00 9/2/2013 10:31 AM

VERITÀ E CONCORDIA DELLA DOTTRINA CATTOLICA

 

 

     La commedia della dottrina, ottimi uditori, è segno certissimo della verità. Gli errori e le menzogne distruggono se stessi. Questo è così vero, che è noto e perspicuo a tutti. Lo insegnano non solo i sapienti, ma lo conferma anche il volgo. Perfino i mentitori, nemici della verità, sono costretti a confessarlo, loro malgrado. Tra le virtù e i vizi c'è questo divario; che le virtù fanno come un coro intonato, e sono unite tra loro con una cotal naturale parentela e società. Tutte sono aiutate da tutte, e nessuna, divisa e separata dalle altre, può ritenere la propria energia, dignità, e perfezione. Per l'opposto nella repubblica dei vizi non è rispettata nessuna legge e non ci sono alleanze di pace: sempre sono in lite l'avarizia con la prodigalità: l'audacia rissa con la pusillanimità: e così è degli altri vizi. In egual modo il vero non solo non combatte il vero, ma anzi la verità adorna e rischiara la verità. Viceversa le menzogne sono piene di superbia, e una non sopporta l'altra: sono sempre in disaccordo fra loro, e l'una viene abbattuta e distrutta dall'altra. Quindi è che comunemente udiamo dire anche gl'indotti: «Bisogna che il menzognero abbia memoria».E' cosa facilissima e quasi molto naturale, che, nel raccontare fiabe, specialmente se sono lunghe e intessute di molte bugie, cada in dimenticanza chi le racconta, e si contraddica. Ma non solo il popolino, sì anche i nostri avversari rendono testimonianza in favore di questa verità. In luogo di ogni altra vi farò sentire la testimonianza chiarissima e verissima di Martin Lutero. Così tutti capiranno, che i cattolici e gli eretici, dove in tutto il resto non vanno d'accordo; si trovano uniti a meraviglia in questo solo principio. Egli dunque, nel libro a cui diede per titolo «Dei voti monastici», ci avverte in questi termini: «Non potreste riconoscere le menzogne con più certezza, che quando sono contrarie a loro  stesse. E' stato ordinato da Dio, che gli empi sempre confondono se stessi, e che le menzogne non consuonino, ma provino sempre contro se stesse ». Questa testimonianza è vera, o uditori: e noi ce ne serviremo volentieri nel confutare le sue dottrine. Oggi infatti avremo da ragionare intorno alla verità, ossia consonanza e concordia ammirabile della dottrina cattolica. Questa è una delle dati della nostra religione, dopo l'antichità, la ampiezza e la saldezza, di cui abbiamo ragionato nei discorsi precedenti.

    Un incredibile e del tutto divino consenso, che si trova nelle sante Scritture e nelle dottrine cristiane, testifica abbastanza che le nostre Scritture e parimente i decreti dei Concili e le definizioni dei Sommi Pontefici sono verissimi e dettati dallo Spirito di verità. Diciamo in prima delle Scritture, per riguardo ai Maomettani ed ai Pagani; perché essi non le ammettono.

    Deh, di quanta meraviglia, anzi stupore, è degno il fatto, che gli scrittori sacri furono non uno o due, ma molti e diversi, e che scrissero in varie lingue, in varie occasioni, in vari luoghi e in vari tempi: e che ciò non di meno sono d'accordo in tutto così, che dal principio della Genesi alla fine della Apocalisse non si trova in essi nessun dissenso. E' una gran cosa, che una stessa: persona scriva molte cose, senza contraddirsi. Ma è cosa somigliante a prodigio, che molti trattino di molte e varie cose, e che uno non contraddica all'altro mai. Che diremo dunque degli scrittori sacri? Essi non solo furono molti e vari, ma così divisi per luoghi, che bene spesso fra l'uno e l'altro c'erano smisurati tratti di terra e di mare, e così lontani di tempo, che più volte uno non solo non vide mai l’altro, ma neppure udì mai nulla di lui. E con tutto ciò scrissero in modo, da sembrare che i libri santi siano stati scritti non da molti, ma da uno solo, quasi in più lingue e con più penne. Quindi davvero, come avverte Sant'Agostino nel libro decimottavo della città di Dio, per divino consiglio della Spirito Santo gli scrittori sacri non dovettero essere né troppi né troppo pochi. Non troppi, affinché non riuscisse vile quello, che conveniva che fosse nobile a cagione della religione. Non troppo pochi, acciocché in essi si avesse sempre a riconoscere e ammirare l'armonia.

