L'eredità di Claudio Leonardi e il "Medioevo latino" LA LETTERATURA LATINA

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Caterina63
00Saturday, May 22, 2010 7:13 PM
È morto Claudio Leonardi

Una vita
per il medioevo latino


di Francesco Santi
Università di Cassino


La mattina di venerdì 21 maggio, a Firenze, nella sede della Certosa del Galluzzo, Claudio Leonardi ha aperto come tante altre volte la riunione del Comitato dei Garanti della Fondazione Ezio Franceschini; ha condotto la riunione con la consueta lucidità, e la solita prontezza a lanciare e ad accogliere nuove idee. Dopo il pranzo ha salutato gli amici, è tornato a casa, e nell'atrio della sua casa, con la fermezza e la calma dell'uomo vissuto nello Spirito, si è piegato per morire, all'improvviso, lavorando sino alla fine, come Beda descritto da Cuthbert.
"Magister dilecte, restat adhuc una sententia non descripta". At ille dixit:  "Scribe". Et post modicum dixit puer:  "Modo descripta est". At ille "Bene - inquit - consummatum est".

Leonardi ha dato allo studio della letteratura latina del medioevo un impulso straordinario. Era nato il 17 aprile del 1926 a Sacco di Rovereto e si era laureato con Ezio Franceschini all'Università Cattolica del Sacro Cuore; aveva poi studiato con Gianfranco Contini a Friburgo e aveva lavorato come scriptor nella Biblioteca Apostolica Vaticana. A Roma aveva costruito un sodalizio intellettuale con Gustavo Vinay, ereditandone la direzione di "Studi Medievali" (tenuta dal 1970 al 2002). Aveva cominciato ad insegnare nell'università relativamente tardi, nel 1968:  a Lecce, Perugia, Siena (nella sede di Arezzo) e infine a Firenze, lasciando in ogni luogo una traccia.

Leonardi obiettivamente ha cambiato la condizione dei nostri studi inventando "Medioevo Latino", il grande repertorio dedicato agli autori e ai testi medievali, per il quale Leonardi cominciò a pensare a quello a cui nessuno trent'anni fa prevedeva, ossia che le nuove tecnologie avrebbero cambiato il volto dell'erudizione. L'erudizione è necessaria perché ci mette in condizioni di arrivare alle fonti, ma per affrontare le fonti bisogna riconoscervi un senso. Con queste idee creò due grandi istituti, la Sismel (Società internazionale per lo studio del medioevo latino) e la Fondazione Ezio Franceschini, che pubblicano oggi un libro alla settimana e che amministrano banche dati con centinaia di migliaia di informazioni, distribuendole alle università di tutto il mondo.

La storia ha senso. Questo ci ha insegnato Claudio Leonardi. Questa idea ha un versante teologico e spirituale, che era maturato in lui dall'intesa intellettuale e nell'amicizia fortissima con don Gianni Baget Bozzo, e che lo rendeva sicuro del fatto che la storia era attratta da Dio, che in Dio sarebbe tornata e che Dio si era fatto uomo perché l'uomo fosse fatto Dio, secondo l'insegnamento di Ireneo da Lione, che sempre ricordava.

Gregorio Magno, Beda, Eginardo che racconta il vero volto di Carlo Magno, Gregorio vii e Anselmo di Canterbury, Francesco d'Assisi, Bonaventura, Angela da Foligno e le mistiche del secolo xiii, Caterina da Siena, Gerolamo Savonarola, Tommaso Moro sono gli autori che ha letto e amato di più, i costruttori delle grandi figure poetiche e spirituali su cui il mondo si poggia. In qualche caso, come per le mistiche e per la letteratura agiografica, egli ha inaugurato un'attenzione per testi che erano trascurati nella comunità scientifica.

