Quando Achille Ratti (futuro Papa Pio XI) era Nunzio in Polonia e poi Arcivescovo di Milano

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Caterina63
00Monday, October 26, 2009 7:04 PM
Achille Ratti nunzio apostolico in Polonia

Diplomazia da sesto grado superiore


In occasione del novantesimo anniversario dell'ordinazione episcopale di Achille Ratti e della sua nomina a nunzio apostolico in Polonia, si è svolto a Desio un incontro nel corso del quale è stato presentato il volume Achille Ratti, il prete alpinista che diventò Papa di Domenico Flavio Ronzoni (Missaglia, Bellavite, 2009, pagine 264, euro 25) e il nunzio apostolico in Polonia ha pronunciato una prolusione della quale pubblichiamo ampi stralci.
 

di Józef Kowalczyk
Arcivescovo Nunzio Apostolico in Polonia

Prefetto della Biblioteca Vaticana, il prelato Achille Ratti fu nominato visitatore apostolico per la Polonia il 25 aprile 1918 con la lettera apostolica In maximis. Non aveva allora ancora esperienza diplomatica, ma possedeva altre importanti caratteristiche:  competenza e autorità scientifica, padronanza del diritto canonico, talento organizzativo e capacità di prendere rapide ed opportune decisioni. Il 19 maggio 1918 lasciò Roma e, attraverso Milano, Monaco e Berlino, raggiunse Varsavia la sera del 29 maggio.

In Polonia erano noti la sua passione per l'alpinismo e i risultati conseguiti in quest'ambito, come per esempio il raggiungimento della punta Dufour (4634 metri) o la prima traversata - insieme a don Luigi Grasselli - del colle Zumstein (4450 metri) del Monte Rosa nel 1889 e la salita al Monte Bianco nel 1890 con discesa verso l'Italia per una nuova via che ancora oggi porta il nome "Via Ratti-Grasselli".
Bisogna qui ricordare che egli giunse in Polonia prima ancora della fine della prima guerra mondiale, quando il popolo polacco, dopo 123 anni di inesistenza dello stato, sperava in un prossimo riacquisto dell'indipendenza. In realtà, la ottenne l'11 novembre 1918.

All'inizio l'ambito territoriale della sua giurisdizione avrebbe dovuto comprendere solamente la metropoli di Varsavia, ovvero quello che era il Regno di Polonia - costituito nella spartizione russa del 1815, al posto del Ducato di Varsavia, come parvenza di libertà della Polonia - ma don Ratti non protestò, quando venne nominato "Visitatore Apostolico per la Polonia", poiché questo titolo, come affermò, rispondeva maggiormente alle aspirazioni dei polacchi, tendenti alla costituzione di una Polonia collegata ai territori di tre spartizioni. Egli tuttavia cercò di non evidenziare questo titolo, per evitare eventuali pretese e obiezioni da parte delle altre nazionalità e in particolar modo dei lituani.

Le competenze del visitatore apostolico non comprendevano il territorio polacco, occupato in precedenza da Prussia e Austria, per i quali continuarono a essere competenti le nunziature di Vienna e di Monaco. Tuttavia alla fine della prima guerra mondiale, fedeli, ecclesiastici e vescovi - prima nella parte di territorio occupato dall'Austria (novembre 1918) e successivamente in quella sotto l'influenza della Prussia (inizio del 1919) - iniziarono a rivolgersi a Ratti come visitatore apostolico dotato di ampie competenze, con diversi tipi di problemi e anche con richieste di grazie, dispense e interventi.

Già come visitatore apostolico, s'impegnò molto per conoscere bene il Paese nel quale era stato inviato e la sua complessa situazione prima della spartizione. Dopo aver ottenuto l'autorizzazione dalle autorità occupanti tedesche e austriache a spostarsi liberamente nel Regno di Polonia, compì il primo viaggio al santuario mariano di Jasna Góra (luglio 1918), in seguito visitò la diocesi di Kielce. Nel corso dei successivi viaggi (novembre 1918), visitò le diocesi di Sandomierz, Cracovia, Lublino, Podlasie, Breslavia e Plock. Non visitò solamente la diocesi di Sejny, per la quale non ottenne l'autorizzazione dalle autorità militari tedesche. Su invito dei rappresentanti della diocesi di Chelm, che gli avevano riferito la situazione religiosa della loro regione e gli avevano chiesto aiuto, per contrastare la propaganda del rito greco cattolico condotta dalle autorità ucraine e dall'arcivescovo greco cattolico Andrzej Szeptycki, il visitatore Ratti il giorno 17 settembre 1918 giunse a Chelm.

Nella chiesa locale celebrò una messa con solenne Te Deum e impartì ai partecipanti la benedizione papale. Visitò anche l'ospedale locale, il convento e la nuova scuola elementare. Nel rapporto per la Sede apostolica - basandosi sulle proprie osservazioni e sui documenti analizzati - il visitatore dichiarò non necessario, promuovere il rito greco cattolico in quella regione.