    Ora diciamo, che le divine scritture sono così coerenti le une con le altre, le prime con le seconde, che non si combattono mai. E questo è un modo di concordia. Ma v'ha di più. Tutto ciò, che la scrittura antica predisse, che sarebbe avvenuto, la scrittura nuova dimostra essersi verificato. E questo è un altro modo di concordia, senza paragone molto più nobile. Di questo davano figura quei due Serafini, di cui leggiamo nel profeta Isaia, che con meraviglioso accordo gridavano uno all'altro: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti» (Is. 6): e così pure quei due Cherubini, che con le ali coprivano il propiziatorio, donde Dio parlava, e il volto di essi guardava sempre l'un l'altro. Questi sono i due testamenti, vecchio e nuovo. Essi si guardano a vicenda, e l'uno grida all'altro in guisa, che qualunque cosa dice uno e promette, ripete l'altro e adempie. Poniamo l’esempio in Gesù Cristo, il cui dì natalizio è imminente, e cui riguardano come a fine assolutamente tutte le divine Scritture. Il vecchio Testamento dice: «Ecco che una Vergine concepirà e partorirà un figlio» (Is. 7. 14): e il nuovo Testamento, risponde: «Ciò che in essa - cioè nella Vergine Maria ­ è stato concepito è dallo Spirito Santo». (Mt. l, 20). Il vecchio dice: «E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima» (2): il nuovo risponde: «Essendo dunque nato Gesù in Betlemme di Giuda». Il vecchio dice: (Nm. 24, 17) «Di Giacobbe nascerà una stella»: il nuovo risponde: (Mt 2, 2) «Abbiamo veduta la stella nell'Oriente». Il vecchio dice: (Is 60) «Verranno tutti i Sabei, portando oro ed incenso»: e il nuovo risponde: (Mt. 2, 11) «Gli offrirono oro, incenso e mirra». Il vecchio dice: (Is 62, 2) «Sarà imposto a te un nome nuovo, cui la bocca del Signore dichiarerà»: e il nuovo risponde: (Lc. 2, 21) «Gli fu posto nome Gesù. conforme era stato nominato dall'Angelo prima di essere concepito». Il vecchio dice: (Is 19, 1) «Ecco, che il Signore salirà sopra una nuvola leggera, ed entrerà in Egitto»: il nuovo risponde: (Mt. 1, 13) «Prendi il bambino e la sua madre, e fuggi in Egitto». Il vecchio dice: (Ps. 76, 19) «Tu camminavi pel mare: tu ti facesti strada per mezzo delle acque»: il nuovo risponde: (Mt. 14, 25) «Andò Gesù, camminando sul mare». Il vecchio dice: (Ger. 16. 16) «Manderò a loro pescatori, i quali li pescheranno»: e il nuovo dice: (Mt. 4, 19) «Venite dietro a me, e vi farò diventare pescatori d'uomini». Il vecchio dice: (Dt. 18, 18) «Un profeta farò loro nascere di mezzo ai loro fratelli»: il nuovo risponde: (Gv 6, 14) «Questo è veramente quel profeta, che doveva venire al mondo ». Il vecchio dice: (Ps. 77, 2) «Aprirò la bocca in parabole»: il nuovo risponde: (Mt. 13, 34) «Parlò ad essi di molte cose per via di parabole».

