GRAVISSIMO APPELLO DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME (fate conoscere)

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Caterina63
00Friday, September 18, 2009 11:06 PM
Riporto questa AGGHIACCIANTE notizia (seppur non nuova) dal blog di Padre Giovanni Scalese


Che ne sarà dei cristiani di Terra Santa?

L’altro giorno l’agenzia ZENIT ha riferito del discorso pronunciato dal Patriarca latino di Gerusalemme (a proposito: come mai i Patriarchi latini di Gerusalemme non diventano mai Cardinali? La Chiesa-madre della cristianità non merita forse una porpora?), Mons. Fouad Twal, l’8 settembre scorso a Londra nella Cattedrale di Westminster. Non mi pare che tale intervento abbia avuto la risonanza che avrebbe meritato. Pertanto mi permetto di farvi eco, nel mio piccolo, perché non voglio, come ho già ripetuto altre volte, che qualcuno possa dire un giorno: “Non sapevamo...”.

Il Patriarca ha, innanzi tutto, lanciato un grido di allarme circa il futuro della Chiesa in Terra Santa:


«Il Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, ha avvertito che il futuro della Chiesa in Terra Santa è a rischio. Per questo motivo, ha chiesto ai cristiani di tutto il mondo di unire i propri sforzi per aiutare i fedeli della terra di Gesú.

[...] Il Patriarca ha sottolineato che l’emigrazione ha ridotto drasticamente il numero dei cristiani sia in Israele che in Palestina. Secondo il presule, ricorda l’associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che ha organizzato l’incontro londinese, si pensa che i fedeli di Gerusalemme diminuiranno dai 10.000 attuali a poco piú di 5.000 nel 2016. In tutta la Terra Santa, ha aggiunto, i cristiani sono scesi dal 10 al 2% in 60 anni, anche se altre prove mostrano che il declino potrebbe essere superiore».


Si noti che “in 60 anni” significa: “dalla creazione dello Stato di Israele” (1948). Se le statistiche hanno un senso, le conclusioni dovrebbero essere ovvie.

Mons. Twal ha quindi descritto la reale situazione dei cristiani e delle altre minoranze in Terra Santa:

«Il Patriarca ha confessato che fino ad ora il pellegrinaggio svolto da Benedetto XVI in Terra Santa a maggio non ha portato a una minore oppressione delle minoranze e che “la continua discriminazione in Israele minaccia sia i cristiani che i musulmani”.

“Tra la limitazione degli spostamenti e la noncuranza per le necessità abitative, le tasse e la violazione dei diritti di residenza, i cristiani palestinesi non sanno da che parte voltarsi”.



Il Patriarca Twal ha condannato in particolare il muro eretto da Israele intorno alla West Bank, affermando che oltre a ostacolare la libertà di movimento “ha chiuso molti palestinesi in zone-ghetto in cui l’accesso al lavoro, all’assistenza medica, all’istruzione e ad altri servizi di base è stato gravemente compromesso”.

“Abbiamo una nuova generazione di cristiani che non può visitare i Luoghi Santi della sua fede anche se distano solo pochi chilometri dal luogo in cui risiede”, ha denunciato. [...]

Nei Territori Occupati, ha aggiunto, la gente “è completamente alla mercé dell’Esercito israeliano, e al momento la Striscia di Gaza vive sotto un assedio imposto da Israele, che ha provocato una drammatica crisi umanitaria”».


C’era qualcuno che si era illuso che la visita del Papa in Terra Santa avrebbe cambiato qualcosa? Basta vedere che cosa stanno facendo in questi giorni gli israeliani con gli insediamenti: bloccarli — ha detto Netanyahu — sarebbe contro la pace!!!

Mons. Twal ha infine fatto una amara riflessione che tutti faremmo bene a fare insieme con lui:

«Se in 61 anni non siamo riusciti a ottenere la pace, vuol dire che i metodi che abbiamo usato erano sbagliati».


(tremenda affermazione!!! )

Penso proprio che il Patriarca abbia ragione: i metodi finora usati — non solo dai poveri cristiani di Terra Santa, ma dalla Chiesa intera e dalla fantomatica “comunità internazionale” — erano sbagliati. Che significa?
Significa che bisogna cambiare politica nei confronti dello Stato di Israele.
Non è possibile continuare a seguire una politica di formale “equidistanza”, che di fatto si risolve in un sostegno incondizionato per Israele a danno dei palestinesi.
Non è possibile continuare a riaffermare il “sacrosanto diritto di Israele all’esistenza” e il (non altrettanto sacrosanto) “diritto dei palestinesi ad avere un loro Stato”. Sono chiacchiere. È giunta l’ora di prendere una posizione netta a favore degli oppressi contro l’oppressore.
Anche perché Israele approfitta della timidezza della Chiesa e della comunità internazionale (che tiene sotto ricatto con l’arma dell’antisemitismo) per fare i propri comodi.

Personalmente sono convinto che, se tutti avessero un po’ piú di coraggio, Israele non potrebbe permettersi di fare quello che sta facendo. Ma — argomentano i pusillanimi — Israele è una potenza nucleare; potrebbe distruggerci tutti in un batter d’occhio. Per me, è solo un gigante dai piedi di argilla. Quando ero giovane, esisteva l’Unione Sovietica: sembrava una superpotenza invincibile, che terrorizzava i popoli con le sue armi. A Roma aspettavamo, da un giorno all’altro, che i cosacchi si accampassero in Piazza San Pietro. Li stiamo ancora aspettando. Dov’è finita nel frattempo l’Unione Sovietica? È finita nel nulla, dalla sera alla mattina.

Prima o poi, se Israele continuerà con la sua politica criminale, farà la stessa fine; e i suoi abitanti se ne fuggiranno uno a uno all’estero, dove hanno una seconda cittadinanza. Il bello sarà, a quel punto, che tutti se ne laveranno le mani, e l'unica su cui ricadranno tutte le colpe sarà, come al solito, la Chiesa cattolica, che verrà accusata di aver sostenuto il regime israeliano.

Quanto ci volete scommettere?


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Caro Padre Giovanni ti anticipo la mia solidarietà perchè questa volta, il tuo scrivere "SENZA PELI SULLA LINGUA" ti potrebbe creare molto dolore e molta sofferenza per le grandi verità che hai scritto seppure TUTTI le conoscono ma parlarne E' TABU'.......non voglio scommetterci nulla, prego anche che le profezie di non pochi PADRI DELLA CHIESA sul futuro degli Ebrei in materia di fede, non si avverino....perchè se così fosse, quanto detto dal Patriarca è solo l'inizio dei dolori....ma "qualcuno" ammonì contro i "profeti di sventura"....proprio nel discorso di apertura del Concilio e per le cui parole rispose il card. Biffi nel suo libro: memorie di un cardinale italiano:

C’era, per esempio, il giudizio di riprovazione sui "profeti di sventura".

L’espressione divenne e rimase popolarissima ed è naturale: la gente non ama i guastafeste; preferisce chi promette tempi felici a chi avanza timori e riserve. E anch’io ammiravo qui il coraggio e lo slancio, negli ultimi anni della sua vita, di questo “giovane” successore di Pietro.

Ma ricordo che una perplessità mi prese però quasi sùbito. Nella storia della Rivelazione, annunziatori anche di castighi e calamità furono solitamente i veri profeti, quali adesempio Isaia (capitolo 24), Geremia (capitolo 4), Ezechiele (capitoli 4-11).

Gesù stesso, a leggere il capitolo 24 del Vangelo di Matteo, andrebbe annoverato tra i “profeti di sventura”: le notizie di futuri successi e di prossime gioie non riguardano di norma l’esistenza di quaggiù, bensì la “vita eterna” e il “Regno dei Cieli”.

A proclamare di solito l’imminenza di ore tranquille e rasserenate, nella Bibbia sono piuttosto i falsi profeti (si veda il capitolo 13 del Libro di Ezechiele).

La frase di Giovanni XXIII si spiega col suo stato d’animo del momento, ma non va assolutizzata. Al contrario, sarà bene ascoltare anche quelli che hanno qualche ragione di mettere all’erta i fratelli, preparandoli alle possibili prove, e coloro che ritengono opportuni gli inviti alla prudenza e alla vigilanza.






O Maria, regna sull'universo! Sovrana del cielo e della terra, venga il tuo regno per affrettare la venuta del regno di Gesu'. O Maria, impadronisciti di tutti i cuori!
O Maria, apri gli occhi al mondo! Riconoscano tutti finalmente la Regalita' universale del tuo divin Figlio e la tua.
O Maria, fa' che tutta l'umanita' si immerga con amore nel Cuore Sacratissimo di Gesu' e nel tuo Cuore Immacolato. Si', bisogna che tutti i cuori s'infiammino all'amore di Dio! O Cuore Immacolato di Maria, salva il mondo!
Amen. Ave Maria!




Caterina63
00Saturday, September 19, 2009 12:40 PM
A quanto pare al Santo Padre nulla sfugge....


