La Chiesa che soffre: notizie dal mondo dove c'è bisogno ANCHE DEL TUO AIUTO

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Caterina63
00Friday, January 16, 2009 7:30 PM
A colloquio con l'arcivescovo di Teheran dei caldei Garmou

Il fermento di una comunità
piccola ma vivace


di Nicola Gori

Una piccola comunità, una chiesa di minoranza, una presenza secolare che affonda le sue radici nella predicazione dell'apostolo Tommaso. È la Chiesa cattolica iraniana, divisa in tre riti:  caldeo, armeno e latino. Vitale, motivata, piena di speranza nonostante le difficoltà e i limiti sociali, che si raduna intorno alla Parola di Dio per trovare la forza per mantenere accesa la fede. Ne abbiamo parlato in un'intervista al nostro giornale con monsignor Ramzi Garmou, arcivescovo di Teheran e Presidente della Conferenza episcopale iraniana.




Siete chiamati oggi a rispondere in particolare a diverse sfide:  essere comunità minoritarie e cercare di far fronte all'emigrazione continua di cristiani verso altri Paesi. Come pensate di affrontare queste sfide?

Si tratta di problemi che riguardano tutto l'Oriente. Anzitutto occorre precisare che, alla luce della Parola di Dio e dei suoi duemila anni di storia, è possibile affermare che la Chiesa è sempre stata in minoranza. La Chiesa che testimonia la sua fede in Gesù Cristo, che accetta le difficoltà, che accetta il martirio, ha sempre rappresentato una minoranza. Anche oggi, secondo me, la Chiesa di Gesù Cristo è in minoranza. Guardando alla cultura che pervade l'Europa, non si può dire che sia una cultura cristiana. Il modo di vivere della gente in Europa, soprattutto dei giovani, non può certo essere definito vita cristiana, animata dai valori evangelici. Quando consideriamo la storia della nostra Chiesa, forse è un bene avere un'idea anche della storia della Chiesa in altri continenti. Nei primi secoli l'Iran ha conosciuto una Chiesa molto vivace, molto feconda. Veniva chiamata la Chiesa d'Oriente o la Chiesa di Persia. I missionari di questa Chiesa per la prima volta hanno trasmesso il Vangelo a popoli molto lontani, per esempio in Cina, in Giappone, nelle Filippine e in India. Questa Chiesa ha conosciuto anche persecuzioni molto dure, specialmente durante il regno dei sassanidi. Prima dell'islam regnava infatti la dinastia dei sassanidi, i quali erano zoroastriani, veneravano il sole. Tra i re sassanidi uno in particolare, Sapore ii, inflisse quarant'anni di persecuzioni ai cristiani. Molti sono morti martiri in quegli anni. Ma proprio grazie al sangue di quei martiri la Chiesa ha continuato a essere presente in Iran fino a oggi. E questo è un fatto importante da sapere:  il cristianesimo è sempre esistito in Iran. Vi sono state delle epoche molto feconde e molto fertili, perfino di grande potenza a livello spirituale, e vi sono stati dei periodi di minore visibilità come quello attuale.

Come lo spiega?

Il motivo di questi mutamenti nella vita della Chiesa in Iran è proprio costituito dal fatto che si sono alternate epoche di persecuzioni. Alcuni cristiani non sono riusciti a resistere. Dunque la Chiesa ha vissuto diverse situazioni sfavorevoli. Nel vii secolo è comparso l'islam e in seguito, nel xiv secolo c'è stata l'invasione dei mongoli che erano ostili ai cristiani. Alcuni dei loro re hanno invaso Iran e Iraq distruggendo chiese, monasteri e libri cristiani. In seguito c'è stata la dominazione ottomana, anch'essa ostile ai cristiani. Anche nello scorso secolo, si sono susseguite diverse vicende che hanno contribuito a creare un clima di incertezza e disordini che hanno sconvolto il Medio Oriente. Ecco, io direi che queste sono alcune delle cause che hanno fatto sì che la Chiesa perdesse un po' della sua importanza, della sua grandezza. Ma c'è anche una ragione più importante di tutte le altre, una ragione interiore:  l'indebolimento della fede. Una Chiesa muore quando la fede dei suoi membri perde vigore. Le ragioni esterne non possono indebolire la Chiesa, anzi. Direi perfino che la rafforzano. Ma le ragioni interiori rappresentano un pericolo. Anche la nostra Chiesa ha conosciuto momenti di debolezza della fede.

