00 9/11/2014 3:30 PM

 





I primi ad imporre la propria interpretazione al brano giovanneo sull’Eucarestia, furono i protestanti (3): le conseguenze le conosciamo tutti.


Possiamo dire, senza essere smentiti, che il danno maggiore di questi ultimi cinquant’anni, portando ad un ribaltamento della dottrina sui Sacramenti (4), è opera anche di questa imposizione dell’interpretare dogmi, dottrine e Scrittura, e pure gli scritti dei Padri e dei Santi, a seconda dell’andamento culturale del momento storico che stiamo vivendo. Le prediche e le omelie del parroco, del vescovo, dello stesso pontefice, non devono pilotare i fedeli ad “interpretare” il Vangelo, ma a sollecitarli più semplicemente al contenuto in quel «Fate quello che vi dirà» (cfr Gv 2,5); «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15); «convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15).


La missione del discepolo di Cristo non è interpretare l’insegnamento del suo Maestro, ma metterlo in pratica in pienezza. Come Maria Santissima ricevette per puro dono divino la Parola-Verbo affinchè potesse essere incarnata e dunque nascere in mezzo a noi, così anche noi siamo nella medesima situazione: incarnare la Parola ricevuta, e non metterla in discussione. Per questo diciamo che il "fiat" di Maria diventa anche il nostro "fiat" se agiremo però come lei.


Per questo i Padri hanno insistito molto sulla virtù dell’obbedienza, facendone una dottrina: l’obbedienza è ciò che identifica il vero discepolo di Cristo da un “simpatizzante” qualsiasi.


Oggi invece l’obbedienza è imposta esclusivamente alla singola persona: si deve obbedire al superiore (parroco, vescovo, papa) – questa è una cosa buona e giusta – ma questa virtù viene usata, subdolamente, a spingere il discepolo non ad obbedire al Vangelo, ma all’interpretazione ideologica di parte della gerarchia ecclesiastica, oppure alla propria coscienza liberale e libertina.


Questa è la reale rottura con la Tradizione vivente della Chiesa!


I dogmi non sono stati inventati dalla Chiesa, oppure dall’interpretazioni dei pontefici e dei vescovi, ma sono stati maturati alla luce della Parola di Dio: «Io sono la Via, la Verità e la Vita». La morale (la Via), la dottrina (la Verità) e la santità (la Vita) non sono un optional, ma l’obbligo per l’autentica fede cristiana, per formare rettamente la coscienza. Per questo nessuno può modificarli o raggirarli. Il progresso dottrinale consiste – la Chiesa è un corpo vivo che va avanti – nell’approfondire la conoscenza della Rivelazione, non certamente nel mutamento, nello stravolgimento, dell’insegnamento del Magistero. Il dinamismo della Chiesa viene proprio dal Depositum fidei, dalla viva Tradizione che porta avanti le dottrine e le applica con la pastorale,  comprendendole sempre di più e meglio, ma non cambiandole.


Di fatto c’è una rottura con la Tradizione: non si trasmette quanto abbiamo ricevuto approfondendolo, ma modifichiamo il Depositum Fidei, col primato della prassi pastorale, secondo la mentalità del mondo moderno.


Un esempio chiarissimo ce lo offre padre Santiago Martin, lanciando rosso l’allarme su un grave scisma (vedi qui) che potrebbe rendersi manifesto presto, se continueremo su questa strada.


Ma lo scisma, di fatto, c’è già!


Scisma non è una parolaccia. Significa “fenditura, separazione, divido, separare”.


Quando preti e vescovi affermano tranquillamente che ammettere i divorziati-risposati alla Comunione non contraddice la dottrina bimillennaria della Chiesa, perché la Misericordia annienta la Giustizia, è la prova che lo scisma è già in atto. Pensare diversamente con la Tradizione della Chiesa, è già un dividere, è separare di fatto la mentalità dottrinale della Chiesa, modificandola, addomesticandola alla mentalità dominante. La Verità diventa una questione relativa e soggettiva.


