Notizie dalla Chiesa in Africa

Full Version   Print   Search   Utenti   Join     Share : FaceboolTwitter
Caterina63
00Monday, November 2, 2009 8:44 PM
Dopo aver seguito i lavori sinodali:
SPECIALE SINODO PER L'AFRICA

dedicheremo questo spazio alle notizie provenienti dall'Africa....

Intervista con Maria Regina Canale, missionaria cabriniana nel sud dell'Etiopia

E in dieci anni
il deserto di Dubbo è fiorito



di Giulia Galeotti

Dieci anni sono bastati a uno sparuto gruppo di suore cabriniane per trasformare un pezzetto di deserto, nel sud dell'Etiopia, in una missione bella, accogliente e ricca di iniziative:  asilo, scuola, orfanotrofio, ospedale, pozzo, chiesa, noviziato, casa per i volontari. Tra le artefici, madre Maria Regina, un'intellettuale sulla quale pochi avrebbero scommesso. Dottore di ricerca in spiritualità alla Gregoriana, studiosa degli scritti della fondatrice, responsabile della formazione dei laici, quando si seppe che sarebbe partita per l'Africa, molte rumoreggiarono. "Chi l'ha detto che i poveri devono avere gente ignorante?" fu la risposta di madre Lina Colombini, allora superiora generale.

La missione è stata aperta a Dubbo nel 1999:  perché lì e in quell'anno?

In previsione dell'anno santo, Giovanni Paolo II scrisse che anche noi cristiani del duemila dovevamo "fare qualcosa" secondo quella che, in origine, era la prassi del giubileo. Madre Lina volle quindi cercare un posto dove ci fosse veramente bisogno di riparazione. La riparazione per noi è un nodo cruciale:  madre Cabrini la intendeva anche nella missione. Così la missione di Dubbo è sorta proprio per riparare. Il senso, per noi, è quello di aiutare a riparare la sofferenza dell'umanità, dare una mano, insieme a Gesù, a chi ne ha bisogno:  la congregazione ha aperto la missione come segno di solidarietà con i Paesi più poveri, come l'Etiopia. Dove si muore per malattia, fame, aids.

Dove si trova precisamente la missione?

A 450 chilometri da Addis Abeba, nel profondo sud dell'Etiopia, nel Wolajta. È la regione degli ex schiavi:  ci vivono, quindi, i più disprezzati, i più dimenticati, anche oggi. Pensi che, secondo la nuova struttura di divisione politica del Paese, gli abitanti non vengono chiamati con il nome della regione, ma "i popoli del Sud":  emarginati tra gli emarginati. Ogni volta che vado ad Addis Abeba, ci ferma la polizia. Un giorno dissi all'autista:  "La prego, cerchi di guidare meglio, altrimenti qui ogni volta ci fermano!". Mi rispose:  "Non è un problema di come guido, suora:  ci fermano perché vedono la targa del sud".

Una missione nel deserto:  se non sbaglio, tutto è iniziato con un pozzo.

Sì, la missione è iniziata con il pozzo. Abbiamo cominciato a costruirlo (grazie anche a generosi italiani):  5 rubinetti, 144 metri di profondità e quando altri se ne sono appropriati, con pazienza, da brave cabriniane, ne abbiamo fatto un altro. Di fronte, ho fatto costruire una veranda dove le persone possono sedersi e ripararsi dal sole cocente o dalla pioggia perché a volte debbono aspettare anche ore. Finita la costruzione, si è posto il problema di come dare l'acqua con dignità. All'inaugurazione del pozzo, dissi a madre Lina che avremmo dovuto far pagare 10 centesimi a chi fosse venuto. Mi rispose:  "No, l'acqua è un dono di Dio, la devi dare gratis". "Va bene, madre, la diamo gratis:  rispetto la sua volontà, anche se non sono d'accordo". Non ero d'accordo perché avevo già capito la situazione. Ricevendo l'acqua gratuitamente, infatti, finivano per non avere alcun rispetto. Successe di tutto, fu un disastro - per esempio, la prendevano per poi rivenderla. Alla fine chiamai madre Lina, che mi disse:  "Fai quello che ritieni meglio fare". Adesso per prendere l'acqua pagano 10 centesimi di bir, una somma irrisoria. È solo simbolica, ma, giacché la pagano, si mettono in fila, rispettano gli altri, apprezzano. C'è anche una guardia. Non bisogna essere ipocriti:  i poveri sono anche difficili. Hanno il peccato originale esattamente come noi! Comunque al di là di tutte le difficoltà - è difficile mantenere un pozzo! - è una gioia enorme.

Avete investito molto nelle adozioni a distanza. Anche qui, però, nessuna elemosina.

Ogni mese dall'Italia arrivano aiuti per questi bambini - sono 250 euro all'anno. In modo però che non fosse un'elemosina per gli etiopi, abbiamo ideato questo sistema:  ogni settimana un membro qualsiasi della famiglia deve venire a lavorare alla missione per una mattinata. Così, quando a fine mese si dà l'adozione, non si sta dando elemosina, ma salario. E con tutta questa gente che viene a lavorare, non solo la missione è diventata bella, pulita e ordinata, ma è sentita come la loro missione.

Il Papa nell'ultima enciclica nota come la società di oggi "ci rende vicini, ma non ci rende fratelli". Voi ci riuscite, ma non deve essere stato facile.

È vero. Per esempio, quest'anno abbiamo comprato quattro mucche da latte, fatto una stalla e recintato tutto, con due guardie a presidio. Ebbene, la prima notte hanno rubato tutto il filo spinato:  abbiamo chiamato la polizia e le guardie sono state arrestate. Ma non mi sono lasciata scoraggiare. Sono andata dal governatore e ho chiesto l'autorizzazione per convocare una riunione con tutti i locali coinvolti nell'adozione, circa un migliaio di persone. Sono stata molto chiara:  "Questa è la vostra missione e le mucche servono per dare il latte ai vostri bambini, quindi se non ci aiutate a proteggerla, è finita per voi. Questo mese non riceverete l'adozione:  con questi soldi ricompreremo il filo che avete rubato". E ha funzionato.

La catechesi è ancora una parte importante del suo lavoro?

Per me, è la gioia più grande. Spesso la faccio con le pitture, parlando in inglese con un traduttore - nonostante sia la seconda lingua ufficiale, nella regione l'inglese è parlato solo dal due per cento della popolazione. Hanno pitture davvero belle, su pelli di capra o di mucca con scene bibliche. Gli etiopi sono molto legati all'Antico Testamento:  dico sempre ai catechisti che per loro Gesù non è ancora risorto! Hanno un grande senso dell'umorismo e della drammatizzazione, e rappresentiamo continuamente le parabole:  in dieci minuti fanno recite bellissime. Alla chiusura di ogni corso, c'è la celebrazione del caffè - tipica dell'Etiopia, con fiori per terra al posto del tappeto - durante la quale non manca mai la messa in scena di un passo del vangelo.

Una parte cruciale del vostro lavoro è con le donne.

Abbiamo cominciato subito a lavorare con loro. C'era l'80 per cento di analfabetismo femminile! Quando abbiamo iniziato con le adozioni a distanza, avevamo 50 bambini adottati, di cui 48 maschi. Il mio aiutante mi disse:  "Suora, non si stupisca, qui la preferenza è sempre per i maschi". Anche per la scuola:  hanno 7-10 figli e se un padre decide di mandarne due a scuola - l'istruzione non è obbligatoria, anche se c'è la scuola governativa - ovviamente sceglie tra i maschi. Ma abbiamo trovato la soluzione, dicendo a chi viene per l'adozione:  "Sì, signora, abbiamo un posto per lei, però è un progetto per lo sviluppo della donna:  se ha una bambina, gliela posso mettere in lista, se no non posso". "Sì, vado a prenderla". E così fanno studiare le bambine! Uno degli aspetti obbligatori dell'adozione è la scuola:  se i bimbi non vanno a scuola, non diamo l'adozione. Così abbiamo favorito lo sviluppo della donna! E non facciamo discriminazione al contrario:  maschi e femmine sono in parti uguali.

Dunque lo sviluppo della donna parte con le bambine.

Sì, e abbiamo un altro bellissimo progetto, quello delle "franceschine". Alla missione viene un gruppo di queste bambine. Al pozzo facciamo loro la doccia - non sapevano nemmeno cosa fosse - le cambiamo, facciamo catechismo e scuola - insegnando anche elementari norme igieniche, fondamentali per arginare tifo e malaria. Alla fine diamo sempre qualcosa da mangiare. Questo progetto lo abbiamo chiamato delle "franceschine" per ricordare la Cecchina, cioè santa Francesca Cabrini quando era piccola. Ora sono cinque gruppi:  quasi 200 bambine. Ma abbiamo anche le scuole materna, primaria e secondaria, nonché corsi per adulti. Per noi l'alfabetizzazione è centrale.

Le adozioni a distanza sono incentrate su cibo, scuola, salute, e avete anche un ospedale.

Sì, la struttura, un po' aiutata anche dal nostro ospedale di Roma, nacque come ambulatorio per mamme e bambini. Alla fine del primo anno intervenne il governo locale - che annualmente dà il permesso per la struttura. Vennero, videro che tutto era bello, pulito, funzionante, al punto che condizionarono il permesso all'apertura a tutti:  così è diventato il Piccolo Ospedale Saint Mary, aperto a uomini e donne. Ricordo che una mia consorella era disperata:  "Maria Regina, l'ospedale è pieno di uomini. Lo abbiamo aperto per le donne, e questi disgraziati vengono solo loro". Chiamammo il responsabile, facendo presente che il nostro progetto era stato completamente travisato. La risposta fu di mettere la retta alta per gli uomini e bassa per le donne. Un consiglio ottimo! Tutelare le donne è una scelta obbligata:  la loro salute è continuamente minacciata. Per esempio, arrivano al parto in condizioni critiche:  la cultura locale vuole che il primo figlio nasca nella casa della suocera, ma per loro il primo figlio è anche il più difficile perché sono circoncise. A volte le portano troppo tardi.

Avete anche un orfanotrofio.

Aprirlo non rientrava nel nostro progetto iniziale. Ma poi è venuto da sé:  sono molti i bimbi abbandonati che troviamo o che ci portano. Facciamo la prima accoglienza. Quando abbiamo la documentazione pronta, subentra la seconda parte dell'adozione, quella giuridica, che può durare fino a un anno. Dopo qualche tempo, i bambini partono per Addis Abeba, perché il governo ha il controllo delle adozioni. Spesso per i bimbi - e per noi - è un'enorme sofferenza:  prima l'abbandono dei genitori, poi il nostro.

Ha accennato anche alla casa dei volontari.

Sì, vengono da tutto il mondo e ci aiutano moltissimo. Stanno con noi tre o quattro settimane, lavorando a progetti ben definiti. Ovviamente, con qualche problema, perché non è facile piombare così nel cuore del deserto. Magari la sera vogliono uscire, ma alle 18.30 la missione chiude ed è sorvegliata da guardie armate. C'è anche il pericolo delle iene:  adesso con la muraglia che abbiamo costruito, le sentiamo solo gridare intorno, ma quando arrivammo dieci anni fa venivano fino alla porta. Del resto, noi non stiamo solo nella missione:  andiamo nei villaggi a trovare le famiglie, i malati, portiamo la comunione agli anziani. Dobbiamo anche tenere sotto controllo i bambini adottati. I volontari sono preziosi!

Asilo, scuola, ospedale, orfanotrofio, ma a Dubbo avete persino il noviziato.

È una benedizione. Non ha idea di quanto sia bella adesso la vita comunitaria grazie alle giovani che sono entrate. In Etiopia non sono pagani - come in Swaziland, dove abbiamo un'altra missione:  c'è una base cristiana della popolazione. Alcune ragazze ci hanno detto che volevano farsi suore, ma abbiamo aspettato quasi otto anni prima di aprire il noviziato. Oggi abbiamo le prime sei suore missionarie del luogo, giovani e belle. Secondo la tradizione, discendono da Salomone e dalla regina di Saba, in un mondo più rivolto verso l'Oriente, che verso l'Africa. Non si ritengono africani, ma etiopi:  quando, dieci anni fa, chiamai il provinciale dei cappuccini mi risposero che era "in Africa" perché si era recato in Tanzania. È importante ricordare che queste sei ragazze, ora suore, prima del noviziato le abbiamo fatte studiare. Siccome il loro mondo è davvero povero, non vogliamo che siano spinte a scegliere la vita religiosa per sistemarsi. Così a tutte abbiamo prima messo in mano un lavoro. Una è diventata infermiera, una sarta, due maestre di scuola materna, una contabile, e una, Anna, oggi sta finendo farmacia. Pensi che la suora diventata contabile - ora dell'ospedale - quando arrivò alla missione aveva un curriculum scolastico talmente basso che chiesi al prete che me l'aveva mandata cosa potevo farle fare con quei voti. È diventata la prima della classe, e all'esame finale di contabilità era più brava dei commissari venuti da Addis Abeba per esaminarla. La scelta di avere dato a tutte prima un titolo di studio è stata criticata, e c'è chi dice che vengono per studiare e poi se ne vanno! Ma non c'è problema, perché abbiamo comunque preparato una donna per la società, la famiglia e la vita cristiana. Se restano, è perché vogliono davvero restare.

Tutto questo in soli dieci anni! Come fate sul versante economico?

Ci sono i benefattori. Quando si bada ai poveri, il Signore manda la Provvidenza:  non abbiamo mai avuto problemi economici. Tra i benefattori, un medico della Columbus di Milano, per ricordare la figlia quindicenne morta in un incidente stradale, ha costruito l'asilo. E ogni anno mi manda i soldi per nutrire 250 bambini. Un'altra benefattrice di Milano ci ha costruito il noviziato, un'altra ancora la casa delle ragazze. Abbiamo sempre avuto chi ci ha sostenuto e aiutato!

E le difficoltà con la cultura locale?

Le faccio due esempi. Tra i miei compiti, preparo i catechisti. In Etiopia sono tutti uomini sposati:  i primi tempi ero depressa. Una volta il vescovo mi invitò a tenere una tre giorni ai catechisti. Mi trovai davanti 90 uomini, solo uomini e lo dissi al vescovo. "Ma come, suor Maria Regina", mi fece lui, "è stato un grandissimo successo:  i catechisti sono così contenti!". "Già, loro sono contenti, ma io no. Neanche una donna". Al termine del ritiro lo dissi anche a loro:  sono contenta di aver fatto il corso, ma mi sarebbe piaciuto vedere anche qualche volto femminile. La risposta fu unanime:  per venire, c'era chi aveva camminato tre ore, chi quattro, chi un giorno intero, chi aveva dormito all'aperto:  "Le nostre donne sono sempre incinte, hanno i bambini, come fanno?". Un altro esempio è quello del gravissimo problema della circoncisione femminile, l'infibulazione che in certe tribù e in certe zone è molto diffusa. Come lottare contro questa aberrazione? Da dove cominciare? Si potrebbero istruire le mamme. Ma anche gli uomini, perché nessun maschio etiope sposerebbe una ragazza non circoncisa e così, la prima cosa che una madre fa è fare circoncidere la figlia. È un lavoro lento, lentissimo. Culturalmente cruciale, ma difficile.

Il panorama è davvero complesso:  da un lato lei dice che "se non ci fossero i missionari in Africa sarebbe la fine del mondo", dall'altro i rapporti con le autorità locali sono spesso delicati.

Sì, dobbiamo stare attente:  siamo sempre guardate come stranieri, come tutti i missionari. Da noi si aspettano soprattutto aiuti materiali e istruzione, ma senza interferire nelle loro cose. Ci tengono sempre a bada. Ogni anno dobbiamo rinnovare il permesso di stare qui in missione. E dobbiamo pagarlo molto. Del resto, non è nemmeno facile entrare:  vogliono solo persone altamente qualificate. Un'infermiera o una maestra normali non le vogliono:  ti dicono che anche loro le hanno. Vogliono solo diplomate specializzate. Io ho due lauree e lo stesso mi hanno fatto molte difficoltà perché il mio dottorato alla Gregoriana era in latino - l'ho dovuto fare tradurre in inglese da uno specialista. Sono veramente esigenti.

Com'è accolto il messaggio religioso nella zona in cui vivete?

In Etiopia la Chiesa cattolica è minoritaria - l'uno per cento - ma molto vivace. Ad Addis Abeba e nel Wolajta c'è una buona presenza di cattolici. Per esempio nella nostra missione, i cattolici sono forse il quindici per cento della popolazione. Sicuramente il Wolajta accetta l'evangelizzazione. Forse perché è una zona veramente povera, dove vivono gli antichi schiavi:  la regione oppose molta resistenza all'invasione dal nord, e il risultato furono massacri e la riduzione in schiavitù del resto della popolazione. Si risente ancora di questa situazione. Pensi che le ragazze hanno un marchio in volto:  è il marchio degli schiavi. Quando una ragazza del Wolajta entrò nella nostra casa ad Addis Abeba, dove mandiamo le più grandi a studiare, non vedendo questa macchia sulle altre, iniziò a stare male tanto si sentiva diversa. Disse che le dava dolore, al punto che un dermatologo, un volontario italiano, gliela tolse. Anche all'interno della stessa Etiopia l'incontro con le altre culture crea problemi. Oltre che a Dubbo, abbiamo altri due asili, uno nella cittadina vicina e un altro in una zona poverissima dove c'è una popolazione che è l'ultima categoria della scala sociale. Qui abbiamo un asilo - con due maestre laiche che abbiamo fatto studiare noi - dove si trovano 80 di questi bambini poverissimi.

Avete mai avuto difficoltà perché non collaboravate con le campagne del Governo o delle organizzazioni internazionali?

Noi in Etiopia, no. Ovviamente all'ospedale non pratichiamo aborti, ma non abbiamo mai ricevuto pressioni. Anche perché nella cultura locale è la donna stessa che lo rifiuta. Se la donna non resta incinta, dopo un anno il marito l'abbandona. Hanno un grande rispetto per la vita:  i figli sono un dono di Dio. Più figli hanno, più la donna ha valore. Le campagne per la pianificazione familiare hanno pochissimo seguito. Magari le donne ritirano i contraccettivi, ma poi li buttano senza usarli.

In Etiopia, dopo esser passata per la Gregoriana:  e prima? Qual è la storia della sua vocazione?

Calabra sum, parafrasando san Girolamo - "Perdonami Signore, se sono dalmata". Io stessa sono figlia di emigranti. Mio padre era andato a lavorare al nord, lasciando a casa mia madre e noi otto figli. A un certo punto disse:  "Ho sei figlie e devo stare a Milano solo come un cane? Mi porto una figlia". E tra le femmine scelsero me, che ero la quarta. Giunsi a Milano a dieci anni, non avevo ancora finito le scuole, e nella nostra parrocchia, Santa Rita, vicino a piazzale Corvetto, ci dissero che delle suore avevano una scuola a Sant'Angelo:  erano le cabriniane. A me piaceva molto la vita delle suore, mi piaceva ascoltare i loro racconti sulle missioni. Ricordo che in particolare si soffermavano su due cose:  la solitudine e la stanchezza dei missionari. Suor Leucrazia e suor Annunziata ci facevano pregare per i missionari stanchi che non ce la facevano più ad andare avanti, per i missionari soli. Io pregavo tanto per loro. I primi tempi in Etiopia ho veramente sofferto la solitudine - un po' era anche solitudine culturale, perché la gente viene solo per chiedere aiuto - ma mi dicevo:  "Maria Regina, quanto hai desiderato tutto questo!".

La sua famiglia come prese la decisione di entrare in convento?

Uscita dal collegio e prima di farmi suora, andai in Calabria a salutarli. Erano tanti anni che non li vedevo - a quel tempo non si viaggiava! - e quasi non conoscevo più i miei fratelli e le mie sorelle. Trovai quel mondo cambiato. Dissi che volevo farmi suora. Mia mamma non la prese affatto bene all'inizio, ma mio padre fu netto:  "Le altre figlie hanno fatto quello che hanno voluto - quasi tutte si erano sposate - e anche lei farà quel che vuole". Ho un bellissimo ricordo di mio padre, ricordo che diceva sempre:  "Questa somiglia a me! Tutto da me ha preso!". La superiora mi aveva detto:  "So che la tua famiglia è povera, quindi non è obbligatorio che tu porti la dote, però se riesci a portarla, come le altre, è meglio". Quando lo dissi ai miei genitori, mio padre fu categorico:  "La porterai anche tu". Mia mamma fece fuoco e fiamme:  "Dove li prendi i soldi?". A distanza di anni ho saputo che se li era fatti prestare dal datore di lavoro e dal parroco. Ho sofferto molto quando morì mio padre. Andai al funerale in Calabria, dove usava che la gente alla veglia funebre portasse i pasticcini. Quando arrivammo, io e un'altra sorella rimanemmo colpite da tutta questa gente che mangiava. Mia sorella era davvero furiosa:  prese un vassoio e lo gettò via. Le chiesi perché. "A papà i dolci piacevano tantissimo, ma non li comprava mai perché non aveva i soldi. Adesso che è morto, questi si devono sbafare tutti i pasticcini?". Mio fratello maggiore recuperò il bigliettino del vassoio, per vedere chi l'aveva portato e restituire a suo tempo il dono. Anche lì ho imparato a mediare tra le culture!

