L'antica identità religiosa dell'Etiopia "la croce nella roccia" e san Giustino de Jacobis

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Caterina63
00Friday, January 28, 2011 7:00 PM

L'antica identità religiosa dell'Etiopia

La croce nella roccia


di Lucetta Scaraffia

Per quanti credono - e non sono pochi - che il cristianesimo sia una religione moderna e occidentale, destinata quindi a sfociare nella secolarizzazione, sarebbe veramente utile un viaggio in Etiopia, e in particolare a Lalibela, centro religioso costruito mille anni fa come memoria e sintesi della tradizione cristiana iscritta nella terra africana. In una delle regioni abitate dalle più antiche forme umane e dove il cristianesimo è radicato fin dai primi secoli della nostra era, lasciando non solo segni indelebili nello spazio, ma anche una forte identità culturale che ha resistito a secoli di persecuzioni e di  isolamento  dal  resto  della  cristianità.

A Lalibela la chiesa dedicata a san Giorgio è un monolite di basalto rosato scavato nella roccia a forma di croce:  una croce perenne, quindi, iscritta all'interno stesso della terra africana, che sembra suggellare questo stretto e antico legame fra Africa e tradizione cristiana.
 
Le chiese accanto - dedicate al Golgota, alla madre di Dio e al Salvatore, anch'esse scavate nella roccia a suggerire la perennità della religione che rappresentano - ricordano una mezza croce e costituiscono, in forma architettonica, una summa della teologia della salvezza:  il Golgota sulla tomba di Adamo, la basilica mariana con affreschi che ricordano i numerosi episodi del Nuovo Testamento in cui sono protagoniste le donne, ma anche il pilastro di luce che rappresenta lo Spirito Santo operante l'Incarnazione e sul quale si narra sia scolpita tutta la storia umana, e infine il trionfo del Salvatore, cioè il compimento della salvezza.

Centri di pellegrinaggio e luoghi di culto frequentatissimi - che secondo la tradizione conservano l'Arca dell'Alleanza in un luogo dove i profani non possono entrare - sono testimonianza vivente di una fede appassionata e di una identità conservata a prezzo di sacrifici, che oggi sa armonizzarsi con le nuove presenze cristiane nel Paese, in particolare le numerose missioni cattoliche. I cattolici, infatti, che in Etiopia sono poco più dell'uno per cento della popolazione, sono presenti con scuole e ospedali, orfanotrofi e opere tese a recuperare le frange più disgraziate di una delle popolazioni più povere del mondo, come i ragazzi di strada.

Una collaborazione fattiva e indispensabile, che riesce a coniugare il dinamismo occidentale con il rispetto per questa antichissima cultura cristiana. L'Etiopia testimonia infatti la ricca realtà del cristianesimo orientale, la sua tradizione, la capacità di costruire una cultura cristiana forte e duratura, che ha al suo attivo una lunga convivenza con religioni diverse senza indebolire la propria identità.

Ma oggi - come mi ha spiegato l'arcivescovo di Addis Abeba, monsignor Berhaneyesus Demerew Souraphiel - proprio a causa della povertà l'ortodossia è in crisi:  l'emigrazione diretta verso i Paesi arabi diventa causa di conversione all'islam, e anche di disgregazione del tessuto sociale. Così le famiglie si dividono, i figli sono abbandonati e l'inizio di flussi turistici verso i luoghi storici cristiani comincia a suscitare forme organizzate di accattonaggio e di prostituzione, anche minorile.

La fierezza e il coraggio con cui questa antica identità cristiana è stata difesa nei secoli sembrano oggi infrangersi, in molti casi, proprio davanti a questo impatto fra un mondo poverissimo e le speranze che suscita il contatto, se pure ancora limitato, con la modernità occidentale. I cattolici vengono in aiuto ai loro fratelli in difficoltà, cercando di limitare i danni provocati da una globalizzazione incombente che si sposa a una antica miseria, e in cambio ne ricevono aiuto spirituale, lezioni di attenzione alla liturgia e di attaccamento a una terra che pure è aspra, e soprattutto la testimonianza di come si può resistere a tante condizioni avverse senza rinunciare alla propria identità religiosa.

Il popolo testimonia con la sua stessa esistenza la croce scavata nella roccia del suolo africano da più di mille anni. Così, finché l'Etiopia difenderà la sua antichissima identità religiosa, l'Africa continuerà a mantenere un collegamento vitale con le sue indubbie radici cristiane. Per questo è particolarmente importante il progetto di una nuova e grande università cattolica che possa diventare - spiega l'arcivescovo - il luogo di preparazione di nuove élites politiche capaci di rispettare la dignità dell'essere umano, occasione di incontro e scambio tra studenti di etnie e religioni diverse che imparano a convivere e a discutere insieme, nel rispetto reciproco.