La sua ultima opera è stata la Letteratura francescana accolta dalla Fondazione Lorenzo Valla nella Collana degli Scrittori Greci e Latini. Nel primo volume si legge un'introduzione e un commento agli scritti di Francesco e di Chiara d'Assisi tutta contro corrente, ma difficile da respingere da chi voglia davvero capire quei testi, che possono essere compresi solo in relazione all'idea di fondo che Francesco non si spiega se non con la mistica. Aveva appena finito il lavoro su Bonaventura di cui volentieri faceva circolare i suoi dattiloscritti tra noi, ascoltando ogni suggerimento, magari in lunghissime telefonate, e pure di Bonaventura aveva ricostruito la mistica, connettendo l'opera della predicazione ad un atto intratrinitario:  "Come il Padre ha mandato me, io mando voi".

Claudio Leonardi era membro di molte istituzioni scientifiche. Aveva molte relazioni e tantissimi in tutto il mondo ricorderanno la sua intelligenza e i suoi modi gentili e accoglienti, ma tutti questi rapporti non interrompevano affatto il ritmo del suo lavoro e del lavoro che dirigeva in Certosa. Aveva in questo una forza incredibile:  era capace di impegnarsi in serie di riunioni successive e spostarsi da una parte all'altra del Paese e a volte d'Europa. E non ha mai smesso di studiare.

Negli ultimi mesi della sua vita, sebbene una malattia lo affaticasse, voleva e riusciva a mantenere lo stesso ritmo, anche se tutti intorno a lui cercavano di convincerlo a rallentare un poco. Era un vero intellettuale, perché formulava domande e cercava risposte nelle idee (che vedeva "piene di fatti"):  quando tornammo da Monaco con le casse di libri donate dai "Monumenta Germaniae Historica" per sostenere la nascita della Biblioteca di Cultura Mediolatina della Certosa del Galluzzo, lui scaricava quelle casse con noi.

Era un maestro diligente e affettuoso:  era capace di fare lezioni bellissime e si lasciava scoprire a imparare anche di fronte a un giovane allievo; leggeva i dattiloscritti dei nostri lavori con cura e non perdeva la pazienza quando dopo due giorni dalla consegna della prima copia gli davamo dello stesso testo una seconda redazione, appena un po' diversa, che lo costringeva a rileggere daccapo.
Correggeva sempre in maniera costruttiva e non disprezzava le sperimentazioni, lasciandoci correre i nostri rischi e anzi suggerendoci di correrne, perché il coraggio e la libertà sono il cuore della ricerca ("Quando nessuno è d'accordo con te puoi cominciare a pensare che l'idea è buona"; "Quando hai pensato una cosa, pensa la possibilità del suo contrario").

Ci coinvolgeva volentieri nelle sue tante imprese, stando attento a non trascurare nessuno, e quando partecipavamo insieme a qualche convegno stavamo per ore a discutere; ci trovavamo spesso in situazioni in cui praticamente nessuno era d'accordo con noi, ma eravamo pronti ad affrontare tutti e ci divertivamo moltissimo nel fare il nostro lavoro.

Era assolutamente laico nel lavoro storico e filologico, di cui conosceva le procedure come pochi studiosi. Su questo andrà misurato e ci sarà tempo per farlo. Io però lo conoscevo da trent'anni, da tanto tempo quasi tutti i giorni ci sentivamo per qualcosa ed ora tutto sembra impossibile. Oggi non posso non ricordare quello che mi disse quando l'estate scorsa gli telefonai in clinica, nella sua Rovereto, dove era ricoverato per un ictus e temevamo per la sua vita:  "Come sta?". "Sto bene. Ricordati Francesco:  tieni sempre il capo sul seno della vergine Maria, e ti troverai sempre bene".



 



(©L'Osservatore Romano - 23 maggio 2010)
Caterina63
00Saturday, May 22, 2010 7:14 PM
La vita mistica della beata di Foligno

Leggere Angela con Angela



Giovedì 20 maggio Claudio Leonardi ci aveva fatto pervenire, attraverso l'amico monsignor Fortunato Frezza, questo articolo che resta come il suo ultimo contributo alla conoscenza di una storia da lui tanto studiata e amata. I funerali di Leonardi saranno celebrati martedì 25 alle ore 11 nella basilica fiorentina di San Miniato al Monte.

di Claudio Leonardi

Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1309 moriva a Foligno, dove era nata, Angela, la grande mistica, forse la più grande mistica italiana. Tra le più straordinarie testimonianze nel mondo sulla convivenza uomo-Dio e Dio-uomo.

