00 9/2/2013 10:32 AM

PURITÀ DELLA DOTTRINA CATTOLICA

 

 

     Solo la religione cristiana è la religione vera ed istituita da Dio. In essa sola si trova il perdono dei peccati, la speranza della salvezza e il pegno della eterna eredità. Ciò abbiamo dimostrato a sufficienza e senza contrasto come penso, nei discorsi passati, dalla antichità, dall'ampiezza, dalla saldezza e dalla consonanza e concordia ammirabile della dottrina cattolica: doti queste, per cui essa va innanzi a tutte le sette e superstizioni. Ora segue, ottimi uditori, che col favorevole aiuto di Dio dimostriamo la stessa cosa dalla purità e sincerità della medesima dottrina. Questa è la quinta cosa, che nel nostro primo discorso, ci siamo proposti di spiegare.

     E' dunque singolare privilegio della nostra legge una esimia parità. Tutte le sette e le leggi dei filosofi, dei pagani e degli eretici, insieme con alcune sentenze vere, contengono degli errori certi: e con pochi indirizzi non inutili per la vita umana immischiano molti insegnamenti contrari alla onestà dei costumi. La sola «legge del Signore» (Ps. 18, 7), veramente «immacolata», non ha affatto nessun errore. Ha invece tante e sublimi sentenze vere: essa le va annunziando, senza frammischiarvi alcun insegnamento impuro: e vi fioriscono in mezzo mille istituzioni santissime e insieme utilissime e salutarissime alla società umana. Ciò è un argomento ben chiaro e molto grande, che la sola nostra legge è legge del vero Dio. Le opere di Dio sono perfette; egli è la stessa sapienza e bontà. Dunque non è possibile, che egli ammetta cosa falsa ed immorale. E non solo i nostri, ma anche gli avversari ammettono, che basta un solo errore certo, per giudicare con ragione, che una legge non è legge di Dio, ma degli uomini, od anche dei demoni. Certo Martin Lutero, scrivendo contro il libro di Emsero, parla così: «Se una volta sola io fossi colto d'aver mentito in modo, da avere ingannato e di essere stato grossolanamente stolido; senz'altro la mia dottrina, il mio onore, il mio credito, la mia fedeltà, cesserebbe affatto. Ciascuno mi riterrebbe, come è giusto, per un tristo e infame impostore». Inoltre egli stesso, parlando della cena di Cristo, dice: «Quando i Suermeri manifestamente fossero colti quali ingannati (anche) in un solo articolo; per ciò stesso saremmo avvertiti da Dio, a non creder loro». Parimente contro Enrico re di Inghilterra dice: «Chi crederebbe, che in altro luogo volesse dire la verità, chi mente in un luogo così manifestamente e spudoratamente?» Queste testimonianze tanto aperte e tanto vere di Martin Lutero sono da conservarsi accuratamente nella  memoria; ci saranno non poco utili per la nostra causa.

    Or bene senza alcuna difficoltà si può dimostrare e difendere anche da uomini mediocremente istruiti, che la dottrina cattolica della nostra Chiesa risplende per quella che diciamo purità e sincerità. Leggete le Sacre Scritture, leggete i canoni e i decreti dei Pontefici e dei Concili, leggete le istituzioni dei Santi Padri, per esempio, di S. Basilio, di Sant'Agostino, di S. Benedetto, di S. Francesco; e certo vedrete, come non s'insegna nella  Chiesa cattolica niente di brutto, di vergognoso, di ingiusto. Al contrario è messa in luce perfettamente la legge naturale, che cioè Dio si mette innanzi a tutte le cose quale fine che egli è, e poi che tutti gli uomini sono congiunti col vincolo della pace e della carità, che sono coltivate e lodate tutte le virtù, ripresi e proibiti tutti i vizi. Testimoni ne sono la vita e i costumi dei santi. Nessuno mai si sforzò di osservare perfettamente la legge Evangelica, senza che sia diventato integerrimo e santissimo venerando e ammirabile a tutti. Si propongono certo nella Chiesa dei misteri sublimi, e che superano ogni intelligenza della ragione. Ma che importa? San Tommaso d'Aquino, come altri non pochi, ha fatto veder chiaramente, che non c'è nessun mistero dei Cristiani, il quale ripugni alla evidente e chiara ragione naturale. Sarebbe uno stolto, chi non intendesse, che Dio può fare molte cose anche più sublimi ed astruse, di quanto noi possiamo capire, mentre vediamo, che abbiamo in vista più corta d'una spanna, anche in cose molto vili. Chi potrebbe a mo d'esempio spiegare pienamente e perfettamente la natura anche solo di una formica o di un'ape?