Il vecchio dice: (Is 35, 5) «Allora gli occhi dei ciechi si apriranno, e si spalancheranno le orecchie dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cerbiatto, e sarà sciolta la lingua dei mutoli»: il nuovo risponde: (Mt. 11, 5) «I ciechi vedono. gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, ecc. ». Il vecchio dice: (Zc. 9, 9) «Ecco, che viene a te il tuo Re giusto e salvatore: egli è povero, e cavalca un'asina ed un asinello»: il nuovo risponde: (Mt. 21. 7) «Menarono l'asina e l'asinello ... e lo fecero montar sopra». Il vecchio dice: (Zc. 11, 12) «Mi pesarono per mia mercede trenta monete d'argento»: e il nuovo risponde: (Mt. 22, 15) «Gli assegnarono trenta denari d'argento». Il vecchio dice: (Lam. 3, 30) «Porgerà la guancia a chi lo percuote: sarà satollato di ignominie»: il nuovo risponde: (Mt. 26. 67) «Allora gli sputarono in faccia, e lo percossero coi pugni, ed altri gli diedero degli schiaffi. ecc.» Il vecchio dice: (Dn. 9, 26) «Dopo sessantadue settimane il Cristo sarà ucciso»: e il nuovo risponde: (Fil. 2, 8) «Cristo si è fatto ubbidiente fino alla morte, e morte di croce». Il vecchio dice: (Dn. 9, 26) «E non sarà più suo il popolo, che lo rinnegherà»: e il nuovo risponde: (Gv 19, 15) «Gridarono tutti: Non abbiamo re, fuori di Cesare». Il vecchio dice: (Is 53, 12) «Ed è stato confuso cogli scellerati»: il nuovo risponde: (Mt. 27, 38) «Furono crocifissi con lui due ladroni». Il vecchio dice: (Ps. 21, 18) «Si divisero le mie vestimenta, e la mia veste tirarono a sorte»: il nuovo risponde: (Mt. 27, 35) «Si spartirono le sue vesti, tirando a sorte». Il vecchio dice: (Es 12, 4) «Non ne spezzerete alcun osso»: il nuovo risponde: (Gv 19, 33) «Quando videro che era già morto, non gli ruppero le gambe». L'antico dice: (Ps. 15, 10). «Tu non abbandonerai l'anima mia nell'inferno»: il nuovo risponde: (At. 3, 15) «E Dio lo risuscitò da morte, il terzo giorno». L'antico dice: (Mic 2, 13) «Ascenderà aprendo loro la strada»: il nuovo risponde: (At l, 9) «A vista di essi si alzò in alto: ed una nuvola lo tolse agli occhi loro». L'antico dice: (Gl 28) «Io spanderò il mio Spirito sopra tutti gli uomini»: il nuovo risponde: (At. 2, 33) «Ha spanto questo dono dello Spirito Santo, che voi vedete e udite». Il vecchio dice: (Is. 49, 6) «Ecco, che io ti ho costituito luce alle genti, affinché tu sia la salute data da me agli uomini fino agli ultimi confini del mondo»: Il nuovo risponde: (At. 13, 48) «E ciò udendo i gentili, si rallegrarono... e credettero tutti quelli, che erano preordinati alla vita eterna».

     Oh, consentimento incredibile! Oh concento Oh, armonia veramente divina delle divine Scritture! E chi sarà così stupido od ostinato, che, vedendo questa così ammirabile concordia delle nostre scritture, non confessi che esse vengono dallo Spirito Santo, dalla stessa Sapienza e Verità? Se volessimo percorrere tutti i passi, non basterebbe un giorno. E se tentassimo di confrontare non le parole soltanto, ma anche i fatti e le ombre e le figure con le cose figurate e adombrate, ci assumeremmo una enumerazione smisurata.

