Dalla Chiesa che soffre: notizie dalla Terra di Gesù

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Caterina63
00Monday, March 16, 2009 11:40 AM

lunedì 16 marzo 2009

Voci dal nuovo samizdat

Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: "Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo "samizdat". Spero che in Vaticano prendano sul serio l'invito del Papa.

In questi giorni ho ricevuto diverse segnalazioni, di cui ringrazio infinitamente i lettori. Si tratta di notizie che non troverete mai sul vostro giornale e alla TV. Per questo credo che sia importante rilanciarle, perché abbiano la maggior diffusione possibile.

L'UNICO SACERDOTE SULLA STRISCIA DI GAZA.....



1. La prima segnalazione mi viene da Gianluigi. È l'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza. Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: "Non sapevamo". Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po' lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.

Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.

Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.

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Caterina63
00Monday, June 22, 2009 3:15 PM
MESSAGGIO DI SPERANZA DEI VESCOVI DI TERRA SANTA A TUTTI I CATTOLICI:
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Caterina63
00Thursday, November 26, 2009 7:33 PM
Riunione del gran magistero dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

Luci e ombre
per i cattolici in Terra Santa




di Gianluca Biccini

Le luci e le ombre della situazione dei cattolici in Terra Santa sono state illustrate nei giorni scorsi dal patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, durante la sessione autunnale del gran magistero dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro. All'incontro, svoltosi a Roma sotto la presidenza del gran maestro, cardinale John Patrick Foley, il patriarca ha tracciato un bilancio del 2009 che sta per concludersi: un anno segnato in negativo dai drammatici avvenimenti di Gaza e in positivo dal pellegrinaggio di Benedetto XVI in Giordania, Israele e Territori palestinesi. Tra le ombre denunciate da Twal "la mancanza di giustizia, di pace e di sicurezza.

L'ottimismo iniziale per l'elezione del presidente Obama negli Stati Uniti d'America e per la visita del Papa non si è dissolto completamente - ha spiegato - ma non si sono ancora visti passi concreti per alleviare la sofferenza e per spingere le parti verso negoziati seri".

In concreto, per il capo spirituale dei cattolici di Terra Santa - che è gran priore dell'istituzione gerosolimitana - "la situazione si sta deteriorando di nuovo. Inizialmente i palestinesi hanno tratto conforto dal cosiddetto Rapporto Goldstone sulla missione delle Nazioni Unite per l'accertamento dei fatti nel conflitto di Gaza. Tuttavia, questo conforto si è trasformato in indignazione".


Nelle ultime settimane, inoltre, si sono riacutizzate le tensioni tra palestinesi e israeliani - con scontri alle frontiere e lanci di razzi - a motivo "della demolizione di abitazioni, degli espropri e di nuovi progetti per Gerusalemme, che stanno minacciando non solo la pace della Città Santa, ma anche la sua identità pluriconfessionale. Un segmento importante di questa terra appartiene, infatti, a differenti Chiese". Oltre a ciò, prosegue "l'insediamento ebraico nella Gerusalemme orientale araba", attraverso la costruzione di quartieri e l'ampliamento di quelli esistenti. "Il fatto più preoccupante è che l'Haram al-Sharif, il Monte del Tempio, sta diventando di nuovo un luogo di tensione".

Dal punto di vista ecclesiale l'instabilità dell'area ha portato a un afflusso di rifugiati nel territorio del Patriarcato. Uomini e donne - ha denunciato Twal - che "vivono in condizioni disagiate e noi dobbiamo aiutarli, occuparci delle loro esigenze pastorali e fare loro posto nelle nostre parrocchie: in Giordania ci sono centinaia di migliaia di iracheni e fra loro decine di migliaia di caldei; in Israele, migliaia di sudanesi e di lavoratori filippini per la maggior parte cattolici".

Le conseguenze di tale contesto si riflettono sui fedeli cristiani che - ha argomentato il patriarca di Gerusalemme - "si demoralizzano sempre più e hanno la tentazione costante di cercare un futuro altrove. Le nostre comunità si stanno restringendo e dobbiamo raddoppiare gli sforzi per persuadere i cristiani a restare".
Nonostante queste difficoltà, monsignor Twal intravede luci di speranza. "La visita del Pontefice - ha detto - continua a ispirarci. Sebbene, prima del suo arrivo, molti fossero pieni di dubbi, al momento del congedo erano pieni di gratitudine per quel tempo prezioso in cui la voce della Chiesa aveva consolato, incoraggiato e parlato profeticamente".