     In egual modo la dottrina cattolica comanda a consiglia molte cose difficili assai: tra queste l'amare i nemici, il celibato perpetuo, la povertà volontaria. Ma quale di queste cose fa a pugni con la bontà e con l'onestà? Che cosa non v'è da ammirare e da pregiare, anziché da vituperare e disprezzare? Si aggiunge, che i nostri avversari fin qui non hanno potuto trovare niente, da riprendere nelle nostre leggi: e se l'hanno fatto, apparvero a tutti ridicoli. Rincresce invero e fa vergogna ribattere le loro sciocchezze. Ma, oppongono essi, molte sono le scelleratezze e le vergogne dei Papisti: e specialmente negli ecclesiastici regna l'ambizione, signoreggia l'avarizia, è in vigore il lusso, l'usura, la simonia; e le concubine hanno oscurato e contaminato tutta la Religione. Non possiamo, né vogliamo negare, che molti vivono nella Chiesa in maniera tristemente corrotta. Ma donde proveranno. gli eretici che codesti cattivi costumi, che essi riprendono negli uomini di chiesa, provengano dalla dottrina della Chiesa? O non riprendiamo sempre anche noi stessi i medesimi mali costumi? non proibisce sempre la madre Chiesa, non punisce sempre, non deplora, non detesta le usure, le simonie, i concubinati e gli altri disordini, che ci si rinfacciano? Se dunque ai Luterani dispiacciono i nostri mali costumi; perché non piacciano loro le leggi e i precetti della Chiesa, con i quali vengono proibiti e puniti? Fu infame incoerenza di Lutero quella, quando con grande zelo appassionato accusava i costumi corrotti degli Ecclesiastici: e nel tempo stesso in pubblico dava alle fiamme i canoni dei Santi Padri, coi quali si proibivano quei cattivi costumi. Non condannava forse ad un tempo. tutti quei suoi detti e tutto quel suo zelo appassionato? Non vi pare che con quelle fiamme egli gridava alto a tutti, che, bruciati i canoni, contenenti la legge del vivere, ormai era lecito ad ognuno vivere impunemente senza leggi e senza regola, e che non vi era più nulla di ingiusto, di empio, di sacrilego?

      Confrontiamo ora, se non vi dispiace, la castità della Chiesa con le corruzioni delle sinagoghe di Satana. Leggete il libro prima di Teodoreto ai Greci, e capirete da esso, che non ci furono mai leggi degli antichi pagani, che non avessero alcuni errori quasi loro macchie. E quelle stesse leggi erano disonestissime e sommamente dannose al genere umano: e proprio quelle erano in grandissima pregio. I Persiani si univano alle madri con incestuose nozze contro ogni legge di umanità. Dagli Ircani e dai Battri si gettavano ai cani, nutriti a questo scopo, i vecchi ad essere divorati, non per scostumatezze, ma per consuetudine di religione. Presso gli Sciti venivano sotterrati vivi nei sepolcri con i morti, quelli che erano amati più degli altri da chi esalava l'anima. Presso i Massageti dagli stessi parenti, per legge della stato, e coll'intenzione di onorarli, venivano ammazzati e divorati i vecchi. E questo per dare ai loro dei sepolcri non morti e senz'anima, ma vivi e animati. Dai Cartaginesi e da molti altri popoli venivano sgozzati i propri figli.

