Enrico VIII e la nascita dello scisma e la nascita "chiesa" anglicana

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Caterina63
00Tuesday, June 23, 2009 6:51 PM
Enrico VIII e la richiesta di annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona inviata a Clemente VII

Quella lettera supplice, rispettosa e... intimidatoria


Il 23 giugno a Roma, nel Palazzo della Cancelleria, l'Archivio Segreto Vaticano e Scrinium presentano gli studi sulla lettera scritta dai Pari d'Inghilterra a Papa Clemente VII per perorare la causa di annullamento di matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d'Aragona. Pubblichiamo il testo di uno degli interventi.
 

di Marco Maiorino
Archivio Segreto Vaticano


Nel 1530 non era ancora in discussione la supremazia spirituale di Roma né si pensava a quello scisma che si sarebbe consumato solo diversi anni dopo:  per il momento se ne indovinavano all'orizzonte le ombre spettrali, ma la rottura era ancora di là da venire. A Enrico VIII occorreva la decisione del Papa a favore dell'annullamento del suo matrimonio con Caterina d'Aragona.

Era il mezzo tradizionalmente più sicuro per mettere al riparo da qualsiasi sospetto di illegittimità la successione eventualmente garantita da una nuova unione. La sentenza di Clemente VII, però, non costituiva più per lui l'extrema ratio per la soluzione della sua "Grave Questione":  se il sovrano fosse stato deluso nelle proprie aspettative, all'universale autorità spirituale rappresentata dal Pontefice se ne sarebbe contrapposta una nuova, capace di accogliere le ormai irrinunciabili istanze della nazione inglese.

In questo clima di tensione, il 12 giugno del 1530, mentre a corte giungevano le opinioni favorevoli al divorzio espresse da diverse università del continente, Enrico VIII convocò un certo numero di suoi sostenitori, perlopiù appartenenti alla Camera dei Lords:  ai membri di quell'assemblea extraparlamentare fu sottoposta una lettera indirizzata a Clemente VII, "al contempo supplice, rispettosa e intimidatoria", che nella sua forma compiuta, corredata delle sottoscrizioni e dei sigilli di 83 fra i personaggi di maggior rilievo del Regno, costituiva forse - per usare le parole di Scarisbrick - "il documento più impressionante mai messo in circolazione dall'Inghilterra dei Tudor".

Formalmente, la lettera è redatta su una pergamena larga quasi un metro, con 83 sottoscrizioni accuratamente ripartite in 13 colonne, delimitate da un'unica lunga fettuccia di seta abilmente intrecciata, da cui pendono 81 sigilli in teche di latta e quattro teche vuote. Gli autori del documento, cioè coloro che lo sottoscrissero e lo sigillarono, sono in gran parte membri della Camera Alta del Parlamento:  due arcivescovi, due duchi, due marchesi, 13 conti, quattro vescovi, un visconte, 26 baroni e 22 abati, pari a circa il 70 per cento della Camera dei Lords del Parlamento della Riforma del 1529-1530.


A essi si aggiungono cinque membri della Camera dei Comuni e altri sei personaggi:  i due segretari reali, Stephen Gardiner e Brian Tuke e altri quattro arcidiaconi e teologi. La lettera è ben nota agli storici, che fino a oggi ne hanno potuto conoscere il tenore grazie alla trascrizione contenuta nell'opera del biografo di Enrico VIII, Lord Edward Herbert of Cherbury, e successivamente attraverso l'edizione di Thomas Rymer (inizi Settecento) e di Nicholas Pocock (fine Ottocento).

Tutti questi lavori, tuttavia, non riproducono il testo dell'esemplare vaticano. La lettera fu infatti redatta in due esemplari originali:  il primo, privo di data, era destinato a essere conservato presso gli archivi del Regno d'Inghilterra e attualmente si trova presso The National Archives di Kew; il secondo fu preparato per la spedizione a Roma, dove effettivamente giunse il 16 settembre 1530.

Le due pergamene, originariamente identiche nella forma e nei contenuti - a eccezione di lievi differenze nelle dimensioni del supporto scrittorio e nel modulo grafico - hanno affrontato il trascorrere dei secoli con esiti radicalmente diversi:  l'esemplare inglese è ormai privo di tutti i sigilli, sebbene mantenga ancora impressi sulla pergamena i segni del filo di seta che ne suddivideva in 13 colonne la plica, la piegatura nel margine inferiore.
 
L'attacco di agenti batterici e i successivi interventi di restauro ne hanno inoltre compromesso la leggibilità, soprattutto nella parte destra e, in particolare, fra l'ottava e la tredicesima colonna delle sottoscrizioni. L'esemplare vaticano ha conservato invece pressoché intatto l'apparato sigillografico e si presenta in ottime condizioni. Ciò ha permesso di curare una nuova e sicura edizione del testo, comprensiva della fedele trascrizione di tutte le 83 sottoscrizioni. Si è quindi dedicato al documento uno studio particolare, che ne indagasse i moventi e le modalità di creazione e i cui risultati si offrono ora alla valutazione dei lettori.