Un altro passo positivo è stato l'incontro, svoltosi quest'estate, del Consiglio delle istituzioni religiose della Terra Santa. L'assemblea di leader religiosi ha deciso di promuovere lo studio comune di libri musulmani ed ebraici. Un progetto molto concreto - ha commentato il patriarca - che "potrebbe recare frutti importanti per l'insegnamento della tolleranza. È stato incoraggiante osservare l'atteggiamento aperto fra i presenti e il loro impegno a promuovere la coesistenza".

Altro segno importante della vitalità della Chiesa di Terra Santa, il progetto dell'Università di Madaba in Giordania, della quale il Papa ha benedetto la prima pietra. "Siamo convinti che il nostro sistema scolastico cattolico ampio, ben radicato e rispettato, abbia sortito un effetto positivo e significativo sulla vita e sulla cultura giordane - ha detto Twal - e sia stato un fattore non trascurabile del ruolo del Paese quale forza di moderazione e di tolleranza in Medio Oriente. Desideriamo estendere quell'effetto aprendo questo ateneo, che ci aspettiamo attragga studenti di tutta la regione". Da qui l'esortazione rivolta agli stati generali dell'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme "a prendere a cuore questa iniziativa.

Impegno - ha spiegato - significa anche aiuto a creare forti legami con altri atenei europei e americani. Auspichiamo che dame e cavalieri riescano a facilitare la formazione professionale del nostro personale, a esortare le università nella regione a una maggiore collaborazione con quella di Madaba e a sostenere i nostri studenti cristiani con borse di studio". In proposito, monsignor Twal ha fatto riferimento all'opera delle scuole del Patriarcato finanziate dall'ordine equestre. "Crediamo davvero - ha concluso - di poter cambiare le cose nella nostra regione grazie a queste scuole".
Alla sessione del gran magistero sono intervenuti, tra gli altri, il luogotenente generale Peter Wolff Metternich, che ha ricevuto l'onorificenza della Palma d'oro di Gerusalemme per i cinquant'anni di ininterrotto servizio, diciotto membri - otto dall'Italia, tre dagli Stati Uniti d'America, due dalla Germania e uno ciascuno per Australia, Belgio, Canada, Austria e Regno Unito - e l'amministratore generale del Patriarcato Humam Khzouz, con il direttore generale delle scuole Majidi Syriani.

Il cardinale Foley ha ricordato come settanta fra cavalieri e dame dei cinque continenti abbiano seguito il Pontefice in tutti i luoghi visitati in Terra Santa e come l'ordine abbia sostenuto l'organizzazione delle cerimonie offerte dal patriarcato durante il viaggio del Papa. "Tutti i membri - ha assicurato - perseverano nelle preghiere, perché il pellegrinaggio di Benedetto XVI possa produrre frutti di giustizia e di pace nella Terra di Cristo. Qui infatti - ha riferito - i cristiani continuano a soffrire per la mancanza di mobilità, di opportunità e di speranza".

Alla vigilia della riunione, il cardinale Foley aveva celebrato in San Pietro, all'altare della cattedra, la messa per i venticinque anni di episcopato. Con il porporato hanno concelebrato numerosi cardinali, presuli e prelati della Curia Romana - tra i quali il decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano - e del clero statunitense, come il cardinale Justin Francis Rigali, arcivescovo di Philadelphia.

E nell'arcidiocesi della Pennsylvania che gli ha dato i natali il cardinale Foley è tornato con la memoria all'omelia, parlando della propria consacrazione episcopale, conferitagli in cattedrale l'11 maggio 1984 dal cardinale John Krol, il quale lo aveva anche ordinato sacerdote, nello stesso luogo, ventidue anni prima. Quindi ha spiegato come non abbia potuto celebrare la data effettiva della ricorrenza, trovandosi ad Amman in occasione del pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa.

Il porporato ha anche ricordato come abbia vissuto i suoi venticinque anni di episcopato tutti a Roma, dapprima come arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, quindi come cardinale gran maestro dell'Ordine gerosolimitano. Un servizio - ha concluso - "per sostenere la vita spirituale di coloro che le Scritture definiscono le "pietre viventi" di Terra Santa, cioè i cristiani discendenti dai primi discepoli di Gesù".