     Sennonché non sono coerenti solamente le sacre scritture: sì anche tutte le definizioni e i decreti dei Concili approvati dalla Chiesa cattolica, dal primo di Nicea, fino all'ultimo di Trento: e così pure le definizioni e i decreti di tutti i Sommi Pontefici, da S. Pietro fino a Gregorio XIII sono coerenti e consentono con se stessi in tutto e per tutto. E dire, che sono stati promulgati in diversi luoghi, in diversi tempi, da diversi Padri, contro diverse e spesso contrarie eresie! Eppure, lo diciamo arditamente senza paura di smentita, non si trova in essi nessuna ancorché minima contraddizione. Primo argomento di ciò è, che la Chiesa Cattolica di Cristo li accoglie e li venera tutti insieme. Questo certo essa non farebbe, se uno in qualche maniera facesse a pugni con un altro. Poi non c'è, né abbiamo letto o udito, che ci sia stato qualche concilio veramente cattolico, nel quale del tutto o in parte sia stato ripudiato o biasimato qualche concilio antecedente. Piuttosto vediamo, che i concili posteriori sempre venerano i precedenti, camminano sulle loro orme, e uniscono i loro decreti con quelli degli altri, quasi catene con catene, anelli con anelli. Con essi la Chiesa si sente fortissimamente stretta, legata, conservata, adornata.
Le cose dette spesse volte dai concili passati, vengono confermate, esposte, illustrate, accresciute dai susseguenti: mai distrutte o cambiate. Da ultimo i nostri avversari non hanno mai potuto dimostrare qualche incoerenza nelle nostre dottrine e nei nostri decreti. Ma forse che non ci si sono messi? Tutt'altro. Tanta luce di verità abbaglia tutti gli eretici, che in questi quarant'anni non hanno fatto altro che scorrere tutte le storie, rovistare con ogni diligenza tutti gli angoli delle biblioteche, affine di trovare finalmente qualche cosa, in cui intaccare i nostri concili. Ma in sostanza non hanno potuto cavar fuori altro che inezie stoltissime; sicché pare, che veramente di loro abbia detto il Profeta: «Lo vedrà il peccatore, e ne avrà sdegno, digrignerà i denti e si consumerà» (Ps. 111, 9), e in fine «il desiderio dei peccatori andrà in fumo»; dal momento che non è possibile, che non sia coerente a sé stessa la Chiesa, che per bocca apostolica fu chiamata «Colonna ed appoggio della verità» (1 Tm. 3, 15), e che va dietro, come a pastore, a colui, a cui fu detto: «Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga a mancare» (Lc. 22).

    Pochi anni fa sudarono e si stancarono in cercare: e trovarono un certo sinodo di Francoforte, che giaceva nella polvere: e forse faceva guerra con le piattole e con le tignole. In esso lessero, che i Padri avevano detto anatema ad un concilio di Costantinopoli nel quale si era decretato non so che intorno alle immagini. Subito trionfanti cominciarono a gridare: Ecco quali sono i concili dei Papisti! Uno dice anatema all'altro. Ecco come il Sinodo di Francoforte condannò il settimo sinodo, nel quale era stato ammesso e approvato l'uso delle immagini.

     Ma sapete, che cosa hanno guadagnato? Questo solo, che non possono sfuggire il marchio, o d'ignoranza, o di malizia. Tutto il mondo sa, che il settimo concilio non fu quello di Costantinopoli, ma il seconda di Nicea. Invece quel sinodo di Costantinopoli, condannato dal sinodo di Francoforte, non fu un concilio della Chiesa, ma un conciliabolo di Iconomachi, che fu ripudiato anche dal settimo concilio. Dunque, o gli avversari conoscono quella storia, a non la conoscevano. Se non la conoscevano, erano ignoranti. Se la conoscevano, e tuttavia con le loro menzogne volevano ingannare i popoli, sono maligni: e giustamente con Sant'Ilario passiamo dir loro: «O voi scellerati, così, eh, avreste voluto fare beffa della Chiesa?».