Si sono tenute celebrazioni, congressi, cerimonie religiose. Ma il libro di monsignor Giovanni Benedetti, vescovo emerito della stessa città di Foligno - La teologia spirituale di Angela da Foligno (Firenze, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, 2009, pagine xx+376, euro 48) - è probabilmente il migliore risultato che la ricorrenza centenaria ha suscitato. Si tratta di uno studio monografico, in cui sono ripresi anche alcuni saggi precedenti, e che ha molti meriti. Innanzitutto quello di affrontare il racconto della sua esperienza, che Angela dettava a un francescano suo parente o riferiva nelle lettere e istruzioni a discepoli e fedeli, secondo un criterio:  poiché il resoconto mistico parla solo ed esclusivamente di una esperienza di Dio, quale altro strumento è da usare per comprendere un discorso circa Dio?

Ma l'indagine di monsignor Benedetti ha un altro e singolare merito:  in ogni pagina la sua esposizione teologica sull'esperienza mistica di Angela è accompagnata in apparato da una lunga serie di testimonianze di molti Padri, greci e latini, tra i molti si ricordano Origene e Agostino, ma anche Simeone il Nuovo Teologo e Gregorio Magno; come da una serie di teologi e mistici medievali:  da Anselmo d'Aosta a Bonaventura e Tommaso, da Isacco della Stella e Francesco d'Assisi a Guglielmo di Saint-Thierry. Questo corpus testuale (assieme a relativamente poche citazioni da studiosi moderni) viene a costituire una frontiera di confronto importante, e mai sinora proposta, alla comprensione di Angela.

Lei era ignorante:  la sua cultura era quella di un'analfabeta intelligente, che faceva proprio quanto udiva nella liturgia e nella predicazione. Questi testi non sono certo le sue fonti, non è ricorrendo ad esse che Angela ha dettato i suoi resoconti, che sono invece esclusivamente mistici, sono ispirazioni, locuzioni, illuminazioni e visioni, tutte di origine divina.

Quello che viene da lei viene da Dio, non da testi precedenti, neppure dalla Bibbia. Ma questo corpus vuole mostrare come nella tradizione cristiana, dal ii secolo di Ireneo di Lione in poi, la vita di Dio e in Dio che Angela ha sperimentato, ha riferimenti possibili e accettabili.

Il pregio maggiore di questa monografia, che gli studiosi di Angela non potranno trascurare, è tuttavia quello di avere costruito una vera e propria biografia della mistica di Foligno, sulla base naturalmente del suo Liber (composto dal Memoriale e dalle Instructiones), che viene continuamente citato, ma accompagnandolo continuamente con la riflessione teologico-spirituale, con grande attenzione a spiegare, fin dove è teologicamente possibile, la vita mistica altissima di Angela.

Questo tipo di biografia - si potrebbe dire quasi un leggere Angela con Angela - non era mai stato tentato in termini così sistematici e convinti. Il volume entra subito in medias res, dopo una breve prefazione di un altro folignate, l'arcivescovo Giuseppe Betori, e una preziosa premessa storica dovuta a Mario Sensi, l'attuale maggiore storico della città, che traccia anche la primissima fortuna del Liber (pp. xi-xx), e dedica tutta la prima parte del lavoro alla "conversione" di Angela.

Può sorprendere che si intenda come periodo della conversione un periodo così lungo, dal 1285 ad oltre il 1291, e oltre il suo pellegrinaggio ad Assisi. Angela sperimenta già Dio, in questo periodo, secondo due modalità, quella del dolore e quella dell'amore. Del dolore perché si sente attratta dal Crocefisso, da Gesù passionato, come lo chiama, il Cristo della passione e della morte. Il suo sempre più pieno immedesimarsi a Cristo passionato equivale a una sempre più piena trasformazione di Angela in Cristo (la parola trasformazione torna spesso nel suo linguaggio):  ella avverte che la sua anima con il dolore entra in Dio e il suo corpo partecipa a questa condizione di dolore.

