00 9/2/2013 10:30 AM

CATTOLICITÀ E PERENNITÀ DELLA CHIESA

 

 

    Sono certo, ottimi uditori, che apporteranno grande aiuto, per confermare la vera e antica fede, gli argomenti, che nel discorso d'oggi, coll'aiuto di Dio, sono da trattare e spiegare; se si spiegheranno con ogni accuratezza. Nel precedente discorso abbiamo dimostrato che la nostra cattolica ed ortodossa religione è antichissima. Segue che con ordine retto ragioniamo intorno alla ampiezza e saldezza della medesima. Questi due argomenti sono soprattutto potentemente efficaci per respingere tutte le profane novità degli eretici, e per ritenere nel primitivo stato ed onore l'antica fede e la sacrosanta religione.

    E primieramente la conversione di tutto il mondo è per molti un argomento invincibilissimo e che meritamente reca somma ammirazione e stupore. Stupisce, che una così innumerevole moltitudine di uomini di tutte le genti, di tutte le età, di tutte le condizioni, poveri e ricchi, nobili e plebei. dotti e ignoranti, uomini e donne, giovani e vecchi, si siano convertiti con tanta prestezza e facilità. Che inoltre alla predicazione di uomini sconosciuti, poveri ed abietti, e non gran che eloquenti, abbiano rinnegato le antiche leggi e i riti dei loro antenati. Terza, che abbiano accolto con tanta alacrità e devozione la legge di Cristo, legge contraria alla carne e al sangue, legge che contiene misteri che superano ogni capacità intellettuale, legge che non promette in questo mondo altro che croci e tribolazioni. Quarto, che non solo l'hanno accolta, ma l'hanno accolta così, che preferirono mille volte essere tormentati e morire, e versare tutto il loro sangue, anziché abbandonare una tal legge da loro una volta accolta. Che infine sia avvenuto proprio così, come i Profeti avevano prima predetto. E per non citare altri, Davide disse: «Lo adoreranno tutti i re della terra, e le genti tutte a lui saranno serve» (Ps. 71, 11): e più sotto: «Ei signoreggerà da un mare fino all'altro mare: e dal fiume fino alle estremità del mondo»: e altrove: «Chiedimi, e io ti darò in tua eredità le genti» (Ps, 2, 8). Di questo fatto si mostrò al mondo una chiarissima figura il dì della Pentecoste. Allora in una stessa e medesima casa, che era figura di tutta la chiesa, Dio era lodato dai fedeli con le lingue di tutte le genti. Non solo, ma anche quando per la prima volta gli apostoli si diedero a promulgare la legge evangelica nella città di Gerusalemme, v'erano radunati contemporaneamente Parti, Medi ed Elamiti, e abitatori della Mesopotamia e della Giudea e della Cappadonia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e della Libia, ed anche Romani, Arabi, Cretesi e, in una parola, uomini di ogni nazione, che vivono sotto il cielo. Ciò non significava altro, che l'universalità ed ampiezza della Chiesa. Davvero, chi da questo argomento non si persuade che la legge cristiana è la legge del vero e onnipotente Iddio; non vedo in che maniera non debba stimarsi, che manchi di ragione e di intelligenza.