Perché?

Le tentazioni del mondo sono molte e anche la Chiesa è insidiata da esse:  il potere, il denaro. Attualmente l'Iran conta 70 milioni di abitanti. Ha una superficie di quasi un milione e duecentomila chilometri quadrati, è quindi molto più grande dell'Italia. Tra questi abitanti si contano circa 100.000 cristiani appartenenti alle diverse confessioni. La maggior parte appartiene alla Chiesa armena ortodossa gregoriana. Si dice che di questa Chiesa facciano parte 80.000 persone. I cattolici sono suddivisi in tre riti - caldeo, armeno e latino - e i tre riti o le tre Chiese cattoliche contano circa 8.000 fedeli.

Tra qualche settimana l'Iran celebrerà i trent'anni della rivoluzione islamica. Cosa è cambiato per i cristiani in questi trent'anni?

Che i due terzi di loro hanno lasciato il Paese. E l'emigrazione continua. Ciò significa che bisogna aspettarsi che il numero dei fedeli cristiani diminuisca ancora. Per noi è un dato estremamente visibile, poiché siamo già pochi di numero.

Esiste secondo lei un rischio di scristianizzazione in Iran, se non addirittura in Asia?

Nel discorso che faremo al Papa diremo di nutrire la salda speranza di riuscire a mantenere accesa la fiamma della fede cristiana in Iran. Viviamo nella speranza. L'importanza di una Chiesa è data dalla sua testimonianza e dalla sua credibilità.

Quali sono le basi di questa speranza?

Anzitutto, la promessa di Gesù Cristo alla sua Chiesa. Molto importante, poiché non bisogna mai dimenticarlo. Gesù ha detto a Pietro:  "Tu sei pietra, sasso, roccia, e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa". Questo è molto importante. Ma questa promessa di Gesù deve essere vissuta nel quotidiano, è bene non dimenticarlo. Dobbiamo viverla in mezzo alle difficoltà e alle prove che affrontiamo come Chiesa di minoranza. Gesù stesso nel suo Vangelo parla del piccolo gregge:  non aver paura, mio piccolo gregge. Dunque, il fondamento della nostra speranza è la nostra fede nella promessa di Gesù Cristo.

E in concreto?

