00 1/19/2016 11:40 AM

  Giovanni c. 8,12-59           
 IO SONO LA LUCE DEL MONDO

 

IO SONO (8,12-59)

Di nuovo Gesù parlò loro dicendo: «Io sono la Luce del mondo». Il “di nuovo” vuole agganciare il racconto a quello dell’ultimo giorno della festa delle Capanne quando Gesù disse: «Chi ha sete venga a me e beva». Era la festa dell’acqua; ora alla sera dell’ultimo gran giorno si svolgeva la festa della luce e nel Tempio era tutto uno sfavillio di luci. Ebbene questo è il contesto della nuova rivelazione: «Io sono la Luce del mondo».

Gesù è ancora nel Tempio e pronuncia il suo discorso nel luogo del Tesoro (8,20). Questa constatazione però fa sentire che l’episodio dell’adultera (8,1-11), collocato la mattina seguente è fuori posto e non permette di continuare la Catechesi dell’evangelista. Inoltre, non è di stile giovanneo, ma piuttosto lucano. Infatti molti manoscritti tardivi lo collocano dopo Lc 21,38 o alla fine del Vangelo. Altri manoscritti ce l’hanno dopo Gv 21,15.

Forse è stato collocato qui verso la fine del secondo secolo. È un brano che interrompe bruscamente la sequenza dei cc. 7-8. Perciò non ci soffermiamo sull’episodio dell’adultera e lasciamo agli storici le lunghe discussioni, annotando però che i Padri Greci non lo conoscono prima della fine del secolo IV; solo alcuni Padri latini lo attestano prima.

Uno sguardo a 8,12-59

La prima osservazione è che il capitolo forma una perfetta unità: inizia con l’espressione “Io sono (la luce)”e finisce dicendo: IO SONO, la formula più solenne della Bibbia. È già chiaro che l’evangelista continua a presentare ai cristiani Gesù sia come il Rivelatore del Padre sia se stesso in relazione al Padre: è la sua vita intima con il Padre che conta; si immedesima tanto nel Padre da essere Dio con lui. Alla rivelazione della sua divinità si unisce la chiamata per ciascuno di noi a entrare nella comunione divina e a sentirci figli di Dio. Tutto ciò però si intreccia con il racconto di una lunga e dura polemica con il giudaismo, che ci richiama le grandi polemiche del Gesù terreno con i dirigenti giudei, i farisei e i sadducei.

Qui la polemica è portata al massimo e a volte si ha l’impressione che la rivelazione tocchi l’insuccesso, ma alla fine è sempre Gesù che appare in una luce sfolgorante. Anche questo capitolo viene qualificato come uno dei più difficili, ma questo non ci impedisce mai di contemplare Gesù che si rivela. Lo si può suddividere in due parti. Nella prima (8,22-30) Gesù giustifica l’affermazione iniziale: “Luce del mondo”. A tale scopo egli afferma la sua unione con il Padre, che la sua “elevazione” rivelerà in piena luce. La seconda parte (8,31-59) si costruisce attorno alla figura di Abramo il credente, di cui gli uditori si dichiarano “figli”. La domanda è: “Chi sono i veri figli di Abramo?”.

Gesù, Luce del mondo (8,12-20)

«Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
Abbiamo detto che siamo alla sera dell’ultimo giorno della festa delle Capanne. Il popolo con una grandiosa luminaria, faceva memoria della nube luminosa che lo aveva accompagnato nel deserto. Era il segno della presenza del Signore, Luce di Israele, che di notte indicava la via da percorrere (Es 13,20-22). Però non era solo memoria di un passato, era anche un’esperienza perenne per l’Israele fedele: Dice il salmista: «Quando ci illumini, viviamo nella luce» (Sal 36,9s); ed era anche un annuncio di un meraviglioso futuro, quello dei tempi messianici, quando il popolo sommerso nelle tenebre, «vedrà una grande luce» (Mt 4,16). Il Messia è infatti chiamato «luce per illuminare le genti» (Lc 2,32), non solo Israele.

In questo contesto, appare chiaro che Gesù era cosciente di portare a compimento le antiche profezie e che sarà la sua luce a fugare le tenebre in chi lo accoglie. Qui Gesù parla di sé e quindi è logica l’opposizione. «Gli dicono i farisei: “Tu dai testimonianza di te stesso, la tua testimonianza non è valida», un’affermazione che Gesù ha riconosciuta vera (5,31). Perciò spiega il perché ora la sua testimonianza è valida e lo fa nella luce della sua relazione con il Padre: «Anche se io dò testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera perché so da dove vengo e dove vado... Nella vostra legge sta scritto che la testimonianza di due persone è valida. Ebbene ora sono io che do testimonianza di me stesso, ma anche il Padre che mi ha mandato, mi dà testimonianza». Gli dicono: “Ma dov’è tuo Padre?”. Gesù rispose: “Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”.

Gesù sa che lo rifiuteranno, mentre per i cristiani questa finale è molto importante: essa equivale all’altra: «chi vede me, vede il Padre». Il cammino per conoscere il Padre consiste nell’approfondire la conoscenza di Gesù, il quale con la sua vita ci narra il Padre. Gli altri invece debbono aver tentato di arrestarlo, solo che la sua ora non era ancora venuta. Però...