      Se i filosofi e gl'inventori delle eresie arrivassero ad attirare molti ai loro errori, non dovrebbe parer meraviglia. Essi non insegnano nulla, che oltrepassi la ragione: nulla comandano, che non si possa fare facilmente. Insomma le loro sette sono strade larghe, e non hanno strettezze, né nelle cose da credere, né in quelle da praticare. Ma chi poté, se non Dio, persuadere, che una sola e medesima natura esista in tre persone, che un uomo sospeso su un patibolo sia Dio, che una vergine abbia concepito e partorito senza lesione della verginità, che tutti gli uomini risorgeranno nella loro propria carne, anche quelli che saranno stati inceneriti da incendio o divorati dalle belve? Che inoltre si devono amare i nemici, non rendere male per male, sopportare le calamità, perdonare le ingiurie, disprezzare gli onori, ed altre tali dottrine altissime e sottilissime? Onde Sant'Agostino, nel libro contro la lettera di Manicheo, che si chiama del fondamento, dice: «Chi, se non Dio, potrebbe indurre una sì gran moltitudine ad una legge contraria alla carne e al sangue?». E nel libro 22 della Città di Dio fa vedere chiaramente, come è certamente gravoso e quasi incredibile, che i morti risorgeranno: ma non meno incredibile, che quasi tutto il mondo abbia creduto una cosa tanto incredibile: anzi, il più incredibile di tutto, che di ciò fu persuaso il mondo non da filosofi eloquentissimi e sapientissimi, né in molte centinaia di anni, bensì da umili pescatori e in pochissimi anni. Dunque chi può essere, fuori di Dio, la causa per cui, in brevissimo tempo, ammutolirono in tutta la terra gli oracoli, come se fossero stati ostruiti con pietre. cessarono i culti e i sacrifizi ai demoni, e quasi tutti gli nomini accolsero la legge contraria alla carne e al sangue? 

     Leggete il libro di Sant'Atanasio intorno alla umiltà del Verbo, o almeno il discorso di Teodoreto ai Greci intorno alle leggi. Ivi vedrete, con quanti sforzi sommi filosofi di eccellentissimo ingegno e somma eloquenza, quanto poco ci cavarono. A stento c’è qualcuno di loro, che abbia potuto attirare alle sue leggi almeno pochi dei vicini. «Ma ora». dice Teodoreto «quei pescatori e quel cucitore di tende, portarono la legge evangelica a tutte le nazioni, e persuasero ad accettare la legge del Crocifisso non solo i Romani e quelli che vivono sotto i Romani: ma anche gli Sciti e i Sauromati e gl'Indiani: inoltre gli Etiopi, i Persiani, i Siri, gl'Ircani, i Britanni, i Cimmeri, i Germani, e, per dirla in una volta, ogni razza di uomini». E questo non è mica una amplificazione di Teodoreto, o uditori. Anche San Leone, testimonio degnissimo di fede. nel discorso della natività dei Santi Pietro e Paolo, rivolge il discorso alla città di Roma e dice: «In grazia della sede di S. Pietro, sei divenuta capitale del mondo. La tua sovranità si stende più, che non la signoria terrena. Quantunque cresciuta per le molte vittorie tu abbia disteso il diritto del tuo impero per terra e per mare: tuttavia è meno ciò che, ti ha soggettato il valore guerresco, che ciò che ti ha assoggettato la pace di Cristo». Da ciò si ricava, che al tempo di S. Leone: era maggiore il mondo cristiano, che il mondo Romano: e che più popoli ubbidivano al Pontefice Romano, che all'Imperatore Romano. Ed è cosa ancor maggiore quella che dice Sant'Ireneo martire, che fu vicinissimo ai tempi apostolici. Dice così: «Dacché la Chiesa, disseminata per tutto il mondo, ha ricevuto questa, fede, diligentemente la custodisce, quasi che abitasse una casa sola e crede similmente, quasi avesse un'anima sola e un cuor solo: e costantemente la predica, la insegna, la trasmette, quasi possedesse una bocca sola. Né credono diversamente le Chiese che furono fondate nella Germania, né quelle che nella Spagna, o nella Francia, o nell'Oriente, o nell'Occidente, o nell'Egitto, o nella Libia, o in quelle che sono poste in mezzo al mondo.

Ma come il sole è uno stesso per ogni creatura di Dio in tutto il mondo; così il lume e la predicazione della verità da per tutto manda luce e illumina tutti gli uomini, che vogliono venire alla conoscenza della verità» (Iren. l, 1. contra haeres. c. 3). Tanto Santo Ireneo. Che dire, se perfino già al tempo degli apostoli il Vangelo splendeva quasi in tutto il mondo? E l'apostolo S. Paolo, che, scrivendo alla Chiesa di Colossi, dice: «Se però perseverate ben fondati e saldi nella fede, e immobili nella speranza del Vangelo ascoltato da voi e predicato a tutte quante le creature, che sono sotto il cielo» (Col 1, 23). E' provata dunque la grande prestezza e il grande miracolo, con cui si è diffusa per tutta la terra la Religione santa, e come ha collegato genti diversissime per lingue, costumi o paesi, con pace sì grande, che parrebbe avessero un sol cuore, una sola bocca, un'anima sola. 

