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COSTUMI DEGLI ERETICI ANTICHI E MODERNI

 

 

     La sapienza e la giustizia, la fede ed i costumi, fin dalla venuta del Salvatore, distinsero i cattolici da tutte le sette. Queste stesse due cose sono quelle che principalmente separano i medesimi oggi nella Chiesa. Sempre ottimi uditori, la sapienza della Chiesa cattolica ebbe a combattere con la ignoranza degli eretici: sempre la verità con gli errori, la fede con la infedeltà: sempre la bontà, l'integrità, l'innocenza, il pudore, l'umiltà, la gravità della Chiesa venne in urto con le scelleratezze, con le corruttele, con le infamie, con la sfacciataggine, con l'arroganza, con la leggerezza degli eretici. Quanto alla fede, o piuttosto perfidia degli eretici antichi, l'abbiamo confrontata nel discorso precedente con le varie opinioni ed eresie, che in questo nostro calamitosissimo tempo si vanno spargendo per l'Europa. E, se non mi sbaglio, abbiamo messo in evidenza sufficientemente, che i settari non insegnano al presente niente, che la Chiesa, a giudizio di tutto il mondo, non abbia condannato mille anni fa nei loro primi ideatori, cioè in quegli eresiarchi bestemmiatori, i cui nomi appena sussistono oggi. In questo giorno, come abbiamo promesso, metteremo di fronte i costumi degli eretici antichi con i costumi degli eretici moderni. Così si paleserà per ogni parte la somiglianza: e nessuno potrà stare in forse, che questi nuovi eretici sono figliolanza del medesimo Satana, di cui furono figli già quegli antichi.

     Cominciamo da questi. Nulla ebbero di più comune gli eretici antichi, dell'odiare e perseguitare la Chiesa Romana e la fede Apostolica. E non fa meraviglia. Anche i ladri odiano il pretore e i giudici. Inoltre sa bene il demonio, dove sta il fondamento della Chiesa, dove è la rocca della religione, dalla quale derivano le fontane dell'acqua della sapienza celeste. Questa è la ragione, per la quale là diresse sempre esso le sue schiere, le sue armi, le sue macchine guerresche. Potremmo addurre molte testimonianze, se la brevità del tempo ce lo consentisse, e il caso lo richiedesse. Non posso, né voglio indugiarmi troppo. Mi accontenterò nel ragionare di ciascun punto, di servirmi di alcuni pochi testimoni, ma conosciuti a prova. Si faccia avanti il beatissimo e dottissimo Santo Agostino. Questi, nel libro secondo contro una lettera di Petiliani al capo quinto, parla così all'eretico Donatista: «Che cosa ti ha fatto la cattedra della Chiesa Romana, sulla quale sedé Pietro, e oggi siede Anastasio? Perché chiami cattedra di pestilenza la cattedra Apostolica? Forse a cagione degli uomini, dei quali pensi, che hanno sempre in bocca la legge, ma non la mettono in pratica: o forse che il Signore Gesù, a cagione dei Farisei, dei quali disse: "Dicono e non fanno" (Mt. 23 3), fece qualche torto alla cattedra, su cui sedevano? O non piuttosto raccomandò la cattedra di Mosè, e riprese essi, pur conservando l'onore della cattedra? Disse infatti: Siedono sulla cattedra di Mosè; fate quello che dicono: ma non vogliate fare quello che fanno essi; poiché dicono e non fanno. Se rifletteste a queste cose, non bestemmiereste la cattedra apostolica, con la quale non comunicate, per causa degli uomini; che voi infamate». A Sant'Agostino possiamo unire Sant'Ottato Milevitano, che nel libro contro Parmeniano, ci fa sapere con le seguenti parole: che i Donatisti erano nemici della cattedra Apostolica: «Leggiamo, che Pietro, nostro, sissignori, ricevette le chiavi salutari. Qual è dunque la ragione, che voi, Donatisti, vi sforzate di usurpare per voi le chiavi: mentre con le vostre audaci pretensioni militate sacrilegamente contro la cattedra di Pietro?». Sant'Ambrogio, nel discorso funebre per suo fratello Satiro. dice, parlando di lui: «Chiamò a sé un vescovo: ma gli domandò con istanza, se andasse d'accordo coi vescovi cattolici, e intendeva, con la Chiesa Romana; perché non credeva genuina altra grazia da quella infuori della vera fede». Dunque per Sant'Ambrogio erano vescovi cattolici quelli, che erano d'accordo con la Chiesa Romana: eretici quelli, che avevano un altro sentire. A questi tre aggiungiamo un Quarto testimonio: Girolamo gran santo. Di lui è quel famoso detto, conosciuto da tutti: «Chi sta unito con la cattedra di Pietro, è mio». Egli dunque, scrivendo il discorso funebre di Santa Marcella, parla di Sant'Atanasio e di S. Pietro suo successore. Afferma, che quei due tanto santi e tanto dotti patriarchi fuggirono l'eresia Ariana, e si recarono alla Chiesa Romana, come a sicurissimo porto della loro comunione. Da ciò facilmente intendiamo, quanto in quel tempo la Chiesa Romana e l'eresia Ariana erano in contraddizione, dal momento che i più fieri nemici degli Ariani si rifugiarono alla Chiesa Romana, come ad un accampamento opposto, o, seconda che parla S. Girolamo, come ad un tranquillissimo e sicurissimo porto.