Certo, in un Paese dove molti sono i bambini che muoiono di denutrizione e malaria, dove aumenta costantemente il numero dei ragazzi abbandonati, a prima vista il progetto di una università non sembra di prima necessità. E invece questo progetto della Chiesa cattolica è importante e merita aiuto perché può servire a creare un futuro all'Africa, rafforzando al tempo stesso l'identità cristiana di una delle Chiese orientali più antiche e gloriose.



(©L'Osservatore Romano - 29 gennaio 2011)



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Ecco la Chiesa di San Giorgio, la più bella o forse solo la più conosciuta delle chiese cristiane di Lalibela:

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Nel XIII secolo, un grappolo di cristiani d’Africa discendenti di un’Etiopia divenuta precocemente cristiana (300 c.a), costruì la sua Gerusalemme in un'area 'dimenticata' sull’altopiano più vasto del continente, a 2500 mt. slm. e nel cuore di un territorio popolato da mussulmani (attualmente l’Etiopia conta il 40% circa di popolazione mussulmana).

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Furono 11 le chiese realizzate. E sulla loro realizzazione la leggenda vuole che fosse San Giogio stesso a vigilare. Sono chiese abbarbicate alla roccia oppure scavate nella pietra vulcanica di color rosaceo, incantevoli monoliti sagomati nel tufo senza murature né legno.

Quella di San Giorgio resta invisibile al pellegrino finché il passo non si arresta sul bordo della vora di 13 metri in cui giace.

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Caterina63
00Friday, January 28, 2011 7:06 PM
Croce per Etiopia


croce per Etipia

Caterina63
00Saturday, January 29, 2011 12:56 PM
UDIENZA ALLA COMUNITÀ DEL PONTIFICIO COLLEGIO ETIOPICO IN VATICANO, 29.01.2011

Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza la Comunità del Pontificio Collegio Etiopico in Vaticano, e rivolge ai presenti le seguenti parole:

                                    Pope Benedict XVI passes in front of a Swiss Guard as he arrives to lead his weekly general audience in Paul VI hall at the Vatican on January  26, 2011.

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di accogliervi per la felice circostanza del 150° anniversario della nascita al Cielo di san Giustino De Jacobis. Saluto cordialmente ciascuno di voi, cari sacerdoti e seminaristi del Pontificio Collegio Etiopico, che la Divina Provvidenza ha posto a vivere vicino al sepolcro dell’Apostolo Pietro, segno degli antichi e profondi legami di comunione che uniscono la Chiesa in Etiopia ed in Eritrea con la Sede Apostolica. Saluto in modo speciale il Rettore, Padre Teclezghi Bahta, che ringrazio per le cortesi espressioni con cui ha introdotto il nostro incontro, ricordando le diverse e significative circostanze che lo hanno suggerito. Vi accolgo oggi con particolare affetto e, insieme a voi, mi è caro pensare alle vostre comunità di origine.

                                                   

Vorrei ora soffermarmi sulla luminosa figura di san Giustino De Jacobis, del quale avete celebrato il significativo anniversario lo scorso 31 luglio. Degno figlio di san Vincenzo de’ Paoli, san Giustino visse in modo esemplare il suo "farsi tutto a tutti", specialmente al servizio del popolo abissino. Inviato a trentotto anni dall’allora Prefetto di Propaganda Fide, il Cardinale Franzoni, come missionario in Etiopia, nel Tigrai, lavorò prima ad Adua e poi a Guala, dove pensò subito a formare preti etiopi, dando vita ad un seminario chiamato "Collegio dell’Immacolata". Con il suo zelante ministero operò instancabilmente perché quella porzione di popolo di Dio ritrovasse il fervore originario della fede, seminata dal primo evangelizzatore san Frumenzio (cfr PL 21, 473-80). Giustino intuì con lungimiranza che l’attenzione al contesto culturale doveva essere una via privilegiata sulla quale la grazia del Signore avrebbe formato nuove generazioni di cristiani. Imparando la lingua locale e favorendo la plurisecolare tradizione liturgica del rito proprio di quelle comunità, egli si adoperò anche per un’efficace opera ecumenica. Per oltre un ventennio il suo generoso ministero, sacerdotale prima ed episcopale poi, andò a beneficio di quanti incontrava e amava come membra vive del popolo a lui affidato.

Per la sua passione educativa, specialmente nella formazione dei sacerdoti, può essere giustamente considerato il patrono del vostro Collegio; infatti, ancora oggi questa benemerita Istituzione accoglie presbiteri e candidati al sacerdozio sostenendoli nel loro impegno di preparazione teologica, spirituale e pastorale. Rientrando nelle comunità di origine, o accompagnando i connazionali emigrati all’estero, sappiate suscitare in ciascuno l’amore a Dio e alla Chiesa, sull’esempio di san Giustino De Jacobis. Egli coronò il suo fecondo contributo alla vita religiosa e civile dei popoli abissini con il dono della sua vita, silenziosamente riconsegnata a Dio dopo molte sofferenze e persecuzioni. Fu beatificato dal Venerabile Pio XII il 25 giugno 1939 e canonizzato dal Servo di Dio Paolo VI il 26 ottobre 1975.

