata - ha sottolineato monsignor Amato - la carità non era fatta di parole ma di gesti concreti e generosi".

Il prefetto ha poi messo in luce il percorso umano e spirituale della nuova beata, considerando il contesto sociale in cui visse. "La sua biblioteca non fu quella della scuola da lei mai frequentata - ha fatto notare il presule - ma quella della Parola di Dio, che nella quotidiana partecipazione alla messa la istruiva, la educava e la trasformava". Il popolo la chiamava la "monachella santa", ma dopo la maturazione spirituale, da contadina ignorante di Montefusco, diventò "la giovane saggia, esempio e maestra di vita cristiana". Un testimone riferì che con il suo esempio Teresa "metteva il bene nella testa di tutti, ai fratelli e agli amici". "Le testimonianze - ha sottolineato il prefetto - concordano che la sua pazienza nel sopportare le umiliazioni induceva alla bontà e alla conversione. Ad esempio, un sacerdote sospeso a divinis si ravvide perché edificato dalla santità di Teresa". Questo episodio ha fatto sì che nella congregazione delle suore francescane immacolatine, nate dalla sua ispirazione, "ci sia un impegno speciale di preghiera per i sacerdoti".

L'arcivescovo ha poi messo in evidenza l'aspetto penitenziale di Teresa, inserendolo però nella sensibilità del tempo e considerandolo come un esercizio non fine a se stesso, ma in vista di un bene maggiore. "Lo spirito di mortificazione - ha detto - era conseguenza del suo desiderio di preghiera e di intima comunione con la passione di Cristo e con il suo sacrificio redentore. Nella storia della Chiesa ci sono sempre state le sante penitenti e riparatrici, come, ad esempio, santa Veronica, santa Giacinta, santa Rosa, la beata Ludovica, la beata Angela da Foligno, tutte sante terziarie, santa Francesca delle cinque piaghe, santa Elisabetta d'Ungheria. Si può dire che la giovinezza di Teresa fu un vero olocausto riparatorio".

Il presule ha poi ricordato alcuni episodi della Manganiello riguardanti le sue pratiche penitenziali. "Spesso sulle vivande buttava cenere ed erbe amare. Recandosi alla santa messa, dava gli zoccoli alla sorella e lei camminava scalza. Preghiera e penitenza ella le faceva lontano da occhi indiscreti, in una grotta vicino a casa sua. In spirito di penitenza, accettò la malattia, la tubercolosi, con serenità e anche con gioia, soffrendo pene indicibili col sorriso sulle labbra".

"Oggi alcune di queste forme di penitenza - ha affermato - sono inusuali e appaiono incomprensibili. Ma allora queste mortificazioni corporali erano frequenti per quelle anime assetate di perfezione. Venivano fatte sempre con l'esplicito permesso dei superiori religiosi, soprattutto dei padri spirituali, che erano severi in quel tempo". Infine, l'arcivescovo ha concluso dicendo che "se la nostra cultura non crede più all'inferno, ma fa di tutto per trasformare in inferno l'esistenza, Teresa, invece, crede nel Paradiso, e vive sulla terra trasformando i suoi pochi anni in momenti di luce e di splendore".


(©L'Osservatore Romano - 23 maggio 2010)
Caterina63
00Saturday, May 22, 2010 7:20 PM
Lettera aperta di
S. Ecc. Mons. Giampaolo Crepaldi,
Arcivescovo di Trieste e
Presidente dell’Osservatorio Internazionale
Cardinale Van Thuân

Il tentativo della stampa di coinvolgere Benedetto XVI nella questione pedofilia è solo il più recente tra i segni di avversione che tanti nutrono per il Papa.

Bisogna chiedersi come mai questo pontefice, nonostante la sua mitezza evangelica e l’onestà, la chiarezza delle sue parole unitamente alla profondità del suo pensiero e dei suoi insegnamenti, susciti da alcune parti sentimenti di astio e forme di anticlericalismo che si pensavano superate. E questo, è bene dirlo, suscita ancora maggiore stupore e addirittura dolore, quando a non seguire il Papa e a denunciarne presunti errori sono uomini di Chiesa, siano essi teologi, sacerdoti o laici.

Le inusitate e palesemente forzate accuse del teologo Hans Küng contro la persona di Jopeph Ratzinger teologo, vescovo, Prefetto della Congregazione della Fede e ora Pontefice per aver causato, a suo dire, la pedofilia di alcuni ecclesiastici mediante la sua teologia e il suo magistero sul celibato ci amareggiano nel profondo. Non era forse mai accaduto che la Chiesa fosse attaccata in questo modo. Alle persecuzioni nei confronti di tanti cristiani, crocefissi in senso letterale in varie parti del mondo, ai molteplici tentativi per sradicare il cristianesimo nelle società un tempo cristiane con una violenza devastatrice sul piano legislativo, educativo e del costume che non può trovare spiegazioni nel normale buon senso si aggiunge ormai da tempo un accanimento contro questo Papa, la cui grandezza provvidenziale è davanti agli occhi di tutti.

A questi attacchi fanno tristemente eco quanti non ascoltano il Papa, anche tra ecclesiastici, professori di teologia nei seminari, sacerdoti e laici. Quanti non accusano apertamente il Pontefice, ma mettono la sordina ai suoi insegnamenti, non leggono i documenti del suo magistero, scrivono e parlano sostenendo esattamente il contrario di quanto egli dice, danno vita ad iniziative pastorali e culturali, per esempio sul terreno delle bioetica oppure del dialogo ecumenico, in aperta divergenza con quanto egli insegna.

Il fenomeno è molto grave in quanto anche molto diffuso.

Benedetto XVI ha dato degli insegnamenti sul Vaticano II che moltissimi cattolici apertamente contrastano, promuovendo forme di controformazione e di sistematico magistero parallelo guidati da molti “antipapi”; ha dato degli insegnamenti sui “valori non negoziabili” che moltissimi cattolici minimizzano o reinterpretano e questo avviene anche da parte di teologi e commentatori di fama ospitati sulla stampa cattolica oltre che in quella laica; ha dato degli insegnamenti sul primato della fede apostolica nella lettura sapienziale degli avvenimenti e moltissimi continuano a parlare di primato della situazione, o della prassi o dei dati delle scienze umane; ha dato degli insegnamenti sulla coscienza o sulla dittatura del relativismo ma moltissimi antepongono la democrazia o la Costituzione al Vangelo.

Per molti la Dominus Jesus, la Nota sui cattolici in politica del 2002, il discorso di Regensburg del 2006, la Caritas in veritate è come se non fossero mai state scritte.

La situazione è grave, perché questa divaricazione tra i fedeli che ascoltano il papa e quelli che non lo ascoltano si diffonde ovunque, fino ai settimanali diocesani e agli Istituti di scienze religiose e anima due pastorali molto diverse tra loro, che non si comprendono ormai quasi più, come se fossero espressione di due Chiese diverse e procurando incertezza e smarrimento in molti fedeli.

In questi momenti molto difficili, il nostro Osservatorio si sente di esprimere la nostra filiale vicinanza a Benedetto XVI. Preghiamo per lui e restiamo fedelmente al suo seguito.




Mons. Crepaldi ha un bel da fare....il 13 maggio ha dovuto fare un comunicato ai Cattolici richiamandoli ai propri doveri e responsabilità VERSO I DEFUNTI per i quali una delibera comunale ha deciso la cremazione CON DISPERSIONE DELLE CENERI... 
Il Vescovo di Trieste pur ritenendosi rispettoso delle scelte comunali, ha richiamato con vigore i fedeli a non disperdere la Tradizione del culto ai propri cari... 

NOTA DELLA DIOCESI
         
Da una recente delibera del Comune di Trieste viene prevista la possibilità di disperdere le ceneri del proprio defunto in mare, sul carso e in luoghi indicati. La Chiesa cattolica che è in Trieste rispetta la decisione di coloro che sono preposti alla vita civica e non entra nel merito del provvedimento. Tuttavia sente il dovere di ricordare in proposito ai suoi fedeli alcune importanti verità cristiane.         La Chiesa cattolica ha sempre individuato e indicato nella sepoltura del corpo la forma più idonea per esprimere la pietà per i fedeli defunti, oltre che per favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte dei familiari e amici. Attraverso la pratica della sepoltura nei cimiteri, la comunità cristiana onora – nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore Gesù - il corpo del cristiano, divenuto nel Battesimo tempio dello Spirito Santo e destinato alla risurrezione. In questi anni, per il mutato atteggiamento verso la morte e per altre necessità, è in aumento la richiesta di cremazione. Tale scelta, in passato, appariva soprattutto come opzione polemicamente atea. Oggi, in assenza di motivazioni contrarie alla fede, la Chiesa non si oppone alla cremazione (cfr C/C, can. 1176 par 3) e accompagna tale scelta con opportuna espressioni liturgiche fino alla deposizione dell’urna in cimitero.         Si chiede pertanto ai fedeli cattolici di privilegiare la sepoltura della salma o delle ceneri dei propri defunti nel camposanto, al fine di poter, personalmente e comunitariamente, onorare la memoria e richiamare, anche con il suffragio cristiano, la caducità e l’irripetibilità della vita di ogni persona. Oggi più che mai è necessario promuovere la dignità del morire e il rispetto della persona, compreso la sepoltura del corpo. Si esortano i fedeli cattolici a tenere viva la pietà per i defunti e di non assecondare modi di pensare e di agire che non appartengono alla cultura e alla tradizione cristiane.  Trieste, 13 maggio 2010


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Devozione mariana "tradizionale" a Trieste nel mese di maggio

chiesa parrocchiale e Cappella Civica
della B.V. del S. ROSARIO
in Trieste
per tutto il mese di maggio.
.
Quest'anno, Trieste solennizza la devozione verso la sua celeste Patrona con un intenso ciclo di predicazione, promosso dall’amministratore parrocchiale don Stefano Canonico, che vanta la partecipazione di due ospiti d’eccezione: p. Alessandro M. Apollonio, rettore del Seminario Teologico dei Francescani dell’Immacolata e p. Alessandro M. Calloni, rettore del Santuario della Madonna di Pontelungo, diocesi di Alberga-Imperia.
I due religiosi si sono avvicendati curando le omelie di tutte le s. messe quotidiane, inclusa quella mattutina celebrata alle 8.00 secondo il rito romano classico, nonché la predica alla funzione pomeridiana tradizionale, tenuta ogni pomeriggio a partire dalle 18.00 con la recita del rosario, la riflessione dei Padri, l’esposizione del Santissimo Sacramento, il canto delle litanie lauretane e la benedizione eucaristica.

Da questa chiesa parrocchiale sono pure iniziate le visite ai vari templi mariani della diocesi da parte dell’arcivescovo vescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi, che nel pomeriggio di giovedì 6 maggio u.s. ha voluto unirsi ai numerosi fedeli intervenuti nella recita dei misteri gaudiosi della corona, proponendo alcune meditazioni da Lui composte per richiamare i fedeli a rifarsi a Maria, avvalendosi dell’esempio dei grandi santi di tutti i tempi, in un momento storico in cui è minacciata l’unità della Chiesa e quella della stessa Fede.

Dopo queste illuminanti parole, mentre il coro ed i fedeli cantavano le litanie lauretane e veniva esposto il Venerabile, mons. arcivescovo ha impartito la solenne benedizione eucaristica, uscendo di chiesa al canto del Christus vincit.



Cliccate qui per leggere la Lettera di mons. Crepaldi a Trieste sul Rosario 






Caterina63
00Monday, August 23, 2010 10:28 PM
L'apertura a Fabriano della sessantunesima Settimana liturgica nazionale

Eucaristia
per la vita quotidiana


Aperta a Fabriano la sessantunesima settimana liturgica nazionale dedicata a "Eucaristia e condivisione. "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" (Matteo 6, 11)" che si concluderà il 27 agosto. Pubblichiamo ampi stralci della relazione introduttiva del cardinale patriarca di Venezia.
  

di Angelo, cardinale Scola

Nel titolo della relazione - Eucaristia per la vita quotidiana - introduttiva ai lavori della sessantunesima Settimana liturgica nazionale, la preposizione per che unisce le due parti apre una strada feconda di riflessione. Il per dice, infatti, l'intrinseco dono dell'evento salvifico di Gesù Cristo fatto agli uomini. Egli, infatti, si è fatto uno come noi, in tutto simile tranne che nel peccato, è morto e risorto e ha donato il Suo Spirito, per noi e per la nostra salvezza.

Ma perché possa emergere in tutta la sua potenza il valore di questo per come trait d'union tra l'Eucaristia e la vita quotidiana, è necessario dire una parola su entrambi questi termini:  Eucaristia e vita quotidiana. 
Con un'espressione icastica, Benedetto XVI si è riferito al Santissimo Sacramento affermando:  "L'Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo" (14).
 
In modo geniale vengono qui indicati gli elementi essenziali della teologia eucaristica: 
il suo essere celebrazione sacramentale (Eucaristia),
la presenza reale (Cristo),
il sacrificio (si dona - tradens),
la Chiesa come res sacramenti (suo corpo).

Inoltre l'uso dei participi presenti - tradens, aedificans - dice l'immediato riferimento all'altro termine del nostro titolo:  il quotidiano, cioè, l'hic et nunc. Ed in esso trova oggettiva collocazione il tema della radice eucaristica della condivisione, messo a titolo di questa sessantunesima Settimana Eucaristica Nazionale. Questa poi ha voluto esplicitamente collegarsi all'ormai imminente Congresso Eucaristico Nazionale il cui significativo titolo recita:  "Signore da chi andremo? L'Eucaristia per la vita quotidiana".

Una riflessione organica sull'Eucaristia non potrà dimenticare nessuno di questi elementi fondamentali. Anzi, è possibile affermare che le distorsioni riscontrabili lungo i secoli, nella teologia e nella prassi eucaristica, potrebbero essere descritte a partire dall'esame delle verità a essa relative che sono state trascurate.
Così, senza la pretesa di essere esaustivi, possiamo riconoscere che dimenticare la dimensione liturgico-sacramentale condurrebbe inevitabilmente a disincarnare il rapporto con Cristo. Non parlare della presenza reale equivarrebbe a confinare la specificità dell'evento cristiano nelle strette maglie di una generica religiosità. Dimenticare la dimensione sacrificale sradicherebbe l'Eucaristia dalla singolare missione redentrice di Gesù. O, infine, trascurare che la res sacramenti è la Chiesa e la sua unità, sfocerebbe nella riduzione individualistica del cristianesimo
.

L'Eucaristia, quindi, in forza della sua propria e specifica integralità, deve essere per la vita quotidiana.
Cosa dire, ora, sull'espressione "vita quotidiana"? Essa si presenta in modo molto più complesso di quanto a prima vista si potrebbe pensare.

Innanzitutto occorre affermare che tale espressione si riferisce all'esperienza della vita comune propria di tutti gli uomini. Se si è precisi, infatti, il succedersi degli istanti non costituisce vita quotidiana né per il mondo inanimato, né per quello animale. Il quotidiano esige che il soggetto protagonista ne sia consapevole, possa riconoscerlo come tale. Pertanto l'espressione "vita quotidiana" dice qualcosa di specificamente umano. Parliamo della vita, ciò in cui tutti noi, per il fatto di essere uomini e donne, siamo immersi. Il quotidiano è l'humanum in sé e per sé.
In secondo luogo parlare di vita quotidiana significa primariamente riferirsi alla dimensione del tempo come costitutiva dell'umana esperienza dell'esistenza. L'etimologia di "quotidiano" ci rimanda all'avverbio latino quotidie, di ogni giorno. Esso da una parte ci richiama la dimensione del presente:  è quotidiano ciò che è oggi. Dall'altra ci ricorda la dimensione della continuità:  è quotidiano ciò che è di ogni giorno. Le due dimensioni, presente e continuità, ci permettono di identificare le costanti dell'esperienza umana che, riproponendosi in ogni tempo e in ogni luogo, ci fanno appunto parlare di "vita quotidiana".

Possiamo indicarne almeno due:  gli affetti e il lavoro, cui aggiungeremo qualche considerazione decisiva sul sacrificio. A partire da queste costanti, e da tutto ciò che in esse è implicato (fecondità, dono di sé, riposo, edificazione sociale, sofferenza, condizione di prova...), può essere descritta la vita quotidiana degli uomini.

La "vita quotidiana", in quanto espressione propriamente umana, si gioca, innanzitutto, nell'esperienza che ogni uomo fa, e non può non fare, del tempo.
Il tempo, come sappiamo, è rilevabile dall'uomo anzitutto nel presente. Occorre, tuttavia, affermare che non è possibile parlare di presente fuori dalle dimensioni del passato e del futuro. Infatti, possiamo parlare di presente solo perché sta in relazione con quanto è già avvenuto e con quanto deve ancora accadere. E proprio in questo doppio intrinseco riferimento il presente trova la sua consistenza. Da questa insuperabile connessione tra presente, passato e futuro si evince che così come il presente è l'ambito specifico della libertà, il passato lo è della memoria e il futuro della speranza. Memoria, libertà e speranza esprimono un io in cammino, individuano cioè un uomo che, dall'origine (passato), possiede una sua effettiva consistenza (presente), ma che ancora si trova sulla strada del compimento definitivo (futuro).

In che modo l'Eucaristia illumina l'esperienza che inevitabilmente l'uomo fa del tempo a cui, con rapidissimi tratti, abbiamo accennato?

Anzitutto occorre ricordare che il presente eucaristico, il nostro partecipare alla santa messa, sta sotto una precisa ingiunzione di nostro Signore:  "Fate questo in memoria di me" (Luca, 22, 19).
 La "ripetizione" dell'azione eucaristica (che non va mai confusa con la ripetitività) è un dato liturgico di primissimo ordine che sta alla radice non solo del ritmo celebrativo domenicale, ma anche di quello feriale. Essa è legata al mistero della presenza reale di Cristo, mistero sacramentale che assicura la contemporaneità del Crocifisso Risorto a ogni uomo di ogni tempo.
In secondo luogo, non possiamo dimenticare la natura di memoriale propria del sacramento eucaristico
.

Questo radicamento dell'evento eucaristico nella storia provoca la libertà del fedele al riconoscimento del dono che la precede e la costituisce:  l'Eucaristia, come afferma Benedetto XVI, dice "la precedenza non solo cronologica ma anche ontologica del suo averci amati "per primo". Egli è per l'eternità colui che ci ama per primo" (Sacramentum caritatis, n. 14).
Se consideriamo la rilevanza antropologica dell'Eucaristia nelle dimensioni essenziali dell'esperienza umana dobbiamo prendere in considerazione l'ambito degli affetti.

Con questo vocabolo intendo indicare i cardini costitutivi dell'amore nell'umana esperienza.
Innanzitutto la dimensione del corpo e, quindi, della differenza sessuale. La vita quotidiana è inevitabilmente vissuta da ciascuno di noi nel suo proprio corpo, interamente maschile o femminile, e ogni azione e passione esprimono sempre un io situato nella differenza sessuale.
Alla considerazione del corpo sessuato la nostra umana esperienza lega immediatamente la dimensione del desiderio, quindi dell'attrazione che l'altro esercita sull'io e, pertanto, dell'uscita da sé, della strada verso il dono di sé. È la strada dell'amore, inscindibile intreccio di eros e agape.

A nessuno di noi sfugge il livello di confusione in cui queste dimensioni fondamentali dell'avventura umana vengono oggi vissute e, ciò che è più grave, proposte dalla cultura dominante. La pretesa di poter prescindere dalla differenza sessuale e, contemporaneamente, un'esaltazione astratta del corpo, la separazione di amore e fecondità - o perché si cerca un preteso sterile dono di sé o perché si vuol essere fecondi senza consegna di sé -, l'orizzonte assai inquietante della clonazione umana che abolirebbe l'esperienza originaria della paternità-figliolanza... e l'elenco potrebbe continuare.

Di fronte a tutti questi elementi che rendono il travaglio del nostro tempo particolarmente doloroso e che, senz'altro, lasceranno non poche ferite, l'Eucaristia ha qualcosa da dirci?
Benedetto XVI, nel numero 27 di Sacramentum caritatis, risponde affermativamente a questa domanda:  "L'Eucaristia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l'amore tra l'uomo e la donna, uniti in matrimonio. Approfondire questo legame è una necessità propria del nostro tempo".

Per farlo è opportuno partire da un dato:  l'Eucaristia è il Corpo del Signore. La modalità con cui Gesù ha voluto rendersi permanentemente presente alla libertà degli uomini è stata quella di farli prendere parte al dono del Suo Corpo e al Suo Sangue:  la comunione. Ma parlare del Corpo del Signore - a un tempo l'Eucaristia e la Chiesa (la communio eucaristica e quella ecclesiale) - implica riconoscere il legame che esiste, nella Sacra Scrittura e quindi nella riflessione teologica, tra il linguaggio somatologico (del corpo) e quello nuziale.

Così, attraverso la partecipazione quotidiana all'Eucaristia, i fedeli vengono educati all'esperienza del "bell'amore". Nell'Eucaristia il Corpo del Signore viene loro amorosamente offerto sempre come l'Altro gratuitamente donato.

Una seconda dimensione che caratterizza l'esperienza elementare di ogni uomo, vissuta nella vita quotidiana, è il lavoro. L'ambito del lavoro esprime la capacità di interagire con la realtà, in tutte le sue dimensioni, ivi comprese quelle economica e socio-politica.

Infatti, nel suo rapporto con la realtà, l'uomo impegna la propria capacità creativa per edificare la vita sociale in tutti i soggetti personali e comunitari che la costituiscono, cominciando da quelle più prossime. Basti pensare, ad esempio, alla necessità di "lavorare per mangiare" (cfr. Seconda lettera ai Tessalonicesi, 3, 10). Questo dato elementare - l'uomo lavora per guadagnarsi il pane - rivela, a uno sguardo attento, l'intreccio di una serie di rapporti e fattori non privi di una certa complessità.

Come l'Eucaristia può illuminare tutti questi elementi riferiti al lavoro inteso in questo senso largo come fattore costitutivo della vita quotidiana?

L'Eucaristia è sempre azione eucaristica (tutta la teologia del rito viene qui chiamata in causa). Certamente il soggetto proprio, il protagonista di questa azione eucaristica è lo stesso Cristo Signore. E proprio per questo possiamo dire che l'Eucaristia è, nel presente della Chiesa, il compimento permanente delle parole di Gesù:  "Pater meus usque modo operatur, et ego operor - Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco" (Giovanni, 5, 17). Ma, come ben sappiamo, l'opera del Padre e del Figlio coinvolge, nello Spirito, la libertà degli uomini, li rende co-agonisti dell'azione eucaristica (ministri e assemblea).

Infatti l'Eucaristia è azione nella forma del dono e questo chiede sempre una libertà che lo accolga, che si metta in rel-azione e riceva quanto le viene offerto gratuitamente. In questo modo, nell'azione eucaristica, l'uomo impara quotidianamente anche in cosa consista la verità del suo agire, perciò anche del suo lavoro. Il suo agire non è mai come l'agire del Creatore, ma è sempre un co-agire, un agire che è rel-azione e in quanto tale non si può attuare in modo autonomo rispetto a ciò che lo precede:  la realtà in tutta la sua alterità. L'Eucaristia è quella azione paradigmatica che precede e provoca l'azione dell'uomo.

In secondo luogo, vale la pena soffermarsi sull'Eucaristia in quanto communio. La celebrazione eucaristica è invito a partecipare al Corpo e al Sangue del Signore senza limiti di parentela o affinità.
Nella comunione eucaristica siamo fatti uno in Cristo Gesù, ogni divisione viene superata e l'io personale incontra il proprio compimento nella comunità. La comunione fa di noi una cosa sola, senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità.
Nulla è più lontano dalla comunione cristiana dell'annullamento dell'io nel collettivo.
 
Così l'Eucaristia diventa scuola di vita perché è dono offerto contemporaneamente a tutti - dimensione universale della communio christifidelium - e a ciascuno personalmente:  nessuno, infatti, si può comunicare al mio posto! Nello stesso tempo, l'amore eucaristico (agape per eccellenza) compie l'esigenza di giustizia, come ben mostra la necessità di essere riconciliati con Dio per poter ricevere la comunione. Nell'Eucaristia le esigenze della giustizia vengono accolte dall'orizzonte più compiuto della carità, mostrando in questo modo la potenza edificatrice della carità nello scrupoloso rispetto dell'ordine giusto.

Per dare conto dell'importanza decisiva dell'Eucaristia nella vita quotidiana dobbiamo fare riferimento ad un dato che, tra l'altro, fa parte dell'essenza del sacramento. Mi riferisco alla condizione di sacrificio che costituisce una costante dell'esperienza elementare degli uomini. Possiamo tentare di descrivere sommariamente questa condizione a partire da alcune considerazioni sintetiche.

La prima l'abbiamo già enunciata proprio parlando del sacrificio come condizione. Il termine "condizione" situa immediatamente la realtà del sacrificio come punto di passaggio, evitando dall'origine di confonderlo con la meta o il fine del cammino. Passando ora al secondo livello implicato nel sacrificio come condizione, l'esperienza storica dell'uomo non è segnata solo da una libertà creata, bensì anche da una sua cattiva autodeterminazione. Mi riferisco, ovviamente, al peccato. Davanti all'inevitabile dinamica del sacrificio, l'umana libertà si ribella e si oppone, giungendo fino a determinarsi al male.

In che modo l'Eucaristia illumina il sacrificio come condizione della vita quotidiana in entrambi questi aspetti? Non possiamo dimenticare che il Corpo e il Sangue del Signore offerti come alimento per il cammino, sono sempre il "Corpo offerto in sacrificio per voi" e "il Sangue sparso versato per voi e per tutti", sono la Pasqua del Signore. In questo modo, la morte di Cristo quale passaggio verso la risurrezione assume in sé ogni possibile sacrificio, e fa sì che la croce nella vita dell'uomo sia, per quanto dolorosa, soltanto una condizione. Nella potenza salvifica del Redentore persino il peccato, se riconosciuto, perde la sua sembianza di morte.

La Chiesa non cessa di obbedire quotidianamente al comando del Suo Signore:  "Fate questo in memoria di me" (Luca, 22, 19). Ai cristiani, soprattutto oggi, è chiesto di non ridurre questo comando a puro pretesto da lasciare alle spalle nella vita quotidiana, cadendo in quella separazione tra fede e vita denunciata con forza straordinaria già da Paolo vi. In ogni circostanza, in ogni rapporto, la presenza eucaristica di Cristo deve brillare come l'Evento che spalanca al desiderio di Dio.


(©L'Osservatore Romano - 23-24 agosto 2010)



              





Caterina63
00Monday, September 6, 2010 12:35 PM

Vescovo amante della tradizione riapre il seminario chiuso da lustri




Mons. Marc Aillet (nella foto), già vicario generale della trad-friendly diocesi di Tolone, è divenuto vescovo di Bayonne nel 2008. Membro della Comunità S. Martino (fondata dal card. Siri) nella quale si celebra la Messa di Paolo VI in latino e versus Deum, è autore di un testo sul Senso del motu proprio ed ha cercato, nella sua nuova diocesi, di diffondere la Messa tridentina.

Ma la cosa straordinaria è che, vescovo da soli due anni, è stato in grado già da quest'anno di riaprire il seminario diocesano, con cinque aspiranti sacerdoti che proprio nei prossimi giorni inizieranno la loro formazione. Altri candidati inizieranno invece un anno propedeutico, sotto l'assistenza di un sacerdote formatosi in un istituto tradizionalista.

Come si legge nel sito ufficiale della diocesi, l'insegnamento sarà "aperto alla grande Tradizione della Chiesa, tramite la scoperta del Concilio Vaticano II conformemente a 'una ermeneutica della riforma nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa', in particolare mediante un insegnamento teologico sicuro e una vera scoperta del tesoro della liturgia romana". Queste parole sono sufficientemente chiare nel tratteggiare il programma di insegnamento che sarà fornito.

Si narra che quando il seminario di Bayonne era stato chiuso, per assenza di candidati, l'allora rettore avesse confezionato un discorsetto in cui si compiaceva di quella chiusura definendola una opportunità per spingere la Chiesa ad esperire nuove strade... come se l'imprenditore fallito considerasse una 'opportunità' il dover depositare i libri contabili in Tribunale.

Ora, cambiato il vescovo, abbiamo ancora una volta una riprova: i progressisti svuotano i seminari, i tradizionalisti li riempiono. Entrambi, in tempi relativamente brevi. Non tutto è perduto, se ci date buoni vescovi.

Caterina63
00Thursday, October 28, 2010 1:12 PM
CEI: NO AL MULTICULTURALISMO, SI' AL PLURALISMO SCOLASTICO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 28 set.

La Cei prende le distanze dal cosiddetto multiculturalismo: "i rapporti con culture ed esperienze religiose diverse, resi piu' intensi dall'aumento dei flussi migratori e dalla facilita' delle comunicazioni, possono costituire - si legge nel testo pubblicato oggi - una risorsa feconda, da valorizzare senza indulgere a irenismi e semplificazioni o cedere a eccessivi timori e diffidenze".

E se "la molteplicita' dei riferimenti valoriali, la globalizzazione delle proposte e degli stili di vita, la mobilita' dei popoli, gli scenari resi possibili dallo sviluppo tecnologico costituiscono elementi nuovi e rilevanti, che segnano il venir meno di un modo quasi automatico di prospettare modelli di identita' e inaugurano dinamiche inedite, la cultura globale - pero' - mentre sembra annullare le distanze, finisce con il polarizzare le differenze, producendo nuove solitudini e nuove forme di esclusione sociale".

"L'approccio educativo al fenomeno dell'immigrazione puo' essere la chiave che spalanca la porta a un futuro ricco di risorse e spiritualmente fecondo", scrivono ancora i vescovi italiani nei loro "Orientamenti pastorali" per il prossimo decennio.

"La comunita' cristiana -
si legge nel documento pubblicato oggi - educa a riconoscere in ogni straniero una persona dotata di dignita' inviolabile, portatrice di una propria spiritualita' e di un'umanita' fatta di sogni, speranze e progetti.
Molti di coloro che giungono da lontano sono fratelli nella stessa fede: come tali la Chiesa li accoglie, condividendo con loro anche l'annuncio e la testimonianza del Vangelo".

