00 7/10/2014 5:20 PM

Un predecessore illuminato


Un articolo dell’arcivescovo di Genova su Prospero Lambertini, papa dal 1740 al 1758


del cardinale Tarcisio Bertone

 
Ritratto del cardinale Lambertini, Giuseppe Maria Crespi, Collezioni Comunali d’Arte, Bologna

Ritratto del cardinale Lambertini, Giuseppe Maria Crespi, Collezioni Comunali d’Arte, Bologna

Dopo un interessante dibattito televisivo sul nuovo Papa, il presidente Andreotti mi ha sollecitato a riproporre – come omaggio a Benedetto XVI – un profilo del suo predecessore omonimo, Benedetto XIV, frutto dei miei precedenti studi*, ai quali ha voluto benevolmente riferirsi papa Ratzinger nella sua prima visita alla Congregazione per la dottrina della fede il 20 aprile 2005.

1. La preparazione 
e l’elezione a papa
Prospero Lorenzo Lambertini nacque il 31 marzo 1675 a Bologna, da Marcello e Lucrezia Bulgarini. Eccellente per ingegno e applicazione allo studio, ottenne la laurea in teologia e in utroque iure a Roma nel 1694.
In considerazione delle sue qualità e dell’universale stima goduta nei circoli romani, percorse tutti i gradi e gli uffici della Curia romana fino a diventare segretario della Congregazione del Concilio nel 1718.
Sorprende il fatto che tutte le fonti biografiche tacciano su un momento considerato generalmente importante nella vita di un ecclesiastico: la data dell’ordinazione sacerdotale. In realtà il Lambertini, per motivi che non si possono far risalire a un costume superato, e che sarebbe interessante approfondire, ritardò la sua ordinazione sacerdotale fino al 1724, quando, all’età di quasi cinquant’anni, poteva dirsi ormai al culmine della sua esperienza e attività “romana”.
Le testimonianze concordano nel dare al futuro Papa un carattere vivace e spiritoso, impetuoso e cordiale. Il padre de Montfaucon lo scolpì con questa espressione: «Lambertini ha due anime: una per la scienza, l’altra per la società». Col Pastor possiamo affermare: «Tutto sommato, si può dire che Benedetto XIV rappresentava l’incarnazione dello spirito italiano nel suo lato migliore e più piacevole».
Come segno di apprezzamento e di benevolenza fu creato arcivescovo in partibus di Teodosia, cardinalein pectore nel 1726 e vescovo residenziale di Ancona nel 1727.
Fu pubblicato cardinale il 30 aprile 1728. Il 30 aprile 1731 fu trasfe­rito all’arcivescovado di Bologna, sua città natale, dove l’uomo erudito, il prelato della Curia romana, si dimostrò pastore zelante e pio.
Visite e istruzioni furono i mezzi più concreti per elevare il livello spirituale del clero e del popolo.
Nonostante l’impegnativa funzione di pastore d’anime, il cardinale Lambertini rimase uomo di studio. Basta citare le opere composte a Bologna per rendersi conto della sua estesa attività letteraria. Le sueOrdinanze, raccolte e pubbli­cate, servirono di modello a molti vescovi. La grande opera De Servorum Dei beatificatione et canonizatione comparve dal 1734 al 1738, e rimase clas­sica per la Curia romana.
Non possiamo dimenticare altre opere minori, ma assai importanti: De sacrificio Missae, De festis Domini nostri Iesu Christi, Beatae Mariae Virginis et quorundam Sanctorum, e il ricchissimoThesaurus Resolutionum Sacrae Congregationis Concilii, compilato già quando era segretario della Sacra Congregazione.
Anche il De Synodo Dioecesana fu iniziato a Bologna. In verità egli poteva di­re: «Ma plume est ma meilleure amie».
Fu proprio a Bologna, nell’autunno del 1731, che conobbe il grande storico Ludovico Antonio Muratori, il quale risiedeva abitualmente a Modena: da allora i due uomini furono legati sempre da reciproca stima e amicizia.
Nel febbraio 1740 giunse a Bologna la notizia della morte di Clemente XII. Il cardinale Lambertini dovette partire per il conclave, il secondo della sua vita (il primo fu dopo la morte di Benedetto XIII: lo vedeva da appena due anni cardinale, e rimase nella memoria senza particolare suggestione).
Una foto di scena dello sceneggiato televisivo  Il cardinale Lambertini, interpretato da Gino Cervi