Anche per voi, cari sacerdoti e seminaristi, è tracciata la via della santità! Cristo continua ad essere presente nel mondo e a rivelarsi attraverso coloro che, come san Giustino De Jacobis, si lasciano animare dal suo Spirito. Ce lo ricorda il Concilio Vaticano II che, tra l’altro, afferma: "Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo (cfr 2 Cor 3,18), Dio manifesta vivamente agli uomini la sua presenza ed il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla e ci mostra il contrassegno del suo Regno" (Cost. dog. Lumen gentium, 50).

Cristo, l’eterno Sacerdote della Nuova Alleanza, che con la speciale vocazione al ministero sacerdotale ha "conquistato" la nostra vita, non sopprime le qualità caratteristiche della persona; al contrario, le eleva, le nobilita e, facendole sue, le chiama a servire il suo mistero e la sua opera. Dio ha bisogno anche di ciascuno di noi "per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù" (Ef 2,7).

Nonostante il carattere proprio della vocazione di ciascuno, non siamo separati tra di noi; siamo invece solidali, in comunione all’interno di un unico organismo spirituale. Siamo chiamati a formare il Cristo totale, un’unità ricapitolata nel Signore, vivificata dal suo Spirito per diventare il suo "pleroma" e arricchire il cantico di lode che Egli innalza al Padre. Cristo è inseparabile dalla Chiesa che è il suo Corpo. E’ nella Chiesa che Cristo congiunge più strettamente a sé i battezzati e, nutrendoli alla Mensa eucaristica, li rende partecipi della sua vita gloriosa (cfr Lumen gentium, 48). La santità si colloca quindi nel cuore stesso del mistero ecclesiale ed è la vocazione a cui tutti siamo chiamati.

I Santi non sono un ornamento che riveste la Chiesa dall’esterno, ma sono come i fiori di un albero che rivelano la inesauribile vitalità della linfa che lo percorre. E’ bello contemplare così la Chiesa, in modo ascensionale verso la pienezza del Vir perfectus; in continua, faticosa, progressiva maturazione; dinamicamente sospinta verso il pieno compimento in Cristo.

Cari sacerdoti e seminaristi del Pontificio Collegio Etiopico, vivete con gioia e dedizione questo periodo importante della vostra formazione, all’ombra della cupola di San Pietro: camminate con decisione sulla strada della santità. Voi siete un segno di speranza, specialmente per la Chiesa nei vostri Paesi di origine. Sono certo che l’esperienza di comunione vissuta qui a Roma vi aiuterà anche a portare un prezioso contributo alla crescita e alla pacifica convivenza delle vostre amate Nazioni. Accompagno il vostro cammino con la mia preghiera e, per intercessione di san Giustino De Jacobis e della Vergine Maria, vi imparto con affetto la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle Suore di Maria Bambina, al Personale della Casa e a tutte le persone a voi care.

Caterina63
00Tuesday, March 1, 2011 3:21 PM

Etiopia: l’1% di cattolici gestisce il 90% dell’assistenza sociale


Intervista al Vicario apostolico di Soddo-Hosanna


ROMA, lunedì, 28 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Gli Atti degli Apostoli raccontano che uno dei primi convertiti al Cristianesimo è stato un etiope. Già nel quarto secolo l’Etiopia aveva adottato la fede cattolica come religione ufficiale; uno dei primo Paesi ad averlo fatto. Oggi, tuttavia, i cattolici sono meno dell’1% della popolazione. Ma nonostante l’esiguo numero gestiscono ben il 90% dei programmi sociali del Paese.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Vescovo Rodrigo Mejía Saldarriaga, Vicario apostolico di Soddo-Hosanna, spiega qual è il lavoro portato avanti dalla Chiesa.

Lei è nato, cresciuto ed è stato ordinato in Colombia. Come mai si trova in Europa?

Mons. Mejía: Sono arrivato in Africa nel 1963. Non in Etiopia, ma in Congo, all’epoca in cui era ancora annesso al Belgio, dove ho lavorato per circa 20 anni. Poi mi sono trasferito in Kenya dove sono stato missionario per 14 anni e ora sono più di 10 anni che mi trovo in Etiopia.

Qual è la cosa più difficile a cui si è dovuto adattare quando è arrivato in Africa?

Mons. Mejía: Direi che la sfida più grande è stata quella di adattarsi a due mentalità allo stesso tempo: quella africana da un lato e quella dei missionari europei dall’altra, perché ero praticamente l’unico dell’America latina e dovevo lavorare con gli europei, per gli africani.

Come descriverebbe la mentalità africana?

Mons. Mejía: La gente africana è aperta, allegra e diretta nel comunicare. È facile capire cosa pensa un africano. Gli europei, invece, sono più riservati e sono orientati più dalla testa che dal cuore.

