00 8/2/2013 11:13 PM
[SM=g1740733] quando Paolo VI inaugurò il ciclo organizzato del "Mercoledì delle Udienze" volle inserire al termine la recita del CREDO, o letto  o cantato..... certo, la Preghiera del Pater Noster è ottima, va bene, ma effettivamente più che espressione della fede (visto che lo recitano anche i non cattolici) è una Preghiera di fraternità, mentre il Credo è una vera PROFESSIONE della fede che si professa..... perchè c'è stata questa modifica sotto Giovanni Paolo II? Qualcuno disse "perchè il Pater Noster E' PIU' BREVE ed unisce di più anche i NON cattolici"...... Non proferiamo alcun giudizio sulla scelta, certo è che non fu cosa buona...  e sarebbe stata un'ottima idea ripristinarlo almeno in questo Anno alla fede dedicato.... a meno che non si abbia avuto la prova che la maggioranza di coloro che vanno a queste Udienze non sono più in maggioranza "cattolici" ma "laici" per come si intende oggi, simpatizzanti del Papa, sì, ma non praticanti riguardo al Cristo e alla Chiesa!


UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 27 ottobre 1965

 

La Fede dona la sicurezza e la gioia della Verità

Diletti Figli e Figlie!

Al termine di questa udienza, come al solito, noi canteremo insieme il Credo. Questa professione della nostra fede cattolica, qui, sulla tomba di San Pietro, alla presenza del suo Successore, acquista un significato particolare, che Noi vorremmo da voi compreso e ricordato.

Quale significato? Quello di conforto appunto alla vostra fede. Questo conforto è proprio un dono spirituale, che il Nostro ministero vuol fare alle vostre anime, e che gli è caratteristico, come una prerogativa, come une funzione speciale della missione affidata dal Signore all’Apostolo, da Lui scelto ed abilitato per essere suo Vicario nel governo pastorale della Chiesa. Ricordate le parole dette da Cristo a S. Pietro durante l’ultima cena, che possiamo considerare come il rito familiare e sublime, che proclama l’inaugurazione del Nuovo Testamento? Gesù ebbe a dire in quella sera misteriosa e drammatica all’Apostolo Pietro: «Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli» (Luc. 22, 32).

Questo ufficio grande e difficile, ma insieme pieno di forza e di soavità spirituale, per chi lo esercita e per chi lo sperimenta, è oggi a Noi affidato. Ancora una volta il Signore compie nel mondo delle anime i suoi disegni con gli strumenti più umili e disadatti, prodigio nel prodigio dell’economia della salvezza. Ma così è. Dunque Noi vogliamo eseguire l’ordine dato da Cristo a Pietro: confermare i fratelli, cioè confortare in essi la loro fede, dare ad essi la chiarezza sul senso delle parole divine, e insieme quel senso di certezza che il Signore non volle che derivasse dall’evidenza accessibile alla nostra debole mente umana, ma provenisse dalla sua divina autorità; garanzia assoluta della verità delle parole stesse; la certezza della fede, raggiunta mediante l’assistenza, resa infallibile in certe supreme circostanze, del magistero apostolico. La fede, goduta nella sua sicurezza, professata nel suo atto religioso sublime di fiducia nella parola del Signore, innestata nel cielo dell’attività personale come principio di luce e di vigore, vissuta poi con confidente e coraggiosa semplicità, come stile di vita e come testimonianza a quel Regno di Dio a cui sono rivolti i nostri superiori destini, la fede diciamo, vorremmo anche in voi, cari Figli e visitatori, confermare e confortare.

Noi non sappiamo delle vostre condizioni spirituali; ma sappiamo di molti figli del nostro tempo, i quali subiscono una flessione nella sicurezza della loro fede; che cosa è? una tentazione, una debolezza, un’inquietudine, una sofferenza interiore? per alcuni un vuoto interiore, una cecità, uno smarrimento?
L’esame, anche sommario, di questi stati d’animo Ci porterebbe a fare un discorso senza fine, sulle loro cause, sulle loro espressioni, sulle loro conseguenze; esame lunghissimo, difficilissimo; ma anche utilissimo, se pensiamo che tutti oggi hanno qualche cognizione, dentro di sé, o relativamente ad altri di questo diminuito senso della fede, integra, semplice e forte, quale dev’essere quella d’un figlio fedele della Chiesa cattolica.