Per i presuli, "l'acquisizione di uno spirito critico e l'apertura al dialogo, accompagnati da una maggiore consapevolezza e testimonianza della propria identita' storica, culturale e religiosa, contribuiscono a far crescere personalita' solide, allo stesso tempo disponibili all'accoglienza e capaci di favorire processi di integrazione". Stigmatizzando quelle "forme di intolleranza e di conflitto, che talora sfociano anche in manifestazioni violente", il testo auspica che all'accoglienza possa "seguire la capacita' di gestire la compresenza di culture, credenze ed espressioni religiose diverse.
 L'opera educativa deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione. Particolare attenzione - raccomandano gli Orientamenti - va riservata al numero crescente di minori, nati in Italia, figli di stranieri".

L'attenzione della Chiesa, dunque, "si rivolge in modo particolare al fenomeno delle migrazioni di persone e famiglie, provenienti da culture e religioni diverse. Esso fa emergere opportunita' e problemi di integrazione, nella scuola come nel mondo del lavoro e nella societa'. Per la Chiesa e per il Paese si tratta senza dubbio di una delle piu' grandi sfide educative".

Il documento ricorda poi che "l'educazione non puo' pensare di essere neutrale, illudendosi di non condizionare la liberta' del soggetto.
Il proprio comportamento e stile di vita, lo si voglia o meno, rappresentano di fatto una proposta di valori o disvalori. E' ingiusto - secondo i vescovi italiani - non trasmettere agli altri cio' che costituisce il senso profondo della propria esistenza. Un simile travisamento restringerebbe l'educazione nei confini angusti del sentire individuale e distruggerebbe ogni possibile profilo pedagogico. Di fronte agli educatori cristiani, come pure a tutti gli uomini di buona volonta', si presenta, pertanto, la sfida di contrastare l'assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l'inconsistenza, promuovendo la capacita' di pensare e l'esercizio critico della ragione".

"La comunita' cristiana - spiegano ancora i presuli - si rivolge ai giovani con speranza: li cerca, li conosce e li stima; propone loro un cammino di crescita significativo. I loro educatori devono essere ricchi di umanita', maestri, testimoni e compagni di strada, disposti a incontrarli la' dove sono, ad ascoltarli, a ridestare le domande sul senso della vita e sul loro futuro, a sfidarli nel prendere sul serio la proposta cristiana, facendone esperienza nella comunita'". Occorre dunque "investire in una scuola che promuova, anzitutto, una cultura umanistica e sapienziale, abilitando gli studenti ad affrontare le sfide del nostro tempo. In particolare, essa deve abilitare all'ingresso competente nel mondo del lavoro e delle professioni, all'uso sapiente dei nuovi linguaggi, alla cittadinanza e ai valori che la sorreggono: la solidarieta', la gratuita', la legalita' e il rispetto delle diversita'".

Secondo i vescovi, il carattere pubblico della scuola "non ne pregiudica l'apertura alla trascendenza e non impone una neutralita' rispetto a quei valori morali che sono alla base di ogni autentica formazione della persona e della realizzazione del bene comune". "Il principio dell'uguaglianza tra le famiglie di fronte alla scuola impone - pero' - interventi di sostegno alla scuola cattolica", e soprattutto "il pieno riconoscimento, anche sotto il profilo economico, dell'opportunita' di scelta tra la scuola statale e quella paritaria. La scuola cattolica potra' essere cosi' sempre piu' accessibile a tutti, in particolare a quanti versano in situazioni difficili e disagiate.

Il confronto e la collaborazione a pari titolo tra istituti pubblici, statali e non statali, possono contribuire efficacemente a rendere piu' agile e dinamico l'intero sistema scolastico, per rispondere meglio all'attuale domanda formativa". "La scuola cattolica - scrivono - costituisce una grande risorsa per il Paese.
In quanto parte integrante della missione ecclesiale, essa va promossa e sostenuta nelle diocesi e nelle parrocchie, superando forme di estraneita' o di indifferenza e contribuendo a costruire e valorizzare il suo progetto educativo.

In quanto scuola paritaria, e percio' riconosciuta nel suo carattere di servizio pubblico, essa rende effettivamente possibile la scelta educativa delle famiglie, offrendo un ricco patrimonio culturale a servizio delle nuove generazioni".

Infine, "la comunita' cristiana guarda con particolare attenzione al mondo della comunicazione come a una dimensione dotata di una rilevanza imponente per l'educazione.
La tecnologia digitale, superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilita' di informarsi, di partecipare e di condividere, anche se rischia di far perdere il senso di prossimita' e di rendere piu' superficiali i rapporti". 

(AGI)

Caterina63
00Tuesday, November 9, 2010 1:02 AM
Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo la seguente intervista di Radio Vaticano a Radio Vaticana. Il blog si unisce alla preghiera ed alla solidarieta' per gli abitanti del Veneto, la regione piu' flagellata dal maltempo.
R.


                                                 
                                                           
Intervista della Radio Vaticana a S.E. Card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, Presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, sulla recente alluvione che ha colpito il Veneto.

Voglio anzitutto esprimere la partecipazione nella preghiera e nell’affetto al dolore di quei familiari che hanno perso i loro cari. Poi la mia partecipazione alla grande prova – perché non so se risulta chiara a tutto il Paese la misura della devastazione – di tante famiglie della regione, molte delle quali hanno perso tutto e anche di molte piccole industrie – di cui il nostro Veneto è particolarmente ricco - che sono state messe in gravi difficoltà. Ma poi anche la mia ammirazione per la grande dignità con cui le persone stanno affrontando questo disastro e la forte solidarietà con cui si stanno reciprocamente sostenendo e stanno cercando una via d’uscita. Certamente sarà anche importante che le istituzioni facciano la loro parte e che tutti insieme cerchiamo di imparare anche da questa prova, molto dura, un rapporto autenticamente corretto con la natura, che vuol dire questo: riscoprirla come ‘creato’. Bisogna cioè superare due limiti con cui noi normalmente la trattiamo perché ci dimentichiamo che è ‘creatura di Dio’. Il nostro primo limite è che l’uomo si pensa come padrone assoluto della terra, considerata come una sorta di miniera da cui ricavare sempre tutto. Il secondo limite è un concetto astratto di relazione con il Creato stesso che confonde il mantenimento passivo dell’esistente con il rispetto della natura.

Il concetto teologico di ‘Creato’ sostituendosi a quello di natura aiuta perciò a prevenire disastri come questo?

Esattamente, perché mette in moto un rapporto equilibrato in cui il Creato è vissuto come la nostra dimora che Dio ci ha affidato, di cui dobbiamo prenderci un’attenta cura, e non sfruttarlo come dei dominatori, né d’altra parte pensare che senza il nostro intervento il Creato possa mantenere per le generazioni presenti e future il suo autentico destino. Dio ce l’ha veramente affidato e noi dobbiamo imparare a farcene carico. Certo, questo comporta una vera e propria rivoluzione mentale e del cuore, che non ha il carattere di altre rivoluzioni che vogliono tutto e subito. Sarà una rivoluzione lenta perché implicherà che miliardi di uomini cambino molti loro atteggiamenti, nei confronti dei prodotti della terra, delle relazioni con le acque, con i boschi, con i mari e con i monti. Una rivoluzione singolare, di lunghissima portata, già in parte cominciata, e che dobbiamo deciderci a portare avanti non ideologicamente.

L’imprenditoria locale rischia di trovarsi in ginocchio senza aiuti consistenti. Quale riflessione fare?

E’ necessario assolutamente che le istituzioni si facciano carico di questa situazione. In maniera chiara, costruendo dei tavoli di concertazione, ascoltando le esigenze di tutti e senza mai dimenticare che quando siamo posti di fronte a queste prove sono sempre gli anelli più deboli della società a pagare di più. Io mi auguro che ci sia realmente da parte di tutti – ma mi pare di vederla già – una disponibilità a un serio lavoro comune, è questo quello di cui abbiamo bisogno sempre a tutti livelli nel nostro Paese: un’amicizia civica e costruttiva. E quando si verificano circostanze eccezionali ed eventi traumatici di questo genere questa amicizia si dimostra ancora più decisiva

Ci sono state in Veneto testimonianze di carità concreta davvero forti…

Fantastiche, veramente, forti. Testimonianze di carità esplicita da parte di molti cristiani, ma c’è stata una mobilitazione da parte di tutti che ha mostrato una delle forze del nostro Veneto. E cioè che l’elemento di solidarietà è realmente ancora uno dei fattori più dinamici dell’edificazione della nostra vita sociale. E’ una cosa molto bella che nella prova e nel dolore dà consolazione e che apre a una speranza affidabile anche per tutti gli altri aspetti della convivenza nella nostra regione e nel nostro Paese.

 Radio Vaticana



                                                                   
Caterina63
00Tuesday, November 9, 2010 1:04 AM
Importante Lettera alla Diocesi di Roma del cardinale Vicario, Vallini


Cari Confratelli !

     1. Ci ritroviamo dopo la pausa estiva, che spero vi abbia rinfrancato nel corpo e nello spirito. Riprendiamo il nostro cammino presbiterale ed ecclesiale. L’immagine che spontaneamente mi viene alla mente è quella della scalata, di andare verso l’alto, che, se è faticoso, è tonificante. Quando si va in montagna, ad ogni tornante ci si volta indietro per guardare la strada fatta, magari asciugandosi il sudore, e poter contemplare il panorama con lo sguardo rivolto alla meta. Fuori metafora, mi sembra di poter dire che la Chiesa di Roma è una comunità in cammino, che non si ferma perché la strada è accidentata e in salita, né indietreggia dinanzi alle difficoltà e alle sfide. E’ una Chiesa che, ad ogni tornante, sa fare il punto dell’itinerario per ripartire con maggiore lena. Desidero dare pubblica testimonianza di ciò a voi, cari Confratelli, che siete le guide del popolo cristiano, in un momento storico nel quale il Signore non ci fa mancare le consolazioni e ci chiama a superare nuove prove.



il resto qui:

Importante Lettera alla Diocesi di Roma del cardinale Vicario, Vallini


                                                             



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La prolusione del cardinale presidente all'assemblea generale della Conferenza episcopale italiana

Impegno dei cattolici
per una nuova agenda politica


Si è aperta lunedì ad Assisi l'assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che si concluderà l'11 novembre. Pubblichiamo ampi stralci della prolusione del cardinale presidente.


di Angelo Bagnasco

Con un gesto semplice e inatteso, Benedetto XVI ha indirizzato - il 18 ottobre scorso, festa di san Luca evangelista - una Lettera ai seminaristi, come per consegnare loro - in una ideale staffetta - il testimone dell'importantissima iniziativa dell'Anno sacerdotale da poco concluso.






e ancora, il Papa invia un Messaggio ai Vescovi dove dice:


Cari Fratelli nell’Episcopato, il vostro convenire pone al centro dei lavori assembleari l’esame della traduzione italiana della terza edizione tipica del Messale Romano. La corrispondenza della preghiera della Chiesa (lex orandi) con la regola della fede (lex credendi) plasma il pensiero e i sentimenti della comunità cristiana, dando forma alla Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito. Ogni parola umana non può prescindere dal tempo, anche quando, come nel caso della liturgia, costituisce una finestra che si apre oltre il tempo. Dare voce a una realtà perennemente valida esige pertanto il sapiente equilibrio di continuità e novità, di tradizione e attualizzazione. Il Messale stesso si pone all’interno di questo processo. Ogni vero riformatore, infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra.

il resto lo trovate qui:

ATTENZIONE!! IMPORTANTE MESSAGGIO DEL PAPA AI VESCOVI ITALIANI e del mondo intero



Caterina63
00Tuesday, November 16, 2010 7:38 PM

I Vescovi del Triveneto e i cent'anni della "Quam Singulari"


Il decreto "Quam Singulari" di San Pio X compie cent'anni e i Vescovi del Triveneto dicono la loro: la nota La prima comunione all'età dell'uso della ragione, diffusa dalla Congregazione Episcopale Triveneta, mette in luce in undici punti la grande eredità formativa del Papa Sarto e l'attuale "iniziazione cristiana", ribadendo (l'urgente?) necessità di una completa formazione cattolica, della necessità "dell’incontro sacramentale con Lui nell’Eucaristia".

Di seguito pubblicheremo qualche interessante stralcio del documento, che potrete trovare
completo qui.

Noi continuiamo ad ammettere i ragazzi alla prima Comunione anche oggi in un’età molto giovane: a 9-10 anni. Ma quello che ci sta a cuore non è solo la partecipazione dei ragazzi al sacramento dell’Eucaristia, ma il loro cammino globale di iniziazione alla vita cristiana.
«Per iniziazione cristiana si intende… un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della parola di Dio, dalla celebrazione e dalla testimonianza dei discepoli del Signore, attraverso il quale il credente compie un apprendistato globale della vita cristiana e si impegna a una scelta di fede e a vivere come figlio di Dio, ed è assimilato, con il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia al mistero pasquale di Cristo nella Chiesa». Attraverso il cammino di iniziazione cristiana noi introduciamo i ragazzi nelle dimensioni fondamentali della vita cristiana, che sono: «l’adesione personale al Dio vero e al suo piano salvifico in Cristo; la scoperta dei misteri principali della fede e la consapevolezza delle verità fondamentali del messaggio cristiano; l’acquisizione di una mentalità cristiana e di un compor-tamento evangelico; l’educazione alla preghiera; l’iniziazione e il senso di appartenenza alla Chiesa; la partecipazione sacramentale e liturgica; la formazione alla vita apostolica e missio-naria; l’introduzione alla vita caritativa e all’impegno sociale».

Anche gli attuali Orientamenti dei Vescovi italiani che regolano l’iniziazione cristiana dei ragazzi, avvertono che l’itinerario di iniziazione non termina con la celebrazione del battesimo, cresima ed eucaristia, ma continua con il tempo della mistagogia.
I ragazzi, una volta ricevuti i sacramenti dell’iniziazione cristiana, vanno aiutati a crescere in una sempre più grande fedeltà a Cristo. Attraverso la meditazione del Vangelo, la catechesi, l’esperienza dei sacramenti e l’esercizio della carità, devono essere condotti «ad approfondire i misteri celebrati e il senso della fede, a consolidare la pratica della vita cristiana, a stabilire rapporti più stretti con gli altri membri della comunità».

La prassi dell’iniziazione cristiana deve confrontarsi con i tempi che cambiano e con gli uomini e le donne che incontra.
Ma il papa S. Pio X, con il decreto “Quam singulari Christus amore”, ci ricorda che, al di là dei metodi e dei percorsi, deve rimanere fondamentale l’intento del nostro impegno educativo: favorire l’incontro con l’amore di Dio, che si è manifestato in Cristo crocifisso e risorto e si è fatto Pane di vita per noi nell’Eucaristia, per renderci partecipi della vita del Signore risorto, per rinnovare tutta la nostra vita e per farci di-ventare testimoni credibili dell’amore di Dio nel mondo.
Caterina63
00Saturday, November 20, 2010 12:24 AM

Il Papa a Venezia. In centomila copie per tutte le famiglie del Patriarcato esce la lettera pastorale del Patriarca

pallio di S.E. Cardinale Angelo Scola

 IL PAPA A VENEZIA – Si intitola “Tu conferma la nostra fede” la Lettera pastorale – la prima dei suoi anni di episcopato veneziano – scritta dal Patriarca card. Angelo Scola e rivolta ai fedeli e agli abitanti della diocesi veneziana in preparazione della prossima visita di Papa Benedetto XVI ad Aquileia e a Venezia (7 e 8 maggio 2011).
 
La Lettera pastorale, stampata in centomila copie, è stata allegata al settimanale diocesano Gente Veneta e verrà diffusa capillarmente alle famiglie del Patriarcato attraverso una straordinaria mobilitazione che sta coinvolgendo parrocchie, associazioni, movimenti, gruppi di ascolto ecc…
 
In occasione delle celebrazioni per la festa della Madonna della Salute di sabato e domenica prossima, la lettera sarà offerta a tutti i fedeli che si recheranno, come di consueto, a migliaia in pellegrinaggio presso la basilica veneziana, la chiesa di Mestre (Via Torre Belfredo) e di Catene intitolate, appunto, alla Madonna della Salute.
 
Il testo della Lettera sarà, inoltre, integralmente disponibile a partire da domenica 21 novembre in internet, sui siti interconnessi
www.patriarcatovenezia.it, www.angeloscola.it e www.gvonline.it.
 
La Lettera si articola in tre punti: nel primo il Patriarca risponde alla domanda “Perché il Santo Padre viene a farci visita?”; nel secondo parla della “passione per tutto l’umano” che anima e conduce la vita dei cristiani; nel terzo offre alcune linee di preparazione all’incontro con il Papa, in particolare “la preghiera assidua e l’approfondimento del magistero di Benedetto XVI”. La Lettera contiene a questo scopo anche una proposta di preghiera, appositamente preparata per la venuta del Papa.
 
“Il desiderio che arde nel nostro cuore – scrive il Patriarca nella Lettera – è di essere confermati nella certezza che Gesù Cristo è vivo ed è a noi contemporaneo. AmarLo e seguirLo ci rende pienamente uomini. La fede è “conveniente” per gli uomini e le donne di oggi, perché investe in ogni istante affetti, lavoro e riposo. Nulla resta fuori. Benedetto XVI lo sta documentando con la sua preghiera, con la sua testimonianza, con il suo insegnamento e coi suoi viaggi. Qui sta la sostanza del dono che il Papa intende fare, visitandole, alle Chiese e alle popolazioni del Nordest”.
 
Il card. Scola sottolinea che la visita del Santo Padre è “destinata a tutti gli abitanti di queste nostre terre” ed osserva: “Seguire Cristo consente di vivere in pienezza. Questo non coincide automaticamente con il superamento delle nostre contraddizioni o incoerenze né tantomeno significa che i cristiani siano migliori di coloro che pensano o dicono di non credere. Vuol dire unicamente che per grazia di Dio abbiamo ricevuto questa possibilità che vogliamo condividere con tutti. Infatti, per ogni uomo ed ogni donna è naturale comunicare ogni giorno spontaneamente, in tutti gli ambienti che frequenta, ciò a cui uno tiene più di ogni altra cosa. Appartenere al Signore nella sua Chiesa genera un’inarrestabile passione per l’umano che si traduce nella ricerca di un’apertura al confronto con tutti”.
 
“La visita del Santo Padre – conclude il card. Scola – è un dono che, come ogni dono, suscita una risposta grata. Una risposta che chiede responsabilità. Al senso di responsabilità di ciascuno, di tutte le comunità cristiane, di tutte le associazioni ecclesiali e civili, di tutte le istituzioni mi affido perché questa straordinaria occasione sia preparata fin nei minimi particolari. Il Papa ci trova in cammino e, ne sono certo, ci lascerà in eredità nuove possibilità di crescita personale, ecclesiale, civile”.




Caterina63
00Tuesday, November 30, 2010 11:59 PM

Crociata di preghiere per i vescovi  da Cordialiter:


Nel "Dialogo della Divina Provvidenza" di Santa Caterina, il Padre Eterno si lamenta molto dei vescovi che non svolgono bene il loro compito. In questo aureo libro si ricorda che i vescovi hanno il grave dovere morale di fare la correzione fraterna ai preti della propria diocesi che si comportano male. Poi il Padre Eterno afferma che i vescovi zelanti si possono ottenere con lacrime e preghiere.

Attualmente in Italia sono vacanti le diocesi di Massa Marittima, Alghero e Vicenza. Presto andrà in pensione anche l'arcivescovo dell'importantissima diocesi di Milano (la diocesi con il maggior numero di fedeli al mondo).

Che possiamo fare noi poveri fedeli laici? L'unica arma a nostra disposizione è la preghiera. La situazione dell'umanità è drammatica, l'ideologia dell'edonismo idolatrico sta dilagando dappertutto, c'è davvero da piangere a calde lacrime.


Lanciamo una crociata di preghiere per ottenere da Dio santi vescovi coi quali riuscire almeno a salvare il salvabile. Qualcuno già si sta muovendo in tal senso. Ad esempio, un tradizionalista della diocesi di Vicenza ha mobilitato le suore di un ottimo monastero di clausura per innalzare preghiere al Signore con l'intenzione di ricevere un vescovo zelante. Se si prega molto e con fiducia, Dio esaudisce volentieri le suppliche dei fedeli. Preghiamo oggi stesso, chissà, forse domani potrebbe essere già troppo tardi.





Caterina63
00Thursday, January 27, 2011 12:38 AM
La prolusione del cardinale presidente al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana

Non cedere al pessimismo
e tornare a educare i giovani



Si è aperto oggi ad Ancona il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, che si concluderà il 27 gennaio. Pubblichiamo stralci della prolusione del cardinale presidente.
 

del card. Angelo Bagnasco

Venerati e cari Confratelli,
ci ritroviamo insieme, all'inizio del nuovo anno 2011, per la sessione invernale del nostro Consiglio Permanente, mentre nubi ancora una volta preoccupanti si addensano sul nostro Paese. Conserviamo come preziosa in noi l'eco delle celebrazioni natalizie, con il loro corredo di tradizioni e di clima intensamente familiare, in coincidenza delle quali s'è potuto ancora una volta constatare il fascino benefico che la tradizione cristiana continua a far sentire ovunque nel nostro Paese. E ciò sembra muoversi in un quadro interpretativo nel quale una de-cristianizzazione progressiva apparirebbe ad alcuni ineluttabile.

In realtà, sugli esiti possono influire una serie non interamente ponderabile di cause, che determinano situazioni in continua evoluzione. La fede religiosa può far fronte alle intemperie, e ciascuno di noi è testimone di esperienze positive, capaci di rinvigorire e proporre una concezione della vita tipicamente cristiana. C'è, d'altra parte, un legame personale con lo spazio e il tempo che solo la religione riesce ad assicurare. Conosciamo il fascino che esercita il mistero di un Dio mai stanco degli uomini, che si fa loro incontro nella forma scandalosamente più dimessa, fino a permettere alla nostra presuntuosa libertà di ignorarlo o addirittura sentirlo come rivale (cfr. Benedetto XVI, Omelia nella Solennità dell'Epifania, 6 gennaio 2011).

Dio supera il nostro metro di misura e lo sorprende, non in astratto però, bensì nel Bimbo deposto in una grotta. Certo, nel mistero del Natale riusciamo ad avvertire nitidissimo anche lo strazio per chi si tiene lontano, e non vuol essere raggiunto neppure da un Dio Bambino; ma anche per chi è talmente compreso di sé e della sua propria intelligenza, da non lasciarsi insidiare dallo stupore né ghermire dal sorriso, gratuito e totale che, dalla grotta di Betlemme, si spande sul mondo.
 
La strage avvenuta ad Alessandria d'Egitto il primo giorno del 2011, che ha causato la morte di ventitré cristiani copti e il ferimento di altri novanta, è stato probabilmente l'episodio oltre il quale l'opinione pubblica non poteva più far finta di non vedere, ossia lo stillicidio di situazioni persecutorie, che nell'ultimo periodo si erano verificate in diverse zone del mondo, e avevano avuto i cristiani come vittime designate.

Questi da tempo sono diventati il gruppo religioso che deve affrontare il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Un crescendo di episodi sanguinosi che nel corso dei mesi aveva interessato India, Pakistan e Filippine, Sudan e Nigeria, Eritrea e Somalia. Ma i fatti più gravi sono avvenuti in Iraq ed infine in Egitto; in entrambe le situazioni, a precedenti episodi di sangue trascurati o non chiariti, ne sono seguiti altri sempre più gravi.

Impressiona che il momento di preferenza scelto per condurre gli agguati contro i cristiani sia il giorno di festa, durante la celebrazione liturgica o all'uscita di chiesa. E ciò non fa che aggiungere orrore ad orrore. Naturalmente ciascun episodio fa caso a sé, così come ciascuna Nazione ha uno scenario proprio. Il Medio Oriente è di sicuro la regione a più alta tensione; lì la cristianofobìa, che è la versione più corrente dell'intolleranza religiosa, non è lontana dal porsi ormai nelle forme della pulizia etnica o religiosa, benché i cristiani siano colà una componente certo non aggiuntiva né importata, e per secoli quella terra sia stata laboratorio di convivenza tra fedi ed etnie diverse.

Nessuno Stato accetta oggi tranquillamente condizioni di disuguaglianza nei rapporti economici, politici e culturali:  se questo è vero, ed è fatto valere nelle sedi internazionali, occorre che il problema delle più elementari garanzie negate alle minoranze religiose - in non poche situazioni nazionali - venga posto con la lucidità e l'energia necessarie. Si apre qui, è noto, un problema drammatico di reciprocità, che non si risolve minacciando ritorsioni o attenuando, in Italia e in Occidente, le garanzie dei cittadini provenienti dagli Stati che non assicurano parità di trattamento. Anziché procedere con mezzo passo in avanti, se ne farebbe uno indietro. Questo però non può essere un alibi per incrementare colpevoli acquiescenze o finti pragmatismi. Si può e si deve urgentemente porre la questione della libertà religiosa nelle sedi internazionali - Unione Europea, Onu... - al fine di aprire gli occhi e mantenerli aperti, insistendo affinché nei singoli Stati vi sia un sistema minimo di garanzie reali per la libertà di tutte le fedi. Esiste la possibilità di istituire degli osservatori internazionali in grado di controllare quello che concretamente avviene nei singoli territori. È ragionevole presumere ci siano, in ogni Paese, settori di opinione pubblica sufficientemente maturi da comprendere che l'estinguersi delle minoranze interne non può non segnare un'involuzione massimalista, quando non totalitaria.

Ciò spiega il dibattito magari sottotraccia che esiste anche nelle situazioni più blindate, come pure gli appoggi che i cristiani ricevono sempre di più anche da esponenti di religione diversa. La questione tuttavia, di una fondamentale libertà religiosa, è da sollevarsi opportunamente nelle sedi multilaterali, come nelle relazioni bilaterali, e nei rapporti informali tra rappresentanti di Paesi diversi, avendo cura che l'interessamento puntuale non abbia a scatenare ritorsioni sulle spalle già oberate di chi soffre. Passi molto importanti in questo senso sono stati compiuti dall'Italia, e di ciò noi vescovi non possiamo non essere grati.

Saremmo - per così dire - ancora più soddisfatti se tutti i nostri stimati interlocutori prendessero atto che subdole minacce ad un'effettiva libertà religiosa esistono anche nei Paesi di tradizione democratica, a partire da quelli europei. Dovremmo guardarci infatti dai sottili tranelli dell'ipocrisia, che induce a cercare lontano ciò che invece è riscontrabile anche vicino. Il Papa nel suo Messaggio non manca di rilevarlo (cfr. n. 13; e anche il Saluto all'Angelus, 1 gennaio 2011, e il Discorso pronunciato dinanzi al corpo diplomatico il 10 gennaio 2011.), e dal canto nostro, al pari di Confratelli di altri Paesi, non manchiamo di ripeterlo quando serve, ad esempio nella vicenda del Crocifisso esposto nelle scuole o in ambito pubblico.

Convinti come siamo che la libertà religiosa è un perno essenziale e delicatissimo, compromesso il quale è l'intero meccanismo sociale a risentirne, solitamente anche oltre le previsioni. C'è talora un argomentare infastidito sulla neutralità dello Stato che si rivela non poco capzioso. E c'è un'aggressività laicista dalle singolari analogie con certe ossessioni ideologiche che ci eravamo lasciati alle spalle senza rimpianti. Colpisce, in questo senso, la denuncia che nel mese scorso è stata diffusa durante un convegno viennese dell'Osce secondo la quale un'astratta applicazione del principio di non discriminazione finisce paradossalmente per comportare un'oggettiva limitazione al diritto dei credenti a manifestare pubblicamente la propria fede. Un male sottile insomma sta affliggendo l'Europa, provocando una lenta, sotterranea emarginazione del cristianesimo, con discriminazioni talora evidenti ma anche con un soffocamento silente di libertà fondamentali. Il caso su cui ci si sofferma è quello dell'obiezione di coscienza sui temi di alta rilevanza etica che, in più nazioni, si tenta ormai di ridimensionare. Ciò segnerebbe un regresso sul crinale della libertà. Emarginare simboli, isolare contenuti, denigrare persone è arma con cui si induce al conformismo, si smorzano le posizioni scomode, si mortificano i soggetti portatori di una loro testimonianza in favore di valori cui liberamente credono.

La crisi economica e finanziaria che, a partire dal 2009, ha investito in pratica il mondo intero non è finita. E che non sia esaurita lo dicono studiosi ed economisti, ma del fatto abbiamo conferma anche nella concreta vicinanza alla gente, nostra e dei nostri cari sacerdoti, ai quali indirizziamo il pensiero grato e fraterno. Non mancano germi di nuovo, segnali di ripresa e di innovazione, con esperimenti rilevanti nelle relazioni lavorative, ma persistono varie situazioni impaludate. E dentro ciascuna di esse ci sono persone e, di conseguenza, famiglie in grande allarme e in comprensibile sofferenza. Noi siamo anzitutto con loro. Contribuisce poi ad impensierirci ulteriormente il senso di spaesamento che perdura, non come un'atmosfera evidentemente artificiosa e momentanea, ma come stato d'animo concreto, affatto passeggero. Per questo resta sempre necessario ascoltare per meglio comprendere e opportunamente decidere.

Ad esempio, la contestazione studentesca, sviluppatasi nelle settimane precedenti il Natale, è un fatto che merita una riflessione non scontata. Non si è trattato di un evento ripetitivo del passato; troppo diverse le situazioni e le condizioni. Certo, hanno inquietato gli innesti di violenza e di grave devastazione che si sono registrati. Si è parlato di infiltrazioni improprie, e non tutti né ovunque sono stati pronti a dissociarsi dalla violenza. Ma in ogni campo bisogna dare ascolto alle preoccupazioni reali e ai dubbi sinceri per meglio capirsi e per poter procedere con l'apporto più ampio e onesto possibile. Riconoscendo anche, come è accaduto non di rado, che l'esperienza diretta e concreta del nuovo ha riservato sorprese positive, magari non subito colte nella concitazione degli animi e degli eventi. Resta l'esigenza evidente, comunque, che ogni riforma richiede risorse indispensabili.

La prospettiva infatti del ridimensionamento di quello che ai giovani appare come il più consistente cespite di spesa che lo Stato stanzia in loro favore, deve essere apparsa incomprensibile. Ma oltre a queste motivazioni psicologiche - di impellenza immediata - ci sono quelle lunghe, ossia la consapevolezza che essi hanno di arrivare alla ribalta in cui dovrebbe cominciare la vita adulta e autonoma, quando una serie di condizioni sono diventate sfavorevoli. Si dice che questa sia la prima generazione della decrescita, e la si chiama generazione inascoltata o non garantita. La disoccupazione giovanile è un dramma per l'intera società, e non solo per i giovani direttamente interessati. Stando alle statistiche, ci sono oltre due milioni di giovani tra i 15 e 34 anni che non studiano, non lavorano, né ormai cercano più un impiego. Dicono di saper già di non trovarne uno stabile e sono poco disponibili ad abbracciarne uno qualsiasi. La svalutazione del lavoro manuale, anche specializzato, è evidente. E questo non è un bene. Il mondo degli adulti, secondo le diverse responsabilità, è in debito nei confronti delle nuove generazioni, "in debito di futuro". I giovani non vogliono certo essere accarezzati come degli eterni adolescenti, desiderano essere considerati responsabili e quindi trattati con serietà, ma chiedono di non sentirsi soli, gettati nella vita e privi di possibilità.