Avendo vissuto in così tanti Paesi diversi, cosa trova di originale nella fede degli etiopi?

Mons. Mejía: Il Cristianesimo in Etiopia è fortemente segnato dalla tradizione ebraica, perché in Etiopia, prima del Cristianesimo, c’è stata una presenza ebraica. E ancora oggi vi sono tradizioni e usanze che risalgono all’Antico Testamento. Per esempio, non mangiano maiale e digiunano due volte a settimana.

Qual è il panorama religioso nell’Etiopia odierna?

Mons. Mejía: L’Etiopia è il più antico Paese cristiano e quello più convintamente cristiano di tutta l’Africa. Il 45% è ortodosso, il 4-5% è protestante, circa il 30% è musulmano e il restante appartiene alle religioni africane tradizionali. Questa è, grosso modo, la composizione religiosa del Paese.

Sebbene i cattolici rappresentino meno dell’1% della popolazione, la Chiesa cattolica gestisce più del 90% dei programmi sociali in Etiopia. Come è stato possibile?

Mons. Mejía: Credo che questo sia dovuto al generale orientamento della Chiesa cattolica alle missioni: e cioè al fatto che non andiamo ad evangelizzare solo le anime, come in passato, ma le persone. L’Etiopia è un Paese molto povero, con grandi carenze sociali, nel campo dell’istruzione e della sanità.

Di che tipo di povertà si tratta? Qual è il salario medio?

Mons. Mejía: Secondo l’indice di sviluppo umano elaborato dalle Nazioni Unite, l’Etiopia è il quarto Paese più povero al mondo, con carenze nell’istruzione, nell’alimentazione e nell’occupazione. La popolazione ammonta a più di 70 milioni di persone, il che rende l’Etiopia il secondo Paese più popoloso dell’Africa, dopo la Nigeria.

Ma non è un Paese povero di risorse agricole: ne ha in abbondanza ed è ricco di minerali. Perché non è in grado di svilupparsi?

Mons. Mejía: La terra è buona, è vero, ma l’agricoltura è gestita in modo molto, molto tradizionale. È una sorta di agricoltura di sussistenza. L’Etiopia è il Paese più montuoso dell’Africa e quindi dipende molto dall’acqua piovana. La siccità è infatti un dramma per i contadini.

Che tipo di programmi ha messo in atto la Chiesa?

Mons. Mejía: La Chiesa cattolica è riconosciuta per le sue istituzioni scolastiche, dall’asilo alla scuola secondaria e, più di recente, esiste un progetto per avviare una università cattolica nella capitale ed eventualmente nelle altre città, con diversi campus. La Chiesa cattolica è nota per il suo impegno nell’educazione perché siamo convinti che l’istruzione sia il primo passo per uscire dalla povertà.

I cristiani rappresentano il 45% della popolazione, ma esiste anche un buon numero di musulmani. Cosa pensano i musulmani del lavoro della Chiesa e della sua forte presenza, soprattutto in relazione a questo tipo di programmi?

Mons. Mejía: Storicamente l’Etiopia è sempre stata considerata – anche agli albori dell’Islam – un Paese cristiano in Africa, e loro lo hanno accettato. Durante la persecuzione contro i musulmani, e anche ai tempi di Maometto, l’Etiopia accoglieva i musulmani come rifugiati. Sin da allora, i musulmani sono stati fedeli alla promessa di rispettare l’Etiopia. È una tradizione, una tradizione orale, che vige ancora oggi.

I cristiani e i musulmani lavorano insieme in questo modo anche per il bene del Paese?

Mons. Mejía: Generalmente, sì. I musulmani non sono aggressivi e sono rispettosi. E le nostre istituzioni sociali sono aperte a tutti: ortodossi, musulmani e africani di diverse religioni.

Per esempio, nelle scuole, qual è la percentuale di studenti musulmani?

Mons. Mejía: Non ho i dati precisi. Con i più piccoli, i musulmani hanno avviato le proprie scuole coraniche. Nelle nostre scuole secondarie, direi che il 10-15% è musulmano.

Lei vede nel panorama politico delle ripercussioni dovute a questo aspetto? Ovvero, che i musulmani, essendo passati attraverso un’educazione cattolica, sono più aperti al Cristianesimo, non per convertirsi, ma certamente per collaborare insieme?

Mons. Mejía: Questo è un punto interessante, perché anche se abbiamo istituzioni cattoliche, non le utilizziamo per l’educazione cattolica in quanto tale. Almeno esplicitamente. La religione non è neanche insegnata nelle nostre scuole cattoliche.

Non vi è permesso?

Mons. Mejía: No, insegniamo religione ai cattolici delle nostre scuole, ma al di fuori del tempo scolastico e del programma scolastico, e dobbiamo seguire il programma ufficiale prescritto dal Paese.

Lei è Vescovo della diocesi di Soddo-Hosanna. Qual è per lei la sfida più grande come pastore di questa diocesi?