INCONTRO CON I PATRIARCHI E GLI ARCIVESCOVI MAGGIORI ORIENTALI, 19.09.2009

Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala della Rocca del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI incontra i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori Orientali e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Beatitudini,
Venerati Patriarchi ed Arcivescovi Maggiori
!

Vi saluto tutti cordialmente e vi ringrazio per avere accolto l’invito a partecipare a questo incontro: a ciascuno do il mio fraterno abbraccio di pace. Saluto il Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, e il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, insieme al Segretario e agli altri collaboratori del Dicastero.

Rendiamo grazie a Dio per questa riunione di carattere informale, che ci permette di ascoltare la voce delle Chiese che voi servite con ammirevole abnegazione, e di rafforzare i vincoli di comunione che le legano alla Sede Apostolica.
L’odierno incontro mi richiama alla mente quello del 24 aprile 2005 nella Basilica nella Basilica di san Pietro in Vaticano.
Allora, proprio nei primi giorni del mio pontificato, volli intraprendere un ideale pellegrinaggio nel cuore dell’Oriente cristiano: pellegrinaggio che oggi conosce un’altra significativa tappa e che è mia intenzione proseguire. In diverse circostanze è stato da voi sollecitato un contatto più frequente con il Vescovo di Roma per rendere sempre più salda la comunione delle vostre Chiese col Successore di Pietro ed esaminare insieme, all’occasione, eventuali tematiche di particolare importanza. Proposta questa rinnovata anche nell’ultima Plenaria del Dicastero per le Chiese Orientali e nelle Assemblee Generali del Sinodo dei Vescovi.

Quanto a me, avverto come precipuo dovere promuovere quella sinodalità tanto cara all’ecclesiologia orientale e salutata con apprezzamento dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

La stima che l’Assise conciliare ha riservato alle vostre Chiese nel Decreto
Orientalium Ecclesiarum, e che il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II ha ribadito soprattutto nell’Esortazione apostolica Orientale Lumen, è da me pienamente condivisa, insieme all’auspicio che le Chiese Orientali Cattoliche “fioriscano” per assolvere “con rinnovato vigore apostolico la missione loro affidata… di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo il decreto sull’ecumenismo…” (Orientalium Ecclesiarum, 1). L’orizzonte ecumenico è spesso connesso a quello interreligioso. In questi due ambiti è tutta la Chiesa ad avere bisogno dell’esperienza di convivenza che le vostre Chiese hanno maturato fin dal primo millennio cristiano.

Venerati Fratelli, in questo fraterno incontro, dai vostri interventi emergeranno certamente quelle problematiche che vi assillano e che potranno trovare orientamenti adeguati nelle sedi competenti. Io vorrei assicurarvi che siete costantemente nel mio pensiero e nella mia preghiera.
Non dimentico, in particolare,
l’appello di pace che avete posto nelle mie mani alla fine dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dello scorso ottobre. E, parlando di pace, il pensiero va, in primo luogo, alle regioni del Medio Oriente.

Colgo pertanto l’occasione per dare l’annuncio dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, da me convocata e che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema “La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32).

Mentre auguro che l’odierna riunione apporti i frutti sperati, invocando la materna intercessione di Maria Santissima, di cuore benedico voi e tutte le Chiese Orientali Cattoliche.

 Libreria Editrice Vaticana
Caterina63
00Saturday, September 19, 2009 9:22 PM
Fallita la missione dell'inviato statunitense George Mitchell

Non riparte il negoziato
tra israeliani e palestinesi


 Tel Aviv, 19. Si è conclusa ieri, senza l'annuncio di un accordo sulla ripresa dei negoziati israelo-palestinesi, la missione diplomatica che ha visto impegnato in settimana nel Vicino Oriente l'inviato statunitense George Mitchell. Dopo aver incontrato quattro volte a Gerusalemme il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e due volte a Ramallah il presidente dell'Autorità palestinese (Ap) Abu Mazen, Mitchell ha lasciato in serata Israele senza essere riuscito a organizzare per la settimana prossima a New York un vertice tra gli stessi Netanyahu e Abu Mazen e il presidente statunitense Barack Obama.

Il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat ha detto che in merito le probabilità sono vicine a zero, mentre l'ufficio di Netanyahu ha escluso che sia stata fissata una data. Anche Susan Rice, ambasciatore statunitense all'Onu, ha confermato che il suo Governo non è in grado di annunciare l'incontro a New York, che si intendeva organizzare in margine ai lavori dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Più in generale, il dipartimento di Stato di Washington ha comunicato ieri sera che la missione di Mitchell si è conclusa senza aver fatto registrare svolte significative nel tentativo di far ripartire i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi,
Il nodo cruciale, che Mitchell non è riuscito a sciogliere, era quello del congelamento delle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme est. L'Ap ha confermato che Abu Mazen non è intenzionato a incontrare Netanyahu se prima Israele non si sia impegnato in questo senso e a includere il futuro assetto di Gerusalemme nei negoziati bilaterali di pace.

Sui due colloqui di ieri fra Mitchell e Netanyahu, al secondo dei quali ha partecipato anche il ministro israeliano della difesa Ehud Barak, è trapelato ben poco, ma fonti del Governo israeliano citate anonimamente dalle agenzie di stampa internazionali hanno attribuito l'impossibilità di sbloccare lo stallo alla posizione rigida dell'Autorità palestinese. Secondo l'agenzia di stampa britannica la Reuters, Netanyahu avrebbe offerto di congelare la costruzione di insediamenti in Cisgiordania per nove mesi, mentre Mitchell aveva chiesto una moratoria di almeno un anno. In ogni caso, Netanyahu si era detto disposto alla moratoria solo dopo aver completato i progetti già avviati, e aveva comunque escluso che Israele potesse cancellare i progetti edilizi a Gerusalemme est.

In serata l'ufficio di Netanyahu ha reso noto che il premier partirà per gli Stati Uniti mercoledì, per partecipare ai lavori delle Nazioni Unite ed ha aggiunto che se anche all'ultimo momento dovesse arrivargli l'invito a un incontro a tre con Obama e Abu Mazen lo accoglierebbe senza condizioni.

Anche dall'Unione europea era venuto ieri un nuovo appello a moltiplicare gli sforzi per mettere fine sia al conflitto israelo-palestinese sia a tutti gli altri contrasti nell'area. In una nota della presidenza di turno svedese si chiede alle parti di riprendere i negoziati allo scopo di creare uno Stato palestinese sulla base dei confini del giugno 1967, che viva in pace accanto ad Israele. "Sollecitiamo Israele - si legge nel testo - a fermare immediatamente tutte le attività di insediamento, anche a Gerusalemme Est. Sollecitiamo l'Autorità palestinese a proseguire nei suoi sforzi per migliorare la sicurezza e lo Stato di diritto, sulla base dei risultati raggiunti finora".

La nota europea fa quindi appello a "tutti i donatori a rispettare gli impegni assunti ed aumentare i propri sforzi per aiutare l'Autorità palestinese in uno spirito di equa ripartizione degli oneri". Inoltre, si ribadisce "l'urgenza di una soluzione duratura alla crisi di Gaza", e si chiede "l'apertura immediata e incondizionata degli accessi per il flusso di aiuti umanitari, merci e persone da e per Gaza".


(©L'Osservatore Romano - 20 settembre 2009)
Caterina63
00Saturday, October 17, 2009 1:59 PM

giovedì 15 ottobre 2009
da padre Giovanni Scalese il blog Senza peli sulla lingua

Una voce profetica

Ieri ho pubblicato il testo della conferenza tenuta dal Patriarca emerito di Gerusalemme, Mons. Michel Sabbah, alla comunità cattolica araba emigrata in America. Mi sono limitato a definirla “straordinaria” e meritevole di vasta diffusione. Oggi aggiungo: una voce “profetica”. Perché?

Sono parole che vengono da un uomo di Dio, che vive in prima persona il dramma di Gerusalemme. Egli certamente non è super partes; è un uomo di parte, perché appartiene a una delle due parti in conflitto. Ma ciò non gli impedisce di essere obiettivo e di riconoscere i diritti e le giuste rivendicazione di tutti.

È una riflessione profondamente spirituale, che, partendo dalle Scritture e dalla storia, si sofferma sulla vocazione unica di Gerusalemme: città della pace, città universale, città dell’incontro fra popoli, culture e religioni diverse.

Ma, allo stesso tempo, espone con drammatico realismo i problemi che colpiscono questa città, in particolare lo scandalo del muro che la divide, segno materiale dell’odio che divide i cuori dei suoi abitanti. A tale proposito, è interessante notare che il Patriarca cita l’invito del Salmo 50 a ricostruire le mura di Gerusalemme. Qualcuno ha frainteso l’invito e ha pensato bene di costruire un muro a Gerusalemme...

Mons. Sabbah non si limita a descrivere la situazione “straziante” della sua città, ma si sforza di dimostrare che non è per nulla necessario che sia cosí: la città potrebbe senza difficoltà essere contemporaneamente capitale dello Stato d’Israele e capitale dello Stato palestinese e, allo stesso tempo, capitale spirituale delle tre grandi religioni monoteistiche. Aggiungo io: non si tratta di un sogno irrealizzabile; questo è stata Gerusalemme per secoli. Perché oggi non dovrebbe essere piú possibile?

