I Vescovi negli USA : notizie dalla Chiesa in America

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Caterina63
00Saturday, May 23, 2009 7:49 PM
I limiti inderogabili del dialogo sui temi etici con la Casa Bianca e con il Congresso

I vescovi degli Stati Uniti
su ricerca e obiezione di coscienza



di Marco Bellizi

Il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, il cardinale Francis Eugene George, arcivescovo di Chicago, esorta il presidente Barack Obama a tradurre in pratica quanto ha affermato recentemente riguardo alla difesa del diritto all'obiezione di coscienza per gli operatori sanitari. Obiezione - ricorda il cardinale - nella quale rientra anche il diritto a non finanziare l'aborto con le tasse pagate allo Stato.[SM=g1740722] 

Obama, intervenendo presso la University of Notre Dame di South Bend, in Indiana, ha assicurato che il diritto all'obiezione, finora previsto dalla legge, continuerà a essere riconosciuto. La questione è rilevante, in quanto alla luce dei provvedimenti presi dalla nuova amministrazione in materia etica, molti operatori sanitari si potrebbero trovare di fronte alla necessità di dover prestare servizi moralmente non condivisi.
 
Il cardinale George, in una dichiarazione resa pubblica dalla Conferenza episcopale, ha espresso gratitudine per le affermazioni fatte da Obama sulla necessità di "onorare la coscienza di quanti non sono d'accordo con l'aborto" anche attraverso le clausole di coscienza riconosciute agli operatori sanitari. "Dal 1973 - si legge nella dichiarazione - le leggi federali a protezione del diritto all'obiezione di coscienza degli operatori sanitari hanno costituito una parte importante della tradizione dei diritti civili in America. Tali leggi dovrebbero essere pienamente applicate e rinforzate.

Gli operatori e le istituzioni sanitarie cattoliche dovrebbero poter sapere che le loro più profonde convinzioni religiose e morali saranno rispettate nel momento in cui esercitano il loro diritto a servire i pazienti che hanno bisogno di aiuto. Gli operatori cattolici, in particolare, rendono un grande ed essenziale contributo all'assistenza sanitaria nella nostra società. Passi essenziali per proteggere i diritti di coscienza rafforzeranno il nostro sistema sanitario e la possibilità per molti pazienti di accedere a un'assistenza orientata alla difesa della vita.

Un Governo - ha aggiunto il cardinale - che vuole ridurre il tragico numero di aborti nella nostra società lavorerà anche per assicurare che nessuno sia costretto a supportare l'aborto o a prendervi parte, attraverso prestazioni dirette o fornendo informazioni sull'aborto o finanziandolo con i dollari delle sue tasse. Mentre il dibattito continua, attendiamo di poter lavorare con l'amministrazione e i legislatori per raggiungere questo obbiettivo".

I vescovi degli Stati Uniti, dunque, attraverso il cardinale George, rispondono a quanti hanno visto dietro alle posizioni assunte dai presuli sui temi etici un'opposizione politica alla nuova amministrazione. Raccogliendo l'invito espresso dal presidente Obama nel suo discorso all'università di Notre Dame, la Conferenza episcopale ha invece ricordato quali sono i termini inderogabili all'interno dei quali, dal punto di vista cattolico, il dialogo, quale che sia il colore dell'amministrazione, può avvenire. [SM=g1740722] [SM=g1740721]

Il contributo a un lavoro comune con l'amministrazione è dimostrato anche dalla raccolta di pareri, avviata dalla stessa Conferenza episcopale, riguardo alle linee guida elaborate dai National Institutes of Health (Nih) per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Secondo monsignor David Malloy, segretario generale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, i Nih hanno perso "un'enorme opportunità per mostrare come la scienza e l'etica possano non solo coesistere ma aiutarsi e arricchirsi l'una con l'altra". Monsignor Malloy ha citato anche la dignità della vita umana in ogni stadio dell'esistenza e l'innato diritto di ogni uomo a non essere soggetto a sperimentazioni senza il proprio consenso informato ed esplicito. Leggi che manchino di riconoscere tale diritto - ha aggiunto - finiscono per chiamare in causa "la loro stessa legittimità morale".

Il segretario generale della conferenza ha messo in evidenza "un fatto scientifico centrale" nella questione della ricerca sulle cellule staminali embrionali:  l'embrione che verrà distrutto per ottenere cellule staminali "è un essere umano nelle primissime fasi del suo sviluppo". Non si tratta - ha spiegato monsignor Malloy - di un argomento religioso ma di un fatto riconosciuto da molti organismi, compresa la National Bioethics Advisory Commission nominata dal presidente Clinton. Tale organismo arrivò alla conclusione che dal momento che gli embrioni umani meritano rispetto in quanto forme di vita umana, distruggerli per ottenere cellule staminali è "giustificabile solo se alternative meno problematiche dal punto di vista etico non siano disponibili".

Tali alternative esistono, ha ricordato monsignor Malloy riferendosi per esempio alla riprogrammazione delle cellule staminali adulte in modo che diventino cellule staminali pluripotenziali senza danno alla vita umana. Le politiche federali che vietavano la distruzione di embrioni avevano consentito il grande avanzamento di questo tipo di ricerche. Ora, l'executive order del 9 marzo, presentato dal presidente Obama - ha detto ancora il segretario generale della Conferenza episcopale - non ha solo rimosso tale politica ma anche un analogo provvedimento del 2007 che dava istruzioni ai Nih per poter praticare nuove strade al fine di ottenere la riprogrammazione delle cellule staminali adulte senza distruggere embrioni umani:  "Con tale decisione - ha concluso monsignor Malloy - sia la scienza sia l'etica sono state ignorate".



(©L'Osservatore Romano - 24 maggio 2009)


[SM=g1740733]
Caterina63
00Friday, October 9, 2009 12:48 PM

L'ascia del vescovo su Obama. E sulla curia vaticana

In un articolo bomba pubblicato a Roma il vescovo di Denver, Charles J. Chaput, critica il presidente americano e gli uomini di Chiesa che lo osannano, in testa il cardinale di curia Cottier. Ma anche la segreteria di Stato vaticana finisce sotto tiro

di Sandro Magister




ROMA, 8 ottobre 2009 – "Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi", aveva assicurato Barack Obama alla vigilia dell'incontro da lui avuto con Benedetto XVI lo scorso 10 luglio.

Infatti. Sono un'ottantina i vescovi cattolici degli Stati Uniti in aperto disaccordo con lui su questioni cruciali, in primis la difesa della vita. Tra questi c'è il cardinale Francis George, presidente della conferenza episcopale e arcivescovo di Chicago, la città di Obama.

E c'è anche il vescovo di Denver, Charles J. Chaput, 65 anni, della tribù pellerossa Prairie Band Potawat, francescano dell'ordine dei cappuccini, autore un anno fa di un libro che già dal titolo dice molto: "Render unto Caesar. Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life". È giusto dare a Cesare quel che gli spetta. Ma si serve la nazione vivendo la propria fede cattolica nella vita politica.

A Chaput non piace come a Roma, in Vaticano, si metta la sordina alle critiche della Chiesa americana a Obama. Non è piaciuto, in particolare, lo sfrenato osanna elevato al presidente americano lo scorso luglio – in concomitanza con l'incontro di Obama col papa – da un venerando cardinale di curia, lo svizzero Georges Cottier, teologo emerito della casa pontificia, con un articolo sulla rivista "30 Giorni".

"30 Giorni" è una rivista di geopolitica ecclesiastica molto letta nella curia romana. È diretta dal più "curiale" dei politici cattolici italiani di lungo corso, il senatore a vita Giulio Andreotti. Raggiunge in sei lingue tutte le diocesi del mondo e riflette appieno le politiche realiste della diplomazia vaticana.

Letto l'articolo entusiasta del cardinale Cottier – entusiasta soprattutto con il discorso tenuto da Obama all'università cattolica di Notre Dame – e letto prima ancora un precedente editoriale de "L'Osservatore Romano" anch'esso molto elogiativo dei primi cento giorni del presidente americano persino "a sostegno della maternità", Chaput ha ritenuto doveroso ribattere.

Ha preso carta e penna e ha risposto per le rime. A Obama, al cardinale Cottier e alla segreteria di Stato vaticana. E non su un giornale americano ma su un giornale stampato a Roma, perché il Vaticano veda.

La sua replica è uscita il 6 ottobre su "il Foglio", il quotidiano d'opinione diretto da Giuliano Ferrara, non cattolico ma decisamente "ratzingeriano", molto attento al ruolo pubblico delle religioni.

L'articolo del vescovo di Denver ha occupato tutta la terza pagina, sotto il titolo: "L'ascia del vescovo pellerossa. Charles J. Chaput contro Notre Dame e l'illustre cardinale sedotto dall'abortista Obama".

Il testo è riprodotto qui sotto con il titolo originale, nella traduzione italiana di Aldo Piccato per "il Foglio".

Lo stesso 6 ottobre, in prima pagina, "il Foglio" ha anche pubblicato un'intervista al cardinale George, in quei giorni a Roma a presentare un suo nuovo libro dal titolo: "The Difference God Makes. A Catholic Vision of Faith, Communion, and Culture [La differenza che fa Dio. Una prospettiva cattolica su fede, comunione e cultura]".

Nell'intervista, il cardinale ha detto tra l'altro:

"Oggi la maggiore difficoltà che abbiamo come Chiesa è quella di comunicare alla società che esiste una gerarchia di valori. Prendiamo la questione dell'aborto e della vita in generale. La voce della Chiesa è ascoltata negli Stati Uniti, ma è anche molto osteggiata. E le critiche alla Chiesa hanno luogo per un motivo: perché la nostra società ritiene che l'individualismo e la libertà di scelta siano il valore più importante da tutelare. Il libero arbitrio oggi vale più della vita."

E ancora:

"La morale della Chiesa su certe tematiche non è mai cambiata. 'L'Osservatore Romano' – è vero – può aver scritto dieci righe favorevoli a Obama, qualche cardinale può aver parlato in termini entusiastici dell'attuale amministrazione americana, ma al di là delle trovate giornalistiche il punto resta uno: la Chiesa non può tradire se stessa".

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La politica, la morale e un presidente. Una visione americana

di Charles J. Chaput



Una grande forza della chiesa sta nella sua prospettiva globale. Sotto questo aspetto, il recente saggio pubblicato dal cardinale Georges Cottier sul presidente Barack Obama ("La politica, la morale e il peccato originale", in "30 Giorni" n. 5, 2009) ha dato un autorevole contributo al dibattito cattolico sul nuovo presidente americano. La nostra fede ci unisce attraverso i confini. Ciò che accade in una nazione può avere un importante impatto su molte altre. È giusto e opportuno che si ponga attenzione all’opinione mondiale sui leader americani.

Tuttavia, il mondo non vive e non vota negli Stati Uniti. Gli americani invece sì. Le realtà pastorali di ciascun paese sono conosciute soprattutto dai vescovi locali a diretto contatto con la popolazione. Così, sull’argomento dei leader americani, le riflessioni di un vescovo americano possono certamente avere un significativo interesse. Possono approfondire il positivo giudizio del cardinale offrendo una prospettiva diversa.

Si noti che qui io parlo soltanto a titolo personale. Non parlo a nome dei vescovi statunitensi intesi come organismo, né in nome di qualsiasi altro vescovo. E non intendo nemmeno riferirmi al discorso del presidente Obama sul mondo islamico, che il cardinale Cottier menziona nel suo saggio. Per questo sarebbe necessario un altro articolo.

Mi concentrerò invece sul discorso pronunciato dal presidente all’Università di Notre Dame in occasione della cerimonia di consegna delle lauree, e sulle osservazioni del cardinale Cottier a questo proposito. Questa scelta è dettata da due motivi.

Primo, i membri della mia diocesi appartengono alla comunità di Notre Dame come studenti, laureati e genitori. Ogni cardinale ha un ruolo decisivo nella fede delle persone affidate alle sue cure, e Notre Dame è sempre stata ben più che una semplice università cattolica. È un simbolo dell’esperienza cattolica americana.

Secondo, quando il vescovo locale di Notre Dame si dichiara in disaccordo con un determinato oratore, e circa altri ottanta vescovi e trecentomila laici sostengono apertamente la sua posizione, ogni persona ragionevole deve dedurne che esiste un problema concreto relativamente a quell’oratore, o almeno al suo specifico discorso. Una persona ragionevole può inoltre ritenere opportuno riferirsi al giudizio dei pastori cattolici più direttamente coinvolti nella vicenda.

Sfortunatamente, e inconsapevolmente, il saggio del cardinale Cottier sottovaluta la gravità di quanto è accaduto a Notre Dame. E, corrispondentemente, sopravvaluta la consonanza del pensiero di Obama con la dottrina cattolica.

Ci sono diversi punti importanti da sottolineare.

Primo, il disaccordo sul suo intervento all’Università di Notre Dame non ha nulla a che fare con la questione se Obama sia un uomo buono o cattivo. È senza dubbio un uomo con grandi doti. Possiede un ottimo istinto morale e politico, e mostra un’ammirevole devozione alla propria famiglia. Queste sono cose che contano. Ma, sfortunatamente, contano anche queste: la posizione del presidente su decisive questioni bioetiche, come l’aborto, è radicalmente diversa da quella cattolica. È proprio per questo che Obama ha potuto contare per molti anni sull’appoggio di potenti organizzazioni per il “diritto all’aborto”. Si parla molto, in alcune cerchie religiose, della simpatia del presidente per la dottrina sociale cattolica. Ma la difesa del feto è un’esigenza di giustizia sociale. Non esiste alcuna “giustizia sociale” se i membri più giovani e indifesi della nostra specie possono essere legalmente uccisi. I programmi per i poveri hanno certamente una straordinaria importanza, ma non possono rappresentare una giustificazione per questa fondamentale violazione dei diritti umani.