Mons. Mejía: La sfida più immediata è quella della siccità. Dopo essere stato nominato, abbiamo avuto cinque mesi senza pioggia. La terra è buona ma queste persone vivono sempre al livello di sussistenza e di povertà. Quando arriva una siccità come questa, sono costretti a mangiare i semi e quindi in quei momenti non hanno nulla da mangiare. Questa è la povertà vera e questa siccità è stata una delle prime sfide che ho dovuto affrontare.

Qual è l'impegno della Chiesa in questo ambito? Collabora con gli aiuti alimentari?


Mons. Mejía: Anzitutto dobbiamo lavorare con il governo locale ed essere in sintonia con loro: chiedere autorizzazioni ufficiali per importare cibo e per distribuirlo. Poi possiamo contare con la generosità della gente all’estero da cui riceviamo cibo o denaro per comprare cibo localmente. Talvolta la siccità è molto localizzata ed esiste cibo nelle altre parti del Paese. In questi casi non dobbiamo importarlo dall’estero.

Che appello si sente di fare ai cattolici sparsi nel mondo, in qualità di pastore di questa diocesi e per l’Etiopia in generale?

Mons. Mejía: L’appello più ovvio è quello di essere sensibili e di conoscere l’Etiopia molto meglio, perché sembra che l’Etiopia appaia in TV e sulla radio solo quando vi sono dei problemi: quando vi è una carestia o quando ci sono guerre e conflitti, cosa che purtroppo tende a dare un’immagine negativa dell’Etiopia. Questo è invece un Paese fantastico, che offre una varietà di culture ed è un luogo molto bello con tante cose da contemplare e ammirare.

Per i cristiani, la parola chiave è solidarietà. Solidarietà con gli etiopi, nella loro sofferenza e nella loro povertà, perché sentiamo che dopo la Guerra fredda e il crollo del Muro di Berlino, l’Europa sia più orientata verso l’Est europeo, dove vi sono nuovo mercati in cui investire, mentre l’Africa in generale e l’Etiopia vengono dimenticati.

Sul piano pastorale, quali sono le sue necessità quotidiane?

Mons. Mejía: Nel nostro vicariato abbiamo 34 asili che appartengono alla Chiesa cattolica. Questi asili non godono di rette scolastiche da parte dei bambini o delle famiglie. E oltre all’istruzione, gli forniamo anche una piccola porzione di cibo ogni giorno a metà mattinata.

Questo è l’unico pasto che ricevono?

Mons. Mejía: Praticamente, sì. Se non diamo questo pasto, gli insegnanti vedono che i bimbi si addormentano e sono molto affamati. Quindi è un grande servizio e i genitori mandano i figli all’asilo non tanto per l’educazione che ricevono ma per il cibo. Abbiamo quindi bisogno di sostegno per mantenere questi istituti e talvolta i nostri benefattori ci dicono: “vi aiutiamo all’inizio ma non per le spese correnti”. Sembra molto logico che un istituto debba essere autosufficiente, ma nel nostro contesto è molto, molto difficile, anche se cerchiamo di sensibilizzare la gente perché diano il loro contributo localmente. E lo fanno per quanto possono, ma le difficoltà restano.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l'organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.


Where God Weeps:
www.WhereGodWeeps.org

Aiuto alla Chiesa che soffre:
www.acn-intl.org

Caterina63
00Monday, August 1, 2011 5:51 PM
L'arcivescovo prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli ha chiuso a San Fele le celebrazioni
per il centocinquantesimo anniversario della morte di Giustino de Jacobis, testimone del Vangelo in Etiopia tra il 1839 e il 1860

Di fronte all'umanità sofferente

Proprio quella terra tanto amata dal santo vescovo di Nilopolis
attende oggi gesti di solidarietà per sfuggire a una tragica fine

 

di FERNANDO FILONI

Il 31 luglio a San Fele (Potenza) - città natale di Giustino de Jacobis, missionario lazzarista ed evangelizzatore dell'Etiopia - l'arcivescovo prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ha celebrato la messa conclusiva delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della morte del santo vescovo (il 31 luglio 1860 a Zula in Eritrea). Pubblichiamo quasi integralmente il testo dell'omelia.

"Sentì compassione per loro e guarì i loro malati" (Matteo, 14, 15). Gesù dà inizio a una serie di guarigioni che sembrano non finire mai. Sfila davanti a lui tutta l'umanità sofferente. Tante persone inferme vengono rimesse in piedi. Un'azione incredibile e ininterrotta, anche se Gesù sa bene che il prodigio che è venuto a operare dovrà entrare in profondità. Il cuore dell'uomo sarà il centro della sua missione. È disceso sulla terra, infatti, per rivelare il volto misericordioso del Padre che "vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità" (1 Timoteo, 2, 4).


