DIFENDERE LA VERA FEDE

Ma perchè il Matrimonio è un Sacramento ed è indissolubile?

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    Caterina63
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    00 5/8/2013 10:44 AM
    [SM=g1740758] Amici, dopo i tanti approfondimenti fatti in questo thread in cui si spiega del perchè la Chiesa non può dare la Comunione ai divorziati risposati, riteniamo interessante approfondire anche il perchè la Chiesa insiste sull'indissolubilità del Matrimonio e del perchè questo è un Sacramento irrinunciabile per chi voglia dirsi cristiano....

    Prima di approfondire l'argomento, ci piace segnalarvi un passo dell'Enciclica MIRARI VOS di Papa Gregorio XVI del 15 agosto 1832 nella quale, oseremo dire profeticamente, egli metteva in guardia già all'epoca dai tentativi di minare questo Sacramento, leggiamo:

    "Inoltre, l’onorando matrimonio dei Cristiani esige le Nostre comuni premure affinché in esso, chiamato da San Paolo "Sacramento grande in Cristo e nella Chiesa" (Eb 13,4), nulla s’introduca o si tenti introdurre di meno onesto che sia contrario alla sua santità o leda l’indissolubilità del suo vincolo. Vi aveva già raccomandato insistentemente questo nelle sue lettere il Nostro Predecessore Pio VIII di felice memoria: ma continuano a moltiplicarsi tuttavia contro di esso gli attentati dell’empietà.
    È perciò necessario istruire accuratamente i popoli che il matrimonio, una volta legittimamente contratto, non può più sciogliersi, e che Dio ha ingiunto ai coniugati una perpetua unione di vita ed un tal legame che solo con la morte può rompersi. Rammentando che il matrimonio si annovera fra le cose sacre, e che per questo è soggetto alla Chiesa, essi abbiano di continuo presenti le leggi da questa stabilite in materia, e quelle adempiano santamente ed esattamente come prescrizioni, dalla cui osservanza fedele dipendono la forza, la validità e la giustizia del medesimo.
    Si astenga ognuno dal commettere per qualsivoglia motivo atti che siano contrari alle canoniche disposizioni e ai decreti dei Concilii che lo riguardano, ben conoscendosi che esito infelicissimo sogliono avere quei matrimoni che o contro la disciplina della Chiesa o senza che sia stata implorata prima la benedizione del Cielo, o per solo bollore di cieca passione vengono celebrati senza che gli sposi si prendano alcun pensiero della santità del Sacramento e dei misteri che vi si nascondono".


    veniamo ora ad ulteriori approfondimenti sull'argomento ricordando a tutti anche questa pagina sul Sacramento in questione.


    Perché il matrimonio è indissolubile?


    Di Gustave Thibon

    L’istituto del matrimonio è il custode della fedeltà interiore, la legge cristiana non opprime ma approfondisce e purifica l'amore. Non è l'uomo ad esser fatto per il matrimonio, ma è bensi il matrimonio che è fatto per l’uomo. Una magistrale esposizione dei fondamenti «esistenziali» del matrimonio cristiano, una risposta alle obiezioni più diffuse al principio dell'indissolubilità.
     

     
     
    [Da AA.VV., L'amore e il matrimonio, tr. it., Vita e Pensiero, Milano 1955, pp. 85-113]
     
    Non è nostra intenzione esporre qui in tutti i suoi particolari l’insegnamento della teologia cattolica sulla indissolubilità del matrimonio. Supponendo che esso sia noto ai nostri lettori, ci limiteremo a ricordare i principi fondamentali e porremo in evidenza piuttosto l’aspetto psicologico ed «esistenziale» del problema. Su questo argomento come su molti altri il cattolicesimo, che pure possiede una teologia e una morale complete quanto equilibrate, non ha forse fatto quanto era necessario per giustificare i suoi principi sul terreno dell’esperienza psicologica e per rispondere a coloro che gli rimproverano per l’appunto di non tenere in considerazione l’uomo fatto di corpo e d’anima, né le condizioni concrete della sua esistenza.
     
     

    Che l’uomo non divida...
     
    Il principio dell’indissolubilità del matrimonio è contenuto per intero nel seguente passo del Vangelo: «I Farisei andarono da lui per tentarlo e gli dissero: “È lecito all’uomo di ripudiare per qualunque motivo la propria moglie?” Egli rispose: “Non avete letto che il creatore, al principio, creò l’uomo maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una sola carne. Non divida pertanto l’uomo quel che Dio ha congiunto”» (Mt., XIX, 8-6). E S. Paolo, facendo eco all’insegnamento del Signore, così si esprime: «A coloro che sono sposati ordino (non io, ma il Signore) che la moglie non si separi dal marito. E se è separata rimanga senza maritarsi o si riconcilii col marito. E l’uomo non ripudii la moglie» (I Cor., VII, 10-11). Tale esigenza di indissolubilità si fonda su due motivi:
     
    1 - Sul diritto naturale. — La procreazione, che secondo la teologia tradizionale è il fine principale del matrimonio, non può nella specie umana essere abbandonata al caso di un incontro senza domani come avviene nella specie animale. Perchè il bambino non ha soltanto bisogno di essere messo al mondo e allattato durante i primi mesi di vita; la sua educazione richiede ancora per lungo tempo l’assistenza continua del padre e della madre e il calore e la stabilità di un ambiente familiare fuori del quale egli non può armonicamente svilupparsi. Ora, la separazione degli sposi, pietre basilari dell’edificio familiare, compromette necessariamente l’educazione dei figli e, di conseguenza, l’equilibrio della società intera.
     
     
    2 - Sul carattere sacramentale del matrimonio — L’unione dell’uomo e della donna è inseparabile quanto quella di Cristo e della Chiesa, suo modello e prototipo. I due «che sono una sola carne» devono tendere con la loro fedeltà alla grazia sacramentale, a divenire una sola anima; e l’uomo non ha il diritto di separare quello che Dio ha unito. Essendo dunque fondata su una esigenza essenziale della natura e sulla consacrazione divina, l’indissolubilità del matrimonio non ammette eccezione alcuna. La Chiesa cattolica non pronuncia sentenza di divorzio; in certi casi ben determinati (difetto di consenso, errore sull’identità della persona, consanguineità ecc.) essa si limita a constatare la nullità del vincolo matrimoniale. Null’altro essa può fare in questo campo, se non dissipare un errore: il sacramento conferito senza le condizioni necessarie alla sua validità non impegna né la Chiesa che lo amministra, né i fedeli che lo ricevono, e in tali casi le autorità religiose, anzichè separare quello che Dio ha unito, sciolgono un legame illusorio; in altri termini restituiscono di diritto ai pseudo-coniugi una libertà che non hanno mai perduta di fatto. Non si può parlare di divorzio nei casi in cui non vi fu vero matrimonio.
     
     
     
    Le ragioni profonde dell’indissolubilità del matrimonio.
     
    È ovvio constatare che l’unione dell’uomo e della donna consacrata dal matrimonio risponde a una duplice finalità. Essa permette anzitutto l’armonico e completo sviluppo fisico e morale dei due sposi. Iddio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo». E gli diede una compagna simile a lui. L’uomo e la donna sono due esseri complementari; sono fatti per vivere non solo insieme, ma l’uno per l’altro; e il loro reciproco amore, la fusione dei loro destini favorisce in pari tempo la sicurezza materiale e la pienezza spirituale di entrambi. Il matrimonio è ad un tempo la forma più elementare e la base indistruttibile di ogni vita sociale.
    Con la procreazione esso assicura la continuità della specie umana e con l’influenza dell’ambiente familiare la sana educazione dei figli: due fini interdipendenti e paralleli. Da un lato la reciproca attrazione che unisce i due sessi ha per normale conseguenza la procreazione. «Non si sposa perchè la terra ha bisogno d’essere popolata, diceva Chesterton, si sposa perchè si è innamorati». Verissimo. Ma il comandamento: «Crescete e moltiplicatevi» è già contenuto in germe nella simpatia amorosa. E, reciprocamente, i nuovi legami che la procreazione crea tra gli sposi forniscono loro nuovi motivi di amarsi e di aiutarsi. Sembra tuttavia — almeno fin dove è possibile isolare due elementi così intimamente uniti nell’unità della vita concreta — che la Chiesa abbia voluto mettere l’accento sul primo proclamando l’irrevocabilità del matrimonio.
    La teologia tradizionale afferma energicamente che la procreazione costituisce il fine primario dell’unione coniugale e che l’amore reciproco degli sposi viene al secondo posto. È notevole il fatto che nessun altro legame affettivo, nessun altro vincolo sociale — qualunque sia il suo grado di profondità e di spiritualità — è sanzionato e coronato da un sacramento. I vincoli che uniscono l’amico all’amico, il principe al suo popolo, ecc. non sono né sacramentali né irrevocabili; è perfino possibile, a rigore, essere sciolti dai voti religiosi, ma non dalle promesse del matrimonio. L’importanza eccezionale che la Chiesa attribuisce al legame coniugale deriva anzitutto dal fatto che lo considera la sorgente immediata della vita naturale e soprannaturale dei coniugi e la base necessaria della società umana. La Scrittura non ci lascia alcun dubbio su questo argomento: «Essi saranno una sola carne». Ora, che cos’è qui la carne se non, nel senso biblico del termine, «una persona rappresentata e rivelata dall’apparenza esteriore della nostra umanità?» (1).
    Nel linguaggio moderno si direbbe: un solo essere di carne, una sola persona morale. Il che non significa una sola anima, un solo spirito. L’unione spirituale è prescritta come un dovere e un ideale; ma la semplice unione contratta con lo scambio dei consensi, anche senza amore, è sufficiente a creare la comunità coniugale e a renderne indissolubile il vincolo. Nemmeno questo vincolo è estraneo alla carne, poichè l’impotenza di uno dei coniugi genera automaticamente incapacità al matrimonio, ed ogni unione non consumata può essere sciolta su parere del Sommo Pontefice, in vista di un maggior bene spirituale. Ma ciò che costituisce in fondo la natura tutta particolare del vincolo coniugale è la sua partecipazione all’unione indissolubile di Cristo e della Chiesa; cosicchè una partecipazione imperfetta a tale unione, qual è quella dei pagani, lascia il loro matrimonio legittimo suscettibile di scioglimento (privilegio paolino), mentre la partecipazione totale al mistero nuziale di Cristo, qual è l’unione ratificata e consumata di due cristiani, rende il loro vincolo assolutamente infrangibile finché essi sono in vita. È chiaro che in ogni caso la Chiesa non prende in considerazione né l’assenza d’amore né «l’incompatibilità di carattere» per determinare il valore del legame e il suo grado di indissolubilità. E ciò perchè essa considera da un punto di vista assai alto l’individualismo e la sensibilità romantica, vede nel matrimonio ben più e ben altro che lo scambio passionale e sentimentale tra due individui, e la sua sollecitudine si estende, oltre la coppia effimera, all’insieme della Città temporale che è il corpo della Città divina. Unendosi, gli sposi non si impegnano soltanto l’uno verso l’altro, ma anche l’uno e l’altro verso una realtà di cui fanno parte e che li supera: la famiglia innanzi tutto, di cui sono la sorgente e il sostegno, e in seguito la Nazione e la Chiesa, corpi viventi di cui le famiglie sono le cellule.

    Una istituzione di sì fondamentale importanza ha bisogno d’essere protetta contro le mille vicissitudini dell’istinto e dell’interesse personale. Se gli sposi non hanno il diritto di separarsi, ciò non riguarda tanto la coppia stessa quanto tutto quello che su di essa riposa. Il matrimonio costituisce il fondamento della comunità umana; se quello si spezza, questa si sfascia. La via che gli sposi intraprendono ha un senso unico: è la via stessa della vita temporale; l’unica uscita sta innanzi, e indietreggiare significherebbe urtare pericolosamente altri esseri trascinati dallo stesso irreversibile movimento. Il matrimonio dipende in un primo tempo dall’individuo; ma in un secondo tempo è l’individuo che dipende dal matrimonio. Ciascuno è libero di contrarre il legame secondo i propri gusti e la propria volontà, ma, dopo averlo contratto, non è più libero di infrangerlo.
     


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    [SM=g1740771]  continua.....



    [Edited by Caterina63 11/27/2013 1:27 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 5/8/2013 10:51 AM
    [SM=g1740758] Compagni per l’eternità?
     
    Le istituzioni sono per le persone quello che il letto di un flume è per le sue acque. La Chiesa nella sua eterna sapienza e nella sua esperienza millenaria sa che una corrente così impetuosa e intermittente qual è la passione carnale ha bisogno di un letto profondo e solido per non deviare dalla sua meta e non disperdersi in paludi fangose.
    Quel letto essa lo trova nel matrimonio, considerato nel duplice aspetto di istituzione e di sacramento; e appunto su questo elemento formale e sociale del vincolo coniugale la teologia classica ha posto l’accento. Oggi noi assistiamo al sorgere, per reazione, di una specie di mistica del matrimonio, che si preoccupa più della qualità del vincolo personale tra gli sposi che delle sue conseguenze sociali. Si tende sempre più a considerare essenza del matrimonio l’atto d’amore consacrato da Dio, grazie al quale due esseri impegnano e uniscono per sempre i loro destini. Il resto — fedeltà reciproca, procreazione e educazione dei figli, inquadramento sodale, ecc. — scaturisce da questa sorgente come il temporale procede dall’eterno. È il mito dei «compagni per l’eternità... ».

    Essendo l’uomo composto di spirito e di carne, di elementi personali e di elementi sociali, le due concezioni del matrimonio sopraccennate appaiono piuttosto complementari che opposte. È buona cosa presentare agli uomini un ideale altamente spirituale del matrimonio; ma è anche consigliabile, non foss’altro che per prevenire una esaltazione pericolosa seguita da amare delusioni, distinguere nettamente ciò che appartiene all’essenza del matrimonio e ciò che appartiene alla sua perfezione. È indubbiamente desiderabile che il vincolo matrimoniale sia di natura tale da trasformare gli sposi in compagni per l’eternità; ma ciò non toglie che un tale livello spirituale non sia richiesto dal matrimonio a titolo di elemento necessario e costitutivo.
    L’unione coniugale in quanto tale s’instaura nel tempo, e le grazie che le sono inerenti, benché procedano dalla sorgente divina e mirino a procurare la vita eterna, sono date non soltanto nel tempo, ma per il tempo. Indipendentemente da tutte le sovrastrutture spirituali che possono formarsi nella coscienza dei soggetti, l’indissolubilità del matrimonio è essenzialmente legata alla sessualità e alla procreazione in quanto facoltà obiettive assunte dalla grazia di Cristo, che vuol fare dell’umanità redenta ii suo Corpo eterno.