In un documento del nostro episcopato pubblicato trent'anni or sono e che ebbe a suo tempo una notevole accoglienza (La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, 1981), si diceva icasticamente:  "Il consumismo ha fiaccato tutti" (n. 11). Ed eravamo appena agli inizi di quel processo di trasformazione che interesserà l'Italia e l'Occidente nei decenni a seguire, e troverà rappresentazione nella cosiddetta "modernità liquida" dominata da quella che alcuni hanno definito "ideologia del mercato". Colpisce l'efficacia di quella predizione, dove ad apparire centrato è in particolare il verbo usato:  "fiaccare". La desertificazione valoriale ha prosciugato l'aria e rarefatto il respiro. La cultura della seduzione ha indubbiamente raffinato le aspettative ma ha soprattutto adulterato le proposte. Ha così potuto affermarsi un'idea balzana della vita, secondo cui tutto è a portata di mano, basta pretenderlo. Una sorta di ubriacatura, alle cui lusinghe ha - in realtà - ceduto una parte soltanto della società. Però il calco di quel pensiero è entrato sgomitando nella testa di molti, come un pensiero molesto che pretende ascolto. Un ascolto peraltro che diventava sempre più improbabile, considerato il nuovo clima sociale, determinato da un volano economico che senza tanti complimenti si era messo a girare all'incontrario.

Noi siamo testimoni della dignità con cui la nostra gente sta normalmente reagendo alle difficoltà che si sono presentate, arrivando a configurare un andamento diverso nel passo del mondo. Sembrava che il trend della crescita dovesse tutto sommato aumentare sempre, in un movimento espansivo che avrebbe via via incluso sempre nuove fette di popolazione. Invece la crisi si è presentata come una sorta di drenaggio generale, obbligando un po' tutti a rivedere le proprie ambizioni. C'è una verità, forse non troppo detta, ma che la gente ha intuito abbastanza presto:  si stava vivendo al di sopra delle proprie possibilità. Bisogna allora imprimere una moderazione complessiva dell'andamento di vita, senza dimenticare - anzi! - tutti coloro che già prima vivevano sul filo e oggi si trovano sotto. Con bilanci meno ambiziosi, occorre far fronte a tutte le necessità di una società moderna, per di più senza poter più contare sullo sfogo del debito pubblico che invece dovrà rientrare. Ma che fare se ognuno difende a spada tratta il livello di vita già acquisito? Questo è il punto in cui i problemi dei giovani vengono a coincidere con le questioni di ordine generale:  bisogna infrangere l'involucro individualista e tornare a pensare con la categoria comunitaria del "noi", perché tutto va ricalibrato secondo un diverso soggetto.

Anche la crescente allergia che si registra nei confronti dell'evasione fiscale è un segnale positivo, che va assecondato. Adesso più che mai è il momento di pagare tutti nella giusta misura le tasse che la comunità impone, a fronte dei servizi che si ricevono. Bisogna snellire e semplificare, ma nessuno è moralmente autorizzato ad autodecretarsi il livello fiscale. Chi fa il furbo non va ammirato né emulato. Il settimo comandamento, "Non rubare", resiste con tutta la sua intrinseca perentorietà anche in una prospettiva sociale. L'intelligenza collettiva ha il dovere di riscattare l'istituto familiare dalle visioni ristrette e impacciate in cui è stato relegato. I riconoscimenti che nell'ultimo periodo sono giunti da istituzioni insospettabili alla famiglia italiana quale soggetto-baluardo della finanza nazionale e salvadanaio in grado di riequilibrare la finanza pubblica agli occhi delle autorità europee, acquistano oggi il valore di una riabilitazione culturale della famiglia stessa dinanzi a quei grandi poteri da cui è stata spesso ignorata.

Va da sé che una ricognizione lucida della condizione nazionale deve portare il Paese a darsi una politica familiare preveggente, che mantenga la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e aperta alla vita, quale base per rilanciare il Paese, e rilanciarlo sul proprio caratteristico equilibrio esistenziale, dunque senza ossessivi cedimenti alla struttura del "soggetto singolare".

Come ho già più volte auspicato, bisogna che il nostro Paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni. Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci - veri o presunti - di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l'ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all'altra, è l'equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l'immagine generale del Paese. La collettività, infatti, guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale.

La vita di una democrazia - sappiamo - si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative. "Muoversi secondo una prospettiva di responsabilità - ammoniva il Papa in occasione dell'ultima Settimana Sociale - comporta la disponibilità ad uscire dalla ricerca del proprio interesse esclusivo per perseguire insieme il bene del Paese" (Benedetto XVI, Messaggio alla 46a Settimana Sociale dei cattolici italiani, 12 ottobre 2010). Come ho già avuto modo di dire, "chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell'onore che esso comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (cfr. art. 54)" (Prolusione al Consiglio Permanente, 21-24 settembre 2009, n. 8). Dalla situazione presente - comunque si chiariranno le cose - nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi, né per ritenersi vincitore. Troppi oggi - seppur ciascuno a modo suo - contribuiscono al turbamento generale, a una certa confusione, a un clima di reciproca delegittimazione. E questo - facile a prevedersi - potrebbe lasciare nell'animo collettivo segni anche profondi, se non vere e proprie ferite.

La comunità nazionale ha indubbiamente una propria robustezza e non si lascia facilmente incantare né distrarre dai propri compiti quotidiani. Tuttavia, è possibile che taluni sottili veleni si insinuino nelle psicologie come nelle relazioni, e in tal modo - Dio non voglia! - si affermino modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi. Forse che questo non sarebbe un attentato grave alla coesione sociale? E quale futuro comune potrà risultare, se il terreno in cui il Paese vive rimanesse inquinato? È necessario fermarsi - tutti - in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell'etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro. Come Pastori che amano la comunità cristiana, e come cittadini di questo caro Paese, diciamo a tutti e a ciascuno di non cedere al pessimismo, ma di guardare avanti con fiducia. È questo l'atteggiamento interiore che permetterà di avere quello scatto di coscienza e di responsabilità necessario per camminare e costruire insieme.

Così, non possiamo non porre mente particolare alle giovani generazioni e al dovere educativo che investe in primissimo luogo la famiglia, e irrinunciabilmente i genitori, sostenuti dai parenti, in particolare dai nonni. La Chiesa è consapevole di questo diritto, primordiale perché naturale, dei genitori quali essenziali educatori dei loro figli, e si concepisce anzitutto al loro servizio, e questo fa con profondo rispetto e la premura che viene da un patrimonio umano e religioso a tutti noto. A sua volta, la Chiesa stessa ha un irrinunciabile mandato educativo, che intende assolvere con dedizione assoluta e santità di vita. Certamente l'istituzione scolastica fa tutto quello che può, specialmente attraverso l'impegno serrato di una moltitudine di docenti e operatori, competenti e generosi. Eppure, questo dispiegamento di disponibilità pare non bastare, tanto è grande e delicata oggi "la sfida educativa". Per questo deve entrare in campo la società nel suo insieme, e dunque con ciascuna delle sue componenti e articolazioni.

Se la scuola - come oggi si intende - dev'essere "comunità educante", bisogna convincersi con una maggiore risolutezza che la società nel suo complesso è chiamata ad essere "comunità educante". Affermare ciò, a fronte di determinati "spettacoli", potrebbe apparire patetico o ingenuo, eppure come Vescovi dobbiamo caricarci sulle spalle anche, e soprattutto, questo onere di richiamare ai doveri di fondo, di evidenziare le connessioni, di scoprire i pilastri portanti di una comunità di vita e di destino. Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale.

È la speranza, pane irrinunciabile sul tavolo dei popoli, a piegarsi e venire meno. Il cuore dei giovani tende - per natura - alla grandezza e alla bellezza, per questo cerca ideali alti:  bisogna che essi sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell'onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità. In una parola, di valori perenni. Gesù è il modello affascinante, l'amico che non tradisce e viene sempre incontro, che prende per mano e riaccende ogni volta la forza sorgiva che sostiene la fiducia verso la realizzazione di sé e la vera felicità. Questo - come adulti e come giovani - abbiamo bisogno di vedere e di sentire sempre, oltre ogni moralismo ma anche oltre ogni libertarismo, l'uno e l'altro spesso dosati secondo le stagioni.

Bisogna che nel suo complesso il Paese ringiovanisca, torni a crescere dal punto di vista culturale e quindi anche sociale ed economico, battendo i catastrofismi. Cambiare in meglio si può e si deve. Le cortine fumogene svaniscono, arroganze e supponenze portano a poco. I sacrifici che i cittadini stanno affrontando acquistano un senso se vengono prospettati obiettivi credibili e affidabili. Tra questi, c'è l'orizzonte di una maggiore giustizia sociale e di una modernizzazione effettiva in ogni articolazione pubblica, anche quella a beneficio dell'utenza più larga, specialmente se perseguita nel rispetto delle regole, e respingendo il malaffare e le intimidazioni di ogni mafia. Come è obiettivo inderogabile l'avvio delle riforme annunciate, applicandosi in un'ottica puntigliosamente coinvolgente tutte le forze politiche, ciascuna secondo la misura intera nella parte assegnata dai cittadini. Bisogna avere fiducia nelle nostre qualità e potenziare la capacità elaborativa di ogni sede responsabile, affinando l'attitudine a captare umori e orientamenti per poterli comporre in vista di una mediazione d'insieme la più alta possibile. Un Paese complesso richiede saggezza e virtù.

Vi ringrazio, Confratelli cari, per il Vostro paziente ascolto e per l'accoglienza ragionata che vorrete riservare a queste considerazioni. Con la discussione, entriamo già nel vivo dell'ordine del giorno, mentre ci attendono argomenti importanti in merito alla vita cristiana del nostro popolo e all'efficacia della nostra Conferenza. Ci assista Maria, che il popolo anconetano venera come Regina di tutti Santi, e che dalla sacra Casa di Loreto ci segue e ci protegge. E ci assistano i Santi Patroni, san Ciriaco e san Leopardo, san Giuseppe da Copertino e san Francesco di Sales:  la loro compagnia ci incoraggia e ci sostiene.


(©L'Osservatore Romano - 24-25 gennaio 2011)

Caterina63
00Thursday, January 27, 2011 7:04 PM

Il cardinale Bagnasco alla Messa conclusiva del Consiglio Cei: i sacerdoti non temano le critiche (Radio Vaticana e Sir)

Il cardinale Bagnasco alla Messa conclusiva del Consiglio Cei: i sacerdoti non temano le critiche

"Se la cultura nichilista tende a cancellare l’interiorità, i sacerdoti devono aiutare i fedeli a riscoprirla. E in questa loro missione non possono aver paura neanche delle possibili incomprensioni e delle critiche.
 
L’esempio da seguire è quello di Benedetto XVI, che ci insegna l’umiltà del tratto, la chiarezza disarmata della verità, la sapienza lucida del dialogo, la prudenza ardita dei gesti, la libertà di fronte al mondo, il coraggio che deriva dal sapersi nelle mani di Dio".

Così il cardinale Angelo Bagnasco ha chiuso il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), svoltosi ad Ancona. Parole, quelle del porporato, pronunciate nell’omelia della Messa che ha riunito nella Cattedrale del capoluogo marchigiano i membri del "parlamentino" della Cei e i delegati diocesani del Congresso eucaristico nazionale, presenti in questi giorni proprio ad Ancona, in vista dell’importante appuntamento di settembre.

Ai sacerdoti, ha spiegato il cardinale, spetta il compito di mantenere la professione della nostra speranza senza vacillare, in modo da rispondere all’attesa non solo della comunità cattolica, ma anche dell’intera società che esige da noi – nonostante limiti e debolezze – le parole che echeggiano quelle del Signore. Siamo richiamati e sospinti, ha aggiunto il presidente della Cei, perché la luce del nostro sacerdozio sia a servizio del mondo, si ponga in relazione con i molti ambiti della vita, e illumini circa le perenni questioni: il mistero del dolore e della morte, il senso del nostro esistere, il destino di ciascuno, la meta di questo straordinario e drammatico universo, il bene e il male morale.

Il cardinale Bagnasco ha quindi invitato tutti a lottare contro l’abitudine che scolora la vita, indebolisce la ferialità del bene, rende opaca la fede, smorza la vibrazione dell’anima davanti al mistero eucaristico. Ogni giorno – ha concluso – dobbiamo invece rinfocolare il “si” a Colui che ci ha scelti per misericordia e rivestiti del suo sacerdozio. (Da Ancona, Mimmo Muolo)

 Radio Vaticana

CARD. BAGNASCO: “NON AVER PAURA DELLE INCOMPRENSIONI E DELLE CRITICHE”

Di fronte a “una cultura nichilista ridente e triste”, i sacerdoti non devono “aver paura delle possibili incomprensioni, delle critiche”, seguendo l’esempio di Benedetto XVI, che “ci insegna l’umiltà del tratto, la chiarezza disarmata della verità, la sapienza lucida del dialogo, la prudenza ardita dei gesti, la libertà di fronte al mondo, il coraggio che deriva dal sapersi nelle mani di Dio”.
 
Lo ha detto il card. Angelo Bagnasco, nell’omelia della messa di chiusura del Consiglio permanente della Cei, che si conclude oggi ad Ancona. Ai preti, ha spiegato il cardinale, spetta il compito di “mantenere la professione della nostra speranza senza vacillare”, in modo da “rispondere all’attesa non solo della comunità cattolica, ma anche dell’intera società che esige da noi – nonostante limiti e debolezze – le parole che echeggiano quelle del Signore, che sono testimoniate da duemila anni di storia cristiana, che sono bagnate dal sangue dei martiri di ieri e di oggi”. Citando san Tommaso, il presidente della Cei ha affermato che “siamo richiamati e sospinti perché la luce del nostro sacerdozio sia a servizio del mondo, si ponga in relazione con i molti ambiti della vita, e illumini circa le perenni questioni: il mistero del dolore e della morte, il senso del nostro esistere, il destino di ciascuno, la meta di questo straordinario e drammatico universo, il bene morale”.

“Tutto ciò - ha proseguito il cardinale – fa parte dell’enigma di fondo” per cui “ogni uomo è per se stesso, enigma che può anche essere rimosso dalla coscienza collettiva” – come ad esempio la “cultura nichilista ridente e triste”, che lo “vorrebbe esorcizzare” - ma che “prima o poi ritorna incomprimibile con tutta la sua implacabile forza”. “Intensificare la nostra vita spirituale”: questo l’invito del card. Bagnasco, per il quale il compito dei pastori consiste nel “restare fedeli alla verità tutta intera, con i suoi richiami inderogabili, ma senza mai scoraggiare o, peggio, condannare l’uomo, rinchiudendolo nelle sue prigioni interiori, privandolo del futuro”.
 
“Come sacerdoti che hanno la grazia di essere ministri della riconciliazione – ha affermato il cardinale – sappiamo che le anime desiderano avere indicate le mete sublimi e senza sconti della vita cristiana, riconoscere i propri peccati, rinnovare il cammino della conversione; ma nel contempo sono, come tutti, mendicanti di misericordia e di fiducia”. Altra “tentazione” da rifuggire, secondo il card. Bagnasco, è “la tentazione di trascurare”, che non appartiene ad una Chiesa esortata dal Papa “ad un’opera di rinnovamento del cuore e della vita, come il fondamento e la condizione di ogni vera riforma”. “Siamo chiamati ad essere davanti alle nostre comunità per dare l’esempio”, ha concluso il presidente della Cei. 

Sir


Omelia del cardinale Bagnasco ad Ancona

L'umiltà e il coraggio della Chiesa



Ancona, 27. "Tutto parte dall'Eucaristia e tutto vi ritorna":  con queste parole il presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, si è rivolto stamani ai vescovi e ai presbiteri presenti alla messa presieduta nella cattedrale di San Ciriaco, ad Ancona, in occasione dei lavori del Consiglio permanente dell'episcopato.

Alla celebrazione hanno assistito anche i delegati diocesani che partecipano alla riunione in preparazione al xxv Congresso eucaristico nazionale (Cen) che si terrà ad Ancona dal 3 all'11 settembre. "Ogni nostra parola, infatti, come ogni decisione e speranza - ha spiegato il cardinale - qui trovano sintesi ed efficacia". Ha sottolineato il presidente della Cei:  "Siamo anche incoraggiati a non avere paura, paura delle possibili incomprensioni, delle critiche:  ce lo testimonia nel suo magistero e nella guida spirituale il Papa Benedetto XVI, che segue con puntualità e affetto grandi la Chiesa che è in Italia, noi vescovi, i sacerdoti, le nostre comunità".

Di fronte ai rischi di una cultura nichilista, ha spiegato il cardinale, il magistero "ci insegna l'umiltà del tratto, la chiarezza disarmata della verità, la sapienza lucida del dialogo, la prudenza ardita dei gesti, la libertà di fronte al mondo, il coraggio che deriva dal sapersi nelle mani di Dio". In quanto pastori - ha concluso il presidente della Cei - "siamo richiesti di mantenere la professione della nostra speranza senza vacillare, come raccomanda la Lettera agli ebrei.
Siamo così sollecitati a rispondere alle attese non solo della comunità, ma anche dell'intera società che esige da noi, nonostante limiti e debolezze, le parole che eccheggiano quelle del Signore, che sono testimoniate da duemila anni di storia cristiana, che sono bagnate dal sangue dei martiri di ieri e di oggi".

Intanto, il Consiglio permanente della Cei, in corso ad Ancona, ha approvato il documento finale della Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010. "La questione antropologica - è scritto in una nota del sottosegretario e portavoce della Conferenza episcopale italiana (Cei), monsignor Domenico Pompili - si sta sempre più rivelando la prospettiva unificante della stessa problematica sociale" In merito alla questione antropologica, è aggiunto, "ciò suggerisce di riconoscere e accogliere quella cultura della vita e per la vita, senza della quale le enormi difficoltà economiche e sociali non potranno essere adeguatamente affrontate e superate".

Dell'esperienza scaturita dai lavori dell'assise di Reggio Calabria "si è rimarcato la presenza dei giovani e l'entusiasmo che si è diffuso e che suggerisce di continuare a tenere aperta nella comunità cristiana la riflessione intorno alla dottrina sociale della Chiesa, che ha trovato una sua puntuale attualizzazione nell'agenda di speranza per il futuro". Monsignor Pompili ha anche evidenziato che il Consiglio permanente ha dedicato una particolare riflessione al Congresso eucaristico nazionale. È stato approvato il messaggio d'invito che illustra le radici teologiche e le prospettive pastorali che scaturiscono dal mistero eucaristico.


(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2011)






Caterina63
00Thursday, February 10, 2011 7:55 PM

I Vescovi lombardi: i giovani, vittime della confusione morale


Denunciano l'incoerenza tra i valori proclamati e i comportamenti privati


ROMA, giovedì, 10 febbraio 2011 (ZENIT.org).- “Un forte disagio per l’attuale situazione socio-politica, per i temi e i toni del dibattito pubblico, per l'inquietudine diffusa, per i problemi drammatici e le manifestazioni violente che tormentano molti Paesi del mondo”: è quello espresso dai Vescovi nel documento che ha chiuso i lavori della sessione ordinaria della Conferenza episcopale lombarda (Cel) svoltasi il 7 e 8 febbraio scorsi a Somasca di Vercurago (Lecco). 

La Cel, presieduta dal Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo metropolita di Milano, è composta dai Vescovi titolari, coadiutori e ausiliari delle nove diocesi lombarde: Milano, Bergamo, Brescia, Como, Crema, Cremona, Lodi, Mantova e Vigevano.

I Vescovi, analizzando la situazione del Paese, hanno sottolineato una “particolare preoccupazione per la condizione giovanile”. I giovani, infatti “sono i destinatari di una singolare simpatia e attenzione - secondo la tradizione delle Chiese di Lombardia - perché sono i protagonisti del futuro”.

Tuttavia “la condizione giovanile attuale risulta come mortificata” in quanto “sono diffuse la sfiducia nel futuro a motivo della crisi del modello di sviluppo sinora dominante” così come “la confusione morale ingenerata anche dalla tendenza a giustificare l'incoerenza tra i valori proclamati in pubblico e i comportamenti privati”. Ciò comporta “la sfiducia nelle istituzioni motivata anche da atteggiamenti di insofferenza verso le regole della democrazia, avvertite più come un intralcio che come garanzia di libertà e di uguaglianza”.

A fronte di questa situazione, prosegue il documento, i Vescovi lombardi sentono il dovere di “offrire il loro specifico contributo annunciando il Vangelo e indicando a tutti i fedeli, ai giovani in particolare, il cammino della speranza, il carattere promettente della coerenza morale, la responsabilità di tutti a porsi al servizio gli uni degli altri”.

Proprio per questo motivo esprimono apprezzamento e incoraggiamento per “la dedizione di molti amministratori locali che con passione, competenza e disinteresse personale si fanno carico del bene comune”. Riconoscono, inoltre, in questo impegno “spesso ingrato, molteplici segni di un’autentica attenzione al vissuto concreto della gente: ciò apre alla speranza che questo stile di vita possa essere contagioso e ampiamente condiviso”.

Invitano pertanto “tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà a farsi carico di quell'agenda di speranza per il futuro del Paese che è stata discussa e condivisa nella Settimana sociale dei cattolici italiani celebrata a Reggio Calabria nello scorso ottobre”.

In questa prospettiva, i presuli lombardi si impegnano “a promuovere nelle rispettive diocesi, secondo le loro competenze e responsabilità, occasioni di discernimento condiviso con le varie forme associative dei laici cattolici sulla situazione attuale e sulle prospettive future, a incoraggiare e sostenere proposte di formazione per l'impegno sociale e politico”.

Questo impegno risulta in linea con il cammino pastorale della Chiesa in Italia per il decennio 2010-2020 che deve vedere tutti “impegnati ad educare alla vita buona del Vangelo, in particolare sollecitando e accompagnando i giovani a vivere la vita come una vocazione e a guardare al futuro con la forza di una speranza responsabile”.


Caterina63
00Wednesday, March 2, 2011 9:18 PM

“La Parola di Dio ci chiama e ci coinvolge”. Il Patriarca su “Verbum Domini”

Viene qui di seguito pubblicata l’introduzione alla lettura del testo “Verbum Domini” proposta dal Patriarca nei diversi incontri:

+ Angelo card. Scola

patriarca 

Introduzione 

Dopo due anni dalla celebrazione della XII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, il Santo Padre Benedetto XVI offre a tutto il popolo di Dio l’Esortazione apostolica postsinodale che ne presenta i risultati. Lo scopo del documento è chiarito fin dall’inizio da Benedetto XVI: 

“Con questa Esortazione apostolica postsinodale accolgo volentieri la richiesta dei Padri di far conoscere a tutto il Popolo di Dio la ricchezza emersa nell’assise vaticana e le indicazioni espresse dal lavoro comune quanto elaborato dal Sinodo, tenendo conto dei documenti presentati. In tal modo desidero indicare alcune linee fondamentali per una riscoperta, nella vita della Chiesa, della divina Parola, sorgente di costante rinnovamento, auspicando al contempo che essa diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale” (n. 1). 

Questo documento si relaziona fortemente con l’XI Assemblea Sinodale, svoltasi nell’ottobre del 2005, che ha avuto per tema l’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. Ciò è evidente non solo per il riferimento comune alla vita e alla missione della Chiesa e per il fatto che entrambe, Parola ed Eucaristia, costituiscono il cuore esistenza ecclesiale (cfr. n. 3), ma perché lo stesso testo più volte ritorna su questo legame, al punto da affermare, al n. 55, che: 

“Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico. L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico”. 

E’ significativo, inoltre, anche l’ordine delle due ultime assemblee sinodali: in un certo senso, l’approfondimento che la Chiesa ha dedicato negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II fino al Sinodo del 2005 sull’Eucaristia ha reso possibile una equilibrata tematizzazione della Parola di Dio in tutta la sua ricchezza teologica ed esistenziale. 

Come per l’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis, anche la Verbum Domini può essere compresa come un atto di ricezione del Concilio Vaticano II in particolare della Dei Verbum e dei successivi interventi del magistero intorno al tema della Parola di Dio e della Sacra Scrittura (cfr. Verbum Domini, n. 3). Esso si pone anche in attento ascolto dell’aumentato dibattito intorno al tema della Scrittura dopo il Vaticano II, entrando in merito ai punti proposti dal Concilio e non ancora recepiti adeguatamente. 

Il testo che ci viene proposto è molto ampio; uno dei più abbondanti del magistero pontificio, in cui in effetti vengono riprese tutte le tematiche emerse nell’assemblea sinodale. Tutte le propositiones dei Padri sinodali sono state riprese dal documento, insieme agli altri testi che hanno ritmato i lavori sinodali.

Lo stile del documento è particolarmente felice perché di fatto si toccano le questioni nodali relative alla Parola di Dio e alla Sacra Scrittura con grande precisione e tuttavia il linguaggio utilizzato è chiaro e concreto, sia nelle riflessioni più specificamente teologiche, sia nei risvolti più propriamente pastorali. Il documento pertanto potrà essere letto e studiato non solo dagli addetti ai lavori ma anche da tutto il popolo di Dio.

Come si ricorderà, lo stesso Benedetto XVI lungo il suo pontificato è intervenuto più volte ed in maniera approfondita sul tema della Parola di Dio. Anche durante la stessa assemblea sinodale gli interventi del pontefice erano andati al cuore del dibattito circa il rapporto tra Parola di Dio e Sacra Scrittura e intorno al tema dell’ermeneutica teologica. L’Esortazione riprende ed approfondisce gli interventi del pontefice a tale proposito.

IL RESTO DEL TESTO LO TROVATE QUI

VERBUM DOMINI: Documento ufficiale dal Sinodo sulla Sacra Scrittura



Caterina63
00Sunday, March 27, 2011 8:18 PM

Ad Aquileia, per rinnovare l'annuncio di Cristo


Di nuovo ad Aquileia, culla del cristianesimo triveneto, a distanza di ventidue anni dal primo convegno ecclesiale nella storia delle quindici diocesi del Nord­Est. Per preparare l’importante avvenimento, in programma dal 13 al 15 aprile 2012, è stato istituito un apposito Comitato, il cui vicepresidente (insieme con il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo) è monsignor Lucio Soravito, vescovo di Adria-Rovigo.

Msa. Alzare le vele verso un convegno di tale portata rappresenta un bell’impegno. Dove si vuole arrivare?
Soravito. Si vogliono stimolare le nostre Chiese a svolgere la loro missione fondamentale: annunciare Gesù Cristo crocifisso e risorto all’uomo di oggi, che si trova a dover affrontare sfide inedite e sconvolgenti. Il terzo millennio si è aperto con grandi attese e con scenari nuovi, che hanno cambiato non solo il sistema di comunicare e le dinamiche relazionali, ma anche l’uomo stesso. La crisi economica, poi, ha portato pesanti conseguenze sul piano personale, familiare e sociale.
Nel NordEst si è fatto sempre più rilevante il fenomeno dell’immigrazione, non semplice da gestire. Accanto a esso si fa sempre più impegnativa la cosiddetta «questione delle nuove generazioni», che sollecita le comunità cristiane a impostare in maniera nuova il rapporto con i giovani. In questa situazione problematica, le nostre Chiese si chiedono: come aiutare l’uomo d’oggi a ritrovare il senso di Dio, in questa società che sembra averlo perduto?

Si parla di Aquileia 2 perché nel 1990 si è celebrato un primo importante evento, quello che adesso possiamo chiamare Aquileia 1. Qual è il suo ricordo in proposito e quale il collegamento ideale tra i due convegni?
Aquileia 1 ha creato un dialogo ricco e stimolante tra le nostre Chiese che, pur appartenenti a tre regioni contermini, sono molto variegate nel loro assetto sociale e culturale. Quel primo Convegno ecclesiale ha fatto sentire la bellezza della collaborazione tra Chiese sorelle, per un rinnovato impegno di evangelizzazione e per una maggiore apertura missionaria. Quell’evento inoltre ha permesso di creare tre settori di collaborazione, ritenuti particolarmente urgenti: il potenziamento della formazione teologica, con l’istituzione della Facoltà di Teologia; l’attenzione pastorale al turismo e all’immigrazione; l’assunzione di un nuovo impegno nel campo dei mass media, con la creazione di Telechiara e la promozione degli altri strumenti di comunicazione sociale.

Nella traccia preparatoria, per motivare Aquileia 2 si usano tre parole belle ma impegnative: testimonianza, discernimento comunitario, profezia. Ce le spiega?
Innanziatutto le Chiese del Triveneto si propongono di testimoniare, attraverso la narrazione, il loro vissuto nel ventennio trascorso, riconoscendovi la presenza e l’azione dello Spirito; il Convegno vuole aiutarci a condividere le esperienze ecclesiali e pastorali in atto per un arricchimento reciproco. Con il discernimento comunitario, invece, si punta a individuare insieme ciò che lo Spirito dice alle Chiese attraverso le sfide, le difficoltà, le domande, i cambiamenti socio-culturali, i nuovi atteggiamenti religiosi e le espressioni di appartenenza ecclesiale delle nostre diocesi oggi. Infine, c’è la profezia: si tratta di progettare le modalità e le iniziative pastorali da attivare e le collaborazioni da stabilire tra noi, per rinnovare l’annuncio di Cristo, la comunicazione del Vangelo, l’educazione della fede, e per affrontare insieme le sfide che vanno oltre i confini delle singole diocesi.

Due anni, nell’era di internet, sono un’epoca storica. Quali tappe scandiscono il cammino verso Aquileia 2?
Nell’anno pastorale in corso le singole diocesi sono chiamate a discernere l’azione dello Spirito in ciò che è avvenuto nel loro vissuto ecclesiale e nella conseguente azione pastorale, e a «raccontare» questa azione dello Spirito. Inoltre sono chiamate a riconoscere le proprie risorse e a rilevare le difficoltà, i limiti, le domande, le aspettative, le priorità e le scelte.
Nell’anno pastorale 2011-2012, poi, le diocesi individueranno le scelte pastorali necessarie per rispondere alle sfide rilevate in questo primo anno di preparazione, le esigenze emergenti, il nuovo a cui aprirsi, i fronti pastorali su cui avanzare insieme. Il Comitato triveneto individuerà i «problemi pastorali» su cui concentrare la riflessione ad Aquileia e progetterà eventuali laboratori regionali di riflessione che si terranno prima del Convegno, che si svolgerà ad Aquileia (Udine) e Grado (Gorizia) nella prima settimana di Pasqua, dal 13 al 15 aprile 2012.