Una foto di scena dello sceneggiato televisivo Il cardinale Lambertini, interpretato da Gino Cervi

Questo secondo conclave ebbe tali proporzioni e importanza da modifi­care totalmente la rotta della sua vita: infatti dopo irriducibili contrasti e in­concludenti sedute, al 255° scrutinio, dopo sei mesi di conclave, il 17 agosto 1740 il cardinale Lambertini fu eletto papa. Il giubilo per la sua elezione, tanto più gradita quanto imprevista, fu immenso.
Il suo amore per la scienza e la sua dottrina si manifestarono subito nell’ininterrotto impegno personale di studio, che gli permise di proseguire le sue pubblicazioni.
Il suo orario di lavoro era massacrante. Ecco come descrive egli stesso il programma di una giornata: «Il giorno è di ventiquattr’ore. Noi ci leviamo alle dieci d’Italia e andiamo a letto alle tre d’Italia: e l’assicuriamo che, levata la mezz’ora del pranzo, e l’ora dalle due alle tre, nel rimanente o si sente, o si scrive, o si legge».
La sua formazione scientifica spicca sia negli scritti privati, sia nella legislazioneove rispecchia la sua vastissima erudizione personale.
Eppure trovava ancora il modo di uscire per la città e farsi vedere dai sudditi – cosa che non avevano fatto i suoi predecessori –, di passare di chiesa in chiesa per assistere alle quarant’ore quasi tutte le sere e di adem­piere a tutte le funzioni religiose personalmente, perché riteneva che questo fosse uno degli obblighi del pontefice.
Promotore di molteplici iniziative culturali e artistiche, fondò in Roma quattro Accademie: dei Concili, della Storia ecclesiastica, della Liturgia e delle Antichità romane. Riformò l’Università della Sapienza, di cui era stato rettore come “avvocato concistoriale”, istituendo le nuove cattedre di Matematica, Chimica e potenziando la Fisica sperimentale.
Manifestò comprensione per le idee del suo tempo e «cercò di adattare la severità della disciplina ecclesiastica sempre più al nuovo spirito di tolleranza, per proteggere la libertà della ricerca scientifica».
Frutto di questo suo atteggiamento furono la stima e la considerazione per gli uomini colti, e le relazioni intessute con le personalità più diverse, ad esempio, oltre che col già citato Muratori, con Pierre Louis Moreau De Maupertuis, presidente dell’Accademia delle Scienze di Berlino, con il napoletano Antonio Genovesi, con il veronese Scipione Maffei, con Voltaire.
La sua larghezza di vedute e il suo equilibrio lo accompagnarono anche negli atti di governo: sia nella scelta dei collaboratori sia nella politica finanziaria e commerciale.
Quando la morte lo colse il 3 maggio 1758, egli aveva trascorso quasi 18 anni di servizio pontificale sulla cattedra di Pietro, portandovi quel corredo di scienza, quell’operosità instancabile nell’approfondire le riforme indicate dal Concilio di Trento, come del resto già aveva fatto ad Ancona e a Bologna, quella mitezza e quel concreto senso della realtà anche nella difficile azione diplomatica, che fecero di lui «il più grande Pontefice del suo secolo, al quale la storia della Chiesa continuerà ad assegnare un meritato posto tra i più insigni successori di Pietro» (Pio XII).