    Il fine dell’indissolubilità del matrimonio è dunque in relazione con la perpetuità della Chiesa, corpo di Cristo, assai più, o almeno altrettanto, che con la perpetuità dell’individuo.
    Il fatto che un matrimonio senza amore sia del tutto valido agli occhi della Chiesa (2) ne è già prova sufficiente; e la legittimità delle seconde nozze conferisce maggior evidenza al carattere temporale e sociale dell’indissolubilità del matrimonio. Il vincolo sacramentale infatti è infranto dalla morte di uno dei coniugi, e il superstite prosciolto da qualsiasi obbligo è libero di contrarre una nuova unione. Gli sposi, in quanto tali, sono così poco compagni per l’eternità che il sacramento che li lega è cancellato nell’ora medesima in cui l’individuo lascia la vita temporale per entrare nella vita eterna. Lo afferma esplicitamente lo stesso Vangelo: «In quel giorno i Sadducei andarono da lui e lo interrogarono: Maestro, Mosè ha detto: se uno muore non avendo figlioli, il suo fratello sposi la moglie di lui e dia discendenza al fratello. Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo era ammogliato e morì, e, non avendo prole, lasciò la moglie al fratello. Lo stesso fu del secondo e del terzo, fino al settimo. Finalmente ultima di tutti morì anche la donna. Alla risurrezione adunque, di quale dei sette sarà ella la moglie, se tutti l’hanno avuta? Ma Gesù rispose loro: Voi siete in errore, poichè non comprendete le Scritture né la potenza di Dio. Perché alla risurrezione né gli uomini prenderanno moglie né le donne marito, ma saranno come gli Angeli di Dio nel cielo» (Mt., XXII, 23-30).
     
    Quanto alla legittimità delle seconde nozze la posizione di S. Paolo è più che chiara: «Una donna è legata per tutto ii tempo che ii marito è in vita; ma se il marito muore ella è libera di sposare chi vuole» (I Cor., VII, 39). E ancora: «Voglio che le giovani vedove prendano marito (I Tim., V, 14) e abbiano figli, e dirigano la loro casa».
    Mi accadde di notare più di una volta come questa dottrina che limita al tempo e alla morte l’effetto del sacramento abbia il dono di ferire le anime amanti.
    Com’è possibile, protestarono taluni sposi, che nulla debba rimanere oltre la tomba di quest’amore in cui sentiamo entrambi vibrare una promessa d’eternità? È qui il caso di ripetere le parole del Vangelo: Ciò che viene dalla carne è carne e ciò che viene dallo spirito è spirito.
    La Chiesa istituì un sacramento valevole per tutti, ma una cosa è il sacramento propriamente detto e un’altra la qualità d’anima di coloro che lo ricevono. Il matrimonio non conferisce necessariamente l’amore spirituale, ma nemmeno lo esclude: anzi, l’intimità della vita coniugale e la fedeltà alle grazie sacramentali offrono un terreno particolarmente propizio al nascere e al fiorire di un simile amore.
    «Essi saranno come gli Angeli di Dio nel Cielo», ha detto Cristo. Tutto quello che di angelico, di veramente spirituale noi avremo messo nel nostro amore lo ritroveremo in cielo. La morte distrugge il matrimonio come vincolo carnale e sociale (ed è forse altra cosa per la maggior parte degli sposi?); ma non distrugge l’amicizia spirituale che unisce due anime immortali. In questo senso soltanto è permesso di parlare di compagni per l’eternità. Quanto di immortale vi è nel matrimonio supera il matrimonio stesso; alla morte l’unione degli sposi, distrutta nei suoi elementi terreni e trasfigurata in quelli spirituali, diviene un aspetto della comunione del santi.
     
     
    Obiezioni contro l'indissolubilità del matrimonio
     
    Se taluni spiriti tormentati da una sete prematura di assoluto rimproverano alla Chiesa di limitare alla vita terrena l’indissolubilità del matrimonio e di permettere le seconde nozze, infinitamente più numerosi sono coloro che l’accusano di un rigore eccessivo per il fatto ch’essa proibisca il divorzio. Queste due critiche provengono da un’unica fonte: la ribellione delle inclinazioni soggettive contro una legge universale. Ignorando che un’istituzione come il matrimonio è fatta innanzi tutto per tutti, gli uni vorrebbero adeguarla alla misura della loro fedeltà e gli altri alla misura della loro incostanza; ma in entrambi i casi è sempre ii desiderio mdividuale che detta legge.

    Gli avversari della indissolubilità del matrimonio si appellano in generale agli argomenti seguenti:
    La Chiesa, affermano, dà prova in questa materia dl un rigore inumano; essa disconosce le aspirazioni e i diritti più legittimi dell’individuo. Protraendo sino alla morte unioni concluse senza amore o che l’amore ha abbandonato, essa subordina la realtà all’apparenza, la linfa interiore alla scorza sociale, la persona vivente a una legge morta.
    Un’unione ha valore solo se l’amore la vivifica; e quando gli intimi legami dell’amore cedono il posto, tra due esseri, alle catene esteriori della legge, non esiste più in realtà il matrimonio.
    Perchè dunque accanirsi a conservare ciò che è già morto con un’opera di imbalsamazione che procede in senso contrario alle leggi della vita?
    La legge della Chiesa, interdicendo agli sposi separati di ricostruire la loro vita sulla base di un nuovo amore, intralcia o avveiena l’esercizio della più nobile facoltà dell’uomo; perchè o l’individuo accetta la legge e soffoca in germe il nuovo amore, vivendo in un deserto affettivo, oppure viola la legge, e allora il suo amore, tacciato di colpa e interdetto dalla morale e dall’opinione pubblica, trascina necessariamente un’esistenza di vergogna e di stenti.
    È evidente che tanto l’ipocrisia dei falsi amori legali quanto la dissimulazione dei genuini amori illegittimi contribuiscono a creare un’atmosfera di farisaismo eminentemente sfavorevole alla virtù degli individui e all’armonia della società.
    Quanto ai vantaggi sociali che si sogliono porre in attivo per la indissolubilità del matrimonio, non trovano forse la loro contropartita negativa in quel prevalere dell’astratto sul concreto, della lettera sullo spirito, in quel culto di una virtù vuota di carne e d’anima e ridotta a una scheletrica formalità, la quale, creando nella società un clima di costrizione e di menzogna, prepara automaticamente i contraccolpi distruttori della rivolta e dell’anarchia?
    Non è forse in relazione a un conformismo troppo gretto che sorsero in ogni tempo le peggiori licenze?
    E non converrebbe alla Chiesa, che già ammette la separazione dei corpi, lasciar agire in certi casi quella valvola di sicurezza che è il divorzio?

    Concludendo, non si guadagna nulla a voler asservire la vita che è molteplice e mobile al giogo di una legge astratta e rigida, ma si rende bensì sterile la legge e si inaridisce la vita. Rispondendo a tali critiche, eviteremo la stoltezza e l’ipocrisia di contestare la parte di verità che esse contengono. L’evoluzione armoniosa dell’amore dell’uomo e della donna richiede il concorso degli elementi più disparati. La vita matrimoniale costituisce infatti il punto di convergenza delle esigenze più diverse, e talvolta più opposte, della natura umana: aspirazione dei due coniugi ad una pienezza carnale e spirituale, procreazione ed educazione dei figli, necessità sociale, ideale morale e religioso, ecc. Bisogna quindi ammettere che in questo campo la migliore soluzione non può essere che una specie di compromesso tra necessità così numerose e così divergenti.
    La legge del miscuglio e del relativo, che è la legge centrale della creazione, gioca a fondo in quel focolare della vita temporale che è il matrimonio. Perciò il principio che deve guidarci in questo dedalo non è quello della perfezione assoluta, bensì il principio del bene maggiore, per non dire del minor male. Principio che troviamo, tutto sommato, nell’indissolubilità del matrimonio.


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    [SM=g1740771] continua..........


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    Caterina63
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    00 5/8/2013 11:01 AM
    [SM=g1740758] La legge e la vita
     
    «Quei contatti profondi tra sensibilità e intelletto che sono la caratteristica della nostra epoca...» disse qualcuno.
    Questa specie di sondaggio della sensibilità (nel senso più esteso della parola) compiuto dall’intelletto ha avuto per risultato un approfondimento incontestabile delle nozioni psicologiche. Ma è una conquista che ha il suo prezzo. Il pensiero moderno centrato sull’esistenziale e sul soggettivo tende sempre più a disconoscere tutto quello che nella nostra natura e nel nostro destino non è riducibile all’esperienza vissuta e all’analisi psicologica.

    Le leggi e le istituzioni, umane o divine, sono le prime vittime di questo atteggiamento mentale.

    Si dimentica che hanno un’essenza e una dignità proprie, indipendentemente dalle persone che esse governano, e si giudica del loro valore, anzi della loro legittimità, unicamente in base agli effetti e alle risonanze che si possono riscontrare nella psiche e nell’esistenza degli individui. Ma se gli effetti sono invisibili; se l’auscultazione delle anime non permette di percepire le risonanze, l’istituzione si dissolve nel nulla... Applicato al matrimonio sacramentale, un metodo siffatto suscita il ragionamento seguente: «Quello che Dio ha unito... Questo sacramento è grande... ».
    L’essenza ideale del matrimonio è espressa in queste parole; ma nell’esistenza reale che rimane?
    Dove sono gli effetti di un sì grande sacramento nell’anima di quegli innumerevoli sposi uniti soltanto dall’istinto, dall’interesse e dall’abitudine, che vanno al matrimonio e non né escono più come la ruota resta fedele al solco in cui affonda?

    Conclusione: ove non c’è amore intimamente vissuto non c’è matrimonio. Nietzsche, da quel grande esistenzialista che fu, riassunse questa concezione del matrimonio in un aforisma alquanto drastico: «Dicono che le loro unioni sono state suggellate in cielo. Ma io non voglio saperne di quel Dio dei superflui che viene zoppicando a benedire quello che non ha unito».

    Quello che non ha unito... La parola va lontano soltanto in apparenza: essa non oltrepassa l’uomo e i suoi brividi soggettivi. Quello che Dio non ha unito sul piano dell’esperienza individuale può averlo unito su un altro piano. Ogni istituzione che miri immediatamente all’esistenza delle persone e alla salvaguardia del loro orientamento ultimo, quali per l’appunto ii vincolo comunitario tra i coniugi ed i fedeli, è trascendente alle persone o almeno s’identifica con la loro trascendenza.

    Il pensiero di S. Tomaso su quest’argomento esclude ogni scappatoia.
    Alla domanda se un matrimonio concluso per un motivo «disonesto» (per es. il desiderio puramente carnale o l’interesse materiale) costituisca un vero matrimonio, egli risponde che una tale unione è del tutto valida, sebbene il contraente sia in stato di peccato.
    E a chi gli obbietta che il matrimonio, essendo un bene in sè e i’immagine terrestre dell’unione di Cristo e della Chiesa, non potrebbe legittimamente procedere da una causa impura, egli risponde che una cosa è il matrimonio e altra è l’intenzione dei contraenti...
    (Sum. Theol. suppl. 48, 2).

    Non è possibile distinguere più nettamente l’istituzione dalle disposizioni soggettive dell’individuo. Nell’edificio sociale gli individui sono le pietre e le istituzioni il cemento. Ai nostri giorni molte sono le pietre che si lamentano d’essere legate nei cemento senza risentirne gli effetti dentro di sè, sentendosi anzi sole nell’edificio; ma non per questo il cemento cessa di esistere e di perseguire i suoi fini. Se poi ogni singola pietra, ribellandosi a quel cemento inumano che unisce l’una all’altra senza impregnarle, rivendica la sua libertà personale, il risultato più evidente di quest’appello ai «diritti deil’individuo è il crollo dell’edificio» (ib.) (3).
    Allora voi confessate, ritorcerà trionfalmente l’avversario, che il matrimonio sacramentale non ha senso che come inquadramento sociale e religioso e che esso rimane, per la sua stessa natura, estraneo all’amore. Perchè dunque non andare sino alla fine del vostro pensiero e non riconoscere con i trovatori che matrimonio e amore si escludono reciprocamente, perchè il primo implica l’obbligo e la costrizione, mentre il secondo è per sua essenza spontaneo e gratuito?

    Prima di entrate nel vivo del dibattito esaminiamo un poco quello che si nasconde troppo spesso sotto il bel nome di amore.
    Si grida allo scandalo perchè la Chiesa si accontenta del semplice consenso volontario, anche se dettato dai motivi più bassi, per incatenare per sempre due esseri l’uno all’altro. A noi invece questa condotta appare assai saggia; e le acquisizioni della moderna psicologia (esplorazione dell’inconscio, critica degli ideali e smascheramento della menzogna interiore, ecc.) la giustificano pienamente. Ma a parte il fatto che la Chiesa non può ingolfarsi nel mare mobile delle disposizioni soggettive e delle cause accidentali per definire la validità di una istituzione fissa e universale, bisognerebbe sapere se è sempre dalla parte dell’«amore» che sta il più alto coefficiente di realtà.
    L’amore autentico è raro, mentre sono numerose le sue caricature. Già La Rochefoucauld diceva che «l’amore presta il suo nome a un’infinità di commerci in cui non ha parte più di quanta ne abbia il Doge in ciò che si fa a Venezia». La sincerità non significa gran cosa in questo campo; troppo spesso essa non è che l’arte di mentire spontaneamente a se stesso. Quanti uomini credono d’amare, ma il loro amore è soltanto ardore carnale, esaltazione illusoria e avara bramosia di conquista e di dominio! Un amore di tal genere non è forse ancor più irreale di un’istituzione? La passione è forse meno illusoria della legge, per il fatto d’essere un poco più calda e più inebriante?
    E qui vorrei fare appello a tutti coloro che non hanno mai opposto barriera alla loro libertà d’amore: la cenere che i fuochi di paglia delle antiche passioni hanno deposto nel fondo della loro anima basterà a dimostrare loro il nulla dell’amore affrancato da ogni legge. Apparenza per apparenza, la norma che assicura la continuità della specie umana e l’equilibrio della società vale almeno quanto la passione che assicura soltanto la felicità egoista ed effimera dell’individuo. D’altra parte, quanto sopra vale unicamente a confutare gli argomenti dell’avversario; perchè non è vero che la legge sia soltanto apparenza, nè che sia contraria all’amore.

    Tutto quello che possiamo concedere ai nostri avversari è che il sacramento del matrimonio non conferisce l’amore. Come il sacramento della penitenza rende la contrizione efficace ma non la sostituisce, così il sacramento del matrimonio corona e completa il consenso coniugale, ma non lo sostituisce in tutti i suoi elementi.

    È lo stesso, d’altra parte, per tutte le forme del soprannaturale: Gratia supponit et perfecit naturam. Non basta presentarsi all’altare per trovarvi il consenso reciproco e ancor meno l’amore: la natura non ha bisogno per questo che di se stessa, e la grazia che appartiene a un altro ordine opera su un piano diverso. Diciamo piuttosto che è dovere di ciascun coniuge l’esaminarsi e il decidere in se stesso se ama abbastanza per presentarsi all’altare. Ma ciò posto, l’indissolubilità del matrimonio anzichè opporsi all’amore agisce piuttosto in suo favore. Prima del matrimonio, anzitutto. Sapendo che l’impegno che sta per contrarre è irrevocabile, l’individuo è indotto a non avventurarsi alla leggera in quel vicolo cieco che ha il muro di chiusura alle spalle. Come il conquistatore che brucia i suoi vascelli per togliersi prima della battaglia ogni possibilità di ritirata, i fidanzati che acconsentono a legarsi l’uno all’altro fino alla morte attingono a questa «idea-forza» una garanzia preliminare contro tutti gil eventi del destino che minacceranno il loro amore. Per contro, la sola idea del divorzio possibile prende dimora tacitamente nel profondo dell’anima, come un verme deposto da una mosca in un frutto in formazione e che ne divorerà un giorno la sostanza. Si è constatato che in talune circostanze, particolarmente nell’ora delle grandi prove, è sufficiente considerare una cosa come possibile perchè essa divenga necessaria. Questo dato psicologico elementare basta d’altronde a liquidare ii mito del «matrimonio di prova» proposto da taluni riformatori dell'istituto matrimoniale, più intenti a inventare paradossi che a fondarli su motivi validi.E in seguito dopo il matrimonio.
    Il patto nuziale, situando una volta per sempre la sostanza dell’amore al di là delle contingenze, contribuisce necessariamente a decantare, a purificare l’amore; così come una diga non solo contiene il corso del fiume, ma rende le sue acque più limpide e più profonde. La necessità di subire e di superare la prova del tempo agisce sull’affetto degli sposi come vaglio che separa la pula dal chicco del frumento; essa lo spoglia a poco a poco dei suoi elementi accidentali e illusori e ne conserva solo il nocciolo incorruttibile, trasformando la passione in vero amore. Ma se all’inizio non v’è amore? insisterà l’avversario. Ripetiamo che il dovere di fedeltà, pur non mutando per nulla l’intima qualità di quel delicato frutto che è l’amore, scongiura ii pericolo delle dispersioni e della rottura del vincolo, e crea il terreno adatto a portarlo a una felice maturità.