Secondo, in un altro momento e in altre circostanze, la controversia di Notre Dame avrebbe potuto facilmente svanire se l’università avesse semplicemente chiesto al presidente di fare una conferenza pubblica. Ma in un momento in cui i vescovi americani avevano già espresso una forte preoccupazione per le politiche abortiste della nuova amministrazione, l’Università di Notre Dame ha fatto del discorso di Obama l’evento clou della cerimonia per la consegna degli attestati di laurea e gli ha pure consegnato un dottorato honoris causa in legge – e questo nonostante le inquietanti posizioni del presidente a proposito della legge sull’aborto e altre questioni sociali ad essa connesse.

La vera causa delle preoccupazioni cattoliche sull’intervento di Obama a Notre Dame sta nella sua stessa posizione apertamente negativa circa il tema dell’aborto e altre questioni controverse. Con la sua iniziativa, l’Università di Notre Dame ha ignorato e violato le linee guida espresse dai vescovi americani nel documento “Catholics in Political Life”, pubblicato nel 2004. In questo documento, i vescovi invitavano le istituzioni cattoliche a non concedere onorificenze pubbliche a funzionari di governo in aperto dissenso con la dottrina della chiesa su questioni di primaria importanza.

Così, l’aspro dibattito che la scorsa primavera ha lacerato gli ambienti cattolici americani a proposito dell’onorificenza rilasciata a Barack Obama dall’Università di Notre Dame non è stato affatto un fenomeno di schieramento politico. Riguardava invece questioni essenziali della fede cattolica, di identità e testimonianza religiosa, che il cardinale Cottier, non conoscendo direttamente il contesto americano, potrebbe avere frainteso.

Terzo, il cardinale nota giustamente un punto di contatto tra la tesi, frequentemente ribadita da Obama, della ricerca di un “terreno politico comune” e l’aspirazione cattolica al “bene comune”. Questi due obiettivi (la ricerca di un terreno politico comune e quella del bene comune) possono spesso coincidere. Ma non sono la stessa cosa. Possono essere molto diversi nella pratica. Le cosiddette politiche di “terreno comune” sull’aborto possono in realtà minare alla radice il bene comune perché implicano una falsa unità: stabiliscono una piattaforma di accordo pubblico troppo stretta e debole per sostenere il peso di un autentico consenso morale. Il bene comune non potrà mai essere favorito da chiunque tolleri l’uccisione dei più deboli, a cominciare dai bambini che devono ancora nascere.

Quarto, il cardinale Cottier ricorda giustamente ai propri lettori il rispetto reciproco e lo spirito collaborativo richiesto dal principio della cittadinanza in una democrazia pluralista. Ma il pluralismo non è un fine in se stesso. E non può essere in alcun modo una scusa per l’inazione. Come ha riconosciuto lo stesso Obama nel suo discorso all’Università di Notre Dame, la vita e la solidità della democrazia dipendono dalla convinzione con cui la gente è pronta a combattere per ciò in cui crede: in modo pacifico e legale, ma con vigore e senza equivoci.

Sfortunatamente, il presidente ha anche aggiunto una curiosa osservazione, e precisamente che “la grande ironia della fede è che comporta necessariamente la presenza del dubbio… Ma questo dubbio non ci deve allontanare dalla nostra fede. Deve invece renderci più umili”. In un certo senso questo, ovviamente, è verissimo: su questo versante dell’eternità, il dubbio fa parte integrante della condizione umana. Ma il dubbio significa assenza di qualcosa; non è un valore positivo. Se trattiene i credenti dall’agire in base alle esigenze della fede, il dubbio diventa una fatale debolezza.

La consuetudine del dubbio si adatta fin troppo facilmente a una sorta di “scetticismo battezzato”: un cristianesimo limitato a una vaga lealtà tribale e a un conveniente vocabolario spirituale. Troppo spesso, nelle più recenti vicende americane, il pluralismo e il dubbio sono diventati un alibi per l’inerzia e il letargo politico e morale dei cattolici. Forse l’Europa è diversa. Ma mi sembra che l’attuale momento storico (che accomuna cattolici americani e europei) non abbia alcuna rassomiglianza con le circostanze sociali che dovettero affrontare gli antichi legislatori cristiani citati dal cardinale. Questi uomini avevano fede e avevano anche lo zelo necessario (temperato dalla pazienza e dall’intelligenza) per incarnare nella cultura il contenuto morale della loro fede. In altre parole, hanno costruito una civiltà plasmata dalla credenza cristiana. Quello che sta accadendo oggi è una cosa completamente diversa.

Il saggio del cardinale Cottier è un’autentica testimonianza della generosità del suo spirito. Sono rimasto colpito in particolare dalle sue lodi per l’“umile realismo” del presidente Obama. Mi auguro che abbia ragione. I cattolici americani vogliono che abbia ragione. L’umiltà e il realismo sono il terreno sul quale può crescere una politica fondata sul buon senso, modesta, a misura d’uomo e morale. Rimane da vedere se il presidente Obama sarà capace di realizzare una leadership di questo genere. Abbiamo il dovere di pregare per lui, nella speranza che non soltanto possa farlo ma che lo faccia veramente.

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Il quotidiano di Roma su cui è uscito l'articolo del vescovo Charles J. Chaput:

> Il Foglio

E il servizio di www.chiesa con l'articolo pro Obama del cardinale Georges Cottier, uscito sulla rivista internazionale "30 Giorni", al quale Chaput ha replicato:

> Benvenuto Obama. Il Vaticano gli suona un preludio di festa (5.7.2009)

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Sull'ultimo libro del vescovo Chaput, "Render unto Caesar":

> Come far politica da cattolici. Il promemoria di Denver (13.8.2008)

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Altri servizi di www.chiesa sugli alti e bassi tra Obama e la Chiesa cattolica:

> Obama laureato a Notre Dame. Ma i vescovi gli rifanno l'esame (26.5.2009)

> Angelo o demonio? In Vaticano, Obama è l'uno e l'altro (8.5.2009)
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Sugli attriti fra la segreteria di Stato vaticana e le conferenze episcopali degli Stati Uniti, dell'Italia e dei altri paesi:

> La Chiesa, Obama e Berlusconi. La confusione al potere (31.8.2009)

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Ancora sulle divergenze tra la segreteria di Stato vaticana e gli episcopati nazionali, un'analisi di Sandro Magister sul quotidiano "il Foglio" del 29 settembre 2009:

> Il j'accuse di Magister. Perché la Realpolitik di Bertone non è in sintonia col papa

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Caterina63
00Thursday, October 29, 2009 7:03 PM
vescovi hanno preparato una lettera pastorale da discutere nell'assemblea di novembre a Baltimora

Negli Stati Uniti
il matrimonio è in pericolo


di Marco Bellizi

Mentre continua il dibattito e il confronto sul tema della riforma sanitaria, i vescovi degli Stati Uniti si preparano all'assemblea autunnale di Baltimora fissando l'attenzione sulla difesa del matrimonio. I dati statistici sullo stato di salute della famiglia non sono confortanti, anche se qualche segnale indica un cambiamento di tendenza, almeno negli ultimi dieci anni. L'Institute for American Values e il National Center on African-American Marriages and Parenting della Hampton University in Virginia hanno reso noto il risultato di uno studio aggiornato al 2008 che mira a misurare lo stato dell'istituto matrimoniale sulla base di cinque indicatori:  la percentuale di persone sposate fra i 20 e i 54 anni; la percentuale degli sposati che si definiscono come "molto felici" del loro matrimonio; la percentuale dei matrimoni rimasti integri fra le persone tra i 20 e i 59 anni; la percentuale di nascite da genitori sposati; la percentuale di bambini che vivono con i genitori sposati.

Questi indicatori sono stati combinati in modo da produrre un indice unico della salute del matrimonio, che è calato dal 76.2% del 1970 al 60.3% del 2008. Tuttavia, fra i cinque indicatori citati, a partire dal 2000, si sta registrando, come si accennava, un'inversione di tendenza:  aumentano infatti i matrimoni rimasti integri (dal 59.9% del 2000 al 61.2% del 2008) e la percentuale dei bambini che vivono con i loro genitori regolarmente sposati (dal 60.5% al 61%).

L'allarme però rimane. Tanto che la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, nella riunione autunnale di Baltimora, che si terrà dal 14 al 16 novembre, sarà chiamata a votare l'approvazione di un'apposita lettera pastorale intitolata Marriage:  Love and Life in Divine Plan ("Matrimonio:  amore e vita nel progetto divino"). La lettera è rivolta a un uditorio esteso e variegato, che va dai giovani non sposati alle coppie sposate, dagli operatori pastorali a chi si occupa di informazione. Scrivono i vescovi:  "Indirizziamo questa lettera in primo luogo e soprattutto ai fedeli cattolici degli Stati Uniti. In uno spirito di testimonianza e servizio, offriamo inoltre il nostro messaggio a tutti gli uomini e le donne nella speranza di spingerli a seguire questo insegnamento".

Nel documento sono ricordati i punti essenziali del magistero cattolico sul matrimonio. "La nostra lettera pastorale - scrivono ancora i vescovi - è un invito a scoprire, o forse a riscoprire, la benedizione ricevuta quando Dio ha stabilito il matrimonio come istituto naturale e quando Cristo lo ha elevato a segno sacramentale di salvezza". Oggi, più che mai, "le persone si chiedono se e come sia possibile assumere e mantenere un impegno matrimoniale che duri tutta la vita", spiega l'arcivescovo di Louisville, Joseph Edward Kurtz, presidente della sottocommissione episcopale sul matrimonio e la famiglia, che ha lavorato sulla stesura della lettera pastorale. "La Chiesa cattolica - aggiunge - ha una visione del matrimonio tale da sostenere gli sposi nei momenti felici come in quelli di difficoltà, una visione che porta gioia e santità nella loro relazione. Il messaggio è basato sia sulla ragione che sulla fede; è il progetto di Dio per il bene degli sposi, dei loro figli e della loro famiglia, e della società intera".

A conclusione della lettera pastorale i vescovi "sollecitano un rinnovato impegno da parte dell'intera comunità cattolica per aiutare chi è stato chiamato alla vocazione del matrimonio a viverlo nella fede, fruttuosamente e gioiosamente". Per i prossimi anni i vescovi hanno indicato il rafforzamento del matrimonio come una delle cinque priorità nazionali. Questa lettera - spiega Richard McCord, direttore esecutivo del segretariato episcopale per i laici, il matrimonio, la vita familiare e i giovani - va considerata come una presentazione dei diversi nuovi progetti che la Chiesa negli Stati Unti intende lanciare nei prossimi mesi "per le coppie sposate o in attesa di sposarsi".

L'intento dei vescovi è anche invertire quella che è stata definita un'"inquietante tendenza" a vedere il matrimonio come una questione fondamentalmente privata che ha come unico obbiettivo il soddisfacimento di un'esigenza personale. La lettera infatti cita quattro fondamentali sfide alla natura e allo scopo del matrimonio:  la contraccezione, le unioni omosessuali, il divorzio facile e la convivenza. La convivenza e la contraccezione sono definiti un male "intrinseco". Sebbene le coppie che utilizzano mezzi contraccettivi - precisano i vescovi - possono pensare "di non fare nulla che danneggi il matrimonio", in realtà le loro scelte provocano diverse conseguenze negative sia personali che alla comunità:  "L'unione di un uomo e di una donna - scrivono i presuli - è ridotto a mezzo di gratificazione di ogni proprio desiderio e in tal modo l'amore coniugale ne è diminuito".

La capacità procreativa dell'uomo e della donna "è disumanizzata, ridotta a tecnologia biologica che si può padroneggiare e controllare come qualsiasi altra tecnologia". Il documento incoraggia perciò l'uso della pianificazione familiare naturale, che secondo i vescovi promuove "un atteggiamento di rispetto e sviluppa la vera intimità che solo tale rispetto può condurre". I vescovi, che sono chiamati a esaminare anche un documento sulle tecnologie riproduttive - come si può leggere nell'articolo qui sotto - affermano che le tecniche moderne quali quelle usate per la fertilizzazione e la clonazione possono "degradare la vita umana producendola e manipolandola in vario modo". In tal modo "i figli sono sempre meno considerati come dono e sempre più come espressione di uno stile di vita, un bene che deve essere accessibile ai consumatori".

Analogamente, i bambini sono danneggiati dalla convivenza e dal divorzio, spiegano i vescovi, che citano "gli studi delle scienze sociali secondo i quali il migliore ambiente per allevare i bambini è la dimora stabile che si realizza con il matrimonio dei loro genitori". Il matrimonio non è un istituto "meramente privato", aggiunge la lettera:  "È la fondazione della famiglia, dove i bambini apprendono i valori e le virtù che servono a diventare buoni cristiani e buoni cittadini".

