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Il Mistero della Trinità e il significato di alcune parole

 

Avvertenza:

questa non è una nota teologica, ma solo una escursione filologica, senza alcun intendimento di interpretare o commentare il mistero della Trinità, cioè solo un’indagine linguistica sull’impiego della parola “persona” (latino e spagnolo Persona, francese Personne, inglese Person, tedesco Person).

Il Cristianesimo e particolarmente la sua emanazione cattolica, che si identifica con la Chiesa latina o occidentale, si regge su alcuni dogmi fondamentali, cioè canoni di fede e non di ragione, e primo fra tutti il dogma della Trinità, che si esprime nella preghiera del “Credo” in un Dio unico, cioè in una sola natura o sostanza  (essenza) che si manifesta (ma forse sarebbe più appropriato dire: si “compone”) in tre “persone”. Testualmente il Concilio II Costantinopoli del 553 afferma il canone: «Chi non confessa che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno una sola natura o sostanza (mian phisin etoi ousian), una sola virtù e potenza, poiché essi sono una Trinità consostanziale (Triada homoousion), una sola divinità (mian Theoteta) da adorarsi in tre ipostasi (en trisin hypostasesin) o persone (egoun prosopois), questo tale sia anatema. Uno infatti è Dio e Padre, dal quale sono tutte le cose, e uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose». Si deve fare particolare attenzione al termine “persone” (prosopois).

È aspirazione dell’uomo cercare di spiegare tutto, anche l’impossibile, quindi il mistero, che diventa dogma, in un tentativo che spesso è sofferente e sterile, però meritevole di rispetto, perché se è vero che Dio è logos nel senso dell’evangelista Giovanni, perche è pensiero, è comprensibile che anche la sua creatura ci provi. E ci ha provato e continua a provarci attraverso la teologia, la filosofia, la filologia, in uno sforzo degno di Sisifo.

Bisogna intenderci sul significato attuale di certe parole, che provengono da lontano e nel percorso temporale hanno cambiato significato con il pericolo di fraintendimenti, tanto più pericolosi quando si tratta di dogmi religiosi.

Provo a mettere in fila alcune parole chiave, che, separatamente, sono un puzzle, ma, intese in modo corretto e coordinato, sono una illuminante spiegazione.

a)      Spiegazione. Non significa certo dimostrazione né prova né illustrazione. Non si può spiegare l’inspiegabile, che, oltre a dogma, è mistero. Quindi “spiegazione” deve essere inteso nel senso di chiarire il significato nei limiti in cui un chiarimento può essere dato, non in riferimento alla Trinità teologica e di fede, ma alle parole che tentano almeno di esprimerlo.

 

b)      Sostanza. Deve essere intesa nel significato di sostanza o essenza (homoousion), di un “ciò che è era e sarà”, in un dimensione extra temporale, significato diverso da esistenza, che è necessariamente legato a una temporalità. Dire che Cristo è “consostanziale al Padre” (Concilio di Nicea, 325, “della stessa sostanza del Padre”), significa dire che è costitutivo di una comune entità, è parte di una unità indivisibile, è l’Uno, senza frazionamenti, come, invece, avviene nei numeri. L’uno della numerologia resta in teologia unità inscindibile, indivisibile. Quindi più che una identica natura divina, un’unica natura divina, precisazione necessaria, perché nella lingua italiana “identico” significa “esattamente uguale”, ma anche due o più enti possono essere uguali, pur essendo più di uno, il che sarebbe contraddittorio con l’unicità della sostanza. Come si può subito notare, le parole sono pietre e il loro significato può risultare ingannevole, perché cambiano colore nel tempo. Il linguaggio, essendo invenzione dell’uomo, è sempre relativo nel tempo e a maggior ragione nello spazio, tanto più quando le lingue in questione sono più e la traduzione diventa difficile, soprattutto quando non si tratta di oggetti, ma di concetti metafisici o teologici. La traduzione è  tentativo di traslazione di concetti, operazione che può dare risultati devianti, come ben sanno i traduttori soprattutto di opere poetiche e filosofiche. L’universalità della lingua latina affermata e praticata fino al Concilio Vaticano II, intendeva appunto evitare i rischi di traduzione oltre che affermare e confermare la tradizione.

 

c)      Persona. È la parola più ambigua, che può ingenerare le maggiori difficoltà di comprensione, se riferita alla Trinità (Concilio di Nicea 325 e II Costantinopoli 553):

 

Il dogma della “Trinità”, secondo l’assestamento semantico del II Concilio di Costantinopoli, è in relazione alla natura divina: esso afferma che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua “sostanza” o “natura” (ousia, ousia) , ma comune a tre “persone” (o “ipòstasi”, cioè “ciò che sta sotto”) della stessa numerica sostanza (consustanziali) eppur distinte. Ciò non va interpretato come se esistessero tre divinità (politeismo) né come se le tre “persone” fossero solo tre aspetti di una medesima divinità (modalismo). Le tre “persone” (o, secondo il linguaggio mutuato dalla tradizione greca“ipòstasi”) sono in effetti ben distinte, ma formate nella stessa sostanza.