Sulla strada del ritorno, il 18 settembre 1918, Ratti si fermò a Dêblin e, su richiesta del vicario militare austriaco, celebrò una messa per i soldati e la gente del posto. Successivamente, pose particolare attenzione alle attività pastorali per i soldati. Nei primi mesi della Polonia indipendente risolse il problema piuttosto complesso, relativo alla nomina dell'ordinario militare polacco. Quando il 4 febbraio 1919 il primo ministro del governo polacco (Ignacy Jan Paderewski) chiese a Ratti il consenso per la nomina temporanea del vescovo Gall come ordinario militare, prima che si formalizzasero le relazioni diplomatiche tra la Repubblica polacca e il Vaticano, già il giorno seguente informò il primo ministro, che il Papa aveva designato il vescovo Gall come ordinario militare in Polonia, con tutte le prerogative relative a questo ruolo.

Nella relazione sulla visita apostolica nel territorio del Governatorato generale di Lublino, merita di essere evidenziata la considerazione sulle relazioni tra occupanti e la popolazione nei territori occupati dall'Austria e dalla Germania. Ratti, già all'inizio del viaggio, si accorse che esse si differenziavano in modo sostanziale. Sotto l'occupazione tedesca una barriera alta e fredda divideva occupanti da occupati, invece sotto l'occupazione austriaca, era possibile osservare dei segni chiari di benevolenza.

Alle iniziative di Ratti si deve l'accelerazione del processo di riconoscimento formale dello stato polacco, da parte della Sede apostolica. All'inizio Papa Benedetto xv avrebbe dovuto formalizzare il riconoscimento in presenza di un'apposita delegazione della Polonia. Tuttavia, a causa del ritardo dell'arrivo della delegazione a Roma, Ratti decise di non indugiare a lungo e il 30 marzo 1919, a nome della Sede apostolica, consegnò a Varsavia a Paderewski "il formale riconoscimento del rinato Stato Polacco e del suo governo".

Il 6 giugno 1919 si concluse la missione del visitatore apostolico e Ratti fu nominato primo nunzio apostolico nella rinata Polonia. Importante anche aggiungere che egli il prelato Ratti sapeva che le autorità polacche stavano appoggiando la sua designazione come nunzio apostolico. Alla luce di questa situazione già il 30 novembre 1918 pregò il segretario di Stato di inviare al suo posto, a Varsavia, qualcuno più adatto, più giovane e capace di orientarsi nelle sfumature e nei meandri delle attività diplomatiche. Tuttavia la Sede apostolica fu di altro parere e indicò proprio lui per l'adempimento di quest'incarico che presentava non comuni difficoltà. Si può pensare che proprio l'efficacia dell'attività fino a quel momento svolta da Ratti come visitatore apostolico, fece sì che Papa Benedetto xv e il suo segretario di Stato il cardinale Gasparri non avessero dubbi su chi affidare l'incarico.

Achille Ratti fu elevato alla dignità di arcivescovo titolare di Lepanto e nominato nunzio apostolico. Le lettere credenziali furono consegnate al Capo dello stato polacco, Józef Pilsudski, il 19 luglio 1919. Il 28 ottobre, nella cattedrale di Varsavia, ricevette la consacrazione episcopale dalle mani dell'arcivescovo di Varsavia Aleksander Kakowski. Come nunzio apostolico, Ratti collaborò strettamente con l'arcivescovo di Varsavia, risolse positivamente alcune "sommesse" controversie relative all'incarico di decano del corpo diplomatico, al quale aspirava il deputato francese Eugenio Pralon. Attraverso il suo intervento nei confronti del governo, l'ambasciata polacca fu promossa al rango di ambasciata di prima classe presso la Sede apostolica, e la nunziatura apostolica a Varsavia fu portata allo stesso rango delle nunziature di Vienna, Parigi e Madrid, diventando nunziatura di prima classe.

Uno dei compiti, che la Sede apostolica aveva affidato al proprio rappresentante in Polonia, era quello di tentare di regolamentare le relazioni tra Stato e Chiesa. Il principale ostacolo sulla via della normalizzazione delle relazioni tra Stato e Chiesa, era determinato dalla mancanza di una costituzione del Paese. Nonostante questo iniziarono i lavori finalizzati alla stipulazione di un concordato. Vale la pena ricordare che una delle ultime azioni del nunzio Ratti, prima di lasciare la Polonia, fu la convocazione della "Commissione Papale" il 23 maggio 1921, composta da rappresentanti dell'episcopato e ordini religiosi maschili, con l'incarico di preparare un progetto di concordato.

È poco noto che nel 1921, nel 600° anniversario della morte di Dante Alighieri, il nunzio chiese a Ulrico Hoepli, noto editore di Milano, di fornire la biblioteca universitaria di Varsavia di pubblicazioni sul sommo poeta. Hoepli spedì quindici volumi della propria casa editrice, che comprendevano i capolavori di Dante e gli studi sul poeta. Grazie a questa iniziativa, l'università di Varsavia ebbe la possibilità di partecipare alle commemorazioni dell'anno di Dante. Dopo la partenza di Ratti dalla Polonia, il rettore ed il senato accademico dell'università di Varsavia, invitarono l'uditore della nunziatura Ermenegildo Pellegrinetti, al presidio generale del comitato d'onore della Polonia (Prezydium Generalnego Polskiego Komitetu Honorowego) per commemorare Dante. Il 9 novembre 1921 il senato accademico dell'università assegnò all'arcivescovo di Milano, Ratti, il titolo di dottore honoris causa.

Il nunzio Ratti si impegnò per lo sviluppo della scienza cattolica. Tramite i suoi interventi presso il segretario di Stato e il dicastero della curia romana, fu istituita e sviluppata l'Università cattolica di Lublino (fondata nel 1918) e anche le facoltà teologiche delle università statali di Varsavia, Vilnius e Poznan. Dedicò anche molta attenzione alla vita degli ordini religiosi, e nel 1920 contribuì a istituire una nuova diocesi a Lódz, definita, nella corrispondenza con la Sede apostolica, come la Manchester polacca.