     Or bene non c'è nessuno. che non veda, come gli eretici del nostro tempo perseguitino la Chiesa Romana con eguale odio ed anche maggiore. Berengario, primo padre dei Sacramentari, oltraggia la Chiesa Romana con vera contumelia, quando dice di Leone nono, tanto santo e venerando, e specchia della Chiesa di Dio, che «non era sommo PontefIce, ma pompefice e polpefice». Sono parole di Guilmundo, che fiorì e scrisse in quel tempo. Ora i Luterani e i Calvinisti e gli altri settari, verissimi eredi degli Ariani e dei Donatisti, non per altro motivo s'indussero a chiamarci papisti, se non perché noi stiamo attaccati alla sede apostolica con Sant'Atanasio, con Sant'Ambrogio, con S. Girolamo, con Sant'Agostino, con Sant'Ottato e con gli altri Santi Padri.

     Ma sapete, che cosa fanno tutti gli eretici con questo loro odio contro la Chiesa Romana? Nient'altro che farci intendere, quasi per un contrassegno certissimo, che proprio la Chiesa Romana è la vera Chiesa del vero Dio. Così infatti Sant'Agostino fece notare sapientemente nel libro primo del simbolo ai Catecumeni: «E' senza dubbio la vera Chiesa quella, che combatte contro tutti gli eretici. e che è assalita da tutte le eresie: ma non ne è espugnata. Essa è fondata sopra una pietra salda; non cade mai: le porte dell'inferno non passano prevalere contro di lei». Di più questo stesso rabbioso furore di tutti gli eretici contro di lei sola ci fa vedere, che questo contrassegno conviene ottimamente alla Chiesa Romana. Scorrete gli indici degli eretici, tanto antichi, quanto recenti: leggete un po’ bene le storie e i concili, e con evidente chiarezza vi persuaderete, che non sorse mai eresia, che dalla comunione della Chiesa Romana non si sia separata, e che non sia stata condannata dai Romani pontefici, o da 1oro stessi, o dai concili, ai quali presiedettero, o in persona o per mezzo dei loro legati.

    La Chiesa Romana, quasi saldissimo scoglio emerge sempre nel vastissimo oceano di questo mondo, e contro di essa cozzano e s'infrangono in ogni secolo i gonfi e spumeggianti flutti delle varie eresie, spinti dallo spirito di Satana. Cozza contro di lei l'eresia Simoniana, flutto immenso certo e orribilmente mugghiante: ma al primo cozzo si infrange. Cozza l'eresia Ariana: ma cozza e s'infrange. Cozza l'eresia Nestoriana: ma cozza e s'infrange. Cozza l'eresia Eutichiana, l'eresia Pelagiana e le altre eresie: ma tutte finalmente con gran fragore cozzano e s'infrangono al medesimo scoglio.

    Ond'è che quanto più fremono gli eretici contro questa Chiesa, tanto più gridano ai savi intelligenti che è essa la vera Chiesa, e insieme ci spingono maggiormente e ci costringono di andare ad essa, sì da dire con Sant'Agostino: «Esiteremo noi di nasconderci nel grembo della Chiesa? Essa ha ottenuto dalla sede apostolica per mezzo della successione dei vescovi il colmo della maestà. Ciò confessa perfino il genere umano. Senza pro le abbaiano intorno gli eretici». Ma veniamo oramai ad altri costumi degli eretici.