    Perchè l’amore non ci vien dato o rifiutato come un capitale immutabile; al pari di tutte le cose viventi esso è sottoposto a un’evoluzione che comporta prove, crisi e malattie. Minacciato all’interno dall’abitudine e all’esterno dalle lusinghe del cambiamento, esso può, secondo il modo con cui resiste a tali prove, uscirne più forte o morire. «Tutto quello che non mi fa morire mi rende più forte» diceva Nietzsche.
    E la Chiesa, imponendo all’amore l’obbligo di non morire, contribuisce per l’appunto a trasformare in fasi purificatrici quelle crisi e quelle malattie che in un clima più molle e apparentemente più umano condurrebbero alla morte.
    Il principio dell’indissolubilità del matrimonio mette il tempo, pietra di paragone del concreto, al servizio dell’amore. Ciò nondimeno vi sono unioni che rappresentano un fallimento totale e irrimediabile sul piano dell’amore.

    Abbiamo conosciuto tutti degli sposi che per un’assoluta incompatibilità di sentimenti non riescono nè riusciranno mai a introdurre il più sottile filo di comprensione e di tenerezza nella catena inesorabile che li lega fino al trapasso. Siamo dunque costretti a confessare che in casi simili l’indissolubilità del matrimonio appare come una istituzione inumana. Perchè quei disgraziati sono costretti a trascinare per tutta la vita le conseguenze di un errore passeggero e spesso involontario? Perchè l’atto più assurdo del loro passato deve sembrar loro per sempre la via dell’avvenire?

    La risposta è complessa e comporta diversi punti.
    Può accadere innanzi tutto che queste deprecabili unioni comportino motivi validi di nullità (pazzia di uno dei coniugi, difetto di consenso, ecc.). In questi casi il problema è risolto. Ma se tali unioni psicologicamente catastrofiche adempiono alle condizioni formali di un autentico matrimonio, la risposta è chiara quanto crudele: la Chiesa domanda a questi «male amati» e male uniti una rinuncia assoluta sul piano dell’amore e della felicità umana.

    A che cosa ii sacrifica? Semplicemente al bene comune che, quando la conciliazione è impossibile, dev’essere sempre preferito al bene dell’individuo. Il principio del matrimonio indissolubile è come una porta presa d’assalto dalla tempesta delle passioni e degli interessi personali: proviamo a socchiuderla, e l’uragano la scardinerà e irromperà all’interno. Le vittime del matrimonio meritano tutta la compassione possibile, ma non che si facciano delle eccezioni in loro favore; perchè di eccezione in eccezione (tutte le situazioni umane non sono forse eccezionali, vale a dire uniche e irriducibili?) si distrugge la regola che è la trave maestra dell’ediflcio sociale.

    D’altro canto, la necessità di un sacrificio individuale in vista del bene generale non è solo peculiare del matrimonio: altre istituzioni, altre realtà sociali impongono agli individui la medesima rinuncia. Se si reputa scandaloso che due sposi disamorati immolino la loro felicità personale all’istituto universale che protegge la felicità degli altri, che si dirà del soldato che la Patria invita a morire per la salvezza di quel bene nazionale a cui egli non parteciperà più?
    Contraddizioni simili fanno parte del destino dell’uomo, e bisognò arrivare alla nostra epoca di morbosa iperestesia dell’io e di ugualitarismo grossolano, che considera la felicità dell’ individuo un diritto «assoluto», per trovarvi materia di indignazione e di scandalo. E d’altra parte, sono forse esclusi definitivamente dal festino dell’amore e della gioia quegli sposi sfortunati? La stessa barriera che interdice loro la felicità umana li invita pure a cercare più in alto una felicità più pura.

    Quando una strada terrestre è chiusa nell’una e nell’altra direzione rimane una sola via d’uscita; il cielo.
    Vi furon tempi in cui le semplici istituzioni umane erano sufficienti a suscitare l’entusiasmo e la fedeltà: si poteva, ad esempio, servire sino alla morte un Principe che non si amava per pura fedeltà all’istituto monarchico; più che la persona, si vedeva in lui il rappresentante di una tradizione tutelare, l’anello di una catena che univa il passato all’avvenire.
    Ma se la monarchia non si esaurisce nella persona del Principe, a maggior ragione il vincolo coniugale non si esaurisce nella persona degli sposi; come istituzione umana esso ricollega le generazioni passate a quelle future e come sacramento si conclude nell’eternità.Quello che Dio ha unito: nei casi estremi è sulla parola Dio che dobbiamo mettere l’accento e cercare in cielo quell’unione che in terra non ci fu concessa. Oltre la persona del coniuge che non possiamo amare rimane la persona di Dio che è amore; e ciò che fallisce nel tempo può sempre fiorire nell’eternità.

    Per ciò che riguarda l’accusa di ipocrisia, che si suol pronunciare contro quegli sposi che rimangono uniti senza amore e la cui virtù si limita a «salvare le apparenze», faremo una duplice messa a punto.

    Innanzi tutto le apparenze hanno il loro valore: da una parte esse costituiscono l’armatura della società, e dall’altra assicurano, press’a poco nella stessa guisa della carta-moneta, la continuità e l’armonia delle relazioni esteriori tra gli uomini. Pascal, ben più saggio degli attuali apostoli della sincerità ad ogni costo, aveva già osservato che senza il rispetto di quelle che sono le convenzioni e le «regole del giuoco» nessuna vita sociale sarebbe possibile.
    In secondo luogo, converrebbe definire chiaramente quello che si intende dire con le parole ipocrisia e sincerità. Essere sinceri significa manifestare all’esterno ciò che abbiamo dentro di noi. E sta bene. Ma allora, dovunque esista dualismo e conflitto, dovunque l’uomo sia chiamato a scegliere tra un desiderio e un dovere vi è, in un certo senso, ipocrisia.

    Tacceremo di insincerità ii viaggiatore assetato che, passando sotto l’albero altrui, si astiene per onestà dal cogliere il frutto che la sua sete reclama? Oppure il soldato che va all’assalto quando desidererebbe con tutte le sue forze fuggire e vivere? Lo stesso si dica degli sposi senza amore che rimangono fedeli ai doveri del matrimonio. Se tutto ciò che rappresenta una vittoria su se stessi è ipocrisia, che cos’è allora la sincerità? Forse che per essere d’accordo con se stessi bisognerà seguire ogni impulso e tradurre in atto ogni desiderio?
    Ma l’incostanza e il tradimento che derivano necessariamente da questo principio sono anch’essi menzogne, e altrettanto profonde e infinitamente più deleterie della fedeltà formale. Finchè l’uomo non avrà raggiunto una perfetta unità interiore, sarà condannato all’ipocrisia nel senso etimologico della parola (ipo = al di sotto), cioè a dissimulare, a respingere nella oscurità e nel silenzio una parte di sé. Solo il bruto e il santo ignorano il conflitto interiore e impegnano interamente se stessi nell’azione, sottraendosi così alla ipocrisia: l’uno con la materialità perchè non è che istinto; l’altro con la spiritualità perchè non è che amore.

    Riassumendo, l’indissolubilità del matrimonio presenta più vantaggi che inconvenienti, qualunque sia il punto di vista dal quale la si esamina. Dove l’unione è psicologicamente concreta, cioè fondata sull’amore, essa protegge e approfondisce l’amore. Dove l’unione è psicologicamente irreale, cioè priva di amore, essa salva almeno la realtà sociale del matrimonio. In tal modo, se non può sempre realizzare il meglio, essa evita almeno il peggio.


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    [SM=g1740771]  continua..........


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 5/8/2013 11:07 AM
    [SM=g1740758] Il problema del libero amore
     
    Esiste tuttavia un caso in cui il principio dell’indissolubilità del matrimonio sembra erigersi a nemico dell’amore: è il caso degli sposi male assortiti, ai quali la Chiesa interdice di contrarre una nuova unione e che espelle dal proprio seno sotto l’infamante epiteto di «peccatori pubblici» se osano sfidare la sua proibizione.

    E non è dunque una barbara istituzione quella che respinge nella «clandestinità» - con tutto ciò che un tale stato comporta di degradazione e di sofferenza — gli affetti più genuini che potrebbero, in un regime meno rigoroso, liberamente espandersi? L’obbiezione ha la sua forza; ma noi crediamo di poter rispondere, senza cadere nel paradosso, che anche su questo punto il rigore della Chiesa giova all’amore sincero nella misura in cui esso condanna il falso amore.

    Spieghiamoci meglio.
    Non siamo così ingenui da pretendere che l’amore possa esistere solo nel matrimonio; innanzi tutto, l’amore che conduce alle nozze incomincia prima delle nozze (non ci si ama perchè si deve sposare, ma si sposa perchè ci si ama);
    in secondo luogo, anche fuori del matrimonio si può incontrare un amore autentico.
    Nessuno oserà contestare ad esempio che il peccato di Eloisa ed Abelardo non racchiuda maggior pienezza di umanità che non certe unioni legittime, cementate unicamente dalla comunità di interessi materiali o dalla forza inerte dell’abitudine.

    Ma le grandi passioni, e più ancora i grandi amori, sono assai rari (4). Sarebbe troppo facile, sull’esempio di quanto fece Plisnier in un celebre romanzo, denunciare la vacuità di taluni matrimoni, dove sotto un velo di rispettabilità sociale brulicano le passioni più abbiette o sonnecchia la mediocrità più incurabile. Ma perchè non esporre la seconda anta del dittico? È vero che il grande amore è raro nell’unione matrimoniale; ma fuori di essa è forse più frequente? Considerino i detrattori del matrimonio la qualità della maggior parte delle unioni libere; vi troveranno senza fatica tutti i difetti dei cattivi matrimoni, con in più la rivolta contro l’ordine sociale e la legge religiosa. La Chiesa ha tutte le ragioni di difendere l’unità della famiglia e l’ordine della società contro gli assalti distruttori delle passioni individuali, che soggettivamente non valgono di più dei peggiori matrimoni e obbiettivamente corrodono le basi stessi del bene comune.
    Il matrimonio non esclude, ahimè, né la cieca violenza dell’istinto né la voracità dell’egoismo, ma almeno assegna loro un’orbita e dei limiti; mentre la passione anarchica che nasconde sotto la maschera dell’amore le pretese divoratrici di una carne e di un io senza freni non merita davvero indulgenza alcuna.

    Quanto al grande amore illegittimo, l’amore che si impone con tutto il peso della necessità e che impegna l’anima sino in fondo, la morale cattolica gli offre una doppia via d’uscita: o superare la legge sacrificando il lato carnale e terreno dell’amore ed innalzando questo sino alla regione ideale, dove il sentimento non ha altra legge che se stesso; oppure violare francamente la legge con tutte le responsabilità, tutti i rischi e tutte le pene che implica un simile atteggiamento.

    I doveri normali del matrimonio (procreazione dei figli, fedeltà reciproca degli sposi) non esauriscono a priori e in tutti i casi la polarità sessuale dell’essere umano, la quale impregna pure le più alte regioni dell’anima e si manifesta nel nostro essere immortale. L’uomo e la donna possono dunque incontrare anche fuori del matrimonio il loro vero compagno per l’eternità. L’amore soffia dove vuole: Beatrice non fu moglie di Dante, nè Hölderlin sposò Diotima...
    Un amore di questo genere, la morale più esigente non può pretendere di soffocarlo in germe, bensì di situarlo in alto, al di sopra del tempo e della carne, affinchè esso, non più minaccia all’ordine e al bene protetti dalla legge, non abbia a soffrire dei rigori di questa.

    Attenti, però, a non lasciarci trasportare dall’immaginazione romantica; sottolineiamo ancora una volta il carattere affatto eccezionale di codeste grandi passioni trasfigurate. Fuori del matrimonio la donna è più di frequente Dalila che Beatrice, e l’essere nel quale crediamo di trovare «l’eterno femminino che ci attira verso l’alto» corre il rischio d’ essene in realta soltanto l’Eva sedotta dal Serpente che ci trascina con sè nella sua caduta...

    Quanto all’unione libera propriamente detta — quella in cui gli amanti non temono di violare la legge — non neghiamo che non possa presentare, accanto a un grave disordine morale, un amore di qualità superiore. Ebbene: anche su questo terreno, che è proprio quello dell’avversario, noi osiamo affermare che le esigenze della legge cristiana contribuiscono ancora a nobilitare la qualità dell’amore.
    Facciamo pure per un poco senza timore la parte dell’avvocato del diavolo; sarà sempre per la causa di Dio che lavoreremo, perchè tutto quel che di buono può rimanere nel diavolo procede sempre da Dio. È giusto che chi viola la legge subisca le conseguenze della sua ribellione. Non arriveremo a far nostro il proverbio spagnolo: «Fa ciò che vuoi, paga lo scotto, e Dio sarà contento»; ma è nostra convinzione che chi accetta tutte le conseguenze della propria colpa porti già in sé un germe di liberazione e di perdono. Siate piuttosto caldi o freddi...

    Se il figliol prodigo, dopo aver abbandonato la casa paterna, avesse investito il suo capitale in valori di tutto riposo e si fosse dedicato a moderati piaceri, non sarebbe certamente mai ritornato tra le braccia del padre. Esiste qualcosa che è peggiore del peccato: il desiderio fraudolento di guadagnare due partite giocando un unico gioco; il voler accumulare il piacere della colpa e i vantaggi della virtù, l’ebbrezza dell’anarchia e i benefici dell’ordine.

    In un giuoco siffatto si disperde quanto di nobile e di profondo può esistere anche nel peccato.

    Ed è appunto per questo che l’intransigenza della Chiesa serve indirettamente l’amore libero, non certamente in quanto è libero, ma in quanto è amore. Essa lo limita nel numero e lo approfondisce nella qualità: duplice vantaggio. Inoltre, imponendo ai candidati al peccato forti barriere da superare e aspre sofferenze da sopportare, essa opera una selezione tra le passioni anarchiche ed eleva il livello di quelle che resistono alla prova.

    Non dobbiamo dimenticare infatti che, qualunque sia l’epoca o l’ambiente, la qualità del peccato dipende dalla qualità della virtù: solo il buon vino dà un buon aceto. La purezza e la solidità dell’istituto matrimoniale purificano e consolidano di conseguenza l’amore libero: è in funzione degli ostacoli che le oppone una morale vigorosa che la passione anarchica conserva una certa forza e una certa grandezza. Il valore umano e l’energia dl chi riesce a infrangere un sistema difensivo si misurano alla solidità di questo sistema: non occorre nè forza nè coraggio per sfondare una porta aperta. Tant’è vero che le grandi passioni illegittime fiorirono in epoche in cui il principio dell’indissolubilità del matrimonio non soffriva eccezione alcuna: sia nella leggenda, come quella di Tristano e Isotta; sia nella storia, come quella di Abelardo ed Eloisa.