Ho accolto con gioia l'invito a presiedere questa Eucaristia che conclude il ciclo di celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita al Cielo di san Giustino de Jacobis, evangelizzatore dell'Etiopia, oltre che apostolo del nostro popolo. Questa terra è stata fecondata dalla sua eroica testimonianza di vita. Era giusto, quindi, commemorarne l'esemplare figura di missionario che, come il servo di Dio, Papa Paolo VI ebbe a dire il 26 ottobre 1975, in occasione della sua canonizzazione, "ha un solo torto, quello di essere troppo poco conosciuto".
Nasce a San Fele il 9 ottobre 1800. Si sposta con la famiglia a Napoli e, in seguito, in Puglia dove prosegue gli studi teologici. Ordinato sacerdote nella cattedrale di Brindisi, come religioso lazzarista, dopo dodici anni di ministero in quella regione, torna a Napoli per assistere i malati di colera. A seguito di un appello lanciato da Propaganda Fide al suo istituto religioso, a 38 anni padre Giustino parte per il nord dell'Etiopia.

Impara ad amare il popolo Abissino, la sua cultura e le sue tradizioni. Dedica tutto se stesso allo studio del ghe'ez, la lingua liturgica indispensabile per comprendere i testi sacri dell'antica tradizione teologica etiopica. A dieci anni dal suo arrivo in Etiopia, diventa vicario apostolico dell'Abissinia, ed è ordinato vescovo dal cardinale Guglielmo Massaia.

Oltre a realizzare un seminario per il clero indigeno, dà vita a tante stazioni missionarie. All'evangelizzazione delle città preferisce quella delle aree più rurali e depresse del Paese, popolate dai più poveri e più umili.
Sceglie uno stile di vita missionaria itinerante, modalità alla quale rimane fedele fino alla morte, mantenendo una metodologia missionaria di basso profilo. Con una piccola tenda va in giro per i villaggi. Si sposta a piedi aiutandosi con un bastone. Trova riparo nelle grotte, dormendo con i pastori e il loro bestiame. Subisce prove di ogni tipo, compresi cinque anni di esilio, a seguito della persecuzione del negus Teodoro II.

Uomo mite e generoso, si spende nell'apostolato e nella formazione del clero locale. Patisce la fame, la sete, e subisce pure il carcere. Muore a Zula, in Eritrea, il 31 luglio 1860. Lì le sue spoglie sono conservate e venerate.
La singolare figura di san Giustino illumina una domenica che la liturgia dedica al tema del pane, preludio dell'Eucaristia, "il pane vivo disceso dal cielo" (Giovanni, 6, 51).

L'evangelista Matteo lascia intendere quanto straordinario fosse l'intuito della gente, capace di rincorrere quasi pedinandolo quel giovane messia di Nazaret. Uomini e donne lasciano le occupazioni quotidiane per correre dietro a lui. Conquistati dalle sue parole, essi lo seguono dappertutto. Lo precedono perfino oltre il lago, il luogo che doveva rimanere "segreto". Gesù aveva necessità di un po' di riposo, ma l'amore vince. Condividere gli affanni e le preoccupazioni della folla, ascoltarne le pene è parte della sollecitudine del pastore.
Eccolo, dunque, ancora pronto ad alleviare il pesante fardello dell'umanità sofferente. La debolezza altrui, usata da alcuni per discriminare o asservire, è per lui opportunità di grazia.

È difficile che si cerchi Gesù per Gesù, ossia per quella missione che il Padre gli ha affidato. Talvolta lo si rincorre per ragioni altre: un incitamento, un favore, una guarigione. La gente è talmente ubriaca di meraviglia per i prodigi operati da lui che non si accorge che cala la sera. Il buio coglie tutti impreparati e pone il problema del cibo, tanto più che il luogo è isolato. Di fronte al pressante invito degli apostoli a congedare la folla, Gesù dirà: "Date loro voi stessi da mangiare" (v. 16).

Gesù ha in mente un segno eclatante che, tuttavia, non vuole gestire da solo. Chiede collaborazione e gli viene offerto il contributo di cinque pani d'orzo e di due pesci. Il poco diventa occasione di sazietà se vissuto come dono: si trasforma, invece, in miseria se trattenuto per la propria ingordigia. Dio ha bisogno di noi per moltiplicare la sua presenza di amore.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci è anticipazione dell'Eucaristia, un alimento vero, non metaforico: "La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda" (Giovanni, 6, 55) (cfr. Ecclesia de Eucharistia, 16). Con soli cinque pani e due pesci vengono sfamati più di cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini, dunque una folla di sette-ottomila persone. Non erano tutti meritevoli. Tra la folla c'erano persone buone e peccatori, discepoli e curiosi, amici e oppositori. Gesù non fa discriminazione. Nel momento della fame per lui sono tutti uguali. Davanti a Gesù non c'è un conto da pagare, né alcun merito da vantare. Un'abbondante cena di pesce con del buon pane gratis. La fame è un argomento sufficiente perché egli compia il miracolo.