    Fu comune a tutti gli eretici l'appellarsi dalle Tradizioni, dai Concili, dai Padri alle Scritture: e quindi il voler ammettere solo la parola di Dio scritta. Così fecero Valentino e Marcione, eretici antichissimi secondo la testimonianza di Santo Ireneo nel libro terzo contro le eresie, e di Tertulliano nel libro delle Prescrizioni degli eretici. Così Ario ed Aerio, come attesta Sant'Epifanio nelle eresie di loro due. Così Nestorio, Eutiche, Dioscoro e gli Iconomachi. Ne abbiamo la testimonianza di Basilio di Ancira, il cui discorso è inserito per iscritto nel settimo concilio generale. Ma udiamo le parole stesse di uno dei primi satrapi degli Ariani. Quando le avremo udite, ci parrà di aver udito non tanto quell'Ariano antico, quanto qualche nuovo Luterano. Sant'Agostino dunque, nel libro primo contro Massimino, introduce a parlare e a gettare il fondamento della sua dottrina Massimino stesso, vescovo degli Ariani. «Massimino dice: Se metterai fuori qualche cosa dalle Scritture, che è comune a tutti, è necessario che ascoltiamo. Ma queste voci, che sono fuori delle Scritture, in niun caso si ammettono da noi. Il Signore stesso ci ammonisce e ci dice: Senza ragione mi onorano, insegnando dottrine e comandamenti di uomini» (Mc 7, 7). Così egli. E Lutero non disse tante e tante volte queste stesse parole? Non sono esse le stesse oggi e non furono sempre di tutti i settari? Al sorgere la setta di Lutero, non si scriveva in Germania a grandi caratteri: «La parola di Dio rimane in eterno?».

     Sebbene, sono stolti e ridicoli tutti gli eretici, mentre vogliono legare la parola di Dio alle sole Scritture, e tutto ciò, che non è scritto, chiamano essi, non parola di Dio, ma comandi e precetti di uomini. Come se le genti barbare, alle quali fu predicato il Vangelo, senza che esse avessero mai visto le Scritture. non abbiano avuto la parola di Dio. Di costoro Santo Ireneo, nel libro terzo contro le eresie al capo quarto, dice così: «E che? Se neppure gli apostoli ci avessero lasciate le Scritture, non si sarebbe dovuto seguire l'ordine della tradizione, che essi consegnarono a quelli, ai quali commettevano le chiese? A questa tradizione danno il loro assenso molte genti barbare, che credono in Cristo, e per opera di Cristo tengono scritta nel loro cuore la salvezza senza alcun carattere od inchiostro, e custodiscono con cautela la tradizione antica. Or se alcuno annunziasse ad essi quelle cose, che sono state inventate dagli eretici, e parlasse secondo il loro modo di parlare, subito si turerebbero le orecchie e fuggirebbero più che lontano; perché non sopporterebbero nemmeno di udire un discorso blasfemo». Ecco il valore che ha la tradizione! Essa non può essere e, adulterata, come la parola scritta.

     Che diremo se, come fa notare il grande s. Basilio, dovessimo ripudiare le tradizioni, dovremmo ripudiare necessariamente anche le Scritture? Infatti non in altro modo, che per via di tradizione, sappiamo quali Scritture siano le vere, quale Vangelo sia il vero, quali lettere degli Apostoli siano le vere. Come va, che ammettiamo la lettera ai Romani, e non ammettiamo la lettera a quelli di Laodicea, benché sussista tuttora l'una e l'altra, e l'Apostolo nella lettera a quei di Colossi fa menzione di una lettera a quei di Laodicea: mentre della lettera ai Romani non fa mai menzione? Certo, o tutte le scritture sono da rigettare, o sono da accettare tutte le scritture apocrife, o bisogna ricorrere alla tradizione non scritta. Udiamo il grande S. Basilio, al capo 27 della Spirito Santo: «Dei dogmi, che si conservano, e si predicano nella Chiesa, parte li riceviamo dalla dottrina scritta, parte li abbiamo dalla tradizione degli Apostoli, arrivataci misteriosamente. Tutte e due hanno uguale valore per la religione. Non contraddice ad esse, chiunque abbia almeno una piccola pratica delle leggi ecclesiastiche. Se tentassimo di rigettare le consuetudini non uscite per iscritto, come se non avessero gran valore, senza giudizio recheremmo danno anche ad alcune parti dello stesso vangelo.».

