00 8/2/2012 7:11 PM
[SM=g1740733] Eccoci amici al terzo: CURIOSITA'... CATTOLICHE E DALLA CITTA' DEL VATICANO,

dopo il successo del primo thread: Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano...

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e del secondo thread, entrambi con oltre 20mila visite [SM=g1740721]  : Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano... (2)...

Apriamo questo nuovo con questo articolo davvero eccellente:

“Il Papa vendendo uno dei suoi anelli sfamerebbe L’Africa”, “Perché la Chiesa che è cosí ricca non destina tutti i suoi beni per aiutare i poveri?”, “Il Papa veste Prada”

Queste le provocazioni tragicomiche che circolano spesso sul web, stimolate da alcuni media (i soliti noti) che montano ad arte la questione della “Chiesa ricca”, così come hanno fatto in modo strumentale e disonesto, e tuttora a cadenze alterne continuano a fare, sul tema ICI (ora IMU) e Chiesa Cattolica.

Si tratta in realtà di alcuni dei tanti luoghi comuni – a cui oramai siamo abituati – ampiamente diffusi da movimenti atei, materialistici e massonici, che spesso purtroppo fanno breccia anche nella mentalità degli stessi fedeli cristiani. Proprio ieri mi è capitato di parlare con una signora molto devota che dopo aver chiesto indicazione stradali per raggiungere una nota località mariana per prepararsi all’Indulgenza del “Perdono di Assisi”, ha concluso dicendo che “San Francesco sì che era un vero esempio cristiano, non i preti e le chiese che sono pieni di ricchezze”. Alla signora non ho avuto il tempo di dire che comuqnue un prete guadagna, sì e no, 800 euro al mese, e un vescovo tra gli 800 e i 1200 euro al mese (e di certo non li spendono per andare in vacanza alle Seychelles).

Ma mi rendo conto che tali luoghi comuni sono molto diffusi anche perchè favoriti da una certa ignoranza circa le reali proporzioni del problema.

Innanzitutto la Chiesa, come ogni altra istituzione, ha il diritto e la necessità di dotarsi di tutti i mezzi necessari allo svolgimento della sua missione, perciò non solo può ma deve possedere beni mobili e immobili ed ogni altro mezzo necessario alla sua vita e alla sua missione. La comunità ecclesiale, qualsiasi comunità, piccola o grande, ha una dimensione che non è solo spirituale ma anche fisica e sociale e perciò necessità di spazi di aggregazione, edifici, strutture di governo, mezzi assistenziali e caritativi di ogni genere, in tutti i settori, inclusi quelli della cultura e dell’arte che spesso sono fra i piú appariscenti. Ogni organismo se vuole svolgere una missione deve garantire anche il proprio sostentamento, in caso contrario, la sua prima opera sarebbe anche l’ultima.

 

L’anello e le scarpe del Papa

Faccio una breve parentesi riguardo al famoso “anello del Papa che sfamerebbe l’Africa”, e che “varrebbe milioni – qualcuno dice addirittura “miliardi” – di euro”.
Nulla di più falso e ridicolo. In realtà si tratta di semplice oro, ha la grandezza e dunque il valore di due fedi nuziali, viene usato come timbro per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal Papa. Senza poi contare che alla morte del Papa viene rotto con un martelletto d’argento, rifuso e riutilizzato per il Pontefice successivo. Tecnicamente è sempre lo stesso da secoli. E non occorre essere cattolici per capire che un oggetto di tal valore non risolverebbe i problemi di una sola famiglia neppure per una settimana e che, onde evitare di urlare slogan tanto assurdi, basterebbe semplicemente informarsi, o almeno usare un pò di buon senso o quella razionalità laica che il Signore ha concesso a tutti.

Seconda parentesi: le “fantomatiche scarpe del Papa”. Un articolo di Repubblica – pubblicato pochi mesi dopo l’elezione del Papa al soglio pontificio – titolava: “Il look di Papa Ratzinger: spuntano le scarpe Prada”. Questo era lo scoop a cui hanno abboccato decine e decine di anticlericali e la notizia si è trascinata negli anni. La leggenda è stata così confezionata: il Papa veste Prada, vive nel lusso, è servito e riverito mentre nel mondo c’è gente che muore di fame. Nel 2008 l’Osservatore Romano ha provato a smentirla, ottenendo pochi risultati purtroppo. Lo stesso l’Agenzia Ansa nel 2010. Di recente si è tornati sulla questione grazie ad una pagina Facebook dedicata proprio al Pontefice. Si riporta la notizia, come vi è scritto sul quotidiano del Vaticano, che è il sarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse ad indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell’abito del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. Non sono Prada, non hanno alcun costo, visto che il Sig. Stefanelli le ha donate al Santo Padre e ha affermato: «Io le mie scarpe al Papa le regalo, perché a volte la passione paga più del denaro». (Qui l’articolo citato) [1].

 

Le proprietà vaticane

Ma torniamo alla questione da cui siamo partiti. Bisogna chiarire innanzitutto che il Papa non è ricco, che tutto ciò che gli viene attribuito non è suo, e che dopo la morte non lascia niente a nessuno e viene seppellito in una bara di legno grezzo, praticamente nudo, e con un velo di lino sul volto.