Ma ciò è concreto! La speranza è concreta, non è sentimentale. Concretamente, questa speranza e questa fede in Gesù viene alimentata e rafforzata dalla preghiera. La preghiera è indispensabile perché la Chiesa possa testimoniare la sua fede. Una Chiesa che non prega è destinata a scomparire, come un albero senza frutto. Per questo nella nostra liturgia orientale paragoniamo la preghiera all'acqua:  quando versiamo dell'acqua su un terreno arido, secco, la terra viene trasformata. Produce alberi, frutti, fiori. Quando preghiamo, le nostre attività diventano come alberi pieni di frutti, come giardini pieni di splendidi fiori. A livello delle attività, la nostra piccola Chiesa ha dei gruppi di giovani in cui si studia il Vangelo, la Bibbia. Abbiamo una casa dedicata alle attività dei giovani. In questa casa dei giovani prima di tutto vengono la preghiera e la Bibbia. Poi, ai giovani vengono insegnati dei mestieri, per esempio l'utilizzo del computer. Vengono insegnate loro le lingue straniere, il lavoro di sarto e di cuoco. Quando questi giovani avranno imparato un mestiere potranno trovare un lavoro e avere un salario. Pensiamo alla vita spirituale e alla vita quotidiana. Bisogna anche vivere. Abbiamo anche una residenza per anziani e un gruppo di dame che tengono delle riunioni pubbliche e rendono anche dei servizi ai poveri. Visitano i poveri. Abbiamo un gruppo di giovani che si occupano dei disabili, che ha dei programmi di preghiera e per il tempo libero. A Teheran abbiamo due parrocchie:  la parrocchia-cattedrale di San Giuseppe, dove sto io, e la parrocchia di Maria Madre di Dio. Nelle due parrocchie, oltre la celebrazione dei sacramenti si svolgono attività per i bambini, gli adolescenti e i giovani. Cerchiamo di incontrare i cristiani che vivono nelle altre province. Cerchiamo di incontrarli per assicurare almeno la messa e anche la catechesi. Attualmente abbiamo un giovane seminarista che studia all'Urbaniana; spero che concluda la sua formazione il prossimo anno e riceva l'ordinazione sacerdotale. Abbiamo una giovane che si prepara alla vita religiosa in Iraq. Abbiamo un gruppo di sottodiaconi, due o tre dei quali pensano al sacerdozio. La Chiesa anche se piccola ha varie attività pastorali. Per esempio nella diocesi di Urmyl dei caldei vi è una residenza per anziani e un gruppo che si occupa di handicappati. Anche nella diocesi di Ispahan dei latini e in quella di Ispahan degli armeni vi sono diverse altre attività.

C'è libertà di culto anche pubblicamente?

Le celebrazioni e l'educazione cristiana si svolgono negli edifici religiosi.

Qual è lo stato del dialogo tra i cristiani e i musulmani?

Esiste un dialogo tra cristiani e musulmani. Si svolge ogni due anni, una volta qui, una volta a Teheran. Vi sono anche dialoghi con altre confessioni cristiane. Proprio prima di venire qui, circa un mese fa, una delegazione di Ginevra, del Consiglio delle Chiese di Ginevra, è venuta a Teheran, e anch'io sono stato invitato a partecipare a questo dialogo.



(©L'Osservatore Romano - 17 gennaio 2009)
Caterina63
00Tuesday, June 15, 2010 9:24 PM

Cattolici in Iran: una comunità a rischio estinzione?


Intervista al giornalista Camille Eid


ROMA, lunedì, 14 giugno 2010 (ZENIT.org).- Mentre molti cristiani fuggono dall’Iran, sia per motivi politici, che per motivi religiosi, la comunità cristiana di quel Paese è a rischio estinzione, secondo Camille Eid, giornalista e osservatore delle Chiese in Medio Oriente.

Il giornalista ha parlato con il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, in questa intervista in cui spiega come può essere la vita di un cristiano che vive in Iran.

L’Iran è un Paese musulmano per più del 99% della sua popolazione, dove l’Islam è religione di Stato. Le radici della Chiesa in Iran sono molto antiche e risalgono al II secolo. Il Cristianesimo è effettivamente la religione più antica dell’Iran?

Eid: No, abbiamo altre due comunità che sono più antiche del Cristianesimo. La prima è la comunità zoroastriana, che risale a secoli prima dell’arrivo del Cristianesimo e dell’Islam. La seconda è la comunità ebraica.

La comunità zoroastriana è di circa 20.000 persone, mentre quella ebrea è tra le 20.000 e le 35.000 unità. Queste due comunità sono più antiche di quella cristiana.

Oggi l’Iran è per più del 99% musulmano. In che misura l’Islam permea la vita quotidiana?

Eid: Per le strade di Tehran, o in qualunque parte del Paese, sono visibili ritratti di martiri, dell’Ayatollah, di quello precedente, Khomeini, e di quello attuale, Khamenei. Se si usa una cabina telefonica si sente la voce dell’Imam Hussein dare le istruzioni.