Non si dovrebbe dimenticare che dal 20 aprile al 12 dicembre 1920, il nunzio Ratti ebbe anche il ruolo di alto commissario della Chiesa dei territori plebiscitari dell'Alta Slesia, della Prussia e della Masuria. Ruolo questo molto delicato e inoltre limitato dalle numerose riserve da parte del segretario di Stato, che in realtà si esplicarono in una passiva osservazione dell'andamento della situazione. Il cardinale Gasparri suggerì indirettamente al nunzio che, nell'espletamento di una missione così delicata, avrebbe dovuto parlare e agire il meno possibile.

Non ci si può meravigliare che in tale scottante situazione politica, lo svolgimento di questo ruolo, causò al nunzio Ratti, dispiaceri e incomprensioni, anche se adempì all'incarico con onestà e piena fedeltà. Durante la guerra polacco-bolscevica il nunzio fu uno dei pochi diplomatici, che rimase a Varsavia rafforzando e sollevando lo spirito dei difensori della capitale nell'agosto del 1920. Quest'atteggiamento del nunzio fu riconosciuto non soltanto dagli abitanti di Varsavia. Durante la prima seduta del parlamento del 24 settembre 1920, dopo la fine dell'invasione bolscevica, le autorità statali tramite il primo ministro, espressero pubblicamente la gratitudine alla Sede apostolica e al suo rappresentante, per il sostegno morale dato durante i giorni di maggior pericolo per la popolazione.

Il 18 aprile 1921 il segretario di Stato Gasparri, lo informò che Papa Benedetto xv, aveva intenzione di metterlo alla guida dell'arcidiocesi di Milano. La sua missione come nunzio terminò ufficialmente con la lettera papale del 16 maggio 1921. Il 4 giugno il nunzio Ratti lasciò Varsavia. Il governo polacco, avendo apprezzato i suoi meriti per la nazione, lo premiò con la medaglia dell'Aquila Bianca, a lui consegnata il 2 febbraio 1922, qualche giorno prima, (e qualcuno dice nello stesso giorno), della partenza per il conclave, nel quale fu nominato Papa.



(©L'Osservatore Romano - 26-27 ottobre 2009)

Caterina63
00Monday, October 26, 2009 7:05 PM

Il «gran Papa alpinista»


Anche il Gran Lombardo non se ne dimenticò se all'inizio del terzo capitolo di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957), rievocando l'Italia in apparenza disciplinata sotto il regime del Mascellone, ricorda le "lunghe teorie di nerovestite" che, "affittato er velo nero da cerimonia a Borgo Pio, a piazza Rusticucci, a Borgo Vecchio, si attruppavano sotto ar colonnato, basivano a Porta Angelica, e poi traverso li cancelli de Sant'Anna, p'annà a riceve la benedizzione apostolica da Papa Ratti, un milanese de semenza bona de Saronno de quelli tosti, che fabbricava li palazzi.

In attesa de venì finarmente incolonnate loro pure:  e introdotte dopo quaranta rampe de scale in sala der trono, dar gran Papa alpinista".

L'inesattezza sul luogo di nascita conta meno delle altre caratterizzazioni. Accanto alla professione di bibliotecario, sin dall'inizio del pontificato il tratto che più colpisce in Achille Ratti è infatti la sua passione alpinistica, tòpos obbligato per memorialisti e biografi (da Novelli a Galbiati, da Confalonieri al recente Chiron), subito consacrato negli Scritti alpinistici del sacerdote Dottor Achille Ratti (ora S. S. Pio Papa XI), curati da Giovanni Bobba e Francesco Mauro ed editi a Milano nel 1923 dagli stampatori Bertieri e Vanzetto.

Venuto alla luce nel cinquantenario della sezione milanese del Club Alpino Italiano (Cai) con cinque scritti redatti per la rivista mensile dello stesso Cai, il volume ebbe particolare fortuna con traduzioni in inglese (1923, con prefazione del grande alpinista Douglas Freshfield), spagnolo, tedesco e francese (1925), mentre del 2007 è persino una versione ungherese.

La riproposizione in anastatica degli Scritti alpinistici costituisce la seconda parte del bel volume di Domenico Flavio Ronzoni, Achille Ratti, il prete alpinista che diventò papa (Missaglia, Bellavite, 2009), pubblicato in un anno quasi troppo denso di anniversari rattiani:  il settantesimo della morte (1939), l'ottantesimo della firma dei Patti Lateranensi (1929), il novantesimo della nomina a nunzio apostolico in Polonia e dell'ordinazione episcopale (1919), il centoventesimo dell'ascensione al Monte Rosa (1889) e il centrotrentesimo della prima messa (1879).

Nella prima parte del volume - introdotto dal vescovo di Ventimiglia-San Remo Alberto Maria Careggio, e da Annibale Salsa e Carlo Lucioni, rispettivamente presidente nazionale e presidente della sezione milanese del Cai - Ronzoni ricostruisce i tratti dell'alpinismo praticato da don Ratti, col suo "impareggiabile amico e ormai vecchio compagno di escursioni alpine" Luigi Grasselli (1847-1912); e al tempo stesso lo inserisce in un quadro più vasto, quello dell'alpinismo ottocentesco nel quale un ruolo non trascurabile svolse il clero e il mondo cattolico, da Pierre Chanoux ad Amé Gorret, da Antonio Stoppani a Pier Luigi Frassati.