Sarà il Papa, il prossimo 7 maggio, a inaugurare, durante la sua visita ad Aquileia e Venezia, il secondo anno di preparazione al Convegno...
Siamo grati a Benedetto XVI per aver accolto l’invito del patriarca di Venezia e dei vescovi del Triveneto a compiere una visita pastorale nelle nostre terre. La visita del Papa alla Chiesa madre del NordEst è un forte segnale di attenzione del Pontefice e rappresenta uno stimolo particolare nel nostro cammino di preparazione. Il Papa di certo ci inviterà non solo a ravvivare la nostra fede ma, come ha dimostrato nella recente visita in Gran Bretagna e in Sicilia, ci chiamerà a un confronto e a un dialogo sincero e leale con tutti – credenti e non credenti – e ad arricchire la nostra società civile con le pratiche di «vita buona» proposte dalla fede cristiana.
Alcuni cristiani, anche preti, dimostrano una certa diffidenza nei confronti di eventi come questo, che rischiano di lasciare solo tracce di carta. Qual è l’antidoto che userete contro tale obiezione?
Aquileia 2 non produrrà «carta stampata», ma inviterà i cristiani a leggere il vissuto personale ed ecclesiale e a narrare ciò che lo Spirito sta facendo nella nostra vita e nella società. Ci inviterà a fare quello che hanno fatto i primi cristiani. Quando Pao­lo e Barnaba ritornarono ad Antiochia dopo la missione nell’Asia minore, «riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede» (At 14,27). Subito dopo, nel loro viaggio verso Gerusalemme, «attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli» (At 15,3). Poi arrivarono a Gerusalemme, dove «furono ricevuti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro» (At 15,4). Il momento della narrazione di quanto avviene nella vita della Chiesa è fondamentale per realizzare quella comunione che sfocia in una rinnovata missione. Questo «metodo narrativo» favorisce un modo tipicamente ecclesiale di incontrarsi. Ci invita a riconoscere ciò che il Signore ha realizzato con noi e per noi nella vicenda di ogni singola Chiesa e a farne dono vicendevole. La testimonianza di fede non è semplicemente un dare informazioni, ma è narrare ciò che il Signore ha fatto e sta facendo nella nostra vita e nelle nostre comunità.

Essere cristiani a NordEst oggi è più difficile?
Certo: l’attuale contesto culturale secolarizzato – che tende a rimuovere il senso della presenza di Dio – mette in crisi la nostra vita cristiana e ci obbliga a motivare la nostra fede e a renderla adulta. Oggi non si può essere cristiani per tradizione, ma solo per convinzione personale. Stiamo passando sempre più da un «cristianesimo di tradizione» a un «cristianesimo di elezione», da un contesto cristiano diffuso a un contesto secolarizzato, in cui la fede appare come una tra le varie opzioni e, molte volte, quella più ardua. In questa situazione noi cristiani siamo chiamati a rinvigorire la nostra fede e la nostra speranza, e a trovare nello Spirito la forza della perseveranza e della testimonianza, similmente a quanto è detto nelle lettere indirizzate alle sette Chiese in Apocalisse 2-3.

Infatti, per esprimere con parole di fede la preparazione ad Aquileia 2, nella Traccia di lavoro per le Diocesi avete utilizzato un versetto che ricorre più volte nel libro dell’Apocalisse: «In ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese». Si tratta di un versetto sintesi?
Sì, è una frase che riassume quello che deve essere l’atteggiamento fondamentale delle Chiese e dei cristiani: l’attenzione alla presenza e all’azione dello Spirito e la totale docilità alle sue chiamate. È questo l’atteggiamento che deve caratterizzare il cristiano, come ha segnato la vita di Maria, Madre di Gesù: «Maria conservava nel suo cuore tutte le cose che accadevano e le meditava» (Lc 2,19.51). Le motivazioni per cui i vescovi del Triveneto hanno scelto di celebrare questo secondo Convegno ecclesiale fanno riferimento ad Apocalisse 2-3, dove si narra la visione che chiede a Giovanni di mettere per iscritto «ciò che lo Spirito dice alle Chiese». A ciascuna delle sette Chiese è detto: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7a.11a.17a.29; 3,6.13.22). È questo l’invito che anima la nostra preparazione. Un invito che vuole attivare lo stile ecclesiale della sinodalità e il metodo pastorale del discernimento comunitario, per rinnovare l’annuncio di Cristo agli uomini del nostro tempo.

di P. Ugo Sartorio, da il Messaggero di Sant'Antonio
Caterina63
00Thursday, May 12, 2011 9:33 AM

Il Papa ad Aquileia: il Saluto del Vescovo Mattiazzo a nome delle Diocesi



Santo Padre,

A nome di tutte le Diocesi, qui rappresentate con i loro pastori e fedeli, rivolgo a Vostra Santità il filiale benvenuto e il più vivo ringraziamento per il prezioso dono che ci offre con la Sua presenza e la Sua visita graditissima, preparata e desiderata.
Il luogo in cui ci troviamo, Aquileia, con la sua antichissima e gloriosa Basilica ed il fascino dei suoi monumenti, è per noi un simbolo, è il richiamo alle radici storiche ma sempre vive della fede ecclesiale giunta fino a noi. Aquileia, in effetti, è stata la Chiesa Madre a cui hanno fatto capo, nel decorso del tempo, oltre 50 Diocesi, coprendo un vasto territorio mittel-europeo e orientale.
Vorrei ricordare alcuni tratti che hanno caratterizzato la prima evangelizzazione, facendo risplendere una particolare esperienza di Chiesa.
La fede si è espressa in una maturazione teologica originale, ricettiva del magistero dei primi Concili ecumenici, in un proficuo scambio e mediazione tra Oriente e Occidente.
Merita di essere rilevata, in questo contesto, la comunione profonda della Chiesa Aquileiese con la Sede Apostolica. Aquileia si è, inoltre, distinta per una Liturgia vivente sintonizzata con la sensibilità della pietà popolare.
Altro tratto significativo è stata un'organizzazione ecclesiale capillare, aderente al territorio, in un atteggiamento rispettoso delle diverse etnie e delle legittime autonomie. In pari tempo si è sviluppato un fervido dinamismo missionario.

Questa tradizione è rimasta viva nella coscienza delle nostre Chiese.
Si comprende, allora, perché nel 1990, all'indomani della "caduta del muro di Berlino", intuendo che, a seguito di profonde e rapide trasformazioni, si apriva una nuova fase della storia e della missione della Chiesa, ci siamo dati appuntamento qui, ad Aquileia, per il 1° Convegno ecclesiale. È stato un momento intenso di comunione, di dialogo, di discernimento, di ascolto dello Spirito che guida la Chiesa nei sentieri del tempo.

L'argomento che ha focalizzato la nostra intenzione era la nuova evangelizzazione, l'annunciare e incarnare la fede nei nuovi contesti culturali e sociali del nostro tempo.

Il Convegno ha immesso uno spirito nuovo e avviato esperienze di comunione tra le nostre Diocesi, come la nascita di Telechiara, poi della Facoltà Teologica del Triveneto e, ancora, la missione dei presbiteri fidei donum in Thailandia.
Riflettendo sulla situazione attuale, dopo vent'anni dal 1° Convegno ecclesiale, abbiamo preso coscienza dell'opportunità di ritornare insieme ad Aquileia per narrarci quello che lo Spirito ci ha ispirato e riprendere il cammino con rinnovato slancio. In questo 1° anno di preparazione le nostre 15 Diocesi sono state impegnate nel discernimento comunitario che, facendo memoria del vissuto ecclesiale, orienti le nostre Comunità a scelte profetiche.

Un ruolo particolare stanno svolgendo i Consigli pastorali rappresentati in questa Basilica.
In questo cammino verso il 2° Convegno ecclesiale di Aquileia noi attendiamo da Vostra Santità la parola autorevole del Successore di Pietro che ci illumini, ci confermi nella fede e nella comunione, ci aiuti a discernere come annunciare ed incarnare la grandezza, l'originalità e l'integrale bellezza della fede cristiana nel nostro tempo e come essere Chiesa che genera alla fede.

Grazie, Santo Padre.



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Il Papa a Venezia: i Saluti del Patriarca al Santo Padre


I Saluti alla Celebrazione Liturgica a Parco San Giuliano

Beatissimo Padre, 
col cuore colmo di letizia pasquale siamo qui convenuti da tutte le chiese del Nordest d’Italia – dal Patriarcato di Venezia, dalle arcidiocesi di Trento, Gorizia e Udine, dalle diocesi di Adria-Rovigo, Belluno-Feltre, Bolzano-Bressanone, Chioggia, Concordia-Pordenone, Padova, Treviso, Trieste, Verona, Vicenza e Vittorio-Veneto – e dalle altre chiese di Croazia, Slovenia, Ungheria, Austria, Baviera, Como e Mantova, nate da Aquileia. Desideriamo essere confermati nella fede degli Apostoli dal Successore di Pietro. Così, corroborati dalla persona, dalla testimonianza e dal magistero della Santità Vostra, annunceremo con umile franchezza la bellezza di Cristo a tutte le nostre genti.
Scrisse Cromazio di Aquileia: «Siamo venuti, anzi siamo stati condotti da Cristo alla porta bella del tempio. Questa porta bella è la predicazione evangelica che orna il tempio di Dio, cioè la Chiesa» [“Venimus enim, vel potius adducti sumus a Christo ad speciosam portam templi (…) Speciosa porta templi evangelica praedicatio est, per quam templus Dei, id est Ecclesia, spiritali specie adornatur” (Cromazio di Aquileia Sermo I, 4][1]. Queste parole di Cromazio danno voce a ciò che abbiamo davanti agli occhi e nel cuore. Ci commuove, in questo luogo, il fulgore della nostra Venezia, eco della bellezza di Cristo, Splendore di Verità. Dalla presenza di Gesù eucaristico le nostre povere vite sono ogni giorno attratte e sostenute nel cammino verso il Padre che ci attende.
La Santità Vostra ha scritto nel 2° volume dedicato a Gesù di Nazaret: “L’incontro col Signore risorto è missione e dà forma alla Chiesa”[2]. Siamo guidati dal fascino di questo incontro e desiderosi di comunicarlo a tutti gli uomini e le donne dell’ampio Nordest che domanda ancora oggi un comune compito a popoli latini, slavi e germanici. A favore del nostro “fratello uomo” siamo qui per riconoscere il Signore risorto nello spezzare del Pane.
Oggi Pietro è venuto all’incontro di Marco. Grazie, Santo Padre, per il dono della Sua presenza tra noi.

Note:
[1] Chromace d’Aquilée, Sermons I, Sources Chrétiennes 154, Cerf, Paris 1969, 130-131.
[2] J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, Città del Vaticano 2011, 289.
I Saluti all'Assemblea Ecclesiale in San Marco, a conclusione della Visita Pastorale
Beatissimo Padre,
nel fulgore della nostra Basilica, anticipo della gloria del Paradiso, siamo stati convocati a questa solenne celebrazione che conclude la Visita Pastorale. La Santità Vostra  ha voluto benevolmente prendervi parte. Grazie, Beatissimo Padre! Commossi e ben consapevoli del privilegio accordatoci, vogliamo esprimerlo con parole antiche. Sono un vanto del nostro popolo cattolico e veneziano: «Petrus et Marcus, una fides».
La Provvidenza ha voluto che la Visita Pastorale nel Patriarcato avesse inizio nei giorni immediatamente precedenti la Vostra elezione alla cattedra di Pietro. Quel 10 aprile 2005, infatti, il Cardinale Marco ed io ci trasferimmo da Roma a Venezia per partecipare all’Assemblea Ecclesiale che diede inizio alla Visita Pastorale, indetta l’anno precedente.
Oggi concludiamo un impegnativo itinerario con la grazia di venir confermati nella fede dal Successore di Pietro, fisicamente tra noi. Come non riconoscere la cura provvidente del Padre in questa doppia delicata coincidenza? Abbiamo cominciato con la Sua elezione e concludiamo con la Sua presenza.
La nostra figliolanza nei Vostri confronti, Santo Padre, è ben espressa in uno dei mirabili mosaici della nostra Basilica. Nel cartiglio che descrive il gesto con cui Marco presenta il Vangelo a Pietro si legge: Pietro «approva il Vangelo di Marco e lo consegna alla Chiesa perché lo legga».

Beatissimo Padre,
Lei viene a noi nell’incomparabile vespero veneziano come un dono tanto prezioso quanto immeritato. Ci sostenga la sua apostolica fede, non ci manchi mai l’ardore della carità per annunciare Gesù risorto, speranza affidabile. 
È un dono che con umile energia chiediamo alla Vergine Nicopeia. La Madre di Gesù e madre nostra ci propizi questa vittoria. Grazie, Santità!






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Cliccando qui:
Benedetto XVI in visita ad Aquileia e a Venezia 7-8 maggio 2011

troverete il resto della visita con testi e foto....


Caterina63
00Wednesday, June 29, 2011 12:34 AM

Scola a Milano: i tradizionalisti ora sperano

Pubblichiamo qualche foto della Messa veneziana, celebrata nell'ambito della visita pastorale.




Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, è stato nominato arcivescovo di Milano.
Una nomina che è frutto di un desiderio preciso di Benedetto XVI.
Ora i cattolici legati all'antico rito ambrosiano iniziano a sperare e si augurano di passare giorni migliori rispetto a quelli passati sotto il cardinale Dionigi Tettamanzi e Manganini, ex arciprete del Duomo di Milano. Due persone che hanno avuto la mano non certo leggera con i cattolici legati al rito di sempre.
I cattolici si augurano che anche nella diocesi di Milano venga finalmente applicato il motu proprio Summorum Pontificum. E sia possibile rivivere gli splendori di quella magnifica liturgia. Le premesse ci sono.
Il cardinale Angelo Scola, amico fraterno del Papa, nella diocesi di Venezia ha riservato ai cattolici tradizionalisti un trattamento esemplare.
Ha concesso una cappellania guidata dalla Fraternità San Pietro, nella persona di don Konrad zu Loewenstein. Ha assistito lo scorso 6 marzo a una Messa celebrata da don Konrad e ne è rimasto molto impressionato.
Ecco perché i cattolici milanesi ora possono sperare.

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SALUTO A MILANO del card. Scola

Al carissimo confratello nell’episcopato Card. Dionigi,
a tutti i fedeli della Chiesa ambrosiana,
a tutti gli abitanti dell’Arcidiocesi di Milano,

mi preme accompagnare la decisione del Santo Padre di nominarmi Arcivescovo di Milano con un primo affettuoso saluto.
Voi comprenderete quanto la notizia, che mi è stata comunicata qualche giorno fa, trovi il mio cuore
ancora oggi in un certo travaglio. Lasciare Venezia dopo quasi dieci anni domanda sacrificio. D’altro canto la Chiesa di Milano è la mia Chiesa madre. In essa sono nato e sono stato simultaneamente svezzato alla vita e alla fede.
L’obbedienza è l’appiglio sicuro per la serena certezza di questo passo a cui sono chiamato.
Attraverso il Papa Benedetto XVI l’obbedienza mia e Vostra è a Cristo Gesù. Per Lui e solo per Lui io sono mandato a Voi. E comunicare la bellezza, la verità e la bontà di Gesù Risorto è l’unico scopo dell’esistenza della Chiesa e del ministero dei suoi pastori. Infatti, la ragion d’essere della Chiesa, popolo di Dio in cammino, è lasciar risplendere sul suo volto Gesù Cristo, Luce delle genti. Quel Volto crocifisso che, secondo la profonda espressione di San Carlo, «faceva trasparire l’immensa luminosità della divina bontà, l’abbagliante splendore della giustizia, l’indicibile bellezza della misericordia, l’amore ardentissimo per gli uomini tutti» (Omelia del 16 marzo 1584). Gesù Risorto accompagna veramente il cristiano nella vita di ogni giorno e il Crocifisso è oggettivamente speranza affidabile per ogni uomo e ogni donna.

In questo momento chiedo a Voi tutti, ai Vescovi ausiliari, ai presbiteri, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate, ai fedeli laici l’accoglienza della fede e la carità della preghiera. Lo chiedo in particolare alle famiglie, anche in vista del VII Incontro mondiale. Vi assicuro che il mio cuore ha già fatto spazio a tutti e a ciascuno.Sono preso a servizio di una Chiesa che lo Spirito ha arricchito di preziosi e variegati tesori di vita
cristiana dall’origine fino ai nostri giorni. Lo abbiamo visto, pieni di gratitudine, anche nelle beatificazioni di domenica scorsa. Mi impegno a svolgere questo servizio favorendo la pluriformità nell’unità. Sono consapevole dell’importanza della Chiesa ambrosiana per gli sviluppi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.
Questo mio saluto si rivolge anche a tutti gli uomini e le donne che vivono le molte realtà civili della Diocesi di Milano, ed in modo particolare alle Autorità costituite di ogni ordine e grado: «L’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo» (Benedetto XVI, Omelia nella beatificazione di Giovanni Paolo II, 1.05.2011).

Vengo a Voi con animo aperto e sentimenti di simpatia e oso sperare da parte Vostra atteggiamenti analoghi verso di me.
Chiedo al Signore di potermi inserire, con umile e realistica fiducia, nella lunga catena degli Arcivescovi che si sono spesi per la nostra Chiesa. Come non citarne qui almeno taluni che ci hanno preceduto all’altra riva? Ambrogio, Carlo, Federigo, il card. Ferrari, Pio XI, il card. Tosi, il card. Schüster, Paolo VI e il card. Colombo.
Ho bisogno di Voi, di tutti Voi, del Vostro aiuto, ma soprattutto, in questo momento, del Vostro affetto.
Chiedo in particolare la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati, dei più poveri ed emarginati. Lo scambio d’amore con loro, ne sono certo, è ancor oggi prezioso alimento per l’operosità dei mondi che hanno fatto e fanno grande Milano: dalla scuola all’università, dal lavoro all’economia, alla politica, al mondo della comunicazione e dell’editoria, alla cultura, all’arte, alla magnanima condivisione sociale…
Un augurio particolare voglio rivolgere alle migliaia e migliaia di persone che sono impegnate negli oratori feriali, nei campi-scuola, nelle vacanze guidate, e in special modo ai giovani che si preparano alla Giornata mondiale della Gioventù di Madrid.
Domando una preghiera speciale alle comunità monastiche.
Nel porgere a Voi tutti questo primo saluto, voglio dire il mio intenso affetto collegiale ai Cardinali

Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi.
Non voglio concludere queste righe senza esprimere fin da ora la mia gratitudine a tutti i sacerdoti, primi collaboratori del Vescovo, di cui ben conosco l’ambrosiana, diuturna dedizione ecclesiale e la capillare disponibilità verso gli uomini e le donne del vasto territorio diocesano.
Mi affido all’intercessione della Madonnina che, dall’alto del Duomo, protegge il popolo ambrosiano.
In attesa di incontrarVi, nel Signore Vi benedico
+ Angelo Card. Scola
Arcivescovo eletto di Milano

Venezia, 28 giugno 2011

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ANNUNCIO ALLA DIOCESI da parte del cardinale Tettamanzi, PER IL NUOVO ARCIVESCOVO
“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”

Carissimi fedeli dell’Arcidiocesi ambrosiana,
in data odierna il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la mia rinuncia all’ufficio di Arcivescovo di Milano, presentata più di due anni fa al compiersi del mio settantacinquesimo anno di età, e ha nominato nuovo Arcivescovo di Milano Sua Eminenza il Cardinale Angelo Scola, finora Patriarca di Venezia.

Desidero anzitutto esprimere il mio filiale ringraziamento al Santo Padre per i due anni di proroga nell’impegnativo incarico di Arcivescovo di Milano: un tempo che mi ha permesso di portare a compimento la Visita pastorale decanale, di far maturare – con il contributo di tutti e in particolare dei confratelli sacerdoti – alcuni cammini di rinnovamento intrapresi dalla Chiesa ambrosiana e di avviare la preparazione al VII Incontro Mondiale delle Famiglie del 2012.
Ora con serenità di cuore e con spirito di fede, che so condivisi dall’intera comunità diocesana, sono lieto di trasmettere il testimone della guida pastorale di questa splendida Chiesa al carissimo confratello Cardinale Angelo Scola. Egli è conosciuto da molti di noi anche perché originario della nostra Arcidiocesi: è nato a Malgrate (Lecco) il 7 novembre 1941. Ordinato sacerdote nel 1970, ha conseguito il Dottorato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano e in Teologia a Friburgo in Svizzera. Ha insegnato Antropologia Teologica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia della Pontificia Università Lateranense.
Il 20 luglio 1991 viene nominato Vescovo di Grosseto, dove esercita il suo ministero fino al 14 settembre1995, quando il Santo Padre gli affida l’incarico di Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense a Roma e quello di Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia. Il 5 gennaio 2002 è nominato da Giovanni Paolo II Patriarca di Venezia. Negli anni successivi viene scelto come membro di diverse Congregazioni della Santa Sede.

In particolare è Relatore Generale per la XI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2005 sul tema “L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. Dal gennaio di quest’anno è membro del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.
Non posso dimenticare la notevole attività scientifica del Cardinale Angelo Scola, che lo ha portato a pubblicare diversi volumi e a offrire numerosi contributi per riviste specializzate e per opere collettive.
Come risulta anche solo da queste brevi note biografiche, il nuovo Arcivescovo è un uomo di grande cultura, di molteplice esperienza, di forte passione ecclesiale. Per questo – ne sono certo – egli saprà guidare con sapienza ed efficacia la nostra Arcidiocesi nel suo ordinario cammino pastorale e nelle impegnative scadenze di carattere internazionale dei prossimi anni: il VII Incontro Mondiale delle Famiglie con l’attesa visita del Santo Padre a Milano, il millesettecentesimo anniversario dell’ “Editto di Milano” e nel 2015 l’Expo.
La Chiesa ambrosiana, che si prepara nella preghiera ad accogliere il nuovo Arcivescovo, per grazia di Dio è ricca di tradizioni di fede, di operosità evangelica, di impegno caritativo, di santità popolare, come testimonia anche la triplice recentissima beatificazione. Una Chiesa che in questi anni si è impegnata ad annunciare Cristo Risorto con percorsi pastorali e spirituali di rinnovamento, nella fedeltà alla sua grande tradizione storica e nel desiderio di assumere un volto più missionario: a livello liturgico, nei cammini di “trasmissione della fede”, di educazione e cultura al servizio della società, di riorganizzazione territoriale, di pastorale familiare e giovanile, di apertura ad gentes, di difesa dei deboli, di accoglienza degli immigrati. Una Chiesa che non teme di affrontare le difficoltà e le sfide del nostro tempo, a cominciare dalla diffusa secolarizzazione e dal calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, perché confida con piena speranza nel suo Maestro e Signore. Una Chiesa che, forte di una tradizione non solo di fedeltà ma di vero amore per il suo pastore – e vi sono grato per l’esperienza che ne ho potuto fare in questi nove anni! –, vuole accogliere il nuovo Arcivescovo come inviato del Signore, come novello Ambrogio e Carlo.

I tempi di cambiamento chiedono a tutti una forte docilità, un senso di pieno abbandono nelle mani del Signore: lo avverto in prima persona, ma è così anche per il nuovo Arcivescovo che viene e per voi, carissimi fedeli e comunità che vi preparate ad accoglierlo. Viviamo questa stagione come una provvidenziale occasione di consegna di noi stessi a Dio Padre, di sequela libera e radicale al Cristo, di affidamento all’imprevedibile e smisurata forza rinnovatrice dello Spirito. Super omnia caritas: al di sopra di tutto sia la carità, che viene da Dio e diviene comunione fraterna e obbedienza amorosa, a guidarci in questo passaggio, insieme alla convinzione, piena di gioia pasquale, che davvero è “benedetto colui che viene nel nome del Signore”!
Per quanto mi riguarda, desidero rimanere in questa Diocesi, nella quale sono nato e cresciuto e che ho cercato di servire per molti anni, dapprima come sacerdote e ultimamente come Arcivescovo, andando a risiedere nella Villa Sacro Cuore di Triuggio. Assicuro che non verranno meno il mio affetto, il mio costante pensiero, la mia fedele preghiera per tutti, a cominciare dal nuovo Arcivescovo.
Affido il passaggio della responsabilità pastorale di questa nostra amata Chiesa all’intercessione di sant’Ambrogio, nostro padre nella fede, di san Carlo Borromeo nel quarto centenario della canonizzazione, di santa Gianna Beretta Molla e dei molti Beati, che in questi anni ho avuto la gioia di vedere riconosciuti come nostri modelli e intercessori e, soprattutto, all’intercessione materna della cara Madonnina che dall’alto del Duomo tutti protegge e benedice.

+ Dionigi card. Tettamanzi

Milano, 28 giugno 2011

Adieu Scola: il programma del congedo


La diocesi di Venezia si prepara al congedo dal Patriarca Angelo Scola, nominato arcivescovo di Milano. Saranno due i gesti ufficiali, con un primo momento civile, il 5 settembre, e un secondo momento religioso, il 7 settembre.
Lunedì 5 saranno le autorità civili del Comune di Venezia, della Provincia, della Regione e dei Comuni della diocesi (Mira, Quarto d'Altino, Jesolo, Cavallino-Treporti, Eraclea, Caorle) a salutare il Patriarca: il gesto ufficiale di congedo è previsto al Teatro La Fenice a Venezia a partire dalle 20,30. Un migliaio le persone che si prevede saranno presenti (l'ingresso sarà ad invito) in rappresentanza delle istituzioni e del mondo laico della diocesi. Il programma della serata prevede un concerto offerto dall'orchestra del Teatro La Fenice e, in conclusione, i saluti delle autorità.

Doppio appuntamento il 7 settembre. Il momento ecclesiale è previsto due giorni dopo, mercoledì 7 settembre, e si articola secondo due diversi appuntamenti. Il primo, a partire dalle 15,30, avverrà presso la Basilica della Salute, dove il card. Scola e il rettore del Seminario mons. Lucio Cilia hanno invitato tutti i presbiteri e i diaconi, come pure i laici che vorranno essere presenti, alla presentazione della sede del Seminario, rinnovata dall'intervento di restauro che si sta concludendo. «E' un momento nel quale saranno soprattutto i presbiteri a salutare il Patriarca, ritrovandosi nel luogo cardine della loro formazione», spiega don Natalino Bonazza che presiede il Comitato preposto ad organizzare il congedo del Patriarca.

Il momento alla Salute rappresenterà l'occasione per visitare i cantieri del restauro al Seminario, uno degli interventi fortemente voluti proprio dal card. Scola che ora lascia in dono alla Diocesi e alla città di Venezia: il polo pedagogico-accademico dello Studium Generale Marcianum, la biblioteca con oltre 50mila volumi censiti, la splendida pinacoteca con i capolavori del fondo artistico del Patriarcato, sono infatti aperte non solo agli studiosi e agli addetti ai lavori, ma a chiunque sia interessato alla cultura e all'arte. I restauri sono in corso di ultimazione: per questo la visita del 7 settembre non sarà una vera e propria inaugurazione, ma la presentazione del lavoro ormai quasi ultimato e che in un tempo ormai prossimo sarà totalmente restituito alla città.

Il cuore dell’atto di congedo. Terminato il momento alla Salute, il Patriarca si sposterà in Basilica di San Marco, dove alle 18,30 si terrà la solenne concelebrazione eucaristica per il saluto da parte della Chiesa veneziana (trasmessa in diretta da Telechiara). E' questo il cuore dell'atto di congedo.

Per comprenderne il senso vale la pena partire dalla frase scelta per il poster che pubblicizzerà l'evento: “Amata Chiesa che sei in Venezia, vai oltre”, una citazione esplicita delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel corso della sua visita del 7-8 maggio scorsi (in particolare nel discorso pronunciato in San Marco domenica 8 maggio nel corso dell’Assemblea per la chiusura della Visita Pastorale) e che vuole essere un invito a proseguire lungo la strada tracciata in questi dieci anni dal Patriarca Scola: un congedo, dunque, che è soprattutto un impegno e un ringraziamento da parte della Chiesa di Venezia.

La messa per la Chiesa locale. «Per la liturgia – spiega mons. Orlando Barbaro, incaricato nell’ambito del Comitato a seguire l'aspetto liturgico – l'indicazione data dal Patriarca è stata quella di celebrare la messa per la Chiesa locale. E si è scelto di mantenere le letture del giorno. Questa a mio avviso – prosegue mons. Barbaro – è la scelta più corretta, che andrebbe seguita sempre, perché non dobbiamo essere noi a piegare la parola di Dio secondo i nostri scopi, quanto piuttosto essere noi a piegarci a quel che ci propone l'anno liturgico». Il fatto, poi, che si tratti di una messa per la Chiesa locale ha un preciso significato: «Non è la celebrazione della persona del Patriarca – precisa mons. Barbaro – ma è un momento di congedo nel quale viene espressa la “missio” della nostra Chiesa. Al centro della celebrazione, dunque, c'è la nostra Chiesa, c'è la diocesi che vuole dire al suo Pastore che quanto lui ha dato, ha insegnato a tutti noi, rappresenterà una linea chiara per noi, da proseguire. Abbiamo ricevuto delle indicazioni precise, con la conclusione della Visita pastorale, con le parole del Papa e con l'ultimo discorso del Redentore. A questo intendiamo riferirci nel futuro».

I momenti e i gesti della celebrazione. Sull'altare insieme al card. Scola vi sarà il Patriarca emerito Marco Cè, e con loro anche due sacerdoti, uno giovane e uno anziano, in rappresentanza dei presbiteri veneziani. E' previsto un momento introduttivo, nel quale sarà spiegato il senso di questo gesto, mentre un altro momento particolarmente significativo sarà la professione di fede secondo il rito battesimale, che sarà fatta da alcuni rappresentanti della diocesi, scelti tra i vicariati e tra i vari movimenti, a significare la ricchezza della Chiesa di Venezia, data dalla sua «pluriformità nell'unità», come ama sottolineare il Patriarca. «Anche questo gesto – sottolinea mons. Orlando Barbaro – vuole affermare l'impegno assunto dalla Chiesa di Venezia: le persone che davanti al Patriarca, con il cero in mano, pronunceranno le promesse battesimali, lo faranno a nome di tutta la diocesi».
Infine, terminato il canto meditativo che seguirà la Comunione, ecco il momento dei saluti. Vi sarà la consegna del dono al Patriarca, che consisterà in un gesto di carità poiché questo è il desiderio espresso dallo stesso card. Scola. Fin da ora si possono raccogliere offerte (vedi box con i dati) per la colletta indetta dalla Diocesi che a breve indicherà quale sarà il gesto di carità stabilito, da considerare come conclusione della Visita pastorale.