Alle tante domande sul problema della Comunione ai divorziati-risposati, c’era e c’è una sola risposta da dare: “Volete andarvene anche voi?”.


La Comunione, così come gli altri Sacramenti, non sono un diritto! Sono un dono, perciò è il fedele che li riceve che deve adattarsi a Colui che li elargisce.


La Chiesa è custode di questi doni e può concederli solo a determinate condizioni non negoziabili. Non può modificare le condizioni a seconda delle richieste del mondo.


Nel momento in cui la Chiesa cedesse alle pretese delle maggioranze, lasciando i Sacramenti in balia delle voglie dei fedeli, tradirebbe il suo mandato, arriverebbe ad una vera rottura con la Tradizione e con il Depositum fidei. Da casta sposa senza macchia di Cristo, diventerebbe un’adultera senza pudore e senza vergogna.


Prestare “servizio” all’uomo – fa parte della missione della Chiesa – non significa diventare schiavi delle pretese o dei capricci del mondo, ma condurlo, anche con i “no”, alla piena adesione al Vangelo, i quali diventano e sono un vero "Sì-Fiat" al volere di Dio per il nostro vero bene.


Eppure la Chiesa appare oggi come una di quelle madri che, pur di non sentire il bambino piangere, gli danno tutto ciò che pretende. È incapace di combattere con suoi stessi figli, di educarli e correggerli. Vuole barattare i Sacramenti in cambio di una certa numerosa presenza alle Messe domenicali. Questo non è servizio, ma abiura del concetto stesso di servizio.


San Pio da Pietrelcina, confessore misericordioso, ma pure rigoroso, un giorno fu richiamato dal padre superiore perché se avesse continuato a negare l’assoluzione ai penitenti avrebbe svuotato la Chiesa. Padre Pio, senza scomporsi, rispose: «La Chiesa è meglio vuota che piena di diavoli».


In una intervista al teologo domenicano, padre Giovanni Cavalcoli (vedi qui) abbiamo fatto questa domanda alla quale segue una risposta chiarissima a riguardo di quanto abbiamo trattato fino a qui:


D. Recentemente, alcuni suoi confratelli americani, hanno pubblicato, nel mensile “Nova et Vetera”, un bellissimo studio (5) in risposta al cosiddetto “teorema Kasper” sulla famiglia, presentato dal cardinale tedesco al concistoro dello scorso febbraio. Qual è il suo giudizio, come teologo dogmatico, su quella famosa relazione?


R. Confesso di non aver studiato con la sufficiente attenzione quel documento, per cui non mi sento di esprimere un giudizio sicuro. Conosco però la cristologia di Kasper, la quale purtroppo non tiene sufficientemente conto dell’immutabilità della verità di fede, fino al punto di sostenere che Dio nell’incarnarsi è “mutato”, il che è una vera e propria eresia. Inoltre è scettico nei confronti di alcuni miracoli di Cristo, come per esempio quello della moltiplicazione dei pani e dei porci indemoniati. Non è cosa saggia. Inoltre, nella sua lunga attività di direzione delle attività ecumeniche della Chiesa, è sempre stato troppo indulgente verso i protestanti, come se le loro eresie non avessero più corso e il Concilio di Trento si fosse sbagliato nel condannarle. Il che è assolutamente falso e ha provocato la cripto-conversione di molti cattolici al protestantesimo, anziché condurre a Roma i protestanti. Per cui non mi meraviglierei di trovare, come mi è stato segnalato da amici, questo relativismo storicista anche nel suddetto documento.


Interpretare e trasmettere, perciò, non sono sinonimi.


Interpretare è tipico proprio del trattare, permutare, negoziare, farsi mediatore non di un medesimo pensiero, ma cambiandolo, negoziandolo.


Tramandare invece, sinonimo di trasmettere, è specifico proprio di colui che fa passare da una persona ad altra, da una generazione ad altra, lo stesso messaggio, lo stesso contenuto in modo inalterato. Scrive l’Apostolo delle genti: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11,23).