E proprio per non rimanere nel regno dei sogni e dei desideri, il Patriarca avanza una proposta politica precisa. Non si tratta di una novità; questa è stata per lungo tempo la linea seguita dalla Santa Sede a proposito della Città Santa; poi, in seguito ai controversi accordi sottoscritti da Giovanni Paolo II con lo Stato d’Israele, non se n’è piú parlato. Sembrava quasi che il problema non esistesse piú. Ora invece Mons. Sabbah ha il coraggio di rilanciare la proposta, dimostrando che si tratta di una proposta piú che mai attuale:

«Avendo Gerusalemme questo carattere santo e questa vocazione universale, deve avere uno statuto speciale che garantisca i diritti di tutti i cittadini in essa come credenti e cittadini, e al tempo stesso garantisca la libertà di accesso a tutti i pellegrini. Qualsiasi potere politico che governi Gerusalemme deve perciò tener conto di questa vocazione universale della città e darle questo statuto speciale che garantisca i diritti dei cittadini, come capitale per lo Stato palestinese, come capitale per lo Stato d’Israele, e come capitale spirituale per l’umanità».

Spero che l’augurio di Sua Beatitudine ridesti almeno la diplomazia vaticana, facendole ritrovare le sue migliori tradizioni, e che questa si faccia portavoce di tale proposta a livello internazionale.

Prima di terminare, vorrei esprimere un auspicio. Ritengo che la Chiesa di Gerusalemme debba sentirsi sostenuta dalla Chiesa universale. In tal senso, c’è bisogno di un “segnale forte”. Già in altra occasione mi son chiesto — non nego, con una punta polemica — come mai i Patriarchi di Gerusalemme non diventino mai Cardinali. Ci saranno probabilmente motivazioni di ordine diplomatico che lo impediscono. Aggiungo ora: se non è possibile dare la porpora all’attuale Patriarca Twal, non sarebbe possibile darla almeno al Patriarca emerito? Sarebbe un segnale molto chiaro del sostegno della Santa Sede alla Chiesa-madre della cristianità.

mercoledì 14 ottobre 2009

"Gerusalemme, città di pace"

In occasione di una recente visita pastorale alla locale comunità cattolica araba americana emigrata dalla Giordania e dalla Terra Santa nella regione di Los Angeles, S. B. Michel Sabbah, già Patriarca Latino di Gerusalemme, è stato invitato a fare una conferenza sul tema “Gerusalemme, città di pace” (23 settembre 2009).

Si tratta di un testo straordinario, che secondo me merita un’ampia diffusione. Per questo, ho provveduto a farne una mia traduzione. Potete trovare l’originale inglese sul sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme.


1. «Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace”» (Lc 19:41-42).

Oggi queste stesse parole si applicano a Gerusalemme, che vive una situazione di conflitto, di odio e di morte. I leader politici non hanno trovato ancora, fino a oggi, “le vie della pace”. Essi sono riusciti a creare nuove situazioni di fatto, essi sono riusciti a cambiare la demografia e la geografia; ma, in tutto ciò, non si vedono ancora le “vie della pace”.

I leader religiosi, da parte loro, riempiono Gerusalemme con riti e preghiere formali. Ma, dentro questi riti formali, lo stesso cuore che rende culto ha dentro la guerra verso il suo prossimo. Esso adora Dio, ma rigetta le creature di Dio, poiché esse sono diverse, sono differenti, per religione e nazionalità.

Ma, per quanto riguarda la vita e i valori religiosi, dobbiamo anche ammettere l’esistenza di tante persone pie, in tutte e tre le religioni, che adorano Dio e amano gli altri, pur differenti, perché li vedono come figli di Dio. La loro preghiera è silenziosa, nascosta, conosciuta solo a Dio, lo stesso Dio, che ha radunato tutti i diversi popoli — ebrei, musulmani e cristiani — nella sua stessa città santa.

2. Vivere a Gerusalemme è vivere con problemi di vita quotidiana, con tutti quelli che vivono lí, uomini di fedi e nazionalità differenti, e allo stesso tempo vivere con il mistero di Dio in questa città.

I profeti dell’Antico Testamento hanno parlato di Gerusalemme, talvolta con maledizioni per l’infedeltà dei suoi abitanti, talvolta con una visione gloriosa del futuro basata sulla conversione degli uomini, e sulla compassione di Dio che perdona e rinnova piú volte la Sua vita fra gli uomini.

Dio onnipotente e misericordioso, il Signore della storia, insieme con gli uomini di buona e cattiva volontà, ha fatto la storia di Gerusalemme, con tutte le sue diverse fasi attraverso i secoli: l’alleanza di Dio, la permanente fedeltà di Dio, la fedeltà e l’infedeltà degli uomini, e i vari conquistatori che si sono succeduti a Gerusalemme attraverso i secoli fino a oggi. Tutta quella storia, e tutti quegli attori, sotto l’occhio vigilante di Dio, hanno fatto il nostro presente, oggi, a Gerusalemme: due popoli, israeliano e palestinese, e tre religioni, ebrei, cristiani e musulmani, che sono, allo stesso tempo, in conflitto gli uni con gli altri mentre adorano lo stesso Dio.

Gerusalemme è una città di conflitto fra i due popoli che vivono in essa. Nonostante ciò, essa rimane la città di Dio. Perciò, occuparsi di Gerusalemme o dei suoi popoli significa occuparsi del mistero di Dio in essa. Ogni persona che si occupa di Gerusalemme — i leader politici e religiosi in particolare — dovrebbe essere una persona che innanzi tutto adora e prega Dio, chiedendogli ispirazione, luce e sapienza, per conoscere come occuparsi della città e del popolo in essa — siano essi residenti o pellegrini che la visitano — e come trovare le vie giuste di occuparsi del conflitto in corso.

3. Noi cristiani di Gerusalemme e nel mondo guardiamo a Gerusalemme attraverso il mistero di Gesú Cristo, Signore e Dio, che è venuto a salvare il mondo, e a iniziare il regno di Dio sulla terra. La sua predicazione e quella di San Giovanni Battista, il precursore, incominciò con queste parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1:15). Per molti questo compimento ebbe luogo, per altri no. Molti vivono, o si sforzano di vivere, nel regno di Dio su questa terra. Altri no.

Gerusalemme è la città della redenzione del mondo, una città dove l’umanità è stata riconciliata con Dio. E, con la risurrezione del Signore Gesú Cristo, vale a dire il Suo trionfo sulla morte e sul peccato, anche l’umanità — e ogni singolo uomo — è risorta “dai morti” e resa capace di liberare sé stessa dal peccato, di riconciliarsi con Dio e con il proprio prossimo, qualunque siano le differenze fra vicini, religioni, nazionalità, razze o situazioni di conflitto, come nel caso oggi fra i due popoli che vivono in essa.

Una città di redenzione e riconciliazione: questo è per i Cristiani la definizione e la vocazione di Gerusalemme. Essa ha una dimensione universale, rivolta a tutta l’umanità. Questo è un secondo elemento importante della sua definizione. Essere una città santa per tutte e tre le religioni è parte di questo carattere e di questa vocazione che Gerusalemme possiede.

4. Ho vissuto a Gerusalemme per 20 anni come Patriarca di Gerusalemme per i cattolici. La mia prima osservazione sullo stare a Gerusalemme come cristiano è questa: vista la vocazione universale di Gerusalemme, una vocazione di riconciliazione universale, non ci si può rinchiudere nella propria comunità. A Gerusalemme, o si vive con tutti oppure si è fuori della vocazione della città, anche se si vive in essa. Vivere a Gerusalemme da soli, vivere con una visione e un quadro di riferimento ristretti riguardo alla confessione religiosa, rivendicare i propri diritti su Gerusalemme, politici o religiosi, escludendo i diritti degli altri su di essa, è, ancora una volta, vivere contro la missione e la vocazione di Gerusalemme. Escludere l’altro, rifiutare di vedere l’altro, vedere solo sé stessi, non è “ricostruire le mura di Gerusalemme” come dice il Salmo 50. È demolire Gerusalemme ed esporla alla permanente minaccia di guerra, violenza e mali, esattamente l’opposto della sua vocazione di città della redenzione e riconciliazione universali.

Perciò la mia prima osservazione sul vivere a Gerusalemme può essere riassunta nel modo seguente: Vivi a Gerusalemme, il che significa che vivi con Dio e con tutti i figli di Dio in essa. Non puoi rimanere chiuso esclusivamente dentro la tua comunità. Vivi con Dio, e cosí condividi la grazia di Dio con tutti, e condividi le sofferenze e le gioie di tutti. Sebbene può essere difficile vivere all’altezza di questa dimensione universale della città, è un dovere per i cristiani e per ogni credente che rende culto in essa e vuole sinceramente “ricostruire le mura di Gerusalemme” e riportare in essa la gloria che Dio vuole per essa.