     Poi S. Basilio conta alcune tradizioni, e mette quelle stesse, che gli eretici del nostro tempo vorrebbero, con mostruosa menzogna, essere state inventate ieri o ieri l'altro: per esempio il segnarci con la croce, il benedire l'acqua, similmente il benedire l'olio, il rinunciare al diavolo e ai suoi angeli quando stiamo per ricevere il battesimo, il venir immersi tre volte nel sacro fonte, l'essere unti col sacro crisma dopo il battesimo, il pregare in ginocchio, il mostrare al popolo la santissima Eucarestia nella  santa Messa e l'adorarla con certe parole, il passare in letizia spirituale 50 giorni dopo la Pasqua, il fabbricare le chiese e gli oratori verso oriente. Queste ed altre tali cose afferma il grande S. Basilio, essere non invenzioni nuove, come delirano gli eretici, ma tradizioni antiche. Così anche, per testimonianza di Tertulliano, nel libro della corona dei soldati, sono tradizioni apostoliche l'offrire il santo sacrificio (della messa) per i defunti, il non digiunare la Domenica, l'aver somma avvertenza, che il corpo del Signore non cada in terra. Che osserviamo una sola quaresima, è tradizione apostolica per testimonianza di San Girolamo nella lettera a Marcello intorno agli errori di Montano. E se veneriamo la croce, e le immagini di Cristo e dei Santi, è tradizione apostolica, e lo testifica S. Giovanni Damasceno nel libro quarto della fede al capo terzo. Lo stesso potremmo far vedere delle altre osservanze della Chiesa cattolica. Di qui vedete, chi sono quelli, che in questo tempo si accordano con gli antichi eretici nel temere e ripudiare le tradizioni: e chi sono quelli, che con gli antichi cattolici ammettono le tradizioni e le venerano.

     In terzo luogo fu comune agli antichi eretici ammettere quei soli libri della divina Scrittura, che non facevano contro la loro eresia, e guastare destramente quegli stessi. Questa fu sempre una delle scaltrezze del diavolo. In prima persuase gli eretici ad accogliere, come parola di Dio, le sole Scritture: e in questo modo tolse loro una gran parte della dottrina sana. Poi li indusse a tagliar via dal corpo delle sacre Scritture, ora un libro, ora un altro: e così tolse loro un'altra parte della parola di Dio. Li persuase infine, allo scopo di difendere comodamente le loro opinioni, a guastare senza alcuno scrupolò in vari luoghi quegli stessi libri che abbracciavano: e in tal guisa finalmente il diavolo lasciò il solo e nudo nome di parola di Dio a loro, che tanto si vantavano della parola di Dio. E con tutto questo essi non capiscono tali cose. Continuano a folleggiare da furiosi per loro rovina, e a precipitare se stessi e molti altri là, dove li spinge lo spirito dell'inganno e della menzogna. Che le cose stiano così, si può dimostrare senza alcuna difficoltà. Santo Agostino. nell'opera delle eresie al cap. 21 e 46, ci assicura, che i Cordoniti e i Manichei avevano rigettato tutto il Testamento vecchio. Sant'Ireneo, nel lib. 4° contro Valentino, ci assicura che gli Ebioniti ammettevano dei quattro Evangeli il solo S. Matteo, i Marcioniti invece il solo S. Luca. Eusebio, al libro quarto delle Storie ecclesiastiche, ci fa sicuri, che i Severiani avevano ripudiato gli Atti degli Apostoli e tutte le lettere di S. Paolo. Finalmente Sant'Agostino, nel capo 40 del discorso di Gesù sul monte, c'informa, che gli Alogiani avevano dato un addio al Vangelo secondo S. Giovanni e all'Apocalisse.