La traduzione in italiano della parola “persona” (prosopon) deve essere intesa con attenzione e prudenza. Si devono scartare riferimenti all’aramaico, perché il dogma della Trinità è del quarto secolo d.C. e non rientra nemmeno nei Vangeli sinottici, ma è deducibile dal Vangelo di Giovanni e poi nelle epistole di Paolo, nonostante siano anteriori alla definizione dogmatica, che impiegò più concili da Nicea fino al II Costantinopoli, prima di giungere, dopo più di due secoli, al canone definitivo e attuale. Si nota che nei precedenti concili il termine “ipostasi” (upostasis) fu impiegato anche in sinonimia a “sostanza” (ousiaousia) non senza confusioni teologiche.

Bisogna arrivare a San Basilio alla metà del IV secolo per osservare una distinzione semantica tra sostanza (natura, essenza) e ipostasi (persona o meglio: sussistenza, cioè che sta sotto la sostanza, così come la intende anche Sant’Agostino, che nel De Trinitate, precisa anche che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre individui distinti, come lo sono tre esseri umani appartenenti alla stessa specie (tre relazioni sussistenti) a cui fa seguito San Tommaso d’Aquino). Persona, per noi occidentali, sarebbe termine che viene dal latino, per derivazione dall’etrusco e, forse, dal greco attraverso l’etrusco, e indicava, in origine, “maschera”, cioè la raffigurazione, l’immagine, l’apparenza che in teatro copriva il volto degli attori, dietro la quale si celava la loro identità, per lasciar spazio a un’immagine fissa a cui l’attore prestava solo la voce.
Nell’italiano attuale: “persona” è un “individuo” (in-dividuus), che significa anche indivisibile, il che ci riporta all’uno, sarebbe coerente con l’unità della divinità monoteista, ma a confondere i significati, almeno da un punto di vista teologico, potrebbe essere proprio l’etimologia di “persona”, che si vorrebbe derivare dal greco proswpon(maschera, faccia), usata in alternativa a upostasiq (ipostasi),  che, però vuol dire “che sta sotto” e ambiguamente significa, invece, ancora sostanza e, quindi, non rende la parola “persona”) cioè “parte anteriore del viso” e non ha niente a che vedere con maschera; questo per le incertezze dei concili anteriori al II Costantinopoli (553). Ritengo di particolare interesse – ed è il contributo di chiarimento di questa nota – ricordare che Giovanni Semeraro, un filologo esperto di lingue mediorientali e specialmente accadico-babilonesi, precisa che la base di persona corrisponde, invece, all’antico babilonese  parsu, che significa anche “parte”, calcata su persu (ancora parte). Allora, inteso in questo senso, il significato etimologico di persona sostituito dalla sua origine: “parte”, implica che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sono sì tre persone distinte, ma sono”parte”, nel senso di “appartenere” all’Uno, non nel senso di tre quote, la cui somma dia uno, ma nel senso di “unità”, cioè indivisibilità.

La fonte etimologica Semeraro “parsu”, nel senso di parte, ci aiuta a uscire dal concetto di maschera, assai improprio, ma non si deve cadere nell’eresia di Ario o nel modalismo o nella tesi del patriarca di Costantinopoli Fozio (867 e 879), che dando più importanza alle “persone” (upostasis) del mistero Trinitario rispetto alla sostanza (ousia) alimentò lo scisma della Chiesa orientale con Michele Cerulario, divisione che ha reso sterili, almeno fino ad oggi, tutti i tentativi di composizione delle due divergenti interpretazioni. Però, analizzando gli atteggiamenti storicamente attestati dei protagonisti Fozio e Cerulario, viene da pensare che lo scisma fu alimentato soprattutto da motivi di carattere personale, da ambizioni e sete di potere, come sempre avviene nelle divisioni politiche che strumentalizzano la religione per finalità diverse.
Ogni proclamazione di dogma – e l’ultimo significativo esempio è quello dell’infallibilità del Papa contrastato ma proclamato da Pio IX (lo fu anche il II Concilio di Costantinopoli) è segnato da contrasti, il che è anche comprensibile, perché avviene in un consesso di uomini, ognuno dei quali ha una visione sua propria della fede, un’intelligenza individuale e spesso interessi occulti e finalità contrapposte: è il solito gioco delle maggioranze e delle minoranze, anche se non si deve dimenticare che il dogma è quasi sempre proclamato seguendo e non precedendo una tradizione già radicata, ciò che spiega la sua adozione.