I vescovi riconoscono che il divorzio possa essere a volte l'unica soluzione per "situazioni moralmente inaccettabili" come quelle nelle quali "la sicurezza della donna e dei figli è a rischio" e offrono il loro sostegno e la loro assistenza a quanti possono trovarsi in tali situazioni. Ma allo stesso tempo, a chi crede che il divorzio sia l'unica soluzione alla quale si possa ricorrere suggeriscono di fare "frequente ricorso ai sacramenti, specialmente la penitenza e l'eucaristia".
Anche i cattolici che hanno divorziato e si sono risposati civilmente, affermano i vescovi, dovrebbero "partecipare alla vita parrocchiale e alla messa domenicale, anche se non possono ordinariamente ricevere la santa Comunione".


(©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2009)

Caterina63
00Saturday, October 31, 2009 7:48 PM
La Conferenza episcopale ha inviato opuscoli a tutte le diocesi del Paese

Le parrocchie degli Stati Uniti
in vista del dibattito sulla riforma sanitaria


Washington, 31. In una straordinaria chiamata all'azione dei cattolici per prevenire il tentativo della lobby abortista di influenzare la riforma sanitaria, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha realizzato un messaggio da distribuire questo fine settimana a circa 19.000 parrocchie del Paese. La riforma sanitaria - si legge nel messaggio - "dovrebbe occuparsi di salvare le vite, non di distruggerle". Per questo si invita a contattare i senatori e i deputati perché possano dare il loro sostegno agli sforzi di "introdurre una legislazione duratura contro il finanziamento dell'aborto e a favore dell'obiezione di coscienza" nella riforma sanitaria.


Nel messaggio si fa riferimento all'emendamento presentato dal deputato democratico Burt Stupak:  "Aiutate - si esorta - a far sì che venga autorizzato il voto su questo emendamento. Se queste serie questioni non vengono affrontate, il progetto nella sua interezza dovrà essere contrastato".

Gli opuscoli contenenti il messaggio sono stati distribuiti alle diocesi il 29 ottobre. Il cardinale Francis George, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, il cardinale Justin Rigali, presidente della commissione episcopale per le Attività pro-vita, il vescovo di Salt Lake City, John Wester, presidente della commissione episcopale sull'immigrazione, e il vescovo di Rockville Centre, William Murphy, presidente della commissione sulla Giustizia e lo Sviluppo umano sollecitano tutti gli altri vescovi del Paese a promuovere questa campagna nel Paese.

Il Congresso, ricordano i presuli, si sta preparando a dibattere sulla riforma sanitaria, a partire dal mese di novembre. Un sana riforma - ribadiscono i vescovi - dovrebbe proteggere la vita e la dignità della persona dal suo concepimento alla sua morte naturale. Invece, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti "ha concluso che tutti i progetti approvato in commissione sono gravemente insufficienti riguardo alle questioni dell'aborto e dell'obiezione di coscienza e non forniscono un adeguato accesso all'assistenza sanitaria agli immigrati e ai poveri. Questi progetti dovranno cambiare o i vescovi si sono impegnati a contestarli.

La nostra nazione è a un crocevia. Le politiche adottate nella riforma sanitaria avranno impatto sulle persone sane e su quelle malate negli anni a venire. Nessuno dei progetti attuali introduce politiche contro il finanziamento dell'aborto o la copertura assicurativa obbligatoria per i servizi abortivi e nessuno protegge completamente il diritto all'obiezione di coscienza".

I vescovi ricordano che in Congresso i parlamentari stanno lavorando per unificare i diversi progetti di riforma presentati. È dunque il momento di contattare deputati e senatori al fine di sollecitarli ad apportare cambiamenti attraverso gli emendamenti necessari. In particolare, per quanto riguarda i membri della House of Representatives, si invitano i fedeli a spedire un messaggio, nel quale si chiede di "appoggiare l'emendamento Stupak che risponde a essenziali preoccupazioni sul finanziamento dell'aborto e sull'obiezione di coscienza nella riforma sanitaria".

I vescovi, spiega Helen Osman, segretario per la comunicazioni della Conferenza episcopale, "vogliono la riforma sanitaria" ma rigettano ogni estensione dell'aborto. La maggior parte degli americani - aggiunge - non vogliono pagare per gli aborti che vengono assicurati anche attraverso i servizi sanitari:  "Questa impasse sulla strada della riforma del sistema sanitario può essere superata se il Congresso scriverà a chiare lettere che l'Hyde Amendment continuerà a regolare la politica delle spese federali". L'emendamento cui si riferisce Helen Osman prevede infatti che il finanziamento concesso a livello federale per i servizi sanitari non possa in alcun modo essere destinato a finanziare l'aborto.

I vescovi degli Stati Uniti si stanno preparando in questi giorni a discutere diverse questioni etiche nella prossima assemblea autunnale, che si terrà a Baltimora dal 16 al 19 novembre. La notizia del dibattito sul documento Life-Giving Love in an Age of Technology, anticipata da "L'Osservatore Romano", è stata data ufficialmente dalla stessa Conferenza episcopale, che spiega come il documento riaffermi il magistero cattolico contro la fecondazione in vitro, la donazione di gameti ed embrioni, la maternità per conto altrui e la clonazione umana. Nel documento si spiega inoltre che le coppie cattoliche possono fare ricorso a "un'ampia varietà di trattamenti pienamente etici, inclusa la terapia ormonale o di altro tipo, l'intervento chirurgico riparativo di danni al sistema riproduttivo, la pianificazione familiare naturale e strumenti per porre rimedio ai fattori di infertilità maschile".

Queste strade - afferma il documento - "non sostituiscono per le coppie sposate l'atto amoroso; piuttosto aiutano tale atto a realizzare il suo potenziale di far sorgere una nuova vita umana".


(©L'Osservatore Romano - 1 novembre 2009)

Caterina63
00Friday, November 20, 2009 12:04 AM
I lavori dell'assemblea autunnale dei vescovi a Baltimore

Difesa della vita, matrimonio
e vocazioni negli Stati Uniti




Baltimore, 19. Dignità della vita, bioetica, matrimonio e vocazioni, oltre alla traduzione delle ultime cinque parti del Messale Romano: sono questi i temi sui quali i vescovi degli Stati Uniti hanno discusso nella loro assemblea d'autunno, a partire dall'intervento d'apertura del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Francis E. George.

Nella seconda giornata di lavori, i presuli hanno approvato a larghissima maggioranza le direttive cui devono adeguarsi le strutture sanitarie cattoliche, chiarendo che i pazienti cronici che non sono in fase terminale dovrebbero essere medicalmente assistiti per ricevere cibo e acqua se non possono provvedervi autonomamente. "Come regola generale c'è l'obbligo di fornire ai pazienti cibo e acqua, incluse la nutrizione medicalmente assistita e l'idratazione per quelli che non possono assumere cibo per via orale", si spiega nel testo, rinnovato, Ethical and Religious Directives for Catholic Health Care Services, preparato dalla Commissione episcopale sulla dottrina. "Questo obbligo si estende ai pazienti in condizioni croniche (come quelli in coma vegetativo persistente) per i quali si può ragionevolmente credere che possano vivere indefinitamente ricevendo tale tipo di assistenza".

Il vescovo William Edward Lori di Bridgeport, presidente della commissione episcopale sulla dottrina, ha spiegato che i cambiamenti dovrebbero aiutare i vescovi a essere "insegnanti di fede" e a indicare appropriati protocolli medici, assistendo le persone quando si trovano a dover prendere decisioni difficili per sé e per gli altri.

La Chiesa negli Stati Uniti ribadisce in questo modo il suo messaggio riguardo a temi sui quali l'opinione pubblica dibatte diffusamente. A questo proposito, il presidente della Commissione sulla Giustizia e lo sviluppo umano, il vescovo William F. Murphy di Rockville Centre, ha messo in evidenza come "gli sforzi coronati da successo della Conferenza episcopale degli Stati Uniti al fine di convincere i legislatori della House of Representatives a tenere l'aborto fuori dalla riforma sanitaria costituiscono una lezione per il futuro". Il fatto che i deputati fossero a conoscenza della posizione dei vescovi riguardo alla riforma sanitaria "ci ha consentito di essere ascoltati su diverse altre questioni", ha spiegato il presule durante i lavori dell'assemblea. Il vescovo è intervenuto dopo che i vescovi avevano espresso il loro appoggio per la dichiarazione con la quale il cardinale George, aveva commentato l'approvazione dell'Affordable Health Care for America Act da parte della House of Representatives.

Lo stesso vescovo Murphy ha espresso il suo appoggio a una dichiarazione della sottocommissione episcopale che sovrintende alla Catholic Campaign for Human Development (Cchd), la raccolta di fondi da destinare alle associazioni caritative. Nella dichiarazione si precisa che "nessun gruppo che contesta la dottrina sociale cattolica o il suo magistero morale può candidarsi" a ricevere fondi della campagna anti povertà avviata dall'organismo episcopale. La dichiarazione, illustrata dal vescovo di Biloxi, Roger P. Morin, fa seguito ad alcune polemiche sorte in merito alla destinazione dei fondi, in vista della colletta che si terrà il 21 e 22 novembre. Una coalizione di gruppi cattolici ha contestato il fatto che alcune organizzazioni cui potrebbe essere destinata parte di tali fondi non sono in linea con il magistero della Chiesa.

La missione essenziale della Cchd, si spiega nella dichiarazione citata, "è aiutare i poveri a superare la povertà. In tutta la nostra nazione la Cchd sta aiutando migliaia di famiglie a basso reddito a migliorare le loro condizioni, ottenere giustizia e difendere la loro dignità", "ora più che mai". "Tutte le elargizioni della Cchd - si aggiunge - sono accuratamente controllate a livello diocesano e nazionale e approvate dal vescovo locale. Nessun gruppo che contesta l'insegnamento sociale o morale della Chiesa può richiedere il finanziamento". Se un gruppo finanziato dalla suddetta campagna conducesse attività non in linea con tali insegnamenti, il finanziamento, si precisa, verrebbe immediatamente sospeso. Comunque, solo tre casi di questo genere si sono verificati su 250 gruppi finanziati.

Nel corso dei lavori, i vescovi hanno approvato anche due documenti che contengono priorità e progetti per i prossimi due anni. Uno è il progetto Deepen Faith, Nurture Hope, Celebrate Life, l'altro un documento di 330 pagine di piani operativi e strategici per le commissioni, gli uffici e i dipartimenti della Conferenza episcopale. I vescovi hanno individuato cinque priorità nell'azione della Chiesa negli Stati Uniti: la formazione della fede e la pratica sacramentale; la diversità culturale nella Chiesa; il rafforzamento del matrimonio; la promozione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata e la vita e la dignità della persona umana. Riguardo al primo punto l'obiettivo è di "invitare tutti i cattolici ad approfondire la relazione con Gesù Cristo nella Chiesa attraverso una formazione focalizzata sulla Scrittura e la tradizione sacre e i sacramenti, in particolare l'Eucaristia domenicale.

Riguardo alla seconda priorità l'obiettivo è "accrescere la comprensione e l'accettazione da parte della comunità cattolica della diversità culturale nella Chiesa" e "includere diverse culture nella vita e nella guida delle diocesi, delle parrocchie e di altre organizzazioni cattoliche negli Stati Uniti". Per quanto concerne il matrimonio, il traguardo è "ispirare, sfidare e aiutare i cattolici a testimoniare il matrimonio come istituzione naturale creata da Dio e elevata alla dignità di sacramento e il valore dei figli e della vita familiare" e a "lavorare per leggi e politiche che riconoscano il matrimonio come unione tra un uomo e una donna, rafforzare la vita famigliare e proteggere la libertà religiosa".

Riguardo alla promozione delle vocazioni, l'obiettivo è poi quello di "aiutare le persone ad ascoltare e a rispondere alla chiamata di Dio al sacerdozio e alla vita consacrata attraverso preghiere e attività" ed "educare tutti i fedeli sull'importanza di incoraggiare altri a considerare la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata". Infine, nel campo della vita e della dignità umana, l'obiettivo è di "affermare il valore intrinseco della vita umana e la dignità di ogni essere umano in un modo che possa trasformare la cultura". Il messaggio chiave è il seguente: "In quanto dono di Dio, ogni vita umana è sacra dal concepimento alla morte naturale. La vita e la dignità di ogni persona devono essere rispettate e protette in ogni momento e in ogni condizione.

Il diritto alla vita è il primo e più importante principio di diritto umano che spinge i cattolici a lavorare attivamente per un mondo che abbia un maggiore rispetto della vita umana e un più grande impegno per il raggiungimento della giustizia e della pace".



(©L'Osservatore Romano - 20 novembre 2009)



Caterina63
00Thursday, February 4, 2010 7:33 PM
Dal cardinale Francis George analisi e prospettive della cultura americana

Per una rinnovata
immaginazione cattolica


di Robert P. Imbelli

Il cardinale Francis George, con i suoi dottorati in filosofia (Tulane) e in teologia (Urbaniana) è una presenza intellettuale formidabile nella Chiesa negli Stati Uniti. Inoltre, aggiunge alle proprie riflessioni la significativa esperienza missionaria e pastorale come vicario generale della sua congregazione religiosa, gli Oblati di Maria Immacolata, di vescovo di Yakima, di arcivescovo di Portland, e, dal 1997, di arcivescovo di Chicago, sua città natale. È attualmente presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti
.

Il libro The Difference God Makes:  a Catholic Vision of Faith, Communion and Culture (Chesnut Ridge Road, NY, Crossroad Publishing Company, pagine 384, dollari 26,95) è una raccolta di scritti che non delude. Il cardinale articola in modo straordinariamente chiaro, concreto e stimolante questioni centrali relative alla peculiare identità cattolica, al discernimento delle possibilità e dei pericoli della società e della cultura americana contemporanea, a un rinnovato appello all'evangelizzazione, alla condivisione gioiosa della buona novella di Gesù Cristo.