Concludo con una domanda in perfetto spirito cabriniano:  progetti per il futuro?

Vogliamo aprire un'altra missione in Africa. Man mano che aumentano le novizie e le giovani suore locali, è bene che vengano smistate. Non dobbiamo fermarci, consapevoli che la nostra missione davvero ha avuto una sorte speciale. Siamo tra quelle che non solo hanno seminato, ma anche raccolto. E ancora la messe è abbondante! È davvero una grazia del Signore in un momento di grande aridità. Ho 67 anni:  50 di vita religiosa, di cui 10 in Africa. Sono la persona più felice del mondo".


(©L'Osservatore Romano - 2- novembre 2009)

Caterina63
00Wednesday, November 4, 2009 8:29 PM
L'esperienza in Angola di una coppia di volontari del Vis

Basta una messa in Africa
per capire il ruolo della Chiesa


Roma, 4. I nostri nomi sono Maria Grazia e Marco. Siamo due professionisti, sposati, che hanno trascorso in Angola un periodo di servizio, prevalentemente nell'ambito della sanità.

Le parole e le proposte del recente Sinodo dei vescovi dell'Africa che si è svolto in Vaticano hanno gridato realtà dolorose e valorizzato segni di speranza di quel Continente piuttosto dimenticato. E ci hanno così incoraggiati a raccontare il nostro incontro con l'Africa che ha cambiato la nostra vita e ci ha reso solidali e coinvolti con le attese di giustizia delle popolazioni.

L'indifferenza per l'Africa e per i suoi popoli non è ancora del tutto superata nei Paesi del benessere e neppure nel nostro dove per leggere o per ascoltare dai media le informazioni sul sinodo abbiamo faticato non poco. Eppure questa riunione è stata una straordinaria opportunità, unica al mondo, data all'Africa:  una lunga sessione internazionale  dedicata a un serio esame delle cause dei mali africani e dei percorsi per poterne uscire.
 
La nostra è una delle tante storie semplici che possono capitare e sono già capitate a dei cristiani che, messi a contatto direttamente sul campo con le ingiustizie e le sofferenze dell'Africa, rientrano in Europa trasformati e con una gran voglia di tornare in quel Continente per aiutare la gente.

Dopo anni di volontariato sociale nella nostra diocesi abbiamo deciso di porci al servizio di una missione cristiana e sociale, più globale, che fosse al di fuori del nostro "contesto conosciuto" e ci consentisse di aiutare gli altri affiancandoli nel "loro contesto" e condividendone, per quanto possibile, le pene, l'impegno e le speranze. È così che siamo arrivati a Luanda come volontari del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo), inseriti in alcuni progetti di sviluppo umano.

Nonostante il nostro profondo convincimento, la preparazione e la precedente esperienza di volontariato, nel percorrere quel sentiero che traversa la povertà, l'ingiustizia, l'impegno, la speranza e la fede ci siamo sentiti, a volte, viandanti quasi occasionali non sempre in grado di capire e contribuire in modo adeguato. Ciò certamente anche a causa delle tante diversità tra la nostra realtà di provenienza e quella delle comunità con cui abbiamo vissuto e operato.

L'Angola ha raggiunto definitivamente la pace nel 2002. Secoli di colonizzazione e decenni di guerra hanno devastato il Paese:  analfabetismo, denutrizione, elevata mortalità infantile, condizioni igieniche e sanitarie drammatiche, limitato accesso all'acqua, assenza quasi totale delle infrastrutture e dei servizi. Un indice di sviluppo umano tra i peggiori del mondo.

In questo contesto di povertà umana e materiale si inseriscono i diversi interventi per lo sviluppo del Paese, dal Governo alle organizzazioni internazionali. Un ruolo determinante ai fini della formazione della persona e dello sviluppo umano è tuttavia svolto dalla Chiesa cattolica attraverso l'azione missionaria delle diverse congregazioni che sono presenti in Angola.

Aver lavorato alla realizzazione di centri di salute, di centri per la formazione professionale e l'insegnamento, avendo avuto come partner, responsabili della realizzazione e gestione delle opere dei missionari - in molti casi parroci - ci ha consentito di conoscere e vivere una dimensione diversa delle comunità e delle parrocchie.

La città di Luanda, ad esempio, concepita urbanisticamente per ospitare meno di un milione di persone ha attualmente più di cinque milioni di abitanti. La gran parte della popolazione vive nei quartieri periferici, in ripari di fortuna privi di acqua e servizi igienici e in condizioni di estrema povertà. Le parrocchie sono prevalentemente ubicate in questi quartieri ed è proprio a Lixeira, uno dei più degradati, che è stato realizzato il progetto più importante in cui siamo stati coinvolti. Il direttore del progetto è il parroco, missionario salesiano; i responsabili dei diversi settori e gli operatori sono altri missionari e, in prevalenza, cittadini angolani. Il tutto è inserito in un ampio contesto di volontariato laico che rappresenta una delle massime espressioni, pastorale e sociale, della comunità che vive nel territorio. Nella parrocchia di Lixeira, come del resto nelle altre, l'attività pastorale si coniuga concretamente con un insieme straordinario di iniziative sociali volte a formare l'individuo ed a consolidare le basi del vivere comunitario.

Frequentemente le parrocchie e le comunità sono i pochi, a volte gli unici, punti di riferimento per la popolazione. Scuole, centri di formazione professionale, centri di assistenza sanitaria, luoghi comunitari per l'aggregazione sociale e per lo sport, educazione ai diritti umani, l'ascolto dei bisogni, l'aiuto e la carità sono ciò che le missioni e le comunità hanno realizzato e gestiscono; servizi alla persona - a volte i soli - di cui le popolazioni possono usufruire.

Ricordiamo con commozione e senza retorica l'ospedale da campo che venne allestito durante l'epidemia di colera nel 2006; la presenza costante dei missionari e lo sforzo enorme della comunità per assistere le famiglie colpite e educare alla prevenzione del male, in quei luoghi, mortale.
Le strutture parrocchiali sono normalmente piene di giovani, donne e uomini che, animatori della comunità, lavorano per le tante attività pastorali e sociali. Accade sovente, nel tardo pomeriggio, di ascoltare le note e le voci dei cori; provano i canti sacri che canteranno durante la messa.

È proprio partecipando alla messa che è anche possibile comprendere il ruolo della Chiesa in quelle realtà, il suo radicamento sociale e la sua reale capacità di coniugare l'azione evangelica con la difesa e la promozione dell'uomo.
Descrivere la messa, in alcuni luoghi celebrata all'aperto o in grandi strutture multifunzionali, è parlare di umanità in fermento, di colori, di odori, di canti, di danze all'offertorio e di una grande tensione spirituale; è anche parlare delle omelie che associano al messaggio evangelico la spinta alla sua concreta applicazione sociale; è, infine, parlare delle centinaia di bambini, di giovani e donne e uomini che vi partecipano; dei tanti che hai ogni giorno a fianco nel tuo lavoro; delle madri che danno il seno ai loro figli e pregano e cantano; di coloro che non incontrerai più perché vittime della povertà.

Descrivere la messa è in sostanza parlare di una componente naturale, un tutt'uno organico della vita di quelle comunità.
Ci fermiamo qui chiedendoci come mai le nostre comunità parrocchiali non possano essere così straordinariamente dinamiche come quelle nei Paesi periferici del mondo. Ci viene a volte di pensare al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa e - perché no - alle nostre parrocchie come dinamici e rigenerati centri di formazione spirituale e sociale. Riflettere, e trarre stimoli, sulla terza enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, potrebbe essere un buon punto di partenza. Come potrebbe esserlo, guardando l'Africa, il sinodo dei vescovi africani appena concluso.

(Maria Grazia Vittorini e Marco Giommi)


(©L'Osservatore Romano - 5 novembre 2009)

Caterina63
00Wednesday, November 4, 2009 8:31 PM

Il forum dei laici cattolici
nella Repubblica Democratica del Congo



Kinshasa, 4. La Commissione episcopale per l'apostolato dei laici della Repubblica Democratica del Congo organizza a Kinshasa dal 16 al 23 dicembre 2009 il secondo forum nazionale per i laici cattolici che coinciderà con l'assemblea generale del Consiglio dell'apostolato dei laici del Congo. "Obiettivo generale del forum - sottolinea il segretario della Commissione episcopale per l'apostolato dei laici, padre Ambrogio Mutshembe Luhembe Ona-Ndowe - è la promozione del "buon governo". Ciò significa che il patriottismo non è l'antitesi della fede, in quanto un buon cristiano non può che essere anche un buon cittadino".

Oltre a incrementare la consapevolezza personale e comunitaria del ruolo dei laici nella Chiesa e nella società, il forum si prefigge di contribuire alla lotta contro la "diffusa corruzione e la mancanza di trasparenza". Si tratta di tradurre, incarnare i principi della dottrina sociale della Chiesa nella prassi quotidiana personale e pubblica.

Il forum si prefigge altri obiettivi:  l'istituzione di un comitato di sorveglianza, con l'elezione dell'ufficio di presidenza nazionale delle risoluzioni e delle raccomandazioni del forum e l'istituzione da parte degli uffici diocesani, di una "rete provinciale e nazionale formata da laici cattolici che si impegnino contro la corruzione".

Il forum riunirà i delegati di associazioni, gruppi e movimenti laicali impegnati nel tessuto ecclesiale e sociale della Repubblica Democratica del Congo.

Durante la settimana, i delegati parteciperanno a una serie di incontri di riflessione e di approfondimento sotto la guida di vescovi, di sacerdoti, di religiosi e di laici. Di particolare rilevo saranno le testimonianze circa le realtà di apostolato dei laici nelle rispettive diocesi.

La cerimonia di chiusura del forum sarà presieduta da monsignor Pierre-Célestin Tshitoko, vescovo di Luebo e membro del Commissione episcopale dell'apostolato dei laici.



Dopo il Sinodo dei vescovi

L'ordine ospedaliero
Fatebenefratelli
sul fronte sanitario in Africa



Fra' André Sene - sacerdote - appartenente alla provincia africana di Sant'Agostino dell'Ordine ospedaliero Fatebenefratelli e attuale delegato provinciale in Senegal, è stato nominato dalla Santa Sede per rappresentare l'Ordine nella seconda assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi svoltosi dal 4 al 25 ottobre 2009. "La Chiesa - si legge nel messaggio conclusivo dei padri sinodali - non è seconda a nessuno nella lotta contro l'hiv/aids, la malaria, la tubercolosi e altri problemi. Il sinodo ringrazia tutti quelli che sono generosamente coinvolti in questo difficile apostolato di amore e di attenzione. Invochiamo un appoggio prolungato perché possiamo coprire i bisogni dei molti che chiedono assistenza... Ai grandi poteri di questo mondo rivolgiamo una supplica:  trattate l'Africa con rispetto e dignità. L'Africa da tempo reclama un cambiamento nell'ordine economico mondiale a riguardo delle strutture ingiuste accumulatesi pesantemente su di essa. La recente turbolenza nel mondo finanziario mostra il bisogno di un radicale cambiamento di regole. Ma sarebbe una tragedia se le modifiche fossero fatte solo negli interessi dei ricchi e ancora a discapito dei poveri. Molti dei conflitti, guerre e povertà dell'Africa derivano principalmente da queste strutture ingiuste. L'umanità ha molto da guadagnare se ascolta le parole sapienti del Santo Padre Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate. Un ordine mondiale nuovo e giusto non è soltanto possibile, ma necessario per il bene di tutta l'umanità". È alla luce di queste indicazioni che è maturata la riflessione di fra' Sene per il nostro giornale.

Ho accolto la nomina con molta gioia non soltanto per l'importanza che il Papa dà al nostro ordine ma anche per l'attenzione all'Africa:  ovviamente mi ha fatto molto piacere e sono stato molto orgoglioso di rappresentare l'ordine in questo Sinodo.


La pastorale
della salute

La situazione sanitaria in Africa è "stazionaria" per non dire drammatica soprattutto per quanto riguarda i mezzi, di cui questo continente non dispone. Ci sono persone molto brave, preparate, che sono però costrette a emigrare, ad andare all'estero a lavorare perché non possono svolgere la loro professione in Africa.
Una grande sfida per il futuro la vedo proprio nella pastorale della salute. Nella nostra Chiesa mancano le persone che se ne facciano carico ed essa deve essere rivolta non soltanto ai malati ma agli accompagnatori, agli operatori sanitari e a tutti i collaboratori e alle persone che lavorano nei centri ospedalieri. Il problema sarà quello della sua applicazione e bisognerà iniziare a lavorare in questo senso. Le Conferenze Episcopali locali dovranno mettere in atto una vera pastorale nominando un ordinario diocesano che la possa seguire fattivamente sul campo.
Contestualmente è indispensabile riprendere la dottrina, la teologia, la morale della Chiesa nel campo della salute, i documenti sulla malattia e sulla sofferenza:  ad esempio, i messaggi per la giornata della salute, i messaggi per gli operatori sanitari.
Tutta questa documentazione permetterebbe ai nostri operatori di accompagnare meglio i malati, di essere vicini a loro proprio come ha fatto Gesù Cristo:  per seguire il suo esempio c'è bisogno di seguire la dottrina della Chiesa.

La questione
della bioetica

Un'altra emergenza legata al campo della pastorale della salute è la bioetica che pone problemi nei nostri centri quotidianamente.
Sono argomenti importanti per l'umanizzazione delle nostre opere e ovviamente per l'approccio nei confronti del malato e delle persone sofferenti. Non si è parlato della "persona malata" al sinodo, si è parlato di aids, di malaria, di tubercolosi in generale.
Riflettevo che ci sono delle chiese più frequentate delle nostre. Si può scegliere di non andare in chiesa ma non si può non andare in ospedale quando ce n'è bisogno e in questo contesto esso può diventare un luogo fondamentale per l'evangelizzazione. La "pastorale della salute" può intervenire per esempio durante i conflitti perché le vittime delle guerre, delle violenze possono ritrovarsi insieme nello stesso luogo di cura:  l'ospedale in questo caso può diventare un luogo di riconciliazione, di pace, di giustizia. Il momento della malattia e della sofferenza trasforma le persone, le rende più disponibili a venire incontro all'altro ed è un momento propizio per ricevere la parola di Dio.


I malati mentali
poveri tra i poveri

Ci sono grandi pandemie in Africa come sappiamo ma in particolare in questo Sinodo ho avuto modo di focalizzare l'attenzione sui malati mentali perché in Africa sono dimenticati, sono i più poveri tra i poveri. La malattia mentale è legata ai conflitti, alle tante guerre che ci sono da anni in questo continente e i malati psichiatrici sono le persone più esposte, più deboli, più indifese:  le guerre li eliminano, per cui sono doppiamente vittime, doppiamente colpiti. Queste sono le ragioni che mi hanno spinto a parlare di loro perché sia a livello nazionale che internazionale non c'è una vera un politica di tutela.



Il fiorire
delle vocazioni

I centri dell'ordine Ospedaliero Fatebenefratelli sono presenti in 12 paesi africani e sono stati fondati da missionari provenienti dalle province religiose d'Europa.
Non possiamo non ringraziare Dio per i confratelli missionari ma anche per i confratelli autoctoni e per le vocazioni che nascono nel segno dell'ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Non è importante la quantità ma la qualità di questi giovani che si uniscono al nostro ordine. Non soltanto la realtà di oggi esige qualità ma è anche il servizio ai nostri malati che richiede una preparazione adeguata dei confratelli. Una qualità dal punto di vista umano, spirituale e professionale a tutti i livelli. Negli ultimi anni la nostra provincia africana ha messo l'accento sull'importanza della formazione e sta investendo molto in questo campo per i propri confratelli.


(©L'Osservatore Romano - 5 novembre 2009)
 







Caterina63
00Tuesday, December 15, 2009 6:29 PM
La denuncia di un sacerdote degli Apostles of Jesus

Dai seminari dell'Africa
un altro allarme sul clima


Roma, 15. "All'inizio degli anni Novanta i nostri seminaristi riuscivano a soddisfare gran parte delle esigenze alimentari delle loro comunità coltivando i campi. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici in Africa, non si riesce a produrre più niente, e dobbiamo dipendere dagli aiuti esterni per sopravvivere". È la preoccupazione espressa all'agenzia Fides da padre Terence Lino Idraku, sacerdote degli "Apostles of Jesus", la prima congregazione missionaria africana, fondata in Uganda nel 1968.

Padre Terence, che attualmente è a Roma per completare gli studi dopo aver lavorato nei seminari della congregazione, sottolinea che le regole dell'istituto prevedono ogni giorno la preghiera, lo studio e il lavoro. Proprio attraverso il lavoro dei campi i seminaristi producevano, pur con fatica, mais, sorgo, patate dolci e fagioli. Alimenti indispensabili per la sopravvivenza. Negli ultimi anni i profondi mutamenti del clima stanno producendo fenomeni metereologici che compromettono le coltivazioni:  "Le piogge - puntualizza il religioso - arrivano in ritardo e sono particolarmente violente tanto da distruggere ciò che era stato piantato, mentre nei periodi sempre più lunghi di siccità, a causa delle elevate temperature, i germogli seccano. Si può coltivare soltanto un po' di verdura che deve essere particolarmente curata e innaffiata a mano".

La gravità della situazione non riguarda soltanto una particolare zona dell'Africa. Padre Idraku sottolinea che la congregazione ha cinque seminari minori con circa 800 alunni (due in Uganda, uno in Kenya, uno in Tanzania e uno in Sudan), un seminario di filosofia e uno in teologia, entrambi in Kenia, con circa 250 studenti, e due noviziati in Kenia e in Tanzania che ospitano cinquanta studenti ciascuno. "Grazie a Dio le vocazioni non mancano- sottolinea il religioso - tanto che dobbiamo, purtroppo, rifiutarle per mancanza di posti". Inoltre va considerato che i seminari si trovano in zone di conflitto, dove la povertà e le difficoltà sono gravi. "In tale scenario difficile - dice ancora il religioso - vanno anche collocate le esigenze ordinarie di un seminario:  la retribuzione dei professori, il mantenimento degli ambienti, il provvedere ad acquistare benzina per i generatori elettrici dove non c'è corrente".

"Il problema dei cambiamenti climatici - conclude padre Iraku - è un problema serio, che ha gravi conseguenze sulla vita delle persone, specie le più povere. Tutti sanno che i cambiamenti climatici non sono del tutto naturali ma in buona parte sono causati dall'azione dell'uomo. Allora è meglio sospendere la produzione di ciò che porta alle mutazioni del clima piuttosto che compromettere la sopravvivenza di intere popolazioni e offuscare il futuro delle nuove generazioni".


(©L'Osservatore Romano - 16 dicembre 2009)


CLICCA QUI


MESSAGGIO DEL PAPA PER LA PACE: SE VUOI LA PACE CUSTODISCI IL CREATO

Caterina63
00Saturday, February 27, 2010 12:28 AM
La "Communauté Emmanuelle" di Kigali

L'Africa che non fa notizia
cresce in Rwanda


di Egidio Picucci


È accaduto mentre era in corso il recente Sinodo dei vescovi per l'Africa. Ma in pochi se ne sono accorti. Scontato il silenzio dei mezzi di informazione, per i quali il continente africano esiste solo - e non sempre - quando scoppiano lotte tribali, esplodono recrudescenze di malattie endemiche, periodi di siccità, di fame, di epidemie che colpiscono i bambini, invasioni di cavallette.
 
Allora i giornali, seppur a corrente alternata, sembrano accorgersi delle emergenze; nessuno, però, che parli dell'"altra" Africa, quella positiva, che esiste, come del resto esiste l'"altra" Italia che ignora la violenza, la malavita con tutto il corteo di cattiverie che l'accompagna.

Dunque, il sinodo dello scorso ottobre in Vaticano. Tra le centinaia di partecipanti, c'era pure un gruppetto di "uditori" di cui faceva parte anche Christophe Habiyambere, responsabile della "Communauté Emmanuelle", sorta in Rwanda nel 1990 e composta da circa seicento membri divisi in nove settori, impegnati soprattutto nel promuovere la rappacificazione. E pace, giustizia e riconciliazione erano appunto i temi del sinodo, argomenti quanto mai attuali per la situazione del continente.