Se si alza il telefono si sente la voce registrata dell’Imam?

Eid: Esatto. E nelle scuole, l’insegnamento delle diverse materie è consentito, ma sempre attraverso una prospettiva fondata sul Corano e l’Hadith e le altre dottrine islamiche.

Se ho ben capito, l’immagine dell’Ayatollah si trova persino sulla copertina dei libri di catechismo cristiano?

Eid: È così. E forse è un modo per ricordare ai cristiani che sono sotto la protezione del regime e sono considerati dhimmi (protetti) della Sharia islamica. Un modo per bollare i cristiani come sottoposti al regime islamico. Esiste infatti anche la polizia religiosa.

Stavo per chiedere proprio delle pattuglie del buoncostume, che assicurano che le donne siano adeguatamente vestite.

Eid: Certo. Talvolta sono severi, altre volto no. Dipende dal regime. Sotto Khatami, per esempio, erano un po’ più aperti e le donne potevano mostrare qualcosa della propria testa. Con Ahmadinejad sono più severi.

Oggi quindi sono molto severi e pretendono la copertura totale?

Eid: Sì. Solo il viso può essere mostrato. Talvolta le donne si coprono anche il viso e le mani.

I cristiani sono circa 100.000, su una popolazione di 71 milioni. Come sono visti i cristiani in Iran?

Eid: Sono visti come una minoranza etnica, perché i cristiani sono prevalentemente armeni e assiro-caldei. Ci sono 80.000 armeni ortodossi, definiti anche gregoriani o armeni apostolici, 5.000 cattolici armeni e circa 20.000 assiro-caldei, più altre comunità come i latini, i protestanti, che in totale contano tra i 100.000 e i 11.000.

Quindi sono visti come una minoranza etnica e, come tale, non hanno il permesso di celebrare i loro riti in farsi, la lingua ufficiale dell’Iran. Quindi non potendo celebrare la Santa Messa in farsi, lo fanno in armeno o in caldeo.

Per distinguerli in quanto stranieri?

Eid: Non solo, ma anche per evitare che possano attrarre e interessare gli iraniani locali.

Per impedire agli iraniani di essere attratti dalla fede?

Eid: Esatto e per impedirgli di capire ciò che i cristiani dicono. L’unica eccezione si è verificata quando ero a Tehran, qualche giorno dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II e il sacerdote ha letto le Scritture in farsi, alla presenza delle autorità. Ma è stato un caso straordinario.

Eppure, in Parlamento, tre seggi sono riservati alla minoranza cristiana. Quindi, in qualche modo, i cristiani hanno voce in capitolo nell’istituzione parlamentare?

Eid: In effetti, la Repubblica islamica ha mantenuto la Costituzione del 1906 che riserva cinque seggi alle minoranze: tre ai cristiani, uno ai zoroastriani e l’altro agli ebrei. D’altra parte i bahai, per esempio, che sono la minoranza non musulmana più grande, non sono rappresentati perché sono considerati eretici e non persone di una comunità religiosa.

Esiste quindi una divisione tra le comunità islamiche?

Eid: Se i bahai sono considerati islamici... Non so, perché anche loro sono monoteisti, ma l’Islam non accetta altra fede monoteista dopo Maometto, e quindi loro sono considerati eretici e basta.

I diritti dei cristiani sono tutelati dalla Costituzione?

Eid: No, questo non significa che i loro diritti siano garantiti dalla Costituzione.

L’articolo 13 afferma che tutti gli iraniani sono eguali per razza e lingua ma la religione non è citata. Nell’articolo 14, se mi consente di leggerlo: “Tutte queste comunità non musulmane devono astenersi dal partecipare a cospirazioni contro l’Islam e contro la Repubblica islamica dell’Iran”. E l’ultimo, l’articolo 19, dispone: “Tutti gli iraniani, a qualunque gruppo etnico appartengano, godono degli stessi diritti, e il colore, la razza o la lingua non conferiscono privilegi”. Anche in questo caso non vi è alcun riferimento alla religione.

