00 8/22/2014 10:00 AM


Lettera G

Motti latini, sentenze e citazioni di uso quotidiano, con indicazione delle fonti, con i chiarimenti necessari e la traduzione italiana.

Motti latini che iniziano con la lettera G.



Gaudeamus igitur
Godiamo dunque. - E' l'inizio di un famoso canto goliardico medievale, poi diventato l'inno internazionale degli studenti: Gaudeamus igitur Iuvenes dum sumus, godiamo dunque finché siamo giovani. Le prime due parole, gaudeamus igitur, sono spesso ripetute come invito gioviale ad abbandonarsi spensieratamente alla gioia, alle feste. 

Genius loci
Genio del luogo. - Per la religione romana, ogni uomo che nasceva aveva il suo genius e l'interessato lo festeggiava nel giorno del compleanno. Qualcosa di analogo è, nella religione cristiana, l'angelo custode. Il genius era anche il nume tutelare dei luoghi. 

Genus irritabile vatum. (Orazio, Epist., II, 2, 102). 
La razza irritabile dei poeti. - Frase con cui Orazio definisce la naturale suscettibilità dei poeti. Divenuta proverbiale, è usata anche estensivamente, con allusione al carattere talora scontroso di quanti hanno familiarità con la poesia, con l'arte in genere o con gli studi. 

Gloria victis
Gloria ai vinti. - Generosa frase latina in opposizione alla frase barbarica pronunciata da Brenno, capo dei Galli, mentre si pesavano i tributi per il riscatto: "Vae victis"!, guai ai vinti!. 

Graecum est, non legitur
E' greco, non si può leggere. - Motto usato un tempo da chi leggendo un testo latino incontrava qualche frase greca. Nel medievo il greco era noto a pochi. Dante stesso pare che non lo conoscesse. Gratis et amore dei
Gratuitamente e per amore di Dio. - Locuzione latina usata oggi nel linguaggio familiare, per lo più nella forma abbreviata gratis o gratis et amore in riferimento a qualcosa che vien data o ricevuta gratuitamente. 

Gutta cavat lapidem
La goccia scava la pietra. Frase che aveva valore di proverbio già presso i Latini, per indicare l'efficacia, soprattutto dannosa, di un'azione anche lieve quando sia ripetuta e continua. La frase ricorre frequentemente in vari autori latini con diverse varianti; nel medioevo fu completata così:gutta cavat lapidem, non vi sed saepe cadendo, la goccia scava la pietra, non con la forza ma con il cadere spesso.




Lettera H

Motti latini, sentenze e citazioni di uso quotidiano, con indicazione delle fonti, con i chiarimenti necessari e la traduzione italiana.

Motti latini che iniziano con la lettera H.



Habeas corpus 
Abbi il (tuo) corpo. - Nel diritto anglosassone, il principio e la tutela della inviolabilità personale, e per esso, il diritto di conoscere la causa di un arresto. Per estensione, la locuzione è usata per indicare le garanzie delle libertà personali del cittadino. 

Habemus confitentem reum. (Cicerone, Pro Ligario, I, 2). 
Abbiamo il reo confesso. - Espressione usata talora nel linguaggio giuridico o anche scherzosamente nell'uso comune, per indicare che una persona si è decisa a confessare il suo fallo. 

Habemus papam 
Abbiamo il pontefice. - A concistoro finito, il cardinale decano annuncia al popolo, che attende, l'elezione del nuovo papa con questa formula: "Nuntio vobis gaudium magnum: habemus papam, eminentissimum et reverendissimum dominum..., qui sibi imposuit nomen...". La frase, anche nella forma habemus pontificem, si usa scherzosamente per indicare qualunque elezione ad un'alta carica. 

Habent sua fata libelli
I libretti hanno la loro fortuna. - Frase del grammatico latino Terenziano Mauro (sec. 3° d.C.), la quale, nella sua forma completa, Pro captu lectoris habent sua fata libelli, secondo la disposizione del lettore, i libri hanno la loro fortuna, si usa per significare che ogni libro ha il suo destino, è predestinato cioè a maggiore o minore fortuna quale che sia il suo merito intrinseco (oppure anche che ogni libro è destinato presto o tardi, all'oblio). 

Haec ornamenta mea 
Questi sono i miei gioielli. - Valerio Massimo pone questa frase in bocca a Cornelia, madre dei Gracchi, che mostrò i suoi figli ad una matrona la quale vantava i suoi gioielli ed i suoi ori. 