Il Papa anche sul soglio pontificio non dimenticò la sua antica passione se il 20 agosto 1923, scrivendo al vescovo di Annecy per proclamare san Bernardo di Mentone patrono degli alpinisti, affermò senza mezzi termini che "tra tutti gli esercizi di onesto diporto nessuno più di questo (...) può dirsi giovevole alla sanità dell'anima nonché del corpo. Mentre, col duro affaticarsi e sforzarsi per ascendere dove l'aria è più sottile e più pura si rinnovano e si rinvigoriscono le forze, avviene pure che coll'affrontare difficoltà d'ogni specie si divenga più forti pei doveri anche più ardui della vita".

A conferma del valore innanzitutto morale della pratica alpinistica, quasi sei anni dopo, commentando il 13 febbraio 1929 a studenti dell'Università Cattolica di Milano la recentissima firma dei Patti Lateranensi, Pio XI ebbe a confidare che "qualche volta siamo  tentati  di pensare (...) che forse a risolvere la questione ci voleva proprio  un Papa  alpinista, un alpinista immune  da  vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue". (paolo vian)



(©L'Osservatore Romano - 26-27 ottobre 2009)

Caterina63
00Friday, November 27, 2009 9:33 PM
La Santa Sede e l'Europa centro-orientale tra le due guerre mondiali

Pio XI tra antinazionalismo
e concordati


Venerdì 27 novembre si è svolto presso l'Università Europea di Roma il convegno "Santa Sede e potere politico nell'Europa centro-orientale tra le due guerre mondiali (1918-1939)". Pubblichiamo stralci di una delle relazioni.

di Roberto Morozzo Della Rocca

Nel 1925 Maurice Vaussard si chiedeva:  "il nazionalismo sarà la prossima eresia condannata? Sapeva lui stesso che non c'è eresia dove manca contenuto teologico dogmatico, ma la sua provocazione si sarebbe parzialmente realizzata, più in ordine alla prassi che alla dottrina. Vi fu la condanna dell'Action Française  nel  1926  e  poi  la più volte ribadita riprovazione, da parte di Pio XI, dell'"esasperato nazionalismo" contrapposto al sano amore di patria. Nella Ubi arcano Dei, Pio XI stigmatizzava l'immoderatum nationis amorem. In effetti Papa Ratti aveva ben presente alla mente i nazionalismi dell'Europa centro-orientale e la loro pericolosità per la fede, a seguito dell'esperienza avuta come visitatore apostolico e poi come nunzio in Polonia tra il 1918 e il 1921.

Pio XIChiunque leggesse le carte Ratti del periodo polacco avrebbe percezione chiara del cambiamento di giudizio allora avvenuto nel futuro Papa riguardo al rapporto tra fede e nazione nonché tra fede e nazionalismo. In sintesi, cosa accadde ad Achille Ratti in questi tre anni?

Nei primi tempi egli è entusiasta dei polacchi che uniscono fede e nazione, commosso al vedere masse di fedeli cadere in ginocchio al suo cospetto, suggestionato dalle accoglienze ovunque magnifiche. Poi, poco alla volta, assistendo alle varie guerre attorno a lui, dove i polacchi, cattolici, si scontrano e si uccidono con popoli pure cattolici (ucraini greco-cattolici per Leopoli, lituani cattolici latini per Vilna, tedeschi in parte almeno cattolici per la Slesia) il rappresentante di Roma nell'est Europa muta parere.

Il nunzio constata che il nazionalismo dei polacchi è negativo e che i suoi appelli alla moderazione e alla fraternità quantomeno fra cattolici vengono ignorati o elusi. Quando nel 1921 Ratti lascia Varsavia è convinto che tra fede e polonismo esista un perverso connubio. Nel frattempo i suoi rapporti con i polacchi si sono deteriorati, specialmente dopo aver ingiustamente subito l'accusa di essere filotedesco nella questione slesiana. Ratti deplorava in parecchi vescovi e cardinali polacchi l'essere troppo nazionalisti e poco universali. Tra i pochi ecclesiastici che stimava capaci di una sana direzione della Chiesa polacca vi era il salesiano August Hlond che Ratti - divenuto Papa - vorrà primate di Polonia.
Ratti è, beninteso, assai contento che tutto in Polonia appaia sotto il segno del cattolicesimo, ma avrebbe voluto che religione e nazione fossero maggiormente distinte. Del resto, se popoli  cattolici  si aggredivano vicendevolmente,  la loro fede era da correggere. La religione in quegli anni veniva  abusata  e  strumentalizzata dai  nazionalismi senza che le rispettive gerarchie ecclesiastiche reagissero adeguatamente, a parte qualche eccezione.