Ma l’articolo 13 della Costituzione non afferma che i cristiani possono esercitare i loro diritti e professare la loro fede?

Eid: A condizione di non partecipare a cospirazioni contro la Repubblica iraniana. Cosa significa? Comprende anche la contestazione del regime? Il problema dell’Iran è che è un regime teocratico. Quindi l’opposizione al regime dal punto di vista politico potrebbe essere interpretata come un’azione contro la repubblica islamica.

Nell’ambito della comunità islamica esistono i progressisti e i conservatori. Nel contestare l’ayatollah Khamenei si contesta il suo aspetto politico o religioso? Quando il regime ha allo stesso tempo un volto politico e uno religioso, un attacco a quello politico può essere considerato come un attacco a quello religioso, essendo un regime teocratico.

Che altro tipo di restrizioni subiscono i cristiani nella loro vita quotidiana?

Eid: Per esempio, nell’amministrazione pubblica è difficile che i cristiani possano trovare lavoro. Persino i direttori delle scuole cristiane sono musulmani, salvo un’unica eccezione: a Isfahan, dove circa tre anni fa il Governo ha nominato un armeno come direttore di una scuola armena. Ma negli altri casi i direttori delle scuole cristiani sono musulmani – quelle poche scuole che sono state restituite ai cristiani dopo le confische del 1979 e 1980.

Un altro esempio è quello delle forze armate. Alcuni anni fa si è scoperto che un ufficiale, il colonnello Hamid Pourmand, si era convertito al Cristianesimo. È stato processato e sottoposto alla Corte marziale, ma a causa delle pressioni internazionali è riuscito a lasciare l’Iran. Soprattutto è difficile per i cristiani arrivare alle più alte posizioni in Iran.

Come è la vita di un musulmano convertito?

Eid: Stando in Iran non è possibile dichiarare di aver cambiato fede. È possibile solo se si riesce ad andare all’estero. Conosco due famiglie iraniane qui in Italia che sono convertite. Una ha passato il confine con la Turchia durante l’inverno. É stato difficile, ma sono riusciti ad ottenere asilo. In Iran non potevano esprimere o mostrare la loro fede per il rischio di andare incontro alla morte. Non è facile.

Vorrei toccare la questione della fuga dei cristiani dall’Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979. Circa la metà della popolazione cristiana ha abbandonato il Paese, mentre – per quanto mi risulta – circa 10.000 famiglie lasciano l’Iran ogni anno. Cosa significa questo per la comunità cristiana in Iran?

Eid: La pressione politica esiste sia per i non musulmani che per i musulmani, ma per i cristiani essa è doppia perché per loro si somma la pressione politica del regime, mal sopportato dalla maggioranza della popolazione iraniana, alla pressione religiosa riservata ai non musulmani, tale da avere una libertà limitata. È per questo che è in atto questa massiccia fuga, con un concreto rischio di scomparire del tutto, di un’estinzione del Cristianesimo in Iran.


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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l'organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.


Per maggiori informazioni: www.WhereGodWeeps.org

Caterina63
00Sunday, September 18, 2011 10:36 AM
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00Friday, January 20, 2012 9:26 PM
[SM=g1740722] A Nablus, nei Territori Palestinesi, le piante di ulivo non danno soltanto olio di gran qualita', ma costituiscono il segreto di uno dei dei saponi piu' antichi del mondo...
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Vi raccontiamo come nasce il Nabulsi, ma anche il coraggio e la tenacia imprenditoriale di una famiglia palestinese
...

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I cristiani di Nablus

Solo 250 fedeli su una popolazione musulmana di 250 mila persone.

E’ la comunita’ cattolica latina di Nablus, cui ha fatto visita Mons. Patrick Kelly, arcivescovo di Inghilterra e Galles.