(©L'Osservatore Romano - 27 novembre 2009)


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Caterina63
00Thursday, November 26, 2009 7:34 PM
Presentato a Benedetto XVI il progetto dell'emittente libanese Télé Lumière - Noursat


Un villaggio mediatico per i cristiani del Medio Oriente




Benedetto XVI ha incoraggiato la loro missione "al servizio del Vangelo e della riconciliazione in Libano". Il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca di Antiochia dei maroniti, ha donato il terreno per la costruzione. Tanti altri ordinari della regione, cattolici e non, hanno assicurato il loro sostegno.

Nasce sotto i migliori auspici il villaggio mediatico che Télé Lumière - Noursat, l'emittente radiotelevisiva di Beirut, intende realizzare nella banlieu della capitale libanese, con l'obiettivo di trasmettere un messaggio di pace al Paese dei cedri e a tutta l'area mediorientale.

All'udienza generale di mercoledì 25 novembre, i responsabili e gli operatori del network hanno presentato il progetto al Papa per la benedizione. Accompagnato nell'Aula Paolo VI dal cardinale Sfeir, Jack El Kallassy ha illustrato l'iniziativa: 27.000 metri quadri nel quartiere periferico di Fatka, dove sorgerà la cittadella con i suoi 155 uffici attrezzati, 8 studi di registrazione, tre canali satellitari, altrettante stazioni radio, un giornale quotidiano, un magazine, un internet provider, per quella che è destinata a diventare nelle intenzioni dei promotori "la più grande cittadella mediatica del mondo, nella quale si produrrà informazione in ben dodici lingue".

Da quelle internazionali - come il francese, l'inglese e l'arabo - a quelle più antiche del Medio Oriente. "Caldeo, assiro, armeno, ma anche greco, portoghese - spiega Kallassy - e tutti gli altri idiomi parlati dalle minoranze cristiane che abitano l'area". Non solo. Si produrrà anche cultura, essendo previsti librerie, un museo sulla presenza cristiana in queste terre, un teatro, una struttura per formare operatori dell'informazione, persino un centro teologico.
La prima pietra del villaggio multimediale è stata posta il 1° ottobre 2008. Ora è tutto pronto per partire con i lavori. "Sarebbe meglio dire - puntualizza Kallassy - con la ricostruzione, visto che durante la guerra del 2006, tra il 12 e il 22 luglio, tre torri per la trasmissione, una delle quali installata appena tre mesi prima, vennero bombardate e distrutte sulle montagne di Sannine e Terbol al nord e sulla collina di Fatka".

E pensare che Télé Lumière era nata nel 1991 proprio in seguito a un altro conflitto - quello che per sedici anni aveva insanguinato il Libano dal 1975 al 1991 - con lo scopo di riaccendere la speranza tra la gente comune. Fondata da un monaco eremita, fratel Nour, e gestita da laici impegnati, "è l'emittente di tutti i cristiani del Medio Oriente - spiega la responsabile dei programmi Marie-Therese Kreidy - e di quelli della diaspora nei cinque continenti".




(©L'Osservatore Romano - 27 novembre 2009)
Caterina63
00Monday, April 5, 2010 12:16 PM
Ringraziando padre Giovanni Scalese dal suo Blog "Senza peli sulla lingua" riporto integralmente quanto segue condividendolo soprattutto nella Preghiera:

lunedì 5 aprile 2010

Gli auguri di Padre Musallam

Nei giorni scorsi ho ricevuto questa lettera da Padre Manuel Musallam, già parroco di Gaza e attualmente Presidente della Sezione cristiana della Commissione Relazioni internazionali “FATEH”, Membro della “Commissione islamico-cristiana di sostegno a Gerusalemmee ai Luoghi Santi” e Direttore della sede di quest'ultima a Birzeit. Non mi sono sentito di tenerla solo per me e perciò ho provveduto a tradurla e a condividerla con voi.


«Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesú Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Gal 1:3-5).

La Pasqua si rivolge ai cristiani di tutto il mondo con un messaggio di speranza e di gioia, con l’eccezione di quelli della Terra Santa. Noi, cristiani di Palestina, siamo sotto occupazione da molti anni. Soffriamo con amarezza la separazione dai luoghi santi. Ci è negato il diritto di rendere culto a Gerusalemme. Diverse generazioni di cristiani non hanno mai potuto raggiungere Gerusalemme per visitare i luoghi santi.

L’occupazione ha sempre imposto ostacoli illegali. Quest’anno dobbiamo fare i conti con il muro di separazione dell’apartheid israeliana, con i controlli e i posti di blocco dei soldati israeliani che impediscono qualsiasi movimento e accesso a Gerusalemme. Tutte queste misure non solo soffocano il popolo palestinese, ma asfissiano anche la pace in Israele e Palestina.

