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ANGELUS 

I Domenica di Quaresima, 7 marzo 1965


 

Questa domenica segna una data memorabile nella storia spirituale della Chiesa, perché la lingua parlata entra ufficialmente nel culto liturgico, come avete già visto questa mattina. 

La Chiesa ha ritenuto doveroso questo provvedimento - il Concilio lo ha suggerito e deliberato - e questo per rendere intelligibile e far capire la sua preghiera. Il bene del popolo esige questa premura, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. È un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l'unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti. 

E questo per voi, fedeli, perché sappiate meglio unirvi alla preghiera della Chiesa, perché sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli partecipanti ed attivi e se saprete davvero corrispondere a questa premura della Chiesa, avrete la grande gioia, il merito e la fortuna di un vero rinnovamento spirituale. 

E noi pregheremo ancora la Madonna, la pregheremo ancora in latino per ora, perché ci dia questo desiderio della vita spirituale attiva e autentica e ci dia questo risvegliato senso della comunità, della fraternità, della collettività che prega insieme, del popolo di Dio, perché allora avremo certamente assicurati a noi i vantaggi di questa grande riforma liturgica.



ANGELUS

III Domenica di Quaresima, 21 marzo 1965

 

Come al solito questa preghiera apre il nostro sguardo sull’orizzonte del mondo. Vi sono oggi due aspetti che interessano la nostra preghiera. Il primo è quello della incertezza, della inquietudine che si manifesta in vari punti del globo e con tanti problemi nella vita dei popoli. Il secondo, invece, è quello di un progresso quasi necessario verso una migliore concordia, verso una fratellanza ed una solidarietà necessaria alla vita dell’umana famiglia.

Ebbene, pregheremo la Madonna perché ottenga al mondo la pace di Cristo ed una nuova primavera di speranza e di prosperità. La invocheremo, perciò, con accresciuto fervore, quale Regina della Pace e Madre della Chiesa.



ANGELUS 

IV Domenica di Quaresima, 28 marzo 1965 

 

Abbiamo ora benedetta, in onore della Madonna, la Rosa d'Oro, - omaggio d'antica origine a persone e luoghi che il Papa voleva e vuole onorare - e simbolo di primavera spirituale e preludio di letizia pasquale. 

Manderemo al Santuario di Fatima questo prezioso segno di devozione; e potete indovinare quali siano le Nostre intenzioni: la consacrazione del mondo a Maria; il Concilio; e ancora, e specialmente la pace. 

Sì, la pace. E potremmo, in senso opposto, dire la guerra, che oscura il cielo con i suoi cattivi presagi. 

Vorremmo che si sciogliesse lo stato di tensione e di timore che domina il mondo, e scomparissero le azioni di ostilità, che si fanno più gravi e più minacciose.  

Preghiamo perciò per coloro che vogliono davvero la pace e che parlano, scrivono, lavorano sinceramente per mantenerla e per promuoverla. E preghiamo anche per quelli che non vogliono la pace, affinché il senso di responsabilità li induca a migliori pensieri. 

Che la Madonna ci assista!




ANGELUS 

Domenica, 4 aprile 1965 

 

Oggi, come sapete, comincia il periodo liturgico dedicato alla Passione del Signore. Non possiamo parlare d'altro. È un periodo molto importante nella vita spirituale della Chiesa; ed esige un concentramento di pensieri sul dramma della Croce e un'intensità di sentimenti per commemorare degnamente il Mistero Pasquale. 

Chi medita questo dramma non è distolto dall'esperienza della vita; anzi egli ve la trova riflessa, nei suoi grandi e supremi problemi: quello del dolore, del male, del peccato, della morte, del bisogno di perdono e di speranza. 

Ogni avvenimento, ogni situazione - personale o sociale - ha un riferimento, un confronto, una spiegazione nella Croce di Gesù. La Croce è il centro della nostra storia, ed è la sorgente della nostra fiducia. 

Non siamo insensibili al richiamo che la Chiesa ci rivolge di appressarci alla Croce: oggi la vedremo velata perché ne ripensiamo il mistero nascosto e ci sentiamo stimolati a scoprirlo. 

La Madonna Addolorata ci può aiutare.




UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 marzo 1965

 

Partecipazione dei fedeli alla Santa Messa

Diletti Figli e Figlie!

La nostra conversazione familiare, in un’udienza come questa, non può non ritornare sul tema del giorno: l’applicazione della riforma liturgica alla celebrazione della santa Messa. Nostro desiderio sarebbe di chiedere a voi, se il carattere pubblico di questo incontro non lo impedisse, come facciamo in altri incontri a carattere privato, quali siano le vostre impressioni su questa grande novità. Essa merita che tutti vi facciano attenzione. Ebbene, Noi pensiamo che la vostra risposta alla Nostra domanda non sarebbe dissimile da quelle che Ci pervengono in questi giorni.

La riforma liturgica? Si possono ridurre a due categorie queste risposte.

La prima categoria
è quella delle risposte che notano una certa confusione, e perciò un certo fastidio: prima, dicono questi osservatori, si stava tranquilli, ciascuno poteva pregare come voleva, tutto era conosciuto circa lo svolgimento del rito; ora tutto è novità, sorpresa, cambiamento; perfino il suono del campanello al Sanctus è stato abolito; e poi quelle preghiere che non si sa dove andarle a trovare, quella comunione ricevuta stando in piedi; e la fine della Messa che termina in tronco con la benedizione; tutti che rispondono, molti che si muovono, riti e letture che si recitano ad alta voce . . .; insomma non c’è più pace e si capisce meno di prima; e così via.

Non faremo la critica di queste osservazioni, perché dovremmo mostrare come esse rivelano scarsa penetrazione del senso dei riti religiosi, e lasciano intravedere non già una vera devozione e un vero senso del significato e del valore della santa Messa, ma piuttosto una certa indolenza spirituale, che non vuole spendere qualche sforzo personale d’intelligenza e di partecipazione per meglio comprendere e meglio compiere il più sacro degli atti religiosi, a cui siamo invitati, anzi obbligati ad associarci.
Ripeteremo ciò che in questi giorni da tutti i Sacerdoti pastori d’anime e da tutti i bravi maestri di religione si va ripetendo:
primo, che si produca al principio qualche confusione e qualche fastidio è inevitabile; è nella natura d’una riforma pratica, oltre che spirituale, di abitudini religiose inveterate e piamente osservate, produrre un po’ di sommovimento, non sempre a tutti piacevole;
ma, secondo, una qualche spiegazione, una qualche preparazione, una qualche premurosa assistenza tolgono presto le incertezze e danno subito il senso ed il gusto d’un nuovo ordine.
Perché, terzo, non si deve credere che dopo qualche tempo si ritornerà quieti e devoti o pigri, come prima; no, il nuovo ordine dovrà essere diverso, e dovrà impedire e scuotere la passività dei fedeli presenti alla santa Messa; prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorrono l’attenzione e l’azione; prima qualcuno poteva sonnecchiare e forse chiacchierare; ora no, deve ascoltare e pregare.

Speriamo che presto celebranti e fedeli possano avere i nuovi libri liturgici e che questi rispecchino anche nella nuova forma, sia letterale che tipografica, la dignità di quelli precedenti. L’assemblea diventa viva ed operante; intervenire vuol dire lasciare che l’anima entri in attività, di attenzione, di colloquio, di canto, di azione. L’armonia d’un atto comunitario, compiuto non solo col gesto esteriore, ma con il movimento interiore del sentimento di fede e di pietà, imprime al rito una forza e una bellezza particolari: esso diventa coro, diventa concerto, diventa ritmo d’una immensa ala volante verso le altezze del mistero e del gaudio divino.

La seconda categoria dei commenti che a Noi giungono circa le prime celebrazioni della nuova Liturgia, è invece quella degli entusiasmi e delle lodi.

Chi dice: finalmente si può capire e seguire la complicata e misteriosa cerimonia; finalmente ci si prende gusto; finalmente il Sacerdote parla ai fedeli, e si vede che agisce con loro e per loro. Abbiamo testimonianze commoventi, di gente del popolo, di ragazzi e di giovani, di critici e di osservatori, di persone pie e desiderose di fervore e di preghiera, di uomini di lunga e grave esperienza e di alta cultura. Sono testimonianze positive. Un vecchio e distintissimo signore, di grande animo, e di finissima, e perciò sempre insoddisfatta, spiritualità, si sentiva obbligato, al termine della prima celebrazione della nuova Liturgia, a presentarsi al celebrante per dirgli candidamente la sua felicità per aver finalmente partecipato, forse per la prima volta in vita sua, in pienezza spirituale al santo sacrificio.

Può darsi che questa ammirazione e questa specie di santa eccitazione si calmino e si distendano presto in una nuova tranquilla consuetudine. A che cosa non si abitua l’uomo? Ma è da credere che non verrà meno l’avvertenza della intensità religiosa che la nuova forma del rito reclama; e con essa la coscienza di dover compiere simultaneamente due atti spirituali: uno di vera e personale partecipazione al rito, con quanto di essenzialmente religioso ciò può comportare; l’altro di comunione con l’assemblea dei fedeli, con la «ecclesia»; atti che tendono il primo all’amor di Dio; all’amore del prossimo il secondo. Ecco il Vangelo della carità che va attuandosi nelle anime del nostro tempo: è veramente cosa bella, nuova, grande, piena di luce e di speranza.

Ma avete compreso, carissimi Figli e Figlie: questa novità liturgica, questa rinascita spirituale, non può avvenire senza la vostra volonterosa e seria partecipazione. Tanto Ci preme questa vostra corrispondenza che, come vedete, ne facciamo tema di questa Nostra parola; e nella fiducia che voi davvero le facciate buona accoglienza, Noi vi promettiamo tante e tante grazie del Signore, che appunto fin d’ora la Nostra Apostolica Benedizione vuole a ciascuno di voi assicurare.












Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)