      Confermeremo non con altra testimonianza, che con quella di Lutero stesso, che egli batté la stessa strada, e che la insegnò ai suoi scolari. Anzitutto in un discorso intorno a Mosè, che si dice, tenesse a Vittemberga l'anno 1526, si portò così dissennatamente contro il Vecchio Testamento, che non vuole ammettere neppure i dieci comandamenti: e con argomenti del tutto ridicoli si sforza di provare, che Mosè non ci riguarda punto. Sicché, chi legge quel discorso, crede che parli non un cristiano, ma o non so qual Turco, a un Cerdone, o un Manicheo. Poi nella prefazione al Nuovo Testamento non cura, anzi disprezza i Vangeli di San Marco, di San Matteo e di San Luca in tal maniera, che è un fatto meraviglioso. Avverte in prima, che dobbiamo abolire la falsa idea, che gli Evangeli siano quattro. Indi aggiunge, che l'Evangelo di S. Giovanni è l'unico, bello, vero, e principale vangelo, e da preferirsi di gran lunga agli altri tre. Così che anche le lettere di S. Pietro e di S. Paolo sono superiori a quei tre vangeli di S. Matteo. S. Marco e S. Luca. Che bestemmia  è questa, uditori? Non vi pare, che ripudi molto apertamente tre Evangeli? Chi oppone il Vangelo, di S. Giovanni agli altri tre, e quando afferma, che quello ora è l'unico, il bello e il vero; non insegna egli insieme, che gli altri tre né sono belli, né veri e neppure Evangeli? Non basta. Nel discorso del Fariseo e del pubblicano apertamente prende in giro San Luca, e lo biasima, perché da per tutto fa sentire l'eco delle opere. E che vi pare? Chiaramente e senza sottintesi tolse ai suoi Luterani i libri dei Maccabei, la lettera agli Ebrei, la lettera di San Giacomo, la seconda di S. Pietro, la seconda di S. Giovanni. Quegli stessi libri, che ha loro lasciato, li ha conciati in mille modi. Eccovi a quali e quante strettezze hanno essi ridotto la parola di Dio! Eppure non hanno altro in bocca che: Parola di Dio, parola di Dio.

     Non così la Chiesa di Dio vivo non così: ma fin dal principio ricevette tutto intiero il canone della sacra Scrittura, ella conserva fino a questo giorno. Quello stesso numero di libri santi, che mille anni fa vediamo, essere stato ammesso dalla Chiesa nel concilio terzo di Cartagine, anche ai nostri dì è stato ammesso nel concilio di Trento, e non molto prima in quello di Firenze.

    In quarto luogo, uditori, fu molto comune agli eretici antichi e specialmente ai Donatisti e agli Ariani, ciò che ai nostri Luterani e Calvinisti fu sempre ed è comune, e che noi abbiamo non udito, ma veduto, non letto, ma provato. Che cosa? L'eccitare sedizioni, il rovesciare altari, insozzare i sacramenti, vendere i calici, uccidere i sacerdoti, spogliare le chiese. Udite ciò, che dice il grande Atanasio nella storia della vita e delle opere del grande Sant'Antonio:  «Due anni dopo si sferrò la crudele pazzia degli Ariani. Allora ci furono rapine di chiese, allora profanazione di vasi sacri, allora con le mani lorde dei pagani furono insozzati i sacri misteri. Ahi scelleratezza! Rabbrividisce l'anima al ridire le cose che furono fatte. Fu tolto il pudore alle vergini e alle matrone: il sangue delle pecore di Cristo, versato nel tempio, bagnò i venerandi altari!». Così Sant'Atanasio. Ma egli riferisce, atrocità simili ed anche maggiori nella apologia della sua fuga. Teodoreto poi, nel libro quarto delle Storie, rapporta, che gli Ariani oltre alle stragi aggiunsero la vergogna alla crudeltà. Mandavano nella chiesa stessa al pulpito qualcuno tutto nudo. Ivi costui esortava alla impudicizia più svergognata. Pareva quindi, che, quale oratore di Venere, parlasse alle meretrici in un lupanare, anziché in una chiesa. Ascoltate ora ciò, che dice degli stessi Ariani S. Vittore al principio del libro primo della Persecuzione Vandalica: «Incrudelivano nelle chiese, nelle basiliche, nei cimiteri e nei monasteri ancor più scelleratamente. Deh quanti illustri pontefici e nobili sacerdoti furono allora spenti con diverse sorta di strazi, acciocché consegnassero, se ne avessero, l'oro e l'argento loro proprio o quello della chiesa. E affinché consegnassero più facilmente queste cose, finché ce n'erano, con la spinta delle pene, di nuovo costringevano gli offerenti con crudeli tormenti, pensando, che fosse stata offerta una parte e non tutta. E quanto più davano, tanto più credevano, che qualcuno ne avesse. Ad alcuni, per aver confessato di avere del denaro, aprivano la bocca con leve di legno, e cacciavano nella gola della lordura fetente. Altri erano tormentati alla fronte e alle tibie, torcendole, fino a far scricchiolare i nervi. A molti davano senza compassione da bere acqua di mare, ad altri aceto, morchia, grassume liquefatta e molte altre crudeltà. Quei cuori duri non si sentivano rammollire, né dal sesso più debole, né dalla stima della nobiltà, né dalla riverenza al sacerdozio. Anzi si accresceva l'ira furibonda, dove scorgevano onoratezza. Il barbaro furore strappava perfino i bambini dal petto delle madri e scaraventavano in terra l'innocente infanzia. Altri, tenendo un pargoletto per i piedini te lo squartavano addirittura dal meato naturale fino al vertice del capo». E un po’ più sotto dice: «Nel tempo, in cui si davano i sacramenti al popolo di Dio, entrarono gli Ariani con grandissimo furore, sparsero sul pavimento il Corpo e il Sangue di Cristo, e li calpestarono cogli immondi piedi». Tanto ci racconta S. Vittore. I suoi tre libri della Persecuzione dei Vandali non contengono quasi altro, che crudeli ed orribili delitti degli Ariani. Essi veramente dicevano di combattere per la fede: ma frattanto in realtà combattevano per l’oro, per il denaro, per appagare le loro basse passioni.