Perciò sono vissuto a Gerusalemme, con e per la mia piccola comunità cattolica, ma anche con e per tutti i cristiani, come pure con e per i musulmani e gli ebrei.

Che cosa ho vissuto e visto?

Una città lacerata, piena di conflittualità, cose che fanno soffrire a vederle e a parlarne: un muro che divide le strade principali, facendo un lato israeliano e un lato palestinese; un muro che separa le parti di Gerusalemme, facendo un lato parte di Gerusalemme, e l’altro lato, non piú Gerusalemme; ho visto confiscare terre e case, rimpiazzare gli abitanti delle case, creare nuovi quartieri ebraici, limitando allo stesso tempo ogni sforzo di sviluppo palestinese: il che significa diniego dei permessi di costruzione, e perciò costruzioni senza permesso, il che porta alla demolizione di quelle case... e, peggio di tutto, il veleno dell’odio dell’altro, dovuto alla propria cecità che ci rende incapaci di vedere l’altro come una creatura di Dio.

Ho visto una città voluta dai due popoli, palestinesi e israeliani, come capitale politica, e dai credenti delle tre religioni come città santa e come città di normale vita quotidiana. Sembra non esserci contraddizione nell’essere città santa per le tre religioni monoteiste. Ognuno rende culto in essa e rispetta la sua santità. Ma la realtà è che i sentimenti religiosi sono cosí mescolati con la realtà politica che le cose diventano piú complicate, e il culto non rimane semplice culto, ma diventa un atto politico o un segno di appropriazione della città e di esclusione dell’altro.

I palestinesi hanno rivendicato e a tutt’oggi rivendicano che Gerusalemme Est è o sarà la capitale eterna della Palestina. È loro diritto, e non è esclusivo, in quanto rivendica solo la Gerusalemme Est araba come capitale della Palestina. Israele rivendica che tutta Gerusalemme, Est e Ovest, è la capitale eterna di Israele, non accettando né una città condivisa con sovranità condivisa, né una città divisa con sovranità divisa: uno status dichiarato “nullo” dalla comunità internazionale, ma ancora valido nei fatti.

Quindi i diritti politici dei palestinesi sono esclusi. Quindi gli altri credenti, i palestinesi, siano essi musulmani o cristiani, hanno accesso limitato alla città, a causa delle misure di sicurezza e di una visione di sicurezza. Per coloro che vivono fuori del nuovo muro che circonda Gerusalemme e che la separa dai Territori Palestinesi, l’accesso è soggetto a permessi militari, che sono dati ad alcuni e rifiutati ad altri. E a quei cristiani e musulmani che vivono nei paesi arabi è quasi completamente proibito l’accesso alla città, per la preghiera e per altre ragioni.

Questa è la situazione in cui sono vissuto, e vivo fino a oggi. È una situazione straziante. Da una parte, Gerusalemme parla a ogni credente: riconciliazione e pace dentro il proprio cuore, e pace esteriore estesa a tutti. Non piú ostilità. D’altra parte, l’ostilità è la realtà quotidiana imposta a tutti.

Sí, noi circondiamo Gerusalemme con le nostre preghiere per tutti, scavalcando i muri materiali, come quelli nei cuori. Oltre le preghiere, esistono anche molteplici sforzi di dialogo interreligioso a Gerusalemme, finalizzati a portare gli uomini piú vicini a Dio, e gli uni agli altri. Ma la conflittualità rimane la realtà dominante.

5. Avendo Gerusalemme questo carattere santo e questa vocazione universale, deve avere uno statuto speciale che garantisca i diritti di tutti i cittadini in essa come credenti e cittadini, e al tempo stesso garantisca la libertà di accesso a tutti i pellegrini. Qualsiasi potere politico che governi Gerusalemme deve perciò tener conto di questa vocazione universale della città e darle questo statuto speciale che garantisca i diritti dei cittadini, come capitale per lo Stato palestinese, come capitale per lo Stato d’Israele, e come capitale spirituale per l’umanità.

Chiunque governi Gerusalemme ha il dovere di tener conto di tutta questa storia passata e universale, oggi viva in tutte le sue fasi nelle comunità viventi. Perciò non deve cadere in una visione ristretta, egoistica, nazionalistica, esclusivistica: una visione che esclude gli altri, insieme con la loro lunga storia, cancellandola, e imponendo oggi una nuova realtà che lavora contro la sopravvivenza di tutte le identità con uguali diritti e doveri a Gerusalemme, e condanna la città a rimanere una fonte di guerra.

Un vero credente — ebreo, cristiano o musulmano — deve innalzarsi al livello della santità che Dio vuole per la città, al livello della santità di Dio stesso, il che significa, la capacità di rispettare e accogliere tutti i figli di Dio in essa, dando loro uguali diritti e doveri, senza alcuna discriminazione per motivi religiosi o politici. È nella misura in cui il vero credente può innalzarsi al livello della sua santità, che Gerusalemme può vincere tutte le forze di conflitto e tutto il male della guerra in essa.

6. Esiste a Gerusalemme un Consiglio delle Istituzioni Religiose, un consiglio interreligioso, nel quale il Gran Rabbinato rappresenta la parte ebraica, il Ministro degli Affari Islamici la parte musulmana, e i 13 capi delle Chiese rappresentano la parte cristiana. È un consiglio di dialogo interreligioso. Il dialogo verte sulla vita quotidiana e, di conseguenza, sulla situazione politica che impone questa vita quotidiana. Ci incontriamo per raggiungere una visione comune della Città Santa e della Terra Santa. Ma finora siamo riusciti a metterci d’accordo solo sul fatto basilare che Gerusalemme è una città santa per tutti. Si sta preparando una bozza, e sarà pubblicata in un prossimo futuro, che definisca i punti su cui siamo d’accordo e i punti su cui non lo siamo. Speriamo che un giorno la grazia di Dio e leader politici piú saggi permettano alla città di essere un centro di riconciliazione per tutti e una città dove cessino tutte le ostilità.

I Patriarchi e i Capi cristiani delle Chiese di Gerusalemme, da parte loro, hanno pubblicato due documenti sullo status di Gerusalemme e il suo significato per i cristiani: il primo nel 1994 e il secondo nel 2006. Concludo questa conferenza citando alcuni passi del secondo documento, del settembre 2006:

«Con la costruzione del muro molti dei nostri fedeli sono esclusi dai confini della Città Santa, e secondo i piani pubblicati sulla stampa locale, molti di piú lo saranno in futuro. Circondata da muri, Gerusalemme non è piú al centro e non è piú il cuore della vita come dovrebbe essere.

Consideriamo parte del nostro dovere attirare l’attenzione delle autorità locali, come pure la comunità internazionale e le Chiese del mondo, su questa gravissima situazione e invocare uno sforzo concertato a cercare una visione comune sullo statuto di questa Città Santa, basato sulle risoluzioni internazionali e che tenga conto dei diritti dei due popoli e delle tre comunità religiose che vivono in essa.

In questa città, in cui Dio scelse di parlare all’umanità e riconciliare i popoli con sé e fra di loro, leviamo le nostre voci per dire che le strade seguite finora non hanno prodotto la pacificazione della città e non hanno assicurato una vita normale per i suoi abitanti. Perciò esse devono essere cambiate. I leader politici devono cercare una nuova visione e nuovi mezzi.

Nel disegno di Dio due popoli e tre religioni sonno vissuti insieme in questa città. La nostra visione è che essi dovrebbero continuare a vivere insieme in armonia, rispetto, accettazione reciproca e cooperazione».

Conclusione

«Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace”» (Lc 19:41-42).

Gerusalemme deve essere una città di pace, ma oggi non è cosí.

Oggi la santità è trasformata in contesa e in controversia politica. La persona umana ne è la vittima. La storia ne è la vittima. La religione ne è la vittima, sia essa il Giudaismo, il Cristianesimo o l’Islam: perché nessuna di esse è chiamata, come tale, a essere una fonte di controversia, o a rendere la coesistenza di tutti qualcosa di impossibile.

Le “vie della pace” a Gerusalemme sono basate su tre principi: primo, accettare la volontà di Dio come Egli l’ha manifestata attraverso le Sacre Scritture e attraverso la storia. Attraverso le Sacre Scritture e attraverso la storia Dio ci ha riunito tutti a Gerusalemme: ebrei, cristiani e musulmani. Secondo, le Sacre Scritture hanno dato a Gerusalemme una dimensione universale, facendone un luogo da essere condiviso da tutta l’umanità, a cominciare da coloro che vi abitano, israeliani e palestinesi. Terzo: piú importante del luogo santo è Dio, che santifica quel luogo. Il comandamento di Dio è di adorarlo e di amare tutte le sue creature. Nella stessa prospettiva, la persona umana è il tempio vivente di Dio, ed è perciò piú importante di qualunque luogo.

Alla luce di questi tre principi: la santità della città, la sua universalità come luogo da condividere, e la priorità dell’essere umano, la questione religiosa e politica di Gerusalemme deve essere risolta.