Quest’anno tutte le Chiese celebrano insieme la grande solennità di Pasqua. Ma i cristiani non possono andare a Gerusalemme. Il detto “una terra senza popolo per un popolo senza terra” si riferisce in maniera soffocante e pericolosa alla nostra attuale situazione. Non significa che Gerusalemme è senza popolo, ma piuttosto che dovrebbe essere evacuata per essere data a un altro popolo senza Gerusalemme o senza terra. David Ben Gurion stesso lo aveva espresso senza esitazione nel 1937 dichiarando: «Dobbiamo espellere gli arabi e prendere le loro terre».

Ogni pietra del muro dell’apartheid, ogni colpo di piccone sotto la Moschea di Al-Aqsa, ogni casa distrutta da Israele intensificherà la resistenza e il risentimento. Mentre ogni cooperazione con i palestinesi darà a Israele la speranza per un futuro dominato da serenità e pace.

Quest’anno Gerusalemme assiste ai piú feroci attacchi sionisti per renderla giudaica, alterare le sue caratteristiche, espellere il suo popolo, distruggere le sue case, confiscare la sua terra, oltre a costruire numerosi insediamenti.

Noi piangiamo Gerusalemme; ci mancano le sue belle cerimonie. Quest’anno inoltre migliaia di turisti piangeranno con noi. Essi non potranno percorrere la Via crucis con i palestinesi. Non ci sarà folclore palestinese da scoprire o artigianato religioso arabo da portare con sé come souvenir, né preghiere locali, inni o musica da godere nella calda fede dei credenti di Palestina. Essi resteranno scioccati quando, entrando nel Santo Sepolcro, vi troveranno dentro la polizia israeliana. Troveranno facce di tutti i colori ma non la carnagione palestinese. Non riconosceranno nel volto della gente la fisionomia di Gesú, che nacque, visse e morí qui come palestinese.

Mentre si avvicina la Pasqua che nel mondo simbolizza la “liberazione dal peccato e dalla schiavitù”, la nostra speranza per la liberazione nazionale si sta perdendo all’orizzonte. La schiavitù e l’umiliazione dell’occupazione opprimono i cristiani palestinesi della Terra Santa. Non vediamo alcun orizzonte politico, la fine dell’occupazione, la speranza di ritorno per i profughi palestinesi, la possibilità di erezione di un nostro stato con Gerusalemme capitale, il diritto all’autodeterminazione, la liberazione di migliaia di prigionieri, la libertà di accesso e di movimento, la fine dell’assedio di Gaza, e la distruzione del muro dell’apartheid intorno a Gerusalemme. Siamo inoltre agitati dalla continua minaccia di nuove guerre. Siamo stremati dalle quotidiane umiliazioni, dalla fame, dalla sete, dalla disoccupazione e dall’assenza di uno sviluppo sostenibile nel nostro paese.

Siamo sconcertati per il totale silenzio del mondo. La comunità internazionale è incapace di dare attuazione alle stesse risoluzioni legali che furono manipolate ingiustamente e illegalmente per creare lo Stato di Israele. Tutti gli eventi accaduti prima, durante e dopo la guerra suscitano una grande paura nei nostri animi. La vita è davvero cambiata, ma verso l’abisso del peggio.

È da 5000 anni che costruiamo e accresciamo Gerusalemme, e non abbiamo mai smesso di farlo, eccetto durante l’occupazione che ha praticamente distrutto ciò che avevamo realizzato. Nel tentativo di cercare il proprio retaggio storico, l’occupazione ha costruito degli ibridi tutti per sé, annettendo deliberatamente alcuni dei nostri luoghi santi, dal momento che non riusciva a trovare tracce del suo patrimonio.

Gerusalemme era la città di Dio, della pace, della preghiera, ma si è trasformata nella città dell’uomo, della guerra e dell’odio. Invece di diventare la chiave delle porte del cielo, è diventata la chiave della guerra e del sangue. Invece di essere una possibile miniera di perdono, amnistia e riconciliazione, è stata resa un posto di diaspora, odio e ostilità. Gerusalemme, il luogo piú santo della terra, è divenuta il centro del peccato e del crimine, perché uno uccide l’altro, insultandolo e calpestando la sua dignità e il suo diritto a vivere. E dove l’uomo non ha dignità e non c’è rispetto per il diritto alla vita, la redenzione che abbiamo ricevuto da Gesú Cristo è entrata di nuovo nell’ora del male e nel potere delle tenebre (Lc 22:53). E l’ingiustizia sta soffocando di nuovo la verità (Rm 1:18) e la vittoria è stata inghiottita nella morte (cf 1 Cor 15:54).