Nel corso della messa sono previsti degli interventi della Corale Marciana, nei canti dell'Offertorio e poi durante il ringraziamento per la Comunione. Il “Veni Creator”, invocazione allo Spirito Santo. Il canto conclusivo rappresenterà un altro momento particolarmente significativo, perché con il canto del “Veni Creator”, si invocherà lo Spirito Santo per la Chiesa di Venezia che si appresta ad accogliere il nuovo vescovo e per il Patriarca che assumerà il nuovo ministero. E' stato scelto il “Veni Creator” di Lorenzo Perosi, che alterna una strofa di coro polifonico a una di gregoriano. «E' inoltre un canto significativo per i presbiteri – ricorda mons. Orlando Barbaro – perché è il canto che, soprattutto un tempo, accompagnava il primo atto pubblico del nostro sacerdozio, ovvero il momento in cui si indossava la veste». Infine i saluti informali, che il Patriarca riserverà a tutti coloro che vorranno stringergli la mano e ringraziarlo per questi dieci anni insieme.

Serena Spinazzi Lucchesi
Tratto da GENTE VENETA, n.32/2011





Caterina63
00Thursday, September 8, 2011 3:12 PM

Adieu Scola: «gratitudine al Signore per questo decennio»

 

Non è mancata la «gratitudine al Signore per questo decennio». Né la richiesta di «perdono, a coloro che volontariamente o involontariamente avessi potuto offendere in questo cammino. Se ho peccato contro questa Chiesa ho soprattutto peccato di omissione». Né poteva mancare la rilettura di quanto sta avvenendo a questa Chiesa – e a lui, chiamato ad essere il nuovo arcivescovo di Milano – secondo il filtro della Parola di Dio: «Perché Cristo è la nostra vita siamo qui questa sera. Perché Cristo è la nostra vita noi ci disponiamo a seguire un disegno che ci supera». E ancora: «Ogni prova, compreso il distacco, è per un di più, è per il nostro bene».
«Questa Venezia è un messaggio all'umanità». Ma l'ultima omelia del card. Angelo Scola, pronunciata mercoledì sera dal pulpito della Cattedrale di San Marco, è stata anche l'occasione per rilanciare ancora una volta la missione affidata a questa città dell'umanità, alla «Serenissima nostra città che tanta luce ha avuto dalla nostra Chiesa e che tanta ancora se ne aspetta». Colpito, quasi stregato dal «prorompere della bellezza della nostra Venezia, assolutamente indicibile, indescrivibile», assaporata durante il viaggio nella “disdotona” offertogli poco prima dalle remiere, il card. Scola sottolinea: «Questa Venezia è un messaggio all'umanità, perché il suo popolo la vive in modo tale da renderla un messaggio per l'umanità. E' una responsabiltà per la Chiesa, una responsabiltà per tutti gli abitanti della società civile plurale, un compito per l'umanità in un tempo di grande travaglio».
La lode ai presbiteri. Ha lodato ancora, il card. Scola, il «presbiterio solido, ricco, pluriforme ma unito. Questa è, assieme all'apporto dei religiosi e delle religiose, la grande eredità, la ricchezza della Chiesa di Venezia che il Patriarca Angelo lascia al suo successore. Per la potenza di Cristo questa Chiesa ha un grande futuro, come ce l'ha la città serenissima».
«Che bella Chiesa locale è la Chiesa di Venezia. Realmente è un luogo di pluriformità nell'unità», ha aggiunto. «Una Chiesa ben radicata in Marco, nei suoi successori, in san Lorenzo Giustiniani, nei grandi papi santi e beati, nei patriarchi che ci hanno preceduto, nei tanti santi che hanno vissuto nella nostra terra e hanno seminato i carismi del rinnovamento della vita». Si incrina la voce quando cita anche «i nostri cari che ci hanno già preceduto all'altra riva».
«Nessun distacco è propriamente un distacco», ha rimarcato. «Nessuna partenza è una partenza per chi è incamminato verso un'unica meta: Cristo nostra vita, Cristo tutto in tutti».

Paolo Fusco
Tratto da GENTE VENETA, n.35/2011


 





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[SM=g1740733] .... certo è che... per un saluto così straordinario (come lo è stato per molti aspetti ed anche commovente) UNA MESSA STRAORDINARIA avrebbe lasciato il segno...
chi e che cosa impediva al cardinale Scola - o l'ha impedito - di salutare non solo con pensieri parole straordinarie, anche con una Messa nella forma Straordinaria lasciando intendere quell'obbedienza a Pietro ed alla applicazione delle sue spirituali richieste?
il conformismo... ancora quella schiavitù che volente o dolente ci lega più "ai sussurri degli uomini" anzichè all'autentico godimento di Dio nel SUO SACRIFICIO....

Per carità! La Messa celebrata dal Patriarca è stata fin troppo "paradisiaca" per la forma Ordinaria del Rito... i canti erano un sogno ed una giusta nostalgia che non si sofferma sulla Persona amata del Patriarca, ma che ci fa desiderare di pregare perchè ci venga donato al più presto un altro Pastore solerte e responsabile, ma anche di più ancora, come lo era il Servo che, lasciatosi cingere i fianchi, si è fatto condurre dove forse non pensava..

Non un addio!
Il Servo va dove il Padrone della Messe lo manda... lo manda nella vigna in cui c'è bisogno... così ci piace vedere di spalle l'amato Patriarca, mentre dando l'ultimo saluto alle Calli di Venezia, s'incammina verso una vigna più chiassosa... più bisognevole...ben sapendo che un pezzo del suo cuore resterà qui, accanto ai Patriarchi che l'hanno preceduto, accanto alle Parrocchie ed alle persone che ha incrociato...
Sì!
Grazie Padre santo, Angelo Scola, grazie per quanto ha fatto e per quanto ha dato, quanto ai difetti chi è che non li ha? Non saremo certo noi a redigerne un elenco.... in fondo l'apostolo ci insegna che l'amore copre una moltitudine di peccati... e lei tanto ha amato!!

La seguiranno le nostre umili preghiere per il delicato compito che l'attende, in fondo siamo o non siamo UNA SOLA CHIESA?
RI-Doni al suolo Ambrosiano la Liturgia antica, sono anni che l'attendono.... e riequilibrando il giusto ordine delle cose attraverso la SACRALITA', vedrà che anche il suo compito comincerà sotto tutti i migliori auspici!

Ad maiora, Padre santo,
ci benedica, sempre, e la raggiunga il palpito delle Ave Maria di questi giorni in cui, nella Tradizione viva della Chiesa, risuonano le due Feste della Natività e del santissimo Nome di Maria...

[SM=g1740717] Ave Maria!



Eliminato ufficialmente il leone marciano dallo stemma del Cardinal Scola. Il nuovo Arcivescovo di Milano dopo la presa di possesso canonico, si prepara all'ingresso solenne nell'Arcidiocesi, in programma per il 25 settembre.


prima...

... dopo



Monsignor Dino De Antoni è il nuovo presidente della Conferenza espiscopale del Triveneto. L’arcivescovo di Gorizia è stato eletto dopo la partenza del cardinale Angelo Scola, già Patriarca di Venezia ed ora arcivescovo di Milano. Nella stessa occasione i Vescovi hanno, inoltre, provveduto all’elezione del nuovo vicepresidente: monsignor Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova.
E la periodica riunione dei Vescovi del Triveneto che si sono ritrovati nei giorni scorsi a Zelarino (Venezia) ha dato il via all’incarico dell’arcivescovo di Gorizia. Tema principale dell’incontro è stata la visita di Papa Benedetto XVI e il cammino verso “Aquileia 2”, il convegno ecclesiale delle comunità cristiane delle 15 Diocesi del Nordest in programma dal 13 al 15 aprile 2012.
Durante l’incontro, i Vescovi hanno esaminato e discusso la nuova “traccia di lavoro” predisposta dal Comitato triveneto che si sta occupando di “Aquileia 2” e che fornisce precise indicazioni sulle tappe e sulle modalità del lavoro che caratterizzerà il periodo di “preparazione immediata” all’appuntamento del prossimo anno. Si punta, in particolare, sulla diffusione e condivisione delle “testimonianze” redatte nei mesi scorsi dalle Diocesi nell’intento di raccontare la vita attuale, l’impegno, le gioie e le fatiche delle Chiese e del territorio del Nordest evidenziandone soprattutto i cambiamenti in atto in questi anni. Si tratterà, ora, di individuare insieme le questioni emergenti e fondamentali che più interessano e stanno a cuore alla vita di queste regioni, anche in vista di una più stretta collaborazione – di esperienze, iniziative, strumenti, stili di vita e orientamenti pastorali – tra le Chiese del Nordest.
Per accompagnare e sostenere il cammino di “preparazione immediata” sono state focalizzate tre piste per il lavoro e la riflessione comune: la nuova evangelizzazione nel Nordest (come annunciare e far incontrare Cristo oggi per testimoniare la “vita buona del Vangelo”); il dialogo con la cultura del nostro tempo (soprattutto nell’attuale contesto multiculturale e multietnico del Nordest, crocevia di popoli e culture); l’impegno per il bene comune (sugli ambiti di vita pubblica che richiedono con maggiore urgenza la collaborazione e l’apporto delle comunità ecclesiali).
da bora.la 


Mons. Dino De Antoni, Arcivescovo Metropolita di Gorizia





Caterina63
00Saturday, November 5, 2011 10:22 AM
[SM=g1740720]ATTENZIONE COMUNICATO URGENTE

Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit

La già brutta serata di ieri è diventata bruttissima.
Eravamo già sconvolti per le tragiche notizie riguardanti Genova e la Liguria, i telefonini di alcuni nostri amici liguri squillavano senza dar risposta ( finalmente stamattina è arrivato qualche sms rassicurante) quando è giunta la notizia dell’attentato all’Arcivescovo di Firenze S.E.Mons. Giuseppe Betori e il ferimento del suo segretario Don Paolo Brogi.

Dopo il gesto sacrilego, della distruzione della Statua della Madonna Santissima a Roma, durante la manifestazione degli indignados, che "in primis" ha offeso Dio e la Santissima Vergine Maria e infine il sentimento religioso dei fedeli, abbiamo appreso, con rinnovato orrore, che una mano armata si è sacrilegamente scagliata contro un Consacrato.

Cerchiamo di raggiungere, in mattinata, una Chiesa e pregare, dinnanzi il Santissimo Sacramento, per don Paolo, per le vittime dell’alluvione in Liguria e per tutti coloro che in questi giorni stanno soffrendo.
Accendiamo pure una candela davanti l’immagine della Madonna Santissima perché protegga il Papa, i Vescovi e il Clero dai nemici di Cristo e della Chiesa.

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PER AIUTARE GENOVA CONTATTARE LA DIOCESI:
UFFICIO CARITAS DI GENOVA


Caterina63
00Friday, November 25, 2011 10:12 PM
[SM=g1740733] I chierichetti di Malgrate intervistano il Card. Scola...
"Vostra Eminenza, Lei da piccolo faceva il chierichetto?"

"Si si l'ho fatto, per tanti anni, ho cominciato alla fine degli anni '40. [...] C'erano dei turni molto rigidi, c'era il turno di una settimana alla Messa delle 6 della mattina, e poi le due Messe della domenica. C'era un registro molto rigido: si segnavano tutte le presenze e le assenze. Era un impegno molto bello e molto serio, a cui tenevamo molto".

"La cosa che mi è rimasta più impressa di quand'ero chierichetto, questa ve la voglio dire, è stato quando è venuto il Cardinal Schuster in visita pastorale. Io ero piccolino, e il parroco ci costrinse a venire all'inizio, proprio al mattino presto presto, quando il Cardinale cominciava la sua adorazione qui, al faldistorio, quello speciale inginocchiatoio che i vescovi usano, e venimmo qui alle tre del mattino. E io rimasi impressionato perché, tra un tentativo di star sveglio e l'altro, perché il Cardinale restò immobile per un'ora intera in ginocchio davanti al Sacramento, quasi senza muoversi! E lì, questa immagine del Cardinal Schuster, ha segnato il mio cuore e la mia mente fin da bambino, perché mi ha fatto capire la presenza di Dio nel Santissimo Sacramento, di Gesù morto e risorto per noi, e quindi l'importanza di Dio nella nostra vita. Fare il chierichetto è un privilegio, è un privilegio, perché è poter partecipare nella vicinanza e nell'affetto al bene che Gesù ci vuole. Quindi continuate in questa tradizione".


Dall'intervista dei chierichetti di Malgrate al Card. Angelo Scola,
nel giorno del suo ingresso nella Diocesi di Milano
25 settembre 2011






[SM=g1740722]

Il discorso alla città del cardinale arcivescovo di Milano per la festa di sant'Ambrogio
Scocca l'ora delle iniziative virtuose

"Crisi e travaglio. All'inizio del terzo miillennio" è il tema affrontato dal cardinale arcivescovo di Milano nel suo primo discorso alla città pronunciato nel pomeriggio di oggi, martedì 6, nella basilica di Sant'Ambrogio alla vigilia della ricorrenza liturgica del santo patrono della metropoli lombarda. Ne pubblichiamo ampi stralci.


di ANGELO, cardinale, SCOLA

Da più di cinquant'anni è tradizione che l'arcivescovo di Milano, ai primi vespri della solennità di sant'Ambrogio, si rivolga alla città, rappresentata da tutte le sue autorità istituzionali, civili e militari, e a tutta la diocesi, per proporre alcune considerazioni su aspetti particolarmente urgenti della vita comune. Inserendomi in questa tradizione ho trovato particolarmente efficace una preziosa riflessione che l'allora cardinale Montini svolse in occasione di questa stessa festa il 6 dicembre 1962: "Siamo ormai così abituati noi moderni a considerare questa distinzione del profano dal sacro, che facilmente pensiamo i due campi non solo distinti, ma separati; e sovente non solo separati, ma ciascuno a sé sufficiente e dimentico della coessenzialità dell'uno e dell'altro nella formula integrale e reale della vita".

Nel rispetto della netta distinzione tra quanto tocca al vescovo e ciò che spetta alle autorità civili della polis, sono ben consapevole dell'orizzonte in cui va posto ogni intervento del magistero ecclesiale. Tanto più che il dovere del Papa e dei vescovi consiste soprattutto nel proporre a ogni uomo e a tutta la famiglia umana l'avvenimento di Gesù Cristo. A questo scopo, senza avanzare pretese sulle questioni opinabili, il vescovo è chiamato a porgere ai cristiani il suo insegnamento su quelle di principio che concernono il senso - significato e direzione - della vita umana. Questo suo dovere si presenta particolarmente arduo nelle cosiddette "questioni miste", per usare un'efficace espressione di Maritain. Quelle cioè in cui talune scelte pratiche mettono in campo, in termini molto delicati e spesso controversi, i principi stessi - penso a quelli relativi al matrimonio e alla famiglia, alla nascita e alla morte, alla giustizia sociale.

Né si può tacere, soprattutto se si vuol tener conto della storia delle nostre terre ma anche dell'intera Italia, che l'insegnamento dei vescovi va oltre i confini della Chiesa e, se liberamente assunto, può favorire un utile confronto per tutta la polis, indipendentemente dalle diverse mondo-visioni che la abitano. È proprio la figura di Ambrogio a confermare, dopo sedici secoli, la solidità di una simile impostazione. Quel nobile romano, uomo di stato e di governo che pose le sue competenze al servizio della Chiesa, operò secondo gli studiosi in un'epoca di angoscia per i mutamenti radicali e continui, sotto la pressione dei popoli barbari, per le incertezze e per le difficoltà dell'economia a causa di carestie e guerre. In questo quadro l'azione di Ambrogio è in grado di offrire preziose indicazioni per il delicato momento storico in cui versiamo.

Ambrogio richiama con forza il senso autentico della proprietà privata: i beni ci sono dati in uso e in primis in funzione del bene comune. Fa sentire alto il suo monito contro la cupidigia e l'avidità, in particolare presso coloro che ricoprono cariche pubbliche. Da qui consegue l'attenzione ai poveri (soprattutto ai poveri "vergognosi", che non avevano il coraggio di manifestare la propria situazione di indigenza) ai malati, ai condannati a morte, ai prigionieri, ai forestieri, agli affamati, alle vedove e agli orfani. Tra le tante fragilità del suo tempo non dimentica nemmeno quella degli anziani trascurati e lasciati a se stessi e invita i figli ad assistere i genitori anziani. Particolarmente significativo il soccorso a chi affollava le città arrivando da fuori, soprattutto gli immigrati, in particolare i contadini, colpiti da carestie e guerre, e i profughi.

Questa sua sensibilità e l'impegno sul piano sociale ed economico poggiano su una strenua difesa della verità, incurante di rischi e difficoltà, nella consapevolezza che la morale cristiana perfeziona quella naturale senza contraddirla. Ciò lo rende particolarmente attento all'etica matrimoniale e familiare. Alla ferma condanna dell'aborto fa seguire una decisa valorizzazione, profetica per il suo tempo, del ruolo della donna. Con lo sguardo orientato al nostro patrono intendo ora offrire qualche riflessione sul delicato frangente che stiamo attraversando. Parlare di travaglio e non limitarsi a parlare di crisi economico-finanziaria, vuol dire non fermarsi alle pur necessarie misure tecniche per far fronte alle gravi difficoltà.

Secondo molti esperti la radice della cosiddetta crisi starebbe nel rovesciamento del rapporto tra sistema bancario-finanziario ed economia reale. Le banche sarebbero state spinte a dirottare molte risorse che avevano in gestione - e quindi anche il risparmio delle famiglie - verso forme di investimento di tipo puramente finanziario. Anche a proposito della nostra città si è potuto affermare: a Milano è rimasta solo la finanza. Non spetta a me confermare o meno tale diagnosi. Voglio, invece, far emergere un dato che reputo decisivo: nonostante l'ostinato tentativo di mettere tra parentesi la dimensione antropologica ed etica dell'attività economico-finanziaria, in questo momento di grave prova il peso della persona e delle sue relazioni torna testardamente a farsi sentire. Prima di offrire qualche suggerimento in vista della necessaria ricentratura antropologica ed etica dell'economia - domandata a ben vedere dalla stessa ragione economica - è giusto riconoscere, come da più parti si è fatto, che la radice patologica della crisi sta nella mancanza di fiducia e di coesione.

Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell'esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un "io-in-relazione". Per scoprirlo basta osservarci in azione: ognuno di noi, fin dalla nascita, ha bisogno del riconoscimento degli altri. Quando siamo trattati umanamente, ci sentiamo pieni di gratitudine e il presente ci appare carico di promessa per il futuro. Con questo sguardo fiducioso diventiamo capaci di assumere compiti e di fare, se necessario, sacrifici. Da qui è bene ripartire per ricostruire una idea di famiglia, di vicinato, di città, di Paese, di Europa, di umanità intera, che riconosca questo dato di esperienza, comune - nella sua sostanziale semplicità - a tutti gli uomini.

Non basta la competenza fatta di calcolo e di esperimento. Per affrontare la crisi economico-finanziaria occorre anche un serio ripensamento della ragione, sia economica che politica, come ripetutamente ci invita a fare il Papa. È davvero urgente liberare la ragione economico-finanziaria dalla gabbia di una razionalità tecnocratica e individualistica di cui, con la crisi, abbiamo potuto toccare con mano i limiti. Ed è altrettanto urgente liberare la ragione politica dalle secche di una realpolitik incapace di capire il cambiamento e coglierne le sfide. La politica, nell'attuale impasse nazionale e nel monco progetto europeo, ha bisogno di una rinnovata responsabilità creativa perché la società non può fare a meno del suo compito di impostazione e di guida. A questa assunzione di responsabilità da parte della politica deve corrispondere l'accettazione, da parte di tutti i cittadini, dei sacrifici che l'odierna situazione impone.

Per sollevare la nazione è necessario il contributo di tutti, come succede in una famiglia: soprattutto in tempi di grave emergenza ogni membro è chiamato, secondo le sue possibilità, a dare di più. Chi ha il compito istituzionale di imporre sacrifici dovrà però farlo con criteri obiettivi di giustizia ed equità inserendoli in una prospettiva di sviluppo integrale (cfr. Caritas in veritate) che non si misura solo con la pur indicativa crescita del Pil.

Nel quadro delle considerazioni antropologiche, etiche e culturali è opportuno individuare percorsi esistenti in cui impegnarsi sia a livello personale che comunitario. Sono iniziative virtuose che, non a caso, ci stanno domandando un cambiamento degli stili di vita e delle politiche sociali ed economiche.

Il lavoro, nel suo senso profondo, dice l'interagire della persona con le cose, con gli altri, con il grande mistero di Dio, che non smette mai di agire nei confronti del creato, come non a caso Gesù dice del Padre (cfr. Giovanni, 5, 17). Il lavoro remunerato, e il tanto non remunerato, deve essere difeso con opportune politiche che favoriscano la libera intrapresa. Anche un profano riesce a far proprie le indicazioni degli esperti in proposito. Occorre che obiettivo primario di queste politiche sia la rivalutazione della responsabilità personale tanto dei lavoratori quanto degli imprenditori, la creazione di nuovi servizi che favoriscano la crescita professionale e affianchino a percorsi di riqualificazione e formazione un sostegno economico e, infine, la valorizzazione e la creazione di spazi di partecipazione.

Perché non riprendere in seria considerazione la proposta che tutti i lavoratori abbiano parte agli utili di impresa? Gli esperti insistono poi sulla necessità di politiche di sostegno al sistema che opera attorno all'impresa in modo che sia accresciuto il livello qualitativo dei prodotti, il rafforzamento dei patrimoni, la promozione dell'esportazione e gli interventi del cosiddetto "welfare aziendale". Si tratta di realtà già in atto nel nostro tessuto lombardo che chiedono di essere ulteriormente potenziate.

Nel caso della finanza, in particolare, è davvero urgente che chi vi opera e chi la studia, chi la commenta e chi ne fruisce, maturino la consapevolezza che quello della finanza è - per sua natura - un patto potente e delicato, che serve realmente lo sviluppo quando crea relazioni solide e stabili nel tempo. L'appiattimento sul breve periodo dell'orizzonte di chi fa finanza e la spersonalizzazione dei rapporti finanziari, non "pagano" realmente. Anzi, l'esperienza c'insegna che hanno già ripetutamente portato il sistema a momenti critici. Il mercato non deve essere concepito come un moloch che non può essere scalfito: esso non è un fatto di natura, ma di cultura.

Ancora una volta gli esperti ci dicono che indicatori dell'impatto della crisi economico-finanziaria sulle famiglie sono l'andamento dei consumi, l'indebitamento e l'impoverimento dei nuclei già in condizione di difficoltà. A questi si aggiunge la sempre più preoccupante questione demografica, che porta inevitabilmente con sé quelle della procreazione e dello scambio intergenerazionale, con tutte le implicazioni sociali del caso. Un'attenzione del tutto particolare va riservata, quindi, alle giovani generazioni, le più colpite dall'odierna situazione economica. In questa prospettiva integrale è un'urgenza primaria favorire la formazione e il lavoro delle nuove generazioni, anche attraverso un'innovativa concezione delle istituzioni scolastiche e universitarie, in modo che si promuova con realismo la possibilità di edificare nuovi nuclei familiari.

Il compito delle parrocchie, degli oratori e delle aggregazioni di fedeli assume in proposito sempre maggior rilevanza. Ho spesso avuto modo di ricordare ai giovani, e voglio farlo anche oggi a tutti noi, che non potranno essere il futuro della nostra società - quante volte questa ovvietà è riproposta demagogicamente! - se non si impegnano fin da ora a esserne il presente.



(©L'Osservatore Romano 7 dicembre 2011)



Caterina63
00Thursday, January 26, 2012 11:58 PM
[SM=g1740722]

Mons. Moraglia, Vescovo (siriano e ratzingeriano) di La Spezia, prossimo Patriarca di Venezia! Ottima scelta, Santità! Bravi Bernardini e Ouellet

Aspettando la nomina ufficiale che dovrebbe essere data in sincronia in Vaticano, a Venezia e a La Spezia.
Sacerdote "siriano" per formazione (è stato ordinato proprio dal Card. Siri a Genova nel 1977), è teologo di altissimo profilo in sintonia con Ratzinger, con cui è in linea anche sul piano liturgico. Consacrato Vescovo dal Card. Bagnasco e da Mons. Piacenza.
Qui la biografia di Mons. Moraglia, e qui il curriculum, tratti dal sito ufficiale della diocesi di La Spezia.
Che questa nomina sia uno dei primi (e resi noti) frutti della recente (agosto) nomina di Mons. Bernardini quale Nunzio in Italia? (si veda
qui nostro post). E' proprio al Rappresentante pontificio che spetta, tra l'altro, il compito delicato e importantissimo di proporre la "terna" coi nomi dei candidati per le diocesi vacanti. E che sia merito anche del Card. Ouellet? Speriamo!

Roberto


Moraglia sale in gondola
di A. Tornielli, da
Vatican Insider, del 26.01.2012


Benedetto XVI ha scelto il successore del cardinale Angelo Scola sulla cattedra di San Marco: è il vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia, di origini genovesi. L’annuncio è atteso a giorni e l’ingresso nella diocesi della Serenissima potrebbe avvenire entro marzo.
Si conclude così l’attesa durata sette mesi, dopo la nomina di Scola a Milano. La «macchina» delle consultazioni per la scelta del successore si è messa in moto con notevole ritardo, complice anche il fatto che dopo l’estate è cambiato il nunzio apostolico in Italia: l’arcivescovo Giuseppe Bertello, che aveva gestito il dossier Milano, è stato promosso alla guida del Governatorato e ora diventerà cardinale, mentre al suo posto di ambasciatore vaticano presso il Quirinale è stato scelto il nunzio in Argentina Adriano Bernardini.
Moraglia è nato a Genova, il 25 maggio 1953 ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri il 29 giugno 1977. Dottore i teologia dogmatica, è stato direttore dell’ufficio per la Cultura e l’Università della diocesi genovese; assistente diocesano del Meic; docente di cristologia, antropologia, sacramentaria e di storia della teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; preside e docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Ligure. Nominato vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato nel dicembre 2007 da Benedetto XVI, ha ricevuto l’ordinazione dal cardinale Angelo Bagnasco nel febbraio 2008. Attualmente ricopre l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione «Comunicazione e Cultura», che sovrintende ai media della Conferenza episcopale italiana.
Il nuovo patriarca può essere considerato un ratzingeriano, sia dal punto di vista teologico che liturgico.

[SM=g1740722]  conferma ufficiale: Grazie Santo Padre..... e... a presto Eccellenza, amato Patriarca, Venezia ti attende con molti Rosari e da molti mesi.... [SM=g1740733]

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NOMINA UFFICIALE 

Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Patriarca di Venezia (Italia) S.E. Mons. Francesco Moraglia, finora Vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato.

S.E. Mons. Francesco Moraglia
S.E. Mons. Francesco Moraglia è nato a Genova il 25 maggio 1953.
Ha frequentato il Seminario di Genova ed ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 29 giugno 1977.
Ha poi proseguito gli studi a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana conseguendo il Dottorato in Teologia Dogmatica nel 1981.
Nel suo ministero è stato chiamato a svolgere il compito di educatore presso il Seminario arcivescovile maggiore a Genova e di vice-parroco in una parrocchia del centro cittadino.
È stato insegnante di Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, preside presso l'Istituto di Scienze Religiose Ligure e assistente diocesano del MEIC. Ha, inoltre, diretto l'Ufficio diocesano per la Cultura e il Centro Studi "Didascaleion".
È stato membro del Consiglio Presbiterale diocesano e canonico del Capitolo.
Il 6 dicembre 2007 è stato eletto alla sede vescovile di La Spezia-Sarzana-Brugnato, ricevendo l’ordinazione episcopale il 3 febbraio 2008.
È presidente del Consiglio di Amministrazione della fondazione "Comunicazione e Cultura" e consultore della Congregazione per il Clero.


Moraglia Patriarca: il messaggio ai seminaristi



Moraglia Patriarca: il messaggio ai seminaristi


    Carissimi Seminaristi,
    mi rivolgo alla comunità del Seminario e a ciascuno di voi nell’attesa di incontrarVi personalmente. Desidero, con queste brevi righe, salutarVi con affetto e insieme attirare la Vostra attenzione su un fatto rilevante per la Vostra formazione. La Provvidenza ha disposto che, nel tempo del Vostro seminario, faceste l’esperienza dell’avvicendarsi, alla guida della diocesi, del Vescovo. Spero non vi sfugga il senso e la specificità di tale circostanza; vi chiedo, anzi, di farne oggetto di riflessione.
    Il Signore, come ben sapete, parla anche attraverso i fatti e le circostanze che noi, in modo un po’ frettoloso, releghiamo tra le coincidenze. Così, l’avvicendamento del Vescovo alla guida della comunità diocesana - al di là delle persone coinvolte - è un’opportunità che deve aiutare la vostra crescita ecclesiale. La Chiesa è fatta di uomini ed è per gli uomini, ma va sempre oltre il piano umano; allora vivere la Chiesa e il suo mistero - e non solo nella Chiesa - richiede uno sguardo libero e un cuore docile, pienamente disponibile al progetto di Dio. Bisogna imparare questo fin dagli anni della formazione; nel futuro ne starete bene voi e quanti beneficeranno del vostro servizio ecclesiale.

    Lo sguardo libero e il cuore docile, pienamente disponibile a Dio, appartengono, in maniera particolare, alla linea mariana della Chiesa che, qui, deve illuminare la linea petrina.