Sebbene i saggi siano tratti da discorsi tenuti in differenti occasioni, il cardinale George li struttura in modo sistematico in tre sezioni principali:  la missione della Chiesa, la vita della Chiesa e lo scopo della Chiesa. La comunione serve come realtà fondamentale, che integra queste tre parti in una visione teologica completa. George celebra la fonte di comunione  nella vita stessa del Dio Uno e Trino e la sua realizzazione terrena nella Chiesa che, come Corpo di Cristo, è chiamata a essere sacramento di comunione e, quindi, di salvezza per il mondo.

Il libro contiene analisi accurate sulla globalizzazione e sul dialogo della Chiesa con l'ebraismo e con l'islam. Pur insistendo sull'importanza cruciale di quest'ultimo, George dà alcuni avvertimenti. Ad esempio scrive:  "Nel dialogo con l'islam, i cattolici, nel tentativo di individuare una base comune, non sono riusciti sempre a evitare il pericolo di "cattolicizzare" i concetti e i termini musulmani e di vedere in essi un senso cattolico che non possiedono". Il cardinale insiste poi con parole applicabili a tutto il dialogo interreligioso:  "Essenzialmente il dialogo è un servizio alla verità. Le parti spiegano le rispettive fedi e comunità, sperando con ciò di accrescere la comprensione reciproca e l'obbedienza alla verità rivelata".

A proposito di un dialogo interecclesiale dolorosamente necessario, i due saggi più stimolanti, e potenzialmente più fecondi, sono:  "Seminare il Vangelo nel terreno americano:  il contributo della teologia" e "La crisi del cattolicesimo liberale". In essi emerge esplicitamente la preoccupazione di evidenziare la novità peculiare dell'annuncio del Vangelo e di comprendere in che modo la cultura americana contemporanea offra a tale annuncio un terreno al tempo stesso "roccioso e fertile".
George insiste sul fatto che il Vangelo deve essere inculturato per essere fedele alle proprie radici incarnazionali. Allo stesso tempo, bisogna rileggere la cultura alla luce della rivelazione di Dio, che chiede ai credenti di operare per la trasformazione del loro ambiente.

A questo proposito la cultura contemporanea americana non è diversa dalla cultura classica antica. Inoltre, la cultura, lungi dall'essere una realtà esterna neutrale, entra nel nostro essere, formandoci e anche deformandoci per mezzo dei significati e dei valori che diffonde in molti modi. Prima che noi plasmiamo la cultura, essa ha già plasmato noi.
 
Per George la cultura americana è, nel complesso, il prodotto di una modernità che spingendo alla secolarizzazione confina la religione in una sfera privata, separata dalla vita pubblica della società. Uno dei meriti del cardinale George è l'abilità di tracciare, in modo lineare, la genealogia intellettuale di questo sviluppo:  da Cartesio a Hobbes, attraverso Jefferson ed Emerson, fino al trionfo attuale dell'individualismo terapeutico.

Quello che George definisce "cattolicesimo liberale" è stato il lodevole tentativo, a cominciare dal xix secolo, di utilizzare in modo creativo questa cultura emergente. L'attributo "liberale" va inteso principalmente nel suo senso teologico, non politico. Naturalmente ciò che interessa George è il fatto che in America questo tentativo corre il rischio di permettere progressivamente ai valori della cultura di prevalere su quelli del Vangelo. Quindi l'aggiornamento scade in adeguamento e assimilazione con il risultato che il sale del Vangelo perde il suo sapore caratteristico e diviene insipido.

Quali principi teologici, cruciali per l'identità cattolica, sono, dunque, in pericolo? Fra gli altri, ne spiccano in particolare tre. Il primo:  l'oggettiva rivelazione divina viene limitata ai confini dell'esperienza e della propensione religiosa soggettiva. Il secondo:  la cristologia passa dall'essere confessione del Figlio di Dio Incarnato ad ammirazione per il proclamatore fin troppo umano del regno. Da Gesù, Salvatore dell'umanità, a Gesù profeta galileo. Terzo:  la mediazione sacramentale-ecclesiale cede alla celebrazione consumistica della preferenza individuale e all'insieme di quanti la pensano tutti allo stesso modo.

Ciò che in questa esposizione troppo succinta occorre sottolineare è che la visione teologica del cardinale George non sostiene un ingenuo ritorno a un passato permeato di fantasia né incoraggia una mera invettiva "contro-culturale". Piuttosto, cerca di fornire indicazioni per una rinnovata immaginazione cattolica, che sia ricca e, nello stesso tempo, esigente. La visione e l'impegno di George sono profondamente relazionali, radicati nel terreno donatore di vita dell'Eucaristia e della presenza ecclesiale di Colui che è veramente Dio e veramente umano:  il regno di Dio in persona.

Per alcuni versi il nuovo volume del cardinale intraprende un colloquio, a volte esplicito, con il libro provocatorio di Peter Steinfels A People Adrift, pubblicato nel 2003, nel quale l'autore sostiene che "la narrativa sulle diagnosi contrastanti sulla salute del cattolicesimo è obsoleta e inadeguata". The Difference God Makes di George si può leggere come uno sforzo importante di fornire una diagnosi più accurata e indicare la direzione per una narrativa più promettente.


(©L'Osservatore Romano - 5 febbraio 2010)

Caterina63
00Wednesday, March 3, 2010 3:41 PM
Interessante commento di padre Giovanni Scalese....nel titolo il link al suo Blog:

Fieri di certi Vescovi

Sandro Magister pubblica oggi sul sito www.chiesa il testo della conferenza tenuta ieri sera a Houston dall’Arcivescovo di Denver Charles J. Chaput su “La vocazione dei cristiani nella vita pubblica americana”. Si tratta di un documento che merita di essere letto. Ne parlo qui perché si ricollega a un punto da me toccato nel post della settimana scorsa. Se ricordate, scrivevo: «Si è partiti con l’idea — di per sé positiva — di laicità dello Stato; dalla rivendicazione di una legittima autonomia dello Stato dalla Chiesa, si è poi passati a quella di indipendenza e di totale separazione; poi si è proceduto al graduale smantellamento di quella cultura e di quel patrimonio di valori morali, che erano alla base della convivenza civile». Mi riferivo alla situazione italiana; ma, a quanto pare, il discorso vale anche, e forse in misura maggiore, per gli Stati Uniti. Questo paese è sempre stato una democrazia, che presupponeva un sistema di valori fondati sulla religione cristiana (sia pure protestante); a un certo punto, secondo l’interessante analisi del prelato americano, è stato introdotto surrettiziamente il principio di separazione fra Stato e Chiesa, estraneo alla tradizione americana, che ha portato alla situazione attuale.

Non entro nel merito della questione storiografica delle responsabilità del Presidente Kennedy. Certo, si tratta di una questione di estremo interesse; ma non ho gli elementi per pronunciarmi. Apprezzo però il coraggio, l’anticonformismo, la parrhesia, con cui si esprime Mons. Chaput. Confesso che lo conoscevo molto superficialmente, senza aver mai letto nulla di suo. Questa conferenza è stata per me una rivelazione: sono rimasto molto bene impressionato da questo Vescovo di origini indiane. Sembra quasi che ci troviamo di fronte a una nuova generazione di Vescovi, su cui la Chiesa può fare affidamento.

E questo mi porta a fare una ulteriore riflessione. Recentemente lo stesso Magister si soffermava sulle tensioni che si sarebbero create tra la Segreteria di Stato e alcuni episcopati nazionali (vedi qui): non solo quello italiano, ma anche quello brasiliano (per la questione della bambina costretta ad abortire) e quello statunitense (per l’atteggiamento da tenere nei confronti della presidenza Obama).

Ebbene, mi veniva da fare la seguente riflessione. Nel passato Roma si trovava a fronteggiare episcopati che spesso ne contestavano l’insegnamento dottrinale e morale: in Europa motivo del contendere era soprattutto la contraccezione; in America Latina, la teologia della liberazione. Gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II sono stati quelli in cui ci si è sforzati di procedere a un ricambio dei Vescovi, in modo da avere un episcopato in linea col magistero pontificio. Non è stato facile: ancora ci sono casi di singoli presuli o di intere conferenze episcopali che fanno fatica ad allinearsi con Roma; ma, in generale, si può dire che le Chiese locali siano in comunione con gli insegnamenti pontifici in materia morale, specialmente per quanto riguarda la difesa della vita. Anzi, si direbbe che in qualche caso (come, per esempio, negli Stati Uniti) si sia creata una sensibilità ignota alle Chiese europee.

Appare quindi quanto meno singolare che ora la Santa Sede si trovi ad avere problemi proprio con quei Vescovi e quegli episcopati che hanno fatto della difesa della vita la loro bandiera. Invece di essere contenti che esistano certi Vescovi, li si critica.

Sono d’accordo che in tutte le cose, e quindi anche nella difesa della vita, c’è bisogno di equilibrio; ma sono altrettanto convinto che, nelle situazioni locali, gli unici qualificati a discernere sull’opportunità di certi interventi sono i Vescovi del luogo, che conoscono a fondo la situazione. Come dicevo in altra
occasione, il fatto di stare a Roma non è di per sé garanzia di infallibilità: il dogma dell’infallibilità riguarda esclusivamente il Sommo Pontefice quando si pronuncia ex cathedra in materia di fede e di morale; i dicasteri della Curia Romana — men che meno la Segreteria di Stato — non godono della medesima prerogativa: loro compito è, semmai, quello di promuovere la comunione fra la Sede di Pietro e le Chiese particolari. Per non parlare dello scandalo che potrebbe provocare nei fedeli anche il solo sospetto che Roma, alla difesa dei principi, preferisca la politica e la diplomazia.

Caterina63
00Friday, July 8, 2011 6:20 PM
A colloquio con l'arcivescovo di Los Angeles

Il coraggio
di vivere la fede

 

di MARY NOLAN

In occasione della visita dell'arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gómez, giunto a Roma il 29 giugno per ricevere il pallio dal Papa, "L'Osservatore Romano" ha colto l'opportunità per intervistarlo e conoscere più profondamente il presule che Benedetto XVI ha scelto per guidare la diocesi più vasta degli Stati Uniti e, probabilmente, la più diversa sul piano culturale.

Monsignor Gómez è molto noto nei circoli cattolici americani: già arcivescovo di San Antonio, in Texas, dal 2005 al 2010, e prima ancora vescovo ausiliare di Denver, in Colorado, dal 2001 al 2005, Gómez è conosciuto per il suo pacato senso dell'umorismo, per i suoi modi accoglienti e per il suo impegno per la formazione cattolica e la nuova evangelizzazione. È inoltre apprezzato per il suo ruolo nella cura pastorale degli immigrati, un settore della società che egli considera, in un certo senso, "il futuro della Chiesa cattolica negli Stati Uniti".
Forse queste sono alcune delle motivazioni che hanno spinto Papa Benedetto a nominarlo successore del cardinale Roger Michael Mahony, che ha guidato l'arcidiocesi negli ultimi venticinque anni.
Los Angeles è la più vasta diocesi cattolica negli Stati Uniti, con 4.349.276 fedeli nel 2005, dei quali più del 70 per cento ispanici. Tuttavia nel suo territorio sono presenti un gran numero di altre culture: settantadue diversi gruppi etnici, secondo il sito in rete dell'arcidiocesi. È un luogo affollato di nuovi americani e di quanti sperano di diventarlo. Anche l'arcivescovo Gómez è un immigrato: nativo di Monterrey, in Messico, si è trasferito negli Stati Uniti quando era già un sacerdote e membro dell'Opus Dei. Sebbene la sua prima lingua sia lo spagnolo, parla correntemente l'inglese. Sua madre è cresciuta in Texas e le radici della sua famiglia risalgono al 1805, prima che gli Stati Uniti acquisissero il territorio. Quindi l'arcivescovo rappresenta, per la sua persona, un ponte fra due mondi.

Fin dall'inizio del suo ministero sacerdotale negli Stati Uniti, l'arcivescovo è stato considerato come un leader della comunità cattolica dei latinos. Egli è membro fondatore della Catholic Association for Latino Leaders e presidente del Comitato per l'immigrazione nonché del Sottocomitato per la Chiesa in America Latina della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, per menzionare soltanto alcuni dei suoi incarichi. Gli ho chiesto di parlarmi di una delle priorità del suo ministero. Mi ha risposto che "l'educazione cattolica, la buona formazione nella fede, nella dottrina, è vitale in questo momento". L'arcivescovo ha affermato di aver tratto ispirazione dalla sollecitudine riscontrata nelle parrocchie di Los Angeles: "Essa è d'ispirazione, anche in confronto a molti altri luoghi nei quali sono stato. Qui le parrocchie sono realmente vive e i fedeli sono attivi, assetati di Vangelo". L'arcivescovo mi ha spiegato che tale zelo, insieme con una buona formazione, è un saldo pilastro per la società. "La formazione - ha sottolineato - deriva, in primo luogo, dalla Chiesa, dal Vangelo, ma anche dai laici, dalla reciprocità nella vita quotidiana, nelle scuole, nelle attività sportive. In tutti i contesti, abbiamo un bel messaggio da condividere per il bene comune. Non dovremmo aver paura di condividerlo perché questo migliorerà le condizioni della nostra società".