    E non sono migliori, o uditori, gli altri argomenti. Obbiettano il sinodo di Rimini, che fa a pugni con quello di Nicea: il sinodo secondo di Efeso con quello di Calcedonia: il sinodo di Cartagine, che il  Papa Stefano riprovò. Ma obbiettino codeste cose ai fanciulli e alle donnicciuole. Chi non sa, che il concilio di Rimini, il secondo di Efeso, quello di Cartagine sotto Cipriano ed alcuni altri, che ci gettano in faccia, non furono concili cattolici, né approvati dai Sommi Pontefici: ma anzi sempre rigettati e disapprovati dalla Chiesa? Noi asseriamo soltanto, e proviamo senza alcuna difficoltà, che non c'è nessun concilio, confermato dal Romano Pontefice, che non consuoni con un altro concilio parimente confermato. E questo è un argomento di cui meritamente esultiamo e trionfiamo. Infatti questa ammirabile concordia armoniosa delle dottrine cattoliche, è una testimonianza chiarissima ed evidentissima della assistenza dello Spirito Santo. Rincresce quindi e fa vergogna riferire le sciocchezze, che sogliono apportare gli eretici contro il primo, il quarto e il settimo concilio, contro quello di Roma sotto Nicolò II, contro quello di Costanza ed alcuni altri: anzi perfino contro il primo primissimo celebrato dagli apostoli nella città di Gerusalemme. Ecco qui un esempio. Da questo si potrà facilmente argomentare, quali siano gli altri. Biasimano. soprattutto codesti uomini santissimi e singolarmente amanti della castità, il concilio Calcedonese, il più numeroso di tutti, in cui si riunirono 630 Padri. Ma perché credete voi? Che dissonanza vi trovarono dagli altri concili? Oh meraviglia! Gran bestemmia parve loro, che in quel concilio si decretò, che non si ammettano in alcun modo al matrimonio i monaci e le Vergini consacrate a Dio, dopo aver promesso e consacrato a Dio la castità perpetua. Di grazia, quelli, che riprendono tali cose nei concili, hanno fronte, o sono uomini senza fronte? Sono sani, o sono insani? Sobri a ubriachi? Sono svegli, o dormono? Ma quando la Chiesa ha insegnato l'opposto? Quando l'ha approvato? Quando l'ha predicato? Che cosa dunque avrebbe dovuto decretare il santo Concilio? Che i monaci e le monache non osservassero la parola data a Dio? Si capisce. Questo avrebbero voluto i Luterani. Ma vi reclama la religione, la natura e lo stesso senso comune.

     Confrontate adesso, se non vi è discaro, Gerusalemme con Babilonia, la tanto ammirabile concordia della dottrina cattolica con le sette e con i dissensi degli eretici. Quando, di grazia, la Babilonia dei pagani e degli eretici non fomentò nel suo grembo ad un tempo innumerevoli controversie di uomini, che non si accordavano, non dico quanto a campi e case, ma quanto ai primi e più alti misteri della divinità? Lasciamo stare i dissensi degli antichi filosofi, noti a molti, e non pochi ne enumera Sant'Agostino nel libro diciottesimo della Città di Dio al capo quarantunesimo. Quale eresia ci fu mai, che fin dal suo inizio non abbia partorito molte sette e ripugnanti fra loro? Certo da Simon Mago, caporione degli eresiarchi, sono i Menandriani, i Basilidiani, i Saturniani. Dalla setta dei Gnostici vengono i Carpocratiani, i Caiani, gli Ofiti, i Seteani, i Valentiniani. A sua volta da Valentino i Secondiani, i Tolomei. i Marciti, i Colorbusii, gli Arecontici ed altri ancora più. Dall'eresia di Cerdone scaturirono i Marcionisti, i Lucianisti, gli Appellasti, i Manichei. Dall'eresia dei Catafrigi spuntarono le altre eresie di Eschine, di Blasto, di Florino, di Tertulliano e di altri senza numero. Sant'Agostino nel libro primo delle eresie attesta, che i Donatisti furono divisi in molte e varie sette. E' noto a quanti hanno anche una mediocre pratica delle storie, che dalla peste Ariana nacquero gli Eunomiani e i Macedoniani, e quasi tutte le eresie posteriori, che si ebbero in Oriente, e perfino il Maomettanismo. Sappiamo poi tutti, che gli Ussiti nella Boemia sono divisi e staccati in varie sette, come quella degli Orebiti, degli Adamiti e degli Orfani. In fine al nostro tempo le innumerevoli sette dei Confessionisti, Anabattisti e Sacramentari, fanno vedere abbastanza bene, quanto numerosa famiglia generò Lutero, e come vide i figli dei figli fino alla terza e quarta generazione. Vedete dunque, che gli eretici furono sempre simili a sé. E come sempre la pace, l'unità e la concordia furono il vincolo della Chiesa cattolica; così è chiaro, che nei covili degli eretici non mancarono mai le liti, i dissensi e la moltitudine delle sette.