 Gesù risorto, prima di rinnovare il mandato a Pietro, e con lui agli apostoli, chiede - dalla croce - a Maria, la donna-madre, di prendere il discepolo come figlio, affinché, il discepolo-figlio, proprio da Lei, la donna-madre, impari a essere, appunto, vero discepolo del Signore (cfr. Gv 19, 26-27).
    Certamente la venuta del nuovo pastore è evento che riguarda l’intera Chiesa particolare, e non potrebbe essere altrimenti, ma non vuol dire che non rivesta un significato proprio per chi, in seminario, sta compiendo un cammino ecclesiale di discernimento. Così, per il seminarista, futuro presbitero, l’evento ecclesiale della successione episcopale nella Chiesa particolare deve tradursi in un approfondimento del mistero umano e divino della Chiesa. L’avvicendamento sia quindi occasione d’incamminarvi verso una libertà più grande e un servizio ecclesiale più generoso; in tal modo il vostro sacerdozio sarà vera benedizione per quanti incontrerete. Il momento di transizione che la nostra Chiesa sta vivendo sia, per la comunità del seminario, occasione di crescita e, prima ancora, dono da accogliere.
    La Madre dell’unico, eterno Sacerdote, vi ottenga un cuore capace di misericordia, ricco di speranza e passione per le anime. Vi benedico con affetto e a presto!
    
    
La Spezia, 31 gennaio 2012

+  Francesco Moraglia
    Patriarca eletto




[SM=g1740717] Mons. Francesco Moraglia è il nuovo Patriarca di Venezia. L'annuncio è stato dato questa mattina, a Venezia, La Spezia e in Città del Vaticano. Queste le prime parole del nuovo Patriarca:

«A S. E. il Cardinale Marco Cè, Patriarca Emerito, A S. E. Mons. Beniamino Pizziol, Amministratore Apostolico, a tutti i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate, fedeli laici, a tutti gli uomini e le donne, dimoranti nel territorio diocesano.



Carissimi amici, fin dal primo momento in cui sono stato informato che il Santo Padre mi aveva destinato alla sede patriarcale di Venezia, ho provato un forte sentimento di trepidazione, ma anche una grande fiducia nel Signore; di tale stato d’animo desidero, in primo luogo, farvi parte. Tutti, infatti, - pastore e fedeli - siamo coinvolti nella scelta di Benedetto XVI. Il servizio nel difficile compito della presidenza ecclesiale richiede doti tali di prudenza, di saggezza, di cuore e d’intelletto che nessuno può pensare di possedere; per questo mi rivolgo a Voi chiedendo, fin d’ora, preghiera e aiuto.
Per la Chiesa che è a Venezia e il suo nuovo pastore inizia un tempo in cui ciascuno - per la sua parte - è chiamato ad affidarsi, con più libertà e più fede al Signore e al Suo piano provvidenziale che va sempre oltre quanto gli uomini possono immaginare; è il tempo in cui ciascuno, facendo meno conto su di sé, é chiamato ad aprirsi maggiormente, nella sua vita, al senso della paternità di Dio. E’ il tempo - se vogliamo - della comunione a priori, in cui, pastore e fedeli sono invitati, nella fede, a innalzare lo sguardo all’unico Maestro e Signore.

Sono mandato a voi - nella successione apostolica - come vostro Vescovo; non conto su particolari doti e doni personali, non vengo a voi con ricchezza di scienza e intelligenza ma col desiderio e il fermo proposito d’essere il primo servitore della nostra Chiesa che è in Venezia. Faccio mie le parole dell’apostolo Paolo che, nella seconda lettera ai Corinzi, scrive: «non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1, 24). Il Vescovo, infatti, non è chiamato, innanzitutto, a portare qualcosa di suo, ma qualcosa che va oltre le sue personali capacità e risorse; in altre parole, la pienezza del sacerdozio di Cristo che - sul piano ministeriale - costituisce la Chiesa.
Sono conscio d’essere mandato a una Chiesa viva, ben presente sul territorio, a una Chiesa che sa esprimere con una fede capace di farsi cultura ma, soprattutto, a una Chiesa che ha una lunga storia scandita dalla santità, anche ordinaria, di molti suoi figli e figlie; una santità confermata, anche recentemente, dalle figure di alcuni suoi grandi pastori come Giuseppe Melchiorre Sarto - San Pio X -, Angelo Giuseppe Roncalli - Beato Giovanni XXIII -, Albino Luciani - Servo di Dio Giovanni Paolo I -. Una Chiesa che, nei suoi membri, può contare su molteplici risorse per dire, oggi, la bellezza di Gesù risorto, il vivente. E tale testimonianza, nella così detta società “liquida” - in cui le situazioni mutano prima di consolidarsi in abitudini e procedure -, è oltremodo urgente.

Il Vescovo è chiamato a servire nella presidenza e, proprio per non venir meno in tale compito sa che, come prima cosa, deve amare la sua Chiesa, perché solo chi ama vede bene ed è in grado di cogliere tutto nella logica del Vangelo. Vengo col desiderio di ascoltare, per capire e conoscere quanto lo Spirito vuol dire a questa Chiesa, nella logica sinodale del comune cammino delle diocesi del Triveneto verso Aquileia 2. Si tratta di molteplici strade e di un comune percorso guardando, con occhi nuovi, alle realtà ecclesiali e socio-culturali, per una nuova evangelizzazione, in dialogo con le culture del tempo, avendo come meta il bene comune. Tale convenire delle Chiese del Nordest s’inserisce nel più ampio orizzonte degli orientamenti pastorali della Chiesa che è in Italia; così a cinquant’anni dall’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, il più grande evento ecclesiale che ha segnato il XX secolo, siamo invitati a rinnovarci personalmente e comunitariamente in una fede capace di farsi cultura.
Il momento che stiamo vivendo deve caratterizzarsi per la comunione che nasce dalla fede nell’unico Signore; siamo chiamati a “narrare” - come Maria nel Magnificat - le grandi cose che Dio opera in noi.
Da quando sono stato messo a conoscenza della decisione del Santo Padre ho voluto idealmente aprire il mio cuore a tutta la città, all’intera diocesi, a ogni uomo e donna che il Signore mi vorrà fare incontrare nel servizio episcopale in mezzo a voi. Tutti porto nella preghiera e a tutti chiedo la carità della preghiera; in modo particolare la chiedo ai piccoli, ai malati, agli anziani, ai bambini, a coloro che Gesù, nel Vangelo, ci dice contano di più agli occhi del Padre celeste. Chiedo d’essere accolto come un fratello che, per un disegno della Provvidenza, è mandato a voi come padre, pur venendo da una regione lontana dalla vostra che ormai, però, avverto già come a me carissima.

A quanti, nelle differenti vocazioni e stati di vita, concorrono a formare il volto della Chiesa di Dio che è in Venezia, domando aiuto, collaborazione e assunzione di corresponsabilità; il Vescovo, infatti, che è garante dell’unità della Chiesa particolare - nella comunione col Vescovo di Roma - da solo non può fare nulla. Infine chiedo la collaborazione dei confratelli, insigniti del sacerdozio di secondo grado, che costituiscono il reale prolungamento del sacerdozio del Vescovo. Fra essi, in primis, mi rivolgo ai parroci, poi a quanti, a diverso titolo, esercitano il ministero nell’ambito della cultura - ricerca e insegnamento - e ai confratelli che, oggi, in un contesto sociale sempre più a rischio povertà, si misurano, quotidianamente, con tutte le tipologie dei bisogni dell’uomo. Conto anche sui diaconi e sul loro prezioso ministero: il servizio della carità che, sempre, nasce dall’altare e ad esso, sempre, ritorna. Ai consacrati e consacrate chiedo che, nella fedeltà al loro carisma specifico, esprimano il volto sinfonico della Chiesa, ne promuovano la crescita compiendone i lineamenti, in vista di una testimonianza pienamente evangelica, incarnata nell’oggi. Ai fedeli laici e alle aggregazioni laicali dico la mia fiducia e stima, guardo a loro come a una vera ricchezza per un’inculturazione della fede nel contesto di una vera e sana laicità, con particolare attenzione e promozione della realtà della famiglia, nella prospettiva del bene comune.

Nell’alveo e secondo la logica di una sana laicità guardo con attenzione allo Studium Generale Marcianum, polo pedagogico e accademico, strumento di formazione e di ricerca, affinché la nostra Chiesa sia in grado d’elaborare una proposta educativa radicata nell’impareggiabile e unica tradizione storica e civile di Venezia e, insieme, in dialogo costante con tutte le culture e gli uomini.
Ai carissimi giovani, con i quali sarebbe - fin d’ora - mio desiderio intrattenermi a lungo, mi limito a dire: voglio incontrarvi al più presto! Un pensiero di vicinanza amica e fraterna va a quanti appartengono alle differenti confessioni cristiane, alla comunità ebraica, ai credenti di altre religioni presenti nel territorio della diocesi. Infine il mio saluto rispettoso va agli uomini e alle donne non credenti, soprattutto a coloro che sono “in ricerca”, auspicando, per quanto possibile, un comune impegno per l’uomo; in una cultura sempre più individualista, profondamente segnata della tecno-scienza, appare discriminante la questione antropologica, vero “caso serio” per il presente e il futuro della nostra società.

Non posso chiudere questo saluto senza un ricordo del mio predecessore, il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, del Cardinale Marco Cè, Patriarca Emerito; un grazie riconoscente e particolarissimo all’Amministratore Apostolico, Monsignor Beniamino Pizziol per quanto sta facendo, con grande generosità, a servizio della Chiesa che è a Venezia. Agli eccellentissimi Vescovi della sede metropolitana patriarcale e agli eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneta dico - nell’attesa d’incontrarli di persona - il mio intenso, fraterno affetto collegiale.
Al Sindaco, al Presidente della Provincia, al Presidente della Regione e a tutte le cariche istituzionali rivolgo il mio deferente saluto e assicuro impegno per una collaborazione leale, nella distinzione dei ruoli.
L’intercessione di San Marco Evangelista, del Proto Patriarca San Lorenzo Giustiniani, soprattutto la materna intercessione della Vergine Nicopeia ci ottengano, da Dio, la grazia di rispondere a quanto Egli si attende da ciascuno di noi.


In attesa d’incontrarVi, tutti benedico con affetto.


Tratto da GENTE VENETA, n.5/2012

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Il Papa ha scelto di persona il nuovo Patriarca di Venezia. In stretta collaborazione con la Nunziatura.

di S. Magister, dal suo blog

Il nuovo patriarca è stato scelto personalmente da Benedetto XVI. Viene da Genova ed è discepolo del cardinale Siri. È un sicuro ratzingeriano, sia in teologia che in liturgia
CITTÀ DEL VATICANO, 31 gennaio 2012 – La nomina di monsignor Francesco Moraglia a nuovo patriarca di Venezia è tra le più personali che Benedetto XVI ha compiuto durante il suo pontificato.
Non risulta che la provvista sia stata discussa in una delle riunioni che si tengono ogni giovedì nella congregazione vaticana per i vescovi guidata dal porporato canadese Marc Ouellet – riunione alla quale partecipano i cardinali e vescovi membri della congregazione –, come è avvenuto per la nomina di Angelo Scola a Milano.
Né risulta che ci sia stata una riunione ristretta a pochi ecclesiastici di alto rango – ad esempio i vertici della segreteria di Stato, della congregazione per i vescovi, della conferenza episcopale italiana –, come è avvenuto per la scelta degli ultimi titolari di altre diocesi cardinalizie italiane quali Torino e Firenze.
Sembra invece che la decisione sia maturata personalmente in papa Joseph Ratzinger semplicemente sulla base della relazione scritta fornita dalla nunziatura in Italia e, forse, di qualche colloquio personale con l'uno o l'altro cardinale.
L’inchiesta della nunziatura italiana sui candidati a Venezia è stata compiuta quando questa sede diplomatica, in assenza del nunzio, era retta da un incaricato d’affari, il quale ha fornito un resoconto quasi notarile delle consultazioni che sono state fatte dopo l’estate scorsa. Nel resoconto si riportano le indicazioni dei vescovi del Triveneto, di altri ecclesiastici e di alcuni laici di Venezia, dei cardinali residenziali italiani compresi alcuni emeriti, degli arcivescovi di diocesi cardinalizie.
Alla fine i suffragi più numerosi sono confluiti sull’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzoccato (63 anni, già vescovo ad Adria-Rovigo e a Treviso, dal 2009 alla guida della diocesi friulana) e su Moraglia. Ma mentre sul primo, che è veneto, non c’è stato un plebiscito da parte dei confratelli della sua stessa regione ecclesiastica, il secondo, che proviene dalla Liguria, ha raccolto le preferenze di quasi tutti i cardinali consultati.
Monsignor Moraglia è diventato noto al grande pubblico dopo l’alluvione che ha colpito duramente la sua diocesi di La Spezia lo scorso ottobre, quando dispose subito che i seminaristi della diocesi (cresciuti di numero con lui) si recassero sui luoghi del disastro per aiutare la popolazione. Ma da tempo è stimato da importanti ecclesiastici che lo hanno conosciuto da vicino.
Nato a Genova il 25 maggio di 59 anni fa, è ordinato sacerdote il 29 giugno 1977 dal cardinale Giuseppe Siri, con il quale diventa viceparroco e nel 1986 docente di teologia all’Istituto superiore di scienze religiose della Liguria. Con il successore di Siri, il cardinale Giovanni Canestri, diventa nel 1989 docente alla sezione genovese della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, nel 1990 assistente diocesano del MEIC e nel 1994 preside del predetto Istituto di scienze religiose. Con il successore di Canestri, il cardinale Dionigi Tettamanzi, nel 1996 diventa direttore dell’ufficio diocesano per la cultura. Con il successore di Tettamanzi, Tarcisio Bertone, nel 2004 diventa canonico effettivo del capitolo metropolitano della cattedrale di San Lorenzo. Quando poi a fine 2007 arriva la nomina a vescovo di La Spezia, a consacrarlo vescovo a Genova il 3 febbraio 2008 sono il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della CEI, e l’arcivescovo Mauro Piacenza, oggi cardinale prefetto della congregazione per i clero, che ha sempre seguito molto da vicino il percorso ecclesiastico di Moraglia.

Bagnasco, con un suo decreto del 23 aprile 2010, ha nominato Moraglia presidente del consiglio d'amministrazione della Fondazione “Comunicazione e Cultura”, alla quale fa capo l’emittente TV 2000, di proprietà della CEI e diretta dal 18 ottobre dello stesso anno da Dino Boffo.
Su Moraglia si è insomma registrata una rara convergenza di consensi tra personalità per altri versi non sempre in sintonia tra loro, come i cardinali Bagnasco e Bertone. Nonché di altri porporati consultati come Carlo Caffarra, Camillo Ruini, Angelo Scola e Crescenzio Sepe.
Ma il nuovo patriarca di Venezia è stimato anche dall’anziano ma sempre vigile cardinale Giacomo Biffi, che pur non conoscendolo da vicino aveva speso tutta la sua rilevante autorevolezza presso papa Ratzinger per proporlo addirittura come arcivescovo di Milano – nelle vene di Moraglia scorre sangue ambrosiano per via materna – con una accorata lettera che aveva molto colpito le alte stanze del Palazzo Apostolico.
Moraglia può essere definito senza ombra di dubbio "ratzingeriano", sia in teologia che in liturgia. È uomo di cultura, ma sempre attento a far sentire la presenza della Chiesa a fianco del mondo del lavoro con un occhio di riguardo per le fasce più deboli, in questo seguendo una tradizione che discende da Siri. Così, nel gennaio 2009, è stato visto mentre in impeccabili abiti episcopali impugnava un megafono per parlare con le maestranze di una fabbrica mobilitate in difesa del posto di lavoro (vedi la foto di Claudio Pistelli per "Il Secolo XIX").

Adesso Moraglia, mediaticamente piuttosto in ombra, si trova a dover succedere a Venezia a un cardinale come Scola che invece ha sempre avuto grande visibilità, anche grazie alle molteplici iniziative che hanno caratterizzato il suo mandato: basti pensare al polo educativo del Marcianum e alla Fondazione Oasis.
Essendo poi il primo genovese a salire sulla cattedra di San Marco, Moraglia dovrà essere attento a non urtare le sensibilità campanilistiche sempre in agguato. Una prova del gradimento della sua nomina, almeno a livello ecclesiastico, si avrà quando la conferenza episcopale del Triveneto sarà chiamata ad eleggere il suo nuovo presidente (che oggi è l’arcivescovo di Gorizia, Dino De Antoni, dimissionario per età). I predecessori Scola e Marco Cè, entrambi lombardi, non ebbero difficoltà ad essere eletti. Ed è improbabile che l’episcopato veneto riservi a un nominato personalmente dal papa lo sgarbo che l'episcopato della Toscana inflisse nel 2001 al neo arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli (in precedenza segretario generale della CEI), quando gli preferì come presidente regionale l’arcivescovo di Pisa Alessandro Plotti, grande oppositore dell’allora presidente della CEI Ruini.
Con la nomina di Moraglia – che sarà creato cardinale nel primo concistoro successivo a quello che si celebra a febbraio – cresce il peso degli ecclesiastici discepoli di Siri, sia pure con sensibilità diverse. Oltre a Moraglia, infatti, sono stati ordinati sacerdoti da Siri i cardinali Bagnasco e Piacenza e il neoporporato Domenico Calcagno, presidente dell'APSA. Senza contare il nunzio apostolico Antonio Guido Filipazzi e il vescovo francese Marc Aillet. L’attuale maestro delle cerimonie pontificie monsignor Guido Marini fu l’ultimo diacono “caudatario” del cardinal Siri, mentre il viceministro degli esteri vaticano, monsignor Ettore Balestrero, pur essendo incardinato nella diocesi di Roma, è nato e cresciuto anche lui nella Genova “siriana”.

Raccontano i vecchi curiali che una volta il cardinale Sebastiano Baggio, potente prefetto della congregazione per i vescovi nell’ultima fase del pontificato di Paolo VI e all'inizio di quello di Giovanni Paolo II, abbia rimproverato il cardinale Siri di far crescere i suoi seminaristi e preti come in un'isola separata dal corpo della Chiesa italiana. E per questo non venivano presi in considerazione per essere fatti vescovi.
“Sì, è vero – avrebbe risposto Siri –, noi siamo in un'isola, ma ai miei ho insegnato a nuotare”. E a nuotare bene, si potrebbe aggiungere oggi.

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Caterina63
00Friday, April 6, 2012 9:33 PM

Rinnovamento nella Diocesi di Milano

 

L'arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nomina otto nuovi Vescovi Vicari

 

del cardinale Angelo Scola

MILANO, venerdì, 6 aprile 2012 (ZENIT.org) - «I Vescovi grazie al dono dello Spirito Santo che è dato ai Presbiteri nella sacra Ordinazione, hanno in essi dei necessari collaboratori e consiglieri nel ministero e nella funzione di istruire, santificare e governare il Popolo di Dio» (PO 7).

Con queste parole il decreto conciliare Presbyterorum ordinis descrive la forma comunionale del ministero apostolico del Vescovo e del suo esercizio nella Chiesa locale. Il Vescovo, infatti, ha come collaboratori e consiglieri, necessari precisa il Concilio, i presbiteri e questo grazie al dono dello Spirito ricevuto nel sacramento dell’Ordine.

Alla luce di questa natura comunionale del ministero apostolico, il Codice di Diritto Canonico prevede: «in ogni diocesi il Vescovo diocesano deve costituire il Vicario generale affinché, con la potestà ordinaria di cui è munito (…) presti il suo aiuto al Vescovo stesso nel governo di tutta la diocesi» (Can. 475 - §1. ); e inoltre: «ogni qualvolta lo richieda il buon governo della diocesi, possono essere costituiti dal Vescovo diocesano anche uno o più Vicari episcopali» (Can. 476).

Nonostante i pochi mesi del mio ministero ambrosiano e nella misura consentita dalle mie forze, con l’aiuto del Consiglio Episcopale e dei Decani, ho conseguito un’iniziale conoscenza del presbiterio. Ho voluto, inoltre, per onorare la forma sinodale della vita della Chiesa e per farmi carico dell’eredità che i miei predecessori mi hanno consegnato, avvalermi del compito di consiglieri proprio dei presbiteri, attuando un’ampia consultazione tra non meno di duecento sacerdoti della nostra Arcidiocesi, ai quali ho deciso di aggiungere taluni religiosi e religiose, diaconi e laici.

Sono confortato dal fatto che tra i nomi segnalati figurano tutte le persone che ho scelto come i miei più diretti collaboratori. Ho così maturato le prime nomine, quelle del VEZ.

Come Vi già è noto, le nomine che sto per annunziare diverranno effettive dal giorno 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Nel frattempo gli eletti saranno introdotti al loro compito dai predecessori, che restano in carica a tutti gli effetti fino al giorno della loro scadenza. Fino a quella data, ad essi e non ai nuovi dovrete continuare a rivolgervi.

A quelle ogni annunciate seguiranno, man mano, altre nomine necessarie od opportune.

Nominerò:

- Vicario Generale, S.E. Mons. Mario Delpini.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale I – Milano, Mons. Carlo Faccendini.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale II – Varese, Mons. Franco Agnesi.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale III – Lecco, Mons. Maurizio Rolla.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale IV – Rho, Mons. Giampaolo Citterio.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale V – Monza, P. Patrizio Garascia.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale VI – Melegnano, Mons. Franco Carnevali.

- Vicario Episcopale della Zona Pastorale VII – Sesto S. Giovanni, S.E. Mons. Carlo Redaelli.

Sono certo di interpretare tutti Voi nel manifestare pubblicamente fin d’ora il grazie di tutta l’Arcidiocesi e quello mio personale a tutti gli attuali membri del VEZ, da S.E. Mons. Carlo Redaelli ai Vicari Episcopali di Zona, per il loro fedele e generoso servizio alla nostra Chiesa. In particolare, la cura con cui hanno assistito il nuovo Arcivescovo in questi primi mesi è stata per me esempio di autentica dedizione ecclesiale. Quanto prima comunicherò le loro nuove destinazioni.

La nota sensibilità ecclesiale del clero ambrosiano mi fa sicuro della pronta accoglienza e della cordiale collaborazione che Voi tutti, con le vostre comunità, riserverete al nuovo Vicario Generale e ai Vicari Episcopali di Zona.

Su tutti loro invoco la protezione della Beata Vergine Maria, e di Sant’Ambrogio e San Carlo, perché possano svolgere il loro compito di collaboratori dell’Arcivescovo in spirito di fede e obbedienza alla Santa Chiesa.

Immedesimandoci con la Pasqua di Nostro Signore, opera di salvezza per noi, per tutti i battezzati, per gli uomini e le donne che vivono in questa benedetta terra ambrosiana, ci prepariamo allo straordinario evento del VII Incontro Mondiale delle Famiglie che vedrà tra noi la presenza del Santo Padre.

 

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[SM=g1740733]e per seguire l'arrivo del nuovo Patriarca di Venezia, cliccate anche qui

 

 

Caterina63
00Sunday, April 29, 2012 10:33 AM

Due o tre cose sul "caso Bergamo" e gli strani funerali. Ci scrivono Gnocchi e Palmaro

Non è che in queste ultime settimane il diario dalla diocesi di BG (Bergamo non Bulgaria) non meritasse di essere aggiornato, anzi.
Solo che il vescovo, monsignor Francesco Beschi (nelle foto), durante la Quaresima, forse come penitenza, aveva incontrato i fedeli della Messa in rito antico e aveva promesso che “
dopo Pasqua si comincerà a vedere qualcosa”.
Come si fa a non concedere fiducia a un vescovo? È vero che, con i tempi che corrono, la domanda dovrebbe essere un’altra: come si fa a concedere fiducia a un vescovo? Ma, si sa, noi cattolici vecchio stampo siamo sempre un po’ sentimentali e, con la fiducia, ci comportiamo come Vittorio Emanuele con i titoli onorifici: “
Una medaglia di cavaliere e mezzo sigaro toscano” diceva il re “non si negano a nessuno”.
Non è il caso di riportare qui la cronaca dell’imbarazzato e imbarazzante intervento di monsignor Beschi in mezzo i fedeli della Messa in latino. Forse, ma bisogna sottolineare “
forse”, non gli capitava da tanto tempo di trovarsi in mezzo a tanti cattolici tutti insieme. E, forse, ma sempre sottolineando “forse”, non gli era mai capitato di sentirsi dire, come gli è capitato quella sera, che ci sono dei fedeli disposti a dare la vita per lui. E bisogna anche tenere conto che ha pure toccato con mano l’esistenza di cattolici decisi ancora ad andare a Messa per pregare e non per fare festa, per divertirsi, per incontrasi o per celebrare se stessi.
Lo choc, forse, ma sempre sottolineando “forse”, deve essere stato notevole. Specialmente, e sottolineando “specialmente”, per i suoi due accompagnatori: il vicario generale monsignor Davide Pelucchi e il delegato
ad omnia monsignor G. Specialissimamente, e qui senza il “forse”, per monsignor G., il quale si trova più a suo agio in casa dei protestanti, dove volentieri tiene conferenze con ardite vedute sull’ecclesiologia, robetta da chiedere, forse e sottolineando “forse”, il parere di qualche Congregazione romana. Ma ogni cosa a suo tempo.
Ora bisogna tornare alla promessa del vescovo: dopo Pasqua si sarebbe visto qualcosa. Per questo motivo, il diario dalla diocesi di BG (Bergamo non Bulgaria) ha mantenuto un dignitoso riserbo. Qualcosa si sarebbe visto e, in effetti, qualcosa si è visto: lo scempio liturgico e dottrinale del funerale di Piermario Morosini. Della vicenda si è occupato da par suo Antonio Socci su “Libero”. Lo ha fatto due volte, la prima denunciando il fatto e la seconda rispondendo alle ingiuriose obiezioni di Alberto Melloni, epigono del dossettismo morente, e chiosando i poveri, poverini, rilievi del direttore di “Avvenire”.
A questo punto, era giocoforza coinvolgere Mario Palmaro dire due cosette sulla vicenda.
Ed eccoci qua.

Alessandro Gnocchi





Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Chi dice che i cattolici vecchio stampo non siano capaci di esercitare la carità si sbaglia. Perché è proprio per una questione di carità che si passa sotto silenzio quanto Alberto Melloni, l’ultimo dei dossettiani, ha scritto di Antonio Socci dalle pagine del “Corriere della Sera”. Come è noto, Socci aveva denunciato su “Libero” lo scempio dottrinale liturgico perpetrato a Bergamo in occasione del funerale del calciatore Piermario Morosini. Ma la cosa non deve essere piaciuta al prode, e prodiano, Melloni, il quale, scambiando il più autorevole giornale italiano per un osteria, più che argomentare ha offeso. Niente di nuovo, da tempo, ormai il prode prodiano Melloni riesce solo a offendere e per questo è molto caro a tutti i sinceri cattolici: in quanto è la testimonianza vivente del progressismo morente. Punto a capo.
Qui bisogna invece occuparsi della pochezza che trasuda dalla risposta del direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, al quale il funerale in questione deve essere piaciuto molto, moltissimo. Ma, anche se non gli fosse andato a genio, essendo tirato in causa un vescovo, non poteva esimersi dall’entrare nell’agone: tragicamente, avrebbe detto Fantozzi. Spazi compresi, il confronto tra Socci e il direttore del giornale dei vescovi si è risolto con un risultato di settemilaquattrocento battute a zero. E il tema del contendere non era robetta, era quello della vita eterna. Perché stava proprio qui il centro del ragionamento di Socci. Quando si dice settemilaquattrocento battute a zero, si vuole dire che l’editorialista di "Libero" ha trattato la questione del destino eterno in tutto il suo articolo mentre il direttore di “Avvenire”, pur tentando di rispondere, ha evitato persino di sfiorare l’argomento. Eppure, il tema sarebbe di quelli cruciali per i cattolici di ogni ordine e grado. “Ma i vescovi e i preti” chiedeva Socci “credono ancora alla vita eterna?”. Certo riesce difficile rispondere decisamente sì, se si pensa che uno dei momenti culminanti del funerale di Morosini è stata l’esecuzione di una canzone di Ligabue i cui versi recitano, tra l’altro: “quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l’odore/ perché questa è la realtà”. A contorno, i soliti applausi, la solita emozione, la solita voglia di esserci, i soliti cartelli scritti per il morto ma esibiti in favore di telecamere.

Denunciando tutto questo come segno di una evidente crisi di fede, Socci ha commesso una grave imprudenza: ha criticato apertamente un vescovo, nella fattispecie quello di Bergamo, Francesco Beschi. Errore imperdonabile agli occhi del clericalismo contemporaneo, che tollera i peggiori insulti provenienti da atei agnostici e cosiddetti diversamente credenti, ma non le critiche dei cattolici che non intendono inchinarsi al mondo. Qui “Avvenire” ha risposto. Un dietrologo, conoscendo i tortuosi meccanismi del clericalismo e del clericalese, direbbe che le cose sono andate così. Un vescovo che si sente punto sul vivo pubblicamente chiama la Conferenza episcopale per sollecitare un intervento. La Conferenza episcopale chiama il direttore del giornale di sua proprietà e conferisce il mandato di agire. Il direttore del giornale, ricevuti gli ordini dell’azionista di riferimento, provvede a dare il fatto suo all’importuno di turno. Dunque, bisognava rispondere e, come la Gertrude del Manzoni, lo sventurato rispose. Tale ipotesi non deve essere troppo lontana dal vero poiché, nel suo componimento, il direttore di “Avvenire” non mette un solo argomento che ribatta alle questioni sollevate nell’articolo di “Libero”. Non c’è nemmeno la risposta alla domanda iniziale: “Ma i vescovi e i preti credono ancora alla vita eterna?”. Niente da fare. Al direttore di “Avvenire” interessava solo dire che “Avvenire” difende il vescovo di Bergamo. Il tutto opportunamente posizionato nella pagina delle lettere, con la scusa di rispondere al lettore Matteo Saccone, e mimetizzato sotto un titolo incolore, così che vedano solo quelli che devono vedere e intendano solo quelli che devono intendere.

Dunque, il lettore Matteo Saccone di Forlì trascina il direttore di “Avvenire” nell’agone e questi, visto che c’è, ne approfitta per mettere al suo posto il reo Socci dandogli sulla voce con certe perle che paiono uscite fresche fresche dagli istituti superiori di teologia di moda oggigiorno: ce n’è uno perfettamente funzionante anche a Bergamo. Per esempio, Tarquinio spiega che Morosini era “Uno che crede in Gesù Cristo, e che, magari, ama una canzone di Ligabue o dei Beatles tanto quanto una bella predica in chiesa (o una confessione) che tocca il cuore, mette in moto i pensieri e scomoda la vita”. Proprio così, il giornale dei vescovi italiani, per penna del suo direttore, adombra che una canzonetta valga quanto una confessione. E perché non quanto un editoriale? O una risposta nella pagina dei lettori?
Ma, se non bastasse, il direttore del giornale dei vescovi spiega anche che non bisogna andare tanto per il sottile, e che “un’eccezione alla regola’, fatta per puro amore e puro dolore non è uno scandalo”.
Avesse letto almeno di passata qualche scritto sulla liturgia di un certo Joseph Ratzinger, il direttore del giornale dei vescovi, forse, sarebbe stato più cauto.