L'indigenza continua a bussare alle porte della storia. Ce lo va ripetendo in queste settimane il Santo Padre Benedetto XVI, ricordando che quasi dodici milioni di Africani rischiano di morire per la carestia e la siccità che ha colpito il Corno d'Africa. Proprio quella terra amata da san Giustino de Jacobis alla quale si legò per sempre. Un popolo immenso lì attende gesti di solidarietà o una tragica fine. Perché tutti possano sedersi alla mensa del Pianeta occorre che i figli di un mondo spesso sprecone condividano le proprie risorse con coloro che vivono l'umiliazione della denutrizione.
"Date voi stessi da mangiare" è un ordine preciso di Gesù.

Laddove, poi, il benessere di alcuni viene costruito sull'impoverimento di altri c'è pure un dovere di restituzione. Ma la moltiplicazione dei pani e dei pesci si proietta su un'altra moltiplicazione di cibo che viene dall'Alto, sull'Eucaristia, cibo per la vita eterna. Ogni volta che noi celebriamo l'Eucarestia avviene il miracolo di Dio che si dà tutto a tutti. Gesù è la risposta piena e duratura alla fame di assoluto che abita il cuore umano. Oggi come ieri moltitudini di creature cercano Gesù, hanno fame di lui che prova compassione, ma chiede collaborazione. Ha bisogno di discepoli pronti a partire per dividere il pane della vita eterna.

"Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati" (v. 20). Le più antiche raffigurazioni dell'Eucaristia mostrano un canestro con cinque pani e, ai lati, due pesci. Anche ciò che stiamo facendo in questo momento è una moltiplicazione dei pani: il pane della Parola e il pane dell'Eucaristia. A noi venuti a celebrare i santi misteri è affidato poi anche il compito: di "raccogliere i pezzi avanzati", di far giungere la Parola anche a chi non ha partecipato al banchetto. Cari amici, a ognuno di noi è affidato il compito di farci ripetitori e testimoni del messaggio avuto in dono.

Questi pensieri li aveva ben capiti san Giustino de Jacobis che mediante strumenti semplici aveva saputo fare spazio all'opera di Dio tra la propria gente. A centocinquant'anni anni dalla morte la sua memoria è viva in Etiopia e in Eritrea.

Dopo san Frumenzio, chiamato "il rivelatore della Luce", i cattolici Eritrei ed Etiopici considerano san Giustino il loro nuovo padre nella fede perché, attraverso un'instancabile attività, ha fatto rivivere la Chiesa cattolica nella loro terra. Affidiamo a Dio, in questa stagione di fatica, le difficoltà della Chiesa missionaria particolarmente in Africa e le inevitabili prove di questa Chiesa diocesana. Il Signore Gesù ci doni zelo apostolico, lungimiranza di fede e carità operosa.



(©L'Osservatore Romano 1-2 agosto 2011)

Caterina63
00Monday, August 1, 2011 5:54 PM
La sua metodologia missionaria

Credibilità di un esempio


di GIANPAOLO ROMANATO

Sappiamo poco dei missionari. Eppure sono stati loro a scrivere le pagine forse più belle della vita della Chiesa. Pagine intrise non soltanto di eroico ardore apostolico ma anche di straordinario ardimento e di autentica intelligenza. Fino alla fine dell'Ottocento - e in non pochi casi fino a pochi anni or sono - i missionari si inoltravano da soli in terre sconosciute, avvicinavano popoli ignoti, non disponevano né di aiuti né di carte geografiche.

Dovevano cavarsela in ogni circostanza e davanti a qualsiasi pericolo, imparare lingue incredibili, procurarsi i mezzi di sostentamento, mimetizzarsi in mezzo a gente che li ignorava e spesso li rifiutava, inventare nuove forme di apostolato e adattarle alle situazioni che via via incontravano. Molti di loro, lontani per anni da tutto e da tutti, tagliati fuori da ogni comunicazione, morirono in totale solitudine, senza una mano amica che ne raccogliesse l'ultimo respiro.

Eppure da questi uomini, la maggior parte dei quali rimangono ignoti, sono venuti contributi decisivi al progresso delle esplorazioni, della linguistica, della geografia, della cartografia, dell'etnologia, della botanica, della zoologia. Per non parlare di quella che oggi chiamiamo interculturalità. Non è, dunque, solo la storia ecclesiastica ad avere un debito nei loro confronti.

Uno di questi uomini fu Giustino de Jacobis, nato in provincia di Potenza allo scoccare del secolo, nel 1800. Proveniva da una famiglia benestante e a diciotto anni entrò nel noviziato dei lazzaristi. Ordinato nel 1824, trascorse i primi dieci anni del suo ministero operando nelle missioni itineranti del mezzogiorno d'Italia, soprattutto in Campania e Puglia. Poi fu per due anni responsabile della comunità di Lecce, brillando più per zelo sacerdotale che per capacità amministrative, e quindi direttore del noviziato di Napoli, dove giunse mentre era in corso una grave epidemia di colera. Mentre era in questa città maturò il progetto di destinarlo alla missione in Africa.