Dall'esperienza polacca Pio XI avrebbe desunto una somma di conoscenze e una linea da tenere nei confronti dell'Europa centro-orientale. Smorzare i nazionalismi - che gli avevano  svelato i rischi di un indebolimento della presenza cattolica a causa di guerre fratricide e anche il rischio  che  ciò  avrebbe  aperto le porte all'influenza bolscevica - rappresenta per il Papa un punto programmatico.
Ma Pio XI s'impegnò anche fortemente, nella sua visione dell'Europa orientale, nella politica dei concordati. Queste sistemazioni pattizie gli parevano ottime in generale per la loro forza giuridica, per lo spazio che garantivano alla Chiesa, tanto più in situazioni incerte e instabili come quelle degli Stati, tutti nuovi, sorti, nel 1918 sulle ceneri degli imperi dissolti dalla prima guerra mondiale. Stati in cui la tradizione di rapporti tra Chiesa cattolica e governi era da creare ex novo, come in Jugoslavia, in Cecoslovacchia, nei Paesi Baltici, nella Romania ora con la Transilvania e dunque arricchitasi di milioni di cattolici. Oppure Stati non propriamente nuovi alla storia, come la Polonia, dove però i rapporti tra Stato e Chiesa erano interrotti da molto tempo per la soppressione dello Stato stesso. O, ancora, Stati come  l'Ungheria - mutilata dalla triplice  catastrofe del 1918, della Repubblica dei Consigli, della Pace di Trianon - in cui le relazioni con la Chiesa erano da rifondare su basi inedite.

Sedici sono i concordati, le convenzioni e i modus vivendi stipulati durante il pontificato di Pio XI. Tra i Paesi firmatari degi accordi troviamo la Lituania, la Polonia, la Cecoslovacchia. Un concordato fu firmato con la Jugoslavia, ma non venne ratificato per l'opposizione della Chiesa ortodossa che voleva essere di fatto religione di Stato. Non si ebbe un concordato o comunque un accordo con l'Ungheria. Ma forse qui la Chiesa non aveva necessità di scudi difensivi nei confronti dello Stato. Il cattolicesimo magiaro era infatti trattato benevolmente dal Governo.

Per concludere, segnaliamo alcuni tratti comuni alle Chiese nei quattro Paesi principalmente in questa sede considerati:  Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Jugoslavia.
Ovunque, dopo la prima guerra mondiale, si presentò una questione di assetti gerarchici e territoriali delle diocesi, e non sempre era un problema della Santa Sede quanto un problema sollevato dai governi nazionalisti. I confini ecclesiastici si presentavano difformi da quelli civili dei nuovi Stati; alcune diocesi ricadevano in parte in uno Stato e in parte in un altro; vi erano vescovi la cui nazionalità non corrispondeva a quella maggioritaria dei fedeli (ad esempio ungheresi in zone slovacche, lituano nella Vilna polacca); vi erano diocesi da creare ex novo per necessità pastorali che i Governi degli imperi caduti avevano negato. Il caso magiaro era piuttosto clamoroso, avendo la nuova Ungheria solo un terzo dei territori del regno storico ungherese:  qui soltanto quattro diocesi su ventisei erano intatte entro i confini del nuovo Stato.

Un tratto pure condiviso in tutti i Paesi qui in esame è dato dall'intensificarsi della pratica religiosa, non disgiunta da un rafforzamento quantitativo e qualitativo delle strutture ecclesiastiche. Fioriscono i movimenti cattolici con l'Azione cattolica in primis, i seminari sono pieni, si crea una intelligentsia cattolica laica, nascono facoltà teologiche nelle università, si diffondono editoria e stampa cattolica. Gli ordini religiosi, spesso riformati da Roma, riprendono slancio missionario. Il clero viene meglio formato negli studi e distolto - per volontà di Pio XI - dall'intervenire in politica o almeno dall'aderire a formazioni partitiche estremiste. Si svolgono grandi raduni di cattolici in ogni Paese:  vuoi congressi eucaristici, vuoi kermesse sul modello del Katholikentag tedesco che danno visibilità e fierezza alle Chiese nazionali.

Su questa tendenza complessiva a una crescita sia spirituale sia strutturale poco incide l'intermittente ostilità al cattolicesimo di qualche governo, come quello di Praga o quello di Belgrado. Si pensi alla Chiesa in Croazia e in Slovenia che alla fine degli anni Trenta, malgrado la tendenza del governo a privilegiare l'ortodossia, può contare su 188 periodici, 15 tipografie proprie  e 40 case editrici, per non dire delle figure spirituali da essa scaturite.

Altro tratto comune è dato dalle difficoltà e dalle lotte dei cattolici di rito orientale. In Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, in Jugoslavia, le Chiese greco-cattoliche sono ospiti non graditi nei nuovi Stati in cui i governi vorrebbero farne entità provvisorie destinate a sciogliersi nel cattolicesimo latino (ad esempio a Varsavia) o nel cristianesimo bizantino ortodosso (Praga, Bucarest, Belgrado). Ma ovunque i greco-cattolici oppongono un'animosa resistenza alle pressioni assimilatrici nell'uno o nell'altro senso. Sono guidati da gerarchie che non temono i poteri statuali e che sono disposte all'anticonformismo rispetto al catenaccio ideologico che vorrebbe legare ciascuna nazione a una determinata confessione religiosa.