Una delle tante citazioni possibili:  "mentre stavo pregando, Cristo mi si manifestò sulla croce con maggiore chiarezza (...) Mi chiamò e mi disse di avvicinare la mia bocca alla ferita del costato e mi sembrava di vedere e di bere il suo sangue, che usciva proprio in quel momento (...) Desiderai che per amor suo tutte le mie membra patissero una morte diversa dalla sua, cioè più spregevole" (p. 133), e ancora:  "quando l'anima contempla l'ineffabile dolore del Dio e uomo Gesù Cristo, tanto si addolora e viene trasformata in dolore" (p. 151). Questa centralità cristica, in particolare del dolore di Cristo viene affiancata ben presto da un altro sentimento, l'amore per il Cristo. Il suo punto di origine o almeno di giustificazione è nella frase che Cristo un giorno rivolge ad Angela:  ma non sai che mi sono incarnato per te, "per te ho sofferto tutto questo?" (p. 57).

La conversione, come viene qui descritta, è un lungo percorso tra il dolore-morte e l'amore-vita. Infatti per essere un solo spirito con Dio, come ha affermato Cristo stesso, è richiesto di rinunciare a se stessi.

Questa non è tuttavia opera possibile all'uomo, ma solo a Dio, che ha mandato il Figlio tra gli uomini e ha loro donato lo Spirito per aderire alla sua chiamata. Il sentimento profondo del dolore di Cristo crocefisso, che diventa il dolore di Angela, rappresenta questo "odio" e si associa sempre più all'amore per Cristo che è dato dallo Spirito:  sono questi due doni che portano Angela a essere una con il Cristo e con il Verbo, la "via del dolore" e la "via dell'amore":  "il mio cuore è il cuore di Dio" (p. 11); "tu sei per me e io sono per te" (p. 34). La conversione non sta dunque solo nella rinuncia al peccato o all'egoismo, sta nella morte a se stessi, che si realizza in un attimo ma richiede anche molti anni per realizzarsi pienamente.

In realtà l'esperienza di Angela è insieme cristologica e pneumatologica, e dunque sin dall'inizio implicitamente trinitaria, come lo sarà esplicitamente alla fine della sua esperienza. Ma ogni vera esperienza mistica è e non può che essere trinitaria:  è solo per virtù di Spirito santo che l'uomo può unirsi a Dio e solo così diventare suo figlio, altro Verbo-fatto-carne, e in tal modo riconoscere il Padre celeste come proprio Padre.

Nel volume si nota che Angela è stata via via, sino alla prossimità della morte, colta dal dubbio che non fosse Dio che le parlava e che la presenza di Dio nella sua anima non fosse sempre tale. Ma era di volta in volta esplicitamente rassicurata. Certo la sua vita "da convertita" è una vita spirituale meravigliosa, di grandissima gioia e straordinaria dolcezza di spirito (che dice la presenza dello Spirito santo), con momenti di sgomento quando questa presenza sembra venire meno. Ma un giorno risponde al frate confessore:  è in me "un fuoco d'amore dolcissimo e io non ho alcun dubbio, quando tale fuoco è nell'anima, perché l'anima conosce con sicura certezza che solo Dio può operare in quel modo e nessun altro" (p. 199).

In questa condizione tre aspetti in particolare mi sembra di dover segnalare per la loro eccezionalità. Il primo è raccolto nella frase:  "questo mondo è pieno di Dio", dove tuttavia il latino praegnans può essere tradotto con "incinto":  questo mondo è incinto di Dio (p. 224). La frase non è da intendere umanamente, come il creato potesse generare Dio nell'uomo, ma solo secondo un registro divino, per cui l'anima resa divina contiene in se il mondo e partecipa al desiderio di Dio di salvarlo. Una parola profonda e altissima.