     Ma forse si dirà; queste nazioni erano barbare, e perciò vivevano con leggi barbare e crudeli: però erano ritenute ottime e innocentissime le leggi di Licurgo, di Platone, e di Aristotele. Ma che? Niente di più sozzo, niente di più vergognoso, niente di più disumano. Le leggi di Licurgo permettevano non solo gli adulterii, ma anche quell'azione infame per la quale Sodoma e Gomorra furono bruciate col fuoco e con lo zolfo mandato dal cielo. Platone voleva che le mogli fossero comuni, e che le donne: non meno che gli uomini, si esercitassero nude nelle palestre e che imparassero l'arte del cavalcare, cose tutte vergognosissime e sconcissime. Anzi promulgò quella legge crudelissima e più che barbara, che gli uomini e le donne, dopo che avessero oltrepassato l'età capace di generare, compissero bensì, secondo che volessero, i loro bassi piaceri, ma che, se avessero concepito, non dessero mai alla luce il feto vivo: o se per caso lo dessero alla luce, lo uccidessero con la fame e col freddo. E vediamo, che questa legge piacque anche ad Aristotile, il più sapiente dei filosofi! E dire, che Platone non solo permise con Licurgo quel vizio orrendo e contro natura: ma anche promise, che sarebbero stati beati dopo questa vita, e che avrebbero ricevuto grandi premi, quelli che l'avessero messo in pratica. Ecco dunque quali furono le leggi di quell'uomo, che gli antichi giudicarono doversi chiamare divino e dio dei filosofi.

     Eppure ho toccato soltanto poche cose intorno ai costumi. A bella posta ho tralasciato i sogni e i deliri dei filosofi intorno a Dio, per non parere, che io stesso delirassi, qualora mi occupassi nel passarli in rassegna. Mi sembra davvero, che una volta fosse più savio il volgo dei pagani, che veneravano Giove adultero, Venere meretrice, Mercurio ladro, Vulcano zoppo, o certo il sole, la luna, le stelle, che non codesti filosofi, che con tanto fasto vantano la loro sapienza. Quelli almeno veneravano alcune cose, che esistevano, o che erano esistite. Ma questi sapientoni veneravano in luogo di Dio i loro sogni e i loro fantasmi. Di questi scrive l’Apostolo ai Romani: «Infatuirono nei loro pensamenti, e si ottenebrò lo stolto loro cuore. Or dicendo di essere saggi, diventarono stolti. Perciò Dio li abbandonò ai desideri del loro cuore, alla immondezza: talmente che disonorassero in se stessi i corpi loro. Li abbandonò Dio ad un reprobo senso in modo da fare cose non convenevoli» (Rm. 1, 21).

      Quante cose ha la legge dell'impurissimo Maometto, che ripugnano alla manifestissima ragione e all'onestà dei costumi! La legge di Maometto, come si può rilevare dal libro di S. Giovanni Damasceno intorno alle cento eresie, non è altro che un mostro orrendo, deforme, smisurato, fuso insieme di molte eresie e superstizioni. Dai Giudei ha l'orrore per la carne di maiale, la moltitudine delle mogli, il divorzio, la circoncisione, i frequentissimi lavacri. Dagli eretici Ariani ha, che il Verbo di Dio non è figlio né consustanziale al Padre, ma creato e schiavo. Dai Nestoriani, che Cristo Signore è nato sì da una Vergine, ma che è solo uomo, e non anche Dio. Dai Manichei, che Cristo né ha patito, né è morto: e che bisogna astenersi sempre dal vino. Da Aristippo e da Epicuro ha, che la più grande beatitudine è riposta nella amenità dei giardini, nella moltitudine delle mogli, nel mangiare e nel bere e negli altri piaceri del corpo. I Maomettani praticano sì religiosamente il digiuno: ma dalla levata al tramonto del sole. Di notte, quando non c'è pericolo d'esser visti neppure dal sole, né d'essere accusati dinanzi al loro dio della inosservanza del digiuno, hanno libertà di mangiare e bere a crepapelle. E non digiunano in ogni tempo, ma solamente nei giorni canicolari, contro ogni ragione ed umanità; perché allora il digiuno è assai nocivo al corpo umano, e non tanta necessario per comprimere gli appetiti bestiali. Finalmente combatte - ed è segno della più grande stoltezza - contro la legge di Mosè e contro il vangelo di Cristo: e con tutto ciò venera Cristo e Mosè, come profeti veracissimi e santissimi. Appare quindi, che lo scopo di Maometto non fu altro, che annientare ogni difficoltà, che i cristiani hanno nel credere e nell'operare. Perché era difficile contentarsi di una sola moglie, aderì ai Giudei. Perché era difficile credere, che una essenza sussiste in tre persone, aderì agli Ariani. Perché era difficile credere, che una persona è in due nature, aderì ai Nestoriani. Perché era difficile credere, che Dio Cristo abbia valuto patire e morire, aderì ai Manichei. Perché era difficile per le cose spirituali e future che non si vedono, disprezzare le corporali e presenti che si vedono, aderì ad Aristippo e ad Epicuro. In fine perché era difficile non ammettere Cristo e Mosè così perspicuamente santi e amici di Dio, ed altrettanto era difficile unire la sua legge con quella di Mosè e con il Vangelo di Cristo, accolse Cristo e Mosè, ma ripudiò la legge e il Vangelo. 