2. Giudizi sull’uomo 
e sull’attività politico-religiosa 
Benedetto XIV «fu di gran lunga superiore, per le personali qualità e per la favorevole collocazione e durata del suo pontificato, ai papi che lo precedettero e lo seguirono».
La coscienza delle sue tremende responsabilità, la sua straordinaria capa­cità di lavoro gli facevano scrivere: «Si può fare il papa, mangiando e bevendo, ordinando ad altri, e nulla facendo da sé, e nemmeno esigendo conto dell’operato degl’altri, mettendo tutta la sollecitudine e il contento nell’arric­chire la propria casa, e il papato preso in questi termini è il più bello impiego che sia in questo mondo. Si è detto in questo mondo, perché la cosa nell’altro non sarà certamente così, mentre faticando di continuo, lavorando dì e notte, inquietandosi, acciò le cose vadino meno male, non avendo né carne, né sangue, non sarà poco nell’altro mondo, se non si perde marcia, e se per le omissioni si contenterà la gran misericordia di Dio di un purgatorio sino al dì del giudizio».
Sua intenzione dichiarata, «l’affare principale del pontificato», era «mantenere la fede ove è, e dilatarla ove non è». Compito difficile, specialmente nella tormentata e accesa epoca delle controversie giansenistiche e giurisdizionalistiche che lo costringevano talora a restringere l’efficacia dei suoi interventi a una disperata azione di difesa e di contenimento dei moti centrifughi: «Ri­fletteremo ben bene sopra tutto, stimando noi quanto si può la Chiesa galli­cana, amando la nazione, ma però senza pregiudizio di questa Santa Sede, alla quale se non siamo in grado di portar vantaggio, non vorressimo al capezzale lagnarci di averle portato danno».
La sua visione della situazione della Chiesa e l’acuta sensibilità per ogni atto e avvenimento diretto contro il Papa lo rendevano talvolta – contro il suo naturale – assai amaro nei giudizi: «Il mondo è oggi ridotto ad uno stato, che se la cosa piace, quelli a’ quali piace sono per il Papa, e quelli a’ quali dispiace sono contro il Papa; ed essendo impossibile che una cosa piac­cia a tutti, di qui proviene che i guai per il Papa sono inevitabili». E repli­cando al proposito delle dimissioni del cardinale de Tencin dal Consiglio della Corona aggiungeva: «Se volessimo rammentarle tutti i nostri guai, tutte le nostre ama­rezze, quanto è quello che ricaviamo dal sommo pontificato, quante e quante volte ci è venuto in capo di ritornare alla vita privata, empiressimo più fogli di carta, e l’assicuriamo, che altro non ci ritiene, che il pensiero di sacrificare a Dio per emende de’ nostri peccati i disaggi, che sopportiamo, ed il pensiero di morire colla spada alla mano giacché l’abbiamo sfoderata».
In verità il Papa sapeva stare sulla breccia con senso di schiettezza, realismo e coraggio confessando: «... Non avevamo mai avuto paura della verità e della giustizia, ma... la nostra paura era sempre stata ed è della bugia e del­l’ingiustizia».
Incapace di dissimulare, uomo libero al di sopra delle adulazioni, per quel fine buon umore che seppe conservare persino nei giorni più tristi, il Papa riusciva oltremodo simpatico, perché sapeva scherzare non solo sugli altri, ma anche su sé stesso, ed era pronto a riconoscere il suo torto, a chiedere scusa dei suoi scatti, a perdonare, se non a dimenticare. Pur nella dura realtà politica non perse mai quel sostanziale fondo di ottimismo che lo avvicina sorprendentemente, in qualche linea della personalità, al suo lontano successore – più vicino a noi nel tempo – Giovanni XXIII, quando dichiara: «Non ex eorum numero Nos sumus, quibus persuasum sit, omnia in nostra tempora inconvenientia accidere, atque ea praesentibus diebus contingere scandala, quae numquam praeteritis temporibus evenerint».
Questo atteggiamento era senza dubbio fondato sulla profonda spiritualità di Benedetto XIV, ancora tutta da esplorare.
Uomo di preghiera si rivela non solo durante l’Anno Santo, ma fin dall’inizio del pontificato, quando invoca ardentemente i doni dello Spirito Santo e invita a una preghiera incessante per il Papa tutta la cattolicità, a cominciare dai vescovi, che devono essere modelli di pietà. Egli stesso ne dà l’esempio: è risaputo come presenziasse a tutte le funzioni religiose di Roma, quando la resistenza fisica e il lavoro di curia lo permettevano a chi non riusciva «a scrivere o dettare due righe, che non vi sia un interrompimento o d’udienza o d’ambasciate, o di lettore, o di biglietti, o di moltissimi affari».
Davanti alla crisi della cristianità dell’antico regime il nostro Papa ricerca il rimedio nell’appoggio delle potenze cattoliche, ma più ancora nell’accrescimento della vita religiosa e nella continua preoccupazione che il clero con il più grande impegno insegni la verità cristiana e annunzi il Vangelo.
Due fatti segnano, a parere degli studiosi, il panorama della religiosità settecentesca. Anzitutto il Settecento in tutto l’orbe cattolico, ma specialmente in Italia e in Francia, può ben essere chiamato il secolo della predicazione popolare. E non pensiamo soltanto alla testimonianza che ce ne danno i moltissimi volumi a stampa di prediche, di lezioni scrit­turali, di panegirici, ma al fatto che non vi fu, si può dire, per quanto riguarda il nostro Paese, luogo o contrada che non fosse battuto dalla predicazione peregrinante dei missionari.
Di essa fu strenuo propugnatore Benedetto XIV – sia fornendo indicazioni autorevoli di azione pastorale, sia dal punto di vista della prassi – nello Stato Pontificio e a Roma, avvalendosi della zelante predicazione di Leonardo da Porto Maurizio.
Ritratto di Benedetto XIV, Giuseppe Maria Crespi,
Pinacoteca Vaticana