Il secondo aspetto - che monsignor Benedetti egualmente sottolinea - è una problema più delicato per la teologia. Ha goduto Angela della visione di Dio? Ha visto veramente lui? Sono molti i passi in cui Angela racconta di vedere Dio, di vedere l'essenza divina, e almeno una volta si sente dire:  "guardami" (p. 265), e allora guarda e vede Dio "con maggiore chiarezza di quanto si vede un altro uomo". Sarà una forma diversa, da quella propriamente paradisiaca, di visione beatifica, ma certo pare di dovere affermare che la gloria di Dio ha fatto parte dell'esperienza di Angela (una mistica del secolo scorso, Lucia Mangano, aveva quasi come missione la testimonianza che la visione beatifica è possibile anche su questa terra).

Il terzo aspetto è il rapporto di Angela con il Padre divino. Negli ultimi anni della sua vita mistica Angela va aldilà dell'esperienza del dolore e dell'amore, di questa inebriante vita di partecipazione al Cristo e allo Spirito:  ha l'esperienza del Padre, che è un fatto non comune nella tradizione mistica:  Angela vede ora Dio nella tenebra, non vede più il Crocefisso e non vede più neppure il suo Amore, vede "quella realtà indicibile" (p. 237), così che "l'anima è in modo perfettissimo in Dio" (p. 267). La tenebra le dice che Dio è oltre ogni conoscenza, ma proprio il vederlo nella tenebra, come le è concesso, è di per sé un abisso di conoscenza, una conoscenza e un amore oltre ogni conoscenza e ogni amore.

La coscienza di sé che ora Angela avverte, di essere per questo diventata "non-amore" (p. 291) è di fare l'esperienza del nulla, Dio le appare infatti come il "nulla sconosciuto" (p. 276), che è certo una purificazione (p. 282 e sgg.), ma è soprattutto un'esperienza mistica altissima, come in Teresa del Bambin Gesù:  la tenebra che l'avvolge è infatti una tenebra divina. Ma questa tenebra si schiude infine nella consapevolezza di essere "avvolta nella divinità, raccolta pienamente nel Padre":  il Padre "mi raccolse tutta in se stesso" (p. 302). Non solo Angela "giace nella Trinità", ma in lei "riposa tutta la Trinità" (p. 308).

Questa straordinaria vicenda di Angela riemerge continuamente dalle pagine di monsignor Benedetti, che riesce a raccontarla seguendo ogni momento della sua esperienza con le parole stesse di Angela. Caterina da Siena è stata per la sua straordinaria statura proclamata patrona d'Italia:  perché non affiancarle Angela da Foligno? Non c'è un caso più alto in Italia di esperienza e di scrittura mistica. Può darsi che il semplice cristiano sia perplesso di fronte a una vita come quella di Angela, tanto più considerando la propria.

Ma c'è un punto, ed è quello fondamentale, in cui lo splendore divino di Angela è proposto a tutti:  tutti sono chiamati a passare dalla fede in Dio all'esperienza di Dio, che comincia sempre con il pentimento dei peccati e l'offerta di sé alla volontà di Dio. Questo basta a portare ogni cristiano in quella trasformazione non solo psicologica ma per dono di Dio anche ontologica:  da uomo a uomo-in-Dio, a figlio di Dio, ad altro Verbo. Lo studio di monsignor Benedetti è un chiaro invito anche in questo senso.


(©L'Osservatore Romano - 23 maggio 2010)

Caterina63
00Wednesday, December 22, 2010 7:10 PM
Francesco Stella illustra un nuovo progetto editoriale dedicato alla letteratura latina

Tra le pagine del medioevo che nessuno legge


di Silvia Guidi


"Una piccola nube nera" immersa nella lontananza dei secoli; così Chesterton descrive nella sua Ballad of the White Horse l'era di Alfred The Great, il leggendario re cristiano che difese il Wessex dalle invasioni dei "danesi dalle barbe scarlatte" nel ix secolo; un periodo eroico e affascinante ma inaccessibile, secondo il polemista inglese, un'epoca di cui si possono conoscere solo le leggende tramandate dalla cultura orale, the tales a whole tribe feigns, i racconti che uniscono la tribù accanto al fuoco.