    Vengo ora agli eretici. Ha certo ogni eresia qualche aspetto di buono e di vero, o per lo meno ha la promessa di verità e di rettitudine: altrimenti non avrebbe seguaci. Ma c'è Questo divario tra la Chiesa di Cristo e la sinagoga degli eretici, che la dottrina della Chiesa non ha affatto nulla di contrario, o alla retta ragione, o ai buoni costumi. Invece non c'è eresia, che non contenga degli errori evidentemente manifesti. Sono tutti gli eretici simili a quelli, che sono detti lunatici, che talora hanno dei lucidi intervalli e par che abbiano giudizio, tal altra delirano. Per amore di brevità lasciamo i Gnostici e i Manichei. Questi, per ciò stessa che si staccarono dalla Chiesa, dimostrarono bastantemente, che non hanno mai avuto la vera fede e la vera religione. Giovanni Wiclefo, patriarca degli eretici del nostra tempo, non asseriva egli forse fra le altre dottrine vergognosissime, che sono enumerate nel concilio di Costanza, e con parole chiare ed esplicite, che «Dio deve ubbidire al diavolo»? Quale frenetico, quale furioso, anche se invasato dal diavolo, direbbe queste cose? E che dubbio ci può essere, se una tale asserzione sia vera o falsa? Giovanni Hus, benché non insegnasse altro, non manifestò se stesso empio e nemico di Dio e della verità con ciò stesso di avere ritenuto Wiclefo quale apostolo ed evangelista? Martin Lutero, veneratore e lodatore di ambedue costoro, cioè di Wiclefo e di Hus, non è vero, che s'impiglia insieme anche nei loro insani errori o piuttosto follie?      

    Ma qui mi si offre una sì vasta, ma pur confusa selva di errori e di menzogne, che, se vi entrassi, non facilmente spererei di poterne uscire. Ometto primieramente, che Lutero ha allentato le briglie alle passioni a tal segno, che, stando al suo vangelo, è lecito adulterare e fornicare: mentre il Vangelo di Cristo ha proibito perfino il guardare impudico. E’ lecito secondo lui non osservare la promessa fatta a Cristo della verginità, anzi non è lecito osservarla: mentre Cristo stesso e l'Apostolo hanno levato a cielo la verginità con tante lodi: e con la parola e con l'esempio hanno infiammato gli uomini a praticarla. E' lecito in fine per Lutero commettere impunemente tutti i delitti e tutte le vergogne; anzi non è lecito fare alcunché di bene, ma pecca chiunque si forza di operar bene. Eppure tutto il Vangelo, e tutta la divina Scrittura ci esortano a fuggire i vizi, a praticare le virtù, e ad unire le buone opere con la fede retta e sana. Ometto in secondo luogo, che Lutero non ha nessuna stima non solo della lettera di S. Giacomo e di S. Giuda e di alcune altre cose; ma perfino anche degli Evangeli di S. Matteo, di S. Marco e di S. Luca. Non esagero. Nella prefazione sopra il Nuovo Testamento con parole chiare insegna, che si deve abolire la comune opinione, che ci sono solo quattro Evangeli: ma che unico, bello e vero è il Vangelo di S. Giovanni. Da ciò segue, che i Vangeli dei Santi Matteo, Marca e Luca, o non esistono, o sono cattivi. Ma non per altro motivo fu così severo contro questi tre Evangelisti, se non perché, secondo lui, gli Evangeli scritti da loro. contengono leggi e insegnamenti di ben vivere, e persuadono la necessità delle buone opere. Ometto ancora, che Lutero insieme con Wiclefo e Calvino e con quasi tutti gli altri settari ed anzi con gli stoici e con i Manichei, non teme di affermare, che nulla è libero o contingente, ma che tutto avviene per fatale ed assoluta necessità. Ometto, che riprende Zuinglio di Nestorianismo: ed egli stesso cade, non so se volendo o senza volere, nell'errore molto maggiore, cioè nell'Eutichianismo.