La maggior parte delle cosiddette “ricchezze” del Vaticano sono tesori che nell’arco della storia della Chiesa, sono stati donati da persone che hanno ricevuto delle grazie particolari e che il Vaticano non ha nessun diritto di vendere.

Due millenni di storia, di arte, di cultura, la Basilica di Pietro, la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo, le stanze dei musei Vaticani sono patrimonio dell’umanità e sono solo gestite dalla Chiesa.

La Santa Sede è solo custode vigile e scrupolosa di una immensa quantità di opere d’arte in parte donate e in parte proprietà privata dei successori di S. Pietro, esposte in stanze degne di accogliere tanta bellezza e a disposizione di chiunque abbia desiderio di apprezzarle. Ma sono beni che il Papa pur volendo non potrebbe vendere, lo impedisce il diritto internazionale. Nulla è suo, ma gli è stato concesso di usarlo. La Chiesa non può farne ciò che desidera, ha il compito di conservare tali beni nel nome dello Stato italiano. In tutte le Nazioni esistono svariate misure per la difesa delle opere d’arte, perché lo Stato ha il dovere di preservarle nel tempo. E ricordo come i beni della Santa Sede facciano anche parte della storia culturale dell’Italia.
Con la stessa logica con cui chiediamo alla Chiesa di vendere i suoi beni per aiutare i bisognosi, potremmo chiedere allo Stato di vendere il Colosseo di Roma, o gli Uffizi di Firenze o la Mole Antonelliana di Torino o qualcuna delle tante opere d’arte che l’Italia possiede.

 

La Carità e la Chiesa

Quanto alla carità verso i più deboli, sappiamo tutti come la dottrina cristiana e il magistero insegnino da sempre l’importanza e la necessità per l’uomo di sviluppare una sensibilità e un’attenzione particolare per i poveri e gli emarginati. La carità cristiana è il cuore del messaggio evangelico.

La Chiesa, infatti, è sempre stata in prima linea nell’aiutare concretamente i poveri di tutto il mondo, con le Caritas, le Missioni e le Opere Pie. Si pensi ai tantissimi missionari che nei Paesi più disparati del mondo, soprattutto in quelli più poveri, portano l’annuncio evangelico prodigandosi anche per sollevare le popolazioni dalla povertà, dall’emarginazione, dalla fame, dalle malattie, nonchè per l’educazione e la scolarizzazione dei ragazzi, tutto questo spesso rimettendoci la salute e anche la vita.

Ma alla base di gran parte degli attacchi rivolti alla Chiesa sui beni e gli averi di sua proprietà, vi è un equivoco fondamentale dell’intera concezione scritturistica sulla ricchezza e sulla povertà.

Basterebbe leggere alcuni dei tanti versetti, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, in cui il Signore non chiede che il culto gli venga dato in estrema povertà, tutt’altro… (Vedi qui alcuni esempi) [2].

Nel distacco dalle cose materiali di questo mondo possiamo elevarci a Dio. Se siamo capaci di distaccare il cuore dalle nostre ricchezze, ci sarà più facile glorificare il Signore cercando di rendere degna e bella la Sua casa. Gli oggetti preziosi custoditi dalla Chiesa e nelle chiese è chiaro che non servono a Dio, ma il loro splendore serve per richiamare noi, per ricordare che stiamo facendo gli atti più grandi e più sublimi di culto. Sono un segno della nostra fede, della nostra riconoscenza a Dio che ci ha resi partecipi di beni così grandi. Non teniamo gli oggetti preziosi nelle casseforti perché i ladri non li rubino, ma li usiamo anche per dare a Dio il massimo splendore nel culto.

Nel Vangelo non c’è condanna per la ricchezza in sè. Il noto passo del Vangelo di Matteo in cui Cristo ammonisce: “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt. 19, 24) deve essere letto sistematicamente con l’insieme dei suoi precetti e dei suoi insegnamenti.

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt. 5,3), riproposizione in chiave affermativa di Matteo 4,4: “Non di solo pane vivrà l’uomo”.
Cristo ha voluto, cioè, evidenziare il carattere spirituale dell’uomo, che cioè questo non è mera corporeità, non deve limitarsi al solo aspetto materiale dell’esistenza. Il Vangelo non fornisce dottrine economiche, materiali, “biologiche”, ma insegnamenti teologici, morali e spirituali.

Per l’autentico pensiero cristiano, la ricchezza, la proprietà, gli averi, non sono dei mali in sè stessi.

Gesù indossava una tunica preziosa (che i soldati che lo crocifissero si giocarono a sorte), non disdegnò il profumo di nardo purissimo di gran valore, amava i banchetti e riposarsi dall’amico ricco.

Alle nozze di Cana, invitato a cena a casa di uomini importanti, finito il vino, Gesù non ha detto “avete bevuto abbastanza e dovreste pensare ai poveri che non hanno vino”, ma ha onorato la festa e il matrimonio (compiendo fra l’altro il suo primo miracolo).