(©L'Osservatore Romano - 28 novembre 2009 )
Caterina63
00Friday, December 4, 2009 6:36 PM
Nuovi studi su Pio XI dopo l'apertura degli Archivi vaticani

Un decisionista pronto ad ascoltare tutti




Si è svolto a Napoli per iniziativa dell'Istituto di storia del cristianesimo della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia meridionale un convegno, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana, sull'uso pubblico della storia del cristianesimo nel XX secolo. Pubblichiamo stralci di una relazione.



di Roberto Regoli


Pio XI e il suo pontificato hanno suscitato interesse tanto tra i contemporanei, quanto nelle generazioni successive. Diverse pubblicazioni hanno visto la luce già durante il tempo del suo governo della Chiesa. La storiografia non si è attardata a dare definizioni sulla persona e l'azione del Papa. Si sono cercate parole riassuntive per interpretare il senso del pontificato, così si è scritto del Papa delle missioni, del Papa dei concordati e dei Patti lateranensi, del Papa dei totalitarismi, come anche del Papa alpinista e bibliotecario.

A causa della duplice apertura degli Archivi vaticani (2003 e 2006), che ha messo a disposizione la documentazione del pontificato Ratti, si sono sviluppati alcuni filoni di ricerca storica: relazioni fra la Santa Sede e un determinato Paese, il funzionamento interno dell'amministrazione pontificia e ricerche che vanno oltre i limiti della storia della Chiesa (storia intellettuale, culturale, sociale, politica e così via).

All'interno dello studio amministrativo e prosopografico della curia si è sviluppato recentemente un filone di ricerca che è fonte di vivaci confronti fra studiosi: il rapporto tra Pio XI e la sua curia, più propriamente con il suo segretario di Stato Eugenio Pacelli, futuro Pio XII. Il filone dei rapporti tra Papa e suoi collaboratori in generale ha preso avvio in tempi recenti, ma per il nostro periodo ha assunto caratteri molto marcati solo all'inizio del XXI secolo. I quattro filoni sono a volte ben distinti, ma spesso sono tra loro confusi e sovrapposti, così come le vicende storiche che intendono descrivere e comprendere.

La storiografia recente sul pontificato di Pio XI è spesso soffocata o per lo meno condizionata da quella del pontificato a lui successivo (Pio XII). Il rapporto con la Germania hitleriana e con l'Italia fascista predomina sul resto della produzione. Il rapporto tra Pio XI e Pacelli è condizionato al successivo giudizio Chiesa-Shoah. Le tematiche da trattare sono in parte dettate dalla storiografia pacelliana. Significativamente gli studi più recenti si sono soffermati sull'ultimo periodo del pontificato di Ratti, quando in lui si avverte un certo cambiamento di giudizio rispetto al mondo circostante. È in questo momento che si sottolineano le differenze tra il Papa e il suo segretario di Stato. Tale visione dipende anche dalla sensibilità legata al concilio Vaticano II e alle domande che esso pone all'oggi ecclesiale e dipende pure dalle successive sensibilità culturali. In questa storiografia serpeggia il rischio dell'anacronismo; soprattutto quando si parla di occasioni perse di pronunciamenti incisivi del papato.

In questo contesto di ricerca in fieri, vogliamo ora presentare alcune note all'attuale dibattito, rifacendoci alle fonti vaticane. A proposito del caso del cardinale Mundelein, spesso citato nella storiografia, bisognerebbe guardare il verbale della sessione della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari tenuta il 20 giugno 1937 a Castel Gandolfo alla presenza del Papa. Durante la riunione Pio XI protegge il suo segretario di Stato, Pacelli, di fronte agli altri cardinali: "Circa il Cardinale Nostro Segretario di Stato, per cui non vi è elogio che basti, dobbiamo dire che se vi è durezza nei suoi scritti, l'abbiamo voluta Noi". Nello stesso intervento il Papa fa delle dichiarazioni che smentiscono tutta l'interpretazione "solitaria" della sua persona e dell'ultima fase del pontificato: "È bontà del Signore farci constatare il mirabile consenso del S. Collegio".

Se attingiamo ancora alla fonte dei verbali delle sessioni cardinalizie della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, emerge la modalità di governo del Papa: interventismo nei diversi affari. Il Papa non si lascia condizionare. Chiede consigli, pareri, ma, quando ha chiarezza, interviene e addirittura corregge. Non si può aggirare il Papa.

Gli interventi di Pio XI sulle decisioni della Congregazione avvengono soprattutto al tempo in cui è segretario di Stato il cardinale Gasparri, mentre diminuiscono notevolmente sotto Pacelli, quando addirittura per un settennio non si hanno interventi correttivi da parte del Pontefice.

Il rapporto tra Papa e curia non può essere quindi liquidato con la categoria della "solitudine" poiché risulta una forzatura interpretativa. Inoltre, guardando allo stile del governo pontificio, si scopre un Pontefice che non solo regnava, ma anche governava; non appare quale notaio delle decisioni dei cardinali suoi elettori.



(©L'Osservatore Romano - 5 dicembre 2009)

Caterina63
00Monday, June 13, 2011 7:45 PM
Novant'anni fa, il 13 giugno 1921, Achille Ratti veniva nominato arcivescovo di Milano

Il catechismo risolve tutto



Nei pochi mesi dell'episcopato si trovano quelle che saranno le linee guida del pontificato di Pio XI
di ELIANA VARSACE

Il 13 giugno 1921 il Pontefice Benedetto XV promulgò la bolla con la nomina ufficiale del nuovo arcivescovo di Milano, chiamato a succedere allo scomparso cardinale Andrea Carlo Ferrari. Il prescelto dal Papa era il vescovo Achille Ratti, che in quello stesso giorno di novant'anni fa, in un concistoro segreto, insieme alla guida della grande diocesi ambrosiana, ricevette anche la porpora cardinalizia col titolo - prerogativa degli arcivescovi milanesi - dei Santi Silvestro e Martino ai Monti.