Tuttavia la nostra fede ci spinge a superare la morte per vivere nello splendore della pace, in attesa della nostra gloriosa resurrezione nazionale, quando la nostra morte e umiliazione si trasformerà in vittoria sull’occupazione. Attendiamo l’ora quando «una nazione non alzerà piú la spada contro un’altra nazione, non impareranno piú l’arte della guerra» (Is 2:4) e la pace di Cristo regnerà nei nostri cuori, perché ad essa siamo stati chiamati in un solo corpo (cf Col 3:15), cristiani, musulmani ed ebrei.

Gerusalemme è nostra. Non è una terra contesa. Noi non chiediamo di condividere il lascito e l’eredità di Gerusalemme con Israele o con chicchessia. Non accettiamo il discorso dei leader israeliani secondo cui Gerusalemme è la capitale di Israele e costruire in essa è come costruire a Tel Aviv. Non accettiamo la pubblicazione distribuita dagli israeliani questa settimana in cui si cita la Torah, secondo la quale la terra è stata loro data con l’ordine di evacuarla dal suo popolo per renderla semplicemente ed esclusivamente uno stato ebraico.

La religione ebraica era una via verso la religione cristiana e tutte le profezie facevano riferimento a Gesú Cristo. «Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: “E ai discendenti”, come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo» (Gal 3:16). «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3:29).

L’occupazione è un peccato e una forma di terrorismo; e quando ci si appoggia sui testi della Torah per uccidere un uomo o espellerlo e rimuoverlo dalla sua terra, essa assurge al livello di crimine contro l’umanità. Tutti i colpevoli dovrebbero essere giudicati da un tribunale criminale internazionale, prima di essere giudicati dal giusto tribunale di Dio. I sostenitori di questo discorso biblico e quelli che non lo condannano dànno a Israele il tempo e il pretesto di intensificare ulteriormente i suoi crimini contro il popolo palestinese. Perciò essi diventano complici di un “peccato contro le nazioni”, la cui punizione è in questo mondo.

Il nostro appello al mondo per Pasqua è un invito profetico. Noi siamo realmente preoccupati per il numero di palestinesi che rendono culto in questi luoghi santi per rivivere e glorificare Cristo e la sua parola, rendendo testimonianza alla sua morte e risurrezione. Ma ancora di piú temiamo che questi luoghi santi diventino monumenti storici o addirittura siano distrutti. Agli occhi dei leader israeliani questi luoghi sono considerati “luoghi pagani”, e chiunque li distrugge si avvicina a Dio. Molto tempo fa il leader sionista Teodoro Herzl disse: «Se un giorno entreremo in possesso di Gerusalemme e io sarò ancora in grado di fare alcunché, quando faremo questo, la mia prima azione sarà di purificarla a fondo. Io rimuoverò ogni cosa che non è santa e brucerò i monumenti anche vecchi di secoli».

Israele ci ha devastato e torturato nelle sue molte guerre. Noi vi chiediamo di considerare le ferite del popolo palestinese innocente e di aver compassione dell’olocausto palestinese, di cui siete testimoni con i vostri occhi, che toccate con le vostre mani, e conoscete quelli che hanno perpetrato questo crimine contro i nostri figli. Cercate con noi la giustizia che è madre della pace e sua incubatrice. Proteggeteci e difendete i nostri luoghi santi.

«Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”.
Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene» (Sal 122:6-9).

Gesú è risorto e il mio popolo risorgerà.

Buona Pasqua.

Don Manuel Musallam

Birzeit, 20 marzo 2010

Caterina63
00Friday, July 9, 2010 7:31 PM
L'arcivescovo Vasil' traccia un bilancio della recente assemblea della Roaco

Il rispetto dei cristiani in Terra Santa
misura di democrazia e solidarietà


di Nicola Gori

Un rinnovato impegno a sostenere i cristiani che desiderano restare in Medio Oriente per continuare a offrire la loro testimonianza al Vangelo è stato assunto dalla Riunione delle opere in aiuto alle Chiese orientali (Roaco) durante la recente assemblea estiva. In particolare sono stati esaminati progetti che consentano alla minoranza cattolica di trovare strade alternative all'emigrazione per garantirsi la sopravvivenza. Ne parla, in questa intervista al nostro giornale, l'arcivescovo Cyril Vasil', segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, tracciando un bilancio dell'assemblea della Roaco, svoltasi dal 21 al 25 giugno scorsi e conclusasi con l'udienza di Benedetto XVI. Tra i progetti approvati ci sono anche quelli di sostegno ai sacerdoti poveri, soli e anziani e il finanziamento di scuole cattoliche, frequentate in larga parte anche da ragazzi musulmani.