Nell’Introduzione allo spirito della liturgia, il Pontefice felicemente regnante spiega proprio come le “eccezioni alla regole”, fatte per puro amore, e persino per pura fede, portano l’uomo ad adorare se stesso invece che Dio. “L’uomo” scrive Ratzinger “si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui (…): si tratta di un culto fatto di propria autorità. (…) Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto. O, ancora peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità”.
Ma, se proprio si tiene alle “eccezioni alla regola”, il direttore di “Avvenire” dovrebbe aver l’onestà intellettuale di riconoscere che esistono “eccezioni” ed “eccezioni”. Perché lo scorso novembre il vescovo di Bergamo ha proibito che il funerale del padre di uno degli autori di questo articolo venisse celebrato con il rito romano antico, la scandalosa “Messa in latino”. Se non altro, ora è chiaro il criterio con cui vengono valutate le “eccezioni”: il “puro amore” e il “puro dolore”, che, evidentemente, nel caso del defunto che aveva chiesto il rito romano antico non erano evidenti. Mentre erano evidentissimi nel caso del funerale dello scalatore Mario Merelli, celebrato sempre nella diocesi retta da monsignor Beschi con tanto “Io vagabondo” dei Nomadi e di musiche nepalesi.
Se riesce difficile capire il teologo Joseph Ratzinger quando spiega che la liturgia non ammette eccezioni perché non è un diritto degli uomini, ma un diritto Dio, si cerchi almeno di comprendere che, rispettando le regole, si trattano con equità gli uomini. Non è molto, ma è già qualcosa.


[SM=g1740733]  IL CASO

Aggiornamento: altre mail di protesta dei nostri lettori alla Curia di Bergamo per i canti di Ligabue durante un funerale. E in Curia se la ridono

Riceviamo da due nostri lettori (un sacerdote il primo, e un padre di famiglia il secondo) le mail che hanno inviato (girandole anche a noi per conoscenza) alla Curia di Bergamo (info@diocesibg.it) per stigmatizzare alcune scelte troppo permissive - od omissive-, da parte di certo clero bergamasco durante un funerale di un povero ragazzo.
A destare rabbia non è certo il fatto che i molti e commossi giovani abbiano espresso il loro comprensibile cordoglio e la loro umana sofferenza (per la tragica perdita di un loro compagno di squadra o amico) nelle forme che sono loro proprie: col cuore e e con canzoni, sciarpe, bandiere, cori ecc.
Quello che preoccupa e indigna è che i preti abbiano permesso la commistione inacettabile tra un sacramentale e le espressioni di commiato laico.
Sarebbe stato meglio e più educativo (oltre che più dignitoso) che i sacerdoti avessero spiegato ai giovani che le canzoni di Ligabue avrebbero potuto cantarle prima o dopo il rito religioso, FUORI dalla chiesa, magari in una sorta di "funerale laico". Ma non durante il rito delle esequie!
Quello che avremmo auspicato non era certo un autoritario
dictat negativo o un divieto ferreo, ma una spiegazione motivata facendo capire ai giovani la differenza tra le cose di Dio e le cose degli uomini. Senza voler disprezzare e sminuire l'aspetto umano della scelta di salutare il loro amico con le canzoni che più amava.
P
urtroppo è la solita storia: i preti hanno paura a difendere i luoghi e i tempi sacri, e a dire che a volte quello che sembra giusto, scontato, lecito e dettato dall'onda del sentimentalismo del momento, possa però allo essere sbagliato, sconveniente, irriverente (per chi ci crede) o anche solo inopportuno.
Piermairo Morosini,
requiescas in pace!


Roberto
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AGGIORNAMENTO 26.04.2012 ore 19.50
Uno nostro lettore ci informa, con un commento a questo post, che la mail della Curia di Bergamo è intasata di proteste.
"Il problema che ridono.......Non interessa a nessuno, anzi ci ridono sopra. Consiglio di inviare soprattutto a Roma e non a Bergamo. Mi riferiscono inoltre che al Beschi non interessa nulla di tutto questo e Gervasoni commenta dicendo che sono i soliti tradizionalisti. Il regista del funerale non è stato comunque il parroco della parrocchia, ma il responsabile della pastorale dell'età evolutiva della curia don Michele Falabretti."

A Roma sanno già: altre mail inviate a Roma... e comunque da Roma ci leggono. Quindi sanno.
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prima mail:

"E’ indegno e sacrilego cantare canzoni di Ligabue in chiesa al funerale di Morosini.
Si vergogni il vescovo per questa profanazione. Piuttosto predichi i Novissimi, perché la Misericordia di Dio si manifesta prima di tutto nell’avvertirci di non scegliere l’inferno.
Per fortuna che nonostante tutte le goffe conferenze episcopali siamo ancora cattolici e abbiamo il Papa, perché di vescovi così indegni e incapaci non ne possiamo più.
Non conforta nemmeno pensare che come quello di Bergamo ce ne sono tanti altri. Mal comune, è solo male più grande.
BG di Bergamo assomiglia sempre più a Bulgaria, visto che avete vietato un funerale in rito antico, che il Papa dice essere una seconda forma del rito romano. Disobbedienti!
Sono un prete, parroco in una grossa parrocchia e dato che ho un indirizzo mail non sarà faticoso per le servili serpi in cerca di carriera, presenti in ogni curia vescovile, individuarmi ed eventualmente accusarmi di insubordinazione al mio ordinario.
Il vostro parlare sia sì sì, no no. Per questo non temo lupi travestiti da pastori. "


seconda mail:
"Il nostro amato Papa una volta ha detto che la più grande apologetica risiede in ciò che la cultura cattolica ha prodotto nei secoli, anche a livello artistico, ed anche nella musica sacra. Mi ritrovai in pieno in questa considerazione, che dava un senso ulteriore al profondo piacere che provo nell’ascoltare ad esempio la messa di Requiem di Mozart e lo Stabat Mater di Pergolesi.
Al funerale di Morosini avete mandato in onda Ligabue: siete “del mondo” e non “nel mondo”.



AGGIORNAMENTO 26.04.2012

a seguito di questo nostro post, e incoraggiati dalle parole e dall'esempio del sacerdote e dell'altro lettore, altre persone stanno inviando mail di protesta alla Curia di Bergamo (info@diocesibg.it). di seguito altre SEI.

terza mail:
"esprimo il mio disgusto per la scelta fatta.
non si deve alterare il significato dei riti x incontrare i facili favori e l'audience di chi magari non frequenta la Chiesa e non crede ai suoi valori e dogmi.
avete dimostrato di essere mentalmente confusi e di non saper guidare i fedeli se non riuscite a spiegare alla gente che ci sono momenti diversi per onorare e rispettare una persona cara e defunta allora come preti servite a poco.
sperando di non dover avere a che fare con la vostra diocesi vi garantisco che nelle vostre Chiese eviterò di dare offerte xchè è opportuno seccare le fonti dell'apostasia."

L.S. Milano

quarta mail:
"!Prete celebrante e vescovo assenziente di quella diocesi, avete rubato ai fedeli presenti e all'anima del giovane defunto le ricchezze della fede e della preghiera alle quali avevano diritto in quanto battezzati.
Con che cosa le avete rimpiazzate? Per non rischiare di rimanerne sommersi, coraggio, ravvedetevi.
Coi migliori saluti.

gp"

quinta mail:
"Alla cortese att.ne della Curia diocesana di Bergamo.
Eccellenza Rev.ma, M.to rev.di Monsignori,
mentre avete negato i funerali nella forma extraordinaria al padre di Alessandro Gnocchi, compiendo un abuso contro la legge liturgica promulgata solennemente dal papa Benedetto XVI e confermata dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, avete altresì consentito l'ignobile e farsesca celebrazione dei funerali del povero Morosini con canti degni di un palasport e rumori e grida e cori da stadio. Povera celebrazione Eucaristica.
Vedetevela voi con le vostre coscienze.
Ma ricordate ciò che disse Paolo VI: "la coscienza è come l'occhio: non è lei la luce, ma ha bisogno della luce". E la Luce è il comandamento di Dio che si esprime nel Magistero della Chiesa. Gli abusi liturgici offendono gravemente la la Maestà Divina, e si compiono sub gravi.
In Gesù risorto"
Nicola Binaghi, Ferrara


sesta mail:
"Eccellenza Reverendissima,
sono sicuro che queste nostre lettere di protesta non riceveranno, come è normale per chi idolatra il Dialogo sopra la Verità, alcuna risposta. Il dialogo, si sa, vale sempre a senso unico e lo si pratica, come è normale, con chi si sente maggiormente in sintonia: fratelli separati, atei o "gentili", "compagni" che sbagliano, centri sociali, no TAV o no Global ecc. .
Certo dunque che Lei è già troppo impegnato a dialogare con questi soggetti e, giustamente, non può trovare il tempo di dedicare alle Sue pecorelle cattoliche troppa attenzione, avevo già deciso di rinunciare a scriverLe.
Credo tuttavia che valga la pena farLe sapere che Lei oggettivamente non si trova in una situazione di "piena comunione" con la Chiesa Cattolica. Certo, come ci insegnano i più recenti documenti magisteriali, alcuni semi di Verità possono "fiorire" anche al di fuori dei confini invisibili della Chiesa di Cristo. Ella infatti, non consentendo la pratica della Liturgia Cattolica dei funerali, come espressamente definito dal Motu proprio "Summorum Pontificum" e consentendo, al contrario, pratiche liturgiche funebri del tutto estranee alla Tradizione Cattolica ed espressamente vietate da questa, intende probabilmente farci sapere di voler fondare una Chiesa Patriarcale autocefala di Rito Bergamasco, o forse Bulgaro.
Confidiamo dunque, in qualità di Cattolici Romani, di poter essere considerati da S. E. almeno come "fratelli separati" e godere, di conseguenza, di tutte le attenzioni riservate a tali comunità.
RingraziandoLa dunque anticipatamente per la Sua dis-attenzione e certo di un Suo assordante silenzio di risposta, La saluto filialmente in Jesu et Maria".

Marco BONGI

settima mail:
"Curia Vescovile di Bergamo,
Vi invio questa mail in relazione alla SACRILEGA celebrazione del rito funebre del calciatore Morosini.
Ho assistito con profonda amarezza alla PROFANAZIONE di una chiesa Cattolica in modo così plateale e meschino da apparire persino ridicolo…come è stato possibile far cantare canzoni profane all'interno di un luogo Sacro?! Meno male che Morosini era fan di Ligabue e non di Marilyn Manson o di Lady Gaga, altrimenti chissà cosa avremmo potuto ascoltare al posto di "Quando questa merda intorno/ sempre merda resterà/ riconoscerai l'odore/ perché questa è la realtà"…perchè queste sono le "edificanti" liriche delle canzoni di Ligabue cantate in chiesa davanti al Crocifisso e davanti al feretro di un giovane morto, tra l'altro, in forte rischio di peccato mortale.
Non avrei mai creduto che un funerale di fatto PAGANO potesse essere celebrato all'interno di una Chiesa Cattolica..eppure, questo è avvenuto, grazie al pieno appoggio del Vescovo di Bergamo.
Ho letto con viva gratitudine, tra le tante altre, anche una mail di protesta che vi ha inviato un Parroco pochi giorni fa... una mail che condivido totalmente, dalla prima all'ultima parola e di cui riporto solo un breve estratto: "BG di Bergamo assomiglia sempre più a Bulgaria, visto che avete vietato un funerale in rito antico, che il Papa dice essere una seconda forma del rito romano. Disobbedienti!"
Non posso che unire il mio SDEGNO a quello espresso, doverosamente, da questo ottimo Sacerdote…e se avete l'ardire di accusare lui o qualunque altro/a religioso/a Cattolico/a (che, se sono veri Cattolici, NON POSSONO CHE CONDIVIDERE pienamente quanto scritto dal Parroco in questione) di "insubordinazione", allora dovete accusare anche la sottoscritta perché avrei potuto benissimo scrivere e firmare io quella lettera…e come me tutti i milioni di Fedeli Cattolici Romani che sono stanchi di avere a che fare con Vescovi inetti, oltre che disobbedienti al Santo Padre Benedetto XVI.
Invito pertanto il Vescovo di Bergamo a riflettere sui GRAVISSIMI errori liturgici commessi e a prendere invece esempio dall'umile Sacerdote che anche nella sua mail di protesta mette Dio (non l'uomo!) al centro della nostra vita, esattamente come ci ha sempre chiesto di fare Gesù Cristo quando ha detto: SIATE NEL MONDO MA NON DEL MONDO.
Se un Vescovo non è capace di svolgere il ruolo per cui ha giurato obbedienza al Papa, farebbe meglio a dimettersi e lasciare il posto a chi è in grado di svolgere tale compito in piena comunione con la Santa Sede.
Invece di ascoltare canzoni pop/rock che idolatrano e glorificano gli escrementi umani (!) consiglio il Vescovo di Bergamo di dedicarsi alla buona e sana lettura del Vangelo per ricordarsi di queste poche e semplici parole di Gesù Cristo: "Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando." (Gio 15:14)
"Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui." (1Gi 2:15)
Di sedicenti cattolici che preferiscono amare il mondo piuttosto che Dio, la Santa Chiesa Cattolica non ha bisogno… i protestanti, che da sempre celebrano come loro, li possono abbracciare a braccia aperte quando vogliono… e come dice il ritornello di un’altra famosa canzone di questi tempi: "Nessuno vi trattiene…Andate senza indugio…Non ci mancherete".
M.L.R.

ottava mail:
"Alla c.a.
Ecc.za Rev.ma
Mons. Francesco Beschi
Vescovo di Bergamo

Eccellenza:
Negli ultimi giorni e' divenuta di pubblico dominio, tramite i mezzi di informazione elettronica, una "campagna" per la segnalazione ai suoi uffici di un abuso consumatosi durante i funerali di un noto calciatore presso parrocchia della Sua diocesi.
Tali funerali si sono segnalati all'attenzione di un pubblico particolarmente appassionato alle questioni liturgiche per il fatto di essere stati accompagnati da canzoni di un autore di musica leggiera contemporanea.
Tale fatto suscita perplessita' in quanto l'ingresso nelle celebrazioni funebri di elogi, richiami a hobby e passioni private dei defunti o degli ammiratori di defunti celebri, e ad altri elementi mondani, appartiene piu' al mondo protestante contemporaneo (rectius: soap opera americane) che alla tradizione cattolica.
Ma la circostanza - stigmatizzata da alcuni come discutibile - potrebbe essere stata dimenticata a distanza di pochi giorni, se le canzoni di musica leggiera in questione non fossero da considerarsi, pronunciate alla distribuzione del Pane Eucaristico, come blasfeme.
"Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà - quando l'aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà - quando questa merda intorno sempre merda resterà - riconoscerai l'odore perché questa è la realtà - quando la tua sveglia suona e tu ti chiederai che or'è - che la vita è sempre forte molto più che facile - quando sposti appena il piede lì il tuo tempo crescerà".
Il turpiloquio, pronunciato per strada, resta turpiloquio. Ma cantare citando escrementi intorno al Santissimo Sacramento mentre questo viene distribuito ai fedeli, e' un atto abominevole.
Credo che nessuna persona animata da carita' cristiana nei confronti Suoi e della Sua diocesi possa dare per scontato che la pronuncia di tale canzone sia stata da Lei o dal competente parroco espressamente approvata nel caso di specie. Si riconosca tranquillamente anche al parroco il beneficio del dubbio, per il fatto che potrebbe aver approvato per leggerezza l’esecuzione di tale canzone senza conoscerne preventivamente il contenuto, forse troppo “preso” dall’organizzazione della cerimonia in questione.
In altre parole, non e' certamente giusto accusare Lei o un Suo reverendo sacerdote, senza cognizione di tutti i fatti, di aver voluto un atto blasfemo in Chiesa con piena avvertenza e deliberato consenso.
Nonostante cio', potrebbe essere utile, per confermare i fedeli nell'amore per la sua Chiesa Particolare e nel devoto rispetto per il Suo clero, che a seguito di tale accadimento sia prevista una preghiera pubblica o una messa di riparazione.
Vedo che come suo motto episcopale ha scelto le parole con cui la Beata Vergine accolse l'annuncio dell'Incarnazione ("Secundum Verbum Tuum"). Qui le troppe parole sono state scandalo per la Parola. Forse proprio a onore della Parola, che ha voluto richiamare nel Suo stemma, potrebbe spendere personalmente alcune parole di riparazione.
Molte - sicuramente troppo al di la' della comprensione dei semplici fedeli - posso essere le preoccupazioni e le questioni da affrontare per un Vescovo, contemporaneamente e con poco tempo a disposizione per andare a fondo di tutto. Questa questione, tuttavia, ha dato pubblico scandalo. Quindi, pari passu, esigerebbe una pubblica riparazione, e non di essere trattata soltanto in privato.
Come Vescovo, ha il privilegio di ricevere la filiale devozione di tutta la Chiesa di Bergamo, ma e' anche suo dovere farsi carico dei problemi provocati da altri, poiche' "coloro cui molto sara' stato affidato, sara' richiesto ancora di piu'".
Certo della Sua serenita' di giudizio e delle Sue preghiere, La saluto rispettosamente e devotamente La ringrazio per l'attenzione.
C. B.

[SM=g1740733]

Caterina63
00Saturday, May 19, 2012 3:49 PM

Il Papa solleva dall'incarico il vescovo di Trapani

replica Miccichè:

"Complotto nato dentro e fuori la Chiesa"

Alla base del provvedimento preso da Benedetto XVI i problemi finanziari della Curia trapanese. La guida affidata all'ex arcivescovo di Pisa. Monsignor Francesco Miccichè: "Pago per aver denunciato la cultura mafiosa"

di LAURA SPANO'
 
 
"Un complotto nato dentro e fuori la Chiesa". Così il vescovo di Trapani, monsignor Francesco Miccichè, ha commentato la decisione presa da Benedetto XVI di sollevarlo dal suo incarico. Alla guida della diocesi, come amministratore apostolico, il Papa ha nominato l'ex arcivescovo di Pisa, monsignor Alessandro Plotti. La decisione è stata presa dopo che la diocesi di Trapani è finita al centro di un'inchiesta per reati finanziari condotta dalla Procura. Dalle indagini è emerso che il vescovo non è indagato, ma addirittura parte lesa.

La diocesi di Trapani era stata al centro di una visita apostolica dal giugno 2011, compiuta dal vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, in seguito a un'inchiesta della Procura su ammanchi relativi e due Fondazioni gestite dalla Curia e a dissidi tra Miccichè e alcuni prelati. "E' chiaro che i miei superiori non hanno saputo o voluto capire cosa stava succedendo in questa diocesi, lasciando il clero e soprattutto il popolo di Dio in balia di calunnie meschine di cui l'opinione pubblica è stata abbondantemente nutrita", ha detto Miccichè. "E' un provvedimento estremo che non condivido - ha aggiunto - e non comprendo ma al quale, per la mia fedeltà al Papa e alla Chiesa, mi rimetto e che vi chiedo di accettare in spirito di obbedienza".

"Non hanno avuto esito fruttuoso le mie reiterate richieste di conoscere la relazione fatta dal visitatore apostolico, mio fratello vescovo Mogavero - ha aggiunto Miccichè
 
- Pertanto, per quanto possa apparire incredibile, non mi è dato sapere i motivi che avrebbero reso necessario un atto così platealmente punitivo: motivi che secondo la legge canonica devono essere gravissimi ma che certamente sono falsi. Ma è chiaro che il complotto che si è mosso contro di me non aveva solo riferimenti locali nel prete sospeso a divinis ma ha trovato sponde, purtroppo, anche in più alti livelli della Chiesa dove il verdetto contro di me era stato scritto prima di qualsiasi effettiva verifica".

"Pago per aver denunciato la cultura mafiosa presente anche al nostro interno invitando ad un serio esame di coscienza durante il Giubileo? - ha sostenuto il prelato - Pago per aver denunciato la cappa della massoneria? Pago per non aver fatto accordi con nessun politico per avere contributi ed elargizioni?".

(19 maggio 2012)





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[SM=g1740733]  riflessione breve....
ci asteniamo dai commenti perchè non conosciamo le motivazioni che hanno spinto il Pontefice a prendere una così drastica decisione... Di una cosa siamo certi: se il Papa Benedetto XVI giunge a prendere una decisione così drastica, deve avere delle motivazioni che lui stesso ritiene valide...

e le motivazioni potrebbero essere due:
1. che oltre ai fatti riportati dal vescovo Micchichè vi sia qualcos'altro che non dice, sarebbe assurdo pensare che il Papa lo abbia rimosso perchè il buon Vescovo si è opposto alla mafia ed alla camorra!
2. potrebbe essere una rimozione tattica, ossia, non c'è una vera colpa del vescovo, non almeno direttamente, ma che il Papa ritiene meglio sacrificare un pastore che una intera diocesi....

in entrambi i casi, o anche che vi fosse una terza ipotesi, se la decisione è stata presa dal Pontefice in persona, non è bello parlare di complotto e dare al tempo stesso dell'ignorante al Papa che non avrebbe capacità di intendere e di volere...

[SM=g1740733]




Caterina63
00Monday, June 11, 2012 12:18 PM
PATRIARCATO DI VENEZIA
Prot. 178/12

Il significato del suono delle campane
è delineato dal n. 1455 del “Benedizionale”:

«Risale all'antichità l'uso di ricorrere a segni o a suoni particolari per convocare il popolo
cristiano alla celebrazione liturgica comunitaria per informarlo sugli avvenimenti più
importanti della comunità locale, per richiamare nel corso della giornata a momenti di
preghiera, specialmente al triplice saluto alla Vergine Maria. La voce delle campane esprime
dunque in certo qual modo i sentimenti del popolo di Dio quando esulta e quando piange,
quando rende grazie o eleva suppliche, e quando, riunendosi nello stesso luogo, manifesta il
mistero della sua unità in Cristo Signore».

Da tempo immemorabile l’uso delle campane è espressione cultuale della comunità
ecclesiale, strumento di richiamo per le celebrazioni liturgiche e per altre manifestazioni della
pietà popolare, nonché segno che caratterizza momenti significativi della vita della comunità
cristiana e di singoli fedeli. Esso rientra nell’ambito della libertà religiosa, secondo la
concezione propria della Chiesa cattolica e gli accordi da essa stipulati con la Repubblica
italiana. Come tale, la Chiesa intende tutelarlo e disciplinarlo in modo esclusivo, con
attenzione alle odierne condizioni sociali.

Il Patriarcato di Venezia già con la cost. 468 del Sinodo diocesano del 1957 e con una
lettera circolare del Vicario generale del maggio 1961 si era dato delle disposizioni
prudenziali circa il suono della campane, ora, però, considerate le esigenze e i ritmi della vita,
si ritiene opportuno emanare una normativa più dettagliata affinché un uso così caro al nostro
popolo, che deve essere fonte di serenità e strumento di spiritualità, non diventi al contrario,
se non adeguatamente regolato, causa obiettiva di molestia e disagio.

Pertanto, con il presente Decreto
STABILISCO
che tutte le chiese che si trovano nel territorio del Comune di Venezia
si attengano alle seguenti disposizioni:

1. Il suono delle campane è consentito per i seguenti scopi:
- indicare le celebrazioni liturgiche e le altre manifestazioni di preghiera e di pietà
popolare;
- essere segno, in particolari circostanze, che accompagna le suddette celebrazioni;
- scandire i momenti più importanti della vita della comunità cristiana (feste, lutti,
ecc.);
- richiamare al mattino, a mezzogiorno e alla sera il saluto a Maria;
- ricordare, ove se ne è conservato l’uso, la passione e morte del Signore ogni venerdì
non festivo alle ore 15,00 (eccetto il Venerdì Santo).
Altri utilizzi potranno essere richiesti e consentiti, in via eccezionale, da parte dell’Ordinario
diocesano.

2. Il suono delle campane, per gli scopi sopra indicati, è consentito:
- nei giorni feriali dalle ore 7,00 alle ore 21,30;
- nei giorni festivi dalle ore 8,00 alle ore 21,30. Ove si celebra una S. Messa alle ore
8,00 è permesso il “sonello” di invito alla celebrazione, purché non suoni prima delle
7,45.
Costituiscono eccezioni la Veglia pasquale e la Notte di Natale.

3. Gli orari indicati nel n. 2 devono essere rispettati anche per gli eventuali rintocchi
dell’orologio campanario, qualora il suo utilizzo sia di competenza della parrocchia o di altro
ente ecclesiastico a cui spetta l’ufficiatura dell’edificio di culto. I rintocchi dovranno scandire
soltanto le ore, e non essere ripetuti.

4. La durata del suono effettivo per l’avviso delle celebrazioni liturgiche feriali e festive non
deve mai superare i 3 minuti, con eccezione delle maggiori solennità (Pasqua, Pentecoste,
Natale, Patrono).
L’avviso delle celebrazioni liturgiche feriali sia soltanto uno (30 o 15 minuti prima dell’inizio
delle stesse, secondo la consuetudine locale), due per quelle festive (anche 5 minuti prima del
loro inizio).
La durata del suono per altri scopi (per l’Angelus o in occasione di particolari solennità, della
festa patronale, della morte di un fedele, ecc.), non deve comunque superare quella
tradizionale ed essere ispirata a criteri di moderazione.

5. L’intensità del suono – a maggior ragione in caso di impianti elettronici – deve essere
regolata in modo tale che le campane mantengano la funzione di segno (siano quindi
percepibili da parte dei fedeli), con attenzione al contesto ambientale in cui l’edificio di culto
è inserito.

6. Unici responsabili, di fronte al Patriarca e alla legge civile, sono i Parroci o i legali
rappresentanti degli altri enti ecclesiastici a cui spetta l’ufficiatura dell’edificio di culto.

7. Il suono delle campane del campanile della Basilica di San Marco, data la sua peculiarità,
continua ad essere regolato da norme speciali.

Le presenti disposizioni vengano pubblicate sul settimanale diocesano e comunicate
tempestivamente a tutti i parroci e rettori di chiese interessati. Esse entreranno in vigore alle
ore 0,01 del 24 giugno 2012.
Nonostante qualsiasi cosa in contrario.
Venezia, 9 giugno 2012
Firmato + Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia


[SM=g1740733]

Caterina63
00Thursday, July 5, 2012 3:35 PM

Pubblicando questo comunicato di S. E. Rev.ma Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino - Montefeltro, ringraziamo il Signore che dona alla Sua Chiesa Pastori che testimoniano con grande coraggio e chiarezza la Verità. Preghiamo per queste grandi guide spirituali, che ci indicano la luce e la strada della salvezza in un mondo smarrito e confuso.

PD

fonte: Corrispondenza Romana

==================

 

DIOCESI DI SAN MARINO-MONTEFELTRO

Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali

Via Seminario, 5-47864 Pennabilli (RN)

 

Messaggio del Vescovo Mons. Luigi Negri alla Repubblica di San Marino sull’approvazione dell’Istanza d’Arengo che ha proposto la modifica dell’articolo 15 della Legge  118/2010

 

ln

 

Sento il dovere di coscienza di intervenire sull’approvazione dell’Istanza d’Arengo che ha proposto la modifica dell’ articolo 15 della Legge 118/2010,  anche per corrispondere alle domande di intervento, che mi sono pervenute da moltissimi cittadini  sammarinesi,  credenti e no.

Il progetto di questa riforma appare con tutta chiarezza, anche a scorrere velocemente la legge che è stata modificata e, soprattutto, le linee della modifica.

Quello che si vuole ottenere è una sostanziale modifica del concetto di convivenza in cui la differenza sessuale non deve avere più nessun peso. Come si è provato a fare in Italia, senza riuscirci, è il tentativo di introdurre una sostanziale equiparazione fra le famiglie eterosessuali, le convivenze eterosessuali e le convivenze omosessuali. È evidente che, con questo, s’introduce nell’ordinamento giuridico sanmarinese una significativa e innegabile modificazione della natura profonda della realtà della famiglia, che sta alla base della convivenza sociale. Se questo è l’intento della modifica – e che sia l’intento si evince con assoluta chiarezza dalle dichiarazioni di voto che sono state pubblicate e, soprattutto, dalla reazione della stampa sia sammarinese che italiana. Si è inneggiato alla liberalizzazione, nel territorio di San Marino, delle coppie omosessuali.

 

In queste condizioni non posso non rilevare che:

1-    Questo tentativo di equiparare le coppie e le convivenze omosessuali alle convivenze eterosessuali colpisce profondamente un principio fondamentale, non solo e non tanto della tradizione cattolica, ma anche del comune sentire della nostra tradizione popolare.

La Chiesa, pertanto, non può che essere in totale disaccordo con una posizione che il magistero della Chiesa ha tradizionalmente condannato lungo tutta la sua storia.

2-    Tale presa di posizione viene dopo un anno dalla visita a San Marino di Papa Benedetto XVI, che aveva indicato con radicale chiarezza e con una capacità di comprensione di tutte le posizioni culturali esistenti nella Repubblica, la via per un recupero autentico della tradizione sanmarinese, condizione per l’affermarsi di una sana laicità, nella vita della società sanmarinese e delle sue Istituzioni. Questa è la risposta che una certa parte della società sanmarinese e, soprattutto, gravissimamente, le Istituzioni politiche sammarinesi danno a questo invito e a questo magistero del Papa.

Si “archivia” la visita del Santo Padre annullandone la sua verità.

3-    Non posso non ricordare a coloro che, a vario titolo, militano nei partiti e nelle istituzioni sammarinesi e si sentono o intendono essere esplicitamente cattolici, che con questo voto hanno gravemente disatteso la posizione della Chiesa dal punto di vista culturale e sociale, andando direttamente contro uno dei valori che il Papa Benedetto XVI definisce valori non negoziabili.

 

Ciascuno si assuma la propria responsabilità: il Vescovo si prende la sua e comunica a tutti i cittadini il suo profondo disagio e la sua condanna per quello che è stato deciso.