Christophe, intervendo nel gruppo francofono a cui apparteneva, ha avuto modo di raccontare come ci fosse già qualcuno che sull'argomento ha qualcosa da insegnare. Ha raccontato di una ragazza che vive a Kigali, oggi madre di un bambino, ma al tempo del genocidio rwandese (1994) bambina di appena 9 anni. Benché così piccola, fu spietatamente costretta ad assistere allo sterminio della sua famiglia e a altre orribili coercizioni.

Il mitra puntato sulla faccia avrebbe fatto partire il colpo qualora si fosse rifiutata, e dovette ubbidire, riportando però un trauma che la rese muta. "Poteva comunicare con gli altri solo con lo scritto - ha detto Christophe - cosa che fortunatamente faceva abbastanza speditamente, ma sempre di mala voglia. In comunità abbiamo pregato molto per lei", ha aggiunto monsieur Habiyambere, padre di sei figli, funzionario del ministero della sanità e licenziato in teologia all'università di Friburgo e in psicologia all'università statale del Rwanda.

"Qualche anno fa la ragazza ha chiesto di poter incontrare l'assassino della sua famiglia, in carcere a Gikondo, vicino a Kigali, perché voleva perdonarlo. Lei non sapeva - ha precisato Christophe - che nel frattempo l'uomo s'era convertito e che giorno e notte si rimproverava quel delitto che gli aveva tolto la pace. Nel momento stesso in cui la ragazza gli ha detto:  "Ti perdono", lui è scoppiato a piangere e lei ha riacquistato la parola! Potrei raccontare decine e decine di episodi del genere - ha concluso Christophe - perché nei centri spirituali che abbiamo aperto in questo Paese, bello di mille colline, ne accadono tutti i giorni".

Nel "Centro Gesù misericordioso", aperto a Ruhango nel 1994 e animato da due sacerdoti pallottini, circa ventimila persone partecipano ogni prima domenica del mese alla "giornata di guarigione interiore", ascoltando un'esortazione e pregando a lungo davanti al santissimo sacramento.
"È un forte momento di incontro con il Signore - spiega Christophe Habiyambere - per tutti quelli che hanno il cuore ferito e sanguinante ricordando le persone che hanno ucciso, i tabernacoli profanati, le violenze e gli abomini commessi approfittando della confusione che si era creata nel Paese. Vengono a piangere le loro colpe davanti all'altare e pian piano riacquistano serenità e pace".

Arrivano anche le vittime, che sono numerosissime:  donne violentate e infettate dall'Aids; vedove e adolescenti che hanno solo gli occhi per piangere, prive di tutto e che occorre assistere individualmente per aiutarle a vincere sentimenti di rancore e perfino di vendetta. "È un lavoro lungo - aggiunge - ma nel quale la "Communauté", aiutata dalla grazia di Dio, s'impegna con una quindicina di fratelli preparati appositamente per questo".

Nel secondo centro che la comunità gestisce a Kigali - spiega il responsabile - "oltre ad assistere duecento bambini abbandonati, organizziamo le "Nuits Sos d'adoration". Tutti i venerdì pomeriggio decine di laici si riuniscono per pregare davanti al santissimo Sacramento secondo le migliaia d'intenzioni che ci arrivano da tutta la nazione. Noi paragoniamo i nostri centri a due porti a cui approdano quanti vogliono ritrovare la pace dopo una traversata pericolosa. La voce si è sparsa anche nelle nazioni vicine e arriva gente dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Burundi, ognuno con il suo carico di sofferenza e riparte rappacificato con Dio, con i fratelli e con se stesso".


(©L'Osservatore Romano - 27 febbraio 2010)
Caterina63
00Thursday, March 4, 2010 9:34 PM
A colloquio con il presidente dei vescovi dell'Uganda

Una Chiesa in crescita
impegnata per la pace


di Nicola Gori


Un Paese cristiano, a maggioranza cattolica, con una Chiesa indigena in forte crescita, impegnata a confrontarsi con numerose sfide, tra le quali è destinata ad assumere importanza la ricostruzione del tessuto sociale nelle regioni settentrionali, sconvolte da un conflitto protrattosi per oltre vent'anni. È questa la realtà sociale e religiosa dell'Uganda descritta dal vescovo di Lugazi, monsignor Matthias Ssekamanya, presidente della Conferenza episcopale, in questi giorni a Roma per la visita ad limina Apostolorum. Il ruolo dei laici all'interno della comunità, gli sforzi fatti per riportare la pace nel Paese, e l'impegno nella lotta contro la povertà e per combattere la diffusione dell'Aids tra i principali argomenti affrontati in questa intervista.

La popolazione ugandese ha vissuto un periodo particolarmente difficile, sconvolta da guerre fratricide e dalla recrudescenza dell'Aids. Con quali forze la Chiesa ha potuto affiancare e sostenere il Paese nei suoi tentativi di uscire da queste situazioni?

Per grazia di Dio siamo un Paese cristiano e a maggioranza cattolica per cui abbiamo potuto mettere in campo diverse forze. Un aiuto fondamentale alla forza della Chiesa cattolica e del cristianesimo in genere vanno attribuiti all'attività dei primi missionari, che mentre annunciavano la Parola insegnavano a leggere e a scrivere, portavano un messaggio di fraternità e di speranza. La gente associava quindi il cristianesimo a messaggi positivi, all'istruzione, vista come opportunità di sviluppo. Del resto anche i catechisti sono stati formati come insegnanti. E con il cristianesimo è arrivata anche l'assistenza sanitaria. Hanno provveduto agli altri servizi sociali per dimostrare la loro attenzione verso i poveri. Una volta piantato il seme della fede, questa è stata trasmessa alle generazioni successive grazie al potere dello Spirito Santo e all'azione di Dio nella conversione del nostro popolo.

Dunque i laici impegnati in Uganda hanno un ruolo di primo piano all'interno della Chiesa?

Essi partecipano attivamente e in sintonia con le indicazioni del concilio Vaticano II svolgono il loro ministero nei villaggi attraverso vari movimenti:  Legio Mariae, gruppi di preghiera, apostolato giovanile. I catechisti sono in prima linea laddove scarseggiano i sacerdoti, e soprattutto i laici condividono il governo della Chiesa nei Consigli pastorali, diocesani, parrocchiali e nelle comunità cristiane di base. In particolare sono il braccio amministrativo e la Chiesa li ha incoraggiati a usare le loro professioni per svolgere un ruolo attivo nella società. La promozione della famiglia, per esempio, è direttamente collegata alla partecipazione dei laici alla vita della Chiesa.

Cosa fate per combattere la povertà?

Siamo molto attivi con corsi di formazione in agricoltura sostenibile e d'imprenditoria locale nelle 19 diocesi del Paese, al fine di aumentare la produzione alimentare delle famiglie.

Si parla tanto del cosiddetto "modello" ugandese per contrastare la diffusione dell'Aids. Qual è la realtà?

Nel 1995, la Conferenza episcopale ha istituito l'"hiv/aids focal point" per aiutare il popolo. Secondo il "National hiv zero behavioral survey" del 2004/5, un milione di persone sono state infettate dal virus in Uganda. Molto è stato fatto per educare la popolazione, ma preoccupa l'alto numero di nuovi contagi. L'indagine più recente sulle modalità di trasmissione indica che ci sono oltre centomila nuove infezioni ogni anno. Dopo una prima fase di rapida diffusione dal 1980 al 1992, con un tasso superiore al 18 per cento, e quella di calo fino al 6, 4 per cento tra il 1992 e il 2002, siamo ora in una fase di stabilizzazione, con all'orizzonte minacce di un nuovo incremento.

Iniziative concrete?

Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo dei fondi a livello mondiale e nazionale. Abbiamo visto la messa in opera del Fondo globale per la lotta all'aids, la tubercolosi e la malaria. L'Uganda ne ha beneficiato e il "focal point" ha lavorato instancabilmente per aiutare le diocesi e le altre istituzioni della Chiesa ad accedere autonomamente a queste risorse, attraverso la condivisione delle informazioni, la valutazione delle domande di finanziamento e altre consulenze. Ha peraltro rilevato con preoccupazione che alcune delle somme stanziate non sono state usate in modo corretto, a causa degli elevati livelli di corruzione nel Paese.

Ma non sono mancati gli aspetti positivi?

Sono nate reti di collaborazione che, in linea con la politica di decentramento posta in essere dal Governo, hanno permesso di migliorare il coordinamento, ma anche di accrescere la visibilità dei servizi cattolici per l'Aids. Come testimonia l'accresciuta rappresentanza del personale diocesano del "focal point" nelle Commissioni distrettuali per la lotta contro l'Aids. Il "focal point" ha anche partecipato alla costituzione del network contro l'Aids della Caritas internationalis decisa in occasione dell'ultima Conferenza internazionale sull'Aids svoltasi in Messico. Sebbene le cure contro la malattia siano diventate negli ultimi sei anni più accessibili, la Chiesa e altri partner hanno dovuto fare molto di più per prevenire nuovi contagi. A tal fine, si è imposta una più stretta collaborazione tra tutte le diocesi sul fronte della prevenzione. Dieci diocesi hanno potuto accedere a sovvenzioni a tal fine, per ampliare la copertura e l'entità dei servizi offerti.

E veniamo alla riconciliazione con i ribelli del "Lord's Resistance Army" che hanno combattuto il Governo per più di venti anni.

Il conflitto nella parte nord-orientale del Paese ha causato danni incalcolabili in termini di vite umane. La Chiesa ha contribuito agli sforzi per la pacificazione della regione e alla fine della guerra, iniziata nel 1986. I vescovi sono preoccupati dalla perdita di tante vite umane, dalla mutilazione e deturpazione di tante persone, dalla scomparsa di bambini piccoli e innocenti, dalla distruzione di proprietà e dalla conseguente povertà che rappresentano una vergogna per la coscienza della Nazione. Nel 2007 l'Uganda joint christian council (Ujcc), organizzazione ecumenica che riunisce cattolici, anglicani e ortodossi, ha pubblicato il documento congiunto "Una cornice per il dialogo. Sulla riconciliazione e la pace in Nord Uganda". A Lira si sono tenute tre riunioni consultive a cui hanno partecipato parlamentari, funzionari governativi, capi religiosi che hanno preparato i colloqui di pace di Juba nel 2006 per porre fine alla guerra, anche se com'è noto si registrano ancora focolai accesi.

Cos'ha fatto la Chiesa?

È stata in costante contatto con i capi tradizionali delle etnie Acholi, Karamajong, Lango e Iteso perché esercitassero la loro influenza per fermare l'attività dei ribelli. I vescovi hanno visitato la regione e hanno fatto appello ai donatori per garantire assistenza umanitaria alla popolazione. Varie diocesi hanno inviato cibo e sono state elevate preghiere in tutto il Paese per chiedere a Dio di porre fine a questo flagello. Nel 2009 l'Ujcc e altri organismi hanno dato vita a una Conferenza sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace sostenibile.

Lei ha accennato all'Uganda Joint Christian Council. Come sono i rapporti con le altre Chiese e comunità cristiane?

Buoni. Nel 1963 è stato istituito l'Ujcc, cui aderiscono la Chiesa cattolica, la Chiesa anglicana e quella ortodossa, che insieme costituiscono il 75 per cento della popolazione. Costituito in un momento di forti tensioni tra le Chiese cristiane in Uganda, mira ad approfondire l'amicizia, a promuovere l'ecumenismo, l'unità dei cristiani e ad analizzare le questioni di interesse comune, come la democrazia, la pace, la salute, l'istruzione, la pari dignità tra uomo e donna, la giustizia sociale ed economica. L'Uganda Joint Christian Council ha anche un canale di collegamento con il Parlamento per mantenere le Chiese aggiornate sui progetti di legge in discussione e per trovare un terreno comune sulle questioni nazionali e religiose al centro del dibattito pubblico. Non abbiamo invece rapporti formali con le Chiese evangeliche, che però di recente hanno chiesto di essere ammesse all'Ujcc.

Come va il dialogo con l'islam?

Nel 2000 è stato istituito il Consiglio interreligioso dell'Uganda (Ircu) cui aderiscono cristiani e musulmani. L'Ircu ha avviato vari programmi nel campo della lotta all'Aids, della pace, dei diritti umani, del buon governo, della comunicazione, dell'informazione pubblica. Tutti questi sforzi hanno l'approvazione della Chiesa cattolica.

E con le religioni tradizionali africane?

La Chiesa cerca di mantenere buoni rapporti attraverso la sua Commissione per il dialogo interreligioso. I valori positivi delle religioni tradizionali africane non vengono respinti, ma sono utilizzati per promuovere l'inculturazione del cristianesimo in Uganda. Aspetti negativi come la poligamia, la stregoneria e sacrifici umani non sono invece accettati. La Chiesa è cosciente del fatto che, anche se il nostro popolo è cristiano, rimangono alcuni retaggi incompatibili.

Nel 2000 il suicidio collettivo di 400 adepti di una setta religiosa nei pressi di Kanungu accese i riflettori sul problema delle sette.

Non abbiamo informazioni per valutare se esse oggi sono in aumento. Sappiamo solo che la loro libertà di culto - con musiche e danze - hanno una forte presa su alcuni cattolici. Di conseguenza, dobbiamo lavorare per fare in modo che le nostre liturgie siano apprezzate dal popolo. Inoltre per conquistare seguaci le sette usano denaro e beni materiali, finti ministeri di guarigione e cercano di mettere in cattiva luce la Chiesa cattolica.


(©L'Osservatore Romano - 5 marzo 2010)
Caterina63
00Tuesday, March 9, 2010 11:49 PM
La missione vista dalla comboniana eritrea suor Elisa Kidanè

Osare nuovi cammini
che infrangano i muri tra i popoli


di Giulia Galeotti


Ascoltando il suo perfetto italiano, si coglie subito un aspetto affascinante di suor Elisa Kidanè, missionaria comboniana eritrea:  l'importanza che dà alle parole. Giornalista e poetessa, suor Elisa, che iniziò a comporre da bambina - "credevo fossero poesie:  in realtà mi piaceva andare a capo ogni tanto!" - mi riprende subito, con garbo ma decisa, quando parlo dei Paesi poveri del terzo mondo. "Non Paesi poveri, ma Paesi impoveriti. La ricchezza che c'è lì non c'è in nessun altro posto. E non terzo mondo:  Dio di mondo ne ha creato uno. Siamo noi che lo abbiamo diviso e che continuiamo a dividerlo, mentre dovremmo cercare d'andare sempre più verso l'unità".


Padre Comboni ebbe una grande attenzione per la donna. Nel 1867 fondò l'istituto missionario che sin dall'inizio volle maschile e femminile:  giacché la presenza della donna consacrata costituiva nel suo progetto "un elemento indispensabile e sotto ogni aspetto essenziale", nacque la congregazione delle Pie Madri della Nigrizia. D'altro canto, anticipando i programmi di tanti organismi internazionali, padre Comboni comprese che occorreva rivolgersi alle donne locali per ottenere qualche risultato.

L'intuizione profetica di Comboni di coinvolgere la donna la si coglie fin dalla prima redazione del Piano per la rigenerazione dell'Africa, in cui è scritto chiaramente che non c'è missione senza inclusione dell'elemento femminile. L'esperienza maturata durante la sua permanenza in Africa gli aveva dimostrato che era impossibile riuscire altrimenti a mettere in piedi la missione. "Molto prima avremmo dovuto pensare a inserire l'elemento femminile in questa opera", scrive. La sua fu un'intuizione profetica sul genio femminile, quel genio di cui, poi, avrebbe parlato Papa Wojtyla. Oggi la donna merita da parte nostra un'attenzione sempre maggiore perché tra i poveri e gli oppressi le donne, e i loro bimbi, sono in grande maggioranza, perché il fenomeno della schiavitù si ripercuote soprattutto sulla donna e perché puntando su di lei si punta sul miglior agente di evangelizzazione della famiglia e della società.

Essere la costola di un ordine maschile è un elemento di arricchimento o può rischiare di essere limitante?

Non siamo la costola di un ordine maschile. Non solo perché abbiamo una nostra autonomia, ma per il principio che sta all'origine della nostra fondazione, che è poi la chiave profetica:  Comboni ci ha ideate come donne capaci di camminare con i propri piedi. Agli inizi, certo, le due congregazioni avevano bisogno l'una dell'altra per potersi sostenere. Ma la presenza del ramo maschile ci completa, non ci limita. Due-tre volte l'anno, i due consigli generali s'incontrano per confrontarsi sulle problematiche e i sogni delle nostre missioni. Anche molte direzioni provinciali hanno questa buona prassi. E ci sono superiori e superiore provinciali che visitano insieme le comunità in cui vi sono comboniani e comboniane che lavorano nello stesso territorio. Abbiamo infine un progetto comune:  una radio in Sud Sudan la cui équipe è composta da padri e suore.

Un progetto, se non sbaglio, in perfetto spirito comboniano:  il fondatore scriveva che i mezzi da utilizzare per l'animazione missionaria della Chiesa e della società dovevano essere contatti personali, viaggi, corrispondenza e stampa.

È vero. L'idea nacque quando Comboni venne canonizzato e i due istituti si chiesero quale segno di gratitudine potessero realizzare insieme. Così è nata la radio del Sud Sudan, che opera ormai da tempo, con l'obiettivo di tessere la pace per la costruzione del Paese, dopo 30 anni di guerra.

Dove operano e cosa fanno oggi le Pie Madri della Nigrizia?

Siamo in Africa, America Latina, Europa e Medio Oriente. Se ovunque è centrale a tutti i livelli l'evangelizzazione, ogni posto ha la sua priorità. Per esempio in Italia è importante l'animazione missionaria e la promozione vocazionale, sempre però con compresenze specifiche di pastorale. Siamo a Padova, dove abbiamo una casa in cui accogliamo giovani immigrate con difficoltà d'inserimento, a Palermo nella zona di Ballarò, a Napoli a Torre Annunziata. A Verona, per anni, una nostra sorella ha lavorato nel centro della Caritas, aiutando moltissime giovani strappate alla rete della prostituzione e della schiavitù. In Africa la prima priorità è l'evangelizzazione, che viene espletata in diversi modi a seconda dei Paesi. Ovunque siamo, le nostre comunità cercano, per quanto possibile, di essere composte da sorelle che svolgano funzioni nel campo della salute, della pastorale e dell'insegnamento, tentando di coprire i vari settori.

La missione qui, in Italia:  siamo abituati a pensare ai missionari che partono per andare lontano, invece anche alle nostre porte v'è bisogno di loro.

Certo. Del resto se alcuni istituti hanno due rami, il nostro, invece, è esclusivamente missionario:  la regola di vita è una. Ciò significa che ogni sorella, in qualsiasi punto dell'emisfero si trovi, deve vivere la missione.

Oltre che presenti in tutto il mondo, siete anche di provenienza geografica molto varia. Immagino, quindi, che dobbiate affrontare un lavoro non indifferente per amalgamarvi:  se le differenze culturali possono diventare arricchimento, certo non sarà subito facile.

Siamo di 34 nazionalità, presenti in 29 Paesi con 191 comunità sparse nei quattro continenti - esclusa l'Australia. La nostra presenza ha ovunque un carattere sovranazionale. La relazione è sempre positiva, anche se complessa. Fin dai primi tempi della formazione, puntiamo molto sull'aspetto internazionale e multiculturale:  le differenze vanno rispettate, ma ciò a cui tendiamo è la crescita nella comune cittadinanza comboniana. È lì che ci incontriamo. Sappiamo bene che le culture hanno sempre qualche cosa in comune:  dobbiamo esercitarci a scoprire ciò che ci unisce, piuttosto che ciò che potrebbe dividerci.

La difficoltà d'incontro immagino che la viviate anche con le comunità locali. Penso a due esempi della vostra storia. Per il passato, la vicenda di Teresa Grigolini, una delle prime comboniane partite per il Sudan nel 1877. Cinque anni dopo le missioni furono distrutte dalla rivoluzione del Mahdi e i missionari ridotti in schiavitù. Teresa accettò di sposare un commerciante greco per evitare che le consorelle, e lei stessa, finissero negli harem musulmani, gesto sofferto e al tempo non capito. Per oggi, invece, penso a Teresa dalle Pezze che, prima di essere uccisa, lavorava in Mozambico alle dipendenze del Governo:  come altre consorelle insegnanti e infermiere, dovette togliere il velo, giacché le autorità non tolleravano alcun segno religioso.