Il presule ha inoltre aggiunto che "uno dei miei desideri è di far sì che i cattolici comprendano anche quanto è importante per loro partecipare al dibattito pubblico".
Il professor John Cavadini, direttore dell'Istituto per la vita ecclesiale presso l'Università di Notre Dame, è consultore nel Comitato sulla dottrina della fede della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, della quale l'arcivescovo di Los Angeles è membro. Il docente mi ha parlato del coraggio dell'arcivescovo nel difendere i valori e le tradizioni cattoliche. "Tuttavia - ha sottolineato Cavadini - lo fa mostrando innanzitutto il suo amore; l'amore per la fede è il luogo reale di formazione. Egli mostra agli altri il suo amore per la fede e insegna a loro come trasmetterlo".

Ciò che maggiormente il professor Cavadini sottolinea della personalità dell'arcivescovo è l'umiltà nel mettersi in relazione con gli altri. "In genere - dichiara - sceglie di sedersi con i "piccoli" durante i pasti, anche nelle cene ufficiali. Ricordo che una volta ero seduto vicino a lui, a pranzo, durante una sessione del comitato. Mi alzai per andare a prendere un caffè e quando tornai lui aveva ormai tolto i piatti usati e, addirittura, aveva preso dei dolci per me. Chi lo avrebbe mai fatto? Men che meno un arcivescovo!". Cavadini aggiunge: "Monsignor Gómez ha una profonda sensibilità pastorale. La sua sollecitudine verso i cattolici ispanici non è soltanto di carattere politico. Il suo interesse autentico è quello di proteggerli e aiutarli nella loro vita quotidiana, formandoli nella fede, conservando la ricchezza della loro tradizione, proteggendo la vita familiare".

Ho chiesto all'arcivescovo Gómez dove ha trovato la sua fede. "A casa", ha risposto. E, proseguendo, "me l'hanno trasmessa i miei genitori e le mie sorelle. Soprattutto è merito di mio padre". Mi ha narrato di quando, ancora adolescente, sua madre si ammalò in modo grave. Fu proprio allora che suo padre cominciò ad andare a messa ogni giorno. Anni dopo, ormai a Los Angeles, in un'omelia rivolta a una grande assemblea di giovani, l'arcivescovo disse che il giorno in cui la sua vita era cambiata per sempre era stato quello in cui aveva deciso di incentrare la sua esistenza sull'eucaristia; ovvero, il giorno che aveva iniziato la frequentazione quotidiana della messa. Monsignor Gómez ha ribadito: "L'ho fatto per mio padre".
La formazione - ha proseguito - "ha veramente inizio nella famiglia, che è il luogo da cui vengono le vocazioni. Tutto comincia da lì. Per questo motivo non dovremmo avere paura di vivere la fede. Non sappiamo che effetto avrà sulle persone, in particolare sui nostri bambini". Secondo l'arcivescovo, ""vivere la fede" significa anche "amare in piccoli modi"".

Sul sito in rete hispanicleaders.net vi è un recente articolo che l'arcivescovo ha scritto dedicandolo ai padri di famiglia. È intitolato "Chutes and Ladders and the Virtue of the Golden Rule". Nell'articolo si parla dell'importanza per i padri di giocare con i propri figli. In realtà, l'articolo riguarda la giustizia nella società, ma questo è il suo esempio principale. E il punto è proprio questo: trasmettere la fede è come edificare una società giusta, è soprattutto un'abitudine nella nostra vita quotidiana.
Oltre a ciò, monsignor Gómez evidenzia la virtù del coraggio, quella di "non avere paura di vivere la fede". Nelle predicazioni, nei blog, nei discorsi in rete, l'arcivescovo ritorna al suo tema centrale. Questo è anche l'argomento del suo recente libro intitolato Men of Brave Heart: The Virtue of Courage in the Priestly Life ed è stato il tema della sua tesi di dottorato nel 1980, sulla virtù cardinale della fortezza secondo san Tommaso d'Aquino. Viene perfino accennato nel motto del suo stemma: "Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia (Ebrei 4, 16)". "Sa qual è il significato autentico della grazia?", mi chiede l'arcivescovo con un sorriso e aggiunge: "Non è affatto una virtù aggressiva. Invece è una virtù che consiste nel restare saldi, in particolare di fronte alle grandi difficoltà. Questa è la virtù d'impiegare la propria volontà con fermezza per il bene, accada quel che accada".

Alla domanda sulla nuova arcidiocesi, monsignor Gómez ha risposto ribadendo di essere molto felice di trovarsi lì e di essere colpito dalla fede dei cattolici locali. Come appassionato di pallacanestro, il presule è diventato un ammiratore della squadra dei Los Angeles Lakers.

Sempre il 29 giugno, il nostro giornale ha intervistato il cardinale Roger Michael Mahony, arcivescovo emerito di Los Angeles. A proposito del suo successore, il porporato ha dichiarato: "Sono stato un po' in ansia per lui, perché ho pensato che sarebbe dovuto venire in una diocesi così grande, con più di mille sacerdoti, senza conoscerne nemmeno uno. Certo è un grande cambiamento, ma ora siamo entusiasti di averlo tra noi".



(©L'Osservatore Romano 9 luglio 2011)

Caterina63
00Friday, July 22, 2011 7:28 PM
A proposito di un progetto di legge negli Stati Uniti

La gravidanza
non è una malattia

 

WASHINGTON, 22. "La gravidanza non è una malattia, e la fertilità non è una condizione patologica. La gravidanza e la fertilità non possono essere soppresse con qualsiasi mezzo tecnicamente possibile". Lo ha ricordato il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della Commissione episcopale sulle attività della vita, a nome dei vescovi degli Stati Uniti, i quali ribadiscono con forza la loro opposizione - insieme con i gruppi American United for Life - a una proposta legislativa, approvata dal Governo federale, che prevede la copertura finanziaria per la sterilizzazione chirurgica e il controllo nascite nei piani di assicurazione privata a livello nazionale. Il provvedimento - secondo i presuli - "metterebbe a repentaglio il bene delle donne e dei bambini" e sarebbe lesivo della coscienza dei fornitori di tali servizi.

La legislazione sanitaria approvata nel 2010 prevede un elenco di "servizi preventivi" per le donne che i nuovi piani di assistenza sanitaria devono coprire senza franchigie o partecipazioni ai costi. Un comitato dell'Istituto di medicina dell'Accademia nazionale delle scienze ha abbozzato degli orientamenti, non vincolanti, su richiesta del segretario del Department of Health and Human Services, Kathleen Sebelius. Il comitato ha raccomandato "l'intera gamma" dei contraccettivi e delle procedure di sterilizzazione approvati dal Governo federale.

Secondo il cardinale DiNardo, in quelle "raccomandazioni" c'è un'ideologia sottostante che "va al di là di ogni valutazione oggettiva dei bisogni di salute delle donne e dei bambini". Se il comitato poi dovesse implementare le sue "raccomandazioni" violerebbe "le profonde convizioni morali e religiose di molti". L'Institute of Medicine, insomma - ha evidenziato il porporato - con i suoi consigli ha "perso un'occasione per promuovere una migliore assistenza sanitaria per le donne e riaffermare il valore inviolabile della vita umana".

È opportuno ricordare che il Department of Health and Human Services degli Stati Uniti ha incluso nei piani sanitari del Patient Protection and Affordable Care Act (Ppaca) - ovvero la riforma del sistema sanitario introdotta nel 2010 che ha ampliato considerevolmente il numero delle persone che beneficiano dei piani assicurativi sanitari - la contraccezione e i sistemi di sterilizzazione come "servizi di prevenzione per la salute delle donne". Inoltre, sono state rimosse alcune tutele per gli operatori sanitari che, per esempio, intendano manifestare la propria obiezione di coscienza in merito ai servizi connessi con la fecondazione in vitro o la contraccezione chimica.

Dall'episcopato si esprime, ed è sta espressa in più occasioni, la preoccupazione per il rischio che i metodi contraccettivi e i sistemi di sterilizzazione possano diventare "pratiche comuni nell'ambito dell'applicazione della riforma sanitaria". Negli Stati Uniti, fra l'altro, è stata autorizzata la commercializzazione della cosiddetta pillola "Ella" (Ulipristal) definita come "metodo contraccettivo di emergenza" che può bloccare l'ovulazione, ma anche agire sull'embrione impedendone l'annidamento nell'utero.

A tale riguardo, il cardinale DiNardo, più volte, ha ribadito che "l'inclusione di servizi come la contraccezione, la sterilizzazione e la prescrizione dei farmaci abortivi nei piani sanitari pone un evidente conflitto potenziale con il diritto di coscienza", ricordando che "per mesi, programmi come il Planned Parenthood e i gruppi pro-aborto hanno premuto affinché i cosiddetti "servizi preventivi" prevedessero anche la somministrazione dei farmaci abortivi". In tal modo, e "in maniera arbitraria", "non si proteggono le varie denominazioni religiose, incluse quelle che costituiscono la spina dorsale della rete di strutture private di cura, i cui valori respingono questi servizi preventivi".



(©L'Osservatore Romano 23 luglio 2011)

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Caterina63
00Wednesday, August 10, 2011 6:44 PM
Per un nuovo patriottismo ispirato al Credo cristiano

L'immigrazione e l'America che verrà


 

di JOSÉ HORACIO GÓMEZ
Arcivescovo metropolita di Los Angeles

L'immigrazione e l'America che verrà è stato il tema dell'intervento che l'arcivescovo di Los Angeles ha tenuto il 28 luglio scorso presso il Napa Institute, di Napa in California, nell'ambito dell'annuale conferenza su "Catholics in the next America". Pubblichiamo, in una nostra traduzione, la sintesi che il presule ha realizzato per il nostro giornale.

Trovo frustrante il nostro dibattito politico sull'immigrazione. Spesso penso che stiamo solo girando intorno ai veri problemi. Tutti gli aspetti di questo argomento sono ispirati da un'idea bella e patriottica della storia e dei valori americani, ma di recente ho cominciato a chiedermi di quale America parliamo veramente. Il Paese sta cambiando, e da parecchio tempo. Le forze della globalizzazione stanno modificando la nostra economia e ci stanno costringendo a ripensare finalità e scopo del nostro modo di governare. Le minacce di nemici esterni stanno cambiando il nostro senso della sovranità nazionale. L'America sta cambiando anche dall'interno. La nostra cultura sta cambiando. Abbiamo una struttura legale che permette l'uccisione di bambini nel grembo materno, e addirittura paga per essa. I nostri tribunali e le nostre assemblee legislative stanno ridefinendo le istituzioni naturali del matrimonio e della famiglia. Abbiamo una cultura elitaria - nel Governo, nei media e nel mondo accademico - che è apertamente ostile alla fede religiosa.
L'America sta diventando un Paese completamente diverso nelle fondamenta. È tempo per tutti noi di riconoscere questo dato di fatto, indipendentemente dalla nostra posizione sulla questione politica dell'immigrazione. Dobbiamo riconoscere che l'immigrazione è parte di un insieme più ampio di domande sulla nostra identità e sul nostro destino nazionali. Che cos'è l'America? Cosa significa essere americani? Chi siamo come popolo e dove stiamo andando come Paese? Come sarà l'America che verrà?
Come cattolici, leali cittadini americani, dobbiamo rispondere a queste domande in un contesto di riferimento più ampio. Come cattolici dobbiamo sempre ricordare che nella vita di qualsiasi nazione vi è molto più delle esigenze del momento politico, economico e culturale. Dobbiamo considerare tutte queste esigenze e le discussioni su di esse alla luce del disegno di Dio per le nazioni. Si tratta di una grande sfida per noi in questa cultura che ci spinge a privatizzare la nostra fede, a separarla dalla nostra vita sociale. Dobbiamo sempre resistere alla tentazione. Siamo chiamati a vivere la nostra fede nelle nostre attività, case e comunità e nella nostra partecipazione alla vita pubblica. Questo significa che nel dibattito sull'immigrazione dobbiamo introdurre una prospettiva di fede cattolica. Non possiamo affrontare la questione soltanto da democratici o repubblicani oppure da liberali o conservatori.
Penso che tutti conosciamo gli insegnamenti della nostra Chiesa sull'immigrazione. Quello che dobbiamo capire meglio è come considerare l'immigrazione alla luce della storia e degli obbiettivi dell'America, nella prospettiva della nostra fede cattolica. Se immaginiamo l'immigrazione da questa prospettiva, riusciamo a capire che essa non è un problema per l'America, ma un'opportunità. L'immigrazione è la chiave del rinnovamento americano. Fra i nostri problemi attuali vi è quello di aver perduto il senso della storia nazionale dell'America. Quando la conosciamo, la conosciamo in maniera incompleta e se non conosciamo la storia intera, finiamo per avere idee sbagliate sull'identità e la cultura americane.