    Si scandalizzano i Luterani per i dissensi dei teologi scolastici. Ma, poveretti, non capiscono, che vedono il fuscellino negli occhi altrui, e non vedono la trave negli occhi propri. I dottori scolastici, particolarmente San Tommaso e S. Bonaventura, uomini santissimi e dottissimi; dissentono sì qualche volta fra di loro: ma come anche S. Girolamo e S. Agostino, il Cristostomo e S. Epifanio. S. Cipriano e Santo Stefano, Sant'Aniceto e S. Policarpo: e per pigliar da più alto, il santo apostolo Barnaba e S. Paolo. Ma per prima cosa si osservi. Dissentivano, conservando la compagine della carità. Poi con umiltà e moderazione senza insulti né maldicenze. In fine in quelle cose per lo più, che non molto appartenevano alla fede e alla salvezza. Giacché in quelle, che non si possono ignorare senza danno della salvezza eterna, e che appartengono agli stessi fondamenti della fede, tanto gli antichi, quanto i più recenti si accordano meravigliosamente. Per gli antichi ne è garante Sant'Agostino nel libro primo contro Giuliano: per i moderni si può vedere dai loro libri. E se alcuni la vedano alquanto diversamente in qualche cosa; assoggettano però sé e il loro giudizio alla definizione della Chiesa. Questa poi, come quella che vive dello Spirito di Dio, ed è retta in tutto da lui, facilmente separa il vero dal falso, l'oro dall'ottone, il frumento dal loglio. Perciò rimane sempre nella Chiesa il lume, la pace, il gaudio nello Spirito Santo; e, in quel che riguarda la fede, vi è sempre «un cuor sole ed un'anima sola nella moltitudine dei credenti». Viceversa i settari si accaniscono con sì grande odio, con tale acrimonia, che nei loro libri ci sono quasi più insulti, che parole. E non mettono mica in dubbio e in questione certe cose piuttosto leggere e di dottrina un po’ recondita per esercizio d'ingegno, come fanno gli scolastici: ma gli articoli stessi del simbolo apostolico, affine di abbattere e far vacillare la fede. Girate per la Germania, e troverete tante religioni, quanti luoghi.

     Che dico luoghi? Non vi è città, non villaggio, non casa, non camera così piccola, dove si trovino almeno due - e sono sempre almeno due; perché nessuna osa giacere a letto senza una compagna: forse per paura dei ladroni! ­ non vi è, dico, camera così piccola, dove non ci sia urna piccola torre Babilonica. Essi stessi confessano, che dissentono fra loro così, che non vi è speranza di pace né di concordia. Ma sarebbe poco, se solo gli uni dagli altri discordassero, quando non discordasse ognuno da se stesso. E affinché possiate giudicare di tutte le sette, toccherò, per amore di brevità, solo della prima, di quella di mezzo e dell’ultima. La prima di tutte fu l'eresia di Simon Mago. Egli, come fu il primo a fondare l'eresia, guarda se non fu anche il primo a contraddirsi. Come ci attestano Sant'Epifanio e Sant'Agostino, egli insegnò già, che la legge di Dio non è da Dio: ma da una virtù sinistra, e che periranno in eterno tutti quelli che ammettono il Vecchio Testamento. Poi, dimentico di sé, non temé di affermare, che egli era Iddio sommo e vero, e che era apparso nella Samaria come Padre, nella Giudea come Figlio, e fra i Gentili come Spirito Santo: e che egli stesso sul monte Sinai aveva dato ai Giudei la legge antica per mano di Mosè. - Gli Ariani, la cui setta nella serie delle sette tiene quasi il luogo di mezzo, non furono essi così leggeri ed incostanti, da cambiare e la fede e il simbolo quasi ogni anno? E oramai non dicevano: Così insegna la fede Apostolica: ma così insegna la fede edita il tale e tal anno. Di qui è quel giustissimo lamento di Sant'Ilario a Costanzo. Augusto nel libro primo, dove dice: «La fede di tempi piuttosto che di vangeli è una setta, dal momento che si scrive secondo gli anni, e non si ritiene secondo la confessione del battesimo, E' cosa molta pericolosa per noi ed anche lacrimevole, che ora ci siano tante fedi, quante volontà. Mentre se ne foggiano tante, riusciremo a non averne neppure una».
E di nuovo, nel libro primo al medesimo Costanzo, paragona gli Ariani ai fabbricatori inesperti, ai quali dispiacciono sempre le cose loro, e sempre distruggono, per rifabbricar sempre. Dice così: «Colle nuove butti giù le vecchie, e con una nuova correzione rovini da capo codeste nuove. E disapprovi di nuovo quello che hai corretto col voler correggere ancora». Questo dice egli degli Ariani, ma non meno si attaglia ai luterani, la cui setta quanto è più recente, tanto è più pestilenziale. Guardate un po’, quante volte hanno cambiato quella loro tanto decantata confessione Augustana. Non è forse anche presso di loro la fede di anni, anziché di Evangeli? Non sono anch'essi, che sempre distruggono, per edificare sempre? Quanto leggero Spirito Santo, se pur Spirito Santo, e non piuttosto. malvagio, hanno i Luterani!