San Paolo non sta interpretando, ma trasmettendo. Così come quando ci rammenta che anche dire “Padre Nostro” non è interpretabile, ma è un dono che si riceve: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15)»; oppure quando deve ribadire più volte:«L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!» (Gal 1,9).


 


L'anàtema non è una invenzione del Medioevo. È una grave affermazione principale della predicazione paolina, atta a frenare coloro che nelle comunità da lui generate, andavano a predicare un vangelo diverso da quello predicato dagli apostoli.


In tutta la prima predicazione apostolica c’è questo termine ricorrente: ricevere, ricevuto.


Se oggi, invece, ciò che riceviamo diventa nella sostanza non più quello che conoscevamo – cioè quello che abbiamo ricevuto dagli Apostoli in poi – ma un adattamento dottrinale alle richieste del mondo, rientriamo in quelle categorie denunciate da San Paolo. Neppure il Papa e il collegio episcopale possono – se pur con il sotterfugio della pastorale – modificare ciò che essi stessi hanno ricevuto e che hanno giurato di custodire. Interpretare, perciò, con un linguaggio adeguato e pure moderno per tramandare la sana dottrina ricevuta va bene, diversamente sarebbe la rottura con la Tradizione e il Depositum fidei, una dichiarazione di infedeltà nei confronti di Dio.


Vogliamo concludere queste nostre riflessioni con un’illuminante profezia di San Gregorio Magno, cui sembra si stia avverando in questi tempi.


In un testo di Padre Emmanuel Andrè, intitolato La Sainte Eglise (Clovis, 1997, pag. 296), si parla degli ultimi tempi della Chiesa e, riportando ampi stralci di parole pronunciate dal grande papa Gregorio I, scrive:


«La Chiesa sarà come Giobbe sofferente, esposto alle perfide insinuazioni di sua moglie e alle critiche amare dei suoi amici; egli, davanti al quale gli anziani si alzavano e i principi tacevano!


La Chiesa – dice più volte il grande Papa – verso la fine del suo pellegrinaggio, sarà privata del suo potere temporale; si cercherà di toglierle ogni punto d’appoggio sulla terra. Ma dice di più e dichiara che essa sarà spogliata dello sfarzo stesso che deriva dai doni soprannaturali.


Il potere dei miracoli – dice – sarà ritirato, la grazia delle guarigioni tolta, la profezia sarà scomparsa, il dono di una lunga astinenza sarà diminuito, gli insegnamenti della dottrina taceranno, i prodigi miracolosi cesseranno. Così dicendo non si vuole dire che non ci sarà più nulla di tutto questo; ma tutti questi segni non brilleranno più apertamente e sotto mille forme come nei primi secoli. Sarà anche l’occasione – spiega ancora il santo Pontefice – di un meraviglioso discernimento. In questo stato umiliato della Chiesa, aumenterà la ricompensa dei buoni, che aderiranno a lei unicamente in vista dei beni celesti; quanto ai malvagi, non vedendo più in lei alcuna attrattiva temporale, non avranno nulla da nascondere, si mostreranno quali sono (Moralia in Job, libro 35)»


«Che parola terribile: taceranno – conclude P. Andrè – gli insegnamenti della dottrina! San Gregorio proclamava altrove che la Chiesa preferisce morire che tacere. Dunque parlerà ancora, ma il suo insegnamento sarà ostacolato, la sua voce coperta; molti di coloro che dovrebbero gridare sopra i tetti non oseranno farlo per paura degli uomini»


Sia lodato Gesù Cristo.


Sempre sia lodato.


 


Note


 


1) O Timoteo custodisci il Deposito - rivista 30Giorni 1.2.2009


2) Quello che Gesù avrebbe dovuto dire, clicca qui....


3) Le origini del Protestantesimo nel soggettivismo di Lutero


4) invitiamo a leggere l'intervista al prof. Radaelli su La Chiesa ribaltata, vedi qui...


5) Divorziati-risposati, quando il gioco si fa duro, arrivano i Domenicani


 


   



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)