Sono difficoltà che fanno parte della vita. Ed è un aspetto scritto nelle nostre regole:  Comboni diceva che dobbiamo essere carne da macello, pronte anche al martirio. Un martirio cruento, ma anche un martirio continuo, come quello che ha vissuto suor Teresa. Ma siamo convinte che dove andiamo troviamo una ricchezza immensa! C'è una bella frase di Comboni che per noi è centrale:  "Fare causa comune". Dobbiamo entrare nei popoli con questo atteggiamento. Cerchiamo sempre di leggere la positività che ci sarà nell'incontro, che è poi il solo modo per impedire lo scontro di culture. Le nostre comunità dovrebbero essere vere fucine di allenamento, mettendoci in grado di incontrare nel profondo altri popoli.

Nel capitolo generale del 2004 avete approfondito una serie di aspetti mistici. Alcuni (l'annuncio, la pazienza e il perdono) sono chiari. Altri meno:  ci spiega innanzitutto la mistica dell'osare?

La prendiamo dallo spirito coraggioso di Comboni, che non s'è fermato di fronte a nulla. Ci siamo dette:  dinanzi a questa cultura che, mentre parla di globalizzazione, innalza muri e barriere, a questa cultura occidentale che fa riferimento alle sue radici cristiane senza però essere coerente con esse, come dobbiamo rapportarci in quanto missionarie comboniane? Innanzitutto osando. Osando cammini nuovi, osando infrangere i muri che impediscono la comunione dei popoli, osando atteggiamenti profetici. È una mistica che abbiamo preso approfondendo lo spirito di Comboni:  noi, come sue figlie, non possiamo assolutamente tirarci indietro in questo momento. Questa è la nostra ora.

C'è poi la mistica della pietra nascosta.

Il Vangelo ce lo dice:  diminuire perché l'altro possa crescere. La pietra nascosta è la pietra angolare che non si vede, ma che mantiene in piedi l'edificio. Nel nostro incontro con i popoli, non possiamo irrompere come bulldozer. Dobbiamo entrare a piedi nudi, con rispetto e capacità di metterci a fianco.

Infine, la mistica della compassione, parola che il mondo di oggi tende a fraintendere.

Sono appena tornata dal Congo dove veramente le sorelle vedono e vivono ogni giorno la fatica della gente. Potrebbe esserci la tentazione di farci il callo, tentazione che va assolutamente respinta. Dinnanzi alle sofferenze quotidiane delle persone, dobbiamo costantemente mantenere il nostro cuore capace di patire con, di far causa comune con. Questo ci dà non solo la forza, ma la gioia di rimanere con.

A questo proposito, in una lettera del 1871, Daniele Comboni scrive:  chi confida in se stesso, confida nel più grande asino di questo mondo.

Lui, che aveva una forte vena umoristica, usava queste espressioni molto gustose e concrete. Comboni diceva anche che il missionario e la missionaria non possono andar soli in paradiso. Soli andranno all'inferno. Per lui la collaborazione e il lavorare insieme sono determinanti. Non dimentichi che nel suo progetto erano centrali i laici, che egli considerava un elemento fondante:  tutti insieme, ognuno nella propria realtà, per un unico ideale.

I laici hanno ancora questo ruolo cruciale?

Ci stiamo provando, anche se forse dovremmo fare molto di più per non tradire il sogno e l'ideale comboniani. Abbiamo centinaia di amici che lavorano attorno a noi, però non siamo riuscite a far sì che divenga prassi uno spazio specifico dei laici all'interno del nostro ambito missionario. Dobbiamo sempre fare salti mortali per permettere la presenza di laici con un preciso ruolo collaborativo. Invece, Comboni aveva moltissimi laici accanto:  la nostra prima suora africana, suor Fortunata (sudanese), era stata una di loro. Fortunata fu infatti tra le prime giovanette ridotte in schiavitù che vennero comprate da don Mazza, riscattate e portate a Verona:  l'idea di don Mazza, che poi Comboni ha fatto sua, era quella di salvare l'Africa con l'Africa, istruendo e preparando i laici africani. L'educazione li avrebbe resi capaci d'essere protagonisti della loro stessa rinascita. Con altre venti ragazze, Fortunata venne portata a Verona per studiare. Una volta preparate, queste laiche africane partirono con Comboni, che, innanzitutto, le condusse in Egitto:  non a caso. Gli egiziani si sentivano superiori, considerando i sudanesi delle non-persone. Ebbene, permettendo a queste giovani laiche d'essere maestre degli egiziani, Comboni riuscì a dimostrare che, grazie all'istruzione, le sudanesi erano in grado di fare esattamente le stesse cose che poteva fare un egiziano! Comboni poi condusse alcune di queste laiche in Sudan, grazie alle quali poté aprire a El Obeid quella che lui chiamava con malcelato orgoglio "l'opera femminile del Kordofan".

Una scelta davvero coraggiosa, considerando la mentalità del tempo.

Coraggiosissima e lungimirante. Comboni voleva preparare ragazzi e ragazze capaci di formare famiglie cattoliche. L'idea era geniale! Così, quando arrivarono le comboniane, trovarono che già molte laiche lavoravano sul posto. Dopo un po' di tempo, una di loro, Fortunata, chiese d'entrare nella congregazione.

Il fondatore scriveva che "i mali gravissimi" dell'Africa erano la mancanza di fede, la tratta degli schiavi, la povertà, le malattie e l'ignoranza. Sono ancora questi?

Sono questi. Sono rimasti tali e quali. Fintanto che il tasso d'analfabetismo resta all'80 per cento, significa che ci sono Governi che mantengono deliberatamente nell'ignoranza i loro popoli onde poterli facilmente depauperare e distruggere. Non a caso, i militari più armati sono in Africa. Per la salute e l'educazione, i nostri Governi non spendono niente (al contrario delle armi):  è il modo di mantenere il popolo nell'incapacità di potersi difendere. Sono gli stessi mali di allora che impediscono oggi all'Africa d'alzarsi e di camminare.

Diceva che è appena tornata dal Congo, che forse oggi è uno dei Paesi più a rischio.

Sì, specie al Nord, perché ci sono interessi politici ed economici enormi. Perdo il sonno ogni volta che torno da questi Paesi che so essere straricchi, mentre la popolazione vive nella miseria nera. Dico sempre alle sorelle:  l'importante è stare con la gente, senza però tenere la scala al ladro, avendo, cioè, il coraggio di denunciare gli abusi di cui le persone sono vittime. Però sappiamo che certe problematiche ci superano. Oggi, ad esempio, è pieno di cinesi:  prima l'occidente, poi l'islam, adesso i cinesi. Quest'Africa quando riuscirà a venirne fuori? Quando riuscirà a fare quello che le ha quasi ordinato il sinodo:  alzati e cammina? Se continuiamo a metterle sulle spalle tutti questi gravami, sarà molto dura per lei. Ma la speranza c'è!

Nell'enciclica Caritas in veritate il Papa scrive che "lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione". Secondo lei, si stanno facendo reali passi in questa direzione?

Credo che dappertutto ci sia la volontà di camminare insieme. La società civile c'è, la buona volontà c'è, la voglia di mettersi insieme e di crescere come famiglia anche. Poi ci sono forze maligne e diaboliche che impediscono l'avanzata di questo popolo che si dirige verso il regno dei cieli. Quella del Papa non è una frase a effetto:  al fondo si percepisce che c'è questa comunità che vuole camminare insieme.

In Occidente si avverte uno scollamento tra ciò che la grande informazione vuole farci credere e ciò che invece si percepisce tra la gente.

È verissimo. La televisione ha il suo lato positivo. Io sono giornalista:  guai se non ci fossero i mezzi di comunicazione! Ma un certo tipo d'informazione davvero tenta di creare la cultura del male e della diffidenza. Se la sera in trenta milioni ascoltano la televisione dire che il marocchino, l'albanese o il rom hanno derubato la vecchietta, l'indomani al primo straniero che s'incontra, ci si stringerà la borsa. Perché ormai il sospetto e la paura sono passati attraverso questi messaggi.

C'è una frase terribile che, ne Il libro dell'inquietudine, Pessoa fa scrivere a Bernardo Soares:  "Gli altri non sono per noi altro che paesaggio".

È veramente triste. L'altro, invece, è relazione, è persona. A volte anche tra noi suore, ci passiamo accanto senza sorriderci:  eppure siamo tutte appassionate di Cristo! Basterebbe dirsi anche solo buon giorno! In fondo siamo le testimoni del Risorto. Tante volte invece sembra che siamo ancora lì a piangere il Cristo morto. Ricordo le prime volte a Verona, salutavo le persone la mattina:  la gente era spaventata! Un giorno una signora mi chiede:  suora, ma lei mi conosce? No, le dico, ma è così bello salutarsi al mattino. Sennò davvero diventiamo paesaggio. Un paesaggio che a volte ci disturba, a volte ci è indifferente.

Oggi esiste un'enorme incapacità non solo di accettare la Croce, ma direi, prima ancora, di comprenderla.

Perché la Croce è una cosa difficile. Comboni diceva:  "Signore, dammi le croci". Ma Comboni era Comboni! Io non sono arrivata a quell'altezza. Io dico:  Signore quella che ho, se puoi, spostamela un pochino più in là. Ma la mistica della pietra nascosta significa anche accettare la sofferenza, e saperla vivere con una certa serenità. I mezzi di comunicazione ci fanno sognare famiglie bellissime che ridono e scherzano:  ma dove sono? La realtà d'ogni giorno è difficile. A volte la Croce è assumersi semplicemente la realtà.

Credo che l'idea diffusa che i popoli impoveriti siano più capaci di comprendere la Croce sia uno stereotipo che fa comodo a noi occidentali.

Sì, è uno stereotipo. Non è che accettano la Croce:  non possono farne a meno. Non hanno alternativa. Credere diversamente, significa sminuire il valore della loro sofferenza.

Cos'è oggi la vocazione missionaria?

Credo sia ancora quella di sempre:  annunciare la certezza che il regno dei cieli, il regno di giustizia e di pace, è possibile. Lo dicevamo ieri, e lo diciamo a maggior ragione oggi dove c'è bisogno d'una nuova evangelizzazione anche in Europa. È inutile che ci vantiamo delle radici:  abbiamo bisogno di avere frutti! È comodo fare affidamento su di esse, delegare:  ma il cristianesimo non vive di rendita. È una scelta personale. Si sceglie d'essere cristiano o di non esserlo. È da come ti comporti, che io so se tu sei veramente cristiano. Altrimenti rimane solo un simbolo che abbiamo svuotato d'ogni significato. La vocazione missionaria è ancora quella d'annunciare a gran voce che il regno dei cieli è qui, che si può costruire oggi, e non chissà quando. Lavorare perché vi sia la giustizia, la comunione tra i popoli, perché si abbattano le barriere che, invece, andiamo continuamente costruendo. Per questo credo sia ancora una vocazione molto attuale e concreta. Del resto, guardi, la mia vocazione personale nasce dall'esempio. Provengo da una famiglia cattolica eritrea e ho studiato dalle comboniane ad Asmara fino a 14 anni. Poi, dopo essermi allontanata, ventenne ho ribussato alla loro porta. Da piccola leggevo con foga la rivista "Raggio" - oggi "Combonifem" -:  ricordo che m'ero innamorata soprattutto del Brasile! Fu questa volontà di andare dall'Eritrea in Brasile a spingermi verso la congregazione. Ho fatto il postulantato e il noviziato ad Asmara, rimanendovi altri due anni dopo la professione. Poi sono venuta in Italia e dopo un corso di catechesi all'Urbaniana, mi hanno chiesto:  davvero vuoi andare in Brasile? Risposi che ormai avevo compreso che uno deve essere disponibile ad andare dove lo mandano, e così passai sette anni in America latina:  Ecuador, Perú e Costa Rica, ma niente Brasile! Tornata in Italia, dopo un corso di giornalismo a Vicenza, sono entrata a lavorare nella nostra rivista. Nel 2004, al capitolo sono stata eletta nel Consiglio".


(©L'Osservatore Romano - 10 marzo 2010)
Caterina63
00Sunday, May 2, 2010 12:16 AM

Una nuova università cattolica in Camerun


La seconda del Paese dopo quella dell'Africa Centrale a Yaoundé


di Isabelle Cousturié

BAMENDA, venerdì, 20 aprile 2010 (ZENIT.org).- La nuova Università Cattolica del Camerun Bamenda (CATUCB) aprirà le sue porte il prossimo anno accademico 2010-2011 a Bamenda, capitale della regione nord-occidentale del Paese, nella zona anglofona.

Sarà la seconda università cattolica del Paese, dopo quella dell'Africa Centrale a Yaoundé.

L'università, che funzionerà sul modello anglosassone, avrà sette Facoltà: Scienze Imprenditoriali e di Gestione, Scienze Umane e Sociali, Scienze dell'Educazione, Ingegneria civile, Scienze dell'Agricoltura e Scienze delle Risorse Naturali.

E' previsto che in futuro aprano nuove Facoltà, come quelle di Tecnologia, di Comunicazione e di Scienze Mediche e Sanitarie.

Avranno sede a Kumbo e l'offerta verrà poi completata con una Facoltà di Diritto nella città di Buea.

I leader tradizionali hanno offerto un terreno per la costruzione delle Facoltà.

"Questa università è l'ultimo strumento di proclamazione della giustizia e della speranza", ha dichiarato il Vescovo della Diocesi di Kumbo, monsignor George Nkuo, il 10 aprile scorso durante una Messa concelebrata dai quattro Vescovi della provincia ecclesiastica di Bamenda per dare il benvenuto a questa nuova creazione.

"Abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti, camerunensi e stranieri, visto che questo giorno segna una nuova era per il nostro sistema educativo", ha detto ai fedeli riuniti sul sagrato della Cattedrale metropolitana di Bamenda.

La Messa è stata presieduta dall'Arcivescovo metropolita di Bamenda, monsignor Cornelius Fontem Esua.

Era accompagnato da monsignor George Nkuo, della Diocesi di Kumbo, da monsignor Immanuel Bushu, della Diocesi di Buea, e da monsignor Francis Teke Lysinge, della Diocesi di Mamfé.

Questi ultimi hanno invitato i fedeli a "dimostrare il proprio sostegno a questo progetto attraverso la loro generosità", ha reso noto la stampa locale, sottolineando che questa istituzione universitaria ha bisogno, per la sua realizzazione, di circa 250 milioni di franchi camerunensi (380.000 euro).

Sono già stati raccolti 28 milioni di franchi per iniziare le attività, ha reso noto l'agenzia di stampa subregionale dell'Agrica centrale Africa-info.

Il Vescovo di Buea ha proceduto alla lettura della decisione di nomina dei sette responsabili che avranno l'incarico di presiedere il destino di questa nuova università.

I sette responsabili hanno giurato sulla Bibbia che svolgeranno le proprie funzioni "con diligenza, in conformità ai canoni universitari e con timor di Dio".

Caterina63
00Saturday, May 15, 2010 10:43 PM
In Etiopia l'Abba Pascal Girl's School accoglie più di seicento alunne

Una scuola che alla donna
restituisce la sua dignità



di Egidio Picucci


L'Abba Pascal Girls' School è alle porte di Soddo, capitale del Wolaita (Etiopia) con circa ottanta-centomila abitanti. Ampia e ventilata da decine di eucalyptus, è dedicata al primo missionario che negli anni '30 del secolo scorso si è avventurato in alcuni Paesi dell'attuale South Nations and Nationalities Regional State, tra cui c'è anche il Wolaita. Fu proprio père Pascal de Luchon ad aprire la prima scuola nella zona; una scuola senza pretese che resse per alcuni anni e che fu riaperta una quarantina di anni dopo da padre Franco Salvi, un cappuccino della Provincia marchigiana, cui era stata affidata la missione nel 1968.

Egli pensò soprattutto alle ragazze, più numerose dei maschi e tenute volontariamente lontano dall'insegnamento dai genitori:  in un diario lasciato da una scuola si legge che spesso essi si presentavano in aula a portar via con la forza le figlie per impegnarle nei lavori domestici o nella pastorizia, persuasi che per pulire il tucul, assistere i fratelli più piccoli o riempire un orcio d'acqua non occorresse saper leggere e scrivere.

Nell'Etiopia di mezzo secolo fa (ma le cose non sono cambiate molto) le "pari opportunità" per le donne erano impensabili, e perfino le due confessioni religiose più diffuse, la Chiesa ortodossa e l'islam, riservavano loro spazi sociali limitatissimi, imponendo un'infinità di restrizioni che ne facevano (e in parte ne fanno) un vero e proprio oggetto nelle mani dei genitori e dei mariti.
I missionari reagirono a questa situazione che avrebbe impedito qualsiasi progresso e avrebbe privato l'evangelizzazione di un supporto indispensabile. La donna "doveva" entrare a pieno diritto nelle due realtà se si voleva vincere la battaglia contro il peggio, uno dei motivi per cui ogni missionario lascia la patria, si avventura in territori sconosciuti e con una rete di piccoli progetti cerca di impedire proprio quel "peggio" in cui è facile scivolare.

Padre Franco passò capanna per capanna e riuscì pazientemente a convincere gli anziani (i villaggi erano sotto la loro autorità per ogni evenienza importante) sulla necessità di non privarsi dell'apporto delle loro donne in un cambiamento che si avvertiva in tutta l'Etiopia, e riuscì a strappare un "enscì" (sì) che gli permise di riempire un'aula di ragazze, più volenterose e più diligenti dei maschi.

A un certo punto esse crebbero tanto che l'aula non le contenne più. Il Wolaita (tre milioni di abitanti sparsi su un altopiano che oscilla tra i 1660 e i 2000 metri sul livello del mare) è la zona più abitata e più prolifica dell'Etiopia, per cui si impose un ampliamento che, mal gestito dal personale del luogo, squalificò la scuola e la fece scivolare a un livello bassissimo, da cui è stata tirata fuori da due laici:  Antonio Striuli e sua moglie Orsolina Bertacco - che si definiscono "due nonni wolaita" - appoggiati da fra Aklilu Petros, un cappuccino indigeno che ha assunto la direzione del complesso scolastico.

Dopo vari incontri con i genitori, con le autorità distrettuali e con il personale scolastico, nel 2006 fu deciso di rinnovare l'intera docenza con professori qualificati; di introdurre le scienze domestiche (igiene personale, campagne contro l'Aids, corsi di taglio e cucito); di prolungare l'istruzione fino al decimo grado e di servirsi della lingua inglese per l'insegnamento fin dal primo anno della primaria. Nelle scuole rurali degli Stati del Sud esso è fatto nelle lingue locali (ben quarantadue), mentre in quelle cittadine si fa in inglese.

L'Abba Pascal School ha optato per l'uso dell'inglese fin dalla prima elementare, pur non escludendo la lingua locale e quella nazionale. Grazie agli aiuti che i due "nonni" hanno ottenuto da enti privati e da amici sono state aumentate le aule per contenere il numero delle scolare al di sotto delle quaranta unità per classe; è stata costruita un'ala nuova per la biblioteca e per i laboratori di chimica, fisica, informatica e biologia; è stato scavato un pozzo per l'approvvigionamento idrico.

Nel giro di quattro anni le iscrizioni sono così passate da 333 a 612. Al numero ha corrisposto la qualità dell'insegnamento:  serio, responsabile, vivace, dinamico. Non lo dicono gli interessati, ma i risultati degli esami. Nel 2006 è stato promosso il 52,17 per cento delle alunne; nel 2007 il 66,67 per cento; nel 2008 il 96,55 per cento; nel 2009 il 100 per cento.

Le ragazze sono coscienti del privilegio di poter frequentare pressoché gratuitamente una scuola così prestigiosa e lo hanno scritto con parole superiori all'età.

"Ho visto scuole vicine - ha scritto Melikit Paulos, 14 anni - l'Avventista, la Luterana e Chora, ma l'Abba Pascal è meravigliosa, è insuperabile". E una sua coetanea:  "Sono stupita quando penso a te, scuola Abba Pascal:  gli ampi cortili, gli alberi amici, le aule. Non hai rivali".

E, a proposito dei due "nonni", una ragazza ha detto:  "Antonio e Lina conoscono perfino i battiti del nostro cuore". Loro, i "nonni", non si curano molto degli elogi e lavorano per "offrire un'istruzione di qualità alle donne, in modo che prendano coscienza delle loro potenzialità e contribuiscano allo sviluppo della propria terra. L'istruzione di qualità promuove il funzionamento delle istituzioni pubbliche, l'artigianato, l'imprenditoria, il turismo, la democrazia, la coscienza civile. Noi crediamo in questi valori e vogliamo aiutare le ragazze a inserirli nelle famiglie che un giorno formeranno nelle capanne protette dall'ombra benefica dei manghi".