Esaminando l'esemplare vaticano appare anzitutto evidente la non perfetta corrispondenza fra il numero dei sottoscrittori (83) e il numero dei sigilli (81):  un dato imputabile perlopiù alla perdita delle impronte originariamente contenute in tre delle quattro teche attualmente vuote, l'ultima delle quali fu invece predisposta e mai utilizzata. Un'altra incongruenza risulta significativa:  il mancato riscontro fra alcuni sottoscrittori e i rispettivi sigilli.

Le ottime condizioni dell'esemplare vaticano hanno permesso di individuare con certezza l'identità dell'ultimo sottoscrittore. I precedenti editori del documento hanno proposto diverse interpretazioni. L'attento esame del documento vaticano ha permesso solo ora di attribuire la firma inequivocabilmente a John Bell, che si sottoscrive in latino Johannes Bellus e appone un sigillo cosiddetto parlante, contrassegnato dall'immagine di una "campana" (bell).

Le informazioni più precise sulla genesi del documento si ricavano principalmente da due fonti:  due dispacci dell'ambasciatore imperiale a Londra Eustache Chapuys, e un brano della biografia del cardinale Wolsey scritta da George Cavendish. Da Chapuys si apprende la strategia messa in atto da Enrico VIII per ottenere le sottoscrizioni e i sigilli alla lettera indirizzata a Clemente VII.
 
Consapevole delle difficoltà che avrebbe potuto incontrare, il re convocò a corte un certo numero di suoi sostenitori, specificando però che, quanti fossero stati impediti a intervenire di persona, gli inviassero almeno i loro sigilli. Allo stato attuale delle ricerche, non è dato sapere quanti aderirono a questa proposta.



(©L'Osservatore Romano - 24 giugno 2009)

Caterina63
00Monday, October 18, 2010 6:17 PM
La Cristianità anglosassone prima dello scisma...


Nel «Vercelli Book» una delle più antiche testimonianze della letteratura britannica

Quel cuore anglosassone che batte in Piemonte


di Silvia Guidi

Un pezzo di Old Anglia a Vercelli, una mostra ricca di tesori librari e paleografici di inestimabile valore, che può essere letta come un commento visivo e documentario a margine della recente visita del Papa in Gran Bretagna; "Percorsi straordinari", allestita nelle sale del Palazzo arcivescovile fino al 31 ottobre, illustra le testimonianze dei rapporti che fin dal medioevo legarono la città piemontese al mondo anglosassone, dai codici che attestano il culto locale di san Tommaso Becket - come il Sacramentario xlii scritto sul finire del dodicesimo secolo, donato alla cattedrale durante la festa di santa Caterina del 1194 - al celebre Vercelli Book, uno dei quattro codici che ci permettono di entrare in contatto con la prima produzione poetica anglosassone, e l'unico esemplare conservato al di fuori delle isole britanniche.

Il volume arrivò a Vercelli, con ogni probabilità, nel dodicesimo secolo, lascito di un pellegrino destinato a una delle strutture ospedaliere cittadine, o più probabilmente, dono di un vescovo. Vergato nel decimo secolo, verosimilmente da un'unica mano in più riprese, racchiude ventitré omelie e sei componimenti poetici; l'intero corpus dei poemi è anonimo, tranne I Fati degli apostoli ed Elena che contengono l'acrostico runico di Cynewulf, uno dei più antichi poeti anglosassoni conosciuti.

I testi sono redatti in un dialetto sassone occidentale identificato solo nel 1822 da Friedrich Blume nel corso del suo viaggio di studio in Italia; lo studioso tedesco stava cercando alcuni testi giuridici nella Biblioteca capitolare e si è imbattuto per caso nel codice. Fu Karl Maier, dodici anni dopo, a trascrivere i testi e a studiarne le caratteristiche paleografiche e codicologiche.

I legami tra la diocesi vercellese e il mondo anglosassone sono stati talmente profondi da creare non solo echi di gusto formale nelle opere, ma anche una rete di strutture volte a cementare queste connessioni. Sulla via verso le grandi mete dei pellegrinaggi religiosi, prima fra tutte Roma, erano frequenti le soste dei pellegrini nei centri predisposti alla loro accoglienza. Alcuni di questi erano stati fondati appositamente per i viaggiatori stranieri, come l'Ospedale di Santa Brigida degli Scoti, realizzato nel X secolo, dedicato principalmente ai pellegrini inglesi, e quello intitolato a santa Maria, fondato nel 1262 da Simone Fasana presso la parrocchia di San Tommaso, che si occupava di accogliere francesi e inglesi. L'Ospedale di Santa Brigida degli Scoti, ora Palazzo Berzetti di Buronzo, si affacciava sull'attuale piazza D'Angennes, quindi in posizione privilegiata vicino alla sepoltura di sant'Eusebio.

A testimonianza della florida attività della struttura sono confluite nell'Archivio capitolare fonti scritte tra cui le tre pergamene esposte, databili al 1162, 1174 e 1175 che evidenziano la pratica delle donazioni da parte di fedeli e pellegrini come atto penitenziale di riscatto e devozione. La testimonianza dei "romei" provenienti dall'area anglosassone si riscontra anche attraverso le annotazioni di necrologi in un Messale contenuto nel codice lxii donato alla cattedrale di Sant'Eusebio dall'arciprete Mandolo, di cui si conserva il testamento datato 30 aprile 1210; a margine del giorno 11 gennaio si legge il necrologio Paschen Scotigena riferibile a un anno imprecisato ante XII secolo.