Gerusalemme non può essere una proprietà esclusiva di nessuno; lo stesso vale di Dio stesso, che non può essere proprietà esclusiva di nessuno: Egli è il Dio creatore di tutti. Tutto a Gerusalemme deve riflettere questa vocazione divina e la condivisione è la strada attraverso cui questo può essere raggiunto. Con la condivisione nessuno è sottomesso all’altro. Nessuno dei suoi abitanti è soggetto alla paura, o dominato da essa, o ridotto allo stato di minoranza o di straniero. Tutti sono uguali in dignità, nei diritti e nei doveri religiosi e politici, nel riconoscimento reciproco e nella libertà di religione. Ciascuno godrà Gerusalemme come essa è: una città di Dio, una città di pace, una città in cui ciascuno è riconciliato con Dio e con tutti i suoi fratelli, di tutte le nazioni e religioni.

+ Michel Sabbah, Patriarca emerito


Chapman University chapel (Orange, CA)
Claremont School of Religion Library, 831 N. Dartmouth, Claremont.
23 settembre 2009

Caterina63
00Thursday, November 5, 2009 2:27 PM
Israele pone problemi ai visti di sacerdoti e religiosi


Denuncia del Nunzio Apostolico e del Custode di Terra Santa




CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- Vari esponenti della Chiesa cattolica in Terra Santa hanno denunciato i nuovi problemi che il Governo di Israele sta ponendo alla consegna di visti per sacerdoti e religiosi.

Come hanno confermato il Nunzio Apostolico in Israele, l'Arcivescovo Antonio Franco, e il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa OFM, le difficoltà sono poste dal Ministero dell'Interno da quando è passato sotto il controllo di Eli Yishai, leader del partito religioso Shas.

“Ci sono delle difficoltà che cercheremo di superare”, ha spiegato monsignor Franco, che è anche delegato apostolico per Gerusalemme e la Palestina, in alcune dichiarazioni al servizio di informazione religiosa della Conferenza Episcopale Italiana, SIR.

“Se prima i visti rilasciati, anche ad europei, avevano la durata di due anni, adesso hanno validità di un solo anno”, ha avvertito il presule, riconoscendo che queste restrizioni potrebbero causare problemi allo svolgimento del lavoro di pastorale ordinaria della Chiesa.

In passato si era verificato addirittura un blocco dei visti e alla guida del Ministero degli Interni c’era il partito religioso Shas, come adesso.

“E’ un dato di fatto – afferma il Nunzio –. Ora dobbiamo chiederci il perché di queste restrizioni e cosa si può fare per ritornare alla prassi precedente, più aperta”.

Il problema è sorto mentre procedevano positivamente i negoziati della Commissione bilaterale tra la Santa Sede e Israele per l'applicazione dell'Accordo Fondamentale (Fundamental Agreement), firmato nel 1993, che ha permesso di intavolare relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e Israele.

I negoziatori stanno analizzando l'Accordo Economico, con il quale si regoleranno il regime fiscale e le proprietà della Chiesa.

L'ultimo incontro della Commissione bilaterale ha avuto luogo il 29 ottobre. E' stato deciso un incontro plenario per il 10 dicembre in Vaticano, in cui la delegazione vaticana sarà guidata dal nuovo Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Ettore Balestrero.

Monsignor Franco ha spiegato che “il negoziato in corso tra Israele e Santa Sede sull’Accordo Fondamentale non è sui visti ai religiosi. Questa è una materia che dovremo trattare per verificare se si può arrivare a qualcosa di meglio, ma fino ad oggi non vediamo niente”.

“L’atmosfera è quella di lavoro in salita”, riconosce.

Padre Pierbattista Pizzaballa ha confermato in alcune dichiarazioni al SIR che “i problemi ci sono e sono oggettivi, risalgono a prima di Shas anche se con Shas sono diventati più evidenti”.

“È un problema vecchio, se ne parla da molto tempo. E’ da più di un anno, ormai, che la durata dei visti è passata da due anni ad uno. E’ difficile parlare di questa situazione poiché alcuni visti vengono concessi, altri no o restano in attesa. C’è un po’ di confusione: non si sa se dipende da una politica ministeriale o dalla burocrazia di alcuni funzionari. Forse è una ambiguità lasciata volutamente così”.

Sta di fatto che, spiega Pizzaballa, “è molto difficile per le Chiese programmare il proprio lavoro se non si sa con certezza se i religiosi, i sacerdoti arriveranno o meno”. Nel caso della Custodia, aggiunge il frate francescano, “quest’anno abbiamo avuto visti concessi a religiosi provenienti dai Paesi arabi ma non dall’Africa. Due frati dal Congo non hanno avuto il visto. In passato accadeva il contrario. Viviamo, dunque, nell’incertezza, la burocrazia è diventata più complicata”.

Arieh Cohen ha spiegato all'agenzia cattolica AsiaNews.it che “ciò che è in gioco è il carattere internazionale della presenza della Chiesa cattolica nella Terra Santa. Come Roma, anche la Terra Santa è un luogo dove appare evidente l’universalità della Chiesa cattolica”.

“Se a seminaristi, preti, religiosi da tutto il mondo si rende impossibile il lavoro, la preghiera, la pastorale in Terra Santa, in pratica si minaccia questo carattere specifico (universalità) della presenza della Chiesa nella terra del Redentore”.

Il frate francescano p. David Maria A. Jaeger, noto esperto nelle relazioni Chiesa-Stato in Israele, ha riferito ad AsiaNews che “lo Stato di Israele può in buona fede rifiutare il permesso di entrata a individui che potrebbero mettere a rischio la sicurezza pubblica; ma d’altro canto, lo Stato non può sostituirsi al giudizio della Chiesa per ciò che riguarda il personale che essa voglia ‘dispiegare’ in Israele per le sue istituzioni e per i suoi scopi, da qualunque parte del mondo essi vengano”.

“Ho fiducia che la chiave per la soluzione di ogni difficoltà su questo punto sta proprio nell’Accordo Fondamentale del 1993”, ha sottolineato come giurista.


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 Occhi al cielo no comment!


Non ci sarà un collegamento con quanto segue? Ghigno


La Santa Sede denuncia la “tragica realtà” dei profughi palestinesi


La situazione si risolverà solo con dialogo e negoziati, avverte




di Roberta Sciamplicotti



ROMA, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- La questione dei rifugiati palestinesi è “una tragica realtà”, ha dichiarato questo martedì a New York l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

Il presule è intervenuto alla 64ª sessione dell'Assemblea Generale dell'organismo sull'item 31, “L'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione ai Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA)”.

L'Agenzia, ha ricordato, è stata istituita come corpo temporaneo delle Nazioni Unite per servire i rifugiati palestinesi finché la loro situazione non fosse stata risolta in modo giusto.

La sua stessa esistenza, rileva, è “il promemoria del fatto che la questione dei rifugiati palestinesi rimane irrisolta”.

Per monsignor Migliore si tratta di una “tragica realtà”, che sottolinea come la risoluzione del conflitto israelo-palestinese sia “fondamentale per porre fine a molte situazioni che provocano il caos nella regione mediorientale e che hanno serie ripercussioni a livello mondiale”.

Il presule ha quindi lamentato il “fallimento” di entrambe le parti in causa nell'“impegnarsi in un dialogo significativo e sostanziale e discutere soluzioni per dare stabilità e pace alla Terra Santa”.

“Come mai prima d'ora, è necessario che la comunità internazionale porti avanti i suoi sforzi per favorire in fretta un riavvicinamento delle parti”, ha dichiarato, sottolineando che chi si occupa dei negoziati deve mantenere “un approccio bilanciato, evitando l'imposizione di precondizioni alle parti”.

Ricordando che i molti problemi della regione saranno risolti solo con “negoziati e dialogo”, monsignor Migliore ha quindi segnalato che una soluzione “duratura” deve includere “lo status della Città Santa di Gerusalemme”.

“Anche alla luce dei numerosi episodi di violenza e delle sfide al libero movimento poste dal Muro di Sicurezza, la Santa Sede rinnova il suo sostegno a misure garantite a livello internazionale per assicurare la libertà di religione e di coscienza agli abitanti e un accesso permanente, libero e senza ostacoli ai Luoghi Santi da parte dei fedeli di ogni religione e nazionalità”.

“Solo con una pace giusta e duratura – non imposta, ma ottenuta con il negoziato e il compromesso ragionevole – le aspirazioni legittime di tutti i popoli della Terra Santa saranno realizzate”, ha concluso.



Caterina63
00Tuesday, April 13, 2010 5:58 PM

Omelia per la Pasqua del Patriarca latino di Gerusalemme


Nell'anno in cui cattolici e ortodossi la celebrano nella stessa data


GERUSALEMME, domenica, 4 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia per il giorno di Pasqua pronunciata da Sua Beatitudine Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme, nel Santo Sepolcro.



* * *

Cari fratelli, il Signore è risorto! E’ veramente risorto!