La nostra "storia" nazionale

La storia americana che la maggior parte di noi conosce è cominciata nel New England. È la storia dei pellegrini e della Mayflower, del Primo Ringraziamento e del sermone di John Winthrop sulla "città sulla collina". È la storia di grandi uomini come Washington, Jefferson e Madison. È la storia di grandi documenti come la Dichiarazione d'indipendenza e il Bill of Rights. È una bella storia. È anche autentica. Ogni americano dovrebbe conoscere questi personaggi e gli ideali e i principi per i quali hanno combattuto. Da questa storia impariamo che la nostra identità e la nostra cultura americane sono radicate in idee essenzialmente cristiane sulla dignità della persona umana.
Tuttavia, la storia dei Padri Fondatori e le verità che ritenevano ovvie non è tutta la storia dell'America. Il resto della storia comincia più di un secolo prima dei pellegrini. Comincia negli anni venti del Cinquecento in Florida e un ventennio più tardi in California. Non è la storia di un insediamento coloniale e di un'opportunità politica ed economica. È la storia di esplorazione e di evangelizzazione. Questa storia non è anglo-protestante, ma ispanico-cattolica. Non è incentrata nel New England, ma nella Nueva España, agli angoli opposti del continente.
Da questa storia apprendiamo che ancor prima che questa terra avesse un nome, i suoi abitanti venivano battezzati nel nome di Gesù Cristo. Gli abitanti di questa terra furono chiamati cristiani ancor prima che americani. E furono chiamati così in spagnolo, in francese e in inglese. Da questa storia apprendiamo che molto prima del Tea Party di Boston, i missionari cattolici celebravano messa sul continente. I cattolici fondarono il più antico insediamento americano a Saint Augustine, in Florida, nel 1565. I missionari immigrati chiamavano i fiumi, i monti e i territori di questo continente con nomi di santi, sacramenti e articoli di fede. Ora diamo per scontati questi nomi, ma la nostra geografia attesta che la nostra nazione è sorta dall'incontro con Gesù Cristo: Sacramento, Las Cruces, Corpus Christi, Sangre de Cristo Mountains.
Nell'Ottocento lo storico John Gilmary Shea ha detto in maniera splendida che su questa terra, prima delle case, vi furono gli altari: "Veniva celebrata la messa per santificare la terra e far discendere la benedizione del cielo prima ancora di accingersi a costruire una casa. L'altare era più antico del focolare".

Il pezzo mancante della storia americana

Ecco il pezzo mancante della storia americana. Oggi più che mai dobbiamo conoscere questa eredità di santità e servizio, in particolare in quanto americani cattolici. Insieme con Washington e Jefferson, dobbiamo conoscere le storie dei grandi apostoli d'America. Dobbiamo conoscere i missionari francesi, come madre Joseph e i gesuiti sant'Isacco Jogues e padre Jacques Marquette che vennero dal Canada per portare la fede nella metà settentrionale del nostro Paese. Dobbiamo conoscere missionari ispanici quali il francescano Magin Catalá e il gesuita Eusebio Kino giunti dal Messico per evangelizzare i territori occidentali del sud e del nord.
Dovremmo conoscere le storie di persone come il venerabile Antonio Margil. Era un prete francescano ed è una delle mie figure preferite della prima evangelizzazione in America. Nel 1683 Antonio lasciò il suo Paese natale, la Spagna, per venire nel nuovo mondo. Disse alla madre di aver preso la decisione di venire qui perché "milioni di anime avevano bisogno di sacerdoti per dissipare le tenebre della mancanza di fede". Le persone erano solite chiamarlo "il padre volante". Camminava per quaranta o cinquanta miglia al giorno a piedi scalzi. Frate Antonio aveva un senso della missione veramente continentale. Costruì chiese in Texas e Louisiana e anche in Costa Rica, Nicaragua, Guatemala e Messico. Era un sacerdote molto coraggioso e amorevole. Scampó alla morte tante volte, minacciato dai nativi che era andato a evangelizzare. Una volta affrontò una dozzina di indiani con archi e frecce. Un'altra volta fu quasi bruciato vivo. Sono venuto a sapere di frate Antonio quando ero arcivescovo di San Antonio, in Texas. Qui aveva predicato fra il 1719 e il 1720, aveva fondato la missione di San José e parlava della città di San Antonio come del centro dell'evangelizzazione d'America: "Sarà il quartier generale di tutte le missioni che Dio nostro Signore stabilirà" in modo che "a tempo debito tutto questo nuovo mondo possa essere convertito alla sua santa fede cattolica".
È questa la vera ragion d'essere dell'America, se consideriamo la nostra storia alla luce del disegno di Dio per le Nazioni. L'America deve essere un luogo di incontro con Gesù Cristo vivente. Questa fu la motivazione dei primi missionari. Il carattere e lo spirito nazionale americani sono profondamente segnati dai valori evangelici che essi hanno portato in questa terra. Questi valori sono ciò che rende così speciali i documenti fondanti del nostro Paese. Benché fondata da cristiani, l'America è divenuta la casa di una sorprendente diversità di culture, religioni e modi di vita. Questa diversità prospera proprio perché i fondatori della nostra Nazione hanno avuto una visione cristiana della persona, della libertà e della verità umane.

Il Credo americano

Com'è noto, Gilbert Keith Chesterton ha detto che "l'America è l'unica nazione al mondo fondata su un credo", riconoscendo quel credo come fondamentalmente cristiano. Il credo americano di base è che tutti gli uomini e tutte le donne sono creati uguali e che Dio ha dato loro diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Ogni altra nazione è stata fondata sulla base di un territorio e di un'appartenenza etnica comuni, vincoli di terra e di consanguineità. Invece, l'America è basata su questo ideale cristiano, su questo credo che riflette il sorprendente universalismo del Vangelo. Di conseguenza, la nostra è sempre stata una Nazione di nazionalità. E pluribus unum. Un popolo fatto di persone di molte nazioni, razze e fedi. Nel corso della storia, sono sempre sorti problemi quando abbiamo dato per scontato questo credo americano oppure quando abbiamo cercato di limitarlo in qualche modo. Per questo è essenziale che oggi ricordiamo la storia missionaria dell'America e ci dedichiamo di nuovo all'idea del suo credo fondante. Se dimentichiamo che le radici del nostro Paese affondano nella missione ispanico-cattolica nel nuovo mondo, finiamo per avere idee distorte sulla nostra identità nazionale. Finiamo con l'idea che gli americani discendano solo da europei bianchi e che la nostra cultura sia basata soltanto sull'individualismo, sull'etica del lavoro e sullo stato di diritto che abbiamo ereditato dai nostri antenati anglo-protestanti. In passato, quando ciò è accaduto, ha portato a quegli episodi nella nostra storia di cui siamo meno orgogliosi: il maltrattamento dei nativi americani, lo schiavismo, scoppi ricorrenti di nativismo e anticattolicesimo, l'internamento di americani giapponesi durante la seconda guerra mondiale, le disavventure del "destino manifesto". È vero, le cause di questi momenti nella nostra storia sono molto più complicate, ma in fondo ritengo possibile rintracciare un fattore comune, cioè una nozione errata secondo la quale i "veri americani" appartengono a una razza, una classe, una religione o un'etnia particolare.

Un nuovo periodo di nativismo?

Temo che nei dibattiti politici di oggi sull'immigrazione stiamo entrando in un nuovo periodo di nativismo. La giustificazione intellettuale di questo nuovo nativismo è stata formulata alcuni anni fa nell'influente libro Who are we? di Samuel Huntington, di Harvard, dove l'autore ha espresso una serie di argomentazioni apparentemente sofisticate, ma la cui tesi fondamentale era che la cultura e l'identità americane sono minacciate dall'immigrazione messicana. Secondo Huntington l'identità americana autentica era "il prodotto della specifica cultura anglo-protestante dei coloni fondatori dell'America nei secoli XVII e XVIII", mentre i valori dei messicani erano radicati in una "cultura fondamentalmente incompatibile di cattolicesimo" che non attribuisce valore alla capacità di iniziativa né all'etica del lavoro, incoraggiando, anzi, passività e accettazione della povertà. Si tratta di vecchie e familiari argomentazioni nativiste, facili da confutare. Si potrebbe evidenziare la gloriosa eredità della letteratura e dell'arte ispaniche oppure i risultati raggiunti da americani messicani e ispanici americani nei settori degli affari, del governo, della medicina e in altri ambiti. Purtroppo oggi ascoltiamo idee simili a quelle di Huntington diffuse da televisioni via cavo e da dibattiti radiofonici e, a volte, anche da alcuni dei nostri leader politici. Non voglio negare che esistano differenze significative fra assunti culturali ispanico-cattolici e anglo-protestanti, ma penso che questo tipo di pensiero bigotto derivi da una conoscenza incompleta della storia americana. Dal punto di vista storico, entrambe le culture rivendicano giustamente un posto nella nostra storia nazionale e nella formazione di un'identità americana e di un carattere nazionale autentici.

Verso un nuovo patriottismo americano

Credo che i cattolici americani abbiano oggi il dovere speciale di essere i custodi della verità sullo spirito americano e sulla nostra identità nazionale. Credo che spetti a noi essere testimoni di un nuovo tipo di patriottismo americano. Siamo chiamati a esprimere tutto ciò che esiste di nobile nello spirito americano. Siamo anche chiamati a sfidare quanti riducono o sminuiscono l'identità autentica dell'America. Da quando sono giunto in California, penso molto al beato Junípero Serra, l'immigrato francescano arrivato dalla Spagna via Messico per evangelizzare questo grande Stato. Fra Junípero amava le popolazioni native di questo continente. Imparò le loro lingue locali, abitudini e credenze. Traduceva il Vangelo, le preghiere e gli insegnamenti della fede cosicché ognuno potesse ascoltare le opere potenti di Dio nella sua lingua originale! Era solito fare il segno della croce sulla fronte delle persone e dire loro: "Amate Dio!". Questo è un buon modo di intendere il nostro dovere di cattolici nella cultura odierna. Dobbiamo trovare una modalità per tradurre il Vangelo di amore per i nostri contemporanei. Dobbiamo ricordare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle le verità insegnate dal beato Junípero e dai suoi confratelli missionari, cioè che siamo tutti figli dello stesso Padre nei cieli, che per lui non esistono gruppi razziali o nazionalità "inferiori" o meno degni delle sue benedizioni.
I cattolici devono condurre il nostro Paese a un nuovo spirito di empatia. Dobbiamo aiutare i nostri fratelli e le nostre sorelle a cominciare a considerare gli stranieri fra noi per quello che sono realmente e non in base a categorie o definizioni politiche o ideologiche radicate nelle nostre paure. Questo è difficile, lo so. So che è una sfida particolare vedere l'umanità di quegli immigrati che sono qui illegalmente.
Tuttavia, la verità è che pochissime persone scelgono di abbandonare la propria terra. L'emigrazione è quasi sempre imposta alle persone dalle condizioni miserrime di vita in cui si trovano. Per la maggior parte, gli uomini e le donne che vivono in America senza documenti appropriati hanno viaggiato per centinaia e persino per migliaia di miglia. Si sono lasciati tutto alle spalle, hanno messo a repentaglio la propria incolumità e la propria vita. Non lo hanno fatto per se stessi o per interessi egoistici. Lo hanno fatto per nutrire i loro cari, per essere buone madri e buoni padri, per essere figli e figlie amorevoli. Questi immigrati, indipendentemente da come sono giunti qui, sono persone piene di energie e di aspirazioni. Sono persone che non hanno paura del lavoro duro o del sacrificio. Non sono affatto come li descrivono Huntington e altri ancora! Questi uomini e queste donne hanno coraggio e altre virtù. La stragrande maggioranza di loro crede in Gesù Cristo e ama la nostra Chiesa cattolica, condivide i valori americani tradizionali di fede, famiglia e comunità.

Immigrazione e rinnovamento americano

Per questo credo che i nostri fratelli e le nostre sorelle immigrati siano la chiave del rinnovamento americano e sappiamo tutti che l'America ha bisogno di un rinnovamento economico e politico, ma anche spirituale, morale e culturale. Credo che gli uomini e le donne che giungono in questo Paese portino nella nostra economia uno spirito imprenditoriale nuovo e giovane di duro lavoro. Credo anche che contribuiscano a rinnovare l'anima dell'America. Giovanni Paolo II nel suo ultimo libro Memoria e identità ha scritto: "La storia di tutte le nazioni è chiamata a prendere il suo posto nella storia della salvezza". Dobbiamo guardare all'immigrazione nel contesto dell'esigenza di rinnovamento dell'America. Dobbiamo considerare sia l'immigrazione sia il rinnovamento americano alla luce del disegno salvifico di Dio e della storia delle nazioni. La promessa dell'America è che possiamo essere una Nazione in cui uomini e donne di ogni razza, credo e formazione nazionale possano vivere come fratelli e sorelle. Ognuno di noi è figlio di quella promessa. Se tracciamo le genealogie di quasi tutti in America, le linee di discendenza ci porteranno oltre i nostri confini, in qualche terra straniera dalla quale ognuno dei nostri antenati è arrivato originariamente. Ora questa eredità è per i cattolici americani un dono e un dovere. Siamo chiamati a dare il nostro contributo a questa Nazione nel modo in cui viviamo la nostra fede in Gesù Cristo come cittadini.
La nostra storia ci mostra che l'America è nata dalla missione della Chiesa per le nazioni. L'America che verrà sarà determinata dalle scelte che facciamo come discepoli cristiani e come cittadini americani. Con i nostri atteggiamenti e le nostre azioni, con le decisioni che prendiamo, stiamo scrivendo i prossimi capitoli della storia americana. Che Nostra Signora di Guadalupe, madre delle Americhe, ottenga per noi il coraggio di cui abbiamo bisogno per fare ciò che il nostro buon Signore richiede.