Dice infatti: «Ho avuto da fare in qualche luogo con Nestoriani (intende Zuingliani) , i quali con somma pertinacia disputavano, che la divinità di Cristo non poteva patire». Dunque Lutero, fu di parere, che la divinità di Cristo potesse patire. Di qui scaturì quella magnifica dottrina di Andrea Muscolo, che la divinità patì e morì sulla croce. Che cosa si può pensare di più falso di questa follia? Credete voi, che capiscano, che casa si'gnifichi «la divinità è morta in croce?», La divinità non è la stessa eternità? Non è della sua essenziale natura l'esistenza sempre? Come dunque potrebbe morire la divinità? Potrebbe l'eternità non esistere in qualche tempo? Che è questa pazzia di Lutero e dei suoi scolari? Se si lasciano allucinare in cosa così facile tanto facilmente, che faranno nelle cose più difficili? Ometto altresì, che Filippo (Melantone) nella  apologia in favore della sua confessione Augustana sostiene a spada tratta, che prima del tempo di San Gregorio, cioè prima del seicento, nessuno degli antichi ha fatto menzione della invocazione dei Santi. Invece tutti gli antichi ne hanno fatto menzione. Ne ha fatto menzione Sant'Agostino nel trattato ottantesimoquarto in S. Giovanni: S. Girolamo nel discorso funebre di Santa Paola: Sant'Ambrogio nel libro delle vedove: S. Massimo nel discorso di Santa Agnese: il Nazianzeno nel discorso per San Basilio: San Basilio stesso nel discorso dei quaranta martiri. In breve, tutti ne hanno fatto menzione. Ometto ancora ciò, che Calvino insegna in quella sua famosa Istituzione, che cioè il numero degli ordini minori è un trovato dei Canonisti e dei Sorbonisti: laddove ricorda in particolare tutti gli ordini minori Sant'Ignazio martire nella lettera agli Antiocheni: li ricorda il Romano Pontefice S. Clemente, secondo dopo S. Pietro, nella lettera a Fabiano di Antiochia: li ricorda il quarto concilio Cartaginese; li ricordano più altri, che di molti secoli furono prima dei Sorbonisti e dei Canonisti. Eusebio di Cesarea non riferisce egli nel libro sesto delle Storie Ecclesiastiche da una lettera di Cornelio, che nel clero della sola Chiesa Romana vi erano in quel tempo, circa l'anno di Cristo duecentocinquanta, quarantacinque sacerdoti, sette diaconi, sette suddiaconi, quarantadue accoliti, esorcisti con lettori ed ostiarii cinquantadue?
Avrebbe dunque potuto Calvino mentire più splendidamente in questa parte? facilmente lascio passare sotto silenzio tutte queste ed altre innumerevoli manifestissime menzogne, che in nessun modo si possono né difendere, né scusare, ancorché mettessero sossopra il cielo e la terra, e chiamassero dall'inferno tutti i demoni: intantoché però purtroppo con esse ingannano miseramente i popoli ignoranti.