(©L'Osservatore Romano - 16 maggio 2010)
Caterina63
00Monday, August 30, 2010 7:56 PM
I lavori dell'assemblea del Consiglio nazionale dei sacerdoti

Il ruolo del prete
nel Sud Africa che cambia


Mariannhill, 30. Le celebrazioni e i frutti dell'Anno sacerdotale in Sud Africa, le attuali difficoltà vissute dai presbiteri soprattutto nelle aree rurali del Paese, la valorizzazione del loro ruolo di guide spirituali, il sostegno della Chiesa al loro ministero:  questi i principali temi che sono stati al centro dei lavori dell'assemblea annuale del Consiglio nazionale dei sacerdoti del Sud Africa, svoltasi dal 23 al 27 agosto a Mariannhill. La sessione è stata presieduta dal vescovo locale, Pius Mlungisi Dlungwane.

Una parte significativa della riunione - riferisce la Radio Vaticana - è stata dedicata alla discussione sulle nuove sfide poste dal rapido processo di urbanizzazione in atto nel Paese. Un fenomeno, è stato evidenziato, al quale si accompagna il preoccupante declino della presenza della Chiesa nelle campagne, cosa che impone un ripensamento dell'organizzazione delle cosiddette diocesi rurali. Collegata a questo tema è la questione del sovraccarico di lavoro per molti parroci. All'argomento, fra l'altro, è stato dedicato un seminario di studio sul tema della leadership spirituale del sacerdote in Sud Africa oggi, organizzato dal Jesuit Institute of South Africa. L'assemblea di Mariannhill ha sollecitato i vescovi del Paese a continuare a sostenere programmi di formazione e di aggiornamento per la promozione dei presbiteri a posizioni di responsabilità nelle diocesi.

Come detto, l'ordine del giorno prevedeva anche le celebrazioni dell'Anno sacerdotale in Sud Africa e il consiglio ha espresso soddisfazione e apprezzamento per le numerose e fruttuose iniziative intraprese al riguardo con il sostegno della Conferenza episcopale. L'assemblea ha proceduto inoltre al rinnovo dell'esecutivo del Consiglio nazionale dei sacerdoti:  alla presidenza è stato eletto padre Christopher Slater, della diocesi di Port Elizabeth.

La riunione svoltasi a Mariannhill è stata anche l'occasione per affrontare, seppur brevemente, la difficile situazione che il Sud Africa sta vivendo da due settimane a questa parte, da quando cioè i lavoratori della sanità e della scuola sono scesi in sciopero per chiedere un aumento dello stipendio. A loro si sono aggiunti i dipendenti di altri settori pubblici, creando enormi disagi soprattutto alle fasce più deboli della popolazione. Nei giorni scorsi, con una dichiarazione a firma del cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, la Conferenza dei vescovi cattolici del Sud Africa (che comprende anche Botswana e Swaziland) era intervenuta per denunciare la mancanza di assistenza negli ospedali. "Siamo sconvolti dal fatto che l'assistenza viene negata ai più deboli e ai più vulnerabili", ha affermato il porporato, invitando "tutti gli educatori e gli operatori sanitari, in particolare quelli cattolici, a fare un esame di coscienza e ad agire con serietà".

Un clima di scontro sociale confermato da padre Mario Tessarotto, missionario scalabriniano che opera a Città del Capo, il quale - in una dichiarazione all'agenzia Fides - sottolinea che, al di là delle legittime rivendicazioni dei lavoratori, "la lotta sindacale ha preso una piega violenta molto preoccupante". Le disparità economiche tra l'elite dirigente, anche quella sindacale, e la popolazione "hanno creato un contrasto stridente", spiega Tessarotto, che osserva inoltre come nel Paese continuino a circolare troppe armi e le rapine violente siano all'ordine del giorno. Il campionato mondiale di calcio, con tutte le promesse e i buoni propositi, sembra già un lontano ricordo.


(©L'Osservatore Romano - 30-31 agosto 2010)
Caterina63
00Tuesday, December 7, 2010 11:19 PM

Zambia: il rosario aiuta i detenuti nel braccio della morte


Inviati opuscoli sulla preghiera in due prigioni di massima sicurezza


ROMA, mercoledì, 21 aprile 2010 (ZENIT.org).- I prigionieri dei settori di massima sicurezza dello Zambia - compresi i detenuti nel braccio della morte - riceveranno degli opuscoli sul rosario grazie a un'iniziativa congiunta tra due organzzazioni caritative con base nel Regno Unito.

L'ufficio britannico di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) si è unito all'organizzazione per il rosario Crown of Thorns per fornire 1.600 copie dell'opuscolo di ACS ai detenuti della Prigione di Stato di Kamfinsa e della Prigione di Massima Sicurezza di Kabwe.

L'iniziativa risponde alla richiesta dei prigionieri a Crown of Thorns di ricevere più informazioni sul rosario.

Lisa de Quay, direttore esecutivo dell'organizzazione, ha spiegato che Crown of Thorns riceve regolarmente molte lettere dai reclusi, anche quelli nel braccio della morte.

Il contatto con i detenuti, ha affermato, è stato probabilmente favorito da un cappellano visitatore che ha distribuito delle schede di Crown of Thorns che descrivevano la preghiera del rosario.

"I prigionieri sono in genere il sostegno della famiglia, e sono preoccupati per la povertà e le difficoltà in cui il loro crimine ha lasciato le famiglie, oltre ad essere troppo lontani da casa perchè i loro cari possano far loro visita".

"Pur se trattata umanamente, la maggior parte dei detenuti trascorre anni in prigione solo con i vestiti che aveva al momento dell'arresto, senza sapone e senza coperte o lenzuola con cui ripararsi nei mesi freddi dell'anno, spesso rifiutata dalla società".

Inviare ai prigionieri schede sul rosario - e ora l'opuscolo di ACS - può fare la differenza nella loro vita.

"Le loro lettere vi sorprenderanno: sono piene di grande gioia per il fatto di avere questo contatto, essere accettati e aver trovato Dio".

Un prigioniero nel braccio della morte ha scritto: "E' la prima volta che ricevo un pacchetto, anche se sono in carcere ormai da 14 anni. Possa Dio ricompensarvi abbondantemente".

Il direttore nazionale britannico di ACS, Neville Kyrke-Smith, ha spiegato che "recitare il rosario può toccare la gente nel profondo e trasformarne la vita".

"Maria, la Madre di Dio, ama tutti i suoi figli, e nella sofferenza e nella disperazione possiamo stare accanto a Lei nella preghiera, guardando attraverso le lacrime di questa esistenza verso la speranza della nuova vita e della resurrezione".

"Siamo molto felici di partecipare a questa splendida iniziativa che cambierà la vita dei reclusi e li avvicinerà a Dio", ha aggiunto.

Un prigioniero della sezione di massima sicurezza di Kabwe ha espresso la propria riconoscenza per il pacchetto che ha ricevuto definendo l'opera delle organizzazioni caritative "una lampada che non si può nascondere sotto il tavolo".

Crown of Thorns promuove il rosario come mezzo per raggiungere la pace, e invia in Africa materiale come paramenti liturgici, statue, schede di preghiera e del rosario.

ACS (Aiuta la Chiesa che Soffre) sostiene la Chiesa del continente attraverso l'aiuto a sacerdoti, suore e altri progetti per far fronte alle necessità pastorali. Nel 2008 ha donato allo Zambia aiuti per oltre 330.000 euro.


*******************************************************************

forme di donazione  anche on-line 


POS
Presso la sede romana del Segretariato Italiano di ACS a Trastevere - Piazza S. Calisto, 16 - è attivo un punto POS, riservato a coloro che desiderano fare una donazione con Carta di credito e Bancomat . L'operazione è effettuata con il supporto dei nostri collaboratori.

Bonifico bancario
Si esegue sul conto corrente bancario intestato a "Aiuto alla Chiesa che Soffre - Piazza San Calisto 16 - 00153 Roma" - Banca Intesa Sanpaolo - Coordinate IBAN - IT 11  H 03069 05066 011682210222 - SWIFT CODE BCITITMM

Dopo aver effettuato il bonifico, vi preghiamo di comunicarci via e-mail all'indirizzo
ba@acs-italia.org il vostro nome, cognome, indirizzo e causale della donazione affinchè possiamo ricollegarla al donatore.



Ordine di bonifico permanente

Con l'ordine di bonifico permanente non dimenticherai mai di aiutare la Chiesa che soffre. Puoi far giungere - periodicamente, più volte l'anno, in date prefissate - un sostegno a "Aiuto alla Chiesa che Soffre" dando alla tua Banca un ordine di bonifico permanente comunicando le coordinate IBAN (vedi sopra). L'ordine può essere revocato in qualsiasi momento.

 

Conto corrente postale

Per fare una donazione puoi utilizzare i bollettini già prestampati oppure quelli in bianco disponibili in tutti gli uffici postali. Il numero di conto corrente postale di ACS è 932004, l'indirizzo è "Aiuto alla Chiesa che Soffre"- Piazza S. Calisto, 16 - 00153 Roma.


Caterina63
00Tuesday, December 14, 2010 1:27 AM

La visione africana sulla Chiesa e sull’AIDS


Intervista al fondatore dell’AIDS Network a Nairobi


ROMA, lunedì, 13 dicembre 2010 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica è la principale organizzazione in Africa nella cura dei malati di AIDS e degli uomini, donne e bambini africani che soffrono di questa malattia. La Chiesa non è vista tanto come un fornitore di servizi, ma come una Madre.

Questa è l’impressione che il gesuita, padre Michael Czerny, fondatore dell’African Jesuit AIDS Network ha voluto condividere.

Il sacerdote canadese ha costituito questo network nel 2002 come uno strumento per aiutare i gesuiti in Africa ad affrontare il problema dell’AIDS. Adesso padre Czerny è a Roma, nel ruolo di assistente di uno dei più eminenti africani in Vaticano: il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, padre Czerny racconta come la Chiesa si prende cura dei malati di AIDS e perché il suo lavoro è così poco riconosciuto.

Cosa l’ha portata inizialmente a lavorare al problema dell’AIDS?

Padre Czerny: Lavoravo come segretario per la giustizia sociale, presso il nostro quartier generale gesuita a Roma. Alcuni gesuiti in Africa avevano lanciato l’allarme sulla pandemia dell’AIDS all’inizio del nuovo millennio. Di conseguenza abbiamo lavorato qui a Roma, nell’arco di due anni, con i nostri colleghi in Africa, per elaborare una strategia. Questa strategia comprendeva una rete di sostegno e incoraggiamento e di comunicazione. È così che nella metà del 2002 è nato l’African Jesuit AIDS network e che io ho lasciato il lavoro a Roma per trasferirmi a Nairobi a dirigere il network.

Chi le viene in mente quando pensa all’AIDS?

Padre Czerny: Talvolta penso alle prime persone che vedevo in Canada soffrire così tanto, afflitte da grandi paure e confusioni, verso la fine degli anni Ottanta e primi Novanta. Ma ora penso alle diverse persone in Africa.

Citerei in particolare Rosanna, una giovane donna sieropositiva, che ha avuto un primo figlio sano e che poi ha dato alla luce una figlia sieropositiva che poi ha perso, che è stata abbandonata dal marito e estromessa dalla propria famiglia e che ora sta lottando per crescere il proprio figlio. Ce la sta mettendo tutta in modo positivo e con l’impegno di vivere quanto più tempo possibile per poter accompagnare suo figlio negli studi e vederlo avviato nella vita. La ammiro molto e penso che sia proprio il tipo di persona che vorremmo – in un certo senso – promuovere. Vorremmo che tutte le persone sieropositive potessero avere l’atteggiamento che Rosanna sta dimostrando.

La Chiesa cattolica è spesso ridicolizzata per la sua posizione sull’AIDS, eppure sono pochi quelli che vedono l’importanza del lavoro della Chiesa cattolica nel prendersi cura dei malati e sieropositivi. Ci può dire qualcosa di più in proposito?

Padre Czerny: Certamente. La Chiesa è, nel mondo, la principale organizzazione nella cura delle persone sieropositive e dei malati di AIDS, nonché delle persone coinvolte, tra cui vedove, orfani e altri che ne sostengono il peso. Il lavoro che la Chiesa svolge è molto ampio e vario.

Dal punto di vista medico, la Chiesa nel mondo offre il 25% dei servizi sull’AIDS. Io credo che, considerando solo l’Africa, il dato arrivi al 40% o anche al 50%. Più ci si allontana dalle grandi città, più il dato si avvicina al 100%. Spesso gli unici servizi sull’AIDS presenti nelle aree più periferiche sono le cliniche cattoliche.

Cosa si intende per assistenza in questo campo?

Padre Czerny: Poiché l’HIV e l’AIDS non è solo un’infezione o una malattia, ma è un enorme problema culturale, personale, familiare, sociale e spirituale, ciò che la Chiesa può fare e ciò di cui credo possiamo andare fieri come Chiesa, è che noi consideriamo la persona nel suo complesso e non solo il problema dell’infezione, non solo la parte medica. Quindi una persona sieropositiva può rivolgersi alla Chiesa per tutta una serie di cure e di sostegno che nell’insieme significano essere accettati come persona e incoraggiati a continuare a vivere il più pienamente possibile, il più a lungo possibile, e a non permettere all’AIDS di essere come una sentenza di morte.

Come vedono, gli africani, questo lavoro di assistenza della Chiesa?

Padre Czerny: Credo che molti africani direbbero: “La Chiesa è stata con noi prima dell’AIDS. La Chiesa sta ora generosamente con noi durante l’AIDS e la Chiesa starà con noi dopo l’AIDS”. In questo senso la Chiesa non è vista tanto come un fornitore progetti o di servizi, ma come quella realtà che chiamiamo “Madre”: la madre che era presente, che è presente e che ci sarà sempre finché ce ne sarà bisogno.

Come saprà, la Chiesa in Africa si definisce la famiglia di Dio in Africa. Questa è la definizione data dal primo Sinodo sull’Africa e quindi direi che la Chiesa affronta l’HIV e l’AIDS come in una famiglia. Cerchiamo di far sentire tutti come parte della famiglia, sia che abbiano bisogno di cure, sia che possano dare il loro apporto di assistenza.

Una volta lei ha ricordato il versetto di Matteo 8,3 – E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: "Lo voglio, sii sanato". E subito la sua lebbra scomparve – come esempio dell’approccio della Chiesa verso i sieropositivi. Ci può spiegare perché ha voluto richiamare questo brano?

Padre Czerny: Volentieri. Il racconto parla di questo lebbroso che anzitutto osò avvicinarsi a Gesù – cosa che era contraria alla legge – e che poi lo sfidò dicendogli “se vuoi, tu puoi sanarmi”. E Gesù fece due cose: gli disse “lo voglio” e poi stese la mano per toccarlo e guarirlo.

In questa scena molto breve abbiamo molte dimensioni dell’assistenza ai malati di AIDS, del vero ministero pastorale. La prima è questo “certo che lo voglio”, questa prontezza all’aiuto. Chi si trova in profonde difficoltà, chi è molto arrabbiato o magari crudelmente abbandonato da tutti coloro su cui faceva affidamento, può rivolgersi alla Chiesa sapendo che riceverà una risposta positiva, che nessuno lo giudicherà, che nessuno farà calcoli di sorta, e che la risposta sarà “certo che lo vogliamo”. In secondo luogo, cerchiamo di stendere la mano e di toccare. Credo che questo sia il gesto più essenziale nella risposta all’AIDS.

Quindi Cristo, attraverso la Chiesa, arriva a toccare le persone?

Padre Czerny: Uno che ha saputo, magari da poco, di essere sieropositivo si sente come morto, privato della sua umanità, e purtroppo la società, la cultura e talvolta persino la famiglia, trattano queste persone come se fossero già morte: “per noi non esisti più, sei morto, vai via, non farti più vedere”. Così la persona si sente morta e disumanizzata e nulla potrà convincerlo del contrario in quella situazione. Si pensi alla sofferenza di un bambino che si trova in difficoltà e all’effetto sulla sua umanità, sul suo apprezzamento e la sua dignità che deriva dall’essere toccato, dall’essere abbracciato. Inoltre, esisteva un forte tabù culturale e medico che riguardava il toccare i lebbrosi. Gesù rompe questo tabù, preoccupandosi meno del pericolo del contagio e più di raggiungere la persona e di toccarla, di guarirla.

Questo è ciò che le persone dicono: “quando ho scoperto di essere siero positivo ero morto, ma ora mi sento vivo”. E alcuni arrivano a dire: “prima di essere sieropositivo sprecavo la mia vita, gettavo via la mia vita comportandomi male. Ora, purtroppo sono sieropositivo, ma vivo davvero e sto dando la mia vita in modo responsabile per la mia famiglia e per gli altri”.

Papa Benedetto XVI ha innescato una polemica quando ha detto che il preservativo non rappresenta la soluzione del problema dell’AIDS in Africa. Perché tanta polemica? Cosa è successo?

Padre Czerny: Esiste effettivamente una “verità” a cui la gente si aggrappa: che se una coppia decide di usare il preservativo perché uno dei due è sieropositivo e se viene usato sempre e in modo corretto, ciò riduce il rischio di contagio. E questo è vero, nell’ambito di una coppia. Ma poi la gente pensa: “se il preservativo funziona per una coppia, allora la diffusione del preservativo potrà funzionare per la popolazione di un paese o di una città”, ma questo non è vero.

Le statistiche dimostrano che la grande distribuzione di preservativi, come strategia di prevenzione, non raggiunge il risultato, non riduce i tassi. E questo è ciò che ha detto il Santo Padre. Non ha negato che il preservativo possa essere utile in alcuni casi. Ciò che ha negato è che la promozione del preservativo come principale strategia preventiva non serve, non raggiunge il risultato, non fa diminuire i tassi medi di HIV nella popolazione.

La gente si è scaldata sulla questione, perché non ha ascoltato attentamente ciò che aveva detto, perché non aveva studiato e non si era informata bene, e perché esistono grandi pressioni ideologiche e emotive, e interessi che stanno dietro la questione. Per questo si è scatenata la polemica.

Il dr. Edward Green, direttore dell’AIDS Prevention Research Project presso il Harvard Center for Population and Development Studies, ha affermato che, come scienziato, è rimasto sorpreso per la somiglianza tra ciò che il Papa ha detto in Cameroon e i risultati delle più recenti scoperte scientifiche. Ha affermato che il preservativo non previene l’AIDS e che solo il comportamento sessuale responsabile è in grado di incidere sulla pandemia. Lei ha accennato alla questione dell’ideologia. Si tratta di una discrepanza di valori tra il nostro stile sessuale occidentale e la cultura di altri continenti come quello africano? É in atto lì un disallineamento culturale?

Padre Czerny: Sì, esiste un disallineamento rispetto a ciò che oggi la cultura globale considera normale o accettabile: la cultura dei media, della pubblicità, del marketing. Questi valori si pongono in forte tensione con i valori tradizionali cattolici e con i valori tradizionali africani.

Forse potremmo definire il valore della cultura globale sulla sessualità come quello dell’affidamento – e direi anche della promozione – dell’idea del reciproco consenso. In altre parole, la norma del comportamento sessuale è il consenso dei due soggetti e, se gli interessati sono maggiorenni e acconsentono liberamente, non esiste altra norma da applicare. Questa credo che sia la forza della cultura globale sulla sessualità. Quindi, finché l’uno e l’altra sono d’accordo va bene e nessuno può metterlo in dubbio.

L’idea che abbiamo nella Chiesa e l’idea che abbiamo in Africa è che esistono altre norme e che queste non dipendono solo da te e da me: dipendono dalla famiglia, dalla comunità, dalla parrocchia, da nazione o dalla tribù. Questa idea è contestata perché in Africa e nella tradizione morale cattolica, non è solo la decisione degli interessati che giustifica un certo comportamento, esistono altre norme e quelle norme sono intese ad orientare ciò che tu e io dovremmo fare o non fare in certi momenti della nostra vita. Quindi la differenza è molto netta.

Questo discorso non è emerso nella polemica, ma sono convinto sia questa la vera questione: che il Papa rappresenta una serie di norme sulla sessualità che non vogliamo accettare perché sono più impegnative. Ma sono anche più in grado di dare vita e felicità, anche se a prima vista sembrano essere più impegnative della semplice regola dell’accordo reciproco su ciò che si vuole fare.

Quindi, l’astinenza. La fedeltà. Sonno queste, infatti, le cose evocate dai vescovi africani. È questa la strada verso una maggiore felicità, verso un maggior bene?