È triste rifiutare Gesù (8,21-30)

Nel versetto precedente si è detto che “la sua ora non era ancora venuta”. Ora Gesù interpreta la sua ora come un “ritorno”. Si è soliti tradurre: “Dove io vado”, ma il senso è quello di un ritorno dove era prima. Ora ai suoi interlocutori dice: «Mi cercherete ma non mi troverete, perché dove io ritorno voi non potete venire e morirete nei vostri peccati», le tenebre sono il vostro luogo, perché rifiutate me, la luce del mondo. L’incomprensione è logica. In 7,35 di fronte a un simile discorso si sono detti: «Andrà forse a predicare ai pagani?». Qui dicono: «Vuole forse uccidersi». Capirono che Gesù stava parlando di morte, solo che non sarà lui a uccidersi, saranno loro a ucciderlo.

È già chiaro che essi e Gesù sono su due piani distinti. E Gesù spiega la differenza: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù. Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati. Se infatti non credete che “io sono”, morirete nei vostri peccati». C’è un modo per superare la distinzione “lassù, quaggiù”; c’è solo da credere chi “è” Gesù.

Queste parole di Gesù dicono che egli sempre cerca la loro salvezza e sollecitano la loro domanda: «Tu chi sei?» Gesù rispose loro: Quello che vi dico fin dal principio: “Io sono il pane disceso dal cielo, Io sono la luce del mondo, sono colui che il Padre vi ha mandato e che dico quello che ho udito da lui”. Non capirono e allora Gesù guardò avanti nella speranza e disse: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo allora riconoscerete che Io sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato».
Gesù sente che il suo popolo un giorno giungerà alla fede in lui. E i giudeo-cristiani sperimentano che in loro la parola di Gesù si è realizzata e che Gesù ha davvero narrato il Padre e ora il narratore tocca un tema bellissimo:

Gesù rende liberi (8,31-37)

Questo titolo nasce da quella libertà che viene dalla fede di Abramo. Attorno alla sua persona si sviluppa ora la seconda parte (8,31-59). Il primo brano è significativo: è racchiuso da due frasi simili: «Se voi rimanete fedeli alla mia parola...conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi... Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi». La prima frase indica la condizione per essere liberi: adesione totale alla sua parola, al suo insegnamento. Solo così possono comprendere la Verità ed essere liberi. Ma negli uditori questo parlare suscita contrasto: «Siamo stirpe di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno».

Si sente qui l’orgoglio di un popolo, anche se è sotto l’occupazione romana.
Gesù risponde: «Chi commette il peccato è schiavo del peccato», è nelle tenebre. Inoltre, «lo schiavo non rimane nella casa per sempre, il Figlio vi resta per sempre». Dicendo questo Gesù ripete un proverbio legato alla vita sociale; ma, allo stesso tempo, orienta il pensiero verso un’allegorizzazione che vede nel Figlio del Padre, colui che è in intima relazione con Dio e perciò rimane per sempre nella famiglia divina. Il passaggio al versetto citato sopra, si presenta agevole. È il Figlio che fa liberi. L’affermazione iniziale sulla verità viene ripresa, ma trasposta sul Figlio; in lui quindi si esprime la Verità. La liberazione promessa acquisisce in tal modo un senso positivo di “filiazione” e con ciò stesso ne suggerisce il carattere divino. Ma gli uditori di Gesù sono in situazione di essere figli? Gesù dice: «So che siete discendenti di Abramo, ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi». Per fare questo dovreste mettervi in situazione di

Agire come figli di Abramo (8,38-41)

Ora è chiaro che per essere figli di Abramo bisogna accogliere la parola di Gesù, il quale non ci inganna perché dice: «Io dico quello che ho visto presso il Padre mio, anche voi fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». Non si precisa di quale “padre si tratta”, sono gli uditori che lo dicono: «Il padre nostro è Abramo». Gesù disse loro: “Se Abramo fosse il padre vostro fareste le opere di Abramo..., ma non potete esserlo perché cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio; questo Abramo non l’avrebbe fatto».

“Udita da Dio”, l’espressione continua a sottolineare l’intima comunione con il Padre. È il Figlio che è sempre rivolto verso il Padre e che perciò ce lo può raccontare (1,18). Ed ecco l’affondo di Gesù: «Voi fate le opere del padre vostro». Gesù nega che siano figli di Abramo e afferma che hanno un altro padre. Di qui la reazione: «Noi non siamo nati da prostituzione, abbiamo un solo padre: Dio». Non capiscono che si è figli di Dio solo quando si vive come Abramo nella fede e, sperando contro ogni speranza, in piena accoglienza di Dio che ora parla per mezzo di Gesù. E qui costatiamo che ci sono

Due paternità (8,42-47)

Oramai è chiaro che per Gesù i suoi uditori non sono né figli di Abramo, né figli di Dio, perché – dice – «Se Dio fosse vostro Padre mi amereste perché sono uscito da Dio e vengo da lui; non sono venuto da me stesso, è lui che mi ha mandato». Poi osserva la loro situazione e li sente oramai incapaci di accogliere il suo linguaggio e allora lancia l’accusa più pesante: «Voi avete per padre il diavolo e volete (è forte questo verbo) compiere i desideri del padre vostro». Gesù sembra crudele, eppure dice il vero, quando analizzando la prassi di chi lo rifiuta afferma che si autoescludono dalla verità che li rende liberi per assoggettarsi al Maligno. Come lui infatti sono omicidi perché lo vogliono uccidere, come lui vivono nella menzogna perché rifiutano la Verità. Quindi non possono essere figli di Dio e di Abramo.