 

Pennabilli, 29 Giugno 2012

 

Luigi Negri

Vescovo di San Marino-Montefeltro


Caterina63
00Sunday, July 15, 2012 11:33 AM

Festa del Redentore con il Patriarca Moraglia

 
 
Come secondo la tradizione vuole,  sabato 14 luglio 2012 - alle ore 19.00 e alla presenza di mons. Moraglia e delle autorità cittadine -  c'è stata l’apertura e l’inaugurazione ufficiale del ponte votivo che, attraverso il canale della Giudecca, conduce direttamente al Tempio del Redentore.
La bella immagine che resta è questo fiume di persone che partendo, possiamo dire, dalla Chiesa della Madonna della Salute, attraversando un ponte votivo, e simbolicamente un ponte verso il cielo, si raggiunge la bellissima Chiesa dedicata al Redentore: la Madre ci porta, ci conduce al Figlio.
La Festa del Redentore è l'evento che ricorda la costruzione per ordine del Senato veneziano (4 settembre 1576) della Chiesa del Redentore quale ex voto per la liberazione della città dalla peste del 1575-1577, flagello che provocò la morte di più di un terzo della popolazione della città in soli due anni.
Alla fine della pestilenza, nel luglio del 1577, si decise di festeggiare con decorrenza annuale la liberazione, con allestimento di un ponte votivo.
Questa celebrazione diventò così una tradizione ancora attiva e ancora dopo quasi cinque secoli, unica nel suo genere vede, ancora ben consolidato, il contributo e la collaborazione delle autorità civili con le autorità religiose per il bene della città.

Quest'anno è stata la prima volta del nuovo Patriarca, Francesco Moraglia, il quale si è trattenuto prima con le autorità in modo molto paterno, poi ha benedetto questo passaggio e guidato, condotto con tutti la processione e, dopo il discorso del sindaco volto a rafforzare la stretta collaborazione delle autorità civili con le autorità religiose per il bene dei cittadini, mons. Moraglia ha prima benedetto tutta la Città e poi davvero con due parole ispirate, ha invitato tutti ad entrare nella Chiesa del Redentore per sciogliere a Lui il nostro voto di fiducia, affinchè sconfigga le pesti che oggi ammorbano le nostre città. Non solo la disoccupazione, la crisi economica e quant'altro ci possa condurre all'aspetto materiale, ma anche a quella peste che ammorba ed esaspera gli animi, ponendo nel Redentore, Gesù Cristo Nostro Signore, la nostra speranza.

Seguono le foto (cliccate sopra per ingrandirle) che sono riuscita a fare, ringraziando il Signore per avermi dato l'opportunità di seguire così da vicino questa bella Tradizione della Chiesa e della città veneziana.




 
 
 
 








 




Caterina63
00Tuesday, July 17, 2012 4:11 PM
Il nuovo arcivescovo di Gorizia, mons. Redaelli: vado a servire una Chiesa maestra di dialogo


http://farm9.staticflickr.com/8017/7325848942_856b3f5740_z.jpg


L’arcidiocesi di Gorizia vive in queste settimane la fase di passaggio in vista dell’arrivo del suo nuovo pastore, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, che succede a mons. Dino De Antoni, il quale lascia per raggiunti limiti di età. A mons. Redaelli, in precedenza vescovo ausiliare di Milano, Isabella Piro ha chiesto con quali sentimenti ha accolto la nomina al nuovo incarico:


R. – Innanzitutto, con sentimenti di riconoscenza verso il Signore e verso il Santo Padre che è interprete nei miei confronti della volontà di Dio. Poi, certo, anche con sentimenti di gioia per un incarico che mi permetterà di essere pastore in senso pieno di una Chiesa che per me è totalmente nuova.


D. – Nella lettera che ha indirizzato ai suoi nuovi fedeli ha fatto riferimento al suo motto episcopale tratto da un passo dell’Apocalisse…


R. – Sì mi ha colpito questa frase che c’è nel capitolo 21: “Vieni ti mostrerò la fidanzata la sposa dell’agnello”. E’ la frase che l’Angelo dice all’autore dell’Apocalisse, Giovanni, per presentargli la sposa dell’agnello, cioè la Città santa, la nuova Gerusalemme. L’intuizione era questa, che al vescovo fosse più che ad altri data un po’ questa grazia dello Spirito, di vedere l’azione dello Spirito Santo che sta preparando la Chiesa, pur in mezzo a tante fatiche e contraddizioni, a essere davvero la sposa dell’agnello. Questa è una grazia che vorrei chiedere al Signore anche in questa occasione: di vedere, anzitutto nella Chiesa di Gorizia, l’opera che sta facendo lo Spirito Santo.


D. - Gorizia è un’arcidiocesi di confine, italiana ma anche con un’anima nordeuropea…


R. - Il dialogo caratterizza questa Chiesa, il confronto tra diverse culture, diverse lingue. E’ certamente una Chiesa ben inserita nel cammino di tutte le Chiese del nordest proprio per mettersi in dialogo con le necessità di oggi, con il mondo di oggi: il Vangelo è quello di sempre ma diventa il Vangelo di oggi.


D. – Lei lascia l’incarico di vescovo ausiliare di Milano. Tra gli ultimi eventi che Lei ha avuto modo di seguire c’è sicuramente il settimo Incontro mondiale delle famiglie che si è tenuto a Milano i primi di giugno ,alla presenza di Benedetto XVI. Cosa Le ha lasciato questo evento e quali ricordi porterà con sé?


R. - Certamente, il fatto che le famiglie ci sono e hanno tanta voglia di vivere così con semplicità, pur con le loro fatiche, perché non bisogna nascondere anche le loro crisi. Hanno tanta voglia di vivere il Vangelo nel mondo di oggi, di cogliere poi nell’insegnamento del Vangelo - che il Santo Padre, quando è venuto, ci ha rappresentato con la sua semplicità ma anche con la sua chiarezza e limpidezza - e di cogliere in questo un segno di grande speranza, la possibilità di continuare, di non fermarsi e come cristiani, in questo momento di crisi generalizzata, testimoniare che c’è qualcosa di bello, si può andare avanti.


D. - Quali sono gli auspici e le speranze che serba nel suo cuore per il suo futuro?


R. – Questa grande speranza, per la Chiesa di Gorizia ma anche per la nostra Chiesa italiana, di vivere un po’ questo periodo di fatica e anche di transizione come un momento di purificazione e di rinnovamento evangelico. Quindi, confermando quanto di positivo ci viene da una tradizione secolare di fede molto viva, però anche sapendo aprirci allo Spirito Santo e alle strade che ci indicherà perché lo Spirito opera anche al di là di quello che noi vediamo. Mi pare bello, nella conclusione dell’Apocalisse, quello che lo Spirito insieme alla sposa dice: “Vieni Signore Gesù”. C’è questa attesa definitiva dello Sposo: alla fine c’è il Regno di Dio e questo deve riempirci di grande speranza.
 
 Radio Vaticana


[SM=g1740733] Augurando a mons. Radelli ogni bene per il suo ministero, ci viene da fare una riflessione importante:

Ma esiste ancora una chiesa che oltre al dialogo sappia essere anche MAESTRA PER DOTTRINA?

Il Dialogo NON è mai mancato nella Chiesa, ciò che manca invece oggi è la sana Dottrina... il Papa ha indetto un Anno della fede e di nuova evangelizzazione, non un anno del dialogo!!
Dialoghiamo pure, ci mancherebbe altro, ma vogliamo cominciare a parlare anche di Chiese di santa Dottrina Cattolica?


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[SM=g1740758] e giusto per far comprendere meglio anche agli altri che leggono, posto qui una domanda che Pontifex ha fatto in una intervista al Vescovo di Frascati mons. Martinelli, che ha accolto il Papa e che come sappiamo è stato collaboratore dell'allora card, Ratzinger....  
 
Nel suo video messaggio Lei ci ha parlato di 3 cose fondamentali per il cattolico. Quello che fa Lei ed invita tutti i fedeli della Sua diocesi a fare lo stesso. Vuol ricordarli al grande pubblico di internet?  
 
Ho ricordato che la nostra diocesi da più di un anno si è data tre obbiettivi in particolare, su cui impegnarsi a livello personale e comunitario:  
- formare i formatori nell’ambito catechistico, liturgico, caritativo, oratoriano, così che siano ben preparati a svolgere ciascuno il compito che Dio gli chiede a servizio della crescita di tutti;  
- impegnarsi nella pastorale vocazionale, affinchè quanto prima dalla nostra terra tuscolana, dalle nostre famiglie, si sviluppino numerose e sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, a servizio della nostra Diocesi e della Chiesa intera;  
- dedicarsi alla pastorale familiare, in modo che sempre più coppie di sposi vivano con gioia e fedeltà il proprio sacramento del matrimonio, finchè morte non li separi. Con la grazia di Dio e con l’impegno generoso di tutti e di ciascuno, è possibile realizzare questi e anche altri obbiettivi, nel presente e nel futuro.  
 
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ecco le risposte che un cattolico desidera poter ascoltare, soprattutto FORMARE I FORMATORI...CATECHESI E VOCAZIONE....  
Grazie Eccellenza!!!! [SM=g1740721] [SM=g1740722]

Esclusiva: intervista al Vescovo Martinelli sulla visita del Papa a Frascati

 

 

Stamane abbiamo il piacere di intervistare sua Eccellenza Mons. Raffaello Martinelli, Vescovo di Frascati; gentile e disponibile, sua Eccellenza ci parla della recente importante visita di Papa Benedetto XVI proprio a Frascati.

 

Eccellenza abbiamo avuto modo di apprezzare e di diffondere il Suo recente video, breve e conciso, con il quale ha annunciato la visita del Pontefice a Frascati. Dal Suo video messaggio traspariva grande attesa e molto entusiasmo, quasi gioia di figlio che attende il padre. Ci conferma?

 

Certamente! E’ per me, Pastore di questa Diocesi, e anche per i miei fedeli tuscolani, motivo di grande gioia poter accogliere il Pastore della Chiesa universale, che viene tra noi:- per santificare il giorno del Signore insieme a noi;- per confermarci e rafforzarci nella Fede;- per benedire tutti gli abitanti della nostra Diocesi, invocando su ciascuno di noi la benevolenza del Signore;- per pregare per tutti i fedeli della nostra Diocesi, per tutte le nostre famiglie, in particolare per i nostri ragazzi, i nostri giovani, tutti i nostri sofferenti nel corpo e nello spirito;- per invocare il dono di tante e sante vocazioni religiose e sacerdotali, provenienti dalle nostre famiglie tuscolane. E il Papa è venuto tra noi, a celebrare l’Eucaristia, dopo 32 anni. Non dimentichiamo infatti che l’ultima visita ufficiale di un Papa nella nostra Diocesi è stata quella del Beato Giovanni Paolo II, avvenuta l’8 settembre 1980, e prima ancora, nel settembre 1963, quella di Papa Paolo VI.

 

La cittadina di Frascati, a dispetto di una realtà molto secolarizzata e panteista, ha risposto con grande partecipazione ed anche con un pizzico di apprensione. Quali le Sue considerazioni su questa situazione che potrebbe apparire controcorrente? E’ stato molto positivo secondo noi?

 

Effettivamente i fedeli della Diocesi hanno risposto con molto entusiasmo e con grande partecipazione, superiore alle attese. Non dimentichiamo che siamo a metà luglio, il che vuol dire per molti vacanze, mare…E invece tantissimi sono accorsi per pregare con il Papa e per il Papa, che ha celebrato tra noi e per noi l’Eucaristia, che è la preghiera pìù bella, più completa, più profonda per i cristiani, fonte e culmine di tutta la vita ecclesiale.

 

Eccellenza, a vederlo in tv o, a distanza, durante le Udienze, il Papa ci sembra un poco stanco, affaticato. Lei che sicuramente ha avuto modo di incontrarLo personalmente che ci dice?

 

Io l’ho trovato in buona forma, sereno, contento di poter condividere con i fedeli di una diocesi, la celebrazione eucaristica domenicale, nel giorno del Signore. Certamente l’età e il peso della fatica quotidiana, legata all’adempimento della sua non facile missione, incidono…ma il suo spirito e il suo cuore sono giovanili, come ha dimostrato anche durante tutta la celebrazione che è durata più di due ore…

 

L’Omelia del Papa a Frascati è stata esemplare, il Papa ha ricordato, commentando il Vangelo, quella che è la missione di ogni Cattolico. Eccellenza, Lei che è autore di testi catechetici molto importanti e chiarissimi, come ha visto questa grande limpidezza del Papa?

 

Non ne dubitavo, conoscendo da molto tempo il Santo Padre. Ancora una volta ho potuto sperimentare e ammirare la Sua capacità straordinaria di applicare la Parola di Dio che la liturgia della Parola domenicale propone, alle esigenze dei fedeli partecipanti alla celebrazione eucaristica. E lo sa fare con una chiarezza, con una serenità, con una fedeltà sia alla stessa Parola di Dio sia alle esigenze della gente,che senz’altro lascia un segno nel cuore di ciascuno. E il tutto, in linguaggio accessibile e comprensibile, profondo e insieme semplice.

 

Avete avuto occasione di pregare insieme con il Pontefice, oltre la Santa Messa? Tutti questi scandali in alcuni uomini di Chiesa, come ci insegna il 5° comandamento, sono peggiori di un omicidio, è necessario pregare per fermare le seduzioni del maligno. Giusto?

 

Era previsto che il Papa venisse tra noi per presiedere la solenne celebrazione eucaristica, e poi rientrasse subito a Castelgandolfo per la recita dell’Angelus a mezzogiorno. Per cui non c’è stato tempo per altro (anzi durante l’Angelus, il Papa si è scusato benevolmente per il leggero ritardo). Circa la sua domanda, giustamente dobbiamo pregare perchè il Signore ci liberi dal Male, come del resto preghiamo nel Padre nostro. E in particolare il male, che si manifesta in scandali compiuti da alcuni uomini di Chiesa, richiede a tutti noi un maggior impegno su vari fronti, quali ad esempio: l’invocare il perdono del Signore, chiedere scusa alle vittime innocenti degli abusi, donare loro premura e aiuto, migliorare la formazione dei futuri sacerdoti, impegnarci tutti in un cammino di permanente conversione…

 

Nel suo video messaggio Lei ci ha parlato di 3 cose fondamentali per il cattolico. Quello che fa Lei ed invita tutti i fedeli della Sua diocesi a fare lo stesso. Vuol ricordarli al grande pubblico di internet?

 

Ho ricordato che la nostra diocesi da più di un anno si è data tre obbiettivi in particolare, su cui impegnarsi a livello personale e comunitario: - formare i formatori nell’ambito catechistico, liturgico, caritativo, oratoriano, così che siano ben preparati a svolgere ciascuno il compito che Dio gli chiede a servizio della crescita di tutti; - impegnarsi nella pastorale vocazionale, affinchè quanto prima dalla nostra terra tuscolana, dalle nostre famiglie, si sviluppino numerose e sante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, a servizio della nostra Diocesi e della Chiesa intera; - dedicarsi alla pastorale familiare, in modo che sempre più coppie di sposi vivano con gioia e fedeltà il proprio sacramento del matrimonio, finchè morte non li separi. Con la grazia di Dio e con l’impegno generoso di tutti e di ciascuno, è possibile realizzare questi e anche altri obbiettivi, nel presente e nel futuro.

 

Eccellenza La ringraziamo per l’intervista concessa, auspichiamo nella pubblicazione di qualche Suo nuovo testo e la affidiamo alla protezione dell’Arcangelo San Michele e di Maria Regina degli Angeli.

 

Carlo Di Pietro

MILIZIA DI SAN MICHELE ARCANGELO

 

da:

http://www.dentrosalerno.it/web/2012/07/17/esclusiva-intervista-al-vescovo-martinelli-sulla-visita-del-papa/

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Caterina63
00Saturday, September 1, 2012 1:24 PM
Piccola premessa:

E' morto il Cardinale Carlo Maria Martini.... oltre alle nostre filiali preghiere e sentimenti di vero e sincero affetto, è indispensabile, proprio per la purificazione della sua anima, che anche i suoi insegnamenti vengano.... purificati.... e se alla sua Anima ci pensa il Signore al quale supplichiamo clemenza e benevolenza, quanto alle sue idee dobbiamo prodigarci noi, la Chiesa, a ripulire i suoi errori...

Martini è stato un buon pastore ma un pessimo maestro.... spesso contestatore ed innovatore nelle dottrine, ILLUDENDO tuttavia i fedeli su certi cambiamenti dottrinali che la Chiesa non avrebbe mai potuto accettare, e che di fatto non ha accettato.

Volutamente non lo abbiamo postato nella sezione dedicata ai "falsi maestri" perchè innanzi tutto Martini non solo non è mai stato un "falso" ma anzi, ha sempre cercato di rimanere onestamente ancorato e fedele AL SOMMO PONTEFICE..... Martini aveva idee moderniste si è vero, ma non le ha mai imposte come dottrina, nè ha mai fondato gruppi o comunità che si opponessero alla Dottrina della Chiesa; e poi qui, attraverso le parole di padre Lentini, ci diventa più chiaro l'errore di Martini a cominciare da quel: .....CREDIAMO QUELLO CHE DIO CI HA RIVELATO
E LA CHIESA CI PROPONE A CREDERE......
ecco, il cardinale Martini, seppur come Pastore ha portato il gregge in quel "crediamo quello che Dio ha rivelato".... ha poi disatteso quel "e la Chiesa ci propone a credere" cercando in tutta la sua vita di modernizzare quelle dottrine "non negoziabili" che la Chiesa proponendoci a credere, viene perseguitata e spesso usata come oggetto di cambiamenti a seconda delle mode e dei tempi....

Dopo questa premessa leggiamo infatti dalla tastiera di Izzo, una interessante biografia del cardinale Martini e per lui preghiamo, in Cristo lo abbracciamo con affetto, ma senza per questo rinunciare a denunciarne gli errori.....

venerdì 31 agosto 2012

MARTINI: L'AMICO CONTESTATORE MA FEDELE DI RATZINGER E WOJTYLA

Salvatore Izzo


(AGI) - CdV, 30 ago.


Benedetto XVI ha potuto salutarlo lo scorso 3 giugno, nell'episcopio di Milano, e in questi 7 anni numerose volte ha voluto rendere omaggio al grande cardinale gesuita, punto di riferimento dell'ala progressista nel Conclave del 2005 dopo essere stato il simbolo di una chiesa piu' aperta e dialogante per tutto il pontificato di Giovanni Paolo II, il Papa polacco che lo aveva nominato a sorpresa arcivescovo di Milano (la piu' grande diocesi del mondo) il 29 dicembre 1979 e lo ha consacrato personalmente il 6 gennaio del 1980.

Il gesuita Martini infatti era il rettore della Pontificia Universita' Gregoriana ed era considerato un autorevole biblista. Non risulta che mai Papa Wojtyla si sia pentito della sua scelta, anche se per vent'anni l'arcivescovo di Milano ha poi rappresentato una sorta di magistero alternativo, tanto che il Corriere della Sera era arrivato a definirlo in un titolo "il candidato degli anglicani" al Papato, per dare conto degli ottimi rapporti (vere e proprie convergenze) tra la chiesa martiniana e quella protestante inglese.

Questa continua contrapposizione pero' il cardinale la viveva senza arroganza, quasi meravigliandosi che giornali e giornalisti cogliessere le poche differenze piuttosto che la sua sostanziale obbedienza. Nel 1997, ad esempio, commentando il "no" definitivo di Wojtyla al sacerdozio femminile, l'arcivescovo di Milano disse: "nella storia della Chiesa pero' ci sono state le diaconesse, possiamo pensare a questa possibilita'". Gli storici della Chiesa antica replicarono immediatamente che le donne erano ammesse a un particolare servizio della carita' che si differenza dal diaconato odierno in quanto non era prevista l'ordinazione che ne fa oggi una sorta di primo grado del sacerdozio. E il cardinale evito' di controreplicare.

Il torinese Martini (autore di decine di libri di commento esegetico ed ex professore e rettore del Pontificio Istituto Biblico, prima di approdare alla Gregoriana) era cosi': non cercava la polemica con Roma, ma non era disposto a tacere se la pensava diversamente dal Papa.

Da biblista, ad esempio, ha dedicato in questi anni recensioni puntute ai due volumi dell'opera "Gesu' di Nazaret" firmati da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. E il Papa tedesco non se l'e' presa affatto. Anzi in piu' occasioni, anche in discorsi pronunciati a braccio, ha rinnovato la sua stima e espresso considerazione e stima per Martini, come pastore e come studioso. Gli e' grato del resto per quanto accaduto la mattina del 19 aprile 2005, quando il porporato gesuita ha fatto convergere sul suo nome i cardinali progressisti, che nelle prime votazioni avevano indicato l'arcivescovo di Buenos Aires Bergoglio (anche lui gesuita).
I due cardinali professori, il teologo e il biblista, oltre che coetanei (classe 1927, Martini e' nato il 15 febbraio, Ratzinger il 16 aprile) hanno sempre avuto rapporti cordiali. Anzi si puo' dire che tra loro c'e' sempre stato un feeling, anche se quello divenuto Papa era allora, per il suo ufficio di prefetto dell'ex Sant'Uffizio, il custode dell'ortodossia, e l'arcivescovo di Milano amava invece i territori inesplorati della teologia e dell'etica, dove spesso camminava rasente agli strapiombi, come emerge anche dai suoi piu' recenti scritti sull'eutanasia.

Joseph Ratzinger e Carlo Maria Martini si erano conosciuti personalmente solo nel 1978 quando alla morte di Paolo Vi l'allora arcivescovo di Monaco trascorse a Roma le settimane del preconclave. Pochi mesi prima il rettore della Gregoriana (che nel tempo libero assisteva gli anziani ospiti di una casa famiglia della Comunita' di Sant'Egidio a Trastevere) era stato chiamato da Papa Montini a predicare gli esercizi spirituali di Quaresina in Vaticano, un incarico che qualche era toccato anche a Karol Wojtyla.
Si dice che l'infarto che uccise appena un mese dopo l'elezione Giovanni Paolo I, abbia sorpreso il Papa mentre si struggeva per decidere chi mandare a Milano in sostituzione del cardinale Colombo, ormai anziano, e chi a Venezia, a fare il patriarca al suo posto. E che Albino Luciani pensasse per uno dei due incarichi a un gesuita, padre Bartolomeo Sorge.

In ogni caso, morto il Papa del sorriso ed eletto il vigoroso arcivescovo di Cracovia, il 10 febbraio 1980 fu un gesuita, Carlo Maria Martini, a fare l'ingresso ufficiale nella Diocesi di Milano, che ha poi guidato per oltre vent'anni.

Nel novembre 1980, cioe' pochi mesi dopo, ha introdotto in diocesi la "Scuola della Parola" che consiste nell'aiutare il popolo di Dio ad accostare la Scrittura secondo il metodo della lectio divina. E' del novembre 1986 il grande convegno diocesano ad Assago sul tema del "Farsi prossimo", dove viene lanciata l'iniziativa delle Scuole di formazione all'impegno sociale e politico. Grande risonanza ha avuto poi la serie di incontri - iniziati nell'ottobre del 1987 - sulle "domande della fede", detti anche "Cattedra dei non credenti", indirizzati a persone in ricerca della fede.

Il 4 novembre 1993 ha convocato il 47esimo Sinodo diocesano di Milano, conclusosi il primo febbraio 1995. Nel 1997 ha presieduto le diverse manifestazioni per celebrare il XVI centenario della morte di S. Ambrogio, patrono della diocesi di Milano. Vasta eco, al di la' dei limiti territoriali della diocesi, hanno avuto le sue Lettere Pastorali e i Discorsi alla citta' di Milano.

Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee dal 1987 al 1993, Martini ha anche preso parte a numerose Assemblee del Sinodo dei Vescovi. Relatore alla VI Assemblea generale del 1983, sul tema: "Riconciliazione e penitenza nella missione della Chiesa", e' stato Membro della Segreteria del Sinodo dei Vescovi per molti diversi mandati. E proprio in uno degli ultimi Sinodi convocati da Wojtyla era intervenuto per chiedere un nuovo Concilio, proposta pero' subito archiviata da Giovanni Paolo II.

Dimessosi a 75 anni esatti da ogni incarico, l'arcivescovo emerito di Milano dall'11 luglio 2002 si trasferi' a Gerusalemme dove riprese gli amati studi biblici. E lo si vedeva passeggiare con il panama bianco e un bastone elegante nella citta' vecchia, tra la Porta di Damasco e quella di Jaffa, un itinerario che compiva spesso per recarsi dalla casa dei gesuiti biblisti al Santo Sepolcro. Il resto e' storia dei nostri giorni. La stessa malattia di Wojtyla, il morbo di Parkinson, lo costrinse qualche anno fa a rientrare in Italia, a Gallarate, da dove non era per lui possibile spostarsi facilmente, ma grazie a internet poteva collaborare con diverse testate, tra le quali il Corriere della Sera che ogni 15 giorni gli dava una pagina per rispondere ai lettori sui temi della fede e della morale.

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Come il cardinale Biffi ha avuto il coraggio di spiegare come Giovanni XXIII fu "buon pastore ma pessimo maestro", così si deve avere il coraggio di dire anche del cardinale Martini.... non fu un buon maestro se parliamo di quell'Atto di Fede nel quale si specifica che "crediamo tutto ciò che la Chiesa CI PROPONE A CREDERE".....
Martini andava controcorrente, lo sappiamo bene, e lui non lo ha mai nascosto...
Tuttavia è fuori dubbio che paradossalmente sia stato un buon pastore.... nel senso che non ha mai cercato di condurre il gregge ad un altra Chiesa e lui stesso, per quanto "contestatore" alla dottrina della Chiesa, alla fine si è sempre piegato ai "NO" dei Pontefici che ha cronologicamente vissuto....

Ho di lui delle meravigliose catechesi sulla Penitenza e sugli scritti di sant'Ambrogio, nel tempo in cui era arcivescovo di Milano.... scritti davvero ortodossi e profondi.... sempre finalizzati ad amare la Chiesa e alla virtù dell'obbedienza e come questa sia materia di confessione quando non la si esercita....

Credo che con la morte di Martini si chiuda davvero una grande pagina di storia del progressismo cattolico.... il vero pericolo non è lui, ma saranno i suoi discepoli nel modo in cui useranno i suoi scritti ed insegnamenti...
Fino a che questi rimarranno semplici voci di discussione, nessun pericolo, ma se dovessero diventare UNA EREDITA' applicativa, allora sarà da tremare, ma voglio confidare che sarà proprio lui, Martini, ad impedire che i suoi errori diventino ulteriori spine al fianco della Chiesa che lui ha amato, anche se in modo imperfetto, con quella imperfezione che contraddistingue anche ognuno di noi!
Chi è senza peccato, scagli la prima pietra....


  Requiem aeternam dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Rex tremendae maiestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.
...
(Re di tremenda maestà,
tu che salvi per tua grazia,
salva me, o fonte di pietà.)


Il cardinale Martini è morto. Il Papa in preghiera. Padre Lombardi: un grande evangelizzatore (R.V.)


 
Vedi anche:

IL TESTO DEL TELEGRAMMA DI CORDOGLIO DEL SANTO PADRE PER LA MORTE DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI


Padre Lombardi: il card. Martini, grande evangelizzatore del nostro tempo

IL CARDINALE MARTINI E' TORNATO ALLA CASA DEL PADRE

Il card. Martini ha rifiutato l'accanimento terapeutico. Il Papa informato sulla situazione (Izzo)

VERGOGNOSA INTERVISTA DI MARTINI E PUBBLICATA DOPO LA SUA MORTE....

Il Papa: non si deve rinunciare a parlare di verità (Izzo)


Vedi anche:

Vescovi, cardinali, preti e portavoce si astengano dal rilasciare frasi di circostanza. Basta ipocrisia! Vogliamo un commento sull'intervista postuma a Martini!

Mons. Forte su Martini: Il suo amore per il Papa e la Chiesa non è mai stato in discussione, e nei confronti del successore di Pietro aveva anzi una sorta di venerazione (Vecchi)

Ecco gli applausi del mondo e il Corriere trionfante: «Chiesa indietro di 200 anni» L'intervista che fa discutere il mondo
Caterina63
00Monday, September 17, 2012 11:47 PM

Alcune (belle) immagini dell'Ordinazione episcopale di S.E.R. Mons. Edoardo Aldo Cerrato, Vescovo eletto di Ivrea














Si è officiata sabato 8 settembre 2012, Solennità della Natività di Maria, in S. Maria in Vallicella a Roma la solenne celebrazione dell'Ordinazione episcopale di Sua Ecc.za Rev.ma Monsignor Edoardo Aldo Cerrato, C.O., Procuratore Generale della Confederazione Oratoriana eletto Vescovo di Ivrea (era stato eletto da S. S. Benedetto XVI alla guida della diocesi di Ivrea il 28 luglio u.s., si veda qui).
Presieduta da Sua Em.za Rev.ma il Sig. Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità, Ordinante principale, essendo conconsacranti le Loro Eccellenze Rev.me Monsignor Adriano Bernardini, Arcivescovo tit. di Faleri, Nunzio Apostolico in Italia, e Monsignor Arrigo Miglio, Arcivescovo di Cagliari e Amministratore Apostolico di Ivrea, la concelebrazione ha visto la partecipazione di una folla di fedeli che ha gremito la Chiesa Nuova.
(Sia l''ordinando sia i consacranti erano parati con pianeta e dalmatica pontificale).
Domenica 9 settembre S. E. Mons. Cerrato ha celebrato nella stessa Chiesa Nuova la prima S. Messa dopo l’Ordinazione episcopale.
" ...Caro Mons. Edoardo, il Signore ti ha scelto per il ministero episcopale e oggi, per mezzo delmandato apostolico del Santo Padre, al Quale va il nostro devoto e grato pensiero, ti manda inuna terra dalle profonde tradizioni religiose, terra segnata da ricchezze e bellezze naturali,culturali e religiose.
Ti manda come padre e pastore perché tu possa proclamare il Vangelo allasanta Chiesa eporediese e annunciare a tutti che Gesù Cristo, morto e risorto, è il Signore eSalvatore.
Sappi sempre osare nel nome di Cristo, incarnando la carità in tutte le necessitàspirituali e materiali del tuo popolo, accettando anche di correre il rischio dell’incomprensione edell’ostilità.
Con la forza che viene da Dio, affronta il male per vincerlo col bene, di cui seitestimone e profeta. Al riguardo, mi piace ripetere con san Leone Magno: «Dabit virtutem quicontulit dignitatem» (Sermo II, habito in anniversario ordinationi suae, Migne PL 54, 143)"
(Dall'Omelia di Sua Em.za Rev.ma il Signor Card.Tarcisio Bertone; Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI)

Ad multos annos, Eccellenza!

Cliccare QUI per vedere altre immagini

Si veda qui sul motto episcopale di Mons. Cerrato, e qui per un positivo commento di un Lettore che lo ha conosciuto ( La Redazione)

A.C.



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