     Ricorderò solamente una cosa, in cui quasi tutti i settari si accordano. Come abbiamo appreso da Lutero, allorché scopriamo in alcuno un errore certo, sufficientemente siamo messi da Dio sull'avviso, di non credergli più niente in avvenire. Ora Lutero nel libro del libero arbitrio, e Calvino nel libro primo delle Istituzioni al capo ottavo ed altrove frequentemente difendono a tutto potere la dottrina ricevuta da Wiclefo, che cioè «Dio è la causa efficiente di tutte le scelleratezze e di tutte le brutture, e che egli stesso vuole, egli stabilisce che si facciano i peccati». Filippo Melantone vuole illustrare questa sentenza in una annotazione alla epistola ai Romani: e con bocca sacrilega non temé di affermare «che non fu opera meno propria di Dio il tradimento di Giuda, che la vocazione di S. Paolo». Che pare a voi di queste dottrine? Non hanno trovato i settari del nostro tempo maestri più infami da imitare dei Manichei, che sempre dalla Chiesa furono avuti in orrore, per i più scellerati ed impuri di tutti. Eppure, non contenti di imitarli quanto a empietà e bestemmia. li hanno lasciati dietro a sé di un lungo tratto. I Manichei sì è vero, dicevano Dio autore dei peccati, ma un Dio, che essi si fingevano cattivo di sua propria natura, e che da essi era chiamato materia e demone. Non furono mai tanto stolti i Manichei, da attribuire al Dio buono e vero la causa dei peccati. Ma codesti nuovi maestri in Israele attribuiscono la causa dei peccati al sommo, buono e vero Iddio. Inorridisce davvero l'anima, rifugge la mente al riferire queste cose tanto profane, tanto nefande, tanto dannose. O non filosofeggiano spesso di Dio più rettamente i perfidi Giudei, i Turchi brutali e le genti barbare? Chi non vede, che da costoro, che si arrogano tutta la sapienza, o si ignorano i primi elementi della fede, o pazzamente si disprezzano, o superbamente si insozzano? Se Sant'Ilario fosse adesso qui,  non proromperebbe in quel suo motto consueto: «O povere mie orecchie, che hanno udito il suono di una voce così funesta!». E Sant'Ireneo non direbbe forse, ciò che disse contro Fiorino, che introduceva questa stessa eresia: «Questi insegnamenti non contengono la dottrina sana, questi insegnamenti discordano dalla Chiesa, questi insegnamenti spingono in una somma empietà quelli che li ascoltano. Neppure gli eretici avrebbero mai osato pronunziare questi insegnamenti»?

     Dunque non sono eretici, ma più che eretici quelli, che dicono queste cose. Che se ora fosse qui anche quell'apostolico uomo di carattere di S. Policarpo, non turerebbe egli le sue orecchie, e gemendo, com'era solito, non direbbe di nuovo: «O buon Dio, a quali tempi mi avete riservato, che mi toccasse udire queste cose!». Infatti che cosa è più intollerabile di questa bestemmia? Ma dunque sarà Dio autore dei peccati? Dunque dalla verità nasce la menzogna, dalla stessa bontà la malizia, dalla luce le tenebre, dalla dolcezza e dalla soavità il fiele e l'assenzio dei peccati? Perché Sant'Ireneo, S. Basilio ed altri Padri intitolano i loro libri, che Dio non è autore dei peccati? Perché la stessa Sacra Scrittura dice tanto espressamente: «A nessuno ha comandato di vivere da empio, e a nessuno ha dato un tempo. per peccare» (Eccli, 15, 21), e «Dio odia l'empio e la sua empietà?» (Sap. 14, 9). Perché l'Apostolo grida: «E' in Dio ingiustizia? Mai no» (Rm. 9, 14). «Altrimenti in che modo giudicherà Dio il mondo?» (Rm. 3, 6). Se Dio, dice egli, è autore dei peccati, con che fronte nel giudizio punirà i peccatori? Se non è meno opera di Dio il tradimento di Giuda, che la conversione di Paolo, con che giustizia condannerà Giuda ai tormenti, e a Paolo darà la gloria sempiterna? Quale più crudele tirannia si può pensare, del punire Dio vivi e morti i peccatori, cui, se diamo fede ai settari, egli costrinse a peccare? Or voi vedete certo, quali siano le dottrine dei settari. E pensereste che sia credibile, che per bocche tanto empie e sacrileghe abbia potuto parlare lo Spirito Santo?