La scelta di Achille Ratti, nativo della brianzola cittadina di Desio, destò stupore in alcuni ambienti ecclesiastici e diplomatici. Il prelato lombardo, molto noto per i suoi studi eruditi - negli anni precedenti era stato prefetto della Biblioteca Ambrosiana e poi di quella Vaticana - si trovava allora, da alcuni anni, in Polonia dapprima con l'incarico di visitatore apostolico e poi, dopo la nomina a nunzio, con il titolo di arcivescovo di Lepanto. Tuttavia il trasferimento di Ratti, al quale mancava una concreta esperienza pastorale, dalla nunziatura di un importante Paese dell'Europa centro-orientale alla guida di una tra le diocesi più vaste del mondo, per quanto sorprendente, fu una autonoma e ponderata decisione del Papa. Lo spiegò lo stesso Benedetto XV, durante il concistoro pubblico tenutosi il 15 giugno 1921, rivolgendosi al neoarcivescovo di Milano, contemporaneamente elevato alla dignità cardinalizia: "Sentiamo mille voci di plauso levarsi tra le fila dei cultori di studi diplomatici - dichiarò il Papa, valorizzando le peculiarità proprie di Ratti - Oh, mirabile armonia dei due sensi, nei quali si perdono le parole studi diplomatici. Ecco gli alunni delle scuole di Diplomatica inneggiare all'antico Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano e dell'Apostolica Vaticana di Roma per l'illuminato zelo, con cui li ha sempre favoriti nella ricerca e nella illustrazione dei tesori nascosti in vecchie carte ed in antichi diplomi; ecco gli alunni e con essi i maestri della diplomazia, inneggiare al Nunzio apostolico in Polonia, che con dolce fermezza, con tatto squisito, con serenità imperturbata, ha saputo rafforzare la concordia fra lo Stato e la Chiesa in momenti difficili ed in circostanze pericolose".

E, incontrando in privato il neoeletto, che solo otto mesi dopo gli sarebbe succeduto al pontificato come Pio XI, Benedetto XV lo incoraggiò rivelandogli come "in questa nomina non ci sono entrati che Dio ed io". Achille Ratti non raggiunse subito Milano: nel luglio seguente si ritirò per un mese nell'abbazia di Montecassino, ospite dell'abate Ambrogio Amelli, amico da lungo tempo. Ebbe così modo di valutare attentamente la situazione della sua diocesi d'origine, che si apprestava a guidare e nella quale aveva lungamente operato, in stretta collaborazione con il cardinale Ferrari: lì aveva trascorso la maggior parte della sua vita, avviandosi al sacerdozio e contribuendo egli stesso a formare i futuri sacerdoti ambrosiani, in qualità di docente di sacra eloquenza e teologia dogmatica presso l'antico seminario cittadino.

Durante il ritiro cassinese il presule brianzolo preparò le due lettere pastorali che avrebbe inviato al popolo ambrosiano prima del solenne ingresso in diocesi, previsto per l'8 settembre, festa di Maria nascente, alla quale è consacrato il duomo di Milano. "O Milanese, io son della tua terra": con queste parole esordì l'arcivescovo scrivendo ai suoi fedeli che, per la prima volta dopo molto tempo, ritrovavano un pastore nativo della diocesi ambrosiana. Ma con questa citazione della sua prima lettera pastorale, che non è biblica, ma è formulata invece come una parafrasi dei versi dell'amato poeta Dante - come ha rilevato monsignor Bruno Maria Bosatra, direttore dell'archivio diocesano milanese, che al Ratti ambrosiano ha dedicato molteplici studi - il vescovo Ratti lasciava emergere dall'animo del Pastore anche la passione letteraria dell'uomo di cultura (cfr. "L'elezione di Achille Ratti nel fondo Ordinazioni episcopali dell'Archivio diocesano di Milano" in Pio XI e il suo tempo. Besana Brianza, Edizioni G.R., 2000).

Con la seconda lettera preparata a Montecassino, indirizzata al clero milanese e pertanto redatta in latino, ma datata anch'essa, come la precedente, al 15 agosto 1921, il cardinale indicava ai suoi sacerdoti quelle figure che avrebbero rappresentato i tre grandi riferimenti della sua azione pastorale: oltre ai patroni sant'Ambrogio e san Carlo (del quale Ratti ammirava l'organizzazione ecclesiastica e la disciplina) era proposto come modello anche il suo immediato predecessore, il cardinale Ferrari. Di quest'ultimo veniva ripresa ed evidenziata in particolar modo l'attenzione alla nascente Università Cattolica del Sacro Cuore e all'associazionismo cristiano specialmente giovanile, insieme all'aspirazione - ribadita da Ratti, per due volte, come monito imperativo - che la dottrina cristiana si affermasse e venisse applicata nella società. Pertanto, è proprio in questa lettera al clero che sembra possibile cogliere quelle che probabilmente sarebbero state le linee programmatiche del suo episcopato, se la morte di Benedetto XV avvenuta dopo soli cinque mesi dall'insediamento di Ratti a Milano, non avesse bruscamente interrotto tale esperienza pastorale.