A un secolo di distanza, grazie al lavoro di generazioni di filologi e studiosi, aiutati dagli ultimi anni del Novecento dalla tecnologia digitale, l'altomedioevo latino non è più così inaccessibile. Possiamo perfino leggere, e in parte, riascoltare, le più antiche canzoni del medioevo occidentale - confessioni, canti scolastici, compianti funebri per duchi longobardi e imperatori carolingi, recitazioni parateatrali di episodi biblici, inni natalizi e odi apocalittiche - raccolte in quella che può essere definita la prima edizione critica digitale di testi mediolatini. Due anni fa la Società internazionale per lo studio del medioevo latino (Sismel - Edizioni del Galluzzo) ha infatti pubblicato i ritmi latini musicati dal iv al ix secolo, il corpus delle più antiche poesie latine altomedievali in versificazione ritmica corredate di musica nei manoscritti originali e di cd rom. Uno dei progetti a cui ha lavorato Francesco Stella, che insegna Filologia latina medievale e umanistica nella facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo dell'università di Siena, con la collaborazione di 40 biblioteche europee, che attualmente dirige la collana "Scrittori latini dell'Europa medievale" della Pacini Editore.

Come è nato questo progetto editoriale?

L'idea è nata dalla volontà di contribuire, nella misura delle nostre possibilità, a salvaguardare e se possibile incrementare l'accessibilità al mondo medievale - e a tutto quello che ancora rappresenta per noi - rendendo leggibili e consultabili anche a un pubblico non specialistico testi di grande valore culturale mai tradotti prima in italiano e poco praticati anche da medievisti che non siano anche latinisti. A questo scopo abbiamo avuto l'occasione di presentare e di vederci finanziare un progetto europeo del programma Cultura 2000, dedicato appunto alle traduzioni, e nella compilazione della domanda, che richiede l'impegno esplicito di un editore, abbiamo potuto contare sulla disponibilità e sull'efficienza dell'editore Pacini, che ho più volte avuto modo di sperimentare grazie alla collana del dipartimento universitario che mi trovo a dirigere. Nella scelta dei primi titoli abbiamo selezionato testi che sapevamo essere in lavorazione ma soprattutto testi letterari che coprissero aree tematiche abitualmente estranee alle poche collane esistenti, come quelli di contenuto religioso di Città Nuova o quelli di interesse filologico della collana "Per Verba" della Sismel.

L'oscuramento della memoria testuale del medioevo latino almeno in Italia è un fatto, purtroppo; quali le cause secondo lei e quali i possibili rimedi? Negli Stati Uniti l'interesse per il latino è in crescita, come anche in Germania; nella sua esperienza, in quali Paesi, europei e non, questa "censura" è meno presente?

Il problema è proprio la difficoltà, generata dalla dogmaticità del paradigma classicista ancora dominante, di percepire il medioevo come parte dell'eredità latina, e come patrimonio non solo di arte e architettura, di miti e di saghe, ma anche di testi latini che questi miti e questo patrimonio fondano e spiegano. Perciò le reviviscenze di attenzione verso la latinità, come quelle che si registrano in Germania e a ondate periodiche anche in Italia, non coinvolgono quasi mai il medioevo:  solo negli Stati Uniti il forte interesse e le scarse conoscenze di latino alimentano, come ormai ci avviamo a fare anche qui, un filone assai nutrito di traduzioni dei testi medievali che tuttavia si limitano per ora a una circolazione prevalentemente universitaria. Su questi testi va creata non solo una rete di conoscenze che li impieghino come fonti storiche e depositi di dati, ma anche una critica specificamente letteraria, esercizio finora sentito come estraneo - con le eccezioni di Erich Auerbach, Gustavo Vinay e Massimo Oldoni - a un settore, quello medievistico, tradizionalmente concentrato sull'interesse per contenuti esclusivamente storici o religiosi. Ma so che anche in altre parti d'Europa, per esempio in Francia e Svizzera, stanno nascendo collane ispirate a un interesse finalmente "letterario" e culturale al testo mediolatino.

Qual è il testo più interessante o sorprendente in cui si è imbattuto durante i suoi studi?