    Ma dove il libero amore è praticato senza restrizioni, dove adulterio e divorzio non sono oggetto di alcuna sanzione da parte della legge o dell’opinione pubblica, chi ha mai incontrato quei patetici avventurieri dell’amore, degni di attirare gli sguardi e di far scorrere le lagrime delle generazioni a venire? Dove non c’è rischio non c’è più avventura, e l’amore illegittimo cade nella piattitudine nella misura stessa in cui si sottrae alla tragedia.
    Quando Tristano e Isotta, invece di errare nella foresta inospite sostenuti soltanto dall’amore, consumano borghesemente l’adulterio senza pericolo nè castigo non c’ispirano più interesse alcuno. La facilità corrompe ogni cosa, compreso il disordine; e la peggior disgrazia che possa capitare al peccato è precisamente quella d’esser messo alla porta di tutti.

    Quando non vi son più frutti proibiti rimangono soltanto frutti marci.

    Concludiamo: vi è nel libero amore l’elemento amore e l’elemento libertà (e sarà meglio dire anarchia). Il primo è il frutto e il secondo è il verme. La legge della Chiesa, imponendo limiti e sanzioni a questa libertà divoratrice, protegge la sostanza del frutto contro le devastazioni del verme.
     
    Se il seme non muore...
     
    Vi furon tempi in cui le istituzioni guidavano gli individui; l’uomo spontaneamente faceva loro credito, e modellava il proprio destino sullo stampo che gli offrivano le leggi e i costumi. Nella nostra «età riflessa», invece, sono gli individui che guidano le istituzioni: l’uomo le accetta soltanto nella misura in cui, rivestite di una specie di consacrazione interiore, esse rispondono a un bisogno soggettivo, a una elezione personale.

    Un tale atteggiamento ha il suo lato negativo e il suo lato positivo. Esso costituisce un pericolo gravissimo per la stabilità delle istituzioni, ma tende in pari tempo a eliminare il conformismo sociale e religioso. Nelle epoche in cui il disordine dilaga nel costume, l’obbedienza alla legge diventa espressione di amore e di libertà.

    Si suol gemere sulla durezza del matrimonio indissolubile; ma è la legge che è troppo dura per l’uomo, o è l’uomo che è troppo molle per la legge? Per colui che non sa amare ogni legame è una catena; ma chi sa vivere in sè un amore immortale non ha timore di legarsi sino alla morte. È appunto a questo approfondimento e a questa purificazione dell’amore che la legge cristiana ci invita.
    Considerato da questo punto di vista, l’istituto del matrimonio appare il custode della fedeltà interiore. Come non è fatto per il Sabba, l’uomo non è fatto nemmeno per il matrimonio; ma è bensi il matrimonio che è fatto per l’uomo.

    Ma l’uomo è più che l’individuo: egli non realizza il suo vero destino che superando con l’amore e il sacrificio i limiti dell’io carnale e decaduto. Tale è il senso della parabola evangelica: se il seme non muore... Muore, ma in pari tempo accede alla vera vita quando, rinunciando alla sua durezza, alla sua egoistica solitudine, incomincia ad affondare le radici nella terra e ad alzare lo stelo verso il cielo: perfetta immagine del matrimonio con le sue propaggini nel tempo e la sua consacrazione divina... A questo livello l’esigenza di indissolubilità si confonde col voto più intimo della persona umana, perchè l’uno e l’altra ci stimolano egualmente a quel superamento di noi stessi che è l’essenza dell’ amore e l’aurora dell’eterna liberazione.
     
    ------------------------------------------------------------
    (1) Bonsirven, Le divorce et le Nouveau Testament, Parigi-Bruxelles, 1948, p. 30.
    (2) Cfr. S. Tomaso, Summa Theologica, supplemento 48-2.
    (3) Il paragone è parzialmente inadeguato. Nell’edificio umano le pietre possono e devono essere impregnate dal cemento che le lega; in altre parole l’istituzione può e deve essere vissuta nell’interno dell’anima. Ma essa rimane valida anche senza di ciò.
    (4) Non è giusto, d’altronde, opporre queste grandi passioni al matrimonio. L’amore extra-coniugale, quando è veramente amore, tende al matrimonio, cioè alla fusione irrevocabile di due esseri e di due destini; è una specie di matrimonio in potenza che l’ostilità delle circostanze ha fatto abortire.
     
     


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    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    Caterina63
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    00 11/27/2013 1:25 PM

      Un sacerdote risponde

    Chi ha divorziato o si è separato deve rimanere single per tutta la vita?

    Quesito

    Salve, 
    mi chiamo …. Innanzitutto Le faccio i miei più sinceri complimenti per il servizio che offrite a tutti e specialmente a coloro che sono alla ricerca della strada che porta ad amare Dio, ad ottenere la Sua misericordia e quindi alla salvezza eterna, in un momento molto critico e difficile per la storia dell'uomo ed in generale del suo rapporto con Dio.
    Io invece, avrei bisogno di alcuni chiarimenti/riflessioni riguardo ad un problema sul quale sto riflettendo da un po’ di tempo e che mi attanaglia non poco la mente...
    Ho una parente (cattolica praticante, che va in chiesa regolarmente tutte le domeniche e che sino a poco tempo fa si confessava e faceva la comunione) che è separata da quattro anni ed ha ottenuto da poco ufficialmente il divorzio  Si era sposata in chiesa. Conoscendo molto bene la situazione che l'ha portata alla separazione posso tranquillamente affermare che "la causa del misfatto" è da ripartire al 50% con l'ex marito (non credente).
    Da poco tempo, ha intrapreso una nuova relazione con un uomo celibe (che ha alle spalle due convivenze). 
    La mia domanda è questa: questi soggetti, vivono in una situazione di peccato grave o no? Ed ancora, come dovrebbe comportarsi una persona cattolica (uomo o donna) che in età più o meno giovane cada vittima di un divorzio di fronte all'eventualità di rifarsi come si dice "una nuova vita" di coppia? Dovrebbe scegliere di rimanere single a vita?
    La ringrazio anticipatamente e la prego di pregare per tutti coloro che hanno bisogno della misericordia di Dio e che si trovano a dovere affrontare scelte difficili nella loro vita.
    Grazie


    Risposta del sacerdote

    Carissimo,
    1. dove ci sono stati naufragi matrimoniali e le persone si sono nuovamente accoppiate con nozze civili, la Chiesa chiede in prima istanza che si verifichi la validità del matrimonio celebrato in Chiesa.
    Molto spesso infatti vi sono motivi che rendono nullo il matrimonio.

    2. Questo lo si può fare scambiando in maniera informale due chiacchiere con un giudice ecclesiastico per vedere se vale la pena iniziare un processo che porti ad una dichiarazione di nullità del matrimonio o di scioglimento super rato et non consumato.
    Se da questo primo approccio si passa alla sentenza del tribunale ecclesiastico e se la sentenza è favorevole a chi ha presentato la domanda di dichiarazione di nullità si può regolarizzare la propria situazione in diversi modi: o attraverso una sanatio in radice oppure attraverso la celebrazione del rito del matrimonio.

    3. Se invece il matrimonio che ha fatto naufragio è stato un vero matrimonio, allora non rimane altra soluzione che vivere da separati o divorziati senza passare a seconde nozze.
    Accettare la separazione o il divorzio e non passare a nuove nozze sta dire che davanti a Dio si riconosce che il proprio matrimonio è stato un vero matrimonio, che perdura anche se si vive da separati o da divorziati e che nessuno sulla terra, neanche il papa, può sciogliere.

    4. Le parole di Cristo sono chiare: “Ma dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 
    A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio»” (Mc 10,6-12).

    5. Molti si domandano perché la Chiesa non posa concedere la Santa Comunione ai divorziati risposati che fra loro vivono come marito e moglie oppure aspettano un papa che conceda questa possibilità.
    Lo chiedono in nome della misericordia.
    Ebbene, va  detto la Chiesa tratta con grande misericordia le persone divorziate risposate.
    E la misericordia è questa: non le scomunica, chiede loro di partecipare attivamente alla vita della comunità cristiana, di pregare, di compiere atti di carità, di educare cristianamente i figli, di fare la S. Comunione spirituale, di sentirsi vicini al cuore di Cristo e della Chiesa.
    Ma non può dimenticare le parole del Signore: chi lascia il proprio marito o la propria moglie e ne sposa un altro commette adulterio. E perciò vive in una situazione di adulterio permanente.

    6. Inoltre se si pensa che la Santa Comunione è il cibo che viene dato per comunicare forza ed essere fedeli agli impegni assunti nel giorno del matrimonio, si vede subito la contraddizione: di fatto non si vive in conformità con gli impegni assunti.

    7. Mi chiedi se la condizione giusta da vivere, dopo la separazione o il divorzio da un vero matrimonio, sia quella di vivere da single.
    Più che da single mi viene da dire che si deve vivere in unione col Signore.
    Il sacramento del matrimonio infatti radica l’amore umano nell’amore di Cristo e ne vuole essere un prolungamento.
    Sicché si tratta di continuare ad amare il coniuge dal quale ci si è separati o divorziati col medesimo amore con cui Cristo ama la Chiesa.
    E Gesù ama la Chiesa con un amore indefettibile, instancabile, anche se la chiesa o qualcuno dei suoi membri non rimane fedele.

    8. Solo se si tiene presente l’obiettivo della santità e che non abbiamo di qua una abitazione permanente si può comprendere questo linguaggio, che è risultato duro anche agli apostoli, tanto che, rientrati in casa, interrogarono di nuovo il Signore su questa materia.
    Ma il Signore come abbiamo visto su questo punto è stato chiaro.
    Potrei dire che si è messo dalla parte del coniuge offeso, ripudiato, divorziato, leso nei suoi diritti: “Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,10-12).

    Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico. 
    Padre Angelo




    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    Caterina63
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    00 1/8/2014 9:53 AM

      Un sacerdote risponde

    Ho scoperto di essere in peccato grave poiché sono stata in comunione con Gesù...

    Quesito

    Gentile padre,
    Leggendo una sua risposta riguardante il matrimonio in cui sostiene che chi non è sposato in chiesa non può partecipare alla comunione eucaristica le sottopongo il mio caso, cercando di essere  chiara. Sono stata battezzata, comunicata e cresimata come molti, poi in età giovanile mi sono allontanata dalla chiesa ritenendola non rispondente alla povertà, rettitudine e amore di Cristo. Conservando una fede certa e forte che: Dio ci avesse creati e che Gesù, Suo figlio, si fosse fatto uomo per noi. Non sapevo decidere della mia vita ma la vita si è presentata a me.
    Ho conosciuto mio marito sentendo immediatamente che lui era la mia metà mancante.
    … Ho convissuto per circa 2 anni poi abbiamo deciso di sposarci civilmente, non tanto per una nostra esigenza ma, per non  provocare disagio alle nostre bambine che da lì a poco avrebbero dovuto frequentare l'asilo, non volendole fare sentire diverse dagli altri bimbi.
    Questo non perchè non credessimo al matrimonio ma, al contrario, credevamo che l'unione tra due persone dovesse essere rinnovata giorno per giorno, scegliendo giorno per giorno di rimanerci al fianco, non dando l'altro per scontato; il matrimonio secondo noi poteva uccidere il sentimento forte tra noi proprio perchè si rischiava di dare per scontata la presenza dell'altro. Noi ci eravamo trovati e "sapevamo" di voler costruire una vita insieme al di là di firme o carte che lo comprovassero.
    Non tradire questo amore non è stato un obbligo ma una scelta consapevole da parte di entrambi.
    Nel mio matrimonio è stato sempre presente Dio. Abbiamo avuto una vita piena di difficoltà ma piena di amore, tre figli e tanti sacrifici. Abbiamo festeggiato i 25 anni di matrimonio. Il nostro scopo era l'unione familiare, ho deciso di essere mamma a tutto tondo, a tempo pieno, seguendo i miei figli e rinunciando a tutto ciò a cui una donna generalmente tiene. (…).
    In tutto questo è sempre stata presente la preghiera continua a Dio di farmi trovare il modo a Lui gradito di onorarlo e adorarlo.
    Sono sempre stata una persona serena con tanta pazienza (questo me lo hanno fatto notare gli altri, io ero così, non pensavo a come ero) ma a volte non è facile far capire a chi ci è vicino cosa è importante e cosa non lo è. Gli insegnamenti ai miei figli erano sempre volti al rispetto degli altri e di se stessi, con verità. Per verità intendo comportarci noi genitori, per primi come insegnavamo. (…)
    Non dico con questo di essere stata perfetta, peccati ne ho commessi tantissimi, perchè anche se leggevo la parola di Dio non la capivo nella sua profondità e mi sono lasciata spaventare e di conseguenza ho peccato. Ora smetto di raccontare di me, ma le chiedo di credermi se le dico che  guardando indietro ho visto chiaramente la presenza di Dio nella mia vita.
    Dopo una ricerca profonda della verità in cui non trovavo soluzione e risposta; da poco ho avuto disvelata la verità dell'amore, Gesù figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre che è AMORE. L'Amore che tutto copre tutto crede, l'immenso amore di Dio ci ha creati. L'amore che ci fa morire piuttosto che fare il male degli altri, l'amore che ci fa perdonare, l'amore che ci aiuta ad accettare malattia o dolore, l'amore che ci fa aiutare chi è caduto e non riesce a rialzarsi da solo.
    La Santissima Madre di Gesù mi ha fatto conoscere questo amore, ed era tanto grande che piangevo di felicità, mi sentivo sospinta da questo amore così grande, un amore che non avevo mai sentito per l'umanità tutta intera, si era presentato in me forte e presente come una cascata. Impossibile da ignorare. Molti non lo capiscono ma la risposta è Dio. Che è Amore, Amore purissimo, affidarsi all'Amore lasciarsi andare in Lui, confidarsi a Lui. Gioia immensa per chi lo trova, anche se lo abbiamo vicinissimo a volte non lo riconosciamo; è questa la causa prima del nostro dolore. Il bisogno di tornare alla S. Messa, alla Chiesa è stato un bisogno urgente di tornare alla fonte di vita con l'eucarestia, con la confessione. Ho fatto la comunione per 6 mesi, e stamattina dopo aver parlato con un frate francescano che mi ha chiesto del mio matrimonio, mi è venuto il dubbio. Ho cercato su internet informazioni sul matrimonio e l'eucarestia, ho trovato questo sito e ho scoperto di essere in peccato grave poiché sono stata in comunione con Gesù non essendo sposata in chiesa. Se lei mi dicesse che sono in peccato io le crederei ma non capirei in che modo ho peccato contro Dio.
    Scusandomi per la lungaggine la ringrazio per l'attenzione e le auguro pace e bene in Gesù Cristo  nostro Salvatore
    Lucia


    Risposta del sacerdote

    Carissima Lucia, 
    1. la nostra vita è sempre nella mani di Dio che ci tratta come un Padre, anche se siamo peccatori.
    La tua esperienza di madre e di sposa è molto bella. Posso dire che il Signore ti è sempre stato vicino. Del resto è vicino ad ogni persona perché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).