La conclusione non è un dubbio sulla Trinità, ma l’invito a una attenzione all’uso dei termini, che rivela la povertà, l’instabilità e l’ambiguità del linguaggio umano. D’altra parte le parole sono come ferri del mestiere, sono utensili: si usano quelli che si hanno a disposizione per rendere un’idea e vi sono casi in cui un tentativo viene abbandonato per inadeguatezza del linguaggio, come accadde Heidegger inEssere e tempo. Wittgenstein ha descritto il linguaggio, soprattutto quello dell’etica, una gabbia contro la quale ci si avventa senza successo. Nella fattispecie la parola “sostanza o essenza o natura” (ousia,ousia) è soddisfacente, un po’ meno la parola “persona”.

Quando il credente prega la Trinità e pensa alle tre Persone, istintivamente pensa al significato di persona secondo la comune definizione e cade inconsciamente in contraddizione, perché in riferimento alla Trinità il significato di persona è teologico e non giuridico e ancor meno teatrale. Si può ammettere che se dopo il II Concilio di Costantinopoli del 553 si adottò il termine “persona” (proswpon), tradotto in latino persona invece di “sussistenza” (upostasis) è perché non ne trovarono uno migliore più comprensibile al popolo dei credenti e chissà quante animate discussioni devono aver sviluppato quei Padri, che pure avevano perfetta conoscenza della lingua greca. Dobbiamo anche immaginarci dove andrebbe il pensiero di un orante italiano se, invece di “persona”, pronunciasse più correttamente “ipostasi: sarebbe più adatto ma ancor meno comprensibile. Tuttavia l’inadeguatezza del termine “persona” resta, forse perché nei credenti delle epoche successive a quel Concilio e a maggior ragione per quelli attuali si è radicato un significato più antropologico e giuridico e meno teologico.

Alla fine, si deve considerare che come ha ben messo in evidenza Sant’Agostino e quasi mille anni dopo San Tommaso d’Aquino il mistero della Trinità va accettato e professato per fede e non per ragione.

Sul punto è opportuno aprire una parentesi. Si constata che le quattro grandi componenti della cristianità: la Chiesa Cattolica, la Protestante, l’Anglicana e l’Ortodossa accolgono le parole della preghiera fondamentale del Credo nello stesso significato teologico assegnato dai Concili Nicea-Costantinopoli, con la precisazione, relativamente a quest’ultimo, che è data, come già ricordato, maggior enfasi al concetto di persona rispetto a quello di essenza, ma ciò non significa divergenza e rende anche poco giustificabile la secolare diatriba nota con il nome di Filioque. Allora ci si chiede, perché il dialogo interreligioso non abbia dato frutti, almeno fino ad oggi, seppur sia comprensibile che nei secoli le contrapposizioni si siano consolidate e non è certo per fondamentale inaccettabilità di rinunciare alle proprie autonomie in opposizione alla centralizzazione nella Chiesa di Roma.

Si noti, tra l’altro, che la Chiesa cattolica è l’unica delle quattro che è indipendente e persino in contrapposizione al potere politico, quindi l’unica veramente libera. E, allora, ci si chiede, dov’è il problema? È nella storia delle eresie e degli scismi, tutti di matrice politica o di sete di potere o di interesse personale. La Chiesa anglicana nacque dall’intenzione del Re Enrico VIII, un pazzo tagliatore di teste, che per sostenere obiettivi espansionistici intendeva appropriarsi dei beni dei monasteri cattolici; così si pose a capo della Chiesa anglicana e il re inglese ha ereditato tale carica fino ai giorni nostri. Martin Lutero, per la Chiesa Protestante, reagiva contro la Chiesa romana che aveva bisogno di fondi per costruire la Basilica di San Pietro (obolo di San Pietro) e vendeva indulgenze, ma il cui ricavato andava solo in parte (meno di un terzo) al Papato, mentre i due terzi venivano trattenuti e requisiti da Albrect von Hoenzollern principe-vescovo di Magdeburgo e Magonza, il tutto, pare, a insaputa dell’ignaro Lutero. Quanto alla Chiesa Ortodossa, è noto che Michele Cerulario, autore dello scisma, fu inquisito persino dall’Imperatore di Costantinopoli e scampò alla condanna solo perché morì prima della conclusione del processo. Poi, si sa, come in tutte le questioni umane, a cosa si aggiunge cosa e i solchi si sono allargati e la religione è usata come pretesto per finalità politiche.

In sintesi, non bisogna dimenticare che la più espressiva visione della Trinità l’ha espressa, prima di tutte le contrapposizioni delle chiese, Dante Alighieri, che nel XXXIII e ultimo canto del Paradiso della Divina Commedia riassume nei versi 115-117 tutta la teologia trinitaria con la piena consapevolezza del significato dei termini “sussistenza”, invece di “persona”, e di “unità” (alto lume una contenenza)

Ne la profonda e chiara sussistenza

de l’alto lume parvemi tre giri

di tre colori e d’una contenenza.

Non poteva essere diversa la conclusione del poema, tutto incentrato sulla Trinità e sulla ricorrenza del numero tre: tre cantiche di trentatre canti ognuna più un prologo, che formano l’inscindibile unità di una Commedia divina.









   





[Edited by Caterina63 1/26/2014 9:37 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)