Sin dal suo ingresso nella diocesi ambrosiana, colui che successivamente verrà ricordato anche come "il Papa dell'Azione Cattolica", si era rivolto principalmente ai giovani cattolici, sollecitandone un rinnovato impegno cristiano: "Cari giovani - aveva affermato - voi avete gridato: "Viva il cardinale dei giovani". Io grido: "Viva i giovani del Cardinale", perché io ho bisogno di voi, ho bisogno che voi viviate proprio come il cuore di Dio desidera. Ho bisogno di voi - continuava il nuovo arcivescovo - perché senza di voi l'avvenire non si fa o sarà un disgraziato avvenire. Lavoreremo insieme con pura, buona e sincera intenzione di bene". Inoltre, in coerenza con quanto preannunciato nella lettera al clero, il cardinale Ratti, sin dall'inizio del suo episcopato, si prodigò per favorire la diffusione della "dottrina cristiana" in tutte le scuole della diocesi. La sua prima disposizione, emanata in qualità di arcivescovo il 1° ottobre 1921, fu un insistente appello affinché in ogni scuola fosse impartito l'insegnamento della religione cattolica mediante l'adozione, come testo unico per tutti, del catechismo di Pio X. A questo fermo proposito fece seguito la promulgazione di un volumetto, rivisto e approvato dall'arcivescovo, con le Norme per l'istruzione religiosa nel corso elementare, e venne istituita una prima Giornata catechistica, che si svolse il 20 ottobre.

Egli inviò in seguito alcuni "visitatori" in tutta la diocesi, con il compito di accertare i metodi dell'educazione religiosa nelle scuole e di migliorarli ove avessero manifestato insufficienze. Anche la prima e unica lettera pastorale pubblicata da Ratti nei pochi mesi del suo episcopato milanese, fu tutta incentrata sul tema dell'insegnamento della religione, minacciato in quegli anni da una legislazione scolastica di chiara impronta anticlericale. Il cardinale, che aveva lanciato una sottoscrizione perché il catechismo potesse essere insegnato nelle scuole, riuscì ad ottenere che il consiglio comunale di Milano, a prevalenza socialista, concedesse le aule scolastiche per questa disciplina. Pure nell'adunanza dei vescovi lombardi, presieduta da Ratti nel novembre del 1921, si discusse prevalentemente dei problemi dell'apprendimento religioso e della diffusione della dottrina cristiana. Colui che, divenuto Pontefice, avrebbe dedicato al tema dell'educazione cristiana dei giovani un'intera enciclica, la Rappresentanti in terra, sollecitando inoltre l'istituzione nelle diocesi italiane di veri e propri concorsi di cultura religiosa, amava ripetere come "il piccolo catechismo cristiano, ridotto ai minimi termini, proprio nella sua prima pagina offre la soluzione vera di tutti i problemi più alti dell'umanità".

Si può così comprendere meglio anche l'attenzione e la fiducia con cui Ratti guardò al progetto portato avanti da padre Agostino Gemelli, la fondazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che proprio lui, nella veste di arcivescovo e legato pontificio, sarà chiamato a inaugurare a Milano il 7 dicembre di novant'anni fa, e sulla cui istituzione continuò a vigilare, con paterna benevolenza, anche come Pontefice. "Di fronte al catastrofico fallimento della scienza e della saggezza umana" - scriveva Ratti nel 1921 a padre Gemelli, incoraggiandolo nella sua opera - soltanto "il connubio della fede e della scienza può fornire le risposte che i tempi moderni richiedono".

Mentre la situazione politica milanese era resa instabile dalla crisi sociale ed economica sempre più opprimente che travagliava tutto il Paese, l'arcivescovo Ratti dovette confrontarsi, in un difficile rapporto, con la giunta guidata dal sindaco socialista Filippetto che non aveva voluto presenziare alla cerimonia dell'ingresso in diocesi del cardinale "per ragioni politiche"; e poi con l'emergente fenomeno politico dei fasci di combattimento, fondati a Milano, due anni prima, dal milanese d'adozione Benito Mussolini, il quale, nella primavera di quello stesso 1921, proprio nel capoluogo lombardo, fu eletto per la prima volta deputato.

In quei mesi trascorsi a Milano Ratti ebbe modo di formarsi un giudizio sul futuro capo del fascismo, che si sarebbe rivelato quanto mai veritiero e profetico: "Quell'uomo - dichiarò l'arcivescovo Ratti nel gennaio del 1922, parlando di Mussolini a un giornalista francese, durante un'intervista - avanza a grandi passi ed invaderà tutto, con la forza di un elemento naturale (...) Recluta gli adepti sui banchi di scuola e in un colpo solo li innalza fino alla dignità di uomini e di uomini armati. Li seduce, li fanatizza. Regna sulla loro immaginazione (...) Il futuro è suo. Bisognerà vedere però come tutto questo andrà a finire e che uso farà della sua forza. Che orientamento avrà il giorno in cui dovrà scegliere di averne uno? Resisterà alla tentazione, che insidia tutti i capi, di ergersi a dittatore assoluto?".

La scomparsa inattesa di Benedetto XV, il 22 gennaio del 1922, e la conseguente elezione al Papato dell'arcivescovo di Milano, avvenuta il 6 febbraio successivo, nella quattordicesima votazione del conclave, posero termine a un episcopato che seppur brevissimo, (raptim transit recitava, come un presagio, il suo motto episcopale), racchiudeva in nuce quelle preminenti linee pastorali che avrebbero trovato un più concreto sviluppo e compimento nel corso del lungo pontificato di Pio XI.



(©L'Osservatore Romano 13-14 giugno 2011)

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