    2. Non solo, ma ti è stato vicino anche con molte grazie, che i teologi chiamano attuali, perché avessi la forza di compiere i tuoi doveri.

    3. Alla fine della tua lunga mail concludi: “ho scoperto di essere in peccato grave poiché sono stata in comunione con Gesù non essendo sposata in chiesa”.
    Sebbene subito dopo tu dica “Se lei mi dicesse che sono in peccato io le crederei ma non capirei in che modo ho peccato contro Dio”.

    4. Non tocca a me, soprattutto fuori della confessione, dire ad una persona se è in peccato, perché è sempre necessario distinguere tra il piano oggettivo e il piano soggettivo.
    Ma la seconda domanda fa comprendere che è difficile fartelo comprendere, perché forse sei andata troppo lontano, come quando si vuole dire una cosa ad una persona, ma questa ormai non può più sentire perché è andata troppo oltre.

    5. Tuttavia provo: tralascio l’istituzione del matrimonio che Dio ha voluto fin dall’alba della creazione.
    Perché c’è pure un’intrinseca differenza tra lo stare insieme avendo dei figli – senza vincoli – anche di fronte alla società e lo stare insieme con vincoli. 
    In tutte le società, indipendentemente dalla loro cultura, il matrimonio ha avuto un suo preciso significato ed è stato regolamentato dalle leggi civili.

    6. Ma veniamo al sacramento del matrimonio.
    Ebbene, per che cosa Gesù l’ha istituito?
    Per chi l’ha istituito?
    Lo sai che cosa è un Sacramento?
    Allora sposando solo civilmente e facendo a meno del sacramento del Matrimonio puoi dire: “io sono in comunione con Gesù”?
    Gesù ha detto: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21), “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). 
    Come vedi, ci si può ingannare dicendo “io sono in comunione con Gesù”.
    Essere in comunione con Gesù non è la stessa cosa che essere coerenti con la propria coscienza, perché la coscienza si può annebbiare e anche sbagliare.
    Si legge nella Sacra Scrittura: “chi dice: «Lo conosco» (che vuole dire: lo amo, sono in comunione), e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c'è la verità” (1 Gv 2,4). 
    Non ti dico queste cose per rimproverarti, perché ti sei rivolta a me con tanta fiducia, ma per farti capire come possono stare le cose.

    7. Ma andiamo avanti e lasciami parlare con franchezza.
    Se uno dicesse a Gesù: “io non so che farmene del tuo sacramento, sono vissuto bene anche senza il tuo sacramento” è la stessa cosa che rendergli onore ed essere in comunione con  Gesù?
    Certo tu non sapevi che cosa significasse sacramento. 
    Ma intanto hai rifiutato il sacramento che Cristo ci ha donato.
    Rifiutare il suo sacramento è un segno di amicizia, di comunione?
    Allora vedi che non puoi dire: “ho scoperto di essere in peccato grave poiché sono stata in comunione con Gesù”.

    9. Ma andiamo ancora avanti, perché fin qui mi sono fermato a dire che Gesù ha istituto il sacramento.
    Perché sposarsi celebrando il sacramento e perché per due battezzati il matrimonio che non è sacramento è nullo?
    Ho già risposto altre volte su questo argomento (ad esempio: ? Perchè tra battezzati è valido solo il matrimonio... www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=2260

    ?La differenza tra matrimonio civile e quello...
    www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1324).

    10. Ma desidero richiamare qui due soli concetti.
    Il primo: i cristiani sono persuasi che Cristo ha istituito il sacramento del matrimonio per innestarci nel suo amore divino e darci la capacità di essere l’uno per l’altro e davanti a tutti un segno di come Lui ama l’uomo e come Cristo ama la Chiesa
    Nel momento in cui si sposano i cristiani sanno che Gesù è presente e costituisce ognuno di loro come segno dell’amore di Dio per l’uomo e di Cristo per la Chiesa.
    Come vedi, si tratta di un cammino di santificazione mai concluso perché ci si scopre sempre un po’ lontani dall’amare il coniuge come Dio ama l’uomo e come Gesù ama la Chiesa.

    11. Un secondo concetto è il seguente. 
    San Paolo dice del Matrimonio: “Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32).
    Mistero significa realtà nascosta. 
    Dunque per i cristiani sotto la celebrazione del matrimonio vi è una realtà nascosta che va scoperta e resa visibile.
    La realtà nascosta è Cristo, il primo e perenne sposo della nostra anima. 
    Gli sposi cristiani svelano questa realtà nascosta, la rendono presente.
    La svelano vivendo insieme con Cristo e ascoltando la sua Parola. Il suo Magistero è cercato, amato, ha un posto di preminenza nella vita di famiglia. Le sue parole le ascoltano con avidità perché sono la gioia e la letizia del loro cuore (Ger 15,16)
    Inoltre gli sposi cristiani svelano la realtà nascosta offrendo il suo sacrificio (la Messa) per le necessità del mondo, ma anzitutto della famiglia stessa. 
    E offrendo il suo sacrificio si offrono con Lui a Dio Padre per la vita dei propri cari e del mondo intero. E così attingono la loro santificazione.

    12. L’ultima cosa che ti dico perché tu possa fare la tua confessione e la tua Comunione: rivolgiti al tuo parroco perché ti ottenga dal Vescovo una sanatio in radiceper il tuo matrimonio, che è canonicamente nullo e per la cui nullità non puoi accedere ai sacramenti della Chiesa.

    13. La Chiesa rimane sempre la Sposa di Cristo, anche se talvolta alcuni dei suoi ministri non sono esemplari.
    Ma per la cattiva condotta di qualche sacerdote, è cosa saggia privarsi dei tesori di grazia che Cristo mette a nostra disposizione? Sarebbe solo assurdo pensarlo.
    Tuttavia anche questo è stato un episodio ormai lontano della tua vita, del quale certamente sei pentita

    Assicuro la mia preghiera per te e per la tua famiglia perché viva e progredisca sempre nelle vie di Dio.
    Vi benedico.
    Padre Angelo


    Pubblicato 08.01.2014





    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 6/8/2014 11:18 AM



    Pur separato resta fedele al matrimonio e trova la fede nella Chiesa.




    31 maggio 2014 alle ore 10.57



    «Il mio nome è Luca, mi sono separato nel 2007, ho due figli un maschietto ed una femminuccia di rispettivamente 12 e 10 anni e sono Vigile del Fuoco a Roma. Premetto che quando mi sono separato non credevo, non avevo in nessun modo a che fare con la religione e quindi con la Chiesa. All'inizio ho provato a conoscere altre donne con l'intenzione di "rifarmi una vita", allora tutte le voci di conoscenti e parenti consigliavano in tal senso, ero spinto a farlo perché "oggi è normale”, “lo fanno tutti”, “i tempi sono cambiati" e ancora "chiusa una porta si apre un portone”, “quando il vaso è rotto rimane rotto". Le donne che ho conosciuto, non poche, erano brave donne, premurose, disponibili, ma guardandole bene non vedevo nulla che potesse farci vivere  insieme.


     


    «I giorni passavano e non mi sentivo soddisfatto, mancava sempre qualcosa dentro di me, la progettualità, l'interesse per i figli, l'affetto, il calore della mia famiglia, ciò in cui ero cresciuto, insomma era solo un uscire, un andare a letto, un parlare superficiale e un vivere insipido e sciapo, poi nella mente e nel cuore c'era sempre lei, mia moglie, la vedevo come l' unica persona che poteva dare un senso al tutto, progettare non solo per noi ma per i nostri figli.


    «Ho sofferto molto, non riuscivo razionalmente a dare una risposta a questo malessere, mi trovavo in una vita che non era la mia, non mi piaceva, non la volevo e quindi cambiavo sempre partner prima una, poi un'altra e così via, questo per un paio di anni dove le voci e i consigli degli altri ti riferivano, “evidentemente non hai ancora trovato quella giusta”.


     


    «Tutto questo tormento e tribolazione interiore mi hanno condotto verso la Fede e la Chiesa, in Lei ho trovato qualcuno che pensava finalmente come me, il suo concetto di amore era quello che cercavo, sulla famiglia eravamo all'unisono, quindi la conversione è arrivata così. Infatti tanti familiari e colleghi spesso mi accusano, ingiustamente, di rimanere da solo, fedele alla mia famiglia, perché me lo dice la Chiesa ed io rispondo sempre che non lo faccio per la Chiesa ma perché nel mio cuore il mio amore è sempre per mia moglie e la mia famiglia e non vedo altre possibilità che abbiano un senso, anche solo da un punto di vista umano.Nella mia ricerca di dare un senso alle mie domande interiori sull'amore, sulla famiglia e sulla vita ho trovato risposta nell'insegnamento della Chiesa, dove morire per l'altro, credere nell' amore (Dio Amore, origine di ogni amore) e quindi nel matrimonio dove nasce la vera ed unica famiglia possibile, madre, padre e figli, la fedeltà nella debolezza dell'altro, il sacrificio per amore per un qualcosa che va oltre l'umano, ti fa incontrare, avvicinare a Colui che ha dato se stesso per gli altri».


     


     


    www.iltimone.org  
















    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 6/9/2014 12:05 PM




    Ratzinger Benedetto XVI sui divorziati-risposati: Eureka!

     

     quando Ratzinger aveva già trovato come fare una seria pastorale

    sull'astenersi dal Sacramento, spiegando il perchè...




    Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati.

    Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo.

    Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante.

    Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede.

    Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa.

    Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa.

     

    Nostra Premessa: per comprendere l'ultimo paragrafo che spiega perché i divorziati risposati non possono ricevere l'Eucaristia, è necessario leggere anche quanto segue, buona meditazione.

     

    Per mettere a buon fine il testo che segue, vi ricordiamo di procedere con gli approfondimenti sul tema Divorziati-risposati e i Sacramenti che troverete, qui, nell'elenco del nostro Dossier

     

    Abbiate pazienza di leggere, integralmente, fino alla fine per comprendere come l'allora cardinale Ratzinger aveva trovato la soluzione per i Sacramenti ai Divorziati-Risposati. Certo, l'astensione dai Sacramenti, quando non si è in regola con i Dieci Comandamenti, è già dottrina, ma Ratzinger va ben oltre aiutando a comprendere perchè l'astenersi, alla fine, è anche più fruttuoso per la condizione in cui si vive!

     

    GUARDARE AL CROCEFISSO  da pag 79 a 87

    card. J. Ratzinger

     

    La comunione tra la natura divina e umana in Cristo

     

    Con un secondo passo noi dobbiamo ora definire in modo ancora più chiaro il fondamento cristologico dell’esistenza cristiana per toccare in questo modo tanto il nucleo della spiritualità eucaristica come quello di una spiritualità della Chiesa. Gesù Cristo — come abbiamo riconosciuto nelle precedenti riflessioni —apre la strada all’impossibile, alla comunione tra Dio e l’uomo, poiché egli, la Parola incarnata, è questa comunione.

    In Lui troviamo realizzata quell’«alchimia» che introduce la natura umana nella natura divina fondendola con essa. Ricevere il Signore nell’eucarestia significa perciò entrare in una comunione ontologica con Cristo, entrare in quell’apertura della natura umana a Dio che è nello stesso tempo la condizione dell’apertura più profonda di ciascun uomo per l’altro.

    La strada per la comunione reciproca dell’uomo passa attraverso la comunione con Dio. Per cogliere il contenuto spirituale dell’eucarestia dobbiamo dunque comprendere la tensione spirituale del Dio incarnato: solo in una cristologia spirituale si dischiude anche la spiritualità del sacramento.

    A causa del suo interesse prevalentemente metafisico e storico la teologia dell’occidente ha un po’ trascurato questo punto di vista che in realtà rappresenta proprio il legame tra diverse parti della teologia come anche tra la riflessione teologia e l’attuazione concreta, spirituale del cristianesimo.

     

    Il terzo concilio di Costantinopoli (il cui 1300° anniversario nel 1981 è stato significativamente quasi ignorato insieme con il ricordo del primo concilio di Costantinopoli e del concilio di Efeso) offre a tal riguardo i punti di riferimento decisivi che, secondo me, sono indispensabili per la stessa interpretazione del concilio di Calcedonia.

    Una dettagliata interpretazione dei problemi non è evidentemente possibile; cerchiamo di cogliere, per lo meno in sintesi, ciò che qui ci riguarda .

     

    Il concilio di Calcedonia aveva descritto il contenuto teologico dell’incarnazione con la sua nota formula delle due nature in una persona. Il terzo concilio di Costantinopoli però si trovò — in conformità a tutta la disputa che questa ontologia aveva provocato — di fronte alla domanda: qual è il contenuto spirituale di tale ontologia? o più concretamente: che cosa significa praticamente ed esistenzialmente l’espressione «una persona in due nature»? Come può una persona vivere con due volontà e con un intelletto duplice?

     

    Non si trattava affatto di questioni legate a pura curiosità intellettuale; qui siamo in gioco proprio noi stessi, è in gioco la domanda: come possiamo vivere da battezzati, e dunque da persone per le quali, come afferma Paolo, deve valere: «non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me» (Gal 2, 20)?

     

    È noto che allora, nel VII secolo, si presentavano, come del resto anche oggi, due soluzioni in egual misura inaccettabili.

    Gli uni affermavano: in Cristo non c’era propriamente alcuna volontà umana. Il terzo concilio di Costantinopoli respinge questa immagine del Cristo come quella di un «Cristo senza volontà e senza forza». In modo esattamente opposto l’altra soluzione poneva due sfere della volontà completamente divise. Ma, in questo modo, si finiva in una sorta di schizofrenia, in una concezione mostruosa ed altrettanto inaccettabile.

    La risposta del concilio suona: l'unione ontologica di due capacità di volere autonomamente presenti nell’unità della persona significa, sul piano dell’esistenza, comunione (koinonia) di due volontà. Interpretando l’unione come comunione il concilio delinea un’ontologia della libertà. Le due «volontà» sono unite in modo che volontà e volontà possono unirsi in un comune "sì" ad un valore comune.

     

    In altre parole le due volontà sono unite nel sì della volontà umana di Cristo alla volontà divina del Logos. Così concretamente — «esistenzialmente» — entrambe le volontà diventano un’unica volontà e tuttavia rimangono ontologicamente due realtà autonome.

    Riguardo a questo il concilio afferma: come la carne del Signore può essere detta carne della parola, così anche la sua volontà umana può essere definita volontà propria del Logos. In questo frangente il concilio applica di fatto (nella dovuta differenza analogica) il modello trinitario alla cristologia: la suprema unità esistente — l’unità di Dio — non è un’unità senza articolazione e distinzione, ma unità al modo della comunione — unità che è creata dall’amore ed è amore.

     

    Così il Logos assume in sé l’essere dell’uomo Gesù e ne parla con il proprio io: «sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 38) . Nell’obbedienza del Figlio, nella unificazione della duplice volontà in un unico sì alla volontà del Padre, si compie la comunione tra essere umano e divino. Lo «scambio meraviglioso», l'«alchimia dell’essere» si realizza qui come comunicazione liberatrice e conciliatrice, che diviene comunione tra Creatore e creatura. Nel dolore di questo scambio, e soltanto qui, si compie la fondamentale e unicamente redentrice trasformazione dell’uomo che muta le condizioni del mondo. Qui ha la sua nascita la comunione, qui nasce la Chiesa. In quanto vero mutamento dell’uomo, l’atto di partecipazione all’obbedienza del Figlio è ad un tempo l’unico atto efficace e operativo al fine di rinnovare e mutare la società ed il mondo: solo dove questo atto ha luogo, accade un mutamento che porta alla salvezza — al regno di Dio .