Il mattino di quella domenica i due apostoli Pietro e Giovanni e, prima di loro, le pie donne con la Maddalena, giunsero a questo sepolcro. Grande fu il loro stupore nel vedere la pietra rotolata via dal sepolcro. Ancora maggiore il loro smarrimento perché non si trovava più il corpo del Signore.
Chi aveva potuto osare tanto e rimuovere la grande pietra?

Forse i soldati romani? No di certo! Una simile iniziativa avrebbe causato loro una sicura condanna a morte. I capi del popolo? Impossibile! Proprio loro avevano chiesto la crocifissione di Gesù. Gli apostoli? No, perché impauriti e nascosti! Le pie donne, allora? Ma come avrebbero potuto delle deboli donne spostare una pietra che poteva essere mossa solo da uomini molto forti? 

Per pochi istanti i due apostoli si confrontarono con il sepolcro vuoto, col sudario e le bende. Fino ad allora non avevano ancora compreso la Scrittura. Ma ecco che iniziarono a ricordarsi delle parole che il Signore stesso aveva rivolto loro quando era ancora in vita e che gli stessi angeli rivolsero alle pie donne: “Non è qui. È risorto, come aveva detto” (Mt 28,6). Queste parole furono confermate di lì a poco dalle numerose apparizioni di Cristo, che volle manifestarsi vivo ai suoi discepoli, rafforzandoli nella fede in Lui, morto e risorto: “Guardate le mie mani e i miei piedi. Sono proprio io!” (Lc 24,39).

Noi, vescovi, sacerdoti e fedeli, uomini e donne, piccoli e grandi di tutte le Chiese e di tutti i popoli, abbiamo il privilegio di stare oggi davanti a questo stesso sepolcro vuoto con una diversa emozione, con tanto stupore, attorniati da un nugolo di così tanti fedeli testimoni, che allora e lungo la storia ci hanno testimoniato la verità della Risurrezione, dando loro stessi la vita per Cristo.

In favore della Risurrezione di Cristo c’è infatti la testimonianza della tomba vuota, delle numerose apparizioni del Risorto ai suoi discepoli, della storia. Poiché certamente la testimonianza rispecchia la dignità dei testimoni, noi non possiamo non avere fiducia nella testimonianza degli apostoli e delle donne che hanno vissuto col Signore, che l’hanno visto vivo dopo essersi recati alla sua tomba e che erano pronti a morire per confermare la loro testimonianza.

La scienza e l’archeologia non troveranno mai il corpo del Signore perché è risorto! I suoi nemici, non riuscendo a ritrovare il suo corpo, diffusero la falsa diceria che esso fosse stato rubato. In realtà non trovarono le sue ossa perché Egli, dopo tanta sofferenza, era vivo, era risorto. Gli apostoli gridarono esultanti l’annuncio della sua Risurrezione e noi, con loro, facciamo altrettanto. Se scegliessimo il silenzio, se decidessimo di tacere, le pietre davanti a noi griderebbero al nostro posto perché esse stesse sono state testimoni silenziosi e continui della Risurrezione del Signore, come Egli stesso ha detto.

Quest’anno, poi, la nostra gioia è doppia. Noi tutti, pastori e fedeli delle diverse chiese, celebriamo l’unica Pasqua nel medesimo giorno e nello stesso luogo. E’ la stessa voce. Tutti i cristiani del mondo gridano oggi a piena voce: “Cristo è risorto!” Con la liturgia orientale inneggiamo a Cristo che “con la morte ha calpestato la morte e ha ridato la vita a quanti erano nei sepolcri”. Con le parole della liturgia latina cantiamo al Signore della vita: "Victimae paschali laudes immolent christiani. Agnus redemit oves, Christus innocens Patri reconciliavit peccatores."

Qualcuno potrà forse essere disturbato dalla sovrapposizione di preghiere e di canti che si odono nello stesso tempo e nei diversi riti. Quest’apparente cacofonia, tuttavia, vissuta nella fede, diventa una sinfonia che esprime l’unità della fede e della celebrazione gioiosa della vittoria del Signore sul male e sulla morte, di Colui che risorse il terzo giorno proprio da questo sepolcro. Sì, siamo la Chiesa del Calvario, la Chiesa della Tomba vuota e della Risurrezione gloriosa!

Oggi più che mai abbiamo bisogno di speranza e di una forza particolare per vincere il male che è in noi e attorno a noi. Quest’anno 2010 ha conosciuto due gravi terremoti, ad Haiti e in Cile, con centinaia di migliaia di vittime. Proprio grazie alla speranza che vive nel cuore di ogni uomo di buona volontà, l’umanità intera ha potuto manifestare tanta solidarietà verso i superstiti. Anche la nostra Diocesi lo ha fatto: nella Quarta Domenica di Quaresima abbiamo raccolto il frutto della nostra astinenza e del nostro digiuno per offrirlo ai fratelli e alle sorelle, colpiti da così grandi cataclismi, con la stessa carità con la quale il mondo è venuto in nostro soccorso quando eravamo noi a trovarci nella sofferenza e nella privazione non tanto tempo fa.

Questa solidarietà nelle difficoltà concorre a rafforzare la speranza che è in noi. L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: oggi più che mai abbiamo bisogno di una speranza viva in mezzo a tanta violenza, agli scontri sanguinosi e alle divisioni etniche e religiose. Le tante guerre, i numerosi conflitti e l’intolleranza religiosa, nonché una persecuzione diretta di cui i cristiani sono spesso vittime, sembrano affermare che il Principe delle tenebre ha vinto per sempre. Ma non è così! Il piccolo gregge non deve aver paura, ci rassicura Gesù stesso: “Ora il Principe di questo mondo sarà cacciato fuori. Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31b-32).

Da questo sacro luogo che ha conosciuto l’evento più inatteso e più sorprendente nella storia dell’umanità e che testimonia la vittoria di Cristo sulla morte e sul male, la nostra Chiesa Madre, unita alla Chiesa di Roma, si rivolge a tutti i fedeli della Terra Santa, a tutti i pellegrini, nonché ai cristiani del mondo intero, per salutarli e augurare loro una gioiosa Pasqua. Preghiamo per loro e chiediamo le loro preghiere per noi affinché sia dato a tutte le comunità parrocchiali della nostra Diocesi, che si estende dalla Giordania, alla Palestina, a Israele, fino a Cipro, di essere testimoni gioiosi di quest’evento unico nella storia dell’umanità.

Non vogliamo testimoniare solo con le nostre labbra, ma con tutta la nostra vita. Il Signore, stesso, infatti, ci invita con la potenza della sua Risurrezione a spogliarci dell’uomo vecchio, schiavo del peccato, della morte e dell’impotenza, e a rivestirci dell’uomo nuovo creato a sua immagine e somiglianza. Saremo allora testimoni non solo con la parola, ma anche con la vita, con la santità e l’amore universale, con la nostra pazienza e la nostra permanenza nella Terra Santa e accanto ai Luoghi Santi.

Con la tua forza, Signore Risorto,
resisteremo al male che è in noi e attorno a noi.
La nostra fiducia non viene da noi stessi,
ma da Te che hai vinto il mondo.
Ti chiediamo la vittoria sulle nostre divisioni religiose, politiche e familiari;
la forza nella debolezza, la guarigione per i nostri malati,
la liberazione dei prigionieri, il ritorno dei profughi,
la pace e la riconciliazione fra tutti i popoli in conflitto.

“Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso!” (Sal 117,24)


Caterina63
00Thursday, October 21, 2010 7:53 PM

Ecco perché Kairós Palestina “non è stato capito”


Sabbah, la resistenza non è anti-semitismo ma è un atto d'amore


di Mariaelena Finessi

ROMA, giovedì, 21 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Divide gli animi di chi si dice a favore della causa palestinese e di chi, invece, invoca il diritto di Israele non solo ad esistere ma, questo è il punto, a vivere in un clima di sicurezza. È il documento che tanto sta facendo discutere in questi giorni, redatto dai cristiani e laici di Palestina e il cui contenuto è di fatto «un grido di dolore che nasce dall’occupazione israeliana imposta ai palestinesi – spiegano alcuni suoi firmatari -, levato in cielo perché il mondo possa ascoltare».

In Italia, Kairós Palestina – così denominato ricalcando un documento simile stilato per il Sudafrica nel 1985 contro il regime dell’apartheid - è diventato un libro, stampato da due case editrici francescane, "Edizioni Messaggero di Padova" ed "Edizioni Terra Santa", con una prefazione del Patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal e un commento di Abuna Raed Abushalia, già segretario del Patriarca, che invoca la fine di Israele e la costituzione di uno stato unico per ebrei e arabi.

La polemica nasce dalla particolarità delle firme in calce al testo. In particolare, vi figura quella del Custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa il quale, rispondendo ai giornalisti a margine del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente in corso in questi giorni a Roma, ha voluto ribadire la sua estraneità in questa storia. D’obbligo allora le precisazioni degli editori, arrivate nella serata del 19 ottobre, all’interno di un incontro organizzato da Pax Christi Italia e Fondazione Missio.