     I Calvinisti imitano la fede degli Ariani, come abbiamo fatto capire nel discorso precedente. Se ne imitino anche i costumi, i fatti gridano alto. Ma prima due parole dei Donatisti. Sentite che cosa dice dell'empietà dei Donatisti Sant'Ottato, nel libro sesto contro Parmeniano: «Che cosa: è l'altare, se non la sede del Corpo e del Sangue di Cristo? Ebbene, tutte queste cose sono state o rase, o rotte. o portate via dal furore di costoro. E questa mostruosa scelleraggine venne raddoppiata, quando faceste in pezzi i calici, in cui suol essere il sangue di Cristo. Della materia dei calici faceste una, massa, e così vi procacciaste una merce per un empio traffico: e per questo traffico non voleste nemmeno fare una scelta fra i compratori. Ma, sacrileghi come siete, vendeste il tutto a caso. Comprarono una tal merce a loro uso forse, sordide megere: la comprarono i pagani, da farne vasi, in cui accendere il fuoco ai loro idoli. O enorme scelleratezza! O delitto non più udito! Togliere a Dio, per dare agli idoli: rubare a Cristo ciò, che debba servire per un sacrilegio!». Ma udiamo ciò, che dice dei medesimi Donatisti Sant'Agostino. nel salmo decimo: «O dirai forse ciò che è scritto: Dalle loro opere li conoscerete? Vedo sì le meravigliose gesta e le violenze quotidiane dei Circumcellioni sotto la guida di vescovi e di preti volare qua e là d'ogni intorno, e darsi il nome di terribili bastoni d'Israele». Lo stesso Santo Agostino, nella lettera cinquantesima al conte Bonifacio, dice: «Taccio le crudelissime uccisioni e le depredazioni delle case con notturne aggressioni ed incendi non solo di abitazioni private, ma anche di Chiese, nelle cui fiamme non mancarono di quelli, che gettarono i libri del Signore». E prima aveva detto: «Irruppero con orrendo impeto all'altare, e con crudele furore percossero spietatamente il vescovo di Vaga con bastoni e simili armi, ed anzi con i legni dell'altare fracassato, e lo colpirono anche di pugnale».

     Avete udito quello, che gli eretici antichi fecero anticamente, e come col pretesto del Vangelo e della religione insozzarono in modo nefando le chiese e le devastarono. Ora non vi pare, che tutte queste belle imprese, cambiando solo i nomi, corrispondano ai novatori; sì che par che quelli si possano dire antichi Luterani  e Calvinisti, e questi nuovi Ariani e Donatisti? Non asserì una volta seriamente Lutero, che indole del Vangelo è di muovere guerre e sedizioni? E coll'occasione delle sedizioni Luterane non abbiamo noi perduto il fiorentissimo regno d'Ungheria, e tanto necessario alla repubblica cristiana? Non furono forse le occasioni delle stesse sedizioni, che attirarono fino a Vienna l'imperatore dei Turchi, con un innumerevole esercito, e lo misero in grande speranza di occupare tutta l'Europa? In Germania non restarono uccisi in brevissimo tempo più di centomila, contadini per le sedizioni Luterane? Non furono molestati, derubati, abbattuti in tutta la Germania e monasteri e castelli; sì che nella sola Franconia alcuni ne contarono circa trecento? E non va per le bocche di tutti il motto: «Il Vangelo vuol sangue?». Il Vangelo di Zuinglio sanguinario, chi non sa? ha empito di uccisioni e di sangue tutto il territorio della Svizzera.