     

    Mi sembra necessaria un’ulteriore osservazione per completare le nostre riflessioni.

    Noi abbiamo sinora stabilito: l’incarnazione del Figlio crea la comunione tra Dio e l’uomo e spalanca in tal modo anche la possibilità d’una nuova comunione degli uomini tra di loro. Questa comunione tra Dio e l’uomo, la quale è realizzata nella persona di Gesù Cristo, ora diviene, a sua volta, comunicabile nel mistero della Pasqua, ossia nella morte e nella resurrezione del Signore. L’Eucarestia è la nostra partecipazione al mistero pasquale e così costituisce la Chiesa, il corpo di Cristo.

    Da qui deriva la necessità salvifica dell’eucarestia. La necessità dell’eucarestia coincide con la necessità della Chiesa; e viceversa.

    Con questo significato deve essere intesa la parola del Signore: «se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» (Gv 6, 53).

    Si mostra, allora, anche la necessità di una Chiesa visibile e di un’unità visibile, concreta (si potrebbe dire: istituzionale).

    Il profondo mistero della comunione tra Dio e l’uomo è accessibile nel sacramento del corpo del risorto: il mistero, al contrario, richiede il nostro corpo e di nuovo si realizza in un corpo. Costituita dal sacramento del corpo di Cristo, anche la Chiesa, da parte sua, deve essere un corpo, ed invero un unico corpo corrispondentemente all’unicità di Gesù Cristo. Tale unicità appare di nuovo nell’unità e nella permanenza nell’unica dottrina apostolica.

     

    Il problema degli scomunicati

     

    Che cosa dobbiamo però dire, se le cose stanno così, dei molti scomunicati che credono nel Signore ed in lui sperano, e desiderano il dono del suo corpo, ma non possono ricevere il sacramento?

     

    Io penso alle forme del tutto diverse di esclusione dalla comunione sacramentale. Da una parte vi è anzitutto l’impossibilità materiale di ricevere il sacramento in periodi di persecuzione o a causa della mancanza di sacerdoti.

    Dall’altra parte ci sono esclusioni giuridicamente fondate dalla comunione, come nel caso dei divorziati risposati.

    In un certo senso, qui viene toccato anche il problema ecumenico, la mancanza di comunione tra i cristiani separati.

     

    Naturalmente è impossibile chiarire questioni tanto diverse e tanto ampie nell’ambito del nostro tema. Tralasciarle del tutto, tuttavia, sarebbe una mancanza d’onestà. Benché una risposta sia qui impossibile, almeno vorrei tentare un breve richiamo ad un importante punto di vista.

    Nel suo libro L'Église est une communion Hamer mostra che la teologia medievale, la quale, a sua volta, non poteva certo trascurare il problema degli scomunicati, s’è confrontata con esso in un modo molto accurato.

    Per i pensatori medioevali non era più possibile — come lo era nell’epoca patristica — identificare semplicemente l’appartenenza alla comunione visibile della Chiesa col rapporto con il Signore.

    Graziano aveva ancora scritto: cari, un cristiano che è escluso dalla comunione dai sacerdoti, è consegnato al diavolo. Perché? Poiché fuori della Chiesa vi è il diavolo, come all’interno della Chiesa Cristo .

     

    Rispetto a ciò, i teologi del XIII secolo si trovavano davanti al compito, da una parte, di mantenere il collegamento indispensabile tra interno ed esterno, tra segno e realtà, tra corpo e spirito, ma, ad un tempo, dovevano anche tener conto della diversità di entrambi. Così, ad esempio, troviamo in Guglielmo di Auvergne la distinzione in base alla quale comunione esterna e comunione interna sono in relazione l’una con l’altra come segno e realtà. Egli spiega allora che mai la Chiesa vorrebbe privare qualcuno della comunione interna.

    Quando essa usa la spada della scomunica, accade, secondo lui, solo ed unicamente per salvare con questa medicina la comunione spirituale.

    A questo aggiunge un pensiero altrettanto consolante e stimolante.

    A lui sarebbe noto — così dice — che per non pochi il peso dell'esclusione dalla comunione è tanto difficile da portare quanto il martirio. Ma talvolta uno da scomunicato procede nella pazienza e nell’umiltà più che nella situazione di partecipazione esterna alla comunione .

     

    Bonaventura ha approfondito ulteriormente questa concezione. Contro il diritto di esclusione della Chiesa egli si imbattè in un’obiezione assolutamente moderna, che così diceva: scomunicare è separare dalla comunione. La comunione cristiana, però, per natura è costituita dall’amore, anzi è comunione d’amore. Nessuno ha il diritto di escludere qualsivoglia persona dall’amore, dunque non esiste il diritto di scomunicare qualcuno (cfr Hamer) .

    A questa obiezione Bonaventura risponde con la distinzione di tre livelli di comunione; in questo modo egli può tener fermi la disciplina ecclesiastica ed il diritto ecclesiastico, e ad un tempo da teologo dire in piena responsabilità: «Io concludo che nessuno né può né deve essere escluso dalla comunione d’amore, sino a quando vive sulla terra. La scomunica non è esclusione da questa comunione» .

     

    Da tali riflessioni, che oggi dovrebbero essere di nuovo accolte ed approfondite, non si può evidentemente concludere che sia superflua o meno importante la concreta, sacramentale appartenenza alla comunità fondata nella comunione. Lo «scomunicato» viene sostenuto dall’amore del corpo vivente di Cristo, dalle sofferenze dei santi che si uniscono alla sua sofferenza così come alla sua fame spirituale, poiché ambedue sono circondati dalle sofferenze, dalla fame, dalla sete di Gesù Cristo, che sopporta e sostiene noi tutti. D’altra parte la sofferenza dell’escluso, il suo tendere alla comunione — (sacramentale e di coloro che sono parte vivente di Cristo)—  rappresenta il legame che lo tiene unito all’amore salvifico di Cristo.

     

    In entrambe le prospettive, dunque, si impongono e sono irrinunciabili il sacramento e la comunità che, da lui edificata e visibile, è fondata nella comunione.

    Anche qui ha luogo, dunque, il «salvataggio dell’amore» che è l’ultima mira della croce di Cristo, del sacramento, della Chiesa. Diviene allora comprensibile come, nella sofferenza per la lontananza, nel dolore pieno di desiderio e nell’amore che nella sofferenza cresce, l’impossibilità della comunione sacramentale possa condurre paradossalmente al progresso spirituale.

     

    La ribellione invece — come afferma Guglielmo d’Auvergne — necessariamente dissolve il fine positivo, costruttivo della scomunica.

    La ribellione non salva, ma distrugge l’amore.

     

    In questo contesto mi si impone una riflessione che ha un più forte carattere di pastorale generale. Quando Agostino sentì avvicinarsi la morte, «scomunicò» se stesso, prese su di sé la penitenza della Chiesa. Nei suoi ultimi giorni si pose in solidarietà con i pubblici peccatori che cercano perdono e grazia mediante la sofferenza per la rinuncia alla comunione . Egli volle incontrare il suo Signore nell’umiltà di chi ha fame e sete di giustizia, di Lui, il giusto e il misericordioso. Sullo sfondo delle sue prediche e dei suoi scritti che descrivono grandiosamente il mistero della Chiesa come comunione con il corpo di Cristo e come corpo di Cristo a partire dall’eucarestia, questo gesto ha in sé qualcosa di commovente. Esso mi rende tanto più pensoso quanto più spesso vi rifletto.

     

    Noi, oggi, non riceviamo spesso con eccessiva facilità il santissimo sacramento?

    Talvolta questo digiuno spirituale non sarebbe utile o addirittura necessario al fine di approfondire e rinnovare il nostro rapporto col corpo di Cristo?

     

    In questa direzione la Chiesa antica conosceva una pratica di grande capacità espressiva: già a partire dall’epoca apostolica il digiuno eucaristico del venerdì santo era frutto della spiritualità comunionale della Chiesa. Proprio la rinuncia alla comunione in uno dei giorni più santi dell’anno liturgico, trascorso senza messa e senza comunione ai fedeli, era un modo particolarmente profondo di partecipare alla passione del Signore: il lutto della sposa alla quale è tolto lo sposo (cfr. Mc. 2, 20) .

     

    Io penso che anche oggi un tale digiuno eucaristico, nel caso fosse determinato da riflessione e sofferenza, avrebbe un notevole significato in determinate occasioni, da ponderare con cura, come nei giorni di penitenza (perché non, ad esempio, di nuovo il venerdì santo?) o in modo del tutto particolare durante le grandi messe pubbliche in cui addirittura il numero dei partecipanti spesso non rende più possibile una dignitosa distribuzione del sacramento.

     

    In tal caso la rinuncia potrebbe veramente esprimere maggiore riverenza ed amore al sacramento di una partecipazione materiale che si trova ad essere in contraddizione con la grandezza dell’evento.

    Un tale digiuno — che naturalmente non può essere arbitrario, ma deve ordinarsi all’orientamento della Chiesa — potrebbe favorire un approfondimento del rapporto personale col Signore nel sacramento; potrebbe essere anche un atto di solidarietà con tutti coloro che hanno desiderio del sacramento, ma non lo possono ricevere.

     

    Mi sembra che il problema dei divorziati risposati, ma anche quello della intercomunione (ad esempio nei matrimoni misti) risulterebbe molto meno gravoso se tale volontario digiuno spirituale riconoscesse ed esprimesse visibilmente che noi tutti dipendiamo da quel «salvataggio dell’amore» che il Signore ha compiuto nell’estrema solitudine della croce.

     

    Naturalmente, con questo non vorrei proporre un ritorno ad una specie di giansenismo: il digiuno presuppone una condizione normale del mangiare tanto nella vita spirituale come in quella biologica. Ma talvolta abbiamo bisogno d’una medicina contro la caduta nella semplice abitudine e nella sua assenza di spiritualità. Talvolta abbiamo bisogno della fame — fisicamente e spiritualmente — per capire di nuovo i doni del Signore e per comprendere la sofferenza dei nostri fratelli che hanno fame. La fame tanto spirituale come fisica può essere uno strumento dell’amore.

     

    Considerazione conclusiva

     

    Tentiamo una sintesi che possa condurre ad un’ultima osservazione. Il termine biblico e patristico koinonia riunisce in sé due significati: «eucarestia» e «comunità» (comunione). Con questa sintesi semantica, esso non rimanda semplicemente al centro di ogni ecclesiologia correttamente intesa; chiarisce in pari tempo la necessaria sintesi di Chiesa particolare e Chiesa universale.

     

    La celebrazione eucaristica si compie infatti in un determinato luogo e lì edifica una cellula della fraternità cristiana. La «comunità» locale cresce in virtù della presenza viva ed efficace del Signore nell’eucarestia. Ma ad un tempo va detto che il Signore è uno in tutti i luoghi e in ogni Eucarestia. La presenza indivisibile dell’unico ed identico Signore, che è in pari tempo la parola del Padre, presuppone perciò che ogni singola comunità rimanga nell’intero ed unico corpo di Cristo; solo così essa può celebrare l’eucarestia. Qui è incluso — come abbiamo visto — il permanere nella «dottrina apostolica», la cui presenza trova il suo segno e la sua garanzia nella istituzione della «sequela apostolica».

     

    Al di fuori di questo grande tessuto la «comunità» diventa vuota, un gesto romantico di desiderio di protezione all’interno di piccoli gruppi, che tuttavia manca di reale contenuto .

    Solo un potere ed un amore che è più forte di tutte le nostre iniziative, può edificare una comunione feconda e sicura, e dare ad essa la dinamica della missione feconda.

     

    L’unità della Chiesa, che è fondata sull’amore dell’unico Signore, non distrugge ciò che è proprio ad una singola comunità, ma la costruisce e mantiene nella forma di reale comunione con il Signore e tra i membri. L’amore di Cristo, che è presente per tutte le epoche nel sacramento del suo corpo, risveglia il nostro amore, salva il nostro amore: l’eucarestia è il fondamento tanto della comunione come della missione, giorno per giorno.

     

    Un discorso che, come Benedetto XVI poi, aveva ripreso a Milano per l'incontro con le famiglie il 2 giugno 2012

    leggiamo l'ultima domanda e la risposta di Benedetto XVI

     

    5. FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre)

     

    MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare.

    Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione,qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione.

     

    MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile.

    Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell'umanità tutta.

    Santo Padre, sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?

     

    SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario.

    Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi.

    E non abbiamo semplici ricette.

    La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino.

     

    E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore.

    Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa.

    Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati.

     

    Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo.

    Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante.

    Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede.

    Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa.

    Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa.

     

    Grazie per il vostro impegno.

     

    Si tenga anche presente il Discorso che Benedetto ha fatto ad Ancona all'incontro con i Fidanzati, in chiusura  del XXV Congresso Eucaristico, 11.9.2011.

     

    Ancora una volta il Papa metteva non a confronto, ma come uno sguardo d'insiemi l'Eucaristia e l'Uomo e la Donna in procinto di formare una Famiglia, fidanzati o già sposati l'Eucaristia resta il cuore di questa unione sponsale.

     

    Tema dell’incontro "Ti fidanzerò a me"(Os 2,22).

     

    Cari fidanzati!

     

    Sono lieto di concludere questa intensa giornata, culmine del Congresso Eucaristico Nazionale, incontrando voi, quasi a voler affidare l’eredità di questo evento di grazia alle vostre giovani vite. Del resto, l’Eucaristia, dono di Cristo per la salvezza del mondo, indica e contiene l’orizzonte più vero dell’esperienza che state vivendo: l’amore di Cristo quale pienezza dell’amore umano. ....  grazie anche per le domande che mi avete rivolto e che io accolgo confidando nella presenza in mezzo a noi del Signore Gesù: Lui solo ha parole di vita eterna, parole di vita per voi e per il vostro futuro!

     

    Quelli che ponete sono interrogativi che, nell’attuale contesto sociale, assumono un peso ancora maggiore. Vorrei offrirvi solo qualche orientamento per una risposta. Per certi aspetti, il nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. La tavola è imbandita di tante cose prelibate, ma, come nell’episodio evangelico delle nozze di Cana, sembra che sia venuto a mancare il vino della festa. Soprattutto la difficoltà di trovare un lavoro stabile stende un velo di incertezza sull’avvenire. Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione di decisioni definitive, e incide in modo negativo sulla crescita della società, che non riesce a valorizzare appieno la ricchezza di energie, di competenze e di creatività della vostra generazione.

     

    Manca il vino della festa anche a una cultura che tende a prescindere da chiari criteri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza. Appartiene a una cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo, che in realtà banalizza la sessualità e tende a farla vivere al di fuori di un contesto di comunione di vita e d’amore.