    Quale eresia mai, pur predicando cose facili e credibili, e accarezzando la carne e il sangue, e puntellata dalla protezione di principi e d'imperatori, ebbe tali successi? Quale mai occupò, non dico tutto il mondo, ma un'intera provincia? I Valentiniani e i Marcioniti erano cresciuti sì in gran numero, ma, secondo la testimonianza di Sant'Ireneo. appena appena due o tre dicevano la stessa cosa intorno allo stesso argomento. Gli Ariani avevano infettato quasi tutto il mondo: ma che? neppure essi parlavano allo stesso modo delle medesime cose. Non appena fu nata l'eresia Ariana, che andò divisa in varie sette dissenzienti. Altro dicevano intorno agli altissimi misteri della nostra fede gli Acazriani, altro gli Eunomiani, altro i Macedoniani. Con tutto ciò ognuno riconosceva per loro padre uno stesso Ario. La empietà Maomettana ha ingoiato gran parte dell'Africa e dell'Asia: ma anch'essa, oltre che si racconta, che fin dal principio si trovò divisa in più di settanta varie sette, ha forse occupato l'Italia, la Francia, la Germania, e gli altri paesi del mondo cristiano, come la Chiesa cattolica di Cristo occupò l'Oriente e il Mezzogiorno, e in parte lo tiene anche al presente? Gli eretici del nostro tempo quando hanno veduto l'Asia e l'Africa? Quando si è udito il nome di Lutero o di Calvino nell'Egitto, nella Libia, nell'Arabia. nell'Etiopia, nella Persia? E in questo angolo della terra, dove hanno posto il loro nido, non sono essi forse divisi tra loro così, che a mala pena si trovano due, che si accordino in tutto a vicenda? Non potremmo noi dir loro con Sant'Agostino: «Nessuno dubita, che voi così pochi, così turbolenti, così nuovi, non portate cosa alcuna degna di autorità» (Aug. de utii, cred. c. 14).
Non c'è dunque, né ci fu una qualche congregazione di uomini che affermasse e sentisse la stessa cosa, che onorasse il medesimo Dio con gli stessi riti e con le stesse cerimonie, e che abbia occupata tutta la terra; tranne la vera ed ortodossa Chiesa di Cristo. Essa sola con pieno diritto si è sempre acquistata il nome di cattolica ed universale, a marcio dispetto degli eretici.

     Ma forse che questa nostra religione, come crebbe in fretta, così si è estinta in fretta? Tutt'altro, uditori. Ha gettato radici così salde e profonde. che nessun impero mai, forte di armi e di eserciti, e governato da uomini eccellenti per prudenza ed eloquenza, ha potuto resistere e durare così a lungo. E questo è il secondo argomento che ora resta da spiegare. Lascio i regni e gl'imperi secolari. Questi cominciano e crescono con le armi, e con le armi altresì vengono indeboliti e distrutti. Parliamo delle eresie. Esse tutte non sono forse sorte dopo la Chiesa, ed estinte prima della Chiesa? Santo Ireneo conta circa venti varie sette di eretici dopo l'ascensione di Gesù Cristo. Tertulliano ne conta 27, Epifanio 80. Teodoreto 76, San Giovanni Damasceno 100, Sant'Agostino 88, Filastrio 128. Di tutte quelle non se ne trova per una, che non sia già perita del tutto. Dove sono ora i Simoniani, i Menandriani, i Marcioniti e tante altre razze di sette? Non sono rimasti né essi, né i loro successori, né i loro libri, né monumento alcuno. E se non leggessimo i loro nomi nei libri dei Padri cattolici, che contro di essi hanno combattuto, non potremmo sapere nemmeno, se fossero esistite tali sette. Sissignori si risvegliano in questo tempo e si richiamano dall'inferno gli errori degli antichi. Ma per questo non sono essi periti un dì? Certo Teodoreto attesta, che al suo tempo tutte le eresie antiche erano affatto scomparse. Che dire dell'eresia Ariana? Essa aveva infettato gran parte della terra, ed aveva ingannato imperatori, re e vescovi senza numero. Pareva immortale. Dov'è ora? S'è eclissata anch'essa finalmente, è morta e sepolta. Da molte centinaia d'anni non ne rimane neppure il nome sulla terra. Ma perché andar tanto lontano? La eresia Luterana, nata ai nostri dì, non si è già quasi disseccata? Sebbene ci siano molti, che chiamiamo Luterani; pure sono pochissimi quelli, che custodiscono pure e intere le dottrine di Lutero, come furono insegnate da lui. E se egli tornasse dall'inferno, ci sarebbe pericolo, che non trovasse nessuno, che lo riconoscesse. Ma neppure egli riconoscerebbe più i suoi stessi insegnamenti, tanto i suoi nipoti e i posteri hanno rimaneggiato in altra forma e la fede e il vangelo di Lutero.