(©L'Osservatore Romano 11 agosto 2011)

Caterina63
00Friday, November 4, 2011 10:06 PM
[SM=g1740722]Interessante articolo di Luca Dombrè dal sito papalepapale.com


NEW YORK. PER LE STRADE DI BABELE, CORAM DEO

 

un’inchiesta sull’ortodossia e la messa antica

nel cuore dell’ultimo impero d’Occidente:

Manhattan

Essere ri-convertiti al cattolicesimo da Mark Zuckerberg. A Midtown sulla 37ma e Broadway, capire di stare veramente “morendo a te stesso”. Quella sagoma di donna snella nel suo contegno atemporale, rivolta all’Essenziale. Sulle strade di Babele, lei, Augustina. Teddy; quel senso del sacro che oggi è inversamente proporzionale all’età. Eddy: “l’arcivescovo Dolan non sapeva”. Incontro con padre James; “I vecchi vescovi hanno i giorni contati”. Infine, diaologo con Mark, di fronte al Madison Square Garden


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SE OBAMA VUOLE UN PAPA DONNA [SM=g1740732]

 

di Sandro Magister

 

Accadono cose al di là dell’Atlantico che sono la clamorosa smentita di un mito duro a morire. Il mito è che l’Italia sia il paese al mondo nel quale il Vaticano e la Chiesa hanno i poteri più forti e invasivi, fanno politica e la piegano ai propri fini, fanno quello che altrove, nelle democrazie laiche perbene, le Chiese non fanno.

 

Ma se appena si guarda come stanno agendo i vescovi degli Stati Uniti faccia a faccia con l’amministrazione di Barack Obama, al confronto i vescovi italiani sembrano timide educande.

 

A Obama, i vescovi degli Stati Uniti rinfacciano in pubblico nientemeno che di violare il primo dei dieci emendamenti della costituzione americana, quello della libertà religiosa. Non era mai accaduto in passato che un presidente fosse colpito da un’accusa di tale portata, che tocca i fondamenti stessi della nazione. Perché gli Stati Uniti sono nati proprio in nome della difesa integrale della libertà religiosa da ogni potere mondano, a cominciare dallo Stato. Quella libertà che l’Europa negava, i Padri pellegrini la cercarono e trovarono nel nuovo mondo. Questo sono gli Stati Uniti da sempre: una nazione nella quale le religioni hanno uno spazio pubblico nativo e inviolabile, e guai a chi lo invade o limita.

 

La scintilla che ha acceso il conflitto sono le norme emesse in gennaio dal ministero della sanità che obbligano tutte le istituzioni, incluse le cattoliche, a coperture assicurative per i propri dipendenti comprensive anche di sterilizzazione, contraccezione e pillole abortive, cioè di pratiche inaccettabili da molti, non solo cattolici. Colpita da una prima bordata di proteste, l’amministrazione Obama ha introdotto in febbraio alcune parziali esenzioni alle norme. Ma le proteste, invece che calare, sono cresciute d’intensità. Concentrandosi sul “vulnus” inferto con quelle norme impositive al bene supremo di ogni cittadino, la libertà di coscienza.

 

Non è la Chiesa che vuole forzare qualcuno a fare qualcosa; è invece il governo federale che vuole forzare la Chiesa – fedeli e istituzioni – ad agire contro gli insegnamenti della Chiesa stessa”. Così il comitato amministrativo della conferenza episcopale degli Stati Uniti – ciò che in Italia è il consiglio permanente della Cei – si è espresso in una dichiarazione del 14 marzo. Una dichiarazione che colpisce anche per lo stile con cui è scritta. Diretto e lapidario. Lontanissimo dal linguaggio involuto di quasi tutti i documenti ecclesiastici. Uno stile che è anche l’uomo, il presidente dei vescovi americani, l’arcivescovo di New York e neocardinale Timothy Dolan, leader emergente di una squadra di vescovi altrettanto “affermativi”, frutto di una serie mirata di nomine fatte da Benedetto XVI negli Stati Uniti in questi anni recenti.

 

Al fianco della Chiesa cattolica sono scesi in campo altre Chiese e comunità religiose, gruppi e istituti, singoli cittadini di ogni fede o agnostici. Perché la battaglia è per la libertà di tutti: “non è repubblicana né democratica, non è conservatrice né liberal; è semplicemente americana”, dice ancora il manifesto dei vescovi. La Casa Bianca è corsa ai ripari diffondendo il 16 marzo un testo di lavoro di 32 pagine, tempo 90 giorni, per riscrivere le norme contestate.

 

Nel frattempo, come non bastasse, l’amministrazione Obama ha riportato un impressionante rovescio in un’altra sua iniziativa anch’essa sul terreno minato della libertà religiosa. Il caso riguardava una scuola evangelica luterana, la Hosanna Tabor. Il ministero della giustizia ha sostenuto dinanzi alla Corte suprema che i gruppi religiosi, e quindi anche quella scuola, devono essere soggetti a denunce per discriminazione quando nominano i loro leader e dipendenti obbedendo a regole religiose interne che escludono, ad esempio, chi non condivide la dottrina del gruppo stesso. La Corte ha bocciato tale tesi con verdetto unanime, nove a zero. Avesse detto sì, sarebbe presto entrata nel mirino antidiscriminazione l’elezione del papa, che non può essere né miscredente né donna.

 

(Da “L’Espresso” n. 14 in data 5 aprile 2012, p. 15)

[SM=g1740733]

Caterina63
00Thursday, September 27, 2012 8:41 PM

Decalogo per l'Anno della fede. In una nota le indicazioni dei vescovi degli Stati Uniti (O.R.)


In una nota le indicazioni dei vescovi degli Stati Uniti

Decalogo per l'Anno della fede


Washington, 26. Partecipazione ai sacramenti, preghiera, attività caritativa, letture bibliche e di testi conciliari: in poche parole, atti e gesti concreti per dare testimonianza nel mondo del proprio credo. È questo il “decalogo” che i vescovi degli Stati Uniti propongono alle loro comunità in vista dell'apertura, l'11 ottobre, dell'Anno della fede.

L'iniziativa del Papa -- sottolinea il vescovo di Green Bay, David Laurin Ricken, presidente del Committee on Evangelization and Catechesis (organismo della Conferenza episcopale) -- offre un'opportunità unica «per rinnovare la fede e promuovere l'evangelizzazione». Lo scopo è quello «di favorire l'incontro personale con Gesù, che si verifica immediatamente nell'Eucarestia». Da qui il primo degli impegni indicati dal vescovo David Laurin Ricken: la partecipazione regolare alla celebrazione eucaristica.
Come per la messa, ugualmente, i fedeli sono invitati a richiedere assiduamente il sacramento della penitenza o della riconciliazione.

Questo sacramento, è spiegato, «esorta le persone a rivolgersi a Dio» e attraverso «il perdono delle ferite del passato fornisce anche la forza per affrontare il futuro».
La nota dell'episcopato prosegue “suggerendo” una serie di letture. In particolare è la lettura giornaliera della Bibbia a rappresentare «un dovere» per la crescita spirituale di ogni persona. «Apprendere della vita dei santi» è poi un altro punto centrale: essi sono «esempi senza tempo di come vivere una vita cristiana e forniscono speranza infinita».

I santi offrono, inoltre, esempi di come «una persona può servire Dio, attraverso l'insegnamento, il lavoro missionario, la carità, la preghiera e cercando semplicemente di piacere a Dio nelle azioni ordinarie e nelle decisioni della vita quotidiana». A seguire vi è la lettura dei documenti del concilio Vaticano II: «Per proseguire il rinnovamento i cattolici devono capire che cosa ha insegnato il concilio e come si arricchisce la vita dei credenti».

A queste letture si aggiunge lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica e dello United States Catholic Catechism for Adults.
Il catechismo cattolico per gli adulti è un adattamento del Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II. Il catechismo per gli adulti, la cui preparazione ha richiesto sei anni, è stato autorizzato dai vescovi statunitensi nel giugno 2000 come progetto del comitato incaricato dalla Conferenza episcopale di sovrintendere l'uso del catechismo nel Paese.

L'episcopato esorta, in occasione dell'Anno della fede, a dare testimonianza anche offrendo “azioni” che vadano oltre la riflessione. Ad esempio, si indica come valido atteggiamento la partecipazione alla vita della comunità parrocchiale. A tale riguardo sono «benvenuti i volontari nelle parrocchie» che possono partecipare nelle comunità come catechisti, lettori e in altri ruoli offrendo un personale contributo alla crescita delle comunità. Il volontariato deve passare anche nell'esplicazione delle attività caritative, che significa -- si ricorda -- «incontrarsi personalmente con Cristo nei poveri, negli emarginati e nei vulnerabili».

La profonda partecipazione all'Anno della fede richiede ancora un altro esempio di cambiamento a livello personale e questo, affermano i vescovi, può passare attraverso l'avvicinamento o il favorire il ritorno alla fede di un'altra persona: «Un invito alla messa può fare la differenza per qualcuno che si è allontanato dalla fede o si sente lontano dalla Chiesa».

Il decalogo si conclude con l'indicazione di «incorporare le beatitudini nella vita quotidiana». Le beatitudini «forniscono un modello ricco per la vita cristiana e la loro saggezza può aiutare tutti a essere più umili, pazienti, giusti, sinceri e ad amare e perdonare».

Sempre in occasione dell'Anno della fede, i vescovi hanno promosso un pellegrinaggio «per la vita e la libertà» che si terrà il 14 ottobre presso il santuario dell'Immacolata Concezione situato nella capitale Washington.

(©L'Osservatore Romano 27 settembre 2012)


[SM=g1740722] Dieci modi per vivere l'Anno della Fede

Messa, catechismo, vite dei Santi: dieci consigli pratici per vivere con frutto l'Anno della Fede .. senza perdersi in chiacchiere [SM=g1740721]

di S.E. David Ricken

Per onorare il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e il 20° anniversario del Catechismo della Chiesa Cattolica, Papa Benedetto XVI ha annunciato un Anno della Fede che inizierà l'11 ottobre e si concluderà il 24 novembre 2013. Lo scopo è quello di rafforzare la fede dei cattolici e attirare il mondo alla fede con la forza del loro esempio.

Il vescovo David Ricken di Green Bay, Wisconsin, presidente della Commissione per l'Evangelizzazione e la Catechesi della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, offre '10 modi con i quali i cattolici possono vivere l'Anno della Fede'. Tratti dalle direttive della Congregazione Vaticana per la Dottrina della Fede, alcuni di questi suggerimenti sono già richiesti ai cattolici; altri si possono osservare in qualsiasi tempo e soprattutto durante l'Anno della Fede:


1. Partecipare alla Santa Messa. L'Anno della Fede intende promuovere l'incontro personale con Gesù. Nel modo più immediato ciò avviene nell'Eucaristia. Una partecipazione regolare alla Messa rafforza la propria fede attraverso le Scritture, il Credo, le orazioni, la musica sacra, l'omelia, ricevendo la Comunione e facendo parte di una comunità di fede.


2. Confessarsi. Come per la Messa, i cattolici ricevono forza e approfondiscono la loro fede celebrando il sacramento della Penitenza e Riconciliazione. La Confessione sollecita a ritornare a Dio, ad esprimere dolore per le cadute e ad aprire la propria vita alla potenza della grazia risanante di Dio. Perdona le ferite del passato e dona forza per il futuro.


3. Conoscere le vite dei santi. I santi sono esempi validi per tutti i tempi di come vivere una vita cristiana, e suscitano una speranza infinita. Non solo essi erano dei peccatori che incessantemente cercavano di camminare verso Dio, ma esemplificano anche le modalità con le quali servire Dio: l'insegnamento, il lavoro missionario, la carità, la preghiera e semplicemente sforzandosi di piacere a Dio nelle azioni e decisioni ordinarie della vita quotidiana.


4. Leggere la Bibbia ogni giorno. La Bibbia offre un accesso diretto alla Parola di Dio e narra la storia della salvezza degli uomini. I cattolici pregano con le Scritture (seguendo il metodo della Lectio Divina o altri) per meglio sintonizzarsi con la Parola di Dio. Non si può prescindere dalla Bibbia per una sana crescita durante l'Anno della Fede.


5. Leggere i documenti del Vaticano II. Il Concilio Vaticano II (1962 - 65) ha portato un grande rinnovamento nella Chiesa. Un rinnovamento nella celebrazione della Messa, nel ruolo dei laici, nell'autocomprensione della Chiesa e nella relazione con gli altri cristiani e i non-cristiani. Per portare avanti il rinnovamento, i cattolici devono conoscere ciò che insegna il Concilio e come esso arricchisce la vita dei credenti.


6. Studiare il Catechismo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato esattamente 30 anni dopo l'inizio del Concilio, tratta in un solo volume dei dogmi di fede, della dottrina morale, della preghiera e dei sacramenti della Chiesa cattolica. E' una vera risorsa per crescere nella comprensione della fede.


7. Volontariato in parrocchia. L'Anno della Fede non può limitarsi allo studio e alla riflessione. Il solido fondamento delle Scritture, del Concilio e del Catechismo devono tradursi in azione. Un ottimo luogo per iniziare è la parrocchia, poiché i carismi di ognuno aiutano a costruire la comunità. Chiunque è benvenuto per divenire ministro di accoglienza, musicista liturgico, lettore, catechista e tanti altri ruoli della vita parrocchiale.


8. Aiutare i bisognosi. La Chiesa sollecita i cattolici a donazioni di carità e a soccorrere i bisognosi durante l'Anno della fede, poichè nel povero, nell'emarginato e nel vulnerabile si incontra Cristo perssonalmente. Aiutarli ci conduce a faccia a faccia con Cristo e costituisce un esempio per tutti gli altri.