     

    Cari giovani, non abbiate paura di affrontare queste sfide! Non perdete mai la speranza. Abbiate coraggio, anche nelle difficoltà, rimanendo saldi nella fede. Siate certi che, in ogni circostanza, siete amati e custoditi dall’amore di Dio, che è la nostra forza. Dio è buono. Per questo è importante che l’incontro con Dio, soprattutto nella preghiera personale e comunitaria, sia costante, fedele, proprio come è il cammino del vostro amore: amare Dio e sentire che Lui mi ama. Nulla ci può separare dall’amore di Dio! Siate certi, poi, che anche la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a voi con grande fiducia. Essa sa che avete sete di valori, quelli veri, su cui vale la pena di costruire la vostra casa! Il valore della fede, della persona, della famiglia, delle relazioni umane, della giustizia. Non scoraggiatevi davanti alle carenze che sembrano spegnere la gioia sulla mensa della vita. Alle nozze di Cana, quando venne a mancare il vino, Maria invitò i servi a rivolgersi a Gesù e diede loro un’indicazione precisa: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela" (Gv 2,5). Fate tesoro di queste parole, le ultime di Maria riportate nei Vangeli, quasi un suo testamento spirituale, e avrete sempre la gioia della festa: Gesù è il vino della festa!

     

    Come fidanzati vi trovate a vivere una stagione unica, che apre alla meraviglia dell’incontro e fa scoprire la bellezza di esistere e di essere preziosi per qualcuno, di potervi dire reciprocamente: tu sei importante per me. Vivete con intensità, gradualità e verità questo cammino. Non rinunciate a perseguire un ideale alto di amore, riflesso e testimonianza dell’amore di Dio! Ma come vivere questa fase della vostra vita, testimoniare l’amore nella comunità? Vorrei dirvi anzitutto di evitare di chiudervi in rapporti intimistici, falsamente rassicuranti; fate piuttosto che la vostra relazione diventi lievito di una presenza attiva e responsabile nella comunità. Non dimenticate, poi, che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal "sentirsi bene" con l’altro, educatevi a "volere bene" all’altro, a "volere il bene" dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro.

     

    Cari amici, ogni amore umano è segno dell’Amore eterno che ci ha creati, e la cui grazia santifica la scelta di un uomo e di una donna di consegnarsi reciprocamente la vita nel matrimonio. Vivete questo tempo del fidanzamento nell’attesa fiduciosa di tale dono, che va accolto percorrendo una strada di conoscenza, di rispetto, di attenzioni che non dovete mai smarrire: solo a questa condizione il linguaggio dell’amore rimarrà significativo anche nello scorrere degli anni.

    Educatevi, poi, sin da ora alla libertà della fedeltà, che porta a custodirsi reciprocamente, fino a vivere l’uno per l’altro.

    Preparatevi a scegliere con convinzione il "per sempre" che connota l’amore: l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. E non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro.

    Bruciare le tappe finisce per "bruciare" l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile.

    La fedeltà e la continuità del vostro volervi bene vi renderanno capaci anche di essere aperti alla vita, di essere genitori: la stabilità della vostra unione nel Sacramento del Matrimonio permetterà ai figli che Dio vorrà donarvi di crescere fiduciosi nella bontà della vita. Fedeltà, indissolubilità e trasmissione della vita sono i pilastri di ogni famiglia, vero bene comune, patrimonio prezioso per l’intera società. Fin d’ora, fondate su di essi il vostro cammino verso il matrimonio e testimoniatelo anche ai vostri coetanei: è un servizio prezioso!

    Siate grati a quanti con impegno, competenza e disponibilità vi accompagnano nella formazione: sono segno dell’attenzione e della cura che la comunità cristiana vi riserva. Non siete soli: ricercate e accogliete per primi la compagnia della Chiesa.

     

    Vorrei tornare ancora su un punto essenziale: l’esperienza dell’amore ha al suo interno la tensione verso Dio. Il vero amore promette l’infinito! Fate, dunque, di questo vostro tempo di preparazione al matrimonio un itinerario di fede: riscoprite per la vostra vita di coppia la centralità di Gesù Cristo e del camminare nella Chiesa. Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida di Lui, l’acqua della vita quotidiana si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita. Cana, infatti, è annuncio e anticipazione del dono del vino nuovo dell’Eucaristia, sacrificio e banchetto nel quale il Signore ci raggiunge, ci rinnova e trasforma. E non smarrite l’importanza vitale di questo incontro: l’assemblea liturgica domenicale vi trovi pienamente partecipi: dall’Eucaristia scaturisce il senso cristiano dell’esistenza e un nuovo modo di vivere (cfr Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 72-73). Non avrete, allora, paura nell’assumere l’impegnativa responsabilità della scelta coniugale; non temerete di entrare in questo "grande mistero", nel quale due persone diventano una sola carne (cfr Ef 5,31-32).

     

    Carissimi giovani, vi affido alla protezione di San Giuseppe e di Maria Santissima; seguendo l’invito della Vergine Madre – "Qualsiasi cosa vi dica, fatela" – non vi mancherà il gusto della vera festa e saprete portare il "vino" migliore, quello che Cristo dona per la Chiesa e per il mondo. Vorrei dirvi che anch’io sono vicino a voi e a tutti coloro che, come voi, vivono questo meraviglioso cammino  di amore.

    Vi benedico con tutto il  cuore!

     

    ***

     

    vi ricordiamo di procedere con gli approfondimenti sul tema Divorziati-risposati e i Sacramenti che troverete, qui, nell'elenco del nostro Dossier

     





    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 9/14/2014 11:27 AM


















        segue l'Omelia del Papa

    FESTA DELL'ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

    SANTA MESSA CON IL RITO DEL MATRIMONIO

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


    Basilica Vaticana
    Domenica, 14 settembre 2014

    Video

     

    La prima Lettura ci parla del cammino del popolo nel deserto. Pensiamo a quella gente in marcia, guidata da Mosè; erano soprattutto famiglie: padri, madri, figli, nonni; uomini e donne di ogni età, tanti bambini, con i vecchi che facevano fatica… Questo popolo fa pensare alla Chiesa in cammino nel deserto del mondo di oggi, fa pensare al Popolo di Dio, che è composto in maggior parte da famiglie.

    Questo fa pensare alle famiglie, le nostre famiglie, in cammino sulle strade della vita, nella storia di ogni giorno… E’ incalcolabile la forza, la carica di umanità contenuta in una famiglia: l’aiuto reciproco, l’accompagnamento educativo, le relazioni che crescono con il crescere delle persone, la condivisione delle gioie e delle difficoltà… Le famiglie sono il primo luogo in cui noi ci formiamo come persone e nello stesso tempo sono i “mattoni” per la costruzione della società.

    Ritorniamo al racconto biblico. A un certo punto «il popolo non sopportò il viaggio» (Nm 21,4). Sono stanchi, manca l’acqua e mangiano solo la “manna”, un cibo prodigioso, donato da Dio, ma che in quel momento di crisi sembra troppo poco. Allora si lamentano e protestano contro Dio e contro Mosè: “Perché ci avete fatto partire?...” (cfr Nm 21,5). C’è la tentazione di tornare indietro, di abbandonare il cammino.

    Viene da pensare alle coppie di sposi che “non sopportano il viaggio”, il viaggio della vita coniugale e familiare. La fatica del cammino diventa una stanchezza interiore; perdono il gusto del Matrimonio, non attingono più l’acqua dalla fonte del Sacramento. La vita quotidiana diventa pesante, e tante volte, “nauseante”.

    In quel momento di smarrimento – dice la Bibbia – arrivano i serpenti velenosi che mordono la gente, e tanti muoiono. Questo fatto provoca il pentimento del popolo, che chiede perdono a Mosè e gli domanda di pregare il Signore perché allontani i serpenti. Mosè supplica il Signore ed Egli dà il rimedio: un serpente di bronzo, appeso ad un’asta; chiunque lo guarda, viene guarito dal veleno mortale dei serpenti.

    Che cosa significa questo simbolo? Dio non elimina i serpenti, ma offre un “antidoto”: attraverso quel serpente di bronzo, fatto da Mosè, Dio trasmette la sua forza di guarigione che è la sua misericordia, più forte del veleno del tentatore.

    Gesù, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, si è identificato con questo simbolo: il Padre, infatti, per amore ha «dato» Lui, il Figlio Unigenito, agli uomini perché abbiano la vita (cfr Gv 3,13-17); e questo amore immenso del Padre spinge il Figlio, Gesù, a farsi uomo, a farsi servo, a morire per noi e a morire su una croce; per questo il Padre lo ha risuscitato e gli ha dato la signoria su tutto l’universo. Così si esprime l’inno della Lettera di san Paolo ai Filippesi (2,6-11). Chi si affida a Gesù crocifisso riceve la misericordia di Dio che guarisce dal veleno mortale del peccato.

    Il rimedio che Dio offre al popolo vale anche, in particolare, per gli sposi che “non sopportano il cammino” e vengono morsi dalle tentazioni dello scoraggiamento, dell’infedeltà, della regressione, dell’abbandono... Anche a loro Dio Padre dona il suo Figlio Gesù, non per condannarli, ma per salvarli: se si affidano a Lui, li guarisce con l’amore misericordioso che sgorga dalla sua Croce, con la forza di una grazia che rigenera e rimette in cammino sulla strada della vita coniugale e familiare.

    L’amore di Gesù, che ha benedetto e consacrato l’unione degli sposi, è in grado di mantenere il loro amore e di rinnovarlo quando umanamente si perde, si lacera, si esaurisce. L’amore di Cristo può restituire agli sposi la gioia di camminare insieme; perché questo è il matrimonio: il cammino insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di aiutare il marito ad essere più uomo. Questo è il compito che avete tra voi. “Ti amo, e per questo ti faccio più donna” – “Ti amo, e per questo ti faccio più uomo”.

    E’ la reciprocità delle differenze. Non è un cammino liscio, senza conflitti: no, non sarebbe umano. E’ un viaggio impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è la vita! E in mezzo a questa teologia che ci dà la Parola di Dio sul popolo in cammino, anche sulle famiglie in cammino, sugli sposi in cammino, un piccolo consiglio. E’ normale che gli sposi litighino, è normale. Sempre si fa. Ma vi consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace. Mai. E’ sufficiente un piccolo gesto. E così si continua a camminare. Il matrimonio è simbolo della vita, della vita reale, non è una “fiction”! E’ sacramento dell’amore di Cristo e della Chiesa, un amore che trova nella Croce la sua verifica e la sua garanzia. Auguro a tutto voi un bel cammino: un cammino fecondo; che l’amore cresca. Vi auguro felicità. Ci saranno le croci, ci saranno. Ma sempre il Signore è lì per aiutarci ad andare avanti. Che il Signore vi benedica!



     




    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 14 settembre 2014

    Video

     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il 14 settembre la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Qualche persona non cristiana potrebbe domandarci: perché “esaltare” la croce? Possiamo rispondere che noi non esaltiamo una croce qualsiasi, o tutte le croci: esaltiamo la Croce di Gesù, perché in essa si è rivelato al massimo l’amore di Dio per l’umanità. È quello che ci ricorda il Vangelo di Giovanni nella liturgia odierna: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito» (3,16). Il Padre ha “dato” il Figlio per salvarci, e questo ha comportato la morte di Gesù, e la morte in croce. Perché? Perché è stata necessaria la Croce? A causa della gravità del male che ci teneva schiavi. La Croce di Gesù esprime tutt’e due le cose: tutta la forza negativa del male, e tutta la mite onnipotenza della misericordia di Dio. La Croce sembra decretare il fallimento di Gesù, ma in realtà segna la sua vittoria. Sul Calvario, quelli che lo deridevano gli dicevano: “Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce” (cfr Mt 27,40). Ma era vero il contrario: proprio perché era il Figlio di Dio Gesù stava lì, sulla croce, fedele fino alla fine al disegno d’amore del Padre. E proprio per questo Dio ha «esaltato» Gesù (Fil2,9), conferendogli una regalità universale.

    E quando volgiamo lo sguardo alla Croce dove Gesù è stato inchiodato, contempliamo il segno dell’amore, dell’amore infinito di Dio per ciascuno di noi e la radice della nostra salvezza. Da quella Croce scaturisce la misericordia del Padre che abbraccia il mondo intero. Per mezzo della Croce di Cristo è vinto il maligno, è sconfitta la morte, ci è donata la vita, restituita la speranza. Questo è importante: per mezzo della Croce di Cristo ci è restituita la speranza. La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza.

    Mentre contempliamo e celebriamo la santa Croce, pensiamo con commozione a tanti nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati e uccisi a causa della loro fedeltà a Cristo. Questo accade specialmente là dove la libertà religiosa non è ancora garantita o pienamente realizzata. Accade però anche in Paesi e ambienti che in linea di principio tutelano la libertà e i diritti umani, ma dove concretamente i credenti, e specialmente i cristiani, incontrano limitazioni e discriminazioni. Perciò oggi li ricordiamo e preghiamo in modo particolare per loro.

    Sul Calvario, ai piedi della croce, c’era la Vergine Maria (cfr Gv 19,25-27). E’ la Vergine Addolorata, che domani celebreremo nella liturgia. A Lei affido il presente e il futuro della Chiesa, perché tutti sappiamo sempre scoprire ed accogliere il messaggio di amore e di salvezza della Croce di Gesù. Le affido in particolare le coppie di sposi che ho avuto la gioia di unire in matrimonio questa mattina, nella Basilica di San Pietro.


    Dopo l'Angelus:

    Cari fratelli e sorelle,

    domani, nella Repubblica Centroafricana, avrà inizio ufficialmente la Missione voluta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per favorire la pacificazione del Paese e proteggere la popolazione civile, che sta gravemente soffrendo le conseguenze del conflitto in corso. Mentre assicuro l’impegno e la preghiera della Chiesa cattolica, incoraggio lo sforzo della Comunità internazionale, che viene in aiuto dei Centroafricani di buona volontà. Quanto prima la violenza ceda il passo al dialogo; gli opposti schieramenti lascino da parte gli interessi particolari e si adoperino perché ogni cittadino, a qualsiasi etnia e religione appartenga, possa collaborare per l’edificazione del bene comune. Che il Signore accompagni questo lavoro per la pace!

    Ieri sono andato a Redipuglia, al Cimitero Austro-Ungarico e al Sacrario. Là ho pregato per i morti a causa della Grande Guerra. I numeri sono spaventosi: si parla di circa 8 milioni di giovani soldati caduti e di circa 7 milioni di persone civili. Questo ci fa capire quanto la guerra sia una pazzia! Una pazzia dalla quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata una seconda mondiale e tante altre che ancora oggi sono in corso. Ma quando impareremo, noi, questa lezione? Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!

    Ed ora saluto cordialmente tutti voi, fedeli romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi.

     

    Vi chiedo, per favore, di pregare per me. A tutti auguro buona domenica 



       

     

    [Edited by Caterina63 9/14/2014 1:44 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    [SM=g1740722] Omelia Papa Francesco rito Sacramento Matrimonio


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    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 9/21/2014 10:02 AM

     Papa crea Commissione riforma del processo matrimoniale canonico

    2014-09-21 Radio Vaticana


    Una Commissione speciale di studio per la riforma del processo matrimoniale canonico, con l'obiettivo di "semplificarne la procedura, rendendola più snella e salvaguardando il principio di indissolubilità del matrimonio". A istituirla oggi è stato Papa Francesco, che ha chiamato a presiederla - informa una nota della Sala Stampa vaticana - mons. Pio Vito Pinto, decano del Tribunale della Rota Romana.

    Il nuovo organismo avrà tra i suoi componenti il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Dimitrios Salachas, esarca apostolico per i cattolici greci di rito bizantino. Ne faranno parte anche i monsignori Maurice Monier, Leo Xavier MichaelArokiaraj e Alejandro W. Bunge, prelati uditori del Tribunale della Rota Romana, nonché padre Nikolaus Schöch, O.F.M., promotore di Giustizia Sostituto del Supremo Tribunale dellaSegnatura Apostolica, padre Konštanc Miroslav Adam, O.P., rettore magnifico della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum), padre Jorge Horta Espinoza, O.F.M., decano della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Antoniamum, e il prof. Paolo Moneta, già docente di Diritto Canonico presso l’Università di Pisa.