    La chiesa di Cristo invece, edificata sopra una pietra salda, non poté mai essere rovesciata da nessuna procella, da nessuna tempesta. La Chiesa Romana che è capo delle chiese è rimasta sempre in piedi: e non è mai mancata la successione dei sacerdoti nella sede apostolica: né sono mai mancati alcuni uomini, anzi non sono mancati mai popoli e Vescovi, che stessero attaccati a questo capo, quali membra.

    Più volte fu presa e, abbattuta Roma, più volte mutò padroni. Ora la tennero i principi pagani, ora gl'imperatori cristiani, ora i re Ariani. Ma essa non mutò mai la fede. Cadde la sede di Augusta: ma non cadde mai la sede di Pietro. Poté essere interrotta la serie degli imperatori Romani: ma non la serie dei Pontefici e dei successori di Pietro. Ed è oggetto di maggiore ammirazione, che delle altre Chiese quelle poterono essere durevoli e stabili, le quali non si separarono da questo capo. Dove è ora il patriarca di Alessandria? Dove quello di Antiochia? Dove quello di Costantinopoli? Dove, quello di Gerusalemme? Dove sono le sedi e le chiese Africane? Dove sono le chiese fondate dagli Apostoli? Quella di Corinto, di Efeso, di Tessalonica, di Colossi, di Filippi? Non si sono esse disseccate, tosto che si furono allontanate dalla Chiesa Romana, appunto come rami tagliati fin dalla radice?     Or questa perpetuità, questa continuità, questa costanza della Religione, questa non mai interrotta serie e successione di sommi sacerdoti nella Chiesa principale, è quel valido argomento, con cui sempre i nostri antenati chiusero la bocca agli eretici. Quando gli eretici vantavano, che presso di loro si trovava la Chiesa vera e la dottrina genuina; domandavano a loro i nostri Padri, dottori cattolici: donde avete voi codesta dottrina? Per le mani di chi è arrivata a voi? da Cristo? Mostrateci la successione dei vostri vescovi. E non potendo far questo, si facevano muti. Viceversa gli stessi Santi Padri, benché non potessero forse additare chiaramente la perpetua successione dei vescovi nelle loro proprie Chiese e sedi; tuttavia: la facevano vedere chiarissimamente nella Chiesa Romana, di cui essi erano membri. Sant'Ireneo, nel libro terzo contro le eresie, dice: «Per mezzo della successione dei vescovi, che arriva fino a noi, veniamo a conoscere quella fede, che dagli Apostoli ha la Chiesa, la più grande, la più antica, conosciuta da tutti, fondata e costituita dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo.