» fmc-terrasanta.org

www.terrasanctablog.org/2012/01/16/i-cristiani-di-nablus/





"La fatica dei cristiani di Terra Santa prepara un domani di bene, ma chiede oggi di sostenere scuole, assistenza sanitaria, necessità abitative". Cosi' recita la lettera ai Vescovi del Cardinal Sandri, che ricorda la consueta Colletta del Venerdi' Santo

www.gloria.tv/?media=263695



[SM=g1740717]

[SM=g1740738]

Caterina63
00Thursday, January 26, 2012 7:09 PM

35mila cristiani della Nigeria in fuga dal Nord


Aiuto alla Chiesa che Soffre preoccupata per la situazione nella capitale africana


ROMA, giovedì, 26 gennaio 2012 (ZENIT.org) - Oltre 35mila persone hanno abbandonato il nord della Nigeria in seguito agli attentati di venerdì scorso a Kano. E' quanto riportato da alcune fonti della Chiesa locale alla fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre, riferendo che «Gli abitanti fuggono verso le città che ritengono maggiormente sicure: soprattutto a Jos e nelle regioni più a Sud».

«La popolazione è nel panico – riferisce ancora la fonte – e sono in molti a scappare, lasciando il poco che possiedono. Non hanno il tempo di prendere nulla, perché nessuno può sapere quando scoppieranno altre violenze». Tra chi cerca di mettersi in salvo è altissimo il numero dei cattolici, nuovamente colpiti domenica scorsa.

Il 22 gennaio, inoltre, nello stato di Bauchi due esplosioni hanno semidistrutto due Chiese della capitale mentre nella città a maggioranza musulmana di Tafawa Balewa, durante il coprifuoco indetto dal governo, alcuni uomini armati hanno ucciso dieci fedeli.

In visita nella città di Kano – dove i recenti attentati ad opera dei Boko Haram hanno causato oltre 200 morti – il presidente nigeriano Jonathan Goodluck ha promesso di aumentare le misure di sicurezza. Secondo un recente rapporto dello Human Right Watch, sarebbero 550 le persone uccise nei 115 attacchi commessi dal gruppo estremista nel 2011. Lo stato maggiormente colpito è stato quello di Borno. E’ invece 935 il numero stimato delle vittime dei Boko Haram dal 2009 ad oggi. E nel 2012, in neanche un mese, si sono già registrati oltre 250 morti.

“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2010 ha raccolto oltre 65 milioni di dollari nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.500 progetti in 153 nazioni.

[SM=g1740717] [SM=g1740720]
Caterina63
00Friday, January 27, 2012 3:33 PM
MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DEI MALATI DI LEBBRA

CITTÀ DEL VATICANO, 27 GEN 2012 (VIS). Questa domenica, 19 gennaio, si celebrerà la LIX Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra. In questa occasione, l'Arcivescovo Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, ha scritto un messaggio intitolato "Nella Lotta al Morbo di Hansen serve l'impegno di tutti".

  Nel messaggio, l'Arcivescovo Zimowski scrive:

  "Il Mycobacterium Leprae non è stato infatti ancora eradicato, anche se il numero ufficiale di nuovi contagiati continui a decrescere e attualmente sia intorno ai 200mila, secondo le anticipazioni dell'OMS relative al 2010-2011. Oltre a sostenere la distribuzione gratuita dei farmaci necessari, occorre dunque ulteriormente promuovere una diagnostica tempestiva e la perseveranza nel sottoporsi alle terapie. È fondamentale, inoltre, rafforzare l'opera volta a sensibilizzare e a formare le comunità e le famiglie a rischio di contagio".

  "Il passo evangelico 'Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato' scelto dal Santo Padre Benedetto XVI come tema della XX Giornata Mondiale del Malato che ricorrerà l'11 febbraio prossimo in tutto il mondo, costituisce un approfondimento e una sollecitazione che toccano in particolar modo chi è stato colpito dall'infezione;  in tale brano si racconta infatti di 10 lebbrosi che vengono guariti da Gesù". (...)