    "I lavori della Commissione speciale - conclude la nota - inizieranno quanto prima e avranno come scopo di preparare una proposta di riforma del processo matrimoniale, cercando di semplificarne la procedura, rendendola più snella e salvaguardando il principio di indissolubilità del matrimonio".

    (Da Radio Vaticana)






      seguiremo qui i futuri sviluppi della Commissione... e si capisca bene: la Commissione non è istituita per modificare il Sacramento.... ma lo snellimento DEI PROCESSI di annullamento....






    LO RIPETIAMO PER TUTTI   Non è possibile che il Sinodo possa ignorare questa AFFERMAZIONE DOTTRINALE, PONTIFICIA E MAGISTERIALE della Chiesa..... se ciò accadesse, sarebbe lo scisma... chi seguirà il cardinale Kasper farà lo scisma... 

    ECCO L'INSEGNAMENTO UFFICIALE DELLA CHIESA:

    "Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità..."

    (Benedetto XVI alla Conferenza Episcopale Francese)



     






    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 10/24/2014 11:05 PM

    Gesù ha detto che chi ripudia la propria moglie TRANNE IN CASO DI CONCUBINATO commette adulterio. E' scritto chiaro chiaro nei Vangeli. Mò, perchè la Chiesa non consente lo scioglimento del matrimonio solo in questi casi? E perchè nessuno fa mai riferimento a questo pezzettino quando si fa riferimento a quelle parole di Gesù? Grazie.

    Risposta: la traduzione dice letteralmente "fornicazione- fornicationem-impudicizia" (Vangeli in greco, latino e italianoa fronte, della paoline), la nota tenendo a mente la traduzione greca e latina in sostanza dice: si precisa dunque "se non per impudicizia; all'infuori del caso di impudicizia" il verso fa riferimento ad un altro passo di Mt. cap.5, 31 "Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto di ripudio; 32 ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio."
    La risposta dei discepoli mette a nudo la superbia dell'uomo nei confronti della donna, il cui ripudio era facile e quasi mai con un processo giusto, l'uomo poteva tradire la propria moglie, ma la donna se lo faceva veniva anche lapidata.
    Gesù affronta un caso delicato e naturalmente mette in crisi i suoi interlocutori, ma le sue parole sono chiare, i giochi sono finiti e la donna posta al suo fianco non è un gioco e non può essere ripudiata a proprio piacimento.
    Interverrà San Paolo sulla vicenda più volte, qui in particolare in 1Cor.7,1; 2, 7-9
    La Chiesa accoglie letteralmente le parole di Gesù in Matteo e le spiegazioni di San Paolo: l'uomo può anche ripudiare la donna in caso di fornicationem-impudicizia, ma non può sposarne un altra, perciò i discepoli dicono "se le cose stanno così, meglio non sposarsi", perchè Gesù ha inteso dire che il matrimonio è fino alla morte. - qui finisce la Nota - non dimentichiamo che una pezza la Chiesa ce la mise con il ricorso alla Sacra Rota, di più non può fare.


    Un sacerdote risponde

    Nel Vangelo di Matteo 5,32 Gesù Cristo parla di concubinato


    Quesito

    Buongiorno Padre,
    Le porgo una domanda che è spesso dibattuta in molti siti internet, ho provato a chiarirmi le idee, ma non ne vengo a capo.
    Nel Vangelo di Matteo 5,32 Gesù Cristo parla di concubinato (tradotto anche in "fornicazione" o "unione illegittima").
    Volevo capire bene questo versetto del Vangelo, sembra quasi che Gesù Cristo possa concedere un solo motivo per separarsi ad una coppia di sposi, il motivo sarebbe appunto solo in caso di unione illegittima da parte di uno dei coniugi con terze persone. Se fosse così, la Chiesa dovrebbe valutare caso per caso prima di considerare come "peccatore" i nostri fratelli separati e/o divorziati?
    Confidando in una sua risposta, La ringrazio in anticipo e La saluto con affetto.
    Francesco

      Risposta del sacerdote

    Caro Francesco,
    1. Gesù non concede alcuna possibilità di rompere il vincolo agli sposi. Diversamente cadrebbe in contraddizione con se stesso.
    La sua volontà è ben chiara da Mt 19,3-7: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E' lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi»”
    e da Mc 10,9-12: “«L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio»”.

    2. Rimane l’inciso di Mt 5,32: “ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all'adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”
    e di Mt 19.9: “Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio”.

    3. Ci si domanda giustamente a che cosa alluda il Signore inserendo quella clausola “eccetto il caso di concubinato”.
    Questa parola concubinato nel testo greco è detta porneia.

    4. È illuminante il commento prestigioso della Bibbia di Gerusalemme che fornisce tre interpretazioni.
    La prima: “Data la forma assoluta dei testi paralleli (Mc 10,11s; Lc 16,18 e 1 Cor 7,10s), è poco verosimile che tutti e tre abbiano soppresso una clausola restrittiva di Gesù; è più probabile invece che uno degli ultimi redattori del primo Vangelo l'abbia aggiunta per rispondere a una problematica rabbinica (discussione tra Hillel e Shammai sui motivi che legittimano il divorzio), evocata già dal contesto (v. 3), e che poteva preoccupare l'ambiente giudeo-cristiano per il quale egli scriveva.
    Si avrebbe dunque qui una decisione ecclesiastica diportata locale e temporanea, come fu quella del decreto di Gerusalemme riguardante la regione di Antiochia (At 15,23-29).
    Il significato di porneia orienta la ricerca, nella stessa direzione.
    Alcuni vogliono vedervi la fornicazione nel matrimonio, cioè l'adulterio, e trovano qui il permesso di divorziare in un caso simile; così le Chiese ortodosse e protestanti. Ma in questo senso ci si sarebbe aspettati un altro termine, moicheia”.

    5. La seconda: sembra più verosimilmente che porneia indichi i matrimoni contratti tra ebrei e pagani, che erano proibiti secondo il Levitico. Ai tempi di Gesù era facile trovare una donna ebrea che aveva abbandonato il marito per mettersi insieme con un soldato romano, il cui patrimonio economico era più consistente.
    La legge consentiva di ripudiare la moglie qualora si vedesse in lei qualcosa di brutto.
    Ma ai tempi di Gesù la legge veniva interpretata anche a favore della moglie, qualora vedesse nel marito qualcosa di brutto. Questo qualcosa di brutto poteva consistere nel patrimonio esiguo del marito a confronto con quello del soldato romano diventato proselito, simpatizzante del giudaismo.
    Ma tale unione era considerata illegittima, alla pari delle unioni incestuose e pertanto non dava origine ad un matrimonio, ma ad un concubinato. Porneia avrebbe qui il senso tecnico di zenüt o «prostituzione» degli scritti rabbinici.
    Qui allora si troverebbe “l'ordine di rompere tali unioni irregolari che erano solo falsi matrimoni”.
    Ques’interpretazione è la più comune.

    6. La Bibbia di Gerusalemme accenna anche ad una terza interpretazione.
    Essa “ritiene che la licenza accordata dalla clausola restrittiva non sia quella del divorzio, ma della «separazione» senza seconde nozze. Una tale istituzione era sconosciuta al giudaismo, ma le esigenze di Gesù hanno richiesto più di una soluzione nuova e questa è già chiaramente supposta da Paolo in 1 Cor 7,11”.

    7. Trattandosi in ogni caso di unioni illegittime, non capisco la tua conclusione sebbene posta in termini interrogativi: “Se fosse così, la Chiesa dovrebbe valutare caso per caso prima di considerare come "peccatore" i nostri fratelli separati e/o divorziati?

    Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
    Padre Angelo

    Pubblicato 30.01.2011



    «Divorziata, risposata e senza comunione. Giusto così»
    di Renzo Puccetti05-11-2014

    L'eucarestia ai divorziati? Il magistero dice no

    «Il giorno in cui la mia anima diventò cattolica fu il giorno in cui scoprii che come donna divorziata risposata non potevo ricevere la Comunione. Sgorgarono lacrime di dolore e di gioia. Dolore perché avevo finalmente compreso la verità della transustanziazione soltanto per scoprire di non poterla ricevere, e gioia perché avevamo finalmente trovato il fondamento della vera autorità, la sua Chiesa, quella che lui aveva fondato, quella il cui scopo era conservare tutto ciò che lui aveva insegnato agli Apostoli».

    Comincia così un articolo di Luma Simms comparso sulla rivistacattolica FIrst Things (clicca qui) L'autrice, con un background di studi in fisica ed esperienze nell'ambito del diritto, ha scritto Gospel Amnesia, un libro che racconta la sindrome che affligge l'uomo moderno: ricevere il Vangelo, dimenticarlo e marginalizzarlo nella vita. Luma Simms, cresciuta in Iraq e in Grecia, prima di trasferirsi negli Stati Uniti dove ora vive nella città di Phoenix conducendo la vita di casalinga, moglie, mamma di cinque figli e blogger, racconta la sua stessa esperienza dolorosa di ammalata di quella amnesia per il Vangelo.

    Durante il Sinodo straordinario sulla famiglia abbiamo ascoltato il mantra di non pochi prelati convinti che per convertire al Vangelo c'è bisogno di offrirne alla gente una versione inconsistente e insipida. L'esperienza sta a dimostrare l'esatto contrario. E così è avvenuto per Luma Simms, cresciuta nel calvinismo, diventata cattolica dopo la lettura dell'insegnamento cattolico più scandaloso, contestato, contro-culturalmente connotato dell'ultimo secolo: Humanae vitae, l'enciclica di Paolo VI che ribadiva XX secoli di condanna (parola mi rendo conto sconveniente per un cattolico che voglia mostrarsi accettabile) della contraccezione. Quella lettura, anziché allontanare la Simms, le sciolse il cuore, spingendola ad approfondire il tema attraverso la teologia del corpo, Familiaris consortio e Mulieris dignitatem. Divorziata lei stessa e toccata dal divorzio di un membro della propria famiglia dopo 43 anni di matrimonio, Luma Simms racconta dei dubbi e delle domande dei figli sul matrimonio fino a quando uno di loro attorno al tavolo di cucina disse ai fratelli in presenza dei genitori: «non potrete mai sapere» se entrambi mamma e papà saranno lì per voi mentre crescete.

    Queste parole, così chiare, forti, pronunciate da un figlio, hanno fatto comprendere l'importanza, la bellezza, il dono di una Chiesa che non tentenni sulla indissolubilità del matrimonio, di una fedeltà che rifletta quella di Dio per la sua sposa, la Chiesa. Certo, racconta Luma Simms, nel viaggio ci sono alti e bassi, c'è la certezza e il dubbio, si avverte la presenza e ci si sente come abbandonati e sopraffatti cercando risposte nel Santissimo Sacramento. 

    «Tante volte mi sono svegliata di notte pensando: come posso prendere in considerazione il cattolicesimo? Ma poi la mattina successiva alla Messa quotidiana pregando la liturgia faccio esperienza della profonda presenza di Dio anche se non prendo l'Eucaristia. Dal momento che ora non posso ricevere l'Eucaristia, è attraverso la comunione spirituale che sono nutrita spiritualmente dal Signore. Questo atto della volontà di riceverla non è, come qualcuno può pensare, una Comunione di seconda classe. Lungi da esso, credere in questo modo è sminuire uno dei modi con cui Cristo nutre il suo popolo».

    Quando parla della comunione spirituale, Luma Simms racconta di non provare l'assenza di qualcosa, ma piuttosto la presenza del Signore; ha la certezza che Dio non vuole che nutra risentimento per il sacerdote che non le dà la Comunione, non si piange addosso con autocommiserazione. No, Luma Simms è testimone potente e credibile di quanto siano farlocche le soluzioni pastorali "creative" applicate da episcopati fallimentari che hanno consegnato milioni di cattolici del Nord Europa all'agnosticismo e nel Sud America agli evangelici. 

    C'è tanta più etica della responsabilità in quanto afferma questa donna, di quanta se ne possa trovare in una pila di tomi di teologia dei liberale. «Prima che vi rattristiate per me, ricordatevi che non è stata la Chiesa a farmi questo. Sono stata io a farlo a me stessa quando ho disobbedito al mio Dio allontanandomi dal mio primo matrimonio. Ero giovane e immatura? Sì. Sono state le circostanze a condurmi a misure così drastiche? Certo. E sì, sto procedendo in un decreto di nullità affidandomi a Dio per una giusta decisione. Qualsiasi sia l'esito non posso né voglio allontanarmi dalla Chiesa perché voglio rimanere salda negli insegnamenti di Cristo». 

    Ed è proprio l'autentico sensus fidei, così tante volte evocato a sproposito e deformato da impresentabili pastorali accecate da demolatria che, quasi come un istinto, allerta questa convertita americana circa l'intrinseca connessione che da un mutamento della prassi, porterebbe ad uno stravolgimento della dottrina: «Qualcuno può essere sconvolto all'idea di sottomettermi ad una Chiesa che mi dice che non posso ricevere la Comunione perché sono divorziata e risposata. Ma a meno che non si dimostri altrimenti, qualsiasi alterazione della Comunione per i divorziati risposati corromperà la dottrina del matrimonio e (abbassando l'immagine della Chiesa come la sposa di Cristo) svilirà la Chiesa. Le ho corso incontro in cerca di riparo. Ora prego (per la salvezza mia e dei miei figli) che la Chiesa non vacilli». Anch'io prego con Luma Simms che i pastori trovino forza e coraggio per scacciare i lupi, soprattutto quelli vestiti da agnelli, in assoluto i più letali.

       

     


    [Edited by Caterina63 11/7/2014 12:14 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
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    00 3/17/2015 1:12 PM
      > La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità






    Da uno scritto poco conosciuto del cardinale Joseph Ratzinger pubblicato nel 1998 ·

    A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati

    Nel 1998 il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, introdusse il volume intitolato Sulla pastorale dei divorziati risposati, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in una collana del dicastero («Documenti e Studi», 17). Per l’attualità e l’ampiezza di prospettive di questo scritto poco conosciuto, ne riproponiamo la terza parte, con l’aggiunta di tre note. Il testo è disponibile sul sito del nostro giornale (www.osservatoreromano.va), oltre che in italiano, anche in francese, inglese, portoghese, spagnolo e tedesco. 

    La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 ha avuto una vivace eco in diverse parti della Chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della Chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

    Alcune obiezioni più significative — soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei Padri della Chiesa, che ispirerebbe la prassi delle Chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’ epikèia e della aequitas canonica — sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli articoli dei professori Pelland, Marcuzzi e Rodriguez Luño (1) sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti. 

    1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica. 

    Alcuni esegeti rilevano criticamente che il Magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope — e cioè Marco , 10, 11-12 — e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della prima Lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche “eccezione” alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia Matteo , 5, 32; 19, 9) e nel caso di separazione a motivo della fede ( 1 Corinzi , 7, 12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.

    A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il Magistero sottolinea però che la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia — al di là della legge — all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» ( Marco , 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano — soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio. La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè «Sacramento» (cfr. Efesini , 5, 32).

    La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1 Corinzi , 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono «sacramento» nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo. Il cosiddetto «matrimonio naturale» ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto — nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazion