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UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 giugno 1965

 

Il buon pastore guida tutte le anime

Diletti Figli e Figlie!

Sapete che cosa viene alla Nostra mente a causa di queste udienze generali? Viene alla Nostra mente il desiderio di leggere nelle vostre anime le impressioni che vi sorgono dentro, proprio a causa dell’udienza stessa. A Noi pare d’indovinare alcuni vostri pensieri; e Ci sembra conforme alla semplicità e alla schiettezza dell’incontro spirituale, che desideriamo avere con voi, il farne oggetto del Nostro breve discorso.

Vediamo se riusciamo a comprenderci. Noi crediamo che una delle vostre impressioni spontanee in ciascuno di voi sia questa: perché sono qui? Si fa cioè cosciente in ciascuno di voi la ragione della vostra presenza. Ciascuno di voi può subito rispondere: sono qui per vedere il Papa. Certamente. Ma perché, Noi chiediamo, volete vedere il Papa? E a questa domanda, anch’essa del tutto ovvia e immediata, la risposta non è per tutti uguale.

Per intenderci facilmente diremo che vi sono tre modi di rispondere. Cioè qualcuno dice a se stesso: io sono qui come un estraneo, come un semplice visitatore, come un osservatore, come un turista, un curioso, uno che assiste, per conoscere, per vedere, ma che rimane forestiero e staccato, senza personale partecipazione all’intensità spirituale di questo momento e di questa atmosfera. Qualche altro invece risponde a se stesso: sono qui perché mi piace. Qui vi sono tante belle cose da vedere, da sentire, da pensare; sono qui da amico; amico, ad esempio, dell’arte, amico della storia, amico dello spettacolo, che qui posso osservare e godere. La partecipazione, in questo caso, è ancora più cordiale e sincera, ma parziale; aderisce a qualche aspetto di questo incontro, ma non forse a ciò che più importa: la comunione di fede e di carità, che costituisce l’essenza vera e profonda dell’incontro stesso.
E finalmente vi è chi dice a se stesso: io sono qui, perché sono in casa mia, sono in casa del Padre comune, sono figlio della Chiesa e mi trovo qui in piena confidenza, sono qui per sentirmi cattolico cioè unito non solo a tutti quelli che sono presenti di fatto, ma anche a tutti quelli che sono presenti di spirito, a tutti i fedeli che formano una sola famiglia di Cristo, un solo popolo di Dio: è per godere un istante di questa misteriosa pienezza spirituale che sono qui; per sentirmi io pure membro vivo del Corpo mistico di Cristo, nella certezza d’una sola fede, nella gioia di un’identica carità.

Diciamo dunque: qui si può essere come estranei, come amici, come figli.

Fate attenzione: questa classifica, che in questo momento viene in evidenza, che si fa sensibile nei vostri spiriti, vale non soltanto ora e qui; vale sempre per definire le differenti posizioni, che gli animi delle persone del nostro tempo possono assumere rispetto alla Chiesa: vi è chi si considera estraneo, chi si considera amico, chi si considera figlio e membro vivo della comunione cattolica.
E osservate ancora come questa triplice divisione riguarda non solo gli animi, ma le cose altresì di cui s’interessano gli uomini di ogni tempo: vi sono cose estranee alla competenza diretta della Chiesa, le cose temporali, le cose di questo mondo e per questo mondo; vi sono cose comuni alla Chiesa e a questo mondo; l’arte, ad esempio, la cultura, la beneficenza, e così via; e vi sono cose che solo la Chiesa possiede ed essa sola può dare: la dottrina del Vangelo, la preghiera liturgica e la grazia sacramentale, la via del Signore e la sua speranza di vita eterna.

E se pensate ancora, vi accorgete che queste diverse cose, che determinano diverse posizioni rispetto alla Chiesa, possono trovarsi, sotto differenti aspetti, nella medesima persona, la quale può essere, al tempo stesso, indipendente, quando si occupa di cose moralmente indifferenti e religiosamente profane; collegata, quando si occupa di cose che appartengono simultaneamente alla sfera profana e alla sfera sacra; e partecipe infine, quando agisce da soggetto fedele alla santa Chiesa.

Accenniamo a questa diversità di rapporti (e non sono solo questi, nella complessa realtà della vita; pensate, ad esempio, ai rapporti delle anime nell’ordine della grazia, quelle lontane, nel peccato o nell’inimicizia; quelle vicine, nell’unione spirituale e nella santità), perché Ci sembra un aspetto interessante, di spontanea coscienza, nel momento in cui Ci troviamo; una specie di esame di coscienza si pronuncia nei vostri spiriti a riguardo delle vostre relazioni con la Chiesa e con Cristo; e poi perché sappiate che Noi, in astratto se non in concreto, conosciamo codesta pluralità di relazioni, e le rispettiamo.

Diremo soltanto la Nostra altrettanto spontanea reazione a codesta varia presentazione spirituale dei Nostri visitatori; ed è quella del Pastore - Dio voglia: del buon Pastore, che conosce il suo gregge ed effonde su di esso una medesima affezione, un eguale interesse, una unica carità. Tutti, tutti qui, Figli e Figlie carissimi, siete accolti con lo stesso cuore; tutti siete per Noi i benvenuti nella dilezione, che il Cuore immenso di Cristo - al cui culto è particolarmente rivolta la devozione di questo mese di giugno - comunica al piccolo Nostro cuore di Pastore e di Padre comune.

Se volessimo proseguire su questo tema potremmo dire qualche mirabile cosa: è la vostra accoglienza, ad esempio, a dosare l’intensità della Nostra pastorale affezione e a qualificarne il tenore; e di più, ricordate che questa Nostra affezione ha misure strane; spesso la distanza l’accresce invece che attenuarla; e spesso chi si crede difeso dalla carità apostolica per la sua indifferenza o per la sua ostilità, è più ricordato e cercato da tale carità; appunto come nel Vangelo del pastore, affannato nella ricerca della pecorella smarrita. Citiamo una voce dei primi secoli cristiani, quella di Tertulliano: «Errat et una pastoris ovicula, sed grex una carior non erat»; si perde anche una sola pecorella del pastore, ma tutto il gregge non era più caro di quella sola (De paenitentia, VIII, P.L., 1, 1353).

Così, Figli e Figlie, quanti qui siete, e quanti a voi giunge l’eco della Nostra umile voce, tutti sappiate che nella carità di Cristo vi portiamo nel cuore, e tutti vi benediciamo nel suo santissimo Nome.


UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 luglio 1965

 

Essenza della fedeltà cristiana

Diletti Figli e Figlie,

Sembra a noi occasione felice quella che voi Ci offrite con la visita alla tomba di San Pietro per ripetere una parola esortatrice dell’Apostolo stesso: «Siate santi in tutta la vostra condotta: In omni conversatione sancti sitis» (1 Petr. 1, 15). Vogliamo supporre che ciascuno di voi - di voi sacerdoti, specialmente; di voi religiosi; di voi militanti in associazioni cattoliche - troverà naturale che il Papa ripeta una tale parola; l’esortazione alla santità della vita è la sintesi più semplice e più alta del magistero pastorale; è la conclusione teorica ed il principio pratico del messaggio evangelico applicato alla nostra vita; è l’esigenza indeclinabile per chi voglia davvero ascoltare con fedeltà e seguire con coerenza l’invito della religione cristiana a fondare sul Vangelo la propria concezione della vita e a fissare nel rapporto soprannaturale con Dio il cardine della propria condotta. Ecco perché il Papa, con tutti i buoni maestri di spirito, ripete: sancti sitis, siate santi.

Volendo discorrere su questa elementare, ma somma raccomandazione, potremmo chiederci due cose: quale sia il significato della parola «santità» nel linguaggio dell’Apostolo, che ce la propone; e, senza approfondire quanto la questione meriterebbe, possiamo dire semplicemente che tale significato è fecondo di non poche spiegazioni: può intendersi come uno stato di integrità, derivato dalla grazia, che autorizza a chiamare «santi» tutti i battezzati, fedeli alla loro vocazione cristiana; e può invece riferirsi ad una attitudine morale, tesa ad una perfezione, sempre in fieri, sempre progrediente verso una conformità al volere di Dio, anzi alla stessa santità di Dio: «Siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste» (Matth. 5, 48), dice Gesù; e San Paolo aggiunge: «Siate imitatori di Dio, come figli carissimi» (Eph. 5, 1); per cui religione e santità diventano - insegna Maestro Tommaso (II-II 81, 8) - la stessa cosa, solo concettualmente distinte. Il che sembra autorizzarci a pensare la santità, sì, come cosa altissima, ma nello stesso tempo, per un cristiano, sempre doverosa e possibile.

L’esortazione perciò, che vi rivolgiamo, non è fuori luogo, non è iperbolica; e non è anacronistica rispetto allo stile di vita, che il costume moderno impone a tutti; la santità non è cosa né di pochi privilegiati, né di cristiani dei tempi antichi; è sempre di moda; vogliamo dire è sempre programma attuale ed impegnativo per chiunque voglia chiamarsi seguace di Cristo.

E qui potremmo enunciare la Nostra seconda domanda che riguarda le ragioni, che suggeriscono il richiamo alla esortazione apostolica: siate santi! E tacendo le ragioni intrinseche (vi abbiamo tuttavia accennato) ne indichiamo alcune, rapidamente, estrinseche, cioè suggerite da certe condizioni spirituali proprie del nostro tempo.

E sono chiare. È palese a tutti che oggi si vive in un periodo di profonde trasformazioni di pensiero e di costume; ed è perciò spiegabile come siano spesso messe in questione certe norme tradizionali, che facevano buona, ordinata, santa la condotta di chi le praticava. Spiegabile, ma non lodevole, non approvabile, se non con grande studio e cautela, e sempre secondo la guida di chi ha scienza ed autorità per dettare legge del vivere cristiano.

Oggi, pur troppo, si assiste ad un rilassamento nell’osservanza dei precetti, che la Chiesa ha finora proposto per la santificazione e per la dignità morale dei suoi figli. Uno spirito di critica e perfino di indocilità e di ribellione mette in questione norme sacrosante della vita cristiana, del comportamento ecclesiastico, della perfezione religiosa. Si parla di «liberazione», si fa dell’uomo il centro di ogni culto, si indulge a criteri naturalistici, si priva la coscienza della luce dei precetti morali, si altera la nozione di peccato, si impugna l’obbedienza e le si contesta la sua funzione costituzionale nell’ordinamento della comunità ecclesiale, si accettano forme e gusti di azione, di pensiero, di divertimento, che fanno del cristiano non più il forte e austero discepolo di Gesù Cristo, ma il gregario della mentalità e della moda corrente, l’amico del mondo, che invece d’essere chiamato alla concezione cristiana della vita è riuscito a piegare il cristiano al fascino e al giogo del suo esigente e volubile pensiero.

Non certo così noi dobbiamo concepire «l’aggiornamento», a cui il Concilio ci invita: non per svigorire la tempra morale del cattolico moderno è da concepirsi questo «aggiornamento», ma piuttosto per crescere le sue energie e per rendere più coscienti e più operanti agli impegni, che una concezione genuina della vita cristiana e convalidata dal magistero della Chiesa ripropone al suo spirito.

E ciò tanto più dobbiamo tenere presente se vogliamo che davvero il cristianesimo, quale la Chiesa cattolica interpreta e vive, abbia funzione di luce, di unità, di rigenerazione, di prosperità, di pace, di salvezza nel mondo moderno. Chi non sa che solo un cristianesimo autentico merita d’essere vissuto, e che, solo se vissuto in pienezza, esso acquista virtù di salute per la nostra umanità? Il che significa che di santi ha bisogno la Chiesa ed ha bisogno il mondo; e che pertanto la Nostra umile esortazione: siate santi! merita che voi la accogliate e la ripensiate; e merita che Noi la accompagniamo con la Nostra Apostolica Benedizione.


UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 14 luglio 1965

 

L'autorità della Chiesa è pastorale

Diletti Figli e Figlie!

Tema di queste brevi parole, che vogliono collegare l’udienza, subito finita, al filo di qualche pensiero meritevole di durare nella memoria e nella riflessione, è anche questa volta una delle impressioni più comuni, solite a sorgere nell’animo del visitatore, specialmente se questi è forestiero, o assiste per la prima volta all’incontro, che stiamo insieme godendo.

Quale impressione? L’impressione d’entrare in un ambiente estremamente disciplinato, assai esigente, dominato da un sistema complesso e intangibile d’autorità. Come quando un visitatore estraneo entra in un grande stabilimento moderno si sente meravigliato, intimidito, quasi sopraffatto dalle strutture e dal fervore ordinatissimo dell’attività, che lo circondano, così qui spesso il visitatore, pellegrino o turista che sia, avverte d’essere entrato in una specie di campo magnetico, attraversato da potenti correnti invisibili, che, senza togliergli la sua autonomia. personale, senza soffocare la sua libertà, anzi invitandola piuttosto e stimolandola a cosciente e spontaneo consenso, lo colloca in un ordine superiore, tutto pervaso da leggi ben chiare, alcune delle quali indiscutibili e inflessibili, quelle divine, e governato da autorità a cui è dovere obbedire.

Questa impressione d’autorità è resa più viva qui, al centro della Chiesa cattolica dove tutti i poteri gerarchici sono collegati, e dove il grado delle potestà ecclesiastiche è più alto. Donde possono sorgere due altre impressioni, fra loro contrarie: quella di contentezza e di sicurezza, propria di coloro che hanno la fortuna di essere e di apprezzare la comunione in cui vivono, d’appartenere cioè come membra vive ed organiche del Corpo mistico di Cristo, la Chiesa: qui meglio se ne avverte la compagine unitaria ed universale; qui si riconosce la sua funzionalità stabilita da Cristo, mediante la quale il fratello prescelto è reso strumento e canale dei doni divini per il fratello. L’altra impressione invece è di timore e di diffidenza, quasi che questo ordinamento gerarchico ed autoritario venga ad umiliare la personalità del gregario, e sia invenzione umana contraria all’eguaglianza fraterna, che deriva pur essa dalla dottrina del Vangelo.

Oggi poi tutti sanno come questo stato d’animo ostile al principio d’autorità sia molto diffuso, non solo nella società temporale, ma si manifesti in diversi settori della stessa vita cattolica. L’obbedienza, cioè il riconoscimento cordiale e pratico dell’autorità, è messa continuamente in questione, come contraria allo sviluppo della persona umana, come indegna di esseri liberi, maturi e adulti, come metodicamente sbagliata, quasi creasse spiriti deboli e passivi, e perpetuasse nei tempi moderni criteri sorpassati di rapporti sociali.

Vi è chi pensa essere meritorio affrontare il rischio della disobbedienza liberatrice, ed essere giuoco lodevole mettere l’autorità di fronte al fatto compiuto. E non mancano persone di ingegno che, forse senza dirlo apertamente, si illudono che si possa essere eccellenti, o almeno sufficienti cattolici rivendicando per sé un’assoluta autonomia di pensiero e d’azione, sottraendosi a qualsiasi rapporto, non solo di subordinazione, ma altresì di rispetto e di colleganza con chi nella Chiesa riveste funzioni di responsabilità e di direzione.

Quanto vasto sarebbe oggi, purtroppo, il campo di simili rilievi! Ma non intendiamo ora dire parole amare e polemiche. Come non intendiamo fare l’apologia della autorità. Voi, del resto, ne conoscete bene i titoli evangelici, da cui essa deriva; e sapete come essa vuol essere servizio di carità e di salvezza, non altro.

Per limitarci all’analisi della impressione sopra accennata d’essere giunti nel regno dell’autorità, risponderemo sinteticamente ad alcune domande, che ci sembrano sgorgare da quella stessa impressione. Ecco: è esatta tale impressione? Sì, è esatta. Qui l’autorità della Chiesa ha l’espressione più piena e più autentica. Ma ricordate: è difficile farsi un concetto esatto dell’autorità, di quella ecclesiastica specialmente. L’esperienza e la storia ce ne offrono delle immagini non sempre fedeli, non sempre felici. Bisogna approfondire l’idea della autorità della Chiesa, purificarla da forme che non le sono essenziali (anche se in date circostanze le sono state legittime, come il potere temporale, ad esempio), e ricondurla al suo originario e cristiano criterio.

Ci sentiamo domandare: non è servizio l’autorità della Chiesa? Certamente; lo dicevamo poc’anzi; Gesù l’ha detto: «Chi è superiore, diventi servitore» (Luc. 22, 26). Ma anche qui occorre intendere bene il pensiero del Maestro. Quale servizio è domandato a chi riveste funzioni di guida e di direzione? Un servizio che deve sottostare a coloro che sono serviti e deve essere responsabile di fronte ad essi? No; un servizio a vantaggio dei fratelli, ma non a loro soggetto; un servizio a cui Cristo affidò non uno strumento servile, ma un segno di padronanza, le Chiavi, cioè le potestà del regno dei cieli; e servizio responsabile solo davanti a Dio: «Qui autem iudicat me Dominus est», dice di sé San Paolo: chi solo mi può giudicare è il Signore (1 Cor. 4, 4).

Ma allora qual è l’immagine, che rappresenta il Superiore-servitore, non puramente mediatore fra la pluralità dei pareri della comunità, non puramente amministratore dei suoi immediati interessi, non soltanto testimonio della Parola di Dio; né tanto meno capo dispotico e insensibile alla dignità, ai bisogni e alle capacità dei fedeli, sia considerati come singoli, che collettivamente? Voi la ricordate questa immagine, piena di autorità e di dignità e insieme piena di bontà e di spirito di sacrificio: è quella del Pastore, che Cristo a se stesso attribuì (Io. 10, 11), e in Pietro con triplice precetto, volle si realizzasse (Io. 21, 16 ss.). L’autorità nella Chiesa è pastorale.

E ancora voi Ci chiederete: ma dunque un’autorità, così qualificata e destinata a fare dell’umanità un gregge solo (Io. 10, 16), dovrà tutti livellare e tutto uniformare, secondo un solo tipo concreto di fedeltà religiosa?
Vi risponderemo con una parola di San Gregorio Magno: «In una fide, nihil officit sanctae Ecclesiae consuetudo diversa»; quando la fede è unica, non nuoce alla Chiesa la diversità delle consuetudini! (Ep. lib. I, 43; P.L. 77, 497). L’unità nella Chiesa non è uniformità, se non di fede e di carità.

E basti ora così a tema di tanta ampiezza e gravità! Ma non senza che Noi, a Cui la Provvidenza ha voluto affidare la somma autorità nella Chiesa, non vi confidiamo fugacemente quanto siano pesanti queste chiavi, derivate dalle mani di Pietro alle Nostre deboli mani, quanto gravi a portare, quanto più gravi a manovrare!

Perciò, Figli e Figlie carissimi, abbiate compassione e comprensione di quanti fungono da Sacerdote, da Maestro o da Pastore nella Chiesa di Dio (cfr. Hebr. 13, 17); non vi pesi l’obbedienza e la collaborazione; vi rendano piuttosto fieri e lieti di giovare all’incremento del regno di Dio, e vi facciano partecipi dei suoi doni e dei suoi meriti; dei quali ora vuol essere pegno la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 luglio 1965

 

Essere veri discepoli della Chiesa insuperabile maestra

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita, Noi lo sappiamo, nasconde una tacita e filiale aspirazione, quella di scoprire qualche cosa dei pensieri del Papa. Sappiamo anche che non è difficile al vostro buon senso cattolico rintracciare molti Nostri pensieri, molti Nostri desideri. Se Noi infatti vi chiedessimo: provate a indovinare che cosa ora occupa maggiormente il Nostro animo, voi tutti forse rispondereste: il Concilio! la prossima quarta sessione del Concilio ecumenico vaticano secondo. Proprio così. Lo abbiamo Noi stessi annunciato la scorsa settimana, al Nostro arrivo a Castel Gandolfo. E non può essere altrimenti. Queste grandi riunioni mondiali del Concilio costituiscono avvenimenti molto importanti, sia per la vita della Chiesa, sia indirettamente per quella del mondo; tanto per oggi, e quanto ancor più per domani. La quantità e la natura dei temi da trattare, la loro gravità e complessità, non che il fatto che con questa Sessione si concluderà ufficialmente il Concilio e si apriranno i suoi immensi problemi successivi, riempiono il Nostro spirito di grande attenzione e di trepidante sollecitudine; ed è facile supporre l’impegno da Noi a ciò reclamato.

E Noi lasciamo che la vostra filiale curiosità Ci legga nel cuore le cure, lo studio, le apprensioni, le speranze d’un tale pensiero, sapete perché? per due ragioni.

La prima, tante volte ripetuta in questi anni, si è che il Concilio non dev’essere pensiero esclusivo del Papa e dei Vescovi, ma deve interessare tutto il Popolo di Dio, tutta la Chiesa; in modo assai diverso, ben si comprende, ma con comunione di sentimenti e con solidarietà di atteggiamenti pratici. Per il fatto che la comunità dei fedeli è recettiva delle verità della fede, che il magistero della Chiesa, custode e interprete della Rivelazione divina, le propone, e che poi essa stessa, la comunità dei fedeli, diventa custode e teste delle verità medesime, si produce negli animi dei buoni figli della Chiesa uno stato di attesa, di sospensione, di apertura e di fervore operativo, dal quale dipenderà, poi, in gran parte, il frutto del Concilio. Ed è questo atteggiamento spirituale il più giusto ed il più alto, che, tanto chi ha voce responsabile nel Concilio, come chi tale voce deve ascoltare e far propria, possa offrire al felice esito del Concilio, perché rende più facile e più feconda l’azione misteriosa dello Spirito Santo, nella guida, nell’animazione e nella santificazione del Corpo mistico di Cristo, ch’e la Chiesa, che siamo noi, quando siamo debitamente uniti a Cristo medesimo. Bisogna mettersi in stato di vigilanza spirituale, se vogliamo che il Concilio raggiunga i suoi fini e diventi un momento rinnovatore e decisivo della vita della Chiesa. Vigilanza, che vuol dire attenzione, vuol dire conoscenza, vuol dire fiducia. Vuol dire tensione, umiltà, capacità di accettare e di godere delle novità, che il Concilio ci può recare.

Non diremmo che sia altrettanto sintonizzato con la spiritualità del Concilio l’atteggiamento di coloro che prendono occasione dai problemi ch’esso solleva, e dalle discussioni ch’esso genera per eccitare in sé e in altri uno spirito d’inquietudine e di riformismo radicale, tanto nel campo dottrinale, che in quello disciplinare, come se il Concilio fosse l’occasione propizia per mettere in questione dogmi e leggi, che la Chiesa ha iscritto nelle tavole della sua fedeltà a Cristo Signore; e come se esso autorizzasse ogni privato giudizio a demolire il patrimonio della Chiesa di tutte le acquisizioni che la sua lunga storia e la sua convalidata esperienza le hanno procurato nel corso dei secoli.

Vorrebbero forse che la Chiesa tornasse bambina, dimenticando che Gesù ha paragonato il regno dei cieli ad un minuscolo seme che deve crescere e diventare pianta frondosa (Matth. 13, 31 ), e che ha preannunciato lo sviluppo per opera del Paraclito della dottrina da lui insegnata (Io. 14, 26 e, 16; 13)? vorrebbero che, per essere autentica, la vera Chiesa si contentasse di ciò ch’essi definiscono essenziale? si riducesse cioè a puro scheletro e rinunciasse ad essere corpo vivo, crescente ed operante, non ipotetico e idealizzato, ma reale ed umano nella vissuta esperienza della storia?

Così pure, per un altro verso, non diremo che siano buoni interpreti dell’ortodossia coloro che diffidano delle deliberazioni conciliari e che si riservano di accettare soltanto quelle che essi giudicano valide, quasi che sia lecito dubitare della loro autorità, e che l’ossequio alla parola del Concilio possa fermarsi là dove non esige alcun adattamento della propria mentalità, e dove si limita a confermarne la stabilità.

Non si pensa abbastanza che, quando la Chiesa Maestra tiene cattedra, bisogna tutti diventare discepoli.