I cristiani di Terra Santa stanno attraversando un periodo particolarmente difficile, segnato tra l'altro poco più di un mese fa dall'assassinio del vescovo Luigi Padovese. Quale percezione avete avuto della situazione in cui essi vivono in quella tormentata regione?

Occorre sottolineare anzitutto che i cristiani condividono la vita, le gioie e le fatiche di tutti gli altri abitanti della Terra Santa. Perciò si può dire che anche le situazioni di guerra, di difficoltà economiche, di conflitti internazionali e interni, di criminalità e di terrorismo li riguardano ugualmente come gli altri cittadini. C'è però un particolare non trascurabile. Costituendo una minoranza religiosa - percepita talvolta anche come minoranza di carattere etnico - i cristiani sono forse la parte più vulnerabile delle rispettive società civili dei singoli Stati. L'atteggiamento che la maggioranza ha nei loro confronti rappresenta in questo modo, nel foro nazionale ed anche internazionale, una valida prova del livello di democrazia, della maturità e della solidarietà delle rispettive nazioni. Proprio per questo è difficile dare un comune denominatore a tutte le situazioni nelle quali vivono i cristiani in Terra Santa.

È possibile tracciare un quadro delle diverse realtà politiche e sociali nelle quali vivono i cristiani?

I singoli Stati dell'area rappresentano un ventaglio molto ampio delle varianti di sistemi politici, seppur fragili:  ci sono i Paesi repubblicani formalmente laici, ci sono le monarchie ereditarie o gli Stati con forte sistema presidenziale, ci sono le repubbliche con sistema democratico in stile occidentale e ci sono poi gli Stati organizzati sulla base della legge coranica con pratica applicazione della sharia. Inoltre, in alcuni Paesi vige per le comunità cristiane il sistema degli "statuti personali", che regola la loro posizione in seno allo Stato a maggioranza musulmana.

Contesti differenti nei quali la situazione dei cristiani assume di volta in volta aspetti e caratteristiche specifiche.

Come è ovvio, di solito le singole situazioni non sono così nettamente delineate da prestarsi a una interpretazione inequivocabile. Perciò ogni valutazione richiede una profonda conoscenza e un ponderato discernimento. Anche in questo senso la Roaco costituisce uno strumento valido per tale discernimento. Eventuali singoli tragici eventi, come l'assassinio del monsignor Padovese, sono tutti deplorevoli e devono essere valutati sulla base dei risultati concreti delle indagini.

Quali iniziative sono state realizzate o sono in cantiere per l'assistenza e il sostegno dei preti in Terra Santa alla luce dell'Anno sacerdotale appena conclusosi?

Innanzitutto abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla loro situazione generale. Già durante la riunione del gennaio scorso ci eravamo dedicati a questo approfondimento. Lo abbiamo fatto nell'ambito di questa nostra ultima sessione. Abbiamo incontrato alcune agenzie che in maniera particolare sono coinvolte nell'aiuto ai sacerdoti bisognosi. Sono state così individuate tre tipologie di intervento:  il sostentamento regolare del clero, l'assicurazione sanitaria e sociale e il sistema pensionistico. Le agenzie hanno offerto una panoramica delle diverse situazioni - secondo i rispettivi Paesi o Chiese sui iuris - e hanno condiviso le loro esperienze. La Congregazione per le Chiese Orientali - laddove risulterà necessario - si farà carico della sensibilizzazione dei vescovi circa il loro dovere di trovare i modi più adeguati per assicurare il dignitoso sostentamento e il sistema di previdenza sociale per i sacerdoti.

All'attività della Pontificia Missione per la Palestina è stato dedicato uno spazio particolare durante questo ottantatreesimo incontro della Roaco. Quali sono i progetti e gli obiettivi di questo organismo?

Si tratta, come è noto, di un'organizzazione nata nel 1949 per iniziativa di Pio xii, che ha tre uffici regionali:  ad Amman, a Beirut e a Gerusalemme. Tra i numerosi progetti che vengono seguiti ci sono, per esempio, quelli di sostegno alle scuole che sono aperte sia ai cristiani, sia ai non cristiani, in particolare ai musulmani. Il processo educativo nelle istituzioni che ospitano membri di diverse comunità religiose può essere considerato un tassello importante nel mosaico della convivenza, della conoscenza e della stima reciproca. Tutti questi elementi non possono che favorire il processo della ricerca di una convivenza pacifica.