9. Invitare un amico a Messa. L'Anno della Fede ha certamente una rilevanza globale, e intende promuovere un rinnovamento di fede e di evangelizzazione per l'intera Chiesa, ma un cambiamento reale avviene a livello locale. Un invito personale può davvero fare la differenza per qualcuno che si è allontanato dalla fede o si sente alieno dalla Chiesa. Tutti conosciamo persone così, per cui è bello poterli amichevolmente invitare.


10. Incarnare le Beatitudini nella vita di tutti i giorni. Le Beatitudini (Mt. 5, 3-12) forniscono un ricco programma per la vita cristiana. Metterle in pratica è molto utile per essere più umili, più pazienti, più giusti, più trasparenti, più misericordiosi e più liberi. E' precisamente l'esempio di fede vissuta che attira verso la Chiesa nell'Anno della Fede.

Sito della Conferenza Episcopale degli USA, 24/09/2012
http://www.usccb.org/news/2012/12-150.cfm
trad. it. di d. Giorgio Rizzieri

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(26/09/2012)

Caterina63
00Saturday, February 2, 2013 12:26 AM

Negli USA un Vescovo condanna una nota rivista "cattolica" troppo progressista. Quando anche in Italia?

Dopo centinaia mail di protesta inviate da lettori preoccupati e meravigliati per la deriva "apostata" di una rivista "cattolica", il Vescovo di Kansas City Mons. Finn ha puntato il dito verso il National Catholic Reporter, nota rivista catto-progressista americana, affermando che non si può più chiamare "catholic".
Dovrebbe accadere lo stesso anche in Italia per certe riviste e quotidiani "cattolici". Una tra tutte? Famiglia Cristiana! Un altro esempio? Vita Pastorale! E a volte anche l'Avvenire...
Scrivere ai Vescovi e alle redazioni, e non rinnovare più gli abbonamenti potrebbe essere una forma efficace di protesta anche qui da noi in Italia!
Roberto
 
Duello a Kansas City. Il vescovo “impresentabile” che sfida i progressisti.
Il National Catholic Reporter, giornale liberal “la pianti di dirsi cattolico”
di Paolo Rodari, da Il Foglio, del 30.1.2013
 
 

 
30 gennaio 2013 IL FOGLIO Per la prima volta nella sua storia il Catholic Kay, la storica rivista della diocesi di Kansas City-Saint Joseph (ventisette contee nello stato del Missouri), è andata a ruba.
 
S. E. Mons. Robert William Finn,
Vescovo di Kansas City
In prima pagina, infatti, c’è un attacco frontale firmato dal vescovo Robert William Finn, 59 anni (nella foto) contro quella che è probabilmente la più prestigiosa rivista cattolica di area progressista americana, il National Catholic Reporter, che tra l’altro ha la sua sede principale proprio nel cuore della città di Kansas City.

Le parole di Finn non sono equivocabili: a suo dire la rivista “dovrebbe rimuovere l’aggettivo ‘cattolico’ dal proprio nome” perché “è tutto tranne che una rivista cattolica”. Dice Finn: “Negli ultimi mesi sono stato letteralmente sommerso di e-mail e altra corrispondenza da parte di cattolici preoccupati per le posizioni editoriali del Reporter: una rivista che ufficialmente e apertamente condanna l’insegnamento della chiesa sull’ordinazione delle donne, minando con insistenza la dottrina sulla contraccezione artificiale e sulla morale sessuale in generale, diffondendo teologie dissidenti e che respingono dichiaratamente e in più punti quanto stabilisce il magistero della stessa chiesa”. Per tutti questi motivi e per “una serie di altre lamentele” che Finn non si premura di specificare, occorrerebbe che il Reporter non dichiarasse più “d’essere ciò che non è”, appunto “cattolico”.

Che il Reporter abbia tenuto dall’anno della sua fondazione – il 1964 – a oggi posizioni parecchio liberal in merito alla tradizionale dottrina cattolica è fuori di dubbio.
Ma sotto l’accusa che Finn muove al Reporter brucia anche dell’altro, un fuoco appiccato nel 2010 – l’anno del deflagrare sui media di mezzo mondo del problema dei preti pedofili – e che oggi, almeno a Kansas City, non è per nulla spento. Finn non ne parla sulla Catholic Kay, ma la pietra dello scandalo che ha provocato lo scontro frontale col Reporter ha un solo nome. Quale? Il suo.

Sono mesi che la rivista ne chiede le dimissioni dopo che, proprio nel 2010, il vescovo è stato riconosciuto colpevole da un tribunale civile di aver protetto un prete a lui sottoposto, padre Shawn Ratigan, che per anni ha scattato foto pornografiche di giovani bambine della sua parrocchia per poi, si dice, abusare di alcune minorenni.
Il giudice ha condannato Finn a due anni di libertà vigilata – si tratta del più alto prelato della chiesa cattolica americana a essere condannato per una vicenda di abusi –, a una multa di mille dollari e all’obbligo di costituire un fondo di diecimila dollari per le spese di assistenza psicologica alle famiglie delle vittime degli atti di pedofilia commessi da Ratigan.

Ciò che oggi non va giù al Reporter è il fatto che Finn non si dimetta a motivo dei suoi “evidenti errori”. E di più, che i suoi confratelli vescovi, come anche le gerarchie vaticane, non lo spingano a farlo. Che vi sia, insomma, nell’episcopato chi si contrappone alla linea della trasparenza che sembrava l’unica percorribile nel tremendo 2010.

Nonostante Finn parli di centinaia di mail arrivategli contro il Reporter, la città è in subbuglio e non tutti stanno dalla sua parte, anzi. Per molti cattolici di Kansas City alla sentenza devono per forza seguire le dimissioni. E per costringere il vescovo a farlo in tanti hanno organizzato una serie di manifestazioni per le strade della città. “Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto”, dicono. E ancora: “Il vescovo deve andarsene”. E ricordano come prima di lui i vescovi Bernard Law a Boston e Daniel Walsh a Santa Rosa hanno lasciato per non essere stati in grado di arginare i pedofili.

Scrive sulla rivista Bill Tammeus, predicatore presbiteriano: “Nessuno sta dicendo che Finn non può essere perdonato per i suoi peccati. Infatti, il perdono è proprio ciò che Dio è sempre pronto a offrire. Ma quando qualcuno in una posizione di autorità ecclesiale ha fallito in modo spettacolare tanto che anche un tribunale civile l’ha riconosciuto colpevole, ha l’obbligo di evitare ulteriori danni a colei che lo stesso Finn chiama spesso, con parole che dovrebbero farlo tremare, Santa Madre Chiesa”.

Per tutta risposta Finn ha scritto un messaggio dedicato alla Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, nel quale chiede l’intercessione del patrono dei giornalisti, san Francesco di Sales, per il Reporter, “sul quale non riesco a esercitare l’influenza che vorrei”.

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Caterina63
00Wednesday, November 13, 2013 10:31 AM


Kurtz                                                                                        Dolan


L’arcivescovo di Louisville, Joseph Kurtz è stato scelto come successore di Timothy Dolan alla guida della Conferenza Episcopale (USCCB). L'analisi del vaticanista della CNN

JOHN L. ALLEN JR

Mentre sembrava che i vescovi cattolici statunitensi si muovessero verso destra, oggi devono venire a patti con un Papa le cui parole e i gesti hanno incoraggiato l’ala progressista della Chiesa. Logicamente, questo sembrerebbe presentare ai vescovi americani tre principali opzioni:

- Resistenza, respingere la nuova posizione presa dal Papa

- Adattamento, non placare la loro posizione pro vita o la vigilanza sull’ortodossia, ma vedere questi temi dentro la nuova visione introdotta da Francesco

- Capitolazione, cambiare completamente le loro priorità e i modi di lavorare per soddisfare le aspettative popolari dell’effetto Francesco

In effetti, al loro incontro a Baltimora che si svolge fra l’11 e il 14 novembre, sembra che i vescovi abbiano scelto una via di mezzo. Individuando l’arcivescovo Joseph Kurtz di Louisville come presidente della Conferenza Episcopale quale sostituto del cardinale Timothy Dolan di New York, i vescovi hanno optato per un centrista, rinomato come promotore degli insegnamenti pro vita della Chiesa e anche un pragmatico flessibile, capace di cambiare rotta secondo le nuove direzioni stabilite da Roma.

 

DiNardo è stato eletto numero due della Conferenza episcopale con 147 voti, contro gli 87 ottenuti dall’arcivescovo Charles Chaput della diocesi di Philadelphia. Chaput è visto come la guida dell’ala conservatrice della Chiesa Usa e se fosse stato nominato lui al posto di Kurtz, i media l’avrebbero visto come un segno di resistenza alla linea del pontificato di Papa Francesco.

In realtà, però, è possibile che molti vescovi non abbiano votato Chaput per liberarlo da un peso ulteriore, visto che la situazione finanziaria e amministrativa nella sua arcidiocesi, quella di Filadelfia, è considerata come una di quelle che sono chiamate ad affrontare la sfida più difficile per un prelato americano.

Kurtz, 67 anni, è nato in Pennsylvania e ha servito come prete nella diocesi di Allentown. Oltre ai suoi studi teologici, Kurtz si è anche specializzato nel servizio sociale. Ha servito come professore e pastore prima di essere nominato vescovo di Knoxville nel Tenessee, nel 1999.

Dopo il trasferimento a Louisville nel 2007, Kurtz si è guadagnato una reputazione di amministratore efficiente e di persona affabile. Aveva quindi ottime probabilità di essere scelto per un ruolo da protagonista anche oltre i confini della sua arcidiocesi. E’ stato nominato capo del Comitato episcopale sul matrimonio e la famiglia e vice presidente della Conferenza Episcopale Usa nel 2010.

Come capo del comitato, Kurtz veniva spesso chiamato a commentare i dibattiti intorno ai matrimoni gay e difendeva sempre il magistero della Chiesa con veemenza. Nel 2010, per esempio, ha detto che legalizzare le unioni fra persone dello stesso sesso rappresenterebbe la stessa “macchia” sulla coscienza americana che la sentenza Roe v. Wade del 1973 pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che legalizzava l’aborto.

Questa sua reputazione ha portato critici come i Catholics United, un gruppo di attivisti liberali, a definire  Kurts un “culture warrior”, cioè un “guerriero della cultura”, associato con “questioni sociali controverse e di matrice tipicamente conservatrice” . Il gruppo ha consegnato una petizione con 32.000 firme a Baltimora, sollecitando i vescovi a scegliere qualcun’altro.

La maggior parte degli insider cattolici non vedono Kurtz in questo modo. Lo considerano sì un leader fortemente ortodosso, ma anche pratico. Nel 2011 e nel 2010, per esempio, Kurtz ha concesso il via libera a una fusione complessa di tre sistemi sanitari nel Kentucky, incluso un sistema cattolico, lasciando che uno degli ospedali in precedenza indipendenti continuasse a gestire un centro per donne e bambini (Center for Women and Infants). Il centro offre  servizi di contraccezione e sterilizzazione tubarica. Al tempo disse che era contento del fatto che nessuna struttura cattolica fosse stata coinvolta in queste procedure e che l’insegnamento della Chiesa era stato rispettato

Kurtz non era fra i vescovi americani che minacciavano pubblicamente di negare la comunione ai politici cattolici che favorivano il diritto di scelta della donna. Lui invece, diceva che “il momento giusto per parlare di questo era durante le discussioni private, dando a quel politico, sia uomo che donna,  l’opportunità di formare la propria coscienza.”

Kurtz ha fatto un buon lavoro come leader di una Chiesa locale.  Quando era ancora a Knoxville, la diocesi è arrivata in cima a una classifica di diocesi americane composta da Crisis magazine, basata su criteri numerici come il numero di preti operativi, di vocazioni e di adulti che sono diventati membri della Chiesa. Dopo solo un anno a Louisville ha lanciato un’aggressiva campagna amministrativa, con l’obbiettivo di raccogliere 66 milioni di dollari per promuovere le “parrocchie attive”.

In un’intervista con il National Catholic Reporter, nel 2010, Kurtz ha presentato la sua visione pastorale riguardo i dibattiti sul Vaticano II. La Chiesa, ha detto, deve mantenere “gli elementi caratteristici del Concilio Vaticano II che non vogliamo assolutamente perdere, ma senza avere la sensazione di trovarci sull’orlo del precipizio con alcuni che dicono “noi non andiamo li” e altri che si buttano senza problemi per lasciare indietro il passato ed entrare nel futuro.” 

Per quanto riguarda DiNardo, il cardinale 64enne ha un profilo simile a quello di Kurtz: ortodosso senza dubbio, ma non troppo carico dal punto di vista ideologico, un amministratore pragmatico ed efficiente che non ostenta ed è gentile. Come vice di Kurtz, DiNardo porta con sè delle caratteristiche che il nuovo presidente non ha: esperienza a Roma e nel Vaticano. DiNardo ha studiato all’Università Gregoriana e in quella Augustiniana quando era un giovane prete e poi ha servito come ufficiale della importantissima Congregazione  per i Vescovi dal 1984 al 1990 sotto la guida del defunto cardinale Bernardin Gantin.

Con le scelte odierne, i vescovi hanno accolto la diversità nella Chiesa Usa, nominando un candidato del Sud come il loro presidente e qualcuno del Sud Ovest come numero due. Su un altro piano, si potrebbe dire che l’elezione è stata un trionfo per lo Stato della Pensylvania visto che Kurtz proviene da lì e DiNardo – anche se è nato in Ohio – è cresciuto in Pensylvania  e ha servito come prete nella diocesi di Pittsburgh.


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