Hannibal ad portas o ante portas
Annibale è alle porte (di Roma). - Lo dice Tito Livio, narrando il terrore dei romani all'annuncio della vittoria riportata dal generale cartaginese a Canne (216 a.C.). Si temeva che Annibale marciasse su Roma. La frase viene oggi ripetuta nell'imminenza di un pericolo. 

Hic et nunc 
Qui ed ora. - Locuzione che significa "subito, immediatamente" ; è pronunciata soprattutto nel dare un ordine, o da parte di chi si affretta a eseguirlo. 

Hic manebimus optime. (Livio, Hist., 5, 55) 
Qui resteremo benissimo. - Quando i Galli ebbero incendiata Roma (390 a. C.), alcuni senatori proposero di trasferirsi a Veio; ma Furio Camillo cercò di dissuaderli. Un centurione che passava pel foro gridò: "Signifer, statue signum, hic manebimus optime", vessillifero, pianta l'insegna, qui resteremo benissimo. Udita questa frase, i senatori vi ravvisarono un ammonimento divino, e d'accordo con la plebe Roma non fu abbandonata. La frase venne ripetuta da Quintino Sella nel 1870, quando la capitale da Firenze fu portata a Roma. 

Hic Rhodus, hic salta
Qui è Rodi, qui salta. - Traduzione latina di una frase greca che in una favola di Esopo viene rivolta a un millantatore il quale si vantava di aver fatto un grandissimo salto nell'isola di Rodi. Si usa oggi per deridere gli spacconi e metterli alla prova. 

Hic sun leones
Qui ci sono i leoni. - Frase che si legge sulle carte geografiche antiche, nelle regioni allora inesplorate dell'Africa. La frase è talora ripetuta per accennare scherzosamente a un pericolo certo ma di natura ancora non ben precisata, o anche per indicare una materia o una scienza che non si conosce molto bene. 

Hoc erat in votis. (Orazio, Sat., II, 6, 1). 
Questo era nei desideri. - Parole, divenute proverbiali (anche nelle forme quod erat in votis esicut erat in votis), con le quali Orazio ringrazia Mecenate del dono di una villa in Sabina. Si usano talora, per indicare l'esito ottenuto di una cosa che si desiderava. 

Hoc opus, hic labor. (Virgilio, Aen., IV, 129). 
Questo il lavoro, questa la fatica. - Emistichio virgiliano in cui la Sibilla avverte Enea sulle soglie dell'inferno che il difficile non è entrarvi ma uscirne. Si usa proverbialmente per indicare quali sono le maggiori difficoltà di un'impresa. Equivale pressappoco al dantesco Qui si parrà la tua nobilitate (Inferno, II, 9). 

Hodie mihi, cras tibi
Oggi a me, domani a te. - Si pronuncia talvolta per esortare altri o se stessi alla sopportazione di mali inevitabili, o come ammonimenti a non rallegrarsi delle altrui sventure, perché la ruota della fortuna gira rapidamente. 

Homo homini lupus
L'uomo è lupo per l'uomo. - Proverbio pessimistico, derivato da Plauto (Asinaria, II, 4, 88), che vuole alludere all'egoismo umano, e assunto dal filosofo inglese Thomas Hobbes, nella sua operaDe cive, per designare lo stato di natura in cui gli uomini, soggiogati dall'egoismo, si combattono l'un l'altro per sopravvivere. 

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. (Terenzio, Heautontimorumenos, I, 1, 25) 
Sono uomo, niente di ciò ch'è umano ritengo estraneo a me. - Parole pronunciate dal vecchio Cremete, a giustificazione della sua curiosita, e divenute proverbiali per alludere alla fondamentale debolezza della natura umana, alla difficoltà di evitare l'errore o la colpa. Si citano anche per significare di essere aperto a ogni esperienza umana. 

Homo trium literarum. (Plauto, Trinum). 
Uomo di tre lettere. - Con questa frase, Plauto definisce un ladro, "Fur", senza che appaia l'accusa. Honoris causa
A titolo di onore. - Così è definita la laurea che le Università accordano a persone che si sono distinte per alti meriti, senza che abbiano subito esami; ma, anche, senza che acquistino il diritto di insegnare o concorrere a cattedre. 

Horribile dictu
Orribile a dirsi. - Horresco referens (inorridisco raccontando) sono invece le parole che Virgilio (Aen., II, 204) fa pronunciare ad Enea quando narra a Didone l'orribile fine di Laocoonte e dei suoi figli. 

Horror vacui
Orrore del vuoto. - Frase con la quale si espresse un concetto fondamentale della fisica aristotelica che, in polemica con la fisica democritea, asseriva l'inesistenza di spazi vuoti (la natura aborre dal vuoto).












[Edited by Caterina63 8/22/2014 10:01 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)