Con tale successione facciamo arrossire tutti quelli, che in qualunque modo si formano un giudizio, contrario a quella che dovrebbero, per una loro mala compiacenza di sé, a per una vanagloria e cecità, e per un perverso concetto. E' necessario, che con questa Chiesa (Apostolica), per causa della sua alta dignità, si accordi ogni Chiesa (particolare), (cioè quei fedeli che sono ondechesia). La ragione è, perché nella Chiesa (Romana), nella quale da quelli che sono ondechesia, si è conservata sempre la tradizione, che viene dagli Apostoli. Così Sant'Ireneo. E, detto ciò, enumera ordinatamente i Romani Pontefici dall'Apostolo Pietro fino a Sant'Eleuterio, al cui tempo egli viveva. E allora finalmente soggiunge: «Adunque con quest'ordine di successione arriva fino a noi la tradizione e la pubblicazione della verità, che dagli Apostoli si trova nella Chiesa. E questa è una compiutissima dimostrazione». Settimio Tertulliano poi, nel libro della Prescrizione, dice: «Mettano. fuori gli eretici l'origine delle loro  chiese, svolgano la serie dei loro vescovi, ma che decorra dal principio per mezzo della successione in tal maniera, che quel prima vescovo abbia avuto per autore e antecessore qualcuno degli Apostoli o degli uomini Apostolici, e che sia perseverato con gli Apostoli. Giacché così mettono a conto della Chiesa il loro valore; (appunto) come la Chiesa dei Romani riporta S. Clemente ordinato da San Pietro. Inventino gli eretici qualche cosa tale. Che cosa sarebbe per loro illecito, una volta che sono stati capaci di bestemmiare?» Inoltre San Cipriano, nella lettera Sesta del libro primo, parlando dell'eresiarca Novaziano, dice: «Quando c'è il legittimo pastore e che presiede nella Chiesa di Dio per ininterrotta ordinazione; come può essere pastore, chi non succede a nessuno, ma comincia da sé stesso? J:' necessario che costui sia un forestiero e un profano». E non è vero, che queste parole possono con tutta ragione calzare e per Lutero e per Calvino, e per tutti gli eresiarchi? non cominciò da se stesso ciascuno di loro, senza succedere ad altri? Ma che diremo di Ottato, Epifanio, Agostino, Girolamo? Sant’Ottato nel libro secondo contro Parmeniano enumera tutti i Pontefici Romani, e (con ciò) dimostra l'origine e la continuazione della Chiesa Cattolica. Poi, quasi dando la sfida agli eretici, si esprime così: «Fuori l'origine della vostra cattedra voi che volete appropriarvi la Chiesa». Tesserono l'indice dei medesimi Romani Pontefici Sant'Epifanio, scrivendo contro l'eresia ventesimasettima, e Sant'Agostino nella lettera centosessantacinquesima al medesimo proposito.

E se domandiamo a S. Agostino che cos'è che lo tenne così fortemente nel grembo della Chiesa Cattolica, ci risponderà, ciò che ha lasciato scritto nel libro contro la lettera del fondamento: «La successione dei sacerdoti fino al presente episcopato è quella, che mi tiene nella sede stessa di Pietro Apostolo, a cui il Signore, dopo la sua risurrezione commise di pascere le sue pecore». Se in fine domandiamo un consiglio a S. Girolamo, in quale Chiesa principalmente bisogna rimanere e perseverare, risponderà con ciò che pose da ultimo nel dialogo contro i Luciferiani: «Ti manifesterò il breve e chiaro mio parere. Bisogna stare e perseverare nella Chiesa, che fu fondata dagli Apostoli, e dura fino a questo giorno».

     Se così è, chi non vede, o uditori, quale e quanto grande è questo argomento? Perché i Santi Padri tessevano con tanta sollecitudine l'indice dei Romani Pontefici? E se Sant'Ireneo stimò tanto la serie di tredici Romani Pontefici e la continuazione della Chiesa a centottant'anni: se Sant'Ottato, Sant'Epifanio, San Girolamo, Sant'Agostino tennero in tanto conto una serie e continuazione non molto più lunga, cioè di 460 anni e al più di 40 Romani Pontefici; che direbbero in questo tempo, come godrebbero, come trionferebbero, con che libertà turerebbero la bocca ai Luterani e ai Calvinisti, al veder essere durati nella medesima Chiesa 1570 anni, e contarsi più di 200 Romani Pontefici, e la loro serie e successine non mai interratta? 