Comprendete allora meglio anche la seconda ragione, per cui Noi siamo lieti di avere voi, quali rappresentanti di tutti i figli buoni e fedeli della santa Chiesa, partecipi delle Nostre apprensioni e delle Nostre speranze relativamente al Concilio; siamo lieti, perché come voi siete con Noi «in tribulatione patientes», siate anche «oratione instantes», come esorta San Paolo (Rom. 12, 12). Sì, bisogna riprendere, più fervorosi che mai, a pregare; a pregare per il buon esito del Concilio; ed è questa una collaborazione preziosa, che ogni fedele può offrire; e che Noi a ricordo di questo breve incontro, di cuore vi raccomandiamo: pregare per il Concilio.

Lo farete? Sicuri che, si, lo farete, vi ringraziamo e vi benediciamo.

 

Incontrando poi gli Insegnati di religione;

La preparazione degli Insegnanti di Religione nelle scuole, la loro qualificazione - come oggi si dice -, il loro perfezionamento sono finalità alle quali si sente interessato, per eminente responsabilità, il Nostro ministero di maestro e di pastore; ed alle quali sono state rivolte in questi ultimi decenni studi, aspirazioni, esperimenti, tentativi, attività che documentano come la Chiesa non sia stata insensibile al dovere e alla fortuna di offrire alla Scuola italiana un insegnamento religioso conforme alla dignità della Scuola stessa, all’eccellenza della materia insegnata ed ai bisogni della gioventù. Ma il compito è tale che non si fa torto ad alcuno, se dobbiamo riconoscere essere tuttora necessario dedicarvi cure nuove, più ampie, più sistematiche, più esigenti, e più pertinenti.

L’insegnamento religioso scolastico deve fare nuovi progressi, specialmente nell’attitudine di coloro che hanno la ventura di poterlo e di doverlo impartire. Lo esige, per non dir altro, la difficoltà stessa che tale insegnamento presenta. Non è da tutti saper insegnare come si conviene una Religione, come la nostra, straordinariamente ricca di storia, di dottrina, di rapporti con la vita; una Religione anzi che giustamente pretende d’identificarsi con la vita, nel senso di costituire le più intime, le più autorevoli, le più efficaci, le più benefiche, le più feconde ragioni informatrici dello spirito che le apre, come a soffro vitale, gioiosamente l’accesso.
Un vero insegnamento religioso non è il semplice studio d’un libro, non è la semplice esposizione della materia, non è un comune esercizio scolastico; anche se sobrio e delicatamente sensibile alle peculiari esigenze dell’ambiente in cui si svolge, l’insegnamento religioso deve tradurre qualche cosa della sua natura di messaggio della salvezza, qualche cosa della sua spirituale sicurezza, qualche cosa della sua incomparabile umanità, qualche cosa della sua ineffabile verità. Esige una speciale «ars docendi», una speciale pedagogia; a possedere la quale non basta la comune informazione, spesso approssimativa ed empirica, che può avere qualsiasi sacerdote o religioso, o qualsiasi laico religiosamente istruito.

Troppi elementi culturali, didattici e soprattutto morali sono necessari per dare al maestro di Religione il prestigio e l’efficacia che lo devono qualificare: non vi è forse pericolo che, mancando di tali specifici requisiti, l’insegnamento della Religione riesca non solo infruttuoso, ma talvolta perfino nocivo?

Il maestro di Religione è un testimone; guai se non lo fosse con i carismi del sapere, della virtù e anche dell’abilità didattica, i quali devono conferire virtù persuasiva alla sua parola, anzi alla sua stessa presenza nella Scuola!

Sono cose conosciute e ripetute. Ma non mai abbastanza, finché non sia formata una profonda coscienza della missione del maestro di Religione, non si sia formata una categoria di Insegnanti veramente competenti e votati a così alto e delicato ministero. Perciò è chiaro il merito dell’iniziativa che convoca ad un corso di vera pedagogia persone valenti, volonterose e già informate della «problematica» in questione, quali voi siete, ottimi e cari Insegnanti di Religione; ed è comprensibile l’augurio, pieno di trepidanti speranze, accompagnato da affettuose preghiere, che Noi formuliamo per il fortunato e fecondo successo del corso medesimo. Convalideremo poi questi voti con la Nostra Benedizione Apostolica.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)