Padre Czerny: È così. Noi diciamo questo non perché l’abbiamo scoperto ieri, ma perché deriva dalla nostra esperienza, un’esperienza che è propria di ogni cultura seria: che la sessualità è un grande dono, una cosa meravigliosa, che per essere apprezzata e usata bene richiede disciplina, richiede norme, richiede di riconoscere che non tutto è sempre possibile. È una considerazione di antica saggezza che va contro i principi del divertimento e del marketing. Per questo si crea il contrasto.

Si trova mai a provare rabbia o frustrazione per ciò che considera un approccio sbagliato? Sappiamo che l’approccio basato sul preservativo non è la soluzione, mentre tanti soldi, tanto tempo e tanto impegno sono spesi in una direzione che non è in grado di dare risposte al problema.

Padre Czerny: Questo è vero. Purtroppo è così, ma non è qualcosa su cui doversi veramente arrabbiare. Il fatto è che l’HIV è una sfida per tutti e in Africa tocca praticamente ogni comunità, e in certi casi ogni famiglia. Credo che ci vorrà del tempo perché se ne prenda atto. Certamente la promozione massiccia del preservativo è distruttiva. Non risolve il problema e non aiuta, ma purtroppo non è l’unico esempio di politiche sbagliate imposte all’Africa. L’Africa è sopravvissuta ad altre politiche sbagliate e sopravviverà anche a questa.

La mia speranza è che con il tipo di insegnamento che sta dando il Santo Padre, si possano compiere dei passi in avanti. Passi in avanti che consistono secondariamente nel miglioramento delle statistiche, mentre il vero successo è che i giovani imparino a vivere la loro sessualità in modo più responsabile. Quando si vedono coppie sposate che vivono la loro vita sessuale in modo più responsabile, e quando – come ho detto prima – la famiglia di Dio affronta l’AIDS come una famiglia, allora questo diventa, credo, il segno che Dio è al lavoro in Africa.


--------
Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l'organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.


*******************************************************************

forme di donazione  anche on-line 

POS
Presso la sede romana del Segretariato Italiano di ACS a Trastevere - Piazza S. Calisto, 16 - è attivo un punto POS, riservato a coloro che desiderano fare una donazione con Carta di credito e Bancomat . L'operazione è effettuata con il supporto dei nostri collaboratori.

Bonifico bancario
Si esegue sul conto corrente bancario intestato a "Aiuto alla Chiesa che Soffre - Piazza San Calisto 16 - 00153 Roma" - Banca Intesa Sanpaolo - Coordinate IBAN - IT 11  H 03069 05066 011682210222 - SWIFT CODE BCITITMM

Dopo aver effettuato il bonifico, vi preghiamo di comunicarci via e-mail all'indirizzo ba@acs-italia.org il vostro nome, cognome, indirizzo e causale della donazione affinchè possiamo ricollegarla al donatore.



Ordine di bonifico permanente

Con l'ordine di bonifico permanente non dimenticherai mai di aiutare la Chiesa che soffre. Puoi far giungere - periodicamente, più volte l'anno, in date prefissate - un sostegno a "Aiuto alla Chiesa che Soffre" dando alla tua Banca un ordine di bonifico permanente comunicando le coordinate IBAN (vedi sopra). L'ordine può essere revocato in qualsiasi momento.

 

Conto corrente postale

Per fare una donazione puoi utilizzare i bollettini già prestampati oppure quelli in bianco disponibili in tutti gli uffici postali. Il numero di conto corrente postale di ACS è 932004, l'indirizzo è "Aiuto alla Chiesa che Soffre"- Piazza S. Calisto, 16 - 00153 Roma.


Caterina63
00Sunday, July 3, 2011 8:33 PM
Il Kenia fra odio della fede e degrado umano


di Danilo Quinto
02-07-2011

La situazione sociale del Kenia è ben descritta in un testo inviato e diffuso di recente dall’Agenzia Fides da padre Daniele Moschetti, missionario comboniano che opera da molti anni nel Paese. «Korogocho - spiega Padre Moschetti - è una delle baraccopoli tra gli oltre 200 slums esistenti a Nairobi. Nairobi conta più di 4 milioni di abitanti di cui 2,5 milioni vivono negli slums, in meno del 5% del territorio della città. L’80% dei baraccati paga l’affitto per vivere in una baracca che non hanno costruito loro. Un apartheid economico e sociale e un'ingiustizia assurda dove il profitto disumano calpesta la dignità dell’uomo, in vari ambiti della sua vita, di chi vive in questi inferni illegali resi legali dall’indifferenza generale».


Il missionario descrive così la vita a Korogocho che ha circa 120mila abitanti stipati in un km quadrato: «la baraccopoli è formata da sette “villaggi” chiamati Highridge, Grogan, Ngomongo, Ngunyumu, Korogocho, Githaturu, Kisumu Ndogo\Nyayo. Tra i maggiori slum della città che per numero di persone è il quarto, dopo Kibera, Mathare e Mukuru Kwa Njenga. È un insediamento illegale nato intorno alla fine degli anni settanta. Più di metà della terra è di proprietà dello Stato, o di singoli privati. Lo slum è multietnico, conta circa 30 gruppi etnici diversi e la lingua franca è il Kiswahili, oltre all’inglese. La baraccopoli vede anche la presenza, a pochi metri di distanza, dell’unica discarica di Nairobi dove vengono scaricati ogni giorno tonnellate di rifiuti di vario genere. Migliaia di persone a Korogocho e dintorni sopravvive lavorando in discarica o in attività connesse comprese quelle illegali e microcriminalità che fanno da padrone in una realtà emarginata come questa. I fumi e gas tossici della discarica uccidono lentamente la gente e sono migliaia le persone che vengono curate nei vicini dispensari per problemi polmonari, di respirazione, agli occhi e per il cancro. Nella lunga lista delle vittime ricordiamo il laico missionario Gino Filippini che ha vissuto con noi per 15 anni nella nostra baracca e ha lasciato una grande testimonianza di vita e di fede».


«Prostituzione, disoccupazione, assunzione di droga, alcolismo, rapine, criminalità, violenza domestica rappresentano i maggiori e più rilevanti problemi», aggiunge Padre Moschetti. «Si vive a stretto contatto - dice - con una realtà dove vi è anche una presenza numerosa di bambini di strada che ora, per sfuggire alla morsa della polizia in città, cercano rifugio negli slums. Molte armi da fuoco illegali sono facilmente reperibili, un elemento che incrementa la criminalità che ora ha fatto di Nairobi una delle città più violente non solo dell'Africa ma anche del mondo». «La lotta per la dignità e i diritti della gente - conclude Padre Moschetti - la rilocazione della discarica contro ogni mafia e gli interessi di piccole lobbies, il diritto alla terra, all’educazione e ad essere considerati pienamente cittadini con tutti i diritti si mescolano con la tanta passione che la nostra comunità missionaria di St. John, con le sue 21 piccole comunità cristiane, riversa nella formazione cristiana, biblica e liturgica, ma anche nei progetti di riabilitazione per alcolisti e tossici, bambini di strada e prostitute, e cercando di rispondere alle sfide coinvolgendo tutta la popolazione della baraccopoli».


È lungo l’elenco - riportato nel rapporto dell’associazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre - degli episodi gravissimi avvenuti negli ultimi anni in Kenia nei confronti dei cattolici.

La mattina del 16 gennaio 2009, nel corso di una rapina, è stato ucciso padre Giuseppe Bertaina, a Langata, nell’Istituto di Filosofia dei Missionari della Consolata, di cui era rettore e amministratore, nella capitale Nairobi.
Padre Giuseppe Ettorri, insegnante nello stesso istituto, ha raccontato che alcune persone sono entrate di nascosto nell’istituto, durante l’orario delle lezioni. Gli studenti e gli insegnanti erano nelle aule e non hanno notato niente di sospetto. I malviventi lo hanno sorpreso, lo hanno picchiato, legato e imbavagliato.

La polizia ha accertato che la morte è avvenuta per insufficienza respiratoria, conseguenza del modo in cui padre Bertaina è stato imbavagliato. Il sacerdote era in Kenya dagli anni 1960. Un seminarista ha dato l’allarme ed è stata presa una donna, in possesso di alcuni libretti di assegni, sottratti al missionario ucciso.

La notte tra il 10 e l’11 dicembre è stato assassinato nella sua casa a Kericho (250 km da Nairobi) l’irlandese padre Jeremiah Roche, della Società di S. Patrizio per le Missioni Estere, anch’egli a scopo di rapina. La mattina successiva, alcuni parrocchiani, preoccupati perché il sacerdote non aveva celebrato la messa mattutina, lo hanno trovato nel suo letto, con le mani legate e ferite di machete al capo. Padre Roche era attivo nella raccolta di fondi per i diversi progetti di sviluppo che aveva promosso.

Sono state rilasciate, a fine febbraio 2009 a Mogadiscio (Somalia), le due religiose, suor Maria Teresa Olivero e suor Caterina Girando, rapite da banditi somali il 10 novembre 2008 a El-Wak, città del Kenya a circa 10 chilometri dal confine. Le suore sono state tenute prigioniere per 3 mesi in territorio somalo, mentre veniva svolta la trattativa per la loro liberazione. Le due religiose operano in Kenya da 35 anni e da 25 lavorano nella casa della fraternità di El-Wak, dove gestiscono un piccolo ambulatorio e una casa di accoglienza. Sono benvolute e stimate dalla popolazione locale, in gran parte islamica.

Anche se nel Paese i rapporti tra cristiani e musulmani sono in genere pacifici, permangono contrasti anche gravi. Ad esempio nella città di Garissa, vicino al confine somalo, nel marzo 2009 il leader della Chiesa Redeemed Gospel ha lamentato che le autorità ancora non hanno provveduto a costruire una nuova Chiesa, al posto di quella distrutta nel pomeriggio del 14 settembre 2008 per un assalto di giovani islamici. Le autorità hanno spiegato che ricostruire la Chiesa dove già sorgeva, come chiesto dai fedeli, sarebbe stato sentito dagli islamici come una provocazione. Infatti i contrasti tra le due comunità sono stati anche causati dalla costruzione di una moschea quasi attaccata alla preesistente chiesa, a soli 3 metri di distanza. La polizia non ha provveduto a identificare e arrestare i colpevoli dell’incursione.

I leader musulmani accusano il governo di utilizzare il pretesto di combattere il terrorismo per arrestare e cacciare loro fedeli di altri Paesi e impedire il proselitismo.
Per esempio, le autorità non hanno rinnovato il visto di soggiorno ed hanno espulso gli studiosi islamici esteri Sheikh Ismail Rufai e Sheikh Ibrahim Shariff Atass. Nel dicembre 2008 è stato negato il rinnovo del visto a Sheikh Mohammed Osman Egal, noto studioso islamico Wahhabi e cittadino britannico.

Un rapporto del febbraio 2009 delle organizzazioni non governative britanniche per la tutela dei diritti Redress e Reprieve, come pure un precedente rapporto del settembre 2008 di Human Rights Watch, riportano l’arresto negli ultimi anni di oltre 150 musulmani quali sospetti terroristi, tra cui donne e bambini.

Secondo tali rapporti, molti di costoro sono stati fermati per settimane senza sapere l’accusa precisa e senza poter vedere un avvocato, come pure sono stati sottoposti ad abusi psichici e fisici. Tra 85 e 120 di loro sono stati estradati in Somalia e in Etiopia, nei primi mesi del 2007. Tra costoro, 8 sono tornati in Kenya dalla Somalia, nell’ottobre 2008, e hanno chiesto all’Alta Corte un indennizzo contro il governo e la compagnia aerea che li ha condotti coattivamente in Somalia: nessuno di loro ha poi mai avuto accuse penali formali. La causa è ancora pendente.

Il governo, da parte sua, ha timore di infiltrazioni di islamici radicali. A metà gennaio 2010 a Nairobi ci sono stati violenti scontri tra la polizia e dimostranti che chiedevano la liberazione dell’imam Abdullah Al-Faisal. Costui, condannato per incitamento all’odio e altri reati terroristi e ritenuto da alcuni tra gli ispiratori dell’attentato alla metropolitana di Londra, era stato in carcere in Gran Bretagna dal 2004 al 2008. È entrato in Kenya il 31 dicembre 2008 ed è stato arresto per avere violato le norme sul visto d’ingresso. Negli scontri è morto un manifestante e ci sono stati numerosi feriti, anche tra la polizia. Il 21 gennaio Abdullah Al-Faisal è stato espulso e inviato nella nativa Giamaica. I suoi seguaci hanno protestato, sostenendo che l’arresto era illegale. Altri hanno commentato che le autorità non volevano far entrare un convinto assertore della lotta islamica violenta.

In Kenya, numerose sono le sette religiose e diffusa è la pratica di stregoneria. Nel 2009, sono proseguiti gli scontri tra polizia e seguaci della setta Mungiki, gruppo che si ispira ai riti e alle credenze ancestrali africane e che si qualifica come erede dei Mau Mau degli anni 1950, a suo tempo combattenti per l’indipendenza contro il potere coloniale britannico. Costituitasi negli anni 1980 la setta, che raccoglie soprattutto giovani delle periferie disagiate, è stata dichiarata fuori legge perché coinvolta in estorsioni, violenze, atti di criminalità comune.

Il 5 marzo 2009, due attivisti per i diritti umani, Kamau King’ara e Paul Oulu, sono stati uccisi nella capitale Nairobi dai colpi esplosi da due killer, mentre erano in automobile. Erano rispettivamente direttore esecutivo e coordinatore della “Oscar Foundation”, ente che ha denunciato che dal 2002 al 2009 sono state uccise almeno 1.721 persone, quasi tutte molto giovani, ritenute appartenenti alla setta dei mungiki. Altri 6.542 simpatizzanti sono scomparsi. Queste denunce erano state poi riprese dal Rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite per il Kenya, Philip Alston, presentato nel febbraio 2009, che ha indicato l’esistenza di “squadroni della morte” e ha chiesto la rimozione del capo della polizia e del procuratore generale.

Dopo che per anni la Chiesa cattolica ha lanciato l’allarme sul pericolo per l’ordine pubblico rappresentato dalla sette, di recente i mungiki hanno preso comunità cristiane come bersaglio di attacchi. Tra l’altro, la setta descrive i fedeli cristiani come schiavi di valori e principi occidentali. Alcune comunità cristiane della provincia Centrale riferiscono di avere subito ripetute minacce, nei primi mesi del 2009, con la richiesta di cessare le loro attività.

La pratica della stregoneria è diffusa, come pure il timore per la magia. In questo senso si segnalano sia una serie di delitti e di mutilazioni rituali, sia la persecuzione di giovani e vecchie, tacciati di essere “streghe”. Lo Stato punisce come reato chi pratica la stregoneria per trarne vantaggio, ma il vero problema sono gli omicidi rituali.

Ci sono numerosi rapporti dalla provincia di Nyanza, specie dal distretto di Kisli e dalla città costiera di Malindi nella provincia Coast, di abusi e di omicidi che si ritengono collegati a pratiche magiche.

Il 6 maggio 2009 a Kiogoro, distretto Kisii, 9 donne sono state accusate di avere adescato un bambino di 11 anni per sottoporlo a rituali di stregoneria. Una di loro ha confessato di avere praticato stregoneria ed è stata condannata a un anno di carcere; mentre per alcune altre il processo è in corso.

La violenza popolare si scatena anche contro chi è sospettato di stregoneria; e la gente talvolta percuote e caccia persone che ha avuto vicine per decenni. Il 26 febbraio 2009 la folla ha bruciato vive 4 donne, a Nyamataro (distretto Kisii), perché sospettate di avere praticato stregoneria su un bambino. Cinque colpevoli sono stati processati e condannati a un anno di carcere.

Il 26 gennaio 2009, ignoti hanno accoltellato a morte una persona a Gongoli (Malindi), perché sospettato di stregoneria.
L’8 febbraio 2009, a Malindi, un uomo è stato bastonato e lapidato a morte, probabilmente dai parenti, perché accusato di avere causato la morte del figlio tramite magia.
Il 29 aprile 2009, alcuni abitanti di Malindi hanno percosso, legato e bruciati vivi una coppia di coniugi ultrasessantenni, dopo la morte del loro nipote di 18 anni per malattia. La folla li ha accusati di avere lanciato una maledizione sul nipote dopo avere litigato con l’altro nonno. Con loro, si giunge a 22 persone uccise per l’accusa di praticare stregoneria in meno di un anno, da metà 2008 all’aprile 2009.

Nel marzo 2009 un uomo è stato incarcerato a Bomet (Rift Valley) per il possesso di amuleti. Il giudice gli ha negato la libertà su cauzione, anche per timore che la folla potesse linciarlo. E’ stato trattenuto in carcere per diversi mesi.
La Costituzione in vigore in kenya riconosce la libertà religiosa e il governo la tutela. Il Paese - si legge nel rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre - ha visto una situazione di crescente violenza, conseguenza dei molti problemi politici e sociali irrisolti; come pure di un utilizzo strumentale della politica da parte di alcuni leader che, talvolta, approfittano delle divisioni etniche e sociali per aumentare il livello dello scontro, al fine di ritagliarsi maggior potere.

Le elezioni presidenziali del dicembre 2007 hanno visto un durissimo confronto tra il presidente uscente Kibaki e lo sfidante Raila Odinga, degenerato in scontri armati che nei primi mesi del 2008 hanno causato migliaia di morti e costretto oltre un milione di persone alla fuga. La crisi è stata risolta con la creazione di un governo di unità nazionale in cui Odinga è primo ministro, ma la situazione è restata tesa; e nel 2009 centinaia di migliaia di persone erano ancora costrette a rimanere nei campi profughi, in condizioni precarie.

Il 30 aprile 2009 l’Alta Corte del Kenya ha archiviato l’accusa contro 4 uomini ritenuti responsabili dell’incendio di una chiesa (il Capodanno del 2008 a Eldoret, nella Rift Valley), in cui sono morte 33 persone, nell’ambito delle violenze seguite alle elezioni presidenziali. I giudici hanno criticato polizia e procura per il modo - a loro opinione non adeguato - in cui sono state svolte le indagini e poi condotto il processo.

Tra i punti più controversi della riforma costituzionale, c’è l’ambito di giurisdizione delle Corti islamiche. Nel Paese, a maggioranza cristiana ma con una forte presenza islamica, concentrata soprattutto in alcune regioni, l’art 66 della vecchia Costituzione prevede un tribunale speciale per i musulmani (kadhi) che applica il diritto islamico (shari’a) quando entrambe le parti professano tale fede, in materia di diritto familiare e di successioni.

Le kadhi, attive dal 1963 e disciplinate da una legge del 1967, operano nelle regioni costiere dove maggiore è la presenza islamica. Peraltro, l’Alta Corte Centrale ha giurisdizione anche sulle decisioni delle kadhi, ogni decisione può essere appellata in via diretta davanti all’Alta Corte. I musulmani chiedono che la loro giurisdizione sia estesa all’intero Paese e che diventi esclusiva, eliminando la possibilità di appello avanti all’Alta Corte.

Ambienti cristiani si oppongono a questo tipo di modifica, chiedendo che ci sia una divisione di ambiti tra Stato e religione, ritenendo comunque che lo Stato non possa abdicare dalla giurisdizione ultima in tali materie. Alcune comunità, come la Chiesa anglicana, affermano pure che in questo modo agli islamici vengono assicurati privilegi, rispetto alle altre religioni, e chiedono la completa abolizione delle Corti Kadhi.

Gruppi cristiani, soprattutto protestanti, hanno accusato gli islamici di voler creare «uno Stato dentro lo Stato». Il reverendo Peter Karanja, segretario generale del Consiglio nazionale delle Chiese del Kenya (Ncck), nel febbraio 2010 ha scritto al Comitato che studia la nuova Costituzione per esprimere l’opposizione anche al mantenimento dell’attuale giurisdizione delle kadhi.

I cristiani, inoltre, si oppongono alla proposta che la nuova Costituzione affermi che la persona viene a esistenza solo con la nascita; e chiedono che sia invece riconosciuto il diritto alla vita e la piena dignità umana della persona sin dal concepimento.

I nuovi gruppi religiosi si devono registrare, anche al fine di ottenere benefici fiscali. Essi sono liberi di gestire scuole. Le scuole cristiane sono frequentate da molti musulmani, ma questo ha portato a frequenti contrasti circa la pretesa delle ragazze di portare in classe il copricapo islamico; come pure per l’alimentazione o per la condivisione dei banchi scolastici tra maschi e femmine.