Ritratto di Benedetto XIV, Giuseppe Maria Crespi, Pinacoteca Vaticana

Nella predicazione popolare, che cercava di elevare un argine alla scristianizzazione degli intellettuali con un forte recupero della base contadina e urbana, il nostro Papa si ingegnò di immettere contenuti teologicamente validi e formativi, incoraggiando soprattutto la diffusione dei saggi degli oratori francesi, e di togliere le tradizionali invettive contro i miscredenti e i giudei, in uno sforzo di purificazione che corrisponde al suo spirito tollerante e aperto al dialogo.
Il secondo fatto da notare è la nascita di nuove congregazioni religiose, volte all’evangelizzazione e all’assistenza spirituale e caritativa delle popolazioni più miserabili e diseredate. Pensiamo soprattutto all’azione apostolica dei Passionisti nell’allora Stato Pontificio e a quella dei Redentoristi presso le plebi cittadine e rustiche del Napoletano. Né è senza significato constatare che lungo l’arco del secolo venne a formarsi e a diffondersi una pietà ora rigorosa ora tenera e affettuosa, l’una in aperta antitesi con il costume del secolo incline alla morbidità degli affetti, come fu quella di Paolo della Croce, l’altra, quella di Alfonso de’ Liguori, volta a una parte­cipazione ingenua e affettuosa del mistero cristiano e tale da riassumere felice­mente in sé la propensione comune alla sensibilità.
La nuova corrente di spiritualità passionista, che riproponeva come cardi­ne della vita cristiana la meditazione della “follia della Croce”, bene si contrap­poneva a un secolo che si inorgogliva dei “lumi della ragione”. Benedetto XIV incoraggiò e predilesse l’umile eremita e giunse a esclamare: «La Congre­gazione della Passione avrebbe dovuto essere la prima fondata dalla Chiesa ed ecco che viene per ultima».
Quanto all’azione politico-religiosa si possono elencare queste componenti della sua politica internazionale: «giudizio sereno della situazione, accettazione dei dati di fatto, opera di pacificazione anche a scapito del suo prestigio».
È certo che l’atteggiamento conciliante di Benedetto XIV di fronte alle richieste dei sovrani, cattolici e protestanti, ha migliorato il clima dove erano chiamate a vivere la Chiesa e la Religione. Il nostro Papa aveva perfettamente verificato la sua massima secondo cui in lui «il Papa doveva precedere il sovrano», poiché volle essere in primo luogo pastore di anime: «Ci siamo fissati in testa di non comparire al giudizio di Dio rei di non aver fatto quanto potevamo per la salute delle anime».


http://www.30giorni.it/articoli_id_8822_l1.htm 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)