Ci sono altre iniziative formative a beneficio dei giovani?

Certamente sono interessanti anche i progetti che aiutano a migliorare diverse attività giovanili, non di carattere strettamente scolastico, ma formativo in senso ampio. Si tratta di far vivere insieme i giovani, far condividere le esperienze educative sottolineando il contesto interreligioso ed ecumenico, offrendo loro i valori positivi di collaborazione e di comune impegno:  anche questo è un investimento nella futura convivenza pacifica dei popoli del Medio Oriente.

Quali indicazioni ci si attende dall'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi - in programma dal 10 al 24 ottobre di quest'anno - riguardo al futuro dei cristiani in Terra Santa?

L'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi è in primo luogo l'assise dei pastori che condividono esperienze, difficoltà e attese del popolo di Dio loro affidato. Le finalità del Sinodo, come di tutte le assemblee di questo genere, non sono perciò di carattere sociale o politico. Ciò non esclude il fatto che i pastori abbiano il diritto e il dovere di riferirsi alla realtà sociale e politica dei rispettivi Paesi, dato che questa influisce sulla vita delle comunità cristiane. L'interesse e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica più vasta su queste problematiche può contribuire a creare un'atmosfera di solidarietà, di maggiore comprensione delle difficoltà e, di conseguenza, anche di maggiore sostegno sia morale, sia caritativo con i progetti avviati dalle agenzie della Roaco.


(©L'Osservatore Romano - 10 luglio 2010)
Caterina63
00Monday, November 22, 2010 6:50 PM
I risultati di un'indagine del Catholic Aid Coordination Committee

Un futuro per i giovani del Vicino Oriente


Gerusalemme, 22. Gli studenti cristiani palestinesi preferirebbero rimanere nella propria terra piuttosto che emigrare all'estero se a loro venissero offerte appropriate opportunità di formazione, di specializzazione e di lavoro:  questo è quanto risulta da una recente indagine commissionata dal Catholic Aid Coordination Committee, un consorzio di organizzazioni cristiane che ha i suoi uffici a Gerusalemme.
Secondo Sami El-Yousef, membro del consorzio, i giovani cristiani palestinesi dimostrano un forte attaccamento alla propria terra e sperano che sia la Chiesa e sia le altre organizzazioni cristiane si dimostrino capaci di offrire loro delle possibilità per rimanere e svolgere un lavoro utile nell'ambito della società.

L'indagine per il Catholic Aid Coordination Committee si è svolta nell'arco di alcuni mesi durante la scorsa primavera. Per Sami el Yousef, i risultati dell'inchiesta potranno essere particolarmente utili per arrivare a una maggiore integrazione della comunità cristiana palestinese con le altre presenti nella regione. Secondo il rappresentante del consorzio, un primo passo dovrebbe comportare la concessione di mutui a lungo termine alle famiglie cristiane palestinesi che vorrebbero acquistare un'abitazione in aree a popolazione mista. Favorire l'integrazione con le altre comunità è per Sami El-Yousef un primo passo per rendere le famiglie cristiane più autonome e con più variegati rapporti nell'ambito del territorio di residenza.

Questo fattore, sottolinea il dirigente, sarebbe senz'altro positivo per i membri più giovani e darebbe maggiori possibilità di trovare un posto di lavoro.

L'indagine comprende anche diciannove interviste a membri anziani della comunità cristiana palestinese che godono di una particolare reputazione. Molti degli intervistati hanno sottolineato il venir meno, nell'ambito delle loro comunità, dello spirito di coesione e del senso del rispetto verso i più anziani che spesso si trovano a dover affrontare da soli situazioni di vita indubbiamente difficili.
Per El-Yousef, la situazione si dimostra particolarmente difficile nella striscia di Gaza. Il tessuto sociale rischia di sfilacciarsi a causa delle difficoltà estreme in cui si trovano costrette le famiglie. Anche per questo in questa zona è molto sentito il rapporto tra i fedeli cristiani e la loro Chiesa.