     Si dirà forse: sono gli scolari di Lutero che non sono coerenti con se stessi: ma Lutero, che insegnò essere certissimo contrassegno di menzogna il non essere coerente con se stesso, non si contraddisse mai. Tutt'altro! Si può dire senza mentire e senza amplificazione che mai nessuno degli eretici fu tanto poco ricordevole di sé e dei suoi detti, quanto Lutero. E che? Non ci sono libri intieri, che non contengono altro, se non antilogie di Lutero e sue sentenze, che si combattono a vicenda? Che dire, che di un solo articolo, cioè della comunione sotto una delle sue specie, o sotto tutte due, si trovano nei suoi libri trentasei sentenze contrarie? Alle volte volle, che la messa è non solo la parte più alta, ma anche il compendio del Vangelo: altre volte null'altro detestò ed esecrò maggiormente. Dei sacramenti della Chiesa ora affermò che sono sette, ora tre ora due, ora uno solo. Qualche volta asserì, che veramente non si può dir niente contro il primato del Romano Pontefice: altre volte ne disse tante e tanto contumeliose, quanto le orecchie dei buoni non potrebbero tollerare. Talora pubblicamente mostrò orrore di Giovanni Hus, come di seduttore e di eretico: talora invece chiamò il medesimo Giovanni santo martire, e tutti i suoi articoli cattolici ed apostolici. Come anche di Giovanni Viclefo suo maestro disse, che era stato condannata dalla Chiesa a ragione: ma talvolta disse alto, che quello era un santissimo ed ottimo dottore, e avrebbe bramato che l'anima sua fosse con l'anima di lui. Ma consideriamo più particolarmente il Suo opuscolo «Della schiavitù Babilonese». Udite ciò che dice della virtù ed efficacia della fede. «E' tanto ricco l'uomo cristiano ossia battezzato, che anche volendo non può perdere la sua salvezza per quanta si voglia grandi peccati (ch'egli abbia), salvochè non volesse credere». E di nuovo: «Non può l'uomo unirsi ed operare con Dio per altra via, che per la fede, senza curarsi delle opere».