«Non è un documento ufficiale della Chiesa – chiarisce padre Ugo Sartorio, direttore editoriale del Messaggero di Sant'Antonio -. Nasce da un percorso di confronto tra laici e cristiani. La Custodia di Terra Santa non è stata coinvolta nella sua stesura, ne ha "preso atto", come si dice, solo dopo la pubblicazione». Perché è stato scritto Kairós Palestina? E, soprattutto, perché arriva solo adesso, cioè dopo un anno dalla sua uscita, all’attenzione dei media?

Il documento, che racchiude l’invito a resistere all’occupazione israeliana con tutti i mezzi non violenti a disposizione, boicottaggio economico compreso, è stato così intitolato «proprio perché insiste sul "momento" di grazia, il "kairós" appunto, il "tempo favorevole" in cui è necessario che i palestinesi per primi si fermino a riflettere sulle proprie condizioni di vita affinché prendano coscienza che qualcosa deve essere fatto per uscire dall’impasse», spiega Sua Beatitudine Michel Sabbah, già Patriarca latino di Gerusalemme, a Roma per presentare Kairós – di cui lui è uno degli estensori - alla stampa italiana approfittando delle luci accese sull’assemblea sinodale.

Per i toni utilizzati Israele in realtà vi ha visto un attacco. Erroneamente, sostengono i firmatari dell’appello: «L’occupazione è un peccato contro Dio e l'umanità», si giustificano. Questo è quanto. E tra le problematiche che rendono impossibile un dialogo ricordano «il muro di separazione israeliano eretto in territorio palestinese, il blocco di Gaza, le colonie israeliane che sorgono su terreni palestinesi, le umiliazioni subite ai posti di blocco militari, le restrizioni religiose e gli accessi controllati ai luoghi santi, la piaga dei rifugiati che attendono il loro diritto al ritorno, i prigionieri detenuti in Israele e la paralisi della comunità internazionale di fronte a questa tragedia».

Tuttavia ciò che viene proposto per affrontare un male simile, come ricorda don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, è «la resistenza non violenta». Se i cristiani restano in Terra Santa, gli fa eco il Patriarca emerito Sabbah, «è solo perché credono in Dio, nella sua volontà misteriosa che farà si che il bene prevarrà».

«Restare – prosegue – vuol dire però anche agire e allora l’accusa che Kairós sia un testo antisemita ed anti-israeliano è da rigettare». Che poi il documento «sia di parte, questo è normale essendo il nostro punto di vista, cioè di noi che subiamo l’occupazione, di noi cristiani che non siamo spettatori ma parte di una stessa società».

«Resistere è un atto d’amore – conclude Sabbah -. Nessun potere può privare l’uomo della libertà e della vita ecco perché abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di eliminare il male, ovviamente seguendo la logica dell’amore e non della guerra».

Caterina63
00Friday, October 22, 2010 6:20 PM
A colloquio con il patriarca Antonios Naguib, relatore generale del sinodo

Nuova energia
per i cristiani in Medio Oriente


di Mario Ponzi


Paura, disperazione, solitudine, timidezza sono parole cancellate dal vocabolario delle Chiese cattoliche in Medio Oriente. Coraggio, speranza, comunione, testimonianza sono invece parole riscritte in grassetto al loro posto. Sarà rispettata questa volontà espressa all'unanimità dai padri sinodali nello stilare l'elenco definitivo delle proposizioni da presentare al Papa al termine dei lavori.
Lo assicura in questa intervista rilasciata al nostro giornale il patriarca egiziano di Alessandria dei copti, Antonios Naguib, che riceverà la porpora cardinalizia nel prossimo concistoro del 20 novembre. Da relatore generale al sinodo, il patriarca è impegnato in queste ore proprio nella stesura dell'elenco definitivo delle proposizioni.

Alla vigilia del sinodo lei anticipò al nostro giornale le attese e le speranze riposte in questa assemblea dai cattolici della regione mediorientale. Al termine dei lavori sinodali quelle attese e quelle speranze hanno trovato conferme?

Ne sono certo. Il contributo che i padri sinodali hanno offerto in questi giorni è stato essenziale per dare risposte esaurienti alle questioni fondamentali che riguardano la presenza e la vita delle comunità cattoliche nel Medio Oriente. A cominciare proprio dalla necessità di fermare l'emorragia di cristiani da quella terra, assicurando per tutti il rispetto dei diritti, la giustizia e la possibilità di vivere in piena dignità. Prima di entrare in quest'aula molti di noi si chiedevano come avremmo potuto e dovuto guardare al nostro avvenire, a quello delle nostre Chiese. Ora, quando usciremo da quest'aula, saremo certi almeno di una cosa:  dobbiamo guardare al futuro senza più timori ma pieni di speranza.

In effetti mentre nell'Istrumentum laboris ci si imbatte spesso in termini come "paura", "timore", "disperazione", usati per descrivere situazioni di vita dei cristiani in Medio Oriente, nelle propositioni queste parole non compaiono mai.

Esattamente. Dopo i primi interventi in aula, nei quali spesso è stata concentrata l'attenzione proprio sulle paure, sui timori, sulla disperazione che sino a oggi hanno caratterizzato la quotidianità della vita dei cristiani in queste regioni, abbiamo deciso di eliminare queste parole. Non tanto per esorcizzare una mentalità che andava sempre più affermandosi nel nostro contesto, quanto piuttosto per cominciare a insegnare ai nostri fedeli a vivere nella luce dello Spirito, che non ci abbandona mai. I padri sinodali hanno chiesto espressamente di non fare mai più cenno a paure e timori in tutti i prossimi documenti, a partire proprio dalle proposizioni. Volontà comune è far sì che quest'assemblea sinodale possa dare una grande spinta in avanti verso la speranza.

È un invito a guardare al futuro in uno spirito più positivo?.

Sicuramente. Del resto lo abbiamo sempre fatto; ma ora si tratta di trasformarlo in stile di vita. Positivi devono essere la nostra visione, il nostro modo di pensare, il nostro avvicinare gli altri, la nostra azione pastorale.

Tra le attese della vigilia dell'assemblea sinodale, lei aveva indicato come urgente la necessità di riscoprire l'unità tra le stesse Chiese cattoliche nel Medio Oriente. Obiettivo più alla portata di mano oggi?

Quella della comunione è una questione molto importante. Lo era prima e lo è anche adesso. Anzi, forse lo è ancora di più perché in queste giornate abbiamo effettivamente vissuto la comunione tra di noi. Abbiamo discusso insieme per la prima volta; e per la prima volta abbiamo lavorato insieme, redatto documenti condivisi, ma soprattutto abbiamo dato una testimonianza comune. Ecco, comunione e testimonianza sono i due elementi fondamentali della nostra identità di figli dell'unico Dio. Come ha detto il Papa nell'omelia della messa inaugurale del sinodo, senza comunione non c'è testimonianza. La comunione è espressione, o meglio è la traduzione dell'amore di Dio, dunque della presenza del Dio amore. Una presenza viva nelle nostre Chiese. E noi siamo chiamati a darne concreta testimonianza. In questo senso si è notata una grande sensibilità in tutta l'assemblea. È stato infatti lanciato un forte appello alla comunione tra le Chiese nella regione. E poi l'appello si è allargato sino a comprendere le Chiese sorelle e le altre comunità religiose presenti nella nostra regione, ebrei e musulmani in particolare.

Ci sarà anche un nuovo modo di alimentare il dialogo ecumenico?

Credo proprio di sì. Sino a oggi ci siamo presentati al dialogo in modo troppo timido. Da questo momento, invece, proprio per lo slancio nuovo che ci viene da questo sinodo, ci porremo in dialogo con tutti, ma senza atteggiamenti di timidezza, di paura o comunque di soggezione.

Forti anche della maggiore consapevolezza del ruolo che la comunità cattolica già svolge comunque nel contesto sociale di tanti Paesi.

Certo. Anzi direi che è proprio questa la piattaforma che ci porta a reclamare la parità di diritti. La nostra, infatti, è una presenza attiva, apprezzata e anche ricercata nei campi dell'educazione, dello sviluppo sociale e della promozione umana, oltre che nell'azione caritativa. Peraltro, si tratta di servizi offerti a tutti, senza distinzioni. Essendo noi cattolici una minoranza in questi Paesi, a beneficiare dei nostri servizi sono per la maggior parte proprio i non cristiani.

Riconoscimenti in questo senso sono venuti anche dagli interventi in aula dei rappresentati dell'ebraismo e dell'islam.

Mi sono sembrati effettivamente molto sinceri. Mi pare che abbiano offerto la loro visione della collaborazione che deve esserci tra di noi. Mi sembra anche che abbiano manifestato l'idea che ciascuno debba partecipare all'opera comune mantenendo salda la propria identità. È chiaro però che tutti hanno ben presente che a muovere i nostri passi comune è la fede in Dio e la fiducia nell'uomo che ha diritto a vivere in pace.