    Ma forse  la Chiesa. Cattolica non ha avuto uomini, che la impugnassero?Anzi nulla fu mai impugnato da tanta moltitudine di nemici, con tanta potenza, con tanta ostinazione. Da principio furono i Giudei che cominciarono a devastare la Chiesa di Cristo, Ma, siccome ciò, come di solito, non aveva effetto, il diamolo eccitò gli imperatori della terra. Pertanto monarchi potentissimi, non uno o due, ma dieci o dodici in vari tempi si lanciarono con tutte le forze del loro impero alla distruzione del nome cristiano. Ma che ottennero alla fin fine? Oh cosa incredibile, ma pur vera! Distrussero gl'imperatori Romani città potentissime sbaragliarono innumerevoli eserciti di barbari, domarono con le armi ferocissime nazioni: e non poterono vincere la Chiesa, armata della sola pazienza e della fede, e senza che reagisse o facesse resistenza. Venivano sacrificati i santi martiri fino a stancarsi i carnefici e a rendersi ottuse le spade. E il numero dei cristiani si faceva vedere ognor più grande. Giustamente Tertulliano chiamò il sangue dei martiri seme di cristiani. E San Leone, nel discorsa di San Pietro e Paolo. dice: «Con le persecuzioni la Chiesa non diminuisce, ma cresce. Sempre il campo del Signore si veste di più ricca messe; mentre nascono moltiplicati i grani che cadono». Così è, uditori. Veniva ucciso uno, e se ne convertivano dieci. Venivano uccisi dieci, e se ne convertivano cento. Venivano uccisi cento, e se ne convertivano mille. E come le acque del diluvio coprivano e abbattevano i palazzi dei re e dei principi, ma sollevavano in alto l'arca di Noè; così, proprio così le persecuzioni abbattono i regni e gl'imperi del mondo, ma fanno sempre più sublime ed illustre la Chiesa di Cristo. Che diremo dei filosofi e degli oratori? Con quali fiaccole di sapienza e di eloquenza non si sforzarono quegli antichi filosofi e rettori di accendere nel petto degli uomini l'odio contro la religione cristiana?
Quante cose scrisse Porfirio! Quante l'apostata Giuliano! Quante il sofista Libanio! Quante l’epicureo Celso! Quante il platonico Proclo! Quante Luciano il più scellerato di tutti gli uomini! Che dire, che si pubblicavano gli atti di Pilato, nei quali s'inventavano attorno a Cristo molte cose turpissime e contumeliosissime: e venivano costretti i maestri a insegnarle ai fanciulli; affinché quasi proprio col latte li imbevessero dell'odio contro Cristo? Eppure di tutti trionfò l’invittissima Chiesa. Finirono finalmente una buona volta le guerre delle persecuzioni da parte dei pagani: ma a loro  successero le armi degli eretici molto più micidiali e pericolose. Oh quante volte il demonio degli eretici rinnovò la battaglia! Oh Quante vittorie, quante palme, quanti trionfi riportò, la Chiesa di Cristo! Restarono vinti i  Sabelliani, e succedevano a loro gli Ariani. Restavano vinti gli Ariani, e subentravano i Nestoriani. Vinti i Nestoriani, venivano gli Eutichiani. Aveva ragione Sant'Agostino a esclamare nel libro «intorno all'utilità del credere»: «Ed esiteremo noi di nasconderci nel grembo della Chiesa, la quale a confessione del genere umano, ha ottenuto dalla sede Apostolica il colmo della autorità per mezzo della successione dei vescovi, benché invano le abbaiassero intorno gli eretici?» (Aug. de ut. cred. c. 17).

    E noi, uditori, non crederemo, che la Chiesa abbia a trionfare della feccia dei Luterani, mentre ha trionfato di cento e più eserciti di eretici? Deh siamo pur certi, che la Chiesa Romana è quella, contro la quale «le porte dell'inferno. non prevarranno», e, secondo il profeta Daniele, questo regno è quello «che non sarà disciolto in eterno, e non passerà ad altra nazione, ma farà in pezzi e consumerà tutti i regni, ed esso sarà immobile in eterno» (Dan. 4, 44). Di esso l'Angelo a Maria: «E il suo regno non avrà fine».

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)