    Ma veniamo alla Francia. Chi può negare, che dieci anni fa, nella stessa città di Parigi, scellerati Calvinisti andavano gridando per le strade, tutti furore, con le spade sguainate:  Evangelo. Evangelo? Quanti santuari, quanti monasteri, quanti villaggi, quante città spogliarono e saccheggiarono i Calvinisti! In quanti luoghi rovesciarono gli altari, rapirono i sacri calici, stracciarono le immagini sacre, dispersero le reliquie dei santi! E di quali santi? Dei più illustri, dei più grandi! Di Sant'Ireneo, di S. Martino, di Sant'Ilario, e le bruciarono e le gettarono o nell'acqua, o nelle cloache. Sparsero per terra i sacramenti celesti, li pestarono coi piedi, li gettarono agli uccelli, li colpirono con le palle dei fucili. Ma che diremo delle orrende uccisioni, e più orrende della stessa crudeltà, che fecero in innumerevoli 1uaghi, o per dar prova di forza, o per estorcere danaro, o per pigliarsi diletto? Non hanno anch'essi diviso per metà i bambini, come già fecero gli Ariani? Non tolsero ai sacerdoti la pelle dalla faccia? Non spaccarono loro la testa in due parti con un colpo? Non portarono come collane le orecchie degli ecclesiastici? Non tirarono fuori ad alcuni ancor vivi adagia adagio e sotto i loro occhi le viscere? non colpirono molti, legati ad un palo, con le bombarde così per divertimento? Non gettarono molti nei pozzi? Non seppellirono anche alcuni vivi? In una città del «La Maine» non tagliarono ad un prete le parti che si nascondono, costringendolo a divorarsele? E poi? E poi non aprirono a viva forza il ventre, per vedere, se il corpo umano digerisce un tal cibo? Vicino a Orleans alcuni ingenui fanciulli, per paura dei Calvinisti, stavano nascosti nel campanile di una chiesa. Gli empissimi Calvinisti li bruciarono insieme con la chiesa. Alcuni erano riusciti a fuggire per una finestra. Ma furono agguantati e gettati nelle fiamme. Tutte queste scelleratezze, e molte più hanno ancor oggi testimoni vivi e oculari. E non superano forse  ogni crudeltà dei barbari tiranni, delle belve feroci, ed anche perfino dei demoni? Leggete tutti gli annali di quanti furono mai tiranni, ed anche tutte le imprese più crudeli dei barbari e degli eretici, e parimente le favole tragiche inventate dai poeti, che essi immaginarono per spaventare gli uomini: visitate le spelonche e gli antri delle tigri, degli orsi, dei leoni; non troverete certo mai tali esempi di crudeltà, né tra gli uomini, né tra le fiere, né fra gli stessi demoni dell'inferno. Sicché ormai mi paiono migliori e più umani dei Calvinisti gli antropofagi, le tigri ed anche i demoni; tanto io son lungi dall'attribuire loro pur una briciola di religione divina, o di pietà cristiana. E non crediate mica, che i Calvinisti siano sazi di uccisioni. Non sono ancor due anni, che quaranta miei confratelli insieme, e poi dopo alcuni mesi altri quindici o sedici della medesima nostra Compagnia, furono presi in viaggio tra il Portogallo e il Brasile. E perché navigavano a scopo di propagare la fede cristiana furono finiti con molte ferite e gettati nel mare, sicché morissero di doppia morte, provando il ferro e l'acqua. Degli Anabattisti non dirò nulla. Quella sola storia tragica di Munster, e che tutti conoscono, ci capacita abbastanza, che gli Anabattisti, se si permettesse loro una volta di alzare la testa, sarebbero dieci volte più selvaggi e crudeli dei Calvinisti.

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)