(©L'Osservatore Romano 22-23 novembre 2010)
Caterina63
00Thursday, June 2, 2011 8:54 PM

In Terra Santa sorgerà un nuovo monastero


Nel luogo in cui Gesù sfamò migliaia di persone


 

ROMA, martedì, 31 maggio 2011 (ZENIT.org).- I monaci che vivono in un importante sito biblico lasceranno il loro monastero soggetto a terremoti per essere ospitati in una nuova casa grazie all'aiuto dell'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).

L'associazione, che sta aiutando nella costruzione di un nuovo monastero a Tabgha (Israele), ha ricevuto un resoconto sui lavori da padre Jeremias Marseille OSB, membro della comunità benedettina tedesca che vive sul posto.

I monaci, che abitano sulle rive del Mare di Galilea, sono custodi della chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, che segna il luogo del miracolo biblico.

Parlando con ACS, padre Jeremias ha fornito due ragioni per il trasferimento del monastero, costruito senza fondamenta adeguate negli anni Cinquanta.

“La prima è che la casa in cui viviamo non è sicura – in Germania sarebbe stata condannata”, ha spiegato. “Le stanze hanno tutte crepe di 45° sui muri e la casa si muove, visto che si trova in una zona sismica all'inizio della valle del Giordano”.

“La seconda ragione è più importante”, ha aggiunto. “Abbiamo bisogno non solo di una casa, ma anche di un chiostro in cui la vita monastica possa crescere”.

I monaci, ha indicato, hanno bisogno di un luogo di ritiro e riflessione, sia per i tanti pellegrini e turisti – che possono arrivare a 5.000 al giorno – che perché forniscono un luogo di incontro per i giovani con disabilità di Israele e della West Bank.

Padre Jeremias ha quindi descritto come sia importante cerare Dio ritirandosi in un luogo tranquillo, che il monastero fornirà attraverso il suo nuovo oratorio (cappella).

“Le parole di Gesù in occasione del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci sono queste: 'Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare' (Marco 6,31)”, ha osservato.

ACS sta sostenendo il progetto di costruzione con più di 50.000 euro per erigere l'oratorio, che il monaco benedettino ha descritto come “il cuore del nuovo monastero”.

“I monaci e gli ospiti hanno bisogno di una stanza in cui poter trovare giorno e notte un luogo tranquillo per pregare che sia lontano dalle folle dei dintorni”.

L'oratorio sarà dotato di aria condizionata, elemento fondamentale in una zona in cui nel momento più caldo dei giorni estivi le temperature esterne possono raggiungere i 50°C.

Il nuovo edificio sarà anche capace di sostenere i periodici terremoti che interessano periodicamente la valle.

“La costruzione procede bene, abbiamo quasi finito le celle. Poi inizieremo l'ala occidentale del nuovo monastero, incluso il nuovo oratorio”, ha riferito padre Jeremias.

“Speriamo e pensiamo di finire la costruzione della struttura portante di tutto il monastero a ottobre, e auspichiamo che il trasferimento avvenga alla fine di maggio del prossimo anno”, ha aggiunto.

La casa monastica di Tabgha è situata nella zona nord-occidentale del Mare di Galilea ed è un priorato dipendente dall'Abbazia della Dormizione sul Monte Sion a Gerusalemme.

Il nuovo edificio è un progetto comunitario dell'Associazione Tedesca di Terra Santa e dei Monaci Benedettini.

La chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci gestita dai benedettini è stata costruita nel 1982 dall'Associazione Tedesca di Terra Santa sul sito di una chiesa bizantina distrutta nel 614 dai persiani.

La struttura attuale include i resti del pavimento in mosaico della chiesa del V secolo.

La più antica testimonianza scritta del luogo risale alla fine del IV secolo e descrive una piccola chiesa siriaca, costruita su una pietra santa, che è diventata un altare in commemoraziozne della miracolosa moltiplicazione del cibo da parte di Gesù.

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forme di donazione  anche on-line 

POS
Presso la sede romana del Segretariato Italiano di ACS a Trastevere - Piazza S. Calisto, 16 - è attivo un punto POS, riservato a coloro che desiderano fare una donazione con Carta di credito e Bancomat . L'operazione è effettuata con il supporto dei nostri collaboratori.

Bonifico bancario
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Caterina63
00Tuesday, December 25, 2012 5:28 PM
[SM=g1740733] Dopo 26 anni, ha riaperto l' "asilo accanto al muro". Nel campo profughi di Aida, a Betlemme.

[SM=g1740722] brava la suora quando dice: "questa è una scuola cristiana, NON insegnamo il Corano, ma il RISPETTO PER TUTTI" ....

it.gloria.tv/?media=194406



[SM=g1740717]



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