Ma nel libro della visita della Sassonia, che scrisse di poi, udite, quanto apertamente rovescia questa sua principale dottrina. Dice così: «Molti, quando odono dire, che vengono loro rimessi i peccati, solo che credano, s'immaginano (di aver) fede, e pensano di essere mondi. Con ciò diventano temerari e trascurati. Ma una tale sicurezza carnale è maggiore di ogni errore, che fu mai prima di questo tempo». Ditemi, che altro potremmo dir noi contro di lui, da quello che dice egli stesso? Se il pensare, che con la sola fede ci si perdoneranno i peccati è immaginazione, è temerità, è trascuratezza carnale, è errore gravissimo, come pur dice egli stesso; perché mai edificò il suo vangelo e tutta la sua dottrina su questo fondamento? E che dire, che in quello stesso libro della visita della Sassonia rovescia affatto tutta la sua dottrina?  In quel libro insegna, che l'uomo è di libero arbitrio a fare o tralasciare le opere, come egli parla, esterne. In Quel libro insegna, che Dio richiede da noi non solo la fede, ma anche la giustizia esterna. In quel libro riprende quelli, che credevano essere libertà cristiana il non ubbidire ai superiori, il non digiunare, il non confessare i peccati. Nel medesimo libro insegna e consiglia che si deve opporre resistenza ai Turchi, e far guerra contro di loro arditamente. Da ultimo ha ammassato in un solo libro più nuovi precetti e decreti, quali non trovò mai nella parola di Dio, più dico, che non abbiano mai stabilito tutti i Romani Pontefici intorno alle messe, alla salmodia, ai giorni festivi, alla scomunica, alle campane, alle scuole, ai sopraintendenti - così con nuovo nome credette bene di chiamare i vescovi - e inoltre intorno all'inno Te Deum laudamus e al cantico Benedictus da leggersi nelle preci mattutine. E con tutto questo anche i fanciulli sanno, che Lutero insegnò prima sempre il contrario.
Che cosa ripete egli più frequentemente, che il libero arbitrio è una cosa di salo lustro o una finzione nelle cose, e un nome senza realtà? Che ammonisce più spesso del non esigere Dio da noi niente oltre alla fede? Che insegna più volte dell'aver la libertà cristiana fatto eguali tutti gli uomini, tutti i sacerdoti, tutti i vescovi, tutti i Pontefici, anche le femmine e i fanciulli? Che grida con più frequenza, che l'opporre resistenza ai Turchi è far guerra contro Dio? Che inculca con maggior insistenza, che, l'Evangelo non tollera nessuna legge o precetto umano? E che neppure lo stesso Vangelo contiene alcuna legge o precetto: e che bisogna guardarsi bene dal fare di Cristo Mosè, e del Vangelo una legge? Di che cosa si ride più che delle messe, delle campane, delle salmodie, dei giorni, festivi, delle scomuniche? Se è così, chi sarà tanto cieco, che, dal contrassegno, che egli ci ha dato, per riconoscere le menzogne, non veda facilmente, che è finzione e menzogna tutto quello che egli ci ha insegnato?

    Leggiamo nell'Apocalisse: «E il quinto angelo diede fiato alla tromba: e vidi la stella caduta dal cielo sopra la terra, ed a lui fu data la chiave del pozzo dell'abisso: ed aprì il pozzo dell'abisso: e salì il fumo del pozzo, come il fumo di gran fornace: ed il sole e l'aria si oscurò pel fumo del pozzo». Chi non vede, che questo vaticinio si è compiuto in Lutero ai nostri dì? Prima della caduta di Lutero quasi tutto l’occidente era di un sol labbro e di un medesimo parlare: vi era anche nella  Chiesa somma luce di concordia e di unità. Cadde Lutero dal firmamento della Chiesa Cattolica, dove splendeva quasi stella col lume della vera fede e per l'erudizione della dottrina ortodossa. Ricevé la chiave dell'errore e della seduzione: aprì il pozzo dell'abisso, ed ecco uscì dal pozzo tanta quantità di fumo, che involse quasi tutta la Germania, sicché essa non solo non vede più il sole di giustizia Cristo Gesù Dio nostro, oscurato dalle tenebre degli errori: ma nemmeno l'amico riconosce l'amico, né il fratello il fratello, né il padre il figlio, né il figlio il padre, né la madre la figlia, né la figlia la madre. Eccovi quanto grande miracolo ha fatto Dio rispetto alle possessioni di Israele e le possessioni degli Egiziani, e con quanto gran miracolo ha separato Israele dall'Egitto. Dovunque ci sono Egiziani, cioè eretici, che siedono sopra le caldaie piene di carni» (Es 16, 3), e «il Dio dei quali è il loro ventre» (Fil. 3, 19), ivi ci sono tenebre così orrende e palpabili, che non si riconoscono vicendevolmente quelli della medesima casa. Nella terra di Iesse invece, dove sono i veri Israeliti, ossia i figli della Chiesa Cattolica, ivi è luce, e tanta luce, che riconosciamo anche i nostri fratelli, che si trovano nell'India e nell'Estremo Oriente.

     Conserviamo dunque, uditori, questa luce, sforziamoci con le buone opere di splendere «in mezzo a una nazione prava» (Fil. 2, 15), affine di essere quasi lucerne ardenti «in luogo oscuro» (2 Pt. 1, 19), e si veda, che la Chiesa Cattolica è un vero cielo e un vero firmamento, pieno di molti e grandi lumi; sicché in fine vedano i pagani e gli eretici il lume della fede c delle nostre opere, e riconoscano le loro tenebre, e da esse si rivolgano una buona volta alla vera luce col favore del Signore.

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)