Per la Chiesa, messa alle corde dall'avanzare della modernità, erano anni difficili, mentre si avvicinavano due appuntamenti drammatici: l'unificazione italiana e la fine dello Stato pontificio. La scelta della linea antiliberale e intransigente da parte di Gregorio XVI (1831-1846) aggravò il conflitto fino a renderlo irrimediabile. Eppure fu questo Pontefice, già prefetto di Propaganda Fide, che riaprì le strade della missione, gravemente compromesse dagli eventi rivoluzionari dei decenni precedenti. Ma il vero stratega della rinascita missionaria in Africa, in Asia, nelle Americhe, in Oceania fu Filippo Fransoni, successore del Pontefice a capo della congregazione di Propaganda, che guidò con sapienza e intelligenza dal 1834 fino alla morte, avvenuta nel 1856.

Fu proprio il cardinale, in visita a Napoli nell'ottobre del 1838, che convinse definitivamente de Jacobis ad accettare di andare in Abissinia, dove questi giunse a metà ottobre dell'anno seguente, al termine di cinque mesi di viaggio allucinante, prima nel Mediterraneo, poi risalendo l'Egitto lungo il corso del Nilo, quindi attraverso il deserto fino al mar Rosso e a Massaua, e poi su per le montagne per raggiungere Adua, che era la meta, a quasi duemila metri di altitudine. In Abissinia, l'attuale Eritrea, trascorrerà i restanti vent'anni della sua vita - salvo un breve ritorno a Roma nel 1841 - che ora possiamo finalmente conoscere grazie allo studio del comboniano Antonio Furioli (Vangelo e testimonianza. L'esperienza di san Giustino de Jacobis in Abissinia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2008).

In una situazione politicamente e religiosamente difficile, dovendo muoversi fra incessanti turbolenze politiche (conoscerà per alcuni mesi anche il carcere) e la comprensibile diffidenza dell'ambiente copto locale, de Jacobis proseguì e perfezionò l'opera dell'altro missionario lazzarista che l'aveva preceduto, Giuseppe Sapeto, il quale poi lascerà la missione e diverrà uno dei battistrada del colonialismo italiano in quella regione (su di lui si veda ora lo studio di Francesco Surdich, L'attività missionaria, politico-diplomatica e scientifica di Giuseppe Sapeto. Dall'evangelizzazione dell'Abissinia all'acquisto della baia di Assab, Comunità Montana Alta Val Bormida, Millesimo, 2005).

Quale fu l'apporto di de Jacobis alla metodologia missionaria? Come i gesuiti in Estremo Oriente nei secoli precedenti e come farà Daniele Comboni nel vicino Sudan pochi anni dopo di lui, il sacerdote lucano applicò con sapienti adattamenti il metodo dell'inculturazione. Che significa immedesimazione nel luogo in cui si opera, adottandone la lingua, il modo di vivere e di vestire, lo stile, le abitudini, le forme liturgiche.

Insomma, come Ricci si era fatto cinese fra i cinesi, come Valignano era stato giapponese fra i giapponesi, come Comboni sarà sudanese fra i sudanesi, così de Jacobis fu abissino fra gli abissini. Di suo aggiunse l'umiltà, la pacatezza dei modi, la disponibilità verso tutti, l'attenzione che pose nell'astenersi da ogni controversia locale, anche teologica, la cura con cui evitò di dare alla sua missione ogni apparenza di privilegio e di prevaricazione. L'esempio più che le parole dovevano renderlo credibile. Nello studio prima citato Furioli riassume così la sua metodologia: mantenere buone relazioni con le autorità locali, tanto civili quanto ecclesiastiche; evitare inutili controversie teologiche; non creare fondazioni missionarie appariscenti e adottare uno stile di vita itinerante, povero, retto, vicino al popolo; tenersi alla larga dalle questioni politiche.

In questo fu perfettamente in sintonia con l'altro grande missionario inviato da Roma nel territorio a sud dell'Abissinia, cioè nell'attuale Etiopia: Guglielmo Massaja. E anche questa figura oggi ci è meno sconosciuta grazie all'opera di Mauro Forno (Tra Africa e Occidente. Il cardinale Massaja e la missione cattolica in Etiopia nella coscienza e nella politica europee, Bologna, il Mulino, 2009).

Sarà proprio Massaja, secondo il mandato ricevuto da Roma, a consacrare vescovo il riluttante de Jacobis l'8 gennaio 1849. Negli undici anni che gli restarono da vivere (morì nel 1860 e le sue spoglie riposano in Eritrea) pose le fondamenta di quella che oggi è la Chiesa cattolica etiope. La causa di canonizzazione fu avviata nel 1904, durante il pontificato di Pio X, e si concluse nel 1975, quando Paolo VI lo proclamò santo indicandolo come una figura esemplare di uomo, di sacerdote e di missionario.



(©L'Osservatore Romano 1-2 agosto 2011)

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