"Il Vercelli Book è un testo essenziale per comprendere le radici cristiane dell'Inghilterra - ha spiegato Massimo Introvigne in un incontro sulla mostra che si è svolto nel Seminario arcivescovile - la presenza a Vercelli di questo libro, casuale o se si preferisce provvidenziale, è dovuta a un intreccio di strade che portavano monaci e pellegrini dalla lontana Gran Bretagna a Roma e ritorno, già di per sé un elemento che mostra l'unità spirituale dell'Europa del medioevo. I temi che tratta sono profondamente religiosi e cristiani e nello stesso tempo profondamente britannici ed europei. Le storie dei santi e dei primordi della cristianità intrecciano elementi biblici e altri che derivano dai poemi epici celtici, non giustapposti ma fusi insieme armonicamente. Dalle sue pagine esce viva una cultura che è insieme celtica e cristiana, formata nei monasteri".

Quella stessa cultura evocata dal Papa durante la sua visita in Gran Bretagna attraverso la figura del benedettino san Beda (672-735), la fonte da cui ricaviamo qualche notizia sui primi grandi poeti cristiani in lingua inglese, Cynewulf e Caedmon. I loro testi più antichi sono conservati proprio nel Vercelli BookI Fati degli apostoli, Elena e forse Andreas per Cynewulf, Il sogno della croce per Caedmon, senza peraltro che le attribuzioni siano del tutto sicure.

"Nel primo poema del libro, sant'Andrea, il santo patrono della Scozia - continua Introvigne - la cui crux decussata o croce diagonale su cui fu martirizzato costituisce la bandiera scozzese ed è parte della britannica Union Jack, cerca di salvare l'apostolo san Matteo che è stato rapito dai cannibali mirmidoni. Del leale equipaggio della sua nave, un tipico comitatus di uomini, come s'incontra tanto spesso nella letteratura celtica e britannica, fanno parte un timoniere e due marinai, che sono in realtà Gesù e due angeli sotto mentite spoglie.

Ma sant'Andrea non lo sa, e annuncia loro il Vangelo. Gesù gli concede prima il dono dell'invisibilità, grazie al quale sant'Andrea riesce a penetrare nelle terre dei mirmidoni, poi la forza, quando è scoperto, di resistere alle loro torture e infine di convertire i cannibali al Vangelo e liberare san Matteo. Anche questo poema - continua Introvigne - ci fa vedere come nasce l'Europa nei monasteri:  le radici della storia sono greche e derivano dagli Atti di Andrea nel quarto secolo, con un'ovvia eco omerica, ma la materia è rielaborata con l'andamento fiero e quasi militare delle epopee celtiche, su una base che rimane quella della storia della salvezza cristiana. I cannibali rappresentano, come il drago ucciso da san Giorgio, il paganesimo con i suoi sacrifici umani; sant'Andrea sconfigge i suoi nemici, ma non li distrugge, li converte".

Elena, il capolavoro di Cynewulf è invece una classica storia di inventio di una reliquia, anzi della reliquia per eccellenza, la Santa Croce, da parte di sant'Elena (250-330 circa), madre dell'imperatore Costantino (272-337). "L'episodio è storico, ma il poema è deliziosamente anacronistico - spiega Introvigne - perché Elena è trasfigurata in una tipica eroina della mitologia celtica". Forse il testo del Vercelli Book che ha avuto la maggiore influenza nella formazione della cultura britannica è The Dream of the Rood, talora tradotto come Il sogno della croce. Rood è il legno dell'albero da cui è tratta la Vera Croce, oggetto di una visione in cui il legno stesso appare, parla e racconta la storia della crocifissione dal punto di vista della Croce stessa.
 
"Un albero che vive e parla è un elemento tipico del folklore celtico, e se ne ritrovano le tracce ancora nell'opera di Tolkien, ma i tentativi moderni di ridurre The Dream of the Rood a un testo pagano non possono che fallire. Contrapporre la radice celtica e quella cristiana del poema è, anche qui, un errore. I due elementi vivono e compongono un gioiello della poesia europea proprio in quanto stanno insieme".

I rapporti tra Vercelli e il mondo anglofono non si limitano al medioevo:  nel 1787 un avvocato della Virginia, appassionato di architettura e di agronomia attraversò "per tre settimane la regione del riso al di là delle Alpi, da Vercelli a Pavia". Un grand tour in Italia a fini aziendali, oltre che culturali:  l'obiettivo di Thomas Jefferson, che quattordici anni dopo sarebbe diventato il terzo presidente degli Stati Uniti d'America, era scoprire il segreto per cui il riso del Piemonte era di qualità superiore a quello della Carolina, come scrive lo stesso Jefferson nella lettera indirizzata a John Adams il 1° luglio 1787.


(©L'Osservatore Romano - 18-19 ottobre 2010)

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