     Se è così, non fa meraviglia, se ormai le dottrine profane abbiano introdotto costumi del tutto profani e pagani. E non siamo noi soli a lamentare e deplorare questo: fanno. anch'essi lo stesso. E' Lutero stesso, che si lamenta in un discorso dell'Avvento, che gli uomini al tempo del suo vangelo, sono malto peggiori. che non fossero mai al tempo del papato. Paolo Hubert fu archisinagogo dopo Lutero e Filippo. Udite, quanto seriamente egli deplora i costumi dei suoi nella prefazione ai commentari di Filippo all'Epistola ai Corinti. «Giornalmente, dice, vanno crescendo in copiosissima messe innumerevoli vizi. In particolare un tristissimo abuso della religione e della libertà cristiana, il disprezzo e la trascuraggine del santo mistero, la profanità delle dispute, il saccheggio dei beni della Chiesa, la ingratitudine verso i fedeli ministri, il rilassamento della disciplina e la sfrenata caparbietà della gioventù. Al veder certi mali l'anima non può non restarne sgomenta, e alle volte scossa dalle onde dei dubbi, nella incertezza, se questa adunanza possa essere la Chiesa, dato che in essa ci sono tante discordie, confusioni ed enormi vizi». Così egli.

     Ma cessino codeste vane lagnanze dei Luterani. Chi ha tolto a loro e a noi la pace e la serenità? Chi ha eccitato tanti commovimenti, tanti tumulti, tante tempeste, che non possono finir di quietarsi? Chi fu causa di tanti latrocini ed uccisioni e di tanti sacrilegi? Chi ha fatto tanto fango e lordura di fornicazioni e di adulteri? Chi ha introdotto nell'Europa tanta corruzione di costumi e un sì gran cumulo di vizi? Non forse Lutero e la sua posterità, dal momento che hanno insegnato, che Dio non richiede le buone opere, anzi le rigetta? Perché dunque dovrebbero gli uomini operar bene? Hanno gridato perfino dal pulpito, che è impossibile la castità: e, che, se non vuole la moglie, venga la serva. Perché dunque si meravigliano, che tutto è pieno di adulterii? Hanno fatto capire agli uditori, che la libertà cristiana ha fatto uguali tutti gli uomini, e che non c'è nessun superiore. nessun inferiore. Perché si lagnano, se i popoli non li ubbidiscono? Hanno persuaso la gente sventurata, che l'uomo non ha libero arbitrio, che da Dio stesso è costretto a peccare: che, quando poi fa quello che è in lui, pecca mortalmente: che con la sola fede si rimettono i peccati, che non si richiede contrizione di sorta, né confessione, né soddisfazione. Domando io: che segue da ciò, se non che gli uomini si precipitino in tutti i baratri dei vizi, senza alcun timore, senza alcun pudore, senza alcun freno, con sommo libertinaggio e audacia? Perché avrebbero a far bene forzatamente, se né possono, né è necessario, ed è tutt'uno, qualunque cosa facciano? S'accorse di questo l'infelice Lutero, e perciò con tanta fatica tentò poi in quella sua visita della Sassonia di ovviare ai vizi e alle scelleratezze contro il suo stesso vangelo, con tanti precetti ed istituzioni. Ma vanno a vuoto tutte queste cose, se non tornano alla vera, pura e santa dottrina. E' impossibile, che una cattiva semenza di dottrina produca un buon raccolto di opere: né che un cattivo corvo faccia un buon uovo. Come dice il Signore: «Non può un albero cattivo far frutti buoni» (Mt. 7, 18), Basti questo intorno alla purità della dottrina cattolica.

 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)