  "Come sottolineato dal Santo Padre nel Suo Messaggio di quest'anno, le parole rivolte dal Signore all'uomo che, guarito, ritorna lodando Dio a gran voce e si getta ai piedi di Gesù per ringraziarlo, 'aiutano a prendere coscienza dell'importanza della fede per coloro che, gravati dalla sofferenza e dalla malattia, si avvicinano al Signore. Nell'incontro con Lui possono sperimentare realmente che chi crede non è mai solo! Dio, infatti, nel suo Figlio, non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle e desidera guarire nel profondo il nostro cuore'". (...)

  "Tale amore, che viene espresso anche attraverso l'impegno individuale e delle realtà ecclesiali e di volontariato, fra le quali la Fondazione Raoul Follereau e l'Ordine Sovrano dei Cavalieri di Malta, e i successi sin qui ottenuti, in termini di forte riduzione del numero di infettati, non esime certamente i governi e gli organismi internazionali dall'aumentare l'attenzione e il lavoro contro la diffusione della lebbra né dalle loro responsabilità per quanto riguarda la prevenzione, in termini educativi e igienico sanitari, e la 'riammissione' della persona guarita nonché il sostegno a tutte le vittime dell'infezione".

  "Chi è giunto alla guarigione può comunicare tutta la propria ricchezza interiore ed esperienza e al contempo, nell'aiutare il prossimo, tutta la propria dignità e profondità di persona toccata dalla sofferenza e impegnata in favore della salute della comunità d'appartenenza".

  "Ciò costituirà un ulteriore e rilevante contributo al progresso nella lotta al Morbo di Hansen che per millenni ha rappresentato una piaga terrificante e l'automatica esclusione dalla società. Sarà infatti solamente l'impegno di tutti e a tutti i livelli che consentirà di trasformare la lebbra, da minaccia e flagello a memoria, per quanto spaventosa, del passato".

CON-AVA/              VIS 20120127 (480)


Caterina63
00Monday, February 27, 2012 8:42 PM

Prima Domenica di Quaresima : preghiamo per i nostri fratelli cristiani della Siria. L'appello dell'Arcivescovo di Aleppo.


Da Asia News
Arcivescovo di Aleppo: I cristiani minacciati dalle violenze fuggono dalla Siria
Mons. Antoine Audo invita tutti i cattolici a pregare per la pace e per la riconciliazione del popolo siriano. La Caritas dona cibo e beni di prima necessità a 500 famiglie cristiane e musulmane di Homs, la città più colpita dalla guerra civile. Morti a Baba Hamr (Homs) due giornalisti occidentali.

Aleppo (AsiaNews) - "I cristiani sono la minoranza più minacciata dalla guerra civile siriana e tentano di fuggire dal Paese. Essi si sentono indifesi di fronte all'escalation di violenza che da mesi imperversa nel Paese. Pregate per la pace e per la riconciliazione del popolo siriano". È quanto afferma ad AsiaNews mons. Antoine Audo, arcivescovo caldeo di Aleppo.

"Noi cristiani - sottolinea il prelato - siamo i più deboli da un punto di vista psicologico e di autodifesa. Per molti l'unica salvezza è la fuga, come sta accadendo in altri Paesi del Medio oriente, soprattutto in Iraq. Tutto ciò è un danno gravissimo per la Chiesa e per la presenza dei cristiani in Siria".