Molte opere riservano sorprese per motivi diversi, ed è difficile isolarne una, se si pensa che il tesoro testuale del medioevo conta qualcosa come oltre 5.000 titoli editi - più quasi altrettanti ancora nascosti nei manoscritti - a fronte delle poche centinaia della latinità classica. Ma non posso dimenticare l'audacia drammatica delle lettere di Eloisa, l'amaro cinismo laico del monaco-lupo Ysengrimus, la dolcezza lirica del carolingio Valafrido Strabone, la sensualità fisica e spirituale di alcune lettere d'amore del xii secolo, l'acume psicologico e razionale di Bernardo di Clairvaux, Riccardo di San Vittore e frate Ivo, il fascino del fantastico "gotico" - quello autentico - in Walter Map, Goffredo di Monmouth e Gervasio di Tilbury, l'esplorazione e il riscatto delle forme più abbiette dell'amore nelle commedie di Rosvita, le autobiografie del "nevrotico" Otlone monaco di Sankt Emmeram e la psicopatologia autodichiarata del vescovo Raterio (una delle prossime uscite della collana), l'eleganza delle lettere del monaco Gerberto non ancora Papa Silvestro ii, la sfida intellettuale degli indovinelli "spirituali" di epoca precarolingia, l'accensione mistica di Angela da Foligno, la genialità teologica di Giovanni Scoto Eriugena, l'universo magico e crudele delle saghe danesi di Saxo Grammaticus, l'ironia e il culto dell'amicizia di Alcuino di York, il senso delle rovine in Ildeberto di Lavardin, il catechismo dell'amore cortese insegnato da Andrea Cappellano e Boncompagno da Signa. Non finirei mai di elencare nomi che - tranne le poche, consuete eccezioni - hanno creato la cultura europea prima che il rinascimento la reinventasse, ma ancora non significano nulla per quasi tutti i lettori anche colti. Le "lettere d'amore" che abbiamo scoperto l'anno scorso in un trattato di retorica del xii secolo sono invece una primizia storica - la punta di un iceberg che aspetta lo scavo di filologi e storici - ma non entreranno in una hit parade così competitiva.

Consigli a un potenziale lettore; da dove partire per iniziare a scoprire questo patrimonio immenso di racconti, visioni, liriche, cronache?

Un lettore non specialista non può che limitarsi al poco disponibile. Se si vogliono scegliere testi di interesse non erudito o devoto ma appunto letterario, con la speranza di avere fortuna nel reperire titoli fuori commercio da tempo, indicherei in primo luogo i tre bestseller assoluti, cioè le Lettere di Abelardo ed Eloisa nelle tante traduzioni esistenti, la Vita di Carlo Magno di Eginardo e i Carmina Burana (di cui non esistono però traduzioni affidabili e complete), ma subito dopo altre letture avvincenti e meno frequentate, come le Storie dei Mongoli di Giovanni di Pian del Carpine (pubblicate dal Cisam di Spoleto), i trattati cristiani d'amore e la Vita di san Francesco di Tommaso da Celano pubblicati dalla Fondazione Valla, gli Svaghi di corte di Walter Map nella vecchia collana medievale di Pratiche, poi passata a Luni e ora a Carocci, le Storie dei Franchi di Gregorio di Tours curate da Oldoni per Liguori, le Gesta dei re e degli eroi danesi di Saxo Grammaticus tradotte dalla grandissima Ludovica Koch per i Millenni Einaudi qualche anno fa e - nella nuova collana Pacini - l'incredibile giallo di Eginardo sul trafugamento delle reliquie di Marcellino e Pietro, la prima visione poetica dell'aldilà narrata da un Valafrido Strabone, implacabile contro gli abusi sessuali del clero, e gli aneddoti magici di Gervasio di Tilbury che ci guida fra veroniche e volti santi, erbe fatate e pietre lunari, fantasmi a cavallo e foreste incantate, sirene e streghe, cavalli magici, morti viventi, chimere e licantropi che crederemmo nati dalla fantasia di un narratore moderno.


(©L'Osservatore Romano - 23 dicembre 2010)
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