Non Ci inoltreremo ora in questo esame. Ma Ci limitiamo a rassicurarvi, in nome di quel divino Maestro che abbiamo la ventura di rappresentare, che la fede in Lui, ed in quanto la Chiesa su di Lui fondata c’insegna; merita, oggi non meno di ieri e di sempre, adesione piena e schietta; la verità, la sua verità è ferma e sicura, è specchio esatto, anche se a noi enigmatico, di realtà obbiettive e salutari; il tempo non muta, non deforma tale verità; se mai la collauda e la approfondisce; la storia non la corrode, né la consuma, non le cambia significato e valore; se mai la sviluppa e la applica saviamente a mutate circostanze; la scienza non la vanifica, ma quasi la ricerca e la implora; e la Chiesa, oh! certo, non la dimentica, ma la custodisce, la medita, la difende, la professa, e ne gode.

E se questo Nostro discorso, pur troppo breve, su tema di tanta ampiezza, può in voi corroborare il senso della fede e la sicurezza della sua verità, Noi pensiamo d’aver compiuto il Nostro ministero e d’aver procurato a voi un’esperienza della più alta felicità, quella che S. Agostino diceva: gaudium veritatis, la gioia della verità (cfr. Confession. 10, 23; P.L. 32, 793).

Così vi conceda il Signore con la Nostra Apostolica Benedizione.




ANGELUS

Domenica, 7 novembre 1965

   Avete saputo che abbiamo pubblicato una nuova Esortazione in vista della prossima conclusione del Concilio Ecumenico. Alcuni giornali non vi dànno grande risalto, ma Noi la giudichiamo importante, nel contesto di così grande avvenimento.

Desideriamo due cose: che questa conclusione sia circondata da nuove preghiere: la preghiera collettiva è come l’atmosfera spirituale in cui si maturano gli avvenimenti provvidenziali del regno di Dio.

E desideriamo che gli animi dei fedeli si dispongano a quel rinnovamento religioso e morale che i decreti del Concilio intendono promuovere.

Per questo Ci raccomandiamo a voi, figli carissimi: la vostra adesione alla Chiesa, il vostro proposito di vita cristiana, la vostra buona volontà nelle opere di bene segneranno i frutti del Concilio.

E perché siano davvero copiosi diciamo alla Madonna la nostra preghiera.



ANGELUS

Domenica, 14 novembre 1965

Oggi molti Vescovi del Concilio, forse cinquecento, sono andati a Firenze per partecipare alla celebrazione religiosa del centenario della nascita di Dante.

Noi vi siamo rappresentati dal Nostro Cardinale Segretario di Stato; e lo abbiamo incaricato di porre una croce d’oro sul battistero, nel «suo bel San Giovanni», come Dante lo qualificò, dove egli fu battezzato e diventò cristiano (come abbiamo fatto apporre un'altra croce sulla sua tomba a Ravenna, che ne era priva).

Vogliamo così onorare religiosamente il carattere cristiano e la fede cattolica del grande Poeta; e vogliamo incoraggiare il mondo delle lettere a ritrovare nei valori spirituali, nella nostra religione, specialmente, ch’è la vera espressione della vera vita, la vena migliore per l’arte del pensiero, della parola, della poesia e della cultura.

«La vita era la luce degli uomini» dice il Vangelo; e noi dobbiamo pregare che questa luce non venga meno, ma piuttosto risplenda nel regno della cultura e della letteratura moderna.

È molto importante; e una preghiera a questo fine Ci sembra bene collocata. Maria, la poetessa del Magnificat; Maria, tanto celebrata da Dante, ascolti la nostra preghiera




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)