Caterina63
00Saturday, July 16, 2011 11:04 AM

Benin: i vescovi invitano Benedetto XVI a chiudere l’Anno giubilare nel Paese

Benin: i vescovi invitano Benedetto XVI a chiudere l’Anno giubilare nel Paese

La Conferenza Episcopale del Bénin ha deciso di affidare a Papa Benedetto XVI la chiusura dell’anno giubilare, aperto il 18 aprile del 2010 per ricordare i 150 anni dell’evangelizzazione del Paese.
Essa si terrà, quindi, tra il 18 e il 20 novembre, giorni in cui il Papa sarà a Cotonou per consegnare all’Africa il testo dell’Esortazione del secondo Sinodo della Chiesa per l’Africa sul tema: ”La Chiesa in Africa al servizio della giustizia, della riconciliazione e della pace”. Il frutto più confortante di questi anni è senz’altro “l’indigenizzazione” della Chiesa locale di cui fa parte il 23% della popolazione (8 milioni di abitanti), distribuita in 10 diocesi e 312 parrocchie, guidata da 11 vescovi e da circa mille sacerdoti diocesani, 224 dei quali impegnati all’estero. Per quanto riguarda le vocazioni alla vita consacrata, in questo secolo e mezzo sono sorte nel Paese sette congregazioni femminili (di cui una contemplativa) e una maschile, per un totale di 794 religiose e 21 religiosi. Il primo istituto fu fondato nel 1914; l’ultimo nel 2006. Alcune fondazioni derivano dal primo istituto di suore arrivate nel Bénin nel 1877, le Soeurs Notre-Dame des Apôtres; altre dai missionari della Société des Missions Africaines, primi missionari nella nazione; altre, infine, dallo zelo di alcuni vescovi indigeni, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, che raccomandò la fondazione di Congregazioni autoctone per lo sviluppo delle chiese locali e l’inculturazione del cristianesimo nelle varie comunità. “Dopo 150 anni di evangelizzazione - ha detto mons. Antoine Ganyé, presidente della Conferenza episcopale - la Chiesa sta crescendo nelle sue diverse manifestazioni, e noi dobbiamo ringraziare i missionari che ci hanno fatto conoscere il Vangelo, rallegrandoci perché ci hanno educato nella fede che ha fatto della nostra gente una grande famiglia di credenti”. (A cura di padre Egidio Picucci)

© Copyright Radio Vaticana
Caterina63
00Tuesday, August 2, 2011 9:00 AM

Somalia catastrofe che non ha paragoni.





Gheddo: catastrofe che non ha paragoni




C’è la crisi economica, in Italia, è vero. Ci sono troppe emergenze nel mondo ed è facile distrarsi, è vero anche questo. «Ma io mi rivolgo ai cristiani: a persone che non hanno diritto di distrarsi». Padre Piero Gheddo, missionario del Pime, nella sua vita le ha viste da vicino le «troppe emergenze» che piagano il mondo, e più volte in passato ha toccato con mano anche la miseria che annienta la Somalia.

Come tenere desta l’opinione pubblica di fronte a una tragedia che non può più aspettare?
Io faccio leva su noi cristiani, a partire da me stesso. Quando vedo situazioni apocalittiche come quella della Somalia, mi metto in gioco con la mia fede. La mia fede in Cristo che cosa vale, se non mi sento chiamato in causa di fronte a catastrofi simili? Dopo, in un secondo momento, vedremo che cosa fare, ma il primo passaggio è non restare indifferenti. Noi cristiani non siamo spettatori seduti davanti alla tivù a dire «poveretti» e poi cambiare canale: un fatto del genere chiama la mia umanità, il mio senso di fratellanza con tutti i popoli.

Che cosa è urgente che i nostri giovani capiscano?
Che noi siamo i privilegiati dell’umanità. Che tutti vorrebbero vivere come noi, in un Paese in cui sono garantiti il benessere, lo sviluppo, la libertà. Che il più povero che vive in Italia è comunque ricco di fronte alle vere carestie. Che l’abisso tra la nostra crisi economica e la Somalia che muore è spaventoso.

E non solo la Somalia: sono tante le nazioni allo stremo.
No, ai livelli della Somalia non c’è nessuno. Stiamo assistendo all’apocalisse di un popolo. Facciamo le dovute proporzioni: sarebbe come se in Italia, dove siamo 65 milioni, 25 milioni di abitanti stessero morendo denutriti. Gesù ci ha comandato «il vostro superfluo datelo ai poveri», non era un modo di dire, dobbiamo farlo, e il nostro superfluo è un’enormità. Non ci accontentiamo mai, aspiriamo ad avere sempre di più. Ecco, è dicendo queste cose che si svegliano le coscienze.

La gente ha paura che i soldi e gli aiuti non arrivino a chi ha bisogno, ma restino nelle maglie delle grandi agenzie internazionali o dei dittatori locali. In Somalia c’è il rischio shabaab, i violenti guerriglieri islamici...
Bisogna affidarsi alle persone giuste. In Somalia operano ong italiane validissime, come ad esempio "Agire", e la stessa Caritas. Sono molto ammirato da questi volontari che, non so come, sono riusciti a entrare a Mogadiscio. Hanno grande coraggio, in passato proprio in Somalia ne ho visti di torturati e uccisi. I volontari in genere sono rispettati, persino dagli shabaab, perché anche loro hanno bisogno. Il pericolo non è mai escluso, è vero, ma chi va in missione lo mette in conto. Quanto alle grandi agenzie dell’Onu, è vero che sprecano molto e pagano profumatamente i loro dipendenti in giro per il mondo, ma i tanti volontari delle ong, invece, mettono a rischio la loro vita gratuitamente o al massimo con lo stretto necessario per un rimborso spese. E ancora di più si donano i missionari.

Nei luoghi in cui il cristianesimo ha messo radici, lo sviluppo è evidente, altrove invece il cammino dei popoli è frenato.
In quasi tutti i Paesi islamici, pur ricchi di risorse, i problemi sono forti, questo è evidente. Ci sono radici culturali e religiose che bloccano lo sviluppo, e non occorre pensare ai taleban, basta guardare all’Egitto di Mubarak. A proposito di questa domanda, però, voglio tornare al discorso degli aiuti: il cristiano ha insita in sé la buona volontà di salvare l’uomo, basti vedere l’abnegazione dei missionari nel mondo e pensare che solo in Africa oggi operano settemila italiani tra preti e suore, fratelli e laici. Anche le Ong sono quasi tutte di ispirazione cristiana, e questo dimostra come la coscienza del popolo italiano sia profondamente cattolica e il forte senso di solidarietà passi in concreto attraverso la vita delle parrocchie e dei movimenti. In quest’ottica va letta la grande colletta nazionale istituita dalla Cei per il 18 settembre, quando in tutte le chiese d’Italia verranno raccolte offerte per il popolo somalo.

Una coscienza cristiana che fa parte, volenti o nolenti, delle nostre radici e che quindi si riverbera anche nella mentalità degli italiani non credenti. Non è vero?
Certamente sì, almeno finora. Perché da qualche tempo la crisi morale sta cambiando le cose, le famiglie non ci sono più, si dissolvono, i genitori non educano, e così questo patrimonio morale, prima solido, oggi è a rischio e va assolutamente recuperato: la nostra capacità di essere solidali e metterci in gioco per la vita degli altri passa proprio da qui.
Lucia Bellaspiga


fonte: Avvenire

Come contribuire:
La carestia del Corno d’Africa e l’afflusso di profughi in Kenya sono una sfida per la Chiesa africana.
«Soprattutto sono una opportunità – spiega il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi – per mostrare la nostra vicinanza ai sofferenti. Non lasciamo le responsabilità ai governi, dobbiamo stendere la mano e condividere il poco che abbiamo».

Njue ieri era a Roma per incontrare i vertici di Caritas italiana e definire una operazione umanitaria con la rete Caritas internazionale di 20 milioni di euro.

Caritas Kenya sta intanto distribuendo generi di prima necessità alle centinaia di migliaia di profughi ammassati dentro e fuori il megacampo di Dadaab. «La situazione è preoccupante – conferma il presidente della Conferenza episcopale kenyana– perché dai Paesi vicini stanno arrivando molte persone. Tramite la Caritas abbiamo lanciato una raccolta fondi».

Intanto prosegue la raccolta di offerte di C
aritas italiana a sostegno degli interventi.
Si possono inviare al conto corrente postale 347013
specificando la causale “Carestia Corno d’Africa 2011”.


Oppure sui conti bancari:
UniCredit, via Taranto 49, Roma - Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119
Banca Prossima, via Aurelia 796, Roma - Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474
Intesa Sanpaolo, via Aurelia 396/A, Roma - Iban: IT 95 M 03069 05098 100000005384
Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113

E infine con CartaSi e Diners telefonando allo 06 66177001 in orario d’ufficio.


Read more: http://sursumcorda-dominum.blogspot.com/#ixzz1TquJLgAR


L'arcivescovo Antonio Maria Vegliò sulla drammatica situazione nei Paesi del Corno d'Africa

Disumano restare indifferenti

La responsabilità di tutti per trovare una soluzione efficace e rapida alla crisi

 

di MARIO PONZI

"Non c'è peggior sordo di chi non voglia ascoltare e non c'è peggior cieco di chi non voglia vedere". Tornano d'attualità le parole di questi antichi proverbi della saggezza popolare, dinnanzi alle troppe esitazioni della comunità internazionale nell'intervenire efficacemente per risolvere la drammatica situazione nei Paesi del Corno d'Africa, denunciata dall'arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in questa intervista al nostro giornale. Si sta agendo troppo tardi, dice, e non c'è nessuno che dia l'impressione di "voler veramente entrare nella situazione" per cercare una soluzione. "Anche gli aiuti umanitari finiscono troppo spesso nella rete della lotta intestina che insanguina il Paese e non giungono alla popolazione bisognosa". Più che mai urgente appare una responsabile "mediazione internazionale".

Una mediazione che il Papa ha invocato domenica scorsa all'Angelus, ricordando che il Vangelo vieta l'indifferenza davanti a chi ha fame e sete. Può inquadrare queste parole nella realtà della situazione in quei Paesi?


Il Vangelo con i suoi insegnamenti è sempre connesso con gli eventi della società. L'indifferenza è assolutamente contraria ai principi del Vangelo, che ci chiede di seguire l'esempio e gli insegnamenti di Gesù Cristo, che invita a praticare la giustizia e amare la pietà. Il dramma della Somalia è davanti agli occhi di tutti. Per mesi la comunità internazionale - e di fatto chiunque seguisse la situazione - sapeva ciò che sarebbe poi accaduto, cioè che l'avvento di una diffusa carestia avrebbe causato gravi danni alle famiglie, il venti per cento delle quali oggi si trova a dover affrontare un'estrema riduzione dei beni alimentari, con livelli di acuta malnutrizione superiori al trenta per cento. Un dramma in cui l'indice di mortalità è di oltre due persone al giorno ogni diecimila. E la maggior parte sono bambini. Anche prima della carestia, la situazione era drammatica per quelli sotto i cinque anni nei campi di rifugiati, per via del nutrimento insufficiente, al di sopra del livello di emergenza.

Sta dicendo che tutto era prevedibile, dunque evitabile o almento contenibile nei suoi effetti?


Per rispondere a questa domanda cito quanto ebbe a dire la responsabile della Fao per le operazioni di emergenza in Africa, la signora Amaral, informata della crisi causata dalla siccità in quella regione fin dal mese di novembre 2010, dopo la mancata stagione delle piogge. Nel momento in cui le Nazioni Unite dichiararono ufficialmente lo stato di carestia per il Corno d'Africa disse: "Quando al giorno d'oggi, nel ventunesimo secolo, viene dichiarata una situazione di carestia, dovremmo considerarlo immorale". Non basta che i Paesi donatori diano soldi per un aiuto immediato quando il dramma è ormai esploso. C'è bisogno di un investimento a lungo termine per aiutare gli agricoltori a resistere alla siccità. Esiste l'obbligo morale di assistere coloro che non possono più prendersi cura di sé, siano essi a Roma, dove incontriamo i senzatetto, o più lontano in Somalia, in Etiopia o in Kenya.

Cosa può fare la comunità internazionale, secondo lei?


Intanto impegnarsi per fare tornare la pace in Somalia. È una questione imprescindibile, anche per far sì che gli aiuti umanitari servano realmente al sostegno della popolazione. E poi impegnarsi in un'opera di maggiore solidarietà. I rifugiati residenti da tempo nei campi di Dadaab, in Kenya, per esempio, aiutano con il poco che hanno, incoraggiati a condividere: "Se hai due magliette danne una. Se hai due paia di scarpe danne uno". Tale esempio e il passaparola hanno ispirato la diaspora somala che ha spinto i commercianti emigrati a Nairobi e la comunità dei rifugiati negli Stati Uniti ad aprire una raccolta di fondi. Inoltre, le comunità dei rifugiati della Somalia nel mondo intero si stanno attivando per far giungere altri aiuti.

Ritiene sufficiente l'impegno messo in campo dalla comunità internazionale, considerando, soprattutto per la situazione in Somalia, che esiste quella sorta di economia parallela che si sviluppa proprio intorno agli aiuti umanitari in un Paese dominato dai clan?


Certamente si sta agendo tardi, forse troppo tardi. Purtroppo questo è legato alla storia complicata della Somalia. Per tanti anni questo Paese è rimasto senza Governo. Molti tentativi sono stati fatti per portare la pace, almeno tredici anche molto seri. Il Governo ad interim pare non funzioni e diversi gruppi islamici continuano a combattere con ulteriori violenze e spargimento di sangue. Ricordiamo che nel 1991 molti aiuti alimentari furono saccheggiati da diverse fazioni militari. Non possiamo neanche dimenticare gli eventi traumatici del 1993, quando i corpi dei soldati furono trascinati per le vie di Mogadiscio. Questi fatti sono sufficienti per capire il motivo per cui nessuno voglia veramente entrare nella situazione.

Anche nella pastorale i problemi non mancano. Soprattutto i giovani preoccupano. Del resto, proprio in Somalia, la nuova generazione è maturata in un costante situazione di guerra civile. Cosa si può fare per aiutarli a capire che per realizzarsi non serve imbracciare un mitra?


Questa è una domanda alla quale dare una risposta è molto difficile. So che in diverse diocesi (come per esempio nella Repubblica Democratica del Congo, in Sierra Leone e Liberia) sono stati organizzati corsi di integrazione per i giovani ex combattenti prima di reinserirli nella società e nella propria famiglia. Una delle fasi principali di questo cammino è la riconciliazione. Questo facilita l'integrazione. Inoltre, viene offerta loro la possibilità di andare a scuola o di ricevere una formazione professionale. Purtroppo - ribadisco - tutto ciò si è realizzato solo dopo i conflitti. A volte sono i più giovani a decidere di scappare verso altre realtà o a lasciare il proprio Paese richiedendo asilo. Per evitare che siano reclutati con la forza, si potrebbe cominciare a fare in modo che quelle persone che cercano di arruolarli siano fermate e perseguite penalmente. Lo consente il Protocollo Opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo, sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati. Esso vieta la partecipazione diretta di bambini e adolescenti sotto i diciotto anni nelle guerre. C'è poi da considerare il fatto che i giovani si uniscono ai gruppi armati per sopravvivere dal momento che la famiglia e le strutture sociali ed economiche sono crollate.

Come aiutarli?


L'unica possibilità è quella di dar loro una speranza. E poi favorire lo sviluppo. Lo sviluppo è un'altra parola per la pace. C'è piuttosto da chiedersi fino a che punto la comunità internazionale sia veramente pronta a intervenire in situazioni complicate come in Somalia.

La situazione porta naturalmente molti a scegliere la fuga. E così inizia il confronto con un altro dramma. Come giudica la discriminazione che tante volte si manifesta in Europa nell'accoglienza di profughi dell'Africa subsahariana piuttosto che nei confronti di quelli dell'Africa del Nord?


Effettivamente non si può negare che un atteggiamento di maggior chiusura si è creato nei confronti dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei migranti. Questo contraddice l'atteggiamento che l'Europa aveva mostrato per decenni dopo la seconda guerra mondiale, quando centinaia di migliaia di profughi furono ammessi e integrati nella società. Durante quel tempo, soluzioni innovative erano state sviluppate e messe in atto. L'idea era di dare una speranza e un futuro ai rifugiati, facendoli uscire dai campi profughi. Possiamo anche ricordare che in un altro periodo della storia europea, negli anni Trenta, i profughi tedeschi non vennero accolti. Infatti, come in una partita di ping pong, nessun Paese era disposto a ospitarli. Poiché non si fornì alcuna soluzione, essi dovettero sopravvivere facendo ogni tipo di lavoro, senza avere i documenti necessari. Ciò portò, nel 1935, alle dimissioni di MacDonald, alto commissario per i rifugiati provenienti dalla Germania. L'Europa dovrebbe prendere atto che la propria società sta invecchiando e riconoscere di conseguenza che c'è bisogno di manodopera. L'insediamento dei rifugiati potrebbe essere una delle possibilità per dare nuovi stimoli ed energia alla collettività. L'Unione europea dovrebbe sviluppare opportunità per i rifugiati che sono un bene per i diversi Paesi. Al tempo stesso, fornirebbe risposte concrete ai bisogni di tanti che nei campi profughi rimangono anche dai cinque ai venti anni. Lì il tempo sembra essersi fermato, in spazi molto ridotti e senza potersi valere di alcun diritto, come quello al lavoro. Le iniziative dell'Unione europea darebbero loro speranze e opportunità, una sorta di salva-vita per il futuro dell'individuo e delle famiglie. La loro situazione e il loro arrivo nei Paesi di destinazione sono più volte strumentalizzati da diversi gruppi, anche politici, nella società. Il razzismo e la discriminazione sono sempre un ostacolo alle buone relazioni tra le persone e le nazioni, e molte volte generano conflitti interni e internazionali.

Per concludere, quali iniziative intende prendere il suo dicastero per aiutare le popolazioni del Corno d'Africa?


Il nostro Pontificio Consiglio segue con attenzione l'impegno delle Chiese locali nell'adempimento del compito pastorale. Altri dicasteri si occupano delle emergenze. Il Pontificio Consiglio Cor Unum si è fatto latore del sostegno del Papa. La Chiesa locale e diverse organizzazioni cattoliche sono attive per aiutare quanti hanno urgente bisogno di assistenza nel tempo breve, con una prospettiva a lungo termine. La fase di emergenza dovrà continuare per un certo tempo, dato che nei prossimi mesi si prevede un ulteriore deterioramento della situazione in Somalia, Kenya ed Etiopia. Bisogna prendere atto che in tutto il mondo vi sono situazioni di necessità, di fronte alle quali ci si sente impotenti per il fatto di non essere in grado di intervenire adeguatamente. Data la drammaticità della situazione occorrerebbe non meno di un miliardo di dollari solo per l'emergenza. Questo ci fa sentire non all'altezza. Bisogna comunque offrire solidarietà per non far morire di fame interi popoli. Non si può quindi rimanere indifferenti di fronte a questi eventi scioccanti. Si può salvare la vita di un bambino con un dollaro al giorno. Dovremmo attivarci e dare solidarietà. Ognuno nel suo piccolo potrebbe contribuire con una donazione. Se in questo periodo di vacanze usciamo per andare a bere o a mangiare un boccone, cerchiamo di dare anche qualcosa, offriamo "un turno" di lavoro per la Somalia. E poi c'è bisogno urgente dell'intervento reale e concreto della comunità internazionale che punti a uno sviluppo sostenibile e che ponga un freno all'aumento generalizzato dei prezzi dei generi alimentari. Un discorso a parte meriterebbe la stabilità della Somalia. E tornano alla mente le parole del Papa: "È vietato essere indifferenti davanti alla tragedia degli affamati e assetati!".
Questo ispira oggi l'azione del nostro Pontificio Consiglio che intende dare eco a queste parole di solidarietà verso i popoli che stanno vivendo un'immane tragedia. In un prossimo futuro il dicastero invierà un suo rappresentante per visitare quelle popolazioni martoriate e portare direttamente il conforto della Chiesa e del Papa.



(©L'Osservatore Romano 5 agosto 2011)



Come contribuire:
La carestia del Corno d’Africa e l’afflusso di profughi in Kenya sono una sfida per la Chiesa africana.
«Soprattutto sono una opportunità – spiega il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi – per mostrare la nostra vicinanza ai sofferenti. Non lasciamo le responsabilità ai governi, dobbiamo stendere la mano e condividere il poco che abbiamo».

Njue ieri era a Roma per incontrare i vertici di Caritas italiana e definire una operazione umanitaria con la rete Caritas internazionale di 20 milioni di euro.

Caritas Kenya sta intanto distribuendo generi di prima necessità alle centinaia di migliaia di profughi ammassati dentro e fuori il megacampo di Dadaab. «La situazione è preoccupante – conferma il presidente della Conferenza episcopale kenyana– perché dai Paesi vicini stanno arrivando molte persone. Tramite la Caritas abbiamo lanciato una raccolta fondi».