Verso la piena rivelazione (8,48-59)

Il titolo è positivo e ci fa guardare Gesù che nelle sue parole dice verità già enunciate. Tutto ha inizio con una domanda feroce dei suoi avversari: «Non abbiamo forse ragione di dire che sei un Samaritano e un indemoniato?». Già l’avevano accusato di essere un indemoniato (7,19), ora lo trattano come un samaritano, un eretico. Con ciò negano la verità del suo insegnamento e come indemoniato affermano che è lui a vivere nella menzogna.

Gesù non risponde all’insulto con l’insulto, ma cerca sempre la loro salvezza e cerca di metterli a confronto con Dio, li invita a onorare Dio e poi ad accogliere la sua parola: «In verità in verità vi dico: se uno accoglie la mia parola non vedrà mai la morte», cioè non avrà l’esperienza della morte. Come per Gesù la morte è stata un passaggio da questo mondo al Padre, così sarà per chi crede in lui. Quando gli altri, fondandosi su ciò che vedono, diranno: “è morto”, in realtà sapremo che cos’è la Pasqua, saremo passati da questo mondo al Padre.

Questo certo non lo capirono gli uditori di Gesù che gli dicono: «Abramo è morto, come anche i profeti e tu dici: “Se uno osserva la mia parola non vedrà mai la morte?”». «Gesù rispose: Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno, lo vide e fu pieno di gioia. I Giudei gli risposero: Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo? Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: Prima che Abramo fosse IO SONO”». Presero delle pietre per lapidarlo, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio. Qui c’è molto da riflettere.
“Vide il mio giorno”: cioè vide nella fede che in Cristo si compiva la terza promessa: «In te saranno benedette tutte le stirpi della terra» (Gn 12,3; Ger 4,2; At 3,25). È una promessa che precede la legge di quattrocento anni e che supera la legge, vista come proprietà di un solo popolo. Qui infatti si parla di “tutte le stirpi della terra”.

Ma pensiamo all’espressione IO SONO. La reazione omicida degli avversari dice che essi capirono le parole di Gesù non come espressione di messianicità, ma come espressione di un’autorità che lo rendeva simile a Dio (vedi 5,18). I motivi c’erano, e la tradizione cristiana che nella calma e sotto la guida dello Spirito Santo, confronta le parole di Gesù con le Scritture non può non sentire nell’IO SONO un’eco di Es 3,14: «Io sono colui che sono». Così si rivelò Dio a Mosé aggiungendo: «Dirai agli Israeliti: IO SONO mi manda a voi».

Ma ripensiamo l’intero capitolo. All’inizio Gesù dice: «Io sono la luce del mondo». La frase richiama il Prologo 1,4: «In lui (= in Colui che è la Parola) c’era la vita, e la vita era la luce degli uomini». La finale IO SONO ci rimanda a 1,1: «Al principio c’era Colui che è la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio». Tra queste due affermazioni si sviluppa in parte la storia di Colui che era presso Dio, una storia descritta nel duro contrasto con il giudaismo. C’è volontà di morte nei suoi uditori, ma Gesù continua a parlare della sua intima comunione con il Padre che lo ha mandato e dice parole che danno la vita.

Egli vuole la salvezza di tutto il suo popolo e non teme il pericolo. Ora questa salvezza ci sarà in parte solo dopo essere stato innalzato e ucciso. Dopo ritornerà al Padre per ricevere quella gloria che aveva prima della creazione del mondo. Perciò ha ragione quando dice IO SONO, perché non ha mai cessato di essere Dio. Difficile invece dire quando la prima comunità, dopo aver contemplato l’umanità di Cristo, sia riuscita a capire che era Dio e a fare il suo atto di fede. Ma quando l’ha capito ha detto in uno scoppio di gioia: «Signore mio e Dio mio» e gli Apostoli hanno parlato di lui chiamandolo: «L’Autore della vita» (At 3,15).
                                                                   D. Mario Galizzi sdb


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La mattina del 27 febbraio 2007, il Signore ha chiamato a sé Don Mario Galizzi nostro valente collaboratore.
Don Mario aveva 81 anni, da 57 era Salesiano e da 50 Sacerdote.

La sua competenza in campo biblico, la sua spiritualità semplice, familiare, profondamente ottimista e gioiosamente salesiana ne facevano un uomo di Dio apprezzato e ricercato. La sua visione fraterna della comunità credente, la sua fedeltà alla Tradizione e il suo spirito gioviale si riversavano nei suoi scritti, apprezzati e diffusi in molti Paesi.

















Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)