Il rabbino Rosen ha accennato a una problematica particolare:  la necessità di conoscersi meglio. Ha detto di aver conosciuto alcuni pastori della Chiesa cattolica che non sono al corrente degli sviluppi del dialogo tra cattolici ed ebrei, così come ci sono ancora tanti ebrei che non conoscono nulla del cattolicesimo.

E ha ragione. Anzi io direi che questo vale anche nel rapporto islamo-cristiano. È stata perciò molto importante la presenza accanto a noi di esperti della letteratura arabo-musulmana e del dialogo fra le religioni:  ci ha aiutato ad aprirci alla conoscenza degli altri. Ma dovremo fare ancora molti passi, cominciando innanzitutto a conoscere meglio noi stessi.

Se dovesse sintetizzare l'assemblea sinodale che si sta avviando ormai a conclusione, cosa sottolineerebbe?

Innanzitutto la preghiera comune che si è levata verso lo Spirito affinché illumini le nostre Chiese a riscoprire, e a vivere in concreto, tutta l'esperienza maturata in questi giorni straordinari. In particolare evidenzierei l'occasione che ci è stata offerta di rafforzare la nostra unione con la Chiesa universale e anche tra di noi:  un aspetto che io ritengo essenziale per la nostra testimonianza nel Medio Oriente.

E nelle proposizioni vengono evidenziate queste priorità?

Sostanzialmente sì, perché i concetti ricorrenti sono proprio la necessità della comunione e quella della testimonianza.

Altri aspetti evidenziati?

La necessità di approfondire il dialogo con le altre religioni presenti sul territorio, oltreché con gli altri fratelli cristiani; la ricerca della pace; il rispetto dei diritti di ogni individuo; la giustizia uguale per tutti; la questione dell'emigrazione al pari di quella dell'immigrazione, che comporta non pochi problemi pastorali; la protezione e la valorizzazione della donna; la questione della formazione nei seminari e anche la formazione dei sacerdoti. Quest'ultimo è un argomento molto importante poiché da esso dipende molto del cammino futuro delle nostre Chiese. C'è di che riflettere e lavorare.

Come ha accolto la notizia della sua nomina cardinalizia, giunta proprio nel bel mezzo del lavoro sinodale?

Come un segno. Ho colto il senso della doppia responsabilità che il Papa ha voluto darmi:  da una parte, quella di rafforzare il contatto tra la nostra Chiesa particolare e la Chiesa universale; dall'altra la chiamata alla corresponsabilità nell'assicurare il servizio alla Chiesa universale secondo le disposizioni del Pontefice e della Santa Sede.


(©L'Osservatore Romano - 23 ottobre 2010)


VI RICORDIAMO QUI I LAVORI DEL SINODO CON I TESTI:
Il Papa indice un Sinodo Straordinario per la Chiesa in Medio Oriente




Caterina63
00Thursday, March 3, 2011 7:30 PM
L’ottimismo della croce
21 Febbraio 2011  di Michele Zanzucchi
Fonte:    
Città Nuova



 
È la terza volta che lo intervisto. Certamente oggi ha qualche anno in più, ma la sua determinazione è cresciuta. Per la difesa dei “suoi” palestinesi (è giordano, mons. Foud Twal), ma anche per la pace, per il rispetto degli ebrei e dell’esistenza d’Israele, per la coesistenza pacifica nella regione. «Troppo spesso non mi capiscono – si lamenta –, soprattutto i media: se parlo bene dei palestinesi, gli israeliani mi accusano di non essere equilibrato. E se i palestinesi ascoltano i miei apprezzamenti per qualcosa di israeliano, non ci stanno. Ma un cristiano non deve essere contro qualcuno, mai; deve essere piuttosto amico di tutti, non deve demonizzare nessuno», sentenzia mons. Twal in conclusione del nostro colloquio.
Nei giorni scorsi ha avuto un appuntamento col presidente israeliano Shimon Peres – «un uomo di grande equilibrio, con una visione delle cose assai ampia, gli israeliani dovrebbero ascoltarlo di più» –, ed è andato a Ramallah per incontrare il presidente palestinese Abu Mazen – «è l’uomo unanimemente riconosciuto come vero rappresentante del popolo palestinese».

Da sempre i rapporti tra le Chiese cristiane in Terra Santa conoscono alti e bassi. Oggi siamo verso l’alto o verso il basso?
«Parliamo della dimensione spirituale dell’ecumenismo, che si radica sul Golgota, sulla croce. Dobbiamo amare in questo modo, oggi, anche se la speranza non muore. Il nostro ecumenismo è fatto di poche parole e di molti fatti: qui a Gerusalemme, infatti, conviene parlare poco e tradurre in vita il Vangelo comune. Come Chiesa cattolica abbiamo un centinaio di scuole (Giordania compresa) per 22 mila alunni. E a Betlemme sono quattro gli ospedali cattolici, che assistono malati al 92 per cento non cristiani. Ci sono inoltre un centinaio di congregazioni religiose che operano nella società, e anche nell’ecumenismo, a fatti. Cerchiamo inoltre di essere vicini anche alle Chiese più piccole, che non hanno che pochi fedeli, con l’affetto, con l’amicizia, impiegando nei nostri uffici loro membri. E anche il nostro vocabolario cerca di essere ecumenico, perché parliamo sempre di minoranza cristiana, non cattolica. Capisco che qualcuno provi un certo timore per questa nostra forza silenziosa».

Si è fermata l’emigrazione dei cristiani della Terra Santa grazie all’incremento dei pellegrini avvenuta in questi ultimi anni?
«L’arrivo di tanti visitatori aiuta a fermare l’emigrazione. Naturalmente, in primis questi arrivi sono testimonianza dell’amore della Chiesa universale per i cristiani di Terra Santa; in secondo luogo la presenza dei pellegrini, in particolare a Betlemme, dà lavoro ai cristiani. E quando c’è lavoro non si pensa né all’emigrazione né alla violenza».

Preoccupati delle rivolte nei Paesi arabi?
«Tutti siamo stati assai inquieti nelle ultime settimane, soprattutto per quanto stava accadendo in Egitto. Poi, dopo che la giunta militare che ha preso il potere al Cairo ha dichiarato ufficialmente che rispetterà tutti i trattati internazionali, compresi quelli con Israele, la tensione è scemata. Tuttavia mi sembra di dover sottolineare il fatto che la politica del governo israeliano non dovrebbe accontentarsi di avere qualche ambasciata araba in Israele. Perché i governi passano, come stiamo vedendo. Bisogna chiedersi piuttosto che cosa fa Israele per farsi apprezzare dai popoli arabi, e non solo dai loro governi».

C’è scoraggiamento tra i cristiani?
«Noi tutti speriamo e crediamo nella pace, secondo quanto Benedetto XVI ha dichiarato in modo chiarissimo nella sua visita dello scorso anno, in particolare nel suo discorso all’aeroporto di Tel Aviv: due popoli due Stati. In quell’occasione aveva veramente parlato da amico sia degli israeliani che dei palestinesi. Certo, la pace deve essere resa possibile, non come accade di questi tempi: il popolo palestinese, questo sì, e quindi anche i cristiani, sono scoraggiati. Non credono più alle parole dei politici e scaricano le colpe sul più forte, su Israele. Lo Stato israeliano, proprio perché è il soggetto più forte in campo, dovrebbe comportarsi da padre, avere una visione ampia e lungimirante, non angusta e limitata alle piccole e insignificanti vittorie parziali».

Cresce l’inquietudine per la penetrazione degli israeliani nella zona araba della città santa, a Gerusalemme Est; espansione che avviene anche per l’offerta di cifre molto elevate per l’acquisto di abitazioni dei palestinesi…
«L’espansione ebraica a Gerusalemme Est fa male sia agli israeliani che ai palestinesi. Ma soprattutto fa male alla pace e toglie credibilità ai discorsi dei politici. Nel passato ho chiesto più impegno da parte della comunità internazionale per riportare la pace in Terra Santa, perché ritenevo che servisse un mediatore franco, che parlasse chiaramente e non usasse solo i linguaggi della diplomazia e della cortesia. Oggi chiedo la stessa cosa ma ancora più fortemente, per la pace e la giustizia. Una madre che ama veramente il figlio deve sapergli dire anche dove sbaglia, per amore. Le troppe coccole viziano».

La situazione della Striscia di Gaza non è ancora delle migliori…
«È diventata una fabbrica di estremisti, la Striscia. Anche chi non vorrebbe diventarlo finisce col diventarlo, per le situazioni di estremo degrado e di disagio che la popolazione sta vivendo. Scontentezza e disperazione aumentano per il milione e mezzo di assediati. D’accordo, si vogliono isolare gli estremisti di Hamas, ma perché infliggere tante privazioni a mamme e bambini? Pensi un po’ l’assurdo: ormai le auto stanno scomparendo, e appaiono di nuovo gli asini, ogni giorno che passa il prezzo di questi animali da soma, ormai diventati i re della strada, aumenta. La comunità internazionale tace, in un silenzio che sembra ormai una quasi complicità».

Due popoli due Stati? Quando si realizzerà l’auspicio di tanti?
«È solo un problema di buona volontà e di fiducia».

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