Riprendendo l'invito al dialogo lanciato dal papa all'Angelus del 12 febbraio scorso, mons. Audo spiega che nonostante la paura i cristiani possono essere un ponte fra le varie fazioni in lotta. "La nostra presenza unita intorno alla Chiesa - afferma - aiuta la popolazione cristiana e musulmana a lavorare per il bene del Paese, spingendo alla riconciliazione e non alla vendetta". Il prelato cita il lavoro della Caritas Siria che in questi giorni ha lanciato ad Homs, una della città più colpite dalle violenze, un programma di aiuto per 500 famiglie, 400 cristiane e 100 musulmane. In un arco di sei mesi a ciascun nucleo familiare verranno donati cibo e beni di prima necessità per un valore di 600 dollari. La Caritas è attiva anche nell'aiuto agli anziani e ai malati, grazie ai volontari che ad Aleppo coinvolgono tutta la comunità cristiana.

Intanto continuano i bombardamenti dell'esercito siriano a Homs e nelle zone limitrofe, dove intere famiglie sono bloccate nelle loro case semidistrutte senza cibo, acqua e medicinali. Per consentire ai soccorsi di raggiungere le popolazioni colpite, la Croce rossa ha esortato il regime di Damasco e i ribelli a una "decisione immediata" su una "tregua umanitaria" di due ore al giorno. Sempre a Homs, questa mattina sono morti due giornalisti stranieri: Marie Colvin, reporter del Sunday Times, e Remi Ochlik, fotografo freelance francese. I due si trovavano in un'abitazione del quartiere di Baba Hamr utilizzata dalla dissidenza come centro per le comunicazioni, quando una bomba ha distrutto l'edificio.(S.C.)

( Foto : Processione Mariana di cristiani della Siria )

[SM=g1740720]

OLTRE DUE MILIONI DI DOLLARI PER PAESI DEL SAHEL

Città del Vaticano, 29 febbraio 2012 (VIS). Recentemente si è conclusa a Roma la XXX Sessione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel (regione subsahariana che si estende dall'Oceano Atlantico al Corno d'Africa, passando per gli stati centro-settentrionali del continente africano).

Monsignor Giampietro Dal Toso, Segretario del Pontificio Consiglio "Cor Unum" di cui fa parte la Fondazione, ha spiegato, in una intervista alla Radio Vaticana, che nel corso della sessione, il Consiglio ha studiato diversi progetti presentati annualmente alla Fondazione per essere finanziati. "Quest'anno superiamo i due milioni di dollari in aiuti per quasi 200 progetti che sono distribuiti per i nove Paesi che fanno parte della Fondazione e che riguardano in particolare la lotta alla desertificazione, quindi la lotta alla siccità, l'irrigazione e la formazione".

Il fatto che si ripresenti quest'anno di nuovo il problema della siccità nel Sahel, ha detto Monsignor Dal Toso, conferma l'importanza degli interventi della Fondazione. La scarsità di alimenti, conseguenza dell'impatto della siccità sull'agricoltura "avrà il suo apice nei prossimi mesi. (...) Sia la comunità internazionale sia, nello specifico, alcuni organismi cattolici stanno cercando di intervenire per prevenire questa crisi".

Il Segretario di Cor Unum afferma che la Chiesa Cattolica è minoritaria nei paesi del Sahel "in alcuni casi una minoranza veramente minuscola, in un ambiente segnato soprattutto dall'Islam o dalle religioni tradizionali". La Fondazione Giovanni Paolo II è perciò "uno strumento di dialogo concreto con altre religioni. (...) Come ci sta insegnando il Papa insistentemente in questi ultimi tempi, la fede si manifesta nelle opere e quello che riusciamo a manifestare attraverso la carità vuole essere alla fine nel piccolo, nel possibile, una testimonianza di Cristo".

Occorre ricordare che la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel ha origine dopo la prima visita del Beato Giovanni Paolo II in Africa (maggio 1980), dove rimase impressionato dalla grande tragedia provocata dalla siccità e dalla desertificazione. La Fondazione fu istituita con un Chirografo il 22 febbraio 1984, e da allora si dedica alla gestione e protezione delle risorse naturali, alla lotta contro la siccità e la povertà, allo sviluppo rurale, coinvolgendo la popolazione locale.

 

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