Intanto prosegue la raccolta di offerte di C
aritas italiana a sostegno degli interventi.
Si possono inviare al conto corrente postale 347013
specificando la causale “Carestia Corno d’Africa 2011”.


Oppure sui conti bancari:
UniCredit, via Taranto 49, Roma - Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119
Banca Prossima, via Aurelia 796, Roma - Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474
Intesa Sanpaolo, via Aurelia 396/A, Roma - Iban: IT 95 M 03069 05098 100000005384
Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113

E infine con CartaSi e Diners telefonando allo 06 66177001 in orario d’ufficio.

Nuovi aiuti del Papa per le popolazioni del Corno d'Africa

Una solidarietà che non conosce soste


 

di MARIO PONZI

Un sostanzioso aiuto. Così monsignor Giampietro Dal Toso, segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum, ha definito la somma di denaro che il dicastero ha inviato giovedì mattina, 11 agosto, in alcune diocesi del Corno d'Africa a nome del Papa. "È il segno - dice il segretario in questa intervista rilasciata al nostro giornale - della particolare attenzione con la quale Benedetto XVI segue la drammatica situazione della regione e della sua sollecitudine per le martoriate popolazioni". Un segnale forte anche per la comunità internazionale. È di questi giorni la notizia sulla convocazione di conferenze sotto varie denominazioni per studiare quali forme di intervento adottare. E questo è senz'altro positivo poiché testimonia "la presenza della comunità mondiale". Ma intanto la gente muore e dunque c'è bisogno di interventi immediati. Così come c'è bisogno di pianificare progetti di "sviluppo che possano garantire il futuro delle nuove generazioni" e allontanare per sempre "lo spettro della fame nel mondo".

L'emergenza nel Corno d'Africa non sembra aver fine. È proprio impossibile trovare soluzioni efficaci?


La situazione non ha ancora trovato una soluzione, anche perché oggettivamente è il risultato di una serie di problematiche, che si condizionano a vicenda. Da una parte c'è il problema della siccità, che ha ingenerato la carestia. Dall'altra il conflitto in Somalia che ha provocato l'esodo di migliaia di persone verso territori già provati. Ci sono rifugiati, che si muovono dalla propria patria verso Paesi vicini, e ci sono sfollati interni. Ci vorrà dunque molto tempo prima che un fenomeno di questo genere trovi soluzione. Parliamo in ogni caso di circa 4.500.000 di persone in necessità in Etiopia e di quasi 4 milioni in Kenya. Si devono aggiungere poi i numeri della Somalia e, anche se contenuti, di Gibuti.

È sufficiente quello che sta facendo la comunità internazionale?


Credo che la cosa più importante, al di là di quanto si sta facendo, sia non abbassare la guardia, soprattutto non farlo quando magari sarà finito l'effetto emotivo. Alcuni dei Paesi coinvolti trascinano da anni crisi umanitarie e politiche che hanno costretto all'azione le Nazioni Unite, le sue agenzie e anche alcuni governi. Anche attualmente la presenza della comunità internazionale è garantita, ma, lo ripeto mi sembra che l'attenzione debba essere tenuta desta, perché attualmente è la crisi finanziaria a occupare la maggior parte dell'informazione. Ma in questi Paesi, e in tanti altri nel mondo, c'è gente che muore di fame e nel terzo millennio è inammissibile.

Qual è l'azione della Chiesa per aiutare queste popolazioni?


Il Papa è stato tra i primi a sottolineare la gravità della situazione nell'Angelus del 17 luglio scorso. Ha ribadito la necessità di intervenire per difendere e sostenere una popolazione tanto provata. Dopo un primo aiuto per la Somalia, in questi giorni viene inviato un aiuto a suo nome tramite Cor Unum a 5 diocesi del Kenya e a 6 diocesi dell'Etiopia che stanno affrontando l'emergenza umanitaria con i pochi mezzi che hanno a disposizione. In proposito è bene dire che l'azione delle istituzioni della Chiesa in questa crisi si colloca a diversi livelli. Quello più diretto è l'accoglienza e il sostegno alla popolazione per le sue necessità immediate. Questo lavoro è svolto in particolare in via diretta dalle diocesi e dalle comunità locali, nonostante l'esiguità dei loro mezzi. Ma voglio sottolineare come queste Chiese in Africa abbiano reagito immediatamente e generosamente ai diversi bisogni.

E per il futuro?


Ci sono dei programmi più articolati, elaborati da Caritas Internationalis in collaborazione con le maggiori Caritas. Sono in via di definizione e comportano un impegno economico di alcuni milioni di dollari. Poi ci sono gli interventi di tanti organismi cattolici di minori proporzioni, che sono tuttavia presenti nei luoghi dell'emergenza. Infine non dobbiamo dimenticare i tanti cattolici che offrono del loro denaro, ma anche la loro preghiera, per i loro fratelli in necessità nel Corno d'Africa. A noi giungono quotidianamente attestazioni di vicinanza verso chi sta soffrendo questa grave crisi.

Come giudica la gente l'impegno della Chiesa?


La presenza della Chiesa in queste regioni non si limita all'immediatezza dettata dall'emergenza o dai bisogni primari. La sua è una presenza permanente nel tempo. Sarà forse per questo che essa gode della fiducia della popolazione. E poi non si fa nulla senza la partecipazione dei destinatari stessi del sostegno. Normalmente infatti i nostri programmi di aiuto sono realizzati in collaborazione con le autorità civili.

Quali sono le esigenze primarie alle quali fa riferimento?


A parte le questioni sociali strutturali, direi che la priorità è sempre dettata dalle situazioni contingenti. Dai rapporti che ci arrivano, posso dire che in questa fase dobbiamo pensare all'essenziale: cibo, acqua, kit sanitari, accoglienza nei campi di raccolta e di assistenza. Restando ai Paesi del Corno d'Africa il bisogno primario è senza dubbio l'assistenza a chi soffre letteralmente per la fame provocata dalla carestia dovuta alla siccità. È il vero dramma da affrontare in questo momento per soccorrere la popolazione locale.

Quando secondo lei si potrà tirare un sospiro di sollievo?


Impossibile fare previsioni. Le posso solo dire che siamo fiduciosi che la collaborazione di tanti e l'attenzione delle autorità internazionali potranno contribuire ad alleviare tanta sofferenza. La Chiesa, come sempre, fa e continuerà a fare la sua parte in maniera attiva. Siamo nelle mani del Signore.



(©L'Osservatore Romano 12 agosto 2011)

Per aiutare il Papa e la Carità del Papa, cliccate qui


Caterina63
00Tuesday, November 15, 2011 7:25 PM
  Benin si prepara ad accogliere il Papa venerdì prossimo


15 NOV. 2011 (VIS). Dal 18 al 20 novembre prossimo, il Santo Padre si recherà nella Repubblica del Benin (Africa Occidentale), per la firma dell'Esortazione Apostolica Postsinodale relativa alla Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi. Di seguito riportiamo alcuni dati statistici della Chiesa Cattolica in Benin aggiornati al 31 dicembre 2010, a  cura dell'Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa.

Benin


  La Repubblica del Benin, capitale Porto Novo, ha una superficie di 112.622 chilometri quadrati e conta 8.779.000 abitanti, dei quali 2.984.000 cattolici, il 34% della popolazione. Il paese conta 10 circoscrizioni ecclesiastiche; 338 parrocchie ed 801 centri pastorali. I Vescovi sono 11, i sacerdoti 811, i religiosi e le religiose 1.386; 30 sono i membri laici di Istituti secolari e 11.251 i catechisti con missioni di apostolato. I seminaristi minori sono 308 e i maggiori 497.


  La Chiesa cattolica conta 217 centri educativi di tutti i livelli nei quali studiano 57.771 alunni, e 17 centri di educazione speciale. Esistono anche 133 centri di assistenza di proprietà della Chiesa o diretti da ecclesiastici: 12 ospedali; 65 ambulatori; 3 lebbrosari; 7 case per anziani ed invalidi; 41 orfanotrofi e scuole materne, 3 consultori familiari e centri per la protezione della vita e 3 istituzioni di altri tipo.

 Nella mattinata di ieri, presso la Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta una Conferenza Stampa di presentazione della visita che Benedetto XVI compirà in Benin, da venerdì 18 a domenica 20 novembre, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo.

  Padre Federico Lombardi, S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha illustrato ai giornalisti i motivi di interesse della visita che segna il ritorno del Pontefice in Africa dopo il Viaggio in Angola e Camerun del 2009. In primo luogo la firma dell'Esortazione Apostolica Postsinodale della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, che sarà consegnata ai 35 Presidenti delle Conferenze Episcopali Nazionali e ai 7 responsabili delle Conferenze Regionali del Continente.

  Il secondo luogo, il Benin, paese africano geograficamente piccolo che conta appena 7 milioni di abitanti, è stato da sempre spiritualmente grande per la Chiesa. Infatti dal Benin partì, 150 anni fa, la grande opera di evangelizzazione che investì anche i paesi circostanti, dal Togo al Ghana al Niger. Padre Lombardi ha affermato che vi è una atmosfera di grande aspettativa nel Paese per l'arrivo del Papa. "Un incoraggiamento al continente africano nel suo insieme. Quindi, un accento consapevole dei problemi che ci sono, ma di prospettiva positiva: un incoraggiamento a impegnarsi per la riconciliazione, giustizia, pace, per uno sviluppo umano integrale e un annuncio del Vangelo come sviluppo integrale dell'uomo. Quindi, un viaggio che vuole certamente essere molto costruttivo".

  Un altro momento molto atteso è la visita del Papa alla tomba del Cardinale Bernardin Gantin, mancato nel 2008, molto amato dal suo popolo. Un affetto condiviso dal Santo Padre, come ha segnalato Padre Lombardi: "E' una persona anche molto vicina al Papa attuale per diversi motivi, essendo stato per tanto tempo Prefetto della Congregazione per i Vescovi, mentre il Papa attuale era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; ed essendo stato il suo predecessore diretto come Decano del Collegio Cardinalizio. In Benin, è considerato un padre dalla patria, un eroe nazionale, una persona che gode di una stima e di un affetto da parte della popolazione veramente immensi. La figura di Gantin e la visita del Papa alla sua tomba saranno uno degli aspetti più significativi del Viaggio".

cardinale Gantin e cardinale Ratzinger

Benedetto XVI cardinale Gantin


  Infine il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha informato di un evento artistico e culturale che si terrà la sera di venerdì a Cotonou, che vedrà la partecipazione di tre importanti cantautori africani - Papa Wemba, Bonga e Fifito - in un concerto che tratterà i temi dalla pace, della giustizia e della riconciliazione.

PER LO SPECIALE DEL FORUM CON TESTI E FOTO, POTRETE CLICCARE QUI

[SM=g1740733]

Caterina63
00Wednesday, November 23, 2011 5:56 PM
L’UDIENZA GENERALE, 23.11.2011

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato gruppi di fedeli e pellegrini provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sul Suo recente Viaggio Apostolico in Benin, dove si è recato in occasione del 150° anniversario dell’inizio dell’evangelizzazione del Paese e per la firma e la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica Post-sinodale Africae munus, che raccoglie i frutti della II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Viaggio Apostolico in Benin

Cari fratelli e sorelle,

sono ancora vive in me le impressioni suscitate dal recente Viaggio Apostolico nel Benin, sul quale desidero quest’oggi soffermarmi. Sgorga spontaneo dal mio animo il rendimento di grazie al Signore: nella sua provvidenza, Egli ha voluto che ritornassi in Africa per la seconda volta come successore di Pietro, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’inizio dell’evangelizzazione del Benin e per firmare e consegnare ufficialmente alle comunità ecclesiali africane l’Esortazione Apostolica postsinodale Africae munus.

In questo importante documento, dopo aver riflettuto sulle analisi e sulle proposte scaturite dalla Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, svoltasi in Vaticano nell’ottobre del 2009, ho voluto offrire alcune linee per l’azione pastorale nel grande Continente africano. In pari tempo, ho voluto rendere omaggio e pregare sulla tomba di un illustre figlio del Benin e dell’Africa, e grande uomo di Chiesa, l’indimenticabile Cardinale Bernardin Gantin, la cui venerata memoria è più che mai viva nel suo Paese, che lo considera un Padre della patria, e nell’intero Continente.

Desidero oggi ripetere il mio più vivo ringraziamento a coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo mio pellegrinaggio. Anzitutto sono molto grato al Signor Presidente della Repubblica, che con grande cortesia mi ha offerto il cordiale saluto suo e di tutto il Paese; all’Arcivescovo di Cotonou e agli altri venerati Fratelli nell’episcopato, che mi hanno accolto con affetto. Ringrazio, inoltre, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi, i catechisti e gli innumerevoli fratelli e sorelle, che con tanta fede e calore mi hanno accompagnato durante quei giorni di grazia. Abbiamo vissuto insieme una toccante esperienza di fede e di rinnovato incontro con Gesù Cristo vivo, nel contesto del 150° anniversario della evangelizzazione del Benin.

Ho deposto i frutti della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi ai piedi della Vergine Santa, venerata in Benin specialmente nella Basilica dell’Immacolata Concezione di Ouidah.
Sul modello di Maria, la Chiesa in Africa ha accolto la Buona Novella del Vangelo, generando molti popoli alla fede. Ora le comunità cristiane dell’Africa – come sottolineato sia dal tema del Sinodo sia dal motto del mio Viaggio Apostolico – sono chiamate a rinnovarsi nella fede per essere sempre più al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Esse sono invitate a riconciliarsi al loro interno per diventare strumenti gioiosi della misericordia divina, ognuna apportando le proprie ricchezze spirituali e materiali all’impegno comune.
Questo spirito di riconciliazione è indispensabile, naturalmente, anche sul piano civile e necessita un’apertura alla speranza che deve animare anche la vita sociopolitica ed economica del Continente, come ho avuto modo di rilevare nell’incontro con le Istituzioni politiche, il Corpo Diplomatico e i Rappresentanti delle Religioni. In questa circostanza ho voluto porre l’accento proprio sulla speranza che deve animare il cammino del Continente, rilevando l’ardente desiderio di libertà e di giustizia che, specialmente in questi ultimi mesi, anima i cuori di numerosi popoli africani. Ho sottolineato poi la necessità di costruire una società in cui i rapporti tra etnie e religioni diverse siano caratterizzati dal dialogo e dall’armonia. Ho invitato tutti ad essere veri seminatori di speranza in ogni realtà e in ogni ambiente.

I cristiani sono di per sè uomini di speranza, che non si possono disinteressare dei propri fratelli e sorelle: ho ricordato questa verità anche all'immensa folla convenuta per la celebrazione eucaristica domenicale nello stadio dell’Amicizia di Cotonou.

E’ stata questa Messa della domenica uno straordinario momento di preghiera e di festa alla quale hanno preso parte migliaia di fedeli del Benin e di altri Paesi africani, dai più anziani ai più giovani: una meravigliosa testimonianza di come la fede riesca ad unire le generazioni e sappia rispondere alle sfide di ogni stagione della vita.

Durante questa toccante e solenne celebrazione, ho consegnato ai Presidenti delle Conferenze Episcopali dell’Africa l’Esortazione Apostolica post-sinodale Africae munus - che avevo firmato il giorno prima a Ouidah - destinata ai Vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi ed alle religiose, ai catechisti ed ai laici dell’intero Continente africano.

Affidando ad essi i frutti della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, ho chiesto loro di meditarli attentamente e di viverli in pienezza, per rispondere efficacemente alla impegnativa missione evangelizzatrice della Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo millennio. In questo importante testo ogni fedele troverà le linee fondamentali che guideranno e incoraggeranno il cammino della Chiesa in Africa, chiamata ad essere sempre più il “sale della terra” e la “luce del mondo”.

A tutti ho rivolto l’appello ad essere costruttori instancabili di comunione, di pace e di solidarietà, per cooperare così alla realizzazione del piano di salvezza di Dio per l’umanità. Gli africani hanno risposto con il loro entusiasmo all’invito del Papa, e sui loro volti, nella loro fede ardente, nella loro adesione convinta al Vangelo della vita ho riconosciuto ancora una volta segni consolatori di speranza per il grande Continente africano.

Ho toccato con mano questi segni anche nell’incontro con i bambini e con il mondo della sofferenza.


Nella chiesa parrocchiale di Santa Rita, ho veramente gustato la gioia di vivere, l’allegria e l’entusiasmo delle nuove generazioni che costituiscono il futuro dell’Africa. Alla schiera festosa dei Bambini, una delle tante risorse e ricchezze del Continente, ho additato la figura di san Kizito, un ragazzo ugandese, ucciso perché voleva vivere secondo il Vangelo, ed ho esortato ciascuno a testimoniare Gesù ai propri coetanei.

La visita al Foyer “Pace e Gioia”, gestito dalle Missionarie della Carità di Madre Teresa, mi ha fatto vivere un momento di grande commozione incontrando bambini abbandonati e malati e mi ha consentito di vedere concretamente come l’amore e la solidarietà sanno rendere presente nella debolezza la forza e l’affetto di Cristo risorto.

La gioia e l’ardore apostolico che ho riscontrato tra i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i laici, convenuti in gran numero, costituisce un segno di sicura speranza per il futuro della Chiesa in Benin.

Nell’esortare tutti ad una fede autentica e viva e ad una vita cristiana caratterizzata dalla pratica delle virtù, ho incoraggiato ciascuno a vivere la rispettiva missione nella Chiesa con fedeltà agli insegnamenti del Magistero, in comunione fra loro e con i Pastori, indicando specialmente ai sacerdoti la via della santità, nella consapevolezza che il ministero non è una semplice funzione sociale, ma è portare Dio all’uomo e l’uomo a Dio.

Momento intenso di comunione è stato l’incontro con l’Episcopato del Benin, per riflettere in particolare sull’origine dell’annuncio evangelico nel loro Paese, ad opera di missionari che hanno generosamente donato la loro vita, talvolta in modo eroico, affinché l’amore di Dio fosse annunciato a tutti. Ai Vescovi ho rivolto l’invito a porre in atto opportune iniziative pastorali per suscitare nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle comunità e nei movimenti ecclesiali una costante riscoperta della Sacra Scrittura, quale sorgente di rinnovamento spirituale e occasione di approfondimento della la fede. Da tale rinnovato approccio alla Parola di Dio e dalla riscoperta del proprio Battesimo, i fedeli laici troveranno la forza per testimoniare la loro fede in Cristo e nel suo Vangelo nella loro vita quotidiana. In questa fase cruciale per l’intero Continente, la Chiesa in Africa, con il suo impegno al servizio del Vangelo, con la coraggiosa testimonianza di fattiva solidarietà, potrà essere protagonista di una nuova stagione di speranza.

In Africa ho visto una freschezza del sì alla vita, una freschezza del senso religioso e della speranza, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio e non ridotta ad un positivismo che, alla fine, spegne la speranza. Tutto ciò dice che in quel Continente c’è una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale noi possiamo contare, sulla quale la Chiesa può contare.

Questo mio viaggio ha costituito anche un grande appello all'Africa, perché orienti ogni sforzo ad annunciare il Vangelo a coloro che ancora non lo conoscono. Si tratta di un rinnovato impegno per l’evangelizzazione, alla quale ogni battezzato è chiamato, promuovendo la riconciliazione, la giustizia e la pace.

A Maria, Madre della Chiesa e Nostra Signora d’Africa, affido coloro che ho avuto modo di incontrare in questo mio indimenticabile Viaggio Apostolico. A Lei raccomando la Chiesa in Africa. La materna intercessione di Maria «il cui cuore è sempre orientato alla volontà di Dio, sostenga ogni impegno di conversione, consolidi ogni iniziativa di riconciliazione e renda efficace ogni sforzo in favore della pace in un mondo che ha fame e sete di giustizia» (Africae munus, 175).
Grazie

Pope Benedict XVI blesses a crucifix he was donated during a  general audience he held in the Pope Paul VI hall at the Vatican,  Wednesday, Nov. 23, 2011.
Pope Benedict XVI waves as he arrives at Paul VI hall at the  Vatican to lead his weekly general audience on November 23, 2011. Pope  Benedict XVI the same day urged Africans to 'take the future in their  hands' after returning from a visit to Benin, saying humanity as a whole  would benefit from the 'vitality' of Africa.

PER LO SPECIALE DEL FORUM CON TESTI E FOTO, POTRETE CLICCARE QUI




Questa è la versione 'lo-fi' del Forum Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 7:34 PM.
Copyright © 2000-2019 FFZ srl - www.freeforumzone.com